La Trovatella di Mulberry Street
ovvero:
La Stella dei Cinque Punti
SOCIETÀ LIBRARIA ITALIANA
NEW YORK
Copyright 1919
by Italian Book Co.
PROLOGO
I SUONATORI D’ORGANETTO
CAPITOLO I.
La signora Maria Richardson, la milionaria, come la chiamavano, ritornata alla sua splendida residenza, dopo aver assistito alla splendida festa dell’ultima notte di Carnevale data dalla famiglia Stuart, fece subito chiamare Tom il vecchio servo nero, un uomo che era nato nella casa paterna della Richardson, e che amava la sua padrona con affetto cieco, illimitato.
Appena Tom comparve la signora con accento agitato chiese:
—Ebbene Tom?
—Tutto fatto padrona.
—Sei sicuro di non aver lasciato traccie?
—Più che sicuro.
—Credi che se troveranno.... quella....
—Nessuno sospetterà di dove viene.
—E se la polizia se ne occupa, cercherà mo non troverà.
La signora Richardson tacque, una ruga profonda le solcò la fronte, gli occhi ebbero un lampo sinistro. Il negro a testa bassa non fiatava.
Finalmente la signora riprese:
—Cosa ha detto la levatrice?
—Che fra dieci giorni la padroncina potrà alzarsi e fra quindici ricevere visite.
—Sei sicuro del segreto per parte di Gemea!
—Fra due giorni ritornerà al suo paese nel Kentucky, essa ignora in qual casa ha prestato il suo servizio. Poi è una mia parente affezionata alla quale ho raccomandato il segreto più assoluto e lo manterrà.
—Va bene. Vai a riposarti, Tom.
Il negro se andò felice di avere avuto un sorriso dalla sua padrona.
Questa si tolse con mano febbrile i gioielli, strappò dal suo crine le perle, e quindi lasciò il suo appartamento. Poco dopo entrava nella camera della figlia.
La levatrice nera si alzò e a bassa voce disse:
—Dorme!
Annie dormiva, il suo volto più bianco dei pizzi dei ricchi guanciali, sembrava scolpito nel marmo. I capelli biondi scherzavano coi loro ricci capricciosi sulla fronte avorina, gli occhi dalle lunghe sopracciglie erano circondati da un intenso cerchio bluastro.
Le labbra avevano perduto il colore porporino e apparivano smorte.
La madre con l’occhio irritato guardò a lungo la figlia e poi chiese alla negra:
—Quanto è che dorme?
—Da poco.
—Vi ha parlato?
—Ha chiesto della sua bambina.
—Cosa le avete risposto?
—Che è presso la nutrice.
—Non vi sarà nessuna complicazione?
—Non credo. Tutto è andato bene. In giornata la puerpera avrà il latte, sarà d’uopo far fregagioni con lo spirito canforato onde il latte ritorni indietro, ciò può produrre la febbre. Non è pericoloso; nel caso sono molto esperta.
—Confido in voi e non ve ne pentirete.
Ciò detto Maria Richardson lasciò la camera di Annie.
Ritornata nel suo appartamento la madre ferita nel suo orgoglio, umiliata dal fallo della figlia, dette sfogo alla sua collera.
Ma come era successo? Perché sua figlia, ostinatamente aveva rifiutato di dire il nome dell’uomo che l’aveva resa madre?
Fu colpa? Fu delitto?
Non era stato possibile sapere nulla; sua figlia nel momento supremo della dolorosa spiegazione, aveva detto alla madre:
—Sono una miserabile, se nel mio seno non avessi un figlio mi ucciderei. Non chiedetemi di più, non posso dirvi altro. Potrei difendermi per apparire meno colpevole. Ma che vale. Di fronte al fatto non vi sono scuse possibili. Espierò il mio fallo dedicandomi tutta al figlio mio.
La madre era rimasta fulminata, ma riavutasi, pregò, scongiurò, minacciò per sapere tutta la verità, fu inutile, Annie non disse verbo.
Allora Maria assunse il carattere di un giudice e disse:
—L’onore del nome innanzi tutto. A me resta il regolare la vostra condotta avvenire. È d’uopo che nessun sappia la sventura che ci colpisce, da questo momento vi impongo la più assoluta obbedienza.
—Obbedirò,—aveva risposto Annie.
Tre mesi dopo quel terribile colloquio Annie dava alla luce una bambina, e la madre sua in omaggio all’onore del nome la faceva lasciare dal negro Tom, nel corridoio di una casa di Mulberry come se si trattasse di un mucchio di stracci inservibili.
CAPITOLO II.
Annie Richardson a quindici anni era di una bellezza diafana, delicata, affascinante.
Il volto dall’ovale perfetto, gli occhi turchini come quelli della madre, ma più grandi e ombreggiati da lunghe sopracciglia avevano dei bagliori incantatori.
La persona, sviluppata prestissimo, aveva deliziose movenze, il busto era un poema.
Coronavano quella bella opera della natura, una foresta di riccioli biondi, di quel bel biondo opaco tanto raro.
Annie era stata all’educandato dove compié la sua educazione, imparò a cantare, a suonare il piano, a ricamare ,e tutte le altre cose che una giovane ereditiera deve conoscere.
Romantica oltre ogni dire, andava pazza per le storie d’amore, per le poesie dove è divinizzato il più bello degli umani sentimenti.
Quelle letture non erano tali da poter corrompere né il cuore, né la mente della giovinetta.
Forse se in quei libri l’amore non fosse stato idealizzato, Annie avrebbe potuto difendersi contro i pericoli del mondo.
Tornata presso sua madre ,presentata nel mondo, si vide circondata da una turba di giovanotti, leccati, inguantati, profumati, ridicoli, i quali parlavano un linguaggio così sciocco e frivolo, che nulla aveva a che fare, con quello dei cavallereschi personaggi delle romantiche storie lette da Annie.
La fanciulla si disgustò di quel mondo e vi andava di mala voglia.
Nella casa serviva un giovane cameriere francese, bruno, dagli occhi scintillanti, dal portamento distinto.
Quel cameriere si chiamava Alfonso Dulac, era un parigino puro sangue, cresciuto sul boulevard con tutte le audacie.
A diciotto anni era già il mantenuto di una di quelle disgraziate giovanette che lungo i boulevards con la scusa di vendere fiori, offrono il loro corpo ai libertini a caccia di avventure.
Se Dulac non fosse stato intrigato in un furto commesso da una audace banda di malfattori della quale egli faceva parte, certo se ne sarebbe rimasto vita natural durante mantenuto dalle prostitute; ma per scansare la galera dovette far vela per l’America.
Servì da prima in qualche restaurant francese, e siccome aveva imparato con straordinaria rapidità l’inglese, e aveva il portamento di un principe, a mezzo di un’agenzia ebbe il posto di cameriere in casa Richardson.
Ad Alfonso non era sfuggita la bellezza di Annie, e aveva giurato di tentare ogni mezzo per farsi amare.
Un parigino non dispera mai di nulla, poi sapeva di avere degli occhi che affascinavano.
Ed era vero. Alfonso aveva nello sguardo una miniera di fluido magnetico; se avesse studiato l’ipnotismo sarebbe riuscito il pù terribile ipnotizzatore del mondo.
In America non è come in Europa dove i servitori sono tenuti a rispettosa distanza dai padroni, e così avveniva spesso che Annie si intratteneva con Alfonso facendosi narrare le cose di Parigi, città che desiderava tanto di vedere.
Il parigino era un buon parlatore insinuante, e Annie provava un vero piacere a sentirlo parlare.
Alfonso con accento di mestizia e rammarico aveva raccontata anche una storia fantastica che lo riguardava.
Secondo quel romanzetto il mantenuto, il vagabondo, era nato da famiglia quasi nobile, dissesti finanziari avevano spinto il padre al suicidio, la madre morì di crepacuore, e lui fu costretto ad emigrare.
Sul cuore buono e generoso di Annie quel racconto fece effetto.
Il furfante ammaliò la poverina, la ipnotizzò e una notte il vagabondo possedé la figlia del milionario.
Il furfante ammaliò la poverina, la ipnotizzò ed una notte
il vagabondo possedé la figlia del milionario.
Se si potesse analizzare ciò che provò nel momento della sua perdita la sventurata Annie, si verrebbe alla conclusione che essa non partecipò alla colpa. Una forza superiore la spinse fra le braccia dell’ignobile seduttore.
Tanto che quando Alfonso in modo triviale e confidenziale le rammentava quell’ora di ebbrezza, Annie nulla ricordava.
Che schianto fu per la poverina quando comprese che era disonorata!
Voleva uccidersi, fuggire.
Il giorno che ebbe la triste certezza di essere madre andò a cercare Alfonso che da tempo scansava con orrore e gli disse:
—Mercé il vostro delitto sono madre.
—Ebbene, tanto meglio,—rispose il parigino con cinismo,—così non rifiuterete di sposarmi.
—Vi sposerò, ma lungi da casa mia, andiamo in Francia.
—E i denari?
—Ho i miei risparmi.
—Sentite Annie, non si vive d’amore e d’acqua fresca. Fatevi dare una parte dei vostri beni e vi porterò anche in capo al mondo.
Annie non era più una fanciulla ingenua, il dolore l’aveva resa seria e atta a ragionare.
Comprese che quell’uomo che l’aveva presa per sorpresa, non pensava che ai suoi denari. Scoppiò nell’anima sua una tempesta, fulminò il servo con uno sguardo di sprezzo e disse:
—Domani vi darò una risposta.
—Sì, bella selvaggia—replicò ridendo Alfonso.
Annie dopo quella scena si ritirò in camera sua in preda alla disperazione.
Pensò a lungo.
Un suo zio morto da poco tempo le aveva lasciato, tanto perché sapesse che si ricordava di lei, un cassettino di argento con tanti “bonds” dello stato per centomila dollari.
Il cassettino col suo prezioso deposito stava sulla toiletta di Annie, mescolato alle scatole di cipria e di profumerie.
Annie pensò a quei centomila dollari, e decise di offrirli al servo infame a patto che se ne tornasse in Francia e non le comparisse più dinanzi.
In quanto a lei giunto il momento necessario avrebbe tutto confessato alla madre, e quindi sarebbe partita per la Florida dove nelle sue tenute avrebbe vissuto, tutta dedicata ai doveri di madre.
Quando Alfonso si sentì offrire centomila dollari, ebbe le vertigini.
Quante gioie! Quanti piaceri a Parigi! Avrebbe fatto il signore sul serio, e chi sa dove sarebbe giunto.
Si affrettò ad accettare ed Annie poté convincersi che Alfonso era anche più miserabile di quanto essa credeva.
Dieci giorni dopo Alfonso, lasciava la casa Richardson, portando via ad Annie i più belli dei suoi gioielli.
La fanciulla fu quasi lieta di quel furto, perché avrebbe avuto l’arma in mano per colpire il miserabile se questi fosse di nuovo comparso sulla sua strada.
E il furto Alfonso non lo avrebbe potuto negare perché spingendo l’audacia e il cinismo al colmo aveva scritto ad Annie:
“Mia bella padroncina! I vostri diamanti mi servo-
no; li prendo e a Parigi faranno furore.”
Alfonso Dulac.
CAPITOLO III.
Verso le undici del mattino che seguì la festa in casa Stuart Maria Richardson entrò nella camera della figlia.
Annie volse un sguardo timoroso alla madre, la quale con tuono quasi affettuoso disse:
—Via, bimba, metti l’animo in pace, tutto è passato. Guarisci presto e facciamo conto di avere sognato.
—La mia bambina!
Chiese con premuroso accento Annie.
La madre corrugò le ciglia, ma mantenne il tuono affettuoso rispondendo:
—La bambina è con la sua nutrice. Comprendi che nessuno doveva conoscere la sventura che ci colpiva. Il nome puro e immacolato di tuo padre non deve avere macchie.
Annie chinò il capo, il volto erasele fatto di bragia.
Maria s’intrattenne a lungo con la figlia; la confortò e la lasciò dicendole:
—Coraggio, piccina mia, presto sarai guarita e felice.
Le parole della madre per la poverina furono un balsamo benefico.
Non poteva indovinare i progetti della madre, non sapeva quante altre amare lagrime avrebbe dovuto versare.
Maria stette quasi tutto il giorno nei suoi appartamenti, dalle finestre si godeva a vedere cadere la neve, e quello spettacolo la distraeva dalle gravi preoccupazioni che l’agitavano.
Verso le quattro Tom portò i giornali del pomeriggio, servo e padrona cercarono avidamente; lessero con attenzione i fatti di cronaca, non trovarono nulla che accennasse ad una bambina abbandonata.
Maria nel leggere il resoconto della festa di casa Stuart fu lieta che la indiscrezione dei “reporters” rivelasse il progetto di matrimonio tra Annie e il principe Orloff.
La padrona chiese poi al servo:
—Cosa credi, Tom, del silenzio dei giornali riguardo alla....
—Non saprei. Può essere che la bambina sia stata raccolta da persone che non denunziarono il fatto alla polizia. Può anche darsi che le autorità facciano delle indagini segrete. Se volete posso recarmi nei pressi del luogo dove lasciai la bambina e sentire.
—Guardatene bene. Sei conosciuto, una domanda imprudente potrebbe perderci. Tom, abbiamo commesso una colpa; ma era necessaria; l’onore del nome prima di tutto.
Quella signora che non era perversa, che aveva vissuto sempre onestamente, si macchiava di una colpa mostruosa, nel nome dell’onore.
Nel mondo ci sono delle strane transazioni, con la propria coscienza, e il sentimento esagerato dell’onore può spingere ai peggiori delitti.
CAPITOLO IV.
La notte che in casa Stuart ebbe luogo la splendida festa carnevalesca e mentre nei pubblici ritrovi e nelle case della città si ballava allegramente la neve che prima era lieve, lieve come uno spolverio di cristalli, si trasformò in grandi falde in modo che le vie apparvero coperte da un soffice e bianco tappeto.
Accompagnava la neve una brezzolina che pareva venire direttamente dal Polo Nord.
La città sembrava una grande necropoli, i tram a cavalli di rado attraversavano come visioni le strade principali dove all’epoca nella quale avviene il prologo di questa veridica storia, non sfolgorava, come oggi, la luce elettrica.
L’orologio illuminato del City Hall segnava le due del mattino, allorché un uomo ed una donna che trascinavano lentamente un carretto, con sopra un organo di quei così detti di Barberia, sbucavano in Broadway da Barclay St.
L’uomo piccolo curvo sembrava non avesse più forza; la donna alta come un granatiere, con delle spalle da atleta, andava innanzi tirando la cinghia di cuoio che legava il carretto, la così detta cinghia di soccorso.
La donna portava la testa alta e pareva godere nel sentirsi martellare sulla faccia tonda e grassa i fiocchi di neve.
Vestiva alla paesana, ma con colori oscuri, che nulla aveano a che fare con quelle vesti pittoresche che indossano le meridionali che suonano e cantano per le vie.
Sulla testa teneva uno scialle a grandi quadrelli neri e rossi che le scendeva sulle spalle e le difendeva il petto e serviva a coprire, alla meglio, una piccola scimmia che se ne stava tutta rannicchiata, premendo le carni molli del seno esuberante della suonatrice.
Della scimmia non si vedevano che gli occhi brillanti e il berrettino rosso alla zuava.
L’uomo indossava un abito di frustagno di color marrone e sul capo aveva una berretta tutta spelacchiata, berretta che gli copriva gli orecchi. Una sciarpa di lana nera gli avvolgeva il collo, e sorpassando il mento gli difendeva la bocca.
Attraversarono il Park del City Hall, lasciando sulla neve le impronte dei loro piedi, piedi larghi, piatti quali si addicono a gente che, a guisa dell’Ebreo Errante, non si ferma mai.
—Cherubina—disse ad un tratto l’uomo—non ne posso più, ho le mani gelate e il naso che sembra un pezzo di ghiaccio.
—Coraggio, Baciccia—rispose la donna con un vocione da basso profondo—fra poco siamo a casa.
—Ho le gambe fiaccate.
—Prendi Fifì, tirerò io.
Fifi nel lasciare il caldo e molle nido per andare a finire sotto la giacca di Baciccia, mandò un grido di malontento.
Cherubina prese le stanghe del carretto, tirò a tutta possa. Il marito la seguiva come un cane.
—Attraversando Centre St. dovettero arrestarsi perché passava un tram della Quarta Ave. Quel tram era pieno di gente allegra, giovani e ragazze sorridenti, che si permettevano mille libertà, in mezzo ad esclamazioni, proteste, risate clamorose. Certo tornavano da un ballo, e in essi vibrava tutta la voluttà che suscita la danza.
Cherubina guardò col suo occhio grigio quella gente spensierata, alzò le larghe spalle e mormorò qualche cosa in dialetto genovese.
Baciccia vide appena il carro ma Fifì sporse fuori la testa, aprì la bocca e mostrò i denti.
Il tram passò e i suonatori continuarono la loro via dirigendosi verso i Cinque Punti. La piazzetta che di giorno era tanto animata, appariva deserta, la neve si stendeva sopra i sedili, metteva i suoi rialzi sul palco dove in estate suonava la musica. Tutti i negozi erano chiusi, le case silenziose.
Attraversata la piazzetta dei Cinque Punti, entrarono in Mulberry Street, non ancora tocca a quell’epoca dal piccone del demolitore, ed entrarono in una di quelle case dai lunghi corridoi che mettevano a dei cortiletti, dove imperava il sudiciume sul pavimento e nei barili pieni di ogni rifiuto.
—Accendi un fiammifero, Baciccia,—disse la donna—bisogna vedere dove mettiamo i piedi. Baciccia dopo tre o quattro tentativi mal riusciti, arrivò ad accendere un fiammifero che illuminò debolmente il corridoio dando delle forme fantastiche alle figure, che sul muro, un tempo bianco, avevano col carbone disegnato dei ragazzi i quali certo non sarebbero mai diventati dei Raffaelli.
Ad un tratto Cherubina si arrestò, raccolse un involto che era in mezzo al corridoio; ma quando si rialzò il fiammifero si spense e non poté vedere di cosa si trattava.
Tenendo il fagotto stretto al seno, con una sola mano tirò il carretto sino all’angolo estremo del corridoio e quindi seguita dal marito, che non erasi accorto di nulla, aprì la porta del pianterreno.
I due sposi entrarono, Baciccia dette un gran sospiro di sollievo.
Cherubina, senza lasciare l’involto cercò a tastoni i fiammiferi e accese un lume a petrolio dal tubo mezzo rotto.
La stanza abbastanza grande con una stufa, un letto alcune rozze sedie, un tavolo zoppicante e un armadio nel quale erano le stoviglie, apparve illuminato debolmente.
Cherubina posò il fardello sul tavolo e disse:
—Vediamo se ho trovata la fortuna.—Baciccia guardò trasognato quel fagotto di cenci che ad un tratto si vedeva messo sotto gli occhi e chiese:
—Che diavolo è questo?
—Ora vedremo.
—Ma dove lo trovasti?
Anche Fifì guardava con i suoi occhi furbi mettendo fuori la testina dalla giacca del padrone.
Cherubina stava per sciogliere i lacci del fagotto quando si intese un vagito lieve, lieve.
Fifì drizzò le orecchie, Cherubina si fermò interdetta, Baciccia disse:
—Moglie vi è un gatto dentro. Tira via tutto, è un brutto scherzo.
La donna non era tale da avere paura di un gatto, neppure di mille gatti, sciolse in fretta il fagotto......
Dal petto dei due sposi uscì un grido di sorpresa. Avvolta in pezze di lana bianca videro una graziosa bambina, la quale doveva essere nata da poco. Restarono a bocca aperta, si guardarono con gli occhi sbarrati.
Baciccia alzò le braccia al cielo e Fifj cadde a terra mandando un gemito.
Finalmente Cherubina si scosse, poté parlare:
—Che bell’angioletto—gridò battendo le mani tutta allegra.
“Che bell’angioletto” gridò Cherubina battendo le mani tutta allegra.
—Presto, Baciccia, accendi del fuoco, la piccina avrà freddo.
—Ma, moglie mia....
—Zitto, ora accendi il fuoco poi ragioneremo.
Baciccia obbedì brontolando.
Cherubina prese delicatamente la bambina, e addolcendo la sua voce le fece mille moine; ma fu mal ricompensata che questa si mise a strillare.
Fifì sul tavolo guardava attonita e contrariata quella intrusa che le rubava le carezze della padrona.
—Non piangere angioletto del signore....hai freddo, ebbene ti scalderai.
Poi si batté la fronte e con accento comico e insieme doloroso disse:
—Certo ha fame!
Detto uno sguardo al seno turgido che non trattenuto dal busto le cascava giù sulla vita deformandola e poi:
—Dove troveremo il latte? Non certo in queste—e batté sul seno. Per tanto Baciccia aveva acceso il fuoco, un delizioso tepore si spandeva per la stanza; la bambina seguitava a strillare.
Cherubina posò un piccolo recipiente d’acqua sulla stufa, mentre andava dicendo vezzeggiando:
—Zitta, zitta, principessina, fra poco avrete una colazione magnifica.
—Ma infine, Cherubina, mi spieghi un poco, da che parte viene questa bambina?
—Testone, l’ho raccolta nel corridoio.
—Nel corridoio?
—Sicuro, non l’ho mica fatta io!
—Ma di chi è?
—Chi lo sa? Certo fu abbandonata da genitori iniqui, e se la madonna benedetta non ci faceva rientrare in questa casa, forse la poverina sarebbe morta gelata.
—Ma cosa vuoi farne?
—Tenerla.
—Tenerla?
—Sicuro tenerla. Oh cosa credi che voglia rimetterla nel corridoio?
—Ma bisognerà portarla alla polizia.
—No, no, Baciccia, la terremo noi.
Poi con uno slancio di emozione e tenerezza, che era impossibile sospettare in quella donna dall’aspetto maschio e duro, aggiunse:
—Terrà il posto della nostra Luigina. Te la ricordi, oggi avrebbe quindici anni.
Baciccia, chinò il capo e due lagrime gli scesero giù pel volto abbronzato dal sole, contratto da rughe profonde.
L’acqua era calda, Cherubina la versò in una tazza. vi mise dello zucchero, poi alcune goccie di wiskey, quindi riempì il cucchiaino e lo avvicinò alle labbra della piccina che succhiò avidamente.
Un sorriso di orgoglio e soddisfazione illuminò il volto di Cherubina.
Fifì saltellava sulla tavola, apriva le labbra mostrava i denti bianchi, e Cherubina disse:
—Baciccia tu pensa a Fifì.
La scimietta ebbe una mela mezza marcia e si mise a mangiare allegramente.
Quando la bambina ebbe sorbito parecchie cucchiaiate del liquido confortante serrò gli occhi.
Allora Cherubina la posò sul letto, aprì il cassettone e prese della biancheria che un tempo aveva servito alla figliuoletta sua.
Con una delicatezza incredibile, pulì per bene la bambina e la involse in pezze candide.
Il volto di quella donna che passava per un’arpia, aveva in quel momento una dolcezza bonaria da sedurre, era il vero ritratto della maternità felice.
Terminata la delicata operazione, pose sul letto la bambina e poi disse:
—L’angioletto dorme, vuoi mangiare Baciccia?
—No, ho mangiato alla festa.
Ed è vero, perché i due coniugi tornavano da una festa di italiani, tenuta ad Hoboken e dove le giovani coppie avevano danzato al suono dell’organetto di Baciccia.
—Neppure io ho fame,—riprese Cherubina—andiamo a letto, per l’angioletto preparerò un comodo lettuccio.
—Moglie, sei proprio decisa a tenerla?
—Ma sicuro!
—Come faremo? Poi non ti sembra che sia nostro obbligo denunziare il fatto alle autorità?
—Le autorità non ci entrano. Dei genitori infami, disumani, delle canaglie degne di corda hanno abbandonato la piccina, il buon Dio provvede perché essa trovi dei nuovi genitori, per ciò nessuno deve metterci il naso. Sarebbe bella davvero!
—Ma chi ci penserà nel tempo che saremo a suonare.
—Senti, Baciccia, a Hoboken vi è una brava donna, una paesana nostra che da poco ha avuto un bambino; mi ha detto stasera che ha tanto latte da mandarne una giara al mercato.
Marianna ci penserà, l’alleverà, la ingrasserà, e tutto andrà a meraviglia.
—Ma bisognerà pagarla?
—Pagheremo.
Baciccia guardò stupefatto la moglie.
Come, la sua Cherubina che per un soldo si sarebbe fatta cavare gli occhi, ad un tratto diveniva così splendida?
Baciccia era troppo grossolano per poter comprendere quale rivoluzione possa produrre nel cuore umano, l’amore per una bambina.
Cherubina comprese ciò che passava per la mente del marito e continuò:
—Pagheremo; cosa credi che voglia lasciare ammuffire tutti i nostri soldi? Se la Luigina fosse vissuta avrebbe dovuto essere allevata come una signorina. Iddio ci manda un’altra Luigina e per lei spenderemo senza contare. Tu sai che possiamo spendere.
—Non siamo poi tanto ricchi, mormorò come ultima protesta Baciccia.
—Non dubitare che non toccheremo i denari depositati alla Bleecker Bank, ho da parte un centinaio di belle monete di oro e per adesso basteranno.
Baciccia si arrese; in fin dei conti non toccavano le migliaia che avevano alla banca, e poi gli piaceva avere un essere sul quale concentrare le sue affezioni.
Cherubina svelta, allegra, sorridente, preparava nel cassettone un comodo lettuccio per la bambina.
Quando tutto fu pronto, la donna disse:
—E Fifì?
La cercarono e la trovarono tutta accoccolata vicino alla bambina ,anche lei cominciava ad amare la trovatella.
Cherubina sorrise e disse:
—Brava, Fifì.
La bambina fu adagiata sopra un molle guanciale; dormiva saporitamente.
I due sposi la guardarono a lungo, ammirati.
—Ebbene, Baciccia, come la chiameremo?
—Luigina,—rispose questi.
Si abbracciarono piangendo di gioia....
Di fuori la neve continuava a cadere con violenza, un denso e candido tappeto copriva New York.
CAPITOLO V.
Il pianto della piccola Luigia,—oramai conserveremo questo nome alla protagonista di questa pietosa storia—svegliò Cherubina, che svelta come una giovinetta saltò dal letto.
Sulla stufa era ancora il vaso dell’acqua, la brava donna fece la solita bibita, che la bambina succhiò con la stessa avidità della prima volta.
Scherzando e vezzeggiando, Cherubina cambiò la biancheria della bambina, e quando questa si fu addormentata la ripose nel suo giaciglio, poi si rivolse al marito dicendogli:
—Su, pigrone, alzati. Vai alla bottega e compra del latte condensato; ma di quello di prima qualità.
Baciccia si alzò brontolando, mentre Fifì saltava di qua e di là allegramente.
Quando Baciccia stava per uscire Cherubina disse:
—Passa dal farmacista e prendi una bottiglia, e della cipria, e piumaccino, e sopra tutto non dire una parola a nessuno. Ricordati. Vai ad un negozio e ad una farmacia americana. Non voglio chiacchiere.
Seguitava a nevicare, le vie erano quasi impraticabili. La grande città di consueto tanto rumorosa, era immersa nel silenzio ad onta che fossero già passate le otto.
Il brav’uomo fece le sue commissioni e se ne tornò a casa tutto bianco di neve, trovò la moglie che cantava allegramente.
Quella donna che per le vie metteva paura ai ragazzi, che tutti ritenevano senza cuore, e solo desiderava di accumulare danaro, erasi ad un tratto trasformata.
Il miracolo lo aveva fatto la trovatella.
Giuseppe Lavagnino, detto Baciccia, e sua moglie Cherubina, detta la granatiere, erano nati nello stesso paese, sulla riviera di Genova, vicino a Chiavari, un paese che pareva arrampicato sopra le roccie che bagnano i loro piedi nelle azzurre acque del Mediterraneo.
Lui da giovane faceva il pescatore, aveva una piccola barca che tutte le mattine trascinava in acqua e correva con la sua rete alla pesca. Era molto fortunato e raramente alla sera tornava con poco pesce.
Vendeva la pesca a buon prezzo, tirava a secco la barca, e saliva come un capretto verso il suo povero abituro. Per via incontrava Cherubina che tornava da fare pascolare le pecore, facevano assieme la strada che ancora restava a percorrere.
Cherubina era una ragazzotta che avrebbe potuto lottare con tutti i giovanotti del paese, faceva da garzone in una famiglia che l’aveva tolta dall’ospizio degli orfani.
Una sera che Baciccia reso lieto perché la pesca era andata meglio del solito, disse a Cherubina:
—Senti un poco, se ci sposassimo.
—Sposiamoci,—rispose semplicemente la ragazza.
Siccome neppure Baciccia aveva padre e madre, ed era libero come l’aria, così due mesi dopo erano marito e moglie.
Passò un poco di tempo; dall’America giungevano notizie di molti chiavaresi che avevano fatto fortuna, si facevano i nomi di molti che a New York avevano denari a palate.
Quel miraggio d’oro, metteva la febbre in corpo a molti, anche Baciccia fu preso dal male americano.
Ne parlò a Cherubina, avevano in fondo al baule quasi un migliaio di lire, poi vendendo le pecore, la barca e le reti si poteva raggranellare ancora altro danaro.
Ne erano partiti di quelli che avevano solo il danaro per il viaggio. Perché non tentare? Cherubina non fece eccezione e si contentò di rispondere:
—Partiamo.
Partirono pieni di fede nell’avvenire.
Giunti a New York, con quell’odorato fine che distingue i figli della forte e generosa Liguria, compresero che le vie per giungere presto a far denaro erano tre.
O si mettevano a vendere pinozze, o suonare l’organetto, oppure si davano a taroccare.
Taroccare vuol dire chiedere l’elemosina, muniti di una specie di foglio di via, uomini e donne si danno a percorrere le campagne mendicando, e questi viaggi sono molto proficui, tanto che negli Stati Uniti molti e molte che oggi possiedono dei dollari a migliaia, e intimidiscono i poveri con la loro superbia, cominciarono col taroccare.
Ci sarebbe da notare delle piccanti avventure su questo genere di industria, ma ci riserbiamo in un altro romanzo di penetrare il mistero del mondo dei Tarocconi.
Diremo solo, che, sia leggenda o verità, che le tarocchine, così si chiamano le accattone giovani, quando sono in campagna hanno pochi scrupoli.
E si capisce, il loro programma è quello di far danari ad ogni costo.
Poi col danaro tutto si ripulisce e si mette a nuovo. Così va il mondo.
Baciccia era un montanaro, e come un Garfagnino, aveva le scarpe grosse ed il cervello fino, e perciò ragionava molto bene.
Scartò subito la professione del taroccare, sia perché non gli piaceva di elemosinare, poi perché amava la moglie e non voleva esporla a pericoli.
Scelse adunque l’organetto.
Lo strumento fu comprato con facilità. Baciccia dette un buon acconto, e gli venne subito consegnato.
Ma l’organetto senza la scimmia a quei tempi non andava, bisognava comprarne una.
L’affare non fu facile, tutte quelle bene addomesticate avevano i loro padroni.
Baciccia aveva perduto la speranza di mettere su scimmia quando un tale che andava in Italia gli cedette la sua che era un vero portento.
Si chiamava Fifì, ma non era quella che abbiamo visto nella casa di Baxter St.
Faceva le manovre, salutava, scaricava la pistola, saliva su per i canali, si allungava verso le finestre, porgeva il piattino, riceveva il soldo e salutava.
Se non le davano nulla, fischiava in certo modo, che pareva che volesse dire:
—Che avari.
Con una scimmia simile, e un organetto buono, Baciccia e Cherubina cominciarono a far soldi a cappellate.
Qualche volta i ragazzi davano noia a Baciccia, ma Cherubina arrivava sempre ad afferrarne qualcuno per dargli una dose di scapaccioni da far ballare il cervello nella sua scatola.
Quando col piattino in mano entrava nei bar rooms e qualche imprudente tentava uno di quei scherzi non ammessi dalla decenza, Cherubina si metteva in posizione come un pugilista, pronto a battersi.
La soprannominarono la granatiera.
Allorché i due sposi ebbero accumulato i primi cento dollari, divennero di un’avarizia esosa.
Si può dire che non mangiavano per risparmiare.
Camminavano l’intero giorno, penetrando in tutti i quartieri, e quando si sentivano mancare dalla fame, mangiavano avidamente del pane e delle cipolle. Alla prima fontana che incontravano si dissetavano e con maggior lena riprendevano il loro viaggio.
Gli affari andavano a gonfie vele, già al Bleecker Street Bank, avevano delle migliaia di dollari, allorché Cherubina restò incinta.
Anche negli ultimi mesi della gravidanza Cherubina seguiva l’organo; del resto aveva un personale così tarchiato che ben difficilmente si notava il suo stato.
Venne finalmente il giorno dello sgravo, ebbero una bambina e l’amarono tanto; ma quell’angioletto volò al cielo, e i due sposi si misero a lavorare e ad economizzare con più accanimento di prima.
Perché?
Non avevano figli, Cherubina era una trovatella, Baciccia aveva dei lontani parenti.
Potevano smettere nel 1882 e ritirarsi in Italia con un gruzzolo che passava i cinquantamila dollari, e invece continuavano una vita da cani, in quella stamberga di Mulberry Street, che non avevano mai né abdonata, né ripulita.
L’avarizia è un vizio come un altro, e uno dei peggiori. Questo vizio deplorevole dominava Baciccia e più di tutti la moglie sua.
Era una disgrazia, ma per tali mali, difficile è il rimedio.
Né si poteva spiegare per chi accumulavano tanto denaro.
Figli non ne avevano, la loro Luigina riposava sotto la terra grassa del cimitero; parenti, qualcuno lontano, lontano che viveva tranquillo sulle montagne liguri.
Il loro massimo piacere era quello di decifrare i geroglifici del loro libretto di banca, di far le somme alla meglio e poter dire diecimila, ventimila dollari!
Cherubina aveva anche un bel gruzzolo di monete d’oro, entro una calza che nascondeva nel fondo del baule.
Quando era sola rovesciava sul tavolo quelle monete, e tutta la stanza appariva come illuminata dal fulvo luccicare dell’oro.
Cherubina ci immergeva con voluttà le mani, si godeva del tintinnio che mandavano e quel tintinnio era per essa la più dolce delle musiche.
Nulla di strano adunque se in quella fredda mattina di Febbraio ,in quel primo giorno di Quaresima nel quale il cielo, copriva il capo dei mortali non di cenere ma di neve, Baciccia restasse sorpreso nel sentire che la moglie non pensava a spendere, onde nulla mancasse a quella bambina trovata come uno straccio in mezzo all’umido corridoio della povera casa di Mulberry St.
CAPITOLO VI.
Il latte condensato, sciolto nell’acqua calda, e posto nella bottiglia, fu sorbito con voluttà dalla trovatella.
Cherubina andava in estasi, mandava delle esclamazioni giulive, vezzeggiava. La voce dal timbro maschio si faceva carezzevole. Avveniva in quella suonatrice d’organetto una vera e propria trasformazione.
Baciccia ne fu sedotto anche lui, il suo cuore tutt’altro che cattivo veniva come riscaldato dallo spettacolo che si svolgeva sotto i suoi occhi.
Anche Fifì sembrava goderne, saltava di qua e di là, fischiava allegramente, mostrava i denti bianchi, andava dal tavolo al letto, guardava la trovatella, si accoccolava ai suoi piedi, quasi volesse riscaldarla.
La Luigina dormiva, Cherubina esaminò con cura i cenci dei quali la bambina fu involta.
Erano pezze ordinarie, scialletti caldi, ma da pochi soldi.
—Certo,—disse Cherubina al marito—si tratta della bambina di povera gente. Dei disgraziati genitori che non avevano danaro per allevarla, o di qualche ragazza che ha voluto far scomparire le traccie del suo fallo.
—Moglie mia, ma non credi che faremo male a tacere?
—E perché dobbiamo parlare? Senti, Baciccia, noi alleveremo questa orfanella, sarà la nostra gioia, il nostro amore.
“La Madonna ce l’ha mandata e non bisogna rifiutare i suoi doni.
Domani la porteremo a Jersey City dalla nostra compaesana, poi vedremo.
—Pensa che bisognerà pagare la pensione.
—Sicuro che bisogna pagarla. Voglio che sia trattata come una principessa. Te lo ripeto, ho del danaro mio; non si toccherà quello della banca.
—E alla gente cosa diremo?
—Quando la Luigina sarà allevata, diremo che è una nostra nipote venuta dall’Italia.
‘Non dobbiamo rendere conto a nessuno di ciò che facciamo; hai capito, testone.
In quel momento la bambina si svegliò e pianse.
Cherubina corse a cercare la bottiglia, ma non la trovava; finalmente scorse Fifì, che beatamente succhiava il latte.
La donna strappò la bottiglia dalle mani della scimmia e le dette un tal man rovescio, che la poverina ne restò tutta sbalordita, e per l’intera giornata non ebbe più voglia di giuocare.
L’indomani non nevicava più.
Di buon ora Baciccia e la moglie presero la via del New Jersey, e ben presto la Luigina poté attaccarsi al petto colmo di latte di una brava donna la quale disse semplicemente:
—Avevo un figlio ora ne ho due.
Non domandò spiegazioni; felice e soddisfatta di quel tanto che le fu offerto e che assicurava il pane quotidiano alla sua famigliuola tutt’altro che ricca.
Cherubina si staccò dalla trovatella con le lagrime agli occhi e si consolò solo quando Baciccia le disse:
—Torneremo presto; il nostro mestiere è quello di girare, faremo una passeggiata da queste parti e vedremo la marmocchia.
CAPITOLO VII.
Venti giorni dopo questo avvenimento, Annie Richardson completamente guarita, se ne stava nel suo delizioso gabinetto da lavoro, perduta in una dolorosa meditazione.
Il suo volto era ancora pallido e i suoi occhi bellissimi apparivano molli di pianto.
La poverina pensava al suo triste destino, pensava alla bambina che le era stata tolta.
Povera fanciulla!
Caduta vittima di un infame e premeditato delitto, un furfante si era reso padrone del suo corpo, ne aveva contaminato la verginità, e Iddio spietato aveva voluto rendere fruttuoso quel delitto perché tutto il mondo sapesse la sua onta.
Eppure, Annie non era cattiva; aveva il cuore buono, generoso, nobile, avrebbe fatto la gioia, la felicità di una famiglia.
Ora a lei tutto era negato, perché il mondo non ha pietà per la donna che cade, anche quando questa caduta è l’opera di un mostruoso delitto, di un momento funesto di abbandono.
E la sua bambina? Perché non era presso di lei? Perché quando ne chiedeva conto la madre le rispondeva appena?
Se avesse la figlia si ritirerebbe con lei lungi da New York, sicura che l’amore materno le avrebbe fatto dimenticare tutti i dolori, tutte le umane perversità.
Che caduta!
Almeno avesse avuto il conforto di avere amato un uomo degno di lei!
Ma no; la sua gioventù i suoi fiori d’arancio se gli era presi brutalmente un miserabile senza onore, il quale aveva calcolato freddamente quella rovina, pensando al beneficio che poteva ricavarne.
Si sentiva umiliata, oppressa, ferita nel cuore e nell’orgoglio.
Essere scesa tanto in basso, lei che era ritenuta per saggia e seria, che aveva sdegnato fin da giovanetta anche le più piccole confidenze in uso fra maschi e femmine della stessa età!
Come era punita di quella specie di alterezza che la faceva credere superba, mentre proveniva da un sentimento grande di pudore.
Ed erasi conservata pura di mente e di corpo, perché quel tesoro lo godesse il più vigliacco degli uomini.
A togliere Annie da tali dolorose meditazioni venne la madre.
La fanciulla nel vederla si scosse.
—Annie,—disse la madre—come ti senti?
—Bene, mamma.
—Siché potrai ricevere una visita?
—Una visita?
—Sicuro, non vorrai mica startene eternamente separata da tutti! Del resto è d’uopo che ti si veda, si fanno già dei comenti poco belli sulla tua lunga malattia di.... occhi.
—Mamma, io desidero lasciare New York con la mia bambina.
Maria Richardson abbracciò con amore la figlia e le mormorò:
—Coraggio!
—Coraggio?—ripeté Annie scossa da un brivido.
—Sì, coraggio, perché.... perché....
Indugiava a dire la triste menzogna.
—Perché—gridò Annie alzandosi—mia figlia è morta!
La madre chinò il capo e non rispose.
—Va bene,—riprese la poverina ritornata calma— ora può venire la morte, non desidero altro che quella.
Allora la madre prese fra le braccia la figlia e le parlò a lungo.
Perché disperarsi? Dio sapeva ciò che faceva.
Per Annie sarebbe ritornato a risplendere il sole, l’avvenire le apparteneva; del fallo commesso non esisteva più nessuna prova, l’onore era salvo e Annie ritornava la fanciulla invidiata, amata, desiderata.
La fanciulla ascoltò a lungo quella strana morale della madre, sorpresa che una donna stimata, religiosa potesse volere un continuo inganno, una continua menzogna.
Si ribellò; non voleva essere complice di tali mistificazioni, non accetterebbe l’omaggio del mondo essendone indegna.
Allora Maria Richardson fu spietata.
Bisognava ad ogni costo salvare l’onore del nome. Ricordò le virtù dello sposo suo, la stima che circondava la famiglia Richardson, insisté inesorabile come un giudice sulla necessità di non richiamare sopra un nome intemerato una tempesta di fango.
—Ma infine, madre mia, cosa pretendete?
—Ti mariterai.
—Io?.... Io maritarmi?
—Sì.
E dovrò portare al mio sposo il corpo contaminato, la mia verginità profanata?
—Tu sei ricca, bella, giovane....
—Ma chi mi amerà dopo aver saputo che fui madre?
—Tacerai.
—Oh! e siete voi madre mia che mi suggerite il più infame dei delitti?
Maria Richardson restò ammutolita.
Annie in piedi fremente era bella nel suo grande supremo dolore.
—Mamma, ascoltatemi; io posso avere delle attenuanti per il fallo commesso; vi giuro ancora una volta che ad esso non ci fu la mia partecipazione diretta. Restai affascinata come l’incauto uccello che va a finire nelle fauci del serpente; ma mi riterrei l’ultima delle miserabili, la più ignobile delle perdute, se ingannassi l’uomo che divenisse mio marito.
—Ebbene, Annie—rispose Maria la quale aveva riacquistato la calma e la lucidezza delle idee—quando mi si chiederà la tua mano, io svelerò il nostro segreto all’uomo che ha il diritto di saperlo. Se non perdonerà è segno che non ti ama e aspetteremo.
Fu bussato all’uscio.
Era Tom, il negro, il quale veniva ad annunziare che nella sala d’aspetto eravi il principe Orloff.
—Annunciate al principe che veniamo subito.
Il servo si ritirò.
—Annie, figlia, è d’uopo che tu veda il principe, egli ti ama. È d’uopo obbedire.
Annie chinò il capo e seguì la madre.
CAPITOLO VIII.
Il principe Pietro Nicola Orloff, non aveva che venticinque anni; ma ne dimostrava molti di più.
Suo padre un prediletto dell’Imperatore Alessandro II, era stato capo della polizia di Pietrogrado, e il suo nome è ancora maledetto da milioni di sventurati che agonizzano nella terribile Siberia.
Un giorno per mani di una giovine Nichilista, il feroce capo della polizia era caduto morto con una pugnalata al cuore.
Il suo figlio unico, Pietro Nicola, restò padrone del nome e delle immense sostanze del padre.
Cresciuto fino a quel momento in una specie di schiavitù appena fu libero, corse a Parigi, nel gran crogiuolo dove si fondano le più colossali ricchezze.
Il principe Orloff, divenne presto alla moda, i suoi cavalli, il suo palazzo, le sue amanti davano il tema a tutte le cronache mondane.
Giuocatore, come la maggior parte dei russi, lasciò sul verde tappeto del Clubs aristocratico delle somme enormi.
Per tali pazzie gli interessi della sua fortuna non bastavano, e il giovane principe si dette allegramente ad intaccare il patrimonio. Le sue vaste tenute furono in breve coperte da ipoteche, una ricca miniera di malachita fu affittata per dieci anni ad una compagnia di capitalisti, che sborsò un milione di rubli.
Quattro anni bastarono al principe per gettare al vento una delle fortune migliori della Russia.
Lo sciagurato stava per trovarsi nella miseria quando intervenne lo czar il quale fece sequestrare l’ultima tenuta del principe assicurandogli così rendita di seimila rubli.
Ventiquattromila franchi all’anno, per il principe erano una miseria, e non poteva neppure contare sulla miniera di malachita, perché ad un tratto il prezioso filone era cessato e i capitalisti che l’avevano in fitto sospesero i lavori.
Un amico molto furbo consigliò il principe ad andare nell’America del Nord, dove certo avrebbe trovato, una qualche ricca ereditiera pronta a diventare principessa.
Il consiglio fu inteso ed Orloff fu accarezzato, ricercato, voluto.
Strano fenomeno, quello di quei vecchi lavoratori che hanno accumulato milioni, i quali sembra che ispirino a far dimenticare le loro umili origini imparentandosi coll’aristocrazia d’Europa, che manda in America i rampolli degenerati di una razza che un tempo fu nobile e cavalleresca.
I discendenti delle crociate vendono a caro prezzo la loro corona e l’America è divenuta una specie di mercato per la nobiltà rovinata che vuole indorare a nuovo il suo blasone.
Il principe Orloff, vide Annie Richardson, e siccome portava nel suo cesto di nozze venti milioni di dollari ed era una bella e gentil fanciulla, decise di farla sua sposa.
Con la ragazza non aveva parlato che poche volte, e questa che era affetta da una grande e dolorosa malinconia, fece capire che di matrimonio non voleva saperne.
Entrò allora in scena la madre, la quale consolò il principe persuaso di avere un’alleata potente.
Venne poi la malattia degli occhi e da più che tre mesi Orloff non aveva visto la bella Annie.
Il principe rivide la signora Richardson alla festa in casa Stuart ed ebbe da essa l’assicurazione che entro venti giorni avrebbe riveduta Annie, guarita dalla malatta degli occhi.
Puntuale come un vero principe, al ventesimo giorno si presentava come abbiamo sentito annunciare da Tom al palazzo Richardson.
La sala di aspetto dei Richardson era di una ricchezza straordinaria, si vedeva che i padroni vi avevano profuso tesori. Gli oggetti d’arte si trovavano accatastati, quadri, statue, armi, scrigni preziosi, incrostati di pietre dure e di gemme, candelabri d’oro finamente cesellati che parevano tolti al famoso tesoro di Benvenuto Cellini.
I tappeti venivano direttamente da Smirne, i lampadari da Murano, le trine dalla Fiandra, le sete dai vivaci colori leggiere come tele di ragno, dal Giappone.
Il principe Orloff, nel tempo che attese le signore, ammirò tutto ciò che lo circondava e dovette convenire che gli americani, non sono poi quei tali selvaggi dipinti in Europa.
La signora Richardson, appena entrò corse verso il principe e gli strinse la mano all’inglese dicendo:
—Benvenuto, mio caro principe.
Annie si inchinò freddamente.
—Signorina—disse il russo—godo nel vedere che lo splendore dei vostri occhi non fu per nulla offuscato.
Quanti vi conoscono saranno lieti di sapere che le più belle gemme della città di New York conservano l’antico fascino e splendore.
—Principe—interruppe Annie—avete il vizio di tutti gli europei, madrigali, complimenti, adulazioni. Per ciò basta sul capitolo occhi. Cosa dicono le cronache mondane?
—Si aspetta il ballo di casa White. Se ne dicono meraviglie. Spero che la signorina Annie non ci mancherà.
Annie fece un gesto di noncuranza.
—Non vi diverte il ballo?
—Non ne sono molto fanatica—rispose Annie.
—Eppure mi assicurano che eravate una ballerina delle più appassionate.
—Cangiano i saggi....
—Signorina Annie, ho sempre sentito dire che i saggi sono vecchi.
La conversazione prese un tuono leggiero; Orloff parlava molto bene, Annie lo ascoltava con un certo piacere e di quando in quando sorrideva.
Ad un tratto il principe disse:
—Sapete, signorina che i giornali ci danno come fidanzati?
—E voi non avete smentito ciò—esclamò Annie risentita.
—Signorina Annie, i giornali americani hanno il sistema di non smentire mai nulla; si credono infallibili come il sommo pontefice.
La signora Richardson a quelle parole dette in una squillante risata, anche Annie sorrise.
Del resto avevo compreso che quel principe russo, era lo sposo che la madre le destinava, e siccome avrebbe dovuto maritarsi, tanto era l’uno che l’altro.
Il principe fu pregato di restare a pranzo, egli accettò manifestando una gioia che fu gradevolmente notata da Annie.
Terminato il pranzo passarono nella sala della musica, Orloff suonò maestrevolmente della buona musica; Annie che da tanto tempo non toccava più il piano, fu vinta dalle preghiere della madre e del principe, e suonò. Suonò da prima delle meste elegie, poi delle allegre composizioni, per ritornare poi ai mesti concenti che ad un tratto cambiava in note scapigliate.
Quei suoni così vari, davano alla perfezione lo stato del suo animo.
La madre comprendeva bene ciò che volevano dire quelle note ora meste, e ora allegre; ma Orloff, prendeva tutto per un capriccio di artista ambiziosa di far conoscere la sua abilità e batteva le mani con entusiasmo.
In un momento che la signora Richardson aveva lasciato soli i due giovani, il principe si avvicinò ad Annie e le disse con dolcezza:
—Signorina, vi è in una delle più poetiche terre d’Europa un vecchio e maestoso castello che attende una castellana, bella, gentile, virtuosa e buona come voi.
—Signorina, vi è in una delle più poetiche terre d’Europa
un vecchio e maestoso castello che attende una castellana,
bella, gentile, virtuosa e buona come voi.
“Volete essere principessa?”
“Volete essere principessa?”
Annie si scosse, impallidì per farsi poi rossa come la bragia, e restò muta.
—Annie—continuò con passione il russo—dicono che chi tace acconsente, devo ritenere vero il proverbio?
Annie volse il suo sguardo bellissimo sopra il giovane, e con accento timoroso chiese:
—E se io non fossi la fanciulla che sognate; se tutte le virtù che mi attribuite non esistessero?
Il principe protestò con un gesto pieno di dignità.
—Lasciatemi dire. Io non voglio ingannarvi. Se voi mi amate realmente, rinunziate a me, sceglietevi un’altra fanciulla degna di portare la corona principesca che mi offrite.
—Annie,—disse con mesto accento il principe—voi non mi amate e per ciò mi parlate così. Ma le vostre parole mentre mi recano un gran dolore, mi svelano qual tesoro io perderei se non riuscissi a farmi amare.
—Principe, parlate franco e leale e non offendetevi di quello che dirò: mi amate lealmente?
—Vi amo.
—E se fossi povera il vostro amore non cesserebbe?
Il principe restò interdetto; quella domanda così inaspettata lo metteva in imbarazzo, non si era preparato.
Però quel turbamento non durò che un lampo, e con accento fermo rispose:
—L’amore non guarda alle ricchezze.
Era però troppo tardi, né incertezza, né imbarazzo, sfuggirono ad Annie, la quale si formò il concetto che il principe amasse i suoi milioni.
Provò un gran disgusto, ma fu quasi di quella scoperta, poiché trattandosi di un contratto vantaggioso il principe non avrebbe guardato alla qualità della merce che gli davano.
Per ciò rispose con una certa ironia:
—Ebbene, principe, se ci tenete a sposarmi, parlate con mia madre, e quando avrete inteso ciò che ella vi dirà, se siete ancora disposto a darmi il vostro nome, ebbene, diverrò principessa.
Orloff dette un grido di goia. In quel mentre la signora Richardson entrava nella sala.
—Mamma,—disse Annie—il principe vuole parlarvi, io sono stanca e mi ritiro nelle mie camere. Buona notte, principe.
Annie ricevé sulle guancie i baci della madre e si ritirò seria e meditabonda.
Quando Annie fu scomparsa sua madre chiese al principe:
—Ebbene, avete affascinata Annie?
—Signora, la vostra figlia gentile e bella, acconsente a divenire principessa.
—Acconsente?
—Sì. Solo sembra che voi abbiate a rivelarmi qualche segreto, il quale, secondo vostra figlia, potrebbe farmi cambiare di parere.
La signora Richardson, ebbe il pensiero di raccontare la verità al principe. Era quello un buono e onesto pensiero, ma per disgrazia l’orgoglio, la paura del disonore, lo fecero sparire.
Sì, quella donna onesta, quella madre esemplare, quella vedova citata per le sue virtù, mentì.
Per salvare l’onore della famiglia aveva già commesso un delitto, e sempre per la stessa ragione ne commise un altro.
Come si spiegano certe abberrazioni?
Il cuore e l’orgoglio umano sono dei grandi misteri!
La signora Richardson invece di dire tutta la verità, ebbe la forza di ridere allegramente e rispondere al principe:
—Debbo difatti dirvi delle cose terribili:
“Annie è capricciosa, volubile, lascia spesso agire il cuore e poco la testa; ama i viaggi i divertimenti e il marito non deve fare il tiranno con lei. Annie voleva che vi dicessi tutto ciò, perché natura oltre ogni dire sensibile, non potrebbe sentire i vostri rimproveri. Ora che sapete qual’è volete ancora sposarla?
Il principe raggiante di lietezza rispose:
—Ciò che voi e Annie credete che siano gravi difetti, sono comuni a tutte le fanciulle. Io non sono un tiranno, sarò lo schiavo di Annie. Andremo dove vuole, ogni suo desiderio sarà un ordine per me.
—Benissimo, sono sicura che renderete felice quella buona e cara ragazza. Ed ora promettetemi di dire ad Annie, allorché vi interrogherà sul nostro colloquio, queste semplici parole: La mamma mi ha detto tutto ed io perdono e sono più innamorato che mai! Annie ha i suoi capricci e bisogna soddisfarla.
—Sarò lietissimo di seguire i vostri consigli.
—Principe, domani tornate e tutto sarà combinato.
Il russo se ne andò lieto e felice. Non era innamorato alla follia di Annie, ma le piaceva quella fanciulla delicata dalle forme fini e seducenti, dagli occhi che erano tutto un incanto. Poi le delicate manine di Annie portavano un appannaggio di parecchi milioni.
Le misteriose parole della fanciulla, le spiegazioni alquante frivole date dalla madre non lo turbavano affatto, sapeva che in America, le ragazze hanno delle stranezze, delle idee speciali, sconosciute nel vecchio mondo.
Ormai era sicuro del successo e sarebbe tornato in Europa ricco.
CAPITOLO IX.
Annie quando fu nella sua camera dette in pianto.
Ripensò alla bambina morta senza il bacio materno, ricordò la commedia che aveva recitato, rivide l’imbarazzo del principe allorché alluse alla sua ricchezza, e giudicò che quell’uomo che la voleva sposare era niente più e niente meno che un miserabile come Dulac.
Aspettò febbrilmente la madre per sapere il risultato del suo colloquio col principe.
Mille pensieri strani le mulinavano nel cervello. Se il principe l’avesse rifiutata forse l’amerebbe; se accettava di sposarla sapendo il fallo commesso lo riteneva come un vile miserabile, e lo avrebbe sposato pur disprezzandolo e odiandolo.
Vi sono nella vita dei momenti tragici nei quali anche le anime più elette sentono il bisogno della rappresaglia.
Essa pagava un nome e un titolo parecchi milioni; ma guai a colui che concludeva un tale ignobile mercato.
Poi sarebbe sempre la stessa storia. Se fosse stata povera poteva sperare di trovare un uomo che l’amasse veramente, che perdonasse la colpa e le stendesse la mano dicendole:
—L’amore purifica.
Allorché la madre entrò nella camera della figlia, con accento allegro disse:
—Annie, sarai principessa.
Tutto il sangue afflì al cuore della fanciulla, con un fil di voce chiese:
—Gli avete detto tutto?
—Tutto.
—E....
—Ti ama più che mai.
La signora Richardson era nell’ingranaggio, una menzogna ne tirava un’altra, le colpe si accumulavano alle colpe e tutto per l’onore del nome!
Annie si contentò di dire:
—Ebbene mamma, sarò principessa e che Iddio ci protegga tutti.
—Ricordati Annie che il principe non vuole udire mai più una parola che accenni alla tua disgrazia.
—Sia, tacerò.
La madre abbracciò teneramente la figlia e quindi si ritirò.
Annie rimasta sola ebbe un impeto di furore.
Erano dunque dei vigliacchi tutti gli uomini? Fossero essi dei servi o dei principi?
Perché quell’uomo aveva accettato subito senza chiedere tempo a riflettere?
Perché tirava ai suoi milioni?
Era chiara, chiara come la luce del sole.
La invase un disgusto grande, avrebbe voluto correre dalla madre per dirle di scacciare il principe, non ne ebbe il coraggio.
A poco a poco si calmò.
Non aveva il diritto di ribellarsi. Cosa pretendeva una fanciulla madre? Di trovare il più leale e il più buono degli uomini?
No: doveva essere felice contenta di quel principe che la riabilitava, che le rendeva uno stato regolare che le conservava l’onore.
Si spogliò febbrilmente ed entrò nel letto agitata, convulsa, combattendo le sue idee, a volte adirandosi a volte accettando tutto, quasi felice di ciò che stava per accadere.
Ma nella calma e nell’ira la dominava un grande invincibile disprezzo per il suo futuro marito.
Si addormentò all’alba e sognò che un angioletto dal cielo le sorrideva..............................
CAPITOLO X.
L’indomani il principe Orloff ebbe un lungo colloquio con Annie, e quando questa gli chiese:
—La mamma vi ha detto tutto?
—Tutto—rispose il principe.
—E non vi è cessato l’amore?
—No, l’amore è aumentato.
La fanciulla avrebbe voluto sferzare col suo disprezzo il principe, non lo fece e mentendo a se stessa, sorrise.
Fu stabilito che entro un mese si sarebbero celebrate le nozze; gli sposi lascerebbero New York per recarsi in Russia, dove lo Czar riceverebbe il principe ritornato in favore.
Per un mese al palazzo Richardson fu un andare e venire di fornitori di ogni genere.
I giornali parlavano del matrimonio come di un grande avvenimento, i ritratti dei fidanzati figuravano nelle edizioni domenicali; si dava la biografia del principe, i disegni dei suoi castelli, dai quali stavano per essere tolte le ipoteche.
I giornali predicevano che la giovane americana sarebbe stata creata dama di corte della imperatrice, e lasciavano trasparire un senso di amor proprio soddisfatto, come se godessero nel vedere la figlia di un mercante arricchito. tanto vicina al più potente trono della terra.
Annie era giovane e in tutto il tumulto che la circondava si stordiva e quasi dimenticava.
Il principe, il quale appena fidanzato della ricca ereditiera aveva trovato danari più del bisogno, ogni giorno mandava splendidi regali. Erano gemme rare, diademi, collane, fermagli meravigliosi. Annie, non potendo indovinare come il fidanzato si procurasse il danaro, cominciava a credere che fosse ricco, allora cadevano i suoi sospetti, ed era felice di credersi amata per sé sola.
Alla futura suocera Orloff non aveva nascosto nulla, così allorché si misero in chiaro le clausole del contratto, Annie comprese che le terre del principe esistevano è vero ma doveva riscattarle con la dote della moglie.
Il mercato appariva chiaro. Quel nobile gentiluomo al quale lo Czar aveva inviato congratulazioni e doni, vendeva il suo nome ad una fanciulla-madre.
Quanta abbiezione!—pensava Annie.
Venne il giorno del matrimonio.
Tutta la Fifth Avenue dalle Quattordici strade fino alle Quarantacinque strade era una fila di eleganti equipaggi, che aveva portato al palazzo Richardson tutti i magnati del danaro, tutte le più ricche e belle donne della Metropoli.
Il palazzo degli sposi sembrava un giardino, fiori dovunque, cascate, archi, trofei di rose tramandanti inebrianti profumi.
Nella galleria dei quadri trasformata da migliaia di tralsci di fiori di arancio fatti venire con treno speciale dalla Florida, ebbe luogo la cerimonia nuziale.
Annie indossava una stupenda veste color gris-perle punteggiata al corsetto da centinaia di brillanti.
I tradizionali fiori d’arancio non completavano la toilette matrimoniale, Annie su quel punto fu inesorabile, le ripugnava di aver i simboli del candore e della verginità che essa non meritava.
Dopo la cerimonia la nuova principessa ricevé le felicitazioni dei presenti.
Primo ad ossequiarla fu l’Ambasciatore russo il quale le partecipò che l’imperatrice l’aveva nominata dama di corte e cavalieressa dell’ordine di Sant’Anna.
Il ministro in mezzo alla sorpresa e all’ammirazione generale appuntò al petto della sposa la decorazione in brillanti e quindi tre volte ripeté:
—Dio salvi lo Czar! Poi chinò un ginocchio a terra e baciò la mano della sposa, mentre il principe Orloff gridava:
—Lunga vita alla Czarina!
Dopo la lauta colezione, durante la quale vennero fatti i brindisi e gli auguri d’uso, gli sposi accompagnati dalla signora Richardson si recarono al dock della Imman Line e si imbarcarono per l’Europa.
Era convenuto che la madre della principessa e il suo fedele servo Tom si sarebbero fermati a Parigi, mentre gli sposi avrebbero continuato per Pietroburgo.
A bordo del Teutonic gli sposi occupavano un elegante appartamento degno di un sovrano.
È notte alta, il mare quieto e tranquillo sembra un gran lago.
Annie e Orloff sono nei loro appartamenti, la signora Rihardson a poppa guarda con insistenza la striscia fosforescente che lascia dietro a sé il battello.
—Signora—mormora ad un tratto vicino a lei la voce di Tom—l’aria fresca della notte può esservi fatale.
La donna si scuote, prende per un braccio Tom e con voce fremente disse:
—Tom, l’onore dei Richardson è salvo; ma noi abbiamo commesso un delitto. Dio ce lo perdoni!....
.................................................
Quasi nello stesso momento Annie senza amore, vincendo a stento disprezzo e disgusto si dava al suo sposo assetato di ricchezza e folle di passione...........
.................................................
FINE DEL PROLOGO
PARTE PRIMA
La Bella Luigina
CAPITOLO I.
Siamo nella primavera del 1897, quindici anni sono passati dagli avvenimenti svolti nel prologo di questa storia, e noi cercheremo di riassumere gli avvenimenti successi in questo lasso di tempo, in pochi capitoli.
Nel 1897 la casa di Baciccia e Cherubina non esisteva più. Un grande isolato di Mulberry era caduto sotto il piccone demolitore.
I tutelatori della pubblica igiene avevano compreso che bisognava dare aria e luce in mezzo ad un quartiere dove si addensava una popolazione fitta come le mosche.
Del resto gli abitanti delle adiacenze dei Cinque Punti avevano anche loro diritto ad un giardino, dove verdeggiasse qualche pianta, spuntassero dei fiori e ci fossero dei sedili per accogliere quei che nelle belle giornate, non potendo andare alla campagna, desiderano riposarsi e respirare un poco d’aria profumata dalle esalazioni dei fiori e delle piante. La piazzetta dei Cinque Punti aveva perduto accanto al Mulberry Bend molto del suo allegro movimento, ma restava sempre il centro dove si adunavano i vecchi abitanti del quartiere attaccati a quel pezzo di terra libera come le ostriche allo scoglio.
Baciccia e Cherubina non avevano aspettato il piccone demolitore per lasciare la loro misera abitazione. Fino dal 1892 abitavano, proprio sulla piazzetta dei Cinque Punti, una graziosa casetta, tutta linda e civettuola, che i suonatori di organetto avevano fabbricato sopra un terreno proprio, facendo strabiliare quanti li conoscevano, per quanto, da tempo fossero loro abituati al cambiamento di vita.
La trovatella Luigina era rimasta nel New Jersey fino alla età di cinque anni, poi Cherubina l’aveva portata a New York.
Quel donnone che pareva un granatiere in abiti muliebri, amava con una tenerezza infinita la bambina che il cielo le aveva mandato. Vi è da scommettere che se fosse stata sua figlia non l’avrebbe amata tanto.
Per cinque anni quasi ogni giorno i due suonatori si dirigevano verso Jersey City, camminavano tutto il giorno, suonavano, raccoglievano soldi. Fifì sempre più ammaestrata faceva furore, tutti i ragazzi del New Jersey la conoscevano, la impinzavano di dolci, noci, pinozze, gli affari andavano a gonfie vele.
Alla sera dopo aver coperto l’organo, senza dire una parola prendevano la via che conduceva alla casa che ospitava la Luigina.
Vi arrivavano trepidando. Appena Cherubina la scorgeva correva a prenderla in braccio, la baciava con trasporto, mentre Baciccia mormorava, commosso.
—Benedetta donna, le farai male, la soffochi, diamine, fai a modo.
—Boia—rispondeva Cherubina—sei geloso. E passava Luigina al marito che sorridente e allegro baciava e ribaciava il volto delicato della sua bambina. E ci insisteva su quel sua quasi a volere affermare che nessuno sarebbe stato capace di toglierla a lui.
Quando Luigina, fu cresciuta graziosa come un amorino, i due sposi tennero un grave consiglio.
Prima di tutto volevano lasciare l’organo, poi dovevano prendere con loro la bambina per farla educare.
Cherubina avrebbe voluto subito cambiar casa, ma Baciccia le parlò di un suo progetto e la donna si rassegnò ad aspettare.
Decisa in definitiva di far venire a New York la Luigina, bisognò pensare al modo per non destare la curiosità della gente.
Ci pensò Cherubina, la quale disse in tre o quattro luoghi che la figlia di un suo cognato rimasta orfana sarebbe venuta da Boston ad abitare col suo zio.
La voce si sparse, non si fecero dei grandi comenti e nessuno pensò a verificare la verità intorno a quella nipote dei suonatori di organo.
Cherubina un bel giorno andò da Macy e ordinò una completa fornitura di mobili per la stanza che avrebbe abitata Luigina, non guardò a spese e la camera divenne una vera bomboniera.
Un lettino di metallo dorato, dei mobili di mogano, delle poltroncine ricoperte di velluto, tendine celesti, tappeti a fondo chiaro con fiorami, dei quadri sacri in eleganti cornici, delle coperte trasparenti, lenzuoli ricamati, cuscini di pizzo.
Baciccia quando tutto fu all’ordine ed entrò in quella stanzetta così trasformata disse:
—Brava Cherubina!
Il donnone lo guardò sorridendo e poi mormorò:
—Boia! Boia! Ti piace?
Anche Fifì era sbalordita, non osava entrare in quella camera, si fermava sulla porta, e quasi indovinasse che la cameretta doveva servire alla sua piccola amica fischiava allegramente.
Fu un gran giorno quello in cui Luigina mise piede nella casetta dei Cinque Punti.
Quando quei dei Cinque Punti videro la nipote dei suonatori restarono incantati; Luigina aveva un fascino irresistibile, la gente si voltava a guardarla, le comari l’accarezzavano, la prendevano in braccio, mentre il volto di Cherubina si offuscava, quasi fosse gelosa di tutte quelle prove di affetto e di ammirazione che riceveva la sua nipotina.
Un anno dopo Luigina entrava nella scuola di Leo-Leonard Street.
Cherubina ce la portò col cuore palpitante e quando entrò nel grande fabbricato di mattoni rossi e attraversò la soglia di pietra consumata provò una grande emozione, ma si fece animo e si presentò alla direttrice.
L’accolse cordialmente una gentile signorina italiana, la quale le disse:
—Brava mamma Cherubina, fate bene a portarci la vostra nipote, la istruiremo e vi farà onore.
La brava donna alquanto rassicurata dalle parole della buona direttrice mormorò:
—Mi raccomando, è così piccina.
—Tutti le vorranno bene non dubitate.
Cherubina baciò la bambina e quindi se ne andò.
Giunta nella via si fermò, guardò a lungo il caseggiato dalle grandi finestre, non sapeva decidersi ad andarsene, vagò di su e di giù per Leonard Street e finalmente dette un gran sospiro e se ne tornò a casa dove Baciccia l’aspettava trepidando.
—Ebbene!—chiese appena vide la moglie.
—Boia; Boia! non dubitare che la terranno nel cotone la tua principessina!
Allora sorrisero lieti e contenti al pensiero che la loro Luigina si sarebbe istruita.
Fifì quando vide tornare Cherubina sola divenne inquieta.
Cosa ne avevano fatto della sua amica?
Nessuno poté darle delle spiegazioni e la scimmia tutta la mattinata se ne stette mogia mogia.
A mezzogiorno Cherubina era alla porta della scuola. Sentì suonare una campana, poi dalla gran porta uscì una fiumana di ragazzi allegri, chiassosi, tumultuanti.
In mezzo a quella corrente di gioventù che dilagava per le vie, abbondavano i figli degli italiani i quali oramai comprendevano che i loro bambini dovevano crescere istruiti se volevano un giorno avere una buona posizione nel mondo.
Molti di quei che erano arrivati ad avere una posizione brillante e lucrosa erano passati per quella scuola di Leonard Street, che la colonia Italiana dimentica quasi completamente, poiché è destino che le cose belle, buone e veramente utili passino inosservate.
Luigina uscì dalla scuola circondata da un gruppo di bambine, appena vide la zia, così chiamava la suonatrice, lasciò le sue nuove amiche e corse da lei.
Cherubina se la prese per la mano e via in mezzo a tutti quei ragazzi. Pareva un gigante che guidasse un esercito di nani.
A casa la bambina si ebbe le carezze di Baciccia e le festose e grottesche accoglienze di Fifì.
Durante il desinare le fecero mille domande, la piccina rispondeva con una serietà ammirabile, era tanto e poi tanto contenta di andare a quella scuola. Bastava, non volevano saper altro.
Così passò il tempo. Luigina divenne una delle più brave ragazze della scuola, la circondava l’affetto della maestra e delle compagne.
Ai Cinque Punti non vedevano che la Luigina, tutti la salutavano, tutti le sorridevano.
Essa cresceva di una bellezza dolcissima, i suoi capelli quasi biondi prendevano quel colore castagno, né troppo chiaro né troppo scuro che si addice tanto alla carnagione delicata. Quei capelli erano ondulati e sulla fronte si ribellavano in una selva di ricci graziosi.
Gli occhi di Luigina erano un poema, grandi, espressivi, pieni di vita e di intelligenza, avevano come una misteriosa forza magnetica.
Il personale era snello anche troppo e quella gracilità metteva in pensiero Cherubina.
Alla scuola era la prima della classe, le maestre ne andavano orgogliose.
Per tanto Baciccia erasi dato al commercio all’ingrosso delle frutta, e il suo magazzeno di Washington Street era dei più accreditati. Con quella meravigliosa intuizione che è il pregio migliore dei genovesi, e il segreto primo dei loro successi, il suonatore d’organetto erasi trasformato in un competente negoziante e gli affari andavano a meraviglia.
Qualche volta Luigina andava dallo zio. Per il bravuomo erano quelle delle sorprese lietissime e fino a quando Luigina stava nel negozio gli affari erano virtualmente sospesi.
Luigina si divertiva un mondo in quell’ambiente dove l’aria era satura dei profumi tramandati dagli agrumi.
Faceva mille domande, si soffermava innanzi alle casse dei limoni aperte, ammirava le vignette dai vivi colori, col nome delle più note ditte palermitane. Quei frutti sodi, saldi di un giallo delicato, erano maturati nel bel paese, sotto il sole ardente di Sicilia, e mandavano una fragranza inebriante, Luigina correva attraverso le casse, toglieva dal loro delicato involucro di carta velina gli aranci di un bel colore d’oro deciso; ve ne erano dei grossi e piccoli, e tutti cosparsi di fogliuzze argentee.
La biricchina prendeva quelle pagliuzze e se le metteva nei capelli, ridendo, mentre Baciccia la seguiva con l’occhio umido, invaso da una grande dolcezza.
Su dal soffitto a guisa di grandi nappe di seta gialle e verde pendevano i grappoli di banane; Luigina faceva un salto e con la sua manina delicata batteva quei grappoli, che dondolavano, si scuotevano come se provassero un fremito.
Nei barili, fra il tritume di nocciuoli, facevano capolino i grossi chicchi dell’uva di Spagna di un verde delicato, gonfi di umore quasi a voler rompere l’involucro che appariva lucido come un tessuto di finissimo raso.
I sacchi aperti mostravano le pinozze e le noci e Luigina ci sprofondava le braccia in quei sacchi, divertendosi a quel rumore che i frutti secchi facevano.
Poi andava in ufficio, si divertiva con la cassa forte, girava i bottoni del segreto, facendo mille domande.
E quando ero stanca saltava al collo dello zio, lo baciava e diceva addio.
Ma Baciccia non la lasciava andare via così, in Barclay St. a pochi passi dal negozio vi era un’oreficeria piena di mille cose belle e Baciccia portava Luigina da quell’orefice e le diceva:
—Scegli cosa vuoi.
Luigina sbarrava gli occhi, guardava incantata nelle vetrine dove luccicavano mille ninnoli graziosi, d’oro e d’argento.
Manifestando un gusto squisito sceglieva sempre qualche novità, e Baciccia lieto e felice pagava e lasciava libera la ragazza, la quale volava a casa e mostrava il regalo alla zia che andava in estasi.
Quella bambina aveva trasformato completamente quei due genovesi che un tempo non avevano altro Dio che il danaro.
Baciccia aveva fabbricato la nuova casa e ora la famigliuola abitava ai Cinque Punti. La casa era elegante con tutte le comodità. Nel parlor era un bel pianoforte perché la piccina suonava a meraviglia facendo onore al suo maestro, il quale le insegnava anche il canto avendo la trovatella una voce piena d’incanto.
CAPITOLO II.
Un giorno di dicembre Luigina disse alla zia:
—Quest’anno per la festa di Natale alla scuola di Leonard Street io dovrò cantare, suonare e recitare, voglio che tu e lo zio non manchiate.
Cherubina era rimasta tutta sbalordita.
Come la mia piccina si sarebbe prodotta in pubblico?
Quando parlò a Baciccia di quell’avvenimento, il negoziante di frutta si fece allegro matto.
Giunse il giorno memorando, Luigina andò alla scuola con un vestitino di seta color viola tutto guernito di velluto.
La grande sala della scuola era piena zeppa di un pubblico scelto ed elegante.
Baciccia e Cherubina commossi occupavano i primi posti.
Le maestre correvano di qua e di là, il Cavaliere Cerqua, zelante, attivo e modesto protettore della scuola, appariva svelto come un giovanotto, riceveva gli invitati, sorrideva a tutti lieto, felice come un giovanotto in vacanza.
Sulle gradinate si accalcavano i ragazzi e le ragazze fissanti con i loro occhi brillanti il grande albero di Natale che sorgeva maestoso in mezzo alla sala carico di regali, splendenti di pagliuzze di oro, di vetrerie, di palle e collane inargentate.
Su in alto, fra le bandiere era il ritratto del fondatore della scuola del benemerito e compianto Fabbri.
La nobile fisonomia del benefattore spiccava sul fondo scuro del quadro, e il brav’uomo pareva sorridesse a quella festa intima e spaziosa.
Ebbe principio la festa con un coro patriottico cantato dalle voci argentine della scolaresca.
Quando l’ultima nota di quel coro eseguito con un affiatamento eccezionale si spense, scoppiò un lungo applauso.
Seguì una piccola commediola eseguita da giovanetti; ma tutti aspettavano la bella Luigina e quando essa comparve sorridendo, sicura, disinvolta, la salutò una vera ovazione; era quello il primo battesimo pubblico della gentile e brava ragazzina.
Luigina con una grazia affascinante cantò Gay Parry.
Il pubblico restò intontito, seguì la piccola cantatrice ammirato sedotto, trascinato al più schietto entusiasmo.
Quando Luigina tacque sembrò che la sala crollasse per gli applausi. Il presidente della scuola si slanciò verso la ragazza, l’abbracciò e la baciò mentre tutti in piedi acclamavano.
Ciò che in quel momento provarono Cherubina e Baciccia non si può descrivere.
Soffocavano, finalmente scoppiarono in lagrime.
Luigina dovette cantare ancora. Presa un’elegante bandiera americana intuonò Miss Liberty.
Un gran fremito corse per la sala.
Quella non era una bambina, ma un’artista degna della celebrità!
Sulla piccina cadde una pioggia di fiori.
Ma le sorprese non erano finite, Luigina cantò in Italiano il Non è ver, la poetica e melodiosa canzone del Tosti.
Fu un altro successo, il quale si rinnovò, allorché Luigina sedette al piano e quando declamò la splendida poesia di Giuseppe Cadicamo Abba Garima.
A Baciccia e Cherubina sembrava di sognare.
Se campassero mille anni non avrebbero mai e poi mai dimenticato le dolci emozioni di quel momento.
Quando poi Luigina saltò al collo dei due fortunati, ebbero a morire della gioia.
Alla piccina fu regalato uno splendido mazzo di fiori.
Luigina prese il mazzo e lo regalò a Cherubina, mentre il pubblico a tale pensiero d’amore riconoscente scoppiò di nuovo in applausi.
La festa terminò con l’arrivo di Santa Claus piegante sotto il peso di un gran sacco pieno di giuocattoli.
I fanciulli dettero grida di gioia, l’albero di Natale fu saccheggiato.
Le maestre sorridenti lasciavano fare, le mamme e i babbi battevano le mani, una letizia immensa vibrava per tutta la sala, e il ritratto di Fabbri sembrava che sorridesse più che mai.............................
Terminata la festa, Baciccia e Cherubina furono felicitati e festeggiati, ed essi commossi, rapiti, balbettavano delle parole sconnesse e sorridevano attraverso le lagrime.
L’indomani di quella festa i giornali erano pieni di lodi per la Luigina, il New York Herald portava un riuscitissimo ritratto della bambina-prodigio.
Quando Cherubina vide quel ritratto lo baciò come se fosse l’immagine della Madonna.
Il successo non fece insuperbire Luigina, essa restò umile e buona.
Ai Cinque Punti però erano orgogliosi della loro piccola stella, e quando parlavano di lei era un coro di lodi e di ammirazione.
CAPITOLO III.
Un giorno, Luigina, aveva allora dodici anni, arrivò al negozio di Baciccia, seria, seria; non guardò le frutta, non ammirò nulla e corse difilato nell’ufficio.
Era un poco confusa ma si rinfrancò presto. Baciò lo zio e poi gravemente gli disse:
—Zio, ho bisogno del tuo aiuto.
Baciccia la guardò sorpreso e turbato e disse:
—Parla presto, cosa vuoi?
—Devi sapere che fra due giorni è la festa della zia.
—La festa della zia?
Baciccia non ci aveva mai pensato a certe cose e sbarrò tanto di occhi.
—Dunque—continuò la ragazza, ho pensato che le si deve fare un bel regalo.
—Ma sicuro, angioletto mio, esclamò commosso Baciccia.
—Un bel regalo, zio. Ecco qua, io ho cinquanta dollari, ma non bastano, e mi devi aiutare.
Baciccia non sapeva cosa dire, dei lagrimoni gli scendevano giù dagli occhi, mentre un sorriso beato gli sfiorava le labbra.
—Hai capito zio?
—Certo che ho capito.
“Però non voglio privarti dei tuoi risparmi, farò io la spesa.
—No. Ci tengo a farla io. Tu mi impresti quello che mi manca e io poi te lo renderò.
Baciccia rise proprio di gusto, non aveva mai riso così.
—Non vuoi farmi un imprestito?—disse Luigina con una mossa piena di grazia.
Baciccia si alzò, aprì la cassa e rispose:
—Prendi ciò che vuoi.
Un bacio lungo lungo, compensò il bravuomo per l’offerta generosa.
Andarono dal solito orefice.
Luigina da tanto tempo aveva posto l’occhio sopra un paio di orecchini di brillanti, pensava che sarebbero stati benone alle orecchie della zia.
—Vedi, zio—disse Luigina insinuante—quei brillanti, andrebbero bene per la zia; ma costeranno troppo e io non voglio fare un grosso debito.
Baciccia fece un cenno all’orefice, i brillanti furono tolti dalla vetrina adagiati in una scatola di velluto e porti a Luigina pazza dalla gioia.
Costavano cinquecento dollari.
Luigina disse:
—Zio come farò a pagarti?
—Dichiarerai fallimento. E per te non vuoi nulla?
—No, aspetta che sia la mia festa. Il mese che viene è San Luigi!
Uscirono dall’oreficeria.
—Senti, zio, non devi dir nulla, il regalo lo farò io al momento opportuno.
—Va bene, tu sai tutto, io di certe cose non me ne intendo.
La festa di Cherubina ricorreva in Domenica. Luigina in quel giorno volle fare con le sue mani un bel dolce e si occupò a preparare la tavola da pranzo sulla quale pose tanti fiori e una profusione di mammole, il suo fiore preferito.
Baciccia gongolava; non vedeva il momento di vedere che faccia farebbe la sua Cherubina.
Venne l’ora del pranzo. Cherubina restò un poco sorpresa nel vedere tanti fiori sulla tavola, ma sapendo che i fiori erano la passione della Luigina non disse nulla.
Quando Baciccia e Cherubina si furono assisi a mensa, Luigina scomparve per un momento e ritornò con un mazzo di fiori e la scatola dei brillanti.
—Mia buona zia—disse con incantevole sorriso—oggi è la tua festa e la tua Luigina ha pensato di farti un regalo.
Cherubina guardava la fanciulla e poi Baciccia con due occhi da spiritata.
—Ebbene zia, ti dispiace?
Cherubina si levò, stese le braccia e Luigina per poco la soffocava. Baciccia piangeva e rideva.
Quando la scatola fu aperta la brava donna restò abbarbagliata.
Come, erano per lei quei due soli che mandavano mille sprazzi di luce?
Ma quella era roba per una principessa!
Luigina fece sedere la zia e togliendole i grossi pendenti di oro, mise al loro posto i bottoni di brillanti, poi batté le mani esclamando:
—Come ti stanno bene!
Che festa per quei felici in quella giornata!
Dopo il pranzo, vennero le amiche della Luigina, si fece della musica, si ballò, Cherubina e Baciccia benedicevano in cuor loro la notte di Carnevale nella quale avevano trovato la bambina che procurava loro tante gioie.
Alla festa però mancava Fifì, morta pacificamente due anni prima, compianta dalla sua cara pradroncina.
CAPITOLO IV.
Passarono altri due anni.
Luigina si era fatta una deliziosa fanciulla, la sua bellezza era resa anche maggiore dalla delicatezza delle sue forme.
Quella delicatezza, lo dicemmo già, dava pensiero a Cherubina, la quale aveva per la fanciulla delle cure da non dirsi.
Attendeva che non prendesse freddo, la sera quando la musica suonava sulla piazzetta dei Cinque Punti, anche che si fosse nel colmo dell’estate non permetteva che uscisse se non era ben coperta. Dalla finestra la sorvegliava, non la perdeva mai di vista in mezzo a quella folla allegra, dove le ragazze mettevano una nota gioconda.
Luigina, conosceva tutti, ma aveva poche amiche, delle compagne di scuola figlie di onesti negozianti con le quali studiava e suonava.
Non conosceva il male; ma per tutto l’oro del mondo non sarebbe andata con quelle ragazze che davano confidenza a tutti e che specialmente in pubblico civettavano, ridevano, si mostravano sguaiate incitando i giovanotti a delle confidenze che lei non avrebbe mai permesse.
Ai Cinque Punti, come altrove, non tutte erano fiori di virtù, e molte di quelle ragazze che per ignoranza o per vizio gettavano dietro alle spalle il loro pudore, si sentivano offese dal contegno della Luigina e avevano tentato di gettare un poco di fango sulla sua veste immacolata, ma avevano trovato duro, e dovevano ingoiare l’amara pillola di sentire decantare sempre e dovunque le virtù della bella dei Cinque Punti.
Una volta nella fabbrica di candy e cioccolatte che accoglie tante ragazze dei Cinque Punti, una delle fanciulle più spregiudicate, una ragazza che a quindici anni ne sapeva più di una perduta, una ragazza guasta dall’esempio della madre e della sorella, mentre lavorava ad un tavolo dove si incartavano i cioccolattini alla crema di zucchero, si azzardò di dire male di Luigina, sostenendo che era una superba e una santa falsa.
Tutte le ragazze protestarono e la maldicente dovette rodersi dalla bile.
E quelle che prendevano le parti di Luigina, non erano tutte farina da far ostie.
Correvano sul loro conto delle voci poco belle, si parlava di storie turpi, di amori colpevoli, nati e cresciuti all’ombra della chiesa italiana.
Si narravano delle avventure scandalose, dove erano mescolati preti e secolari.
Ma anche le viziose, le traviate, avevano rispetto per la Luigina.
Solo quella vipera della Elena—così chiamavasi la ragazza che parlava male della trovatella—l’odiava appunto perché era virtuosa e buona.
Essendo oramai noto che la Luigina cantava a meraviglia, più volte fu pregata di prendere parte a dei concerti; ma essa non accettò che quando si trattava di scopo di carità.
Così è appunto in una bella sera della primavera del 1897 che ritroviamo la Luigina nel trionfo di una festa della Carità all’Arlington Hall.
La ritroviamo dopo averla fatta con rapidi tratti conoscere ai nostri lettori, i quali certo seguiranno con affetto questo gentile personaggio della nostra storia.
La sala era piena zeppa di quanto di meglio contava la Colonia Italiana.
Il concerto veniva dato per aumentare i fondi della Società di Beneficenza.
Le più distinte signorine partecipavano al concerto; inutile però il dire che la grande attrattiva della serata era Luigina.
La brava fanciulla cantò, recitò, entusiasmando, e Baciccia e Cherubina provarono ancora le più dolci emozioni.
Fra il pubblico eravi il Dottore Antero De Luisi, da due anni stabilito in America dove continuava con assidua cura gli studi sulla tubercolosi.
De Luisi non aveva che ventotto anni; ma il suo nome era noto, i suoi scritti avevano fatto un certo rumore, nelle riviste, e nei congressi aveva sostenuto che è necessario alla società il difendersi contro quella terribile malattia che è la tisi. Allievo di uno dei più illustri professori dell’antica e dotta Università di Bologna era fra quei che inesorabili sostengono che coloro i quali sono affetti dal terribile male dell’etisia devono essere tolti a tutte le gioie della vita. In una sua memoria intitolata: “I tubercolosi e il Matrimonio” sosteneva in modo brillante la tesi, che quei disgraziati minati dal male che non perdona, dovevano anche a forza essere esclusi dal matrimonio.
La tesi era giusta, le conclusioni spietate, qualcuno si ribellò, ma la scienza che non fa del sentimento, dette ragione al giovane medico.
Però quell’approvazione non salvò il giovane medico dalle critiche del volgo, venne dipinto come un uomo senza cuore, spietato e crudele.
De Luisi sdegnò di difendersi, a lui bastava l’approvazione delle più chiare illustrazioni del mondo, e non volendo reagire contro l’onda di antipatie che lo incalzava, decise di recarsi in America.
Alieno dal chiasso, dalle ciarlatanate, passava il suo tempo studiando e curando i molti che chiedevano l’opera sua.
Era andato al concerto di beneficenza perché uno dei suoi clienti aveva insistito.
Il giovane dottore vide Luigina e ne fu rapito. Quell’uomo che fino allora aveva pensato alla scienza, capì ad un tratto che il cuore reclama i suoi diritti.
Finito il concerto ebbero luogo le danze e De Luisi sollecitò di essere presentato alla fanciulla che lo aveva affascinato.
Un amico compiacente fece la presentazione.
Luigina stese cordialmente la mano al giovane medico e accettò di ballare con lui.
Luigina non sapeva che cosa fosse l’amore, aveva letto nei libri di questo sentimento divino che domina nel mondo e che è fonte di grandi felicità e di dolori senza fine: di questo sentimento che ispira le cose più belle, nobili, e generose e che trascina spesso anche ai più odiosi delitti.
Ma il suo cuore non aveva mai battuto, e pensava che la sua giovinezza la rendesse almeno per il momento invulnerabile.
E sì che non erano mancati dei bravi giovani, i quali avevano sospirato per lei, e che non mancarono di farglielo capire.
Quella sera mentre ballava insieme al dottore provava un turbamento insolito, la danza che aveva sempre considerato come un divertimento qualunque e un esercito ginnastico, le appariva bella e deliziosa e quando il ballabile cessò, fu contrariata.
I due giovani a braccio l’uno dell’altro fecero il giro della sala per fermarsi innanzi a Baciccia e Cherubina.
Prima ancora che Luigina potesse fare le presentazioni la zia con voce premurosa disse:
—Luigina, sei sudata, riposati, vuoi la mantiglia? Per carità....
—Signora—disse Antero—sono medico e posso garantirvi che la signorina non corre alcun pericolo. Luigina rise allegramente. Furono fatte le presentazioni.
A Baciccia e Cherubina il medico riuscì molto simpatico.
L’orchestra suonava di nuovo.
—Mi permettete ancora un ballo—chiese il dottore.
—Sicuro—rispose senza esitare Luigina.
I due giovani ballavano molto bene, tutti ammiravano, e ammirando concludevano che forse la bella dei Cinque Punti aveva trovato il marito che le ci voleva.
Il dottore nello stringere al seno quella bella e delicata creatura provava una sensazione deliziosa; da sua parte Luigina era come affascinata.
Finito il ballo ritornarono dalla zia. Ad un tratto Luigina fu presa da un assalto convulso di tosse.
Il dottore trasalì e provò un grande spasimo.
Cherubina si era alzata pallida dalla commozione.
—Dio mio, cosa sarà—chiese ansiosamente al dottore.
Lo scienziato si risvegliava in De Luisi, e domandò:
—La signorina va soggetta a questi assalti.
—No, rispose la zia.
—Allora, mia cara signora, non vi è nulla da allarmarsi, un poco d’acqua e tutto sarà passato.
Fu portata dell’acqua, la fanciulla bevve sorridendo e la tosse passò.
—Bisognerà pagare il medico—disse Luigina ridendo.
—Giusto—rispose questi— concedetemi un altro ballo.
Gli italiani notano tutto; la loro immaginazione fervida trova dei romanzi anche dove non ne esiste neppure l’ombra, per cui non recherà sorpresa il dire che quei tre balli fra Luigina e il dottore dettero luogo a dei comenti.
Del resto nulla di male, quella bella coppia poteva bene unirsi per tutta la vita.
In mezzo a quella folla che comentava le predilezioni della Luigina, eravi un giovane che soffriva atrocemente.
Si chiamava Alberto Vallano e nel mondo dell’arte era noto per i suoi quadri stimati e pagati molto cari.
Aveva nella 5a Avenue, vicino alle 23 strade, uno studio dove tutta la buona Società americana si dava convegno.
Venuto in America appena uscito dall’accademia di Firenze in poco tempo aveva conquistato una brillante posizione.
Difficilmente lo si vedeva in mezzo agli italiani, non già perché sdegnasse di trovarsi con i suoi connazionali, ma perché le sue occupazioni, le sue aderenze lo separavano dalla colonia.
Non per tanto tutte le volte che si trattava di un’opera di carità, voleva al contributo materiale sempre cospicuo, aggiungere l’intervento personale, pensando che in certe circostanze ogni buon italiano deve uscire dal suo riserbo.
Fu andando a delle feste di beneficenza che vide Luigina e se ne innamorò perdutamente.
Mille volte avrebbe voluto confessare il suo amore e mille volte si trattenne. Pensava che la fanciulla da tutti ammirata era ancora troppo giovane, poi mai lo aveva incoraggiato, né con un sorriso. né con una parola.
Alberto frequentava qualche volta la casa di Baciccia quando Luigina dava una qualche festa dove invitava le sue amiche, le quali non mancavano di condurre le persone di relazione, erano di quelle festicciole chiamate “Surprise Party,” piene di incanti e di seduzioni.
Luigina trattava molto famigliarmente il giovane, ma non erasi per nulla accorta che l’amasse. Rideva scherzava, e diceva spesso:
—Signor Alberto, se vi abbasserete fino ad una che abita ai Cinque Punti, vi farò fare il mio ritratto! Il pittore si dichiarava pronto a fare il ritratto, e Luigina rideva e rispondeva:
—Quando sarò più vecchia.
Il pittore però, quel ritratto lo aveva già fatto, ed era riuscito meravigliosamente bello, lo teneva nascosto in un gabinetto appartato dove molte volte andava a chiedere alla fata gentile che pareva viva sulla tela, l’aspirazione, il coraggio.
—L’autore è grande artista e un sublime innamorato.
Si era recato Alberto all’Arlington Hall, deciso a parlare a Luigina a confessarle il suo amore, ed ecco che un altro, uno sconosciuto si faceva innanzi, e di colpo conquistava la confidenza della bella fanciulla.
Soffriva orribilmente e faceva cento progetti insensati.
Gli innamorati non ragionano.
In un angolo della sala, pallido, fremente, seguiva con l’occhio tetro Luigina, lieta e felice nelle braccia del dottore.
Ad un tratto decise di andarsene, si diresse verso l’uscita, risoluto senza salutare nessuno.
Stava per oltrepassare la soglia quando si trovò a faccia a faccia con Luigina e il dottore.
—Ebbene signor Alberto, dove andate così di fretta—chiese la fanciulla.
Alberto restò interdetto come un colpevole preso in fallo, e non ebbe la forza che di balbettare una scusa qualsiasi.
Luigina del resto non gli dette del tempo di dire molte parole perché continuò:
—Non conoscete il mio cavaliere di questa sera? No. Allora ve lo presento.
“Il dottore Antero De Luisi; il celebre pittore Alberto Vallano.
I due giovani si conoscevano di nome, ma non di persona. Si strinsero la mano freddamente, con un senso di ripugnanza. L’orchestra aveva attaccato le quadriglie:
—Perdonatemi signor Alberto, ho promesso questo quadriglia al dottore, i medici, dice la zia, bisogna che li tenga bene amici, sono così gracile!
E qui una risata argentina, felice, squillante, come un inno trionfale.
Era finita. Luigina non lo amava, non si era mai accorta di lui, e ora amava un altro.
Alberto uscì dall’Arlington Hall, traballando come un ubbriaco.
Le vie erano popolate, l’aria tiepida profumata, il cielo, tutta una festa di stelle.
L’artista non vide nulla, senza saperlo, come guidato da una forza misteriosa, si trovò innanzi al palazzo dove aveva lo studio.
Salì; si diresse macchinalmente al ritiro dove nascondeva il ritratto della donna amata.
Toccò il bottone della elettricità e subito una luce vivissima piovve sul ritratto di Luigina.
Alberto avrebbe voluto scagliarsi contro quella tela, ma si trattenne.
Un dolore acuto lo dilaniava; invocava la morte per sottrarsi a tante pene....
Il disgraziato si lasciò andare sopra un divano e pianse....
CAPITOLO V.
Nello stesso momento che Alberto versava lagrime sul suo sogno distrutto, Luigina lasciava l’Arlington Hall, salutata con rispetto da tutti, e con viva espansione dal dottore al quale Cherubina disse col suo vocione maschile:
—Fatevi vedere, dottore, qualche volta verso i Cinque Punti!
Luigina senza saper perché sarebbe saltata al collo della zia.
La bella fanciulla andò a letto coll’immagine del dottore scolpita nella mente e tutta la notte le parve di essere ancora al ballo.
Da parte sua il dottore lasciò l’Arlington Hall preoccupato.
Certo egli pensava che vi è nell’aria un bacillo misterioso che produce delle gravi malattie e contro il quale non avvi che un siero adatto. Il matrimonio.
E fu pensando a questo siero che il dottore Antero si addomentò e sognò cose deliziose.
Si era alzato da poco, quando squillò il campanello elettrico.
Una mano certo febbrile premeva il bottone perché lo squillo continuava senza interruzione.
—Diamine—mormorò—brucia la casa?
Andò ad aprire e immaginate la sua sorpresa nel vedersi innanzi agitata e fremente la bella Luigina.
—Dottore! Dottore!—gridò la fanciulla—venite, lo zio muore. Ci vuole un medico, sono corsa da voi, sento che lo salverete.
Antero in un lampo fu pronto e pochi minuti dopo era da Baciccia.
Durante il tragitto in “cable car” Luigina, raccontò cosa era successo.
Stava vestendosi, quando udì le grida disperate della zia, corse nella saletta da pranzo e vide lo zio accasciato sopra una poltrona, immobile come se fosse morto.
—Un medico—le aveva gridato Cherubina. Era corsa via all’impazzata, il cuore le aveva detto di chiedere l’aiuto del Dr. Antero.
Quando questi vide Baciccia inarcò le ciglia. L’affare era grave, si trattava di un colpo apoplettico.
Ridivenuto subito calmo il dottore si mise all’opera, chiamò in soccorso tutto il suo sapere, e dopo due ore di assistenza ebbe la soddisfazione di vedere rianimarsi il corpo di Baciccia che pareva già avere ricevuto il bacio della morte.
Cherubina e Luigina assisterono trepidanti il medico, aspettando la sentenza che avrebbe pronunziato.
Quando Antero con vera esplosione di gioia disse:
—Signorina, lo zio è salvo.
Luigina avvolse con un lungo sguardo di riconoscenza il giovane salvatore, mentre Cherubina baciava piangendo la mano che le ridonava il marito.
In capo a quindici giorni, Baciccia era completamente guarito, e poté ritornare ai suoi affari.
Un venerdì a sera Baciccia disse:
—Senti un poco, Luigina, lunedì è la tua festa, sai che ora ci guardo io pure al calendario, la mia vecchia farà un bel piatto di ravioli, perché non inviti il nostro caro dottore? Dobbiamo ancora pagargli il conto, e poi è tanto che non si vede!
Veramente Luigina aveva visto il dottore passare il giorno innanzi dai Cinque Punti.
—Gli scriverò a nome tuo,—disse Luigina, lieta e felice.
—Non ti piace che venga?
—A me?....
Quelle due parole furono pronunziate con tale accento che anche un osservatore superficiale avrebbe compreso il segreto del cuore di Luigina.
E un segreto ce lo aveva la gentile fanciulla, un segreto dolce, dolce, uno di quei segreti che fanno vibrare tutto l’essere e formano una corona di care e belle illusioni.
Sicuro, amava, amava quel medico che le aveva salvato lo zio, colui che per la prima volta le aveva svelato che l’amore esiste e che il cuore presto o tardi resta ferito.
Amava con tutta la fede, tutto l’entusiasmo, sicura di aver posto i suoi affetti in un essere degno.
Era riamata?
Luigina sentiva di essere corrisposta con un uguale fede ed entusiasmo.
Una cosa la turbava, avrebbe voluto dire il suo segreto a Baciccia e Cherubina, aveva detto loro sempre tutto, e ora faceva la soppiattona. Ma a parlare aspettava che una parola di Antero le desse il diritto di poter dire:
—Amo, e sono riamata.
Scrisse la lettera d’invito al dottore, una lettera cerimoniosa, ma con una finale che diceva un mondo di cose:
“È lo zio che vi prega di venire, ma ve ne prega anche la vostra
Luigina
Come andasse che alla fanciulla le uscissero dalla penna delle parole così chiare ed eloquenti, non si spiega altro che col fatto che la fanciulla era di una seducente franchezza, non poteva mentire.
Quella sera, scritta la lettera, andò nel salotto e si mise a suonare.
Furono allegri ritornelli, note giulive, tutto un tripudio di armonie, di quando, in quando sopraffatte dalla voce incantevole di Luigina che mandava al cielo le note innamorate della “Stella Confidente.”
La gente che passava dai Cinque Punti, si fermava rapita; e diceva:
—È la Stella dei Cinque Punti.
—Se potessi salire in cielo e rapirla—diceva un giovanotto figlio di un ricco banchiere.
—Fatti avanti,—gli si rispondeva,—almeno resterà nel quartiere.
Intanto Baciccia diceva a Cherubina.
—Dimmi un poco, non ti pare che Luigina sia cambiata.
—Cambiata?....
—Non ti spaventare, cambiata in meglio. È più allegra, più felice.
—Sicuro che è allegra la cara ragazza; senti come suona; come canta!
—Dimmi, vecchia mia, e se fosse innamorata. —Innamorata?—Cherubina non ci aveva mai pensato.
Restò con la bocca aperta e l’aria inebitita.
—Non rispondi?
—Boia! boia! cosa vuoi che risponda?
—Se fosse innamorata!—insisteva Baciccia.
—Ebbene prenderà marito—rispose Cherubina.
—E noi la perderemo!
—Perderla?—Cherubina ciò dicendo si levò in piedi, gli occhi apparivano pieni di spavento.
Si calmò presto e disse:
—Senti, Baciccia; Luigina è ricca, è bella e può scegliere.
“È sicuro che sceglierà un uomo bravo e degno di lei, ma quest’uomo fosse anche un re deve prendere noi pure.
Baciccia sorrise dicendo:
—Così la penso io.
CAPITOLO VI.
Venne il giorno sospirato dal dottore e da Luigina.
Antero oramai era certo dell’amore della fanciulla e aveva deciso di parlarle quel fortunato lunedì.
Una mezz’ora prima di quella fissata giunse a casa di Baciccia con un gran fascio di mammole e un grazioso medaglione fatto a cuore, con un arabesco di perle.
Quando Luigina sentì suonare il campanello trasalì, sentiva che era lui.
Il dottore entrò nel salotto introdotto da Luigina che gli disse:
La zia è attorno ai ravioli non si farà vedere; lo zio verrà fra poco, se non vi annoia, vi terrò compagnia.
Queste ultime parole furono dette con un sorriso pieno di malizia.
Antero un poco confuso presentò il suo regalo a Luigina, la quale forse per nascondere il suo turbamento si mise a gridare:
—Zia! zia!.... Vieni! vieni!....
—La buona donna credendo che fosse successa una disgrazia accorse e restò confusa trovando nel salotto il dottore.
Era tutta infarinata, con le braccia scoperte, le mani impastate e macchiate di sugo.
—Vedi zia, il regalo del dottore?
Cherubina dette tre o quattro esclamazioni, poi si voltò e fuggì gridando:
—I ravioli mi bruciano, scusate dottore.
I due giovani risero di cuore.
Luigina si sedette al piano, prima però si era posato sul petto un mazzo di viole.
Il dottore le si avvicinò e con voce tremante disse:
—Signorina, debbo farvi una confessione.
Il volto di Luigina si fece di porpora, il cuore le batteva forte, forte.
—Una confessione?—mormorò con un fil di voce.
—Sì, voglio confessarvi quello che già sapete:
Luigina, vi amo!
La fanciulla volse il suo sguardo sopra l’innamorato; quello sguardo brillava di una gioia così pura, che Antero non ebbe bisogno di nessuna risposta, afferrò la mano di Luigina la portò alle labbra e mormorò estasiato:
—Quanto saremo felici! Si guardarono a lungo negli occhi senza parlare, in un rapimento sovrumano che nessuno potrà mai descrivere.
Quanto Antero poté parlare disse:
—Ed ora Luigina, sarei indegno del vostro amore se non svelassi il nostro segreto allo zio e alla zia.
—Alla fine di pranzo—rispose Luigina—vi autorizzo a chiedere la mia mano.
—E credete che acconsentiranno? Io non sono ricco.
—Voi lo siete più di noi, voi che avete dedicato la vita al bene dell’umanità.
In quel momento entrò Baciccia carico di fiori e con un astuccio contenente un orologio d’oro degno di una regina.
—Tanti auguri!—disse Baciccia con tuono allegro.
La fanciulla saltò al collo dello zio e lo baciò tante e tante volte.
Poi ammirò l’orologio piccolo, grazioso con le cifre di Luigina in brillanti.
I ravioli sono in tavola,—tuonò la voce di Cherubina.
CAPITOLO VII.
Passarono nella sala da pranzo; nei grandi vassoi di porcellana, sotto una veste assai greve di sugo color d’oro, facevano capolino i ravioli, il piatto di forza di Cherubina.
Fu subito dato l’assalto, anche Cherubina se ne riempì un bel piatto, ma non mangiò subito.
Scrutava con occhio inquieto la fisonomia di quei che mangiavano, quasi a leggervi se si era fatta onore.
—Buoni, vecchia mia,—disse Baciccia.
—Deliziosi,—mormorò il dottore.
—Zia non ne facesti mai di così buoni.
Allora il volto di Cherubina si rischiarò, un sorriso di trionfo le aleggiò sulle labbra e cominciò a mangiare.
Fu un pranzo delizioso. I due innamorati si guardavano con gli occhi lucenti.
Baciccia raccontava delle burlette.
Ad un tratto disse:
—Sai quella famiglia che ti ha raccomandato Nannetti, ti benedice.
Luigina divenne rossa come il fuoco.
—Guardate un poco dottore che bel tipo mia nipote, si fa rossa come se avesse commesso una colpa, perché io le ricordo una buona azione da lei compiuta.
—Vostra nipote è un angelo,—rispose con entusiasmo il dottore.
—Figuratevi seguitò Baciccia—una famiglia....
—Zio, zio,—interruppe Luigina.
—Non vi è zio che tenga, la voglio raccontare. Sicuro, una famiglia moriva di fame. Conoscevano Nannetti; si rivolsero a lui, fece quanto poté; ma poi l’affare diventò serio, si rivolse alla Luigina. Ed ora poveretti non hanno più bisogno di nulla.
—Luigina,—disse il dottore commosso—lasciate che vi dica brava.
—Basta, basta altrimenti l’opera perderà ogni pregio.
—È così che la soppiattona si fa amare da tutti—disse Cherubina.
—E chi non l’amerebbe,—esclamò Antero.
—Anche voi l’amate?—chiese Baciccia.
—Io, ma con tutto il cuore.
Cherubina e Baciccia rimasero sorpresi dalle parole entusiaste del dottore.
Guardarono Luigina, la videro sorridere dolcemente; compresero ogni cosa.
Luigina gettò le braccia al collo della zia, il dottore serrò forte la mano di Baciccia.
Quella scena muta e commovente durò a lungo, finalmente Baciccia poté parlare e disse:
—E così caro dottore diverrete nostro nipote.
—Se vorrete.
—Se lo vogliamo? O bella; Luigina vi ama, è un pezzo che mi sono accorto che aveva un segreto, io vi debbo la vita, siete un bravo giovane, perché non dovremmo essere contenti? Solamente vi è un ma....
Il dottore impallidì, Luigina guardò ansiosa lo zio.
—Non vi spaventate è un ma che potete fare scomparire subito. Ecco qua, noi non potremmo separarci dalla Luigina.
—E neppure io da voi, miei adorati—interruppe Luigina.
—Dio ti benedica!—mormorò Cherubina.
—Lo sentite dottore? Dunque bisogna che ci promettiate di venire a vivere con noi.
—Accetto con tutto il cuore, io non ho famiglia, ritroverò in voi il mio babbo e la mia mamma.
—Allora evviva gli sposi!
Si udirono giù nella via i suoni armoniosi dei mandolini.
Credettero da prima che fossero suonatori che passavano; ma si accorsero presto trattarsi di una serenata.
Nanetti il popolare Nanetti di Park Street, aveva reclutato un buon numero di amici e proposta una serenata alla Stella dei Cinque Punti, onde sapesse che nel giorno della sua festa tutti ci partecipavano.
Baciccia fece salire i suonatori, e Nanetti augurò mille belle cose a Luigina la quale soffocata a mezzo dalla emozione fu presa da un violento assalto di tosse.
Antero provò uno spasimo atroce. Cosa voleva dire quella tosse? Luigina si riebbe ben presto, solo le restarono sulle candide gote, rosse macchie come se ci avesse poste due foglie di rosa.
Il dottore guardava quelle macchie e soffriva, soffriva orribilmente.
Ai suonatori fu dato del buon vino, e Baciccia disse in confidenza a Nanetti che il dottore De Luisi avrebbe sposato la Luigina.
Così la sera stessa tutti i Cinque Punti seppero la grande novella.
Molti giovani provarono un vivo dolore; ma in generale la scelta della Luigina fu approvata da tutti, e Valenti ebbe a dire che il giorno delle nozze i Cinque Punti si sarebbero cambiati in un giardino.
CAPITOLO VIII.
Il dottore De Luisi lasciò la casa di Baciccia pensieroso, col cuore dilaniato da un dubbio orribile.
Aveva sempre notato la gracilità di Luigina, i colpi di sangue che le salivano alla faccia, ma non pensava che potesse essere causa della malattia crudele che non perdona.
Ma quella sera, la tosse aveva quella pastosità grassa che è caratteristica della tubercolosi.
Quella tosse l’udì come la fanfara di mille bacilli che distruggessero i polmoni di colei che amava.
Avrebbe dato dieci anni di vita per esaminare lo spurgo di Luigina. Ma come fare?
E se la fanciulla era tisica?
Alle cure non ci credeva, era un fiero avversario del siero Maragliano, del quale negava la potenza curativa, considerava il siero un’illusione, come la tubercolina di Kock.
Se il male aveva preso Luigina, quel fiore bello e gentile era dannato a morte.
E lui non avrebbe potuto nulla contro quel nemico spietato inesorabile crudele, che uccideva le sue speranze perché non avrebbe mai commesso il delitto di sposare una donna appartenente alla morte e che se fosse divenuta madre avrebbe messo al mondo un latro condannato.
E quel dubbio era venuto la sera stessa nella quale aveva provato le più dolci emozioni, le gioie più pure.
Poi si dava del sognatore, del presuntuoso, dell’uomo infallibile, del maniaco che vede dovunque dei tisici.
Luigina era sempre stata bene; mai una malattia, mai tristezze, malinconie, nulla dei sintomi della tubercolosi.
Nel suo studio lesse i punti principali delle opere dei più celebri scienziati, soffermandosi a studiare i sintomi esterni della tubercolosi.
Lesse a lungo, cercò una parola di conforto, non trovò che condanne spietate.
Finalmente con la testa in fiamme, col cuore gonfio gettò via i libri e maledì alla scienza.
Strano, quell’uomo che amava con tutte le sue forze, quel fidanzato di un giorno non trovava nella grandezza del suo amore la speranza per una lotta vincitrice.
No, lo scienziato uccideva l’uomo!
CAPITOLO IX.
Luigina passò la notte pensando al suo sposo, felice tranquilla, non sospettando neppure le lagrime che avrebbe dovuto versare.
Durante la notte ebbe dei caldi improvvisi, un sudore copioso bagnò la sua fine camicia e alla mattina apparve pallida e con gli occhi cerchiati di azzurro.
Nella gironata molte amiche di Luigina si recarono a felicitarla per il suo fidanzamento.
Anche alcune delle maestre della scuola andarono a congratularsi con la loro allieva.
Alla sera giunse il fidanzato, appariva lieto e sorridente.
Vedendo Luigina allegra e piena di salute scacciò da sé i tristi pensieri, mettendo in ridicolo la sua scienza infallibile.
Luigina fece della musica, cantò con grazia affascinante.
Tutti i sospetti svanivano, aveva sognato!
Stava per ritirarsi, quando Cherubina disse:
—Dottore la vostra sposina questa notte non si è sentita bene. È sempre stata in un bagno di sudore. Così mi ha detto.
Antero piombò dal cielo nell’inferno. Quel sudore copioso era un sintomo chiaro, parlante.
Mormorò confuso:
—Non è nulla, fa così caldo.
—Ma, dottore—disse Baciccia—la notte scorsa faceva fresco.
—Per te, ma non per gli innamorati, vecchio mio!
Quella uscita di Cherubina salvò il dottore da una risposta imbarazzante.
Risero tutti fuori del dottore, il quale se ne andò con la morte nel cuore.
CAPITOLO X.
Il Lazzari Park a Staten Island era in festa, i Tiratori Italiani danno la loro festa annuale e il rappresentante d’Italia deve consegnare ai vincitori delle gare i premi guadagnati.
Le bandiere d’Italia e d’America si intrecciano e si baciano; per il Park v’è una folla di uomini e di donne.
Alla festa non manca Luigina in una deliziosa toilette estiva che aggiunge incanto e soavità alla sua vaporosa figurina.
Il banchetto è terminato, si distribuiscono le ricompense, le musiche suonano la marcia reale, i campioni fieri e felici si presentano al banco delle autorità e ricevono le medaglie; il pubblico batte le mani e gli applausi si fanno entusiasti quando compaiono i vincitori della gran gara di Roma.
Cala la notte, quando sotto il padiglione cominciano le danze.
Luigina e Antero hanno ballato un valzer elettrizzante; ammirati, invidiati anche.
—Che bella coppia!—mormora la gente.
Che bel giovane pensano le fanciulle, che deliziosa ragazza comentano i giovani.
È notte alta, la brezza del mare rinfresca l’aria.
La luna non splende e le stelle hanno un fulgore più vivo, più intenso.
Luigina e Antero a braccio l’una dell’altro percorrono il Park.
I dubbi del dottore sono svaniti. Vicino alla donna amata dimentica tutto. Fra due alberi si muove un’altalena.
—Vuoi salire?—Chiede Antero.
—Sì,—rispose la fanciulla.
L’altalena si alza e si abbassa, Luigina manda dei piccoli gridi, Antero la spinge, la ferma, torna a respingerla.
Ad un tratto la solita tosse strazia il petto di Luigina.
Antero ferma ad un tratto l’altalena, la tosse finisce con una spettorazione che va a cadere nel fazzoletto ricamato di Luigina.
Il dottore segue ora quel fazzoletto con l’occhio avido, col quale l’avaro guarderebbe un tesoro.
Quel fazzoletto nelle sue mani può essere la vita o la morte della sua felicità!
Ma come averlo?
Luigina è ritornata tranquilla, non tosse, balla, si diverte, si sente felice.
Antero non ha che un pensiero, avere il fazzoletto che ha raccolto lo spurgo di Luigina.
E‘ preoccupato, distratto, e la fanciulla si inquieta.
Anche Baciccia, tormenta il dottore. A cosa pensa, agli ammalati?
Viene l’ora della partenza e Luigina tiene ancora il suo fazzoletto in mano, ma mentre sta per salire in treno, il fazzoletto le cade dalle mani, Antero senza essere visto lo afferra a volo e lo nasconde nelle sue tasche.
Luigina si contenta di dire:
—È caduto il fazzoletto.
Antero non ha più preoccupazioni ,ora è sicuro che saprà la verità, e qualunque essa sia sarà sempre migliore della crudele incertezza che lo tormenta, lo uccide.
Nel lasciar la sua fidanzata la guarda con infinita tenerezza e la poverina è felice, tanto felice.
CAPITOLO XI.
Antero se ne va a casa, ha la febbre.
Appena giunto si chiude nel suo laboratorio e leva di tasca il fatale fazzoletto.
È di stoffa finissima, tutto a ricami, manda un soave odore di mammole.
Lo spurgo è ancora molle!
Conterrà esso i fatali bacilli?
Antero non può sul momento compiere le operazioni, poi non se ne sente il coraggio e teme che la sua fantasia esaltata gli faccia scorgere bacilli anche dove non ve ne sono.
Egli è amico di un celebre medico americano che possiede uno dei migliori laboratori degli Stati Uniti, a lui affiderà di pronunziare la sua sentenza di morte.
All’indomani dopo una nottata che fu tutta un lungo martirio, Antero si reca dal medico americano.
L’illustre scienziato, accoglie cordialmente il confratello e si mette a sua disposizione, il fazzoletto di Luigina è passato ai medici assistenti i quali preparano le tavolette.
Mentre la preparazione ha luogo, Antero chiede.
—Illustre maestro, credete che la tubercolosi si guarisca.
—No,—rispose reciso il medico.
—Ma le ultime scoperte il siero Maragliano, le inalazioni di creozoto.
—Collega, voi che con tanto senno avete scritto sulla tubercolosi, sapete che tutti questi medicamenti sono dei tentativi e nulla più, e solo servono a prolungare l’agonia.
Antero abbassò il capo. Pur troppo quello che diceva il medico americano, era la riproduzione esatta delle sue idee.
Tacque per qualche momento e poi chiese:
—Dato il caso che una fanciulla attualmente piena di vita di forza, e di salute, ma infetta di bacilli della tubercolosi prendesse marito, credete che lo sviluppo della malattia si affretterebbe?
—Due cose potrebbero succedere, o la ragazza tubercolosa affretta col matrimonio la sua fine, oppure prolunga la vita fino a quando ha messo al mondo un’altra esistenza che i bacilli distruggeranno.
Non havvi altro risultato possibile e voi faceste bene nelle vostre sapienti memorie a invocare una legge che proclami e punisca come delitto il matrimonio di quei che sono riconosciuti affetti di etisia.
Gli assistenti vennero ad avvisare che tutto era pronto per l’osservazione.
Desidero, illustre maestro, che voi esaminate le tavolette.
—Va bene.
Il dottore con viva attenzione osservò e quindi rivolto ad Antero disse:
—Collega, lo spurgo che mi avete portato è un vero nido di bacilli.
Il giovane innamorato barcollò, stette per cadere, lo dilaniò un dolore acuto, straziante.
Eppure ebbe la forza di resistere per non tradire il suo segreto.
—Venite collega, esaminate la quantità enorme di bacilli.
Antero, tremante, scosso da un fremito doloroso si avvicinò alla specola, guardò.
Il dubbio non era più possibile.
Lasciò il medico portando via le tavolette di cristallo sulle quali, erano disseccati i bacilli tremendi di morte.
Quando fu solo nel suo ufficio pianse, pianse a lungo. Ma le lacrime sono uno sfogo, un sollievo; ma non rimediano a nulla.
Antero si trovava di fronte a questo terribile dilemma.
O commettere un delitto di cui nessuno poteva calcolare le terribili conseguenze o rinunciare a Luigina ferendo in quella buona e gentile fanciulla anche il cuore.
Nessuno certo erasi mai trovato in simile alternativa.
Che dolce sogno distrutto, quante illusioni portate via dal vento inesorabile della fatalità.
Si trovava in tale stato d’animo, quando a toglierlo dalle triste meditazioni giunse un giovane giornalista suo amico.
Il giornalista nel vedere Antero con i lineamenti alterati, gli occhi rossi e gonfi dalle lagrime, fu tristemente impressionato; e con amorevole accento disse:
—Mio caro Antero, cosa ti turba e ti strazia, mentre dovresti essere l’uomo più fortunato della terra.
Antero non volle rispondere, si schernì, ma il giornalista insisté e il giovane dottore per quella necessità che uno sente imperiosa di mettere a parte delle proprie pene, narrò al giornalista il suo breve e terribile romanzo.
Quando Antero tacque, l’amico disse:
—Ma fammi un po’ il piacere tu con i tuoi bacilli, e le tue idee nere. Sposa la tua Luigina e vedrai che i bacilli per non avere a che fare con un medico fuggiranno.
—Non scherzare Enrico, non scherzare!
—Non scherzo! E ti consiglio di sposare Luigina.
—Ma non sai disgraziato, che io affretterò la sua morte e vedrò il talamo nuziale cambiato in letto funebre, che dovrò assistere alla sua terribile agonia e se mi darà un figlio, porterà con sé la condanna di morte?
“Sono dieci anni che scrivo per dimostrare che è il più abominevole delitto, il matrimonio quando sia provato che uno dei coniugi è affetto da tubercolosi.
—Caro mio, se tutto quello che si scrive si dovesse fare, allora....
“Questo va bene per i giornalisti, ma la scienza è inesorabile e i suoi sacerdoti devono essere come Bruto che non tremò nel condannare il figlio.
—Sia come tu dici; ma non ti sembra un delitto lasciare ad un tratto una deliziosa fanciulla che ti ama. Non è delitto correre il rischio che essa muoia di crepacuore.
—Se morisse non proverebbe dolori, le angoscie, i tormenti dell’agonia riservati ai tisici.
—Ma cosa le dirai? Che la lasci perché è tisica.
—No! no! no!—gridò Antero.—Non deve sapere nulla e io conto che tu tacerai sul segreto che ho svelato.
—Non dubitare io tacerò. Ma infine come farai a rompere il dolce legame che vi unisce.
—Partirò domani e di me, nessuno sentirà più parlare.
Il giornalista guardò sorpreso Antero, e poi con voce grave disse:
—Credevo che tu avessi più cuore.
Allora Antero dette in lagrime, lo presero delle convulsioni terribili. Enrico lo soccorse alla meglio atterrito da quel dolore immenso, profondo, straziante.
La crisi alfine passò, Antero sembrava invecchiato di dieci anni.
L’amico non lo abbandonò, restò al fianco di quel disgraziato che aveva sognato il paradiso e che ad un tratto si trovava precipitato nell’inferno.
CAPITOLO XII.
Da cinque giorni Antero non si era fatto vedere da Luigina.
La fanciulla non ricevendo nessuna lettera, non vedendo il fidanzato viveva in preda alla più dolorosa ansietà.
Fiera e vigile custode del suo amor proprio non aveva fatto passo per avere notizie del dottore.
Quanto e come soffrisse è facile immaginarlo.
A Cherubina e Baciccia non sfuggiva certo il dolore di Luigina, e non vedendo il dottore facilmente ne indovinavano la cagione.
Cosa era avvenuto?
L’assenza prolungata del dottore destava delle vive inquietudini in Baciccia e sua moglie.
Quel giovane medico era proprio il marito che ci voleva a Luigina, la ragazza lo amava, e lui pure sembrava pazzo d’amore. Qual mai avvenimento era venuto a turbare quell’amore? Se il dottore fosse stato ammalato avrebbe certo avvisato, se per impegni della sua professione avesse lasciato New York certo prima si sarebbe recato da Luigina.
La fanciulla soffriva orribilmente; ma era troppo fiera per dire una sola parola.
Però il dolore che dilaniava il suo cuore si rifletteva sulla sua faccia, e coloro che l’avevano allevata, cresciuta, amata con tutta la fede e l’entusiasmo, leggevano su quel volto soave le angosce del cuore.
Una mattina Baciccia ebbe un lungo colloquio con Cherubina, e quindi prima di recarsi al suo negozio andò alla casa del Dottore De Luisi.
Restò sbalordito e commosso nel constatare che alla porta non eravi più la placca di ottone lucente col nome del dottore.
Con mano tremante premé il bottone del campanello elettrico sotto il quale stava ancora scritto “Doctor Bell.”
Sentì squillare la suoneria, ma la porta non si aprì, premé ancora con più forza, nulla; non ottenne nessuna risposta.
Deciso ad uscire da una incertezza che lo faceva morire, suonò il campanello del portinaio.
Comparve quasi subito una donna che chiese:
—Chi cercate?
—Il dottore italiano—rispose Baciccia.
—Il dottore, da due settimane è partito.
—Ha cambiato casa?—chiese con voce alterata Baciccia.
—Non credo. Suppongo che abbia lasciato New York e siasi recato in Italia.
Baciccia barcollò ebbe per un momento il timore che gli si replicasse il colpo apopletico.
Senza dire una parola voltò le spalle e se ne andò a testa bassa.
Percorse a piedi le vie di New York, urtato dalla folla, inconscio di se stesso, insensibile a tutto ciò che si svolgeva attorno a lui.
Un solo pensiero lo martellava. Perché quel dottore innamorato era scomparso come un malfattore?
Perché aveva abbandonato la città dove una giovane bella, ricca, buona, l’adorava?
Ad un tratto fu preso dallo spavento, si ricordò che molte volte i medici mettono la loro scienza, a beneficio di cose turpi, infami, che la giustizia punisce severamente.
Che il Dottore De Luisi si fosse trovato coinvolto in una di quelle operazioni delittuose, tentate in pro di fanciulle che vogliono spegnere nel loro seno la prova viva delle loro colpe, delle loro dissolutezze.
Con la testa in fiamme ritornò a casa dove Cherubina lo attendeva anelante.
—Ebbene?—disse la donna appena scorse il marito.
—Ebbene, è partito, scomparso.
—Ah! Boia!....—non disse altro la poveretta e dette in pianto.
In quel momento pallida, ma risoluta comparve sulla porta Luigina, la quale con triste accento disse:
—Perché piangete? Perché vi disperate? Zio, tu sei stato a trovare il dottore De Luisi, dimmi la verità, tutta la verità.
—Luigina!.... Luigina!....—balbettò Baciccia.
—Parla zio. Guarda, io sono preparata a tutto.
—Il dottore è partito—mormorò finalmente il brav’uomo.
—Ah!....—A questa breve esclamazione che racchiudeva tutto un poema di dolore, Luigina si portò la mano al cuore, tremò tutta, stava per cadere; ma il suo carattere fiero vinse e restò in piedi.
Con voce, la cui calma metteva i brividi a Cherubina, disse:
—E le ragioni della partenza del signor Dottore, le sai zio.
—No. È scomparso senza lasciar detta una parola, senza lasciar traccia di sé.
—Va bene. Quell’uomo non era degno di me, è inutile disperarsi; per chi fugge come un malfattore sarebbe ingiusto addolorarsi.
Cherubina serrò fra le sue braccia Luigina mormorando:
—Ma tu!.... Ma tu!....
—Io?.... Senti zia, io ho provato in un colpo solo, tutte le amarezze della vita; il dolore più atroce mi ha dilaniato, il colpo fu tremendo, e reso più crudele dal non sapere il perché di un abbandono, che unisce a sé il più grande disprezzo.—Eppure vedi, io sono viva non sono morta per la terribile ferita.
Il dolore si calma a poco a poco, e penso che Dio ha così deciso per il meglio.
Anche se tornasse e si giustificasse non perdonerei, né dimenticherei, il suo abbandono.
Non parliamo più di lui, e facciamo conto di avere sognato.
—Angelo!.... Angelo!....—mormorava piangendo Baciccia.
La forza che sorreggeva quella nobile fanciulla in presenza dei suoi cari s’abbandonò non appena si trovò sola nella sua camera.
Luigina oppressa da uno spasimo che faceva vibrare tutto il suo corpo, si sentiva soffocare.
Essa era ferita nel suo amore, nel suo orgoglio, nelle sue illusioni!
Cosa aveva fatto per meritare simile castigo?
La sua vita era tutto un esempio di virtù e di candore. Nulla sapeva delle brutture del mondo, la sua infanzia passò incontaminata in mezzo a cento pericoli, la sua giovinezza si esplicò in mezzo al candore, all’ignoranza del male e dei dolori.
Un giorno il suo cuore aveva battuto d’amore; il raggio divino che riscaldò il mondo, l’avvolse, la baciò soavemente, ed essa amò, amò vedendo in colui che prescelse a compagno col quale avrebbe percorso la vita lieta e felice.
Ad un tratto quell’uomo che per lei buono e grande come Dio, l’abbandonava infamemente senza una parola di scusa, senza una giustificazione!
Essa non si faceva illusioni; sentiva che quella fuga vergognosa era l’abbandono completo, eterno, la prova di un tradimento senza nome.
Più che la certezza di non essere amata, la straziava il pensiero di quel silenzio triste, sprezzante che circondava la scomparsa del dottore.
Luigina sentiva nel suo animo buono, nobile e generoso, che se Antero le avesse detto la verità, le avesse svelato il segreto che lo costringeva a rinunziare al suo amore, avrebbe perdonato e cercato di consolarsi.
Affranta, disfatta da tanti pensieri, dette un grido e si rovesciò sul letto.
Poi l’assalse la tosse, e le candide coperte del letto furono macchiate di sangue.
Quando un’ora dopo, Baciccia e Cherubina entrarono nella camera di Luigina, la trovarono svenuta.
I poveretti perdettero la testa, non sapevano cosa fare; Baciccia dalla finestra si mise a chiamare aiuto.
Valenti udì quel grido, non curandosi di lasciare il bar-room senza nessuno, attraversò correndo la piazzetta dei Cinque Punti e a precipizio salì le scale, e penetrò come una bomba in casa di Baciccia.
—Cosa avviene?—gridò.
—Luigina è morta,—rispose il poveretto.
—Morta?—Ciò dicendo, Valenti stralunava gli occhi e diveniva bianco più della cera.
A rincuorarlo la parola di speranza di Cherubina la quale gridava:
—Baciccia, la piccina è viva, vieni.
Baciccia, corse nella camera seguito da Valenti. I due uomini dettero un gran sospiro di sollievo nel vedere che la fanciulla apriva gli occhi.
—Ci vuole un medico,—disse Cherubina.
—Corro da De Luisi—rispose Valenti.
—È inutile,—balbettò un poco imbarazzata Cherubina—è fuori di New York. Daniele, andate dal dottore Parodi.
Valenti partì come una freccia e poco dopo tornava col bravo medico genovese.
Valenti ricordandosi che il bar-room era di tutti, se ne andò, deciso a far la guardia al dottore per sapere notizie sicure di Luigina, della Stella dei Cinque Punti.
Il dottore Parodi, esaminò attentamente Luigina e si fece serio.
Gettò uno sguardo triste sopra le macchie di sangue che spiccavano sulla bianca coperta di merletti, poi alle labbra della fanciulla ancora coperte da una schiuma sanguigna, e trasalì.
Anche lui conosceva quella fanciulla, vanto del quartiere, e nel presentire il terribile male che l’affliggeva, provò un sincero dolore.
Si mise a prestare le prime cure a Luigina, la quale ritornò ben presto in sentimento, e sorrise a quei che la circondavano.
Il dottore ordinò a Luigina di mettersi a letto, e di prendere la pozione che le avrebbe mandato.
Promise di ritornare la sera.
Quando fu nell’anticamera, Cherubina rivolse al medico tante ansiose domande, ma questi rispose solo:
—Non posso farmi ancora un’idea esatta di ciò che tormenta la vostra nipote. Tornerò, esaminerò e deciderò a proposito, perché De Luisi non è al letto della fidanzata?
—E fuori di New York,—si affrettò a rispondere Cherubina.
—Credo che fareste cosa buona avvisarlo.
—Ma dunque si tratta di cosa grave?
—Non dico questo. Ma De Luisi è un buon medico, e poi ama vostra nipote e l’amore è un gran farmaco.
Con queste parole il dottore lasciò Cherubina nella più grande agitazione.
Appena il dottore fu nella via si sentì chiamare da Valenti, il quale ansiosamente gli chiese notizie della Luigina.
—Caro Valenti,—rispose serio, serio Parodi,—temo che i Cinque Punti perderanno la loro stella. È un vero peccato.
—Ma....
—Non posso dirvi nulla adesso, ma ho dei seri timori.
Valenti restò tanto impressionato dalle parole del medico, che per tutto il giorno non si curò più dei suoi affari.
Ben presto a tutti fu noto che Luigina era ammalata.
Se ne parlava dovunque, e dovunque era un coro di rimpianto, un far voti per la guarigione della brava fanciulla.
La notizia giunse anche alla fabbrica di candy e cioccolatini tutte le operaie ne restarono commosse, solo la triste fanciulla conosciuta per il suo veleno, quell’Eugenia che già abbiamo inteso tentare di insozzare con le sue parole il candore di Luigina, ebbe il coraggio di protestare contro tutto il dolore delle sue compagne.
E perché le davano sulla voce la triste ragazza gridò:
—Scommetto che ha abbortito!
Le rispose un urlo generale di indignazione; una delle operaie si alzò, gettò lungi da sé i candy, si avvicinò ad Eugenia e senza dire una parola, le dette tanti schiaffi da renderla mezzo intontita, mentre tutti applaudivano a quella lezione data bene e tanto a proposito.
Eugenia quando poté sottrarsi a quella grandinata di schiaffi fuggì nella stanza dove si cristallizano i candies, ma prima gridò:
—Va, brutta amante del prete!
La giustiziera a quell’insulto abbassò il capo, mentre le compagne la guardarono con compassione.
Eugenia aveva spruzzato dell’altro veleno e questo aveva colpito sul vivo la disgraziata operaia, che castigò l’insultatrice di Luigina.
CAPITOLO XIII.
Il dottore Antero De Luisi divenuto mezzo pazzo, aveva lasciato New York di nascosto, trepidante come un malfattore che voglia sfuggire alla polizia. Vedendo il suo sogno distrutto pensando che Luigina era dannata alla morte, fu preso dalla disperazione. Voleva uccidersi; non ne ebbe il coraggio; dieci volte afferrò la bottiglia della morfina, e dieci volte la rimise al suo posto.
Per quanto la vita sia un martirio, per quanto il dolore dilani coi suoi denti feroci, pure la morte spaventa.
Poi resta sempre un barlume di speranza, chi sa che le tenebre dell’oggi, non si cambiano in uno splendido sole domani?
Antero malediva la scienza, ad essa doveva quei momenti di angoscia senza nome, si scagliava contro la scienza, che fino a ieri era stata la sua amante prediletta.
Fermo nelle sue convinzioni, forte dei suoi studi, reso cieco dalle sue teorie, che credeva infallibili; invece di chiedere alla scienza il segreto per guarire la sua diletta, si dava vinto e fuggiva, fuggiva per timore di essere debole.
Strano tipo di amante costui che abbandonava la donna amata nel momento che aveva bisogno del suo amore e della sua scienza.
Antero si diresse verso il Canada, voleva distrarsi; ma si accorse subito che il dolore si faceva più acuto, più si allontanava da New York.
Il treno costeggiava il fiume Hudson, erano panorami incantevoli, deliziosi, ma Antero non vedeva nulla.
Ad ogni stazione guardava come trasognato tutta la gente allegra che scendeva, attesa dai parenti, dagli amici, dai villeggianti.
Vi erano coppie felici in quel treno, che andavano a nascondere il loro amore in quelle fresche montagne che bagnano le loro falde nelle azzurre acque dell’Hudson.
Antero guardava quei giovani che si fissavano amorosamente con dei sorrisi che erano un incanto.
L’allegria era generale in tutti i passeggeri, in generale appartenenti alla classe agiata e che può fuggire l’aria infetta delle città per andare a respirare quella profumata e salubre dei monti.
Ad ogni istante il treno si fermava, le stazioni erano meschini casolari di legno, dai viottoli dei monti si vedevano accorrere i villeggianti, e ricevere le persone aspettate.
Risuonavano grida allegre, baci.... le domande si incrociavano, e per un poco il silenzio dei monti era turbato da tutta quella gioia espansiva.
Antero solo, andava in terre ignote, in mezzo a sconosciuti, nessuno verserebbe un poco di balsamo sulla sua ferita.
Ebbe tante volte la tentazione di scendere, aspettare il treno per New York e tornarsene, correre da Luigina e sposarla a dispetto della sua terribile malattia.
Ma la scienza si imponeva al cuore, e la scienza gli mostrava la donna amata negli spasimi del terribile male, scheletrita ridotta agli estremi, e gli gridava severa: Tu hai affrettato questa fine, tu hai reso più violento il male!
Era una suggestione alla quale non si poteva sottrarre.
Il viaggio fu un lungo martirio. Giunse a Montreal verso le dieci di sera e si fece condurre al Windsor Hotel.
Mangiò poco e svogliato. Si sentiva così solo!
La notte la passò in continua agitazione. Cosa avrebbe fatto? Non aveva alcun progetto. Il denaro non gli mancava, avrebbe viaggiato per distrarsi. Ci fu un momento che ebbe l’idea di andare in Italia, al paese natio, forse avrebbe trovato un poco di calma; ma il pensiero di mettere fra lui e Luigina il mare lo spaventava.
All’indomani girò per la città, entrò nelle tante chiese che popolano Montreal, si fermò a lungo alla cattedrale che riproduce in piccolo San Pietro di Roma, a Notre Dame uguale a quelle di Parigi, percorse le vie che costeggiano il fiume San Lorenzo, ammirò i battelli, le manovre delle cataratte del canale, si perdette fra la folla dove i preti col tricorno mettevano le loro macchie nere.
Poi ritornò all’Hotel più triste più scoraggiato che mai.
Decise di continuare a viaggiare. Nella sala d’aspetto dell’Hotel vide dei gran cartelli reclame colla linea di vapori che da Montreal vanno a Toronto, fu attratto a fare quel viaggio del fiume e dei laghi e all’indomani saliva sul piroscafo Victoria e via verso Toronto.
Nelle prime ore di viaggio lo distrassero le manovre per attraversare il canale, il quale ha numerose cateratte; poi lo sedusse la vista delle rapidi, l’acqua correva veloce, tutta adorna di trine bianche, gorgogliava, scrosciava, saltellava.
Delle barche tentavano, sfidavano quel nemico senza freno e venivano prese, trascinate in una corsa vertiginosa che si arrestava solo nei grandi bacini.
Dopo il pranzo Antero restò nel salone ad udire la musica, allora guardò i suoi compagni di viaggio e si accorse che per la maggior parte erano coppie di fidanzati e di sposi.
Lo assalì di nuovo lo sconforto, la vista della felicità altrui ricordavagli tutte le gioie perdute.
Lasciò il salone e andò sul ponte, l’aria era fresca, il battello fendeva le acque del lago, da lungi apparivano dei lumi, erano i fanali delle coste.
Indirizzito dal freddo con l’occhio fisso, il cuore martoriato, Antero restò un pezzo sotto la sferza del vento ghiacciato e finalmente si trascinò nella sua cabina dove lo prese un sonno pesante.
All’indomani passò pure una triste giornata, troppa gioia attorno a lui, così isolato e solo.
Durante il giorno il Victoria fece scalo alle molte e belle isole che popolano i laghi.
Su queste isole sorgono dei grandiosi Hotels, ritrovo favorito dei ricchi i quali sfuggono ai calori estivi.
Antero sognava qual delizia dovesse essere abitare in luoghi così incantevoli, con una persona amata.
E questo sogno aumentava le sue angoscie.
Passò un’altra nottata febbricitante.
Quando la mattina scese a Toronto si accorse che la febbre lo possedeva, andò al Palmar House e si mise a letto.
Fu chiamato un medico il quale ordinò delle medicine, che Antero non prese, e raccomandò il riposo.
Due giorni dopo De Luisi fu trasportato all’ospedale di Toronto colpito dal tifo.
CAPITOLO XIV.
Luigina si rimise dalla sua malattia in pochi giorni e quando quei dei Cinque Punti la rividero alla finestra esultarono e Valenti disse allegramente:
—Il dottore Parodi voleva burlarsi di me.
A nessuno però sfuggì che il fidanzato della Luigina non si era fatto vedere. Siccome i curiosi ci sono sempre, così vi fu chi si incaricò di fare delle indagini, e si venne a sapere che il dottore De Luisi era scomparso.
Ora comprendevano il malore che assalì la Luigina!
La poverina abbandonata, per poco non moriva.
Perché quel dottore aveva lasciato la fidanzata?
Mistero.
Luigina era bella, buona, savia, ricca, desiderata da tutti, perché il fidanzato che sembrava tanto felice, era fuggito?
Qualcuno tentò di mettere in circolazione delle voci infami contro Luigina; ma non attecchirono.
Ai Cinque Punti quella fanciulla l’avevano vista crescere sotto i loro occhi, conoscevano la sua vita giorno per giorno e la calunnia non faceva presa.
Per tanto ogni giorno il dottore Parodi visitava Luigina e oramai aveva la certezza che la poverina era tisica.
Non aveva avuto ancora il coraggio di parlare a Baciccia e Cherubina, sapeva l’affetto che nutrivano per la ragazza e quanto dolore recherebbe la triste rivelazione.
Luigina deperiva di giorno in giorno, non mangiava più con appetito, aveva dei momenti di grande oppressione, degli abbandoni e svenimenti che facevano trepidare Baciccia e Cherubina.
I bei colori del volto erano scomparsi e quanto Cherubina con le lagrime agli occhi guardava la sua cara mormorava fra i denti:
—Boia! Boia! e alzava minaccioso il pugno.
La notizia della scomparsa fu nota anche ad Alberto Vallaro, il giovane pittore che tanto amava Luigina provò una gran gioia, gli parve che la fanciulla non fosse più perduta per lui.
Un giorno Enrico, il giornalista italiano, era nello studio di Alberto, e siccome aveva tutte le audacie dei giornalisti, così penetrò anche nel gabinetto riservato dove era il ritratto di Luigina.
—Splendido—disse il giornalista.—Quando questa poverina sarà morta....
—Morta?.... gridò Alberto.
Il giornalista guardò Alberto sorpreso, poi osservò di nuovo il ritratto, si batté la fronte e con accento mesto disse:
—Tu ami la stella dei Cinque Punti.
—È vero, mormorò Alberto che non poteva mentire.
—Ti compiango.
—Non è degna di essere amata?
—È degna di essere adorata, ciò non per tanto ti compiango. Senti Alberto, ti sono amico da tanto tempo, e l’amicizia mi impone di tradire un segreto.
—Un segreto?
—Ascoltami. Tu non ignori la scomparsa del Dott. De Luisi il fidanzato della Luigina.
—So tutto.
—E cosa hai creduto?
—Che De Luisi non amava la sua fidanzata, che il suo amore fu una finzione e che....
—Basta, Alberto, non calunniare quel poveretto.
—Spiegati.
—Tu sai che De Luisi è uno dei più dotti medici italiani di America. Ha fatto studi profondi, pubblicato memorie e opusscoli che fecero chiasso. Si dedicò in modo speciale agli studi sulla tubercolosi, e fu fra quei che non credono alla guarigione di un tal male e che inesorabili, chiedono misure severe contro quei che ne sono affetti.
Alberto ascoltava sorpreso quel discorso chiedendosi cosa mai eravi di comune con ciò che riguardava Luigina.
Il giornalista capì ciò che pensava l’amico e disse:
—Aspetta e vedrai che tutto si concatena.
Una memoria scritta da De Luisi e presentata all’Accademia medica di Firenze sostiene fra le altre che la legge dovrebbe proibire i matrimoni dei tubercolosi e punire come malfattori comuni coloro che trasgrediscono la legge.
Dunque De Luisi non crede alla guarigione dei tubercolosi ed è fautore di misure radicali per cercare di diminuire l’infezione.
—Ma infine Enrico ti prendi giuoco di me? interruppe Alberto.
—Sono alla conclusione e tu comprenderai la necessità del lungo discorso.
De Luisi amava ed era riamato da Luigina, sorrideva ad entrambi la più perfetta felicità, quando lo scienziato si è accorto che la donna amata è.... Enrico titubò; Alberto aspettava ansiosamente.
—È tisica! Concluse Enrico.
Regnò nel piccolo gabinetto, innanzi al ritratto di Luigina un lungo e penoso silenzio.
Alberto con la testa fra le mani, smaniava e delirava. Enrico alla vista di tanto dolore comprendeva tutto l’amore che l’amico aveva per la povera tisica e si sentiva commosso.
Ad un tratto Alberto disse:
—E per questo De Luisi ha lasciato la fanciulla che lo amava?
—Sì:
—Vigliacco!
—Pensa Alberto che egli conosce tutte le terribili conseguenze di quel male, egli sa che il matrimonio avrebbe affrettato la morte, e se la disgrazia avesse voluto che Luigina divenisse madre, il mondo avrebbe avuto uno sventurato di più.
—No, Enrico quel medico non amava!
—Amava, Alberto, ho visto le sue smanie, i suoi dolori.
—Dolore superficiale; niente altro.
—Ma la scienza!
—La scienza? E cosa è mai la scienza accanto all’amore? L’amore vero dà forza, coraggio, ispirazione, suggerisce la lotta, il sacrificio.
Chi fugge l’oggetto amato non sa che cosa sia l’amore.
Luigina è minata da un male terribile, ebbene perché non restare al suo fianco, tentare di combattere il male, sollevare le sue pene, circondandola di tutto l’amore che può dare un cuore grande e generoso.
E se la scienza è impotente, almeno dare alla diletta fanciulla l’illusione della felicità.
E lui la lotta poteva ingaggiarla, lui che è medico, e i medici sono in ogni tempo esempio di sacrificio.
Ha avuto paura di assorbire i bacilli ricevendo i baci di quell’angelica fanciulla. No, non difenderlo è stato vile, e la gente stenterà a credere la storia di tanta viltà.
Enrico erasi fatto pensieroso, l’amico non aveva torto, le parole che udiva lo inducevano a giudicare molto severamente il dottore.
Alberto esaltandosi continuava:
—Il medico è un soldato, deve stare al suo posto di combattimento. Del resto chi è questo De Luisi che proclama inguaribile la tubercolosi, mentre scienziati illustri studiarono e trovarono dei farmachi meravigliosi?
No, no, Enrico, De Luisi non fu né un buono e fedele amante, né un buon medico!
Io non sono che un pittore, non conosco i misteri delle malattie; ma se Luigina mi amasse io sarei al suo fianco, lotterei contro il male e credi che il fuoco della mia passione servirebbe a vincerlo.
Enrico restava pensieroso.
—A cosa pensi? Chiese Alberto.
—Senti amico; tu sai che io credo poco all’amore, troppe disillusioni ho provato, troppe lagrime mi costano le mie poesie e le mie fantasie, ma il tuo dolore, la tua fede, la speranza che ti illumina, mi dànno delle dolci sensazioni. Il mio vecchio cuore tante, troppe volte innamorato, sente ancora un palpito, mi voglio associare soldato ignorato alla tua opera.
Del resto i casi della Stella dei Cinque Punti mi interessano, quella fanciulla, lo so, è differente da tutte le altre.
—Sì, sì Enrico!—esclamò con entusiasmo l’innamorato pittore.
—Di lei neppure le lingue di vipera osano dire una cattiva parola, è circondata dalla stima e dall’affetto di tutti.
Però la mia alleanza non ti gioverebbe a nulla, ed ho pensato a chi può esserti utile alleato.
—Parla, parla Enrico.
—Conosci il Dottore Ridolfi?
—Ne ho sentito a parlare, ho visto dei lusinghieri articoli per lui, sopra i giornali americani.
—Orbene, il Dottore Ridolfi, tutto al contrario di De Luisi, crede che la tubercolosi possa essere vinta.
—Presentami a lui, Enrico, io gli parlerò, se ha poca fede gli infonderò la mia.
—Lo vedrò domani, gli parlerò, gli dirò tutto, e quindi te lo condurrò qui. Vedendo il tuo amore, sapendo chi è la persona colpita, sono sicuro che tenterà di fare il miracolo.
Alberto erasi alzato, il suo volto appariva raggiante.
Dal quadro Luigina sembra sorridergli dolcemente.
—Enrico—disse con voce vibrante—sento che la fanciulla che io amo sarà salva.
—Ed ora—riprese Enrico—un consiglio. Tu sei amico della Luigina e dei suoi, vai a fare una visita ai Cinque Punti, è sempre bene conoscere il campo di battaglia.
—Andrò questa sera.
—Domani a quest’ora ti presenterò il Dottore Ridolfi.
I due amici si strinsero con effusione la mano e si separarono.
CAPITOLO XV.
Quando il pittore Alberto Vallano giunse a casa di Luigina, trovò Baciccia e Cherubina in preda al più tetro desolante dolore.
Il dottor Parodi aveva parlato e i due disgraziati sapevano che Luigina era tisica.
Tisica?
Che spaventevole malattia! Baciccia e Cherubina erano rimasti annientati, sorpresi che il colpo tremendo non li avesse uccisi.
L’essere adorato che avevano allevato con tanta cura, che era la loro speranza, il loro orgoglio, la fanciulla più buona che Dio avesse mai mandato sulla terra, essere colpita dal male che non perdona!
No, non poteva essere, Dio non si sarebbe mostrato così spietato con loro.
Cherubina e Baciccia non parlavano, si guardavano, sospirando e piangevano.
Accolsero Alberto con molta effusione, quando uno è vittima della sventura è sempre più affettuoso e buono, i felici sono egoisti.
Luigina era nel salotto sprofondata in una poltrona e con mano distratta sfogliava un album quando entrò il pittore.
Alberto nel vedere tanto cambiata la fanciulla che avea conosciuto rosea, bella e sorridente, provò una stretta al cuore.
—Finalmente vi si vede— disse Luigina, stendendo la diafana mano al pittore.
—Signorina—balbettò Alberto—credevo di essere importuno.
—Importuno voi? Un vecchio amico?
La mano che Alberto strinse era calda e madida di sudore.
—Grazie, che abbiate conservato buona memoria di me.
Un pallido sorriso sfiorò le labbra di Luigina, la quale mormorò:
—Forse l’amicizia vale più....
Si arrestò e chinò il capo, mentre le pallide gote si imporporavano.
—Signorina—disse Alberto—volete permettere ad un vecchio amico, come vi piace chiamarmi, di dirvi che dovete lottare contro la malinconia che vi domina? I vostri parenti sono addolorati, mi hanno raccontato mille cose dolorose. Sentite—perdonatemi se vi parlo così—è d’uopo per la vostra salute, per la vostra vita, che scacciate ogni triste pensiero.
—La mia vita?—rispose con amarezza la fanciulla—e cosa volete che importi mai a me della vita?
Un anno dopo Luigina, condotta da Cherubina col cuore palpitante, entrava nella scuola di Leonard St.
—Signorina avete sedici anni, la vita può avere ancora dei dolci sorrisi per voi.
—Ho sedici anni e sono già una vecchia. Meglio che me ne vada che scompaia da questo mondo che intravedo malvagio e cattivo.
—Pensate a vostra zia, a vostro zio, pensate che siete la loro gioia, la loro speranza.
Due lagrime brillarono negli occhi ancora belli e affascinanti della poverina.
—Per loro—mormorò—per loro mi rassegnerò a tutto, anche a vivere.
—Ecco una buona parola. Luigina si alzò e chiuse la porta del salotto e fece scorrere sul regolo la tenda di velluto, poi si mise innanzi ad Alberto lo fissò a lungo e disse:
—Alberto, vi considero come un amico vero....
—Oh! signorina....
—E vi dirò che la mia rassegnazione non servirà a nulla, non vivrò perché sono condannata.
—Che dite mai—balbettò Alberto in preda ad una viva emozione.
—La verità. Sono affetta da tubercolosi....
—Non è vero—interruppe Alberto.
—È vero. Ho sorpreso il colloquio che oggi il dottor Parodi ha avuto con i miei parenti.
Alberto chinò il capo.
—Ora conosco—continuò la fanciulla—le ragioni che hanno indotto il Dottor De Luisi ad abbandonarmi; io ho letto tutte le memorie che ha pubblicato. Egli ha voluto rimanere fedele alla sua scienza, e ha dimenticato colei che l’amava.
Nel suo amore non ha trovato né la forza per combattere il male che mi possiede, né l’ispirazione per addolcire la mia agonia.
È segno che non mi amava ed io ringrazio Iddio di avermi risparmiato di unirmi ad un uomo non degno del mio affetto entusiastico.
Non l’odio, non lo disprezzo, lo compiango. E se ora ritornasse e lo vedessi strisciare ai miei piedi chiedendo amore, rifiuterei di ascoltarlo.
—Signorina — disse con accento grave Alberto — Avete ragione, non era degno di un angelo come voi.
—Un angelo?.... È forse per questo che me ne torno in cielo.
Luigina era ricaduta sulla poltrona, un respiro affannoso sibilava uscendo dalle sue labbra, le gote aveva infuocate, l’occhio febbricitante.
Finalmente Alberto disse:
—Signorina, volete permettere al vostro amico di cercare di combattere il male, il quale è forse minore di quanto credete?
—Voi volete combattere?
Io mi meraviglio che non siate già fuggito per paura di quei terribili bacilli che mi straziano i polmoni.
—Luigina!! Vi era tanto dolore nell’accento di Alberto che la fanciulla fu scossa, e comprese che quel giovane dal volto leale che le stava innanzi triste e commosso l’amava....
—Perdonatemi, Alberto, faccio male a ritenere che tutti sieno paurosi come il Dottore De Luisi. Ma cosa potete fare per me? Non siete medico!
—Signorina, io non vi chiedo altro che due grazie.
—Accordate.
—Ascoltatemi prima.
Io ho visto poco fa entrando in casa vostra il dolore di quelli che vi hanno allevata, è necessario che voi facciate di tutto per rendere loro la pace. Io sento che voi guarirete, il mio presentimento è così radicato che io sono certo che il male che ruina la vostra esistenza sparirà.
Ho fede, Luigina, abbiatene anche voi.
Mentre Alberto diceva ciò, era bello di entusiasmo, la fanciulla lo guardava e una dolcezza nuova tutta la invadeva, così rispose quasi giuliva.
—Avrò fede.
—Grazie, grazie. Ora vi dirò che un mio amico medico, studioso e valoroso intraprenderà la vostra cura, obbedite a lui, secondatelo, alleatevi a lui per combattere e per vincere e sarete restituita ai vostri parenti, a coloro che vi amano.
—Alberto farò tutto ciò che vorrete. Le vostre parole hanno già influito sul mio morale, non sono più triste e scoraggiata come poco fa. Grazie, chi sa che non sia il principio della guarigione.
Alberto si fece raggiante, Luigina lesse su quel volto leale tanta gioia che non poté a meno di pensare.
—Come mi ama!
Si levò dalla poltrona, non era più curva e accasciata, ma piena di forza come un tempo.
Aprì il piano, quel piano che da tanto tempo stava muto, e intuonò un’allegra ballata.
Quando Baciccia e Cherubina udirono il suono del piano, si alzarono come elettrizzati.
Che miracolo era avvenuto?
In preda alla più viva emozione si diressero verso il salotto, non credevano ai loro orecchi, volevano vedere la loro Luigina al piano.
E la videro trasfigurata, e la speranza ritornò nei loro cuori.
L’indomani il dottore Ridolfi visitava Luigina.
Trovò che mentre uno dei polmoni era ancora intatto l’altro annidava i bacilli che stavano per distruggerlo.
Fece coraggio all’ammalata ed alla famiglia assicurando che il male sebbene grave lasciava la quasi certezza di guarigione.
La sera stessa il dottore Ridolfi parlando ad Alberto gli diceva:
—Amico mio, se la scienza non è una vana parola, se il siero Maragliano che ho usato fino a qui con tanto successo, non perde ad un tratto tutta la sua potenza, fra sei mesi la signorina Luigina sarà salva e il dottore De Luisi si accorgerà che la sua è scienza falsa.
Alberto pazzo di gioia stringeva le mani al dottore il quale continuava:
—Se a me è riserbata la missione di curare il fisico e di combattere il male, nelle sue origini, lo farò con tutto il cuore, sia perché la mia ammalata ispira un sincero affetto a tutti ed ha affascinato pure me, sia perché debbo provare agli increduli la loro aberrazione, a voi tocca il curare il morale.
Non solo i polmoni della Stella dei Cinque Punti sono feriti ma anche il cuore lo è.
Fortuna che ci siamo io e.... voi.
Alberto stese la mano al dottore dicendo:
—Saremo alleati.
—A voi, Alberto, in premio, l’amore della più soave creatura, a me la gloria di aver vinto una battaglia nel nome venerato di Maragliano.
CAPITOLO XVI.
Il segreto della malattia terribile che affliggeva Luigina era trapelato ai Cinque Punti, tutti lo sapevano, e un sincero dolore invadeva uomini e donne.
Solo la perversa Eugenia pareva godesse di quel male che stava per togliere all’affetto generale la più buona e bella ragazza del quartiere.
Tutte le volte che gli amici incontravano Baciccia lo fermavano:
—Ebbene, come va? Chiedevano ansiosi.
—Come volete che vada, rispondeva il bravuomo scrollando il capo.
Allora gli stringevano la mano e se ne andavano mormorando:
—Coraggio!
Si sapeva che il medico curante della Luigina era il dottore Ridolfi, e ciò rassicurava molto perché sapevano che la cura della tubercolosi era la sua specialità.
Si raccontavano dei veri miracoli, fatti dal bravo e modesto dottore.
I più risoluti stavano alle vedette e, quando Ridolfi usciva dalla casa di Baciccia, lo affrontavano e gli facevano mille domande, e quando lasciavano libero il dottore dicevano:
—Guaritela e vi benediremo!
Un giorno Cevasco, il popolare panettiere e pasticciere di Worth St., condusse il medico nella sua panetteria e gli fece mille domande.
Quell’uomo cresciuto e ingrassato in mezzo all’aria tiepida, profumata e zuccherata della sua panetteria, che non si occupava mai di nessuno che non ambiva il chiasso a torno a se, che era sempre gioviale, da quando aveva saputo che la tisi distruggeva lentamente la Stella dei Cinque Punti, era divenuto serio, nervoso, distratto.
Il bravuomo sul matrimonio di Luigina ci aveva fatto mille conti sopra, non mica conti di interesse, tutt’altro!
Egli erasi proposto di offrire come regalo di nozze tutti i dolci del pranzo nuziale.
In quel giorno ne sarebbe volato dello zucchero delle uova e del buon burro fresco!
A volte pensando a quello che avrebbe fatto nel giorno memorando degli sponsali della nipote di Baciccia, quasi quasi guardava con un certo disprezzo i bei biscotti che si allineavano nelle vetrine, gli amaretti dal color bruno, i marzapani gialli come verghe d’oro, i mandorlati dove civettavano le bianche mandorle dolci.
Per il dolce matrimoniale aveva già ideato un disegno fantastico tutto a ricami di zucchero filato con guarnizioni di confetti d’argento, con delle statue allegoriche, ed il tutto sormontato da una grande stella lucente.
Ed ecco che quella maledetta etisia non solo tormentava il suo cuore, ma gli toglieva la speranza di manifestare la sua affezione alla più brava fanciulla del quartiere.
Cevasco adunque aveva chiamato il dottore e lo aveva saettato di domande, questo aveva risposto che non poteva assicurare nulla ma che sperava bene. Cevasco per poco non abbracciava Ridolfi, si trattenne perché lo avrebbe fatto bianco di farina.
Insistiamo su questi particolari che sembreranno troppo comuni, per mettere nella sua vera luce l’affetto che le virtù della Luigina avevano ispirato in quanti la conoscevano.
Alla sera, quando suonava la banda, la folla che passava dai Cinque Punti si voltava verso la finestra di Luigina.
Le fanciulle pur liete e sorridenti, pur nel dolce abbandono dei colloqui innamorati, innanzi alla casa della fanciulla tisica, frenavano le loro risate argentine e si facevano meste.
La virtù ha un gran fascino.
Delle fanciulle belle a i Cinque Punti ce ne sono sempre state e ce ne sono, e anche di buone e di virtuose, ma nessuno aveva destato interesse quanto la Luigina; e le sue compagne non erano gelose ad eccezione di Eugenia, anima corrotta e perversa e quattro o cinque di quelle disgraziate, che hanno gettato un’ombra su tutte le ragazze dei Cinque Punti, forse un poco troppo libere, troppo americanizzate, ma nel fondo oneste e incapaci di fare il male.
La cura di Luigina proseguiva regolarmente, il dottore Ridolfi ogni due giorni faceva una iniezione di siero Maragliano, l’appetito nell’ammalata ritornava, la febbre era scomparsa, Baciccia e Cherubina andavano in estasi.
Alberto ogni sera si recava a visitare quella che chiamava la sua ammalata.
L’estate era venuta con i suoi calori e il medico aveva ordinato che Luigina andasse in campagna.
Baciccia affittò una villa presso New York e un bel giorno di Luglio, mentre le vie erano piene dei clamori della festa del 4 Luglio zio, zia e nipote, partirono.
Quando Luigina stava per salire in una comoda carrozza offerta da Carlo Bacigalupo le venne presentato da Valente un bel mazzo di mammole.
—Luigina, tornate presto—gridò commosso il buon Valente—e tutti quanti si erano aggruppati attorno alla carrozza ripetevano:—Tornate presto!
Sul volto pallido della fanciulla corsero lagrime di riconoscenza per tale dimostrazione di affetto.
Nel momento stesso che Luigina si recava in campagna la principessa Orloff metteva di nuovo piede a New York, decisa a frugare la immensa città per ritrovare la figlia sua.
FINE DELLA PARTE PRIMA
PARTE SECONDA
La Principessa Orloff
CAPITOLO I.
Il principe e la principessa Orloff furono ricevuti dall’aristocrazia russa coi segni della più grande deferenza.
Il principe non era più un miserabile lo si sapeva ricco di più che venti milioni di rubli, e il denaro fa tutto dimenticare; le pazzie del giovane principe furono battezzate col nome di avventure giovanili.
Del resto la casa Orloff aveva prestato dei grandi servizi allo czar e si dice che quando Alessandro II cadde col ventre squarciato dalle bombe dei Nihilisti mormorasse:
—Se era vivo Orloff non mi avrebbero ucciso!
Al principe fu offerto un grado a corte ma egli rinunziò; la morte tragica di suo padre, l’odio che i Nihilisti avevano per la sua famiglia lo consigliavano a stare il più che fosse possibile lontano dalla corte.
D’altra parte il principe era divenuto di umore tetro, un dolore acuto certo gli dilaniava il cuore.
Orloff amava sul serio sua moglie.
Aveva sposato Annie per i suoi milioni, ed aveva finito per esserne innamorato alla follia.
Ora la principessa non nascondeva la specie di repulsione che aveva per il marito, si dava a lui per dovere, perché così comandavano le leggi del matrimonio, ma la passione del principe non la scaldava, Annie vedeva nel marito un uomo che aveva fatto un mercato ignobile e nulla più.
Il principe soffriva e taceva, circondava la moglie delle più affettuose cure, cercava di indovinarne i pensieri, i desideri.
Un altro cruccio aveva Orloff, quello di non potere gustare le gioie della paternità.
La madre di Annie fece una lunga permanenza presso la figlia; ma suo genero non le disse nulla dei suoi dolori, delle sue angoscie, ed essa, quando se ne ritornò a New York, partì convinta che sua figlia e suo genero fossero felici.
Quattro anni dopo il matrimonio il principe, volendo riattivare le miniere di Malachite che possedeva, chiese alla moglie il consenso per disporre di una somma di centomila dollari.
Annie, che quando doveva parlare di danaro diveniva cattiva e crudele, rispose sdegnosa:
—Principe, mi sorprende che domandiate a me dei permessi, mi sposaste per avere le mie ricchezze ed esse sono vostre.
Orloff provò un dolore acuto, non ebbe la forza di rispondere, chinò il volto fatto rosso e solo mormorò:
—Principessa, siete spietata.
Da quel giorno egli cercò di rifare il suo patrimonio, onde poter dire alla donna che amava:
—Del vostro io non voglio nulla; sono ricco al pari e più di voi.
Le miniere di Malachite furono riattivate, la vena perduta si ritrovò, e insieme alla Malachite un filone d’oro di una purezza straordinaria.
Tutta la Russia fu piena del nome del principe Orloff considerato ora mai come uno dei più ricchi uomini del mondo.
Una splendida sera di estate nel 1888, Annie e suo marito stavano nel marmoreo terrazzo della villa che il principe aveva fatto fabbricare sulle rive della Neva.
Annie a mezzo sdraiata in una splendida amaka intessuta di fili d’oro, guardava le stelle che nel cielo limpido mandavano sprazzi di luce vivissima.
La Neva scorreva lieta e tranquilla, a quando a quando passavano delle imbarcazioni piene di gente giuliva, si udiva il dolce canto dei popolani.
Una quiete grande, dolce, avvolgeva tutta la villa.
Orloff seduto sopra un tappeto turco, guardava la moglie.
Avrebbe voluto alzarsi per correre a baciare e ribaciare quel volto bellissimo, sul quale la luna metteva dei riflessi argentei.
Non lo osava.
I dispensieri sovra vassoi di oro portarono dei rinfreschi, Annie sorbì una limonata, Orloff si umettò le labbra nel tè ghiacciato.
I dispensieri e i servi che portavano delle torce a vento scomparvero.
Le tenebre sembrarono più fitte, anche la luna era scomparsa.
Orloff si alzò, si avvicinò alla moglie e con voce dolce le disse:
—Principessa, è uso dei nostri paesi che il giorno onomastico della sposa amata le si debba fare un dono prezioso.
Annie volse la testa verso il marito.
Era il primo anno che si ricordava di quella festa.
Orloff continuò:
—Un tempo ero troppo povero per farvi dei doni il giorno di Sant’Anna.
Quest’anno è ben altra cosa principessa.
In questo astuccio avvi un atto di cessione delle mie miniere d’oro e di malachite, sono stimato oggi più che ottanta milioni di dollari.
È questo il mio presente che vi prego di accettare, nel tempo stesso che invoco dal cielo ogni benedizione sul vostro capo.
Annie guardò sorpresa il marito, poi comprese che quel dono era una lezione data alla ricca americana e si ribellò, protestò, non voleva quella ricchezza.
—Principessa la vostra ira non ha ragione di esistere, se anche avessi voluto sdebitarmi del tanto che debbo a voi, compievo un dovere.
Sentite Annie, da sei anni siamo uniti, voi potete giudicare se non feci del mio meglio per rendervi felice. La mia gioventù fu tempestosa, lo confesso, detti fondo alle ricchezze ereditate, sarei forse precipitato nell’abisso, mi consigliarono di andare in America a fare un buon matrimonio.
Annie ebbe un sorriso ironico che non sfuggì al marito.
—Avete ragione di sprezzarmi, feci male ad accettare un tal consiglio; ma in certi momenti critici della vita non si ragiona e non si distingue più il bene dal male. Andai in America, vi vidi, mi parlarono delle vostre ricchezze, incoraggiato da vostra madre vi feci mia sposa, avevo per voi della simpatia, il trovarmi unito con una bella, buona e casta fanciulla cambiò la simpatia in amore ardente, grande, entusiasta. Questo amore voi non lo divideste, fra me e voi era la vostra dote.
Annie oggi io sono ricco in modo favoloso, non potete credere che il mio amore sia interessato. Una vostra parola può rendermi il più felice degli uomini. Se il ghiaccio che circonda il vostro cuore non si scioglie io chiederò all’Imperatore di affidarmi il comando di un reggimento di Cosacchi e mandarmi in Asia dove si combatte sempre, là cercherò e troverò la morte.
La voce del principe era insinuante, il suo accento commosso.
Annie, del resto, lo sapeva di essere amata; essa pure aveva dei momenti in cui si sentiva presa dal dolce incanto d’amore; ma non arrivava a vincere la ripugnanza che destava in lei il pensiero che quel principe non aveva esitato a dare il suo nome ad una fanciulla madre solo perché era ricca.
Nel patetico discorso di quella sera il principe aveva posto una frase che turbinava nel cervello di Annie.
—Il trovarmi unito con una casta fanciulla—aveva detto Orloff.
Casta? Ma se conosceva il suo fallo non era ironia parlare di castità?
Tutta assorta in quel pensiero chiese al marito.
—Volete dirmi tutta la verità?
—Sono ai vostri ordini principessa.
—Nel colloquio che aveste con mia madre cosa vi disse essa?
—Volete la verità, ebbene ve la dirò:
Annie ebbe un sussulto.
—Vostra madre mi parlò dei vostri difetti, di qualche stranezza, del vostro animo ribelle; tutti difetti devo aggiungere che non albergano in voi.
—E non vi disse niente altro?
—Niente altro ve lo giuro sul mio nome di gentiluomo.
Annie saltò giù dall’amaka, era di un pallore di morte.
Il suo volto spiccava nell’oscurità come se fosse scolpito nel marmo.
—Principe, disse Annie con voce fremente, quello che devo dirvi è cosa tanto grave che vi prego di seguirmi nel mio gabinetto da lavoro.
Orloff sorpreso e commosso rispose con galanteria.
—Precedetemi principessa.
CAPITOLO II.
Il gabinetto da lavoro della principessa Orloff era un miracolo di eleganza e di buon gusto. Annie, anima di artista, vi aveva raccolto dei veri tesori.
I più celebri artisti antichi e moderni avevano dato il loro tributo a quel gabinetto, che era poi una splendida sala degna di accogliere un re.
Due lampadari di cristallo di rocca, carichi di candele di cera accese, illuminavano quel delizioso luogo.
Orloff si accorse dell’estremo pallore della moglie, e con premura chiese:
—Annie, vi sentite male?
—No.... nulla.... Principe. Se mia madre, cedendo al suo amore materno, non vi disse il segreto della mia vita, io debbo qui al principe Orloff dire la verità, e quindi chiedergli perdono per averlo disprezzato per il corso di sei anni.
Il principe, commosso e sorpreso, in preda ad una viva agitazione guardava la moglie.
—Principe, giuratemi ancora una volta che quanto mi diceste poco fa è la verità.
—Lo giuro per la memoria del padre mio—disse in tuono solenne Orloff.
Allora la fiera americana cadde alle ginocchia del principe e coprendosi con le mani il volto fatto rosso dalla vergogna, narrò la sua triste odissea.
Il principe ascoltò quella confessione ora fremendo, ora dominato da una grande tenerezza.
No, quella fanciulla ammaliata da un miserabile non era colpevole, ma una vittima; quella donna, che da sei anni era esempio di onestà, meritava non uno ma cento perdoni.
Quando Annie tacque, suo marito la rialzò e se la strinse al suo seno mormorando:
—Annie! Annie! ti amo!
Quelle parole, nelle quali vibrava tutta l’anima di Orloff, sciolsero gli ultimi avanzi di ghiaccio che circondavano il cuore di Annie la quale, ebbra di felicità, afferrò la testa dello sposo e la baciò con frenesia dicendo:
—Sei buono e generoso, e ti amo!....
Su dalla Neva giungeva la lieta canzone di uno studente, la luna ricomparsa batteva sulle vetrate, ed Orloff e Annie cominciavano la luna di miele.........
CAPITOLO III.
Il cameriere Dulac, il miserabile che aveva abusato infamemente della sua padroncina, appena in possesso dei centomila dollari fece vela per la Francia.
Giunto a Parigi modificò il suo nome plebeo e si fece chiamare il visconte Du Lac.
A Parigi, più che altrove, si è facile ad accogliere il primo che capita purché abbia del danaro. Nessuno si cura di fare delle indagini; se qualcuno domanda:
—Chi è quel tale?
Gli si risponde:
—È ricco.
Non domandano altro.
Alloggiato in un quartierino elegante, con due cavalli nelle scuderie, un servo irreprensibile, il sedicente Visconte fu ben presto lion alla moda.
I suoi vecchi amici di deboscia, le perdute che un tempo lo avevano mantenuto, certo non lo avrebbero riconosciuto sotto la nuova scorza.
Ammesso ad uno dei Club più in voga, giocava forte e con molta fortuna.
Una delle orizzontali più note gli aveva aperto le sue molli e profumate braccia; ma adesso era lui che doveva pagare, e quella ragazza bionda, dall’aria ingenua, dagli occhi casti, regina di tutte le feste, sacerdotessa di tutte le orgie eleganti, aveva dei dentini buoni a rosicchiare dei milioni con una spaventosa rapidità.
Il visconte spendeva senza contare, aveva depositato i suoi cinquecentomila franchi al Credito Lionese e attingeva allegramente in quel deposito pensando forse che non si sarebbe mai esaurito.
Alla fanciulla che aveva sedotta, disonorata, non ci pensava neppure, o se ci pensava era per studiare un mezzo onde sfruttarla se un giorno si fosse trovato al verde.
Quella vita di orgie e di lusso durò un paio d’anni.
In questo tempo il miserabile fu ricevuto in tutte le famiglie anche quelle più esclusiviste.
Vi fu un momento che gettò gli occhi sopra una nobile fanciulla portante il nome di una delle più antiche famiglie di Francia; ma un matrimonio avrebbe dato luogo a delle indagini, a delle ricerche, e la verità, se non tutta, certo in parte, sarebbe venuta a galla.
Attratto dal fango, nel quale era nato, il sedicente visconte spesso andava nei più luridi luoghi di Parigi per sfogare le sue ignobili passioni.
A Mabille era molto noto e lo chiamavano il re del can-can.
Quando si trovò a non avere più che pochi biglietti da mille, cominciò a vivere di espedienti, sfruttò il suo credito, barò al giuoco, rubò nelle case dove era ospite.
Nessuno sospettava del Visconte Du Lac, il quale si affermava che possedesse non meno di cinquecentomila franchi di rendita.
Ma venne il giorno che i nodi arrivarono al pettine e il bruno visconte scomparve.
Di quella scomparsa se ne parlò un paio di settimane; essendoci delle querele per truffa e falso, la polizia cercò l’elegante truffatore; ma inutilmente.
Il mariuolo conosceva troppo bene la sua Parigi, e nessuno poté scovarlo.
Associato ad una banda di ladri che saccheggiavano le ville dei sobborghi di Parigi, la scialava allegramente fra i furfanti della peggiore specie, per i quali era una specie di provvidenza, perché nessuno meglio di lui poteva dare dei ragguagli sulle abitudini, le ricchezze di coloro che un tempo ebbe amici e compagni.
Ai prodotti dei furti Du Lac aggiungeva ciò che gli perveniva dalle perdute, che vendevano i loro corpi per potere mantenere da signore il loro uomo.
Anima più abbietta, più vile di quella di Du Lac, era impossibile immaginarla.
Eppure quel ricettacolo di ogni vizio, quel birbante senza anima, onore, coscienza, che passava di delitto in delitto, era il padre di una creatura angelica, che spendeva attorno a se il fascino soave e bello della virtù!
Chi può spiegare certi fenomeni, pure così frequenti?
CAPITOLO IV.
Negli ultimi del 1888 la banda alla quale apparteneva Dulac, conosciuto dai suoi compagni col nome di Le Brun, tentò un colpo che doveva assicurare l’agiatezza a tutti i rispettabili membri della tenebrosa associazione del delitto.
Nel Sobborgo San Germano, quel sobborgo che accoglie ancora la vecchia aristocrazia di Francia, viveva una vecchia eccentrica la quale si diceva molto ricca.
Portava il nome storico dei conti De La Motte, e viveva insieme ad una gran quantità di gatti, i quali avevano nella vecchia contessa una madre amorosa.
Dulac, o meglio Leburn, nei beati tempi che bazzicava la buona società aveva inteso delle stranezze della contessa, della sua solitudine, e delle ricchezze che possedeva e teneva nascoste nel suo palazzo.
Siccome la cassa dei bravi soci era smunta, e si avvicinava l’anno dell’esposizione, anno adatto a far baldoria, così Lebrun suggerì di fare una visita alla vecchia e vedere se la leggenda che correva sul suo conto fosse vera o falsa.
Il piano fu studiato con amorosa cura, nulla venne trascurato per il successo.
Si stabilì che il colpo doveva avvenire di giorno, e precisamente la vigilia di Natale.
In quel giorno tutti sono occupati, tutti pensano a prepararsi per degnamente festeggiare la nascita del Redentore.
Uno della banda vestito da fattorino, si sarebbe presentato alla Contessa, la quale, è bene si sappia, non abitava che il terzo piano del suo palazzo, tutto il restante essendo affittato a nobili, magistrati, e scapoli denarosi.
Lebrun conosceva molto bene questo vasto e tetro palazzo e si prese l’incarico di fare la parte del fattorino, due dei suoi complici sarebbero stati sul pianerottolo per precipitarsi nella casa della contessa non appena questa, verificato chi era che suonava, avesse aperta la porta.
La nobile congrega con questo colpo sospendeva le sue operazioni, perché la polizia qualche cosa aveva già fiutato, e la polizia di Parigi ha l’odorato molto fine.
Giunse la vigilia di Natale, faceva un freddo da Polo Nord. La Senna era ghiacciata, i parigini non ricordavano da quando non erasi fatto sentire un freddo simile.
Non per tanto le vie della gran capitale francese erano piene, zeppe di gente, i negozi rigurgitavano di folla, i mercati venivano presi d’assalto.
Il freddo non poteva impedire che si celebrasse degnamente la festa di Natale.
Verso le quattro del pomeriggio, Leburn, Rocher e Flily, questi due erano i giganti della compagnia, si avviarono verso il sobborgo San Germano.
Lebrun vestiva da fattorino di piazza e aveva la sua brava placca numerata sul petto, nelle mani, coperte di grossi guanti, portava un involto confezionato con la più grande civetteria.
—La vecchia—diceva Rocher a Flily—se non si decide a dare il gruzzolo la mettiamo col.... fuori della finestra e ti assicuro che non.... più.
Alle parole oscene che abbiamo rimpiazzato con puntini, Flily rideva da non poterne più.
E dire che quei due miserabili, che sembravano dei buoni operai e che mostravano tanta allegria, erano diretti a commettere un odioso delitto.
Lebrun giunto innanzi al portone del palazzo La Motte si arrestò; fu subito raggiunto dai complici.
—Il portone è aperto, disse Lebrun, prima passo io, poi Rocher e infine Flily, cercate di non farvi vedere in faccia dalla portinaia.
Lebrun spinse il portone ed entrò.
Portava il pacco del presunto regalo all’altezza del volto, in modo che la portinaia non avrebbe potuto vedere la faccia del sedicente fattorino.
Però in quel giorno tutta Parigi avrebbe potuto passare dal portone del palazzo De La Motte, senza che la brava portinaia si accorgesse di nulla, essendo tutta intenta a guarnire un gigantesco albero di Natale, destinato ai suoi nipoti.
Così i tre furfanti poterono salire il grande scalone senza destare attenzione.
Giunti al terzo piano innanzi alla porta della vecchia, Rocher e Flily si collocarono in modo da non essere visti, e Lebrun suonò risoluto il campanello.
Dopo poco si aprì un piccolo spiraglio e un occhio curioso guardò; poi si udì una voce aspra che chiedeva:
—Chi siete.
—Pubblico fattorino, signora Contessa, ho una commissione per voi.
Si udì il rumore dei chiavistelli che venivano tolti, e poi la porta si aprì appena, e la vecchia stendendo le mani disse:
—Date qua.
—Aprite un poco di più la porta, signora contessa, altrimenti il mio pacco non passa.
Era vero, e la vecchia fu costretta a levare la catena di sicurezza e ad aprire la porta.
Quello era il momento buono.
Lebrun respinse brutalmente la contessa, la quale cadde senza potere mandare un grido.
Rocher e Flily entrarono e chiusero la porta.
La vecchia in un battere di occhio fu imbavagliata e legata.
La disgraziata, con gli occhi sbarrati, tutta tremante, guardava quei tre uomini padroni della sua vita e della sua casa. Una dozzina di gatti con gli occhi che pareva mandassero fiamme turchine, stavano in diversi punti della stanza, in attitudine minacciosa.
In quella casa eravi un odore di selvatico, un tanfo di materie infette, che a mala pena si poteva respirare.
—Mia bella contessa, diceva intanto Rocher, mettetevi l’animo in quiete, noi non siamo cattivi; non vi faremo alcun male, se avrete considerazione che ogni fatica merita premio, e che anche noi abbiamo il diritto di fare un buon Natale.
Qui, in qualche posto vi è un bel gruzzoletto, ce lo date e noi ce ne andiamo e beveremo alla vostra salute.
Dov’è il gruzzolo?
La contessa, avara in modo da preferire la morte a dare un soldo, con la testa faceva degli atti di diniego.
—Vecchia—ripigliò Rocher— sii buona, è meglio per te, su, alzati e conducici dove è il morticino.
Il colosso levò in piedi la contessa, la quale restò immobile.
—Guidaci, disse Lebrun. Essa fece un energico segno di rifiuto.
—Non vuoi?—chiese ancora Lebrun.
Stesso gesto.
—Va bene, disse Lebrun, adopreremo i grandi mezzi, la stufa è bella rossa.
Leva le scarpe ai bei piedini della contessa.
Rocher che maneggiava la disgraziata come una piuma, le denudò i piedi in un battere di occio.
—Ora avvicina le nobili estremità alla stufa—comandò Lebrun.
I piedi della vecchia furono avvicinati tanto al fuoco che la pelle si sollevò, fumò, stridé.
Sotto lo spasimo di un dolore atroce, la contessa volle divincolarsi, ma le braccia di Rocher erano tanaglie di acciaio.
—Buona! buona! Non ti muovere, vecchia strega, e insegnaci il luogo dove tieni i soldi altrimenti faremo un arrosto della tua carcassa.
Un odore nausebondo di carne bruciata, si spandeva per la sala, i gatti ingrossavano la coda, arrizzavano il pelo e dai loro occhi mandavano lampi.
I furfanti sospesero il martirio della vittima, la quale stava per svenire; collocarono la vecchia sopra un divano e si misero a frugare dovunque, seguiti dallo sguardo inquieto della contessa.
Non trovarono nulla; allora il martirio ricominciò e finalmente la vecchia, non potendone più, oppressa da un dolore che le toglieva la ragione, indicò il nascondiglio dove teneva i danari.
Era questo un armadio abilmente simulato, e che ben difficile sarebbe stato scoperto.
I furfanti trovarono in quel nascondiglio molti rotoli di monete d’oro, dei biglietti di banca e delle magnifiche gioie.
La contessa De La Motte soffrì assai più nel vedere saccheggiare il suo tesoro che nel momento in cui le bruciavano i piedi. Certo quella non era tutta la sua ricchezza, aveva dei depositi alla banca, dei beni al sole; ma l’oro, i biglietti e le gioie che nascondeva con tanta cura, rappresentavano per lei le uniche cose che amasse dopo i gatti.
Quando tutto il nascondiglio fu vuoto, i ladri si accinsero a partire, uscirono per i primi Rocher e Flily, seguiva Lebrun; nel momento che questo stava per oltrepassare la soglia della porta la vecchia mandò un grido, essendo riuscita a liberarsi dal bavaglio.
Lebrun comprendendo il pericolo, con un slancio fu sopra la contessa e con le sue dita divenute di acciaio le strinse il collo.
La sventurata ebbe due o tre sussulti, poi non si mosse più. Non per tanto Lebrun seguitava a stringere ancora.
Ad un tratto si udì un lungo miagolìo, e un gatto, il più grosso e feroce, saltò a mordere la mano che strangolato aveva la sua padrona.
Lebrun dilaniato dai denti e dalle unghie del gatto, soffocò un grido e fuggì............................
CAPITOLO V.
Il delitto infame fu commesso senza che nessuno se ne accorgesse; i ladri poterono uscire dal palazzo senza essere visti. Solo Lebrun portava i segni dell’opera infame; la sua mano destra nella parte carnosa aveva un vuoto, i denti del gatto gli avevano portato via di netto un pezzo di carne.
Naturalmente non pensò ad andare alla farmacia a farsi curare, i furfanti hanno dei medici speciali i quali curano senza dare nessun referto alla polizia.
Sono dei disgraziati senza clienti, dei viziosi che usciti dalle scuole precipitano nel fango e in questo vivono fino a quando la polizia non interviene, e manda questi medici alla galera per qualche grave reato.
Il medico che visitò la piaga di Lebrun (seguitiamo così a chiamare Dulac) gli disse:
—Non è nulla di grave; ma il segno vi resterà e la polizia potrà riconoscervi fra mille.
Il bottino fatto in casa della contessa era rispettabile più di ventimila lire in numerario e altre diecimila in gioielli: questi furono venduti ad un manutengolo ebreo e i tre ladri si divisero da buoni fratelli la preda della sventurata vecchia.
CAPITOLO VI.
La mattina di Natale fu scoperto il delitto del Sobborgo San Germano, la portinaia essendo andata a prendere gli ordini della contessa trovò la porta aperta, entrò sorpresa, ma appena scorse il corpo esanime della vecchia fuggì gridando e mettendo sottosopra tutti gli inquilini.
La polizia fu subito informata ed accorse il commissario del quartiere.
Sul corpo della morta stava accoccolato il grosso gatto che aveva straziato la mano di Lebrun.
Dal palazzo della prefettura accorsero degli abili agenti guidati da certo Larouge un bracco dei più fini.
L’abile agente, di un sol colpo, comprese come erano andate le cose, scorse il nascondiglio aperto e disse:
—Qui hanno fatto un bel bottino.
Vedendo i piedi della vittima orribilmente bruciati crollò il capo mormorando:
—Abbiamo a che fare con audaci birbanti. La vecchia è stata posta alla tortura perché rivelasse dove teneva il tesoro.
Il gatto non voleva andarsene dal corpo della padrona, bisognò scacciarlo e si allontanò soffiando e facendo la coda grossa.
Sul petto del cadavere spiccava un pezzetto di roba sanguinolenta.
—Ah! Ah!—esclamò Larouge—credo che uno dei ladri abbia lasciato qui un pezzetto della sua ignobile carne.
Mise il pezzetto di carne nella carta per consegnarlo al medico.
Questo giunse poco dopo e constatò che la contessa era morta strangolata.
Esaminò quindi il pezzetto di carne presentatogli da Larouge e dichiarò che il ladro e assassino, in qualche parte del corpo portava certo le traccie di un morso terribile.
Ma chi aveva dato quel morso?
Larouge si ricordò del gatto e ne parlò al medico. Con grande fatica si poté prendere l’animale e si constatò che aveva la bocca sotto e sopra sporca di sangue.
—Che gatto intelligente—disse l’agente di polizia—non ha mangiato la carne che ha strappato all’assassino, e mercé questo brandello potremo forse consegnare al carnefice il furfante che turba la nostra pace nel giorno di Natale.
Compiute le formalità d’uso, gli agenti fecero delle indagini nel posto del delitto, ma non trovarono alcuna traccia.
Furono interrogati la portinaia, gli inquilini, nessuno aveva visto e sentito nulla.
I giornali parlarono dell’atroce delitto, dettero i particolari della ferocia degli assassini, però siccome fu convenuto che del pezzetto di carne, nessuno doveva sapere nulla, i giornali tacquero su questo incidente.
La stampa fu unanime ad esortare la polizia a trovare gli assassini.
Passarono i giorni e il mistero sul delitto del sobborgo San Germano non si scopriva.
La contessa giaceva oramai nel cimitero, i suoi lontani parenti vennero per dividersi l’eredità, e i parigini avrebbero dimenticato ben presto il fatto atroce, se quasi ogni giorno la stampa non avesse ricordato a quei di Via Gerusalemme che un efferato delitto fu commesso nel quartiere più aristocratico di Parigi e che la polizia non riusciva a trovarne gli autori.
Quella insistenza faceva andare in bestia Larouge il quale pure aveva frugato tutti i bassi fondi della capitale senza poterne scoprire nulla.
Intanto gli assassini se la godevano allegramente.
Lebrun in modo speciale si dava alle orgie pazze. Alla mano mutilata portava sempre un guanto.
Forse se avesse saputo che ciò che gli mancava, riposava in una boccetta piena di alcool e che il medico giudiziario, dopo attento esame, aveva dichiarato che la ferita doveva essere nella polpa di una mano degli assassini, avrebbe lasciato Parigi per qualche tempo; ma ignorando quel particolare e sapendo che la polizia navigava nelle tenebre, non si dava altro pensiero che di godere.
Era la stagione dei balli: il carnevale imperava, un carnevale allegro come da tempo non si vedeva.
La Francia, ritornata al suo antico grado di splendore, si accingeva a ricordare la sanguinosa rivoluzione dell’89.
I lavori al Campo di Marte proseguivano alacremente, il denaro correva ed era giusto che il popolo si divertisse.
Il delitto del Sobborgo San Germano era dimenticato, la stampa taceva, la polizia si era messo l’animo in pace; ma Larouge cercava, cercava con lena affannosa.
Da un certo tempo il bravo agente pedinava Rocher, gli sembrava che quell’uomo, del quale nessuno conosceva le rendite, spendesse troppo.
Di lui aveva sentito parlare in modo molto misterioso, in una di quelle rivendite di vino dove vanno a far capo tutti i malandrini.
Quel locale portava un nome che faceva rabbrividire, in fatti sull’insegna era scritto: Alla Ghigliottina.
I clienti di quella taverna immonda, dove si beveva del vino fatto di campeggio e dell’acquavite che sembrava piombo in fusione, erano tutti miserabili che forse un giorno avrebbero visto da vicino, molto da vicino il terribile strumento di morte, che serviva di insegna alla loro tana.
Quel nome, ad un locale di tal genere, pareva che fosse là a dimostrare che tutti coloro i quali declamano che la ghigliottina è un salutare esempio, si sono ingannati e di molto.
Larouge vestito da vagabondo, più volte si recava Alla Ghigliottina.
Beveva con un coraggio ammirabile quelle bevande infernali, parlava con i peggiori malandrini e cercava di scoprire campagna.
Di quando in quando una squadra di agenti faceva una razzia in quella taverna e allora tutti si convincevano che qualche spia aveva tradito i compagni.
Una sera adunque l’agente era Alla Ghigliottina quando due tipi della peggiore specie ad un tavolo vicino a lui tennero il seguente dialogo:
—Così abbiamo perduto Rocher?
Ora è in denari, e frequenta i luoghi di lusso.
—È dal primo dell’anno che la sciala; deve aver fatta un’eredità!
—Sicuro un’eredità che potrebbe portarlo alla ghigliottina, ma non a questa.
Risero di quella facezia e Larouge si fece sempre più attento.
Il dialogo continuò:
—Senti, Robin, è carnevale, tutta Parigi è in festa, se chiedessimo a Rocher una piccola parte della sua eredità?
—Per Cristo, se sapessi dove trovarlo, credi che ci andrei.
—Ebbene, andiamo a Mabile, lo troveremo.
—A Mabile con questo abito?
—Ho un occhio di civetta nuovo fiammante, passeremo da un rigattiere e ci vestiremo a festa.
—Un occhio di civetta?—ripeté Robin con ammirazione.
—Ma mio caro Robert, sei più ricco dello czar. E a chi lo hai tolto quell’occhio.
—Viene dalle bianche mani della Maria.
—Fortunato te.
La Maria era una di quelle sciagurate che battono le vie di Parigi, si vendono e poi il danaro guadagnato lo danno ai loro amanti.
I due bevvero un bicchiere colmo di acquavite e quindi uscirono.
Larouge si mise alle loro calcagna.
Seguendo il programma stabilito, entrarono da un rigattiere e comprarono degli abiti usati, che indossarono subito lasciando al rigattiere i loro stracci.
Quando uscirono da quel negozio avevano l’apparenza di due operai vestiti a festa con abiti un poco frusti.
Larouge non li perdeva di occhio; salirono sull’Omnibus e via verso Mabile.
L’agente salì sull’imperiale, sebbene la serata fosse fredda.
Mabile è il luogo dove si da convegno tutta la Parigi equivoca, assetata di divertimenti grossolani e di orgie.
Durante la stagione estiva si balla all’aria aperta in una specie di giardino artificiale dove le foglie sono di latta e i fiori di metallo.
Nel carnevale il convegno è nella grande serra dove si ritrovano le stesse piante finte, in mezzo alle quali brillano centinaia di lampade elettriche racchiuse in palle colorate.
Nelle vicinanze della serra vi sono dei chioschi, dei gabinetti, degli angoli misteriosi dove Venere impera sovrana.
Le sartine, le modiste, le ragazze che stanno per prendere la via del vizio, popolano quel locale, portando l’onda della loro fresca gioventù in mezzo alle vecchie del mestiere a quelle logore oramai da ogni eccesso.
Gli studenti vi portano il tumulto allegro, i libertini vecchi e giovani i loro modi liberi, i mantenuti, la loro insolenza sfacciata.
Non di rado vi compaiono delle brigate di giovani eleganti accompagnati dalle loro amanti, dalle stelle del ‘Demi-Monde’ vestite come principesse cariche di brillanti.
La vista di quei ricchi è una potente suggestione al male.
Le giovinette ancora indecise, vedendo il lusso delle donne meno belle di loro, pensano che è una pazzia logorarsi la vita lavorando, mentre potrebbero fare le signore, avere vesti di seta, brillanti, cavalli e carrozze.
E così il numero delle perdute aumenta in Parigi in modo spaventevole, e nessuno cerca di mettervi riparo.
Allorché Robin e Robert entrarono, nella serra di Mabile si ballava un can can sfrenato.
Le gambe delle donne, quasi tutte mascherate, si alzavano ad altezze vertiginose, gli uomini si piegavano, si contorcevano, e molte volte le loro teste sparivano coperte dalle gonne delle ballerine, in mezzo a delle risate grossolane, delle parole audaci che avrebbero fatto arrossire il più vizioso degli uomini.
L’orchestra pareva presa dalla febbre e accelerava il tempo.
Un caldo soffocante, un odore acre di muschio, un polverìo da non dirsi, dominavano in quella sala.
Larouge non perdeva di vista i suoi uomini.
Il can-can terminò, gli uomini con delle mosse pretenziose da cavalieri antichi offrirono il braccio alle dame per condurle a bere.
Robin si avvicinò a Rocher il quale faceva la corte ad una donna dalle forme procaci messe in mostra da un costume alla marinaia molto attillato.
—Salute, milionario,—disse Robin.
Rocher aggrottò le ciglia e rispose malamente.
—Amico Rocher,—aggiunse Robert,—sei di cattivo umore?
Larouge aveva inteso tutto; per tutto l’oro del mondo non si sarebbe lasciato sfuggire il suo uomo.
Il dialogo dei tre furfanti durò a bassa voce per qualche momento, poi Rocher mise mano al portafoglio e dette del danaro ai suoi amici, i quali se ne andarono ridendo e dicendo delle galanterie alla donna vestita da marinaio.
L’agente di polizia non si curò più di loro e seguì Rocher, il quale, preso dal desiderio di avere il marinaio, non si accorse affatto di essere pedinato.
Larouge fu costretto a restarsene molte ore a Mabile stordito da tutto quel fracasso, da quel tumulto lascivo che lo disgustava.
Il brav’uomo non pensava affatto che la legge avrebbe dovuto intervenire e proibire certi baccanali; abituato alla vita di Parigi, riteneva quella festa scollacciata completamente permessa, molto di più che eravamo in carnevale.
Non per tanto lo seccava a restare in quel luogo le maschere lo tormentavano, le donne lo tiravano perché ballasse, alcune chiesero che le portasse a bere.
Rocher con la sua conquista scialava alla grande, beveva dello champagne, e i camerieri lo trattavano con una certa deferenza.
—Come mai quel briccone che conosceva i frequentatori di tane immonde, degli amici che lo ricattavano, poteva avere tanto denaro, dei brillanti, delle vesti da signore?
Questo pensava il poliziotto e fu tentato di prendere per il collo Rocher e portarlo in prigione; ma di cosa poteva accusarlo?
Era prudente risvegliare di nuovo l’attenzione del pubblico sul delitto del Sobborgo San Germano?
Che prova aveva? Nessuna.
Decise adunque di rimettere a migliore occasione l’arresto; tanto più che oramai sapeva dove trovarlo.
Era passata la mezzanotte quando Rocher e la sua conquista lasciavano Mabile. Larouge lo seguì. Sperava di scoprire dove abitava. Ma quando vide la coppia entrare in uno di quegli Hotels equivoci che sono tanto numerosi a Parigi, se ne andò a casa ben sapendo che il pedinato ne avrebbe per tutta la notte.
CAPITOLO VII.
All’indomani Larouge passò molte ore nell’archivio della polizia, ma non trovò traccie di Rocher.
Certo il furfante aveva un altro nome; frugò nelle liste dei connotati di quanti sono in sospetto alla polizia, ma i connotati servono a ben poco perché i delinquenti sanno cambiare faccia.
Alla sera l’agente tornò a Mabile vestito in modo più decente, fu fatto segno alle galanterie di molte donne e dovette pagare anche qualche bicchiere di vino.
Rocher non mancava alla festa. In quella sera la conquista era una mingherlina vestita da alsaziana.
Il poliziotto prevedendo come sarebbero andate le cose, lasciò presto Mabile.
Si fece più assiduo “alla Ghigliottina”, seppe abilmente interrogare Robin e Robert, si lamentò di non vedere il suo amico Rocher, e si convinse dalle risposte avute che l’uomo che pedinava era un furfante divenuto ricco tutto ad un tratto.
Allora non indugiò più, parlò al capo della polizia, il quale lodò l’agente e gli dette carta bianca.
Alla notte mentre il miserabile conduceva una delle sue facili conquiste al solito Hotel, venne arrestato e condotto al quartiere di polizia.
Al mattino il prefetto di polizia, dopo un colloquio con Larouge, il quale gli disse come le mani dell’arrestato fossero intatte, interrogò Rocher alla presenza dell’agente.
Il miserabile era un vile e quando il Prefetto di colpo gli disse:
—Il vostro conto è chiaro abbiamo le prove che avete assassinata la contessa Della Motte.
Fu scosso da un gran brivido e mormorò:
—Non fui io!
—Ammettiamo che non siate voi, ma è provato che avete partecipato al delitto.
—No, no....
—È inutile negare, si conosce la vostra vita. Negli ultimi del 1888 non avevate un soldo, neppure “alla ghigliottina” vi facevano più credito.
Tutto ad un tratto cominciaste a spendere e spandere, a guarnirvi di brillanti....
Ho fatto un’eredità.
—Benissimo ci direte il nome di colui che vi ha fatto ricco e vi metteremo subito in libertà.
Rocher chinò il capo, non era uno di quei malfattori pieni di audacia che sanno mentire, inventare una scusa, far trionfare un piano.
Arrestato quando credeva oramai assicurata la sua impunità, aveva subito compreso che per lui non eravi via di scampo.
Larouge sorrideva ironicamente, nel vedere la confusione di Rocher, egli gli leggeva in volto che stava per dire il nome dei suoi complici. Fece un segno al Prefetto perché gli desse facoltà di interrogare.
Il permesso fu accordato. Larouge cominciò.
—Sentite, le menzogne e le reticenze non servono a nulla; non avete che una via di scampo per salvare la testa, ed è di dire la verità. Nominate i vostri complici, dite chi è che strangolò la vecchia contessa, giacché sostenete di non essere stato voi, e i giurati sulla raccomandazione del Prefetto di polizia vi useranno misericordia. Pensate che la Ghigliottina, non è allegra come il luogo dove andavate quando eravate senza danaro.
—Non so nulla....—balbettò lo sciagurato.
—Va bene, non sapete nulla, sia. Dunque diteci dove avete preso la forte somma che venne sequestrata nella vostra cintura e i gioielli che brillavano sulla vostra persona?
!‘Pochi giorni dopo Natale, ad un tratto, come nelle novelle delle fate, siete divenuto ricco. Ora guardate che strane cose fa quel birbone del caso. Appunto alla vigilia di Natale venne assassinata e derubata la contessa Della Motte, la polizia crede che siate o l’assassino o uno dei complici, vi si interroga e non sapete dirci dove prendeste il denaro per le vostre spese, per il vostro lusso.
“I giurati ne hanno mandato a morte con prove molto minori di quelle che si accumulano sul vostro capo.
“Ve lo ripeto, sta a voi il risparmiarvi il disturbo e la noia di uscire una bella mattina dalle carceri della Roquette, per andare dritto all’altro mondo.”
Il discorsino di Larouge fatto con tuono bonario e amichevole impressionò assai Rocher, il quale oramai non aveva più speranza che nel tradire i suoi complici.
Si decise a parlare. Narrò tutto, accusò Lebrun e Flily, aggiunse che Flily non sapeva nulla, ma dette indicazioni dove si poteva trovare Lebrun, il vero assassino.
Quando Rocher ebbe finito, Larouge gli disse:
—Ritornate in prigione e siate tranquillo, il prefetto a nome mio vi assicura che ve la caverete con venti anni, che passerete il meno peggio possibile alla Nuova Caledonia.
Rocher respirò e ritornò alla sua cella abbastanza rassicurato.
CAPITOLO VIII.
Nessun giornale aveva parlato dell’arresto di Rocher così che Lebrun, non sapeva nulla di nulla, e si preparava a festeggiare allegramente il giovedì grasso.
Parigi appariva tutta in festa, dovunque orifiamme, archi trionfali, tappeti con figure ridicole, antenne con sopra dei Pulcinelli, delle Colombine, Pierrot, Debardewr di carta pesta.
Il tempo era stupendo, sembrava di essere a Nizza.
Tutti prevedevano che il corteo del giovedì grasso, avrebbe fatto furore, e che la battaglia di coriandoli riuscirebbe animatissima.
Lebrun insieme ad una deliziosa fanciulla prese parte al corteo in una carrozza tutta guarnita di bianche camelie.
Lebrun e la compagna indossavano magnifici costumi persiani.
Il corteo sfilò in mezzo a due ale compatte di popolo, il quale acclamava al passare dei carri più belli e riusciti; e dei carri ve ne erano di ogni forma.
Quelli alludenti all’Esposizione Universale, all’amicizia colla Russia, al trionfo della Francia, furono i più applauditi.
Il corteo passò innanzi all’Eliseo, la corporazione dei mercanti offrì un mazzo di fiori alla signora Carnot, la moglie del presidente della repubblica.
Il popolo acclamò il capo dello Stato.
Su i Boulevards, la battaglia di fiori e coriandoli assunse proporzioni grandiose.
Lebrun e la sua compagna vi parteciparono gettando via per centinaia di franchi di dolci e fiori.
Il furfante sperperava così il danaro frutto dell’assassinio non pensando neppure che presto o tardi i delitti si pagano e il rendimento dei conti viene per tutti.
Larouge mentre il corso carnevalesco era al suo apogeo, si diresse in via Auber, dove a detta di Rocher, abitava Lebrun.
La casa che accoglieva il furfante aveva apparenza onesta ed elegante, il portinaio, uno di quei portinai classici il cui tipo è Pipelet, immortalato da Eugenio Sue, rispose con una certa dignità al poliziotto.
Il suo inquilino, un bravo giovanotto con molto denaro e la sua signora erano andati al corso mascherati. Forse non ritornerebbe durante la sera e la notte, perché certo i coniugi Lebrun sarebbero andati al veglione dell’Opera.
—Sono contento—disse Larouge—che i miei bravi nipoti si divertino, sono giovani ed è carnevale.
—Come, siete zio del signor Lebrun?
Chiese il portinaio, levandosi il berretto di lana.
—Sì, suo zio, di Carmaux. Ora comprenderete che lo sorprenderei volentieri al veglione; ma certo sarà mascherato.
—Sicuro, è in maschera, ma io vi dirò come sono i loro costumi e certo li conoscerete.
—Oh!.... Per bacco!.... Mi farete un vero regalo.
—I miei pigionali indossano un bel costume persiano di seta rossa con guarnizioni e ricami d’oro.
Il pennacchio del signor Lebrun scintilla come quello dello Scià. Lo vidi io quando venne a Parigi, sembrava che sul berretto avesse un sole! La moglie è pure vestita di seta rossa con ricami d’oro e una corona sulla testa che sembra quella di una regina autentica. È impossibile che vi sia al veglione una coppia uguale, così che sono sicuro che scoverete i vostri nipoti.
Larouge dette una moneta da cinque franchi al compiacente portinaio e se andò soddisfatto. Ma ritornò su i suoi passi.
Se per caso Leburn tornava a casa e il portinaio gli parlava dello zio di Carmaux? Certo Lebrun si sarebbe insospettito.
Pensò adunque di pregare il portinaio a non dire nulla al nipote nel caso tornasse e promise dieci franchi se avesse mantenuto il segreto, volendo godersi la scena di sorpresa che sarebbe avvenuta all’Opera. Il portinaio promise in tuono solenne.
Larouge era un poliziotto artista, gli piacevano i colpi di scena, poi quell’arresto, avvenuto nel tumulto di una festa, avrebbe fatto effetto e accresciuto il prestigio della polizia.
Passò da un vestiarista e prese a nolo un domino e quindi se ne andò a casa.
CAPITOLO IX.
Il corso mascherato continuò anche di notte fra la gloria dei lumi e della luce delle candele romane.
Lebrun e la sua compagna pranzarono da Tortoni, e quando giunsero le dieci si recarono all’Opera.
Il grandioso teatro era una meraviglia quella sera.
La grande scalinata gremita di maschere, vista dal basso, presentava l’aspetto di una gran paniera di fiori messi in moto da qualche capriccioso congegno.
La sala del teatro era piena zeppa, il suono dell’orchestra veniva coperto dal grido delle maschere, dalle risate, dagli apostrofi.
Nei palchi le signore della buona società mettevano in mostra le loro bellezze e i loro brillanti.
Dall’alto della galleria principale si godeva uno spettacolo dei più attraenti, i costumi dai colori vivaci scintillanti d’oro e di argento, formavano come un gran tappeto trapunto di metalli preziosi, dove i domino neri, mettevano delle ombre che davano risalto all’insieme.
Larouge fu travolto dalla folla e comprese che in mezzo a quel pandemonio non era cosa facile trovare coloro che cercava.
Girò a lungo, cercò nei palchi, frugò nelle gallerie, non trovava nulla.
Che non fossero andati al veglione?
Che avessero cambiato costume?
Cominciava a rimproverarsi di voler fare le cose troppo difficili, quando si trovò a faccia a faccia con Lebrun e l’amante.
—Viva lo Scià!—Gridò Larouge.
Lebrun salutò con dignità.
I persiani si diressero verso la porta.
—Dove diavolo venno,—pensò il poliziotto.—Li seguirò anche se vanno all’inferno.
Lebrun lasciò l’Opera e si recò al Caffè Inglese, il restaurant alla moda dove si dànno convegno tutti quei che hanno molto denaro da spendere.
Da quando il padre di Luigina aveva cessato di essere il visconte Du Lac, non era più stato in quell’aristocratico locale e volle ritornarci in quella sera di Carnevale, onde gustare i manicaretti che ivi si apprestavano.
A stento poté avere un gabinetto particolare, vi era folla dovunque, nelle grandi e piccole sale, folla elegante, composta di giovani e di vecchi, le donne portavano quasi tutte la maschera, delle mascherine di velluto e di raso che non arrivavano a coprire le labbra coralline, a nascondere i denti dal candore immacolato.
Fra quei dentini, quanti ve ne erano che rosicchiavano degl’interi patrimoni!
I camerieri in frac, sembravano dei diplomatici, davano degli ordini, ne ricevevano, andavano, venivano.
Larouge era vicinissimo a Lebrun, quando il capo cameriere gli disse:
Non abbiamo che il numero tredici!
Lebrun rispose:
—Va bene.
Certo quel gabinetto era rimasto vuoto perché anche nel mondo galante non mancano i superstiziosi.
—Numero tredici—pensò il poliziotto—ecco un numero che da questa sera desterà ancora più paura di prima.
Essendo oramai sicuro che l’assassino non gli sfuggirebbe, Larouge scese sul Boulevard e cercò un agente della pubblica forza al quale mostrò la sua placca e dette delle precise istruzioni, quindi ritornò al Restaurant.
Si mise seduto sopra uno dei divani di velluto verde che sono nella gran sala che precede i gabinetti particolari, curioso di osservare tutto quel movimento mondano che non conosceva affatto nella sua intimità.
Tardava ad andare a prendere il suo uomo, voleva farlo cenare bene per l’ultima volta.
I camerieri attraversavano i piccoli corridoi con dei cabaret d’argento pieni di piatti, entro ai quali fumavano le più appetitose vivande.
Nell’aria calda, impregnata di odori di ogni fatta, a volte a volte si sentivano i profumi eccitanti dei tartufi, o quelli salmastri delle ostriche, piccole e deliziosamente saporite.
Gli uomini di fatica passavano carichi di secchielli d’argento pieni di ghiaccio spolverizzato in mezzo al quale lo Champagne diventava gelato.
Larouge non era un filosofo, ma non poteva a meno di pensare che mentre i gaudenti profondevano tesori per contentare tutti i gusti, tanti disgraziati nella Parigi in festa, morivano di fame.
Finalmente si scosse dalle sue meditazioni, si levò, andò direttamente dal capo cameriere e gli disse:
—Volete farmi il favore di indicarmi il cameriere che serve al numero tredici.
Il capo cameriere squadrò il domino modesto assai che gli faceva tale domanda e poi rispose:
—Se avete qualche imbasciata per il numero tredici, fatela a me, che io la comunicherò al cameriere.
—No, devo parlare al cameriere.
—È impossibile.
Allora Larouge avvicinò la bocca all’orecchio del cameriere e gli parlò a lungo; questi impallidì, si fece rosso e finalmente dopo aver chinato il capo in modo rassegnato chiamò uno dei camerieri e gli dette l’ordine di mettersi a disposizione dell’uomo del domino.
Larouge aveva detto al capo cameriere:
—Io sono un agente della polizia e devo arrestare l’uomo del numero tredici. Se mi si lascia fare, io farò le cose in modo che nessuno si accorgerà di nulla; se invece si tenta di mettere inciampi al compimento della mia missione, succederà uno scandalo.
Il discorsino aveva fatto il suo effetto.
Larouge disse al cameriere del numero tredici:
—Coloro che servite, hanno ancora tempo a finire?
—Hanno ordinato il caffè e i liquori.
—Va bene. Aspettate qui nel corridoio e non vi movete.
Lebrun aveva ordinata una cena principesca, la donna che passava per sua moglie lo dominava completamente, e per lei avrebbe fatto qualunque sacrificio.
Denari non ne aveva più molti, ma pensava che delle vecchie con dei buoni gruzzoli ve ne sono tante a Parigi.
Buongustaio raffinato, ritornando in quei gabinetti testimoni di tante orgie, dove le donne si eccitano coi tartufi e lo champagne, era ritornato il visconte che non trova nulla di abbastanza squisito per il nobile palato.
La lista della cena fu compilata dopo lunghe meditazioni, ma fu tale che anche il cameriere ne restò sorpreso, e pensò che quei persiani dovevano sul serio essere ricchi come lo Scià.
I gamberi freschi e microscopici furono divorati con grande appetito, le pietanze dove i tartufi erano posti senza risparmio, i vini delicati avevano infiammato Lebrun e la sua compagna, i loro occhi luccicavano, le loro labbra si muovevano assetate di baci.
—Dopo il caffè—diceva lei con voce languida—saremo più liberi.
Fu bussato alla porta, credendo che fosse il cameriere, Lebrun disse:
—Entrate.
Comparve Larouge il quale salutò e disse:
—Mi dispiace signor Lebrun, di guastare questa festicciola intima.
—Signore—gridò Lebrun levandosi in piedi—è vero che siamo in carnevale, ma non si ammette che un estraneo venga ad annoiare persone che neppure conosce.
—Signor Lebrun, potrei subito disingannarvi; ma non ho tempo da perdere.
—Ma infine cosa volete?
—Molto poco. Alla porta di servizio del Restaurant vi è una carrozza, voi e la vostra gentile compagna vi salirete sopra, il cocchiere frusterà i cavalli e in dieci minuti saremo al palazzo della Prefettura.
Lebrun divenne pallido, la donna esterrefatta guardava il suo amante.
—Signore—balbettò Lebrun—se è uno scherzo da carnevale debbo dirvi che non siete molto spiritoso.
—Non si tratta di uno scherzo, sono agente di polizia e ho l’ordine di arrestarvi. In quanto alla donna che ha diviso la vostra cena e che in via Auber passa per vostra moglie, sono costretto a condurla con noi. Il Prefetto di polizia deciderà della sua sorte.
Lebrun fece un atto di minaccia.
L’agente levò un revolver e disse freddamente:
—Al primo movimento equivoco vi uccido.
—Ma infine di cosa mi si accusa?—chiese il miserabile al quale tornava un poco di coraggio.
—Avrà l’onore di dirvelo il signor Prefetto. Del resto può essere che si tratti di uno sbaglio e con poche parole tutto sarà spiegato.
—E se io non volessi seguirvi?
—Fareste male, i miei agenti sono alla porta e nei corridoi. Vi consiglio a non fare scandali.
Lebrun comprendeva che per lui era finita, sapeva che caduto in mano della polizia tutti i nodi sarebbero venuti al pettine.
Però non pensava che lo credessero autore dell’assassinio della contessa, certo avevano riconosciuto in lui il falso visconte Du Lac, e i truffati lo facevano arrestare.
Con cinque anni al massimo se la sarebbe cavata. Larouge guardava con insistenza le mani di Lebrun, ma non scopriva nulla, perché quelle mani non stavano ferme un momento.
—Ebbene, signor Lebrun, avete preso una decisione? chiese gentilmente il poliziotto.
Lebrun si rivolse alla sua amante e le disse:
—Mia cara Giovanna, si tratta di uno sbaglio, perdonatemi questo doloroso incidente e seguiamo quest’uomo, per fortuna in Francia avvi una giustizia e la polizia dovrà pagare l’affronto che si fa ad un cittadino che non ha commesso nessun delitto.
—Benissimo, signor Lebrun, ecco un parlare da uomo saggio—esclamò Larouge.
Poi aggiunse.
Usciremo di qui tranquillamente, e sono sicuro che il Prefetto di polizia vi rimanderà al veglione.
Giovanna, terrorizzata, non aveva detto una parola, si alzò e si accinse ad uscire.
Larouge premé il bottone elettrico.
Cosa fate?—chiese inquieto Lebrun.
—Nulla; chiamo il cameriere perché vi porti il conto, non suppongo che vogliate andarvene senza pagare.
Il cameriere comparve.
—Il conto al signore—disse il poliziotto.
Fu presentata la nota, ammontava a centoventi franchi.
Lebrun con aria da principe gettò sul tavolo sette napoleoni, uno era per il cameriere, il quale salutò con ossequio e pensò che il domino misterioso altro non fosse che un burlone.
Quando il cameriere fu uscito Larouge disse:
—Vi avverto che al più piccolo tentativo di fuga, faccio fuoco.
Tutto andò a seconda dei desideri del poliziotto e ben presto Lebrun fu nella più sicura cella del deposito di polizia.
Larouge prima di lasciare il prigioniero aveva avuto cura di esaminare le sue mani, quell’esame lo aveva colmato di gioia e quando se ne andò a letto poté dire:
—Io pure ho festeggiato il mio giovedì grasso!
CAPITOLO X.
Lebrun tentò di negare il suo delitto, ma oltre l’accusa formale di Rocher vi era la sua mano che lo accusava, e finì col non sapere più cosa rispondere al Prefetto di polizia, il quale, comunicato tutto al procuratore della Repubblica, lasciò ai magistrati di dire l’ultima parola.
In quanto a Giovanna fu presto provato che all’epoca del delitto non aveva nessuna relazione, con Lebrun e venne rimessa in libertà.
Quando tutti i particolari della scoperta dell’assassino della contessa furono noti, la stampa sciolse inni di gloria alla polizia e in modo speciale a Larouge il quale venne nominato ispettore.
I proprietari del caffè Inglese mandarono al bravo agente un magnifico orologio d’oro per attestargli la loro riconoscenza per avere col suo tatto, risparmiato un grave scandalo.
Per quindici giorni Larouge fu l’eroe di Parigi e i giornali tanto dissero che il presidente Carnot gli conferì la croce della Legione d’onore.
E quella croce era meritata, perché solo alla costanza del bravo agente si doveva se uno dei più efferati delitti, non era rimasto impunito.
Il processo di Lebrun e Rocher—destò un grande interesse. Flily fu impossibile trovarlo.
La causa durò tre giorni e la sala della Corte d’Assise fu affollatissima.
Nelle tribune riservate si videro le più belle e note signore della nobiltà francese.
Però nessuno, in quell’uomo avvilito, pallido e tremante che il pubblico accusatore bollava con la sua eloquenza terribile, riconobbe il sedicente visconte Du Lac.
In questo processo il gatto della Contessa, ebbe una parte principalissima, e tutti convennero che i gatti prendono i sorci e qualche volta anche gli uomini.
Per Rocher il rappresentante della giustizia fu mite; ma per Lebrun non ebbe riguardi.
Egli terminò così:
—Quest’uomo che aveva commesso il più infame delitto, coi denari della vittima, pagava le sue orgie, e passò dal profumato gabinetto di un Restaurant alla moda, alla cella della prigione, dove digeriva senza rimorsi, ma con la tetra paura della punizione, la cena luculliana consumata con una delle sue amanti.
‘Del passato di questo feroce assassino poco o nulla sappiamo; ma il delitto che lo condusse innanzi a voi vi dice che è uno di quelli esseri che bisogna sopprimere senza misericordia. E voi, signori giurati, farete il vostro dovere.”
I difensori di Lebrun, erano abili e valorosi, tentarono tutti i mezzi per attenuare la colpa del loro raccomandato; sostennero che le prove non erano tali da giustificare una condanna di morte, e chiesero come ultima grazia le attenuanti.
Vi fu un momento che Lebrun sperò di cavarsela con la deportazione perpetua, ma alle sue speranze posero fine i giurati i quali in mezzo agli applausi della folla pronunziarono un verdetto di piena colpabilità senza attenuanti, per Rocher furono miti.
Il procuratore della Repubblica chiese per Leburn la pena di morte e per Rocher quindici anni di lavori forzati.
La Corte fece ragione alle domande del procuratore e pronunziò condanna di morte per Lebrun, e di quindici anni per Rocher.
L’assassino svenne; la folla lo insultò, i deboli fanno sempre eccitare le masse.
CAPITOLO XI.
Il cannone degli invalidi tuona, le campane suonano a festa, Parigi è tutta imbandierata e decorata, il sole di Maggio illumina la scena meravigliosa.
Le vie sono piene di gente, si aspetta il passaggio del corteo presidenziale che si reca ad inaugurare l’Esposizione Universale.
Le bandiere francesi sono intrecciate a quelle russe, si vuole ostentare ad ogni costo le simpatie che la repubblica ha per l’autocrate moscovita.
Strano connubio di un popolo libero, col sovrano dispotico che popola la Siberia di martiri del pensiero.
Anche il principe e la principessa Orloff sono a Parigi, festeggiati, ricercati, dalla migliore società.
Essi ora sono perduti nel loro amore e gustano la vera felicità.
Avendo il commissario russo chiesto un posto speciale per i principi Orloff ,essi hanno il miglior posto nella grande galleria delle macchine dove ebbe luogo l’inaugurazione.
Il presidente Carnot, dopo i discorsi di uso, premé un bottone elettrico e tutte le macchine della immensa città del lavoro, sorta sulle rive della Senna furono poste in moto.
La folla elegante, composta di quanto di più illustre conta la Francia, e di tutti i rappresentanti esteri, dette un grido di entusiasmo quando la città fu animata dal vapore e dalla elettricità.
La principessa Orloff era affascinata, nata e cresciuta in America credeva che solo al suo paese si potessero fare dei miracoli e ora constatava che la vecchia Europa è sempre sovrana.
Seguendo il presidente della Repubblica che ebbe per lei delle attenzioni speciali, passò di sorpresa, in sorpresa fino a che gettò un grido di ammirazione innanzi alla Torre Eifel, la quale pareva volesse sfidare il cielo.
E l’ammirazione della principessa americana, e la sua sorpresa erano giustificate.
Quella città sorta dove i francesi avevano giurato fede alla libertà, all’uguaglianza e alla fratellanza, sembrava l’opera di un esercito di fate, di quelle fate benefiche che al tocco della loro magica bacchetta cambiano le roccie in pietre preziose, la capanna del povero pastore in un castello dalle muraglie di oro, dalle sale scavate nello smeraldo.
Naturalmente quella visita ufficiale rapida e superficiale non poteva mostrare tutti i tesori, tutte le meraviglie che l’Esposizione conteneva; ma bastava a farsi un concetto della sua grandiosità.
I palazzi monumentali, ricchi di statue, le rotonde piene di arte, le corsie lunghe interminabili, dove l’uomo aveva profusi i tesori del suo lavoro.
Il Trocadero si elevava come un fondale di scena, con le sue guglie dorate, la sua cupola grandiosa.
Certo Annie passando attraverso a quel mondo che dava un’idea esatta dell’attività, della potenza del genio umano non pensava neppure che il terreno che calpestava, un secolo prima era battuto dai rappresenti di tutta la Francia venuti ad affermare che i popoli debbono essere liberi.
Ma colui che conosceva la storia di quel memorabile 1789 e degli anni che seguirono, trovandosi all’Esposizione, percorrendo il campo di Marte evocava al suo pensiero la scena imponente del giuramento solenne dei nuovi crociati della libertà, rivedeva l’altare, le bandiere, i fasci, le scuri, tutta la storia di quella titanica lotta si parava dinanti bella e grandiosa.
Il presidente Carnot, durante la visita all’Esposizione più volte rivolse gentili parole alla principessa Orloff. L’uomo che doveva cadere sotto il pugnale di Caserio, in quel giorno era raggiante, egli sentiva tutto l’orgoglio di rappresentare la Francia nel momento del suo trionfo.
Vestito di nero, in frac, nel candido sparato della camicia rosseggiava come una striscia di sangue la fascia di grande cordone della Legione d’onore.
Camminava un poco impettito, ma un sorriso lieto gli illuminava il volto, quando si chinava verso le signore sembrava uno di quei cavalieri della corte di Luigi XIV.
Nella gran sala dei concerti, una splendidezza per forma e decorazione, dove tutti gli artisti più celebri avevano lavorato, arricchendo le pareti e la volta di vaporose visioni di allegorie affascinanti; fu servito al presidente, al seguito, al corpo diplomatico e agli invitati speciali un sontuoso rinfresco.
Lo champagne genuino, spumeggiò nei bicchieri di cristallo di rocca, e quando il presidente alzò il suo bicchiere, scoppiò un grido unanime di:
—Viva la Francia!
A quel grido risposero le note marziali della Marsigliese.
Quelle note uscenti dalle sale del concerto fecero entusiasmare la folla che già si accalcava nei viali e un urlo immenso si levò verso il cielo.
Dopo cento anni il campo di Marte risentiva il fremito di un popolo entusiasta.
Quando il principe e la principessa poterono prendere posto nella loro carrozza per ritornare al Grand Hotel cominciava ad annottare.
Parigi faceva la sua toilette notturna, dovunque principiava l’apoteosi della luce.
Giunti all’Hotel pranzarono, quindi cambiato abiti, e risaliti in carrozza, Annie e lo sposo vollero godersi la festa notturna.
I due sposi sembravano mariti e moglie da pochi giorni. La felicità aveva tardato a venire, ma ora dava ad essi gioie deliziose.
Annie erasi fatta più bella, il suo volto addolcitosi al bacio dell’amore somigliava in modo portentoso a quello di Luigina. Sola differenza era il colore dei capelli, biondissimi quelli di Annie, castagni quelli di Luigina.
I due sposi avevano un solo cruccio, quello di non avere figli.
Come era ingiusto e cattivo il destino!
Annie a tradimento senza il consenso della sua volontà era caduta fra le braccia di un miserabile; quell’amplesso aveva prodotto il suo frutto; ed ora che amava suo marito, che si dava a lui con tutta la passione l’amplesso restava sterile.
Parigi sfolgorava di luce, dall’alto della Torre Eifel piovevano fasci di luce elettrica, i ponti della Senna sembravano in fiamme per l’effetto delle macchine pirotecniche.
La popolazione festante, acclamava, mandava grida di gioia.
L’incidente di un pazzo che a polvere aveva fatto fuoco sopra il presidente Carnot, allorché ritornava dall’inaugurazione della Mostra Mondiale, era già dimenticato dai parigini i quali si erano sfogati ad acclamare con delirio Carnot.
Quando il principe Orloff, lesse dell’attentato disse ad Annie:
—È necessario recarci all’Eliseo.
—Certo, amico mio.
La carrozza si diresse verso il palazzo del presidente, dovette procedere al passo, la folla in delirio ritornava dall’aver acclamato Carnot.
A palazzo era un via vai continuo di carrozze, il corpo diplomatico, i commissari dell’esposizione, le autorità, portavano le loro congratulazioni e felicitazioni al presidente per lo scampato pericolo.
L’Eliseo tutto illuminato presentava un aspetto magnifico.
Nella gran sala bianca, Carnot riceveva tutti con un sorriso di compiacenza: certo in cuor suo benediceva quel colpo di pistola in bianco che aveva provocato le dimostrazioni entusiaste del popolo, e quelle rispettose dei rappresentanti esteri.
Il principe Orloff, lasciò la moglie in carrozza e salì solo la grande scala dove a guisa di statue stavano i magnifici soldati della Guardia Repubblicana.
Appena Carnot vide il principe si diresse verso di lui con la mano stesa.
—Signor presidente,—disse Orloff,—nessuno più di me esulta nel veder salvo l’amico sincero della Russia, il primo magistrato della bella Francia.
Carnot rispose ringraziando di quelle parole e poi le chiese:
—E la principessa?
—È in carrozza e mi aspetta.
—Ah! principe, si direbbe che avete avuto timore di fare un dimostrazione russo-americana.
—Eccellenza non sapevo se le signore erano ammesse a congratularsi con voi.
—Una principessa russa, nata nella libera America è sempre in diritto di essere ricevuta all’Eliseo.
Il principe s’inchinò, e partì, e poco dopo Annie poteva congratularsi a viva voce col supremo magistrato della Francia.
Annie e il principe furono sollecitati a restare a palazzo per il the che la signora Carnot offriva ai più intimi.
Dall’alto della terrazza dell’Eliseo si vedeva Parigi, che sembrava tutto in fiamme.
Di quando in quando i potenti riflettori della Torre Eifel, investivano l’Eliseo che si faceva bianco e brillante come se fosse d’argento.
La serata era splendida, sembrava di essere in Oriente; la Senna solcata da innumerevoli imbarcazioni, prendeva l’aspetto di un gran nastro tempestato di pietre fosforiche di ogni colore.
Le vie gremite erano impraticabili; in quella sera memoranda era proprio il cervello del mondo, e da questo cervello si spandevano fremiti, palpiti che riempivano tutta la città.
E l’onda, allegra, entusiasta, giungeva anche entro le tetre mura della Roquette, e Lebrun nella cella di morte, sentiva il gran fremito della città festante e innanzi al suo sguardo comparivano quadri seducenti, visioni affascinanti.
Il ricordo di orgie sfrenate, di voluttà inaudite, possibili solo a Parigi, lo assaliva rendendo più doloroso, più triste e crudele il suo stato.
Il miserabile non contava sulla Corte di Cassazione, sapeva che la sentenza sarebbe confermata.
Una sola speranza ancora lo confortava, la grazia.
Forse il presidente con la sua clemenza avrebbe impedito che le feste del Centenario della Bastiglia fossero turbate da una scena di sangue.
La grazia?.... la grazia era la vita la speranza....
Dalla Nuova Caledonia si può evadere.... Vivere! vivere! vivere!
Ecco il desiderio ardente di quel furfante che fu carnefice di una disgraziata vecchia, che sentì sotto le sue mani divenute tanaglie, palpitare le carni e i muscoli della vittima nel sussulto dell’agonia....
E il tripudio del popolo delirante, il grido allegro, seguitava a giungere nella tetra cella e lo spasimo aumentava, e il guardiano che notte e giorno vegliava su Lebrun, vedeva tutto l’agitarsi del condannato, comprendeva il perché di quella angoscia rabbiosa e non trovava una parola di conforto.
E mentre questo accadeva alla Roquette, a poca distanza la giovane che il Lebrun aveva infamemente sedotta, divenuta donna e amante, nel fulgore della ricchezza e di un nome illustre riceveva l’ossequio dei migliori di Francia, ed era ospite del primo magistrato della repubblica.
Se il miserabile avesse potuto immaginare ciò, certo la sua lunga agonia sarebbe stata anche più terribile.
CAPITOLO XII.
Come era da prevedersi, la Corte di Cassazione respinse il ricorso di Lebrun, quando la notizia preveduta fu comunicata al condannato, non provò nessuna emozione; era certo che non potevano concedergli un nuovo processo.
Con una grande speranza firmò il ricorso in grazia.
L’avvocato difensore nella memoria che accompagnava l’istanza, ricordò al presidente che mentre la Francia invidiata e ammirata trionfava, un atto di clemenza sarebbe stato apprezzato da tutta la Nazione, la quale certo sarebbe lieta che l’infame strumento di morte non fosse alzato in quella Parigi che accoglieva gli ospiti di tutto il mondo.
Il presidente Carnot sarebbe stato propenso a fare la grazia; ma i ministri si opposero risolutamente.
Il delitto fu troppo atroce, la popolazione non avrebbe mai compreso come fosse possibile il salvare il capo ad uno dei più feroci assassini.
La gloria della Francia non poteva essere offuscata da un atto di ingiustizia. La grazia fu rifiutata.
I giornali del pomeriggio annunziarono che all’indomani sulla piazza della Roquette sarebbe caduto il capo di Lebrun.
Annie lesse quella notizia e fu presa dalla smania di assistere a quella esecuzione.
Il cuore di Annie era buono, dolce, amoroso, e qualcuno si sorprenderà che avesse la brutta idea di vedere assassinare legalmente un uomo.
Non bisogna però dimenticare che la principessa Orloff era nata e cresciuta in America e la curiosità è una seconda natura negli americani.
Quando Annie chiese al marito di poter assistere all’esecuzione di Lebrun, questi fu molto sorpreso; ma non fece obbiezioni, ogni desiderio della sposa per lui era ordine.
Fu chiamato il segretario dell’Hotel, al quale venne dato incarico di affittare una finestra delle migliori sulla piazza della Roquette.
Il principe anzi dette ordine che si affittasse a qualunque prezzo tutto l’appartamento che aveva le finestre prospicienti sulla piazza fatale.
Col danaro si ottiene tutto, e due ore dopo il segretario annunziava che gli ordini del principe erano stati eseguiti.
Lebrun aspettava nella più terribile angoscia, tendeva l’orecchio al più piccolo rumore, trasaliva se un passo risonava nel corridoio.
—Credete che il presidente farà grazia?—chiese a notte al suo guardiano.
—Speriamolo!—rispose il guardiano, il quale già sapeva che tutto era finito.
Poco prima della mezzanotte Lebrun si addormentò di un sonno agitato popolato da mille orribili sogni.
Alle due del mattino già le adiacenze della piazza della Roquette, erano piene di popolo agitato, inquieto.
Le popolane quasi volessero mantenere vivo il ricordo delle donne di mercato che all’epoca della rivoluzione, andavano attorno alla ghigliottina facendo la calza, erano le prime giunte e avevano i migliori posti.
Nella folla circolavano dei venditori di pagnotte, dolci, limonate, sigari e tabacco.
I venditori di vino vicini alla piazza avevano illuminato straordinariamente i loro negozi come se si trattasse di una festa.
Intanto il carnefice aiutato dai suoi uomini alzava il palco, nella oscurità della piazza si vedevano dei punti luminosi andare di qua e di là, inalzarsi e abbassarsi, si udivano colpi di martello che sembravano rintocchi funebri.
La folla chiacchierava, i giovani facevano all’amore, le mani audaci accarezzavano le forme procaci delle fanciulle le quali protestavano scosse da un brivido voluttuoso, reso più intenso dalla splendida notte di giugno tiepida e profumata.
La canaglia per ingannare il tempo si mise a cantare il ritornello:
È la testa di Lebrun
Che noi vogliamo!
Quel ritornello degno dei cannibali della Polinesia, metteva di buon umore la folla, e i giovinotti modificandolo lo cantarellavano nell’orecchio delle belle, chiedendo una cosa che non era la testa.
E le ragazze ridevano, si offrivano in quella folla innanzi al palco della morte che alzava le sue braccia verso il cielo, innanzi a quelle nere muraglie del carcere dove un essere umano aspettava di essere portato al macello.
—Ah! Il salutare esempio della pena di morte!
CAPITOLO XIII.
Il rumore della folla, l’eco flebile del ritornello giunse fino al condannato, i quale si destò di soprassalto.
Tese l’orecchio; regnava il silenzio!
Forse aveva sognato! Tentò invano di addormentarsi, non lo poté.
Ad un tratto risuonarono nel corridoio dei passi gravi e misurati.
Lebrun comprese, sbarrò gli occhi, un tremito convulso lo scosse tutto, un’angoscia senza nome, un dolore acuto, straziante, inesorabile gli dette le vertigini.
Nella cella entrarono il direttore delle carceri, il procuratore della repubblica, il cappellano della Roquette e il boia.
—Lebrun—disse con mesto accento il procuratore della repubblica—il presidente non ha potuto intervenire a vostro favore, fatevi coraggio e morite da uomo. Lo sciagurato non si mosse, pareva inebetito.
—Coraggio—mormorò il cappellano—Dio perdona! Pentitevi dei vostri peccati, del vostro delitto e andrete alla gloria del Paradiso.
Vestirono il condannato, il quale immerso in un angoscioso stupore lasciava fare.
Di peso lo trasportarono nella camera così detta della toilette.
Quando Lebrun sentì sul collo il freddo delle forbici che tagliavano la camicia, dette un grido e si levò feroce come una belva che fiuta il pericolo.
Gli aiutanti del boia brutalmente lo fecero sedere ancora.
Il miserabile cominciò ad imprecare e bestemmiare. Respinse brutalmente il prete che gli presentava il crocifisso.
La toilette era finita, Lebrun fu fatto camminare a forza, lo spingevano brutalmente come si fa con i bovi che vanno al macello.
La porta della Roquette si aprì....
Un grido immenso si levò dalla folla briaca di sangue.... poi fu un silenzio di morte.
Albeggiava.... le braccia rosse della ghigliottina, si staccavano nette e precise, sullo scuro fondale delle mura della Roquette...............................
Nella folla era quell’ondeggiare che avviene sempre al momento in cui la curiosità sta per essere appagata, i lontani spingevano quei che avevano dinanzi e i cordoni di poliziotti a stento potevano trattenere quella massa umana che aveva tutti i sussulti del mare in burrasca.
La principessa Orloff occupava una finestra situata in modo che il più piccolo particolare dell’esecuzione non poteva sfuggirle.
Annie stomacata dal contegno della folla erasi pentita di essere stata troppo curiosa, dieci volte fu sul punto di dire a suo marito di andar via, e dieci volte ristette, trattenuta da una forza misteriosa, che la inchiodava in quella camera male ammobiliata, innanzi a quel triste arnese di morte, il cui coltello di acciaio, sfiorato dai primi baci dell’aurora aveva dei riflessi che facevano rabbrividire.
L’urlo della folla fece cessare l’avvilimento di Lebrun, alzò il capo e si avanzò a passo fermo verso la basculla.
In quel momento un grido terribile risuonò fra il pauroso silenzio della folla....
In quel momento un grido terribile risuonò fra il pauroso
silenzio della folla......
Quel grido lo aveva mandato Annie riconoscendo nel condannato l’uomo che l’aveva sedotta, disonorata....
Quel grido fu inteso anche da Lebrun, il quale ebbe un gran sussulto.
Volle cercare di dove quel grido usciva; ma il boia lo spinse brutalmente, Lebrun non cadde, si divincolò, si contorse; fu una lotta breve e tremenda, alla quale la folla assisté muta e ansiosa.
Lebrun cadde sulla basculla, ma il suo collo corto, non lasciava campo al chiudersi della lunetta che doveva tenerlo fermo.
Il boia inferocito dal bisbiglio che ora si levava dalla folla, afferrò pei capelli Lebrun e tirò, tirò fino a quando la lunetta fu chiusa, allora toccò la molla, si vide un rapido bagliore, poi un colpo secco, e la testa dell’assassino, cadde nel paniere pieno di segatura dove si mosse due o tre volte, e poi restò immobile.
Mentre la folla comentando i particolari dell’esecuzione andava sperdendosi, il corpo del giustiziato fu posto in una cassa e quindi in un carro che lo portò al cimitero, a riposare nell’angolo maledetto assegnato ai ghigliottinati.
CAPITOLO XIV.
Annie nel riconoscere Dulac nel condannato Lebrun, aveva mandato un grido ed era svenuta.
Il principe chiese soccorso e un medico giunse prestamente e dichiarò trattarsi di cosa da nulla.
Di fatti Annie riacquistò subito i sensi e disse al marito.
—Via, via subito di qua.
—Mia cara, tutto oramai è finito—rispose il principe.
Sorretta dal marito poté giungere fino alla carrozza dove si gettò con un sospiro di sollievo.
I cavalli partirono al passo perché la folla era ancora numerosa nei pressi della Roquette.
Annie sentiva quel rumore, quel bisbiglio, che parte sempre dal pubblico dopo aver assistito ad uno spettacolo qualsiasi.
Certo i parigini comentavano i fatti dell’esecuzione e beffavano il carnefice che aveva dovuto tirare per le chiome il condannato.
Annie con gli occhi sbarrati, era scossa da un brivido di terrore, il principe invano tentava di consolarla, il doloroso e terrorizzante stupore nel quale la donna era immersa non passava.
Orloff si rimproverava di avere accondisceso al capriccio della moglie, l’orrendo spettacolo di un’esecuzione capitale non era adatto ai nervi delicati della principessa.
Quando i due sposi furono soli nell’appartamento del Grand Hotel, Annie disse al marito:
—Devo farti una confessione orribile.
—Una confessione!
—Sì, spiegarti il mio terrore, il mio spavento, l’angoscia che mi ha invaso nel momento che ho visto il condannato a morte.
—Annie mia, non parliamo più di quel barbaro spettacolo al quale avemmo il torto di assistere.
—Non ne parleremo mai più amico mio; ma è d’uopo che tu sappia chi era il miserabile che ha lasciato il capo sul patibolo.
—Tu lo conoscevi Annie?
—Era il mio seduttore.
La donna chinò il volto fatto rosso dalla vergogna, il principe rialzò il capo della moglie e posò le sue labbra su quelle di Annie, mormorando:
—Dio è giusto! Tutto nel mondo presto o tardi si paga.
Ora quell’uomo aveva in un colpo pagato tutti i suoi delitti, e il destino decise che a quel rendimento finale di conti assistesse una delle prime vittime del miserabile che giaceva ora nell’angolo maledetto del cimitero dove non germogliano fiori, dove non si disegnano croci.
In quanto ad Annie si calmò a poco a poco, ma certo quel tragico momento della sua vita non lo avrebbe mai e poi mai dimenticato.
All’indomani dell’esecuzione di Lebrun Dulac, arrivò all’improvviso a sorprendere gli sposi la signora Richardson, la quale non aveva creduto bene di farsi annunziare.
Il vecchio negro Tom, accompagnava la padrona come un cane fedele.
CAPITOLO XV.
Annie provò una gran gioia nel rivedere la mamma che da tre anni non era tornata in Europa.
La signora Richardson era sempre una donna ben conservata, il tempo passava sopra di lei sfiorandola appena.
Però di quando in quando una ruga profonda le solcava la fronte, allora il viso generalmente sorridente diveniva tetro e un sospiro le usciva dal petto agitato.
A che pensava?
Pensava che aveva ingannato la figlia e il principe che aveva gettato in mezzo ad una via una bambina figlia della figlia sua!
Molte volte avrebbe voluto confessare ad Annie, ma non ne aveva avuto il coraggio.
Del resto quei momenti di sconforto erano rari, e la felicità che vedeva brillare negli occhi di Annie e del principe, le rendevano la tranquillità.
Verso il mese di Agosto, mentre le feste di Parigi erano nel massimo splendore Annie, lo sposo, la madre e Tom, si recarono a Trouville, la stazione di bagni alla moda, dove in estate si dà convegno tutto il mondo elegante di Francia.
Per chi ama la quiete, e desidera solo respirare aria buona, e riposarsi dalle fatiche mondane, Trouville non è adatta poiché essa diventa in estate una piccola Parigi.
Il principe Orloff aveva affittato una deliziosa palazzina perduta in mezzo alle piante, nascosta allo sguardo di tutti, lontana dal rumore dei gaudenti.
Un viale tutto ombroso conduceva al mare, e volendo, i principi potevano fare a meno di avere contatto col resto dei villeggianti; ma ciò non piaceva alle signore e ai signori. e ben presto una commissione di dame di beneficenza andò alla Villa delle Querci, così chiamavasi la villa del principe, ad invitare Annie e la madre sua a prendere parte ad una gran fiera di beneficenza per i poveri di Parigi.
Non si poteva rifiutare.
Il principe offrì dei regali, e Annie e sua madre accettarono di essere venditrici a due banchi.
Annie fece denari a sacchi, quella principessa dall’aria dolce, ingenua, buona, quell’americana divenuta russa, attraeva, aveva un fascino irresistibile.
Anche la signora Richardson fece molti affari, la sua libertà americana piaceva, e tutte le signore dell’alta società la festeggiarono e la impegnarono ad essere con loro tutte, che eravi da fare del bene.
Venti giorni dopo quella fiera di beneficenza un messaggio dello czar chiamava a Pietrogrado il principe Orloff.
La nobiltà russa dipende dallo czar, una chiamata sua è un ordine.
Orloff partì immediatamente, seguito dalla moglie, la quale non volle affatto separarsi da lui.
La signora Richardson tornò a Parigi per visitare l’esposizione, promettendo di andare in Russia verso l’ottobre.
CAPITOLO XVI.
Lo czar appena ebbe al suo cospetto il principe Orloff gli disse:
—Perdonatemi se vi ho tolto ai vostri svaghi, ma io ho bisogno di voi.
—Maestà—rispose il principe,—la mia vita vi appartiene. Gli Orloff sono felici di essere presso al loro czar e di morire per lui.
—Avete ragione Orloff, e per questo io mi sono rivolto a voi. Sentite, corre voce che i nihilisti hanno cominciato di nuovo le loro tenebrose mene. Non temo la morte; ma il ricordo della tragica fine del mio augusto genitore mi spaventa. Morire squarciato dallo scoppio di una bomba, in mezzo alla via come un cane, è orribile.
—È orribile!—mormorò Orloff.
—Si dice, o principe, che anche entro la reggia si siano dei nihilisti....
—Maestà, è impossibile!
—Vi dico che è vero. Ed è perciò che ho contato su voi col nominarvi ministro della casa imperiale.
Da voi dipenderanno tutti coloro che sono addetti a palazzo, la vostra devozione mi fa sicuro che riuscite a sventare le trame di coloro che vivono sotto lo stesso mio tetto.
—Maestà ciò che mi ordinate altamente mi onora, non discuto, non debbo discutere, io obbedisco. Del resto vostra maestà comprende che i nihilisti hanno in me un nemico, come a vostra maestà a me pure hanno ucciso il padre.
Lo czar stese la mano al servo fedele e poi melanconicamente disse:
—Cosa vogliono questi nihilisti? Non fu abolita la schiavitù? Non venne soppresso il Knut? Non è la Russia una forte e grande potenza? Il mio regno pacifico, tollerante, non ha forse accresciuto la prosperità della grande patria nostra?
Lo czar non pensava in quel momento alla terribile Siberia, e ai migliori dei suoi sudditi che languivano e morivano nella terra maledetta, in fondo alle miniere di mercurio, colpevoli solo di avere inneggiato al santo ideale della libertà.
L’autocrate non comprendeva che quei nihilisti costretti a ricorrere all’assassinio erano l’avanguardia del popolo russo che invocava la distruzione dell’assolutismo.
I sovrani molte volte sono ciechi, e i cortigiani non fanno nulla per dar loro di nuovo la vista, anzi sembra che abbiano la missione di accrescere le tenebre.
Quando poi viene il giorno della catastrofe, il sovrano resta solo, i consiglieri fuggono, il trono crolla e nessuna mano si stende verso il caduto, il quale troppo tardi si accorge che quei che credeva fedeli lo spinsero nell’abisso.
La storia severa e giusta, e conferma quello che noi abbiamo detto.
CAPITOLO XVII.
Da quindici giorni il principe Orloff era ministro dei palazzi imperiali. Quella nomina aveva esasperato i nihilisti.
Essi avevano dimenticato il figlio del capo della polizia, del feroce funzionario che popolò la Siberia e morì sotto i colpi degli apostoli della libertà.
La nomina a carica tanto importante, richiamò sul principe l’attenzione dei nihilisti i quali compresero che Alessandro III impaurito si circondava di uomini fidati e sicuri.
Orloff fino dai primi giorni aveva fatto dei grandi cambiamenti a palazzo, quasi tutti gli ufficiali della guardia imperiale erano stati mandati di guarnigione nelle fortezze dell’Asia Minore. Il personale di servizio venne quasi completamente licenziato, e attorno allo czar si formò come una muraglia di petti entro i quali batteva un cuore affezionato e leale.
Uno dei maggiordomi vecchio, molto colto e fieramente liberale, fu da Orloff inviato in Siberia senza nessun processo, perché presso di lui fu trovato un opuscolo che trattava teoricamente del nihilismo.
Due giorni dopo che il maggiordomo Nicovief fu inviato in Siberia, i nihilisti tennero una importante riunione.
Questa gente votata alla morte, si adunava nelle cantine di una piccola casa situata sulle rive della Neva.
Si scendeva nel sotterraneo a mezzo di una piccola scala nascosta nello spessore delle muraglie, e nel sotterraneo oltre la sala delle riunioni eravi una stamperia che serviva per la pubblicazione degli opuscoli, dei giornaletti e dei proclami del partito. In un altro piccolo locale vi erano armi, e bombe, quelle terribili bombe che di quando in quando mettevano lo spavento in Pietrogrado.
La riunione alla quale assistiamo, perché interessa un personaggio della nostra storia, era molto numerosa, la presiedeva un vecchio dalla bianca barba, il quale vestiva da Pope (prete russo).
—Fratelli—disse il Pope—siamo tutti?
—Nessun delegato manca—rispose un giovane biondo e delicato come una signorina.
—Va bene,—rispose il vecchio—ora vi dirò il perché di questa riunione straordinaria.
Alessandro III, nulla ha imparato dalla morte del padre suo, la luce della libertà non lo illumina, le carceri di San Pietro e Paolo, le tetre celle dove eterna è la notte, sono popolate dai nostri migliori, la via della Siberia è battuta da convogli di condannati, carichi di catene, con le spalle flagellate dal bastone degli aguzzini.
Un fremito corse in tutti i presenti.
—Nessuna pietà—continuò il vecchio—vi è per chi parla in nome del popolo e della libertà. Vogliono distruggerci! Pazzi che tentano l’impossibile, ciechi che non vedono l’abisso verso il quale corrono.
Ditemi, si potrebbe impedire al sole di riscaldare e di illuminare? No, non è vero?
Ebbene, arrestare la marcia del progresso e della libertà è un tentativo folle, come quello di togliere luce e calore al sole.
Cristo morì sulla croce parlando di fratellanza e di amore, le sue parole vennero raccolte da pochi, predicate per il mondo si formarono presto le Legioni della fede.
Roma pagana infierì contro i cristiani, il sangue dei martiri corse a rivi e fecondò la pianta benedetta e la croce trionfante si levò dovunque, simbolo di fratellanza e d’amore.
La nostra fede è come quella che albergava nel cuore dei primi cristiani, la nostra via come quella dei martiri è seminata di morti è di stragi. Nella Siberia agonizzano i migliori, nelle celle sotterranee della fortezza che si bagna nella Neva, periscono misteriosamente i nostri apostoli, ci danno la caccia come a belve furiose, ma le nostre linee non si assottigliano, e sempre nuovi combattenti si aggiungono a noi.
Sono essi poveri contadini fiaccati dalla schiavitù; giovani studenti entusiasti, che nella scienza trovarono l’amore per la libertà, ufficiali stanchi di essere strumenti di oppressione, soldati che sognano la rivolta, nobili donzelle sfidanti il pericolo, titolati che si atterriscono per le ingiustizie e per le atrocità.
Il nihilismo apre le braccia a tutti, affratella tutte le classi, si rinforza nelle persecuzioni, e quando noi ci facciamo giustizia non è per il desiderio di stragi, per la sete di sangue, ma per punire i colpevoli e scuotere quei che credono solo alla potenza dei padroni.
Abbiamo sperato in Alessandro III, la tragica morte del padre doveva essere una lezione. Non fu così, è ultimamente quasi a sfidare tutti noi, mette al suo fianco il figlio del più feroce nostro carnefice.
—Morte ad Orloff!—gridarono i nihilisti.
Il vecchio chinò il capo e stette alquanto pensieroso; una mestizia grande si dipinse sul suo nobile volto.
Nessuno fiatava. La scena in quel sotterraneo appena illuminato aveva qualche cosa di grandioso.
—Morte—riprese il vecchio—avete ragione morte. Mi addolora a versare nuovo sangue, ma ho il diritto di difesa. Dio ci perdonerà!
Chi di voi vuol essere giustiziere?
Tutti si levarono in piedi.
—Guardate che colui che giungerà a colpire il figlio del carnefice, si vota ad una morte orribile.
Un giovane pallido con dei capelli biondi, come quelli del Nazzareno, si avanzò.
—Osip,—disse il vecchio—vuoi parlare?
—Sì, padre.
—Parla, figlio mio.
Gli occhi cerulei del giovanotto brillarono.
—Padre, fratelli,—disse con voce armoniosa—io reclamo l’onore di uccidere il principe Orloff.
—Pensa,—rispose il vecchio, con voce armoniosa—che ti aspetta la morte. Sei al principio della vita Osip, e puoi combattere altre battaglie. Puoi vedere il trionfo dell’idea. Fortunati i giovani!
—Padre,—riprese Osip—avevo un padre buono, amoroso e pieno di fede. Il principe Orloff il genitore dell’attuale ministro dello czar lo fece morire sotto il bastone. Mia madre morì di crepacuore. Rimasi orfano e giurai di vendicare i miei, quando fossi grande.
Ma non basta: un mio zio, l’unico sostegno mio, quello che mi ha cresciuto era impiegato al palazzo d’Inverno dell’autocrate, voi sapete che era dei nostri, il figlio del capo della polizia, il ministro da buon segugio, ha odorato nel mio zio un ribelle, e questi è ora sulla via della Siberia.
Chi più di me ha diritto alla vita del principe?
Nel dire queste parole Osip, aveva rialzato il capo con alterezza.
Nessuno rispose. Il silenzio durò a lungo.
Osip aspettava ansioso la risposta del vecchio.
Finalmente questi parlò e disse:
—Sia fatta la tua volontà, figlio mio, e il cielo ti aiuti.
Osip dette un grido di gioia, e si precipitò verso il vecchio per baciargli la mano, ma il vecchio gli stese le braccia.
Fu un amplesso lungo e commovente. Tutti i nihilisti baciarono Osip, come si bacia uno che stia per morire.
In quel momento si udì squillare il campanello di allarme.
La polizia—disse con freddezza, il vecchio.
Quegli uomini che se cadevano in mano dei poliziotti sarebbero stati dannati alla morte o all’esilio spaventoso, non sussultarono neppure, si diressero lentamente verso un angolo del sotterraneo e scomparvero ad uno ad uno nel condotto che conduceva alla Neva.
Non furono pronunziate inutili parole, solo il vecchio mormorò:
Qualcuno ci ha tradito, purché non abbia svelato il passaggio che conduce alla Neva.
Sventuratamente il traditore, che doveva essere un nihilista, nulla aveva taciuto alla polizia e quando il primo dei congiurati giunse allo sbocco, cadde nelle imbarcazioni della polizia.
Vennero arrestati tutti, salvo Osip, che come una serpe uscì dalle mani dei poliziotti e si precipitò nella Neva, e nuotando sott’acqua poté mettersi in salvo.
CAPITOLO XVIII.
Il colpo fatto dalla polizia fu magnificato dai giornali. Si sostenne che oramai il nihilismo era ferito a morte, il capo misterioso, quel Pope che dimenticava i suoi giuramenti, che contaminava il suo abito sacerdotale, rinnegando il suo sovrano, il suo pontefice sarebbe finito sulla forca.
Si davano i particolari delle scoperte fatte nella misteriosa tana dei nihilisti e tutta la gente di ordine, i fautori del trono si convincevano che oramai non eravi più a temere l’idea terribile del nihilismo.
Non mancarono i giornali che dissero francamente come i trionfali risultati della polizia si dovevano al principe Orloff, il quale nella lotta contro il nihilismo portava non solo il suo amore per lo czar, ma anche il desiderio di vendicare suo padre.
Annie1 nel leggere i giornali fu molto impressionata, ebbe paura che lo sposo suo facesse la fine del padre; ma il principe la confortò, la riassicurò, dicendole che oramai il nihilismo aveva tagliato la testa.
Pietrogrado festeggiava il natalizio dello czar le vie adorne di arazzi e di bandiere erano gremite di popolo festante.
Alla mattina lo czar aveva passato in rivista migliaia e migliaia di soldati e quindi al galoppo alla testa dei suoi fedeli cosacchi del Don, aveva sfilato innanzi al palco dell’imperatrice.
Il popolo si era prostato innanzi all’autocrate, il quale poté credere di essere adorato.
Vicinissimo allo czar cavalcava il principe Orloff fatto segno a grandi dimostrazioni di popolarità.
Alla sera lo czar assistette al teatro imperiale alla rappresentazione dell’opera “La vita per lo Czar!”
Il teatro era pieno zeppo della più alta società russa, la principessa Orloff di una eleganza suprema era il punto di mira di tutti gli sguardi.
Portava sul capo un diadema di brillanti che mandavano fasci di luce multicolore.
Alle orecchie due solitari, al collo squisitamente modellato delle file di perle che ricordavano quelle meravigliose di Margherita, Regina d’Italia.
Il principe in alta uniforme di colonnello delle guardie imperiali carico di decorazioni, sedeva in fronte alla sposa felice dell’ammirazione che destava.
Nei palchi si parlava molto del principe, si diceva che in lui eravi la stoffa per un futuro cancelliere.
Le scappate giovanili del principe erano dimenticate, il favore dello czar, gli ultimi successi contro il nihilismo, le immense ricchezze facevano di Orloff, l’uomo il più invidiato e ammirato di tutto l’impero.
Essendo venuto il capo supremo della polizia a fare visita ad Orloff, questi chiese il permesso di assentarsi per andare a presentare i suoi ossequi all’Imperatore
Quando Orloff entrò nel palco imperiale e Alessandro stese la mano al suo servo fedele, il pubblico proruppe in una grande ovazione.
Allora Alessandro si levò, e attirando a sé Orloff, si tolse la croce in brillanti di Sant’Andrea e l’appuntò sul petto del principe, mentre gli applausi scoppiarono entusiastici.
Annie estremamente commossa assisté a quella scena.
Finito l’atto, Orloff prese congedo dal sovrano.
Mentre percorreva il breve tratto che lo separava dalla sua loggia, un uomo vestito del costume degli inservienti del teatro gli si avvicinò e con un largo coltello dalla punta acuminata lo ferì in pieno petto.
Orloff dette un gemito e cadde a terra.
L’assassino che altro non era che Osip, con un sangue freddo ammirabile saltò dalla finestra del teatro prima che alcuno si fosse accorto di nulla.
Il principe fu poco dopo raccolto da un capitano delle guardie, il disgraziato non dava segno di vita, il capitano ebbe la buona idea di far trasportare il ferito in uno dei gabinetti della corte, quindi raccomandando il più assoluto silenzio; ordinò che si chiamasse il medico del teatro.
Mentre questa tragedia si svolgeva nei corridoi, il pubblico ignaro di tutto seguitava ad applaudire quando qualche frase dell’opera era un inno per il sovrano moscovita.
Annie avendo visto lo sposo lasciare il palco imperiale, e tardando questi a comparire si mostrò impaziente.
Il capo della polizia per tanto diceva:
—Da quando l’imperatore ebbe la buona idea di mettersi al fianco un uomo energico, come il principe vostro sposo, le cose vanno molto meglio.
—Ma i nihilisti—disse la principessa—potrebbero....
—Non temete signora, i nemici dell’imperatore non esistono più.
Proprio in quel momento Osip colpiva Orloff.
Passarono pochi minuti e quindi si notò una grande agitazione nel palco imperiale.
Lo czar erasi alzato e scomparso.
Che avveniva?
Il pubblico non sapeva spiegarsi quella repentina scomparsa del sovrano.
Annie inquieta ebbe un triste presentimento, stava per fare ansiose domande al capo della polizia lui pure inquieto, allorché fu bussato all’uscio del palco.
Era un ciambellano di corte che pregava la principessa e il capo della polizia a recarsi nella sala dei sovrani.
Annie si levò pallida e commossa.
Poco dopo era alla presenza dello czar.
Vedendo il turbamento dipinto su tutti i volti la povera donna intuì la sventura e con accento straziante disse:
—Mio marito?....
—Principessa—rispose con accento grave il sovrano—il mio servo più fedele fu vittima di un iniquo attentato....
—Morto!!—gridò Annie.
—No, principessa, ferito; Dio non sarà spietato con noi e ci conserverà il principe.
—Voglio vederlo.
L’accento di Annie era risoluto, imperioso.
In quella entrò il medico.
Lo czar lo interrogò con lo sguardo, il dottore crollò il capo con sconforto.
—Dottore—disse lo czar—la principessa chiede di vedere suo marito; a voi dire se può o no.
—Principessa—rispose il medico inchinandosi—vi accompagnerò presso il ferito.
Oramai il pubblico sapeva dell’attentato. La gente chiedeva ansiosa se l’assassino fu arrestato, non si sapeva nulla di certo, l’unica notizia confermata nel modo più spietato era che il principe Orloff agonizzava.
CAPITOLO XIX.
Avevano adagiato il ferito sopra un divano di velluot; lo sventurato non era più svenuto e volgeva attorno il suo sguardo pieno di ansia angosciosa, quando la porta si aprì e comparve Annie, il suo pallido volto si rischiarò, e un sorriso gli sfiorò le labbra livide.
Annie si inginocchiò presso il ferito con le sue braccia nude gli cinse il collo mormorando:
—Sposo! sposo mio! dimmi che vivrai.
Annie,—rispondeva con rotto accento il principe—non ti illudere, ho pochi momenti di vita. Non disperare, fatti animo, è il destino che pesa sulla mia famiglia.
Annie piangeva e le sue lagrime come rugiada benefica cadevano sul volto del moribondo.
—Muoio amandoti, felice di tutte le gioie che tu mi hai dato, solo rimpiango che la nostra felicità sia durata così poco.
La voce di Orloff si faceva sempre più fievole.
Annie non poteva rispondere, un dolore acuto la straziava la disperazione le invadeva l’anima.
L’imperatore entrò nella sala e corse a stendere la mano al servo fedele.
—Maestà—disse Orloff,—la nostra famiglia tiene fede al motto: La vita per lo czar!
Il padrone di tanti milioni di sudditi, l’uomo più potente d’Europa, chinò il capo, e lagrime ardenti scesero dai suoi occhi.
—Principe,—balbettò il sovrano—i Romanoff hanno un debito con gli Orloff che sarà impossibile pagare.
Il principe stese la mano ad Alessandro, attirò a sé la principessa e spirò........
Osip non fu arrestato, ed egli continuò ad essere l’anima di quel partito nihilista, votato alla santa causa della libertà.
Annie raggiunta dalla madre appena dopo la catastrofe che l’aveva colpita, visse qualche anno in Russia, dove impiegò le sue ricchezze immense a compiere opere di carità. Il suo nome era benedetto da migliaia di infelici.
Insieme alla madre si stabilì per qualche tempo a Parigi, decisa a ritornarsene in America per terminare in pace la sua vita.
Più di una volta la madre, per ridarle della energia, per toglierla dal penoso abbattimento nel quale Annie era caduta, avrebbe voluto gridarle:
—Hai una figlia, ritorniamo a New York, cerchiamola, sia la nostra gioia.
Tom, oppresso dagli acciacchi, mezzo inebetito, teneva dei discorsi strani alla sua padroncina e questa non comprendeva nulla.
La signora Richardson molto nota a Parigi, fu sollecitata a prendere parte alla gran fiera del Bazar della Carità posto sotto il patronato delle dame più distinte della aristocrazia francese.
La madre di Annie aveva accettato e serviva ad un banco guarnito coi colori americani, un banco dove tutti gli oggetti donati da Annie avevano un gran valore.
Era il primo giorno della fiera, il locale, un baraccone costrutto in legno, ma all’interno reso elegante da ricche decorazioni di stoffe e di veli, conteneva una folla elegante, allegra, vivace.
In quella folla si sarebbero trovati i più bei nomi della Francia, i discendenti cavallereschi delle crociate, dei prodi del primo impero.
Il denaro correva a fiumi, gli uomini erano felici di vuotare il loro portamonete nelle candide mani delle belle sirene della carità.
Si vendeva tutto a prezzi favolosi, i milionari si disputavano una rosa a colpi di biglietti da mille.
Le patronesse della festa erano raggianti.
Ad un tratto le mammole colorate di uno dei banchi di beneficenza si incendiarono.
Le grida festevoli si scambiarono in un grido alto di terrore; il fuoco con rapidità vertiginosa erasi appiccato alle decorazioni; la vasta sala fu tutta una fornace.
Allora avvennero scene spaventevoli, cominciò a corpo a corpo una lotta terribile per l’esistenza.
I gentiluomini, i discendenti di coloro che per la dama avrebbero affrontato mille volte la morte, per salvarsi, respinsero brutalmente le donne, le calpestarono, le batterono senza misericordia.
Le grida di terrore si univano a quelle di dolore ai gemiti di agonia.
La madre di Annie, aveva conservato una grande presenza di spirito e certo si sarebbe salvata; ma nel momento che stava per uscire da un piccolo passaggio fu afferrata selvaggiamente da un duca, e respinta nella fornace, tentò di nuovo di salvarsi, fu battuta, maltrattata, lanciata a destra e sinistra come un balla di stracci.
Quei nobili vigliacchi dettero al mondo il più miserando spettacolo, e il mondo segnò col suo disprezzo quella razza di degenerati.
Molte signore fra le quali la sorella dell’imperatrice d’Austria, perirono in quella immane catastrofe.
La signora Richardson fu ricondotta a casa, moribonda.
Per un vero miracolo Annie non divenne pazza.
Una sera si era trovata di fronte il marito adorato, ferito a morte, ora le riportavano la madre a mezzo carbonizzata, irriconoscibile.
Per la Richardson non eravi speranza ed essa invocava la morte, perché finissero le sue terribili torture.
Prima di esalare l’ultimo respiro ebbe la forza di dire alla figlia:
—Annie perdonami.... sono una sciagurata.... la tua bambina non morì.... Tom l’abbandonò appena nata in un quartiere di New York. Sento che cercandola la troverai. Addio Annie!.... Perdono!.... perdono!....
E più non disse.
Pochi momenti dopo la sventurata era morta....
Annie perdonò e pianse; ma quando ebbe con filiale affetto deposta nel cimitero la salma della madre, ad una cosa sola pensò; ritrovare la sua bambina.
La sua vita oramai aveva uno scopo.
Interrogò Tom; ma questi completamente rimbambito e dall’età e dalla morte della padrona che adorava, non poté dir nulla, non ricordava nulla.
Annie e Tom partirono per gli Stati Uniti, ove come dicemmo misero piede il giorno stesso che Luigina andava a chiedere all’aure della campagna il conforto e la vita.
FINE DELLA PARTE SECONDA
PARTE TERZA
Il Delitto di Sara
CAPITOLO I.
La principessa Orloff allorché mise piede a New York provò una gioia immensa.
—Se essa vive,—mormorò con entusiasmo—io la troverò.
Con tenerezza amava la figlia sua che non conosceva, che non aveva mai vista, e se la sognava bella, seducente e buona.
A volte la immaginava perduta nella miseria, spinta al disonore da quei che l’avevano allevata.
Mai ebbe la visione che la sua bambina fosse morta, sentiva che essa viveva.
Presentimento di madre? Voce del sangue? non sapremmo dirlo.
Annie appena riposatasi dal viaggio decise di intraprendere subito le indagini.
Mandò a chiamare un vecchio avvocato amico dei Richardson al quale senza reticenze disse tutta la verità, incaricandolo delle ricerche.
—Ho molti milioni — aveva concluso Annie, — ma spenderò fino all’ultimo soldo per ritrovare la mia bambina o sapere cosa è avvenuto di lei.
—Il denaro—aveva risposto l’avvocato—è una leva potente, noi frugheremo New York se occorre.
“Può essere, principessa, che noi sappiamo subito qualche notizia positiva.
“Sappiamo che la vostra bambina fu abbandonata l’ultimo giorno del carnevale del 1882 esaminando il calendario perpetuo ci sarà cosa facile il sapere la data esatta di quel martedì.
Non è difficile che la bambina sia andata a finire in mano della polizia e posta in un orfanotrofio.
—Questa sarà la prima indagine a farsi ed io la farò personalmente.
—Conto su voi, avvocato, e anche sul vostro silenzio.
—Principessa, sono un servo devoto della vostra casa, la posizione che occupo ora nel mondo la devo alla generosità di vostro padre, e sono lieto che il caso mi metta in grado di sdebitarmi con la figlia, del debito di riconoscenza contratto col padre.
L’avvocato partì e Annie si sentì consolata.
In quanto a Tom ripeteva sempre:
—La bambina.... la bambina.... ma mai un lampo di luce che rischiarasse il suo cervello.
Era giunto ad un’età nella quale ben difficile si può ricordare il passato, specialmente quando i dispiaceri hanno influito ad indebolire il cervello.
L’avvocato non perdette tempo, verificato il calendario si recò alla polizia e pregò perché verificassero se nei giorni che seguirono l’ultimo giorno di carnevale del 1882 fosse registrato il rinvenimento di una bambina abbandonata, o se vi si trovasse traccia di qualche referto, fatto da alcuno che l’avesse trovata.
Persona molto nota, stimata e influente, l’avvocato venne assicurato che un agente speciale farebbe la verifica dei registri, all’indomani avrebbe una risposta esauriente.
L’indomani con una certa trepidazione l’avvocato si diresse verso il quartiere generale di polizia, lo aspettava una prima disillusione.
Per quanto le verifiche fossero state accurate, non si trovò traccia di nessuna bambina trovata o denunziata, non solo nei giorni che seguirono l’ultimo dì di carnevale, ma per tutto marzo fino alla metà di aprile, i registri erano in bianco.
Il capo della polizia ricevé l’avvocato e lo consigliò a rivolgersi ad un’agenzia privata.
Potendo dare qualche indizio era cosa facile che un bravo detective dal naso fino, potesse scoprire qualche cosa.
Si poteva ricorrere anche ad un avviso sopra i giornali, ma ciò avrebbe forse prodotto delle mistificazioni. Poteva accadere che dei furbi messeri inventassero delle false abbandonate, per ingannare la buona fede di quei che cercavano la vera.
Il capo della polizia aggiunse:
—Per l’esperienza che io ho di questi affari, penso che la piccina sia caduta nelle mani di qualche buona famiglia, la quale sia stata felice di allevarla.
—Io, avvocato, non vi domando spiegazioni su questo fatto; ma non posso a meno di dirvi che i genitori che abbandonarono così la loro prole, sono dei colpevoli degni di punizione. Non potendo intervenire la giùstizia, Dio punisce la madre che troppo tardi si ricorda della sua prole.
L’avvocato spiegò, tacendo nomi, come i fatti avvennero, e terminò:
L’unica colpevole è morta e in modo orribile.
—Sono lieto di quanto mi dite—riprese il capo della polizia—e vi auguro che riusciate nelle vostre indagini.
I due uomini si strinsero la mano e si separarono.
L’avvocato fu costretto a recarsi dalla principessa e darle la non lieta notizia.
Annie restò turbata assai, ma l’avvocato la consolò dicendole che in New York vi erano abili agenti, buoni a scoprire anche un ago perduto nel fiume Hudson.
CAPITOLO II.
A New York non mancano le agenzie private, detective ve ne sono di oneste, di così e così e di quelle che non hanno scrupoli affatto.
Il destino volle che l’avvocato si imbattesse in una di quelle agenzie dove i direttori fanno qualunque cosa pure di accumulare danaro.
L’agenzia portava il nome di Internazionale, a voler dimostrare che per lei non vi erano, né frontiere, né distanze, e che la sua opera si svolgeva in ogni parte del mondo.
I direttori erano dei furboni, gli agenti che impiegavano abilissimi, avevano fatto dei colpi riusciti, e godevano una riputazione solida, perché il mondo ignorava tutte le cose subdole che facevano, tutte le cause equivoche alle quali mettevano mano.
L’Agenzia era in uno dei migliori punti di Broadway, in un palazzo di marmo che contava ben diciassette piani.
Gli uffici al quindicesimo piano si componevano di quattro stanze con delle grandi finestre che dominavano tutto il panorama di New York, al quale faceva da splendida cornice l’Hudson, in permanenza solcato da grandi e piccole navi.
I due direttori David Levy e Beniamino Mayer, erano ebrei; e della loro razza avevano il tipo caratteristico; ma nel modo di parlare e di vestire erano completamente americani.
Si diceva che si avviavano alla fortuna e che presto sarebbero passati nel numero dei milionari. Era quella una leggenda e nulla più.
David e Beniamino guadagnavano è vero tanto denaro, ma entrambi giuocavano alla Borsa; avevano furia di raggiungere la fortuna e speravano di essere aiutati da quel terribile minotauro che ingoia tante fortune, è causa di tante sciagure.
La sete ardente del denaro, il bisogno di averne per riparare alle disastrose liquidazioni, spingevano quei due soci a tentare tutti i mezzi per farne ad ogni costo.
L’avvocato fu ricevuto da David, questi ascoltò attentamente tutta la storia, narrata con una precisione ammirabile.
Quando l’avvocato tacque, il direttore dell’Agenzia Internazionale restò muto per un poco di tempo, poi chiese:
—È possibile il sapere presso a poco in quale quartiere di New York fu abbandonata la bambina?
—Non con precisione, ma io ritengo che fosse nei quartieri popolari di bassa città.
—L’indicazione è molto vaga, ma non per tanto il nostro lavoro è ristretto ad una parte della città, e ciò facilita le ricerche.
—Signor David, vi avverto che sono autorizzato a promettervi cinquecentomila dollari se riuscite nel vostro intento.
Gli occhi dell’ebreo ebbero lampi di cupidigia.
—In quanto alle spese—continuò l’avvocato—eccovi un buono di cinque mila dollari.
—Caro avvocato, avete un modo di parlare e degli argomenti così convincenti, che davvero mi metterò al lavoro con entusiasmo.
—Ci conto. Sappiate che quella bambina che cerchiamo sarà una delle più ricche ereditiere del mondo. Vi parlo così, sicuro del vostro segreto.
—In quanto al segreto, potete essere certo che nessuno saprà mai nulla. Nel nostro mestiere siamo più segreti dei confessori.
—Bene. Quando saprete qualche cosa, avvisatemi, o venite da me, il mio ufficio è a due passi di qui. Desidero trattare soltanto con voi.
—Mi farò un onore di visitarvi. Io dirigerò in persona la campagna, nessuno saprà nulla, del resto i nostri agenti chiedono degli ordini e non delle spiegazioni. Entro un mese conto di informarvi positivamente sulla sorte della bambina.
L’avvocato se ne andò. Quando David fu solo, mormorò con voce fremente.
—È d‘uopo guadagnare i cinquecentomila dollari; se la bambina non si trova ne fabbricheremo una!
Il furfante aveva già formato il suo piano. Finalmente la fortuna si presentava a portata della sua mano, sarebbe così stupido da non afferrarla?
No, no, o vera o falsa, l’avvocato avrebbe una ragazza quindicenne.
Suonò un campanello elettrico e al servo che comparve disse:
—William è in ufficio.
—Sì.
—Ditegli che lo aspetto.
William non tardò a comparire.
Era un uomo dai lineamenti grossolani, dalle spalle da Ercole, con due occhietti che pareva forassero come la punta dell’ago.
Fu per molto tempo sergente della polizia di New York, e godeva fama di furbo.
Un brutto giorno al tempo della crociata di Parkhurst2, si scoprì che William prendeva del bel danaro dalle tenitrici di bordelli del suo quartiere, e siccome un processo avrebbe fatto venire a galla chi sa quante turpitudini, si contentarono di licenziarlo dal corpo, e ora William era il luogotenente dei proprietari dell’Agenzia Internazionale.
David e William ebbero un lungo colloquio, dopo del quale William si mise subito in campagna.
CAPITOLO III.
In una delle posizioni più incantevoli del New Jersey sorgeva la Villa che accoglieva Luigina.
L’aria era pura e balsamica, ai lati della villa correvano due torrentelli limpidi e cristallini, un succedersi di collinette di un bel verde cupo riparavano la villa dai venti impetuosi. Sopra gli alberi carichi di frutta cinguettavano gli uccelli, gli scoiattoli correvano sulle roccie, si arrampicavano sugli alberi alzando le code, come tanti pennacchi.
Una sorgente di acqua freschissima, limpida e leggiera, senza bacilli di sorta era a due passi dalla villa e si diceva che quell’acqua aveva del miracoloso.
Luigina non aveva più assalti di tosse, mangiava con un certo appetito, ma la sua graziosa figurina si faceva sempre più esile, le sue mani divenivano trasparenti, mentre le unghie un tempo rosate prendevano un marcato colore paonazzo; sulle gote, due macchie rosee, gli occhi stupendi circondati in permanenza da un cerchio bluastro.
Cherubina tutte le volte che guardava la fanciulla sentiva un nodo alla gola, dei lagrimoni gli scendevano per le gote e fuggiva brontolando:
—Ah! boia! boia!
Un dolce e mesto sorriso errava sulle labbra di Luigina la quale oramai era rassegnata a morire.
Tre volte la settimana il giovane dottore si recava alla Villa per le iniezioni di siero Maragliano.
Per quanto i progressi fossero lenti egli non si scoraggiava, aveva fede, e quando Baciccia nel viale che conduceva alla stazione gli chiedeva con voce commossa:
—Ebbene la salverete la nostra piccina?
Il dottore rispondeva con convinzione:
—Sì.
Il brav’uomo allora afferrava le mani del medico e saltellava come un matto.
Invariabilmente tutte le volte che il dottore si recava alla villa, al ritorno trovava il pittore Vallano, nella sala di aspetto della stazione, il quale ansiosamente gli diceva:
—Ebbene?
—Guarirà—rispondeva il dottore.
Vallano si sentiva invaso dalla gioia.
Se il dottore passava dai Cinque Punti era circondato, assediato, intronato da domande. Cevasco, Valenti, Nannetti, e anche il mastodontico Bertoncini, un uomo che sembrava dovesse essere indifferente a tutto, si disputavano il Dottore, il quale oramai aveva acquistato nel quartiere una vera popolarità.
Quando Baciccia veniva alla casa sua per prendere qualche cosa, per un bel pezzo lo tenevano prigioniero, poi lo caricavano di regali.
Cevasco aveva sempre pronto dei biscotti leggieri come la spuma di mare. Valenti trovava nelle sue cantine delle venerabili bottiglie contenenti del vino piemontese da far risuscitare i morti. Nannetti, avrebbe voluto mandare qualcuna delle sue bombe, delle minestre alla bolognese, ma come fare?
E si inquietava e borbottava e se la prendeva con la Colonia Minima, la quale sebbene, composta di uomini marziali, di spiriti forti, di soldati valorosi abbronzati al fuoco.... della cucina Nannetti, pure si interessava vivamente alla salute della Stella dei Cinque Punti.
Le maestre della scuola di Leonard Street, non dimenticavano la loro allieva prediletta; scrivevano spesso, inviavano dei dolci, degli Album, e promettevano di andare presto a trovare la loro cara Luigina.
Tutta questa espansione; tutto questo affetto che può sembrare esagerato, farà ridere i cinici e tutti quei che credono il cuore umano refrattario ad ogni buon sentimento; ma ciò non toglie che quello che narriamo non sia la verità vera.
Una mattina Baciccia andò a fare spesa da Michele Bacci in Park St.
Michele, che essendo stato fuori New York, da tanto tempo non aveva visto Baciccia, lo accolse con grande espansione e poi trascinatolo nel dietro stanza fra le botti di vino, le casse di pasta, i sacchi di farina e di castagne, con grande interesse gli chiese:
—E Luigina come sta? Quando la riportate? È guarita?
—Caro Michele, spero che guarirà, ma son malattie terribili....
—Non morirà! non morirà!—disse Bacci con accento convinto.—Guardate ieri a sera parlavamo con mio genero, è un giovanotto che la sa lunga e sosteneva che la Luigina ritornerebbe guarita e bella come una volta. Di più aggiunse che il giorno delle nozze farà una poesia.
Baciccia non sapeva cosa rispondere, piangeva, tutte quelle schiette manifestazioni di affetto per la sua piccina lo commovevano al sommo grado.
—Su via Baciccia, non vi è da piangere, beviamoci sopra un bicchiere alla salute della Stella dei Cinque Punti.
E bevvero e brindarono, nella stanza un poco scura, dove i grandi scaffali piegavansi sotto i formaggi d’Italia luccicanti di unto e tramandanti un odore appetitoso, e i salami lunghi come grossi bastoni pendevano dal soffitto formando una specie di tapezzeria originale dal colore rosso cupo.
—Ad un tratto Bacci chiese:
—E di quel dottore De Luisi che doveva sposare Luigina, avete saputo più nulla?
—No. Ebbe paura dei bacilli, di quelle bestiaccie che pare abbiano fatto il nido nei polmoni della mia Luigina.
—Che vigliacco—disse con convinzione Bacci.
—È segno che non amava la mia piccina, e allora è meglio che sia andato al diavolo. Ah! quei bacilli!
—Ma cosa saranno mai questi bacilli?—chiese Bacci, il quale avendo una salute di ferro era persuaso che con lui quelle bestiaccie non ce l’avrebbero potuta.
—Ecco, vedete Michele, quella forma di gorgonzola?
Ciò dicendo, Baciccia indicava una forma del famoso formaggio lombardo, una forma grassa butirrosa che si ripiegava sopra se stessa, mostrando dalla larga apertura la pasta dal colore d’oro pallido, dove si muovevano dei piccoli vermi bianchi come scagliette di avorio.
—La vedo, Baciccia.
—Ebbene guardate quei vermi. Sembra che nei polmoni della Luigina succeda lo stesso. Bacci restò sopra pensiero, la teoria dei bacilli applicata al formaggio gorgonzola, non lo appagava affatto; ma non azzardò di protestare; ci bevvero sopra un altro bicchiere e Baciccia se ne andò.
CAPITOLO IV.
Spesso il pittore Vallano si recava a visitare la “sua ammalata.”
Partiva da New York col cuore palpitante di emozione, per quanto il viaggio in ferrovia fosse breve, al giovane innamorato sembrava eterno, avrebbe voluto gridare ai macchinisti che mandassero la macchina a tutto vapore. Ad ogni fermata si impazientava, batteva i piedi, smaniava.
Finalmente arrivava; gettava un sospiro di sollievo e si dirigeva alla villa.
Se Luigina era nel piccolo giardino che fronteggiava la palazzina, la scorgeva da lungi, il cuore gli batteva a tumulto, le gambe si confondevano, si urtavano, pareva che non fosse più capace di camminare.
Se Luigina lo vedeva gli andava incontro lentamente, e lo salutava con queste parole:
—Ecco il mio medico.
Il pittore stringeva la diafana manina della fanciulla amata e non trovava una parola di risposta. Era troppo commosso.
Cherubina riceveva il pittore con delle manifestazioni materne, e gli stringeva la mano in modo che questi per un bel pezzo sentiva il dolore.
Luigina non aveva dimenticato il suo primo amore; ma non amava più quel medico che l’aveva abbandonata proprio nel momento che il male deve infondere all’innamorato la forza per combatterlo.
Come gli appariva misero, piccolo, indegno, quello che un tempo credé il suo ideale.
La fanciulla, sicura di morire, non sognava più le gioie dell’amore; ma quando Vallano era alla villa si sentiva più lieta, sorrideva, aveva voglia di scherzare, correva al piano e suonava, e Baciccia diceva alla moglie.
—Senti, è tornata come un tempo.
Alberto e Luigina facevano delle lunghe passeggiate, si fermavano sotto gli alberi ombrosi, discorrevano di mille cose.
Qualche volta salivano in barca e percorrevano il piccolo lago, e vi restavano fino a quando Cherubina dall’alto di un poggio gridava:
—Ragazzi, i ravioli sono in tavola!
Quei bei ravioli adombrati da un sugo color d’oro, dove il formaggio parmigiano formava delle isolette pallide, Alberto li mangiava con tanto gusto che Cherubina andava in estasi.
Molte volte al pittore non era permesso di partire, alla villa vi erano camere per un reggimento, dunque perché andare a New York?
Alberto che non domandava di meglio restava, e quando il sole tramontava dietro i colli, quando il mormorio dei torrentelli diveniva più distinto, e gli uccelli notturni mandavano i loro gridi monotoni, Alberto si entusiasmava e disegnava tutto ciò che lo circondava, e quei disegni erano dei piccoli capolavori.
A notte fatta nel salotto della villa si faceva della musica, i vicini accorrevano, si ballava, si cantava e la mestizia se la portava via il vento.
Luigina sembrava rinascere.
All’indomani il pittore prendeva la via di New York, Luigina lo accompagnava fino al treno e gli diceva :
—Dottore, tornate presto.
CAPITOLO V.
Il dottore Antero De Luisi guarito dalla grave malattia che lo aveva tenuto a letto per quasi un mese andò a passare la convalescenza a Niagara Falls.
Era divenuto l’ombra di sé stesso.
Oppresso fisicamente e moralmente, ignaro di tutto ciò che avveniva a New York, tormentato dal pensiero di Luigina che egli amava ancora, passava triste e dolorose giornate.
Lo spettacolo della più grande cascata del mondo non lo distraeva, e quando dal parapetto che domina la cascata guardava l’acqua che rapida e spumeggiante si precipitava nell’abisso, restava immobile, affascinato, si sporgeva in modo che era un miracolo se non cadeva nella corrente per precipitarsi assieme ad essa.
La scienza non lo confortava più.
A cosa gli aveva giovato lo studio?
A distruggere la sua felicità. E quella scienza che fu il suo primo e grande amore, non era buona a curare un male, a vincere l’opera distruggitrice di quei parassiti che si moltiplicavano distruggendo l’esistenza di un essere caro.
Se non avesse studiato, se non passava gli anni più belli della sua vita interrogando quella grande e misteriosa sfinge che è la scienza medica, a quest’ora sarebbe felice nel suo amore, ignaro dell’uragano che sarebbe venuto, è vero, ma prima avrebbe gustato la sua parte di paradiso.
Acciecato dalle sue idee, reso insensibile dai suoi dogmi che credeva infallibili, non pensava che il suo abbandono, la sua fuga potevano avere affrettata la morte di Luigina.
Così non ebbe l’idea di tornare.
Del resto cosa sarebbe tornato a fare?
Per dire la verità?
Una verità crudele che avrebbe reso tristi, desolati i giorni contati della povera Luigina.
Strano carattere questo dottore, che non aveva fede nella scienza, ed era di questa, schiavo sottomesso.
Appena fu completamente guarito si dette ai facili amori; ma fra le braccia di una bella indifferente che si dava, come si sarebbe data a cento altri, non trovava nessun refrigerio.
I sensi si calmavano, ma l’anima restava insaziata, il cuore insoddisfatto.
Del resto un dottore non può amare la donna per quanto riguarda le funzioni fisiche, i medici conoscono troppo bene i misteri del corpo umano, per farsene un idolo.
Il medico più che altro cerca l’anima, vuole il cuore.
De Luisi non era privo di mezzi, ma la vita che conduceva era tale, che ben presto le sue risorse sarebbero esaurite.
Allora?
Allora avrebbe dovuto riprendere la sua professione e presto tutti saprebbero dove egli viveva, e da New York, gli sarebbero giunte notizie che avrebbero più che mai amareggiata la sua vita.
Ecco perché molte volte fissando le acque vertiginose, precipitanti con uno scroscio di tuono giù dalla roccia altissima, avrebbe voluto essere da queste travolto, annientato!
La morte però gli metteva spavento. Era ancora giovane e siccome non aveva la convinzione che lo spirito sopravivesse alla materia, così temeva il nulla, lo spaventava la notte che non ha domani.
CAPITOLO VI.
William aveva lavorato sul serio, con un’abilità somma percorse tutti i quartieri popolari, indagò casa per casa, con dei pretesti, delle domande fatte a proposito, fece parlare a lungo le vecchie portinaie.
Cento volte credette di essere sulle traccie, e cento volte dovette convenire di essersi sbagliato.
Gli nacque il sospetto che la bambina potesse essere morta, in quella fredda notte di carnevale nella quale fu abbandonata; ma un cadavere sia pure quello di un neonato, non si trafuga tanto facilmente.
William visitò anche i quartieri italiani, ma ci trovò poco gusto perché gl’italiani ben difficilmente rispondono, e quando vedono uno sconosciuto si spaventano e non parlano neppure di ciò che può essere loro utile.
L’abile detective dovette alfine confessare che questa volta era impotente a disimpegnare la sua difficile missione.
David e Beniamino si mostrarono molto malcontenti; ma comprendevano benissimo che William non poteva fare l’impossibile.
Gli ordinarono per tanto di sospendere le ricerche.
—I miei principali—pensò il furbone—macchinano qualche cosa di losco. Voglio stare attento.
E difatti David e Beniamino macchinavano di fabbricare un’orfanella quindicenne, da potere gettare fra le braccia di quei che la cercavano.
I due degni soci volevano agire da soli, nessuno doveva essere a parte della loro tenebrosa trama.
Si misero subito all’opera, una levatrice ebrea si incaricò di trovare una ragazza quindicenne, i genitori della quale si adattassero a far la commedia.
La ricerca fu lunga, passarono altri due mesi, Annie cominciava a disperare, aveva dei momenti di scoraggiamento. Allora chiamava Tom, lo scongiurava a parlare, a ricordarsi. Il negro chinava il capo, meditava a lungo, e poi esclamava additando verso la città bassa.
—La! la!.... Corridoio.... bambina! Vestita di bianco.
Poi non diceva altro.
Si tentò di condurlo a passeggiare nei quartieri dove si supponeva avesse abbandonata la figlia di Annie, ma non si ebbe nessun risultato.
Un giorno lo portarono ai Cinque Punti.
Quando fu sulla piazzetta, guardò con viva curiosità a destra e sinistra poi prese risoluto verso Baxter St., ma quando gli si parò dinanzi Mulberry Bend, crollò il capo, disilluso, addolorato.
Forse, se il piccone del demolitore non avesse gettato giù l’isolato dove un tempo fu la casa di Baciccia, Tom avrebbe ritrovato il luogo che cercava.
Un giorno Annie era più triste del solito, allorché le venne annunciato l’avvocato.
Il brav’uomo appariva raggiante.
Annie si alzò pallida, tremante, e con un fil di voce chiese:
—Avete buone nuove.
—Sì,—rispose l’avvocato.
—Parlate! parlate! la mia bambina.
Calmatevi principessa, e vi dirò tutto.
—Vi ascolto e vi prometto di essere calma.
—Dunque,—riprese l’avvocato—dopo tante indagini, quando si era perduta ogni speranza, ecco che il caso, mette sulla vera traccia gli uomini dell’Agenzia Internazionale.
Essi seguono questa traccia e sembra che sieno giunti a ciò che cercavano, perché questa mattina fu da me il signor David, uno dei capi dell’Agenzia, il quale mi disse:
—Fra poco avrò l’onore di presentarvi la persona che cercate.
Il cuore di Annie batteva a tumulto.
Avrebbe rivisto sua figlia, essa viveva, il suo istinto di madre non l’aveva ingannata.
Quando poté parlare chiese:
—Perché degli indugi? Se la figlia mia è trovata, cosa si tarda a condurla da me.
L’avvocato un poco confuso rispose:
—Principessa, le gioie troppo intense, sono spesso fatali.... e io ho pensato....
—Avvocato, sono forte, il dolore non mi uccise, resisterò anche alla gioia.
—Ebbene, allora sappiate che quest’oggi stesso abbraccerete vostra figlia.
Annie dette un grido delirante di gioia.
L’avvocato aprì la porta e con accento commosso gridò:
—Sara, venite ad abbracciare vostra madre.
Una fanciulla bruna con due grandi occhi penetranti, si slanciò verso la principessa gridando:
—Mamma! mamma!
Annie nel vedere quella fanciulla indietreggiò, non fu attratta per nulla verso di lei, anzi sentì come una grande ripugnanza.
Sara erasi fermata, e con occhio inquieto guardava l’avvocato e la principessa.
Finalmente Annie come uscisse da un sogno penoso stese le sue braccia alla fanciulla la quale vi si gettò con un grido di gioia tanto ben simulato che la povera Annie ne fu intenerita.
Passato quel primo momento di espansione, Annie fece sedere a se vicina Sara, e le disse:
—Figlia mia, narrami la tua storia.
—Signora....
—Perché mi dici signora, non sono tua madre?
—Mamma, io non so molto, ho creduto fino a pochi giorni fa che Rebecca Roux fosse mia madre e Giosuè mio padre.
Mi amarono e mi amano tanto, che in me non nacque alcun dubbio mai, per quanto molti dicessero che io non appartenevo alla razza ebraica e non mi volevano neppure alla Sinagoga. Quindici giorni or sono capitò a casa nostra in Hester Street, un uomo che fece ai miei presunti genitori molte domande a mio riguardo.
Giosuè si confuse, e quando lo sconosciuto gli disse:
—Voi avete rapito una bambina, non so a quale triste scopo, io sono un agente di polizia e vi arresto.
Allora Rebecca si fece innanzi e così parlò:
—Noi non abbiamo rapito nessuno. È vero, Sara non è nostra figlia nel vero senso della parola, ma è nostra figlia di adozione, se non le demmo la vita, la salvammo dal morire di freddo, nel corridoio della nostra casa dove la trovammo l’ultima notte di Carnevale nel 1882 tornando da un ballo mascherato.
Lo sconosciuto udendo quelle parole si fregava le mani e sorrideva.
Io era confusa e commossa. Gettai le mie braccia al collo di Rebecca, mormorando:
—Tu sei la mia mamma vera.
Annie chinò il capo come oppressa; infatti chi era più madre, Rebecca, quella brava ebrea che aveva avuto cura della figlia sua, o lei che un bel giorno, dopo quindici anni desiderava abbracciare la figlia?
—Continua figlia mia—mormorò Annie.
—Lo sconosciuto chiese di restare sola con Rebecca e Giosuè, io dovetti ritirarmi. Dopo molto tempo mi chiamarono. Rebecca con le lagrime agli occhi mi disse:
—Sara tu devi ritornare da tua madre che ti cerca e ti vuole. Essa è ricca, ha un gran nome e tu sarai felice.
Piansi e protestai io allora mamma, non vi avevo visto, e credevo di non potervi amare.
—Ed ora?—chiese con una certa ansietà Annie.
—Ora sento che vi amo tanto.
Per quanto quelle parole fossero dette con slancio pieno di amore, il cuore di Annie seguitò a restare di ghiaccio.
—Le brave persone che ti allevarono, dove sono?
—Nell’anticamera—rispose l’avvocato.
—Fate entrare, voglio ringraziarle, e pregarle a tacere, almeno per ora, su quanto avviene.
Poco dopo Giosuè e Rebecca entrarono nella sala di Annie.
Quella donna e quell’uomo erano due tipi modello della razza ebraica della classe più infima.
Entrambi avevano il naso e gli occhi da Faina.
L’uomo portava una lunga zazzera, che aumentava di continuo lo spessore del grasso che guerniva il colletto di uno di quei lunghi soprabiti neri e lucidi che sono come chi dicesse l’alta tenuta degli ebrei poveri.
La donna vestiva assai decentemente, e tentava di dare ai suoi occhi e al suo volto un’espressione di bontà.
Tentava e vi riusciva malamente.
Invero i furfanti dell’Agenzia Internazionale, avrebbero dovuto cercare della gente migliore ad Annie, ma essi sopra tutto volevano gente sicura e potevano contare su Giosuè e Rebecca, allora affezionati e venduti anima e corpo.
La vista di quegli ebrei inspirò un vero ribrezzo ad Annie, l’avvocato comprese ciò che passava per la mente della principessa e in lingua francese le disse:
—Vedete per quanto costoro non abbiano una buona apparenza pure sono stati buoni e amorosi per vostra figlia.
—Avete ragione.... rispose Annie nella stessa lingua—ma non sono padrona di nascondere le mie impressioni.
Ritornando a parlare inglese, si rivolse ai pretesi salvatori di sua figlia e disse:
—Io vi debbo la più grande riconoscenza e saprò dimostrarvela.
“Questa riconoscenza sarà tanto più grande, se tacerete su tutto quanto è successo.
—Taceremo signora principessa—rispose Rebecca,—comprendiamo che la felicità della nostra cara figlia è assicurata e che nulla la deve turbare. In quanto a noi non desideriamo nulla, l’abbiamo allevata, cresciuta è vero, ma ci ha dato tante gioie, tante felicità.
E quei due miserabili ebrei che sapevano tanto bene mentire, e Sara che era certo una commediante finita, dettero in pianto.
L’avvocato era commosso, ma Annie non provava nulla, quel pianto tanto clamoroso la urtava.
Cessate le lagrime, Rebecca con accento ansioso chiese:
—E ce la lascerete vedere la nostra piccina?
—Certo—rispose Annie—voi potete vederla quando vorrete, andiamo ad abitare in una villa nel New Jersey, poco lontano da New York, e, conto che verrete spesso a vedere Sara.
Giosuè si grattò l’orecchio alzò le spalle, stralunò gli occhi, levò le mani al cielo, e poi disse:
—Il male è che siamo poveri, e che non lavoriamo....
—Poveri non lo sarete più, il mio amministratore vi passerà vita naturale durante una pensione di mille dollari al mese.
—Mamma! mamma!—quanto sei buona, e come ti amo—esclamò Sara, gettando le braccia al collo di Annie.
In quanto ai due ebrei erano restati con le mani alzate verso il cielo e non potevano neppure parlare.
La scena aveva del comico e un sorriso spuntò sulle labbra di Sara mettendo allo scoperto i suoi denti bianchi, affilati come quelli di una piccola belva.
Annie si rivolse di nuovo agli ebrei e disse loro:
—Tornate domani, ho bisogno di sapere tante cose, e se conservaste i panni nei quali fu involta Sara, portateli, faranno parte delle memorie di famiglia.
All’Agenzia mi hanno detto che quei pochi stracci esistono.
—Certo che esistono,—saltò a dire con la sua voce ingrata Rebecca,—abbiamo conservato quei pochi panni come se fossero le tavole di Mosè.
Domani, principessa li avrete, è deciso che ci dobbiate togliere tutto quello che ci è caro.
Prima di partire, Rebecca e Giosuè baciarono Sara; piansero, sospirarono, si allontanarono, ritornarono, pareva che non si potessero allontanare dalla fanciulla.
Finalmente partirono. Anche l’avvocato prese congedo, dopo avere promesso di ritornare all’indomani avendo la principessa bisogno di qualche schiarimento.
Madre e figlia restarono sole.
Annie cercava nel volto della fanciulla una qualche somiglianza col padre suo e con la madre; non trovava nulla.
Sara non aveva il tipo americano; ma sibbene quello orientale, con tutte le sue mollezze, i suoi ardori.
Qual fenomeno era successo, perché da un padre francese e una madre americana, venisse fuori una creatura come Sara? Mistero.
Annie non ebbe neppure il più lontano sospetto di essere mistificata.
L’avvocato, nel quale aveva piena fiducia le magnificava sempre l’onestà dell’Agenzia Internazionale e l’abilità dei suoi agenti, così nessuna paura dell’inganno.
Annie fece mille domande a Sara ed essa rispose, affettuosamente, modestamente, narrando della sua infanzia passata nella povertà, ma senza mancare di nulla perché Rebecca e Giosuè avrebbero fatto a meno di mangiare loro purché non soffrisse la piccina.
Mentre Sara parlava Annie la guardava e conveniva che la figlia sua era una di quelle bellezze fatali, che passano attraverso il mondo terribili e dominatrici se il cuore è guasto e cattivo.
Per fortuna quanto le diceva Sara la convinceva che anche in casa di sordidi ebrei si può educare la mente e il cuore al buono e al bello.
Povera donna come si ingannava!
Il tempo trascorse rapidamente, ad un tratto Tom venne ad annunziare che il pranzo era in tavola.
Annie chiamò il vecchio servo gli disse:
—Abbraccia mia figlia che tu per primo avesti fra le braccia.
Tom sbarrò gli occhi, quando fissò Sara che lo squadrava sorridendo dolcemente, chiese:
—Questa è vostra figlia.
—Sì.
—No! no!—gridò il negro gesticolando come un matto.
Sara era indietreggiata e un lampo sfolgorò nel suo occhio.
—Tom!—disse con una certa severità Annie,—siete pazzo?
—Avete ragione padrona, sono pazzo.
Chinato il capo il fedele servo, se ne andò.
—Hai avuto paura,—chiese Annie a Sara.
—No mamma, solo mi duole che quel vecchio negro sia pazzo.
CAPITOLO VII.
Quando Rebecca e Giosuè rientrarono nel loro tugurio di Hester Street, trovarono David che aspettava ansioso.
—Ebbene?—chiese.
—Abbiamo fatto furore—rispose allegramente Giosuè.
—E Sara.
—Ricevuta con tutti gli onori.
—Dunque più nulla a temere.
—Più nulla se Sara si mantiene come oggi, e rappresenta la commedia che da un mese andiamo insegnandole.
—Sara è intelligente, ansiosa di essere ricca, e certo comprenderà che deve mettere un freno alle sue pazzie.
—Peggio per lei se non farà giudizio,—interruppe aspramente Rebecca.
—Domani,—continuò Giosuè—siamo invitati a palazzo con gli stracci che avvolgevano la figlia della principessa.
—Tutto è pronto,—rispose David.
—La principessa, e per questo avrà le sue buone ragioni—desidera che non si parli.
—Benissimo—rispose David allegrissimo—di certe cose quanto meno si parla è meglio. Ed ora vecchio usuraio dimmi cosa ti ha offerto la principessa. Rispondi pure francamente, io non voglio nulla di quanto spetta a te e a tua moglie.
Giosuè titubò alquanto, aveva paura che David, del quale conosceva l’avidità, non volesse la sua parte della buona fortuna.
Rebecca fece un cenno al marito, per incoraggiarlo a parlare e Giosuè parlò.
Quando David seppe dei mille dollari mensili, vita durante, sospirò, chiamò fortunati i suoi complici e terminò col dire:
—Il giorno che non avrò più danari almeno mi aiuterete.
—Sicuro, sicuro—esclamò Giosuè mentre Rebecca lo guardava furibonda per quell’impegno che prendeva per il futuro. David fece molte raccomandazioni ai suoi degni complici e quindi se ne andò.
Hester Street, era piena di gente, essendo Venerdì, i carretti dei rivenditori ambulanti erano moltiplicati.
Tutta la popolazione ebraica che vive in quel grande alveare di Hester Street e adiacenze era nelle vie.
I venditori ambulanti offrivano le galline vive, e le oche morte, grasse, di un colore giallo, macchiato di linee paonazze, i salami di fegato, le radici che mandavano il loro acuto profumo, le frutta a mezzo guaste, i pani lucidi punteggiati di anici, e insieme alle cibarie svolazzavano le stoffe e i fazzoletti, accanto ai pesci semi-coperti dal ghiaccio, v’erano oggetti da toilette, pettini, saponi, bottigliette di acque di odore, profumi ordinari, acuti, che davano il mal di capo.
Nei negozi entrava ed usciva la gente, le fanciulle belle anche sotto gli abiti sporchi, mettevano una nota gaia in mezzo a tutte quelle barbe alla nazzareno, alle capigliature assalonniche, unte e bisunte dei figli d’Israele, avvolti nei logori palamidoni con lo stesso orgoglio che un re nella sua porpora.
Dalle finestre aperte delle case, si intravedevano le camere, i salotti dove si ammucchiavano, letti, materasse, coperte, mobili.
Le donne con dei corpetti che lasciavano scoperti metà dei loro seni, e le braccia rotonde, muscolose, pulivano, accomodavano, preparavano la casa alla festa del sabato.
I ragazzi con la faccia sporca, seminudi, si spenzolavano dalle finestre, gridando, apostrofandosi; mostrandosi i giuocattoli mezzo rotti, ridendo senza ragione e piangendo ad un tratto senza nessun perché.
Il rumore fatto da mille grida diverse, dominava nella via, insieme all’odore delle cibarie, dei saponi, del sudore che scorreva sulle carni sudice di quei discendenti degli uccisori di Cristo.
David attraversò quella folla, come un dominatore; tutti lo conoscevano, sapevano che aveva danaro, e il danaro deve essere riverito e applaudito, in modo speciale fra gli ebrei.
Ai saluti dei più audaci, David rispondeva con un chinar di capo distratto; egli del resto non vedeva, non sentiva nulla, tutto il rumore della folla, l’agitarsi di cento, di mille braccia non colpiva il suo occhio, perduto come era in una seducente visione.
E la visione era in cinquecentomila dollari che entro poche ore, avrebbe messo nella sua cassa forte.
Con quel danaro, avrebbe dominato la fortuna, soggiogato quel minotauro che è la Borsa.
Amato tanto poderosamente avrebbe vinto e allora si sarebbe avvoltolato nei milioni provando l’ebbrezza immensa della ricchezza che dà il dominio, la potenza.
Apparteneva ad una razza sulla quale sembra gravi la maledizione che piovve giù dal Calvario; ma quella razza si vendicava del disprezzo, della diffidenza che la circondavano dominando il mondo col danaro.
Anche in mezzo a quella folla sporca e untosa di Hester, Grand e Ludlow Streets, non mancavano i ricchi, uomini tenaci che raccoglievano il loro denaro nel rigagnolo, ma che stavano per gettare alle ortiche il soprabito logoro, per indossare quello del finanziere.
Se ne erano visti tanti partire da Hester Street e arrivare alla Quinta Avenue!
Gente tenace, audace, senza scrupoli, conquistano terreno ogni giorno, la loro sottomissione è un’arma terribile, la loro timidezza una maschera, e sotto ogni abito, lacero, unto, batte un cuore da conquistare. Viene il giorno che sottomissione, timidezza, cenci luridi, tutto sparisce come per incanto e New York, conta un milionario di più.
David giungendo all’ufficio trovò l’avvocato il quale gli partecipò che all’indomani avrebbe ricevuto un buono di cinquecentomila dollari.
L’avvocato aggiunse:
—Io non conosco le intenzioni della principessa; ma vi obbligo per il momento a tenere il silenzio.
David promise che il segreto più assoluto sarebbe mantenuto, prometteva ciò tanto più volentieri in quanto che l’Agenzia aveva tutto l’interesse a far silenzio sopra un colpo di mano tanto losco.
È certo che se il fatto fosse caduto nel dominio del pubblico, non tutti sarebbero stati tanto creduli come Annie e l’avvocato, e i rivali dell’Agenzia Internazionale saputi con precisione tutti i particolari del fatto, avrebbero a colpo d’occhio compreso che si trattava di una colossale mistificazione fatta proprio per le persone oneste le quali sono dannate all’inganno.
Il silenzio adunque favoriva David, e non eravi dubbio che il segreto non fosse mantenuto.
CAPITOLO VIII.
La fanciulla che David con i suoi complici aveva gettato, come figlia, fra le braccia della principessa Orloff, era figlia di una di quelle arabe che percorrono la città e le campagne, vendendo dei ninnoli, bottoni, porta aghi, borse e cento altre cosette da poco prezzo.
Queste arabe che da un certo tempo diventavano sempre più numerose, spesso e volentieri vendono anche il loro corpo a libertini amanti delle novità e che hanno il desiderio di conoscere donne nate nei paesi dove il sole mette il fuoco nel sangue.
La madre di Sara si chiamava Edmea; sarebbe difficile il dire chi fosse veramente il padre della fanciulla che stava per ereditare i milioni della principessa Orloff.
Edmea aveva però sempre sostenuto che il padre di Sara era Alì Matara, un arabo addetto a quel Cairo Street, che sorgeva a Staten Island e che ha l’audacia di voler far rivedere sulla spiaggia di New York il mondo orientale.
Alì poco ci teneva alla sua paternità, ed Edmea se la proclamava era per un certo orgoglio di razza.
Sara fu da piccina data ad alcuni ebrei di Ludlow Street, i quali hanno la specialità di allevare le ragazze per poi trarne un buon profitto.
Sara crebbe in una casa immonda, battuta spesso, rimproverata ad ogni istante, ma lasciata completamente libera di se, così si può dire che vivesse nella strada.
La mandavano a scuola ed avendo la mente sveglia, imparava molto bene e le maestre ne erano contente.
Sara fin da piccola manifestò il suo temperamento cattivo violento, crudele.
Per un nonnulla menava le mani; più di una volta ebbe a strangolare delle sue coetanee, che l’avevano indispettita.
A dodici anni era già sviluppata come una donna e i libertini vecchi e giovani la stuzzicavano, la molestavano, la rincorrevano nei corridoi scuri, e se la raggiungevano le mescolavano le carni, il petto sodo e provocante, con delle strette selvaggie.
In Sara ribolliva il sangue arabo, pudore non ne aveva, e per ciò a tredici anni, perdette il suo candore fra le braccia di un lurido ebreo più furbo e audace degli altri.
Da quel momento si dette a chi la volle.
Quei che l’avevano cresciuta, allevata per venderla per un profitto, allorché seppero che la ragazza aveva da sé disposto della sua verginità, dettero in ismanie, ben sapendo che sul solito mercato non poteva più vendersi con reputazione. Sara per quanto fosse di una bellezza abbagliante, si rivolse a Giosuè perché trovasse un acquirente lontano dal quartiere dove la ragazza era stata troppo prodiga di baci e amplessi.
Giosuè aveva deciso di vendere Sara a David; la cosa succedeva appunto nei giorni che l’Agenzia Internazionale cercava una ragazza. Sara fu la prescelta per rappresentare la parte di figlia di Annie.
La fanciulla di ingegno svegliato, comprese quale fortuna le capitava e si ripromise di far così bene la commedia da ingannare anche i più furbi.
Sara, la fanciulla perduta, corrotta, l’appagatrice delle voglie di tanti esseri immondi, prese il posto che aspettava all’angelica Luigina!
CAPITOLO IX.
Rebecca e Giosuè furono puntuali nel recarsi al palazzo di Annie, in una piccola borsetta portavano i panni che avvolgevano Sara, quella famosa notte del Carnevale 1882.
Annie nel mirare quei miseri stracci che furono posti a contatto con la sua bambina, provò un vivo dolore e il pensiero della madre le attraversò la mente, e l’amarezza le invase il cuore.
Sara vestita a nuovo con grande eleganza e semplicità fu affettuosa e buona coi suoi pretesi salvatori, e questi nel lasciare il palazzo con dei bei danari in tasca, ebbero la capacità di trovare delle lagrime che produssero un magnifico effetto.
In quanto a Tom, quando vide i panni e la vesticciuola portata da Rebecca e Giosuè, cominciò a gridare.
—Non son questi! Non sono questi!
Ma ormai tutti ritenevano che Tom fosse matto e nessuno gli dava retta.
Due giorni dopo questi avvenimenti, la principessa, Sara, Tom e alcuni servi lasciarono New York diretti alla villa delle Rocce, situata in una amena posizione del New Jersey, distante un miglio dalla villa abitata da Luigina.
Annie aveva il suo piano; voleva un bel giorno tornare a New York e presentare Sara come figlia di adozione sua e del defunto principe Orloff; ma prima di far ciò voleva preparare la fanciulla alla nuova sua vita e studiarne il carattere e gli istinti.
La povera madre si crucciava seco stessa perché non provava per Sara nessun affetto.
Eppure erasi ripromessa di circondarla del più tenero affetto; sola oramai al mondo, tutto il suo amore sarebbe stato della figlia, se Iddio le dava la fortuna di ritrovarla.
I suoi voti erano paghi, vicino a sé era la figlia sua, ebbene non provava nessuna gioia.
Era forse il ricordo del come fu concepita Sara?
Era la visione della morte orrenda del padre di Sara, che vinceva l’affetto materno? La poveretta non poteva dirlo.
Delle volte pensava al contegno di Tom; ma il dubbio non sfiorava neppure la sua mente. Si irritava spesso nel non sentire il grido del cuore, il grido del sangue, e centuplicava le carezze a Sara, ma in quelle carezze tutto era artificio, nulla di caldo, di commovente.
Sara comprendeva bene quello che avveniva nel cuore di Annie, e fremeva di rabbia, non già perché le interessasse dell’amore della sua pretesa madre, ma perché temeva che restando muto il cuore di Annie nascessero dei sospetti.
Con tutte le sue forze poi odiava Tom.
Vedeva in lui un nemico, e con gioia lo avrebbe pugnalato.
Sara non aveva che sedici anni; ma la sua anima era corrotta, feroce, cattiva, come quella di un brigante che passi la sua vita nei boschi, uccidendo depredando.
Il sangue arabo bolliva entro le sue vene, l’ambizione la dominava, strappata dal fango e condotta in mezzo al fasto e alla ricchezza, non intendeva rinunziare allo splendido sogno, divenuto realtà, per uno di quei casi meravigliosi, che sono aiutati dall’inganno, dalla furberia, dal delitto.
Di essere bella lo sapeva, lo specchio della sua camera le diceva chiaro che ben poche creature avrebbero potuto vincerla per il fascino, la grazia, la seduzione, che emanava da tutta la sua persona e specialmente dal volto, che sapeva quasi in permanenza atteggiare a dolcezza e bontà.
Diciamo quasi, perché in certi momenti, quando era contrariata, la maschera cadeva e il volto dell’angelo prendeva la forma di quello del demone.
La Villa delle Rocce era una meraviglia; situata in una splendida posizione, l’occhio spaziava sopra un vasto panorama al quale faceva da fondale il mare.
Sara in pochi giorni aveva imparato a cavalcare, e faceva delle lunghe corse, seguita da un servo pronto ad ogni suo comando. Quando andava a corsa sfrenata, e il vento le batteva sulla faccia, egli scioglieva le nere chiome, sembrava la visione di qualche leggenda.
Sul cavallo provava un’ebrezza indicibile; l’araba viveva in lei con tutti i suoi piaceri selvaggi, primo fra tutti, quello di essere trasportata da un veloce corsiero.
Il servo non tentava neppure di seguire la padroncina, si fermava col suo cavallo e aspettava che Sara ritornasse.
Il più delle volte ritornava al passo, il suo volto colorito più del consueto, gli occhi brillanti, le labbra tumide semi-aperte, davano un incanto e una grazia irresistibile al suo volto bellissimo, al quale faceva degno compimento, una vita stupenda, messa in mostra dalla veste da amazzone che la stringeva come un guanto.
La gente che passava, si fermava a guardare e tutti mormoravano:
—Come è bella!
Quel mormorio di ammirazione giungeva fino a Sara, la quale accoglieva l’omaggio, come una regina che sappia di meritarlo.
Una mattina il pittore Vallano trovandosi alla villa di Baciccia, ebbe il desiderio di ritrarre sulla tela qualche punto dei più pittoreschi, in vicinanza della casa che accoglieva colei che tanto amava.
Vallano lasciò la villa prima assai che Luigina fosse alzata, prese la via maestra, discese una piccola collina e si avviò quindi per il gran viale che conduceva alla Villa delle Rocce.
Il tempo era magnifico, l’aria tiepida e profumata, i raggi del sole cercavano di penetrare tra il folto fogliame degli alberi, e la volta che questi formavano appariva come tempesta di brillanti.
Il giovane pittore scelse un punto dal quale si dominava un paesaggio stupendo, armò il cavalletto e si mise al lavoro.
Assorto completamente nell’opera sua non si accorse che a pochi passi da lui, Sara in estasi stava guardando il paesaggio che cominciava a delinearsi sulla tela.
Sara guardava da un pezzo allorché gli cadde il frustino; al piccolo rumore prodotto da quella caduta Vallano si volse.
—Scusate signore la mia indiscrezione,—disse Sara con dolce accento,—vi ho visto dipingere e mi sono avvicinata, non volevo disturbarvi.
Vallano si alzò, salutò con gentilezza e rispose:
—Per un pittore essere interrotto da una gentile fanciulla è sempre una fortuna.
La bellezza di Sara aveva impressionato l’artista al sommo grado e diciamo l’artista perché l’uomo era tutto devoto al suo ideale, all’angelica Luigina.
La fanciulla guardava con i suoi occhi affascinanti il pittore, e per la prima volta provava un’attrazione ignota, una dolcezza nuova.
—Continuate a dipingere—disse alfine Sara—e se questo quadro non è promesso, io sarei felice di acquistarlo.
—Signorina mi farò un dovere di farvene un dono, se mi direte dove debbo mandarlo.
—Siete di una squisita cortesia signore. Non rifiuto il vostro dono gentile ad una condizione che farete il mio ritratto questa volta a pagamento. Sono la figlia della principessa Orloff e abito alla Villa delle Rocce.
Vallano si inchinò profondamente e rispose:
—Fra una settimana avrò l’onore di presentarmi alla Villa delle Rocce per incominciare il vostro ritratto.
—Una settimana?.... È molto lunga; ma così avete deciso e non posso insistere.
—Degli impegni precedenti mi obbligano a restare a New York una settimana.
—Va bene. Villeggiate forse nei dintorni?
—Non villeggio, vengo spesso a far visita ad una famiglia che considero come la mia e che abita al di là di quella collina.
La fanciulla stese la mano al pittore, gli sorrise in modo incantevole, e si accomiatò.
Vallano, la vide salire a cavallo agile e svelta, e si godette ancora un saluto e un sorriso della sirena.
—Strana fanciulla—mormorò il pittore—sembra una orientale.
Lavorò ancora un paio di ore e quindi riprese la via della villa.
Giunse che Cherubina brontolava perché il minestrone, un minestrone autentico alla genovese stava per passare di cottura. Un delitto!
Luigina ridendo disse al pittore:
—Lesto altrimenti la zia vi proclamerà un boia sul serio.
Si misero a tavola; Luigina mangiò con appetito; in quel giorno si sentiva proprio bene, non sudori, non affanno, non febbre.
Anche le macchie rosse del viso, quelle macchie dette le rose dei tisici, avevano diminuita l’intensità del colore.
Vallano narrò quanto gli era accaduto e da vero artista decantò le bellezze di Sara.
Luigina volle dare la baia al giovane per l’apparizione della fata gentile; ma non vi riuscì completamente, sentiva una certa inquietitudine, un malessere strano, una specie di puntura al cuore.
Luigina fino a quel momento aveva creduto di avere una grande amicizia per il giovane pittore, il quale del resto l’aveva trattata sempre come una sorella.
Ora mentre il giovane descriveva con entusiasmo di artista l’affascinante bellezza della principessina Orloff si convinceva che nel suo cuore al posto della pianta amorosa strappata, divelta, annientata dalla iniqua condotta di colui che per primo ella amò, era cresciuta un’altra pianticella con le radici più profonde, pianticella che aveva preso tutto il cuore.
Ne provò spavento e rimorso.
Spavento perché lei era dannata a non potere essere né sposa, né madre; rimorso pensando come facilmente cambiano i sentimenti. Credeva che il suo primo fosse anche l’ultimo amore e invece amava di nuovo.
Dopo il pranzo, Luigina e Vallano andarono a fare la solita passeggiata.
La fanciulla stava molto bene, e non si appoggiava col solito abbandono al braccio del suo amico.
Era l’ora della siesta, il sole pioveva sulle piante, addormentando col suo calore gli abitatori degli alberi e dei cespugli.
Regnava un gran silenzio, solo di quando in quando una cicala faceva intendere il suo stridente e monotono canto.
Vallano e Luigina percorrevano un piccolo viale che conduceva al laghetto.
Un’arietta fresca, mitigava il calore del sole, le piante tramandavano un odore acuto, penetrante, che dava alla testa.
Erano giunti sulle rive del laghetto, e si assisero sul molle tappeto erboso all’ombra di una grande quercia.
Non avevano ancora pronunziato una parola.
In mezzo al laghetto sopra il tronco di un albero sporgente dall’acqua, si pigiavano una miriade di tartarughe, con le testine alzate, quasi bevessero i raggi del sole che piombavano sulle loro teste.
Alle volte qualche rana di un bel verde chiaro faceva un salto e si gettava nel lago, si sentiva un tonfo e poi più nulla.
Tacevano anche le cicale e il grande silenzio, solo a tratti bruscamente rotto dal cri-cri di qualche grillo, che cantava dopo aver saltato.
—Luigina—disse il pittore—non vi sentite bene oggi?
—Tutt’altro Alberto, ho mangiato con grande appetito, non tosso quasi più....
—Eppure io leggo nel vostro volto della mestizia.
—Che fine osservatore che siete, amico mio.
—Avete ragione Luigina non mi sfugge nulla.
—E così deve essere Alberto perché voi siete il mio dottore; voi col vostro amico vi siete posti in mente di salvarmi....
—E vi salveremo.
—Può darsi.... dunque essendo il mio medico è naturale che mi osserviate.
I due giovani tacquero un momento, poi Alberto disse:
—Luigina, può essere che io sia il vostro medico....
—Lo siete—interruppe con fuoco la fanciulla—lo siete e a voi dovrò la vita se guarisco, e se muoio avrò almeno il conforto di sapere che vi fu un uomo che mi trattò da sorella e lottò per la mia vita.
—Luigina voi vivrete. Il dottore mio amico è pieno di fede e di entusiasmo, trova che in voi si compie un miracolo. La scienza trionfa.
La fanciulla beveva le parole del pittore, come le facevano bene!
La morte, ora che sentiva di amare la spaventava.
Un bel colore rosa tingeva le smorte guancie di Luigina, gli occhi avevano lo splendore di un tempo.
—Sentite, Luigina—disse Alberto—debbo parlarvi, dirvi ciò che provo, ciò che sento per voi. Per tanto tempo ho taciuto; ho taciuto quando il vostro cuore si dette ad un altro. Ho taciuto e sofferto, ma ora debbo parlare.
Luigina era scossa da un dolce brivido, essa beveva le parole di Alberto, pendeva dalle sue labbra.
—Vi offenderete se parlo?
—No Alberto.
—Ebbene voi mi chiamate il vostro medico, questo titolo mi onora e mi procura della gioia; ma voi l’avete il vostro medico del corpo, così che io non posso essere che il medico del cuore....
—E quello siete—esclamò la fanciulla raggiante.
—Luigina! Luigina!
—Sì Alberto, siete il medico del mio cuore, voi ne avete sanata la ferita, cicatrizzata la piaga.
“Ascoltatemi, ho amato tanto De Luisi, egli sorprese il mio cuore vergine da ogni palpito, l’ho amato con tutta la fede, con tutto l’entusiasmo. Però il giorno che l’uomo da me scelto, l’uomo al quale detti i tesori del mio primo affetto, si mostrò vile e crudele, avvenne in me un completo cambiamento. Non odiai quel medico amante che fuggì non credendo alla sua scienza, rinnegando l’amore, no, non l’odiai ma fui presa dalla nausea, dal disprezzo, egli cessò di essere nel mio cuore e nel mio pensiero subito.
“Se fosse tornato e si fosse trascinato ai miei piedi invocando pietà, io non lo avrei degnato di uno sguardo.
“Sentite, Alberto, io comprendo che vi sieno degli uomini che tradiscono il loro amore; la passione dicono che accieca e può condurre a qualunque traviamento, ma chi può comprendere un uomo innamorato e per giunta medico, il quale fugge, abbandona la sua fidanzata perché colpita da un male terribile?
“L’amore è sacrificio, non viltà. L’amore è luce, non tenebre!”
Luigina ciò dicendo, era meravigliosamente bella come un tempo, Alberto la guardava estasiato.
Essa continuò.
—I miei parenti amavano e rispettavano De Luisi, erano felici che divenisse mio marito; egli nel suo egoismo di scienziato, non pensò ai dolori che preparava anche ai miei buoni zii. Fu vile e cattivo; io gli ho perdonato e mai più parlerò di lui.
“Alberto nel momento del massimo sconforto voi veniste verso la infelice abbandonata, dicendole:
“Vi porto il medico che vi guarirà! Ma a me non bastava il medico del corpo, necessitava quello dell’anima, e voi foste quello.
—Luigina! Luigina!....—mormorava il giovane innamorato.
—Alberto, non so se guarirò, ve lo ripeto, ma se morissi, l’ultimo mio palpito sarebbe per l’uomo che rese ancora sereno il mio fosco cielo.
—Luigina, io ti amo!.... Ti amo da tanto tempo, quest’amore mi ha fatto soffrire, penare; ma il dolore lo ha accresciuto, ingigantito. Ti ricordi quella sera all’Arlington Hall? Ho avuto a morire di dolore. Fuggii da quella sala dove tu felice sorridente, cominciavi il tuo romanzo d’amore.
“Il mio finiva in modo tragico! Quella notte ho voluto uccidermi.
Luigina trasalì di spavento.
—Sì, uccidermi; senza saperlo, senza volerlo mi trovai nel mio studio, nel gabinetto ove nascosto agli sguardi di tutti è il tuo ritratto....
—Il mio ritratto?....
—Sì, il tuo ritratto fatto a memoria, ma di una somiglianza perfetta.
Un celestiale sorriso illuminava il volto di Luigina.
—La soave tua visione, continuava Alberto con la voce vibrante, mi trattenne dal triste passo. Poi seppi del tuo fidanzamento, quanto piansi! Terminai, però col rassegnarmi, facendo voti perché tu fossi felice. Venne in seguito la fuga del dottore, conobbi il male che minacciava la tua esistenza, corsi presso di te col medico del corpo, facendo proposito di essere io quello del cuore!
Alberto tacque; Luigina si alzò, era estremamente commossa, due lagrime brillanti come diamanti, le scesero giù per le gote, un sorriso celestiale le sfiorava le labbra.
In mezzo al verde delle piante, sulle rive di quel mare che il sole faceva scintillare, Luigina tutta bianca nella sua veste di mussola, sembrava una visione di qualche poetica leggenda tedesca.
Alberto erasi inginocchiato e teneva nelle sue una delle mani di Luigina.
Questa si chinò sull’uomo pazzo di gioia e di amore: e con voce dolcissima disse:
—Alberto ti amo!
Un grido delirante risuonò per l’aere....
Gli uccelli tolti al loro torpore si misero a cantare, le tartarughe guardarono curiose con i loro occhietti lucenti come punte di spille.
Il sole sembrò come avere dei sorrisi fra le foglie, dove era tutto un allegro mormorio.
Alberto posò le sue labbra su quelle di Luigina e quel bacio lungo, soave, casto e puro, fu il giuramento solenne di quei due cuori degni l’uno dell’altro....
Ripresero la via del ritorno, non parlavano, serrati l’uno all’altra, felici, perduti nel loro sogno, non pensavano neppure che il male che minava Luigina, potesse ad un tratto cambiare i sorrisi in lagrime.
Alla villa trovarono il dottore il quale scorgendo Luigina disse:
—Luigina se continuiamo così, non mi vedrete più.
—Perché—chiese ansiosa la fanciulla.
—Perché non avete più bisogno del mio siero.
—Ma voi verrete sempre anche dopo che sarò guarita. Non siete nostro amico?
—Certo che verrò, bisogna bene che dimostri che non tutti i dottori sono selvaggi.
Il dottore ritirandosi in una camera con Cherubina e Luigina fece un accurato esame all’ammalata e restò molto soddisfatto.
Quindi iniettò al fianco destro di Luigina il siero e disse allegramente:
—Ancora dieci iniezioni, e sono sicuro che i bacilli saranno andati tutti a far compagnia a Belzebù.
Cherubina non comprendeva bene cosa fossero i bacilli, per quanto Baciccia più volte le avesse dato degli esempi pratici col gorgonzola verminoso, però vedendo l’allegria del medico e la gioia di Luigina, si sentì commossa e batté le mani come un bambino in festa.
Dopo cena, mentre tutti erano nel salotto, Alberto si rivolse verso Baciccia e gli disse:
—Mio caro Baciccia, io e la Luigina abbiamo avuto un colloquio serio.
Luigina divenne di porpora, Cherubina aprì gli occhi, il dottore sorrise maliziosamente.
—Ora—continuò Alberto,—è necessario che di questo colloquio sappiate le risultanze, perché così vuole la mia lealtà.
—Giovanotto parlate presto, interruppe Baciccia, non mi fate stare sulle spine.
—Ho finito. Io e Luigina ci amiamo.
—Boia! Boia! mormorò Cherubina con le lagrime agli occhi—ci voleva tanto a dirlo.
Baciccia si alzò stese la mano ad Alberto dicendo:
—Corpo di Bacco; ma cosa credete che sia cieco? Lo sapevo bene che vi amavate, ed ero ansioso di avere la conferma ufficiale.
Luigina gettò le braccia al collo dello zio e quindi corse a baciare Cherubina.
Vedendo tanta gioia il dottore erasi un poco turbato; se non riuscisse a guarire l’ammalata?
Non poteva dire che essa fosse fuori di pericolo, i bacilli si annidavano, ancora nei polmoni di Luigina.
Quel turbamento non fu che un lampo; credente nella scienza, sicuro che la felicità è un gran balsamo, bandì ogni timore, ed ebbe cieca fiducia.
CAPITOLO X.
Sara per tutto il giorno fu inquieta e distratta.
Alla sera, mentre insieme ad Annie, se ne stava sulla terrazza della villa, disse:
—Mamma, oggi ho sorpreso un giovane pittore nei pressi della Villa, dipingeva molto bene il paesaggio che ci circonda. Chiesi di acquistare il quadro, ed egli gentilmente dichiarò che me ne avrebbe fatto un dono appena finito.
Vinta da tanta gentilezza lo invitai alla villa per fare il mio ritratto.
Spero, mamma, che non ti dispiacerà.
—No Sara; dì ciò che può farti piacere io ne godo.
—Cara mamma! mormorò la triste ed abile fanciulla.
Quando Sara fu sola nella sua camera si guardò a lungo nello specchio.
Sorrideva lietamente nel constatare la sua bellezza.
Chi poteva lottare con lei?
Quel giovane pittore che le aveva fatto battere il cuore, non doveva essere felice fino alla pazzia per l’amore della più bella creatura della terra? Una creatura che aveva nelle sue manine una fortuna immensa?
Si spogliò lentamente; le vesti di seta, le biancherie finissime, ricche di ricami e di merletti stupendi, caddero sul ricco tappeto....
Sara sorrideva alla sua immagine e fremendo pensava al pittore....
L’ultimo velo cadde; certo il pennello dei più sommi pittori, lo scalpello degli scultori immortali, riprodussero mai, un corpo tanto meravigliosamente bello.
Descriverlo noi non tenteremo neppure, diremo solo che era un miracolo di perfezione; gli angeli del cielo, se hanno spoglie mortali, dovevano invidiare a Sara la sua bellezza.
La fanciulla lungamente si rimirò nello specchio, poi si avvolse in una lunga camicia di finissima seta color violetto pallido, e sparì nel comodo letto.
Non dormì per lungo tempo. Smaniava sotto i bianchi lini, si avvoltolava, cercava anelante....
La sua mente, il suo cuore, invocavano quel giovane pittore che aveva fatto palpitare quel corpo, fino allora insensibile.
Quello che Sara provava per Alberto era un miscuglio di amore spirituale e sensuale, il cuore era ferito, e il corpo anelava la voluttà.
—Mi amerà! Mi amerà!—diceva con voce fremente—è impossibile che non mi ami. Sono bella e ricca.
Unita a lui sarò buona e onesta; il suo amore mi purificherà. .......................................
Si addormentò molto tardi, e sognò Alberto.
Al mattino appena alzata indossò l’abito da amazzone e a cavallo si diresse verso la Villa di Baciccia, non sperava di vedere Alberto, ma era curiosa di conoscere il luogo dove questo si fermava.
Quella villetta graziosa, elegante, candida come la neve, e mezza nascosta dalle grandi piante, le piacque.
Ad un tratto trasalì, sulla porta grande era comparsa Luigina. Sara era troppo distante per distinguere alla perfezione i lineamenti della fanciulla, ma si accorse che era giovane, molto giovane.
Luigina si avviò verso la via, e poco dopo passò presso Sara.
Entrambe ebbero un sussulto.
Luigina restò abbagliata dalla bellezza di colei che intuì subito essere la principessina; Sara provò della gioia nel vedere l’esile figurina, i lineamenti malaticci di colei che abitava la casa dove dimorava il pittore.
Quella fanciulla diafana, oppressa, non poteva essere una rivale pericolosa.
Luigina proseguì la sua strada pensierosa.
Come era bella quella fanciulla alla quale Alberto avrebbe fatto il ritratto!
Non pensò neppure per ombra che Alberto vicino a quella splendida creatura potesse dimenticarla; ma ciò non pertanto sentiva turbata la gioia grande che provava dal giorno innanzi.
Sara aveva messo il suo cavallo a corsa sfrenata e ripassò vicino a Luigina come un turbine.
CAPITOLO XI.
Giunse il giorno in cui Alberto doveva presentarsi alla Villa delle Rocce. Non vi andava punto volentieri ma doveva tener fede alla sua parola; poi la principessa Orloff era ricchissima e Alberto non poteva sdegnare la clientela di una milionaria.
Il paesaggio finito era riuscito un piccolo capolavoro.
Luigina quando vide partire Alberto avrebbe voluto gridargli:
—Non andare!—ma si trattenne. Di cosa aveva paura? Perché offendere Alberto dubitando di lui?
Il giovane pittore fu ricevuto alla villa da Sara, la quale lo presentò a sua madre.
Alberto offrì il paesaggio che venne molto apprezzato.
Alla principessa il volto leale di Alberto fece la più favorevole impressione.
Sara aveva tutto preparato perché le sedute avessero luogo in un piccolo chiosco3 all’estremità del giardino.
Un tappezziere alla moda in due giorni aveva trasformato il chiosco in un vero tempio orientale.
Alberto quando entrò nella sala piena di luce dove sorgeva un cavalletto, con la tela pronta per il lavoro, quando scorse sopra una ricca tavola di marmo prezioso una scatola piena dei più costosi colori, dette un grido di ammirazione.
—Manca nulla?—chiese Sara con accento incantevole.
—No, signorina; si direbbe che voi pure siete pittrice.
—Mi sono consigliata con persone del mestiere.
—E volete principiare subito?
—Se non vi dispiace.
—Sono ai vostri ordini, signorina.
—È che vorrei un consiglio!.....................
—Parlate signorina.
—Desidero farmi il ritratto in costume orientale, credete che starò bene?
—Le vesti orientali vi si addicono a meraviglia, e sono sicuro che quanti avranno la fortuna di vedere il vostro ritratto, saranno affascinati.
—Lo credete?....—chiese Sara con voce anelante.
—Ne sono sicuro.
Sara gettò un lungo sguardo ad Alberto il quale non se ne accorse neppure.
—Con permesso—disse Sara—cambio d’abito e torno.
La fanciulla scomparve dietro una ricca portiera.
Alberto preparò i colori, provò la tela e collocò il cavalletto nel modo più propizio a ricevere la luce.
Quando Sara comparve in uno splendido abito orientale, scintillante di pietre preziose, Alberto non poté trattenere un grido di ammirazione.
Non si poteva ideare nulla di più seducente.
Le vergini che Maometto promette ai fedeli Mussulmani che volano al Cielo, non avrebbero potuto lottare con Sara.
Le sue forme, non impicciate dal busto, non immobilizzate dalle vesti strette di forte stoffa, svelavano gli armoniosi contorni, mentre avevano molti abbandoni, flessuosità voluttuose.
Alberto adagiò sopra un divano turco la fanciulla, la quale al contatto delle mani del pittore ebbe dei vivi trasalimenti.
L’artista si mise al lavoro. Avendo un modello tanto bello voleva fare un quadro che aggiungesse lustro alla sua fama. Due ore durò il lavoro, e il disegno generale restò quasi completato.
—Signorina—disse il pittore—domani continueremo.
—Quanto tempo impiegherete?
—Delle sedute ne faremo ancora tre, e il quadro sarà terminato fra otto giorni.
—Così presto?
—Desidero che possiate senza ritardo mostrare ai vostri amici l’opera mia.
—Io spero che resterete a colazione con noi.
—Signorina, alla villa mi aspettano. Domani però mi farò un dovere di accettare il vostro cortese invito.
—Arrivederci a domani—disse Sara stendendo la sua manina ad Alberto.
—A domani—ripeté il pittore, stringendo quella bella manina tutta fremente.
Arrivò a tempo per la colazione che alla Villa di Baciccia era poi il pranzo.
Dopo il pasto Luigina e Alberto andarono a fare la loro solita passeggiata, si guardarono negli occhi senza parlare, perduti nella loro felicità.
Ad un tratto Luigina disse:
—Sai, Alberto, che è molto bella la principessina Orloff?
—Meravigliosamente bella—rispose Alberto—specialmente vestita all’orientale.
—Quanto entusiasmo!
—Entusiasmo di artista.
—E l’uomo non n’è entusiasta?
—No, Luigina, quella fanciulla ha qualche cosa in sé che mi disgusta.
—Tu hai detto Alberto che sta bene, molto bene nell’abito orientale; io aggiungerò che la principessina non ha nulla a che fare col tipo americano.
—Così ho notato io pure. Ma mia cara Luigina, non potremmo discorrere di noi e non di quella signorina, che non ci interessa per nulla?
—Hai ragione Alberto.
Da quel momento i due innamorati parlarono del loro amore, dell’avvenire, perdendosi in un sogno delizioso.
CAPITOLO XII.
All’indomani Alberto lavorò ancora due ore nel chiosco orientale, e il ritratto della sirena cominciò a delinearsi.
Sara sempre più follemente innamorata del pittore, avrebbe con gioia stretto al seno l’uomo amato; ma non poteva offrirsi così, a colui che desiderava per isposo.
Però si tratteneva a stento.
Alberto si trattenne a colazione; parlatore elegante interessò molto la principessa, la quale fu presa di viva simpatia per l’artista italiano.
In quanto a Sara fu di una letizia grande, e se parlò poco, guardò molto l’uomo che amava.
Mentre stava per licenziarsi Sara disse:
—Perché non venite con i vostri amici a farci una visita alla sera?
—Mi dispiace, signorina, ma è impossibile. La fanciulla che abita alla villa è ancora molto ammalata e la sera deve ritirarsi molto presto nei suoi appartamenti.
In quanto allo zio ed alla zia di Luigina sono della gente4 alla buona poco adatta a far visite.
—Ebbene qualche volta andrò io a trovare i vostri amici.
—Sarà un onore per tutti.
Il giorno dopo Alberto trovò Sara già pronta nel suo abito orientale, si mise subito al lavoro, ma poco dopo la fanciulla si levò dal divano e disse:
—Oggi sono stanca.
—Smetteremo signorina.
Sara si sedette sopra un largo divano e disse:
—Venite qui accanto a me discorreremo.
Alberto non poté rifiutare quell’invito.
—Ditemi è molto bella l’Italia?
—Un incanto, signorina!
—Desidero tanto di andarci!
—Cosa vi trattiene?
Sara tacque a lungo e poi disse:
—Dicono che è la terra dei fiori, dei canti, dell’amore.
—Dicono il vero.
La fanciulla si era stretta contro Alberto, il pittore sentiva il contatto di quelle forme divine e provava un gran turbamento.
—Alberto—chiese risoluta Sara—avete mai amato?
—Sì, signorina.
Sara fu scossa da un brivido.
—E ora amate?
—Sì.
Un dolore atroce straziò il cuore della imprudente, la quale non per tanto ebbe la forza di chiedere:
—Ed io conosco colei che amate?
—Credo.
Sara ebbe un barlume di speranza; che fosse lei che amava?
—Ditemi chi è, e perdonate la mia curiosità.
—Vi perdono perché la curiosità è il più birichino5 dei peccati delle belle fanciulle. Del resto non è un segreto il mio amore per la signorina Luigina che abita qui presso.
Sara si conficcò le unghie nelle carni per non gridare.
Per tanto Alberto lieto di parlare della donna amata, fece la storia del suo amore, parlò dei suoi dolori, timori, speranze, felicità.
Sara ascoltò in preda a quello stupore pieno di spasimi che dà al paziente una dolorosa operazione chirurgica.
Quando Alberto ebbe finito Sara aveva potuto rimettersi alquanto, e con voce quasi indifferente chiese:
—E credete fermamente che la signorina Luigia sia guarita dal suo terribile male?
—Lo credo.
—E se per sventura non lo fosse?
—L’assisterei fino all’ultimo e quando fosse morta mi ucciderei sul suo cadavere.
Vi era tanta calma e risolutezza in quelle parole, che Sara ne fu spaventata.
Alberto, ignaro di tutti i martiri inflitti a Sara, se ne andò lieto e sorridente.
Quando la fanciulla fu sola dette in smanie.
Essa amava per la prima volta un uomo, e quell’uomo non l’amava; ne amava un’altra.
Ah! quella tisica, cosa restava a fare al mondo; perché non scendeva nella tomba?
—Sono bella,—gridava—tanto bella e debbo perdere l’uomo che amo, per una sciagurata che rende infetta l’aria, semina i suoi bacilli dovunque, appresta la morte a chi l’avvicina.
Perché non la uccidono come un cane idrofobo?
Uccidere?
La perversa creatura si posò su questa parola.
Gli occhi mandavano lampi, il sangue arabo fermentava nelle sue vene.
Uccidere!!
Perché no? Aveva una rivale che le toglieva la felicità, l’amore, tutto; quella rivale era una nemica, i nemici si sopprimono.
Dopo un lungo periodo di smanie si calmò alquanto, avendo stabilito il suo piano.
Prima avrebbe tentato la seduzione sopra Alberto, poi sarebbe ricorsa al delitto.
All’indomani quando Alberto entrò nel chiosco Sara era a mezzo vestita.
Tra i velami e le sete appariva la carne di un bianco abbagliante.
Il seno mezzo scoperto aveva la ferma impostatura come se fosse di marmo; al culmine era tinto da una goccia di rosa pallido.
Alberto indietreggiò e confuso disse:
—Scusatemi....
—Venite avanti, pittore mio, stavo vestendomi.
—Terminerò celeremente la mia toilette, ed un artista non resterà scandalizzato.
Ciò dicendo Sara con i suoi occhi luccicanti, fissò Alberto il quale era invaso da un gran turbamento.
La triste fanciulla mise molto tempo a compiere la sua toilette, fu seducente, affascinante, motteggiò, scherzò; si spinse fino agli estremi.
Alberto dové certo la sua salvezza in quel giorno al triviale abbandono di quella fanciulla che credeva casta e pura, e che ad un tratto gli parlava il linguaggio delle donne perdute, gli mostrava le sue forme per eccitarlo, conquistarlo.
Sara comprese che il pittore era ancora di ghiaccio e provò una gran rabbia.
Il progetto della malvagia ragazza era quello di sedurre Alberto di trascinarlo alla colpa onde fosse a lei legato per sempre.
Il pittore lavorò male quel giorno e quando fu trascorso il tempo usuale, si affrettò ad andarsene, lasciando Sara avvilita, fremente.
Mentre Alberto se ne andava alla Villa, pensava a quella giovane principessa senza pudore, a quella ragazza tanto bella che ad un tratto rivelava tutta la corruzione, che fermentava nel suo sangue.
E per ragione di contrasto il pensiero correva a Luigina, alla fanciulla buona, angelicamente pura.
Forse Sara avrebbe dato voluttà inaudite, ma la felicità era con la dolce, con la buona Luigina la quale gli aveva già fatto vincere una bella battaglia, perché usciva dal Chiosco Orientale degno di lei.
Alberto quando scorse Luigina, corse a lei e le strinse con tanto affetto le mani, la guardò così amorosamente che la fanciulla fu dolcemente commossa.
Il medico era alla Villa, egli dichiarò che l’ammalata faceva miracoli e che presto direbbe la parola aspettata, desiderata, la parola: “guarita!”
CAPITOLO XIII.
Sara voleva ad ogni costo le carezze del pittore, dell’uomo che aveva scosso il suo cuore e il suo corpo di ghiaccio.
Una fiamma ardente la divorava, uno spasimo atroce la tormentava.
Annie si accorse dell’esaltazione della figlia, ne chiese la ragione, e Sara rispose che aveva la febbre.
Durante la sera ebbe una fiera disputa con Tom.
Volendo prendere aria, con piglio arrogante disse a Tom.
—Attaccate il mio carrozzino.
—Non sono lo stalliere—rispose Tom, il quale odiava ferocemente Sara.
—Brutto schiavo!—gridò esasperata la fanciulla.
Tom rialzò il capo e con voce fremente rispose:
—Non sono schiavo e non obbedirò a chi a tradimento entrò in questa casa.
Sara indietreggiò e divenne pallidissima.
Tom volse tranquillamente le spalle e se ne andò.
La fanciulla, la quale ben sapeva quanto di vero ci fosse nelle parole di quel negro, che indovinava l’inganno, dovette sorbirsi la dura lezione, perché se fosse ricorsa alla madre, certo sarebbero avvenute delle spiegazioni, e poteva darsi che Tom non venisse più considerato come pazzo.
Uscì dalla villa a piedi, salì sulla collina e perché il suo martirio fosse maggiore, scorse nel gran viale, Luigina e Alberto che andavano lentamente guardandosi negli occhi, perduti in un sogno delizioso.
Provò uno spasimo acuto; la invase una gelosia furiosa, avrebbe voluto correre da quella rivale fortunata e farla a brani.
Come l’odiava!
Ad un tratto le teste dei due innamorati si abbassarono e le labbra si unirono in un lungo bacio.
Sara fuggì gridando, smaniando....
Passò una notte orribile, aveva sempre innanzi agli occhi quei due felici che si baciavano.
Un fuoco ardente le correva per tutto il corpo.
I tocchi dei morbidi lini, le sembravano tocchi di ferro rovente. Anelante, con la testa sconvolta, scossa da fremiti di voluttà, da spasimi di dolore, passò quella interminabile notte.
Appena alzata prese un bagno profumato....
Alberto trovò Sara avvolta in un seducente accappatoio di seta celeste.
—Nulla costume orientale oggi?—chiese.
—No. Ho cambiato idea. Tutti i capricci vi sono permessi, signorina.
—Credete che potrei posare per una baccante?
Alberto guardò sorpreso Sara; poi l’artista come risvegliandosi in lui, disse:
—Nessun pittore potrebbe avere un modello così meraviglioso, come quello che potete offrire voi.
Sara si era levata raggiante, con rapida mossa strappò dal corpo l’accappatoio e restò nuda.
—Eccovi il modello!—esclamò con voce strozzata dalla passione.
Alberto fu preso dalla vertigine, traballò, un tuffo di sangue gli salì al cervello, gli occhi ardenti fissarono quelle forme divine....
Sara trionfante, fiera della sua nudità affascinante, sorrideva al pittore, con le sue labbra tumide, lo invitava a dolci ebbrezze....
Un marmo si sarebbe animato sotto quel turbine di fuoco che irradiava dal corpo meraviglioso di Sara.
—Ti amo!—esclamò ad un tratto Sara, gettandosi al collo di Alberto inebriandolo con i suoi baci, ardenti, deliranti....
Il giovane pittore strinse al seno la sirena, trionfante, aveva perduto la testa, restituiva i baci con ardore, Sara delirava, oramai era sicura della vittoria....
Entrambi erano caduti sul largo divano, un momento ancora e Alberto commetteva un’azione indegna.
Il buon angelo lo protesse mentre Sara inebriata mormorava:
—Sei mio! sei mio!
La dolce figura di Luigina apparve agli occhi di Alberto, un mesto sorriso sfiorava le labbra della pura fanciulla.
Ritornato in sé stesso si staccò dal corpo di Sara e fuggì dal Chiosco Orientale....
La fanciulla restò per lungo tempo sul divano immobile come se fosse stata colta da paralisi.
Non poteva comprendere quella fuga.
Aveva sentito fremere sulle sue carni ardenti il corpo dell’uomo che amava e desiderava, aveva succhiato il dolce inebriante licore dei suoi baci, era sicura del trionfo, della vittoria, e ad un tratto si trovava sola, respinta, disprezzata....
Era troppo! Il suo amore il suo orgoglio tutto veniva crudelmente ferito.
Si vendicherebbe contro colei che le toglieva l’uomo amato.
Il volto di Sara era divenuto terribile, l’occhio mandava lampi. L’araba si destava feroce e selvaggia!
CAPITOLO XIV.
Alberto scampato al pericolo decise di non mettersi più nel caso di perdere la ragione e stabilì di non recarsi mai più alla Villa delle Rocce, e per mettersi fuori da ogni tentazione, trovò alla fidanzata un plausibile pretesto e si recò a New York.
È facile immaginare il dolore, lo stupore, la rabbia che provò Sara allorché si persuase che il pittore non veniva più alla villa.
Mandò un servo con un biglietto, ma non poté essere consegnato perché Alberto era partito.
Come si sentiva umiliata da quell’abbandono così insultante!
La vendetta, una di quelle feroci vendette da belva, poteva solo saziare il suo furore.
Luigina doveva morire, sì morire perché era lei che le toglieva colui che amava.
Quella fanciulla cresciuta nel fango, senza principi, senza religione, stuprata prima della pubertà, viziosa e dominatrice, non poteva calcolare le conseguenze della sua vendetta.
Una sola cosa vedeva: Luigina morta, e Alberto legato per sempre a lei.
Lo stato di eccitazione di Sara non sfuggì ad Annie, la quale alle sue domande si ebbe delle risposte brusche, impertinenti.
Annie non poteva permettere che una figlia le parlasse in tal modo e richiamò Sara alle convenienze e al rispetto.
La miserabile dette in smanie furiose, se avesse avuto un’arma l’avrebbe immersa nel petto di colei che chiamava madre.
Annie da quella scena restò molto impressionata.
Sua figlia aveva nelle vene il sangue del padre, del ghigliottinato sulla piazza della Roquette a Parigi.
Quando Sara riacquistò la calma fu spaventata da ciò che era accaduto e cercò di far dimenticare ad Annie la sua strana condotta.
Non vi riuscì, il cuore della principessa era ferito e non poteva guarire di un sol colpo.
CAPITOLO XV.
I degni soci, David e Beniamino, appena avuto i denari della principessa cominciarono a giuocare alla Borsa senza ritegno.
Coloro che li conoscevano restavano nel vedere nelle mani dei due ebrei tanto danaro: ma nessuno s’era interessato a fare indagini, per cui tutto si restringeva ad una passeggiera sorpresa.
David e Beniamino si può dire che stavano quasi sempre alla borsa.
In mezzo al frastuono infernale che domina in quel tempio del danaro ci si trovavano a meraviglia.
Uno che non sia abituato al pandemonio che regna sovrano alla Borsa, resta intontito, sbalordito, vien preso dalle vertigini.
La folla gesticola, grida, chiede, risponde.
Dall’alto dei terrazzini i banditori gettano i prezzi dei titoli con delle voci squillanti che penetrano nelle orecchie.
Nei brevi momenti di sosta si ode il martellare delle macchinette elettriche, l’ansare di tutta la folla ansiosa.
Ad un tratto quel silenzio viene rotto da grida assordanti: tutti gesticolano, le braccia si alzano e si abbassano, come nei balli di Manzotti.
I ribassi dei titoli vengono accolti da grida di gioia dei vincitori, dalle imprecazioni di quei che prevedono una liquidazione disastrosa.
In mezzo a quei tentatori della fortuna, ve ne sono alcuni che giuocano l’ultima carta.
Se la fortuna arride loro bene, altrimenti usciranno dalla Borsa, per fuggire al Canadà o per suicidarsi.
Questi sciagurati assistono frementi allo svolgere del dramma che ha per protagonista il danaro.
Due parole di un telegramma possono essere la loro salvezza o la loro rovina.
Se la sorte li favorisce allora danno in una tumultuosa allegria, gridano, saltano, sembrano impazziti.
Se perdono, abbassano il capo e lentamente, con la disperazione nel cuore, la tristezza nel volto, lasciano la Borsa, il tempio dove lasciarono pace, ricchezza, onore.
E la legge che interviene e apre il carcere a quei che giuocavano pochi soldi sopra una carta, lascia che la gran bisca sia aperta e che nel baratro profondo della Borsa si spendano fortune colossali!
La giustizia degli uomini è così fatta!!
David e Beniamino avevano già fatto una bella breccia nei cinquecentomila dollari della principessa, ma vivevano sperando in una bella rivincita.
Il giorno che noi penetriamo alla Borsa, è giorno di ansietà.
Dall’Europa giungono strane voci di guerra, la Francia mostra i denti all’Inghilterra, questa non se ne cura e continua fieramente la sua marcia.
Voci pure di sconfitte giungono dal Sudan, anche nel Sud Africa le cose non vanno bene, i Boeri rumoreggiano.
I valori sono come paralizzati, dal momento dell’apertura anche quei più solidi sono scesi di due e tre punti.
Un disastro per quei che hanno giuocato al rialzo.
Fra questi sono David e Beniamino.
I due ebrei ad ogni nuovo bollettino, diventano più lividi.
Se le sorti non cambiavano, e oramai in un cambiamento eravi poco da sperare, David e Beniamino erano rovinati.
Alle due pomeridiane il ribasso continuava ancora.
Alla borsa eravi un vero tumulto, non si comprendeva più nulla.
I ribassisti gridavano per la gioia, gettavano in aria i cappelli. Si sentivano sicuri della vittoria.
Un’ora prima della chiusura della Borsa cominciarono a piovere i telegrammi di rialzo.
Tutti i valori, ma specialmente quelli inglesi e americani salivano.
Certo a Londra doveva avere avuto luogo una di quelle sporche manovre, che la legge dovrebbe severamente punire.
I telegrammi da tutti i mercati grandinavano, spandendo la nota trionfale del rialzo.
Ora quei che gridavano e gioivano erano quei del rialzo, i ribassisti mogi, mogi, mortificati, mostravano il pugno ai bollettini.
Che amara disillusione, avere visto a portata di mano un tesoro e averlo perduto!
David e Beniamino fieri come due conquistatori, guardavano con aria di scherno i perditori.
Si annunciò la chiusura della Borsa, la vittoria, una vittoria strepitosa era rimasta a quei del rialzo, molti ribassisti uscivano dalla Borsa completamente rovinati.
David e Beniamino guadagnavano trecentomila dollari netti.
La folla discutendo tutte le fasi di quella memorabile giornata si accalcò nelle birrerie di lusso, si sturarono delle bottiglie di Champagne che i vincitori pagarono.
Avevano tutti una sete ardente, la gola riarsa dalla polvere che turbina nel gran salone della Borsa, aveva bisogno di refrigerio.
—L’abbiamo vista brutta!—diceva David a Beniamino mentre si dirigevano all’agenzia.
—Vi è stato un momento che credevo tutto perduto,—rispose Beniamino.
David si fregò le mani allegramente.
—Un altro colpo come questo e cederemo l’agenzia a William. Non è vero Beniamino?
—Sì, sì, cediamo. Non voglio più aver nulla a che fare con le agenzie.
CAPITOLO XVI.
William l’ex-sergente di polizia era un furbone. Quando i suoi principali gli dissero di smettere le ricerche della fanciulla abbandonata l’ultima notte di carnevale del 1882, non restò molto soddisfatto e neppure convinto.
Come mai delle ricerche ordinate con tanta premura, pagate splendidamente venivano ad un tratto arrestate?
Vero è che non avevano dato nessun risultato; ma non bisogna mai fermarsi bruscamente quando si cerca qualcuno. Non vedeva chiaro nelle manovre dei suoi direttori i quali dovevano aver fatto un colpo da maestro, mettendo fuori il loro migliore agente.
Così è che William stava ora sempre sull’attento per potere scoprire il segreto dei due ebrei. Ma non arrivava a scoprire nulla.
Un giorno udì David che diceva all’avvocato di Annie:
—La principessina sta bene?
—È in campagna.
—La madre sarà molto felice di averla presso di sé.
—Felicissima—rispose l’avvocato.
Quelle parole che ognuno avrebbe fatto passare senza farci attenzione, resero pensieroso William.
L’avvocato certo andava all’Agenzia Internazionale per delle ricerche, che fossero quelle riguardanti la bambina abbandonata?
La principessina? pensava William. Sarebbe forse mai la bambina cercata con tanta cura?
Se ciò era, come aveva fatto David a scovarla?
Ad un tratto si batté la fronte ed esclamò:
—Deve trattarsi di una mistificazione!
Se così era William si sarebbe preso una bella rivincita.
Deciso a scoprire la verità si mise subito in campagna.
CAPITOLO XVII.
Una domenica le maestre della scuola di Leonard Street, giunsero alla Villa di Baciccia.
Luigina nel vederle provò una gran gioia, una viva commozione.
Cherubina rimasta un poco come in estasi sulla porta della Villa a vedere tutte quelle signore che baciavano la sua Luigina, corse poi a precipizio in cucina, per aumentare i ravioli, e rendere più delicato e gustoso il sugo.
La brava donna non capiva in sé dalla gioia, e maneggiando la pasta mormorava allegramente:
—Ah! boia! boia! boia!
Quella domenica Alberto non era presso la sua fidanzata.
Un appuntamento con l’illustre generale, conte Palma di Cesnola, lo tratteneva a New York.
Si trattava di un quadro antico da riparare e il conte di Cesnola il quale dirigeva il Metropolitan Museum, volle consigliarsi col pittore Vallano, di cui aveva sentito parlare tanto favorevolmente.
L’appuntamento era alle due del pomeriggio, e l’ultimo treno per la villa di Baciccia partiva all’una.
Da dieci giorni Alberto non era stato alla Villa, ma non aveva mai mancato con lunghe lettere di ricordarsi a Luigina, la quale rispondeva sempre mostrando nei suoi scritti tutti i tesori di amore e di candore custoditi nel suo cuore.
Alberto era veramente occupato in un importante lavoro, ed era lieto di quell’occupazione, poiché temeva di andare troppo spesso vicino a quella sirena che per poco lo avvolgeva nelle sue reti voluttuose.
Per Sara sentiva un gran disgusto.
Le fanciulle che calpestano il suo pudore, che si offrono come le perdute, non possono ispirare amore ad un animo nobile e generoso, ad un artista amante del bello e del buono.
Non per tanto avrebbe desiderato di non incontrarsi più con quella fanciulla che strinse fra le sue braccia, che baciò nell’estasi di un subitaneo impeto di amore sensuale.
Quella Domenica Alberto andò adunque al Metropolitan Museum pensando a Luigina e ripromettendosi di recarsi all’indomani a rivedere la fidanzata, della quale il medico aveva narrato mirabilia, per i continui progressi della guarigione.
Il Metropolitan Museum è uno splendido tempio dell’arte, e questo splendore deve non solo alla munificenza dei milionari, ma in modo principalissimo alle sapienti e amorose cure di un italiano, del conte Cesnola.
Alberto, accompagnato dall’illustre direttore del Museo, percorse le lunghe sale, le arieggiate gallerie dove si ammirano tanti tesori artistici, dove si rivedono le riproduzioni di quei monumenti che sono gloria e vanto d’Italia.
Nella sala delle esposizioni private il conte di Cesnola, mostrò ad Alberto il quadro che aveva bisogno di una mano maestra per essere riparato dalle ingiurie del tempo.
Si trattava del lavoro di uno dei più celebri maestri fiamminghi.
Il soggetto era un poco libero; dei soldati in una osteria dall’alto soffitto baciavano a più non posso la giovane ostessa grassa e sorridente; gli occhi di quei soldati erano accesi dal desiderio, le facce rosse risaltavano sul fondo scuro del quadro.
—Vedete,—disse il conte di Cesnola, mezzo busto dell’ostessa è scrostato, dei soldati per fortuna restano le faccie, ma il disegno dei corpi, il colorito degli abiti è scomparso. Credete che si possa in qualche modo riparare?
—Lo credo per quanto sia difficile ottenere i colori che furono un segreto della scuola fiamminga. In ogni modo tenterò.
—So che avete ingegno e molto,—disse gentilmente il conte.
—Farò di tutto per giustificare la bontà che il signor conte ha per me,—rispose Alberto.
Il giovane pittore desiderò essere accompagnato nelle sale dove si conservano le ricche collezioni antiche scoperte dal conte di Cesnola a Cipro.
Il conte fu lietissimo di essere il cicerone del giovane artista italiano.
Innanzi a quei tesori che la terra aveva per tanti secoli gelosamente tenuto nascosto, innanzi a quei gioielli, a quelle pietre testimoni di una grandezza antica, il conte di Cesnola si trasformava, la sua persona si rialzava, il suo occhio scintillava.
Al giovane pittore narrò parte della storia di quelle meravigliose scoperte, le ansie, i disinganni, le lotte, per giungere a trarre il suo segreto alla terra.
Cento volte aveva disperato, cento volte in quell’isola bella e misteriosa lo aveva assalito lo sconforto; ma non era tempra da cedere, sapeva che non si giunge a nulla se non si combatte.
E dopo lo sconforto, la gioia, dopo la battaglia, la vittoria.
E i trofei di quella vittoria combattuta in nome della scienza erano ora lì sotto i tersi cristalli delle vetrine del Metropolitan Museum; oro, medaglie, collane, braccialetti, segni misteriosi, figure strane di idoli ignoti; e lo scienziato si fermava innanzi a quelle raccolte rare, ricostruendo tutta una storia del passato, ritornata alla luce del giorno con gli oggetti preziosi che l’affermavano coi fatti e non più con le sole parole.
Alberto passò un’ora deliziosa in quel mondo antico del quale il conte di Cesnola conosceva tutti i misteri.
Terminando il suo dire l’illustre direttore del Metropolitan Museum, disse ad Alberto.
—Perdonatemi la lunga cicalata; ma non mi avviene spesso di parlare con un mio connazionale, che abbia cuore e ingegno.
—Signor conte—rispose Alberto—io terrò come una delle più grate memorie della mia vita il tempo trascorso nel tempio che deve a voi la sua gloria.
—Io spero, riprese il conte con accento giulivo—che tornerete spesso a trovarmi.
Una visitina e una pennellata al fiammingo, e una chiacchierata con me. Sentirete forse sempre le stesse cose, ma infine, non è male per un giovane il sentirsi ripetere: Lotta, lavoro, e in ogni cosa tenete a mente il dovere, il dovere prima di tutto. Si congedarono.
Alberto percorse i viali del Central Park, popolatissimi.
Gli operai vestiti a festa percorrevano i viali ombrosi, le carrozze signorili, passavano e ripassavano come visioni, i biciclettisti correvano nelle piste riservate, i campanelli squillavano.
La musica faceva intendere i suoi dolci concerti, la gran fontana, mandava verso il cielo i suoi zampilli che ricadevano in una pioggia dove il sole metteva la gloria dei suoi colori.
Alberto pensava alle parole del conte, quelle parole che esaltando il dovere, avevano nel suo cuore destato una gran dolcezza per la vittoria riportata contro la passione al momento che stava per perdersi con Sara.
Vedendo un bel cavallo correre lungo i viali, si domandò:
—Perché non andare da Luigina in carrozza?
Come mai non ci aveva pensato prima?
Si diresse alle cinquantanove strade, entrò in una delle più aristocratiche rimesse, ebbe un breve colloquio con l’impiegato dell’ufficio e dieci minuti dopo partiva al trotto di un buon cavallo, affidato alle abili mani di un esperto cocchiere, alla volta del New Jersey.
—Arriveremo in tre ore,—aveva detto il cocchiere.
CAPITOLO XVIII.
Fu una deliziosa giornata per Luigina e per le maestre della scuola di Leonard Street, Cherubina poi non capiva nella pelle, i suoi ravioli avevano fatto furore.
Essa guardava con una certa alterezza suo marito, che rideva sotto i baffi grigi.
Baciccia da molto tempo non era così contento, la Luigina sembrava, non avesse più nulla, le maestre lo dissero forte, era una pazzia il credere che la loro cara allieva fosse tisica.
Le brave fanciulle corsero come delle allieve in vacanza e Luigina non restò indietro, corse anche lei e non ebbe mai un momento di affanno, non un assalto di tosse. Il suo colore aveva ripreso quel bel rosa di un tempo.
—Che peccato che non ci sia Alberto!—pensava l’angelica fanciulla.
Ma quella giornata doveva ancora preparare delle liete sorprese.
Poco prima del tramonto si udirono lieti squilli di tromba, e poi apparve sulla via maestra un gran cocchio di quei che si usano per andare alle corse.
Sopra i sedili si videro degli uomini che sventolavano i fazzoletti.
—Chi sarà! Chi sarà!—gridavano tutti allegramente.
—Ah boia!—esclamò ad un tratto Cherubina che aveva la vista molto buona.—È Charles! Ah boia!
—Charles! Charles!—gridarono le maestre di Leonard Street.
Charles che guidava con l’eleganza di un principe, si levò il cappello e lo agitò mentre gridava:
—Hurrah! Hurrah! Charles Bacigalupo, poiché era lui che guidava uno dei suoi magnifici cocchi, mise al trotto i due stupendi morelli e in breve fu al cancello della villa dove tutti aspettavano lieti e sorridenti.
Quando il cocchio si fermò fu un grido giulivo.
Vi erano tutti quei dei Cinque Punti. Valenti svelto come un giovinotto, Cevasco dolce come il suo marsapane, Bacci pallido per l’emozione, Nannetti che voleva parlare e non poteva, e poi incastrato in un sedile, rosso come un bel gambero cotto, con un sorriso giovialone, con gli occhi brillanti, Agostino Balletto, il quale era venuto a vedere come stava realmente la Stella dei Cinque Punti, onde rispondere con conoscenza di causa alle domande che gli venivano rivolte quale direttore del Bollettino della Sera.
Tutta la lieta brigata prese la via della Villa, inutile il dire che pareva di essere a Genova o a Chiavari, il dialetto genovese imperava.
Cherubina dopo le prime esclamazioni di gioia, era fuggita come se avesse gli sbirri alle calcagna.
La brava donna ad un tratto erasi ricordata che certo i visitatori avevano fame.
Per fortuna vi erano rimasti dei ravioli e la cantina era piena zeppa di leccornie in conserva.
Mentre Cherubina dava alimento alla stufa, quei dei Cinque Punti manifestavano la loro gioia nel trovare che la loro Stella appariva fulgida e bella come un tempo.
—Corpo di Bacco—disse ad un tratto Bacigalupo—rimetto mano ad abbellire le carrozze matrimoniali.
Su proposta di Luigina andarono al lago, tutte le barche furono piene, solo Balletto dovette sostarsene a terra, si temeva una catastrofe.
Non se ne dolse perché restò a conversare con Baciccia, esprimendogli la gioia e la soddisfazione che provava nel constatare che la Luigina era completamente guarita.
—Caro Agostino diceva Baciccia—credi pure che il nostro dottore è un Dio in terra.
Nel lago si sentivano delle allegre risate; Nanetti volle cantare, non era certo un artista ma infine se la cavò assai bene.
I ranocchi non si muovevano più, gli uccelli non cinguettavano, il sole di un bianco argenteo scherzava con le cime degli alberi, era il bacio della buona notte.
Una quiete grande regnava in quell’angolo benedetto, quiete tanto più gustata da quei condannati a vivere fra i rumori assordanti di New York.
Il sole scendeva lietamente dietro alle colline, quando le barche ritornarono di nuovo a riva.
Cherubina aiutata dal giardiniere e dalla lattaia aveva preparato una lunga tavola sotto la veranda.
Quando da lungi la brava donna vide la lieta brigata, fece uscire i grandi piatti di ravioli.
Il fumo formò delle bianche nuvolette, il profumo si spandé per l’aria e Nannetti, che aveva il naso fino gridò:
—Ragazzi, sento odore di ravioli, passo accelerato!
Avevano tutti appetito e l’ordine di Nannetti fu eseguito con slancio ammirabile.
È un miracolo se in quella sera memorabile sulla tavola di Baciccia ci restarono i piatti.
Valenti entusiasmato voleva ad ogni costo portare in trionfo Cherubina.
Bacigalupo non sapeva che gridare:
—Vi digo che ravioli così non ne ho mai mangiati.
—Viva!—ripetevano tutti in coro.
Cherubina non morì dalla gioia quella sera perché Iddio fu buono con lei.
CAPITOLO XIX.
Mentre da Baciccia tutto era festa e gioia, alla villa delle Rocce, Sara smaniava.
Nei dieci giorni trascorsi da quando si offrì ad Alberto, aveva fatto un gran cambiamento; il suo viso aveva perduto una parte dei suoi colori per dar luogo ad un intenso pallore; gli occhi in permanenza apparivano circondati da un cerchio bluastro profondo.
La voce un tempo dolce e seducente era divenuta aspra.
Correva tutto il giorno a cavallo per la strada maestra, ad ogni arrivo di treno si recava alla stazione.
Cento volte saliva sulla collinetta dalla quale si scorgeva la palazzina di Baciccia, e cercava avidamente il pittore.
Perché non si faceva più vedere? Aveva paura di cedere, di cadere?
Dunque la temeva, e ciò significava che non era indifferente alla sua bellezza.
Quella domenica che da Baciccia erano in festa, Sara aveva sperato di vedere Alberto.
Si recò nelle vicinanze della stazione all’arrivo di tutti i treni; ma restò delusa.
—Perché, perché non viene?—Si chiedeva impaziente, irritata.
Quando udì le trombe di quei dei Cinque Punti, accorse a vedere, scorgendo il cocchio ebbe per un momento la speranza che vi fosse anche Alberto. Ma ben presto si convinse che ciò non era.
Vagò a lungo nei pressi della Villa di Baciccia, assisté, nascosta dalle piante, alla passeggiata sul lago, fremette nel constatare che la sua rivale era deliziosamente bella.
Fu presa da un cieco furore per la letizia degli amici di Luigina.
Come avrebbe volentieri sconvolte le acque del lago, perché inghiottissero tutti quei felici!
Ritornò alla Villa delle Rocce piangendo di rabbia e di dolore.
A notte fatta udì allegri suoni alla Villa della rivale.
—Si divertono—mormorò—siamo vicini, perché non andrò a trovare quei briganti di italiani?
Fece una seducente toilette, poi chiamò la fanciulla che le faceva da dama di compagnia e le disse:
—Andiamo Lily a fare due passi.
Presero il vialetto che conduceva alla casa di Baciccia. Si sentiva sempre più distinto il suono del pianoforte.... Ad un tratto risuonò l’angelica voce di Luigina.
Da tanto tempo la fanciulla non cantava, temeva che il male le avesse tolto quella bella voce che formava la delizia e l’ammirazione generale.
Quando Cherubina e Baciccia udirono la voce della loro Luigina, sembrava che divenissero pazzi.
Dei lagrimoni grossi, grossi scendevano giù per le gote dei due felici, mentre l’emozione invadeva tutti.
Quella dolce emozione era giustificata. Credevano la fanciulla inesorabilmente condannata, e invece la ritrovavano come un tempo, e risentivano quella voce incantatrice, bella, squillante, soave come un tempo!
Quando Luigina tacque le sue maestre l’abbracciarono e la baciarono con trasporto, mentre gli uomini battevano le mani, guardandosi in faccia con un gaudio, una letizia indescrivibile.
Dopo i canti si ballò, Luigina sedette al piano, Bacigalupo fu il primo a muovere le gambe.
Anche Balletto dovette in omaggio al suo nome fare un balletto a suon di musica!
Ad un tratto sulla porta della sala comparve Sara, con grazia incantevole si volse verso Baciccia e disse.
—Signore sono la figlia della principessa Orloff, vostra vicina. Alla Villa delle Rocce ci si annoia molto, ho sentito dei lieti suoni, siamo in campagna, vicini, e mi perdonerete se passando sopra alle abitudini e alle formalità mi sono presentata in casa vostra, sicura che non mi scaccierete.
—Signore—disse Baciccia—è per noi un onore....
—Te lo avevo detto Lily—riprese Sara rivolgendosi verso la sua compagna—che saremmo ben ricevute.
Luigina nel vedere Sara aveva sussultato; ma cortese e buona volle anche lei dire qualche parola alla fanciulla, si levò dal piano, le si avvicinò e:
—Siate la benvenuta in casa nostra—disse con la sua voce melodiosa.
Prima che Luigina potesse ritrarsi, Sara, le aveva dato un gran bacio sulle guance.
Alla buona fanciulla quel bacio fece l’effetto di un morso di serpente.
—Io spero che continuerete a ballare—disse poi Sara.
Luigina tornò al piano e attaccò un valzer di Strauss.
Bacigalupo invitò subito la principessina e questa accettò con una grazia incantevole.
Il bravo Charles era divenuto più alto un palmo. L’aver ballato con una principessa, bisognava farlo sapere ai giornali!
Quando l’avessero saputo ai Cinque Punti, in Mulberry chi sa che frastuono che reclame. Poi che principessa! Un amore, una delizia un vero angelo!
E che Sara fosse sovranamente bella ne convenivano tutti, e tutti invidiavano la sfacciataggine di Bacigalupo.
Cherubina rimpiangeva di non avere più ravioli, ne avrebbe voluto mettere un paio in quella bocchina principesca perché dicesse un poco il suo parere.
Le maestre ammiravano la bellezza di Sara; ma erano concordi nel provare un senso di ripulsione.
Si udì il rumore di una carrozza sulla sabbia del viale.
Luigina si levò raggiante, Sara impallidì.
—È lui!—gridò allegra Luigina.
Alberto entrò.
Lo conoscevano tutti, sapevano oramai che era il salvatore e il fidanzato di Luigina e fu festeggiatissimo.
Il giovane nello scorgere Sara, provò una grande contrarietà, ma seppe dominarsi e la salutò rispettosamente.
—Mio bravo pittore,—disse Sara—credevo che foste andato in quell’Italia che amate tanto.
—Lavori speciali mi trattennero a New York.
E il mio ritratto è rimasto a mezzo. Si mormora molto di voi signorino alla Villa delle Rocce.
—Vi assicuro, signorina....
—Non mi assicurate nulla, e venite domani alla Villa.
Si ripresero i lieti parlare, Luigina cantò ancora destando la stessa ammirazione.
Alberto però non partecipava alla gioia generale, appariva distratto, turbato.
E non poteva essere altrimenti.
Quella perversa creatura, quella baccante che si offriva senza pudore, sotto il tetto della più buona, della più casta delle fanciulle.
Cosa veniva a fare? Quale era il suo piano diabolico?
Finalmente Sara se ne andò. Per Alberto finì il martirio come per incanto, ritornò allegro, sorridente, felice.
Essendo convenuto che tanto le maestre come quei dei Cinque Punti sarebbero rimasti alla Villa, la lieta festicciuola durò fino a tardi.
Quando Cherubina disse che era tempo di andare a letto tutti si diressero verso le loro camere.
Alberto dormì poco. Mille progetti gli mulinavano nel cervello, aveva mille paure, voleva narrare tutto a Luigina, poi si pentiva, perché turbare quel cuore innocente, perché farla soffrire?
La miglior cosa era che Baciccia ritornasse a New York; ma bisognava sentire il parere del medico!
Andare alla villa delle Rocce bisognava che andasse; forse Sara non ripeterebbe la scena della baccante, forse si scuserebbe di quel momento di pazzia.
In ogni modo le avrebbe parlato chiaro.
Le parole del Conte di Cesnola gli risuonavano alle orecchie:
—Il dovere prima di tutto!
CAPITOLO XX.
Alberto dovette saltare dal letto molto presto, quei dei Cinque Punti, appena l’alba, erano corsi a godersi l’aria pura, e facevano tanto chiasso, come un reggimento di soldati in rivolta.
Cherubina in cucina tutta affaccendata cuoceva nella stufa i panettini per il caffè. La lattaia mungeva la vacca e il latte spumeggiante si alzava nel secchiello di zinco lucido come se fosse d’argento.
Il figlio della lattaia sbatteva la panna per trarne il burro, il giardiniere coglieva i fiori che la rugiada della notte aveva reso più belli e profumati.
Per l’aria era un odore di erbe fresche, di resina, di fieno.
Il sole cominciava a mettere i suoi ricami d’oro, sulle piante alte, su i tetti delle case.
Gli uccelli salutavano con i loro allegri gorgheggi, l’astro maggiore apportatore di vita e festa.
I ruscelli mormoravano fra le pietre, e dai loro letti venivano aure fresche e imbalsamate.
—Avere cinquemila dollari di rendita e una villa come questa, che consolazione,—disse Nannetti con aria mesta.
—Ci arriverai anche te alla ricchezza—rispose scherzando Bacci.
Nannetti fulminò l’audace con uno sguardo alla bolognese.
—Per me,—diceva Bacigalupo,—ho sognato tutta la notte la principessa.
—Lo diremo a tua moglie!—interruppe Balletto.
—No, no, per carità!
Tutti risero per lo spavento che si dipinse sul volto del popolare Charles.
Cevasco gridò:
—Se la principessa assaggia i miei dolci, diventerà mia cliente e metterò lo stemma sulla porta della bottega, e crepino gl’invidiosi.
Comparve Luigina fresca, graziosa, sorridente.
Tutti si fecero a lei d’attorno con una premura affettuosa.
È inutile, quei dei Cinque Punti, considerano tutti Luigina come loro figlia.
Quando alla lieta brigata si unì Alberto, Cherubina che stava alle vedette gridò:
—Venite a prendere il caffè!
Accorsero tutti.
—Che buon latte, che burro squisito! Per bacco pareva di essere in Italia! A New York, tutto era artificiale, nulla di puro, di genuino. Questo è burro!
Bacci per onor di firma tentò di protestare contro le accuse fatte ai negozianti di New York; ma lo fecero tacere. Del resto lui vendeva roba d’Italia.
Cevasco volle ad ogni costo dire la sua, ed affermò che di genuino a New York non vi erano che le sue paste, i suoi dolci.
Siccome le maestre di Leonard Street gli dettero ragione, Cevasco trionfò mentre Cherubina mormorava:
—Ah! boia! boia!
Venne il momento della partenza, Alberto con la carrozza di Baciccia accompagnò alla stazione le maestre; Bacigalupo riprese le redini del suo cocchio, tutti salirono, gridando, scherzando.
Balletto dovette essere tirato su a forza.
Un saluto cordiale, un applauso, un evviva alla Stella dei Cinque Punti, e quindi il cocchio si mise in moto, mentre Cherubina gridava:
—Tornate! Tornate! boia! boia!
Lungo il viale che conduceva verso Paterson incontrarono Sara.
Bacigalupo si alzò e salutò con la dignità di un cavaliere antico.
Sara arrestò il galoppo del suo cavallo e con un sorriso ammaliatore disse:
—Buon giorno, signori!
—Corpo di una bomba alla diavolo,—mormorò Nannetti—che bel pezzo di....
Non poté finire; Bacigalupo perduta la testa sotto lo sguardo di Sara, non vide un fosso e vi gettò la vettura.
Fu un grido generale di terrore. Per fortuna nessuno si fece male, ma uscirono dal fossato conciati in un modo che Sara non poté trattenere una grande risata.
L’abito nero di Charles sopra tutto, sembrava quello di un morto rimasto nella melma del cimitero per qualche tempo.
Tutti infangati, bagnati, e un poco macolati, risalirono in vettura, mentre Sara si allontanava di carriera.
—Accidente alle donne,—brontolò Bacci.
—Accidente pure—confermò Cevasco.
—Cosa volete che ci faga—gridò Bacigalupo,—quella principessa mi ha tolto la vista.
Risero tutti, e così l’incidente fu chiuso.
Quando Bacigalupo e tutta la compagnia bella arrivarono ai Cinque Punti, furono assediati da una folla di italiani chiedenti notizie di Luigina.
—Sta meglio di noi—gridò Valenti.
—È fresca come una rosa,—aggiunse Balletto.
—Fra poco si sposa!—esclamò Bacci allegramente.
—Guarita! guarita! guarita!—gridarono Cevasco e Nannetti.
In quel momento passava il medico di Luigina, fu riconosciuto, festeggiato, applaudito, per poco non lo portavano in trionfo.
Il bravo medico sorrideva commosso, a quella dimostrazione espansiva, cordiale, affettuosa.
Ad un tratto una bella fanciulla si avvicinò al dottore e ardita e risoluta lo baciò dicendo:
—Avete salvato la nostra Stella, prendete.
Ci furono altri applausi, e altre grida; tutti ritennero che l’atto ardito della ragazza dové essere apprezzato e lodato.
CAPITOLO XXI.
Mentre ciò accadeva ai Cinque Punti, Alberto si recava alla Villa delle Rocce.
Sara lo ricevé con affettuosa espansione.
Il pittore lavorò con lena e dopo quattro ore poté dire:
—Signorina il vostro ritratto è finito.
Quel ritratto era una meraviglia.
Su quella tela Sara trionfava in tutta la bellezza.
Quell’Alberto aveva proprio il genio dei grandi artisti e sotto quel ritratto vi avrebbero posto con orgoglio i loro nomi i più celebri pittori del giorno.
Sara guardò il ritratto poi disse:
—Così non verrete più?
—Il mio lavoro è finito.
—Ma non resterete nostro amico?
—Sì, signorina, sarò lieto di restare vostro amico.
—Dimenticherete la scena della baccante?
—È già dimenticata.
—Fu una pazzia la mia.
—Sono lieto che ne conveniate.
Vi fu un lungo silenzio. Gli occhi brillanti di Sara saettavano il pittore, il quale doveva fare dei grandi sforzi per restare calmo.
—Eppure,—disse Sara con accento tremante—se voleste.
—Signorina....
—Ma non comprendete che vi amo!—gridò esasperata la fanciulla.
—Signorina, voi sapete che io non posso amarvi; ma posso essere un amico affezionato.
—E cosa volete che me ne faccia della vostra amicizia—rispose la fanciulla con violenza.—Sentite non ho mai amato! Il mio cuore lo credevo invulnerabile, voi lo avete ferito. Sono giovane, ricca, mi dicono bella, eppure debbo rinunziare al mio bel sogno.
Le lagrime riempivano gli occhi di Sara.
Alberto le prese una mano e con dolcezza le disse:
—Signorina,—l’amicizia ha pure i suoi incanti, le sue gioie, le sue attrattive. Non posso amarvi, ma ve lo ripeto, sarò il più sincero e affettuoso dei vostri amici.
“Siete bella, sovranamente bella, ricca, corteggiata, il vostro cuore batterà presto o tardi per un uomo degno di voi e dimenticherete il capriccio che io vi ho ispirato.
—No, no, non amerò nessun altro. Ti amo Alberto! ti amo!
Con mossa repentina la fanciulla si era appesa al collo del pittore, le sue labbra avide di baci cercavano quelle di lui, tutto il corpo era scosso da un brivido, gli occhi nuotavano nel languore, le carezze di Sara sembravano tocchi di ferro rovente.
La disgraziata non aveva più ritegno; la fanciulla allevata nel fango, che aveva dato il suo corpo a quanti lo vollero, acciecata dalla passione, invocava l’amplesso di quell’uomo che restava freddo, impassibile innanzi a tanto fuoco, a tanto delirio....
—Sei di ghiaccio—gridò fremente, esasperata dalla impassibilità di Alberto.
Il pittore lentamente staccò da sé Sara, e con accento un poco tremante disse:
—Signorina, amo un’altra donna e se cedessi alla passione, se io approfittassi di questo momento di abbandono, se mi rendessi padrone del corpo che mi offrite, passata l’ebbrezza voi mi maledireste, ed io non sarei più degno dell’angelica fanciulla che deve diventare la mia sposa diletta.
—Avete ragione—disse Sara—nel cui occhio brillò un lampo sinistro—ero pazza, perdonatemi.
Alberto le stese la mano dicendo:
—Saremo amici?
—Sì.
—Grazie, Sara.
La fanciulla per un miracolo di volontà, era divenuta calma e quieta.
—Accompagnatemi alla villa, mia madre desidera sapere quanto è che vi dobbiamo.
—Signorina, permettetemi di offrirvi questo ritratto per mia memoria.
—No, abbiamo già il vostro paesaggio.
—Non accetterò un soldo, non siamo amici?
—Va bene, non insisterò, ma accetterete un mio dono. Aspettatemi un momento; vado e torno.
Sara se ne andò.
Alberto soddisfatto di aver vinto una bella battaglia, mormorava:
—Il dovere prima di tutto!
Sara ritornò e consegnò al pittore un magnifico anello nel quale brillava, un diamante degno di un re.
—Ah! signorina, voi volete pagarmi non una, ma cento volte.
—È la memoria della vostra amica, vorreste rifiutarla?
Bisognò accettare.
Sara accompagnò per lungo tratto di strada Alberto, gli parlò di Luigina, dei suoi parenti, della bella serata passata alla Villa di Baciccia.
Pareva che la passione fosse sfumata e che Sara rientrata in sé stessa, avesse compreso essere dolce cosa l’amicizia.
I due giovani si separarono con una forte stretta di mano.
Alberto era lietissimo.
Sara aveva nascosto a meraviglia la tempesta che le turbinava nel cuore ferito.
Forse se Alberto avesse ceduto, il fuoco che la divorava si sarebbe spento, quella resistenza tenace del giovane aumentava il suo amore, un amore misto di passione spirituale e di sensualità.
Quella fanciulla che le toglieva l’uomo amato, come l’odiava!
Presa dal demone della gelosia, ideò di vendicarsi della rivale.
La malvagia creatura pensava:
—Se Luigina morisse, egli mi amerebbe.
L’idea del delitto germogliò e si fece gigante nella sua mente.
Ma con qual mezzo disfarsi della rivale, senza incorrere nella punizione, che aspetta gli assassini?
Aveva letto molti romanzi di quei che sembrano fatti a bella posta per insegnare a commettere dei misteriosi delitti, ma tutti i mezzi adoperati dai romanzieri per sopprimere qualche personaggio incomodo, non facevano al caso suo.
Pensò tutta l’intera giornata, non trovò nulla, nulla di adatto per l’opera sua nefanda.
—La notte porta consiglio—disse la sciagurata quando il sole fu al tramonto.
Sara freddamente, senza paura e rimorso pensava ad uccidere Luigina, l’araba feroce e vendicativa riviveva in lei!
CAPITOLO XXII.
All’indomani del giorno in cui Alberto credette di avere acquietata la passione di Sara, il dottore fu alla Villa.
Quando raccontò quello che era avvenuto ai Cinque Punti, tutti restarono commossi.
—Che brava gente—disse Luigina.
—Brava e buona gente—rispose il dottore—che mi lincerebbero se non vi guarissi.
—Boia! Boia!—mormorava Cherubina, la quale non poteva dire altro perché aveva il nodo alla gola.
Alberto ebbe un lungo colloquio col dottore, questo dichiarò formalmente che ogni pericolo era passato, le piaghe dei polmoni libere dai bacilli erano quasi completamente cicatrizzate, Luigina fra una diecina di giorni poteva lasciare la campagna e tornarsene in città, molto di più che si avvicinava l’autunno.
—A Decembre—concluse il dottore—il matrimonio, il quale completerà la cura del siero Maragliano.
Alberto abbracciò e baciò il dottore, il quale disse ridendo:
—Mi fanno bene questi baci; ma più dolce era quello della bruna dei Cinque Punti.
—Dottore siete innamorato?
—Chi sa!
Quando Alberto fu solo con Luigina le parlò del bacio avuto dal dottore ai Cinque Punti.
—Bisogna sapere chi è quella donna—disse Luigina—e se è degna del nostro dottore fare un bel matrimonio.
—Appena ritornate a New York ti informerai, mia cara Luigina. Io credo che il nostro bravo dottore sia rimasto ferito.
Fu deciso che fra otto giorni lascerebbero la campagna; questa era la prova più bella che Luigina era guarita.
In fatti giorno per giorno si vedevano i progressi della guarigione, e la bilancia sulla quale si pesava l’ammalata, indicava sempre un crescimento di peso.
Un appetito, che faceva andare in visibilio Cherubina, non abbandonava mai Luigina.
All’indomani il dottore e Alberto ritornarono a New York; sarebbero di nuovo andati alla villa la Domenica per tornarsene poi tutti insieme in città, dopo un paio di giorni di caccia.
CAPITOLO XXIII.
La notte non aveva portato il desiderato consiglio a Sara.
La fanciulla sempre più irritata, passeggiava per la strada maestra; si fermò ad un tratto a vedere dei lavoranti che scavavano un condotto nella viva roccia.
Gli operai facevano dei buchi nella roccia, poi da un cassone prendevano dei cannelli grossi come il dito pollice e lunghi un piede, mettevano quei cannelli nei buchi, e per mezzo di fili li ponevano in comunicazione con una batteria elettrica, quindi alzavano una bandiera rossa e fuggivano.
Pochi momenti dopo si udiva una terribile esplosione e le rocce saltarono all’aria.
—È dinamite—pensò Sara. Si allontanò pensierosa dai lavori.
—Con un paio di quei cannelli potrei far saltare in aria, la villa dove abita Luigina—mormorava la triste fanciulla.
Ad un tratto un lampo di gioia le sfolgorò nell’occhio nero, e con voce fremente disse:
—Se potrò avere la dinamite, tutto andrà bene.
Calata la notte Sara uscì dalla Villa e si diresse al luogo dei lavoratori visti alla mattina.
Era una sera senza luna, ma il cielo sereno, le stelle che brillavano intensamente riuscivano a mitigare alquanto le tenebre.
La miserabile giunse ben presto presso il cassone dove tenevano la dinamite.
Per una di quelle trascuraggini delittuose degli operai, non curanti delle sciagure che possono avvenire, il lucchetto che doveva assicurare il coperchio del cassone, era aperto.
Sara fremette di gioia.
Si guardò attorno; non vi era nessuno.
Risoluta aprì il coperchio e con grandi precauzioni si impossessò di quattro di quei cannelli pericolosi, che un urto qualsiasi poteva fare esplodere, mandando in frantumi la mano audace che li toccava.
Sara col prezioso e pericoloso fardello tornò alla villa.
In uno dei cassetti del suo canterale fra le sete, i merletti e le mussoline nascose la dinamite, quindi si spogliò e andò a letto.
Da qualche tempo la principessa Orloff non aveva più un gran contatto con Sara; la vedeva qualche volta restavano unite sulla terrazza parlando di mille cose differenti, senza piacere e senza affetto.
Annie non poteva provare nessun amore per la figlia e se ne rimproverava come un delitto.
All’indomani del furto di dinamite, Sara si recò a far visita a Luigina, l’accolsero molto bene, le offrirono del latte fresco ed essa mangiò con molto appetito.
Sara scrutò a lungo come era fatta la casa, e più di tutto si fermò nel luogo dove tenevano il carbone.
Certo il grosso del combustibile doveva essere nelle cantine, ma presso la porta della cucina eravi un cassone di legno nel quale il giardiniere metteva tutte le sere il carbone necessario per la giornata.
Sara e Luigina fecero una passeggiata assieme. La vittima designata, quieta, tranquilla, affettuosa, il carnefice ipocritamente gentile.
—Quando vi sposerete—disse Sara,—io voglio venire alle vostre nozze.
—Sarà un grande onore per noi—rispondeva Luigina.
—Sono amica del vostro fidanzato amica vostra ed è un dovere che io assista alla vostra gioia, alla vostra felicità.
In quei lieti parlare, passarono alcune ore e poi Sara ritornò alla villa.
Dopo la colazione la perversa creatura si ritirò nella sua camera e sciolto nell’acqua un pezzo d’inchiostro di China, tinse con grande precauzione i cannelli di dinamite, i quali da giallicci che erano divennero neri lucenti.
Fu soddisfatta della sua operazione diabolica.
A notte avvolse la dinamite in un drappo nero e si diresse verso la Villa di Baciccia.
Pioveva e tirava un vento freddo, araldo dell’autunno.
Le tenebre erano complete; ma Sara conosceva bene le strade, poi a guisa dei gatti vedeva nell’oscurità.
Certo tutti gli abitanti della villa erano a letto perché non si vedeva nessun lume, anche i cani dovevano essere al coperto perché nessun di loro si mosse, nessuno dette l’allarme.
Sara, col cuore che le batteva forte forte, non già per il rimorso dell’opera infame che commetteva, ma per la paura di essere scoperta, si avvicinò al cassone del carbone quasi pieno di combustibile e vi collocò con mille precauzioni i cannelli di dinamite, quindi fuggì e sparì nelle tenebre.
Quando fu in camera sua, ebbe un sorriso di esultanza.
—Domani—mormorò—quando accenderanno la stufa la casa salterà in aria e la mia rivale perirà sotto le macerie e Alberto sarà mio.
Questa fanciulla poco più che diciassettenne, che aveva preparato col sangue freddo di un brigante emerito, il più orribile delitto, andò a letto e dormì lieta e felice, sognando i baci e le carezze del pittore italiano.
CAPITOLO XXIV.
William, l’agente di David e Beniamino, non aveva speso male il suo tempo durante un mese; e con dei veri miracoli di astuzia aveva potuto scoprire tutta la trama ordita dai suoi principali per dare una falsa figlia alla principessa Orloff.
Non seccheremo i lettori col narrare tutte le malizie adoperate da William per giungere alla luce; diremo solo che il bandolo della matassa gli venne dato dall’avvocato di Annie, il quale un bel giorno, quando si presentò da lui William, con una faccia franca, ammirabile, gli disse:
—Quella brava gente che allevò la principessina Orloff sta bene, e la buona Rebecca e il bravo Giosuè possono andare a trovarla.
William al colmo della gioia lasciò l’ufficio dell’avvocato e in due giorni seppe qual razza di figlia quella buona Rebecca e quel bravo Giosuè avevano gettato fra le braccia della troppo credula principessa Orloff.
Era un segreto quello che possedeva che valeva dei milioni.
Finalmente anche per lui spuntava il sole.
Un bel giorno David e Beniamino—i quali avevano vinto alla Borsa somme enormi—chiamarono William e gli dissero:
—Ci ritiriamo dagli affari. La nostra agenzia voi lo sapete rende dai trenta ai quarantamila dollari all’anno.
Abbiamo pensato di cedervi tutto a patto che vi obbligate a pagarci diecimila dollari all’anno per cinque anni. William guardò i suoi principali e poi con grande calma disse:
—La proposta non vi è che dire è bella; ma io ne ho una migliore.
—Sentiamo mio caro William—si affrettò a rispondere David.
—Ecco qua: voi mi cederete l’Agenzia e mi darete cinquantamila dollari perché possa estendere gli affari.
Beniamino e David si guardarono trasognati, credettero che William fosse divenuto matto.
—Non rispondete?—chiese William.
—Per la barba di Mosè—disse Beniamino, intendiamoci un poco.
—È presto inteso. Mi cederete gratis l’Agenzia e mi regalerete cinquantamila dollari.
—Ma siete matto—gridò David.
—Non credo, e se volete ascoltarmi vi convincerete che sono un bravo uomo, che mi contento di poco.
I due ebrei sbuffavano, alzavano le mani al cielo, si contorcevano sulle loro poltrone.
—Quanto avete guadagnato—continuò William con una calma spaventevole—nell’affare della principessa Orloff?
David e Beniamino si fecero lividi.
—Una bella somma non è vero? Or bene cosa devo guadagnare io per mantenere il segreto sul fatto che voi avete fabbricato una figlia per quella ingenua principessa Orloff, alla quale avete data una ragazza viziosa, cattiva, perversa, la cui madre fu conosciuta da mille persone?
Gli ebrei erano allibiti; quel diavolo di William teneva loro le mani nei capelli.
Compresero che era inutile, assurdo protestare, con un uomo che aveva l’abilità di scoprire un segreto che ritenevano tanto bene conservato.
—Bene, William—disse David—non discuteremo sulla specie di ricatto che volete tentare a nostro danno, e vi offriamo gratis l’Agenzia. Ci pare che in questo affare l’unico che guadagna siete voi.
—Vedo che cominciamo ad intenderci, e mi piace che non tentiate di negare o di difendervi.
Accetto adunque l’Agenzia, ma dotata di cinquantamila dollari.
—Non ci lasceremo spogliare—gridò Beniamino.
—Bene, fate come credete, l’avvocato della principessa pagherà bene le mie rivelazioni centomila dollari, ed io potrò mettere su un’agenzia, mentre voi dovrete chiudere e forse andare a Sing Sing a meditare che non sempre si può fare i giuochi dei bussolotti.
I due soci si consultarono con lo sguardo e poi David disse:
—Domani vi daremo una risposta.
—Va bene; domani o sì o no.
Rimasti soli i due ebrei si misero a sospirare come disperati.
L’Agenzia e cinquantamila dollari; era un ladrocinio, un’infamia!
Chiamarono in testimone del loro dolore tutti i patriarchi del loro calendario, gemettero sulla loro sventura che li colpiva.
I furfanti non pensavano che avevano guadagnato nel losco imbroglio un mezzo milione di dollari, e che alla Borsa col denaro della principessa avevano fatto fortuna.
L’ebreo è attaccato al denaro con una tenacia da non dirsi; se potessero invece di dollari dare brani della loro carne si farebbero scarnificare!
David e Beniamino però dovevano ingoiare l’amara pillola e rassegnarsi al loro destino.
Così dopo tanti sospiri decisero di arrendersi ai voleri di William.
CAPITOLO XXV.
Cherubina secondo il solito si levò molto presto.
Era allegra e contenta! Oramai la Luigina non aveva più nulla da temere, quelle maledette bestiacce che aveva nei polmoni erano scomparse.
Accese la stufa impiegando il poco carbone che aveva nella cucina.
Ben presto fu pronto il caffè e furono pronti quei crostini fatti di latte e di burro che piacevano tanto a quella ghiottona di Luigina.
Baciccia aveva deciso di andare a New York per dare una occhiata ai suoi affari, e anche per assistere alla festa dei fruttivendoli italiani, i quali avevano anche fatto un’esposizione di frutta, della quale si diceva meraviglia.
Appena Luigina comparve nella saletta da pranzo, si misero a tavola.
Faceva piacere a vedere mangiare Luigina; divorava addirittura.
Cherubina la guardava in estasi.
Dopo la colazione Baciccia si avviò alla stazione, il tempo era ridivenuto bello e Luigina lo accompagnò per un bel tratto, quindi ritornò alla villa riconfortata da quella breve passeggiata.
Sara fremente, inquieta, sdraiata in una amaca posta fra due quercie aspettava, attendeva la esplosione.
La stufa in casa di Baciccia si era spenta. Cherubina era andata a fare una visita alle stalle e si era trattenuta a parlare di mille cose, non ritornò che a mezzogiorno e lesta, lesta si mise a preparare la stufa.
Vi mise della legna secca, poi prese dal cassone un paio di palettate di carbone e le adagiò sulla legna.
Accese un fiammifero incendiò un giornale, lo collocò sotto il graticolato della stufa e quindi si recò a chiedere a Luigina, cosa voleva da mangiare.
Luigina se ne stava sdraiata in una comoda poltrona sotto l’atrio a colonne della villa.
Aveva un ricamo in mano, ma non lavorava, il suo sguardo brillava di gioia, essa pensava al suo Alberto.
—Ebbene Luigina—disse Cherubina—cosa si mangia oggi?
—Quello che vuoi zia.
—Quello che voglio! Quello che voglio!.... Quello che vuoi tu, angelo mio!
—Ebbene allora....
Non poté finire si intese un fracasso orribile, le mura della villa schiantate, divelte crollarono, il soffitto precipitò.....................................
In un attimo di quella casa graziosa non restò che un mucchio di rovine, alle quali per colmo di sventura si appiccò il fuoco.
Cherubina e Luigina furono sepolte sotto le macerie... ................. ............... .........
CAPITOLO XXVI.
Baciccia sbrigati i suoi affari era andato allo studio di Alberto dove trovò anche il dottore.
—Sentite—disse il brav’uomo—oggi è giorno di festa per i fruttaioli. Andiamo a fare un buon pranzo in qualche restaurant e poi rechiamoci al Sulzer Park a divertirci un poco.
La proposta fu accettata.
Si recarono al restaurant Plavano, mangiarono di buon appetito, discorsero di mille cose liete e quindi con la ferrovia elevata andarono al Park.
Le danze non erano ancora cominciate, ma molti italiani visitavano, ammirati, le belle frutta esposte dagli italiani.
Ammirevoli i lavori graziosi indovinati dalle ditte Cella, Gandolfo, Cavagnaro, Biggio, Cuneo, Gargiulo, Baciccia.
Sicuro anche Baciccia aveva un grande trofeo, dove l’uva vellutata, le pesche dai vivi colori, gli aranci dorati, le pallide banane, i limoni di Sicilia, sapientemente disposte davano l’apparenza di un riuscitissimo mosaico veneziano.
Innanzi a quel trofeo uscito dal suo magazzino, Baciccia andava in estasi e Alberto diceva:
—In parola voglio dipingerlo perché ci resti per memoria.
Antonio Zucca, presidente della festa portava la sua lunga figura da per tutto, felice di quel successo pieno ed intero dell’esposizione della quale i giornali avrebbero certo parlato.
I fruttivendoli cominciavano ad essere una potenza, il commercio doveva a questi benemeriti un grande sviluppo.
La California aumentando sempre più la sua produzione aveva bisogno di consumo e i fruttivendoli italiani si incaricavano della bisogna.
Verso le quattro un’orchestra cominciò a suonare degli scelti pezzi di musica; il Park si popolava, le signore e le signorine italiane giungevano a frotte, era una festa di colori, di fiori, una gaiezza grande.
Ad un tratto il pittore trasalì; in mezzo ad un gruppo di fanciulle aveva scorto la bruna dal bacio.
La fanciulla scorgendo il salvatore di Luigina si fece di porpora.
Alberto fu salutato dalle amiche della bruna, le quali ebbero un seducente sorriso per il dottore.
Poco dopo il medico sapeva che la fanciulla bruna si chiamava Vittoria Laurana, e da un suo amico la si faceva presentare.
—Signorina—disse il dottore—ho ancora da rendervi delle grazie per....
—Dottore, per carità non ricordatemi quel momento di entusiasmo.
“Se sapeste!....
—Vi siete pentita.
—No!—rispose risolutamente Vittoria.—Nell’atto da me compiuto non eravi nulla di male. Fui compagna di scuola di Luigina, le voglio tanto bene; l’ho pianto perduta, uccisa dal male terribile che dicono non perdona, quando ho saputo che l’avete salvata, ho ceduto ad un impeto del cuore, e vi ho baciato. Sono colpevole....
—No signorina.
—Eppure si sollevarono tante chiacchiere, tante malignità. Voi stesso, avete creduto che io dispensi i miei baci molto facilmente, eppure vi giuro che le mie labbra non dettero mai un bacio ad un uomo!
Vittoria era deliziosamente bella, un abito di un candore immacolato faceva risaltare il suo volto bruno dal profilo perfetto.
Le labbra di Vittoria erano un poema di grazia e seduzione, i suoi occhi uno splendore, dei capelli ricci, neri, lucenti, completavano a meraviglia quella deliziosa figurina, dalla vita flessuosa, dal seno colmo e provocante.
Figlia di un ricco negoziante di liquori, nata in America, aveva delle americane quella libertà, che alcuni criticano, ma che è una seduzione vera in quelle che non passano il limite e si mantengono, anche nella loro libertà, avvolte nel pudico velo del loro candore.
Il dottore guardava estasiato la bella fanciulla.
—Signorina—disse ad un tratto il dottore—vi è un modo semplice per legalizzare quel bacio tanto malamente giudicato dalle maldicenti.
—Un mezzo?....—chiese Vittoria.
—Sì. Ma voi non vorrete usarlo.
—Dite, dottore.
In quel momento Alberto tutto sconvolto venne ad interrompere il dolce idilio.
—Che fu Alberto?
—Dottore, dottore, alla Villa è successa una grave disgrazia. Il fattorino del mio ufficio mi ha portato due telegrammi del Capo stazione, questi telegrammi dicono:
“Gravissima disgrazia, accorrete alla Villa.”
—Partiamo, partiamo!—disse il dottore. Raggiunsero Baciccia il quale sembrava divenuto pazzo.
Vittoria vedendo la desolazione dell’uomo che amava dello zio di Luigina e di Alberto restò atterrita; delle lagrime gli scesero sulle guancie bellissime, e per il Dottore quelle lagrime furono la rivelazione di cuore buono, gentile, affettuoso.
I telegrammi laconici erano terribili.
Baciccia e i suoi compagni lasciarono il Park tristi, con una oppressione da non dirsi.
Un treno partiva dalla stazione di Desbrosses St. fra venti minuti.
Sarebbero arrivati a tempo?
Salirono in una vettura promettendo dieci dollari al cocchiere se avesse fatto correre per bene il cavallo.
La carrozza partì a grande velocità.
Giunsero che il battello stava per partire, furono lieti di quel primo successo.
Quando scesi dal battello salirono in treno gettarono un sospiro di sollievo....
Ma che lungo e penoso viaggio, che oppressione al cuore.
Non osavano interrogarsi. Cosa era avvenuto?
Alberto tetro, con lo sguardo fisso, incerto, se ne stava tutto rannicchiato sul suo sedile, scosso da lunghi brividi.
Baciccia guardava il dottore, il quale invano cercava le parole per confortare il brav’uomo.
In tanto al Park si era sparsa la nuova che una sventura era avvenuta alla famiglia di Baciccia.
Fu un dolore unanime, sentito, sincero; la festa perdette tutta la sua gaiezza.
CAPITOLO XXVII.
Il rombo della terribile esplosione che aveva distrutto la casa di Baciccia fu inteso a molta distanza, i cristalli della Villa delle Rocce furono infranti.
Sara che attendeva quel rombo, nell’udirlo dette un grido di gioia.
La perversa creatura aveva organizzato il suo delitto con diabolica malizia. Tutto era preveduto, da quella carnefice in gonnella!
Tanta malvagità ripugna a credersi; ma troppo il fatto è vero.
La principessa uscì dalla Villa spaventata; i servi tutti uscirono all’aperto.
—È successa una grave sciagura—disse la principessa—presto accorrete a vedere di cosa si tratta.
Da ogni parte accorreva gente, i lavoratori della strada avevano lasciato il loro posto, i contadini smessi i lavori tutti si dirigevano verso la Villa di Baciccia.
Quando videro la casa crollata, le macerie fumanti, furono presi dallo spavento, restarono immobili non sapendo cosa fare.
Per fortuna lo sceriffo del paese gridò:
—Ragazzi qui, sotto queste macerie vi devono essere le padrone della Villa, all’opera per Dio, e cerchiamo di salvarle se è possibile.
In quella giungeva Sara la quale gridò:
—Mille dollari per ogni persona che salvate.
L’infame ebbe anche l’inaudito coraggio di fare quell’offerta.
Anche i servi della Villa delle Rocce si misero all’opera.
Chiamavano ad alta voce, nessuno rispondeva, non un gemito, non un sospiro usciva da quelle macerie.
La lattaia e il contadino di Baciccia, piangevano, smaniavano, si strappavano i capelli.
Mentre alcuni lavoravano con precauzione per frugare nelle macerie, altri gettavano acqua per estinguere l’incendio.
La principessa Orloff non ebbe il coraggio di andare sul luogo del disastro; informata di ciò che era avvenuto ne provò un grande e sincero dolore.
Sara incoraggiava i lavoranti, oramai era sicura che la sua rivale non viveva più e voleva farsi un merito della sua carità, del suo interesse.
Lavoravano da cinque ore senza risultato, essendo il lavoro di sgombro difficilissimo, quando giunsero Alberto, Baciccia e il dottore.
Ciò che provassero quei disgraziati nel vedere la casa distrutta, è impossibile a descriversi, ma lo strazio, il dolore presero proporzioni terrorizzanti, allorché seppero che Cherubina e Luigina certo erano rimaste sotto le macerie.
—Coraggio,—disse Sara ad Alberto—spero che la salveranno.
Alberto non intese neppure, si gettò in mezzo a quei che tentavano il salvataggio, gridando, chiamando a grande voce la sua Luigina.
Era una scena che faceva piangere anche i più forti.
Ad un tratto uno dei lavoranti gridò:
—Ho inteso un gemito!
Tutti si rianimarono, Alberto scavava, scavava, penetrava fra i rottami, cento volte arrischiò di essere sfracellato.
Annottava, si continuò il lavoro con le torce, e lo spettacolo al colore rossastro dei lumi, con le grandi ombre vaganti fra il fumo di quei rottami assunse un aspetto tragico.
Sara non si muoveva, sembrava inchiodata al suo posto.
I gemiti partenti dalle macerie si facevano più distinti, sembrava che coloro che vivevano ancora fossero nelle cantine della casa distrutta.
Il medico era corso al vicino villaggio per procurarsi delle bende, dei medicamenti.
Nella casa del contadino furono preparati i letti per ricevere le vittime del disastro.
Baciccia seduto a piè di un albero, con la testa fra le mani piangeva silenziosamente.
Il lavoro continuò febbrilmente; per fortuna, il fuoco fu domato presto, altrimenti sarebbe stato impossibile l’opera di salvataggio.
Ad un tratto in mezzo alle macerie con una donna fra le braccia sorse Alberto.
Quell’uomo annerito dal fumo, con gli abiti a brandelli tutto bianco di calce, sembrava un’apparizione fantastica.
—Dottore! Dottore!—gridò—venite a prendere Luigina, io ho un’altra persona da salvare, ma mi abbisognano due uomini forti e decisi ad affrontare la morte.
Tutti si offrirono.
Baciccia al grido di Alberto si scosse, si levò come galvanizzato.
—Luigina! Luigina salva!—gridò.—E mia moglie?
—La salveremo!—rispose Alberto.
Il dottore prese fra le braccia Luigina, la trasportò di corsa verso la casa del contadino, l’adagiò sul letto.
Il volto della fanciulla era del pallore della morte; giù dai capelli scendeva un filo di sangue che scorrendo sul volto dava l’apparenza di una vena di corallo sopra un marmo prezioso.
Sara comparve sulla porta della casa e chiese ansiosamente:
—Dottore, Luigina è salva?
—Dio solo lo sa—rispose con voce triste il dottore.
Allora l’autrice del misfatto se ne andò alla Villa delle Rocce, sicura che la sua rivale non sarebbe vissuta.
Anche Cherubina fu tratta dal fondo della cantina dove era caduta insieme a Luigina.
Aveva una gamba rotta a metà della coscia.
Quella caduta nella cantina dovuta alla frana del pavimento del corridoio fu la salvezza delle due donne, perché del pavimento franò una piccola parte e la volta della cantina sorresse le macerie che altrimenti avrebbero schiacciato le poverette.
Alberto non ebbe la forza di trasportare Cherubina insieme a quei che avevano aiutato a salvarla.
La disgraziata non dava segno di vita, e Baciccia che la chiamava amorosamente, non ebbe nessuna risposta.
Il desolato marito si strappava i capelli, gridava, piangeva, era in uno stato da mettere pietà.
Ben presto anche Cherubina fu adagiata sopra un materasso nella cucina del contadino.
Il dottore con accento fermo dichiarò che non voleva altro aiuto che quello della lattaia. Poi chiese di Alberto, in quel momento il giovane, pallido, barcollante, comparve sulla soglia della porta insieme a Baciccia.
—Dottore,—disse con voce fioca—cosa dobbiamo sperare?
Il giovane dottore rialzò il capo, il suo volto non bello appariva in quel momento come illuminato da un raggio divino:
—Io non dispero della scienza—disse,—e non credo che Dio sia spietato. Alberto, Baciccia, prendete cura di voi e fra poco spero di portarvi la parola che conforta e fa cessare le lagrime. Ora vi sono due donne che hanno bisogno di me; mi metto all’opra, che nessuno mi disturbi.
Alberto e Baciccia non fiatarono, e circondati dalle cure pietose dei molti presenti si recarono alla latteria a prendere un poco di ristoro, ad aspettare e sperare.
CAPITOLO XXVIII.
Sul luogo erano giunte le autorità del vicino villaggio, ora che sotto le macerie non eravi più nessuno, cominciava l’opera per conoscere le cause del disastro che aveva immerso tutto il vicinato nello spavento.
La principessa Orloff di temperamento sensibilissimo non ebbe il coraggio di andare sul luogo del disastro; Tom di quando in quando le portava le notizie.
Si mostrava addoloratissima; non conosceva per nulla i suoi vicini, ma sapeva che sua figlia fu in quella villa ospitale della quale non restava oramai che un mucchio di rovine.
Non andò a letto che quando tornò Sara.
—Ebbene!—le chiese con ansia.
—Hanno tratto zia e nipote dalle macerie, un medico è presso di loro, ma dubito che la scamperanno.
—Poverette!—mormorò commossa la principessa.
Sara quando fu nella sua camera, sorrise come devono sorridere i demoni, se è vero che ci sono.
Nessun rimorso per quello che aveva fatto; lo spettacolo al quale assisté recitando una parte che faceva orrore al suo talento e diceva tutta la perfidia del suo cuore, non la impressionò per nulla.
—Domani Alberto piangerà la sua fidanzata morta.
“Io lo consolerò, gli preparo amore, ricchezza, felicità.
Così diceva la perfida mentre cadevano le sue vesti, e la sua nudità trionfante usciva dalle sete e dai velluti.
Poi si compiaceva della sua idea, era ammirevole, mai nessuno prima di lei aveva pensato ad adoperare un mezzo tanto sicuro per disfarsi senza pericolo, di gente che dà fastidio.
Essa considerava quel delitto come una necessità; non poteva e non voleva rinunziare ad Alberto, e se Luigina vivesse non sarebbe mai stata amata dall’uomo che ad un tratto svegliò il suo amore e i suoi sensi.
Pensando che presto l’uomo amato le sarebbe compagno, entrò fra i bianchi lini con un brivido di voluttà che le percorse il corpo fidiaco....
Non stette molto ad addormentarsi e sognò ebbrezze inaudite in braccio all’uomo amato.
Sara faceva i conti senza la giustizia di Dio, e presto si sarebbe accorta che i delitti si pagano.
Lasciamola dormire e sognare.....
CAPITOLO XXIX.
Luigina non tardò a riprendere i sensi. Volse il suo sguardo velato attorno a sé e scorgendo il dottore che ansiosamente la fissava, chiese:
—E la zia?
—Salva.
Un celestiale sorriso illuminò il volto della fanciulla.
—Salvata da Alberto che trasse pure voi dalle macerie della Villa.
Non è possibile descrivere l’impressione che fecero quelle parole sopra Luigina, il suo volto manifestò gioia, riconoscenza, orgoglio....
—Ora Luigina,—disse il medico,—bisogna dirmi cosa vi sentite.
—Un gran dolore al capo.
Il medico che già aveva esaminato la ferita alla testa disse:
—Se tutto il male è quello fra due giorni tutto sarà passato.
—Respirate bene?
—Sì.
—Non avete dolori al petto?
—No.
—Dolori alle gambe, alle reni?
—Dei dolori alle gambe, come se fossero bastonate.
—Basta non parlate più.
—Gregoria,—chiamò il medico. La lattaia apparve.
—Datemi del wiskey.
La lattaia obbedì, il dottore porse il bicchiere a Luigina dicendole:
—Bevete.
La fanciulla bevve.
—Ed ora Luigina state quieta, vostra zia ha bisogno di me.
—Andate dottore, andate.
Il medico passò nell’altra stanza; la brava lattaia aveva svestito Cherubina la quale a stento aveva ripreso i sensi, appena vide il medico chiese:
—E la mia Luigina?
—Domani non avrà altro,—rispose il medico.
—Ah! Posso morire contenta.
—Che morire! Per voi l’affare sarà un poco più lungo; ma non dubitate guarirete presto.
La visita che il medico fece a Cherubina lo convinse che le sue prime previsioni erano esatte e che la poveretta aveva la gamba fratturata.
—Avrei bisogno di un collega—mormorò.
In quello fu bussato alla porta.
—Chi è?—chiese.
—Signor dottore—rispose il giardiniere—vi sono due medici di Paterson.
—Benissimo!—e in ciò dire aprì la porta.
—Caro collega—disse il più vecchio dei medici,—possiamo esservi utili?
—Certamente la proprietaria della villa ha una gamba fratturata e se si potesse subito accomodare tutto andrebbe per il meglio.
—Abbiamo nella nostra carrozza tutto l’occorrente.
—A meraviglia.
—E dite collega la fanciulla....
—Ha riportato una leggiera ferita al capo e delle contusioni e nulla più; almeno lo spero.
—Ma è un miracolo!
—Io pure lo credo.
Intanto il più giovane dei medici aveva portato l’occorrente per la medicatura della gamba.
—Cari colleghi—disse il dottore—fra cinque minuti sarò da voi.
Poi rivolto a Cherubina le disse in italiano vado a consolare Baciccia e Alberto.
I poveretti aspettavano in uno stato di eccitazione da muovere pietà quando il medico entrò si levarono di scatto; non ebbero forza di pronunziare una parola e quando il medico dette loro la consolante notizia della salvezza delle due donne si gettarono piangendo l’uno nelle braccia dell’altro.
—Amici miei—disse il medico—fra un’ora rivedrete le nostre care ammalate.
—Dottore! Dottore!—mormorò Alberto,—Luigina vi dovrà due volte la vita.
—Una volta sola amico mio, l’altra la deve a voi, voi la salvaste.
Il Dottore tornò presso Cherubina, la brava donna subì la penosa operazione con un grande stoicismo; e i tre medici gareggiarono nel far bene e il dottore italiano non ristava dal dire:
—Cari colleghi, il miracolo continua perché il cielo ci ha mandato due maestri.
E quella lode spontanea faceva un gran piacere a quei due medici, i quali di nome e per i suoi scritti conoscevano il collega, e sapevano ciò che valeva.
Due o tre volte quando il dolore era più forte Cherubina mormorava:
—Ah! boia! boia!
Ed era tutto.
—È di ferro questa donna—diceva il medico americano entusiasmato.
La lattaia venne a dire che Luigina erasi assopita.
—Va bene—rispose il dottore—vegliate però.
—Ma come è stato?—chiedeva il medico, mentre preparava le stecche per imprigionare la gamba.
—Non si sa ancora nulla, capirete, caro collega, che prima era necessario pensare alle vittime.
—Ho visto prima di entrare qui l’ufficiale di polizia e mi ha detto che trattasi certo di un’esplosione di dinamite.
—Dinamite!.... Ma chi l’ha portata alla villa?
I dottori tacquero un poco, bisognava ingessare la gamba; terminata quell’operazione ripresero a parlare.
—È un miracolo che le due donne della villa, siano vive. Tutto è distrutto, tutto annientato. La voce corsa era che nessuno si era salvato.
—Per fortuna la voce è falsa.
La medicatura era finita.
I due medici americani lasciarono il loro nome al collega italiano, il quale dichiarò che avrebbe inviato al loro indirizzo quanto aspettava, e per tanto a nome della famiglia di Baciccia, faceva loro i più sentiti ringraziamenti, lieto di avere conosciuto in quella sera fatale i due distinti e bravi colleghi, augurando che si sarebbero ancora visti per combattere insieme per la scienza e per l’umanità.
Gli americani risposero gentilezza per gentilezza, e i medici si lasciarono con affettuose dimostrazioni.
Quando Baciccia poté essere ammesso a vedere la moglie, questa lo accolse col più bel sorriso, allora il poveretto che in poche ore era invecchiato di dieci anni, cominciò a piangere come un bambino, ma quelle erano lagrime di gioia.
—Boia! boia!—mormorava commossa Cherubina.
Alberto, salutata affettuosamente la zia, entrò piano piano nella camera della nipote.
Luigina era assopita.
Il sangue dalla ferita scorreva ancora, non era che un filo, che spiccava sul pallore del volto.
Alberto ebbe paura, e chiamò il medico, questi comparve, dette uno sguardo alla fanciulla e disse al giovane:
—Domani tutto sarà passato.
Allora Alberto si gettò in ginocchio a piè del letto e scoppiò in pianto.
Luigina fece un movimento, Alberto si alzò.
I belli occhi si aprirono, scorgendo l’uomo amato dette un grido di gioia, si levò sul letto, stese le braccia ad Alberto mormorando:
—Mio salvatore, quanto ti amo!
Scambiarono un lungo bacio. Come quel momento di pura gioia compensava di tutti i dolori, di tutte le ansie di quel momento di inenarrabile angoscia.
CAPITOLO XXX.
Dicemmo già come alla festa dei fruttivendoli si fosse sparsa la voce che una sventura doveva avere colpito la famiglia di Baciccia. Si facevano mille congetture; sapendo lo stato di Luigina si credette che l’etisia l’avesse ucciso in un assalto di quei che non perdonano.
A dire tutta la verità sul tragico evento giunsero i venditori del Bollettino della Sera; il giornale in una edizione speciale portava il seguente laconico telegramma.
“La villa del noto negoziante italiano Baciccia, zio della Stella dei Cinque Punti, fu distrutta da un’esplosione.
“La zia e la nipote restarono sotto le macerie e non avvi speranza che siano salve.”
Questo telegramma era seguito dal seguente breve comento :
“Siamo atterriti per tanta sciagura, la quale sarà risaputa con viva emozione da tutta la colonia e specialmente ai Cinque Punti. Ci è impossibile dare in questo momento altri particolari sul disastro.
“Facciamo per tanto voti perché la sciagura sia minore di quello che il telegrafo ci annunzia.”
Pochi minuti dopo che il Bollettino ebbe data la triste notizia, fuvvi alla festa il ricevimento.
Sulle lunghe tavole coperte di candide tovaglie erano i ricchi piatti di porcellana, delle frutta meravigliose ghiacciate, nei secchi il Moscato spumante si gelava, i tersi bicchieri scintillavano sotto i fasci della luce elettrica....
Gli invitati, fra i quali numerose signore, presero posto alle tavole.
Tutti erano mesti, non si sentiva il più piccolo rumore, regnava un silenzio penoso.
Antonio Zucca si alzò; era commosso fino alle lagrime, egli disse:
—Signori e signore, voi tutti conoscete la sciagura che ha colpito uno dei nostri migliori italiani.
“Sarebbe fare un’offesa ai vostri sentimenti se io vi invitassi a gioire e tripudiare. Non mi è dato di sospendere la festa dove sono anche molti stranieri, i quali avendo pagato il loro biglietto hanno diritto di divertirsi; però posso sopprimere il ricevimento, e così faccio, invitando tutti a lasciare in segno di cordoglio questa sala.”
Un mormorio di approvazione accolse quelle parole, mentre tutti si levarono e lasciarono non solo la sala, ma anche il Park, il quale del resto era già deserto.
Gli italiani, anche prima che il presidente della festa avesse parlato, si erano ritirati dando prova di squisito sentire.
Se al Park, nel tripudio di quella festa tanto bene riuscita, la impressione della disgrazia fu grande; è indescrivibile ciò che avvenne ai Cinque Punti.
Il Bollettino andò a ruba; dei bravi giovani ritti sulle panchine della piazzetta, leggevano la triste notizia.
Una emozione grande, sincera invadeva tutti, nessun occhio era asciutto....
Uomini e donne commentavano piangendo il fatto orribile. Valenti sembrava impazzito, Cevasco correva di qua e di là, interrogava, chiedeva notizie.
Al 178 Park Row faceva ressa la folla, si volevano altre notizie.
Non se ne potevano dare ad onta che si fosse telegrafato replicatamente per averne.
Disgraziatamente non vi erano più treni per recarsi sul luogo del disastro; ma Bacigalupo fece attaccare due dei suoi migliori cavalli e quando comparve ai Cinque Punti pronto a partire da ogni parte si levarono grida di:
—Bravo! bravo!
Gli americani sorpresi chiedevano il perché di tanta agitazione e quando sapevano di cosa si trattava, convenivano che gli italiani erano gente di cuore.
La carrozza di Bacigalupo fu presa d’assalto, tutti volevano partire; ma pochi furono gli eletti.
Presero posto nella carrozza Valenti, Cevasco, Nannetti e uno dei direttori del Bollettino.
—Telegrafate—diceva la folla—aspetteremo tutta la notte.
Lo ripetiamo, può sembrare esagerato tutto questo sentimentalismo, ma chi conosce il cuore nobile buono e generoso di quei dei Cinque Punti, non è certo sorpreso.
Era da poco partita la carrozza di Bacigalupo, quando comparvero quattro baldi giovanotti della Rifle Guard.
Indossavano ancora la rossa camicia del garibaldino essendo stati ad una festa in campagna.
Appena furono informati del fatto decisero di partire per prendere parte al salvataggio se era possibile.
Fu immediatamente pronta una carrozza.
I bravi giovani stavano per partire quando Vittoria Laurana si avanzò e disse:
—Antonio, fratello mio, conduci anche me, chi sa che Luigina non abbia bisogno di un’amica.
—Vieni sorella—rispose Antonio.
La carrozza partì in mezzo agli applausi. Bacigalupo non risparmiò i cavalli, e giunse alla Villa proprio nel momento che i medici americani partivano.
Poco dopo giungevano quei della Rifle Guard e Vittoria.
Nell’apprendere che Cherubina e Luigina erano salve, fu uno scoppio di gioia da non dirsi.
CAPITOLO XXXI.
Furono ammessi tutti a visitare Cherubina e Luigina, le quali piansero di riconoscenza nel vedere quanto erano amate.
Vittoria scorgendo il dottore si fece rossa, rossa e disse:
—Dottore, sono venuta e se avete bisogno di un’infermiera disponete di me.
—Siete un angelo—rispose il dottore raggiante di felicità.
Non potendo restare, non offrendo la casa del contadino comodità per albergare tanta gente, fu deciso che rimarrebbe solo Vittoria, gli altri partirebbero per Paterson, dove passerebbero il restante della notte e da dove avrebbero telegrafato a New York.
Mentre prima tutti avevano fatto il viaggio muti, oppressi, addolorati, nell’andata a Paterson si dettero alla pazza gioia, e il silenzio della campagna fu turbato dai canti giulivi, dalle liete risate.
Giunti ben presto a Paterson si recarono all’ufficio telegrafico, colà seppero che fra pochi minuti passava il diretto per New York; Valenti e il direttore del Bollettino decisero di partire.
Così fecero, e un’ora dopo mettevano piede a New York. Noleggiata una vettura, giunsero ben presto ai Cinque Punti dove ancora era una gran folla.
Le notizie portate dettero luogo ad una dimostrazione di gioia.
Nella gran sala di Valenti furono spillati dei barili di birra; si brindò, si acclamò.
Quei che erano andati a letto si alzarono, si affacciarono alle finestre, chiedendo notizie.
Le domande e le risposte si incrociavano, una grande e lieta emozione dominava in tutto il quartiere.
—Dio sia benedetto—si diceva da alcune.
—La nostra Stella è salva—ripetevano altri.
—Che bella cosa!
—Che paura, Dio mio!
—È un angelo, non poteva morire così!
—Dio è giusto.
—Ora dormirò contenta.
—Come sta, l’hanno vista?
—Sì, sì, l’hanno vista?
—È proprio salva?
Le finestre si rinchiudevano allegramente, i ritardatari andavano a casa lieti e sorridenti, tutto ritornava nel silenzio, ma da Valenti si beveva ancora.
—Voglio prendere la sbornia!—gridava Nannetti.
La birra correva a fiumi e Valenti sorridente, felice diceva:
—Bevete! Bevete alla salute della nostra Stella!
Nessuno si occupava di sapere come era andata, il fatto lo avrebbero saputo poi, l’essenziale stava nella salvezza di Luigina e della sua zia.
CAPITOLO XXXII.
All’indomani di quella notte ricca di tanti tristi e lieti avvenimenti; Sara si levò sorridente fece una modesta toilette e quindi col cuore un poco trepidante, si diresse verso il luogo dove sorgeva la casa di Baciccia.
Vide degli uomini che frugavano nelle macerie sotto l’occhio vigile dei poliziotti.
Non provò nessuna emozione. Cercassero pure, non potevano mai sospettare chi fosse l’autore del delitto.
L’emozione la provò quando seppe che tanto Luigina come la zia erano salve.
Per poco non si tradiva dando in uno scoppio d’ira e di disperazione. Si tratteneva a tempo, si calmò e finse di essere al colmo della gioia.
Alberto quando la scorse le andò incontro con la mano stesa dicendole:
—Signorina, so quello che avete fatto ieri a sera e vi assicuro che non lo dimenticherò mai. Avete mostrato di essere una buona e sincera amica.
—E Luigina?—chiese la perfida.
—Fuori di pericolo.
—E la zia?
—Una gamba fratturata, ma rimessa a posto splendidamente. Quaranta giorni di letto. Ecco tutto.
—Ma come avvenne il disastro?
—Non si sa ancora nulla, un abile agente venuto da Paterson assicura che si tratta di dinamite. Se questa teoria è vera bisogna ritenere che una mano infame portò alla villa quel terribile esplosivo. Le ricerche continuano, e se vi è un colpevole è sperabile che lo scoprano.
—Un colpevole? Ma chi volete mai che abbia commesso un sì terribile delitto? E poi a quale scopo?
—È vero, signorina, non vi era scopo, ed è questo che rende difficile il dare una spiegazione al terribile evento.
—Sentite, signor Alberto, Luigina e la sua zia non possono stare nella casa del contadino, ed io metto a vostra disposizione la Villa delle Rocce.
—Grazie, grazie di cuore. Non accetto la vostra offerta perché è già deciso che quest’oggi si parte per New York.
—Ma come farete per la zia se ha una gamba fratturata?
—Si trasporterà la signora Cherubina sopra una barella fino alla stazione dove stanno approntando un vagone letto.
—Mi dispiace, avrei voluto mostrare a quelle povere donne l’interesse che prendiamo alle loro sventure.
—Esse lo sanno, signorina, e ve ne sono grate.
—Potrei vederle?
—Certo.
Sara fece alcuni complimenti a Cherubina e quindi passò nella camera di Luigina, presso la quale era Vittoria.
La perfida fanciulla ebbe il coraggio di gettare le braccia al collo della poverina e baciarla.
Luigina senza sapere bene perché, provò un senso di paura nel ricevere quelle carezze.
Sara finse la più gran gioia e fece un mondo di affettuose carezze alla fanciulla che odiava. Ma in certi momenti i suoi occhi fissando Luigina avevano dei lampi di odio, che non sfuggirono a Vittoria, la quale sentì subito una grande antipatia per la figlia della principessa Orloff.
Sara se ne andò promettendo che sarebbe andata a vederla a New York.
Quando Luigina e Vittoria furono sole, quest’ultima disse:
—La principessina è molto bella, ma deve essere cattiva, e dicendoti di volerti bene fingeva. Io leggevo nei suoi occhi che ti odia.
—Odiarmi, e perché?
—Non lo so; ma mentre la sua parola era dolce e insinuante, il suo occhio mandava dei brutti lampi.
—Senti, Vittoria, io non so se Sara mi odii; ma è un fatto che quando mi ha baciata, provai del ribrezzo, dello spavento, mi pareva di avere vicino un serpente. Eppure, vedi, ieri a sera offriva migliaia di dollari per quelli che mi salvavano.
—Può essere che ci inganniamo mia cara Luigina, ma io ti consiglio a non divenire amica di quella fanciulla.
—Non dubitare Vittoria. Del resto essa vive in una classe che non è la nostra e forse non la vedremo più.
—Meglio se così fosse.
Parlarono d’altro.
Ad un certo punto Luigina disse:
—Ah! quel dottore quanto è bravo, quanto è buono! Mi salvò dal male che minava la mia esistenza, ed ora mi salva una seconda volta.
Vittoria erasi fatta rossa, i suoi occhi brillavano di gioia.
—Vedi, Vittoria, non tutti i medici sono uguali: ci sono quei che hanno solo la scienza e non il cuore e nel nome della scienza commettono i delitti. Guai ad essere legati ad uno di quelli. Io benedico la mia malattia, perché essa mi fece capire quanto mi ero ingannata nel dare il mio cuore.
—Non parliamo di quel vile che fuggì non credendo né ad amore, né alla scienza. Parliamo del tuo Alberto, e se vuoi anche del tuo dottore.
—Ti interessa il dottore?
—E perché no?
Luigina fissò il suo sguardo limpido in quello dell’amica e poi disse:
—Vittoria, vuoi essere sincera?....
—Cara Luigina, siamo cresciute assieme abbiamo frequentata la stessa scuola e non posso mentire con te.
—Va bene. Dunque rispondi.
—Parla.
—Quante volte hai visto il dottore?
—Poche volte.
—E come lo trovi?
—Bravo, buono, simpatico.
—Oh! quanto fuoco!....
—Ti fai rossa. Ho capito, tu ami il mio dottore.
Vittoria non rispose, chinò il capo e baciò Luigina.
La fanciulla batté le mani in modo festevole.
—E lui ti ama?
—Credo....
—Sfido io a non amarti, sei bella, savia e buona.
Entrò il dottore, Vittoria divenne rossa come la brace.
—Bravo, giusto voi, caro dottore! Già quando si parla del lupo esso è vicino.
—Il lupo sarei io?
—Proprio voi.
—Dunque parlavate di me.
—Sicuro.
—Sono veramente felice che il mio povero individuo interessi due graziose creature.
—Bando ai complimenti, signor adulatore. Vedete Vittoria non ha più la forza di dire una parola.
—Sono io che le metto paura? Allora me ne vado.
—No, no, restate. Voglio dirvi cosa mi sono posta in mente. Siccome dite che quei cattivi bacilli se ne sono andati e che posso prendere marito, così ho pensato che anche il matrimonio della mia amica Vittoria abbia luogo il giorno stesso del mio.
—La signorina Vittoria si marita?—balbettò il dottore facendosi pallido.
—Diamine, mio caro dottore, come siete divenuto pallido! Credereste che una bella fanciulla come la mia amica non dovesse sposarsi?
—No, non dico questo; ma avevo creduto.... Basta, signorine, perdonatemi, devo essere presso la signora Cherubina.
Il bravo dottore era così confuso che Luigina dette in una allegra risata.
Il medico si fermò interdetto. Vittoria palpitante aspettava la fine di quella scena.
—Luigina!....—disse in tuono di rimprovero il dottore.
—Dovete ascoltarmi. Desidero adunque, lo ripeto, che il giorno del mio matrimonio, il quale avverrà molto presto, Vittoria prenda pure marito, e lo desidero tanto più perché essa sposerà il mio caro e bravo dottore.
Vittoria erasi alzata fremendo; il dottore felice guardò le due fanciulle, e poi con accento, dove mise tutta l’anima sua buona ed entusiasta, disse a Vittoria:
—Sarebbe vero signorina?
—Se lo volete....—mormorò la fanciulla.
—Se lo voglio?.... Eppure lo sapete che vi amo!
Luigina era raggiante.
—Su da bravi datevi il bacio dei fidanzati.
I due felici si baciarono.
—Come sono contenta—gridò Luigina levandosi a sedere sul letto.
Vittoria le gettò le braccia al collo e ruppe in pianto.
In quel momento entrò Alberto che restò interdetto.
—Avanti, avanti—disse Luigina allegramente.
“Oggi è giorno di festa come ieri fu giorno di dolore, ieri le tenebre, oggi la luce.
—Alberto, in Vittoria ti presento la fidanzata del nostro dottore.
—Bene—esclamò Alberto con gioia—siete degni l’uno dell’altra. E quando le nozze?
—Il giorno stesso delle nostre, perché non dubito punto che il padre di Vittoria, non approvi la scelta che essa ha fatto....
Dopo questa affettuosa scena Alberto disse:
—Mia cara Luigina, io credo che il medico consente che ti alzi. Fra quattro ore dobbiamo partire e gli agenti di polizia vogliono interrogarti.
—Ebbene, signori, possono andarsene,—rispose scherzando Luigina—Vittoria, basta a farmi da cameriera.
I due giovani uscirono; quando furono nel giardino tra i fiori profumati e belli, avvolti dal mite sole di autunno, Alberto disse al dottore.
—Amico mio, siete felice.
—Tanto. L’amore è cosa divina. Sventurato chi non ama!
CAPITOLO XXXIII.
Quei che avevano frugato nelle macerie, trovarono la stufa fatta a pezzi, il ferro era contorto, strappato, schiantato.6
Un esperto appartenente alla fabbrica delle materie esplosive esaminò i pezzi della stufa e dichiarò che certo la dinamite, perché oramai non eravi più dubbio sul genere dell’esplosivo, doveva essersi incendiata nella stufa.
Ma come mai la dinamite si trovò nella stufa?
Qui stava il mistero.
Intanto dal capo lavorante del condotto che si praticava nelle vicinanze della villa delle Rocce, veniva avvisata la polizia che dal cassone della dinamite, mancavano dei cannelli del terribile esplosivo.
Il conto della dinamite era tenuto con cura, tanti cannelli, tante mine. Ora facendo le verifiche risultava che alcuni cannelli erano spariti.
Quella informazione preziosa accrebbe la credenza che si trattasse di un delitto.
Cherubina interrogata narrò le cose come andarono, precisando i particolari di ciò che aveva fatto nei momenti che precedettero l’esplosione.
Se non si fosse assentata dalla cucina per chiedere alla nipote ciò che voleva da pranzo certo il suo corpo non si sarebbe neppure più trovato.
—Metteste il carbone nella stufa e poi deste fuoco?—chiese l’agente.
—Sì.
—Dove prendeste il carbone?
—Nel cassone che stava a fianco della cucina.
—Il cassone stava sempre aperto?
—Sempre.
L’agente seguito dall’esperto si mise a fare delle ricerche attorno alla villa distrutta. Ad una distanza di cento metri dal luogo del disastro si vedevano delle tavole, dei pezzi di carboni.
Inginocchiato per terra il bravo agente guardava fra quei pezzi di carbone, quasi volesse sapere da essi la spiegazione dell’enigma.
Non trovava nulla, allargò il perimetro delle sue ricerche, dei pezzi di carbone ve ne erano dovunque, delle tavole rotte pure.
Ad un tratto trasalì e con precauzione raccolse un rotolo nero e lucente.
—Che cosa è questo?—disse porgendo all’esperto.
—Per Dio, è un cannello di dinamite?
—Sicuro.
—Attento che non scoppii,—gridò l’agente al quale non sorrideva punto l’idea di saltare per aria.
—Non dubitate, bisognerebbe dar fuoco alla capsula ed io e questa signora qui ci conosciamo troppo bene, perché mi abbia a mordere.
Poi disse all’agente:
—Venite, devo dirvi una cosa grave.
Quando furono in un luogo appartato l’esperto così parlò:
—Non avvi più nessun dubbio, si tratta di un delitto eseguito con una furberia diabolica, un delitto la cui scoperta si deve senza dubbio ai voleri della provvidenza, e alla vostra capacità, mio caro George. Vedete questo cannello, ed è certo uno di quelli che mancano ai lavoranti della strada.
“Ma in origine questo cannello era del colore della polpa di una banana e ora è nero e lucente.
—Comprendo! comprendo!—esclamò l’agente—il furfante che ha commesso il delitto, ha tinto di nero i cannelli, li ha posti nel cassone del carbone ben sapendo che sarebbero andati a finire nella stufa.
I due uomini si guardarono con terrore.
—Per Dio,—brontolò l’esperto—il miserabile che ha fatto il colpo è il genio del male; il suo delitto è messo in esecuzione con tale abilità, che proprio è un miracolo se siamo riusciti a scoprirlo.
—Bisogna che scopra il colpevole—disse George eccitato; un essere tanto pericoloso deve finire e presto sulla forca. Per giungere fino a questo assassino di genio è necessaria l’astuzia. Bisogna che non trapeli nulla di ciò che abbiamo scoperto. Il mio capo soltanto, voi ed io, sapremo il mistero dell’esplosione. Dobbiamo far sì che il brigante non dubiti di nulla. Ed ora all’opera per avere la luce.
Luigina ebbe poco a dire, quando avvenne l’esplosione era lontana dalla cucina, travolta precipitò nell’abisso e svenne.
—Signorina, potreste dirmi se avete dei nemici?
—No, no; nessun nemico tutti vogliono bene a me e ai miei zii.
—Vedeste mai nessuno attorno alla Villa?
—Qui non vennero che persone amiche.
—È strano.
Anche Baciccia dichiarò che non aveva nemici ed escluse assolutamente si potesse trattare di una vendetta, di un delitto.
L’agente non sapeva dove battere il capo, la traccia non poteva trovarla.
Interrogò anche Alberto, ma senza risultato.
Il bravo poliziotto si fece dare l’indirizzo del pittore e di Baciccia dicendo che forse avrebbe avuto bisogno di conferire con loro.
Alle persone che lo interrogavano, ai “reporters” dei giornali disse:
—Non si sa bene l’origine dell’esplosione, ma si suppone che quando furono scavati le fondamenta della villa, nelle rocce sia rimasta della dinamite senza esplodere. Forse la caduta di un sasso, lo spezzarsi di una roccia ha prodotto l’esplosione.
Questa versione alquanto verosimile fu accettata anche dai giornali e Sara poté convincersi che se il suo tentativo andò a vuoto, restò pure avvolto nel mistero.
Baciccia e tutti i suoi giunsero a New York di notte; il tempo alla sera si era mutato e quando arrivarono ai Cinque Punti, nessuno si accorse di loro; fu soltanto all’indomani che gli amici di Baciccia seppero del ritorno e tutti ai Cinque Punti furono lieti di avere in mezzo a loro la Stella.
FINE DELLA PARTE TERZA
PARTE QUARTA
Mia Figlia!
CAPITOLO I.
Sara allorché fu convinta che la sua rivale viveva ed era legata ad Alberto da un altro potente vincolo, quello della riconoscenza, divenne feroce.
La madre sua si accorse della tetraggine della figlia e più di una volta tentò di sapere il segreto del suo cambiamento.
Tutto fu inutile, la perversa creatura restò muta; solo dichiarò che non voleva più restare in campagna, e Annie decise di ritornare a New York.
Tom, guardava sempre con maggior sospetto la padroncina; quel negro tenace, mezzo rimbambito, non poteva assolutamente considerare Sara come la figlia di Annie.
No, lui che aveva avuto fra le braccia la piccina, sentiva che avrebbe amato la figlia vera della sua padrona, la nipote di quella donna che egli venerava come una santa e obbediva come uno schiavo.
Annie a sua volta non gustava nessuna delle felicità che aveva sognate, la calma non rientrava nel suo cuore esulcerato, battuto dalla tempesta.
Viveva nell’isolamento, invecchiata innanzi tempo, irriconoscibile da coloro che l’avevano vista prima del tragico avvenimento che le tolse il marito e l’altro che la pose ad un tratto in presenza della madre sua agonizzante.
Come refrigerio a tante pene aveva sperato nelle carezze della figlia, l’aveva trovata quella figlia che credeva perduta per sempre e nessun lampo di gioia illuminò il suo cuore anzi i dolori accrebbero per la condotta strana di Sara.
Ma lei cosa poteva rimproverare a quella fanciulla, allevata da sconosciuti, cresciuta in mezzo a degli ebrei, onesti quanto si voglia, ma grossolani e interessati.
La colpa non era di Sara, ma di colei che l’aveva fatta gettare come un mucchio di stracci nel corridoio di una casa, dove fu raccolta per carità.
E chi commise quel delitto, fu sua madre. Strano destino quello di Annie.
Ancora giovanetta un furfante la seduce, è madre e poi sposa di un principe che disprezza; un giorno la luce si fa nella sua mente e il disprezzo per lo sposo si cambia in grande e vero amore; durante il tempo della sua felicità vede cadere sul patibolo la testa del suo seduttore, poi in una notte di festa si trova col marito ferito, morente. Più tardi è la volta della madre, questa le svela il segreto che la spinge a ricercare la figlia, la fortuna l’assiste; ma sventuratamente la figlia ha l’anima del padre, perversa e cattiva!
Annie nella solitudine della sua camera faceva di continuo queste riflessioni che terminavano con uno scoppio di disperazione, e la poveretta in mezzo alle lagrime volta verso il cielo esclamava:
—Dio mio! Dio mio quando sarete stanco di martoriarmi!
La principessa dette gli ordini opportuni e cinque giorni dopo il disastro della Villa di Baciccia anche Sara era a New York.
Il suo amore, la sua passione erano aumentati, ad ogni costo voleva essere amata dal pittore italiano; delirare un’ora fra le sue braccia, sentire il fuoco dei suoi baci e poi venisse pure la morte.
CAPITOLO II.
Acciecata così dalla passione non mancò di recarsi allo studio di Alberto, ma il pittore lavorava al Metropolitan Museum e non poté vederlo.
Andò a casa di Baciccia, ebbe ancora il coraggio di baciare Luigina, di sorridere a Cherubina, la quale costretta a starsene nel letto ferma come se fosse di marmo, recitava dei rosari dove i “boia” tenevano il posto delle Ave Maria.
Per fortuna però Nannetti, Valenti, Cevasco, Bacci, Balletto, tutti gli amici andavano spesso a trovarla e dicevano tante burlette, che la brava donna rideva e prometteva di far loro un milione di ravioli il giorno che potrebbe levarsi da quel “boia” di letto.
Più di rado andava Bacigalupo, erasi vicino alle elezioni, lo portavano Senatore dello Stato e doveva correre di qua e di là tutto il giorno.
La tuba lucida e il soprabito nero del candidato Charles, si vedevano dovunque, pareva che il popolare undertaker avesse il dono dell’ubiquità.
Una volta che vi andò vi trovò la principessina Orloff, la quale fu di una gentilezza squisita.
—Ah! se avessi aspettato a riprendere moglie!—pensava Charles—quella principessina sarebbe ciò che ci vorrebbe per un Senatore. Ma!!! e giù un sospirone da far tremare la casa.
Quando Bacigalupo, con la tuba lucida in mano, accompagnò la principessina alla sua carrozza e le strinse la mano, e Sara sorridente gli disse:
—Arrivederci Senatore!
Per poco non cascava a terra riverso.
Ah! come avrebbe voluto che ci fossero a vederlo tutti i suoi elettori; sventuratamente ben poche persone lo videro e quelle poche non conoscevano Sara, e credettero che la splendida carrozza nella quale salì fosse di Bacigalupo.
—Vi digo che non ho fortuna—ripeteva la sera il buon Charles da Valenti.
Luigina ogni giorno riacquistava forza e vita.
Il triste avvenimento della Villa, non le nocque affatto, sembrava anzi che la grande commozione provata le avesse arrecato giovamento.
Il dottore tentò l’ultima prova per convincersi se veramente il siero Maragliano aveva fatto il miracolo completo.
Dubbi sulla guarigione di Luigina non ne aveva; ma la prova vera non la possedeva ancora, la prova eloquente, quella prova che aveva sconvolto la mente del dottore De Luisi.
Fu con una certa trepidazione che il bravo medico esaminò lo spurgo di Luigina, quando lo trovò completamente libero dai bacilli dette un grido di gioia.
Tre volte rinnovò l’esame e tre volte il risultato fu identico.
Allora fu preso dalla commozione che invade tutti quelli che hanno fede nella scienza e nei suoi maestri più illustri.
Avrebbe voluto essere presso Maragliano a dimostrargli la sua ammirazione, il suo entusiasmo, la sua fede per compensarlo anche delle amarezze di quei che non credono, che sono ciechi pure avendo occhi per vedere.
Con l’occhio acceso di entusiasmo il giovane dottore fissava il ritratto di Maragliano che pendeva alle pareti del suo gabinetto di lavoro.
Quel ritratto pareva animarsi e sembrava al medico di udire dalla bocca dell’illustre scienziato queste parole:
—Lavorate e credete per il bene dell’umanità e per il trionfo della scienza!
Oh! avrebbe combattuto lui, il salvatore di Luigina, combattuto con tutte le sue forze.
Quella sera quando il dottore andò dalla sua fidanzata—il matrimonio era oramai fissato—appariva raggiante.
—Cosa hai?—gli chiese la fidanzata.
—Mia adorata Vittoria, oggi ho avuto la certezza che Luigina è fuori di pericolo.
—Che felicità!—mormorò Vittoria commossa.
—La prova finale è riuscita, la scienza ha trionfato! Quando penso che se il caso non mi metteva sul cammino di quella buona fanciulla, essa sarebbe morta; io credo che spesso Iddio guida i nostri passi.
La scienza io oggi l’amo più che mai, perché essa è vita, è sacrificio, è trionfo, è tutto.
Salvare un’esistenza strapparla alla morte, far ritornare i suoi colori, i suoi profumi ad un fiore a mezzo troncato dal male, è tale cosa che avvicina a Dio!
Vittoria guardava palpitante il suo fidanzato.
Come gli appariva bello, come era felice di essere amata da quel giovane che passava pel mondo consolando, salvando....
Quando gli occhi del dottore si abbassarono e lessero nel bel volto di Vittoria tutto il poema di amore del suo cuore, continuò:
—Ma avvi anche un’altra cosa al mondo che è bella, sublime quanto la scienza: l’amore!
—Sì l’amore!—ripeté Vittoria levandosi in piedi e gettando le braccia al collo dell’uomo amato.
CAPITOLO III.
All’indomani il dottore andò allo studio di Alberto; il giovane pittore non era uscito quel giorno.
—Caro dottore, qual buon vento vi guida,—disse allegramente.
—Buon vento amico mio.
—Lo vedo alla faccia, sembrate il più felice degli uomini.
—Lo sono di fatti.
—Come me.
Quei due felici si strinsero con affetto la destra.
—Caro Alberto—riprese il dottore—già da tempo vi avevo assicurato che Luigina era salva; ma non avevo ancora la prova assoluta della guarigione della nostra cara inferma.
Da ieri questa certezza assoluta io la posseggo. Il male è stato vinto, debellato, e non sarà certo la tisi che la ucciderà.
Alberto non poté parlare, gettò le braccia al collo del medico e lo tenne lungamente abbracciato.
Fu suonato il campanello elettrico.
—Al diavolo l’importuno—mormorò Alberto staccandosi a malincuore dalle braccia del dottore.
—Aprite—disse il medico—può essere un buon cliente.
Il pittore aprì e comparve Sara.
La sirena vestiva un abito di grande semplicità ma di una suprema eleganza.
—Finalmente vi si trova—disse in tuono di rimprovero Sara—è la quarta o quinta volta che vengo qui inutilmente.
—Signorina un lavoro al Metropolitan Museum mi ha tenuto lontano dallo studio.
—Perdonate adunque.
—Signorina, vi presento....
—Il dottore che salvò Luigina,—interruppe Sara—l’ho intravisto la sera del disastro.
Il giovane dottore si inchinò e strinse la mano che Sara gli porgeva.
Sara si mise a sedere in una comoda poltrona e poi saettando con i suoi splendidi occhi Alberto, cominciò:
—Mia madre ha una miniatura del principe Orloff, ministro dello czar morto assassinato dai Nihilisti, desidera da quella miniatura ottenere un gran quadro, e nessuno meglio di voi può far rivivere nelle sale del nostro palazzo la figura del principe.
Mia madre sarebbe dolente se non accettate.
Questa è la miniatura, il principe è in grande uniforme, per la riproduzione esatta vi faremo avere le decorazioni cavalleresche.
—Signorina,—rispose Alberto—accetto di buon grado di fare il ritratto del principe Orloff.
—Così va bene. Mia madre però, questa volta vuole patti chiari. Così ella mi ha incaricato di dirvi che mette a vostra disposizione venticinquemila dollari, se la somma non basta chiedete.
—Signorina io non sono un grande maestro per farmi pagare tanto caro.
—Voi siete un genio signor Alberto e fareste male a non farvi pagare bene quadri che un giorno avranno un valore inestimabile.
“Non è vero dottore?
Ciò dicendo Sara avvolgeva in uno sguardo di fuoco Alberto, tutto confuso e vergognoso per tali lodi.
Al medico non sfuggiva nessuna delle occhiate incendiarie di Sara; osservatore profondo, non durò gran fatica a scoprire il segreto della nobile fanciulla. Tale scoperta lo addolorò molto.
Alla schietta domanda il dottore, sorpreso nelle sue osservazioni, rispose imbarazzato.
—Sicuro.... certo.... il pennello di Alberto sarà ricordato.
—Signorina, mi prendete in tal maniera che non posso se non cedere a tutto ciò che volete.
—Bene, così è parlare, mio caro pittore. Quando vi metterete al lavoro?
—Domani.
—Io tornerò e vi porterò le decorazioni del principe Orloff. Ed ora me ne vado; ma prima lasciatemi che vi dica che il palazzo Orloff è sempre aperto per voi, signor Alberto, e per il vostro amico.
I due giovani si inchinarono, poi strinsero la mano di Sara che se ne andò con una mossa deliziosa.
CAPITOLO IV.
—Alberto, quella deliziosa e seducente ragazza vi ama—disse il dottore appena Sara fu scomparsa.
—Sì, è vero—rispose francamente Alberto—però ella conosce completamente il segreto del mio cuore, ne parla senza reticenze e mi promise di essere amica, e dimenticare la folle passione che l’aveva invasa.
—Amicizia pericolosa,—mormorò il dottore.
Allora Alberto volendo che l’amico suo non avesse dubbi e paure, ben sapendo di parlare con un uomo che avrebbe mantenuto il segreto, narrò tutto quanto era avvenuto fra lui e Sara.
Il dottore ascoltò molto turbato la storia di quell’amore violento che aveva invaso Sara; quando Alberto tacque, egli disse:
—Quella fanciulla è bella, bella da fare dannare un santo; ma è certo malvagia e corrotta. Una fanciulla cresciuta con sani e retti principi non getta così sfacciatamente lontano da sé il pudore, e non si rende uguale ad una perduta da strada.
“Tu sapesti lottare e vincere. Fu una bella vittoria la tua! Ma stai in guardia, il nemico può tornare all’assalto.
—Dottore, ho il mio talismano.
Ciò dicendo alzò la pesante portiera di velluto e mostrò nel suo gabinetto privato il ritratto di Luigina, bello, parlante e vivo.
—Avete ragione—disse il dottore—quel talismano vi protegge. Io ho studiato Sara, quella fanciulla è in preda ad una di quelle passioni, che possono condurre anche al delitto.
Fu di nuovo suonato il campanello.
Entrò George l’agente di Polizia di Paterson.
Alberto lo riconobbe e lo accolse con molta effusione.
—Signore,—disse l’agente,—sono venuto per parlarvi di cose gravi.
—Dite pure, il dottore, mio amico può certo ascoltare ciò che avete a dirmi.
Invitato a sedere l’agente, si adagiò in una comoda poltrona e cominciò:
—Signore voi sapete che io mi sono posto in mente di scoprire, come avvenne l’esplosione alla villa dei vostri amici.
Le indagini e le scoperte da me fatte sono di una gravità eccezionale.
Però, mentre sono convinto che si tratta di un delitto.
—Un delitto?—interruppe Alberto con terrore.
—Sì di un delitto. Ascoltatemi. Dei cannelli di dinamite furono posti nel cassone dove stava in deposito il carbone che doveva servire alla cucina. Quei cannelli furono rubati ai lavoranti della conduzione dell’acqua, lavoro che si eseguisce nei pressi della Villa delle Rocce, dove villeggiava la principessa Orloff.
Il dottore a queste parole ebbe un trasalimento.
George continuò:
—Quei cannelli perché si confondessero bene col carbone furono tinti in nero. Nessun dubbio adunque che una mano infame, abbia posto quei cannelli nel cassone onde avvenisse l’esplosione.
Il fatto è chiaro come la luce del sole.
Alberto ascoltava in preda ad una viva ansietà; il dottore pendeva dalle labbra di George, questi contento dell’effetto continuò:
—Ho cercato per sapere se Baciccia avesse dei nemici, non ho trovato nulla. Tutti volevano bene a quel brav’uomo e alle donne.
“Non è possibile mettere in ballo la teoria del furto, i ladri sapevano che distrutta la villa era impossibile far bottino. Dunque non resta che l’ipotesi di una vendetta.
“Ma chi poteva vendicarsi, se Baciccia e i suoi non avevano nemici?
“Questo è il punto.
“Perciò io sono venuto da voi per dirvi: Avete voi dei nemici? Vi è qualcuno che aveva interesse ad uccidere la fanciulla da voi amata e la sua zia? Dalle vostre risposte dipende se debbo continuare le indagini, oppure troncarle assicurando l’impunità al più feroce e furbo brigante che sia mai vissuto.
Alberto era in uno stato di attonimento; quella rivelazione dell’agente di polizia, lo immergeva in un doloroso stupore.
Il dottore, il quale aveva mantenuto il suo sangue freddo, disse:
—Signore quanto ci avete testé narrato, ci addolora e ci sorprende. Non possiamo neppure immaginare che vi sia al mondo un essere tanto malvagio da preparare a sangue freddo un sì orribile delitto.
—Eppure—interruppe George—ho la prova che si tratta di un delitto.
—Ma io non ho nemici!—balbettò Alberto.
—La vostra fidanzata ne aveva?—insisté George.
—No—rispose risolutamente Alberto.
—Un qualche geloso—continuò George.
Alla parola geloso il dottore aveva rialzato il capo.
—Un geloso?—disse Alberto.—Nessuno che io mi sappia poteva esserlo.
—Dunque il colpevole resterà impunito,—rispose George con un moto di dispetto.
—Sono dolente signor George—rispose Alberto—di non potervi dire una parola sola che autorizzi i vostri sospetti.
—Strano—mormorò l’agente—strano che per puro piacere si commetta il più infame dei delitti. Io ritornerò, pensate a quello che vi ho detto, basterà un piccolo accenno per mettermi sulla buona via. Vi giuro che tengo molto a scoprire chi fu il furfante matricolato che commise l’azione infame.
Noi poliziotti abbiamo una massima invariabile. Commesso un delitto misterioso ci domandiamo a chi poteva essere utile. Nel nostro caso non è possibile sapere chi aveva interesse a sopprimere la vostra fidanzata e sua zia, fin che non ci sarà dato intravedere ciò, brancoleremo nelle tenebre e per quanto convinto che l’esplosione si deve ad un delitto atroce, dovremo rassegnarci all’impunità dei colpevoli.
—Signore—disse il dottore—grazie per quanto avete fatto, grazie per quanto farete, grazie del vostro interessamento.
“Io e il mio amico vedremo di passare in rivista tutto ciò che può avere relazione col disastro; avete detto di ritornare. Ebbene fra due giorni dopo maturo esame, vi diremo se la nostra memoria ci ha indicato nulla che possa esservi utile.
—Io non merito nessun ringraziamento. È il mio mestiere di scoprire i furfanti e questa volta lo faccio con tanto più entusiasmo, perché i colpiti sono gente amata e stimata.
I due giovani strinsero con effusione la mano al poliziotto il quale si ritirò dicendo:
—Fra due giorni.
CAPITOLO V.
Quando Alberto e il dottore furono soli si guardarono lungamente in silenzio.
Finalmente Alberto disse:
—Cosa ne pensate del romanzo di quell’agente di polizia?
—Penso che è un romanzo a base di verità.
—Dunque credete?....
—Che l’esplosione è l’opera di una mano infame.
—Ma Baciccia e la sua famiglia non hanno nemici. Io pure non ne ho.
—Voi non ne avete nemici—riprese gravemente il medico—ma Luigina ne ha uno implacabile e feroce.
—Un nemico?—esclamò Alberto che erasi levato in piedi.
—Sì—ripeté il medico.
—Non comprendo.
—Alberto voi siete amato, la donna che vi ama è capace di tutto....
—Sara è la mano infame che ha preparato con arte diabolica il delitto!
Regnò nello studio un lungo silenzio.
Alberto pallido, atterrito non aveva la forza di parlare. Finalmente disse:
—È impossibile!
—Sentite Alberto, voi sapete la folle passione che avete ispirato a Sara, quella fanciulla sa che amate Luigina e che fino a quando essa vivrà, non consentirete ad amarla.
Vi sono delle passioni folli che spingono ai più orrendi misfatti.
“È storia di tutti i giorni, leggete i giornali e vedrete spesso, troppo spesso narrati i delitti misteriosi, orribili, nefandi, e quasi sempre ispirati dall’amore, o meglio da quella aberrazione della mente che si crede amore, e che in sostanza non è che pazzia.
Alberto ascoltava in preda al più vivo eccitamento. La luce si faceva entro il suo cervello, egli sentiva che l’amico diceva il vero.
Uscì dal suo abbattimento, alzò fieramente il capo, il suo occhio scintillò e con accento irriconoscibile disse:
—Sì è lei, è d’uopo che confessi e sia punita.
—Sentite Alberto, io non dubito più; ma siccome io so che voi potete far confessare Sara, io vi esorto perché otteniate che dalle sue labbra esca la parola che ci darà la certezza.
—E quando sapremo che fu lei,—chiese Alberto—quando non avremo più dubbio?
—Ebbene sarà punita.
—E sua madre, quella donna tanto benefica, tanto buona che è benedetta da migliaia di beneficati?
Il dottore abbassò il capo pensoso.
Alberto aveva ragione nel ricordare in quel momento la principessa, la gentildonna che impiegava le sue ricchezze a compiere opere di carità.
—Ebbene Alberto—disse finalmente il dottore,—quando sapremo la verità sull’odioso delitto che credo fermamente opera di Sara, penseremo alla sua punizione cercando di non colpire la madre sua.
CAPITOLO VI.
Sara fu puntuale e non tardò a ritornare nello studio di Alberto; questo quando la vide trasalì vivamente. Strinse fremendo la mano che la fanciulla gli stendeva.
—Caro pittore—disse la sirena con voce melodiosa—vi ho portato le decorazioni del principe Orloff.
—Bene signorina mi metterò subito al lavoro.
—Devo andarmene?—chiese Sara con voce insinuante.
—Siete padrona di fare tutto ciò che volete.
—Ho paura di disturbarvi.... forse aspettate qualche modella....
—Non aspetto nessuno.
—Alberto, quest’oggi avete una cera molto differente dal solito, mi fissate in un modo strano.
—Vi ingannate....
—Siete in collera con me?
—Io?.... no.... no.... signorina.
Regnò un breve silenzio.
—Come sta Luigina?—chiese Sara.
A quel nome pronunziato da colei che sospettava autrice del misfatto che per poco non lo privava di colei che amava, Alberto ebbe un sussulto, il suo volto si contrasse, gli occhi mandarono lampi; ma seppe padroneggiarsi e calmo rispose:
—Luigina sta bene e presto sarà mia moglie.
Sara impallidì.
—Mi parlate in un certo modo—disse la fanciulla timidamente.
—Cosa volete, vi sono dei momenti nei quali mi sento irritato....
—Contro di me?
—No.
—Meno male. Io ne sarei desolata perché....
—Perché?—insisté Alberto.
—Perché, lo sapete, vi amo!
—Sara!!
—Ascoltatemi, perché fingere, perché mentire? Ho tentato di strapparmi dal cuore la folle passione che lo domina, non ci sono riuscita.
“Ho fatto mille proponimenti, tutti andarono a vuoto. So che non mi amerete mai; ma non potete proibirmi di amarvi.
—Sara mi prometteste di essermi amica.
Il volto della miserabile si era acceso, le sue labbra tumide apparivano eccitanti e provocanti, dai suoi occhi scendeva un fluido magnetico, il petto divino si alzava convulso.
Era di una bellezza indescrivibile, ma ad Alberto pareva un serpente che tentasse di ammaliarlo.
—Ti amo!..—continuava la fanciulla—ti amo e la mia vita sarà un martirio eterno. Nelle mie vene scorre del fuoco; io non ho nulla di comune con tutte le donne che hai conosciuto. Amami Alberto e ti darò gioie inaudite; sono ricca, ho milioni a centinaia, vieni fuggiamo insieme, è impossibile che tu non mi ami. Vieni! vieni.
Sara era caduta in ginocchio e si trascinava ai piedi dell’uomo amato dicendo:
—Sarò tua schiava, ti seguirò dovunque e il giorno che sarai stanco di me, mi ucciderò.
—Siete pazza Sara!—disse freddamente Alberto.
—Sì, hai ragione, sono pazza d’amore! Ascoltami, nessuna donna ti potrà amare come io ti amo.
“Non vuoi sposarmi, sarò la tua amante, la tua serva; ma dammi il refrigerio dei tuoi baci. Alberto!... Alberto!
—Signorina, ve lo ripeto, io amo e sono fedele al mio amore.
La fanciulla si alzò fremendo e con voce rauca piena di odio disse:
—Ah! quella Luigina!
—Non vi si permetterà di tentare un’altra volta di ucciderla!—gridò Alberto con voce minacciosa.
Sara allibì, che cosa volevano dire le parole che aveva intese?
Il pittore non le dette il tempo di lungamente riflettere, l’afferrò per un braccio, la spinse nel gabinetto dove era custodito il ritratto di Luigina e con mossa brutale la fece inginocchiare dicendo:
—Miserabile, chiedete perdono a quell’angelo che per poco non restò vittima della vostra diabolica trama.
Sara era araba, il sangue di quei padroni del deserto ribollì nelle sue vene si levò di scatto e con voce terribile gridò:
—Ebbene è vero. Ti amavo e la mia rivale fortunata doveva scomparire....
—Sciagurata!....
—Ah! tu non comprendi di cosa sia capace questo amore che mi rende pazza? Sai il mio delitto? Esso ti dice quanto sia violenta la mia passione, quanto grande il mio amore, esso ti dice che io sono pronta a tutto!
—Ed è perciò che vi consegnerò alla giustizia,—esclamò Alberto.
Sara divenne spaventosamente pallida; fu atterrita; ma riprese ben presto il suo ardire.
—La giustizia? E quali prove avete? Credete che basti accusare la figlia della principessa Orloff per trascinarla in prigione. Provatevi a farmi arrestare, saprò difendermi e vendicarmi!
Dopo questo scatto ritornò come prima sottomessa, non per chiedere grazia, ma per implorare amore.
Assalita da uno di quelli eccessi sensuali che tolgono la ragione, la sciagurata si strappava le vesti da dosso, offrendosi ad Alberto, eccitandolo a possederla.
—Sii mio una volta sola e poi mi uccido,—gridava Sara.
Alberto alla vista di tanta folle passione, dimenticava il delitto atroce commesso da Sara, pensando che essa non era responsabile dei suoi atti.
Il suo furore cadde e fu preso da una grande pietà.
—Signorina,—disse con accento triste,—rientrate in voi stessa.
“Vi perdono il vostro delitto; lasciate New York, andate lontano, la vostra pazzia passerà.
Sara seminuda si era lasciata cadere sopra un divano.
Le sue carni di un bianco abbagliante spiccavano sul rosso damasco del divano, il petto stupendo si sporgeva quasi chiedesse dei baci; la posa era lasciva, il sospiro che usciva dalle labbra porporine invitava a dolci ebbrezze....
Alberto fissava il suo sguardo sopra il ritratto di Luigina e si sentiva calmo e sicuro.
—Non vuoi?—gridò la fanciulla.
—No,—rispose freddamente Alberto.
Sara non fiatò; si rimise con mano febbrile le vesti, si accomodò alla meglio i capelli e si accinse ad uscire, quando fu sulla porta, gettò uno sguardo d’odio verso il ritratto di Luigina.
Alberto vide quello sguardo e afferrata per un braccio Sara, le disse:
—Senti vipera, se tu tenterai ancora di mordere, finirai nelle mani del boia. Ed ora vattene prostituta!
A quell’insulto atroce, la ragione a mezzo sconvolta della fanciulla non resistette.
La sciagurata dette in uno scroscio di risa, poi gettò un grido altissimo e cadde a rovescio sul pavimento.
Alberto fu preso dalla paura, si slanciò al telefono e avvisò il dottore di recarsi immediatamente da lui.
CAPITOLO VII.
Trascorsero venti minuti che ad Alberto parvero un secolo, e poi il dottore il quale brevemente fu messo al corrente di quanto era accaduto.
Il giovane medico cercò ogni mezzo per far rinvenire Sara e vi riuscì, ma non appena ebbe visto lo sguardo vago dei suoi occhi il sorriso che le increspava le labbra, con accento grave disse:
—Dio l’ha punita, è pazza!
—Pazza!—mormorò commosso Alberto.
Sara erasi alzata, sorrideva sempre, scorgendo il dottore e Alberto disse:
—Sono la regina della dinamite.... non mi toccate, crollerebbe tutto! Ah! ah! oh!
—Caro Alberto, io condurrò da sua madre questa sciagurata.
—E come spiegherete la sua pazzia?
—Si dirà certo che l’impressione prodotta nella fanciulla dal disastro della Villa di Baciccia ha cagionata la pazzia.
—Credete che guarirà?
—Non lo credo. Questa pazzia dolce oggi, può divenire furiosa domani, può cambiare di forma; ma oramai la ragione se n’è andata!
Alberto chinò il capo come un colpevole.
—Su quella fronte amico mio—disse il dottore, il quale comprese ciò che passava nell’animo dell’amico— della sventura che colpisce questa disgraziata nessuno è responsabile.
—Dinamite! dinamite! dinamite—ripeteva la pazza ridendo.
Sara seguì docilmente il dottore; la carrozza di casa Orloff, aspettava alla porta del palazzo dove era lo studio di Alberto, la fanciulla vi salì sempre sorridendo, il medico gli si assise accanto e poi disse al cocchiere:
—La signorina è in preda a delle allucinazioni, presto a casa di corsa.
La carrozza partì come una freccia e ben presto Sara e il medico entrarono al palazzo.
Alla cameriera che venne ad aprire la porta il dottore disse:
—Prendete cura della vostra patroncina che è in uno stato di attonimento, e fatemi annunziare alla principessa, alla quale debbo parlare all’istante.
La cameriera batté sopra un timbro d’argento.
Comparve Tom, il quale dette un’occhiataccia a Sara e poi disse:
—Cosa volete?
—Il signore vuol parlare alla signora principessa.
—Favoritemi il vostro biglietto da visita,—disse Tom al dottore, il quale consegnò subito il suo biglietto e poco dopo veniva ricevuto da Annie.
—Signora, perdonatemi—disse il medico inchinandosi—se senza aver l’onore di essere conosciuto mi presento a voi; ma una grave circostanza mi costringe.
—Dio mio un’altra sventura!—mormorò la poveretta abituata oramai a tutti i dolori.
—Purtroppo, signora, si tratta di una sventura.
Brevemente con chiarezza e precisione narrò come durante una visita al pittore Alberto Vallano, Sara fosse impazzita.
Sia perché oramai Annie era abituata ai dolori, sia perché il suo cuore non aveva affetto per Sara, il fatto è che non provò che una leggiera emozione.
—Credete dottore—chiese con voce assai calma—che la povera figliuola potrà guarire?
—Signora principessa non ardisco pronunziarmi sul momento, però devo dire che nutro ben poca fiducia che la signorina Sara riacquisti la ragione.
“Dio mio! Dio mio! Pazza per sempre! Ma a cosa attribuite la pazzia subitanea di Sara?
—La signorina non parla che di dinamite e ciò mi fa ritenere che l’emozione provata allora della distruzione della villa vicina alla vostra, abbia prodotta la pazzia.
—Certo è così—mormorò la principessa.—Ed ora ditemi credete che potrà restare a casa?
—Vi sono delle case di salute dove certe malattie sono curate con molta competenza; ma se è troppo il dolore di una separazione, potrete tenere a palazzo la signorina a patti che sia sorvegliata da due infermieri. Momentaneamente si tratta di pazzia mite, dolce.... Sara sorride, ma potrebbe cambiare ed è d’uopo prendere le debite precauzioni.
—Dottore, grazie di ciò che avete fatto per mia figlia, spero che continuerete a curarla. Ed ora conducetemi Sara.
Il dottore uscì e dopo poco ritornava con Sara, che sorrideva.
Annie strinse al seno colei che credeva sua figlia mormorando:
—Povera mia Sara! Pazza! pazza!
Pietà grande faceva Sara ad Annie, ma non altro. Non il dolore atroce che deve provare una madre nel trovarsi innanzi alla figlia colpita dalla più orribile sventura.
Perché il suo cuore non palpitava? Era impietrito?
I dolori atroci provati in quindici anni, l’avevano resa insensibile?
Erano tutte domande alle quali la poveretta non trovava risposta.
Sara quando fu abbracciata dalla madre, sorrise, e al solito mormorò:
—Sono la regina della dinamite.... non mi toccate.... non mi toccate!
Annie dette incarico al dottore di procurare due infermiere, e lo pregò di ritornare l’indomani.
Tom quando seppe che Sara era pazza provò una gioia feroce.
Per lui quella fanciulla era un’intrusa, non la riconosceva, non voleva vederla. L’odiava, l’odiava a morte e se non fosse stato per dare dolore alla sua padrona l’avrebbe strangolata.
CAPITOLO VIII.
Una settimana dopo questi avvenimenti in casa di Baciccia, si festeggiava con una solenne raviolata la guarigione completa di Cherubina che aveva lasciato il letto già da parecchi giorni e gettato al diavolo il bastone che le serviva di appoggio.
Poche volte una gamba fu rimessa a posto tanto bene, e Cherubina giurava che la frattura doveva essere una burla del dottore.
Luigina era tutta affaccendata a preparare la tavola, metteva sotto sopra gli armadi, i canterali mettendo fuori la biancheria più bella, l’argenteria lucente.
In uno dei cassetti dei canterali Luigina scorse un pacchetto che non aveva mai visto prima.
Curiosa come tutte le donne lo aprì e ci trovò un sottanino da bambina di color turchino e delle pezze di lana ordinaria.
Senza sapere perché provò una viva emozione nel contemplare quelli oggetti.
Lo prese e andata in cucina lo mostrò alla zia dicendo:
—Questi.
Cherubina che aveva le braccia fino al gomito sprofondate nella pasta, restò a bocca aperta e sul subito non seppe cosa rispondere.
—Ebbene zia!—insisté ridendo Luigina.
—Boia! Boia!—mormorò la brava donna.
—Di chi era questo vestitino?
—Era, era.... della mia bambina!
Un lagrimone grosso, grosso che per poco non cadeva nella pasta, scese giù per le guancie di Cherubina.
Luigina commossa baciò quel vestitino e corse a rimetterlo nel canterale.
A mangiare i ravioli erano invitati tutti gli amici della famiglia.
Così un’ora prima del pranzo nel salotto bevevano il vermouth Valenti, Nannetti, Bacci, Balletto, Bacigalupo, il dottore, Alberto, il fratello di Vittoria e i tre giovanotti della Rifle Guard che la notte del disastro erano corsi alla Villa.
Vittoria era ad aiutare Luigina, e Baciccia faceva da aiutante alla moglie, la quale stava sulle spine perché le sembrava che il sugo non avesse ancora preso quel colore d’oro che stava tanto bene sopra i ravioli.
—Sicché,—diceva Bacigalupo con accento melanconico al dottore,—la mia principessa è pazza.
—Disgraziatamente sì.
—La vedete tutti i giorni?
—Sicuro.
—Ma che razza di pazzia ha?
—Crede di essere la regina della dinamite.
Quella parola dinamite dette luogo ad una conversazione generale.
Ricordarono quella sera fatale del disastro, tutte le ansie, i terrori le angoscie e la gioia di quella notte.
Poi parlarono della guarigione di Luigina, della gamba della zia, del prossimo matrimonio di Alberto, e di quello del dottore.
Erano tutti lieti, felici, e convenivano che dopo tutto la vita è bella.
—E la virtù è sempre premiata—disse ad un tratto Nannetti.
Tutti risero a quell’uscita.
—Non vi è da ridere! cari miei! Avete vista la fine di quella pettegola dell’Eugenia?
Ha disonorato i Cinque Punti! Invece la Luigina e la Vittoria sono la nostra gloria, e saranno felici.
Parlarono allora sotto voce di ciò che era accaduto a quella pettegola e maligna.
Era una brutta storia, la disgraziata innamorata di un prete, si dette completamente a lui ed ora portava nel seno il frutto di quell’amore indegno.
Non mancarono coloro che difesero il sacerdote che aveva dimenticato i suoi doveri.
Quella ragazza e molte delle sue compagne erano di continuo in canonica, audaci, provocanti, giravano per le camere, si gettavano sopra i letti, senza curarsi di nulla, quasi volessero suscitare incendi.
Dopo tutto anche i preti sono uomini, e in mezzo a tutta quella gioventù è facile il perdere la testa.
Tutti deploravano il fatto scandaloso ma convenivano che anche le madri dovevano avere più occhi.
Alberto si schierò risoluto dalla parte di Eugenia, era giovane, inesperta, traviata da cattive compagne, bisognava avere compassione e non gettare delle pietre ad una sventurata punita crudelmente del suo fallo.
—Basta, basta,—disse ad un certo punto Bacigalupo—tanto quello che è stato è stato e io manderò la carrozza per il battesimo.
Del resto ora abbiamo un parroco che è un santo, ve lo digo mi!
Si misero a parlare del nuovo parroco; un omino basso, pieno di fede e di fuoco, un vero ministro di Dio, un poco troppo scrupoloso ma leale, coraggioso e buono, che insegna anche a quei frati mondani, dai capelli arricciati e profumati, dai solini lucidi, assetati di popolarità, desiderosi di far chiasso, dimentichi delle massime e degli esempi e delle virtù del santo fondatore dell’ordine.
Valenti, a tutti quei discorsi che puzzavano di sagrestia, si seccava e per tagliar corto disse:
—E la tua elezione Charles, cammina?
—Corre, corre e martedì prossimo sarò Senatore.
—E Cevasco?—chiese Balletto uscendo dal beato dormiveglia in cui lo avevano immerso i tanti discorsi uditi.
—Ma,—rispose Bacci,—ha detto di venire di sicuro.
Alberto e il dottore parlavano animatamente di Sara.
La porta si aprì e Luigina lieta e sorridente comparve sulla soglia e disse:
—I ravioli sono in tavola.
—Ah!....—fecero tutti.
Cherubina in piedi con le mani sui fianchi, rossa, infuocata guardava gli amici e quindi i grandi piatti dei ravioli e sorrideva beatamente.
—E Cevasco?—chiese.
Squillò il campanello, Luigina corse ad aprire; e Cevasco entrò, piegava sotto il peso di un dolce colossale.
Quando comparve, gli fecero un’ovazione mentre Cherubina mormorava:
—Boia! Boia!
Un pranzo allegro, un poco rumoroso; ma pieno di cordialità.
I ravioli furono proclamati insuperabili e Baciccia diceva alla moglie:
—Guarda vecchia mia di non bagnarti!
Tutti ridevano a quello scherzo un poco grossolano, ma che passava per il modo gioviale col quale era detto.
Il vino di Arsina delle cantine di Bacci, di un bel colore rubino saltellava nei bicchieri e accresceva il buon umore.
Quando si misero i coltelli nel dolce di Cevasco e colò la crema profumata, si cominciò a far saltare i turaccioli dell’Asti spumante.
—Ah!—diceva Nannetti—se donna Cherubina avesse una gamba al mese da festeggiare!
—Boia boia!—mormorava la brava donna la quale pensava che dopo tutto, la rottura di una gamba non è una gran cosa.
Si fecero molti brindisi ad Alberto e Luigina al dottore e a Vittoria.
Baciccia annunziò solennemente che la prima domenica dopo Natale ci sarebbero due matrimoni.
I fidanzati erano raggianti.
Cevasco dichiarò che avrebbe fatto un dolce, grande quanto il Mulberry Band.
Quel diavolo era capace di mantenere la promessa!
Tutti quei felici passarono una deliziosa giornata.
Scendeva la notte quando vennero a chiamare il dottore perché si recasse a casa della principessa Orloff.
La carrozza aspettava alla porta.
Il dottore partì promettendo di ritornare; certo era avvenuta qualche disgrazia.
Quella chiamata improvvisa turbò alquanto la gioia di quella festa intima. Ma fu una nube leggiera.
Mentre gli uomini si misero a fumare, Luigina condusse Vittoria nella sua cameretta; una cameretta che era un amore.
Sembrava una bomboniera imbottita di raso e di seta.
Le due fanciulle avevano mille dolci cose da dirsi, avevano da discorrere dei loro amori, delle loro gioie.
CAPITOLO IX.
Quando il dottore arrivò al palazzo Orloff, la principessa gli corse incontro e gli disse:
—Da quattro ore Sara smania, non è possibile trattenerla, grida, si dibatte, sembra una furia. Per carità dottore calmate mia figlia.
La disgraziata fanciulla trattenuta dalle infermiere e dalle cameriere metteva paura. Gli occhi le uscivano dall’orbita, una schiuma sanguigna contaminava quelle labbra che un tempo ebbero tante seduzioni.
—La dinamite!—gridava Sara—la dinamite! Attenti!.... Lo scoppio!.... Ah!.... È finito....
E si dibatteva, ruggiva, tentava di mordere coloro che la trattenevano.
Il dottore fece delle iniezioni per riuscire ad assopire la forsennata.
I primi risultati furono negativi, anzi pareva che quei veleni iniettati nel suo sangue aumentassero le smanie.
Fu una scena selvaggia, una lotta tremenda fra la fanciulla e quei che volevano trattenerla.
Il dottore ripeté le iniezioni.
A poco a poco Sara si calmò, il suo corpo fu scosso da brividi, da sussulti, poi cadde in un grande assopimento.
Allora il dottore ordinò che la legassero con dei lenzuoli, in modo che se l’assalto furioso si rinnovava non ci fosse più bisogno di quella lotta a corpo a corpo che metteva spavento.
Prima di partire disse alla principessa che assolutamente era necessario condurre Sara ad una casa di salute.
Annie chinò il capo e rassegnata mormorò:
—Obbedirò!
Il dottore ritornò a casa di Baciccia, era mesto e pensieroso e l’allegria di tutti coloro che lo circondavano, aumentava la sua malinconia.
Per fortuna un sorriso di Vittoria gli fece dimenticare la scena alla quale aveva assistito.
Alberto con ansia gli chiese:
—Ebbene dottore che fu?
—È pazza, furiosa,—rispose il dottore.—Dio non perdona!
CAPITOLO X.
David e Beniamino avevano subìto un rovescio alla Borsa e dovettero fuggire. Prima però di prendere il largo col danaro che avevano salvato dal naufragio vendettero ad un loro parente l’Agenzia, la quale in apparenza già da qualche tempo, apparteneva a William, e diciamo in apparenza perché i furbi ebrei di giorno in giorno avevano rimandato la firma del contratto, trovando sempre qualche causa che William si beveva in santa pace, sicuro che i due ebrei non avrebbero potuto mancare ai patti.
È facile adunque immaginare la rabbia del furbo agente quando si vide giuocato a quel modo.
Ebbe un bel protestare col nuovo proprietario dell’Agenzia Internazionale, il bravo ebreo rispondeva:
—Signor William, fatemi vedere il contratto. Il mio è in regola ma se ne avete un altro, io mi ritiro.
Non eravi nulla a dire. Per fortuna William aveva un mezzo per battere moneta.
Certo la principessa Orloff gli pagherebbe in dollari sonanti il suo segreto.
Uomo di pronta azione, una bella mattina si recò al palazzo Orloff e chiese di parlare alla principessa.
Non la trovò, Annie era andata alla casa di salute dove da alcuni giorni viveva Sara.
Ritornò alla sera e la principessa lo ricevette.
—Signora—disse William—fui impiegato all’Agenzia Internazionale, conosco un segreto che vi riguarda e sono pronto a svelarlo.
—Un segreto?
—Sì, signora. Però siccome sono un povero diavolo, così se crederete che il mio segreto valga qualche cosa mi raccomando alla vostra generosità nella quale ho piena fede.
Annie sorpresa guardava quell’uomo rispettoso, quello sconosciuto che le parlava di segreti.
Che un altro colpo le fosse riservato?
—Parlate signore—disse Annie—e se ciò che dovete dirmi mi interessa saprò essere riconoscente.
—Signora, io dovrò forse recarvi un grande dolore....
—Dite, dite presto! I dolori e me ci conosciamo.
—Voi incaricaste l’Agenzia Internazionale di ritrovare una vostra bambina. Io fui incaricato delle indagini che riuscirono infruttuose. Pare però che i signori David e Beniamino fossero più fortunati di me perché vi dettero una figlia.
—Ed è questo il vostro segreto?—interruppe Annie che ebbe il sentore di un ricatto.
—No. Il segreto sta in questo che la fanciulla che vi venne presentata non è vostra figlia!
Annie si alzò pallida e tremante; ma il suo volto non dimostrò dolore, anzi pareva che la illuminasse un raggio di gioia.
—Dite il vero?—esclamò.
—Vi darò le prove, vi farò dire chi fu la madre di quella fanciulla e che razza di furfanti siano Rebecca e Giosuè. Vi dirò anche la vita dissoluta, depravata che condusse Sara fino al giorno in cui la trassero dal fango per gettarla nelle vostre braccia, nelle braccia della più nobile donna di New York.
Chi siano David e Beniamino ora in fuga sotto l’accusa di truffa, ve lo diranno i giornali. A me il provarvi che dico il vero.
—Vi credo,—disse Annie,—vi credo!
—La fiducia della signora principessa mi onora,—rispose umilmente William,—ma io tengo a provare ciò che dico.
Annie come sollevata da un incubo che la tormentava da tanto tempo, chiese:
—Voi vi incaricaste delle indagini per trovare la mia bambina, ditemi franco se io potrò ritrovarla?
—No signora, è impossibile. Ho frugato tutta New York, non vi è traccia di lei.
Annie dette un doloroso sospiro e quindi riprese:
—Le vostre parole mi tolgono ogni speranza; ma mi assicurano che voi non volete ingannarmi.
Per la vostra rivelazione vi ringrazio, lasciatemi il vostro indirizzo e vedrete ben presto che la principessa Orloff, non disconosce i servigi che le vengono resi.
William si inchinò, anche per nascondere la gioia che gli illuminava il volto.
Quando l’agente se ne fu andato, Annie in un impeto di riconoscenza si gettò in ginocchio e con gli occhi, ancora bellissimi, rivolti al cielo, disse:
—Signore, ti ringrazio per avermi fatto conoscere che se il mio cuore restava muto per colei che credevo mia figlia, non era una colpa.
Sii generoso con una povera madre, se mia figlia vive, ridonala al mio affetto, se è morta fai che dall’alto del cielo implori pace per la sua madre sventurata.
Si rialzò trasfigurata, quella preghiera le aveva fatto bene, una dolcezza infinita le invadeva il cuore, una voce arcana le mormorava: Spera!
La rivelazione che aveva intesa, calmava molte delle sue pene.
Essa si rimproverava di continuo quella specie d’odio che aveva verso la sua creatura.
Ora si spiegava la ripugnanza che le ispirava Sara, ora comprendeva perché il suo cuore non era spinto verso di lei.
Tom il negro fedele guidato dall’istinto, aveva compreso che Sara era un’intrusa.
Strani misteri del cuore umano.
Annie chiamò Tom e gli disse:
—Mio vecchio e fedele amico tu avevi ragione, Sara non era mia figlia.
—Lo sapevo che un giorno mi avreste dato ragione!—rispose con gioia Tom.
—Mia figlia è morta, Tom!
—No, no, padrona, è viva, e la ritroverete.
L’accento col quale il vecchio servo pronunziò quelle parole aveva del profetico.
Annie ebbe un lampo di speranza.
Per quanto Sara l’avesse infamemente ingannata, la principessa decise di sopperire a tutte le spese della Casa di Salute lo stesso come se si trattasse di sua figlia.
Buona e generosa non voleva che colei che per qualche tempo visse qual figlia di milionari, finisse in uno di quei manicomi dove i poveri sono trattati con ferocia inaudita, in quei manicomi dove gli infermieri incrudeliscono contro i disgraziati che non hanno né parenti, né amici.
Immediatamente però avrebbe sospeso l’assegno a quegli ignobili che l’avevano turlupinata, gettandole tra le braccia, una fanciulla raccolta nel fango.
Annie un’altra volta aveva la prova di quanto fosse perfido e cattivo il mondo e come facile cosa fosse trarre in inganno le persone oneste.
Era ricca troppo per pensare al danaro; ma l’accuorava la scoperta di tante bassezze.
Poi l’assaliva inesorabile e crudele il pensiero della sua bambina.
In quali mani era essa caduta? Chi sa che non languisse nella miseria, che non fosse sulla via del vizio, del disonore....
—Dio mio! Dio mio!—mormorava la povera madre,—se vive, proteggetela.
CAPITOLO XI.
I “Cinque Punti” erano la vigilia delle elezioni tutti illuminati da palloncini giapponesi, in onore di Charles Bacigalupo candidato a Senatore.
Sopra la porta della Birreria di Valenti eravi un gran trasparente col ritratto e il nome di Charles.
Entro la birreria la birra correva a fiumi. Non mancavano nessuno di quei politicanti dell’ultima ora che saltano fuori in ottobre tanto per intascare qualche dollaro, o alla peggio bere e mangiare gratis.
A sentire quei tipi dalla parlantina svelta, Charles sarebbe stato eletto con una maggioranza da sbalordire; ma le persone serie, quelle che conoscono per bene gli elementi dei quartieri non si illudevano e sapevano che il candidato italiano non sarebbe stato eletto, e se patrocinava la sua candidatura era perché l’affermazione politica sopra il nome di un italiano riuscisse il più possibile seria e importante.
Sopra un carro tutto addobbato dai colori di America e d’Italia, sul quale suonava una musica a base di grancassa, alcuni oratori fecero dei discorsi assai applauditi.
Quando sul carro comparve il candidato Bacigalupo scoppiò un grande applauso.
Il futuro Senatore non si piccava di essere oratore, per ciò disse poche parole alla buona promettendo che avrebbe curato gl’interessi degli italiani sempre, da vivi e da.... morti.
Ci furono altri applausi, mentre Baciccia e Luigina accendevano su dall’alto delle loro finestre, delle candele romane, le quali coi loro colori cangianti illuminarono la folla che elettrizzava da Valenti per bere a più non posso.
Nell’interno del Bar-room, Charles fu quasi portato in trionfo, e in quel momento forse pensò che all’indomani lo avrebbero salutato Senatore.
Ci affrettiamo a dire che le speranze del candidato e dei suoi amici andarono deluse, la battaglia fu perduta, onorevolmente sì, ma perduta.
Charles prese la cosa in santa pace, e a Luigina che gli faceva le condoglianze rispose:
—Sto meglio in Mulberry che ad Albany.
CAPITOLO XII.
Da qualche tempo Alberto non lavorava che raramente al suo ufficio, sebbene avesse completamente terminato il lavoro al Metropolitan Museum, lavoro che gli aveva procurato le lodi più sincere, tanto del conte di Cesnola come di tutti gli intelligenti.
Anche la stampa si era occupata di quella specie di miracolo artistico, che avrebbe ridotto nel primiero stato uno dei quadri dei più belli della scuola Fiamminga.
Alberto aveva affittato un altro locale che nessuno conosceva, e dove con amore e passione lavorava attorno ad un quadro rappresentante il “Trionfo della Scienza.”
Le figure principali di quel quadro, che certo avrebbe destata l’ammirazione generale, erano: Luigina e il dottore che l’aveva salvata.
La scena avveniva nel gabinetto di lavoro del dottore; Luigina sorridendo dolcemente porgeva la spalla a mezzo denudata, e il dottore serio, ma illuminato dalla speranza, faceva una iniezione di siero.
La siringa metallica che aveva in mano il dottore, scintillava sulla tela come se fosse vera, così brillavano tutti i ferri chirurgici collocati nelle vetrine; Alberto imitando il celebre pittore russo, autore di Nana, aveva dato ai metalli lo splendore naturale.
Il quadro di grandi proporzioni, se era riuscitissimo per le due figure principali, appariva una meraviglia negli accessori.
Il verismo trionfava su quella tela splendida. Tuttocciò che forma il corredo, il patrimonio di un dottore che sia a giorno di tutte le scoperte eravi riprodotto.
Non mancavano neppure quei tubi ripieni di gelatina, dove vivono i bacilli più pericolosi, quei tubi che gettati in mezzo ad una via potrebbero, rompendosi, portare il colera, la peste, il tifo in un’intera città.
Alle pareti di colore oscuro del gabinetto pendevano i ritratti di Maragliano, Sanarelli, Koch, Pasteur: soldati valorosi della scienza il cui nome sarà benedetto e acclamato in eterno.
Quel quadro era il regalo di nozze di Alberto al Salvatore della sua Luigina, ed era davvero un dono principesco.
Quando fu a termine del suo lavoro Alberto sollecitò una visita del Conte Palma di Cesnola, l’egregio uomo accompagnato dal suo segretario Luigi Roversi, giornalista e fine osservatore di opere d’arte, si recò allo studio del giovane pittore italiano.
Tanto il conte di Cesnola quanto il suo segretario innanzi a quella tela restarono ammirati entusiasmati.
Il conte vivamente commosso abbracciò Alberto dicendo:
—Siete un grande artista.
Roversi meno facile a commuoversi stese la mano al pittore dicendo:
—Sarebbe un vero peccato che questo quadro non figurasse alla prossima esposizione di Parigi.
—Il quadro non è mio,—rispose Alberto.
—Bisognerà ottenere—continuò Roversi—che la persona fortunata che lo possederà lo mandi a Parigi. Avrete un premio, e il vostro nome avrà il battesimo della celebrità, e renderete un gran servizio all’arte italiana.
Anche Cesnola insisté su questo punto.
Delle lodi di quelle due persone intelligenti, Alberto fu molto contento, a lui premeva di aver fatto cosa degna del fatto che il quadro ricordava.
Del resto era sicuro di essere riuscito perché vi aveva messo tutto il suo cuore, l’amore e la riconoscenza guidarono la sua mano.
Alberto ritornò al suo studio e si mise a lavorare attorno al quadro del principe Orloff.
Oramai aveva preso l’impegno di farlo, la principessa lo aveva pregato per lettera e non poteva rifiutarsi.
Però mentre faceva correre il pennello sulla tela, mille ricordi lo assalivano.
Pensava a quella bella e sciagurata fanciulla che l’amore spinse al delitto e che ora viveva in un manicomio alla mercé degli infermieri che domavano brutalmente i suoi furori.
Triste storia quella di Sara, egli non avrebbe voluto averci avuto parte.
Ma era egli colpevole?
No, la sua coscienza nulla gli rimproverava, che anzi con un certo orgoglio poteva pensare alla vittoria riportata.
CAPITOLO XIII.
Erano ai primi di dicembre l’inverno era mite, l’autunno continuava le sue dolcezze.
Luigina e Vittoria erano affaccendate tutto il giorno per il loro corredo.
Andavano da un negozio all’altro, guardando e scegliendo strisce di seta e velluto.
Le due fanciulle avevano carta bianca e potevano spendere tutto ciò che volevano.
Baciccia aveva aperto un credito illimitato a Luigina e anche Vittoria poteva avere tutto il denaro che voleva, i suoi genitori erano fieri di dare la figlia loro a quel giovane medico, del quale i più autorevoli giornali di New York parlavano con ammirazione.
Le migliori sarte della città lavoravano con lena attorno agli abiti, le cucitrici facevano correre le macchine per confezionare le biancherie finissime di tela d’Olanda, dove i preziosi merletti mettevano come delle candide volate di neve.
Anche da Tiffany si lavorava per Vittoria e Luigina, Baciccia, la famiglia Laurana il Dottore e Alberto avevano ordinato quanto eravi di meglio.
Cherubina non volle essere meno del marito e un bel giorno senza dir nulla a nessuno, prese in fondo ad un cassone 5 mila dollari che vi teneva nascosto e andò da Tiffany.
Nel gran negozio di Union Square restò un poco confusa, ma la gentilezza dei commessi la rinfrancò.
Ad un giovanotto biondo tutto premuroso disse:
—Eccovi cinquemila dollari desidero un gioiello da regalare a mia nipote il giorno delle sue nozze.
—Scusate Signora, vostra nipote si chiama Luigina?
—Certo. Come lo sapete?
—Qui si lavora per lei da molti giorni. Ora siccome io so i gioielli che già sono in lavorazione farò fare per voi qualche cosa di nuovo.
—Boia! Boia!—mormorò Cherubina.—Che bravo giovanotto.
—Non vi piace?—chiese il commesso.
—Sicuro. E se ciò che ordinate costerà di più di cinquemila dollari non fa niente.
Il commesso che credeva gli italiani dei pitocchi, da quando piovvero le ordinazioni per il matrimonio della giovane italiana, si era convinto che se fra i pronipoti di Colombo ci sono quei che disgraziatamente frugarono nei barili delle immondizie, vi sono pure quei che spendono come principi.
Ora quella donna del popolo vestita modestamente, un poco ruvida di modi, ma educata e cortese che faceva saltare i dollari allegramente, impressionò vivamente il biondo commesso.
—Non dubitate signora—disse questi—che faremo un dono degno della vostra nipote. In quanto al denaro potete tenerlo, non abbiamo bisogno di acconto.
—No, no; tenetelo, mi darebbe noia a riportarlo a casa.
—Va bene lo porterò alla cassa.
—E il gioiello quando sarà pronto?
—Fra quindici giorni.
—Va bene, arrivederci.
—Aspettate che vi dia la ricevuta.
—La ricevuta? Perché farne?
Cherubina svoltò le grosse spalle, sorrise, e se ne andò mormorando.
—Boia! Boia! la ricevuta!
Se ne tornò a casa soddisfatta.
Era combinato che Alberto e Luigina abitassero il secondo piano della casa di Baciccia.
Alberto, nella sua qualità di artista fu incaricato dei mobili e delle decorazioni necessarie.
Per opera del giovane e modesto pittore Faustino Sampiero il soffitto della camera nuziale, fu strasformato in un lembo di nido splendido, dove degli amorini degni di Vattau, si davano alla pazza gioia fra lo scoccare delle freccie dorate, che si perdevano fra tralci di fiori simbolici.
Alberto quando ammirò quel soffitto non poté a meno di rallegrarsi col giovane pittore, al quale pur troppo l’America non aveva offerto che disillusioni e dolori.
In quanto ai mobili Alberto scelse tutto quello che di più artistico poteva offrire New York.
Il dottore aveva preso in affitto una bella casa alle Ventitre Strade, e Alberto aveva pensato a scegliere i mobili.
Una gioia grande dominava tutti, quei dei Cinque Punti tenevano delle misteriose adunanze, le maestre della scuola di Leonard Street restavano delle lunghe ore a confabulare insieme, certo si preparavano delle sorprese per il giorno delle nozze di Luigina e Vittoria.
CAPITOLO XIV.
Una mattina, Alberto, mancava quindici giorni al suo matrimonio, lavorava con lena attorno al ritratto del principe Orloff.
Già la figura dell’infelice russo appariva bella e parlante sulla tela.
Non mancavano che le decorazioni, lavoro semplice; ma noioso.
Ad un tratto squillò il campanello dello studio: Alberto corse ad aprire.
Era la principessa Orloff.
Il pittore salutò con rispetto e introdusse la visitatrice nello studio.
Annie nel vedere il ritratto dello sposo suo fu presa da una grande commozione, stese la mano ad Alberto dicendo:
—Grazie, grazie signore di avere fatto rivivere sulla tela l’uomo che ho tanto amato, e che piangerò in eterno.
—Sono lieto principessa che il mio povero lavoro incontri la vostra approvazione.
—Povero lavoro! Ma dite una stupenda opera di arte.
“Nessuno migliore di me può essere giudice del vostro lavoro. Quando il ritratto sarà finito?
—Fra tre giorni principessa.
—Bene. Non so se ci vedremo perché parto per Parigi, perciò vi prego di accettare questo buono sul First National Bank.
Ciò dicendo la principessa porse ad Alberto una cartolina azzurra che questi pose sopra il tavolo senza neppure guardare.
—Vi faccio premura, perché non appena il quadro sia pronto, lo facciate trasportare al mio palazzo.
—Non dubitate signora.
Il pittore voleva domandare di Sara, ma non si attentava, la principessa quasi indovinasse il suo pensiero disse:
—In quanto a Sara disgraziatamente non avvi più speranza di guarigione.
—La condurrete a Parigi?—chiese il pittore.
—No.
Alberto restò un poco interdetto; come mai la madre abbandonava la figlia pazza?
La principessa prevedendo delle domande imbarazzanti domandò:
—So che state per prendere moglie signor Alberto.
—È vero.
—Mi dicono meraviglie della vostra fidanzata.
—Signora non so se sia bella, ma sono sicuro che è un angelo, il candore e la bontà fatta donna.
—Siate felice. Sono dolente di non avere visto la vostra fidanzata.
—Signora, ho il suo ritratto, nessuno è ammesso a visitarlo; ma per voi faccio un’eccezione.
Alberto, ciò dicendo, sollevò la portiera del suo gabinetto particolare.
La luce pioveva sul quadro, e la figura sorridente di Luigina spiccava in tutta la sua grazia.
Alberto sollevò la portiera del suo gabinetto particolare.
La luce pioveva sul quadro e la figura sorridente di Luigina
spiccava in tutta la sua grazia.
Annie nel vedere quella fanciulla che era il suo ritratto parlante di quindici anni prima, provò una di quelle emozioni che possono produrre la morte.
Il suo cuore batté a tumulto, il sangue le salì alla testa, la poveretta mormorò:
—Dio mio! Dio mio! non fatemi morire!
Contemplò a lungo quel ritratto, le lagrime, piovevano giù dai suoi occhi, il petto si sollevava per i singhiozzi.
Alberto stupefatto assisteva a quella scena, di dolore e di gioia, di ebbrezza e di sconforto.
—Signore Alberto—chiese con voce anelante Annie—la vostra fidanzata ha il babbo e la mamma?
—No, fu allevata dallo zio e dalla zia, gente molto per bene e ricca.
—Quanti anni ha?
—Poco più di quindici.
—Sentite, signor Alberto è d’uopo che mi conduciate dai parenti di questa fanciulla. Non chiedetemi nulla, non potrei rispondere, nella mia mente cozzano mille idee diverse, il mio cuore palpita di timore e di speranza.
“Fra poco sarò la più felice delle donne o la più sventurata.
Alberto sorpreso, confuso non sapeva cosa rispondere.
—Ve ne prego, signor Alberto, conducetemi alla casa della vostra fidanzata.
—Sono ai vostri ordini signora.
La carrozza della principessa aspettava, vi salirono e via al galoppo verso i Cinque Punti.
Durante il tragitto non scambiarono una parola.
Annie perduta come in un sogno, Alberto preoccupato da mille pensieri diversi.
Baciccia e Cherubina erano in casa, Luigina con Vittoria si trovavano dalla sarta.
Alberto presentò la principessa a Baciccia e alla moglie, gli ex suonatori di organetto restarono confusi nel trovarsi innanzi a quella ricca signora, della quale tutti parlavano con ammirazione.
—Amici miei—disse Annie la cui voce tremava—devo parlarvi di cosa grave e fare appello alla vostra lealtà.
Alberto volle andarsene, la principessa l’arrestò dicendo:
—Non siete di troppo, anzi è d’uopo che voi pure sappiate.
I personaggi di quella scena si guardavano confusi.
Annie continuò:
—Le mie parole vi sorprendono, ma la vostra sorpresa vi cesserà quando io vi avrò detto che cerco una figlia che ho perduta, o meglio che mi fu tolta e venne abbandonata in una triste notte di carnevale del 1882.
Baciccia e Cherubina si sentivano presi dalla paura, certo quella era la madre di Luigina. Che venisse a rapirla loro?
—Avvenimenti dolorosi—continuò la principessa—accaddero poi. Mi fu detto che la mia bambina era morta ed io la piansi per tale. Un giorno ero già vedova, colei che mi aveva ingannata, presso a morire mi confessò che mia figlia fu abbandonata in un quartiere di New York.
“Ritornai in America, possedeva una fortuna enorme e credevo facile cosa il poter trovare tracce della figlia mia. Incaricai un’agenzia, offrii un premio di mezzo milione di dollari, e un giorno mi gettarono fra le braccia la figlia di un arabo e mi dissero che era mia figlia. Non amai quella sciagurata che oggi è in un manicomio, e provai dolori atroci perché odiavo mia figlia. Or non molto seppi della trama ordita ai miei danni. Sara non era mia figlia, ma una fanciulla raccolta nel fango, depravata e corrotta.
La principessa tacque per un istante.
Baciccia e Cherubina in preda ad una emozione indicibile tremavano come foglie sbattute dal vento.
Alberto anelante aspettava la fine di quella scena patetica.
—Mi fu detto che era impossibile ritrovare mia figlia e mi accingevo a lasciare New York dove avevo tante tristi memorie, allorché nello studio di Alberto vidi il ritratto di Luigina. Quel ritratto è la riproduzione esatta del mio, quando avevo quindici anni. Guardatemi, sono invecchiata, i dolori mi hanno cambiata, ma è impossibile che non resta traccia nei miei lineamenti di ciò che fui da fanciulla.
“Ora io sono qui venuta per pregarvi in ginocchio di dirmi la verità intorno a vostra nipote. Se il mio cuore non m’inganna, se essa è mia figlia, non la toglierò al vostro affetto, non la toglierò a voi Alberto che l’amate, ma vi domanderò come una grazia di vederla, di baciarla, di abbracciarla.
La principessa era caduta in ginocchio, le lagrime le irrigavano il volto, illuminato dalla speranza.
Baciccia e Cherubina piangevano.
Alberto come trasognato in preda ad un doloroso stupore, guardava la principessa, Baciccia e Cherubina.
—Sentite,—continuava la povera donna—non dubitate che vi tolga il suo affetto, ci sarà una persona di più ad amarla ecco tutto.
Cherubina ad un tratto si levò, non ne poteva più, scoppiava.
Rialzò la principessa, e la strinse fra le braccia, mormorando:
—Boia! boia!—poi a voce alta disse:
—Sì, sì, è vostra figlia Luigina.
Un grido delirante di gioia irruppe dal petto di Annie.
Calmato quel momento di viva eccitazione, la principessa raggiante, chiese mille particolari, e sentendo narrare della virtù della figlia, dell’affetto che la circondava, piangeva, piangeva; ma erano lagrime di gioia.
Scorgendo poi Alberto pensieroso e confuso gli stese le braccia dicendo:
—Figlio! figlio mio!—Era quello il riconoscimento di Alberto come sposo di Luigina e il giovane divenne sorridente.
Per Baciccia, per Cherubina la principessa ebbe parole tanto calde di affetto, e d’amore che i due non poterono che piangere di tenerezza.
Cherubina era andata a prendere le vesticciuole della bambina e la madre felice le aveva baciate.
La principessa aspettava ansiosamente la figlia.
Finalmente squillò il campanello.
—È lei—gridò Annie.
—Un momento—disse Alberto—io voglio preparare Luigina all’emozione che l’aspetta.
Ritiratevi tutti nella sala da pranzo e aspettate.
Alberto andò ad aprire a Luigina, la quale scorgendo il fidanzato dette un lieto grido.
La fanciulla era carica di scatole.
—Su via aiutami,—disse allegramente,—non ne posso più.
—Ma perché non farli mandare a casa tutti questi oggetti?
—Perché?.... Perché?.... bisogna aspettare troppo; è persuaso il signor perché?
Alberto condusse nel salotto Luigina, e quando si fu sbarazzata dalle scatole le disse:
—Dobbiamo parlare.
—Mio Dio che cera grave.
—Dimmi Luigina non hai mai pensato a tua madre.
—Certo e ho detto per lei sempre le mie preghiere. Io non ho conosciuta la mamma, ma la zia mi ha insegnato ad amarla.
Molte volte me la sogno, è così bella, così buona!
Figurati—guarda che pazzie—delle volte in sogno mi sembra che mi dica, non sono morta.
Ma perché mi parli della mamma?
—Perché vorrei che ci fosse a vederci felici.
—Ci vedrà dal Cielo.... La mamma quanto l’avrei amata. E il babbo pure. Li avrei amati come amo la zia e lo zio. Quanto hanno fatto per me!
Altro che se fossi stata loro figlia!
Li amo! li amo e tu non sarai geloso.
Nella stanza vicina giungeva la voce chiara e distinta di Luigina, e la principessa Baciccia e Cherubina strettamente abbracciati piangevano, piangevano di gioia.
Alberto anche lui vivamente commosso, fissava dolcemente la fidanzata.
—E giacché mi hai parlato della mamma ti dirò che se andiamo in Italia, la prima visita sarà al cimitero del mio villaggio, metteremo tanti fiori sulla terra che ricopre i miei genitori.
—Senti Luigina, se il tuo sogno non avesse mentito, se tua madre realmente vivesse?
—Alberto perché vuoi addolorarmi, via non sta bene.
Luigina dette in pianto. Alberto l’attrasse a sé, la strinse fra le braccia e disse:
—Vedi amo i sogni e le fantasie, mi piace il sapere cosa faresti se tu vedessi la mamma.
—Cosa farei?.... Dio mio non so, potrei morire dalla gioia....
—E lo zio e la zia non li ameresti più come prima?
—E perché?.... Alberto come mi giudichi male.
Se ci fosse anche la mamma le direi: Ti amo! ti amo tanto! ma amo gli zii e Alberto il mio cuore è di voi quattro in proporzioni uguali....
Si udì un forte singhiozzare.
—Ma chi piange qui?—gridò Luigina in preda ad una grande emozione.
La porta si aprì e la principessa comparve non disse che queste parole:
La porta si aprì e la principessa comparve, non disse che queste parole mia figlia....
—Mia figlia!!!
Luigina spinta da una forza arcana si gettò nelle braccia che le venivano stese.
Annie in quell’amplesso dimenticò pene e dolori, una felicità immensa le invase il cuore.
Luigina credeva di sognare, dalle braccia della madre passò in quelle di Baciccia, poi in quelle di Alberto e finì per ritornare all’amplesso frenetico di Annie.
La giornata trascorse lietamente; Annie ordinò al suo cocchiere di andare a casa e di condurre Tom alla casa di Baciccia.
Quando il negro entrò nel salotto e scorse Luigina dette un grido di gioia:
—La padroncina—e cadde in ginocchio e baciò un lembo della veste di lei: ma la fanciulla lo rialzò e baciò in fronte.
Il vecchio servo per poco non impazzì dalla gioia.
CAPITOLO XV.
Con atto pubblico solenne la principessa Annie Orloff, riconobbe come sua figlia Luigina; quei della buona società notarono e commentarono il fatto malignamente; ma alla principessa nulla importarono le chiacchiere; essa non era donna da arrestarsi di fronte ai rispetti umani.
Ai Cinque Punti è facile immaginare come restassero.
Nessuno dubitò che la Luigina avrebbe cambiato e non si sbagliarono, perché la brava fanciulla non volle andare ad abitare il palazzo Orloff fino a quando non fosse sposa di Alberto.
Valenti e Cevasco dovevano essere i suoi testimoni e siccome questi volevano ritirarsi, Luigina andò a cercarli dicendo loro che prenderebbe per un’offesa grave, se mancavano alla parola.
A quei che la chiamavano principessa, voltava le spalle inquietandosi. Solo concesse che il pranzo di nozze suo e di Vittoria avesse luogo al palazzo Orloff, offrendo più grandi comodità.
Il giorno di Natale la principessa Orloff pranzò da Baciccia e andò in estasi per la bontà dei ravioli, cosa questa che commosse tanto e poi tanto Cherubina.
Del resto fra coloro che allevarono Luigina e Annie era un tale sincero affetto che destava commozione.
In quanto a Luigina amava più che mai Baciccia e Cherubina, i quali per un’estranea avevano fatto più che per una figlia.
La vigilia del matrimonio le maestre della scuola di Leonard Street, portarono alla loro allieva un dono pregevole e prezioso.
—A questo dono—disse la più anziana delle maestre—concorsero tutte le allieve, alle quali, noi o Luigina, insegniamo ad imitarvi.
La fanciulla commossa abbracciò le sue maestre, mentre la principessa fiera e orgogliosa, dava la formale promessa di non dimenticare la scuola dove Luigina aveva imparato ad amare la virtù.
Più tardi Cevasco, Valenti, Bacigalupo, Bacci, Nannetti e Balletto, a nome degli abitanti del quartiere presentavano a Luigina una splendida stella di brillanti, e al Dottore un artistico calamaio di argento, con la seguente epigrafe:
Al salvatore della
Stella dei Cinque Punti
in segno
di riconoscenza.
Né i doni mancarono a Vittoria; di una ricchezza enorme quello di Luigina, veramente regale quello della principessa. Al dottore, Annie consegnò un portafoglio con entro i titoli di proprietà della Villa delle Rocce, e di una villa splendida situata a Newport.
Nel portafoglio eravi pure un buono di un milione di dollari, e la seguente letterina:
“Al salvatore di mia figlia! A voi che dedicate la vostra vita a fare il bene, non devono mancare i mezzi per aiutare i poveri. Io sono lieta di farvi dono della mia villa di Newport perché sia adibita ad uso di ospedale per i tubercolosi. Unisco un buono di un milione, perché possiate fabbricare, ingrandire, rendere adatta al suo scopo la mia Villa.
“Stabilisco che vi sia pagata una rendita di duecentomila dollari all’anno per il mantenimento dell’ospedale. È il meno che posso fare per l’uomo che mi ha salvato la mia figlia adorata.”
Anche Baciccia e Cherubina si fecero onore coi loro regali, e la vigilia del matrimonio nella casa dei Cinque Punti eravi un vero tesoro.
CAPITOLO XVI.
Il dottore De Luisi aveva letto nei giornali dell’adozione di Luigina per parte della principessa Orloff.
Cosa doveva dir ciò?
Dunque, Luigina della quale i giornali parlavano come di una splendida bellezza, viveva.
Perduto a Niagara Falls, divenuto tetro e irascibile, De Luisi ignorava quasi completamente ciò che avveniva nel mondo.
Si era fatto crescere la barba e sembrava un vecchio di cinquant’anni, nessuno avrebbe in lui riconosciuto il giovane e brillante dottore che tutti credevano destinato ad uno splendido avvenire.
Quel giornale a caso gli capitò fra le mani, riaprì la piaga del suo cuore.
Fu preso dalla smania di correre a New York, di rivedere Luigina, per convincersi che la vantata scienza che lo spinse ad abbandonare la donna amata, era bugiarda, e che ad una deità bugiarda e falsa aveva sacrificato la sua felicità, il suo avvenire.
Partì per New York. Rimettendo piede nella città dove aveva avuto giorni felici e giorni tristi, provò una viva emozione.
Percorse le vie della città, nessuno lo conosceva; era un estraneo in quella immensa Metropoli dove pure un giorno, contava tanti amici.
Macchinalmente diresse i suoi passi verso i Cinque Punti, trovò una folla enorme.
—Cosa avviene?—chiese.
—È la Stella del quartiere che si marita,—gli venne risposto.
Giù per Park Street si allungava la fila delle carrozze, che si ripiegava in Park Row.
Quei dei Cinque Punti avevano adornato di fiori i negozi, le finestre.
Le fanciulle portavano mazzetti di fiori da gettare alle spose.
De Luisi come in preda ad un sogno penoso, si diresse verso Roosevelt Street.
La via era una galleria di fiori freschi, la chiesa vasta era trasformata in un giardino.
Dagli archi pendevano tralci di gelsomini, le colonne sparivano sotto i petali delle violette, le rose rosse circondavano gli altari, sull’altare maggiore erano cespugli di fiori d’arancio....
La chiesa era già piena, ma De Luisi poté farsi strada nella folla e arrivò vicino al luogo dove un largo inginocchiatoio ricoperto di velluto cremisi aspettava gli sposi.
Sull’altare brillavano la croce e dodici candelieri di argento massiccio, dono della principessa Orloff. Le campane della Chiesa suonavano a festa....
La folla si pigiava, De Luisi appoggiato ad un pancone guardava qua e là come un pazzo.
L’orchestra diretta dal cav. Brizzi intuonò la marcia del Profeta, gli sposi entrarono.
Vittoria e Luigina indossavano un abito uguale di broccato bianco.
Un solo gioiello portava Luigina, la stella donata da quei dei Cinque Punti.
Tralci di fiori d’arancio freschi servivano di guarnizione agli abiti nuziali.
Le due fanciulle apparivano di una bellezza celestiale....
Alberto e il dottore lieti, felici, seguivano gli sposi.
Venivano poi la principessa, Bacigalupo, Cherubina, i genitori e i fratelli di Vittoria, i testimoni degli sposi, le dame d’onore, le maestre della scuola di Leonard Street, e gli amici delle due famiglie.
Il parroco della Chiesa assistito da numeroso clero, disse la messa, quindi unì in matrimonio i quattro felici.
Compiuta la cerimonia pronunziò un breve e commovente discorso.
De Luisi assisté a quella scena col cuore come stretto da una morsa di ferro rovente.
Vedeva Luigina, lieta, felice, sorridente, piena di vita, di salute più bella che mai!
Ed egli l’amava quella sposa che era al colmo della gioia, l’amava e l’aveva perduta.
Ma chi l’aveva guarita dal male terribile che la minava?
Venti anni di torture le più raffinate, non danno neppure una pallida idea di ciò che soffrì De Luisi, durante la cerimonia nuziale.
Quando il corteo uscì dalla chiesa e la folla lo sospinse fuori, non aveva più forza....
Mentre le carrozze degli sposi passavano sotto gli archi di fiori, questi venivano scossi, e una pioggia di foglie odorose cadeva sopra i fortunati.
Ai Cinque Punti in mezzo agli applausi della folla, le scolare della scuola di Leonard Street, offrirono dei mazzi di fiori a Vittoria e Luigina, e quindi intuonarono un coro scritto appositamente dal prof. Giuseppe Cadicamo, e musicato dalla contessa Ruta.
Non si era mai visto nulla di simile a New York, ed è facile immaginare l’impressione che produsse anche sopra gli americani.
Dopo la breve sosta ai Cinque Punti, il corteo si diresse al palazzo della principessa.
Nell’atrio monumentale guidati da Tom erano schierati i servi in livrea, portanti dei magnifici mazzi di fiori. Le cameriere avevano corone di gelsomini.
Quando Luigina pose piede sulla soglia del palazzo: Tom piegò un ginocchio a terra e baciò la mano della padroncina, sul guanto della padroncina restò l’impronta delle lagrime del servo fedele.
Nella galleria del palazzo spiccava il ritratto del principe Orloff, opera di Alberto.
Lo sventurato ministro pareva sorridesse.
Di invitati americani non eravi che l’avvocato di Annie; Valenti, Balletto, Bacigalupo, Bacci, Cevasco si trovarono da prima un poco imbarazzati in quel palazzo che sembrava un museo; dove i servi avevano calze di seta, ma si abituarono presto, molto di più che Luigina aveva per loro tutte le attenzioni.
Manco a dirlo Cevasco aveva inviato un dolce colossale, qualche cosa di meraviglioso.
Per trasportarlo al palazzo Orloff vi era voluto un carro.
Poco prima di andare a tavola giunsero il conte Palma di Cesnola, il Dr. Luigi Roversi e il reverendo padre Aluni, il parroco di Roosevelt che aveva unito i felici sposi.
La principessa pareva ringiovanita di venti anni. Il suo volto raggiante di felicità, aveva un tale splendore che molti ebbero a dire che era bella come la figlia.
Dopo il pranzo fuvvi circolo.
Il conte di Cesnola ebbe attenzioni speciali per Baciccia e Cherubina.
Egli sapeva tutta la storia di Luigina ed era entusiasta di quei due compatrioti che avevano raccolta una bambina, dedicando ad essa tutto il loro amore, facendo della povera orfanella una giovanetta colta, gentile, buona.
Luigina sollecitata si mise al piano e cantò.
La sua voce calda, vibrante di felicità, destò in tutti le più deliziose emozioni.
Nannetti avrebbe voluto gridare, ma si tratteneva perché gli sembrava che uno dei servi lo tenesse d’occhio, pronto a turargli la bocca.
Quando Luigina tacque, il conte di Cesnola corse a lei e le disse:
—Che peccato che abbiate dei milioni, e un marito illustre, altrimenti, diverreste una celebre artista.
A notte fatta gli invitati lasciarono il palazzo Orloff.
La principessa non volle affatto che Baciccia e Cherubina andassero a casa loro e dovettero restare.
Il dottore e Vittoria dopo avere baciato e abbracciato Luigina e Alberto, nella carrozza della principessa si recarono a casa loro.
Quando gli sposi felici entrarono nel grazioso appartamento e la luce elettrica illuminò il salotto, mandarono un grido di ammirazione.
Alla parete pendeva il quadro meraviglioso opera di Alberto....
Il pittore misteriosamente durante la giornata da due operai fidati aveva collocato nel salotto del dottore il suo regalo di nozze.
Vittoria gettò le braccia al collo del marito mormorando:
—Il trionfo della scienza!
—E dell’amore!—rispose il dottore con un bacio ardente....
Baciccia e Cherubina baciarono e ribaciarono Luigina, quindi si ritirarono nella loro camera.
Annie attrasse a sé la figlia mormorando:
—Luigina sei felice?
—Tanto! tanto! mamma mia!
—Dio ti benedica figlia adorata, e benedica anche te Alberto, al quale affido il tesoro che avevo perduto e che il cielo mi ha ridato.
—Madre! Madre!—esclamarono gli sposi gettandosi ai ginocchi della principessa.
Annie li rialzò e li strinse in un solo amplesso....
—Ed ora andate figli miei e sia sempre sereno il vostro cielo!
Stretti l’uno all’altro Alberto e Luigina si diressero verso la stanza nuziale............................
CAPITOLO XVII.
Mentre la più pura felicità sorrideva agli sposi, il dottore De Luisi vagava come un pazzo per i Cinque Punti tutti illuminati.
Nessuno lo aveva riconosciuto, e chiedendo informazioni aveva conosciuta tutta la storia di Luigina e il nome del dottore che l’aveva salvata.
A quel dottore pieno di fede nelle scoperte moderne lui aveva irriso. Credeva di essere lui dalla parte del vero e invece i fatti provavano, che tutti i suoi studii lo avevano condotto all’errore. Quell’errore fatale unito ad una grande presunzione, ad un orgoglio sfrenato, lo avevano piombato nell’abisso.
In mezzo alla folla allegra, che ad ogni istante parlava della stella dei Cinque Punti, ne decantava le virtù, provava angoscie senza nome. Eppure restava, restava quasi che quel martirio, rendesse meno acuti i dolori del cuore.
Quando ai Cinque Punti non ci fu più alcuno, quando nelle lanterne giapponesi si spensero le candele, egli se ne andò, vagò a caso per New York, finché stanco, spossato entrò in un Hotel e andò a letto.
Che notte orribile passò mai!
Amava Luigina, quella Luigina che in quel momento delirava d’amore fra le braccia dello sposo suo.
Se avesse avuto un’arma si sarebbe ucciso, per sottrarsi a tanto dolore.
Tutto il suo essere era scosso da acuti spasimi; quei che spirarono sotto le torture ordinate da Torquemada certo non provarono dolori tanto tremendi.
Bisogna amare e sapere che la donna amata è fra le braccia di un altro per potere ideare tutto ciò che provò in quella eterna notte lo sventurato dottore.
La mattina appena fe’ giorno si alzò.
Il tempo si era messo al cattivo, dei nuvoloni correvano nell’aria, il vento freddo del Nord soffiava con violenza, non pertanto le vie erano piene di gente, in giro per comprare oggetti, commestibili, per far visite.
Al City Hall lavoravano gli operai per la festa del Greater New York.
De Luisi sentendosi sfinito entrò in un restaurant, ordinò da mangiare, durante l’attesa gettò lo sguardo sopra i giornali, e parlavano tutti del matrimonio di Luigina: li gettò lungi da sé. Mangiò senza voglia tanto per stare in piedi.
Passando innanzi ad un armaiolo comprò un revolver a percussione centrale e vi fece mettere le sei capsule.
Da quando fu in possesso del revolver sembrò più tranquillo.
Passò il resto della giornata ad un teatro, non vide neppure ciò che si rappresentava sul palco scenico.
Alla sera si regalò un buon pranzo dal Delmonico. Mangiò con appetito, pareva che avesse dimenticato tutto.
Cadeva la neve con violenza, si ricoverò in un Caffè Chantant, poi uscì, il tempo si faceva sempre più orribile.
La folla si dirigeva verso il City Hall dove l’anno nuovo doveva essere salutato con feste straordinarie, per celebrare la funzione del Greater New York.
Per Broadway sotto il martellare della neve, sfilava la parata notturna, le torce crepitavano, i personaggi dei quadri allegorici tremavano sotto le armature, sotto i costumi di velluto, inumiditi fino alle ossa.
Le autorità passavano nelle carrozze chiuse, invidiate da quei che erano all’aperto.
Ma il freddo e la neve non spaventavano la folla che in massa enorme, una vera fiumana, si addensava sul piazzale del palazzo municipale, in Park Row, innanzi agli uffici del “World” e del “Journal.”
De Luisi deciso a finirla con una vita che era uno spasimo insopportabile gettò via tutto quanto aveva in dosso, carte, denari, orologio, tutto.
Voleva che il suo cadavere non fosse identificato.
Fremeva al pensiero che gli avversarii, i cinici, gli indifferenti avessero sogghignato sulla sua tomba.
Sospinto dalla folla arrivò a City Hall, splendido di luci multicolori.
Le musiche suonavano, sopra la cupola dell’orologio era il palo della bandiera; a mezzanotte in punto il sindaco di San Francisco avrebbe toccato un bottone elettrico e fatta sventolare la nuova bandiera della terza città del mondo.
Al primo magistrato della Regina del Pacifico era concesso l’onore di battezzare la grande Regina dell’Atlantico.
La folla ansiosa passava e guardava il quadrante luminoso dell’orologio.
Mancavano pochi minuti.... Intanto le musiche suonavano e la neve veniva giù più fitta più insistente. De Luisi pigiato fra la folla deciso a morire, aspettava di salutare anche lui il nuovo anno con un colpo di revolver alla testa.
La lancetta dell’orologio segnò mezzanotte, fasci di luce elettrica caddero sull’asta dalla quale sventolò tosto la bandiera del Greater New York.
Fu un urlo delirante della folla al quale fece eco il rombo del cannone tuonante dal ponte di Brooklyn, le granate scoppianti nell’aria, fra la neve che cadeva violenta più che mai.
De Luisi puntò il revolver alla testa, e mentre la folla mandava l’urlo di gioia, fece fuoco.
De Luisi puntò il revolver alla testa mentre la folla man-
dava l’urlo di gioia, fece fuoco.
Nessuno se ne accorse, neppure i più vicini.
E quel cadavere dalla testa bucata restò tra la folla, avvolto dal fumo, delirante di entusiasmo, stordito dal tuonare delle artiglierie........................
E quando la folla si mosse come una fiumana, trascinò quel misero avanzo di uomo, quello scenziato che non aveva avuto fede, quell’innamorato che era fuggito come un vile innanzi al male che minava la donna amata.
E quando il cadavere cadde la folla lieta, lo calpestò non curante, inconscia di ciò che faceva credendo di avere fra i piedi un ammasso di stracci, e, nulla più.............. .................. .............
Quando il cadavere di De Luisi fu raccolto, non era che un ammasso fangoso, un corpo stritolato, avvolto in brandelli di abiti.
Sullo sventurato era passato la folla allegra, spensierata, più terribile di un esercito conquistatore.
Il cadavere fu trasportato alla Morgue, lo misero nudo sulle nere pietre, constatarono che si trattava di un suicidio.
Sopra il morto non si trovò nessun indizio, non si sapeva chi era, lo tennero alla Morgue qualche giorno poi lo mandarono insieme ad altri al cimitero, e lo seppellirono in un angolo ignoto dove di estate crescono i pruni e le ortiche.
I giornali a mala pena dettero la notizia di quel suicidio; non volevano turbare la descrizione delle feste del Greater New York.
Il medico senza fede era sparito dal mondo, senza lasciare tracce e nessuno sospettava che in un angolo del cimitero di Brooklyn ci siano le ceneri dell’uomo che un giorno fu amato dalla Stella dei Cinque Punti.
FINE DELLA PARTE QUARTA
CONCLUSIONE
A metà di gennaio, la principessa, Alberto e la sposa, Baciccia e Cherubina, si recarono in Italia, e presero stanza sulla Riviera di Genova.
Quel clima così dolce, fu benefico per Luigina, e quando sei mesi dopo ritornò ai Cinque Punti i suoi amici mandarono grida di gioia.
Vittoria dopo nove mesi di matrimonio mise al mondo una bella bambina.
Sei mesi dopo anche Luigina diveniva madre di un bel maschiotto.
Non ci sarebbe da sorprendersi se un giorno la figlia di Vittoria divenisse la sposa del figlio di Luigina.
Sara dopo due anni di torture da non dirsi morì nella casa di salute, e riposa ora in un marmoreo monumento. Non meritava certo ciò.
A Newport in vista del mare fra le erbe e le piante, e i fiori in un trionfo di luce e di sole, sorge l’Ospedale Luigina, dove i tubercolosi poveri trovano assistenza gratuita e la cura, con tutto ciò che la scienza trova per combattere il terribile male che miete tante esistenze.
Di quell’ospedale modello già parlano con entusiasmo le riviste scientifiche di tutto il mondo e delle cure che ivi si compiono, si aspettano ansiosamente i risultati.
Il dottore abita una palazzina non distante dall’ospedale, sposo e padre felice, scenziato di grido, continua i suoi studi per il bene dell’umanità.
Egli crede fermamente che la scienza deve trionfare.
A New York, Baciccia, Cherubina e la principessa guastano a forza di carezze il piccolo Demetrio, il quale ha un guardiano vigile, costante e fedele nel vecchio Tom.
Spesso Baciccia si reca ai Cinque Punti, e passa delle liete serate fra i suoi amici i quali per Santa Luigina, mandarono alla Stella auguri e doni.
Per l’Albero di Natale Luigina manda alla scuola di Leonard Street, dei ricchi premi e tre doti per le ragazze povere di dollari cinquecento l’una, poi interviene alla festa e canta sollevando un grande entusiasmo.
All’Esposizione Universale del 1900 a Parigi il quadro di Alberto “Trionfo della Scienza” fece furore, fu premiato con medaglia d’oro e il presidente Loubet nominò il fortunato autore, cavaliere della Legione d’onore.
Ora il quadro celebre è nella grande sala dell’Ospedale Luigina e desta la generale ammirazione.
Tutte le volte che Cherubina va a Newport e vede quel quadro mormora commossa:
—Ah! Boia! Boia!
FINE.
- In questa stampa il tratto sottile dell’arco della «n» spesso non si è impresso, con ogni probabilità per l’usura o il danneggiamento dei caratteri tipografici; parole come «Annie» possono perciò apparire come «Aunie». L’edizione legge «n» dove i piedini e la spalla della lettera mostrano una «n». ↩
- «Parkust» è un refuso per «Parkhurst», quasi certamente un riferimento al reverendo Charles Henry Parkhurst, che a New York negli anni 1890 guidò una nota campagna (“crociata”) contro la corruzione della polizia e il malaffare cittadino — esattamente la «crociata» di cui parla il testo. Il testo qui riporta la forma corretta del nome. ↩
- Nell’originale: «chiostro». ↩
- Nell’originale: «delle gente». ↩
- Nell’originale: «biricchino». ↩
- Il romanzo uscì originariamente a fascicoli e nella stampa la numerazione dei capitoli è irregolare: alcuni numeri si ripetono. In questa edizione i capitoli sono rinumerati. Qui l’originale ha «CAPITOLO XXXII.». ↩