APPENDICE DELLA “FOLLIA DI NEW YORK”
L’AEROPLANO FANTASMA
ROMANZO CONTEMPORANEO
DI
PROLOGO
Il Delitto di un Rivale
CAPITOLO I.
George Robin gettò un grido di gioia e alzò il capo dalla fiala che da qualche tempo stava esaminando con cura ansiosa.
Finalmente aveva trovato il fluido che doveva portare una rivoluzione in tutto il Mondo dei motori e delle macchine.
Non vi era più dubbio quello che da anni cercava lo aveva trovato a forza di perseveranza e di lavoro.
George Robin non era vecchio, contava soltanto trentacinque anni; ma i suoi capelli si erano fatti bianchi al contatto del suo cervello sempre pulsante, sempre in lagrime e il suo volto portava le traccie del lavoro assiduo dello scienziato che cerca avidamente, che ha la certezza di trovare che non si lascia abbattere dalle contrarietà, che non si da per vinto.
Quei che lo conoscevano parlavano di lui come di un esaltato e qualcuno giungeva fino a dire che era pazzo del tutto.
Robin si era accorto di quello che si diceva, aveva notata tutta la compassione che lo circondava, ma non se ne dava per inteso.
Egli sapeva che tutti gli studiosi dal più al meno passavano in faccia al volgo e agli increduli come esseri degni del Manicomio.
Del resto egli aveva solo due affetti ugualmente entusiasti: quello per la sposa sua deliziosa donna dagli occhi neri e vellutati come un’andalusa dalle forme procaci, che aveva tolta alla miseria e forse al disonore; e per i suoi studi prediletti divenuti febbrili da quando erano costruite le prime automobili e si erano intensificati quando l’uomo divenuto più audace volle conquistare le regioni dell’aria.
Per la sua Luisa, Robin aveva un’affetto sconfinato, un’adorazione che rasentava la venerazione.
Non aveva figli; ma non disperava di averne e per lasciare ad essi un nome illustre lavorava con lena.
Uno dei problemi più difficili per mettere in movimento i motori delle automobili e degli areoplani, era quello del fluido da adoperarvi e Robin cercava quel nuovo liquido che avesse la stessa potenza della gassolina, senza averne il peso e che si potesse concentrare in un piccolissimo spazio, in modo che il rifornimento non fosse necessario che a lunghe scadenze.
Finalmente dopo tanti studi aveva trovata la formula che cercava!
Robin lasciò il suo laboratorio e corse a casa, era trasformato! La sua fronte si era rialzata, le sue rughe pareva che fossero scomparse il suo occhio aveva un’insolito splendore.
Quando entrò in casa e la moglie come al solito gli corse incontro, l’abbracciò con tenerezza, la baciò sulle chiome nerissime e con voce soffocata dall’emozione mormorò:
—Finalmente ho trovato!
Il volto bellissimo della giovane sposa si atteggiò a mestizia.
Anche lei credeva poco ai sogni del marito suo; ma non si azzardava a dirgli ciò che essa pensava, perché sapeva che gli avrebbe inflitta una terribile ferita.
Non parlava pur vedendo il patrimonio del marito assottigliarsi ogni giorno per i suoi studi, per le sue spese che spesso apparivano come spese pazze.
Del resto cosa avrebbe potuto dire per mettere un freno alle dilapidazioni dell’uomo al quale doveva tutto?
Robin l’aveva trovata in una baracca di saltibanchi, quando menava una vita delle più miserande e stava per cadere vittima della lussuria di qualcuno dei suoi compagni disgraziati come lei.
Non aveva neppure un nome. Si chiamava Luisa e niente più.
L’avevano trovata bambina ad un angolo di una strada, tutta ricoperta di stracci e la banda di saltinbanchi l’aveva trascinata via, e il capo, un essere burbero; ma buono, l’aveva adottata.
Era cresciuta credendo che l’uomo che faceva l’atleta fosse il padre suo e la donna che lavorava sul trapezio fosse sua madre.
Seppe di essere una trovatella senza nome quando Robin volle farla sua sposa.
Aveva quattro anni quando fu trovata e non ricordava nulla, non sapeva dir nulla, salvo che era fuggita da una lurida capanna dove una vecchia brutale la batteva senza misericordia.
I saltibanchi non la trattarono male; ma quando fu fatta grande la sua meravigliosa bellezza destò attorno a lei dei grandi desideri, delle vere passioni.
Il figlio dell’atleta che essa credeva suo fratello l’accarezzava in un modo che le metteva paura.
Fu quando stava per cadere vittima della lussuria di colui che credeva fratello che Robin la vide e se ne innamorò pazzamente.
L’atleta aveva il cuor buono, amava Luisa, comprese che il matrimonio era per Luisa la salvezza e la fortuna e non si oppose alle nozze, però prima volle tutto rivelare a Robin il quale disse con semplicità:
—Le farò da marito e da padre.
Il giorno del matrimonio l’atleta consegnò a Robin un medaglione antico d’oro con dei segni misteriosi, dicendo:
—Questo medaglione era al collo di Luisa quando venne da me trovata. È la sua dote e vi aspetta di diritto. Chi sa forse un giorno questo medaglione potrà essere utile alla mia figlioccia.
Robin nei primi giorni del matrimonio trascurò i suoi studi, ma passata la luna di miele vi ritornò con più ardore.
Luisa lo amava e lo rispettava, pur sapendo che all’uomo buono che le aveva dato il suo nome essa doveva tutto.
Allorché Robin fu accasciato sotto il peso dell’insuccesso, quando si trovò scoraggiato essa lo sorresse, gli dette animo, lo esortò a non lasciarsi vincere e perseverare; ma da qualche tempo essa aveva compreso che lo sposo suo correva dietro ad una chimera e cominciava a credere che non il genio, ma la pazzia si annidasse nel suo cervello ammalato.
Ne soffriva orribilmente; ma prima di parlare si sarebbe troncata coi denti la lingua.
Nel giorno in cui comincia questa veridica storia, quando il marito le disse con fremito di gioia che finalmente gli arrideva il successo, senti una fitta al cuore, credette proprio che la pazzia aveva afferrato l’uomo amato; da ciò quella mestizia che la invase; ma quando Robin le disse tutto, le spiegò cosa aveva ottenuta e la invitò nel suo laboratorio perché vedesse coi suoi occhi bellissimi gli effetti della sua invenzione, si calmò e il suo cuore fu invaso dalla gioia.
CAPITOLO II.
George Robin aveva il suo laboratorio all’ultimo piano di uno di quei grandiosi palazzi che formano l’orgoglio di New York, uno di quei palazzi che sembra vogliono avere contatto col mondo celeste.
Ufficio grande, arioso dal quale si godeva una vista splendida.
Quando Robin vi entrò assieme alla sua sposa il laboratorio non era deserto, vi stava fumando una sigaretta Alfonso Rodriguez un giovanotto spagnuolo che aiutava Robin nei suoi lavori e si mostrava sempre ossequiente e servizievole.
Rodriguez era uno di quei tipi che si credono irresistibili, che pensano seriamente che nessuna donna possa sostenere al fascino dei loro occhi.
A Luisa lo spagnuolo non piaceva molto, le poche volte che lo aveva visto le era sembrato che la guardasse in modo audace. Poi alla giovane donna non piacevano tutti quelli atti di sottomissione di Rodriguez, vi era del falso in tutto quell’ossequio e spesso lo sguardo mentiva le parole.
Qualche volta aveva parlato a George delle sue impressioni, e il marito aveva sorriso, dicendole che non bisogna giudicare troppo severamente un giovanotto che gli era affezionato.
Rodriguez quando vide entrare l’inventore e la moglie sua, si levo dal divano gettò la sigaretta e salutò con affettazione tutta spagnuola.
—Mio caro Rodriguez—disse allegramente George—vi annuncio che quello che cercavo l’ho trovato e che avverrà una vera rivoluzione nella meccanica dei motori.
Rodriguez ebbe un lampo negli occhi, un lampo di immenso stupore, che non sfuggì a Luisa che ne fremette tutta.
—Avete trovato?—Chiese con voce rotta dall’emozione Rodriguez.
Robin credette che fosse emozione di gioia quella che invadeva il suo aiutante e ne restò scosso di pazza gioia.
—Sì ho trovato—riprese con voce allegra l’inventore—ed ho voluto condurre qui mia moglie perché sia la prima a vedere coi suoi occhi che non si tratta più di una speranza: ma di una bella realtà.
Passiamo nel laboratorio e vedrete.
Luisa e Rodriguez seguirono Robin che pareva trasformato.
Nel laboratorio erano numerosi motori di ogni forma tutti belli e lucenti.
L’acciaio scintillava sotto i raggi del sole che entrava a flotti dalle grandi vetriate.
Robin adattò ad uno dei motori, macchina perfettissima da dar vita a quei meravigliosi aeroplani che corrono alla conquista dell’aria, una conquista che ha già i suoi martiri, ma che sarà presto assoluta e trionfale, un piccolo recipiente alto poco più di mezzo piede e di forma cilindrica.
—In questo piccolo deposito—disse Robin—vi è tanto per fare andare la macchina per 24 ore e forse più.
Rodriguez restò abbagliato. Se quello che diceva Robin era vero, l’uomo modesto avrebbe fatto milioni, l’inventore quasi sconosciuto sarebbe divenuto celebre. Per quanto egli fosse l’aiutante di Robin nulla sapeva del segreto meraviglioso di lui e anzi quando Robin ne parlava lo spagnuolo sentiva irresistibile il desiderio di dare in un forte scroscio di risa.
Applicato il piccolo deposito al motore e aperto un piccolo rubinetto la macchina si mise in moto in modo vertiginoso.
—Se torneremo qui domani—spiegò con accento trionfante Robin—il motore senza avere altro alimento, continuerà a muoversi come in questo momento.
Il liquido, o meglio fluido che io adopero è leggerissimo e di questi piccoli cilindri se ne possono caricare a diecine sopra gli aeroplani senza accrescere troppo, il peso. Dieci di questi depositi bastano per mantenere in aria una macchina durante una traversata da New York a Parigi.
Io credo di avere risolto un gran problema. E dire che la cosa era delle più semplici. Bastava....
Rodriguez ascoltava attentamente, avidamente; ma Robin ad un tratto si arrestò e disse:
—Il segreto della mia invenzione sarà noto presto. Per il momento basta che si sappia che ho trionfato.
Fra pochi giorni otterrò la patente in America e in Europa e allora si saprà come la scienza abbia tuttomano e che solo basta approfittare di ciò che essa ci offre.
Il motore seguitava a girare velocemente.
Rodriguez guardava con occhio acceso quel movimento tanto veloce come se la forza scaturisse da qualche potente caldaia a vapore o da una forte corrente elettrica.
Robin, sua moglie e Rodriguez per tre ore seguitarono ad osservare il miracolo che tale si può chiamare, ciò che avveniva sotto i loro occhi.
Robin rivoltosi a Luisa disse:
—Ebbene sei contenta?
Luisa gettò le braccia al collo del marito e lo baciò.
Il volto di Rodriguez divenne livido.
L’inventore rivolto al suo aiutante disse:
—Se la fortuna verrà ce ne sarà anche per voi, sarete il mio agente generale e anche il vostro avvenire sarà assicurato.
In quel momento squillò il campanello del telefono nella stanza vicina e Robin si affrettò ad accorrere alla chiamata.
Rodriguez e Luisa restarono soli.
La giovane donna affacciata ad una delle finestre guardava lo splendido panorama che si presentava al suo sguardo.
La baia di New York scintillava sotto i raggi del sole, la statua della Libertà appariva come un gigante che sorgesse dalle acque, dei grandi e piccoli piroscafi fumeggianti correvano in tutte le direzioni. Le piccole imbarcazioni dalle vele candide davano l’illusione di grossi uccelli che si divertissero a galleggiare.
Rodriguez si avvicinò a lei e le disse:
—Sarete contenta per quello che avete visto?
—Certo, sono contenta e fiera di mio marito.
—Egli avrà la gloria e la fortuna—mormorò con amarezza Rodriguez—e l’amore della più bella donna della terra. Vi sono dei fortunati e dei reietti nel mondo.
—Che intendete dire?
—Nulla... sono delle osservazioni che mi scaturiscono spontanee dal cuore.
—Vi è dell’amaro nel vostro dire.
—Può essere.... ma vedrò di metterci del dolce... vedrò di diventare celebre io pure e allora forse colei che desidero ed amo, mi guarderà con meno disprezzo.
Luisa si sentì scossa da quelle parole, vide l’occhio fiammeggiante di Rodriguez, comprese certo quello che turbinava nel suo cervello e stava per dire all’audace una di quelle parole che tagliano la via ad ogni pazza speranza, ma suo marito rientrava e non fu dato di dire il suo pensiero.
Robin notò uno strano turbamento nella moglie e in Rodriguez, ma non disse una sola parola, sentendosi ad un tratto agitato e sconvolto.
Rimessosi dal malessere che aveva provato, Robin disse:
—Ed ora cara Luisa, che hai constatata la potenza del fluido da me inventato andiamocene. Voi Rodriguez per tutta la settimana avete vacanza. I lavori per il momento sono finiti ed io debbo occuparmi di cose che non posso sbrigare che personalmente. Oggi è Giovedì, ci rivedremo Giovedì prossimo.
Lo spagnuolo non disse una sola parola come un buon servo che riceve degli ordini.
Robin fece fermare il motore e quando tutti furono usciti, chiuse la porta del laboratorio e si mise la chiave in tasca.
Uscirono dall’ufficio che venne chiuso e quindi a mezzo dell’ascensore guadagnarono il pian terreno.
Nell’atrio monumentale Robin si separò da Rodriguez dicendogli:
—Arrivederci a Giovedì!
CAPITOLO III.
Quando Rodriguez fu nella via, nell’affollata Broadway, restò per un momento come trasognato e poi si diresse verso il City Hall.
Aveva la testa in fiamme. Una gelosia furiosa lo assaliva. Come odiava quel Robin!
L’odiava come inventore e come marito della donna seducente che da tanto tempo acuiva i suoi desideri di libertino sfrenato.
Entrò in uno dei tanti locali di lusso che sono in Broadway e bevve un colmo bicchiere di wiskey.
Quel liquore gli fece bene, lo rese calmo e andò per la via affollata guardando sfacciatamente le donne, come se avesse dimenticato tutto il livore che lo divorava.
Camminò a lungo, la folla lo distraevano, le donne lo disgustavano; e ne trovò di quelle che gli sorrisero che quasi si offrirono.
Ma nessuna ebbe l’onore di essere avvicinata dal seducente spagnuolo, perché tutte le volte che sembrava decidersi a seguire qualcuna delle facil[…]ezze che battono il marciapie[…] Broadway al suoi occhi si pr[…]va l’immagine di Luisa e allor[…]te le donne gli apparivano brut[…]
Quando fu s[…] entrò in un Restaurant alla[…] e si fece servire da pranzo.
Bevve del vin[…]cese e dei forti liquori spagn[…] si sentì riconfortato e pieno […]raggio.
—Tenterò! […]mormorava—tenterò e guai […]siste.
Fumando una[…]retta concentrò le sue idee e […] per qualche tempo pensiero[…]
Ad un tratto […]la testa in modo risoluto, un[…]riso di trionfo gl’illuminò il v[…]mentre gli occhi mandavano[…]pi sinistri.
Anche egli […] trovato, non una cosa utile […] quella di Robin, ma il mezz[…]r compiere una grande infamia.
Uscì nella v[…]tta sfolgorante di luce, battut[…]a una folla elegante che si a[…]a ai teatri nei restaurants alla[…]da, percorsa da innumerevoli automobili che mettevano nell’aria un’odore acre di gassolina.
—Essere ricco e celebre—mormorò Rodriguez—e dominare su tutto, essere il padrone in mezzo a questa folla che ora non si cura di me, come io non mi curo dei ciottoli della via!”
Se io possedessi il meraviglioso segreto di Robin, cesserei ad un tratto dall’oscurità.
Giunto alle Quarantadue Strade, il centro dove più intensa pulsa la vita di New York che si diverte, si diresse verso l’Ottava Avenue.
La folla a poco a poco si diradò e Rodriguez si ritrovò quasi solo sul largo marciapiede e poté meglio riconcentrare le sue idee.
Si fermò per qualche tempo, poi con atto risoluto si diresse verso una casetta abbastanza elegante situata poco prima di giungere all’Ottava Avenue.
In quella casetta era una pensione frequentata da spagnuoli e messicani.
La pensione non era aperta a tutti, per entrarci bisognava avere una parola d’ordine.
Tante precauzioni erano necessarie perché nella casetta si giuocava più che non si mangiasse e non di rado le porte si aprivano a quelle rondinelle della via che vanno a caccia di avventure.
Rodriguez era un frequentatore della pensione spagnuola dove giuocava spesso, e spesso perdeva quasi tutto ciò che generosamente gli dava Robin.
Rodriguez batté in modo convenzionale sulla porta nera e lucida, un piccolo sportellino si aprì subito e una voce chiese:
—Che volete?
—Andare da Madrid a Messico!—rispose Rodriguez.
La porta si aprì subito.
Rodriguez prima di entrare chiese al portinaio:
—È arrivato lo Spagnoletto?
—È qui da due ore e credo che abbia già avuto il fatto suo.
Rodriguez sorrise e salì la scaletta coperta da un tappeto color marrone e ben presto si trovò in una sala abbastanza grande, dove una nebbia che faceva apparire il fumo dei fumatori aveva formata rosse le fiammelle del gas.
Ad alcuni tavoli, degli uomini di ogni condizione giuocavano e non si voltarono neppure per vedere chi entrava.
I giuocatori sono assistiti da un solo pensiero e i loro occhi non vedono che le carte.
Ad uno dei tavoli Rodriguez scorse lo Spagnoletto che aveva una faccia da mettere paura.
Innanzi a lui vi erano pochi gettoni, gli ultimi coi quali avrebbe potuto tentare la fortuna che non gli sorrideva affatto.
Lo Spagnuolo era un tipo dei più volgari, il suo volto allungato non era fatto per spirare nessuna simpatia.
Gli occhi piccoli e chiari che si aprivano sotto la sua fronte bassa, erano pieni di malizia.
Nel mondo equivoco che frequentava aveva la fama di essere un abilissimo falsario.
Più volte aveva avuto dei conti da aggiustare con i giudici; ma quasi sempre il conto pagato non era in proporzione coi debiti contratti con la giustizia.
Lo Spagnoletto si decise finalmente ad arrischiare gli ultimi gettoni e perdette, allora si alzò bestemmiando; ma vedendo Rodriguez il suo volto si rischiarò e allegramente si rivolse all’amico dicendo:
—Sei giunto in tempo, la fortuna che mi perseguita è certo che cambierà, non è possibile che continui. Son cose che non si vedono mai. Disgraziatamente quando le cose stanno per mettersi in mio favore, non ho più munizioni per tirare.
Tu mi rifornirai e usciremo di qui con le tasche piene.
Lo Spagnoletto aveva detto tutto ciò in lingua spagnuola, con una velocità vertiginosa e Rodriguez lo lasciò dire senza interromperlo.
Quando lo Spagnoletto riprese fiato Rodriguez gli disse:
—Ho bisogno parlarti, vieni nel piccolo salotto.
—Come tu vuoi che la vena che aspetto mi sfugga di mano?
Rodriguez si diresse verso il salottino dicendo:
—Se hai bisogno di danaro seguimi.
Non vi era da scegliere.
Lo Spagnoletto dette uno sguardo di desiderio al tavolo da giuoco sul quale correvano le carte uscenti dalle mani del gruppiere e seguì Rodriguez.
Fra i due furfanti ebbe luogo un breve colloquio, dopo il quale lo Spagnoletto si mise ad un tavolo e sopra un foglio di carta da lettere scrisse una trentina di righe che presentò a Rodriguez.
—Che te ne pare?
—Sembra proprio lo scritto di una donna.
—Vedi adunque che so imitare.
Rodriguez levò dal suo portafoglio un bigliettino nel quale erano scritte poche parole e disse:
—Ora che ho visto, sono sicuro che tu saprai imitare questa calligrafia.
—È una cosa da nulla. Guarda.
Lo Spagnoletto lesse il biglietto e poi sopra la carta ripeté le poche parole.
L’imitazione era perfetta.
Rodriguez parlò ancora col suo amico e questi poco dopo congegnava due lettere all’impiegato di Robin che nello sguardo ebbe un lampo di trionfo.
Quello che fosse scritto in quelle lettere lo vedremo in seguito.
Lo Spagnoletto stese la mano al suo amico dicendo:
—Ed ora fuori i dollari....
—Non credere che ti possa dare una fortuna. Sai che per il momento sono povero.
—Mi darai quello che puoi, per quanto quello che ho fatto costi molto.
Rodriguez dette venti dollari.
—È poco—mormorò lo Spagnoletto, ma forse con questi farò delle centinaia.
—Ritorni a giuocare?
—Senza perdere un minuto.
—Così resterai di nuovo al verde.
—Muoia l’astrologo!... E tu non giuochi?
—Questa sera no.
—Allora addio.
Detto ciò lo Spagnoletto corse nella sala da giuoco. Il suo posto era ancora vuoto e vi si assise con l’aria trionfale di un’imperatore.
Acquistò venti dollari di gettoni e cominciò a puntare.
Aveva ragione la vena doveva cambiare e vinse, vinse con una fortuna che durò per delle ore.
CAPITOLO IV.
George Robin aveva ad un tratto perduta quella pace che gli dominava nel cuore, in quel cuore che era immerso nella dolcezza da quando possedeva l’angelica Luisa.
Nei momenti in cui il suo cervello era agitato dal dubbio del successo, aveva come compenso a tanta agitazione la tranquillità del cuore. Egli si riposava nella sua felicità.
Ora il dubbio era venuto a turbarlo, il dubbio aveva, come vento impetuoso, fatto scoppiare una tempesta.
Non ostante restò apparentemente calmo, in attesa che la moglie sua le avrebbe spiegato il perché del suo turbamento e del turbamento del giovane suo aiutante.
Luisa né durante il tragitto, né quando i due sposi furono nell’intimità del loro grazioso appartamento parlò, non disse una parola che servisse a dileguare i dubbi che avevano assalito il marito suo.
La giovane donna non sapeva che cosa muggiva nell’animo del marito e attribuiva la sua serietà, la sua preoccupazione al successo ottenuto e che doveva ora far riconoscere legalmente onde trarne fama e danaro.
Dell’episodio avvenuto nel laboratorio di Robin tra lei e il giovane aiutante del marito, non voleva parlarne sia perché temeva di dar dolore allo sposo amato, sia perché credeva di rovinare l’avvenire di un uomo che era stato per un momento acciecato dalla passione.
Del resto le donne anche le più oneste perdonano facilmente a quei che con il loro amore rendono un omaggio alla loro bellezza e Luisa era tanto più propensa a perdonare in quanto che non aveva nulla a temere perché amava il marito con passione, con tenerezza.
Essa doveva tutto all’uomo che l’aveva tolta ad una vita piena di pericoli, non scevra di umiliazioni, ad una vita che molte volte porta alla perdizione.
Se essa avesse potuto immaginare quello che passava nell’animo di Robin avrebbe parlato e molte sciagure, molti dolori, lagrime ardenti si sarebbero risparmiate.
Alla sua volta Robin, fiero e tenace, non disse una parola che potesse rivelare il dubbio che lo martoriava.
Così i due sposi tacquero, lei inconscia di tutto, lui rafforzato dal silenzio della moglie nel suo dubbio tormentatore.
Luisa fu più amorosa del solito, parlò allo sposo con entusiasmo della sua meravigliosa invenzione, e piena di ardore parlò dell’avvenire roseo che si presentava innanzi ai suoi occhi.
Prima del malaugurato episodio che lo aveva tanto cambiato, Robin avrebbe preso tra le sue braccia la moglie e con tenerezza infinita avrebbe dato i tocchi più delicati al quadro della felicità futura, quella felicità che è prodotta dalla pace in famiglia e dall’ammirazione che destano tutti quei che in questi tempi di progressi che sembrano miracoli, sanno affermarsi con qualche cosa di veramente utile e sorprendente.
Restò invece freddo sotto il fuoco delle parole piene di entusiasmo della moglie sua, la quale tutta intenta ad intravedere il roseo domani, non si accorse della freddezza dell’uomo che ora non solo amava; ma ammirava con tutte le forze dell’animo suo.
Ad un tratto Luisa disse con voce fremente di emozione:
—Il figlio che nascerà avrà un nome illustre, che tutto il mondo ripeterà con rispetto e ammirazione.
Robin si scosse e mormorò:
—Il figlio?
Luisa gettò le braccia al collo del marito e gli susurrò alcune parole nell’orecchio.
Robin trasalì vivamente, nel suo occhio pensoso passò un lampo di felicità immensa; ma fu un lampo, che subito l’occhio ritornò severo. Luisa tutta rossa in volto, raggiante di felicità, abbandonò la testa sulla spalla del marito e mormorò:
—Sì, oggi sono sicura... sarò madre!!
Robin era vinto. Poteva una donna che avesse delle colpe a rimproverarsi, parlare in quel modo? Sarebbe stato il colmo della finzione.
I dubbi che gli tormentarono il cuore se ne andarono sotto l’impeto degli affetti, e con forza strinse al petto la moglie dicendole:
—Per nostro figlio lavorerò con più lena, voglio lasciargli un nome che sia ripetuto da tutto il mondo con ammirazione e riconoscenza.
Noi l’ameremo con tutto il nostro cuore.
—Lo amerò come amo te, con lo stesso entusiasmo, con la stessa fede, con la stessa adorazione. Egli crescerà buono e generoso come te!
Luisa aveva vinto, Robin sentì scendersi dal cuore il peso enorme che l’opprimeva e nella felicità che lo conquideva tutto dimenticò.
CAPITOLO V.
All’indomani Robin lasciò molto presto la casa sua onde adempiere le formalità necessarie per ottenere la patente della sua nuova invenzione.
Egli sapeva che bisognava andare molto cauto, perché agli uffici dove si esaminano le invenzioni non tutti sono onesti e più volte era successo che i frutti del lavoro e dell’ingegno di uno fossero andati a beneficio di un’altro prontamente avvisato.
Fortunatamente Robin non era alle sue prime armi, egli aveva già dato al Mondo delle utili invenzioni e conosceva tutti i mezzi per salvaguardarle.
Si recò al suo laboratorio e mise in ordine tutti i disegni, tutte le formule e ne fece un fascio che pose dentro una grande busta.
—Domani—mormorò—andrò a Washington e in pari tempo i giornali parleranno della mia invenzione.
Stava per lasciare l’ufficio, quando la porta si aprì e comparve il postino ché gli consegnò un fascio di lettere.
Il postino salutò con molto rispetto l’inventore e disse:
—Corre voce che abbiate fatta un’altra invenzione. Spero che questa voce sia vera.
—Vi ringrazio amico mio—rispose sorridendo Robin—credo infatti di avere trovato qualche cosa di buono...
—Vi faccio i miei migliori augurii. Quando sarete celebre potrò dire di avervi servito io pure, sarà un onore anche per me.
Detto ciò il postino se ne andò.
Rimasto solo Robin dette uno sguardo alla voluminosa corrispondenza e poi disse:
—La vedrò domani, oggi ho altro a fare.
Si alzò deciso ad uscire, ma qualche cosa lo tratteneva nel suo ufficio, l’occhio come attratto da una forza superiore guardava intensamente le lettere che si ammucchiavano sul suo tavolo.
Sorrise dicendo:
—L’uomo è schiavo delle abitudini. Se non leggo quello che mi scrivono non sarò tranquillo.
Si assise al tavolo e preso un elegante taglia-carta d’argento cominciò a tagliare le buste e togliere le lettere alle quali dava una scorsa fugace.
Erano lettere di case industriali, di agenti di patenti, di meccanici che gli offrivano l’opera loro.
Ad un tratto gli capita in mano una lettera la cui busta grossolana, non portava nessuna leggenda stampata.
Guardò a lungo quella busta e finalmente la ruppe.
La busta conteneva due lettere, la prima che gli capitò sott’occhio gli fece dare un lancio come se avesse ricevuto un colpo al cuore. Ricadde spossato sulla sedia pallido, come un morto.
Per qualche momento non guardò le due lettere che gli tremavano nella mano contratta.
—Ho paura di morire—mormorò il disgraziato, portandosi le mani al collo.
Con moto violento stracciò il colletto, ruppe la cravatta e respirò meglio.
Quando fu un poco più calmo spiegò le lettere che erano tutte spiegazzate.
Non vi era più dubbio, una di quelle lettere era stata scritta dalla sua Luisa, dalla donna che idolatrava, che aveva tolta dall’abbiezione e le aveva dato un nome che stava per diventare illustre.
Lesse quella lettera col sudore alla fronte, con l’occhio lampeggiante, un sorriso amaro sulle labbra fatte bianche.
La lettera che gettava nella disperazione il disgraziato inventore diceva:
“Anima mia,
Il mio padrone, l’uomo che debbo sopportare, si recherà in questi giorni a Washington, per affari riguardanti le sue pazze invenzioni. Stai alle vedette e quando lo saprai partito, corri da me e godremo quella felicità che mi compensa di tutte le noie che mi procura un matrimonio che feci solo per avere un nome e una posizione.
Ti saluto e ti aspetto.
Tua tutta tua
Luisa.”
Robin lesse e rilesse quella lettera le cui parole erano per lui come tanti colpi di pugnale, la lesse quasi volesse abituarsi al dolore, allo strazio, alla tortura.
Quando ebbe imparato quasi a memoria la lettera che distruggeva tutte le sue speranze, che dava un colpo mortale a tutte le sue illusioni, divenne freddo, impassibile come un uomo che ad un tratto avesse perduto ogni sensibilità e con mano ferma spiegò l’altra lettera che diceva:
“Un amico che ha pietà nel vedervi tanto ingannato vi manda la prova dell’infedeltà della vostra moglie. Se volete sapere chi è che vi disonora, fingete di partire per Washington e appostatevi vicino a casa vostra e vedrete chi è l’uomo che vostra moglie ama.
Un amico.”
—Va bene saprò chi è l’infame... Infame? E perché? Infame è la donna che mi tradisce, che m’inganna. Lei, lei sola è la colpevole. Ed io stolto che la facevo segno al mio affetto, alla mia adorazione, che le avevo legato nel mio cuore un altare. Miserabile, miserabile!
Allevata nel fango ha sentito la nostalgia del fango e vi è ritornata. E dire che lavoravo per lei, che per lei cercavo di conquistare onori e nome......
Il dolore lo soffocava, gli orecchi gli fischiavano, aveva negli occhi degli strani bagliori.
Fece uno sforzo supremo per rimettersi e mormorò:
—Debbo vivere, vivere per vendicarmi!
Si alzò balbettando, aprì una finestra l’aria fresca gli fece bene.
Gettò uno sguardo sopra l’immensa città che tumultuava sotto di lui. Subiva una specie di fascino, pareva che la città lo attirasse.
Si allontanò dalla finestra spaventato, non voleva uccidersi, non voleva andare a sfracellarsi sul selciato della via. Aveva bisogno di vendicarsi; poi venisse pure la morte.
A poco a poco riacquistò il suo sangue freddo, ma nel suo cuore sentiva uno spasimo atroce, come se dentro vi fossero cento coltelli a dilaniarlo.
La testa aveva vuota come se il cervello gli fosse stato strappato via.
Si rimise il colletto, accomodò alla meglio la cravatta, si rassettò gli abiti e poi uscì, lasciando la porta aperta e tutte le carte importanti che riguardavano la sua invenzione sul tavolo.
Di una sola cosa si era preoccupato delle lettere che gli avevano dato il colpo tremendo.
Non prese l’ascensore per discendere, ma infilò le scale di bianco marmo, e fece i numerosi scalini come un’automa. Aveva bisogno di moto.
Quando fu nell’atrio monumentale non rispose a quei che lo salutavano, e non vide Rodriguez che dietro ad una delle colonne lo spiava con un sorriso di trionfo sulle labbra.
Quando Robin fu nella via, Rodriguez lo seguì per qualche tempo poi visto che il suo principale non aveva nessuna intenzione di tornarsene in dietro ritornò al palazzo e in breve fu dinanzi alla porta dell’ufficio di Robin.
Rodriguez levò una piccola chiave, ma l’uscio cedette.
Nel corridoio non vi era nessuno.
Rodriguez entrò nella stanza e vide tutto il disordine che Robin vi aveva lasciato.
Sulla scrivania aperta scorse la busta che conteneva le due lettere terribili.
Sorrise e mormorò:
—La medicina ha fatto il suo effetto.
Poi scorse la grossa busta che Robin aveva dimenticata. Se ne impossessò l’aprì con mano tremante e gettò un grido di gioia.
In quella busta vi era il segreto della meravigliosa invenzione di Robin.
Il miserabile si mise nella tasca della giacca i preziosi documenti quindi uscì dall’ufficio con aria di trionfo.
Rodriguez non chiuse la porta, non volle cambiare nulla in quello che aveva trovato.
Quando fu nella via pensò che il meglio che poteva fare era di sorvegliare la casa di Robin per sapere quello che vi sarebbe avvenuto.
Il piano dell’infame uomo era dei più diabolici. Egli sapeva quanto Robin amasse la moglie, quest’amore doveva spingere a qualche accesso l’inventore che sarebbe stato perduto.
—Forse—pensava Rodriguez—ucciderà la moglie poi si ucciderà. È un peccato che una bella donna come la signora Luisa sia tolta dal mondo, ma.... è il destino che guida le cose del Mondo e se il destino ha deciso che debba morire ci vuol pazienza.
Rodriguez era di uno spaventevole cinismo.
Salì nel carro elettrico e in breve fu nelle vicinanze della palazzina abitata da Robin.
Tutto era calmo e tranquillo. Il miserabile volle che gli eventi precipitassero ed andò a suonare il campanello elettrico.
Una giovane servetta, dallo sguardo malizioso venne ad aprire.
—Il signor Robin è in casa?
—No signore, non è ancora rientrato.
—La signora è in casa.
—Sì, ma non riceve quando è assente suo marito. Se volete aspettare il padrone potete accomodarvi in anticamera.
—No, preferisco ritornare.
—Fate come volete.
—Debbo dire qualche cosa al padrone?
—No.
Rodriguez guardava intensamente la bella cameriera, che a sua volta guardava sorridendo il giovane spagnuolo.
Ad un tratto Rodriguez disse:
—Se fossi nella signora Robin, non terrei in casa una creatura tanto bella come voi.
—Perché?
—Temerei che mi rapiste il marito.
La cameriera dette in un’allegra risata e disse:
—Non vi sono pericoli, il padrone è innamorato alla follia della sposa sua, che del resto è una bellezza rara.
—Più di voi?
—Cento volte più di me che non sono affatto bella.
Rodriguez afferrò una delle mani della servetta e mormorò:
—Mi avete fatto innamorare.
—Caspita che furia.
—Non uscite mai?
—Tutte le sere ho qualche ora di libertà.
—Volete venire al teatro con me?
—Siete matto. Io non so neppure chi siete.
—Che importa. Sono un giovane che è colpito dalla vostra bellezza e che vorrebbe passare qualche ora con voi.
—Ma....
—Ditemi a che ora uscite ed io sarò ad aspettarvi qui vicino.
La servetta esitò alquanto e poi disse:
—Generalmente esco alle sette dopo che i padroni hanno pranzato.
—Ebbene alle sette vi aspetterò.
—E... dove andiamo?
—Dove vorrete.
Da lungi si vedeva delinearsi la figura di George Robin, il disgraziato andava come un ubbriaco.
—Viene il padrone. Andatevene—disse frettolosamente la vispa cameriera.
—Me ne vado, ma non mancate all’appuntamento.
Rodriguez pensò un poco e poi disse:
—Volete darmi una caparra?
—Una caparra!
—Sì, un bel bacio.
—Così in faccia a tutti.
—Il padrone è lontano entrerò per un momento, e sentirò il profumo delle vostre labbra che sembrano ciliege.
La cameriera volle protestare, ma Rodriguez che aveva il suo piano la spinse entro l’angiporto la baciò e rapidamente riaprì la porta e se ne andò dicendo:
—Alle sette.
Nel momento che il furfante usciva Robin era a pochi passi e lo vide e il cuore gli balzò in petto, il sangue gli affluì al cervello.
Rodriguez come un ladro colto sul fatto corse via con la massima velocità.
CAPITOLO VI.
Robin non si poté muovere. Gli sembrò che tutto crollasse attorno a lui.
Restò per qualche momento paralizzato, poi a poco a poco si riebbe e lentamente si avviò verso casa.
Il cuore gli si era come impietrito.
In un attimo aveva provato tutti i dolori che un uomo può provare e sopportare.
La lettera rivelatrice lo aveva ferito in modo crudele; ma la vista di Rodriguez era il colpo di grazia. Egli non dubitava più, era indegnamente tradito e l’infame che lo aveva disonorato entrava in casa sua e nelle stanze stesse dove Luisa lo aveva amato!
Oramai non aveva che un desiderio quello di vendicarsi.
Bisognava che la traditrice pagasse il fio della sua infamia.
Entrò in casa truce e risoluto.
—La padrona—chiese Robin alla cameriera.
—È nella sua camera.
Un tempo Robin entrava in quella camera lieto, palpitante, felice.
Vi entrò in quel momento con la rabbia nel cuore con la mente piena di truci pensieri.
Luisa era in una elegante toilette da camera e appariva più bella che mai.
A Robin quell’abito distinto e civettuolo aumentò il furore e pensò:
—Essa si era fatta più bella per ricevere il suo drudo.
Luisa si alzò sorridendo e come al solito stese le braccia al marito.
Questi con voce da far rabbrividire disse:
—Riserbate i vostri amplessi, i vostri sorrisi per il vostro amante.
Luisa indietreggiò atterrita, credette che il suo sposo fosse divenuto pazzo.
—Ignobile commediante—riprese Robin con voce che gli sibilava tra le labbra livide—nata nel fango, nel fango hai voluto ritornare.
—George! George!—Supplicò la donna—Siete divenuto pazzo.
—Meglio per me se lo fossi, che non proverei tutte le pene che soffro.
Luisa riacquistò ad un tratto la sua calma e disse:
—George in nome di Dio ditemi cosa è avvenuto.
—È avvenuto che il tempo delle commedie è finito, che so tutto.
—Tutto?
—Sì, tutto, miserabile bastarda raccolta da ignobili saltibanchi che mai sapeste che cosa sia onore.
—Dio mio—mormorò Luisa—se è un orribile sogno fate che io mi svegli.
—Sogno?—Ghignò Robin che era acciecato da un’ira feroce—È realtà il vostro tradimento è realtà il disonore che avete gettato sul mio nome. Certi delitti si pagano con la vita, e voi morirete per le mie mani.
—George! George! Rientri in te stesso, io non ti comprendo, io non so cosa vuoi dire...
—Bando alle finzioni, abbiate almeno il coraggio di dire la verità.
—La verità? La verità è una. Io ti amo e non ho amato e non amerò mai altri che te.
—Siete la più spregevole delle donne.
—Ma chi ha potuto cambiarti così? Chi ha potuto ad un tratto mettere nel tuo cuore tanto veleno!
—La realtà dei fatti. Questa lettera che voi avete scritta al vostro amante che poco fa è uscito di qui ed io lo vidi.
Luisa afferrò la lettera che il marito teneva nella sua mano convulsa, vi gettò sopra lo sguardo avido di conoscere la verità e gettò un grido, un grido che risuonò in tutta la casa, straziante e pauroso e che destò l’attenzione della cameriera che si avvicinò alla camera dei padroni.
—Non negate più,—riprese Robin—la prova è schiacciante non è vero? Non credete che certi delitti si paghino con la vita? Non avete meritato la morte?
La cameriera in preda al terrore udiva quelle terribili parole e non sapeva quale risoluzione prendere.
Luisa con l’occhio dilatato guardava il marito, nella sua mente si facevano le tenebre, sentiva uno spasimo atroce, non aveva la forza di parlare.
Ad un tratto afferrò dal piccolo tavolino da toilette un grazioso revolver e mormorò:
—Mi ucciderò! Mi ucciderò! Perché dovrei vivere?
Robin vide brillare l’arma in mano alla donna amata, ed ebbe un lampo di pentimento e di compassione, si slanciò su lei per strapparle il revolver.
Tra moglie e marito avvenne una lotta terribile.
La cameriera spaventata era corsa a cercare aiuto.
Ad un tratto risuonò una detonazione e Luisa ferita al petto cadde a terra, la sua veste candida si macchiò di rosso......
Il revolver era rimasto in mano a George che pallido, atterrito guar dava la moglie sua che pareva morta. Alzò il revolver all’altezza della fronte e stava per far partire il colpo quando la porta si aprì e un poliziotto brutalmente gli strappò l’arma.
—Perché non volete che muoia?
—Perché appartenete alla giustizia. Voi avete uccisa quella donna.
—Io?
—Sì voi.
La cameriera che aveva seguito il poliziotto si gettò sul corpo della sua padrona, piangendo e smaniando, gridò:
—L’avete uccisa, l’avete uccisa!
Robin atterrito non ebbe una parola per difendersi. Altra gente era accorsa, fu chiamata un’ambulanza, il medico che venne con questa, esaminò la ferita e disse:
—Respira ancora!
—Dio sia benedetto—mormorò Robin—essa dirà la verità.
Luisa venne posta nell’ambulanza e trasportata all’ospedale, Robin fu trascinato via dai poliziotti.
Quando comparve sulla soglia di casa sua la folla che si era adunata imprecò contro di lui e il disgraziato udì che lo chiamavano assassino.
CAPITOLO VII.
Alla stazione di polizia lo trattarono come il più volgare dei delinquenti, al racconto di ciò che era realmente accaduto i poliziotti sorrisero di scherno.
Il Luogotenente di servizio gli disse:
—Il meglio è che diciate la verità. Se negate nessuno avrà pietà di voi.
Robin non rispose, perché avrebbe risposto? Tanto non lo crederebbero.
Lo misero in una lurida cella e per delle lunghe ore più non vide nessuno.
Il disgraziato sul momento non comprese tutto l’orrore della sua posizione, gli sembrava di fare un sogno atroce.
Si gettò sul lurido pancaccio e mise la testa fra le mani, cercando di riconnettere le proprie idee.
A poco a poco la luce si fece nella sua mente annebbiata, ricordò le fasi dolorose di quella giornata tragica.
Si meravigliava di essere ancora vivo sotto i colpi che lo avevano crudelmente flagellato.
Ad un tratto si levò inorridito e mormorò con accento straziante:
—Io non ho uccisa mia moglie! Io non l’ho uccisa!
Chiamò il guardiano, questi accorse.
—Per favore—disse con accento umile—vorrei vedere il Capo di polizia.
—Volete fare delle confessioni—rispose ruvidamente il guardiano.
—Voglio difendermi.
—Ah!... Volete difendervi? Avete un bel coraggio... Confessate, confessate e forse scampate di andare a provare che effetto fa l’elettricità.
—Io sono innocente.
—Lo direte al giudice.
Detto ciò il guardiano voltò le spalle e se ne andò.
Robin comprese che era inutile insistere e cercò di rassegnarsi ad aspettare.
Passarono un paio di ore che gli sembrarono dei secoli.
In quel tempo la sua mente era agitata da pensieri diversi.
Ricordava l’energica protesta della moglie e lo assaliva il dubbio che essa non fosse colpevole; ma la lettera accusatrice gli veniva dinanzi agli occhi e il dubbio svaniva.
La rivedeva cadere a terra ferita, immersa nel sangue e dei brividi di febbre gli scorrevano per il corpo.
—Dio mio! Dio mio!—mormorava il disgraziato—quale orribile fatto.
A toglierlo dai suoi pensieri venne il venditore dei giornali.
Ansioso di sapere che cosa si diceva ne acquistò uno e fremette nel leggere un gran titolo che diceva: “L’Inventore Robin Uxoricida”.
Lesse avidamente il giornale che raccontava la tragedia facendo risultare che non eravi alcun dubbio che Robin in un momento di pazza e ingiustificata gelosia aveva tentato di uccidere la moglie.
La cameriera aveva udite le minaccie di Robin poco prima che la tragedia si compisse e la testimonianza della cameriera era la condanna del marito feroce.
Il giornale esaltava le virtù di Luisa Robin e tesseva una storia romantica della sua nascita e del modo con cui l’inventore l’aveva trovata e sposata e aggiungeva che Luisa amava il marito suo e che la gelosia era ingiustificata e quasi faceva credere ad un’improvviso accesso di pazzia.
Più avidamente Robin lesse le notizie riguardanti lo stato della ferita.
Il giornale diceva che Luisa Robin viveva ancora; ma che i medici non nutrivano speranze per salvarla.
Il Coroner si era recato all’ospedale ma non aveva potuto ricevere la dichiarazione “ante-mortem” perché la ferita non aveva riacquistato i sensi.
—Dio voglia che viva!—Mormorò Robin—Che viva si giustifichi e mi giustifichi.
Dio non può essere spietato con me che mai feci del male ad alcuno.
Era già notte alta quando il cancello della sua cella si aprì e un poliziotto disse al prigioniero:
—Seguitemi.
Robin seguì senza fiatare il suo guardiano.
Quando fu nella sala del Capitano di polizia e si accinsero a mettergli le manette mormorò:
—Creda che voglio fuggire?
—Non crediamo nulla—rispose il poliziotto—ma prendiamo le nostre precauzioni.
Quando il freddo dell’acciaio toccò le carni del poveretto, trasalì vivamente e il suo volto si coprì di pallore.
Lo fecero salire nel carrettone di polizia e poco dopo Robin entrava nel Bellevue Hospital.
Provò un senso di sollievo, pensando che certo lo avrebbero messo a confronto con la moglie che lo avrebbe scagionato da ogni colpa. Liberato dall’accusa, egli avrebbe spesa tutta la vita a sapere la verità, a cercare o la prova della colpa della moglie o della sua innocenza.
Lo condussero in una stanza tutta bianca, dove in un piccolo letto era Luisa, con gli occhi chiusi e il volto bianco come la cera.
—È morta!—mormorò con accento straziante il poveretto.
S’ingannava. Luisa non era morta.
Un medico le fece un’iniezione e gli occhi i bellissimi occhi che tanto Robin aveva amato si aprirono.
Un uomo tutto vestito di nero che certo era il Coroner si rivolse alla ferita e le disse:
—Signora intendete?
Luisa volse attorno lo sguardo smarrito, poi quello sguardo si posò sul marito.
La poveretta alzò alquanto la testa dal guanciale e stese il suo braccio candido verso lo sventurato Robin e con voce truce, che nulla aveva di umano gridò:
—Assassino! Assassino!
Robin colpito da quella voce, atterrito da quella denunzia smaniò:
—Luisa! Luisa! Torna in te stessa! Guardami, perché mi accusi?
Ma Luisa non rispose era ricaduta svenuta.
Il Coroner disse:
—Ne sappiamo quanto basta. Meglio è che confessiate.
Robin rialzò fieramente il capo, stese la sua destra sopra il capo freddo di Luisa e con accento calmo disse:
—Giuro che sono innocente!
Lo ricondussero in prigione dove passò la notte in preda ad una spaventevole angoscia.
Perché Luisa lo aveva accusato? Dunque l’odiava e voleva perderlo?
Non avrebbe mai creduto che nel cuore della donna che aveva adorata, che adorava ancora, regnasse tanta malvagità.
Al mattino lo condussero dinanzi al Giudice; ma siccome Luisa viveva ancora, così il Giudice rimandò la sua decisione di qualche giorno.
Robin aveva molti amici; ma nessuno andò da lui. Nel momento della sventura gli amici si ecclissano, si nascondono, non si fanno più vedere. Solo lo visitò un avvocato di grido al quale sorrideva di prendere una causa che avrebbe fatto del rumore.
L’avvocato consigliò Robin a confessare a dire le ragioni che lo avevano spinto a ferire la moglie.
L’avvocato avrebbe invocata la legge non scritta sicuro del successo.
Intanto i giornali si occupavano ogni giorno del dramma che aveva impressionato tutti gli Stati Uniti.
I più benevoli avanzavano l’idea che l’inventore oppresso dal lavoro per cercare l’impossibile avesse perduta la testa perché non aveva nessuna gelosia sulla moglie essendo un esempio di onestà.
Robin leggeva avidamente tutto e gioiva nel sentire le difese che si facevano della moglie sua e più di tutto delle speranze che si davano sulla sua salvezza.
Ma un giorno ebbe il colpo di grazia. I giornali annunciavano che Luisa era salva; ma che aveva perduta la ragione.
Robin venne ricondotto innanzi al Giudice che rinviò alla Corte d’Assise sotto l’accusa di tentato omicidio, e fissò la cauzione in 10000 dollari.
Il District Attorney dichiarò che il processo si sarebbe fatto senza ritardo.
Robin avrebbe potuto trovare la cauzione, non se ne curò. Perché tornare nel mondo per qualche tempo e affrontare la curiosità, le chiacchiere dei malevoli?
Preferì restare alle Tombs.
CAPITOLO VIII.
Rodriguez l’autore di tutto il male che era piombato sulla casa di Robin non era soddisfatto.1 Avrebbe voluto che il suo ex-principale lo mandassero alla Sedia Elettrica, così non avrebbe avuto nulla a temere e si sarebbe goduto in pace i frutti dell’invenzione che aveva rubata.
Rodriguez non ebbe il coraggio di andare a visitare Robin, temeva il suo sdegno.
Venne il giorno del processo.
Robin si era lasciato convincere dall’avvocato celebre e gli aveva affidata la sua difesa.
La giuria fu presto scelta e il District Attorney indirizzando la parola ai giurati disse che avrebbe provato come il delitto di George Robin era uno dei più efferati.
Robin ascoltava con aria quasi distratta le parole del rappresentante della legge mentre la folla che gremiva l’aula fissava sopra di lui il suo sguardo indagatore.
Il processo era uno di quelli celebri non per il fatto che un marito avesse tentato di uccidere la moglie, cose queste che in una città corrotta come New York avvengono ogni giorno; ma perché l’accusato era un uomo quasi celebre, un inventore che aveva avuto non pochi trionfi e che altri ne preparava.
Il District Attorney concluse dicendo che le poche prove che presenterebbe sarebbero tali da mostrare come sia mendace l’accusato.
Dopo questo esordio furono chiamati a deporre i poliziotti che per primi accorsero in casa di Robin e che narrarono come trovarono la sventurata Luisa.
Fu sentito poi il capitano di Polizia che assisteva alla identificazione per parte della moglie del suo feritore.
La più sconfortante testimonianza fu quella della servetta di casa Robin.
Essa con molta franchezza narrò che aveva inteso distintamente il suo padrone dire alla moglie: Tu devi morire.. devi morire.
Furono quelle parole che la fecero correre in cerca di aiuto.
Disgraziatamente l’aiuto venne troppo tardi, quando già il delitto era compiuto.
La servetta interrogata dal District Attorney sostenne piangendo che la sua padrona era un’angelo e che le accuse a lei mosse dal marito erano una infamia.
L’avvocato difensore saettò di domande la testimone, ma questa non dedusse una sola parola delle gravi accuse che aveva pronunciate.
Dopo questa deposizione che mise in cattivissima luce l’accusato, fu chiamato il perito d’accusa il quale sostenne che la ferita era situata in modo da escludere che il colpo fosse partito dalla mano della ferita e durante una lotta.
—La ferita—dichiarò il perito—fu inflitta dalla mano robusta di chi voleva uccidere la donna.
L’Avvocato difensore cercò con ogni mezzo di porre in imbarazzo il perito, ma questi scacciò tutte le insidie.
Essendo tardi l’udienza fu rimandata all’indomani.
Durante la sera l’Avvocato ando a trovare Robin alle Tombs e lo scongiurò a confessare che un impeto di gelosia sollevato da prove e fatti contro la moglie, il desiderio di vendicare il suo cuore lo avevano spinto a commettere il delitto.
Robin rispose che non poteva accusarsi di un reato che non aveva commesso e che il ferimento fu accidentale.
L’Avvocato lasciò le Tombs scoraggiato.
All’indomani appena aperta l’udienza ebbe luogo una scena drammatica che impressionò vivamente il numeroso uditorio.
Il District Attorney aveva fatto condurre in Corte la povera Luisa.
Quando l’Avvocato difensore seppe che si voleva interrogare la pazza, protestò vivacemente ritenendo che la deposizione di persona che aveva perduto il bene dell’intelletto non poteva essere ammessa.
Il District Attorney con appoggio di pareri di autorità giudiziarie e di Corti superiori sostenne che un confronto si poteva fare e che il giudice doveva ammetterlo.
Tra accusa e difesa ebbe luogo un brillante duello al quale il giudice mise fine decidendo che il District Attorney aveva ragione.
Robin quando seppe che avrebbe rivista la moglie fu preso da viva emozione. Divenne pallido e fremente e i giurati e la folla credette che pallore e fremito fossero causati dalla paura.
Luisa entrò accompagnata da una infermiera e un mormorio di simpatia l’accolse.
La poveretta era più bella che mai, sulle sue labbra di un vermiglio meraviglioso aleggiava un dolce sorriso.
A vederla nessuno l’avrebbe creduta pazza; ma guardando il suo occhio si vedeva che era smarrito, vago, senza nessun lampo di vita.
Il District Attorney non fece inutili domande alla testimone la quale non avrebbe potuto rispondere, si contentò di dire a Robin:
—Alzatevi e fatevi innanzi.
Il disgraziato si alzò barcollando, delle grosse lagrime gli scendevano dagli occhi.
Nella vasta sala regnava un silenzio profondo.
Pubblico e giurati erano presi dall’emozione.
Quando Robin fu quasi presso la donna che adorava, Luisa alzò lo sguardo e trovandosi in faccia al marito si alzò come galvanizzata e gridò con terrore:
—Assassino! Assassino!
Poi ricadde svenuta sopra la sedia.
Un fremito corse per tutta la sala, qualcuno della folla gridò:
—Assassino! Assassino!
Luisa fu portata fuori dell’aula svenuta.
Robin oppresso dal più atroce dolore, soffocando a stento i singhiozzi che gli gonfiavano la gola si diresse barcollando come un ubbriaco verso il suo posto.
Egli non vide le occhiate ostili della folla, non udì il mormorio di orrore che sollevava, egli non pensava ad altro che alla moglie sua perduta per sempre.
Dopo questo episodio drammatico nuovo negli annali giudiziari di New York, il District Attorney dichiarò che l’accusa non aveva altri testimoni da presentare.
L’Avvocato difensore rivolgendosi ai giurati disse che presenterebbe testimonianze a sensazione, ma un perito illustre il quale illuminerebbe la giustizia circa la tragedia che era coperta dalle tenebre.
Chiamò in fatti a deporre uno dei periti più illustri della città il quale sostenne che l’esame della ferita rivelava anche ad un novellino che si trattava di tentativo di suicidio o di un colpo partito casualmente. Il perito illustrò il suo dire con delle prove che erano state fatte nel suo laboratorio, prove che escludevano che il colpo fosse partito da una mano che voleva uccidere.
Criticò acerbamente il perito di accusa e aggiunse che quando si trattava della libertà e dell’onore di un uomo non bisognava per far piacere all’accusa giudicare su delle prove superficiali.
Il District Attorney non risparmiò le domande al perito; ma questi rispose trionfalmente.
Disgraziatamente i periti non spirano fiducia ai giurati, perché ad essi sembra che giustifichino a secondo del desiderio della parte che gli chiama a dare il loro parere.
Dopo il perito, Robin venne chiamato dal suo difensore a deporre.
Robin che aveva riacquistato il suo sangue freddo, disse semplicemente:
—Io più che una deposizione intendo fare una dichiarazione. Può essere che nel momento dell’esaltazione prodotta in me da un fatto che ora ritengo falso e sul quale non intendo d’insistere abbia minacciato di morte la donna che ho tanto amato e che amo ancora, ma la verità è che quando vidi mia moglie armata di revolver decisa a morire, comprendendo tutta l’ingiustizia dei miei sospetti tentai di disarmarla. Nella lotta che ne avvenne partì il colpo che se non uccise il corpo, uccise l’intelligenza della più buona e santa delle donne.
Questo volevo dire e non risponderò a nessuna interrogazione. Si faccia di me quello che si vuole io non ho più nulla da sperare a questo mondo.
Tanto l’Avvocato difensore, quanto il District Attorney non si azzardarono a muovere delle domande al disgraziato.
Quanto aveva detto Robin fece una viva impressione.
Il District Attorney nella sua requisitoria fu spietato, assalì Robin perché negava un delitto che aveva commesso.
“Quest’uomo—gridò il rappresentante della legge—colto, istruito, raffinato, si è mostrato vile nel negare ciò che è provato a luce meridiana; ma si è mostrato vile nella speranza di potere uscire da questa Corte, lindo da ogni macchia purificato da ogni accusa.”
“Egli tentò di uccidere la più santa delle donne, reso pazzo dalla gelosia, una gelosia ignobile e ingiustificata.
Spesso i giurati, troppo spesso assolvono i gelosi che sono presi dalla mania di uccidere le loro donne, ma quelle condizioni sono spesso giustificate dall’impeto che assale coloro che si credono ingannati.
“Quest’uomo prese a mira la gelosia. Il suo intento era quello di disfarsi di una donna che aveva tolto dal nulla e che credeva non fosse più all’altezza della sua fama, perché si dice che quest[…]o corresse verso la celebrità.
Fu un calcolo nient[…] e niente meno e voi signori […]ati dimostrerete a quest’uomo c[…] suo calcolo fu sbagliato.
Il vostro verdetto sa[…]severo e giusto.
Pensate che la mogl[…]i costui non è morta, ma se ma[…]almente vive, essa è più che mort[…]erché la sua intelligenza si è spen[…]er sempre e solo nel suo cerv[…] annebbiato si fa la luce qua[…] deve denunziare il suo assassi[…]
Il grido di quella donn[…]oi lo avete udito, quel grido vi[…]idi nel dare il vostro verdetto.”
Un mormorio di ap[…]razione seguì le fiere parole del rappresentante della legge.
Robin durante la terrib[…]requisitoria aveva provate le pe[…]più atroci. Egli sentiva colui ch[…] chiamato tutore della legge, di[…]e cose più atroci e insussistenti[…]per la prima volta in vita sua, n[…]eredova più alla santità alla serenità della giustizia.
Più volte avrebbe voluto levarsi per gridare al suo accusatore: Voi mentite! ma un sentimento di fierezza lo trattenne.
Il suo cuore era straziato da uno acuto dolore, il sentire mettere in dubbio i sentimenti che aveva per la moglie lo dilaniava, quando il District Attorney l’accusò di un calcolo infame gli sembrò di morire.
Quando il suo difensore si alzò, Robin non lo vide, era perduto come in un sonno delizioso.
L’avvocato celebre parlò con eloquenza, insisté nel sostenere che il fatale colpo di revolver era partito accidentalmente e che Robin lungi dal volere uccidere tentò di salvare la moglie che certo era già presa dalla pazzia.
Narrò la vita d’amore e di lavoro che conduceva Robin, dipinse con vivi colori il suo affetto per la moglie, per quella moglie che avendo perduto il bene supremo dell’intelletto ora lo accusava; ma che se non fosse pazza lo avrebbe difeso e riabilitato.
L’avvocato terminò invocando dai giurati un verdetto sereno e così concluse:
“Se Robin fosse colpevole e avesse agito con premeditazione e per calcolo, non avrebbe negato e ai giurati avrebbe detto: Essa m’ingannava ed io volli difendere il mio onore e voi o giurati in ossequio a quella legge che non è scritta nei codici, ma è nelle menti e nei cuori onesti date un verdetto di assoluzione. Se egli negò è perché è completamente innocente del delitto che lo condusse innanzi a voi.
Non lasciate nella vostra vita un rimorso, assolvete e un giorno se la moglie di costui per un miracolo della scienza o per la bontà di Dio, confermerebbe a viva voce il vostro verdetto proclamando l’innocenza del marito che l’amò, l’ama e l’amerà sempre”.
Le parole dell’avvocato fecero una qualche impressione; ma non distrussero quelle provocate dalla fiera requisitoria del District Attorney.
Dopo che il giudice ebbe dato le istruzioni ai giurati, questi si ritirarono per deliberare.
Nessuno si mosse dal suo posto, tutti ritenendo che il verdetto si sarebbe avuto in brevissimo tempo.
E così fu. I giurati dopo venti minuti fecero sapere al giudice che il verdetto era pronto.
L’Avvocato scoraggiato mormorò a Robin:
—Fatevi animo. Il verdetto ci sarà contrario.
I giurati entrarono lentamente e a testa bassa.
Dopo le risposte d’uso il capo dei giurati annunciò che il verdetto era pronto e che George Robin era ritenuto colpevole di tentato omicidio in primo grado.
Robin non si scosse ed ebbe un sorriso amaro.
L’Avvocato fece domanda per ottenere un nuovo processo.
La domanda venne respinta e il giudice dopo aver detto a Robin che aveva avuto un processo giusto e sereno lo condannò ai lavori forzati da scontarsi a Sing-Sing per un tempo non minore di 15 anni e non maggiore di 20 anni.
Robin in piedi tranquillo e calmo udì la grave sentenza e sorrise.
Qualcuno mormorò:—Che cinismo.
L’Avvocato disse a Robin: Ricorreremo in appello.
—No—rispose Robin—io non intendo appellarmi. La condanna non mi colpisce perché chi è superiore alla legge degli uomini sa che io sono innocente.
Un deputato sceriffo bruscamente disse a Robin di seguirlo, e il condannato ripassò il Ponte dei Sospiri e rientrò nella sua cella con una calma delle più impressionanti.
Rodriguez che se ne stava perduto tra la folla che assisteva all’udienza ebbe un sorriso di trionfo.
Egli non temeva più l’uomo al quale tutto aveva tolto l’onore e il lavoro del suo ingegno.
All’indomani Robin fu ammanettato e trasportato alla stazione da dove partì alla volta di Sing-Sing.
Robin entrò nel triste penitenziario a testa alta, come un tempo i martiri entravano nel Circo dove erano attesi dalle bestie feroci.
Quando rasato e sbarbato e vestito dell’abito a strisce entrò nella cella dove avrebbe passato tanti anni, dette un sospiro di sollievo.
Finalmente era solo e poteva immergersi nei suoi pensieri.
Lo lasciarono in cella due giorni e quindi gli annunciarono che era stato assegnato ad una squadra che nel cortile centrale era addetta a rompere le pietre.
Robin non chiese un miglior trattamento, egli provò una specie di gioia a bere il suo amaro calice fino alla feccia.
Del resto egli nei due giorni che fu in cella aveva formato il suo piano.
Egli pensava: la giustizia ha commesso un mostruoso errore, io debbo difendermi e mi difenderò.
Fine del Prologo.
PARTE PRIMA
IL TRIONFO DI RODRIGUEZ
CAPITOLO I.
In un bel giorno estivo una notizia che fece la più grande impressione comparve su tutti i giornali.
Si trattava di una scoperta meravigliosa che portava una vera rivoluzione nel campo dei motori che servono per le automobili e gli aereoplani.
Qualcuno ricordava che di un fluido misterioso che avrebbe data la forza motrice ai motori se ne era parlato e si arrivò fino a fare il nome di Robin; ma nessuno c’insisté perché certo Robin aveva fatto degli studi senza portarli a compimento.
Se, dicevano quei che s’interessavano della cosa, George Robin avesse inventato cosa tanto meravigliosa, ne avrebbe parlato e durante la sua carcerazione preventiva e durante il suo processo.
Si ricordava che durante il dibattimento il Pubblico Accusatore aveva accennato ai sogni dell’accusato e che l’ avvocato difensore non aveva esitato a dire che il suo cliente era sano al cervello per correre dietro ad una chimera.
Robin aveva taciuto era segno che nulla aveva scoperto e che il vero trionfatore era Rodriguez, uno straniero che però si era naturalizzato americano.
La stampa portò alle stelle l’invenzione di Rodriguez e non ricordò neppure che poco tempo fa era stato impiegato dello sventurato Robin.
Il Governo degli Stati Uniti fece delle magnifiche proposte a Rodriguez il quale salito oramai in fama, non volle cedere accrescendo così la sua nomea.
La resistenza dell’inventore fu vinta a colpi di dollari. Premeva troppo agli Stati Uniti di assicurarsi di una scoperta che avrebbe portato una vera rivoluzione nei motori specialmente in quelli che servono a mettere in moto le grandi ali degli aereoplani.
Al furfante salito d’un tratto alla gloria per il più nero tradimento vennero fatte delle offerte così cospicue che lo resero da un momento all’altro un uomo ricco a milioni.
La vendita del diritto agli Stati Uniti della privativa per dieci anni della meravigliosa invenzione, venne fatta alla cheticella, né al Governo né a Rodriguez conveniva di far troppa pubblicità.
Da un momento all’altro il miserabile che era stato causa della più orribile sventura divenne ricco e si dette con frenesia a godere la vita.
Era giovane, celebre e poteva gettare l’oro a profusione e divenne ben presto il gaudente raffinato che passava la sua vita in mezzo alle orgie eleganti dove un solo Iddio impera: Il Piacere.
Di Rodriguez nei circoli scientifici si parlava come di un uomo che aveva data alla scienza un’invenzione che aveva del miracoloso, un’invenzione che poteva avere le più utili applicazioni e rivoluzionare completamente tutto il sistema in uso per la produzione della forza motrice che sembra voglia conquistare il Mondo.
Il furfante quando si trovava in mezzo a persone che si affaticano a studiare i più astuti problemi per rendere più vertiginosa la vita, non parlava molto per paura di mettere in rilievo la sua crassa ignoranza.
Or bene quel silenzio quasi continuo invece di nuocere a Rodriguez, lo faceva crescere nella considerazione di scienziati autentici che più volte avevano detto che Rodriguez, come tutti i grandi geni era di poche parole e di grandi fatti.
CAPITOLO II.
Rodriguez divenuto ricco fu preso dal desiderio di abbandonare New York dove egli non si sentiva tanto sicuro perché da un momento all’altro dal carcere di Sing-Sing avrebbe potuto giungere in mezzo al Mondo la voce di protesta del vero inventore, dell’uomo colpito dalla legge, aumentato dalla fatalità e se quella voce fosse stata intesa egli difficilmente avrebbe potuto soffocarla, perché neppure sapeva in quali principii si basava l’invenzione di Robin.
Ma proprio quando stava per fare i bauli per andarsene lontano dall’America a godersi i milioni tanto malamente acquistati e a ricevere onori che non meritava, sulla sua via incontrò una donna che gli fece cambiare pensiero, che lo fermò agli Stati Uniti.
Furoreggiava in quel tempo a New York una danzatrice che senza essere una meraviglia di bellezza aveva un fascino straordinario.
Poi di quella danzatrice che portava una collana di perle di valore inestimabile si dicevano le cose più romantiche, si affermava che era stata l’amante di un Re giovane e inesperto che una brutta sera i suoi sudditi mandarono in esilio onde potesse a suo agio divertirsi con le ballerine e le donne da teatro.
Essere stata l’amante di un Re accresce sempre fascino ad una donna specialmente in una terra come quella d’America dove non ci sono né sovrani né nobili, ma dove il luccichio di una corona fa un effetto magico, tanto che tutta la nobiltà Europea spiantata viene in America per poter dorare a nuovo il suo blasone.
La bella danzatrice era dunque ammirata, non per la sua arte che era cosa ben meschina, non per la sua bellezza che pure era notevole; ma per i suoi amori col giovane Re detronizzato e quando alla luce abbagliante del palcoscenico appariva con i suoi gioielli veramente preziosi, con la sua collana di perle che mandavano raggi colorati, il pubblico pensava che forse ogni perla, ogni gioiello era il prezzo di una carezza sulla bionda testa del Sovrano che si faceva dominare dalla seducente ballerina.
Rodriguez aveva letto nei giornali della Dea che teneva in fermento la gioventù dorata di New York, aveva visto il ritratto mille volte riprodotto, e si era indugiato a leggere le massime dettate dalla ballerina che i giornali riproducevano come se fossero le massime eterne.
Una sera Rodriguez assieme ad alcuni amici si recò al Teatro dove la celebre Iva entusiasmava il pubblico facilone ad ammirare e quando vide la ballerina provò un vero turbamento.
...Fu ammaliato, sedotto, affascinato. Seguì la danza dell’incantatrice, una danza banale che non aveva neppure il merito della novità, come perduto in un sogno delizioso. Veramente la ballerina sul palcoscenico era un vero poema di bellezza. Le sue forme perfette, i suoi grandi occhioni, la vita slanciata, i fianchi procacemente arcuati, le labbra sensuali i denti che rivaleggiavano con le perle che le cingevano il collo fine e meravigliosamente elegante, ne facevano una visione celestiale.
Rodriguez per tutto il tempo che Iva restò sul palcoscenico, rimase come affascinato, si scosse soltanto quando la visione scomparve e il pubblico applaudì con frenesia, non per premiare l’artista, ma per godersi la vista del bel corpo che tenui veli non nascondevano, per rivedere il sorriso affascinante, lo sguardo inebriante della sirena.
Rodriguez si scosse quando la danzatrice non comparve più.
Era immerso in una specie di languore sfibrante. Si alzò turbato seguito dai suoi amici e al Caffè del teatro ordinò dello Champagne, aveva bisogno di ristorarsi.
Quando ritornò ad essere padrone di se, chiese delle informazioni seppe dove la ballerina abitava e quali erano le sue abitudini.
Gli dissero, facendolo fremere di rabbia, che dopo lo spettacolo la signorina Iva era solita a recarsi a cena con dei signori suoi amici che venivano a prenderla in automobile. Si appostò fuori della porta dopo avere telefonato al suo “chaffeur” di raggiungerlo al più presto.
Quando la sua automobile giunse vi si appiattò dentro e aspettò.
Altre automobili si fermarono nella strada dove dava la porta del palcoscenico.
Rodriguez vide la danzatrice uscire dalla porticina degli artisti e dirigersi verso un automobile dove prese posto.
L’automobile partì subito e Rodriguez dette ordine al suo “chaffeur” di seguirla.
Non fece un lungo tratto di strada perché l’automobile si fermò innanzi a Delmonico.
La ballerina uscì dalla automobile seguita da due signori già avanti negli anni che la scortarono fino al gran salone dell’aristocratico locale.
Rodriguez non indugiò un momento ed entrò anche lui.
La ballerina cenò allegramente ridendo e scherzando nel modo più familiare con i due signori che la guardavano estasiati.
La cena fu lunga e Rodriguez costretto a mangiare e bere solo, si rodeva dalla rabbia.
Mentre Rodriguez aspettava la fine di quella cena che gli sembrava eterna, chiese al cameriere che lo serviva, chi fossero i due signori che accompagnavano la ballerina, e il cameriere mormorò due nomi di principi della finanza che valevano sulla piazza parecchi milioni.
Quei due uomini misero in pensiero Rodriguez il quale capì che avrebbe dovuto lottare con degli avversarii temibili per il loro denaro, ma che avevano di fronte a lui lo svantaggio dell’età.
Finalmente la cena finì e Iva accompagnata dai due signori uscì ed entrò nell’automobile, i suoi compagni restarono a terra contentandosi di seguire con lo sguardo l’automobile che trasportava la bella danzatrice.
Rodriguez seguì l’automobile della sirena, e poté sapere dove dimorava.
Per quella sera non fece alcun altro passo e se ne andò a casa, dimenticando anche che i suoi amici lo aspettavano al Caffè Martin.
CAPITOLO III.
Quella notte Rodriguez non dormì. La sua mente era tutta piena della visione della danzatrice.
Non aveva mai provato nulla di simile e si compiaceva di essere ricco e celebre per potere conquistare la fanciulla che per lui era la più bella e seducente della terra.
Non si era mai innamorato sul serio e lo spaventava il pericolo di un amore di quelli che fanno perdere ogni libertà.
Rodriguez sentiva che doveva andarsene da New York intuiva che la colossale sua mistificazione un giorno o l’altro sarebbe stata scoperta e temeva che dalla tomba di Sing-Sing sorgesse una voce accusatrice; ma dal momento che aveva vista la seducente artista aveva cambiato idea e alla voce interna che gli diceva: vattene, rispondeva; resto.
Si alzò assai presto e si recò al suo ufficio. Era lo stesso occupato dal disgraziato Robin.
Dopo l’arresto di costui Rodriguez, che teneva una chiave, erasi recato in quell’ufficio e i tubi contenenti il fluido misterioso e potente scoperto dal suo principale gli aveva fatto scomparire.
Quando Robin fu condannato affittò definitivamente l’ufficio e il proprietario dello stabile si contentò di fargli garantire quello che conteneva, nel caso che mobili e macchine venissero reclamate.
Robin non aveva nessuno al mondo salvo che la sposa sua. I genitori gli erano morti da qualche anno, e solo qualche lontanissimo parente doveva vivere lontano assai da New York.
Robin aveva conosciuto dei cugini che da anni erano partiti per l’Alaska al momento della febbre dell’oro.
Così nessuno reclamò nulla e Robin non si curò affatto del suo ufficio come non si era curato della sua invenzione.
La sventura che lo aveva colpito gli fece perdere tutte le volontà, tutte le energie, si era accasciato sotto il colpo tremendo e si era chiuso in un dolore che non gli dava tempo da pensare a ciò che non riguardasse l’avvenimento tragico che brutalmente aveva posto fine al suo sogno e lo aveva, dalla luce radiante del sole, gettato nelle tenebre più fitte.
Così Rodriguez aveva potuto far tutto ciò che volle libero come se Robin fosse morto e sepolto.
Entrando nell’ufficio nel quale un giorno aveva visto il suo principale lavorare con ansia febbrile, vivere nella speranza e nel dubbio sorrise, come sorrideva Mefistofele quando vedeva la vergine e pura Margherita contaminare il suo candore.
Rodriguez certo pensava che non è sempre vero che chi lavora raccoglie i frutti dell’opera sua.
Nel cassetto della posta trovò una gran quantità di lettere e tra queste non poche di donne che lo invitavano a lieti convegni.
Non le aprì neppure. In quel giorno una sola donna occupava il suo pensiero.
Altre erano lettere di affari, di ditte che gli domandavano il sussidio dell’opera sua, che lo incitavano a modificare in qualche modo la sua invenzione per ottenere una nuova patente.
Erano suggerimenti di frodi, per ingannare quei che avevano speso milioni nell’acquisto della prima patente.
Siamo in epoca in cui esiste ogni sorta di brigantaggio e non tutti quei che lo professano sono in galera. Basta che la frode, la truffa, l’inganno, la spoliazione sieno chiamati affari perché la legge deponga la sua spada.
Rodriguez sorrideva, il furfante non era soltanto lui.
S’indugiò a lungo nel suo ufficio, ricevette qualche visita e quando giunse il mezzogiorno telefonò al suo Chauffeur e in automobile si recò verso la graziosa casetta che accoglieva la sirena che la leggenda credeva avesse provato l’amplesso di un re autentico.
In uno di quei grandi e splendidi negozi di fiori che sono nella Quinta Ave, la via dei milionari e dei gaudenti, acquistò di quelle magnifiche rose che si pagano a peso d’oro e che sono il dono più gradito da farsi ad una signora.... che si contenta di fiori.
Risalito in carrozza dette l’indirizzo della celebre ballerina al suo chauffeur.
CAPITOLO IV.
Nel momento stesso che Rodriguez ricco e celebre si accingeva a compiere un’avventura amorosa, nel penitenziario di Sing-Sing, George Robin divenuto un numero provava tutte le angoscie.
Lo avevano mandato a rompere le pietre come l’ultimo dei miserabili e questa durezza si spiega pensando che nessuno lo aveva raccomandato.
Robin aveva sdegnato di ricorrere ai suoi amici e questi si erano completamente dimenticati di lui.
Del resto coloro che sono colpiti dalla sventura perdono ad un tratto ogni diritto alla benevolenza al ricordo della gente felice.
Se Robin fosse stato raccomandato forse avrebbe goduto dei privilegi, perché anche nei penitenziari ci sono i privilegiati, quei che passano la vita in modo ben differente dai loro compagni di pena.
Robin mentre compiva l’arduo e sfibrante lavoro sotto l’occhio vigile del guardiano il quale non permetteva un momento di riposo pensava al mezzo di evadere dal luogo infame.
Voleva fuggire per rivedere colei che tanto amava e che doveva fra poco divenire madre.
La giovane sposa il dolce segreto lo aveva confessato allo sposo nei giorni che precederono la catastrofe. Che sarebbe di quel bambino figlio di un condannato, venuto al mondo in un manicomio?
Questo pensiero atroce lo torturava e il suo ingegno si acuiva per trovare il mezzo di abbandonare il penitenziario.
Lavorava e pensava e si torturava il cervello.
A cosa valeva tutta la sua scienza tutto il suo sapere se non era capace di compiere quello che di continuo effettuavano degli esseri grossolani, rozzi e ignoranti?
Batteva le pietre e il suo occhio si levava verso il cielo come se aspettasse l’ispirazione.
Da tempo egli non credeva più alla colpa della moglie, intuiva una trama infame ordita per perderlo.
Ma chi aveva potuto ideare la terribile cosa?
Passava in rivista tutti quelli che lo avevano avvicinato, interrogava la sua memoria e non vi trovava traccia di offesa verso alcuno.
L’enigma tenebrosa lo sconvolgeva tutto.
Mentre era intento nel suo lavoro un guardiano venne a cercarlo per condurlo dal Direttore del Penitenziario.
Si alzò sorpreso, perché non attendeva visite e nulla aveva fatto che potesse fargli avere dei rimproveri.
Quando fu nel gabinetto del Direttore questo con accento benevolo disse:
—So che siete un meccanico e molto bravo. La mia automobile si è guastata e desidero che vediate se è possibile aggiustarla.
—Farò tutto quello che è in me per riuscirvi.
—Da oggi non lavorerete più a spaccare pietre e sarete destinato all’officina.
Robin palpitante di gioia ringraziò il Direttore. Nell’officina avrebbe trovato i mezzi per evadere.2
L’automobile fu aggiustato in modo splendido e il Direttore se ne disse quanto mai sodisfatto.
Alla sera quando Robin tornò nella sua cella trattato con più riguardo e benevolenza dai guardiani, era come trasfigurito.
Passò la notte insomma pensando al suo audacissimo piano, al piano che gli era balenato nella mente al momento che esisteva nel penitenziario, piano che non avrebbe mai potuto effettuare se l’avessero tenuto a spaccare pietre.
Nell’officina avrebbe trovato i mezzi che cercava.
Se riusciva ad evadere non lo avrebbero ripreso. Robin teneva in uno dei sotterranei della National Bank di New York affittato sotto altro nome una cassetta con una somma anzi rilevante di danaro.
La chiave di quella cassetta era nascosta entro un piccolo reliquiario che portava al collo, quel reliquario non fu toccato da alcuno, neppure al suo entrare nel penitenziario.
Se poteva giungere alla banca era salvo perché coi denari e il mezzo che egli avrebbe impiegato a sottrarsi alle ricerche lo avrebbero messo fuori dal tiro dei persecutori.
CAPITOLO V.
Rodriguez quando premé sul bottone elettrico della elegante porta d’ingresso della casa che accoglieva la seducente ballerina, provò una certa emozione, ma si rimise tosto e alla graziosa cameriera che venne ad aprire chiese con voce ferma:
—È in casa la vostra padrona?
La cameriera guardò Rodriguez sorpresa e poi disse:
—Scusate chi siete?
Rodriguez levò dalla sua tasca un porta biglietti d’oro con le cifre in brillanti; ne tolse una cartolina levigata, ci aggiunse una moneta di venti dollari e consegnò il tutto alla cameriera che fece una bella riverenza e sorrise in modo che voleva dire:
—Credo che sarete ricevuto.
La bella danzatrice che faceva andare in delirio New York, si era alzata da poco e stava sopra una poltrona con gli occhi semichiusi, in quel tepore dolcissimo che prende sempre le creature deboli appena uscite dal letto.
Era avvolta in un ricco accappatoio di preziosi merletti, soffice come la bambacia.
Quando la cameriera entrò le chiese:
—Ebbene Fanny, chi ha suonato?
—Un signore molto giovane e anche bello, che desidera vedervi.
—Non è mai venuto qui?
—Mai.
—Tu sai che non ricevo che le persone che mi furono presentate, e però anche quelle.
—È vero.... Ma io credo che quel signore merita di essere ricevuto. Venne in automobile padronale dai portamenti di un Lord e deve essere una persona distinta.
—Ti disse il suo nome?
—Ecco il suo biglietto da visita.
La bella donna lo prese vi gettò sopra gli occhi e disse:
—Rodriguez?... Diamine è il celebre inventore, l’uomo che ha portata la rivoluzione nelle macchine motrici.... bisogna che lo riceva.
Fanny fallo passare nel piccolo salotto e pregalo di aspettare per qualche momento.
Rodriguez, seccato della lunga attesa stava per andarsene, quando la cameriera comparve e gli disse:
—Seguitemi signore.
Rodriguez seguì la cameriera che lo introdusse in un piccolo salottino tutto bianco e oro, con mobili leggieri e tappeti finissimi.
—Abbiate la bontà di aspettare un momento, la mia padrona verrà subito.
—Ragazza—disse Rodriguez—aspetterò anche tutto il giorno.
Poi aggiunse:
—Volete farmi un favore?
—Anche cento signore.
—Ebbene dite al mio chaffeur di darvi quei pochi fiori che sono nell’automobile.
Fanny corse a compiere la commissione e poco dopo ritornava coi fiori dicendo:
—Sono splendidi... La mia padrona ama tanto i fiori...
Rodriguez dette un’altra moneta d’oro alla cameriera che non nascose la sua gioia.
Passarono una ventina di minuti e poi la danzatrice entrò.
Indossava un delizioso abito di seta da mattino dai colori teneri e cangianti e al collo portava una splendida collana di perle che le scendeva sul petto, piccolo ma modellato in modo ammirevole.
—A che debbo l’onore della vostra visita—chiese con aria spigliata la celebre artista.
Rodriguez si sentì impacciato e non rispose subito.
La giovane lo guardava coi suoi grandi occhi azzurri e un sorriso grazioso sopra le labbra che parevano scolpite nel più puro corallo.
Alla danzatrice piacque il volto davvero bello di Rodriguez, ma nello stesso tempo sentì un certo malessere.
Finalmente Rodriguez si fece coraggio e rispose:
—Signorina perdonate la mia audacia, vi ho visto danzare e desideravo conoscervi. Non volli farmi presentare da qualcuno dei miei amici che certo conoscete e mi sono permesso di venirvi ad importunare. Se siete buona come siete bella, non me ne vorrete male.
—Signore io vi perdono, perché fa sempre piacere conoscere un uomo divenuto celebre per le sue meravigliose invenzioni. Vi conoscevo di nome, sono lietissima di conoscervi personalmente.
Visto sul tavolo di lacca le splendide rose che Rodriguez aveva portate, gridò con accento festoso:
—Oh! Le belle rose!
—Sono per voi.
La danzatrice tra quelle rose profumate e belle tuffò il suo bel volto e ne aspirò con voluttà il profumo.
—Vi ringrazio—disse poi—io amo i fiori.
—Fortunati loro!—mormorò Rodriguez.
La danzatrice divenne seria, le parole di Rodriguez l’avevano urtata. Era un complimento banale del quale avrebbe fatto volentieri a meno.
Il sorriso scomparve dalle sue labbra, gli occhi si offuscarono.
Rodriguez vide quel cambiamento e quasi tremando chiese:
—Vi ho offesa?
—No—rispose la giovane donna—non mi avete offesa; ma contrariata.
Ci fu una lunga pausa, Rodriguez stava come un colpevole che aspetta la sua condanna.
Ad un tratto la danzatrice quasi con voce aspra disse:
—Ditemi la verità, voi siete venuto giù nella speranza di fare una conquista, una conquista facile.
—No, no... interruppe Rodriguez.
—Lasciatemi dire: Io non sono che una danzatrice che ha una certa celebrità e attorno alla quale si fa un gran clamore dicendone di ogni colore. Si è formata attorno al mio nome una leggenda, che mi fa è vero della grande reclame, ma autorizza a tutto.
—Ma io......
—Lasciate che mi sfoghi, è la prima volta che lo faccio. Perché? Non lo so; ma mi sembra che siate un amico e con gli amici è meglio dir tutto.
Lo sapete il proverbio: Patti chiari amicizia lunga.
Dicevo adunque che ciò che si dice di me, può far credere che io sia amante di avventure. Dicono che sono stata l’amante di un Re; e ciò deve stuzzicare la curiosità della gente.
Ora io voglio dirvi che sono amante di una cosa sola. Della mia arte. È un’arte forse pericolosa; ma nessuno è padrone della mia vocazione.
Le avventure non mi seducono, del denaro ne ho, e ne guadagno più di quello che mi abbisogna. A chi sento che diverrà un amico, ci sono delle intuizioni che non si spiegano, io voglio dir tutto l’animo mio perché comprendo che non sono in vendita.
La seducente danzatrice disse queste parole quasi con rabbia, si sentiva tutta la ribellione dell’anima sua conscia di quello che si diceva e si pensava di lei.
Rodriguez ascoltava stupefatto e commosso, si commosse perché nel suo cuore sentiva qualche cosa che non aveva mai provato prima.
Quando la danzatrice ebbe finito, Rodriguez si alzò e con accento rispettoso disse:3
- Il romanzo usciva a puntate e nella stampa la numerazione dei capitoli è irregolare: il numero VII compare due volte. In questa edizione i capitoli sono rinumerati. Qui l'originale ha «CAPITOLO VII.». ↩
- Nella collezione consultata manca la puntata (12) della serie; il testo prosegue con la puntata (13). ↩
- Le puntate successive a questa non sono presenti nella collezione consultata; la conclusione del romanzo non risulta conservata nelle fonti disponibili. ↩