Skip to main content

I Misteri di Mulberry Street: I Misteri di Mulberry Street

I Misteri di Mulberry Street
I Misteri di Mulberry Street
  • Show the following:

    Annotations
    Resources
  • Adjust appearance:

    Font
    Font style
    Color Scheme
    Light
    Dark
    Annotation contrast
    Low
    High
    Margins
  • Search within:
    • My Notes + Comments
    • Notifications
    • Privacy
  • Project HomeOmnibus Ciambelli
  • Projects
  • Learn more about Manifold

Notes

table of contents
  1. I MISTERI DI MULBERRY STREET
    1. I MISTERI DI MULBERRY.
    2. PROLOGO.
      1. CAPITOLO I.
      2. CAPITOLO II.
      3. CAPITOLO III.
      4. CAPITOLO IV.
      5. CAPITOLO V.
      6. CAPITOLO VI.
      7. CAPITOLO VII.
      8. CAPITOLO VIII.
      9. CAPITOLO IX.
      10. CAPITOLO X.
      11. CAPITOLO XI.
      12. CAPITOLO XII.
      13. CAPITOLO XIII.
      14. CAPITOLO XIV.
      15. CAPITOLO XV.
    3. PARTE PRIMA.
      1. CAPITOLO I.
      2. CAPITOLO II.
      3. CAPITOLO III.
      4. CAPITOLO IV.
      5. CAPITOLO V.
      6. CAPITOLO VI.
      7. CAPITOLO VII.
      8. CAPITOLO VIII.
      9. CAPITOLO IX.
      10. CAPITOLO X.
      11. CAPITOLO XI.
      12. CAPITOLO XII.
      13. CAPITOLO XIII.
      14. CAPITOLO XIV.
      15. CAPITOLO XV.
      16. CAPITOLO XVI.
      17. CAPITOLO XVII.
      18. CAPITOLO XVIII.
      19. CAPITOLO XIX.
      20. CAPITOLO XX.
      21. CAPITOLO XXI.
      22. CAPITOLO XXII.
      23. CAPITOLO XXIII.
      24. CAPITOLO XXIV.
      25. CAPITOLO XXV.
      26. CAPITOLO XXVI.
      27. CAPITOLO XXVII.
      28. CAPITOLO XXVIII.
      29. CAPITOLO XXIX.
      30. CAPITOLO XXX.
      31. CAPITOLO XXXI.
      32. CAPITOLO XXXII.
      33. CAPITOLO XXXIII.
      34. CAPITOLO XXXIV.
      35. CAPITOLO XXXV.
      36. CAPITOLO XXXVI.
      37. CAPITOLO XXXVII.
      38. CAPITOLO XXXVIII.
      39. CAPITOLO XXXIX.
      40. CAPITOLO XL.
      41. CAPITOLO XLI.
      42. CAPITOLO XLII.
      43. CAPITOLO XLIII.
      44. CAPITOLO XLIV.
      45. CAPITOLO XLV.
      46. CAPITOLO XLVI.
      47. CAPITOLO XLVII.
      48. CAPITOLO XLVIII.
      49. CAPITOLO XLIX.
      50. CAPITOLO L.
      51. CAPITOLO LI.
      52. CAPITOLO LII.
      53. CAPITOLO LIII.
      54. CAPITOLO LIV.
      55. CAPITOLO LV.
      56. CAPITOLO LVI.
      57. CAPITOLO LVII.
      58. CAPITOLO LVIII.
      59. CAPITOLO LIX.
      60. CAPITOLO LX.
      61. CAPITOLO LXI.
      62. CAPITOLO LXII.
      63. CAPITOLO LXIII.
      64. CAPITOLO LXIV.
    4. PARTE SECONDA.
      1. CAPITOLO I.
      2. CAPITOLO II.
      3. CAPITOLO III.
      4. CAPITOLO IV.
      5. CAPITOLO V.
      6. CAPITOLO VI.
      7. CAPITOLO VII.
      8. CAPITOLO VIII.
      9. CAPITOLO IX.
      10. CAPITOLO X.
      11. CAPITOLO XI.
      12. CAPITOLO XII.
      13. CAPITOLO XIII.
      14. CAPITOLO XIV.
      15. CAPITOLO XV.
      16. CAPITOLO XVI.
      17. CAPITOLO XVII.
      18. CAPITOLO XVIII.
      19. CAPITOLO XIX.
      20. CAPITOLO XX.
      21. CAPITOLO XXI.
      22. CAPITOLO XXII.
      23. CAPITOLO XXIII.
      24. CAPITOLO XXIV.
      25. CAPITOLO XXV.
      26. CAPITOLO XXVI.
      27. CAPITOLO XXVII.
      28. CAPITOLO XXVIII.
      29. CAPITOLO XXIX.
      30. CAPITOLO XXX.
      31. CAPITOLO XXXI.
      32. CAPITOLO XXXII.
      33. CAPITOLO XXXIII.
      34. CAPITOLO XXXIV.
      35. CAPITOLO XXXV.
      36. CAPITOLO XXXVI.
      37. CAPITOLO XXXVII.
      38. CAPITOLO XXXVIII.
      39. CAPITOLO XXXIX.
      40. CAPITOLO XL.
      41. CAPITOLO XLI.
      42. CAPITOLO XLII.
      43. CAPITOLO XLIII.
      44. CAPITOLO XLIV.
      45. CAPITOLO XLV.
      46. CAPITOLO XLVI.
      47. CAPITOLO XLVII.
      48. CAPITOLO XLVIII.
      49. CAPITOLO XLIX.
      50. CAPITOLO L.
      51. CAPITOLO LI.
      52. CAPITOLO LII.
      53. CAPITOLO LIII.
      54. CAPITOLO LIV.
      55. CAPITOLO LV.
      56. CAPITOLO LVI.
      57. CAPITOLO LVII.
      58. CAPITOLO LVIII.
    5. PARTE TERZA
      1. CAPITOLO I.
      2. CAPITOLO II.
      3. CAPITOLO III.
      4. CAPITOLO IV.
      5. CAPITOLO V.
      6. CAPITOLO VI.
      7. CAPITOLO VII.
      8. CAPITOLO VIII.
      9. CAPITOLO IX.
      10. CAPITOLO X.
      11. CAPITOLO XI.
      12. CAPITOLO XII.
      13. CAPITOLO XIII.
      14. CAPITOLO XIV.
      15. CAPITOLO XV.
      16. CAPITOLO XVI.
      17. CAPITOLO XVII.
      18. CAPITOLO XVIII.
      19. CAPITOLO XIX.
      20. CAPITOLO XX.
      21. CAPITOLO XXI.
      22. CAPITOLO XXII.
      23. CAPITOLO XXIII.
      24. CAPITOLO XXIV.
      25. CAPITOLO XXV.
      26. CAPITOLO XXVI.
      27. CAPITOLO XXVII.
      28. CAPITOLO XXVIII.
      29. CAPITOLO XXIX.
      30. CAPITOLO XXX.
      31. CAPITOLO XXXI.
      32. CAPITOLO XXXII.
      33. CAPITOLO XXXIII.
      34. CAPITOLO XXXIV.
      35. CAPITOLO XXXV.
      36. CAPITOLO XXXVI.
      37. CAPITOLO XXXVII.
      38. CAPITOLO XXXVIII.
      39. CAPITOLO XXXIX.
      40. CAPITOLO XL.
      41. CAPITOLO XLI.
    6. EPILOGO
      1. CAPITOLO I.
      2. CAPITOLO II.
      3. CAPITOLO III.
      4. CAPITOLO IV.
      5. CAPITOLO V.
      6. CAPITOLO VI.
      7. CAPITOLO VII.
      8. CAPITOLO VIII.
      9. CAPITOLO IX.
      10. CAPITOLO X.
      11. CAPITOLO XI.
      12. CAPITOLO XII.
      13. CAPITOLO XIII.
      14. CAPITOLO XIV.
      15. CAPITOLO XV.
      16. CAPITOLO XVI.
      17. CAPITOLO XVII.
      18. CAPITOLO XVIII.
      19. CAPITOLO XIX.
      20. CAPITOLO XX.
      21. CAPITOLO XXI.
      22. CAPITOLO XXII.
      23. CAPITOLO XXIII.
      24. CAPITOLO XXIV.
      25. CAPITOLO XXV.
      26. CAPITOLO XXVI.
      27. CAPITOLO XXVII.

I MISTERI DI MULBERRY STREET

BERNARDINO CIAMBELLI

RICCAMENTE ILLUSTRATI
DA
GIACOMO NASI

PUBBLICATI
A CURA E DA SPESE DEGLI EDITORI

FRUGONE &
BALLETTO

178 PARK ROW N. Y.

I MISTERI DI MULBERRY.

DI

Bernardino Ciambelli.

PROLOGO.

LA VITTIMA.

CAPITOLO I.

L’Arrivo.

In quella mattina di Ottobre la vasta sala di legno del Barge Office, dove sotto lo sguardo dei commissari dell’emigrazione sfilano i nuovi giunti, era affollatissima; i piroscafi transatlantici avevano portati dall’ Europa più di duemila emigranti, parte tedeschi, parte ebrei russi e una buona metà appartenenti alle provincie meridionali d’Italia.

Gli ebrei, con lo sguardo timoroso, serrati nelle lunghe zimarre dagli orli guerniti di pelo, formavano un gruppo a parte, come se avessero avuto paura di mescolarsi alla folla che brulicava intorno a loro.

I tedeschi, seri ma soddisfatti, come di gente che giunga in paese di conquista, restavano stretti l’uno all’altro, come soldati che muovono all’ assalto del nemico.

Gli italiani, allegri, non curanti, rumorosi, mettevano la nota gaia nel quadro, animandolo con le loro osservazioni fatte a voce alta nei diversi dialetti delle provincie meridionali, che vanno dall’accento barbaro, alle mollezze della lingua araba.

Gli emigranti sfilavano ad uno ad uno, passando innanzi ai commissari che facevano loro le interrogazioni d’uso, tradotte dagli interpreti delle diverse nazionalità.

Più di una metà degli emigranti era passata, quando staccandosi dal gruppo degli italiani, si avanzò una donna giovane e bella, i vestimenti, il portamento della quale non avevano nulla a che fare con quello dei suoi compagni di viaggio.

Infatti mentre le emigranti italiane sfoggiavano abiti, pezzuole e scialli dai colori appariscenti, dove dominava il rosso, il giallo, il verde, la donna che stava per passare innanzi ai commissari, era vestita con grande semplicità; una sottana nera, non nuova ma pulita, ne avvolgeva la persona dalle movenze eleganti, un corpetto, pure nero, ne imprigionava la vita flessuosa il seno colmo e provocante; un cappellino dello stesso colore, di forma rotonda le copriva il capo, lasciando interamente scoperto il volto di una bellezza greca, incorniciato dai capelli neri e lucenti.

Gli occhi della donna, due grandi occhi turchini tagliati a mandorla, dalla espressione dolce e buona,velati da lunghe sopracciglia, si volgevano attoniti di qua e di là, timidi, paurosi; ma quando essi si posavano sul grazioso bambino, di circa cinque anni, che teneva per mano, prendevano una tale amorosa espressione, da dimostrare quanto affetto, quanta adorazione quella bella emigrante portasse al fanciullo, che doveva essere figlio suo, perché soltanto le madri possono avere nello sguardo tanto affetto.

La donna era giunta innanzi al commissario.

L’ impiegato federale guardolla sorpreso , e smettendo il tuono burbero adoperato con quelli che erano passati prima, si accinse a fare le interrogazioni usuali; accorgendosi che la donna era italiana chiamò l’interprete e le fece rivolgere le parole d’uso :

—Come vi chiamate?

—Vittoria Ruiz,—rispose la donna con voce dolce e melodiosa.

—Di dove venite?

—Da Napoli.

—Questo è vostro figlio?

—Sì,—rispose essa con accento non scevro da una certa fierezza.

—Avete parenti a New York?

Vittoria esitò un momento e poi risolutamente disse:

—Sì, mio marito!

—Basta, potete passare.

Vittoria Ruiz si avviò verso la porta, non intese i cambiavalute che le gridavano negli orecchi se aveva denari da cambiare, non udì gli agenti degli alberghi che le offrivano i loro servizi, ella caminava dritta verso la porta, come se avesse furia di calcare il suolo della più grande Metropoli dell’Unione Americana.

Neppure salutò i suoi compagni di viaggio e non vide l’ occhio ardente di un giovane, che perso fra gli emigranti, la guardava con l’aria della più grande venerazione.

Quando la donna si trovò fuori del Barge Office, il suo petto si sollevò affannosamente e un grande sospiro le sfuggì dal labbro insieme a questa parola:—Finalmente!

CAPITOLO II.

Il demone.

La nebbia avvolgeva Battery Place; le torricelle del Barge Office si perdevano nella fosca caligine e la riviera era scomparsa, come se un gran cortinaggio si fosse steso innanzi a lei, le sirene dei battelli a vapore facevano intendere il loro lugubre fischio.

Vittoria Ruiz, d’ora in avanti la chiameremo col nome che dette ai commissari dell’emigrazione, rimase per un poco sulla soglia del Barge Office, guardò la nebbia che scendeva sempre più fitta e poi si avviò risolutamente incontro all’ignoto.

Il fanciullo si serrava pauroso alle vesti della madre, che con passo fermo avea preso uno dei tanti viali che tagliano Battery Place.

Dove andava?

La disgraziata non lo sapeva!

Ad un tratto mentre stava per sboccare in State Street, si sentì posare una mano sulla spalla, mentre una voce carezzevole le diceva in inglese: Ebbene, bella mia, dove andate?

Tre figure — due donne e una bambina — camminano su un molo presso l'acqua; sullo sfondo si vedono edifici, barche a vela e una banchina.

Ebbene, bella mia, dove andate?

Vittoria trasalì e si voltò spaventata; ma vedendo davanti a se una donna dai grigi capelli, dall’aspetto dolce e buono, si riassicurò tosto, e a cenni fece capire che non intendeva la lingua con la quale le veniva parlato.

La vecchia comprese i gesti dell’emigrante perché subito e con gran premura le disse, e questa volta in italiano.

—Siete arrivata da Napoli?

Vittoria nell’udire la lingua del suo paese ebbe un fremito di gioia e rispose:

—Si, vengo da Napoli.

—Allora siamo compatriotte;—replicò la vecchia.

Vittoria non si accorse che la vecchia parlava l’italiano sì, ma con un accento straniero dei più pronunziati, e felice di aver trovato una persona del suo paese, stese ad essa la sua mano candida, profilata come quella di una duchessa.

—E che veniamo a fare di bello in America, mia cara colomba?—seguitò l’incognita con voce insinuante.

—Questo è il mio segreto, o signora, e non lo dirò ad alcuno.

—Tenetevelo pure il vostro segreto; e questo marmocchio è vostro figlio?

—Si, o signora, è il mio Enrico.

—Che caro ragazzo. Ma ditemi dove siete diretta?

—Non lo so.

—Non lo sapete? Non avete nessuno a New York?

Vittoria esitò alquanto e poi rispose: Nessuno!

—E denari ne avete?

—No, tutto quanto possedeva, servì a pagare il passaggio.

Un lampo di gioia illuminò il volto della vecchia, che per un momento prese un’espressione ributtante.

—Mia cara ragazza, siete nata con la camicia,—riprese la donna,—io cercava appunto una persona per tenere compagnia ad una brava e ricca signora italiana, e se voi non avete difficoltà....

—Ah! signora, voi siete la mia provvidenza. È Dio che vi ha mandato.

La vecchia sorrise maliziosamente, certo pensava che non doveva proprio essere Iddio che in quel momento l’aveva mandata.

—Dunque accettate?

—Ma con tutto il cuore.

—Però vi è un guaio. La signora di cui diverrete dama di compagnia è in villeggiatura, e non ritorna che a metà di Novembre.

—Mio Dio, ed io dove starò fino a quel momento?

—Oh bella! starete con me, la mia casa non è molto bella, ma per un poco di tempo...., poi vedrete, da casa mia si sorte spesso e volentieri per andare ad abitare una bella palazzina, tutta trine.... basta, vedremo se sarete ragionevole; dunque andiamo.

Vittoria, la sua compagna ed il bambino s’incamminarono verso l’interno della Città.

La nebbia seguitava a scendere più densa che mai, e le persone prendevano in quella caligine la forma di ombre.

CAPITOLO III.

Vittoria Ruiz.

Prima di andare innanzi diremo per quali vicende la mattina del 15 Ottobre 1891, Vittoria Ruiz e il suo bambino sbarcarono a New York.

Vittoria apparteneva ad una onesta e rispettabile famiglia di Napoli, e fino all’età di dodici anni era vissuta nell’agiatezza, adorata dal padre suo, ricco negoziante amato e stimato da tutti; la madre erale morta nel darla alla luce.

Una mattina la povera fanciulla si trovò innanzi al cadavere del padre, che si era suicidato per sfuggire al disonore di un fallimento disastroso.

La fanciullina ebbe a morire dal dolore, per più di due mesi stette come pazza; quando cominciò a ricordarsi, le fu detto bruscamente che per vivere bisognava lavorare, ed entrò presso una modista di via Toledo, che le dava vitto e alloggio.

Vittoria all’età di 14 anni era già donna fatta, e la sua bellezza attirava gli sguardi di quanti la vedevano.

Più di un zerbinotto si fece assiduo frequentatore del magazzeno dove lavorava la graziosa Vittoria, ma inutilmente, perché la fanciulla non sembrava neppure accorgersi di loro.

Però un giorno il cuore di lei palpitò, l’amore ruppe il ghiaccio che l’avvolgeva, e le fece comprendere che è destino dell’uomo amare ed essere amati.

Fu il giorno della festa degli altari a Torre del Greco, che Vittoria incontrò per la prima volta l’uomo che doveva farle versare tante lacrime. La sua padrona, da buona napoletana, era andata ad ammirare i famosi tappeti di fiori, veri mosaici fatti con arte squisita dagli abitanti di Torre del Greco, ed aveva condotto seco Vittoria.

Durante la sera, e mentre la musica sulla piazza suonava allegramente, e i fuochi artificiali s’incendiavano producendo un magico effetto sullo sfondo nero del cielo, un razzo mal diretto venne a gettarsi sulle vesti di leggiera mussolina che indossava Vittoria, e il fuoco le si appiccò immediatamente agli abiti.

Un grido di spavento sfuggì dalle labbra della poveretta, la folla come istupidita assisteva all’orrendo spettacolo senza muoversi. Un minuto ancora e Vittoria era perduta. Le fiamme stavano per lambirle le carni, quando un giovanotto si slanciò su lei, la serrò fra le sue braccia, e a rischio di bruciarsi soffocò il fuoco.

La folla applaudì freneticamente il salvatore. Vittoria era svenuta.

Quando rinvenne vide al suo fianco il giovane coraggioso e stendendogli la mano, mormorò: grazie!

Il salvatore della fanciulla poteva avere 20 anni, di portamento elegante, slanciato, di capelli neri, che facevano risaltare il suo colorito pallido, aveva tutte le qualità per essere proclamato un bel giovane; solo gli occhi, per quanto bellissimi avevano il riflesso dell’acciaio, e scintillavano sinistramente; quello sguardo era cattivo.

Si chiamava Rinaldo Ruiz, i suoi genitori, morti già da tempo, erano spagnuoli, ed egli viveva in Napoli abbastanza agiatamente senza che si sapesse con precisione a qual fonte attingesse le sue risorse.

Qualcuno mormorava, che era il mantenuto di una vecchia e ricca dama, altri lo dicevano giuocatore, alcuni arrivavano perfino a dire che quel giovane dal portamento aristocratico, dal colore sentimentale, dalle vesti eleganti, era un ladro matricolato.

Cosa eravi di vero in tutti questi si dice?

Forse Rinaldo Ruiz era mantenuto, giocatore e ladro.

Vittoria s’innamorò perdutamente del suo salvatore; le rimostranze della padrona, i consigli di molti amici veri che la scongiuravano a non legare la sua esistenza ad un uomo indegno, accrebbero, anzi che diminuire, la sua passione.

Ruiz orgoglioso di essere amato dalla più bella fanciulla del rione, era continuamente nelle vicinanze del magazzeno dove Vittoria lavorava, libertino e dissoluto tentò farsene una ganza; ma la fanciulla educata al sentimento dell’onore, resisté.

Ruiz eccitato dalla resistenza, volendo ad ogni costo possedere la bellissima vergine, si sottomise e sposò Vittoria.

I primi tre mesi di matrimonio furono per la fanciulla, che contava allora 15 anni, un sogno di ebbrezza e di felicità inenarrabili.

Ruiz aveva alloggiato la sposa sua in un grazioso appartamentino situato in una grande casa al “Largo della Carità” e i due sposi vivevano da signori.

La felicità di Vittoria non fu lunga, il suo sposo cominciò ben presto a disertare la casa, stava fuori intere nottate e quando tornava era per lo più ubriaco, e allora aveva delle allucinazioni piene di terrori, degli scatti d’ira selvaggia.

Una sera, proprio quella nella quale Vittoria aveva acquistata la certezza di essere madre, Ruiz tornò a casa in uno stato da fare spavento, i suoi abiti erano strappati, la sua camicia macchiata di sangue e di fango.

—Sono venuto,—disse alla moglie che lo guardava inebetita,—a cambiare di abiti e a prendere della biancheria perché devo andare ad Avellino.

Alla moglie che gli domandò perché si trovasse in tale stato, e da dove venisse quel sangue, che lo lordava; rispose con voce tremante, che aveva soccorso un amico suo pittore, caduto da un ponte mentre lavorava.

Ruiz fece in fretta e in furia la sua valigia, cambiò di vesti e poi senza dire una parola abbandonò la casa.

Invano quella notte e la successiva e le altre ancora Vittoria attese lo sposo.

L’indomani di quella triste sera, Vittoria leggeva sul “ Corriere di Napoli ” i particolari orribili dell’assassinio di un ricco banchiere, che, attirato in una casa deserta verso Posilipo,certo da una donna galante, era stato ucciso e derubato ; la questura aveva trovato il morto, ma non aveva indizio nessuno per scoprire gli assassini.

Vittoria nel leggere quel fatto di cronaca, ebbe come un presentimento che Ruiz, lo sposo suo, il padre del bambino che si agitava nel suo seno fosse uno degli autori del delitto, e fu presa da un grande spavento.

Ben presto non avendo da pagare il fitto di casa dovette lasciare il quartierino che abitava col ricavato dalla vendita dei mobili, circa 600 lire, ammobigliò una piccola stanza alla Pigna Secca, e poi tornò a lavorare da modista.

Quasi il giorno anniversario che Vittoria incontrò Ruiz, la poveretta dette alla luce un bambino sul quale concentrò tutto il suo amore.

Passarono 5 anni senza che ella avesse nessuna nuova del suo sposo ; un giorno, due mesi prima dell’epoca nella quale ha principio il nostro romanzo, una donna da poco arrivata dall’America, incontrando Vittoria le disse:

—Ho visto a New York tuo marito,è un signore, la sciala alla grande e credo stia per prendere un’altra moglie.

—Siete proprio sicura di quanto dite?

—Sicura come sono sicura che S. Gennaro è il patrono di Napoli.

Vittoria prese tosto la sua decisione, voleva ritrovare l’uomo che l’aveva sì vilmente abbandonata, vendette mobili , tutto quanto possedeva, e preso imbarco sopra un piroscafo della “ Fabre Line” partì col suo bambino alla volta di New York.

Durante la lunga traversata fece vita a parte, concentrata nel suo dolore a mala pena si accorse dell’ambiente lurido e schifoso dove si trovava; natura delicata sopportò senza avvedersene contatti ripugnanti, e solo si fece viva quando qualche ardito giovinastro osò rivolgerle la parola in modo meno che rispettoso.

I passaggieri da prima la chiamarono la “ Madonnina ” e la circondarono di cure premurose.

Però, Vittoria vivendo col pensiero rivolto altrove, non si accorgeva delle attenzioni alle quali veniva fatta segno, e allora la chiamarono l’orgogliosa e la lasciarono in disparte come un’appestata.

Solo un passaggiero, un bel giovane dallo sguardo onesto, dal portamento distinto, conservò per la poveretta una grande ammirazione, un grande affetto; ma non manifestò mai i suoi sentimenti, ben comprendendo che la bella donna era in preda ad uno di quei dolori che è impossibile consolare.

Dopo 18 giorni di navigazione il “ Neustria ” giunse a New York, e noi abbiamo visto Vittoria mettere il piede sul suolo americano, dove l’aspettano nuove torture, nuovi martiri.

CAPITOLO IV.

Nel covo.

Vittoria era venuta in America, senza neppure pensare ai pericoli ai quali andava incontro, il desiderio ardente di ritrovare il suo sposo, la occupava interamente e le faceva dimenticare che, giungendo in un paese sconosciuto senza danari, senza amici, senza appoggi è voler affrontare terribili sciagure.

La donna che il caso le aveva dato per compagna fino dal momento che pose piede a terra, apparve alla poveretta come mandataria della provvidenza e la seguì con gioia,non sospettando neppure quali tristi uccelli di rapina, librano il loro volo, là dove sbarcano gli emigranti.

Vittoria e il figlio, preceduta dalla sconosciuta, attraversò Battery Place, percorse parte di State Street, e si trovò in Broadway, nella via principale di New York.

Tanto la emigrante che la sua compagna non si accorsero che un giovane, quello stesso che abbiamo notato nella gran sala di aspetto del Barge Office, seguiva i loro passi; la folla era così compatta sui marciapiedi di Broadway che quel giovane non dava nell’occhio.

Suonava mezzogiorno e dagli uffici, dai grandiosi Buildings uscivano numerosi gl’impiegati, che frettolosamente correvano nelle birrerie; nei “ Lunch Rooms, ” nelle pasticcerie per la colazione.

In Broadway la nebbia appariva più trasparente, e Vittoria intravedeva come in un sogno i ricchi negozi dove sfavillava la luce elettrica, e a mala pena udiva la voce della compagna, che le andava ad ogni momento ripetendo : “ Avendo giudizio, si può in New York arrivare a tutto.”

Il piccolo Enrico, si trascinava dietro alla madre pauroso di perderla, stringendosi sempre più ai panni di lei, e non volendo per nulla prendere la mano scarna, che la compagna di sua madre gli porgeva.

Attraversata la Piazza del City Hall, la sconosciuta guidò Vittoria per Centre Street e poi Worth Street e Paradise Park e Park Street, ed entrò con lei in Mulberry.

La nebbia erasi a poco a poco diradata, il sole rosso come un disco di rame appariva in lontananza e dava alle cose, un’ apparenza triste, paurosa.

Vittoria quando mise piede in Mulberry, girò intorno a sé gli occhi attoniti, come se si destasse da un lungo, profondo sonno.

Quella via le richiamava alla mente una di quelle della bella città che l’aveva vista nascere; le sembrava di essere in uno dei quartieri popolari della sua diletta Napoli, e pensava se il viaggio, l’arrivo in America non fossero un sogno durato lungamente.

A torno a sé sentiva risuonare il dialetto pittoresco del suo paese, vedeva tipi, figure viste altre volte, quando allegra non curante pellegrinava per Napoli.

La sua compagna la tolse a quelle fantasticherie, dicendole bruscamente che era necessario affrettare il passo per giungere a casa, dove il suo uomo doveva essere montato in bestia per non avere avuto il pranzo a mezzogiorno.

Vittoria seguì macchinalmente la donna, lieta di ritrovare tante cose che le ricordavano la sua terra natia.

—Eccoci arrivati, bella mia,—disse ad un tratto la vecchia,—non è un palazzo, ma bisogna contentarci.

No, non era un palazzo, tutt’altro, la casa bassa a due piani schiacciati, con la facciata color sangue aggrumato,nerognolo, aveva l’apparenza di un tugurio; al pian terreno vi erano due botteghe dai cristalli sporchi, rotti in più punti, accomodati con dei pezzi di carta di colore indefinibile, sotto quelle botteghe una buca, che conduceva alla cantina avente una rozza insegna sulla quale stava scritto “ Ristorante Italiano, Maccheroni alla pumarola. ”

Vittoria e la sua guida s’internarono in uno stretto corridoio aperto fra due case, e penetrarono in un cortiletto ingombro di macerie, dove scorreva un lurido rigagnolo che slargava le sue acque sporche per ogni dove, rendendo sdrucciolevole il pavimento, di pietre quadrate e mal tagliate. In fondo al cortiletto una porta mezza sgangherata metteva ad una scala di legno, sfondata in più punti; una fune pregna di grasso, umida, viscida come la pelle di un serpente, serviva per sorreggere coloro che dovevano salire e scendere quella scala poco sicura.

—Seguitemi senza paura, bella mia,—disse la vecchia a Vittoria,—in questo quartiere non usano le scale e i cortili di marmo.

La giovane donna si avviò risolutamente sulla scala, ad onta della ripugnanza che le ispirava il sudiciume che la circondava.

Giunte al secondo piano, la donna bussò alla porta; un grugnito che nulla aveva di umano le rispose, poi si udì un passo vacillante e incerto, e finalmente la porta si aprì.

—Sacra... baldracca! alla fine sei venuta,—gridò in pretto francese, l’uomo che aveva aperto la porta.

—Silenzio stupido, sono in buona compagnia,—rispose la compagna di Vittoria nella stessa lingua.

—Buona compagnia, e che fa a me!

—Ti sei di nuovo ubbriacato, va bruto; lascia libero il passo alla bella signora, che porto con me.

—Una signora? ho capito. Largo alle dame dunque, come si diceva a Belleville nei beati tempi.

L’ubbriaco non finì, una spinta della moglie lo aveva mandato a rotolare in mezzo alla stanza, e l’entrata restava libera.

—Venite avanti senza paura, bella mia, quell’animale oggi ha bevuto di troppo e non sa cosa si dice .

Quella scena disgustosa aveva vivamente impressionato Vittoria,i modi della donna alla quale ciecamente erasi affidata, non le parevano più quelli di persona buona e onesta; non conoscendo la lingua francese non aveva compreso le parole che si erano scambiate i due coniugi, ma dall’accento col quale quel dialogo era avvenuto, capiva che dovevano essere state scambiate delle minaccie; non ostante entrò nella saletta del soffitto annerito dal fumo, che doveva servire da cucina, da sala da pranzo, e anche da camera per dormire, perché in un angolo si vedeva una branda, dove aggruppati erano dei lenzuoli sucidi, e un imbottito mezzo rotto, che mandava fuori il cotone dalle sue numerose ferite.

Sulla stufa di ghisa, in una casseruola di latta cuoceva un intingolo di cipolle, che mandava un odore acre, nauseante, che prese alla gola la povera Vittoria, la quale non poté nascondere un senso di disgusto, non sfuggito alla sua protettrice, che si affrettò a riassicurarla dicendole:

—Non dubitate , non mangeremo di quella roba.

—Non mangerete,—gridò l’uomo che erasi rialzato da terra barcollante;—ma questo intingolo è un nettare, lo sentirete mia bella principessa; e in ciò dire si avvicinava a Vittoria, e stendeva la sua lurida mano per accarezzarle il mento.

La giovane si gettò indietro rabbrividendo, quell’uomo le faceva ribrezzo. Ed infatti non era possibile avere una faccia più ripugnante di colui, gli occhi aveva piccoli, gialli, fosforescenti, le gote purulenti, scrofolose, il naso di un rosso vivo, aveva come una corazza di croste schifose, dei baffi radi a piazze, ombreggiavano le sue labbra grosse, rovesciate, sensuali,deturpate ai lati da piaghe ulcerose.

—Non voglio mangiarvi,—brontolò il mostro, vedendo il sentimento di disgusto che produceva in Vittoria.

—Finiscila Napoleone,—tuonò la donna,—e lascia in pace questa fanciulla, guai a te se ardisci toccarle un capello.

Vittoria guardò con riconoscenza la vecchia, che le mormorò con dolcezza—non è cattivo il mio Napoleone, ma oggi ha bevuto un poco più del solito.

Il piccolo Enrico, provava una gran paura a vedere Napoleone, e si nascondeva fra le gonne della madre.

—Ora ragazza mia siamo al sicuro e certo avrete bisogno di riposarvi, parleremo poi di affari mentre pranzeremo e vedrete che il diavolo non è tanto brutto come si dipinge.

—No, è bello, bello come.... me,—brontolò Napoleone.

—Qui starete come una piccola regina,—seguitò la donna non curandosi di raccogliere l’interruzione del marito,—la migliore camera la daremo a voi, non siamo sì poveri come potete credere, guardate ecco il vostro appartamento; e aperta una porta spinse Vittoria in una graziosa camera tappezzata di carta celeste a stelle d’oro, con un elegante tappeto con disegni a mazzi di viole, con un letto grande di noce scolpita, con delle sedie ricoperte di velluto turchino.

Una lampada a petrolio, con la campana di porcellana a pendagli di cristallo illuminava la stanza, che certo non aveva finestre.

Vittoria restò sbalordita dal brusco cambiamento; al di là della soglia che avea oltrepassato, la miseria, il sudiciume, la trascuratezza, al di qua l’eleganza, il lusso, quasi la ricchezza.

La vecchia si accorse dello stupore della giovane donna, e si affrettò a dire—questo è un costume del paese, trascurare tutto per avere una bella camera.

—Ma io non posso permettere che vi priviate per me delle vostre comodità!

—Non ditelo neppure per sogno, mamma Margherita sa i doveri d’ospitalità, e poi del resto quando voi sarete a posto mi ricompenserete; ora riposatevi, poi faremo un buon pranzetto e discorremo dei nostri affari, addio, bella mia, fate conto di essere in casa vostra.

Vittoria presa una mano di Margherita la portò con venerazione alle labbra e mormorò: grazie.

La vecchia ebbe un sorriso cattivo sulle labbra e si allontanò lasciando libera, sola, la povera emigrante.

Vittoria si gettò in ginocchio e ringraziò Iddio per averle inviato una protettrice.

La poveretta non comprendeva ancora di essere caduta nel più infame tranello.

CAPITOLO V.

Trafficanti di carne umana.

Appena mamma Margherita si trovò sola col suo degno marito, a voce soffocata gli disse:

—L’uccello è in gabbia, è bello e chi vorrà comprarlo dovrà pagare salato. Tu spargi la notizia nei luoghi che sai, parlane a quel mercante mezzo spagnuolo e mezzo italiano che tu conosci, sai quanto sia libertino e generoso, se sappiamo fare abbiamo in mano una vera miniera d’oro.

—Hai ragione la piccina è bella assai, e io pure...

—Taci, animale, quella non è roba per i tuoi denti.

—E dimmi moglie mia e il fanciullo?

—Questa tua domanda mi dice che la sbornia ti è passata; a tempo il fanciullo scomparirà, se la bella emigrante intenderà la ragione potrà tenerlo presso di lei,se farà la schizzinosa allora vedremo; non perdere tempo, vai dal negoziante Ruizzi e informalo della bella presa che ho fatto; appena sente l’odore di carne fresca corre come le iene quando sono affamate.

—Andrò; ma prima lasciami mangiare il mio stufato di cipolle.

Ma in che mani era dunque caduta la sposa di Ruiz?

La disgraziata aveva avuto la sventura d’imbattersi in una di quelle miserabili, che stanno appostate nelle vicinanze del Barge Office, aspettando che qualche ingenua fanciulla, venuta sola dall’Europa, si lasci vincere dalle seducenti parvenze e le segua in luoghi infami, da dove sortono disonorate.

Queste megere, che la polizia vede e non disturba, perché certo pagano una bella quantità di dollari per esercitare il loro indegno mestiere, adescano le ingenue con mille promesse; dall’apparenza rispettabile, ingannano anche quelle che stanno in guardia, e se fanno tanto di condurle con loro, per forza o per amore, devono cedere alle brame di libertini vecchi e giovani, che pagano profumatamente i trafficanti di carne umana.

Mamma Margherita era una di queste donne, ed una delle più pericolose; nel mondo dei gaudenti godeva molta stima, perché aveva fatto dei colpi da maestra, e nella sua casa di Mulberry, in quella cameretta tapezzata di celeste, più di una fanciulla aveva perduto la sua innocenza, e mosso il primo passo verso quella lubrica via che conduce al postribolo, alla prigione, all’ospedale.

Margherita e Napoleone si facevano chiamare i coniugi Ghirendini, e si dicevano napoletani.

Nome e patria erano falsi; essi si chiamavano Gautier, ed erano di Marsiglia.

Margherita aveva trascinato la sua giovinezza nelle “buvette” che si trovano ad ogni passo nei vicoli sporchi delle vicinanze del Porto Nuovo a Marsiglia, dove i marinai vanno a ruggire i loro amori dopo le lunghe traversate.

Corrotta di anima e di corpo, calcolatrice per eccellenza, a 16 anni Margherita contrattava il suo corpo come un ebreo la sua mercanzia, e guadagnava assai danaro; ma non restava nelle sue tasche; Napoleone Gautier, appartenente a quella schifosa genia, che a Marsiglia chiamano “nervi” era l’idolo di Margherita e a lui andavano tutti i denari che la sciagurata guadagnava.

A venticinque anni, logora, vecchia innanzi tempo, Margherita divenne la moglie di Gautier e in pari tempo la proprietaria del celebre numero cento della via Bellegarde, che tutto il mondo galante di Marsiglia e di fuori ha conosciuto.

Gli affari per un poco andarono bene: ma avendo la polizia scoperto che al numero cento si vendevano delle ragazze ancora minorenni, ordinò l’arresto dei coniugi Gautier; i quali informati a tempo da persone altolocate, presero il volo e andarono in Italia.

A Marsiglia, città cosmopolita per eccellenza, si parlano tutte le lingue, ma specialmente l’italiano; Margherita e Napoleone parlavano benissimo questa lingua, cosicché, quando si decisero di recarsi in America, cambiarono il loro nome; giunti a New York si dettero per italiani, e andarono ad abitare il quartiere italiano per eccellenza—Mulberry.

In America, seguitarono l’antico mestiere, e ne ebbero non pochi guadagni; ad ogni arrivo di piroscafo transatlantico, Margherita correva al Barge Office e quando credeva il momento buono di gettare le sue reti, tirava giù e guai a chi ci restava preso.

Più volte per Mulberry, era corsa la voce dell’infame traffico esercitato dai coniugi Gautier, ma nulla mai di certo si poté dire, essi prendevano troppo bene le loro precauzioni, del resto erano ricchi e con la ricchezza si coprono facilmente anche i delitti.

Ecco in quali mani era caduta la disgraziata Vittoria Ruiz, e qual pericolo la minacciava.

CAPITOLO VI.

L’innamorato.

Il giovane che aveva seguito Vittoria dal Barge Office, l’accompagnò in Mulberry, e s’impresse bene in mente il luogo dove era entrata la donna, che avea destato nel suo cuore il più potente amore.1

La casa non aveva numero, ma certo l’innamorato l’avrebbe ritrovata anche nel colmo delle tenebre.

Questo giovane, che tutto indicava non essere uno dei soliti emigranti, si chiamava Alberto Righetti, apparteneva ad una nobile famiglia fiorentina ed era emigrato in America, sedotto dal miraggio d’oro che circonda la terra scoperta da Cristoforo Colombo.

Alberto Righetti, istruito, colto, educato si sarebbe ben presto accorto che l’America è poco adatta per coloro che non sono usi ai lavori manuali e che non hanno un mestiere.

A bordo del “ Neustria ” Alberto, aveva visto Vittoria, la bellezza di lei lo aveva colpito; durante il viaggio, la vedeva mesta e melanconica, e più volte tentò di consolarla; inutile cura, Vittoria gli voltava bruscamente le spalle, senza degnarsi di rivolgergli neppure una parola; e Alberto soffriva di quello sdegno, soffriva crudelmente di non potere alleviare le pene della donna che amava.

Quando il piroscafo arrivò a New York, offrì i suoi servigi a Vittoria, ma questa, pur ringraziando, dichiarò formalmente che non aveva bisogno di nessuno.

Lo abbiamo visto compiere il suo disegno e accompagnare la giovane madre in Mulberry, dove l’onore e la vita stessa di Vittoria correvano il più grave pericolo.

CAPITOLO VII.

Il contratto.

Napoleone Ghirendini, dopo di avere mangiato il suo stufato di cipolle, si era infilato un lungo soprabito nero, reso rosso dal tempo, ed era corso all’ ufficio del negoziante Ruizzi, al quale aveva dato nella più grande segretezza l’avviso, che un boccone da principe si trovava in casa sua, e che se desiderava assaggiarlo, era lui il preferito.

Il mercante aveva appreso con grande soddisfazione la lieta novella e promesso formalmente, che se l’uccello meritava non avrebbe lesinato sul prezzo.

—L’uccello è raro,—aveva detto Napoleone,—ma è d’uopo aspettare che sia alquanto addomesticato.

—Va bene, mi avviserete quando sarà tempo,—aveva soggiunto il libertino.

Rinaldo Ruizzi era giovane, poteva avere 26 anni, le donne lo trovavano bello, i suoi capelli, i suoi occhi erano neri come l’ebano, il suo pallore dava un’aria distinta ai suoi lineamenti, che però venivano deturpati dallo sguardo, freddo, cattivo, inflessibile come la lama di un pugnale.

Ruizzi era in America da soli cinque anni e già vi occupava una bellissima posizione.

Il suo negozio di cristallerie veneziane faceva affari d’oro, e i clienti aumentavano ogni dì. Ardito, intraprendente, aveva saputo afferrare per il ciuffo la fortuna e tutto gli andava bene.

Nessuno sapeva con precisione di dove fosse, ed egli si guardava bene dal dirlo.

Di quando in quando correva la voce, subito soffocata, che il popolare negoziante non si chiamasse Ruizzi, e che non fosse neppure italiano. Ma queste dicerie non avevano credito, e la stima universale, circondava il bel Rinaldo, che seguitava la sua carriera brillantemente, assetato di divertimenti, di orgie e di godimenti.

Margherita, era una delle fornitrici di Ruizzi, il quale pagava senza contare quando gli veniva condotto “ un bel tipino. ”

Immaginiamo adunque, come il Ruizzi aspettasse anziosamente una chiamata dai coniugi Ghirendini, chiamata che gli avrebbe preannunziato, una notte di dolcezze infinite in braccio ad un’ingenua donna, caduta nelle grinfe di Margherita.

CAPITOLO VIII.

Le prime avvisaglie.

Passarono tre giorni, e questi bastarono perché Margherita sapesse interamente per qual ragione Vittoria era venuta a New York.

Le confidenze della giovane donna, avevano tolto ogni timore alla trafficante di carne umana.

Infatti che cosa poteva temere?

Vittoria non sapeva il nome col quale il suo sposo si faceva chiamare in America; era partita da Napoli senza neppure curarsi di ricercare la donna, che le aveva date notizie dello sposo, per saperne l’indirizzo e domandarne notizie precise.

La sventurata aveva ceduto ad un momento di esaltazione, e poi credeva che giunta a New York tutti avrebbero potuto insegnarle l’indirizzo di Renato.

La vecchia Margherita non scoraggiò Vittoria, anzi le fece comprendere, che mercé il suo aiuto, sarebbe stato facile conoscere dove abitasse Ruiz.

Intanto la scaltra donna aveva cominciato a tastare il terreno, e fatto cadere il discorso sopra sorprendenti avventure capitate a molte fanciulle, che avevano saputo afferrare in tempo quella instabile Dea, che è la fortuna.

Vittoria anima candida e innocente, aveva ascoltato i discorsi della sua protettrice attonita, sorpresa, come i fanciulli che sentono i racconti delle “Mille e una notte” e neppure per ombra le era venuto il dubbio, a qual prezzo avessero pagato le belle fanciulle la conquista della ricchezza.

Vittoria viveva in quella triste casa di Mulberry come una prigioniera, e dal giorno che vi era entrata non ne aveva più oltrepassata la soglia.

Neppure si affacciava alla finestra, perché Margherita le aveva raccomandato nel suo interesse, di non farsi vedere dai vicini, i quali, pettegoli e chiacchieroni, avrebbero sparso per tutto il quartiere l’arrivo della forestiera, e ciò poteva procurare un’infinità di noie e dispiaceri.

Di quando in quando giungeva all’orecchio di Vittoria l’eco di un’allegra canzone napoletana cantata a voce spiegata, da gente felice, che abitava nelle vicinanze della casa dei coniugi Ghirendini, non sospettando neppure i drammi che si svolgevano presso a loro.

Dalla finestra della lurida cucina di mamma Margherita, Vittoria vedeva al balcone di una casa vicina, una giovane sposa, bella, fresca, che andava in estasi ammirando un bel bambino che teneva fra le braccia e al quale porgeva con una grazia infinita la poppa turgida di latte.

Vittoria guardava commossa quel quadro seducente, e avrebbe dato non so che cosa per potere abbracciare quel bambino roseo e paffuto.

Il quarto giorno della sua prigionia, Vittoria ebbe un momento di libertà, e vedendo dall’altra parte della casa la donna ed il bambino, aprì la finestra, e non poté a meno di gridare:

—Che caro, che bel bambino!

La madre felice alzò lo sguardo raggiante e ringraziò quella bella signora, che facendo un elogio al figlio aveva subito conquistato le sue simpatie.

Vittoria sentendo che la giovane madre parlava con marcato accento meridionale, domandò con gioia:

—Siete napoletana?

—Di Potenza, o signora. Arrivate ora dall’Italia?

—Si,—rispose Vittoria.

—In che casa siete?

—In quella di una brava donna che mi ha dato ospitalità.

—Siete in casa Ghirendini?

—Si.

—State in guardia, fanciulla mia.

—In guardia perché?

Non poté dire altro, Margherita entrata in casa l’aveva strappata con violenza dalla finestra, dicendole con voce aspra:—Siete matta?

Vittoria sbalordita da quella brusca sorpresa, non ebbe forza di dire una parola; ma da quel momento un timore vago s’impossessò di lei,la sua sicurezza scomparve, e fece proponimento di ascoltare il consiglio che le veniva dato, e stare in guardia.

La sera del giorno nel quale era avvenuta la scena che aveva tanto impressionato Vittoria la megera cominciò a scoprire le batterie.

La cena era finita; Napoleone russava in un canto della saletta come un contrabasso, e la sua faccia, resa rossa dalle troppe libazioni, era più orrenda che mai. Il piccolo Enrico si era addormentato con la testa sulle ginocchia della madre.

Margherita con voce melata, cominciò:

—Mia cara ragazza, fino adesso per quanto abbia cercato non mi fu possibile di trovare traccia di vostro marito; New York è grande e non si può in pochi giorni, fare quello che è facile assai in una piccola città. Anche voi dovete pensare ai casi vostri.

Quella signora della quale vi avevo parlato, non ha più bisogno di una cameriera, cosicché è d’uopo cercare altrove.

—Avete ragione, o signora, è necessario che io lavori, non posso continuare a starvi a carico.

—Non dico per questo, angelo mio; se vi parlo così è per il vostro interesse, e se mi darete retta, ve ne troverete bene.

—Signora, io vi ascolterò, come avrei ascoltato la povera madre mia.

—Orbene, dunque sentite; in America non si è tanto scrupolosi come da noi in Italia, qui ci si viene per far denari, e poi si ritorna nei nostri paesi e a nessuno salta il ticchio di domandarvi, come, dove, ed in qual modo abbiate accumulato le vostre ricchezze.

Conosco di quelle, che in Europa passano per grandi dame, e che qui ne fecero di tutti i colori.

Ascoltando quello strano linguaggio, un grande spavento s’impossessava della povera Vittoria, che pure, volendo conoscere fino al fondo l’animo di quella donna che cominciava a gettare la maschera, non diceva una parola per interromperla.

Margherita, corrotta, triste, non atta a comprendere il vero motivo di quel silenzio, lo prendeva per una tacita approvazione, e lasciava più libero sfogo al suo parlare.

—Voi,—continuava la vecchia,—nulla dovete a vostro marito, esso vi abbandonò, e dovete considerarlo come morto. Ora la vedovanza non può essere eterna, siete bella, molto bella, e più d’uno, sono sicura, sarebbe felice di possedervi..... Sentite, io conosco molti signori italiani, fra i quali potreste scegliere quello che vi consolasse e insieme vi vendicasse del tradimento, dell’abbandono di vostro marito.

La maschera era completamente caduta, Vittoria oramai non aveva più dubbi, quella donna che credeva una protettrice inviatale dal cielo, voleva perderla; non aveva ancora l’idea, che si volesse fare di lei un’infame mercato, ma comprendeva che la si voleva gettare in braccio a qualcuno. Il suo pudore di donna si ribellò, alzò fieramente la testa e con voce breve disse:—Non so, o signora, a qual fine mi facciate un tale discorso, ma sappiate che fui e resterò fedele a mio marito. Se non lo troverò, col mio lavoro guadagnerò tanto da vivere io e mio figlio. Non mi spavento.

—Ma ...—volle dire la vecchia.

—Basta su tale argomento, altrimenti lascierei questa casa sul momento.

Margherita comprese; era inutile insistere, e non volendo per nulla al mondo che la vittima le sfuggisse cambiò tattica e disse:

—Approvo la vostra fierezza, io non volevo proporvi nulla di disonesto, si trattava solo di un marito che avrebbe potuto farvi ricca e felice. Non volete? non ne parliamo più e tutto è finito.

—Domani, signora Margherita, cercherò lavoro.

—Figlia mia, ecco che mi serbate rancore, per una cosa detta a vostro vantaggio.

—No signora, io non porto rancore; vi debbo della riconoscenza, soltanto comprendo che sarebbe abusare della vostra bontà se io restassi.

—Ma che dite mai, qui siete la padrona....

—Grazie; ma se volete che io vi benedica in eterno, trovatemi, o aiutatemi a trovare lavoro.

—Farò tutto quanto sta in me per rendervi contenta; ed ora andate a letto, siate tranquilla; che diamine, avete un’aria spaventata, come se aveste visto il demonio. Là, là, buona notte, bella mia.

—Buona notte signora,—e ciò detto Vittoria prese in braccio il figlio e si avviò verso la sua camera.

—Come, come, che novità sono queste,—gridò Margherita,—non mi date il solito bacio?

—Avete ragione, ero distratta,—e Vittoria avvicinatasi alla vecchia la baciò in fronte con le labbra tremanti; impotente a nascondere la ripugnanza che provava nel baciare quella donna della quale ora conosceva in parte gl’infami progetti.

Quando la poveretta si trovò sola nella sua camera scoppiò in pianto.

CAPITOLO IX.

Il complotto.

Appena Vittoria si fu ritirata, Margherita si appressò al marito e lo scosse brutalmente, l’ubbriacone si destò bestemmiando, ma non ebbe tempo da far conoscere il suo malumore, perché la donna avvicinatasi a lui cominciò a parlargli con voce soffocata, e a raccontargli brevemente la scena poco prima avvenuta con Vittoria.

—Cara mia,—brontolò Napoleone,—te lo avevo detto, non ne faremo nulla, quella donna ha una cera che riflette l’onestà un miglio lontano.

—Va bene,—replicò la vecchia,—non si otterrà niente con le buone, ma abbiamo i grandi mezzi.

—Sì, ma mezzi pericolosi, che possono condurci diritto a Sing-Sing.

—Sono molti anni che mi canti la stessa storia, e se ti avessi dato retta, oggi moriremmo di fame.

—Quel diavolo di Ruizzi, vuole ad ogni costo vedere la fanciulla della quale io ho fatto il più seducente ritratto. Sembra che abbia l’argento vivo addosso, e mi ha detto che domani sera verrà.

—Ben venga, Vittoria sarà sua.

—Moglie, guarda....

—Vile.

—Fai come credi, ma ti prego andiamocene a letto.

La branda fu abbassata, e in quella lurida cuccia, i degni coniugi presero ben presto posto, continuando sotto le lenzuola la conversazione, a bassa voce, in modo da non essere intesi da anima viva.

Marito e moglie prima di chiudere gli occhi al sonno avevano complottato la perdita della giovane madre, che in quel momento piangeva e pregava.

CAPITOLO X.

Il narcotico.

Vittoria durante tutta la notte non aveva potuto chiudere occhio, al più piccolo rumore si alzava spaventata a sedere sopra il letto, il cuore le batteva forte in modo che pareva volersi spezzare.

Sul far del giorno, stanca, disfatta, si addormentò, ma più che sonno fu un letargo popolato da tristi figure, da scene paurose.

Quell’assopimento durò fino a quando Margherita venne a bussare alla sua porta, per annunziarle essere ora di alzarsi.

La vecchia volendo ingannare la sua vittima, le disse come fra un paio di giorni l’avrebbe messa a posto in una fabbrica di Candy, appartenente ad una delle più rispettabili famiglie italiane.

Vittoria avrebbe voluto lasciare subito la casa di Mulberry; ma non sapendo dove andare, fu costretta a rimanere.

Margherita per tutto il giorno non lasciò Vittoria, e fu più gentile del solito.

Napoleone non si fece vedere neppure a mezzogiorno per il pranzo, segno evidente che doveva trovarsi il borsellino pieno.

Verso le sei il marito di Margherita tornò, e caso strano non era affatto ubbriaco.

La cena fu quella sera più ricercata e copiosa. Napoleone aveva portato anche una bottiglia di vino del Reno, fatto in California, che brillava nei bicchieri rendendoli del colore dell’ambra.

Però quando i coniugi alzarono i bicchieri per bere il prezioso liquore, con una mossa da maestri invece di portarlo alle labbra, lo gettarono dietro alle spalle.

Vittoria non mangiò molto, ma bevve con vero piacere un paio di bicchieri di vino del Reno.

Era appena terminata la cena, che la giovane donna sentì una gran pesantezza alla testa, gli occhi le si chiudevano, e un’intorpedimento generale s’impossessava di lei. Volle lottare contro il sonno, ma non lo poté.

Il piccolo Enrico anche lui si era addormentato profondamente.

Quando Vittoria più non si mosse, Margherita ordinò al marito di prenderla fra le braccia e portarla nella sua camera.

Napoleone non si fece ripetere due volte l’ordine, e alzata come una piuma la bella addormentata, la strinse con un fremito di piacere al suo petto e si avviò verso la camera, i suoi occhi luccicavano come quelli di un gatto, il contatto di quel corpo perfetto gli faceva salire il sangue al cervello, e se la sua sposa non fosse stata là, certo la povera Vittoria sarebbe stata oltraggiata da quel bruto.

Quando Napoleone ebbe deposto la donna sul letto, sua moglie lo fece uscire dalla camera, e quindi si pose rapidamente a spogliare Vittoria, che dormiva sempre più profondamente.

Dalla lampada del soffitto scendeva una debole luce, che illuminava le forme bellissime della sventurata creatura, che stava per essere vittima del più odioso attentato.

CAPITOLO XI.

Venduta.

Quando Margherita uscì dalla camera di Vittoria il suo volto era raggiante.

—E così,—le domandò il marito.

—Tutto va bene, la ragazza dorme come un ghiro, e nemmeno le cannonate la sveglierebbero.

—E Ruizzi a che ora viene?

—Fra poco sarà qui. E del marmocchio cosa ne facciamo?

—Portalo in quel piccolo camerino, coprilo con questo imbottito, starà benone.

Napoleone obbedì immediatamente.

Trascorsa una mezz’ora, si udì un passo affrettato su per le scale, e pochi momenti dopo venne bussato con precauzione alla porta.

Margherita corse ad aprire e Ruizzi, attillato elegante, profumato, entrò.

—Ben venuto, mio signore,—disse la donna,—siete fortunato, e vi ho preparato una bellezza di prim’ordine, e per giunta una ragazza di una virtù a tutta prova.

—Vi conosco, mamma Margherita, e sono sicuro che mi tratterete da cliente; e si può vedere la selvaggina?

—Ma certamente, guardate da quella porta.

Lo spettacolo che si offrì agli occhi di Ruizzi gli fece andare in fiamme il sangue; sul letto con la sola camicia che la copriva, senza nasconderle le forme scultorie giaceva Vittoria.

I voluminosi capelli neri disciolti le coprivano in parte il volto, che restando nell’ombra era impossibile di vedere. La lampada del soffitto concentrava i suoi raggi sul seno della donna e lo mostrava in tutta la sua opulenza e bianchezza.

Ruizzi stava per slanciarsi sopra quel bellissimo corpo, quando si sentì fermare dalla mano di Margherita, che chiudendo la porta della camera disse:

—Prima ragioniamo.

—Ebbene, quanto volete?

—I pericoli sono molti, siamo sempre sulla via di Sing-Sing, bisogna pensare alle disgrazie....

—Bando ai discorsi. Quanto?

—Ecco, mi pare che cento dollari....

—Va bene....

—Poi vi sono le spese di bordo.

—A quanto ammontano?

—Facciamo in tutto centocinquanta dollari.

Ruizzi levò dalla tasca un elegante librettino ricoperto di pelle rossa, aprì la penna fontana, e scrisse sopra un “check” la somma di 150 dollari, e quindi lo consegnò a Margherita che lo fece scomparire nel seno.

—Ed ora,—disse Ruizzi,—andatevene, lasciatemi libera la casa.

—Certamente che ce ne andiamo,—rispose Margherita,—ma prima devo dirvi che la fanciulla è addormentata.

—I miei baci la sveglieranno.

—Non credo, ha preso un narcotico.

—Avrei preferito che potesse svegliarsi.

—Allora non sarebbe stata vostra; ed ora buona fortuna.

CAPITOLO XII.

Marito e moglie.

I coniugi Ghirendini si erano appena ritirati, che Ruizzi si precipitò nella camera dove si trovava Vittoria.

Le sue mani tremanti si posarono con infinita voluttà sopra quelle carni sode, dal profumo eccitante, le sue labbra lungamente si premerono su quelle della donna addormentata.

La tendina del letto intercettando la debole luce, che partiva dalla lampada, formava una striscia d’ombra, che lasciava nell’oscurità il volto di Vittoria.

Ruizzi col respiro affannoso, con le tempie che gli battevano, provava vicino a quella donna una ebbrezza, alla quale da lungo tempo non era abituato.

Però avrebbe voluto che quel corpo si fosse rianimato, e rispondesse alle sue carezze con uguale ardore.

Ad un tratto gli parve che Vittoria facesse un movimento, aspettò ansiosamente stringendosi al seno con forza la giovane. Passarono alcuni minuti e poi un sospiro uscì dalle labbra di Vittoria, e quindi i suoi occhi si aprirono.

Sul principio non comprese ciò che accadeva; ma poi vedendosi seminuda nelle braccia di un uomo gettò un gran grido, e svincolandosi con una scossa violenta dalle braccia che l’avvincevano come le spire di un serpente, saltò il letto, chiedendo aita.

Ruizzi le fu sopra, e la prese di nuovo. Allora avvenne una lotta selvaggia, Vittoria si difendeva mordendo, graffiando l’infame che voleva possederla, questi infuocato più che mai dalla resistenza non indietreggiava; nella lotta la camicia di Vittoria si era strappata ed essa si trovava nuda nelle braccia del vile libertino.

La disgraziata era esausta di forze, ed il momento in cui avrebbe dovuto cedere si avvicinava.

Ruizzi trionfava, aveva piegato la vittima sul letto e stava per sfogare le sue voglie brutali. Vittoria non si difendeva più.....

Ad un tratto un raggio di luce cadde sul volto della donna.

Ruizzi indietreggiò spaventato, mentre gli usciva dal labbro questo grido:—Mia moglie!

Una donna siede sul bordo di un letto e tende un braccio verso sinistra; un uomo in piedi accanto a lei solleva le mani.

Ruizzi indietreggiò spaventato, mentre gli usciva dal labbro questo grido:—Mia moglie!

—Renato!—esclamò a sua volta Vittoria.

Vi fu un momento di pausa, fu l’uomo che ruppe il silenzio, dicendo con voce piena d’ira:

—Cosa vieni a fare in America?

—E me lo domandi? a cercarti, insieme al nostro figlio.

—Quali sono le tue intenzioni?

—Vivere al tuo fianco, non per me, ché oramai la misura è colma, ed il mio cuore non batterà più per l’infame entrato in questa camera per commettervi il più nefando delitto, ma per nostro figlio che ha diritto di avere una famiglia.

—Tu ritornerai subito a Napoli.

—Mai.

—È d’uopo,—gridò con voce minacciosa Ruizzi.

—Io starò al tuo fianco,—ribatté la donna per nulla intimidita.

—Ciò non può essere e non sarà, tu partirai.

—No.

—Non mi sfidare, senti, se vuoi che io possa un giorno tornare ricco e stimato in Europa, allontanati da me.

—Mai, mai, ti ho ritrovato e resto, resto non amandoti più, è vero, ma almeno nostro figlio avrà un padre.

—Vittoria, te ne scongiuro, parti.

—È inutile, non partirò.

—Guarda Vittoria!

—Cosa?

—La disperazione porta al delitto.

—Non sarebbe il primo.

—Sciagurata, che dici.

—Ricordati perché lasciasti Napoli.....

Ruizzi diventò livido, quella donna voleva perderlo, nel momento che stava per assicurare la sua fortuna con un ricco matrimonio, la sua comparsa faceva crollare tutto l’edificio fabbricato con tanta cura. Non poteva, non doveva essere.

Per sfuggire al pericolo che lo minacciava, bisognava costringere la moglie sua a ritornarsene in Italia.

Allora usò la dolcezza per convincerla, inutile cura; Vittoria era risoluta a restare.

Quell’opposizione irritò Ruizzi, che trattò brutalmente la moglie, mentre la poverina, rassegnata ma ferma, non mandò un lamento.

Ma quando Ruizzi le gridò con la schiuma alle labbra, che ci voleva dell’audacia a portargli in America un figlio non suo, la martire alzò fieramente il capo, ed esclamò con forza:—Sei vile, miserabile, infame più di quanto io credeva.

Ruizzi a quegli insulti che lo colpivano in pieno volto come staffilate, perdette il lume degli occhi, e si gettò sulla moglie, le sue mani si strinsero intorno al suo bianco collo e lo serrarono con forza.

Vittoria ebbe ancora la forza di gridare: vile! assassino! poi la parola le rimase troncata nella strozza, gli occhi gonfi le uscivano dall’orbita e Ruizzi seguitava a stringere.

Quel corpo inerte si ripiegò su se stesso, e cadde a terra, quando le mani dello strangolatore cessarono di sorreggerlo.

Allorché Ruizzi poté rendersi conto di quanto aveva fatto; del nuovo delitto commesso, fu preso da un grande spavento.

Innanzi al suo sguardo passò come una visione, la corte d’assise, il processo, la condanna, la sedia elettrica, ed ebbe una grande, inenarrabile paura, ma fu un lampo; riprese ben presto il suo sangue freddo, e pensò a mettersi in salvo senza lasciare nessuna traccia del suo passaggio.

In quanto ai coniugi Ghirendini era sicuro che non lo avrebbero tradito, perché con lui essi pure sarebbero stati perduti.

Rimessi i suoi abiti, Ruizzi lasciò la stanza dove era la moglie strangolata, senza rivolgere nemmeno uno sguardo alla donna che lo aveva tanto amato.

Mentre scendeva frettoloso le scale un giovine le saliva piano, titubante. Ruizzi non fece neppure attenzione a quell’incontro. Quando l’assassino mise piede in Mulberry, era l’una dopo mezzanotte.

CAPITOLO XIII.

L’arresto.

L’uomo incontrato da Ruizzi, mentre fuggiva da dove aveva compiuto il più orribile delitto, era il giovane Righetti, l’appassionato innamorato di Vittoria.

Diremo brevemente come e perché si trovasse a quell’ora tarda di notte, sulla scala dell’abitazione dei coniugi Ghirendini.

Il giovane innamorato, dimentico di ogni cosa, attratto da una forza arcana, misteriosa, presso il luogo dove abitava la donna che erasi impossessata del suo cuore, si può dire che passasse la sua vita in Mulberry.

Del resto in quel quartiere italiano, tanto calunniato eppure così pittoresco, ritrovava un lembo della patria lontana, e l’allegria che lo circondava rendeva meno dolorosi i primi giorni dell’esilio.

Righetti stava a preferenza innanzi alla casa dove vide condurre l’idolo del suo cuore, sperando di vederla uscire.

Interrogando di qua e di là, si era formata la convinzione che Vittoria corresse un serio pericolo.

Quei popolani, nella maggior parte delle provincie meridionali, gli avevano fatto capire, con la loro brusca franchezza, che i coniugi Ghirendini godevano una cattiva fama, e come tutte le persone oneste li fuggissero, a pari degli appestati.

Il giovane venuto in America con una piccola somma di danaro, che doveva servire a fare fronte alle prime necessità, aveva nel suo portafoglio un migliaio di franchi, ben poca cosa in America; ma egli era deciso a spendere ogni sua risorsa, pure di giovare alla donna che amava.

Di fronte alla casa Ghirendini eravi una birreria, grande, non elegante, ma frequentata da moltissimi italiani, godendo il proprietario di una grande popolarità. Righetti pose in quella birreria il suo quartiere generale, e vi rimase si può dire dalla mattina alla sera.

I frequentatori del locale, vedendo quella faccia nuova, che nessuno conosceva; fecero di tutto per sapere da qual parte venisse e chi fosse. Il giovane, che non aveva nessun interesse a mentire,disse francamente chi era, e per qual ragione fosse venuto in America.

Gl’italiani lo compiansero di cuore, abituati ai più duri lavori, ben sapendo che l’America è luogo adatto solo per chi ha due buone braccia per lavorare, ben comprendevano che quel giovane dagli abiti eleganti, dal portamento distinto, dalle mani bianche e profilate, avrebbe dovuto provare ben presto le più dolorose disillusioni.

Allorché Ruizzi, tentò di possedere la bella emigrante vendutagli da mamma Margherita, Righetti era come al solito nella birreria. Quella sera il padrone aveva tenuto aperto più dell’usato; eravi nella colonia italiana una grave discussione, una di quelle discussioni che portavano sempre a guerre nefande, caine, da dove il nome italiano non usciva malmenato o coperto di fango; il padrone della birreria, uomo influente o capo di associazioni, circondato da numerosi amici, ragionava degli avvenimenti del giorno, e tanto era il calore che metteva in quella discussione, che non si accorse essere passata già da tempo la mezzanotte, l’ora nella quale è necessario chiudere le birrerie.

Il policeman di servizio s’incaricò di rammentare i suoi doveri al proprietario, il quale si affrettò a chiudere, mettendo gentilmente alla porta i clienti.

Righetti uscì uno degli ultimi; il tempo non era bello, cadeva la pioggia, e Mulberry deserta, piena di rigagnoli, di fosse d’acqua sporca, aveva un aspetto dei più tristi.

Il giovane dette un lungo sguardo alla casa dove abitava l’idolo del suo cuore, e già stava per andarsene, quando gli parve di sentire un grido soffocato, che partiva dalla casa Ghirendini; tese l’orecchio ansiosamente, ma non udì più nulla.

Allora credette di essersi ingannato, credé ad un giuoco della sua fantasia innamorata, e voleva andarsene; ma una voce interna gli diceva: “ fai male a partire, Vittoria ha bisogno di te”.

—Ebbene, andrò a vedere,—mormorò, e attraversata la strada, prese lo stretto corridoio e infilò barcollando, come un ladro notturno, la scala che conduceva all’appartamento di mamma Margherita. Quando sentì che qualcuno scendeva le scale, ebbe un gran timore, e per poco non fuggiva, amore gli dette coraggio e seguitò a salire.

Giunto sul pianerottolo della casa Ghirendini, provò una stretta al cuore nel vedere l’uscio spalancato; ma entrò risolutamente.

Nella cucina non eravi alcuno, l’attraversò con passo franco e si avviò verso la porta che vedeva aperta e dava nella camera di Vittoria, appena ne ebbe varcata la soglia dette un grido terribile e per poco non cadde riverso.

Lo spettacolo che gli si presentò innanzi agli occhi era dei più orrendi. Il letto disfatto, i mobili rovesciati, le tende strappate, e in mezzo a quel disordine, bello, come una statua di marmo antica rovesciata, giaceva il corpo interamente nudo di Vittoria.

Righetti ebbe come l’intuizione di ciò che doveva essere accaduto, e maledì il destino che l’aveva fatto giungere troppo tardi.

Inginocchiato sul tappeto, il povero giovane spiava con ansia, se un movimento dei più lievi desse la speranza di non avere innanzi a sé un cadavere.

Intanto il suo grido aveva dato l’allarme, i vicini cominciavano ad aprire le finestre e domandarsi cos’era avvenuto, qualcuno assicurò essere tutta la sera che udiva grida, lamenti e gemiti; altri suggerì che sarebbe stato bene avvisare il policeman; questo suggerimento incontrò la generale approvazione, ed un giovanotto di buona volontà si occupò della missione.

Righetti, piangente, tentava invano di restituire vita e calore a quel corpo inerte che pareva avere ricevuto già il freddo bacio della morte.

Quando il policeman entrò nella camera, il giovane teneva serrata al seno Vittoria, e preso, vinto dalla passione, baciava furiosamente la bella donna, che riposava fra le sue braccia.

Fu tolto dalla sua estasi dalla voce aspra del policeman che gli gridò:—Siete mio prigioniero.

Righetti non capì le parole, ma sentendo che il poliziotto gli metteva brutalmente la mano sulla spalla, comprese che veniva arrestato; non protestò; era entrato in una casa non sua, e si aveva bene il diritto di arrestarlo.

Dietro all’agente erano entrati diversi inquilini, le donne vedendo la nudità di Vittoria, si affrettarono a coprire il bel corpo, gettando occhiate di disprezzo sopra Righetti, il quale non arrivava a comprendere perché tutti lo guardassero minacciosi.

—Seguitemi,—disse ad un tratto il poliziotto, e poi volgendosi ad un detective,—e voi John, restate qui fino a che non verrà l’ambulanza.

Righetti non comprese l’ingiunzione del poliziotto e rimaneva estatico innanzi a Vittoria, che le donne avevano collocato sul letto. Il policeman lo prese brutalmente per le spalle, e lo spinse verso la porta, il disgraziato volle protestare, il policeman alzò il suo “club” e lo percosse replicatamente.

Intanto per Mulberry erasi sparsa, con la rapidità del lampo, la nuova che un delitto era stato commesso.

Le finestre si aprivano rumorosamente, da una parte all’altra della strada era un domandare, un chiedere notizie, particolari.

Come tutte le notizie, anche questa veniva esagerata: correva da un capo all’altro della lunghissima strada, la nuova che un italiano avesse fatto una strage, si assicurava che eranvi quattro morti per lo meno; più si andava lontani da casa Ghirendini, e maggiori proporzioni prendeva l’avvenimento.

Cosicché quando Righetti, che già tutti chiamavano l’assassino, comparve tenuto stretto dal policeman, un grido minaccioso si alzò dalla folla che stazionava nella via, e fu ripetuto dalle donne, che in camicia, non curanti del freddo, se ne stavano alla finestra.

E il mormorio sempre maggiore, sempre più insultante e terribile, accompagnò il disgraziato fino al quartiere generale della polizia, in fondo a Mulberry, dove ad onta delle sue proteste fu rinchiuso in una stretta cella, dal cancello di ferro massiccio, avente per solo mobile un lurido tavolaccio.

A Righetti sembrava di fare un brutto sogno, e quando il ferreo cancello si chiuse dietro di lui, si domandò più volte se dormiva o era desto.

Disgraziatamente per lui non sognava, ciò che gli accadeva era una ben triste realtà, e ben presto si sarebbe accorto qual terribile minaccia lo sovrastasse.

CAPITOLO XIV.

L’accusa.

Le ore che Righetti passò nella lurida cella della polizia, furono per il disgraziato un martirio senza nome ; non già che egli si dasse nessun pensiero del suo arresto.

Sicuro di non aver commesso alcun delitto, non si preoccupava per nulla di ciò , che al far del giorno, dopo poche parole di spiegazione, sarebbe stato schiarito.

Quello che lo angosciava era la morte di Vittoria, della donna che amava, alla quale aveva consacrato tutti i suoi affetti.

Nel suo cuore si svegliava, tremendo, il pensiero della vendetta verso colui che aveva ucciso Vittoria, dopo aver fatto scempio del suo corpo, di quel corpo tanto bello, che egli aveva sentito freddo e inanimato sul suo petto.

Egli non aveva dubbio, un delitto era stato commesso e l’autore doveva esserne l’uomo da lui incontrato mentre saliva le scale di mamma Margherita.

—Lo ritroverò quell’infame,—andava mormorando Righetti girando per la cella come una belva nella gabbia,—lo ritroverò, e allora guai a lui!

Poi lo assaliva lo sconforto.

Ritrovarlo! E come? Senza amici, senza appoggi, con pochi mezzi, in una città grande che non conosceva, in mezzo ad una popolazione immensa, nella quale anche i bracchi più fini della polizia perdono le traccie dei delinquenti.

Le meditazioni dell’innamorato venivano interrotte dalle grida, dalle bestemmie, dei prigionieri continuamente condotti dai poliziotti, che li avevano raccolti ubriachi fradici lungo le vie, ammaccati dalle cadute, o con gli occhi pesti da fortissimi pugni.

E con gli uomini sporchi, luridi, gocciolanti di acqua, infangati da capo a piedi, entravano donne ancora più sporche, con le vesti a brandelli, con le sottane sfilacciate, che avevano raccolto nei rigagnoli di fango e sudiciume.

I policemen spingevano brutalmente quei miserabili nelle celle, e alle loro grida rispondevano a randellate, e sotto le volte bianche, illuminate da gas, risuonavano accenti di dolore, ai quali rispondevano sghignazzate ; apostrofi, parole oscene.

Era il fermento della cloaca sociale che dilagava, fra i cancelli di ferro, fra le porte massiccie, sotto gli occhi dei guardiani, che abituati a tali spettacoli, leggevano seduti e con le gambe in aria, le prime notizie dei giornali della mattina.

Finalmente giunse l’alba, i lumi a gas cominciarono a impallidire, i corridoi ad animarsi, gli inservienti spazzavano il pavimento, pulivano i cancelli, lustravano le serrature.

Verso le otto risuonarono i tocchi di una campana, e poco dopo le celle furono aperte e i servi principiarono la distribuzione del caffè, latte e pane. Era la colazione dei detenuti, accolta dalle grida gioconde dei detenuti.

Righetti non volle saperne di prendere la sua razione, egli aveva tutt’altra voglia di mangiare aspettava ansiosamente di essere interrogato e messo in libertà.

Alle dieci il policeman che lo aveva arrestato venne a prenderlo ; provò una gran gioia, ma quando gli si vollero mettere le manette, indietreggiò spaventato.

Il poliziotto, senza tanti complimenti, afferrò brutalmente i polsi di Righetti, il quale fremette di sdegno e di vergogna nel sentire il freddo del l’acciaio che cingeva i suoi polsi, come se fossero quelli di un delinquente.

Il prigioniero fu condotto a piedi fino alle Tombs, per la via la gente si fermava a guardarlo, uno stuolo di curiosi gli veniva dietro, ed il poveretto, rosso, confuso, si sentiva morire di vergogna sotto quegli sguardi sarcastici che lo seguivano insistenti, spietati.

Finalmente giunsero alle Tombs, triste edificio in granito, dalla forma e dalle colonne egiziane, paurosa costruzione, che mette una nota lugubre in una delle vie più frequentate di New York.

Righetti salì la gradinata, che era gremita di gente, la quale fece ala al suo passaggio, guardandolo minacciosa.

La sala del tribunale delle Tombs era pure piena di pubblico ; i giornali erano la mattina usciti con lunghi dettagli sul delitto di Mulberry, i reporters avevano lavorato anche di fantasia e dipingevano Righetti come una di quelle belve feroci, terribili nei loro amori, crudeli nella vendetta, assetati di sangue, e, trattandosi di un italiano, le tinte erano caricate in modo, che il disgraziato gabellato per un essere infame e pericoloso, che sarebbe stata opera santa a linciarlo.

Il giudice Trainit, non cominciando ad amministrare la giustizia che alle undici ore, Righetti dovette aspettare nella carcere di custodia una buona mezz’ora, prima di essere chiamato all’udienza.

Quel tempo fu messo a profitto dai reporters, con le loro macchine istantanee presero la fotografia dell’assassino.

Finalmente arrivò il momento di presentarsi innanzi al giudice.

Il disgraziato credeva di potere raccontare il perché avesse violato il domicilio di persone che non conosceva; ma che avendolo fatto a fin di bene sperava di essere perdonato.

Quando Righetti si trovò alla presenza del giudice, il poliziotto fece una lunga narrazione, narrazione della quale il prigioniero non capì una sola parola.

Quando il poliziotto ebbe finito, il giudice disse:

—Va bene, che l’accusato sia condotto nelle “City Prison” e trattenuto in arresto fino a più ampie informazioni.

Il poliziotto ricevé una carta del giudice e disse al prigioniero:—Andiamo.

Come! lo portavano via senza farlo parlare, senza dire una parola? che fosse libero? Interrogò il poliziotto, inutile cura, non conosceva l’italiano.

Allora si avvicinò l’interpetre italiano e gli disse:

—Non potete essere giudicato qui per il vostro delitto ci vogliono altri giudici.

—Il mio delitto? Ma di cosa mi si accusa? parlate, signore, in nome di Dio, parlate.

—Non lo sapete? Siete accusato di avere tentato di assassinare, per vendetta, una giovane dama da poco giunta dall’Italia.

—Io, assassino!—gridò con voce strozzata dalla commozione, e più non disse; il colpo fu troppo forte, e il disgraziato cadde riverso come morto.

Un mormorio si levò nella sala, tutti volevano vedere cosa era accaduto, i poliziotti di guardia ebbero un bel da fare a tenere in freno la folla, mentre due di essi, preso il prigioniero lo condussero alle carceri, passando per la stretta scala che mette in comunicazione il tribunale con le Tombs.

Tre ore dopo, quando Righetti ricuperò i sensi, occupava la cella N. 69 delle Tombs, una delle più tristi del tristissimo edificio.

CAPITOLO XV.

Pazza!

Il poliziotto che arrestò Righetti erasi affrettato a chiamare l’ambulanza del Chambers Street Ospital, che con la solita premura era accorsa in Mulberry Street, e trasportò Vittoria all’Ospedale.

I medici di servizio, trattandosi di un delitto, si accinsero a fare un’accurato esame del corpo della disgraziata, che aveva tutta la rigidità e l’apparenza di un cadavere.

Alle prime constatazioni però si accorsero, che la donna viveva, ma che il suo stato era gravissimo.

Otto giorni Vittoria stette fra la vita e la morte, se vita chiamare si può un profondo letargo, che i medici non potevano spiegare.

I medici constatarono che la disgraziata era scampata alla strangolazione per un vero miracolo, le unghie dell’assassino erano penetrate nella carne, facendovi delle ferite contornate da un cerchio livido.

Vittoria, il nono giorno che era ricoverata all’ospedale, cominciò a riaversi; le sue membra a poco a poco smessero di essere rigide, il sangue ritornò a circolare; gli occhi soli seguitarono a restare chiusi.

Quando la disgraziata dopo tanto tempo rivide la luce dette in smanie furiose, dalle sue labbra umide di bianca schiuma uscivano grida strazianti, a volte a volte veniva presa da un grande terrore e voleva fuggire dal letto, altre volte invocava pietà, spesso minacciava, la sua voce erasi fatta aspra, i suoi sguardi duri, terribili.

I medici non tardarono a dare il loro responso, e dichiararono che Vittoria Ruiz era pazza.

Quando Righetti rinvenne, stette un pezzo prima di raccapezzare le sue idee, finalmente cominciò a ricordarsi.

Lacrime ardenti gli scendevano giù per le gote; essere sospettato di avere uccisa la donna che amava! Ma come? perché? La giustizia era dunque tanto cieca da commettere tali errori?

Ad un tratto dette un grido di gioia, si ricordava,che l’interprete gli aveva detto: avete tentato di assassinare; tentato? dunque, l’assassinio non era stato consumato, Vittoria viveva!

Viveva! che sollievo immenso per lui. Cosa gl’importava di trovarsi in quella cella, la deposizione di Vittoria gli avrebbe aperto le porte del carcere, e chissà, che forse quell’avvenimento non servisse a procurargli la più grande felicità.

Righetti pienamente riassicurato, si gettò sul letto di ferro dal pagliericcio duro, che occupava per metà la cella, e si addormentò saporitamente.

Fu svegliato alla sera dai serventi, che gli portavano il the, sentendosi fame, questa volta non rifiutò la razione, e mangiò avidamente pane e the, o meglio quella mistura battezzata col nome pomposo di the.

Righetti la notte riposò tranquillamente, e sognò mille cose deliziose, come se invece che fra le pareti di macigno delle Tombs si fosse trovato in una reggia.

Passavano i giorni e pareva che tutti si fossero dimenticati del prigioniero; nelle due ore di passeggio che si danno ai prigionieri delle Tombs, passeggio che consiste nell’andare su e giù per gli stretti terrazzi che circondano le celle ai tre piani dell’edificio, Righetti aveva avuto modo di parlare con degli italiani, che si trovavano detenuti in attesa del processo; costoro lo consigliarono a rivolgersi ad un avvocato italiano perché potesse aiutarlo, e gli dettero anzi l’indirizzo di un giovane avvocato, pieno di capacità e di cuore, al quale Righetti scrisse subito una lunga lettera.

L’ avvocato fu pronto a corrispondere all’invito del prigioniero , ascoltò quanto questi gli disse, e si formò la convinzione, che il giovane che stava innanzi a lui doveva essere innocente del delitto che gli veniva imputato.

—Del resto,—concluse Righetti,—Vittoria vive, ed essa dirà chi fu che tentò oltraggiarla ed ucciderla.

—Disingannatevi, amico mio,—rispose l’avvocato,—Vittoria non vi giustificherà.

—Come, voi pure credete che la poveretta sia colpevole?

—No, no: ma altri insuperabili motivi vi si oppongono. Essa, la giovane da voi amata, è...

—Ebbene...

—Non vorrei...

—Dite, dite, ora mai debbo sapere tutto.

—Forse è meglio, dunque sappiate che Vittoria è pazza.

—Pazza! Pazza!—esclamò e ruppe in pianto.

—Non disperatevi, vi salveremo lo stesso.

—E cosa importa a me; avrei voluto trascinare la catena del forzato,ma che la donna che amo fosse libera da triboli.

L’avvocato non seppe cosa rispondere e per nascondere la sua commozione si ritirò.

Quindici giorni dopo il gran giurì pronunziava la messa in accusa di Alfredo Righetti per tentato omicidio in primo grado.

Vittoria sempre più furiosa veniva condotta a Blackwell’s Island.

Il piccolo Enrico che invocava a grandi grida la sua mamma, venne affidato alle cure della Gerry Association.

I coniugi Ghirendini non si lasciarono più vedere in Mulberry, e questa loro sparizione fece una grande impressione in tutto il quartiere, e l’ispettore Byrnes, che ha l’odorato fino, notò questa circostanza, prefiggendosi di schiarire a suo tempo il mistero di quella scomparsa.

Renato Ruiz, passò i primi giorni che seguirono il delitto nelle più grandi angoscie. Quando apprese dai giornali che Vittoria non era morta, ebbe l’idea di fuggire, ma troppi interessi lo trattenevano a New York ed egli ad onta del pericolo che correva restò. Allorché lesse che la sua sposa era pazza, inguaribile, provò una gioia delirante, era salvo e avrebbe potuto compiere impunemente i suoi tenebrosi progetti.

Per l’uomo che per lui stava languendo in prigione, non ebbe neppure un pensiero di compassione, del resto, la condanna di Righetti era l’impunità, e la giustizia soddisfatta non avrebbe domandato altro.

Vittoria dal fondo di un manicomio non avrebbe potuto fare intendere la sua voce; tutto andava a gonfie vele. Renato trionfava.

Fine del Prologo.

PARTE PRIMA.

L’Ereditiera.

CAPITOLO I.

Una spiegazione.

Veramente questo non è un capitolo del romanzo, ma è un mistero a parte, che vuol essere subito svelato, perché la cosa non vada troppo per le lunghe.

Questo romanzo, pare, che abbia dato ai nervi a qualcuno, il quale si permette di gridare e sbraitare, che l’autore ha inteso con i “Misteri di Mulberry” recare onta alla Colonia Italiana.

Le chiacchiere di questi signori servono di “reclame” al mio povero lavoro, ed io dovrei esserne contento, se fossi tale da tollerare che la calunnia sia la base della reclame che mi fanno a buon mercato, coloro che avendo, come suol dirsi, la coda di paglia, temono di trovare un posticino nei “Misteri”.

Quelli che parlano d’insulti fatti alla Colonia con questa pubblicazione, o non mi conoscono, oppure se mi conoscono di persona, non sanno quali sieno i miei sentimenti, il mio modo di pensare.

Da più che cinque anni in questo paese, dove ho sempre esercitato la professione del giornalista, fu mia cura di rendere onorato e rispettato il nome italiano, e nei miei scritti nulla mai vi fu, che suonasse offesa alle Colonie Italiane degli Stati Uniti.

Scrivendo un romanzo, fatto per lettori italiani, era giusto, logico, utile, scegliere un titolo, che richiamasse l’attenzione dei connazionali, che risvegliasse la loro curiosità; scelsi “Misteri di Mulberry” perché il nome è popolare, e anche perché molte scene in quella via appunto si svolgono, o si preparano.

Il favore grande col quale il romanzo è stato accolto, mi convince, che almeno il titolo fu ben trovato.

Coloro che parlano di vergogne, che sostengono che questo lavoro è un insulto alla Colonia, che è un atto antipatriottico mettere a nudo le sue piaghe, hanno troppa fretta nel giudicare, se aspettassero a leggere ciò che scrivo, si convincerebbero che quei giudizi sono temerari, ingiustificabili: le loro paure esagerate.

Insulto alla Colonia?

Ma anche ammesso il caso, che nel romanzo vi fossero alcune laide figure degne di capestro, credete che per questo ne possa risentire danno la nostra Colonia, quando intorno ad essa vi sono centomila italiani lavoratori, onesti, pieni di buona volontà, e tali da onorare la patria ove nacquero?

I rettili si schiacciano, e gli onesti non sono responsabili di ciò che fanno i farabutti!

Mostrare le piaghe che possono deturpare una colonia, non è recare insulto, ma incitamento a far sì che quelle piaghe scompariscano, perché nessuno può negare che anche in Mulberry, in mezzo ad una popolazione di bravi e buoni lavoratori,di onestissime mogli, di innocenti fanciulle, non germogli rigogliosa la pianta del vizio; che la porta del lupanare si trovi a contatto con quella di rispettabili famiglie, la bisca accanto al negozio, all’officina, dove si suda e si lavora per guadagnare un tozzo di pane.

Dal mio romanzo,Mulberry ne uscirà riabilitata, perché in quella via batte il cuore buono, affettuoso, onesto, dei molti, nati in quelle terre generose, che il valore di Garibaldi riunì alla patria nel 1860.

Questo lavoro non si svolge esclusivamente in Mulberry, esso ha per teatro tutta New York, non è un romanzo libello, non ha per iscopo d’insultare, di sciorinare i panni sporchi, ma sibbene di bollare col ferro rovente della riprovazione, quei pochissimi, che infliggono al nome italiano un’onta immeritata.

I critici, coloro che gridano l’anatema, aspettino a lanciarglielo, e se non vogliono aspettare, allora dovrò dire, che in qualche modo attingono alle fonti impure, che si nascondono nei bassi fondi di Mulberry, e che il loro non è sdegno, ma paura.

E ciò premesso, nel nome d’Italia, che venero ed amo, nome che non vorrei per nulla vedere adombrato, continuo senza timore alcuno, sicuro di fare opera onesta e buona.

CAPITOLO II.

Colomba e sparviero.

Sono trascorsi tre mesi dagli avvenimenti narrati nel prologo.

Righetti è sempre alle Tombs e aspetta ansiosamente il giorno del suo processo, giorno che viene ritardato dal suo avvocato, il quale sta raccogliendo prove sopra prove per dimostrare l’innocenza dell’accusato.

Vittoria, pazza più che mai, è sempre al manicomio.

In una elegante palazzina di Washington Square abita la famiglia Spencher.

Mr. Spencher, ricco negoziante, con uno dei più bei negozi di Broadway, non ha che un’unica figlia che adora con tutta l’anima.

Il padre ritrova nelle sembianze di essa, quelle della moglie sua, morta quindici anni addietro, un anno dopo avergli dato quella fanciulla, che è oramai, l’unica, la sola sua consolazione.

Fanny Spencher ha 16 anni ed è deliziosamente bella; i suoi capelli biondi dai riflessi dorati incorniciano la fronte bianca levigata, i suoi occhi grandi, azzurri,velati da lunghe sopracciglie, hanno una dolcezza infinita, le labbra porporine nascondono i denti bianchi, che sembrano madreperla incastrata nel corallo, la taglia elegante, flessuosa, il portamento aristocratico,eleganza di movimenti, tutto in una parola quanto può rendere seducente una donna.

Fanny per indole allegra, spensierata, che preferiva i giuochi e i divertimenti dei fanciulli, era divenuta da un poco di tempo seria e pensierosa.

Il padre erasi accorto di quel cambiamento, non sentiva più le risate argentine della figlia, e la sorprendeva spesso distratta con gli occhi fissi, come se seguisse un’immagine cara, una visione che le faceva battere il cuore.

Una sera dopo il pranzo mentre veniva servito il the, ebbe luogo fra padre e figlia il seguente dialogo:

—Ebbene Fanny, a cosa pensi, tu non hai più una parola per il tuo babbo, la tua fronte è increspata da un pensiero molesto, a volte a volte il tuo volto è tetro o melanconico, altre brilla di felicità.

—Babbo mio, tu sai che io non ti nascondo nulla, e se tu non mi avessi parlato io ti avrei detto il perché del mio cambiamento.

—Or su sentiamo, qual cura ti punge.

—Adorato Babbo, vedi è la prima volta che la figlia tua si trova impacciata a parlare con te...

—Comprendo, ed io ti spianerò la strada; tu ami qualcuno...

Un ondata di sangue imporporò il viso della giovane che si gettò piangendo fra le braccia del padre, che la coprì di baci, e poi disse:

—I baci e le lacrime in questo caso sono una risposta affermativa ; ora non mi resta altro che sapere il nome del fortunato, che mi ha rapito il tuo cuore.

—Rapito il mio cuore a te, o no caro babbo, il mio cuore è tuo.

—E dell’altro...

—È di tutti e due.

—Dunque dimmi chi è l’altro.

—Tu lo conosci, viene spesso da noi...

—Via, dinne il nome, faremo più presto.

—Tu non mi sgriderai, e amerai anche lui.

—Come corri; non farmi stare più sulle spine, dimmi chi è...

—Renato...

—Renato chi?...

—Ruizzi...

—Avrei dovuto immaginarlo... ma come nacque questo amore?

—Ruizzi è tuo socio in molte speculazioni, veniva qui spesso, e così buono, tanto bello...

—Non ti nascondo che avrei preferito qualche cosa d’altro per te, tu sei ricca, americana, ed egli è italiano.

—E con questo, cosa vorresti dire, non è certo un malanno essere nati in Italia, in quella terra tanto bella, culla delle arti, della poesia, del bello e del buono.

—Io non faccio carico a Ruizzi di essere italiano, non sono di quelli io; anzi ti dirò che apprezzo molto le qualità di quel giovanotto; ma non avrei voluto divenisse tuo sposo; mi piace come uomo di affari, mi dispiace come genero.

—Babbo non vorrai la mia infelicità.

—Dunque l’affare è serio.

—Tanto serio che ne morrei se Renato non fosse mio.

—Morire tu?—E ciò dicendo prese fra le braccia la figlia, la baciò e l’accarezzò con passione.

—Dunque,—riprese con tuono malizioso Fanny,—Acconsenti?

—Ma sì, sì pur di vederti felice.

Fanny trasfigurata dalla gioia, ringraziò il padre mentre grosse lacrime gli cadevano come diamanti preziosi giù dalle gote e si perdevano nei capelli grigi del genitore che a sua volta piangeva.

A quella scena patetica mise fine l’affrettato tintinnio del campanello elettrico.

La domestica corse ad aprire e poco dopo introduceva nella sala da pranzo Renato Ruizzi.

Fanny lo accolse con un delizioso sorriso, il padre suo con un saluto assai cerimonioso.

Ruizzi era veramente un bel giovine e tale da accendere la fantasia di una giovane come Fanny.

Il miserabile aveva da tempo affari con Mr. Spencher col quale faceva molte operazioni in società. Dal giorno che l’americano lo invitò in casa sua ed ebbe agio di vedere Fanny, il suo piano fu stabilito “ sposare la ricca ereditiera; ” e non perse tempo, l’opera di seduzione fu messa subito in esecuzione.

Fanny non aveva mai amato, e Renato durò poca fatica ad impadronirsi di quel cuore vergine, che altro non aspettava se non la misteriosa parola che doveva farlo battere e palpitare.

Quando Ruizzi si credé certo della vittoria, fece una focosa dichiarazione a Fanny, che l’ascoltò in estasi, deliziata, vinta, e si trovò senza saperlo, senza volerlo fra le braccia del giovine piangente, delirante di gioia.

Questo accadeva la vigilia del giorno nel quale Ruizzi doveva trovarsi innanzi a sua moglie.

Il tempo intanto trascorreva e l’amore cresceva, e Fanny non si azzardava a fare la sua confessione al padre; finalmente abbiamo visto come la fanciulla svelasse il suo segreto.

Quando Ruizzi capì subito nel vedere lo sguardo di Fanny e il contegno del padre suo, che ora mai l’innamorata aveva parlato e che bisognava audacia e sangue freddo.

Dopo una lunga meditazione, Mr. Spencher si decise a parlare francamente all’uomo che sua figlia amava, e gli disse senza preamboli:

—Signore amate veramente mia figlia?

Renato restò interdetto; ma fu l’affare di un minuto e rispose con voce nella quale si sentivano i sospiri.

—Se l’amo? Ma con tutta l’anima!

—Giurate di renderla felice?

—E potete domandarmelo?

—Or bene io non vi chiedo a quanto ascende il vostro patrimonio, quello che io posseggo è di mia figlia, io non ho bisogno di fare lunghi discorsi a questo proposito.

—Signore io non sono un povero, ho accumulato una somma rispettabile...

—Basta, ciò non m’interessa; mia figlia è ricca per due, e anche per quattro.

Un lampo di gioia illuminò a questi detti il pallido volto di Renato. Il padre di Fanny continuò:

—Desidero che il matrimonio si faccia al più presto, mia figlia non ha madre, ed è necessario che i suoi amori non siano lunghi. Una sola condizione io metto a questo matrimonio, ed è che verrete a stare con me, solo non potrei vivere.

Renato commediante raffinato,scoppiò in pianto e si gettò fra le braccia del futuro suocero mormorando: Padre, padre mio!

Fanny col cuore colmo di felicità assisteva a quella scena benedicendo Iddio di averle dato un padre tanto buono, uno sposo così amoroso.

Renato in quella sera uscì dalla palazzina di Mr. Spencher con la testa fieramente alzata, l’avvenire era suo, il padre di Fanny possedeva più di un milione di dollari, ed egli avrebbe saputo farli ballare, mettendo fine all’esistenza, che menava in New York scappando per vero miracolo agli artigli della polizia.

Sarebbe ricco! Qual sogno splendido: lui aveva proprio fatto l’America.

La ricchezza era per Ruizzi il mezzo per appagare le sue passioni, i suoi appetiti sfrenati, il miserabile non pensava che vi è un limite a tutto, e che i delitti presto o tardi si espiano.

CAPITOLO III.

Renato Ruiz.

Come aveva passato Renato Ruiz i cinque anni da che si trovava in America?

Cercheremo di narrarlo il più brevemente possibile.

Renato era fuggito da Napoli dopo aver commesso un assassinio.

Il banchiere trovato morto nella casa isolata di Posilipo, era caduto vittima di un tranello tesogli da Ruiz, da una donna di mala fama, e da un tale Bernabei, uomo delittuoso, scaltro e astuto quanto mai dire si possa.

Questa onorevole triade, sfruttava di preferenza i vecchi libertini, che sedotti dalle grazie della donna, la quale andava a gettare le sue reti lungo Chiaia, si facevano condurre alla casa di Posilipo dove Ruiz e Bernabei, al momento buono si presentavano armati e risoluti.

Se la vittima pagava da buono a buono il suo riscatto, tutto finiva nel miglior modo possibile, se opponeva resistenza, i compari della bella Clara, usavano la forza e svaligiavano il disgraziato caduto nelle loro mani.

Il più delle volte i derubati non denunziavano il fatto, perché sarebbero stati costretti spiegare la loro presenza nella casetta isolata,e allora le famiglie, le mogli, i figli avrebbero scoperto che il loro caro non aveva rinunziato all’avventure, e andava ancora in cerca delle donnette allegre.

Il banchiere fu ucciso, perché accortosi di essere caduto in un agguato volle difendersi; fu Bernabei che vibrò il colpo mortale, mentre Ruiz e Clara lo tenevano fermo.

Sul corpo del morto vennero trovate novemila lire in biglietti di banca, che ripartirono fraternamente fra essi e così dicasi dei gioielli.

I complici compiuta l’opera loro si separarono, e ad uno ad uno, per non destare sospetto ritornarono a Napoli.

Renato quando fu in Piazza del Palazzo Reale si accorse di essere tutto intriso di sangue, la gente cominciava a guardarlo; preso di spavento corse a casa, deciso poi a fuggire.

I lettori sanno come la povera Vittoria fosse abbandonata e come il marito le dicesse che andava a Salerno.

Ruiz appena lasciata la moglie andò alla stazione, stava per partire il diretto Napoli-Pisa, prese un biglietto di seconda classe e aspettò fremendo il momento della partenza.

Il miserabile si sentiva bruciare il terreno sotto ai piedi.

Quando entrò nel vagone gettò un sospiro di sollievo, si credeva salvo. Infatti quarantott’ore dopo Ruiz era a Parigi, ma non voleva restare in Francia, sentiva il bisogno di andare lontano, molto lontano per sfuggire ad ogni ricerca, i lavori forzati a vita lo spaventavano,era giovane e la catena ribadita al piede fra le mura del bagno, sarebbe stata un troppo terribile martirio.

Decise venire in America, da Parigi si recò ad Havre, e prese imbarco sopra la “Normandia” che era a quell’epoca uno dei più grandiosi e veloci vapori della Compagnia Transatlantica, ed otto giorni dopo sbarcava a New York.

CAPITOLO IV.

In America.

Ruiz quando mise piede negli Stati Uniti aveva poco più di millecinquecento lire, un magnifico remontoir d’oro, e un anello di brillanti.

Appena in America svanirono come per incanto i suoi timori, ritrovò la sua audacia, il suo sangue freddo.

Fin che durarono i danari la scialò alla grande, divenne un frequentatore dei Caffè Chantant di Bowery, dove si danno convegno quelle disgraziate, che vendono i loro baci, le loro carezze,ai primi venuti.

Renato ad onta che non parlasse inglese fece furore fra quelle donne, lo trovarono bello, alcune se ne innamorarono seriamente, vi furono baruffe, volarono dei pugni e più di un occhio tagliato a mandorla ebbe il suo marchio nero.

I denari durarono poco e i gioielli dovettero essere messi in custodia all’ombra delle tre palle d’oro.

Quando Ruiz si trovò ad avere finito fin l’ ultimo soldo, cominciò a menare una vita delle più tristi, con gli abiti a brandelli, affamato, costretto a dormire sopra i sedili del City Hall Park, a contatto con gli esseri i più abbietti.

Di lavorare non ne aveva voglia, la sua schiena non era fatta per piegarsi alla fatica.

Alla sera quando da ventiquattro ore non aveva mangiato stendeva minacciosa la mano ai passanti e rimediava tanto da sfamarsi.

Sui sedili dove si recava a dormire, conobbe malandrini della peggiore specie e associatosi a loro si dette a commettere un’infinità di piccoli furti; la sua gang aveva complottato un magnifico colpo, quando la polizia scoprì il covo dove si adunava, e fece una magnifica retata.

Ruiz si guardò bene di dire il suo vero nome; alla polizia e al giudice disse chiamarsi Paolo Albini e sotto quel nome venne condannato a sei mesi di carcere e la sua effige ebbe il poco invidiabile onore di andare a far parte della galleria fotografica tenuta con tanta cura dall’ ispettore Byrnes.

Ruiz in prigione ebbe tempo di pensare ai casi suoi; alcuni italiani, che scontavano delle condanne, ebbero luogo di istruirlo su molte cose della vita italo-americana, che neppure sospettava.

Quando espiata la pena uscì in libertà, egli aveva fatto il suo piano.

Vestito modestamente spacciandosi per un nuovo arrivato, si recò nei quartieri italiani a domandare lavoro. La sua aria distinta, i suoi modi gentili colpirono un banchiere di Mulberry, che lo prese volentieri come tenitore di libri.

In quella banca Ruiz, che aveva italianizzato il suo nome e si faceva chiamare Ruizzi, si portò onestamente, ma nel tempo che vi stette ebbe campo d’imparare parecchio, che doveva servirgli più tardi.

Un giorno al principale di Ruiz fu fatta la proposta di accompagnare un centinaio di lavoranti italiani nel South Caroline, vicino a Charleston, dove si trovano le miniere di fosfato.

Il banchiere, uomo onesto e di cuore, non solo non accettò quell’incarico, ma fece apertamente comprendere, che avrebbe sconsigliato gl’italiani ad andare in un paese dove si sarebbero trovati ben male.

Ruiz non perse una parola di quella conversazione e fiutando un buon affare risolutamente si fece innanzi, e si dichiarò pronto, qualora venisse accettato a fare da “ boss” ai lavoranti che dovevano partire.

La sua proposta fu accolta, e pochi giorni dopo a capo di una squadra di cento operai prendeva la via ferrata per Charleston.

CAPITOLO V.

Le miniere di fosfato.

Nei quartieri italiani si reclutano per la maggior parte i lavoranti, che si portano alla campagna, essi vengono arruolati dai così detti bosses, che li conducono sul luogo del lavoro, e sono in realtà i loro padroni.

Non tutti i bosses sono cattivi, come non tutti i lavori pessimi e mal retribuiti.

Coloro che vanno a lavorare nella costruzione delle vie ferrate, nelle miniere d’argento del Colorado, nei canali artificiali,stanno ancora bene, e se i bosses si fanno pagare un poco cara la loro “ bossatura ” come vien chiamata, se li scorticano sul prezzo dei viveri, se li fanno pagare troppo cari i ferri con i quali devono lavorare, ciò non ostante guadagnano ancora da potere mettere qualche dollaro da parte per inviarlo alle famiglie o depositarlo in qualche banca.

I disgraziati però che vanno a lavorare nelle cave di fosfato, non soltanto non possono risparmiare un soldo, ma sono trattati peggio degli schiavi.

Poco lontano da Charleston si trovano queste cave, non è possibile ideare un luogo più squallido, più triste, la solitudine della brulla campagna arsa dal sole è interrotta dai capannoni dove dormono gli operai; il fosfato è ricoperto d’acqua, e fra quell’acqua i lavoranti devono stare per ore intere, cercando,frugando fra la sabbia in cerca di esso.

Appena gli operai giungono sul luogo, sono accasermati come squadre di forzati, la mattina dopo li si danno i ferri e si mandano al lavoro, i disgraziati non appena vedono ciò che si vuole da loro protestano, non è quello il lavoro promesso, vogliono ripartire.

Ripartire? I bosses domandano di essere rimborsati, vi è il viaggio, i ferri, il bordo; nessuno può muoversi senza pagare il suo debito.

Devono rimanere, guardati a vista come belve feroci, non possono fare un passo senza essere seguiti dai guardiani armati fino ai denti.

Ruiz fu informato di tutti questi particolari e promise, che avrebbe fatto le cose a dovere.

Quando i cento operai arrivarono alle cave, e videro a quale lavoro si volevano impiegare, mandarono un grido d’indignazione e si ribellarono; le loro grida furono inutili, essi erano in balia dei bosses.

Ruiz diventò ben presto il terrore degli operai, feroce, cattivo rapace, trattava quei poveretti peggio degli schiavi.

Un uomo con cappello sta sulla riva, mentre altri uomini avanzano nell’acqua davanti a una sponda rocciosa.

Ruiz diventò ben presto il terrore degli operai, feroce, cattivo, rapace, trattava quel poveretti peggio degli schiavi

Per tre anni esercitò le funzioni di “boss” ricevendo le approvazioni unanimi degli impresari delle cave e le maledizioni, che gli mandavano li operai.

In tre anni più di una volta il fucile o il revolver di Renato colpirono qualche infelice che voleva sottrarsi con la forza a quel lavoro improbo, non retribuito, il guadagno essendo assorbito per intero dai “ bosses ” che facevano pagare il triplo del suo valore la pasta acida, la birra guasta, il vino torbo, e i salami infetti.

Renato in tre anni erasi fatto un bel gruzzoletto, e sentì la voglia di ritornare a New York.

La compagnia delle cave, apprese a malincuore tale decisione, ma dovette rassegnarsi.

Gli operai il giorno che lo videro partire provarono una gran gioia, e il loro saluto fu questo:che tu sia maledetto aguzzino!

Ruiz dopo tre mesi che era a New York acquistò per poco prezzo da due fratelli veneziani un elegante e avviato negozio di cristallerie, diventò uno dei prominenti della Colonia, la quale ignorava affatto il passato del nuovo giunto, e l’accoglieva con festa.

Renato voleva essere ricco, e per ciò bazzicava le bische immonde, ma dove i dollari correvano assai più che nei clubs aristocratici; in quei locali aveva ritrovato i vecchi amici di prigione, i ladri coi quali un tempo rubò, e di questi si fece il manutengolo; così che il suo elegante negozio divenne il magazzeno dei ladri e in breve fu pieno di oggetti rubati.

Volendo conservare la sua fama di uomo onesto, si recava nelle bische, nelle tane dei ladri travestito, la sua barbetta nera aristocratica, veniva coperta da una barba incolta, il suo colore pallido scompariva sotto un lieve strato di terra d’ombra, le vesti eleganti davano il posto ad abiti sucidi e rotti.

Assetato di godimenti, libertino sfrenato, spendeva e spandeva per possedere le più belle donne; fu il libertinaggio che lo condusse innanzi alla moglie sua, alla quale in cinque anni, mai neppure un sol momento aveva pensato.

CAPITOLO VI.

Brutto incontro.

Ed ora riprendiamo il filo del nostro racconto.

Ruiz uscito da casa Spencher se ne andò alla sua abitazione, e cambiò di abito. Le vesti eleganti furono surrogate da altre vecchie sgualcite, miserabili, un cappellaccio a cencio prese il posto del cappello a cilindro; così travestito e dopo essersi tinto il volto di caliggine, uscì di casa e si avviò verso Mulberry, colà giunto, scese una lurida scaletta che conduceva ad un basamento, e picchiò nella porta di abete tre colpi, ad uguale intervallo.

Una voce aspra si udì gridare:

—Che volete?

—Oro a torrenti!—mormorò Ruiz attraverso il buco della serratura.

L’uscio girò subito sui cardini ed egli entrò.

Nel sotterraneo largo umido, illuminato da fanaletti a petrolio che mandavano un fumo spesso, che colpita la volta si rovesciava sopra le venti persone, che sedute ad un tavolo unto bisunto, giuocavano a “ zecchinetta. ”

A prima vista non era possibile scorgere fra quel fumo le persone, i lumi rosseggiavano come in mezzo ad una densa nebbia. Un odore acre di tabacco, di vino, di whiskey prendeva alla gola e toglieva il respiro.

Negli angoli più oscuri di quella infetta tana,stavano degli uomini addormentati, giuocatori sfortunati o ubriachi, che digerivano in santa pace la loro sbornia.

Ad un capo del tavolo da giuoco stava un omaccione con due braccia enormi, era il padrone del luogo, che presiedeva per il mantenimento dell’ordine, e per ritirare la “passata”.

Guai a chi osava alzare la voce, guai a chi si fosse negato di pagare i venticinque soldi,ad ogni passaggio del mazzo da una mano all’altra, l’ercole gli avrebbe con i suoi pugni di ferro spaccato il cranio.

Paura della polizia non ve n’era, le precauzioni eran ben prese, e poi si mormorava in Mulberry, che mastro Peppiniello, il padrone della bisca, pagava una bella mesata ai poliziotti del quartiere.

Ruiz fu accolto con grida di gioia dai giuocatori, parte italiani, altri irlandesi o francesi, i quali sapendolo un giuocatore arrischiato, speravano di fare buona messe.

In quella sera teneva il banco uno sconosciuto, molto, anzi troppo fortunato; i dollari si ammucchiavano innanzi a lui, e le carte parevano obbedirgli.

Quella fortuna straordinaria, mise in sospetto Ruiz, il quale si prefisse di scoprire se lo sconosciuto barava.

La sua scoperta non andò per le lunghe, al secondo giro vide perfettamente colui che teneva banco, fare scomparire un piccolo pacchetto preparato.

Ruiz si alzò furente e gridò:—baro! ladro!

Numerose persone si affollano attorno a un tavolo in un interno; una figura è seduta al tavolo mentre altre indicano o si sporgono verso il centro della scena.

Ruiz si alzò furente e gridò: Baro! Baro!

Successe un gran parapiglia, i giuocatori urlavano come disperati, ci volle del bello e del buono a rimettere l’ordine; e quando la calma fu ristabilita, lo sconosciuto guardò colui che gli dava del baro, e appena l’ebbe scorto gettò un grido di gioia e disse:—Ah! finalmente ti ritrovo mio caro Ruiz.

Renato indietreggiò e guardò il baro con occhio spaventato.

—Via, non mi riconoscete,—seguitò lo sconosciuto,—non riconoscete il vostro Bernabei?

Ruiz nell’udire quel nome restò come fulminato.

—Pare che quest’incontro non vi vada a genio....—disse Bernabei sogghignando.

Ruiz stava per rispondere, quando suonò il campanello d’allarme, le carte scomparvero come per incanto,e i presenti furono fatti uscire per una porta segreta.

Bernabei erasi attaccato al braccio di Renato e uscirono insieme.

—Dunque, come la va in America?—principiò Bernabei.

—Puoi immaginartelo guardando i miei abiti.

—L’apparenza spesso inganna,—sentenziò Bernabei.

Ruiz guardò il suo antico complice, fissamente, che il miserabile avesse già scoperto il mistero della duplice sua esistenza?

—Non mi guardare così, io non so nulla sul conto tuo, solo se puoi aiutarmi, fallo, un vecchio camerata non si abbandona come un cane.

—Ma cosa vuoi che faccia, sono un disgraziato più di te.

—Ed è questa la tua ultima parola?

—Per forza mio caro, sono povero in canna, e non mi è dato di potere aiutare nessuno.

—Allora addio! Fai male a trattare così i camerata, ti porterà sfortuna.

Ciò detto si allontanò, ma non partì; gli premeva conoscere dove Ruiz abitava, e si mise a pedinarlo.

La corsa fu abbastanza lunga, ma Bernabei non si perse d’animo e seguì Ruiz fino alla casa sua, della quale prese con cura l’indirizzo.

Ruiz erasi fatto di cattivo umore. Cosa veniva a fare quel Bernabei in America? Quali idee erano le sue? Perché aveva lasciato Napoli? Quell’uomo, suo complice in un delitto orribile, giungeva in mal punto; ma guai a lui se avesse tentato di nuocergli.

In quella notte Ruiz non dormì, l’incontro di Bernabei lo aveva sconcertato, sentiva nell’aria qualche cosa che gli faceva intravedere l’uragano. Ed aveva ragione, perché questo si preparava e terribile.

CAPITOLO VII.

Cuore ferito.

La notizia del matrimonio di Fanny Spencher fu presto conosciuta nella buona società americana; Ruiz si dette premura di farla nota anche ai giornali italiani i quali si affrettarono a pubblicarla, unitamente alle congratulazioni e gli auguri d’uso.

L’annunzio di quel matrimonio fu un colpo terribile per Enrico Leonardi, giovane italiano, che amava perdutamente la bella Fanny.

La figlia di Spencher aveva passato qualche mese a Firenze, ed era rimasta entusiasta dell’Italia, e di ritorno in America erasi prefissa d’impararne la lingua armoniosa.

Le americane sanno che il miglior modo di procurarsi un maestro è quello di mettere un avviso sui giornali, e Fanny così fece.

L’annunzio cadde sotto gli occhi di Leonardi, si presentò subito alla palazzina di Washington Square e venne accettato.

Leonardi era più simpatico che bello, il suo volto aveva marcatissime linee aristocratiche, il portamento distinto, due occhi turchini, dolci, affettuosi, una barbetta castagna chiara tagliata alla “boulanger”, gl’incorniciava il volto, i capelli aveva ricciuti, denti bianchissimi, uniti, come difficilmente gli uomini ne hanno.

Enrico contava venticinque anni, figlio unico di ricca famiglia, aveva menato in Italia vita allegra e scapestrata scialacquando il patrimonio, che il padre aveva guadagnato a furia di stenti e di lavoro.

Un giorno, la vita scapestrata di Enrico durava da tre anni,il vecchio genitore che aveva, acciecato dall’amore, tollerato le pazzie del figlio, si accorse di essere prossimo alla rovina, e che questa sarebbe stata inevitabile, se Enrico continuava nelle sue pazzie.

Quando il figlio apprese dal padre piangente la situazione da lui fatta alla famiglia, ne sentì un vero e grande dolore. La benda gli cadde dagli occhi; ma era troppo tardi.

Enrico abbracciò il vecchio padre, e gli disse che avrebbe riparato al mal fatto.

Non era possibile a Leonardi restare nella sua città, dove aveva brillato, segno d’immensa invidia dei molti, che dal suo lusso, dalla sua eleganza erano soverchiati. Poi cambiare ad un tratto abitudini, modo di vita, dire addio ai clubs, alle società allegre dall’oggi al domani, parve impossibile ad Enrico, e decise a venire in America.

In America....... Ecco il sogno di molti, che persa una posizione nel loro paese, sperano di rifarsela nel Mondo Nuovo.

Le leggende dei fiumi d’oro, non servono solo per i campagnoli, ma seducono anche gli abitanti delle città, e in modo particolare quell’esterminato esercito di spostati, che non potendo entrare nelle file degli impiegati, sono costretti o a emigrare, o a fare una spaventevole miseria.

Il vecchio Leonardi tentò dissuadere il figlio alla partenza, la madre pianse, scongiurò, tutto fu inutile, Enrico non poteva più vedersi nella sua città, gli amici del resto consci del capitombolo lo trattavano con ironia, con diffidenza, era vicino il tempo che gli avrebbero voltato le spalle; egli non voleva che ciò accadesse e partì.

Il padre lo accompagnò fino all’ Havre; se il distacco della madre fu doloroso, quello del padre fu straziante.

Il povero vecchio restò a bordo fin che non suonò la campana che invitava i visitatori a ritirarsi, e quindi si recò sul molo, e quando il piroscafo maestoso, imbandierato, passò, gettò un altro bacio al figlio,poi estenuato,vinto dalla commozione, cadde svenuto. La folla lo soccorse, Enrico dalla poppa del battello indovinò, più che non vedesse la scena straziante che avveniva sul molo e provò una di quelle angoscie, che fanno scoppiare il cuore.

Il viaggio di Enrico fu triste, le memorie della patria, della famiglia lo assalivano; non un compagno al quale dire le sue pene, intorno a lui degli estranei indifferenti, per la maggior parte gente allegra che ritornava in seno alle proprie famiglie, che erano aspettati, desiderati...

Lui giungeva in un paese nuovo, andava incontro all’ignoto, e la sua vita avrebbe completamente cambiato.

Fino dai primi giorni che era in America si accorse di avere commesso un grave errore col venirci, comprese che le storie,i racconti di ricchezze erano leggende belle e buone e che per uno che conquista la fortuna, cento menano vita miseranda.

Ad onta che egli sapesse alquanto l’inglese, per averlo studiato nella sua infanzia, pure non trovò da impiegarsi, dove si presentava, uffici italiani s’intende, perché non era abbastanza conscio della lingua del paese per recarsi da case americane, pareva che avessero paura di quel giovane elegante delicato come un principe.

Enrico non era venuto sprovvisto di danaro, ma ogni giorno il suo capitale andava assottigliandosi, e già pensava con spavento che cosa sarebbe accaduto di lui, quando avesse speso l’ ultimo dollaro. Prima di scrivere alla famiglia per domandare danaro si sarebbe ucciso.Era a questo punto quando lesse l’avviso di Miss Spencher, e preso il suo coraggio a due mani s’ improvvisò maestro di lingua italiana.

Fu una cattiva inspirazione, perché la bellezza di Fanny lo rese innamorato pazzo; però seppe nascondere il suo amore tanto bene, che nessuno ne ebbe il più lontano sospetto.

Enrico viveva felice nelle ore che passava vicino alla sua scolara, la quale lo trattava con quella franca amicizia, che è una delle qualità migliori delle ragazze americane.

—Fanny si marita,—andava mormorando lo sventurato Enrico spiegazzando il giornale, mentre delle lacrime ardenti gli scendevano giù per le gote.

Il suo sogno era bruscamente troncato, le sue speranze, le sue illusioni colpite a morte. Uno spasimo atroce gli torturava il cuore, non credeva di amare tanto Fanny.

Oh! come odiava l’uomo che la rapiva a lui, quel Ruizzi dallo sguardo bieco, dalla faccia falsa, che non aveva mai potuto soffrire, che disprezzava, senza sapere perché, dal giorno che lo incontrò in casa Spencher.

Perduta la speranza di farsi amare da Fanny, era finita per lui, la vita gli appariva di un peso insopportabile, meglio finirla, una palla nel cervelle e tutto sarebbe stato accomodato; ma prima voleva rivedere colei che amava, voleva bearsi dei suoi sguardi, respirare il profumo eccitante che emanava da lei, per portarne nel sepolcro una di quelle memorie, che lasciano un alito ardente anche nei freddi resti di un cadavere.

Era appunto l’ora della lezione ed Enrico vestitosi in fretta si recò alla palazzina di Washington Square; fu ricevuto affettuosamente, come sempre, da Fanny, più allegra e contenta del solito.

Cominciarono la lezione, il libro tremava nelle mani di Enrico, i suoi occhi non vedevano, le parole danzavano innanzi a lui una ridda sfrenata.

Fanny si sorprese dello strano modo di agire del suo maestro e non poté trattenersi dal dire:

—Ma signor Enrico che cosa avete oggi?

—Nulla signorina, un poco di malessere; ma passerà.

—Ebbene smettiamo la lezione, non dovevate venire, che diamine... Discorreremo un poco, ciò servirà a istruirmi, è così dolce la vostra lingua.

—E ora anche voi state per diventare italiana.

—Avete saputo del mio matrimonio? Peccato, ero io che volevo darvi la notizia.

—I giornali si sono incaricati della missione...

—Si, quei pettegoli non possono stare zitti. Però ciò che essi non hanno potuto dirvi è la felicità grande che questo matrimonio mi procura; perché lo amo tanto il mio Renato, tanto che ne morrei se non mi amasse. Queste parole dette da Fanny con voce fremente, con lo sguardo scintillante di felicità, ferivano come lama di pugnale il cuore di Enrico, il sudore gl’imperlava la fronte, soffriva in modo orribile. La fanciulla innamorata non si accorgeva di nulla e persa nel suo sogno di amore continuava:

—Fra poco sarò la moglie di Renato, e con lui visiterò il vostro bel paese che già tanto amo; le maravigliose opere d’arte delle vostre città, che ammirai già altre volte nei miei viaggi, mi sembreranno più belle, e poi sarò cittadina di diritto del vostro ameno paese... Ma che avete signor Enrico siete pallido come un morto...

—Nulla, nulla, continuate è così armoniosa la vostra voce, la lingua italiana parlata da voi è un’incanto...

—Così dice anche Renato...

—Lui!...—l’ira di Enrico stava per scoppiare, si frenò con uno sforzo supremo.

Fanny fu colpita dall’alterazione, che scorgeva sul volto del suo maestro, ma non comprendeva ancora la verità...

—Signor Enrico, oggi non vi riconosco, il vostro sguardo è tetro, interrompete il mio discorso con degli accenti d’ira... che cosa vi è avvenuto...

—Nulla signorina sono pazzo, è una triste giornata per me... ecco tutto.

—Peccato proprio oggi che sono tanto felice...

—Dunque lo amate molto il vostro Renato?

La fanciulla si alzò alteramente, e con uno sguardo sprezzante fece comprendere ad Enrico, che non tollerava simili interrogazioni, fatte con tale tuono di voce.

Il disgraziato si alzò lentamente prese il suo cappello, e si avviò verso la porta, grosse lacrime gli scendevano giù per le gote, quando fu sulla soglia del “ parlor ” si voltò e con voce dolce, affettuosa, vibrante, di commozione disse:

—Siate felice, e Dio voglia che il vostro sposo vi ami come...—i singhiozzi gli troncarono la parola e fuggì come un forsennato.

Fanny aveva compreso. Il suo maestro l’amava, sul momento rimase interdetta, ma l’egoismo che domina gl’innamorati felici, prese il sopravvento,e Fanny dando in uno scroscio di risa, mormorò:

—Non era di cattivo gusto il mio maestro.

CAPITOLO VIII.

Il Salvatore.

Enrico uscito da casa Spencher, cominciò freddamente a pensare al suicidio, ora mai per lui era finita. Arrivato alla sua abitazione scrisse una lettera alla famiglia, in essa con parole strazianti era narrata la triste ventura, domandava perdono ai poveri vecchi, e chiedeva una grazia che il suo corpo fosse portato a riposare sotto il bel cielo d’Italia.

Una lettera traboccante di amore la scrisse per Fanny, in quelle quattro pagine di fitto carattere Enrico parlava del suo affetto della sua adorazione, si diceva felice di scendere nel sepolcro con la sua immagine nel cuore, e finiva con un’avvertimento, quello di guardarsi da Ruizzi.

Terminato di scrivere lo sventurato si abbigliò come se dovesse recarsi ad una festa, poi pose sul suo scrittoio una fotografia dei genitori, e un ritratto di Fanny e quindi levò freddamente da un cassetto un elegante “ revolver ” guardò se era in ordine, levò la ferma, alzò il grilletto e se lo puntò alla tempia... il suo dito stava per premere il grilletto, quando fu bussato replicatamente alla porta.

Il colpo non partì, in certi momenti un nonnulla o affretta la catastrofe o cambia la situazione.

Enrico con voce ferma domandò:

—Chi è?

—Un amico,—rispose una voce chiara e simpatica.

Enrico andò ad aprire, uccidersi prima o poi per lui era lo stesso.

Un uomo alto, dal volto simpatico, franco, leale, non bello, ma con uno sguardo dolce come quello di una fanciulla, di personale tarchiato come un Ercole, entrò dicendo:

—Il signor Leonardi?

—Sono io,—rispose freddamente Enrico.

Il nuovo venuto dette uno sguardo alla stanza, vide il revolver e le lettere sul tavolo, e comprese.

Il suo occhio si fece umido di lagrime, e con voce commossa disse:

—Giovane disgraziato, volevate uccidervi?

—Signore, io non dò il diritto a nessuno di occuparsi dei fatti miei.

—Voi soffrite, io ho bene il diritto di consolarvi, del resto quando io vi spiegherò il motivo della mia visita, comprenderete che non sono un intruso. Da due settimane vi cerco, vostro padre fu un mio amico carissimo.....

—Fu, avete detto o signore?.... Fu.... dunque il mio padre adorato è morto?

Lo sconosciuto rimase interdetto, la sua faccia si oscurò, le sue labbra pallide per la commozione non poterono proferire una sola parola.

Quel silenzio era troppo eloquente perché non fosse compreso da Enrico; non eravi più dubbio, il padre suo era morto. Morto, e lui non aveva potuto chiudere i suoi occhi, udire l’ultima parola invocante la benedizione sul suo capo.

Era ben meglio che il colpo di revolver fosse partito, sarebbe morto senza apprendere la crudele notizia, e avrebbe ritrovato il genitore nell’altro mondo, se la vita al di là ha un seguito, la morte una risurrezione.

—Enrico, coraggio,—mormorò lo sconosciuto.

—Coraggio è presto detto, ma voi non comprendete che vi sono dolori che danno insopportabili torture, che infrangono, stritolano il cuore. Coraggio! Quando in un sol giorno, nello spazio di poche ore, si apprende la perdita del padre e si vede un sogno seducente svanire del tutto. Coraggio?... quando il cuore sanguina, quando il cervello va in fiamme.

—Vostro padre morì benedicendovi, egli sapeva la vita di lavoro, di abnegazione che qui conducete, era informato di ogni vostro atto e gioiva nel vedervi lottare con tanta energia contro le avversità, non era lontano il tempo che vi avrebbe chiamato a lui vicino per dirvi:—Figlio mio, un giorno errasti, ma hai nobilmente riparato ai tuoi torti, lavora a me d’appresso e sarai ricco e rispettato.

Le lacrime piovevano giù dagli occhi di Enrico, le parole dello sconosciuto gli penetravano fino nel profondo dell’anima destandovi un’emozione nuova, nella quale si confondeva il dolore e il piacere; finalmente quando poté parlare stese la sua mano all’amico del padre dicendogli:

—Ma voi che parlate al mio cuore, che mi fate palpitare e fremere, chi siete?

—Mi chiamo Augusto Ferroni....

—Ma il vostro nome non mi è nuovo, esso è legato a quanto di bello, di buono, di utile si fa dalla Colonia Italiana.

—Non parliamo di me, ma di voi. Volevate uccidervi, perché?

Enrico esitò alquanto e poi rispose:

—Perché sono infelice, troppo infelice.

—Ebbene, narrate ad un amico le vostre pene, chi sa che non possa consolarvi.

Leonardi era affascinato, quel Ferroni lo dominava, di lui aveva sentito a parlare tanto bene, le sue opere di filantropia destavano tanta ammirazione; e poi che male vi era a svelare all’uomo che aveva conosciuto il suo babbo il segreto che lo trascinava al suicidio?

Enrico parlò, raccontò il romanzo di amore. Ferroni lo ascoltò con grande interesse, e quando seppe che Ruizzi era l’uomo che doveva sposare la fanciulla amata da Enrico, i suoi occhi mandarono lampi minacciosi, la sua persona si rialzò fieramente, come un lottatore che si prepari a combattere.

—Senza Fanny la vita mi è insopportabile,—concluse Enrico.

—Fanciullo,—rispose Ferroni,—il suicidio è una viltà, innanzi al nemico non bisogna fuggire, le vicende del mondo sono tali, che di ora in ora, di giorno in giorno esse possono operare straordinari cambiamenti. Il suicidio non rimedia a nulla e lascia libero campo agli avversari e assicura loro la vittoria.

—Mi è impossibile lottare....

—Ieri forse si, ma oggi no, avete un amico, poi....

—Poi....

—Una fortuna!

—Una fortuna? Ma voi scherzate?

—Non scherzo, vostro padre morendo vi lasciava solo erede del suo patrimonio ...

—Il suo patrimonio era ben poca cosa....

—Disingannatevi, il padre vostro, come tutti i babbi che temono le follie dei figli, si faceva più povero di quello che fosse in realtà, ed una lettera inviatami, mi dà la notizia che prelevati i lasciti, e il vitalizio alla vedova, vi resta ancora più di un milione di franchi.

Enrico guardò trasecolato Ferroni. Un milione? Sarebbe possibile? Ieri povero, oggi ricco! Il suo primo pensiero corse al possesso di Fanny, chi sa che la sua ricchezza non conquistasse il cuore della bella americana?

—Dunque,—continuava Ferroni,—siete ricco, amate, siete un bel giovanotto, riuscirete a farvi amare.

—Impossibile, ella ama un altro.

—Si quel Ruizzi, me lo avete detto; ma io spero che presto costui non sia più un rivale pericoloso.

—Se diceste il vero...

—Ve ne dò la mia parola d’onore, ma voi dal canto vostro giuratemi che non attenterete più ai vostri giorni.

Enrico esitò alquanto, poi stese la mano a Ferroni e disse in modo solenne: lo giuro.

—Ed ora vi darò un’altra notizia e questa buona assai, vostra madre...

—Ebbene...

—Vostra madre sarà qui fra due giorni.

Un grido di gioia uscì dal labbro di Enrico.

Rivedere sua madre, dopo tanto tempo, che felicità!

L’idea del suicidio era del tutto scomparsa, ora mai Enrico voleva vivere.

Ferroni quando vide il giovine assai calmo, gli parlò lungamente di Ruizzi, e gli promise che mai costui avrebbe sposato Fanny.

Enrico si domandava se sognava od era desto, poco tempo fa, era stato ad un pelo di lasciare questo mondo per quell’altro, il suo cuore era oppresso, tutto ad un tratto la fortuna ritornava seducente, incantevole!

Ferroni parlò anche di affari con Enrico, gli spiegò dove e quando aveva conosciuto il padre suo, e come fosse lui l’incaricato di eseguire le ultime volontà del vecchio Leonardi.

Del lungo discorso il giovane innamorato non comprese che una cosa, l’assicurazione che Ruizzi non sarebbe mai lo sposo di Fanny.

Quella assicurazione lo rendeva pazzo di gioia e saltò come un bambino al collo di Ferroni e lo baciò più volte.

CAPITOLO IX.

La Pazza.

La disgraziata Vittoria trascorreva i giorni tristamente al manicomio, i suoi accessi furiosi erano più rari, i lineamenti prima contratti e duri andavano facendosi più dolci; di quando in quando il suo sguardo diveniva pensieroso, sembrava che cercasse di ricordarsi.

L’isola dove sorge il manicomio, è un punto verdeggiante nella baia di New York e la pazza seguiva col suo occhio inquieto i battelli che passavano costeggiando, e quelli più grandi che si vedevano in lontananza.

Una donna seduta su una banchina guarda e indica l'acqua, con barche a vela e altre imbarcazioni sullo sfondo.

....la pazza seguiva col suo occhio inquieto i battelli

I medici cominciavano a sperare nella sua guarigione, ed era questa una delle ragioni per le quali si tardava a mandare innanzi alla corte d’Assise Righetti; la deposizione di Vittoria era di una grande importanza, e il giudice, il quale in quel processo non vedeva molto chiaro, sarebbe stato ben lieto di sentire cosa dicesse la vittima e se riconoscesse il suo carnefice.

Dalle indagini fatte, dalle carte che la pazza teneva nella valigia fu ben presto constatata la sua identità, di dove era venuta e quando.

Così pure la giustizia aveva saputo che Righetti venne in America col medesimo piroscafo, e che era innamorato pazzo di Vittoria.

L’amore e la gelosia spiegavano il delitto, ma il giudice avrebbe voluto qualche prova positiva, chiara, netta, che non avesse fatto titubare i giurati per un solo istante.

Un giorno compiendo a pietoso incarico, Ferroni si recò al manicomio, il Direttore dello Stabilimento sapendo di avere che fare con un ufficiale di una caritatevole associazione, concesse favori speciali, e così Ferroni poté visitare in lungo e in largo il triste ricovero.

I pazzi furiosi gridavano nelle loro celle, mordevano i manicotti di cuoio, gl’inservienti brutalmente prendevano i più cattivi e li conducevano nelle sale delle doccie dove torrenti di acqua gelata scendevano, spegnendolo, sul fuoco, che ardeva nel loro cervello.

Ferroni attraversò i lunghi corridoi, apostrofato dai pazzi, chiamato coi nomi i più strani, insultato, minacciato.

Nei giardini del Manicomio, Ferroni incontrò Vittoria, la bellezza della donna lo colpì e non poté a meno di domandare al custode chi ella fosse.

Quando seppe il nome della sventurata, si risovvenne del dramma di Mulberry, e volle interrogare la pazza, ma questa fuggì con grida di spavento.

Ferroni prima di lasciare il manicomio si recò negli uffici, e dal Direttore seppe tutte le tristi dolorose avventure della donna dal momento malaugurato che aveva posto piede in America.

Quando egli lasciò il manicomio aveva fatto proponimento di occuparsi di quella sventurata.

CAPITOLO X.

Bernabei.

Bernabei non era stato per nulla soddisfatto dell’accoglienza del suo antico complice, e abbiamo visto come lo seguisse fino a casa sua e come giurasse di vendicarsi.

Bernabei dopo avere scontato un gran numero di condanne, si trovò un bel giorno libero, con qualche soldo guadagnato lavorando; e non potendo più restare a Napoli decise di venire in America; ne aveva sentito tanto parlare, del paese ricco per eccellenza, dove sperava anche lui trovare la vena d’oro, trovata da tanti e tanti altri.

Appena giunto nel nuovo mondo comprese che le vene d’oro non si trovano per le vie, e che solo col lavoro, un lavoro di tutte le ore, greve, incessante si può mettere da parte una fortuna.

Bernabei, ladro nato,non era fatto per il lavoro, voleva bensì afferrare il ciuffo della fortuna, ma senza incallirsi le mani.

Non stette un pezzo a trovare compagni che pensavano come lui, e non tardò ad essere affigliato ad una di quelle bande che briganteggiano, spogliano, quanti si trovano a portata delle loro mani destrissime.

La specialità di Bernabei era quella di alzare i portafogli, togliere dal taschino un orologio. Sempre dov’era folla lavorava con una sicurezza, una bravura insuperabile.

La polizia teneva gli occhi aperti, ma non arrivava a vedere a chi appartenesse la mano, che pescava con tanta fortuna in mezzo alla folla.

Il malandrino era anche giuocatore e deve a questa passione l’avere incontrato Renato.

Il ladro emerito dopo avere preso nota dell’indirizzo di Renato, s’incamminò verso casa sua; abitava una misera cameretta in Baxter Street,dove non eravi che una branda mezza rotta e un materasso che avrebbe fatto schifo ad un cane.

Bernabei non era convinto della povertà di Renato, la casa nella quale era entrato aveva l’apparenza di un quartiere aristocratico, e certo l’antico complice di Napoli era ricco, avrebbe dovuto ricordarsi degli amici.

Bernabei sapeva Renato audace, pronto a tutto, ma non paventava, lo teneva per i capelli, guai a lui se non avesse fatto ciò che voleva.

Giunto a casa trovò, che un suo compagno di lavoro, un ladro irlandese, lo aspettava; eravi un bel colpo da fare, e si era pensato a lui perché audace e risoluto.

Trattavasi di svaligiare un orefice di Mulberry, un salasso copioso, che avrebbe fatto tanto bene all’associazione.

Bernabei accettò subito di prender parte alla spedizione brigantesca.

Il colpo non riuscì, due furono fatti prigionieri, e gli altri, fra i quali Bernabei, riuscirono a svignarsela.

Il giorno dopo Bernabei appena alzato andò a mettersi di guardia innanzi alla casa dove aveva visto entrare Renato; per non farsi riconoscere erasi travestito, una parrucca grigia gli copriva il capo, delle rughe profonde gli solcavano il volto.

Aspettò lungamente; stava per andarsene, quando Ruiz, elegante, attillato uscì di casa.

—Accidempoli!—mormorò Bernabei,—che lusso altro che miseria! Ora, caro mio, non mi sfuggi, ti seguirò fino all’inferno.

Ruiz quel giorno aveva bisogno di fare una passeggiata, e si recò al suo negozio a piedi.

Quando Bernabei che eragli stato alle calcagna lo vide entrare nel bellissimo magazzeno, credette che andasse in quel luogo a fare degli acquisti; ma quando attraverso i cristalli, lo vide al posto del padrone, non poté a meno di esclamare:

—A quanto sembra siamo nel gran mondo degli affari, bene, benissimo, ora conosco il nido e sarà mia cura prendervi le uova;—e Bernabei si allontanò felice come una pasqua della sua scoperta.

Né poteva ingannarsi; sopra l’elegante negozio a lettere d’oro era scritto:—Renato Ruizzi—il nome era un po’ allungato, ma abbastanza riconoscibile.

CAPITOLO XI.

Le Tombs.

L’infelice Righetti languiva alle Tombs, nella cella dove quasi continuamente era notte, non consolato da una parola amica, passava i suoi giorni nel modo più triste.

Il pensiero di Vittoria lo tormentava notte e giorno, egli sarebbe stato tranquillo, rassegnato, se avesse saputo che la infelice che tanto amava, fosse in via di guarigione; nel volerla questa guarigione, nell’invocarla come miracolo dal cielo, il prigioniero non pensava a se, ma a lei sola.

Il suo isolamento era completo, i pochi italiani prigionieri alle Tombs, o erano stati assolti, o condannati e condotti a Sing-Sing, d’inglese non conosceva una parola, ed eragli impossibile conversare coi suoi compagni di prigionia.

Di quando in quando riceveva la visita del suo avvocato, che lo consolava e lo esortava a pazientare.

Nelle lunghe notti insonni, l’infelice attraverso i cancelli vedeva come l’eguaglianza sia una chimera anche in carcere; vedeva i guardiani circospetti aprire i cancelli dei prigionieri, per riunirli in una elegante cella col ricco tappetto, dove si giuocava fino a giorno, bevendo tutto quello che i regolamenti proibiscono.

Alla Domenica, dopo le funzioni religiose, dopo che sotto le volte del tetro edificio aveva risuonato la mesta melodia, e l’armonioso canto di pietose fanciulle, una signora dai bianchi capelli, ma non vecchia, si avvicinava alla cella sua e lo confortava con parole dolci, affettuose, che scendevano come balsamo consolatore al suo cuore.

A quella signora, che parlava l’italiano, Righetti raccontava le sue pene, l’ingiustizia della sua prigionia. La caritatevole dama, incredula sul principio, cominciò ad interessarsi di lui, e promise di parlarne a persona, che non si rifiutava mai di compiere opere buone.

E mantenne la sua promessa, e il prigioniero ricevé la visita di Ferroni, al quale fece intera la confessione delle sue sciagure.

L’uomo benefico ascoltò commosso il triste racconto, nell’accento del prigioniero eravi tale verità, che non era possibile mettere in dubbio quanto ei diceva.

Ferroni si formò la convinzione che Righetti fosse innocente, e prese a cuore la sua causa.

Dopo quel colloquio il giovane era più tranquillo, la faccia franca e leale di Ferroni gl’ispirava una grande, immensa fiducia, vicino a lui aveva pianto lacrime di gioia.

Le cose erano a questo punto quando l’avvocato di Righetti gli annunziò, che quanto prima avrebbe avuto luogo il processo.

Finalmente gli davano dei giudici, finalmente la sua innocenza avrebbe trionfato.

Il giorno dell’udienza tanto l’avvocato, quanto Ferroni lo visitarono infondendogli coraggio.

CAPITOLO XII.

La Condanna.

Serrato nel carro dei detenuti, stretto, ammonticchiato con ladri e assassini fra le pareti di ferro del carrozzone, Righetti, ammanettato come un malfattore, venne condotto al “ Court House. ”

Presiedeva il giudice Felson, uno dei più severi della corte; il giurì fu presto formato, e la causa principiò.

Sfilarono molti testimoni, che narrarono il viaggio fatto da Righetti sul “ Neustria ” con la Vittoria e come esso sembrasse della donna innamorato, seguirono in appresso coloro che videro il prigioniero stringere furiosamente al seno Vittoria nuda.

Righetti, chiamato a deporre con l’aiuto dell’interprete della Corte, raccontò il suo viaggio, il suo amore, come, perché si trovasse trascinato da una forza arcana, misteriosa ad andare in casa Ghirendini di dove aveva sentito sortire un grido straziante, invocante aita; narrò dove aveva passato la sera fino al momento fatale e il suo detto fu confermato dalle testimonianze.

Il District Attorney, che ha l’obbligo di vedere in ogni detenuto un colpevole, fece la storia a modo suo, per lui non eravi dubbio; Righetti aveva, in un momento di cieco furore, uccisa l’amante, se pure quel delitto non era consumato per qualche misteriosa vendetta, perché trattandosi d’italiani, disse il District Attorney, tutto era possibile.

Il rappresentante della legge, nella sua perorazione concluse:

“ È tempo che un esempio salutare venga a porre termine alle scene selvaggie delle quali è da tempo teatro la città di New York. Una povera donna fu vittima del più orrendo attentato, la disgraziata è pazza, ed è giustizia che il colpevole sia severamente punito. L’accusato, non ha potuto addurre prove in sua difesa, mentre tutto lo condanna. Gl’italiani hanno il sangue che bolle, pieno di fuoco come lava dei loro vulcani; ma questa non può, non deve essere una scusante; nel brutale assalto di quella poveretta non entra l’amore, ma selvaggio desiderio, che insoddisfatto porta all’assassinio, alla morte. Voi, o giurati, avete l’obbligo di tutelare la sicurezza della società; se il delitto fosse stato interamente compiuto, vi domanderei con serena coscienza un verdetto, che conducesse il colpevole sul patibolo; non essendo avvenuta la morte di Vittoria Ruiz, chiedo un verdetto di mancato omicidio in primo grado, aggravato dal tentativo di stupro.”

Dopo la requisitoria del District Attorney, l’udienza venne rimandata al domani.

Quella sera stessa, Leonardi trovandosi in casa Ferroni, apprese dai giornali il processo clamoroso di Righetti; quel nome non gli giungeva nuovo, un tempo, negli anni benedetti del collegio ad Asola, una cittadina linda e pulita del mantovano, aveva conosciuto un giovane Alberto Righetti, giovanotto simpatico e buono, che era amato da tutti i compagni. Domandò notizie di colui che stavano per condannare, e si persuase ben presto essere l’amico suo d’infanzia, il presunto autore del delitto di Mulberry, e appena formata quella convinzione gridò:

—È impossibile, Righetti non può essere uno strangolatore!

—Lo credo ancora io,—rispose Ferroni,—ma tutto congiura ai suoi danni.

—Eppure bisogna salvarlo, esso è innocente!

—Ho fatto tutto quanto era possibile, ora la sua sorte è nelle mani dei giurati.

—Domani voglio venire alla Corte, in quel supremo momento, desidero essere al suo fianco e consolarlo. E poi, voi mi aiuterete, se sarà condannato, mi aiuterete a salvarlo.

—Con tutto il cuore; Righetti è un mio protetto, credo alla sua innocenza, e se la giustizia s’inganna, noi lo difenderemo.

Quando Righetti attraversò i corridoi che conducono alla sala della Corte d’Assise, fu ad un tratto fermato da un giovane elegante, che gli gettò piangendo le braccia al collo.

Stordito da quella manifestazione di amicizia, commosso per tanto effetto, domandò spiegazioni balbettando:

—Come, non mi riconosci?—esclamò Leonardi,—non ti ricordi il tuo vecchio amico di Asola?

—Tu! tu Enrico!

—Sì, Enrico, che è il tuo fratello adorato, che non crede all’infamia delle accuse che ti si fanno ed è qui per consolarti in questo terribile momento.

—Grazie, grazie....—ne più poté dire, che il detective lo costrinse a camminare, per recarsi all’udienza.

Ferroni e Leonardi presero posto accanto a Righetti, al quale prodigarono le più affettuose attenzioni.

La parola toccava al difensore, e non appena l’udienza fu aperta, il giovane avvocato italiano si alzò e principiò la sua arringa.

Esso con eloquenza sorprendente dimostrò l’assurdità dell’accusa, parlò del mistero che avvolgeva quel processo, fece risaltare la sparizione inconcepibile dei coniugi Ghirendini i soli padroni della casa, nella quale il delitto era stato consumato, espose tutto quanto aveva potuto raccogliere di notizie intorno ai Ghirendini, e dimostrò che quei coniugi erano dei mercanti di carne da piacere, e che non certo un povero diavolo come Righetti, poteva comprare la selvaggina, che mettevano in commercio quei due miserabili protetti dalla polizia.

Con documenti alla mano, provò l’onoratezza del suo cliente, mostrò onorevoli certificati, riabilitò con parola smagliante l’onoratezza degli italiani in genere, di Righetti in specie, accusò la polizia di non aver fatto il suo dovere, e trascurato i mezzi più elementari per scoprire il colpevole.

Lamentò che si fosse fatto il processo, mentre la possibile e prossima guarigione di Vittoria Ruiz, avrebbe dovuto imporre ai magistrati di aspettare, perché la luce, luce meridiana, si fosse fatta.

Il giovane avvocato concluse:

—“Non sempre il difensore è convinto della bontà della sua causa, e se difende lo fa per dovere;ma questa volta mi è dato di parlare con convinzione, col cuore, col desiderio ardente che la mia parola sia ascoltata, e risparmiato così un fatale errore giudiziario.

“ Triste destino quello di questo giovane, che appena sbarcato in America, vede svanire i suoi sogni, e trova per realtà, la tomba infamante del carcere.

“ Signori giurati! convinto dell’innocenza del mio raccomandato, del mio sventurato amico, perché con tal nome mi onoro chiamarlo, non vi parlo di circostanze attenuanti, perché esse si domandano per i colpevoli; non per gl’innocenti. ”

“ Il vostro verdetto sia solenne riparazione, e nello stesso tempo, sproni chi ne ha il dovere di rintracciare il colpevole perché sia punito. Ricordatevi che innanzi a voi sta un’ innocente, che aspetta una solenne riparazione. ”

Mentre l’avvocato terminava il suo dire, in mezzo ad un mormorio di ammirazione, entrò nella sala d’udienza Ruiz, più attillato ed elegante che mai.

Tanto Ferroni, che Leonardi nel vederlo trasalirono, che cosa veniva a cercare in quel luogo?

La curiosità certo lo spingeva, eppure a Ferroni ciò non sembrava naturale.

Il presidente terminato il suo riassunto consegnò ai giurati i quesiti sopra i quali dovevano dare il loro verdetto.

I giurati si ritirarono, nella sala si levò un gran mormorio, tutti commentavano la bella difesa, vi erano molti partigiani di Righetti, altri lo credevano colpevole, si parlava della possibilità o meno della condanna, qualcuno disse di scommettere,che il “ dago ” sarebbe assolto, altri accettarono la sfida e puntarono contro.

Righetti intanto era confortato da Leonardi, da Ferroni e dal suo avvocato.

Ruiz sempre nella sala guardava con occhio sospettoso, coloro che tanto amichevolmente circondavano l’uomo, che stava per essere condannato in causa sua.

Trascorsero due ore, finalmente il tintinnio di un campanello, ristabilì il silenzio nell’aula.

I giurati ripresero il loro posto e così pure il giudice.

Il capo della giuria fu invitato ad alzarsi.

Nell’aula era un silenzio di tomba.

Il giudice domandò:—Quale è il vostro verdetto.

—Di colpabilità, con circostanze attenuanti,—rispose con voce commossa il capo dei giurati.

Vi fu un gran mormorio, Ferroni e Leonardi furono presi da una grande commozione.

Righetti comprese che era condannato, si alzò fieramente, sulle sue labbra errava un mesto sorriso, il suo occhio brillava, da tutta la sua persona emanava tale dignità, che tutti i presenti erano vivamente impressionati.

Righetti con voce calma disse:

—Signori, avete commesso una grande ingiustizia, io sono innocente.

Fu Ferroni che tradusse in inglese queste parole, e i giurati silenziosi abbandonarono la sala.

Il giudice guardò il condannato, e certo dovette pensare che quella faccia leale che gli stava innanzi non era quella di un colpevole.

Ma, oramai, era troppo tardi.

Nel momento che i detectives stavano per condurre via Righetti, Leonardi gettandogli le braccia al collo, gli disse con rotti accenti:—Ti salveremo, stai tranquillo, troveremo noi il vero colpevole.

Ruiz che si trovava ancora nell’aula ed aveva provato una gran gioia nell’udire il verdetto dei giurati, trasalì vivamente alle parole dette da Leonardi, e fece proponimento di stare in guardia.

Righetti fu ricondotto alle tombs, i suoi amici gli furono di scorta, il disgraziato passò alteramente in mezzo ai curiosi schierati in Chambers Street, e non degnò neppure di uno sguardo il corteo che lo seguì per Centre Street, fino al carcere. Sulla porta del triste edificio, Righetti venne abbracciato e baciato dai suoi amici e dall’avvocato, in mezzo allo stupore della folla.

CAPITOLO XIII.

I due complici.

Il piano di Bernabei era fatto;si sarebbe presentato a Ruiz, e con le buone o le cattive lo costringerebbe ad aprire il borsellino e pagargli un buon ricatto.

Anche lui aveva finalmente trovato l’America.

Ruiz, l’indomani del verdetto che dichiarava colpevole Righetti, se ne stava nel suo negozio tetro e pensieroso; gli amici che aveva il presunto autore del delitto di Mulberry lo spaventavano; quali erano i loro progetti? Cosa avrebbero tentato? E perché Ferroni lo guardava con tanto disprezzo là nell’aula della corte d’assise?

Lottare con lui non era cosa facile però; che fossero stati bene in guardia, perché se il pericolo si fosse delineato, egli non avrebbe indietreggiato.

Mentre questi pensieri gli attraversavano la mente, Ruiz apriva la sua corrispondenza, ad un tratto un sorriso cattivo gl’increspò le labbra, fra le lettere ne trovava una dell’agente della compagnia delle miniere di fosfato del South Carolina.

L’agente faceva noto a Ruiz, come i lavoranti italiani tentassero di emanciparsi, e come fosse urgente avere un “boss” serio, inflessibile al pari di Ruiz, per questo si rivolgeva all’antico impiegato, perché se fosse possibile inviasse una persona di sua conoscenza sicura e adatta per compiere la missione di tenere a dovere i turbolenti.

Ruiz gettò la lettera sul tavolo, e continuò ad aprire le altre rimaste.

Era intento a questa bisogna, quando il campanello della porta d’ingresso squillò; alzò vivamente il capo, e non poté trattenere un grido nel vedere Bernabei, che sorridente se ne stava sulla porta.

Il primo pensiero di Ruiz fu quello di prendere il revolver e far fuoco, ma la riflessione lo trattenne. Si alzò fremente d’ira, e domandò a Bernabei che sorrideva sempre.

—Cosa venite a cercare qui?

—Voi.

—Con quale scopo?

—Prima per l’affetto che porto all’amico antico, poi per congratularmi con voi dei progressi fatti, e dolermi dell’inganno che mi faceste l’altra sera, quando volevate passare per povero. Diamine! sono cose che non si fanno a dei vecchi e provati amici.

—Comprendo, voi volete abusare di me, siete venuto per impormi dei ricatti....

—Ricatti? san Gennaro benedetto, e nostro santissimo padrone, che razza di parole adoperate. Voi siete il mio migliore allievo, fate onore al maestro, abbiamo lavorato insieme, i miei consigli sono certo quelli che vi hanno fatto giungere alla ricchezza, e voi mi ricevete come un ladro da strada che mette il coltello alla gola e domandi la borsa o la vita. Ciò non va bene..... mi sento squarciare le viscere.

—Ti conosco, so di cosa sei capace, carte in tavola adunque e sia finita presto. Cosa vuoi?

—L’ingratitudine è un gran difetto, piccino mio, e fai male, molto male, a trattare così il tuo Bernabei. Qualche volta si ha bisogno anche degli umili, ed io son venuto ad offrirti i miei servizi; lo sai, io ebbi sempre del debole per te, e poi mia figlia, la bella Linda, ti amò tanto; avrei dovuto diventare tuo suocero, e se la scioccherella avesse tenuto duro l’avresti sposata, basta non ne parliamo, ciò non mi riguarda.

Ruiz tratteneva a stento la sua ira, ma era impotente a mettere un freno alla parlantina dell’antico suo complice.

Bernabei lo vedeva fremere e in cor suo se la godeva un mondo, e continuava a raccontare le gesta di Napoli, come fosse da due anni in America, le prodezze che vi aveva fatto, le sue speranze, i suoi sogni, ora che non era più solo, che ritrovava il compagno di lavoro, ricco e stimato.

—Ma infine, cosa pretendi?—disse Ruiz quando il malandrino riprese fiato.

—Pretendo nulla, vengo ad offrirti i miei servizi, un uomo che alla sera si traveste, per andare nelle bische di Mulberry, e il giorno fa il signore in un ricco negozio, deve aver bisogno di aiuto, di consigli, di gente affezionata....

—Grazie, io non ho bisogno di nulla....

—Sarà.... in ogni modo io sono stanco della vita che meno, la compagnia dei ladri non mi va più tanto, e poi si è sempre con la pelle in pericolo, in questo paese la polizia ha certi occhi da far paura.

—Vuoi del danaro?.....

—Certo, ma vorrei anche un impiego, che mi dasse da vivere onoratamente....

—Onoratamente? Tu?

—Già, io, e quando non vi è nulla di meglio a fare, mi sembra che l’onestà sia una comoda e non pericolosa posizione. Tu puoi rimettermi sulla dritta via , alla mia età è un po’ buffa ripescare l’onore; ma ne ho visti tanti qui in America, che ho conosciuto in collegio, e ora sono pezzi grossi.

Mentre Bernabei parlava, a Ruiz era venuta un’ispirazione; se mandasse il pericoloso amico nel South Carolina a fare il“boss”?Se lo leverebbe dai piedi, e farebbe alla compagnia un prezioso regalo.

Bernabei vedendo che Ruiz meditava, interruppe la sua parlantina per dimandare:

—A cosa pensi?

—Sei proprio deciso a lavorare?

—Altro, sì, lavorare, lavorare.... ma fare poca fatica.

—Parli inglese?

—Alla meglio, tanto da farmi intendere.

—Cosa diresti se ti facessi fare un viaggetto?

—Viaggiare? È la mia passione, e dove vado?

—Nel S. Carolina.

—Una missione diplomatica.

—Il posto di capo “boss” alle miniere di fosfato che si trovano vicino a Charleston.

—Viva il fosfato!

—Stai zitto, qualcuno potrebbe entrare. È là che io ho messo insieme i primi dollari, se saprai fare, in pochi anni sarai ricco.

—Mi vien da piangere per la tua bontà, tu mi salvi, sei il mio Dio, disponi di me anima e corpo.

—Chi sa che non venga il giorno, nel quale dovrei mettere a prova la tua devozione.

—Dunque, quando parto?

—Domani, oggi ti presenterò al rappresentante della compagnia, e domani partirai. Ora prendi, questi sono cinquanta dollari, vai ad un negozio e comprati un abito decente, biancheria, cravatta e scarpe.

—È vero, il mio abito non è dei più belli; un tempo fu nuovo, ma ora....

—Va, non perdere tempo, e ritorna subito.

—Corro in Bowery , mi trasformo in un gentleman e torno. Ma prima lascia che ti baci la mano....

—Via ti conosco, finisci le commedie e fai di essere qui fra un’ora; mi preme di finirla al più presto.

—Vado, e torno in un lampo.

Bernabei uscì a precipizio, nel recarsi in Bowery pensava:—L’amico vuole allontanarmi, ha paura di me; basta, se l’impiego mi va lo lascio in pace, ma se no, pagherà lui le spese dei miei minuti piaceri.

Due ore dopo Bernabei, lavato, con la camicia lucida, cravatta di un rosso fiammante, cappello a cencio, scarpe lucide e vestito color tabacco, irriconoscibile in tutto e per tutto, ritornava da Ruiz, che lo aspettava con impazienza.

CAPITOLO XIV.

La Banca.

I due antichi complici montarono nel tram di Broadway e si diressero verso il basso di città, all’angolo di Prince Street, scesero e si diressero verso Mulberry.

All’epoca in cui avvengono questi fatti, circa alla metà di Mulberry, eravi una vecchia casupola, tozza, bassa, dalla facciata screpolata e sudicia. Dai canali rotti usciva l’acqua che, inumidendo i muri, aveva fatto nascervi sopra, qua e là, della borraccina verde. Oggi quella catapecchia è sparita, il piccone del demolitore ha fatto giustizia, e del luogo schifoso non ne resta più traccia.

Al pian terreno di quella casa eravi una botteguccia, stretta, buia come il cellario di un camposanto. Sopra i cristalli polverosi e mezzo rotti delle vetrine, si leggeva in lettere gialle mezzo sbiadite queste pompose parole:—Banca Centrale, Notaio pubblico.—Attraverso il sudiciume dei cristalli si vedevano nella vetrina dei grossi pacchi che parevano dei biglietti di banca, parevano perché soltanto all’esterno erano i biglietti buoni, l’interno era preparato con fogliacci di nessun valore. Fuori sul marciapiede innanzi alla banca stavano in permanenza due tavole, sopra una di queste era scritto a lettere grandi irregolari.—Si Chercano all’ostante 50 operari, han lavoro paga carantita.

Si accedeva alla “ Banca Centrale,” montando due gradini di pietra consunti dal tempo, appena entrato nell’ufficio (se con tal nome si può chiamare una specie di corridoio buio, dalle pareti viscide, untuose, tagliato in mezzo da una cancellata di ferro, che proteggeva la cassa forte, e un tavolo che serviva da scrittoio), si era costretto ad indietreggiare per il tanfo, che emanava il lurido locale.

Accatastati qua e là erano sacchi, bauli, valigie, fagotti di biancheria sporca, ferri da lavoro, tutto il bagagliaio dei poveri emigranti che venivano a far sosta lì, dal paesano, dal banchiere che gli arruolava per i lavori della campagna, ed al quale davano in deposito i loro risparmi.

E tutto il giorno alla Banca Centrale eravi folla e il padrone di essa, un pezzo di diavolo alto, pallido con due grandi fedine nere, folte, con l’occhio falso, con la voce ossequiente, doveva guadagnare molti e molti denari.

Questo banchiere era il fornitore di molte compagnie di strade ferrate, miniere, escavazioni di canali; forniva uomini, viveri, viaggi, tutto in una parola quanto abbisognava.

I nuovi arrivati lo credevano nel serio il loro protettore, perché appena sbarcati lo trovavano ad attenderli premuroso e cortese, e poi dopo pochi giorni procurava loro del lavoro, Don Arcangelo per quei poveretti era la provvidenza; ma ben presto si accorgevano che quella provvidenza si faceva pagare troppo cari i suoi favori.

Eppure non ostante che avessero la prova di essere stati ingannati, don Arcangelo restava sempre per loro un amico, un protettore e i primi soldi che guadagnavano, che strappavano all’ingordigia dei bosses, andavano ad accrescere i depositi del banchiere, che comprava case e botteghe in alto e basso di città.

Bernabei e Ruiz entrarono alla “Banca Centrale” al finestrino della cancellata si affollavano gli operai per porsi in nota per essere arruolati nella squadra che doveva partire la sera stessa per la campagna.

Don Arcangelo appena vide Ruiz, si affrettò ad aprirgli la porticina che metteva in comunicazione l’ufficio particolare con la sala del pubblico.

—In cosa posso servirvi, mio caro signor Renato?—cominciò il banchiere.

—Ecco qua, l’agente della compagnia delle miniere di fosfato del S. Carolina mi scrive perché ha di bisogno di un boss...

—Sì, ma come voi non ne troveranno più.

—Dunque io ho un amico, il signor Bernabei qui presente, il quale andrebbe ben volentieri a quel posto, io lo raccomando e garantisco di lui...

—Basta, basta, quando vuol partire il vostro amico.

—Quando vorrete.

—Dunque faremo così; questa sera col treno delle 6 e ½ parte per Charleston una squadra di operai fissati appunto per le miniere; se non vi dispiace principierete da questa sera la vostra missione, siate qui alle 5 che vi darò le mie istruzioni, fate i vostri preparativi... avete danaro? Scusate questa domanda, ma gli affari sono affari.

—Non ho bisogno di nulla—rispose Bernabei—il mio amico pensa a tutto.

I tre uomini si strinsero la mano, e Ruiz e Bernabei uscirono.

—Per Dio non ne potevo più—esclamò il nuovo “ boss ” aspirando con voluttà l’aria pura.—Non starei in quella tomba per una fortuna.

—Caro mio ci si abitua a tutto.

—Ma; sarà... e ora cosa devo fare.

—Quello che credi, la mia missione è compiuta; questa è una mia lettera per l’agente di Charleston la presenterai al tuo arrivo, in questa busta vi sono 100 dollari. Ricorda che io principiai la mia fortuna facendo il “boss,” coi tuoi istinti di rapina in breve sarai ricco; giudizio e anche tu potrai dire assai bene di questo paese. Don Arcangelo ti dirà come devi contenerti, è un furbone quello; ascolta i suoi consigli, te ne troverai bene. Ed ora un ultima parola; ricorda bene, che nessuno deve sapere che io mi sia.

—Non dubitare sarò muto come un pesce.

—Meglio per te, guai se fosse il contrario,—e lo sguardo di Ruiz nel dir così mandava tali lampi che Bernabei ne ebbe paura.

—Non fiaterò.

—Addio e buona fortuna.—I due birbanti non si strinsero la mano e uno prese a destra e l’altro a sinistra.

CAPITOLO XV.

Schiavi bianchi.

La guerra di secessione dette la libertà all’ esercito sterminato di negri, che da tanto tempo gemevano sotto il bastone dei padroni feroci e crudeli.

Il Mondo civile, che assisteva rabbrividendo ai drammi della schiavitù, alle crudeltà dei piantatori, accolse con gioia immensa l’emancipazione dei negri.

Pareva che dopo un atto così solenne, fosse per sempre terminata la triste odissea, di uomini trattati come bestie, oppressi dal lavoro mal pagato, minacciati sempre, tenuti al guinzaglio come bestie feroci. Pareva, ma non era; ché alla schiavitù dei neri era subentrata quella dei bianchi; l’Africa non manda più i suoi figli, ma l’Europa ne invia a centinaia di centinaia.

Qui non è il romanziere che parla, ma è la storia, triste, vera, nefanda; che si svolge giorno per giorno, ora per ora, pei lavoratori ingannati dagli infami, che si sono dati alla tratta dei bianchi.

Don Arcangelo era uno dei più astuti, dei più furbi e dei più cattivi dei tanti che si danno a questo lucroso mestiere.

La “Banca Centrale” era la trappola dove cadevano i contadini italiani venuti qui in cerca della fortuna; dal lurido locale di Mulberry uscivano a squadre gli schiavi bianchi.

Di quando in quando si sollevava qualche timida protesta, veniva a galla qualche cosa dei loschi affari di Don Arcangelo, ma tutto veniva messo a tacere, le maledizioni che partivano dal fondo delle miniere, dalle brulle e desolate regioni del S. Carolina non giungevano a squotere né la popolarità, né il credito del proprietario della “ Banca Centrale.”

Dopo che Bernabei ebbe discorso per un ora con don Arcangelo, sapeva a meraviglia la sua parte, e gli operai che dovevano lavorare sotto di lui avrebbero presto sentito, che la sua mano era di ferro.

Col treno delle sei e mezzo Bernabei e i suoi cinquanta schiavi partirono per Charleston.Il viaggio, che in casi ordinari si compie in breve tempo, fu lungo e penoso. Gli operai erano accatastati come bestie, ad ogni momento costretti a scendere, ad aspettare le coincidenze dei treni, beffeggiati dalla folla, insultati dagli impiegati delle ferrovie, attraversavano istupiditi le vaste distese coll’occhio inebetito come quello dei bovi che si conducono al macello.

Finalmente, stanchi, rotti, attrappiti arrivarono alla loro destinazione.

Bernabei passando sui terreni della compagnia, gettò intorno a se uno sguardo di trionfo, come un Re che abbia conquistato una regione.

CAPITOLO XVI.

Innocente.

Il verdetto dei giurati che riteneva colpevole di tentato omicidio il povero Righetti, aveva immerso nel dolore Leonardi e Ferroni.

Essi avevano la certezza che il giovane loro amico era innocente dell’odioso delitto che gli veniva imputato, ma come provare quell’innocenza? Come trovare tale evidenza da fare annullare il processo?

In quella sera che Bernabei partiva per Charleston, in casa Ferroni erano convenuti l’avvocato di Righetti e Leonardi, appunto per concertare il da farsi per salvare il disgraziato.

L’avvocato espose la situazione: Righetti fra un paio di giorni sarebbe stato chiamato per udire la sua condanna, che certo non sarebbe stata minore di dodici anni di lavori forzati. L’avvocato avrebbe fatta una mozione al giudice per avere un nuovo processo; ma era quasi sicuro che il giudice la respingerebbe, allora non rimaneva che ricorrere in appello ad Albany, la causa sarebbe discussa fra mesi e bisognava in questo tempo trovare delle nuove evidenze, che provassero l’innocenza di Righetti.

—Abbiamo—concluse l’avvocato—innanzi a noi tre mesi per lo meno, in questo tempo Vittoria potrebbe guarire, oppure si potrebbe fare delle indagini...

—Avvocato—interruppe Leonardi—non tralasciate nulla, fate quanto sta in voi per salvare l’amico mio.

—Lo farò, non dubitate, e tanto più volentieri, che credo fermamente all’innocenza del poveretto. Mi rivolgerò a un detective privato, farò fare le indagini più scrupolose, chi sa che non troviamo il bandolo della matassa.

Abbiamo in America dei poliziotti col naso fino, ma a noi bisognerebbe uno che lavorasse non solo per interesse, ma anche col cuore e che fosse come noi convinto dell’innocenza di Righetti...

In quel momento fu battuto alla porta.

—Chi è?—Domandò Ferroni.

La cameriera entrò, e presentando sopra una guantiera d’ argento un biglietto da visita disse:

—Questo signore chiede di essere ricevuto.

Ferroni prese il biglietto e lesse—Cavaliere Augusto Boni.—Non lo conosco,—disse quindi rivolgendosi ai suoi amici con sguardo interrogativo:

—E io neppure.—Risposero contemporaneamente Leonardi e l’avvocato.

—Ha detto che si tratta dell’affare Righetti,—replicò la cameriera.

—Di Righetti, che passi, che passi subito—si affrettò a dire Ferroni.

Il Cav. Boni entrò. Era un uomo sulla cinquantina, dai lineamenti distinti, dallo sguardo dolce, ma scrutatore; le sue prime parole furono queste :

—Sono felice di trovare qui riuniti, gli amici tutti dell’infelice, che ieri i giurati di New York, commettendo un grave errore, hanno dichiarato colpevole di un delitto, che non ha neppure mai pensato.

—Anche voi adunque credete all’innocenza dell’amico mio,—non poté trattenersi da esclamare Leonardi.

—Ci credo, e se voi lo volete farò di tutto per provare alla polizia, a questa sedicente prima polizia del mondo, ai giudici e ai giurati, che fecero sbagli sopra sbagli, per far condannare un innocente. Ciò vi meraviglia, lo vedo; ma ciò cesserà, se mi permetterete, di farmi conoscere...

“ Il mio nome lo avete letto sul mio biglietto da visita, il mio titolo pure.Fino alcuni anni fa fui ispettore capo alla questura di Napoli, vi era da anni e vi stavo benone. Penso, ad onta di quanto si dice, che i meridionali sono buoni figliuoli. Feci la mia carriera nel napoletano e nelle calabrie e posso assicurarvi che in quelle regioni, tanto calunniate, succedono delitti in meno quantità, che in altre parti d’Italia.

“ Dicevo adunque che ero a Napoli. Un brutto giorno si scopre un orribile delitto. Un banchiere, un pezzo grosso, consigliere municipale, fu trovato assassinato in una palazzina a Posilipo.

Il vecchio signore era stato certo attirato in quel luogo da qualche venere da strada, e quindi assassinato e svaligiato.

Non ci fu possibile trovare le tracce dei colpevoli, per quanto si facesse, per quanto si mettesse sotto sopra cielo e terra, non ci fu dato di mettere la mano addosso all’assassino.

La stampa si scagliò con violenza contro la questura, ci disse un branco d’inetti, di mangiapani a tradimento.

Io, che avevo la coscienza di avere fatto per intero il mio dovere, non potei sopportare le invettive, e una sera apostrofai vivamente il direttore del giornale che più di tutti mi attaccava.

Successe il finimondo. Il giornale era ministeriale, il Direttore amico di Crispi; tosto dovetti dimettermi.

Un mio fratello ha una brillante posizione a New York mi mandò a chiamare ed io venni qui. Conosco pochi italiani. In quattro anni d’America ho imparato a perfezionarmi nella lingua inglese, la mia pensione basta ai miei bisogni, e aiuto mio fratello negli affari.

—Ora mi conoscete.

I tre uomini simultaneamente stesero la mano all’ex-ispettore di pubblica sicurezza.

Quella espansione commosse il Cavaliere che disse: Grazie!

—Ora vi dirò perché sono qui.

Ebbi vaghezza di assistere al processo di Righetti, il mio istinto di poliziotto fin dalle prime fasi del processo, mi fece comprendere, che l’uomo incolpato era innocente. Sperai per un poco che i giurati si formassero la mia convinzione, ma non fu così il loro verdetto come sapete. Allora mi nacque il desiderio di provare a luce meridiana l’innocenza di Righetti. Vi vidi al suo fianco amici suoi affettuosi e pensai che il primo passo da farsi, era quello di venire da voi e dirvi: Volete un alleato, che può aiutarvi nella vostra nobile, giusta, santa missione? Eccomi qua.

—E noi vi accettiamo con tutto il cuore—esclamò Ferroni con le lacrime agli occhi.

—Grazie, signore—grazie della vostra offerta,—disse a sua volta Leonardi.

L’avvocato dette al Boni una forte stretta di mano e mormorò:—ora sono sicuro che lo salveremo.

—Sono commosso della vostra fiducia e saprò meritarla,—riprese Boni,—però noi non abbiamo tempo da perdere. Le cose sono a questo punto, un delitto è stato commesso, l’incolpato secondo la nostra convinzione è innocente. Cosa bisogna fare per dimostrare questa innocenza, per riabilitare completamente Righetti?

Trovare il vero colpevole,scovarlo dove si trova, costringerlo, con prove schiaccianti, a confessare il suo delitto, o renderlo coll’evidenza impossibilitato a mentire.

“ La polizia ha trascurato di occuparsi dei coniugi Ghirendini,padroni della casa dove fu trovata Vittoria mezzo strangolata. Di essi sarà facile sapere i connotati,perché godevano in Mulberry una brutta celebrità. Saputo come son fatti, li cercheremo, frugheremo in ogni luogo, non mi spaventa recarmi nelle tane più immonde, nei quartieri più pericolosi.

“ Quando li avremo trovati saremo a metà cammino. Saranno essi che colle buone o colle cattive ci diranno chi erano i frequentatori soliti della casa, che, dopo il delitto, hanno lasciata abbandonata.

“ Sulla pazza non vi è da contare. La sua guarigione, se pure avverrà, sarà lontana, e noi non abbiamo tempo da perdere. ”

Boni parlava con un tale accento di comando che tutti i presenti erano come affascinati.

—Se per ciò occorre del danaro,—disse Leonardi,—ne metterò a vostra disposizione.

—No, per ora no. Però vi associo tutti alla mia impresa, sarete i soldati, io il generale.

—Contateci,—risposero ad una voce gli amici di Righetti.

—Non ne dubito, ed ora ditemi quando e dove vi rivedrò.

—Qui in casa mia,—rispose Ferroni,—che da questo momento è casa vostra.

—Allora stabiliamo qui il nostro quartiere generale. Domani visiterò Righetti, e quindi ci metteremo subito all’opera.

Nel momento che Boni stava per uscire, un fattorino del telegrafo portò un telegramma per Ferroni; costui lo prese, lesse, e quindi lo passò a Leonardi che gettò un grido di gioia.

Il “Fulda”, il piroscafo che portava la madre sua era segnalato, e fra poche ore sarebbe stato in porto.

Decisero di recarsi subito a Hoboken per trovarsi al dock nel momento che il Piroscafo gettava l’ancora.

CAPITOLO XVII.

La madre.

Il “Fulda”, dopo la visita degli ispettori della quarantena, muoveva maestoso verso il dock della German Lloyd, affollato di parenti, di amici che aspettavano ansiosamente i loro cari.

A bordo, una vecchia signora si appoggiava al braccio di una giovane cameriera; era vestita completamente a bruno, i suoi occhi erano molli di pianto, ma in essi brillava la felicità; essa guardava, guardava con intensità verso il dock. Ad un certo punto fu presa come da una vertigine, distingueva il dock gremito di gente, e le pareva che i suoi occhi si fossero incrociati con quelli del figlio, era certo un’illusione.

Finalmente il “Fulda” si attaccò al “Pier”. La folla sventolava i fazzoletti, mandava dei baci; la vecchia signora non vide più nulla, le lagrime le toglievano la vista, e senza accorgersene, senza saperlo, si trovò stretta, serrata tra due braccia che la stringevano al petto, sentì altre lacrime mescolarsi alle sue, e come in un sogno, udì la voce del figlio che mormorava piangendo:—Mamma, mamma mia!

Miss Spencher andata a ricevere un’amica si trovava pure a bordo del “Fulda”, e assisté provando una grande emozione, alla scena patetica della quale era parte principale il suo maestro. La fanciulla, buona quanto mai, aveva già perdonato a Leonardi di amarla, del resto queste sono cose che una ragazza perdona facilmente e volentieri, e avvicinatasi a Enrico, gli disse con la voce armoniosa:

—È certo questa la vostra signora madre, lasciate che l’abbracci.

Enrico, nell’udire la voce della fanciulla amata, si voltò, pallido, commosso, mentre Fanny gettava, senza tanti complimenti, le braccia al collo della signora Leonardi, dolcemente sorpresa dell’affettuosa accoglienza di quella sconosciuta.

Enrico piangeva, una dolcezza infinita gl’invadeva il cuore, guardava in estasi il quadro seducente, rappresentato dai due esseri,che più di tutto amava nel mondo.

Ad un tratto si sentì battere sulla spalla, si voltò, era Ferroni che col sorriso sulle labbra gli disse:

—Sperate!

Fanny, dopo le presentazioni di uso, sgridò il suo maestro per non essersi fatto più vedere, e disse di essere sempre fortunata di riceverlo e anche la sua mamma. Quindi Fanny andò con le sue amiche, dopo avere stretto la mano a Enrico, che credeva di sognare.

Enrico presentò la madre ai suoi amici. Quando egli pronunziò il nome di Ferroni la madre gli stese con gioia la mano, il marito le aveva spesso parlato di lui ed era con la massima consolazione, che stringeva la destra dell’amico più caro di colui che aveva perduto e che piangeva ancora.

Enrico non poté trattenersi dal dire:

—Mamma adorata, non saprai mai quanto devi a questo amico sincero e affezionato.

Il buon Ferroni era commosso, la sua faccia larga dai lineamenti pronunziati s’increspava sotto gli sforzi che faceva per non dare in dirotto pianto.

Intanto i marinai del Fulda avevano portato nel “dock” i bauli dei passaggieri, e l’ispettore di Dogana cominciarono la loro visita.

Ferroni era molto conosciuto e bastò una sua parola perché i bauli e le valigie della Leonardi fossero le prime ad essere visitate.

Boni dopo avere stretto la mano alla mamma di Enrico, si congedò dai suoi nuovi amici, i quali montati in una carrozza si recarono a casa Ferroni.

CAPITOLO XVIII.

Manutengolo!

Ruiz credeva ora mai assicurata la sua impunità. Del delitto di Mulberry non se ne sarebbe più parlato perché il colpevole era stato riconosciuto dai giurati : la giustizia completamente soddisfatta non avrebbe cercato altro.

Bernabei se lo era bellamente levato di torno, Vittoria, della quale aveva continue notizie, non accennava a guarire della sua pazzia, oramai non gli restava che pensare al suo matrimonio.

Ruiz avrebbe voluto affrettare le nozze; ma il padre di Fanny che in principio voleva una cosa fatta alla svelta, aveva di un tratto cambiato parere, trovava mille pretesti per mandare in lungo il matrimonio.

Fanny non si opponeva ai voleri del padre, al quale era riconoscente per non avere posto ostacolo al suo amore per l’italiano.

Ruiz non s’impensieriva di quel ritardo; ma più di una volta aveva esortato la sua fidanzata a far premure perché presto i suoi voti fossero compiuti. Qualunque ritardo poteva nuocere ai progetti del miserabile, un nonnulla, una parola sfuggita, un riconoscimento, e allora, addio ricco matrimonio, addio posizione.

Ruiz aveva anche una catena da rompere per vivere tranquillamente. Come già fu detto egli era il manutengolo dei ladri più furbi. Il suo negozio elegante, dove facevano bella mostra i vasi e le cristallerie veneziane, nascondeva il bottino, frutto delle rapine dei malfattori più audaci che impestano New York.

La polizia, se spesso scopriva il ladro, mai trovava dove era andata a finire la roba rubata e ne perdeva completamente le tracce.

Ruiz, rapace, anzioso di far presto fortuna, per accontentare i suoi desideri sfrenati, i suoi istinti di lusso e libertinaggio, si era dato al pericoloso mestiere di manutengolo e faceva guadagni enormi.

Nelle cantine del suo negozio si fondevano gli ori e gli argenti rubati, si toglievano dalle loro rilegature i diamanti e le pietre preziose affinché nessuno potesse riconoscere gli oggetti che venivano involati.

Ruiz, nel punto di ammogliarsi, voleva ad ogni costo romperla con i ladri, che avevano contribuito ad accrescere la sua ricchezza.

Ma questo era più facile a dirsi che a farsi. I suoi complici,contentoni di vedere come Ruiz mandava innanzi i loro affari, non volevano saperne di cambiare manutengolo, e quando si accorsero dai discorsi che questi faceva, che stava per lasciarli, si ribellarono e fecero comprendere che la cosa non sarebbe passata liscia.

Del resto che paura aveva? I compagni non erano fedeli? Lo avevano mai tradito? Più di cento erano caduti nelle mani della giustizia, e nessuno aveva fiatato, anche quando veniva promessa l’impunità non solo, ma anche un buon gruzzolo di danari.

Erano ladri, ma ladri di parola, che si sarebbero fatti ammazzare prima di tradirlo. Non avrebbero detto mai e poi mai chi fosse, lo conoscevano da più anni, lo avevano visto nella buona società, stimato, apprezzato, e fingevano di non conoscerlo, ammirando la disinvoltura del loro capo, e apprezzando altamente il vantaggio di avere per complice un uomo, che occupava un posto onorevole nella società.

Questo dissero i ladri a Ruiz, e aggiunsero che se proprio insisteva a volerli lasciare, se ne sarebbe pentito. Egli comprese la minaccia velata, e accettò di continuare il suo “onorevole” mestiere.

La sera del giorno che arrivò il “Fulda”, Ruiz si recò a casa della sua fidanzata, deciso ad ottenere che fosse fissato a breve termine il matrimonio.

Fanny, quella sera era pensierosa. I suoi occhi grandi e belli, apparivano molli di pianto. Da qualche tempo la fanciulla riceveva dei misteriosi avvertimenti, dei bigliettini contenenti queste parole: “ Guardatevi da Ruizzi. ” Ne trovava nella sua camera da letto, nei mazzi di fiori che adornavano il suo gabinetto, nel suo album preferito.

Invano aveva interrogato le persone di servizio, nessuna poté o volle spiegarle da che parte quei biglietti venissero, quale la mano audace che li mettesse nei luoghi dove Fanny li trovava.

Quel giorno mentre era a bordo del “Fulda” una voce dolce e grave, le mormorò all’orecchio: “ Guardatevi da Ruizzi, non è degno di voi ”.

Fanny erasi voltata commossa, anelante, ma non aveva incontrato intorno a sé che faccie indifferenti.

Lì nel suo gabinetto la fanciulla innamorata pensava a quella voce, a quei biglietti e il dubbio cominciava a penetrarle nel cuore, che spasimava d’amore.

Ruiz la trovò in quello stato, e corse a lei per consolarla, ma Fanny aveva già rasciugate le lacrime e porse, col sorriso sul labbro, la destra al fidanzato, che la portò con effusione alle labbra.

A questa prima espansione seguì un lungo silenzio. Fu Fanny a romperlo con queste parole, dette con l’occhio fisso sopra Ruiz:

—Mi amate veramente?

—E puoi domandarlo?

—Mi ami per me, per me sola?

—Ma Fanny, quali strane domande mi fai questa sera?

—Rispondi.

—Ti amo per te sola.

—E se fossi povera mi ameresti lo stesso?

Ruiz rimase interdetto. A che tendeva quel discorso. Perché Fanny lo faceva? Ma fu un lampo e si affrettò a dire:

—Amo te, non le tue ricchezze.

—Grazie, grazie, amico mio, ora mi sento meglio, credo alle tue parole, ti credo.

—E puoi dirmi per qual ragione oggi mi torturi con tali domande?

—Perché sono una sciocca, perché presto fede a degli stupidi avvertimenti, dati certo da persona interessata a fare andare a monte il nostro matrimonio.

—Avvertimenti, e quali?

—Non mi sgriderai di averti taciuto.... fu a fin di bene.

—Parla, parla, non vedi che mi tieni sulle spine!

Fanny esitò, poi quasi vergognandosi raccontò la storia dei bigliettini, o della voce misteriosa che l’avvertiva a diffidare del suo fidanzato.

Renato ascoltò con le ciglia aggrottate; non eravi alcun dubbio, aveva un nemico che voleva perderlo; ma chi? perché?

La fanciulla vedendo il triste aspetto dell’innamorato, fu presa dal timore e con voce tremante disse:

Due uomini camminano su un marciapiede accanto a una scalinata; dietro di loro si vedono l'insegna di una banca e altre insegne stradali.

Bernabei e Ruiz entrarono nella “Banca Centrale”

—Mio Dio! Renato, perché tanto vi turbano le mie parole?

Renato tentò di sorridere e rispose:

—Perché vedo la nostra felicità minacciata, il mio bel sogno sta per svanire, qualcuno,un nemico implacabile non vuole la nostra unione.

—Distruggere la nostra felicità? E chi potrà riuscirvi? Chi tanto forte da strappare dal mio cuore la vostra immagine?

—Dimmi Fanny, fosti mai amata da alcuno; prima di me?

—No... o meglio non amai alcuno; ma ultimamente mi accorsi che un giovane erasi di me innamorato, e lo trattai anche troppo duramente per questo.

—Allora è lui che ti perseguita coi suoi avvertimenti, è lui che cerca di fare entrare la sfiducia nel tuo cuore per conquistarlo.

—Non lo credo, è troppo bene educato, troppo buono per compiere azioni indegne di un galantuomo.

—In amore tutto è lecito, abbattere l’avversario, ecco il fine, i mezzi da adoperarsi qualunque essi sieno non importa. Ed ora dimmi il nome del mio rivale.

—Rivale, o no, non è tuo rivale, perché io amo te.

—Ebbene, il nome dell’uomo che ti ama.

—Promettimi prima, che non farai nulla contro di lui...

—E cosa vuoi che faccia? Ti ama, non è certo un delitto, sei così bella da svegliare non una, ma cento passioni.

—Ricordi di aver incontrato qui il giovane maestro di lingua italiana.

—È lui, avrei dovuto immaginarlo.

—Si è Leonardi.

Renato restò pensieroso, colui che amava Fanny, era amico di Righetti del giovane dichiarato colpevole del delitto da lui consumato.

Fanny lo tolse alle sue meditazioni mormorandogli dolcemente:

—Ebbene, bando ai tristi pensieri, e occupiamoci del nostro amore.

—Si, dici bene, io non ho ragione di mettermi in pensiero, tu mi ami...

—Tanto, tanto...

—Senti per por fine ad ogni timore, per essere interamente felici non vi è che un mezzo, affrettare il giorno delle nostre nozze.

—Hai ragione ed io oggi stesso parlerò al babbo e otterrò di fissare il giorno della nostra unione.

—Quanto sei buona...—e in ciò dire prese fra le braccia la fanciulla e la baciò fremendo; essa si svincolò da quella stretta con la faccia infuocata e il cuore che batteva fortemente; volle sgridare Renato per tanta audacia, ma non lo poté, delle grosse lacrime le scorsero sulle sue guancie vellutate.

—Perché piangi, angelo mio?

—Perché? Non lo so... i vostri baci, le vostre carezze, mi hanno dato un gran dolore... mi è sembrato che non aveste più per me alcun rispetto che mi trattate come...

—Taci, taci, per pietà, i miei baci le mie carezze sono dovute all’amore immenso che ti porto; sono le carezze del tuo fidanzato, ed esse non possono, non debbono offenderti.

—È che, vedi, io vorrei che l’uomo che amo, facesse del suo amore per me culto, come faccio io, che ti colloco sopra un piedistallo dal quale non vorrei vederti mai scendere, perché allora non ti amerei più.

“ Noi americane, libere fino da bambine, comprendiamo il bene e il male, appena giunte all’ età della ragione, ed è per questo che i nostri parenti ci lasciano piena libertà, di andare dovunque, di ricevere in nostra casa chi desideriamo. In Europa è altra cosa, le fanciulle vivono sotto gli occhi vigili, attenti dei genitori,che non le abbandonano mai un’istante, che sorvegliano ogni loro movimento spiano per fino i loro pensieri.

“ La libertà che noi godiamo ci fa un dovere di stare in guardia, di non avere debolezze, di sapere resistere, trionfare nelle passioni.

La corona di fior d’arancio che ci cinge la fronte il giorno del matrimonio, deve essere pura incontaminata. Vi sono delle disgraziate che ciò non fanno, ma quelle sono l’eccezione.

“ Tu Renato vieni da una terra dove si ama con frenesia, lo so, e debbo perdonarti il trasporto di poco fa; ma ricordalo bene, io desidero, bramo, prima di tutto essere rispettata.

Renato comprese, che era corso troppo e si affrettò a riparare lo sbaglio, si gettò ai piedi di Fanny, e con delle finte lacrime negli occhi domandò perdono del fallo commesso per troppo amore.

Fanny lo vide con gioia ai suoi piedi, gli stese la mano e gli sfiorò con le sue labbra porporine la fronte.

Il miserabile gettò un grido di trionfo e si alzò raggiante.

In quel momento fu bussato all’uscio, era il padre di Fanny che domandava entrare.

Mr. Spencher fece una brutta smorfia nel vedere Renato, ma non disse nulla, baciò la fronte della figlia, salutò col capo il suo fidanzato e poi disse:

—Sono venuto per domandarti se Martedì ultimo giorno di Carnevale vuoi andare ad un ballo mascherato.

—È vero, siamo di carnevale e io non ci avevo neppure pensato.

—Il ballo è dato da una società italiana, e riceve splendidamente.

—Allora è quello della Fraterna—disse Renato.

—Sì. Tu da qualche tempo non sorti più di casa, stai ritirata come una monaca,ciò non deve essere, le ragazze hanno bisogno di distrazioni.

—Se Renato lo consente io vi andrò.

—Se lo consente? Non è ancora il tuo sposo e nulla ha da concederti, solo tuo padre ha dei diritti sopra di te.

—Non dubitate signore, sono lo schiavo non il padrone di vostra figlia. Del resto io stesso voleva pregarvi, di condurre al così detto carnevale veneziano la vostra figlia.

—Dunque resta inteso; oggi verrà la sarta per i costumi, voglio che in quella sera tu sia più bella del solito.

Mentre il padre stava per andarsene Fanny lo trattenne, e gli disse piano, piano:

—Vi è qui Renato, che aspetta una parola di consolazione.

—A proposito di che?

—Del nostro matrimonio.

—Sì, orbene gli dirai... “O meglio sentite Ruizzi, del vostro matrimonio con mia figlia ne parleremo a carnevale finito, e allora vedremo cosa si potra fare, vi saluto, e sopra tutto non abbiate furia.

Il contegno di Mr. Spencher, era dei più freddi, le sue parole avevano l’intonazione di un grande disprezzo, ciò non sfuggì a Ruizzi che ebbe un lampo cattivo nello sguardo.

Fanny pure fu sorpresa dalle parole di suo padre, e non ebbe il coraggio di aprir bocca.

Fu Renato che ruppe quel penoso silenzio.

—Tuo padre è contrario alla nostra riunione, esso farà di tutto perché non avvenga.

—Mio padre,—rispose lentamente Fanny,—non potrà mai comandare al suo cuore.

—Esso farà di tutto per toglierlo a me.

—Non ci riuscirà.

—Lo spero, Fanny pensa tu a convincere tuo padre, che io non merito di essere trattato in tal guisa, e che sono degno di entrare nella sua famiglia.

—Non dubitare, vivi tranquillo, qualcuno ha mal disposto il padre mio, sta a me provargli che ha torto a credere ai consigli dei cattivi.

—Grazie, grazie di queste tue buone parole, perché momenti fa aveva la disperazione nel cuore, ora vi è ritornata la gioia; ciò che tu vuoi tuo padre lo vorrà.

I due giovani si strinsero la destra, si scambiarono un lungo sguardo e quindi Ruiz partì.

Appena fuori di casa Spencher cominciò seriamente a pensare;le cose non andavano tanto lisce, alcun che si tramava a suo danno, era d’ uopo stare in guardia.

Chiunque fosse che gli attraversava il cammino guai a lui, lo avrebbe schiacciato, soppresso; delitto più o meno a lui poco importava. Aveva sognato onori e ricchezze, chi fosse tanto ardito di volere mandare in fumo i suoi progetti l’avrebbe pagata ben cara.

Quel Leonardi innamorato di Fanny, era certo il più pericoloso, anche perché amico di Righetti e bisognava principiare da lui.

Ruiz si propose di sorvegliarlo, d’indovinare le sue idee, prima di decidere a qual partito appigliarsi.

In ogni modo Fanny gli apparteneva completamente, e se un pericolo serio fosse sorto egli avrebbe posseduto anche il suo capo, prima perché quella pallida e bionda fanciulla aveva svegliato i suoi desideri, poi perché una volta sua, avrebbe dovuto per forza o per amore sposarlo.

A vincere la ritrosia di quella fiera vergine ci avrebbe pensato lui.

CAPITOLO XIX.

In campagna.

L’ex–ispettore Boni non voleva perdere il suo tempo; per prima cosa erasi prefisso di ritrovare i coniugi Ghirendini e urgeva mettersi subito in campagna.

Boni abitava su in alto di città, alle 140 strade, una di quelle palazzine fabbricate nei quartieri alti della città, e che restano isolate essendo ancora molti i terreni sui quali non è stato fabbricato.

Quella casetta faceva a meraviglia per il poliziotto, il quale non avendo vicini importuni e curiosi poteva entrare in casa sua di giorno e di notte, vestito come credeva senza che nessuno si meravigliasse o tentasse indovinare donde veniva, e perché ora fosse in abito da signore, ed ora in bluse da operaio.

Boni, dall’avvocato di Righetti, aveva avuto tutt’ i particolari, del delitto di Mulberry. I rapporti della polizia erano compilati con una ingenuità infantile, di nulla era stato tenuto conto, persuasi di avere il colpevole nelle mani, non erasi cercato altro, trascurato ogni indizio che poteva mettere sulla buona via, che poteva fare un poco di luce.

Boni, si proponeva di dimostrare alla polizia che anche senza tante ciarlatanerie si può essere dei buoni bracchi da scovare la più pericolosa selvaggina.

L’ex-ispettore era certo che i Ghirendini,se non avevano lasciato New York, dovevano, di quando in quando, frequentare qualche tana di Mulberry, ed è la che presto o tardi li avrebbe trovati.

Premeva per tanto conoscere i connotati di costoro, e Boni nel momento che noi lo ritroviamo si accingeva a far ciò.

L’ex-ispettore era irriconoscibile; una bluse di operaio più sudicia che pulita gli avvolgeva il corpo, un berretto unto e bisunto gli copriva il capo, i pantaloni aveva sfilacciati e rotti, le scarpe scalcagnate e strapazzate; la sua faccia fine e aristocratica aveva subito un’ intera metamorfosi e sembrava quella di un ubbriacone della peggiore specie.

Così travestito Boni si recò in Mulberry, nel vagone della ferrovia elevata, le persone avevano ribrezzo a sedersi accanto a lui e preferivano restare in piedi; egli sorrideva sotto i baffi, compiacendosi di essere riuscito benone nella sua truccatura.

Quando Boni arrivò in Mulberry erano le sei della sera, ad onta del freddo la contrada era popolata di gente, la maggior parte lavoratori,che si affollavano innanzi alle birrerie e alle banche italiane, da quella folla saliva in alto un allegro mormorio, interrotto di quando in quando da qualche bestemmia prettamente napoletana, o da qualche frase poco pulita, una caratteristica che serve quasi d’intercalare nei discorsi accalorati dei meridionali.

Delle donnaccie della peggiore specie, con gli abiti a brandelli, gli occhi gonfi, lividi, ubbriache di whisky, rivolgevano in puro irlandese le più turpi proposte a quanti incontravano; esse erano lì per vendere per pochi soldi il loro corpo sfatto, scheletrito, schifoso.

Al loro passaggio tutti si scostavano con ribrezzo, qualcuno meno gentile le respingeva brutalmente e le disgraziate dopo avere brancolato con le braccia in alto per cercare un’appoggio cadevano nel rigagnolo, e quando si rialzavano luride di fango, sgocciolante di acqua, lasciavano libero sfogo alla loro rabbia, vomitando gl’insulti più vergognosi, le parole più oscene, fino a quando compariva il policeman, che con una buona randellata le faceva tacere.

Boni assisteva a quello spettacolo col cuore addolorato, egli avrebbe voluto che in mezzo ai suoi connazionali che popolano Mulberry, fra quei lavoratori, a contatto con tante oneste famiglie non si trovassero quelle immonde megere, regalo non gradito della verde Erinni.

E accanto a quelle perdute, vi erano i loro lenoni, esseri abbietti che degradavano la razza umana, che per un bicchiere di acquavite, venderebbero la verginità della figlia, la loro parte nel talamo nuziale.

Boni costatava però con vera sodisfazione, come nessun italiano faceva parte della lega dei mantenuti, essi erano tutti figli d’Irlanda, e sfruttavano patriotticamente le loro connazionali.

La prima tappa, Boni, la fece nel salone che si trovava innanzi alla casa Ghirendini.

Bevendo un bicchiere di birra, fece destramente cadere il discorso sopra il delitto di Mulberry;fra i presenti eravi un giovanotto, che, la sera del delitto, era stato continuamente al tavolo dove stava seduto Righetti; quel giovanotto sosteneva che la giustizia aveva commesso un errore, nel condannare quel bravo giovanotto, che più volte gli aveva pagato la birra.

—La sera che hanno trovato quella disgraziata, mezzo morta, là, nella casa di contro,—diceva il giovanotto a Boni,—io e Righetti siamo stati là, a quel tavolo; quando il padrone ha chiuso, io sono uscito in compagnia di Righetti, appena fuori della porta ci siamo lasciati; dopo un quindici minuti ho saputo del delitto, e sono cascato dalle nuvole, nell’apprendere che si accusava il mio buon amico.

“ No, non vi era neppure tempo materiale per consumarlo, un delitto.

“ E poi, credetemi, Righetti è un bravo giovanotto, dolce come una fanciulla. Un assassino, lui?

“ Ma che, i signori giurati hanno preso lucciole per lanterne.

—Attento, Gennaro, a quel che dici,—gridò il padrone.

—Non ho paura io, è questa la mia convinzione, e non avvi nulla a dire.

—E i Ghirendini, li conoscevate voi?—domandò quasi distrattamente Boni.

—Non li ho mai veduti, ma ne ho sentito a parlare tutt’altro che bene.

—Che ne fu di loro?

—Non si sa, sparirono non rimpianti da nessuno.

—E la loro casa?

—A giorni, ho sentito dire, che il padrone dello stabile, farà vendere, la mobiglia, volendo affittare il quartiere.

—Sarei curioso di sapere come erano fatti questi Ghirendini, ho conosciuto un tempo persone di questo nome, e vorrei vedere se sono gli stessi.

—Niente di più facile, mamma Caterina, la padrona del Restaurant che vedete là sotto, era molto amica di quei cattivi soggetti; essa vi potrà dire ogni cosa.

Boni pagò ancora da bere, e quindi si avviò verso mamma Caterina.

Una scaletta di pietra, umida e sdrucciolevole, conduceva al restaurant, se così si può chiamare una cantina senza luce, dai muri screpolati, dal pavimento sterrato, dove erano tre tavole zoppicanti, ricoperte da un’incerata lacera, guasta, frusta.

Due lumi a petrolio illuminavano quella strana sala da pranzo, dove gli odori che partivano da una cucina, a metà nascosta da un paravento, erano tutt’altro che appetitosi.

Sulle tavole, sulle pareti, correvano quelle bestioline color tabacco chiaro, che, con termine italianizzato, si chiamano cacarocci; queste bestiole si aggruppavano, e formavano una vera cornice intorno alla mensola, che era sopra la stufa.

Boni entrò, e, sedutosi coraggiosamente ad un tavolo, domandò una porzione di spaghetti al pomidoro.

Mamma Caterina corse in cucina, e ben presto un odore di soffritto si sparse per la sala, unitamente ad un fumo spesso, che toglieva la luce anche ai lumi.

L’ex-ispettore resisté eroicamente, e con pari eroismo si accinse a mangiare gli spaghetti.

Mamma Caterina erasi avvicinata a lui, e con voce carezzevole gli disse:

—Che ne dite di questi spaghetti?

—Non si mangiano uguali a Napoli.

—Potete dirlo ben forte, non troverete un piatto così squisito neppure alla più grande trattoria di New York.

—Ne ho piacere perché sarò presto vostro vicino.

—Venite ad abitare in Mulberry.

—Lo credo bene, sto per affittare un quartiere proprio qui sopra.

—Quello dei Ghirendini?

—Appunto, essi pare che non si sieno fatti più vedere.

—Canaglie sono, canaglie infami; tenere quella casa per farci..... basta, se lo avessi saputo, pareva una santa quella mamma Margherita; ma la gente lo diceva, ed io non voleva crederlo.

—Ed ora dove sono andati.

—Chi lo sa.

—Non si fecero più vedere?

—Neppure per ombra, l’ultima volta che vidi la Margherita, fu un’ora prima che fosse scoperto il delitto; tanto lei che suo marito mi parvero alquanto allegri.

“ Ero sulla porta della bottega e mi salutarono con un sorriso; io, che quei ceffi non avevo potuto mai soffrire, voltai le spalle.

—Benone. Ma ditemi, gli spaghetti sono eccellenti, però bisogna inumidirli.

—Ho del buon vino d’Italia.

—A meraviglia, portatene qua una bottiglia, e insieme due bicchieri; beveremo alla vostra salute.

La donna guardò con aria poco rassicurante Boni, certo quell’abito logoro, quel cappello unto le ispiravano poca fiducia, e prima di portare il vino d’Italia, avrebbe voluto assicurarsi che sarebbe pagato.

Boni comprese, e levato un dollaro dal taschino del panciotto, lo gettò con noncuranza sul tavolo dicendo:

—E dopo questo, ce ne sono ancora; è una rispettabile famiglia, composta di molti figliuoli.

Mamma Caterina corse a pigliare il vino, che porse trionfalmente in tavola con due bicchieri, che furono tosto riempiti dal galante Boni.

Il vino era di California, ma l’ex-ispettore lo bevve, dimostrando una grande soddisfazione, e dicendo a più riprese:—Non vi è che il nostro paese, per dare vino siffatto.

Dopo gli spaghetti fu servito del cacio cavallo, e avventore e padrona continuarono a bere.

A Caterina il vino scioglieva la lingua, e la sua parlantina si faceva sempre più celere; Boni destramente riportò il discorso sopra ai Ghirendini.

—Che volete che vi dica, mio signore; certo quei due birbanti facevano un mestiere dei peggiori, ma nessuno osava fiatare, e poi spandevano e spendevano nelle birrerie, e tutti stavano zitti.

“ Delle ragazze, in casa loro, ne andavano spesso, ma la furba Margherita si diceva medichessa per le malattie delle donne, e capirete, se doveva curarle, aveva bisogno di vederle.

—E che razza di uomini ricevevano?

—Di tutte le razze, degli straccioni e dei gentiluomini, della gente in bleuse e di quella in abito nero. Io ho sempre pensato che in casa Ghirendini, si facessero cose..... cose tali da non potersi ridire.

—Credete che quel giovanotto arrestato e giudicato come autore del delitto di Mulberry sia veramente colpevole?

—Ecco, io non fui interrogata nel processo, e ne sono contentissima; però se mi avessero chiamata, avrei detto la mia.

—Avreste detto?

—Che quel giovanotto stava sempre estatico innanzi a casa Ghirendini, che frustava la strada, che lo si vedeva innamorato cotto di qualcuno; ma che non poteva essere l’autore della bricconata tentata qui sopra a me, perché.....

—Perché?

Quell’interruzione male a proposito troncò la parola sul labbro di Caterina, che guardò con sospetto il suo avventore.

Boni si accorse di avere commesso un’errore e si morse le labbra.

La donna riprese:

—Non credo quel giovane colpevole perché aveva una faccia da galantuomo.

L’ex-ispettore capì che questa spiegazione era un ripiego, ma non volle insistere; avrebbe saputo di più un’altra volta, e disse con indifferenza.

—Il fatto sta, che i giurati hanno creduto poco alla sua faccia di galantuomo, peggio per lui, e salute a noi.

I bicchieri furono vuotati.

—E anche i Ghirendini avevano faccie da galantuomini?

—Dite grugni da galera,—e Caterina fece con una precisione ammirabile il ritratto dei due ruffiani, ritratto che i nostri lettori già conoscono.

Boni s’impresse bene in mente ogni particolare, e quando lasciò il restaurant, conosceva i Ghirendini, come se ne avesse in tasca la fotografia.

Erano quasi le nove; Mulberry quasi deserta, appariva illuminata, più che dai rari fanali a gas, dai lumi delle vetrine dei negozi; dalle birrerie uscivano dei canti allegri; qua e là, negli angoli di qualche vicoletto stretto, incastrato fra due case, stavano delle donne perdute, invitando i passanti a seguirle nelle loro immonde camere; erano, per lo più bagascie della infima specie, di quella delle quali abbiamo parlato più sopra, e Boni passò in mezzo a loro con ribrezzo. Ad un tratto, l’osceno invito gli pervenne all’orecchio in lingua italiana, si voltò bruscamente, e si trovò innanzi ad una giovane, dall’occhio, dai capelli neri, dal volto simpatico, sebbene avvizzito dal vizio.

—Signore, volete venire?—disse sorridendo la sciagurata a Boni.

In una strada lastricata, un uomo e una donna conversano sul marciapiede; sullo sfondo si vedono insegne con la scritta «BANCA» e alcuni carretti.

Signore, volete venire?—disse sorridendo la sciagurata a Boni

—Perché no, bella mia,—rispose l’ex ispettore.

—Allora venite, v’insegnerò la strada.

Attraversarono uno stretto corridoio, poi un cortiletto, quindi salirono tre scale, e si trovarono in una camera poveramente ammobigliata, da un letto, con la coperta che un tempo fu bianca, da un lavamano, con la salvietta sporca, e due sedie di vimini, tutto ciò illuminato da una lampada a petrolio dal tubo rotto.

Boni guardò tutto ciò con tristezza, e siccome la ragazza cominciava a sganciarsi il corpetto, la trattenne dicendo:

—Non è per ciò che sono venuto.

—E allora,—rispose adirata la giovane—cosa volete? perché mi fate perdere inutilmente il mio tempo.

—Vi pagherò ugualmente. Desidero parlare con voi.

—Se pagate è un altro affare, anzi preferisco parlare; ma, sapete, si paga avanti.

Boni mise due dollari sul letto.

—Non ho da darvi il resto—disse la fanciulla.

—Tenete tutto.

—Corbezzoli, siete un milionario travestito....... oppure siete......

—Un poliziotto? no. Sono un vostro connazionale, addolorato di vedervi esercitare un infame mestiere.

—Caro mio bisogna pur vivere.

—Col disonore!—rispose Boni fissandola mestamente.

La fanciulla chinò il capo e stette alquanto muta, poi con voce triste riprese.

—Signore è il primo che mi parla così, e se avessi un tempo incontrato un uomo come voi, oggi non sarei una perduta.

—Siete ancora in tempo a levarvi dal fango nel quale vivete.

—No, no, oramai è tardi; ma se Dio esiste mi farà incontrare in colei che mi fece cadere, che mi ridusse allo stato che sono.

La sciagurata parlava con una voce dolce, commossa, che non aveva nulla a che fare con quella voce sfrontata con la quale aveva rivolto a Boni l’invito a vergognosi amori.

L’ex ispettore ne restò sorpreso, del resto i lineamenti della perduta erano buoni quanto belli, sembrava un’angelo decaduto, anelante di rialzarsi, di purificarsi, chi sa che la provvidenza non lo avesse lì mandato per salvare quella sventurata?

—Ebbene, fanciulla mia, se vi dicessi, io vi salverò, vi toglierò da questo luogo e se lo volete diventerete una donna onesta, che cosa rispondereste?

La fanciulla guardò fissamente quell’uomo, che le parlava in tal modo, i suoi occhi erano umidi di pianto, i singhiozzi le troncavano la parola sul labbro, ma la sua fronte si spianava, il suo volto esprimeva una gioia immensa.

—La vostra commozione, ragazza mia, mi dice che siete ancora in tempo a salvarvi, e per bacco vi salveremo.

—Signore,—e in ciò dire la sventurata si gettò ai piedi di Boni,—non so chi voi siate; ma è molto tempo che non udii parlare così, voi mi ricordate, il babbo mio, le vostre parole mi hanno rivelato tutta l’abbiettezza della mia vita, di questa vita che meno da due anni, inconscia di quello che faccio, come se vivessi in un sogno penoso. Ora ho aperto gli occhi, credevo non vi fosse più salvezza per me, voi mi stendete la mano, siate mille volte benedetto.

—Su alzatevi, non sono un Dio io da volere essere adorato in ginocchio.

—Io non voglio restare un minuto di più qui in questo luogo, verrebbero a trovarmi, e dovrei ancora assoggettarmi... no, no, piuttosto morire.

—Ebbene, io vi porterò in una casa rispettabile, dove potrete cominciare la vostra redenzione.

—Sia, ma prima è giusto che sappiate la mia storia;voi mi avete trovata in un luogo infame, offrendo il mio corpo, i miei baci, le mie carezze, conoscete ciò che sono, ma non quello che ero, ed io devo dirvelo.

—Parlate, vi ascolto perché lo volete; ma già indovino che siete più disgraziata che colpevole.

—Avete ragione così è.

CAPITOLO XX.

Povera Maria.

La fanciulla chiuse a chiave la porta, poi seduta vicino a Boni, principiò a narrargli questa triste storia:

“ Ho appena venti anni e nacqui a Vicenza, da una onesta e agiata famiglia. I primi anni della mia giovinezza li passai alla scuola. All’età di 12 anni! in un incendio, che divorò intera la mia casa, perirono i miei genitori.

“ In una notte mi trovai orfana e povera, il fuoco aveva distrutto la panatteria dei miei, non era assicurata e tutto fu perduto.

“ Una caritatevole famiglia mi accolse presso di sé e così ebbi un pane, un tetto. Tre anni fa un vecchio parente della mia mamma venne a Vicenza, fu a trovarmi e mi propose di seguirlo in America, dove abitava da tanti anni, io acconsentii tanto più volentieri, in quanto che coloro che mi avevano raccolto cominciarono ad essere stanchi di me.

Partimmo alla volta della Francia; potete immaginarvi quanta ammirazione destò in me quel viaggio, non mi ero mai mossa da Vicenza, e tutto quello che passava sotto i miei occhi erano cose nuove.

“C’imbarcammo all’Havre sopra la “Brettagne;” mio zio, lo chiamavo così ad onta che non fosse che un lontano parente, aveva preso dei biglietti di seconda classe e a bordo mi trovavo bene.

“Il mare era buono, allegra la compagnia,il trattamento signorile, ed io viveva come in un sogno. Una mattina, era il quarto giorno di viaggio, allorché la cameriera addetta alle cabine, mi avvisò che mio zio, alquanto indisposto, desiderava vedermi.

“ Accorsi subito da lui; rimasi spaventata, il poveretto in una nottata era ridotto irriconoscibile.

—Cara Maria,—mi disse,—sento che per me è finita.

—Finita, ma perché? come?

—Sento che il male si è impossessato di me, non vivrò altre 24 ore.

“ Detti in un pianto dirotto. Il buon vecchio tentò consolarmi, quando mi fui acquietata, mi disse: prendi questo portafoglio, contiene una tratta a vista di duemila dollari, un’azione della ferrovia della Pensilvania, e circa trecento dollari in biglietti di banca, sarà questa la tua eredità. Io non ho nessuno in America, degli amici e niente altro, se ho voluto ritornarci è perché è là che riposa mia moglie, il figlio mio; volevo vivere vicino a loro, ed essere seppellito con essi... il destino non lo vuole, pazienza.

“ Mi gettai piangendo fra le braccia del moribondo, poi feci chiamare il medico. Pur troppo lo zio aveva ragione, la scienza nulla poté fare, e nella sera morì.

“ Restai inebetita, affranta innanzi a quel cadavere, e dovettero strapparmi a forza di là.

“ La notte appresso verso le due, un mesto corteggio attraversò il ponte della “Brettagne;” il cielo era di un sereno abbagliante e la luna illuminava il triste spettacolo. Io seguivo la cassa che conteneva i resti mortali dello Zio, sostenuta dal medico che procurava di confortarmi. Ad un tratto, perdonate o signore, se vi dico questi particolari, ma in questo momento ho bisogno di evocare tutti i santi ricordi della mia vita perché mi diano la forza di compiere intera la mia redenzione.

—Seguitate pure, ciò m’interessa assai, è il vostro cuore che io imparo a conoscere.

“ Ad un tratto adunque, il capitano dette ordine di fermarsi, i quattro marinai posarono la cassa, e il loro capo invocò la benedizione del cielo sul capo del povero morto, quindi fece un segno, la cassa fu alzata, posata sul parapetto e gettata in mare, udii un tonfo, poi più nulla; guardai il mare tranquillo, cercai avidamente il luogo dove era sepolto per sempre lo zio, non vidi che l’acqua bianca, lucente sotto i razzi della luna. Svenni.

“ Per due giorni fui gravemente ammalata, poi mi riebbi; fu disgrazia somma, meglio era la morte.

“ Arrivammo a New York, io era decisa a riscuotere la tratta, a vendere l’azione della ferrovia e quindi ritornarmene a Vicenza.

“ Una giovane e bella fanciulla napoletana era l’unica mia amica, compagna di cabina;fin dai primi giorni del viaggio erasi stretta fra noi una grande amicizia, essa sapeva i miei progetti e li approvava completamente, e siccome essa era assai esperta perché più volte aveva viaggiato, si offerse di servirmi di guida fino al momento nel quale non fossi di nuovo partita per l’Europa.

“ Clara, tale era il nome, si adoperò in modo, che il secondo giorno che era a New York avevo riscosso la tratta, venduta l’azione, e tenevo nel mio portafoglio più di tremila dollari, una vera fortuna per me.

“ Fu deciso che ripartirei il sabato con lo stesso battello col quale era venuta. Io e Clara abitavamo la stessa camera, dormivamo nel medesimo letto; il giovedì a sera, dopo avere dato un bacio a Clara, mi addormentai profondamente, col portafoglio sotto al capezzale del letto.

La mattina dopo, quando mi svegliai, fui sorpresa di non vedere vicino a me Clara; pensai che fosse uscita per qualche affare urgente e aspettai. Clara non tornava, allora saltai dal letto e mi vestii prestamente, quindi andai per prendere il mio portafoglio, ma era sparito. Immaginate la mia disperazione. Ma chi era il ladro? Ben presto non ebbi più dubbio, la mia compagna di viaggio mi aveva derubata.

I proprietari dell’Hotel credettero che il furto fosse una commedia per non pagare il conto, e mi trattarono come un’avventuriera. La polizia messa a cognizione del fatto, si pose a cercare, ma non trovò nulla.

“ Priva di mezzi, in una città sconosciuta, mi trovai in mezzo alla strada. Fu allora che incontrai la miserabile che doveva perdermi.

“ Era costei una donna dai modi onesti e simpatici, si avvicinò a me in un momento di grande sconforto, mi offrì ospitalità e lavoro, ed io accettai con gioia, che mi aveva mandato uno dei suoi angeli per proteggermi.

Boni si faceva sempre più attento, in questo punto, la storia di Maria cominciava a divenire uguale a quella di Vittoria, forse era mamma Margherita, che aveva perduto la fanciulla che gli stava innanzi.

“ Questa donna mi condusse in casa sua, aveva un marito che mi spaventò con la sua bruttezza, con i suoi modi.....

—Come si chiamava questa donna?—interruppe Boni.

—Margherita.

—Miserabile! avrei dovuto immaginarlo. Megera del diavolo, verrà anche per te, il rendimento di conti.

—La conoscete.

—Sì, ma tirate innanzi.

—Da questo punto la mia storia è orribile, i discorsi che mi teneva Margherita cominciavano ad aprirmi gli occhi, e aveva deciso di abbandonare una casa, dove la mia innocenza, il mio onore erano in pericolo.

“ Una sera, dopo cena, mi addormentai profondamente; durante quel sonno, dovuto certo a un narcotico, un infame, che mi aveva comprato, abusò di me, s’impossessò del mio corpo, e alla mattina, svegliandomi, mi trovai fra le braccia di uno sconosciuto, che giurava d’amarmi.... Fui vile, accettai il disonore, affranta, fiaccata, inebetita da tante sciagure; è questa la maggiore delle mie colpe, se io mi fossi ribellata, se nel mio pudore offeso, nella mia verginità contaminata, avessi trovato la forza di non lasciarmi abbattere, ero salva.

“ Così non fu...., sfogate le sue brame in sei mesi di vita comune, l’uomo che aveva abusato di me, mi abbandonò, e allora cominciai quella vita da cantoniera, che dà la caccia all’uomo, agli angoli delle vie, che sorride a tutti, che si mette in mostra per essere comprata. Di quando in quando aveva ribrezzo di ciò che faceva, ma la caduta era irreparabile.

“ Fui arrestata più volte, passai tre mesi all’Isola, ed in quel tempo, ebbi tempo di pensare alla mia triste, ignobile esistenza.

“ Ma ne avevo io colpa? La fatalità, o meglio la malvagità e brutalità degli uomini, mi avevano così ridotta.

“ Di caduta in caduta, sono arrivata fino qui, in questa camera, dove per pochi soldi mi vendo; ciò è orribile.

E la disgraziata dette in dirotto pianto.

Boni la prese dolcemente per mano, e le mormorò:

—Coraggio, Maria, tutto non è ancora perduto, e se voi vorrete, il vostro passato scomparirà come un brutto sogno.

—Se lo voglio? Con tutta l’anima. Anche se voi non mi prestaste il vostro aiuto, io cercherei redimermi da me.

In quel momento fu bussato con violenza alla porta.

—Non aprite,—disse piano Boni.

I colpi raddoppiarono, e insieme a questi si udivano delle voci avvinazzate gridare:

—Apri,baldracca, ci fai fare anticamera; da quando in qua questa novità? C’è qualche merlo con te? Orbene, sbrigati, contentalo e sia finito.

Maria, pallida, tremante, si appoggiava a Boni per non cadere.

Le grida continuavano, le parole più oscene venivano pronunziate; finalmente quegli avventori se ne andarono, dopo di avere diretto a Maria i titoli più insultanti.

La poveretta era più morta che viva, comprendeva in quel momento tutta l’abbiettezza della sua attuale esistenza.

Avrebbe potuto mai rialzarsi da quel fango?

I suoi occhi, molli di pianto, si volgevano a Boni; questi comprese la tacita domanda, aprì le braccia alla perduta, e le disse:

—Figlia mia, i tristi giorni sono finiti, ritorna quella che eri prima del delitto del quale fosti vittima, il mondo non è spietato, perdona e dimentica.

Maria, raggiante di gioia, si gettò fra le braccia del salvatore, una dolcezza infinita le invase il cuore, si sentiva trasformata.

Un’ora dopo, Maria entrava in casa Ferroni, accolta come una figlia; Boni brevemente aveva raccontato alla moglie di Ferroni la triste storia della ragazza; e la buona, la dolce compagna del benefico italiano, aveva risposto semplicemente:

—Sarò sua sorella.

CAPITOLO XXI.

La caccia.

Boni non poteva dire di avere perso il suo tempo, nella prima visita fatta in Mulberry; l’incontro di Maria, non solo gli aveva dato campo di salvare una disgraziata, dannata alla prostituzione, ma anche di trovare una prova che, a tempo opportuno, poteva dire ai Ghirendini, quale infame mestiere esercitassero.

L’indomani degli avvenimenti che abbiamo narrato, Boni elegantemente vestito di nero come un magistrato, si presentava con un permesso speciale, alle Tombs e aveva un lungo colloquio con Righetti.

Il giovane non aveva perso la calma, sicuro della propria innocenza,sopportava rassegnato il suo destino, e solo l’addolorava il sapere Vittoria pazza, sofferente.

Boni presentò a Righetti una lettera di Leonardi, e naturalmente fu accolto dal prigioniero con affetto e riconoscenza.

L’ex-ispettore domandò a Righetti molte spiegazioni, si fece dare i connotati di Margherita, che trovò corrispondenti in tutto e per tutto a quelli avuti da Caterina, la padrona del Ristorante di Mulberry. Lo esortò a sperare, a non perdersi d’animo, e l’assicurò che tutto quanto era umanamente possibile fare, sarebbe stato tentato, non solo per toglierlo di prigione, ma per riabilitarlo completamente.

—Più che la mia libertà, tengo al mio onore,—disse Righetti.

—Non spaventatevi se vi condurranno al tribunale e se il giudice vi darà la condanna, ricorreremo subito in appello e in questo tempo troveremo il colpevole.

—Trovatelo, trovatelo, quell’infame, che ha tentato possedere e uccidere la donna che amo.

Boni, lasciate le Tombs, si recò da Ferroni per fare una visita alla sua protetta; colà trovò anche Leonardi; essendo l’ora della colazione Ferroni invitò tutti a mettersi a tavola; Maria vergognosa si assise pure a mensa, le premure che si avevano per lei le facevano scorrere le lacrime.

Terminato di mangiare, Boni,Leonardi e Ferroni tennero consiglio. Leonardi aveva saputo dall’avvocato che il giorno appresso sarebbe pronunziata la sentenza e che certo Righetti sarebbe stato condotto a Sing-Sing, dovendo anche i condannati sotto appello, aspettare la decisione della Corte Suprema nel penitenziario.

Boni disse che aveva già prevenuto Righetti della cosa, e restarono intesi, salvo avvenimento imprevisto, di trovarsi la mattina dopo alle undici alla Court House.

L’ex-ispettore tanto per fare, dette una passatina in Mulberry, chi sa che il caso non lo mettesse in presenza di mamma Margherita?

La sua aspettativa andò delusa; arrivato innanzi a casa Ghirendini vide sulla porta la bandiera rossa del pubblico venditore, allora si risovvenne, che appunto in quel giorno si vendevano i mobili della “ casa del delitto ” come la chiamavano in Mulberry.

Entrò; la vendita era già cominciata, eravi folla, e fra questa molti americani attirati certo dalla “ reclame ” che erasi fatto a quel locale dove gl’italiani strangolavano le loro innamorate.

Il letto, la lampada, tavoli, erano già venduti; restava una piccola scrivania di noce.

Boni ebbe vaghezza di comprarsela e la disputò accanitamente ad un’americano,che non voleva cederla.

Quel mobile, che poteva valere dieci dollari, fu pagato sessanta dall’ex-ispettore.

La folla guardava meravigliato colui che si divertiva a pagare sei volte tanto un mobile né bello né elegante, e lo prendeva sicuramente, per qualche eccentrico milionario.

Boni pagò il banditore e lasciò detto che mandassero il mobile in casa Ferroni, al 3 bis Broome Street, quindi se ne andò tranquillamente.

Cosa strana, dal momento che era diventato il padrone di quel mobile, aveva la smania di guardarci dentro, chi sa che nei cassetti non trovasse la traccia di ciò che cercava con tanto accanimento.

Alle volte, un pezzetto di carta, un’indirizzo dimenticato, può essere scintilla che fa scaturire la luce, e di luce eravi di bisogno in quel caso arruffato del delitto di Mulberry.

Boni, immerso nelle sue meditazioni,risaliva lentamente il quartiere popolare italiano, quando ad un tratto si sentì urtato villanamente, alzò la testa e non poté trattenere un grido di stupore e di gioia, riconoscendo nel passante Napoleone Ghirendini, che, ubriaco fradicio, percorreva il marciapiede a zig-zag.

Boni si rimise prestamente della sua sorpresa, e felice dell’occasione che gli si presentava,si propose di seguire dovunque il miserabile e sapere dove abitava, o in qual luogo capitava; saputo dove era la tana del rettile, avrebbe pensato lui a scovarlo.

Ghirendini seguitava la sua strada, alcuni ragazzi gli gettavano delle bucce di banane, altri lo schernivano, e le baldracche avvinazzate tentavano accoppiarsi a lui, per andare in compagnia a bere un bicchiere.

Ghirendini stava per sboccare in Park Row quando incontrò un’ irlandese ubriaco a mezzo, che cominciò ad insultarlo.

Napoleone si risentì, l’altro gli sferrò un pugno, che lo mandò a rotolare in mezzo alla via.

Ghirendini si rialzò, dal suo naso usciva a fiotti il sangue, la sbornia eragli passata come per incanto e furioso, tremendo si slanciò sull’irlandese.

La lotta a corpo a corpo, alla quale assisteva mandando grida di gioia una gran folla, tosto radunatasi, con quella rapidità che è una privativa delle grandi città, ebbe termine coll’arresto dei due litiganti.

Boni era furioso, quell’arresto scombussolava tutti i suoi piani.

—Brigante,—mormorava,—farsi arrestare proprio adesso, canaglia matricolata, metto anche questo nel tuo conto.

Boni avrebbe potuto andare alla polizia e dire, che l’arrestato era quel tale Ghirendini, invano cercato all’epoca del delitto di Mulberry; ma ciò non faceva ai suoi progetti, per lui abbisognava che Ghirendini fosse libero, per guidarlo a casa sua, dove certo abitava con la degna compagna, per sapere da essa per le buone o per le cattive, il nome al quale fu venduta Vittoria.

La folla seguì li arrestati schiamazzando; Ghirendini camminava tutto mortificato, un osservatore avrebbe notato che era pallido, e che le sue labbra, fatte bianche, tremavano.

Il miserabile pensava alle conseguenze di quell’arresto, perché se per i pugni scambiati veniva tutto al più essere multato di dieci dollari, poteva benissimo avvenire che trovandosi al tribunale di polizia qualcuno lo conoscesse e gli domandasse conto del perché era sparito da Mulberry, l’indomani di un delitto commesso in casa sua.

Boni, perso fra la folla,non perdeva di vista Napoleone; quando i poliziotti e la loro preda arrivarono allo “ Station House, ” i curiosi furono fatti allontanare; l’ex-ispettore si fece risolutamente innanzi, e si avviò per montare la scaletta che conduce agli uffici di polizia, al policeman che tentò di fermarlo rispose con franchezza: scusate sono il “ reporter ” di un giornale italiano e...

—Bene, bene, passate.

Il giudice di polizia era in sedia e dava udienza; fra una condanna e l’altra, fra un interrogatorio ed una chiaccherata, come si usa in America, dove la giustizia non ha apparati, né toghe, né berrettoni, né uscieri, furono presentati al giudice i due pugilatori.

Suo Onore stette a mala pena a sentire quanto raccontava il policeman che aveva fatto l’arresto, poi senza alzare gli occhi da un foglio che teneva fra le mani, sentenziò che entrambi i prigionieri pagassero la multa di dieci dollari.

Il policeman domandò agli arrestati se avessero i denari, ma questi, sconsolati, dovettero dire di no.

Il giudice fece un cenno, e Ghirendini e il suo compagno furono condotti via.

—Dove li portano?—chiese Boni ad un policeman.

—Nelle carceri qui sotto, dove staranno fino al momento nel quale partiranno per l’Isola.

—Non sono più a tempo a pagare la multa?

—Certamente, fino a che si trovano qui.

Boni non aveva con se dieci dollari, ma casa Ferroni era lì a due passi; lasciò frettoloso il tribunale e si recò dall’amico.

Lo trovò in casa; senza dare spiegazioni gli domandò dieci dollari.

Ferroni, ridendo di tanta furia, aprì la cassa forte, prese cinque biglietti da dieci dollari ciascuno e li offrì a Boni, questi ne prese uno e uscì a precipizio.

Mentre arrivava alla polizia, il carro dei detenuti usciva dal cortile. Boni non ci badò più che tanto, e salito lestamente al tribunale, andò dritto al giudice, al quale disse che era pronto a pagare la multa per uno dei due arrestati, che pochi momenti prima Suo Onore aveva condannato.

Il giudice gentilmente gli rispose essere venuto troppo tardi, perché appunto cinque minuti prima, aveva firmato l’ordine di traduzione all’Isola, per quanti si trovavano al deposito di polizia.

Boni a stento represse la sua rabbia.

Non aveva fortuna. È vero che nulla era perduto, ma gli dispiaceva di andare per le lunghe, ogni giorno di ritardo lo faceva smaniare.

Ghirendini era nelle sue mani, avrebbe saputo dove abitava, quand’ecco che un incidente piccolissimo lo toglieva alla sua sorveglianza.

Boni poi disprezzava altamente quei bravi poliziotti, che non avevano per nulla riconosciuto quel cattivo soggetto, del quale, un tempo tutt’altro che lontano, dovevano avere avuto i connotati.

Decisamente i policemen di New-York erano dei principianti, e non dovevano essere per nulla adatti a scoprire delitti.

—Fanciulloni pieni di boria,—andava borbottando, mal tenendo celata la sua collera,—i delinquenti vi passano sotto il naso, e non stendete nemmeno la mano per prenderli.

Fu in queste disposizioni d’animo che Boni ritornò in casa Ferroni; questi vedendolo tutto mortificato, gli domandò, ridendo, che diavolo eragli successo.

L’ex-ispettore raccontò la sua avventura, e siccome si disperava, Ferroni lo tranquillizzò dicendogli, che fra pochi giorni, al ritorno di Ghirendini dall’Isola, la traccia si sarebbe ritrovata.

CAPITOLO XXII.

Salviamo Leonardi!

—Ora, amico mio,—continuò Ferroni,—quello ch’è fatto è fatto, e non conviene arrabbiarsi; giacché siamo soli, ho bisogno di farvi alcune confidenze, perché possiate aiutarmi a rendere felice il nostro amico comune, Leonardi.

—Tutto quello che posso fare, lo farò con gioia per quel caro giovane.

—Sappiate adunque che il nostro amico è innamorato.

—Benissimo, è giovane, buono, ricco e la donna che ha scelto a sua compagna sarà felice.

—Quella donna ama un’altro.

—Male, male, quella giovane deve avere cattivo gusto, perché è difficile trovare un’altro giovanotto come Leonardi.

—Eppure è così, il nostro amico fu un tempo, nei giorni tristi della miseria, maestro di lingua italiana a colei che ama.

“ Non osò però manifestare il suo amore, era povero e lei ricca, la sua delicatezza gl’imponeva il massimo dei riserbi.

—Male, male; in fatto di amore, la timidezza è un delitto, i timidi hanno sempre torto, e mentre vivono sognando, circondando il loro idolo di un rispetto esagerato, qualcun’altro, più furbo e più audace, prende d’assalto la fortezza e vi pianta la propria bandiera.

—Così avvenne difatti, mentre Enrico adorava in silenzio, un mascalzone si fece innanzi, e si rese padrone del cuore di Fanny. Quando Leonardi lo seppe, decise di morire; ma prima volle rivedere colei che amava. Si recò da lei. La fanciulla,che non erasi mai accorta di nulla, apprendendo che il suo maestro l’amava, ne fu offesa; tutto il suo orgoglio si ribellò, e ferì crudelmente Enrico, che tornato a casa, stava per suicidarsi, quando fortunatamente capitai io, e la grave sciagura fu risparmiata.

—Diamine, diamine,—mormorò Boni,—la cosa è grave.

—Gravissima. Leonardi è ora più che mai innamorato. L’altro giorno, quando arrivò sua madre, a bordo del “Fulda” rivide Fanny; non era più l’altera fanciulla, ma una buona amica che gli stese la mano e baciò la madre sua.

—Mi ricordo, una gran bella fanciulla, in verità.

—Orbene, amico mio, quella fanciulla sta per sposare un miserabile, al quale non vorrei stendere la mia destra, per tutto l’oro del mondo.

—Bisogna impedirlo.

—È quello che faremo, se arriveremo a smascherare uno dei più matricolati furfanti della nostra Colonia.

—Sarà cosa facile, se veramente è un poco di buono.

—Le ragazze innamorate, quando si tocca il loro idolo, vogliono delle prove; l’amore è cieco, e per dargli la vista è compito grave.

—Suvvia, ditemi chi è costui, cosa fa, da dove viene e perché lo classificate fra i birbanti.

—Ecco qua; la cosa rimonta a parecchi anni fa. Un giorno mi trovavo al tribunale delle Tombs per assistere un mio compaesano, che era stato arrestato per una contravvenzione.

“ Mentre aspettavo che il mio raccomandato fosse interrogato, sfilarono innanzi al giudice una quantità di ladri matricolati, che finalmente la polizia aveva potuto arrestare. Fra questi eravi un giovane italiano, che disse chiamarsi Paolo Albini; ricordo questo nome e ricordo la sua fisonomia perché provai un vivo dolore nel vedere un nostro connazionale, in quella combriccola di furfanti.

“ Da quel momento passarono più di tre anni; immaginate la mia sorpresa, quando alcuni mesi fa, al Pic-nic del 20 Settembre, un mio amico mi presentò un giovane elegantemente vestito, nel quale io riconobbi il ladro Paolo Albini. Sul principio ho creduto ad una rassomiglianza, ma quando egli parlò, il timbro della sua voce, era così uguale a quello che avevo sentito risuonare nel tribunale delle Tombs, che non ebbi più il minimo dubbio.

“ Il furfante però se aveva la voce, lo sguardo, la fisonomia di Albini, non aveva più lo stesso nome.

—E si chiamava?—interruppe Boni.

—Renato Ruizzi.

—Questo nome non mi è nuovo, è quello, se non erro, di uno dei nostri più ricchi negozianti di cristallerie.

—Appunto. Da quel giorno, io mi sono fatto premura di scoprire, come avesse, il ladro di un tempo, conquistato ricchezze e reputazione.

—E cosa sapete?

—Renato Ruizzi, uscito di prigione, fu impiegato presso un onesto banchiere, amico mio, il quale ignorava affatto il suo passato; di là passò ad esercitare l’infame mestiere del “boss” nel S. Carolina, e fu uno dei più spietati guardiani di schiavi bianchi, che abbia mai avuto al suo servizio la compagnia delle miniere di fosfato. Implacabile, crudele, fu per tre anni il carnefice degli operai, che ancora lo maledicono.

Colà accumulò del denaro, e tornato a New York, comprò il negozio di vetrerie, che tiene tutt’ora.

—Si, è un vero farabutto questo Ruizzi ... ma disgraziatamente la sua vita è somigliante a quella di tanti che oggi godono stima e onori. In America si perdona molto, specialmente a chi ha denari, perché l’origine di quasi tutte le ricchezze è tutt’altro che pura. Ho studiato questo paese, esso vien considerato dai più come territorio di conquista, dove è lecito ogni cosa, qui si mette in opra in tutta la sua brutalità il detto famoso “ il fine giustifica i mezzi. ”

“ Si vuole ad ogni costo giungere alla ricchezza,lacrime, sangue, bagnano spesso e volentieri i biglietti di banca, che si chiudono al sicuro nelle casse di ferro; ma quelle lacrime e quel sangue hanno tempo di asciugare e quando quei biglietti ritornano alla luce non si scorge più nulla.

“ Vi sono fortune colossali, scandalose, (non parlo fra i nostri connazionali, che nella gran maggioranza guadagnarono con i loro sudori ciò che posseggono) che ebbero per base la truffa il furto.

“ Ora, quando noi avremo gettato in faccia a Ruizzi il suo passato, quando li avremo detto, e non provato, guardate bene, che quattro anni or sono rubò, che ha fatto il “ boss ” che fu il carnefice dei suoi fratelli, arriveremo a scuotere il piedistallo dove posa,ma difficilmente lo faremo cadere.

—Dunque non potremo nulla?

—Non dico questo; noi per difendere la felicità del nostro amico, faremo tutto il possibile perché Ruizzi non abbia a sposare Fanny. Conoscete il padre della fanciulla?

—Sì, e già gli dissi qualche cosa riguardo a Ruizzi; ed egli mi promise, che avrebbe ritardato il matrimonio.

—Benissimo, un passo è già fatto. Io conosco di vista questo bel tomo, ha una faccia che non mi è mai piaciuta, del resto quel volto io devo averlo visto in Italia, non posso precisare dove. Si dice napoletano, non è vero?

—No, si spaccia per romano.

—Basta, io lo terrò d’occhio; regola generale, difficilmente tale razza di gente si ravvede e anche giunta alla ricchezza, sente la nostalgia del fango e di quando in quando, ama sguazzarci dentro, chi sa che con un poco di fortuna non lo abbiamo a cogliere nel momento che posa la maschera del galantuomo per prendere quella del birbante?

—Benissimo, amico mio, sento che sorvegliando bene quel miserabile si abbia a scoprire molte cose utili per noi.

“ Intanto io mi sono dato premura di mettere in guardia anche Fanny,un servo di casa Spencher, che mi è devoto, ogni giorno pone dei bigliettini nell’appartamento della fanciulla e su quei biglietti vi è scritto “ Guardatevi da Ruizzi. ”

—Caro Ferroni, voi fate le cose in modo troppo romantico, e chi sa che quei moniti non servino ad avvantaggiare li affari di Ruizzi;lo sapete, le donne amano coloro dei quali si dice male, anzi direi che godono un’aspra voluttà ad amare i discoli e li scioperati. Vi sono fanciulle caste, pure, buone, timorate di Dio, che adorano certi scavezzacolli degni di forca e di galera. Dunque date retta a me, non più bigliettini, non più avvertimenti misteriosi, lasciate che le cose vadano da se, soltanto pensate a far sì che Mr. Spencher non abbia furia a maritare la figliuola; da cosa nasce cosa, guadagniamo tempo e questo è quello che ci vuole.

—Farò quanto dite. Confido interamente nella vostra esperienza.

—Leonardi è nostro amico, io sono interamente a sua disposizione.

CAPITOLO XXIII.

La scrivania.

Il colloquio fu interrotto dall’arrivo dei facchini che portavano la scrivania comprata da Boni.

Ferroni restò sorpreso nel vedere quel mobile; l’ex-ispettore, che si era scordato di parlare del suo acquisto, narrò brevemente all’amico dove e perché aveva comprato la scrivania.

Appena i facchini si furono ritirati, i due amici si misero ad esaminare il mobile, i primi cassetti che aprirono erano completamente vuoti, il cassetto grande di mezzo era pieno di giornali umoristici francesi, dalle incisioni colorate, molto scollacciate e piccanti.

—Ecco la bibbia di mamma Margherita—disse sorridendo Boni.

Fra quei giornali non fu possibile ritrovare neppure un pezzetto di carta scritta, non un’indicazione, non una parola che fosse utile.

Boni era stizzito, avere speso sessanta dollari per nulla! Gli rincresceva, poi anche questa volta il suo presentimento non si avverava, tutto andava contro, come se una potenza arcana volesse, che il mistero che avvolgeva il delitto di Mulberry non fosse mai schiarito.

Ferroni si divertiva in parte nel vedere l’aria contrariata dell’amico; ma anche lui era tutt’altro che contento.

Boni guardava di qua e di là ogni angolo della scrivania, perfino tentava decifrare i giroglifici fatti con la penna sulla tavola lucente.

Gli sarebbe bastata un’iniziale, tanto per poter dire che un barlume vi era in lontananza e, che forse quel debolissimo lumicino sarebbe divenuto faro luminoso per guidarlo alla scoperta del vero. Ma nulla, nulla!

Boni erasi alzato indispettito, salutò Ferroni e stava per andarsene, quando sentì un colpo secco come di molla che scatti, e a quel colpo fece eco un’esclamazione di gioia di Ferroni, il quale mentre rimetteva a posto una vite della scrivania, aveva visto saltare una tavoletta, che copriva un cassetto segreto pieno di carte.

—Lo sapevo che non m’ingannavo—gridò trionfante l’ex-ispettore tuffando con frenesia le sue mani nel nascondiglio.

Ma le carte apparivano di nessun importanza, erano bigliettini senza firma, dove si domandava a mamma Margherita, se aveva nulla di pronto; altri portavano queste semplici parole a “ questa sera ” qualcuno diceva “ sta bene per 50 dollari. ”

Quei bigliettini erano scritti in tutte le lingue, ve ne erano di tedeschi, inglesi, italiani, francesi, russi.

—La miserabile aveva una clientela cosmopolita,—disse Ferroni.

Boni non rispose; esaminava con cura quei bigliettini, li voltava e rivoltava come se avesse voluto strappare il loro segreto, ad un tratto dette un grido di gioia, e mostrò trionfante la sua scoperta a Ferroni. Questa consisteva in un biglietto di visita di Renato Ruizzi, sul quale era scritto: “ Se la selvaggina è fresca e bella, pagherò in corrispettivo. ”

Colui che voleva sposare Fanny frequentava certi luoghi immondi, era un cliente di mamma Margherita!

Ecco quanto bastava a perderlo,le fanciulle difficilmente perdonano a chi si dà in braccio ad amori venali.

—L’affare di Ruizzi si complica—disse allegramente Boni.—Anche egli era un’avventore di mamma Margherita; il miserabile continua la sua vita delittuosa, e questo lo perderà, questo gli torrà l’amore di Fanny.

—Ecco perché Ruizzi, il giorno della condanna di Righetti si trovava alla Corte.

—Era in corte lui?

—Sì.

—Sarà stato là come curioso... oppure...—Boni aggrottò le ciglia e non terminò il suo dire.

—Che avete? perché vi arrestate?

—Penso... penso che potrebbe essere benissimo Ruizzi il colpevole del delitto di Mulberry.

—Che dite mai?

—Nulla per ora, prima di formulare un’accusa tanto grave ho bisogno di conoscere ben bene il nostro uomo, lasciate che io l’avvicini, che gli parli e poi vi dirò quello che ora taccio.

—Mi fido di voi... Volete restare a pranzo con noi, anche la vostra protetta vi vedrà volentieri. Pare impossibile che quella fanciulla tanto buona e affettuosa, voi l’abbiate tolta da un...

—Dunque siete contento di lei.

—Mia moglie l’adora.

—Così presto?

—Signori, è in tavola—gridò la voce argentina della Ferroni.

I due amici si alzarono e si recarono nella sala da pranzo; colà trovarono Maria raggiante di felicità.

Il pranzo fu allegrissimo; Boni erasi fatto di buon umore, e raccontava mille storielle curiose.

Alle frutta, la signora Ferroni, parlò del ballo mascherato della “Fraterna”, che doveva aver luogo il prossimo martedì; ci sarebbe andata volentieri, ne dicevano un mondo di meraviglie.

Ferroni disse che l’avrebbe condotta ben volentieri; Boni dichiarò che lui pure sarebbe andato, e impegnava fin d’ora un ballo colla gentile padrona di casa.

Fu convenuto che andrebbe anche Maria, ma mascherata, perché non era prudente che la povera fanciulla si mostrasse così presto in pubblico, poteva essere riconosciuta ed insultata.

—Son persuaso che a quel ballo vi sarà anche Ruizzi,—disse Boni a Ferroni mentre se ne andava,—ed ecco perché ci vado volentieri; voglio esaminarlo da vicino.

—Vi travestireste?

—Potrebbe essere.

CAPITOLO XXIV.

Vittima e carnefice.

Già da molto tempo Vittoria, la povera pazza, non era più assalita da eccessi furiosi, la sua pazzia aveva assunto un carattere mite, che dava molto da sperare ai medici.

Invano però la sventurata tentava ricordarsi, nella sua mente restava un vuoto, una lacuna, che non era possibile riempire. Le sembrava di essere morta, e di trovarsi già nell’eternità; del figlio, dello sposo infame, nemmeno la più lontana idea. Le sue compagne di sventura prendeva per abitatrici del purgatorio, nel quale credeva trovarsi.

La sua mente era occupata dal desiderio ardente di conquistare il paradiso.

Qualche volta, quando un visitatore la incontrava per i viali dell’isola, fuggiva spaventata; gli uomini le mettevano una grande paura.

Però, non dava più in smanie come nei primi tempi, ma sibbene tremava come una foglia.

Ferroni aveva promesso d’interessarsi della pazza, ed ora lo faceva tanto più volentieri, perché la sapeva amata da Righetti, però non si recava spesso al manicomio, causa la ripugnanza, l’avversione di Vittoria per gli uomini.

Ferroni scriveva continuamente al direttore dell’asilo, e spesso inviava alla pazza, dolci, frutta, danari.

Nell’isola dove sorge il manicomio, dov’era ricoverata Vittoria, vi si trova pure uno stabilimento di pena, dove vanno a scontare le piccole pene i condannati dai tribunali di New York, e colà fu pure condotto Ghirendini.

I condannati eseguiscono lavori di riparazioni e di abbellimento, curano i giardini, puliscono i viali, fanno i servizi più pesanti del manicomio.

Da due giorni Ghirendini era all’isola, quando essendo intento a livellare un viale, si trovò faccia a faccia con Vittoria.

La pazza, nel vederlo, non gridò, non si mosse, ma fissò i suoi occhi stranamente spalancati su Napoleone, che la guardava senza riconoscerla.

Qualche cosa di terribile doveva certo avvenire nella testa della pazza, perché le sue labbra si contraevano, i suoi denti stridevano, un tremito convulso moveva tutta la persona.

Ghirendini, affascinato da quello sguardo implacabile, che dardeggiava sopra di lui, avrebbe voluto fuggire, ma non lo poteva.

Ad un tratto Vittoria mandò un grido di trionfo, e colla rapidità del fulmine, si slanciò sul miserabile, le sue mani si strinsero come morse di acciaio intorno al suo collo, e certo il marito di Margherita sarebbe morto strangolato, se non fossero accorsi gl’infermieri a liberarlo dalla stretta mortale.

Vittoria in preda ad una grande agitazione gridava mentre la portavano via:

—Lasciate che l’uccida, è lui, è lui l’infame che mi ha venduta.

E siccome gl’infermieri non le davano retta, le smanie della poveretta diventavano sempre più terribili; per calmarla la condussero nella sala delle doccie, appena, colà Vittoria si calmò, la doccia la spaventava.

—No, no,—gridava la pazza,—la doccia no; Dio mio, quel gelo sulla testa, mi strazia, mi tortura; sarò buona, non dirò più una parola.

Gl’infermieri non le dettero retta, e sul capo di lei scese un torrente d’acqua ghiacciata, che soffocò il grido di angoscia, uscito dal petto anelante della pazza.

Quando il rubinetto fu chiuso, Vittoria era svenuta; la portarono nella sua cella e la misero a letto.

La disgraziata dormì lungamente e profondamente, quando si svegliò un barlume di ragione cominciava a penetrare nel suo cervello offuscato, era il principio della guarigione.

Alla visita mattutina, i medici che esaminarono Vittoria, si accorsero di quel miglioramento, e cominciarono a sperare che la salvezza non sarebbe stata lontana.

L’incontro di Ghirendini aveva in parte squarciato il denso velo, che ottenebrava la mente della disgraziata vittima di Renato Ruiz.

CAPITOLO XXV.

Il ballo della Fraterna.

La neve cadeva giù a larghe falde, le vie di New York avevano il bianco tappeto invernale, che l’inerzia dei commissari della nettezza pubblica lasciano incontaminato più lungamente che sia possibile.

Il tempo pessimo non spaventava affatto coloro che volevano godersi lo splendido Carnevale Veneziano, che a cura della Società Fraterna, uno dei sodalizi più importanti della colonia, faceva rivivere nell’elegante Lenox Lyceum, l’ultimo giorno di carnevale del 1892.

La sala era affollata di maschere eleganti, e vista dall’alto di un palchetto, presentava un magico effetto; i colori dei costumi, lo scintillare degli ori, degli argenti, davano alla scena uno splendore da novelle arabe; qua e là, la vivacità delle tinte, era bruscamente rotta dalle marsine nere, della parte seria degli intervenuti, che non avevano voluto nascondersi sotto qualche pittoresco costume.

Un pulcinella allegro, chiassone, pieno di spirito, uno di quei pulcinella che sono la delizia dei veglioni d’Italia,correva di su e di giù,lanciando un motto, una parola spiritosa, scoprendo con la massima discretezza li altarini alle belle fanciulle che si facevano rosse, come melagrane.

Ruizzi in abito di etichetta con a braccio una graziosa mascherina in costume ricchissimo da sultana tutto trapunto d’oro, passeggiava alteramente per la sala, superbo di essere il punto di mira di tutti li sguardi.

Però, di quando in quando, su tanta alterezza passava una nube e ciò avveniva quando quel burlone di pulcinella del quale abbiamo parlato più sopra a lui si avvicinava mormorandogli misteriose parole.

Ferroni in mezzo ad un gruppo di amici parlava allegramente del successo del ballo, e rideva a piena gola alle spiritosaggini di buona lega che gli venivano lanciate dal pulcinella ogni volta che passava vicino al gruppo, che l’allegra maschera aveva battezzato col nome di “ congresso dei becchini del carnevale. ”

Una volta che il pulcinella era venuto vicinissimo al Ferroni, questi gli disse: Si diverte cavaliere?

Il pulcinella aveva dato in una sonora risata e si era perso fra la folla.

Leonardi seguiva con occhio inquieto Ruizzi e la sua compagna, ben indovinando che la bella sultana altro non doveva essere che Fanny.

La signora Ferroni, in elegante toilette di Foulard celeste occupava una “ box ” e aveva in sua compagnia un elegante mascherina in costume di giardiniera.

Il pulcinella instancabile,era andato anche nella box e teneva divertite le due donne, le quali perdevano la testa per scoprire chi mai si celasse sotto quel ridicolo travestimento.

La folla si faceva sempre più allegra e chiassosa, lo Champagne bevuto in abbondanza, accresceva il buon’umore, la mezzanotte era passata e moltissime maschere erano cadute e le belle fanciulle non nascondevano più i loro vezzi.

Il pulcinella però aveva conservato la sua, e a chi lo esortava a scoprirsi diceva tante cose amene e piccanti, da convincerlo che era una vera benedizione che quel capo ameno restasse a volto coperto.

Leonardi, in un momento che Fanny aveva lasciato il braccio di Ruizzi e se ne stava col padre suo, prese il suo coraggio a due mani e si presentò a lei per invitarla a ballare.

La fanciulla accettò senza esitare.

Quella coppia destava la generale ammirazione, Leonardi giovane elegante, simpatico, di modi distinti, ballava con una grazia ammirabile, Fanny, deliziata dalla danza, secondava mirabilmente il suo compagno, e a lui si stringeva con dei fremiti, che davano le vertigini all’Enrico, che sentiva nel suo cuore palpitare la donna che amava alla follia. Avrebbe voluto morire in quel momento. Ferroni seguiva con gioia i giri vertiginosi dei due giovani, e trovandosi vicino a Mr. Spencher, anche lui ammirato, non poté a meno di dirgli:

—Che bella coppia di sposi!

Il padre di Fanny non rispose, ma sospirò.

L’orchestra tacque,il sogno finiva e Leonardi riportò Fanny da suo padre; Ruizzi corse a riprendere il braccio della fidanzata, che condusse a passeggiare per la sala; aveva fatto pochi passi, quando il pulcinella gli si parò dinanzi e gli disse:

—Mio bel cavaliere dall’occhio nero, sai dirmi cosa avvenne del tuo amico Paolo Albini?

Renato indietreggiò come se avesse visto drizzarsi innanzi a lui un serpente.

—Diamine, non volevo metterti paura—disse sghignazzando il Pulcinella mentre si allontanava.

—Cosa ti senti Renato? sei pallido come un morto. Cosa intende dire quell’ uomo—domandò Fanny.

—Quel miserabile mi ha ricordato un amico carissimo morto in modo tragico... e capirai, qui nel tripudio di questa festa.

—Hai ragione, è mal fatto.

Renato non aveva più voglia di divertirsi. Chi mai era l’uomo che sapeva il suo passato? Perché non s’ingannava, la domanda rivoltagli dal pulcinella aveva per unico scopo di fargli sapere che eravi chi non ignorava come un tempo si chiamasse Paolo Albini.

Voleva lasciare Fanny per correre dietro al pulcinella, ma un nuovo incidente venne ad aumentare i suoi timori.

Una deliziosa giovane, vestita in elegante costume spagnolo alla Carmen, si trovò ad un tratto innanzi a Ruiz; la bella ragazza, che era a braccio di uno dei più noti “ viveur ” della Colonia Italiana, nello scorgerlo indietreggiò vivamente mentre dal labbro le uscivano queste parole: Renato!

Una donna in abito decorato sta tra due uomini davanti a una folla; sulla sinistra un'altra figura in abiti vistosi si appoggia a una balaustra.

Una deliziosa giovane, vestita in elegante costume spagnolo alla Carmen, si trovò innanzi a Ruiz;

—Clara!—Non poté a meno di esclamare Ruiz; e dalla box occupata dalla moglie di Ferroni e da Maria rispose come un’eco una voce di donna che a sua volta gridava:

—Clara?

Queste tre esclamazioni se andarono perse per la maggioranza del pubblico, furono perfettamente intese dal pulcinella, che non poté trattenere un grido di meraviglia e di gioia.

Fanny pure aveva udita la bella spagnuola chiamare per nome il suo fidanzato, e questi riconoscerla; offesa, lasciò il braccio di Ruiz, e vedendo a pochi passi Leonardi si avvicinò a lui e gli disse:

—Vorreste in grazia accompagnarmi da mio padre?

Leonardi le offrì il braccio, e raggiante di gioia la condusse dal padre suo, che lo accolse con la più grande cordialità.

—Padre mio,—disse Fanny,—andiamo sono stanca della festa.

—Andiamo pure, io ho voglia di riposo.

Leonardi accompagnò il padre e la figlia fino alla loro carrozza e quindi ritornò al ballo, pazzo dalla gioia.

Ruiz era rimasto annichilito; quando alzò gli occhi non vide più né Clara, né Fanny; allora fu assalito dal desiderio di trovare la spagnola e si mise a cercarla per ogni dove; passando di sotto la “ box ” di Ferroni sentì la voce ironica di quel dannato di pulcinella che gli gridava.

“ Cattiva serata questa per il “ boss” del S. Carolina ” Ruiz mostrò i pugni al pulcinella, che gli rispose mettendosi la punta del dito pollice sul naso e allargando intera la mano.

Il ballo stava per finire e Ruiz, cercava ancora Clara.

Ferroni sua moglie e Maria si erano pure ritirati, il pulcinella era scomparso dopo avere fatto una spiritosa predica alla“Fraterna” che gli aveva dato il fraterno aiuto per cominciare a sdipanare una matassa molto arruffata.

Ruiz aveva voluto seguire il pulcinella per domandargli ragione delle strane parole da lui pronunciate, ma la folla era così compatta che lo perdé di vista.

Ruiz lasciò il Lenox Lyceum alle sei della mattina; la neve seguitava a cadere, e non per tanto fece la lunga strada che lo separava da casa sua, a piedi.

Il suo cervello era in fiamme aveva bisogno dell’aria aperta.

Perché era andato a quel maledetto ballo?

Clara a New York! la sua complice, la figlia di Bernabei anche lei in America; ma dunque il passato risorgeva innanzi a lui, minacciando la sua sicurezza! Proprio nel momento che stava per entrare in porto, il suo battello si sfasciava.

E quella maschera maledetta, che conosceva così bene i fatti suoi, chi era? Perché gli aveva fatta quella minacciosa domanda?

E Fanny che lo abbandonava con tanto disprezzo, che fosse persa per lui?

No, mille volte no! si rialzerebbe, la lotta non lo spaventava, lotterebbe contro tutti, corpo a corpo, per difendere la sua posizione, e se qualcuno, più audace, si fosse fatto innanzi, l’avrebbe pagata cara!

Dalla parte di Fanny, il pericolo più grande era Leonardi; bisognava principiare di là. In quanto a Clara, tutto si poteva aggiustare.

E il pulcinella? Il giorno che avesse gettato la maschera, il giorno che potesse indovinare qual volto si nascondeva sotto quella larva, sarebbe finita per l’audace che aveva ardito penetrare i suoi segreti!

Renato, quando giunse a casa, era deciso a qualunque delitto, pur di raggiungere i suoi scopi, far paghi i suoi desideri.

CAPITOLO XXVI.

La traccia.

Il pulcinella dopo avere fatto quella tal mossa espressiva a Ruiz, che fu come la freccia del Parto lasciò la “ box ” di Ferroni e corse allo spogliatoio e in un baleno si tolse l’abito bianco, strappò la maschera e rimasto in abito da società si avviò sollecito ai piani superiori dove le signore andavano a prendere i loro mantelli e si mise in sentinella.

I lettori avranno certo indovinato, che lo spiritoso pulcinella altro non era che l’ex-ispettore Boni, il nemico di Ruiz che si preparava a dare battaglia.

Il poliziotto si recò al ballo della Fraterna, col presentimento che avrebbe scoperto campagna; le sue previsioni si avverarono al di là di ogni aspettativa, oramai aveva fra le mani un filo che doveva condurlo fuori del labirinto.

Il riconoscimento da parte di Ruiz della bella spagnola, non sarebbe stata gran cosa, perché un avventuriero di quella fatta doveva certo aver lasciato molte donne dietro a sé; l’importante era che mentre Ruiz chiamava l’elegante mascherina col nome di Clara, anche Maria pronunziava lo stesso nome, il nome appunto di quella tal compagna che aveva derubato la povera ragazza al suo arrivo in America. E non era tutto, Boni si ricordava di avere visto quella donna più di una volta battere provocante e civettuola il marciapiede di Chiaia a Napoli, ricordava come fosse sparita appunto nei giorni del delitto di Posilipo, e nel suo cervello pieno di rimembranze si faceva a poco a poco la luce.

Boni, mettendosi in sentinella nelle vicinanze dello spogliatoio delle donne, aveva fatto questo ragionamento: O Clara è già partita e allora metterò sotto sopra New York fino a quando l’avrò trovata, o è sempre qui, ed io mi metterò alle sue calcagna e saprò dove abita, il resto verrà poi.

Le mascherine eleganti passavano vicino all’ex-ispettore, gettandogli sguardi provocanti, qualcuna beffeggiandolo per la sua serietà, altre provocandolo con motti, con gesti; egli rimaneva impassibile.

Ad un tratto fu scosso dalla voce della signora Ferroni, che impellicciata scendeva le scale con a fianco Maria ancora mascherata.

—Che diamine fate qui, Cavaliere?—disse la bella signora.

—Guardo le maschere. Favorite signora dire a vostro marito, che venga un momento qui da me.

—Voi non potete scendere?

—No.

—Una qualche avventura?

—Può darsi.

—Guardate di non trascinare mio marito,—e in ciò dire la Ferroni dette in una sonora risata.

—Signora, scusate se dico delle sciocchezze, si tratta di cosa grave...

—Basta, vado subito, vieni Maria.

—Subito, ma prima vorrei dire al signor Boni...

—So cosa volete dirmi, ragazza mia, parleremo di ciò più tardi, ora ho bisogno di Ferroni.

Due minuti dopo Ferroni era vicino a Boni.

—Abbiamo grandi novità,—disse subito l’ex-ispettore a Ferroni,—è d’ uopo che Leonardi,se è ancora in Teatro, venga qui da me.

—Credo che vi sia ancora, è pazzo di gioia...

—Favorite andarlo a chiamare e pregatelo di raggiungermi, voi avete delle signore, è necessario che andiate a casa.

—Ma, non potrei sapere...

—Domani sarò a casa vostra e forse con una buona notizia.

—Eravate un pulcinella magnifico.

—Basta, a domani.

Leonardi non era ancora partito, se ne stava nella sala del ballo, come perso in una seducente visione, egli non vedeva ciò che accadeva intorno a lui, e la folla lo corteggiava come si fa con quelli che alzano troppo il gomito.

Fanny, seducente, bella, Fanny che aveva sentito palpitare nel suo cuore, occupava per intero la sua mente.

Quando Ferroni venne a toglierlo dal suo sogno, rimase dispiacente, ma appena seppe che Boni aveva bisogno di lui, corse dove era aspettato; nel momento che raggiungeva l’ex-ispettore, Clara ravvolta in una ricca pelliccia, usciva dallo spogliatoio delle signore, la donna nel vedere Leonardi trasalì vivamente e il suo occhio ebbe un lampo d’immenso amore, quel trasalimento, quel lampo di passione non sfuggirono a Boni, che ne restò maravigliato.

Clara trovò a piedi della scala il suo cavaliere che l’aspettava e al braccio di questi lasciò il Lenox Lyceum.

Boni non scambiò che poche parole con Leonardi, soltanto gli disse che aveva bisogno di lui, per pedinare una donna che poteva metterli sulla via di fare utili scoperte.

Leonardi,senza fare nessuna obbiezione era corso a prendere il paletot e due minuti dopo era pronto a qualunque spedizione.

Clara e il suo compagno presero un “ cab. ”

Leonardi e Boni salirono in un’altro; appena entrati, per mezzo del piccolo sportello che trovasi sopra al “ cab ” si misero in comunicazione col cocchiere al quale, promettendo una buona mancia, dettero ordine di seguire il “ cab ” che li precedeva di poche yarde.

Quando il veicolo si trovò in moto, Boni domandò:

—Conoscete la donna che avete incontrata poco fa vicino allo spogliatoio delle signore?

—Non mi è parsa nuova quella figura, il suo occhio ardente l’ho visto certo in qualche luogo, ma non saprei dirvi dove; del resto la mia mente è occupata di ben altro.

—Male vivere solo di poesia; voi, amico mio,dovete avere incontrato spesso quella donna, perché essa vi ama.

—Mi ama? volete scherzare, non la conosco, non vi ho mai parlato...

—Ed ecco perché vi ama, la vostra indifferenza ha svegliato il suo capriccio...

—Ma perché ciò fosse avrebbe dovuto vedermi spesso...

—E chi vi dice, che non vi veda tutt’i giorni a tutte le ore? Siete innamorato, per voi il mondo non esiste che là, fra quelle quattro pareti, dove vive, palpita il vostro idolo.

—Avete ragione.

—Però non si deve vivere di solo amore, di sola poesia quando si ha una missione da compiere e...

Il “ cab ” che si fermò bruscamente interruppe la conversazione.

—Cosa avviene?—domandò Boni al cocchiere.

—Il “ cab ” che ci precedeva si è fermato innanzi ad un “ Oyster House ” e le persone che conteneva vanno a cena.

Boni aprì lo sportello e saltò lestamente a terra seguito da Leonardi.

—Aspettaci qui,—disse al cocchiere.

“ L’Oyster House ” nel quale era entrata Clara era una delle più belle ed eleganti della Città, appariva popolatissima ad onta che fossero le quattro del mattino, e Boni e Leonardi ebbero un bel da fare a trovare un posto.

Clara, seduta ad uno dei tavoli più in vista, parlava e rideva rumorosamente col suo cavaliere.

Nelle “Oyster Houses” generalmente non si mangia che frutto di mare, ostriche al latte, gamberi, ostriche fritte,clams,ecc., e non vi si beve che thè o caffè.

Questa dove era entrata Clara, offriva tutte le comodità del Restaurant e vi si beveva lo “Champagne ” senza risparmio.

Boni, non appena si fu seduto, si rivolse a Leonardi e gli disse: guardate bene quella donna là al terzo tavolo, quella donna bella, slanciata, che vi divora con gli occhi.

—Diavolo, ma se non m’inganno io ho visto quella donna ballare le quadriglie a “fin de siecle” al “Koster & Bial.”

Quattro donne in abiti con gonne arricciate danzano davanti a un pubblico; un uomo in primo piano alza una mano.

CAPITOLO XXIX.—Quadriglie a “fin de siecle.”

—Frequentate quel locale?

—Spesso, non avendo cosa fare e volendo distrarmi, mi ci reco. Sì, sì, è proprio lei quella che sul manifesto è indicata come la insuperabile Nanà.

—La donna è bella, amico mio, e avete fatto una splendida conquista.

—Voi scherzate, io non ho mai parlato con quella donna, e non ho nessuna voglia di parlarci.

—Eppure questa sera bisogna fare di necessità virtù, e parlare a colei perché può dare degli utili schiarimenti.

—Se voi credete che ci sia utile le parlerò.

—Lasciamola ora in pace, essa ha un merlo da pelare e non conviene disturbarla. Qui non abbiamo più nulla a fare,andiamocene, che oggi avremo da lavorare, perché, lo sapete, fra poche ore il giudice pronunzierà la sentenza di Righetti.

—Sì, lo so, l’avvocato mi avvisò che fu impossibile ottenere un altro rinvio.

—E dite, siete proprio sicuro che quella donna sia una diva del Koster & Bial?

—Sicurissimo; volete essere persuaso?—Cameriere.

—Comandi, signore.

—Potreste dirmi chi è quella signora là, a quel tavolo?

—Certo,è madamigella Nanà, del Koster & Bial.

—Grazie.

Boni gongolava, oramai era sicuro che la traccia non sarebbe smarrita, e quando si congedò da Leonardi, gli disse:

—Caro amico, credo che assisterò al vostro matrimonio con Miss Spencher.

Leonardi gettò un grido, volle interrogare l’ispettore, ma questi, che era già sul marciapiede, salì nel “cab” che partì velocemente.

CAPITOLO XXVII.

Madre e figlio.

La madre di Enrico,quando questi entrò in casa alle sei del mattino,era ancora sveglia; quell’assenza prolungata, la teneva angosciata per quanto sapesse che il figlio era al ballo.

Leonardi, vedendo attraverso la portiera il lampadario elettrico della madre completamente acceso, domandò con voce sommessa:

—Mamma, sei sveglia?

—Sì, figliuolo mio, ti aspettavo.

Enrico si precipitò nella stanza e abbracciò con affetto la madre, e poi disse:

—Te l’ho detto mille volte, che tu non stia in pensiero, quando resto fuori di casa alla notte; non sono un bambino.....

—In questa immensa città, avvengono tanti delitti, i giornali ne sono pieni.

—Ebbene, continuando così, tu mi costringerai a non andare più in nessun luogo.

—No, no, vai, divertiti, è la tua età, io ti aspetto;e se ho qualche apprensione, nello stesso tempo sono felice, nel sapere che tu passi qualche ora allegramente.

—Mamma adorata!

—Ma, dimmi un po’, perché questa sera il tuo occhio è pieno di felicità, il tuo volto è raggiante di gioia?

—Sì, sono felice.

—Tu ami, figlio mio, e questa sera hai avuto la certezza di essere riamato.

—No, non ancora questo; ma un barlume di speranza.

—Un barlume di speranza? Ma chi, conoscendoti, può fare a meno di amarti? Dì, parla a tua madre, che ha dovuto sorprendere il tuo segreto, perché tu sei sempre rimasto muto.

Enrico abbracciò di nuovo la madre, poi, sedutosi sul letto con voce vibrante d’amore, narrò come e a chi avesse intero dato il suo cuore, nulla nascose, delle sue ansie, delle sue pene, solo non parlò del suicidio che voleva commettere.

La madre ascoltò da principio con gran pena le rivelazioni del figlio, ma a poco a poco le sue apprensioni si dissiparono, e quando seppe che la fanciulla amata dal figlio, era colei che l’aveva baciata a bordo del “Fulda” il giorno del suo arrivo in New York, esclamò:

—Vorrei per mia figlia quella gentile fanciulla.

—E poche ore fa,—continuava Enrico,—io l’ho stretta tra le mie braccia, poche ore fa ha lasciato il fianco del suo fidanzato per venire a me, io le ho servito di scorta, e la sua mano ha stretto con forza la mia.

“ Pochi giorni fa la credeva perduta, ora spero.

—Ed hai ragione di sperare, io pure perorerò la tua causa. Non ti ricordi che, la cara giovane, m’invitò a farle visita? Ebbene, io andrò, e curerò di parlare per te.

—Come sei buona, mia adorata mamma, e quanto ti amo.

—Più di lei?

—Vi amo del pari.

—Non sono gelosa.

Enrico, abbracciò di nuovo la madre, e la baciò replicatamente.

—Ed ora, figlio mio, non vai a riposarti? A che ora devi alzarti?

—Alle undici devo trovarmi alla Corte, dove la legge, commettendo una grave ingiustizia, condannerà il mio sventurato amico, Righetti.

—Ma lo salverete, io spero.

—Così sperano tutti i suoi amici.... ma intanto il poveretto soffre orribilmente.

—Pregherò Iddio che gli dia coraggio.

—Prega perché faccia scoprire il colpevole.

—Pregherò per l’una cosa e per l’altra.

—Le preghiere degli angeli sono ascoltate, mamma mia, Righetti sarà salvo.

CAPITOLO XXVIII.

Condannato!

Una noticina scritta alla sera, sulla lavagna che si trova al di sopra di ogni cella delle Tombs, aveva informato Righetti che la mattina dopo sarebbe stato tradotto in Corte.

Alle dieci il guardiano chiamò Righetti, il quale sceso al pian terreno, fu posto in fila con altri sei prigionieri, che dovevano formare il carico del carrozzone dei detenuti.

Tanto Righetti che i suoi compagni avevano le manette, e una lunga catena li univa tutti assieme.

Quando il carrozzone giunse al Court House, una gran folla di curiosi stazionava in Chambers Street, Righetti ebbe a morire dalla vergogna.

Nei corridoi della Corte, il disgraziato ricevé i saluti di Leonardi, Ferroni, Boni e dell’avvocato difensore.

Fu solo verso mezzogiorno che Righetti venne chiamato innanzi al giudice; l’avvocato presentò la domanda per un nuovo processo; ma il giudice respinse la mozione e condannò Righetti a dodici anni di lavori forzati, da scontarsi nel penitenziario di Sing-Sing.

Lo sventurato giovane, comprese la gravità della condanna, e si contentò di dire:

—Vostro onore ha commesso un grave sbaglio, un giorno forse se ne convincerà.

Ferroni, Leonardi e Boni si precipitarono verso il condannato, assicurandolo che tutto non era finito, e che lo avrebbero salvato.

—Vi affido il mio onore, è quello che voglio, resto incontaminato; la casacca del forzato la porterò con orgoglio, come i martiri portano la palma del martirio.

Il giorno dopo la condanna, Righetti fu fatto uscire dalla sua cella, e condotto al pian terreno, venne prima misurato, poi pesato, e quindi passò in una piccola stanza, dove venne fatto spogliare nudo, e dovette subire la più umiliante visita; i guardiani, inesorabili, brutali, posarono dovunque le loro mani, cercarono nei luoghi più reconditi, per vedere se il condannato avesse sopra di sé, nulla di pericoloso.

Non è a ridirsi le torture che provò lo sfortunato giovine durante quella visita umiliante che faceva ribellare il suo pudore.

E non era finito; Righetti, arrivato a Sing-Sing, fu dato nelle mani del barbiere che gli rase il capo e fece cadere i suoi baffi, e quindi venne condotto a prendere un bagno; uscito da quello, trovò che i suoi abiti,la biancheria erano spariti e che al loro posto eravi una ruvida camicia di cotonina e un abito di panno a righe scure e chiare.

Indossò con le lagrime che gli scendevano dagli occhi la divisa dell’ infamia, e seguì il guardiano che lo condusse agli uffici dove, dopo essere stato registrato,ebbe comunicazione dei regolamenti del carcere; da quel momento Righetti cessava di essere un uomo per diventare un numero, infatti, sul suo braccio sinistro spiccava il 785 e con quel numero già lo chiamavano i guardiani.

Quando Righetti si trovò solo nella sua cella di pietra di Sing-Sing, scoppiò in pianto. Quelle lagrime gli fecero bene, furono la sua salvezza, lo liberarono dal divenir pazzo.

L’indomani il numero 785 fu messo a lavorare nell’officina dei fabbri.

CAPITOLO XXIX.

Quadriglie a “ fin de siecle. ”

Alla 23ª Strada, vicino alla Sesta Avenue, sorge il famoso “Koster & Bial” uno stabilimento che si avvicina alle “ Follie Parisienne ” di Parigi, al “ Crystal Palais ” di Marsiglia, al “ Trianon ” di Firenze, caffè “chantans” di lusso dove si cantano le più libere canzonette, dove si balla il can-can, si vedono ginnastici, saltimbanchi, operette scollacciate, tutto infine il repertorio eccitante, cantaride che è in voga in questa fine di secolo.

È al “Koster & Bial” dove le stelle di Parigi, di Vienna e di Londra vengono a fare risplendere la loro luce equivoca, scialba, attraverso le nubi di cipria e di rossetto.

Gli americani tanto puri, tanto casti, tanto scrupolosi, a parole, amano immensamente il sapore acre del pepe di cayenna, che si spande senza risparmio dai palco-scenici di questi ritrovi dove si beve Champagne con le artiste, che fanno le loro visite agli ammiratori nel sollecitante costume delle scene.

Il “ Koster & Bial” non ostante, che per entrarvi si paghi un dollaro è sempre affollato, le prime file dei posti numerati sono sempre in precedenza fissati da una legione di giovani e di vecchi che amano vedere molto da vicino le calze di seta e calzoncini di mussolina delle attrici.

Cosicché quando Boni, Leonardi e Ferroni, perché anche quest’ultimo aveva voluto essere della partita, entrarono nell’ elegante ritrovo, in quel primo giorno di quaresima, lo trovarono quasi pieno.

Allora Leonardi che era pratico del locale, domandò una “ box ” e possibilmente la prima a sinistra del palco scenico, che resta quasi nascosta al pubblico ma ha il vantaggio di mostrare il palco scenico anche quando il gran ventaglio, che serve da sipario è chiuso.

I tre amici stavano a meraviglia in quella “box” e non perdevano nessuno dei particolari di quel retro-scena,mille volte più interessante dello spettacolo che viene offerto al pubblico.

In quella settimana il programma più variato si svolgeva al “Koster & Bial” e così passarono sotto gli occhi dei nemici di Ruiz, li equilibristi giapponesi, la cantatrice francese, seducente col suo cappellone da gendarme in mussola e oro, dalle mosse biricchine, seducenti, eccitanti; poi assisterono alla parodia della Carmen, una mezza birbonata che stava in piedi perché appoggiata sulle gambe delle coriste e delle comparse, che le mostravano in tutta la loro opulenza; quindi ci fu il balletto, e ammirarono le grazie delle sorelle Bassignana, ballerine italiane, sacrificate in quell’ambiente non fatto per loro, le mosse audaci della Rossi.

Boni era impaziente perché non vedeva comparire Clara, a lui tutte quelle apparizioni da lanterna magica gli davano noia, era venuto là per conoscere una donna, che doveva essere la sua Arianna per toglierlo dal labirinto.

Leonardi si divertiva dell’impazienza di Boni, e Ferroni si godeva lo spettacolo come un fanciullo che fosse in vacanza. In tanti anni d’America, passati lavorando, non era mai stato in simili ritrovi, un mondo nuovo si svolgeva sotto i suoi occhi, e si comprende facilmente che si divertisse.

—E, ditemi cavaliere,—domandò ad un tratto Leonardi—quando avrete visto Clara a ballare le quadriglie, che cosa otterrete?

—Cosa otterrò? Ma diamine otterrò che essa venga qui con noi a bere una bottiglia di Champagne francese fabbricato in California.

—Ma come verrà...

—Prima di tutto i vostri occhi serviranno di attrazione; e poi non avete visto che ho avuto testé un misterioso colloquio col nostro cameriere.

—Ebbene?

—Ebbene, io ho ordinato un fascio di rose, che a momenti sarà qui, il fascio legato con un nastro di seta, io lo farò scendere nel palco scenico, dimostrando chiaramente che è destinato a Clara. Nel fascio di rose metterò questo biglietto, sul quale ho scritto col lapis:—Vi si aspetta per salutarvi nella “ box ” di dove vengono queste rose.

—E credete che ciò basti?

—Ne sono sicuro.

Quella conversazione fu interrotta da un’applauso fragoroso assordante; le quattro fanciulle che dovevano ballare “ fin de siecle ” erano comparse sulla scena.

Indossavano una lunga vestaglia di “foulard” giallo, tutto a piccole pieghe, il corsetto alla “Theodora” mostrava il loro seno in tutta la sua naturalezza; non essendo trattenuto dal busto, dalla scollatura che si prolungava giù, a mezza vita, appariva la carne viva, bianca per la cipria; tre delle quattro danzatrici avevano la parrucca bionda inannellata, una sola, Clara, aveva sciolti i suoi crespi capelli neri, che formavano un vero turbante naturale alla bella fanciulla.

Le danze cominciarono prima calme, modeste, seguendo il ritmo dell’orchestra, poi, mano a mano, diventarono più accalorate; la sottana di “foulard” cominciò a far intravedere i merletti delle sotto-vesti, i piedini cominciarono a far capolino, poi, di crescendo in crescendo, le gambe si alzarono ad altezze incredibili, e fra i merletti, formanti una mezza ruota, la gamba, calzata di nero, appariva e scompariva, mostrando il legaccio color rosa, i calzoncini di mussola ricamati, trasparenti, mostranti il carnicino della calza di seta, con dei bagliori di carne viva, che faceva andare in visibilio il pubblico.

Clara, fin dal primo momento che era entrata in scena, aveva scorto Leonardi, e i suoi occhi grandi, neri, lucenti, si fissavano in lui, pieni di desideri.

Quando le danzatrici lasciarono il palco, scoppiò un uragano di applausi, ed esse ricomparvero, e danzarono sfrenatamente, le loro gambe volteggiavano con una rapidità straordinaria, le vesti sembravano nubi bianche, tagliate bruscamente; quelle quattro teste rosse, accese, si rovesciavano con sensualità, gli occhi apparivano appannati da un languore invadente, affascinante, gli spettatori si sentivano il sangue salire al cervello, lo stesso Boni, non più giovane, e calmo per eccellenza, si sentiva affascinato.

—È una porcheria,—esclamò finalmente l’ex-ispettore,—quasi per rompere l’incantesimo.

—Avete ragione,—rispose Ferroni,—non avevo mai visto nulla di simile. E voi, Leonardi, vi compiacete di simili cose?

—No, non me ne compiaccio, ma cosa volete, avevo bisogno di distrazioni, non mi era dato il diritto della scelta, ora è ben altro.

Le danzatrici si erano di nuovo ritirate, ma gli applausi del pubblico le avevano richiamate, ed esse, docili, sorridenti, ricomparvero di nuovo, e alla danza unirono l’acrobatica, così dopo avere fatto un vero padiglione, con le loro gambe alzate al di sopra della testa, davano un lancio in aria, e quindi ricadevano gettando una gamba a destra e l’altra a sinistra, e toccando con il loro ventre sulle tavole del palcoscenico,e quindi rialzandosi facevano una capriola, mostrando al pubblico delirante, quanto è possibile mostrare; dalle scollature uscivano i seni bianchi e provocanti, e la folla gridava di entusiasmo, spasimando di delirio.

Intanto, il cameriere aveva portato il fascio di rose a Boni, che, a dispetto di passare per un vecchio libertino, lo lanciò, con gran destrezza, ai piedi di Clara, che lo prese, e con una mossa biricchina, piena di grazia e di promesse, salutò.

—Auf!—fece Boni,—non ne potevo più.

—Eravate sedotto,—disse sorridendo Leonardi.

—Non saprei dirvelo, era nausea, desiderio, schifo, o piacere, non lo so, quello che certo si è che questo è un “fin de siecle” tutt’altro che onorevole per noi.

Il gran ventaglio erasi di nuovo riaperto, una rana colossale, o meglio un uomo, sotto le spoglie di rana, faceva le sue contorsioni, contorsioni meravigliose, pareva che colui non avesse né ossa, né congiunture, e che fosse di pasta, tanto si avvolgeva, si dipanava.

Quegli esercizi valevano mille volte di più delle quadriglie francesi, ma il pubblico a mala pena batté le mani a quell’artista.

Dopo di lui, comparve il divo “Paulus,” l’ex-Tirteo del generale Boulanger, il cantante popolare di Parigi.

Un applauso lungo lo salutò, e la sua faccia alla Napoleone, si atteggiò ad un sorriso sarcastico.

Paulus cantò tre o quattro biricchinate del suo repertorio, con una voce tutt’altro che limpida, con una grazia discutibile.

La folla non lesinò gli applausi, diavolo! ad un divo di Parigi, ad uno ch’era stato celebre, quasi quanto Boulanger, bisognava battere le mani, non foss’altro che per bon-ton.

Mentre Paulus terminava di cantare, nella “box” occupata dai tre amici, entrò Clara.

Essa stese con grazia infinita la sua mano a’ tre uomini, e poi domandò:

—Chi devo ringraziare delle belle rose che mi furono regalate?

—Tutti e tre,—si affrettò a rispondere Boni.

—Anche voi?—riprese Clara volgendosi a Leonardi.

—Certamente, anche a lui.

—Ebbene, allora meglio così.

—Cosa possiamo offrirvi?—disse Boni,—la danza sfrenata, da voi or ora eseguita, vi deve avere stancata, e resa secca la gola.

—Si, sono stanca, e ho sete.

—Cameriere, portate dello Champagne,—ordinò Leonardi.

Due minuti dopo, lo Champagne ghiacciato scoppiettava nei bicchieri.

—Alla vostra salute,—disse Clara, rivolgendosi a Leonardi.

—Alla vostra,—risposero tutti.

—Se io non m’inganno,—seguitò la donna,—voi non siete inglesi, parlate con me in francese, ma neppure dovete essere di Francia.

—Siamo italiani,—rispose Ferroni.

—Italiani? miei compatriotti? ma che fortuna, voi mi ricordate il paese nativo, è una vera e gradita sorpresa.

—Siete di Napoli, non è vero?—domandò lentamente Boni.

Clara si turbò, ma fu un lampo, e subito rispose:

—No, sono di Ancona.

—Non lo avrei creduto,—disse con indifferenza Boni,—al vostro accento, vi si direbbe nata nella bella Napoli.

Lo spettacolo era finito, l’orchestra aveva attaccato la solita marcia, che si potrebbe intitolare:—Tutti a casa—e la folla usciva tumultuosamente.

—Signori,—disse Clara,—bisogna partire.

—Ebbene se lo permettete vi offriremo da cena,—rispose con galanteria Leonardi.

—Accettata la cena... e la vostra compagnia.

Uscirono, Clara s’impadronì del braccio di Enrico, e Boni e Ferroni li seguirono.

—Se qualche amico ci vede,—diceva Ferroni a Boni,—facciamo una bella figura.

—Del mondo me ne curo poco, quando faccio del bene, ed io confido che quella sgualdrinella che si posa con tanto abbandono sul braccio di Leonardi abbia ad esserci di grande aiuto.

Clara intanto parlava con passione a Leonardi; non era solo quella sera che l’ aveva visto, più di una volta mentre danzava i suoi sguardi eransi incontrati coi suoi, e confessava di averlo guardato a lungo attraverso ai buchi del sipario. Non era colpa sua se lo trovava simpatico, se aveva svegliato in lei palpiti ignoti.

Leonardi, giovane di spirito, prendeva allegramente quella dichiarazione d’amore, rideva delle parole di Clara, e sosteneva con coraggio i suoi sguardi audaci, e lasciava che il suo braccio venisse stretto con forza contro il seno della fanciulla, un seno armato, con delle durezze da vergine.

Arrivato innanzi al Restaurant Plavano, si arrestarono, era quella la meta.

Salirono la breve scaletta che mette alla sala da pranzo, e domandarono al cameriere un gabinetto riservato.

Leonardi s’incaricò di ordinare la cena, e quell’ordinazione fu fatta da conoscitore, da vero buon gustaio.

CAPITOLO XXX.

Le prime scoperte.

La cena stava per finire, il cameriere aveva portato il caffè e i liquori e quindi erasi prudentemente allontanato.

Clara dal vino eccitata, aveva una parlantina, che faceva sperare molto bene a Boni.

Però l’ex-ispettore era in un grave imbarazzo, non sapeva di dove, né come avrebbe principiato; una parola imprudente sarebbe bastata a mettere in sospetto la fanciulla, fortunatamente fu lei a dare l’occasione, di mettere il discorso sul terreno che tanto interessava.

—Sì, credetelo pure,—diceva Clara con fuoco,—trovare dei compatriotti all’estero è una gran consolazione.

—Non incontrasti mai italiani a New York,—insinuò Boni.

—No mai, o meglio non ne aveva incontrati prima di ieri a sera.

—O bella, e come?—rispose ingenuamente l’ex-ispettore.

—Ad un ballo, al quale eravate anche voi Leonardi; ma quello non conta è una canaglia che sarebbe assai meglio non fosse italiano.

—Lo conoscevate in Italia?—domandò palpitante di curiosità Boni.

Il volto di Clara si fece torvo, i suoi occhi ebbero un lampo d’odio, ma le labbra tenne strettamente chiuse.

—Diamine,—pensò Boni,—lo odia assai quel Ruizzi, tutto va per il meglio.

—Su via,—esclamò Leonardi,—beviamo alla salute dei nostri compatriotti, non canaglie.

—Bevo allora alla vostra salute.

—Che sai fanciulla,—disse Boni,—se siamo o non siamo onesti.

—Le vostre faccie non sono da birbanti.

—Tante grazie,—risposero ad una voce i tre amici, sorridendo.

—Con questo, voi volete dire,—continuò Boni,—che quel tale italiano visto al ballo dell’altra notte ha una faccia da farabutto.

—Sì, quell’italiano è giovane, bello, anche troppo bello, distinto e sa ingannare. Da più che cinque anni io non lo aveva visto,è sempre lo stesso, gli anni passarono su lui senza toccarlo; e il suo occhio nero ha sempre la stessa cattiva espressione.

—Avrei dovuto di quell’occhio dubitare...—Clara s’ interruppe bruscamente, stava per dire troppo.

—Ebbene?—insisté Boni.

—Non ho altro a dire.

—Ecco,—disse Leonardi,—speravamo sentire una storia d’amore, perché certo in tutto quest’odio, l’amore deve averci una parte.

Clara guardò Enrico lungamente, poi gettandogli le braccia al collo, mormorò—A te, a te solo io racconterò questa triste storia ma non ora.

—Fanciulla mia,—riprese scherzando Boni,—comprendo che tu ami la gioventù, ma pensa che qui ci siamo anche noi, curiosi di sapere qualche cosa, almeno, almeno il nome dell’ingrato che ti ha certo giuocato qualche brutto tiro.

—Il suo nome? volete proprio saperlo? Ebbene, non ho nessuna ragione a tacerlo, si chiama Renato Ruiz, ed è nato a Napoli.

—Renato Ruiz!—esclamarono ad una voce i tre amici, Ruiz lo stesso nome di Vittoria la pazza.

—Come,—disse Clara sorpresa,—Vittoria la povera moglie di Ruiz è pazza?

—Sua moglie, sua moglie,—mormorò Boni,—la luce comincia a risplendere.

—Che cosa avete,—riprese allegramente Clara,—si direbbe che le mie parole vi abbiano sbalordito.

—Confesso francamente, e ciò dico anche a nome dei miei compagni, che non mi aspettavo di sentire quel nome. Ruiz è nostro amico, gode stima e fiducia soltanto, certo per italianizzare il nome che puzza di spagnolo, Renato è conosciuto da noi col nome di Ruizzi. Ora la nostra sorpresa è naturale perché vi sono circostanze...

Boni s’impaperava, non sapeva cosa dire con precisione, annaspava, voleva tacere la verità, Clara non aveva ancora detto tutto, bisognava non farla entrare in sospetto; per cui l’ex-ispettore ricorse all’espediente di riempire i bicchieri e di vuotarli alla felicità di Clara.

La fanciulla bevve e dimenticò, le esitanze, la meraviglia di Boni.

—Ed ora ti accompagneremo a casa,—disse Leonardi a Clara.

—Sarà presto fatto,—questa rispose,—abito qui a due passi, alla 24ª strada.

Quando giunti all’uscio della casa di Clara, Enrico le stese la mano dandole la buona notte, la fanciulla quasi piangendo domandò:

—Ve ne andate? Ed io che avevo sperato...

—Fanciulla,—rispose gravemente Enrico.—Sarei un vile se approfittando della vostra esaltazione, accettassi un’amore che non condivido.

—E... non mi amerete mai?

—Pazzerella,verrò a trovarti quando la tua testa sarà meno in fiamme...

—Non mi disprezzate eppure,.... se sapeste,.... basta, a rivederci.

E lesta, fuggì nascondendo le lacrime che le cadevano giù dai bellissimi occhi.

Leonardi restò pensieroso, fu Boni che lo tolse a quella meditazione, dicendogli:

—Quella ragazza ha fatto sì questa sera che fra un paio di mesi sarete lo sposo di Fanny.

—Quali sono i vostri progetti?—domandò Ferroni a Boni.

—I miei progetti? Domani li saprete, la notte porta consiglio, ho bisogno di riordinare le mie idee, dal momento che quella fanciulla ha pronunziato il nome di Ruiz, è avvenuto in me come una rivelazione, io ora so dove ho conosciuto il fidanzato di Fanny, devo avere in casa mia delle carte che lo riguardano; e forse chi sa che... non precipitiamo, domani spero avere dati e prove positive.

“ Intanto vi dirò che prevedo una lotta accanita, ma questo mi fa piacere, ho innanzi a me un avversario forte e certo deciso a tutto, viva Dio troverà pane per i suoi denti!

Boni si esaltava, parlava, a voce alta, gli spalatori che lavoravano a togliere via dalle contrade la neve ghiacciata, in maggioranza italiani, si voltavano stupefatti nel sentire quel signore in cilindro, parlare a voce spiegata nell’italiano più puro.

Ferroni fece capire all’ex-ispettore non essere quello il luogo adatto alle spiegazioni ed egli tacque mortificato.

Leonardi era sempre pensieroso; l’amore di Clara lo turbava, o meglio turbava i suoi sensi; ma non faceva presa nel suo cuore interamente devoto a Fanny.

Vi sono molti che distinguono, fra amore ideale e passione dei sensi. Discorrete con questi tali e vi diranno che essi amano una casta fanciulla, che sarà loro sposa, ma che non per tanto cedono innanzi ad amori frivoli che durano un ora, senza lasciare né traccia, né desideri, né rimpianti.

Leonardi avrebbe egli pure ceduto? Si sarebbe lasciato trascinare dalla voluttà che emanava da tutta la persona della seducente danzatrice del “ Koster & Bial ” mettendo così fra lui e il suo amore per Fanny una memoria di ebbrezze colpevoli?

Boni indovinava ciò che passava per la testa del suo amico, al quale disse:

—Pensate bene o Enrico, che amare anche per un ora quella donna sarebbe la vostra rovina. Clara vi ama ardentemente, e non rinunzierebbe più a voi se le daste il diritto di credere al vostro amore.

“ Voi potete salvare una disgraziata, pensate a non perdervi con lei.

—Amici,—rispose Enrico,—la mia vita appartiene a Fanny prima, poi a voi, abbiamo una missione da compiere, liberare lo sventurato che geme a Sing Sing; io non mi abbrucierò alla fiamma delle passioni; Clara se lo vorrà, e se ne renderà degna, sarà la nostra cooperatrice; si afferma che l’amore purifica, chi sa che anche per lei non vi sia la redenzione.

“ Voi fidate su me.

Ferroni e Boni strinsero con effusione la destra di Leonardi, e quindi si separarono, restando intesi di vedersi al domani.

CAPITOLO XXXI.

Mi difenderò!

Ruiz l’indomani del ballo, era appena comparso al suo negozio, gli avvenimenti della sera precedente lo avevano scombussolato.

Fino a quel momento tutto eragli andato bene, oramai credeva il trionfo sicuro, la via spianata, ed ecco tutto ad un tratto sorgere ostacoli, delinearsi nell’orizzonte dei nemici, che pareva sapessero di lui vita e miracoli.

L’apparizione di Clara più di tutto lo turbava; e infatti la bella napoletana la sapeva lunga sul suo conto, fu lui che ancora giovanissima la condusse alla perdizione; da quella prima caduta Linda, che cambiò poi il suo nome in quello di Clara non erasi più rialzata e il padre e l’ amante l’avevano spinta in quella vita sciagurata, che conducono le venditrici d’amore.

Clara era l’esca che attirava nel covo di Bernabei e Ruiz gl’incauti, che credevano ai suoi vezzi, e che,andati per passare un’ora di ebbrezza,si trovavano a dover subire i più odiosi ricatti, pena la vita.

La fanciulla, era rimasta fedele al suo amore per Ruiz, il suo cuore non era contaminato, e se spesso, a chi pagava profumatamente, era costretta a cedere il suo corpo bellissimo, il cuore rimaneva senza palpiti, impassibile e freddo come fosse di marmo.

Quando Renato sposò Vittoria, Clara non protestò; essa si accontentò dell’assicurazione datale dall’amante, che le giurava di non amare che lei.

Quando, dopo il delitto di Posilipo, Renato scomparve, la povera ragazza, credette di dover morire di crepacuore; il padre la beffeggiò, la minacciò al punto, che si decise a fuggire di casa sua e andarsene raminga per il mondo; ma non aveva denari, cosa doveva fare? Giunta a Roma, cadde nelle mani di una megera, che la condusse ad un lupanare di lusso della capitale, dalla celebre madama Martin.

Clara, restò in quella casa tanto quanto bastò, perché il suo cuore, diventasse depravato e cattivo.

Il mondo era stato perverso con lei, orbene si vendicherebbe.

Non voleva però rimanere in un lupanare, le vesti di seta di parata che indossava, le bruciavano la carne, essa ben sapeva che fino a tanto che restava in quella casa, non avrebbe potuto arrivare a nulla, i suoi vezzi, la sua bellezza, in quella cornice, non avrebbero risaltato, la dominazione sarebbe stata impossibile. Alla prima occasione, lasciò quella casa, andò in Francia, e un bel giorno fece vela per New York.

A bordo conobbe Maria, alla quale rubò, freddamente, e senza rimorso, ogni suo avere.

Fintanto che durarono i denari rubati, Clara passò la sua vita a Chicago, a Boston, a Filadelfia; a S. Francisco spese l’ultimo dollaro. La sua bellezza, le fece ottenere un posto di comparsa, in una di quelle compagnie americane, che eseguiscono operette, balli, feerie. Intelligente quanto mai, passò ben presto da comparsa al posto di ballerina di squadra, poi capo fila, infine cominciò a figurare nei can-can, e si fece un nome, in quell’arte scapigliata.

Ruiz, non sapeva tutte le metamorfosi subite dalla sua antica amante, dalla fanciulla da lui tradita, e del resto gli sarebbe importato ben poca cosa, ciò che gli dava pensiero, era che Clara conosceva la sua vita, che una sua parola poteva perderlo, condurlo alla prigione, forse al patibolo.

Ruiz doveva ad ogni costo ritrovare Clara, e vedere di riacquistarla, la fanciulla forse l’amava ancora, dominarla sarebbe stata cosa facile.

Urgeva intanto di vedere Fanny, di distruggere le cattive impressioni che aveva ricevuto al ballo della “ Fraterna ” sapeva per esperienza che chi è audace vince, e con questa certezza si avviò verso Washington Square, quando vide giunta l’ora nella quale si usava ricevere in casa Spencher.

CAPITOLO XXXII.

Primo dolore.

Fanny lasciò il ballo della “ Fraterna ” sotto la più triste impressione; nel suo cuore agitato essa non sapeva distinguere se vi dominava il dolore, la gelosia o il timore.

Per tutta quella notte il contegno del suo fidanzato era stato misterioso, ad ogni momento, quando si trovava a lui vicino, lo sentiva trasalire e impallidire, ad ogni parola del brioso pulcinella, la faccia di Ruiz si faceva sempre più torva, e Fanny scorgeva nei suoi sguardi dei lampi minacciosi, che le facevano correre un brivido per tutta la persona.

Perché Ruiz aveva tanta paura di quella maschera? Quali segreti temeva che venissero scoperti? Non aveva esso la coscienza tranquilla se bastavano le allusioni di una maschera allegra a farlo tremare?

Tutto questo si domandava Fanny durante il ballo, non per tanto non lasciava il braccio di colui che amava, ed anzi faceva di tutto per distrarlo, per togliere dalla sua fronte la nube che la offuscava; ma quando la bella americana vide Renato indietreggiare pallido, fremente, innanzi alla seducente mascherina spagnola, quando vide che il fidanzato riconosceva la fanciulla, e ne era riconosciuto, sentì nel cuore uno spasimo atroce, sarebbe caduta a terra svenuta se il sentimento della sua dignità, non le avesse dato la forza di lottare e vincere ogni debolezza. Volendo infliggere una severa e meritata lezione a Ruizzi, era corsa a mettersi sotto la protezione di Leonardi, non immaginando neppure quanta felicità recasse al povero innamorato.

Fanny, giunta nella sua camera, si strappò di dosso con mano febbrile l’abito da ballo,i fiori che lo guarnivano si sparpagliarono nel pavimento ed essa li calpestò senza avvedersene.

Fino a tanto che era in pubblico il suo dolore l’ aveva trattenuto, ma ora lì nella sua camera, sola coi suoi pensieri, dava libero sfogo a tutta l’amarezza che la invadeva;grosse lacrime le scendevano giù dagli occhi bellissimi, il suo seno provocante si alzava e si abbassava sotto lo spasimo dei singhiozzi.

Che i misteriosi avvertimenti che poco tempo fa riceveva fossero veri? Che Ruizzi, l’uomo al quale aveva dato tutto intero il suo cuore, non fosse che un miserabile?

Fanny, aveva la febbre, appoggiò la testa ai vetri della finestra e guardò nello Square; l’alba cominciava ad apparire, un’ alba, scialba, invernale, la neve seguitava a cadere, formando fra gli alberi di Washington Square, come uno sciame di fiacule farfalle che si rincorressero.

Il freddo del cristallo calmò alquanto Fanny, nella via passavano gli operai, le fabbriche, avevano fatto intendere il loro fischio di chiamata, i carri portanti i cibi, le legna, il carbone, correvano sulla neve, la grande città si svegliava, riprendeva il suo movimento, i negozi si aprivano, tutto si animava, e Fanny restava immobile con la fronte incollata ai vetri, seguendo con lo sguardo incerto a quel risveglio, che avrebbe destato la sua ammirazione in tutt’altro momento.

Un brivido di freddo la scosse per tutta la persona, allora si staccò dalla finestra, le sue vesti caddero, una nube color rosa, formò un cerchio ai suoi piedini calzati da scarpini di raso, i suoi capelli si sciolsero, e un velario d’oro la involse da capo a piedi, e la bellissima vergine nascose i tesori di tante bellezze fra le morbide piume.

Per un pezzo non poté addormentarsi, finalmente la stanchezza la vinse e si addormentò di un sonno pesante, agitato, popolato certo dai sogni più paurosi.

Fanny si svegliò verso le due, sul principio non ricordava nulla degli avvenimenti della sera e il suo volto era sorridente, ma ad un tratto fu contratto da una contrazione dolorosa: ricordava.

Balzò lestamente dal letto, suonò il campanello e si fece vestire dalla cameriera accorsa alla sua chiamata; indossò una deliziosa veste da camera color rubino e si recò nel suo studio, eravi da pochi momenti quando fu annunziato Renato Ruizzi.

La fanciulla si alzò fremente, stava per ordinare che non fosse ricevuto, quando l’idea di non far nulla sapere ai domestici la trattenne, e con voce abbastanza calma disse:—Fatelo entrare.

Ruiz entrò, la sua faccia era umile, il suo sguardo sommesso pareva implorare pietà,il miserabile aveva meravigliosamente composto il suo volto per la circostanza.

Appena entrato si precipitò ai piedi di Fanny, e con voce rotta dalla commozione mormorò:

—Dio mio, quanto soffro, al pensare che vi ho recato dispiacere.

—Alzatevi signore, non mi piacciono le scene da palco scenico, non credo alle esagerazioni.

—No! lasciate che io implori in ginocchio il perdono...

—Perdono di che? Io non ho nulla da perdonare, soltanto voi avete l’obbligo di spiegarmi alcune cose che ieri notte mi hanno dolorosamente colpito.

—Fanny; vi dirò tutto; ma non parlatemi con tanta severità, non fissate su me i vostri occhi bellissimi con ira e disprezzo, io non ho nulla fatto per meritare un tal trattamento.

—Ascoltatemi, Renato, è tempo che ci spieghiamo chiaramente, nettamente, io so come si ami nei vostri paesi, ma quello che è certo si è che io intendo, voglio, che l’uomo al quale ho donato il mio cuore, nulla mi debba nascondere. Io non sono padrona del vostro passato, ma l’avvenire mi appartiene, io per difendere la felicità di questo avvenire ho d’uopo di sapere se il passato che può minacciarla è morto, o se lascierà traccia indelebile, e si alzerà minaccioso sempre fra noi.

Le ragazze americane, voi lo sapete, educate assai differentemente dalle vostre patriotte, non temono di affrontare simili quistioni, esse possono tutto udire, tutto decidere, non mi interrompete, parlerete poi. L’altra notte a quel ballo, ho notato in voi delle vive preoccupazioni, a volte a volte vi facevate pallido come un morto, e a momenti il vostro volto diveniva di fuoco, dei brividi scuotevano la vostra persona, e gli sguardi avevano lampi sinistri. Sopra tutto le misteriose parole di una maschera vi mettevano paura.

“ Rispondetemi francamente, quale è la ragione vera del vostro spavento?

—Mia cara Fanny, io ammiro la vostra penetrazione, io ammiro la vostra perspicacia, che non perde, né trasalimento della mia persona, né un cambiamento di colore della mia faccia,né un lampo dei miei sguardi, e ciò mi fa un gran piacere, perché è la prova più bella del vostro amore. Ma voi esagerate, mettete del romantico nella cosa più naturale del mondo; l’altra notte non mi sentiva molto bene, poi tutte quelle maschere che vi circondavano dicendovi delle galanterie, stringendovi la mano, strizzando gli occhi con malizia, mi davano ai nervi.

In quanto a quel pulcinella, mi diceva le cose più spiacevoli, ricordava in mezzo al baccano carnevalesco per fino i morti, e capirete che ciò non era allegro. Né questo è tutto, io vedeva continuamente lo sguardo di un altro, posato su voi appassionato, ardente...

—Ma...—volle dire Fanny.

—Lasciatemi finire, dirò a mia volta, parlerete poi. E quel giovane non si contentò di guardarvi, ma v’invitò a ballare, ed io, io mentre, stretti l’uno all’altro, giravate nel turbine della danza, mi rodeva di gelosia, spasimava di dolore...

Queste parole furono dette dall’abile commediante, con tanta emozione, che Fanny a mezzo disarmata guardò il suo fidanzato meno severamente, e fu con voce quasi affettuosa che disse:

—Io non poteva rifiutare un ballo a chi veniva ad invitarmi, la cosa è tanto naturale che non doveva, non poteva destare in voi, né sdegno, né gelosia.

—È vero; ma colui vi ama ardentemente.

—Cioè, mi amò un tempo; ma ora mi sa la fidanzata di un’altro e dal suo labbro non uscì una sola parola che facesse neppure allusione a quella passione che voi credete lo domini.

—Eppure esso vi ama; io l’ho letto nei suoi sguardi pieni d’amore per voi, pregni di odio per me, ma guardi bene, perché io difenderò la mia felicità con tutte le mie forze; perché Fanny senza di te la vita sarebbe un martirio insopportabile, ti amo, ti amo tanto!

Al fuoco di quelle parole Fanny stava per cedere, la difesa di Renato, era delle più abili, e la fanciulla innamorata la trovava giusta e ragionata; ma doveva fare ancora una domanda, la più interessante, e questo pensiero la trattenne dal gridare, io ti amo; ed invece disse:

—Bene, ammetto che abbiate ragione, ma ora ditemi, chi era la bella fanciulla, alla quale deste il nome di Clara, e destò in voi tanto terrore al solo vederla?

Renato era venuto preparato a questa domanda, e per ciò con voce umile mormorò:

—Vi dirò tutto, se giurate di perdonarmi.

—Non prometto perdono se non conosco la colpa.

—Si sono colpevole... ma la mia colpa ricorre a più che cinque anni fa, una colpa giovanile che nulla ha che fare col nostro amore. Ero giovane, molto giovane quando incontrai Clara, era allora in Italia, ci amammo, o credemmo amarci, il nostro idilio durò un anno, i genitori miei si opposero a quel matrimonio disuguale, ed io fui costretto a confessare a Clara, che la nostra unione era impossibile. La fanciulla pianse, si disperò, ma i miei genitori furono inflessibili, e per togliermi da ogni pericolo mi mandarono in America.

“Io protestava contro la volontà dei miei genitori, ma quando essi mi dimostrarono con prove irrecusabili a qual razza di fanciulla avessi dato il mio cuore, fui ben contento d’imbarcarmi per questi paesi e mettere il mare fra me e colei che tentava farmi cadere nel più infame tranello. Non avevo più sentito a parlare di Clara; quando ieri notte la vidi comparire a me dinanzi,non ho potuto trattenere un movimento di terrore e di disgusto molto dippiù che voi eravate al mio fianco.

Questa è la verità, ora sapete tutto, decidete, da voi aspetto la mia sentenza di vita o di morte.

In ciò dire Renato era caduto ai piedi della fanciulla, e le sue labbra si posavano nella candida mano di lei.

Fanny restò muta per un’istante, i suoi occhi si posarono lungamente sopra il capo del fidanzato, quindi in uno slancio d’amore e di gioia, baciò replicatamente il capo bruno di Renato, che gettò un grido di trionfo e cinse con le sue braccia la vita di Fanny, che mollemente si abbandonava alle carezze deliranti dell’uomo amato.

Fu un momento, perché la fanciulla si svincolò dalle braccia di Renato, e vergognosa si allontanò da lui e gli disse: partite, vi ho perdonato, vi amo e credo in voi, ma ora partite.

Ruizzi trionfava, Fanny era sua più che mai.

CAPITOLO XXXIII.

Notizia di cronaca.

Renato, lasciato la casa Spencher, si recò al suo negozio; la giornata essendo pessima, gli avventori non si facevano vedere.

Ruiz era pazzo di gioia, aveva per un istante creduto alla perdita dell’amore di Fanny, e invece ora era sicuro di essere amato più che mai.

Sul suo scrittoio eravi “l’Evening World,” lo prese macchinalmente, ad un tratto trasalì, il giornale portava una puntata di cronaca, con titolo: “Ancora il delitto di Mulberry, ” e sotto quel titolo egli lesse avidamente quanto segue:

“Strana coincidenza, mentre viene trasportato a Sing-Sing, l’autore del crimine di Mulberry Street (commesso come i nostri lettori sanno dall’italiano Righetti che tentò di strangolare per vendetta o gelosia, la sua amante in un lupanare del quartiere italiano), da “ Blackwell’s Island ” giungono notizie assai buone sulla salute della vittima resa pazza dallo spavento.

“Sembra che da poco tempo, Ruiz vada riacquistando la memoria. Il miglioramento della infelice fu preceduto da una scena di violenza inaudita; la pazza, incontrato un detenuto che espiava una piccola pena all’Isola, tentò di strangolarlo, a forza i guardiani dovettero strappare la pazza da sopra al prigioniero che per poco non restava morto.

Da quel giorno la pazza ricorda molte cose, ricorda di avere un figlio e lo reclama ad alte grida, ricorda di essere venuta in America per ritrovare il marito, ma per ora non rammenta i particolari della scena di violenza della quale fu vittima in Mulberry.

“ Dietro il parere dei medici, si è disposto perché il figlio della sventurata sia domani condotto a Blackwell’s Island.

“ Si crede, che la vista del figlio, che come si sa è ricoverato presso la “Gerry Association” servirà a rendere completamente la ragione alla Vittoria Ruiz.

“ Ricorderanno i lettori, come il giovane condannato come colpevole dell’odioso attentato, abbia sempre sostenuto di essere innocente, vedremo se la vittima, strapperà la maschera al Righetti, o se pure la giustizia ha commesso un grave errore.”

Ruiz arrivò a leggere le ultime parole con grande stento, il sudore gli stillava dalla fronte, un tremito nervoso gli scuoteva tutta la persona; era perduto, la guarigione di Vittoria faceva crollare tutte le sue speranze.

Cosa fare? come riparare a quel colpo impreveduto?

Il figlio suo sarebbe stato lo strumento della sua perdita, perché certo,Vittoria rivedendo il suo Enrichetto, avrebbe riacquistato la ragione.

Ruiz pensava, i suoi occhi, mandavano lampi, egli cercava senza dubbio il mezzo per impedire che l’incontro fra madre e figlio avesse luogo.

Ad un tratto il miserabile si alzò, mormorando: Ho trovato!

La mattina di poi verso le nove, prima ancora che gli uffici della“Gerry Association”, fossero aperti, Ruiz,vestito di nero, con un paio di occhiali d’oro, che gli davano l’apparenza più venerabile, si presentò alla porta dello stabilimento fondato da Mr. Gerry e suonò risolutamente il campanello elettrico.

Un uomo molto grande, con due grandi baffi biondi, accorse ad aprire.

—Chi domandate?

—Desidero parlare al sopraintendente dell’Associazione dei fanciulli,—rispose Ruiz in un inglese purissimo.

—Volete dirmi il vostro nome?

—Ecco il mio biglietto da visita.

—Va bene Dottore, passate nel parlor, fra pochi minuti Mr. Flik sarà da voi.

Ruiz entrò nel parlor, saletta elegante, mobigliata severamente ma con gusto squisito, alle pareti dei quadri rappresentanti episodi della bibbia, nel fondo, sopra una colonna di bardiglio, il busto in marmo di Mr. Gerry, sul tavolo bibbie e salmi, dal soffitto pendeva un lampadario elettrico, di metallo artisticamente lavorato.

Ruiz era da pochi momenti nel parlor, quando una delle portiere di velluto verde si alzò e comparve un vecchietto lindo, pulito,con un pizzo candido che pareva un fiocco di neve attaccato al mento; il vecchietto stese la mano a Ruiz, dicendogli:

—Vi saluto, collega. A quale ventura devo ascrivere la vostra visita?

—Come avrete letto sul mio biglietto da visita, io sono il Dottor Wilson, addetto alla casa di salute di Blackwell’s Island.

—Benissimo ho letto tutto questo.

—L’amministrazione della “Gerry Association” deve essere stata avvisata dalla Direzione di “ Blackwell’s Island,” che è necessario condurre dalla propria madre che trovasi al manicomio, un fanciullo che trovasi qui ricoverato.

—Come si chiama il fanciullo?

—Enrico Ruiz.

—Aspettate,—e in ciò dire il sopraintendente calcò sopra un bottone elettrico, comparve un servo.

—Passate dall’ufficio di Direzione, e domandate se vi è nulla che riguardi Enrico Ruiz, il piccolo italiano;—poi rivolgendosi a Ruiz,il gentile impiegato continuò:—ora sapremo se è giunto nessun ordine; la vostra affermazione del resto basterebbe; ma vi sono delle formalità innanzi alle quali bisogna piegare il capo. E ditemi, la madre disgraziata del fanciullo guarirà?

—Si spera che la vista del figlio dilegui le ultime nubi che le offuscano la ragione.

Il servo rientrò con un foglio in mano, il sopraintendente lo prese, lo lesse, e quindi lo passò a Ruiz dicendo:

—Ecco appunto una nota ufficiale che ci viene dal manicomio, nella quale ci si annunzia che questa mattina si verrebbe a prendere Enrico Ruiz.—Volgendosi quindi al servo aggiunse:—passate nella camerata numero tre e dite al sorvegliante di far mettere in tenuta di passeggio il piccolo italiano.

Ruiz non vedeva il momento di uscire da quel luogo, dubitava che da un istante all’altro si presentassero i veri inviati dalla direzione del Manicomio, e allora si sarebbe trovato ad un brutto cimento. Con quella mossa audace, aveva arrischiato più di quanto credeva.

Il Sopraintendente intanto si perdeva a raccontare come Enrichetto, fosse amato dai suoi compagni, come sul principio non facesse che piangere, domandare la mamma, invocare di essere da lei condotto, e poi, a poco a poco erasi calmato, però una grande malinconia si leggeva nei suoi occhioni grandi e buoni. I compagni non gli risparmiarono gli scherzi; ma il giovinetto con la sua bontà e dolcezza li aveva disarmati, ed ora il “piccolo italiano” era l’idolo della camerata.

Mr. Gerry andava spesso a trovarlo, e quell’uomo grande, dal volto impassibile, fra le sue fedine bianche, piangeva di commozione innanzi a quel fanciullo che parte in inglese, parte in italiano gli domandava nuove della sua mamma.

L’entrata di Enrico pose fine alla parlantina del Dott. Flik.

Ruiz nel vedere il figlio non sentì un palpito nel suo cuore, lo guardò freddamente quasi con odio. Enrico non era più vispo e allegro come lo vedemmo al principio di questa storia.

In una stanza, una bambina sta tra tre uomini: uno le posa una mano sulla spalla e un altro tende una mano verso di lei.

Ruiz nel vedere il figlio non sentì un palpito nel suo cuore,

Il suo volto roseo erasi fatto pallido, i suoi occhi pensierosi, la catastrofe che lo aveva colpito, trasformò il fanciullo in uomo.

—Fanciullo mio, ecco qua un amico, il Dottor Wilson, che è venuto a prenderti per condurti...

—Dalla mamma?—interruppe Enrico.

—Si, dalla mamma—rispose Ruiz.

Non è a ridirsi la gioia immensa che invase il fanciullo, i suoi occhi si fecero raggianti, rideva e piangeva, nello stesso tempo saltava, batteva le mani, anche Mr. Flik era commosso a quell’esplosione di gioia.

Ruiz divorato dall’ansietà, si affrettò a dire: È d’uopo andare al più presto.

—È subito fatto, caro collega; ora passiamo dall’ufficio, firmate il registro, e quindi il fanciullo vi appartiene, voi ne siete responsabile.

Quando Ruiz, tenendo per mano Enrico, ripassò la soglia della “ Gerry Association ” tirò un gran sospiro di sollievo.

Nel momento che si dirigeva verso la ferrovia elevata della Sesta Avenue, vide due uomini, che entravano nello stabilimento di Mr. Gerry; pensò che forse erano gl’incaricati di prendere Enrico e fremette al pensiero del pericolo corso.

Ruiz prese per poco tempo la ferrovia elevata, dopo poche stazioni, scese e prese un “ cab ” si fece condurre verso la riviera, egli voleva far perdere le sue traccie.

Enrichetto domandava continuamente della mamma, come stasse, se era sempre bella, se gli voleva ancora bene; e Ruiz mostrando di essere più perverso più cattivo di quanto mente umana può immaginare, non si commoveva, non prendeva fra le braccia quel fanciullo che era suo figlio, non lo copriva di baci, non gli domandava perdono di tutto quello che aveva fatto, e di quello che stava per fare.

Nella notte che precedé quel ratto, Ruiz aveva completamente fatto il suo piano; e stabilito di condurre Enrico in una casa lontana dal centro della città, dove abitava uno dei suoi complici, un ladro dei più pericolosi; ma che marciava alla grande, che teneva un appartamento di lusso, e godeva la stima del quartiere dove abitava,e dove era considerato come un politicante influente.

Per arrivare a quella casa alle 155 strade, la cosa più facile era prendere la ferrovia elevata; ma Ruiz aveva paura a viaggiare in un vagone di Ferrovia che poteva benissimo diventare una prigione per lui; neppure col “ cab ” voleva andare perché temeva le chiacchiere del cocchiere. Si fece recare al “ Ferry di Hoboken, ” pagò la corsa, quindi preso lo “ Steamboat ” attraversò la riviera, da Hoboken in tram andò a Jersey City, e ripreso il battello tornò a New York, allo scalo non mancano le carrozze, ne prese una e dette ordine di essere condotto alle 125 strade.

Enrico seguiva docilmente la sua guida, sicuro di andare a rivedere la madre non si curava di altro.

Giunto alle 125 strade scese dalla carrozza e quando questa si fu allontanata montò in tram, e scese ad Harlem, di là si recò a piedi dal suo amico, che, informato fino dalla sera innanzi, lo aspettava.

Il rispettabile John Porter aveva una apparenza di un vero galantuomo che vive di rendite e spende la sua vita nel far del bene.

Quando vide il suo capo, tirò un sospiro di sollievo.

—Finalmente siete qui,—disse,—temevo vi fosse accaduta una qualche disgrazia, il colpo è ardito, rubare un fanciullo non è come alzare un portafoglio; ma voi ci siete maestro in tutto.

—Confesso che ho passato dei brutti momenti e.....

—La mamma, la mamma, dove è la mamma?—gridò Enrico.

—Non dubitare,—rispose Porter in un’italiano di fantasia,—fra poco la mamma verrà.

Il fanciullo, si acquietò a quella promessa, e i due complici si ritirarono in un’altra stanza, lasciandolo solo.

—Ebbene, cosa faremo del fanciullo?—domandò Porter.

—Per ora lo terremo qui, hai una stanza sicura dove possa stare comodamente, ma di dove non possa uscire?

—Ho il mio gabinetto dei misteri, dove starà a meraviglia, e dove neppure il diavolo lo sniderà. La mia serva, una vecchia negra, affezionata fino alla morte, penserà a custodirlo. Circostanza preziosa, qualunque grido, per forte che sia,non attraversa le pareti del mio gabinetto dei misteri.

—Benissimo, per ora l’essenziale è che la polizia perda le tracce del fanciullo, che deve cercare già per ogni dove.

—Questo è affare concluso. Abbiamo nulla di nuovo in vista?

—Fui così preoccupato, che non ebbi tempo di occuparmi dei nostri affari.

—Male, fra due giorni abbiamo l’adunanza plenaria, e quei galantuomini dei nostri soci non saranno contenti.

—In 48 ore, caro Porter si può pensare molto, e ideare i colpi più magnifici.

—Bravo, maestro, così mi piace, voi non disperate mai, fin che sarete nostro capo l’associazione trionferà.

—Bando agli entusiasmi e pensiamo al serio. Io devo sbarazzarmi di questo abito nero, che ora mai sarà segnalato alla polizia, di questo cappello a cilindro, e degli occhiali.

—Venite con me, farete pelle nuova.

Pochi momenti dopo Ruiz, stretto da una elegante pelliccia, col cappello color marrone, e un delizioso paio di pantaloni di scheviot a diagonale, lasciava la casa di Porter, montava in ferrovia e si recava in basso di città.

Erano le due; i ragazzi vendevano “l’Extra” dell’ “ Evening World, ” si affrettò a comprarlo.

Il giornale con una precisione sorprendente dava i particolari della sparizione di Enrico Ruiz, da questi Renato apprese come, dieci minuti che egli aveva lasciato la casa di Mr.Gerry, i veri mandatari eransi presentati a ritirare il fanciullo. A quella richiesta tutta la casa fu messa in sobbuglio, Mr. Gerry in persona era accorso a verificare la cosa, e ben presto si era acquistata la certezza, che il fanciullo era stato rapito da persona che aveva tutto l’interesse a farlo sparire.

Quale lo scopo di questo ratto senza precedenti, commesso con audacia sorprendente? Domandava l’importante giornale della sera.

“L’ispettore Byrnes, aggiungeva, il “World” ha dato ordini severissimi; egli stesso dirigerà le ricerche, l’onore della polizia metropolitana è impegnato, molto di più che la sparizione di Enrico Ruiz, viene a dare nuova luce al “Delitto di Mulberry”, delitto per il quale, fin da ieri, un uomo veste la casacca del forzato. È indubitato che si è voluto, col rapimento del figlio, impedire, o per lo meno ritardare, la guarigione della madre.

“Chi ha interesse perché questa guarigione non si compia? Facile è la risposta: l’uomo che col suo assalto fece impazzire Vittoria. Ora il presunto autore di quel delitto è in galera, dunque vi è un colpevole libero, che tenta mantenere le tenebre, intorno al delitto di Mulberry; la polizia ha l’obbligo di trovarlo, o quanto meno, deve scoprire perché Enrico Ruiz fu rapito, e da chi”.

L’articolo del “World” terminava così: “I nostri “reporters”, qualche volta più fortunati della polizia, sono in moto per scoprire questo mistero.”

Ruiz restò pensieroso, la cosa si faceva seria, la polizia e i “reporters” alle sue calcagna, bisognava difendersi disperatamente.

Ebbene, si saprebbe difendere, anche lui aveva il suo esercito risoluto e forte.

CAPITOLO XXXIV.

Le furie di Boni.

Boni e i suoi amici avevano letto la puntata del “World” riguardante la guarigione di Vittoria, e si erano riuniti in casa Ferroni per decidere il da farsi.

Boni era di parere di recarsi a Blackwell’s Island in compagnia dell’avvocato di Righetti, per assistere, se era possibile, all’incontro della madre col figlio, incontro dal quale, a detta dei medici, doveva scaturire la luce.

Ferroni, Leonardi e l’avvocato trovarono giustissimo il pensiero di Boni, e infatti, la mattina di poi, si recarono a Blackwell’s. Durante la traversata, gli amici di Righetti, parlavano con fiducia della pronta liberazione dell’infelice che gemeva a Sing-Sing.

—Col nostro affetto, con la nostra amicizia, gli faremo dimenticare i tristi giorni,—diceva Leonardi.

—L’amore di Vittoria farà il resto,—aggiunse maliziosamente Boni.

—Che dite, cavaliere?—interrompeva Ferroni,—e il marito di Vittoria?

—Il marito,—e in ciò dire Boni si raddrizzava fieramente,—il marito! per lui ci penso io, gli preparo tal luogo, da dove non darà più noie alla gente.

Giunsero al manicomio, si presentarono al direttore, il quale, conoscendo Ferroni, accolse tutti con grande gentilezza.

L’avvocato difensore, che aveva il diritto di parlare ufficialmente, a nome del suo cliente Righetti, avendone avuta autorizzazione dal “District Attorney”, spiegò al direttore il perché della loro visita.

Il direttore rispose che avrebbe interpellato i medici, per sapere se persone estranee avessero potuto assistere all’incontro della madre col figlio.

I medici non trovarono difficoltà, a condizione che le persone stassero in disparte, e non facessero né un gesto, né il più piccolo movimento.

Una distrazione qualunque avrebbe potuto guastare ogni cosa,era necessario che Vittoria non vedesse che il figlio, che concentrasse su di lui tutto il suo interesse.

Da un momento all’altro doveva arrivare il figlio di Vittoria, e l’esperienza avrebbe avuto subito luogo.

La pazza se ne stava nella sala grande dell’infermeria, e grosse lagrime le scendevano giù dalle gote; dal giorno che la sua pazzia era quasi scomparsa, si sentiva dominata interamente dal pensiero di suo figlio, che chiamava, invocava ad alta voce.

La poveretta ricordava la sua partenza da Napoli, l’arrivo in America, l’incontro di mamma Margherita, casa Ghirendini, fino a quella sera fatale, nella quale doveva rivedere il marito; però della scena terribile che accadde, dell’uomo che voleva violentarla non aveva affatto memoria, riguardo a questo una lacuna eravi nel suo cervello ammalato, e quella lacuna, i medici, speravano sparisse, all’arrivo del piccolo Enrico.

Il tempo passava e il fanciullo non compariva, finalmente il vaporino addetto ai servizi dell’isola si vide in lontananza; Boni e i suoi amici seguivano con ansietà quel punto nero, che andava mano mano facendosi più grande, e quando toccò la riva, un sospiro di sollievo uscì dal petto dell’ex-ispettore.

Due uomini ne discesero, con loro non avevano il fanciullo.

Il Direttore che era pure sul terrazzo, non poté trattenersi dal gridare:

—Ebbene, Tom, il fanciullo?

—Un momento e vi dirò tutto,—rispose Tom.

I medici, il Direttore e i quattro amici di Righetti si guardarono costernati.

Cosa era accaduto? Mr Gerry non poteva aver negato di consegnare il fanciullo, l’ordine era preciso.

Mentre si perdevano in congetture, entrarono i due uomini; Tom rivolgendosi al direttore disse semplicemente:

—Troppo tardi, quando siamo arrivati un altro erasi presentato, a nome vostro, a prendere il fanciullo.

—A nome mio?—gridò il direttore,—ma io non mandai nessuno.

Tom raccontò quanto gli avevano detto alla “Gerry Association”, cioè, che un medico, certo Wilson, spacciandosi per un mandatario della direzione del Manicomio, aveva condotto seco Enrico Ruiz.

Boni era al colmo del furore, lui lo sapeva da dove partiva il colpo, avrebbe dovuto prevenirlo, stare in guardia.

—Quei maledetti giornali,—mormorava a denti stretti,—hanno dato l’allarme, l’amico non è un gaglioffo, ha visto il pericolo, ed è stato pronto a darvi riparo. Non sono che un imbecille, il mio posto era lì, di guardia alla casa dove stava il bambino.

Il direttore domandò a Tom se avesse dato dell’accaduto notizia alla polizia, e questi rispose di sì.

—La polizia,—seguitava Boni, dicendo l’avemaria della scimmia,—la polizia non troverà nulla, non vede nulla, vive di gloria e basta; io troverò, troverò, altrimenti mi proclamerò il re degli imbecilli.

—Cari signori,—disse il direttore,—sono dolente di quanto avviene, nella sparizione del fanciullo vi è un mistero che sarà ben presto scoperto dalla polizia; me ne rincresce per la sventurata Vittoria, alla quale, la mancanza del figlio, recherà un danno gravissimo. Speriamo che il fanciullo sia ritrovato, e non disperatevi.

Boni e i suoi compagni salutarono il direttore, e costernati e pensierosi si allontanarono.

Mentre lasciavano l’isola giunsero ai loro orecchi le grida disperate di Vittoria, invocanti: Figlio! Figlio mio adorato.

Quelle grida chiamarono sul loro ciglio lacrime di pietà.

Boni, ritto sulla prua del vaporino con la faccia volta verso l’isola, esclamò:

—Povera martire, ti renderò tuo figlio, e l’infame che ti fa tanto soffrire sarà punito.

Durante la traversata l’ex ispettore così parlò ai compagni.

—Abbiamo da lottare con un’uomo terribile, audace, risoluto a tutto.

“ La polizia non scopriva nessuna traccia, io sono persuaso che il sedicente Ruizzi fu colui che andò a prendere suo figlio Enrico, ma mi mancano le prove, e poi non voglio per nulla avvisare la polizia non è questo il mio piano, però noi dobbiamo fino da oggi concentrare tutta la nostra attenzione sopra quest’uomo che giuoca una partita delle più gravi. Come me voi dovete essere convinti che Ruizzi, o meglio Ruiz, è colui al quale mamma Margherita aveva venduto Vittoria. La disgraziata doveva avere riconosciuto il marito, da ciò la pazzia, il terrore grande che la domina. Il miserabile vedendosi scoperto deve aver tentato di uccidere la moglie, questo spiega il tentativo di strangolazione.

—Caro Boni,—disse Ferroni,—mi fate venire i brividi, ma se quanto affermate è realmente successo, perché non andiamo dall’ispettore Byrnes?...

—Buona idea,—rispose con ironia Boni,—ci riderà sul viso e ci dirà autori di romanzi. La polizia non confesserà tanto facilmente di avere preso una cantonata riguardo al mistero di Mulberry. Poi... poi...

—Cosa?—domandò Leonardi.

—Poi vi è il mio segreto, che vi prego a rispettare, almeno per ora. Del resto avete fiducia in me?

—Sì,—risposero ad una voce Leonardi, Ferroni e l’avvocato.

—Allora lasciatemi agire, da oggi entriamo in campagna, io sono il capitano, obbeditemi senza parlare, senza domandare e rispondo di tutto.

“ Nel momento però di principiare la lotta, vi dico che non è senza pericolo, voi Ferroni siete abituato alla pace domestica e...

—Basta, cavaliere, non fui mai un fanfarone, ma anelai sempre di potere diventare un buon soldato nella milizia di coloro che fanno il bene; lottare contro un farabutto, o contro il morbo che colpisce un poveretto è la stessa cosa per me; mia moglie non si spaventerà a vedere cambiate le mie abitudini, essa saprà che combatto per il giusto e per l’onesto e sarà orgogliosa di me.

Boni strinse con affetto la mano leale di Ferroni.

—Io,—disse allora Leonardi,—sono con voi corpo ed anima.

—Ed io,—gridò l’avvocato entusiasmato,—voglio essere un soldato del Boni. Evviva il capitano!

Il battello era giunto a New York, Boni appariva trasfigurato.

—Ecco il campo di battaglia,—disse:—da oggi siamo soldati. Ed ora Ruiz, guai a te!

CAPITOLO XXXV.

Faccia a faccia.

L’indomani della scena narrata nel precedente capitolo, Boni se ne stava pensieroso nel gabinetto della sua palazzina.

Innanzi a lui erano moltissime carte che aveva terminato di scorrere con grande ansietà; in quei fogli era la storia del delitto di Posilipo, e le note delle indagini fatte a quell’epoca dalla Questura di Napoli per rintracciare i colpevoli.

La polizia a quel tempo aveva scoperto ben poco, ma con quel poco ora Boni, poteva ricostruire la scena del delitto, e dare un nome ai colpevoli.

L’ex-ispettore erasi formato la convinzione assoluta che Ruiz doveva avere avuto, in un modo o nell’altro, le mani nella tragedia di Posilipo, e che certamente Clara la danzatrice era la donna che serviva da esca ai libertini napoletani.

Che colpo da maestro, quello di ritrovare dopo più che cinque anni gli assassini, e qual gloria poter dire e dimostrare, che la polizia italiana quando dorme è più sveglia che mai.

Boni riguardo a Clara e Ruiz aveva formato un piano, che doveva condurre i due complici ad una completa confessione; per riuscire però aveva bisogno di Leonardi e certo il giovane non gli avrebbe negato il suo aiuto, perché la perdita di Ruiz, equivaleva per lui al possesso della donna che amava con tanto ardore.

L’ex-ispettore non credeva ancora giunto il momento di svelare ai suoi amici, qual sorta di miserabile era Ruiz, temeva un’imprudenza che mandasse in aria i suoi progetti.

E d’altra parte se aveva una convinzione morale, gli mancavano le prove, e sapeva bene che senza prove chiare, precise, non sarebbe riuscito a nulla.

Ruiz, secondo Boni, era stato male ispirato a rapire il fanciullo (perché lui aveva subito compreso che il rapitore era il marito di Vittoria), quel passo falso doveva presto o tardi essere la prova più aggravante della sua colpabilità nel delitto di Mulberry.

—Se il diavolo non ci mette la coda,—mormorava Boni,—in breve tempo il tuo conto sarà regolato, o bel Renato, e ti assicureremo il pane per la vecchiaia.

L’ex-ispettore chiuse con cura le carte che aveva dinanzi in una piccola cassa forte, e poi disse:

—Voglio vederlo da vicino questo figuro, non è mai male conoscere a fondo i nemici coi quali si sta per ingaggiare battaglia.

Boni, uscito di casa sua,si recò fino in Broadway, prese il tram, e smontò poi in faccia al negozio di Ruiz, nel quale entrò risolutamente.

Ruiz era in negozio, e vicino al suo ufficio stava parlando con due uomini dalla cera tutt’ altro che rassicurante.

Appena vide entrare quel signore, Ruiz si licenziò dai due uomini dicendo in fretta: Ci vedremo alle sette da Don Arcangelo.

Boni guardava con indifferenza un bellissimo vaso giapponese tutto figurine e scaglie d’oro; ma comprese benissimo quelle parole, e se le impresse nella mente.

—Che desidera il signore?

—Ecco, vorrei un mesci-acqua di cristallo storiato, col suo vassoio,—rispose in inglese l’ex-ispettore, guardando fissamente Ruiz.

—Ho quello che il signore desidera, se vuol passare nel retro-bottega.

—Con vero piacere.—Boni seguì Ruiz, il quale gli presentò un bellissimo mesci-acqua, dal colore rosso cupo, dove spiccavano in bianco opaco, ninfe e tritoni disegnati con gusto squisito.

Boni guardò appena il mesci-acqua, e si occupò di dare uno sguardo scrutatore al retro-bottega, sorpreso di vedere uniti alle cristallerie una quantità di oggetti diversi, come lampade d’argento, stoffe ammonticchiate, lime, scarpelli, pali e un mazzo enorme di chiavi di tutte le dimensioni.

—Che arsenale è questo?—pensava Boni,—sembra una spelonca dove i ladri mettono il loro bottino.

—Signore, vi piace?—domandò Ruiz.

Tolto alle sue meditazioni, Boni rispose distrattamente in italiano:

—Sì, è molto bello.

—Siete italiano?—esclamò Ruiz, fortemente sorpreso.

Il marrone era fatto, bisognava riparare in qualche modo, e l’ex-ispettore, mordendosi le labbra, rispose prestamente:

—Ma certo, italiano puro sangue.

—Io pure sono italiano.

—Vi confesso,—rispose Boni con l’aria più candida,—che non lo sapevo. Quanto vi devo?

Così dicendo erano ritornati nel negozio; Ruiz erasi fatto pensieroso, cercava, cercava nella sua mente, dove, e quando aveva sentito quella voce.

—Ebbene, quanto vale questo mesci-acqua?

—Sette dollari.

—Eccovi il denaro; favorite impaccarlo.

—Se il signore vuole, può lasciare il suo indirizzo, lo manderò a casa.

—Non ne vale la pena, lo porterò da me.

Ruiz chiamò un garzone, e dette ordine che il mesci-acqua fosse impaccato.

—È questo, io credo,—disse Boni—il solo negozio italiano di simile genere.

—Si.

—È tanto elegante e ricco, che sembra perfino impossibile che appartenga ad un italiano.

—Ed infatti mi avevate preso per inglese.

Queste parole furono dette in tuono marcato da Ruiz, che divorava col suo sguardo l’avventore.

Boni vedeva il lampo di quello sguardo, e sebbene coraggioso, si sentiva correre brividi per tutta la persona, non ostante rispose:

—Proprio vi avrei creduto americano.

Il garzone che portava il pacco, interruppe il colloquio.

Boni salutò prestamente, e se ne andò; era appena fuori della porta, che Ruiz gettò un grido e dalle sue labbra uscirono queste parole:

—La voce del pulcinella!

Rimase un momento come pietrificato, poi corse a prendere il cappello e, non curante del freddo, si precipitò nella via.

Boni, in quel momento, prendeva il tram che conduce al City Hall; un “cab”, era fermato appunto a pochi passi da Ruiz, vi montò, e dette ordine al cocchiere di seguire il tram, mettendosi proprio in coda a quello.

Dai vetri della vettura, Ruiz vedeva la piattaforma e la porticina del tram, per cui, quando l’uomo che credeva avere riconosciuto per il pulcinella scendeva, lo avrebbe al certo veduto.

Il miserabile sospettava un qualche tranello, se il compratore del mesci-acqua era veramente quella maschera dannata, che fu il suo tormento al ballo della Fraterna, certo che qualche cosa di grave si tramava contro di lui, e non conoscendo i nemici da combattere si sarebbe trovato in brutte acque.

Eppure quell’uomo non lo conosceva, non aveva mai fatto nulla contro di lui, perché se lo trovava dinanzi nemico? Chi era? Che voleva? Per qual ragione era andato nel suo negozio, e a che la commedia della compra? Dunque lo si spiava da vicino?

E se s’ingannasse? Se l’italiano che se ne stava pacificamente nel tram che correva innanzi a lui, non avesse nulla di comune col pulcinella? Se la sua fantasia avesse creato un pericolo immaginario?

Ebbene, vedrebbe; in qualche posto il presunto pulcinella sarebbe andato, e quando sapesse per lo meno dove stava, era sempre una buona cosa.

All’angolo di Broome Street il tram si arrestò, e Boni ne discese tranquillamente.

Ruiz batté nel cielo dei cab, il cocchiere aprì il finestrino di comunicazione, e ricevette l’ordine di seguire a pochissima distanza l’uomo che era entrato in Broome Street, e che teneva un pacco turchino in mano.

Boni, senza neppure sospettare di essere seguito, se ne andò dritto, dritto in casa Ferroni.

Quando Ruiz lo vide entrare, scese lestamente a terra, e pagato il cocchiere lo congedò.

La casa nella quale era entrato Boni, è una delle più belle di Broome Street, alta cinque piani, quasi tutta in pietra rossa cupa, con colonnate e scalinata di apparenza delle più signorili; appartiene ad un tedesco, che venuto in America colle tasche vuote, ma col cervello pieno di volontà, ha fatto una bella fortuna.

Ruiz guardò a lungo la casa, e poi scesa la scaletta che conduce al portinaio, suonò il campanello elettrico dov’era scritto “Janitor.”

Una donna corse ad aprire.

Ruiz non poté trattenere un grido, vedendo comparire innanzi a se mamma Margherita, la mercantessa di carne umana.

—Zitto, signor Ruizzi,—si affrettò a dire Margherita,—entrate e vi spiegherò tutto;—e in ciò dire trascinò il suo antico avventore nella stanza bassa, che le serviva da camera da letto.

—Ma come, voi portinaia in questa casa?

—Che volete, signore, bisogna pur vivere, l’ultima volta che vi vidi, mi diceste che era oramai tempo che finissi di sfruttarvi e lavorassi; vedete, ho accettato il vostro consiglio.

—E vostro marito?

—È all’isola, il miserabile si è fatto prendere come un pesciolino.

“ Fortuna che ha dato un nome falso e non fu riconosciuto, altrimenti avrebbe dovuto pagare anche il vecchio conto, sapete, quello.......

—Da quanto tempo siete qui?

—Da una settimana.

—È una vera provvidenza, perché io ho appunto bisogno di sapere notizie sopra i vostri inquilini?

—Ma io non so se devo,....

—Mamma Margherita, ecco per mettere in pace la vostra coscienza,—e in così dire Ruiz pose sul tavolo un biglietto da cinque dollari.

La vecchia allungò prontamente la mano, e i cinque dollari sparirono con una sorprendente velocità.

—Ditemi, avete inquilini italiani?

—Si, due dottori, un’avvocato, e una famiglia di smorfiosi, che non vogliono neppure farmi entrare nel loro appartamento, hanno servi e cameriere e la scialano alla grande.

“ I dottori e l’avvocato sono giovani, mi danno ben poco a fare, e non sono punto superbi.

—E la famiglia che non si serve di voi, come si chiama?

—È la famiglia del banchiere Ferroni, un filantropo......

Mamma Margherita s’interruppe vedendo che Ruiz erasi fatto pallido come un morto.

—Ma che diavolo avete? sembra che abbiate visto il diavolo.....

—Nulla, nulla,—balbettò Ruiz.

—Non ho altro a dire.

—E questo Ferroni riceve molta gente?

—Si, il suo appartamento pare un porto di mare, è un continuo via vai di persone che domandano aiuti e soccorsi.

—Ferroni,—pensava intanto Ruiz,—l’amico di Leonardi e di Righetti? Non vi ha dubbio; l’uomo che è entrato in questa casa, è il pulcinella del ballo, e qui è il quartiere generale dei miei nemici. È d’uopo che non mi si veda; se sapessero le mie scoperte, prenderebbero le loro misure; devo lasciarli nella loro sicurezza, sarà più facile abbatterli.

—Sentite Margherita,—disse ad un tratto Ruiz,—io avrò bisogno di voi, siete pronta a servirmi?

—Signor Ruiz, mi sono messa in testa di diventare una donna onesta; poi il mestiere è troppo pericoloso, vi ricordate quella sera.....

—Tacete; non è questo che voglio, voi potete continuare nella via dell’onestà, e nello stesso tempo, servirmi senza nessun pericolo.

—Vorrei vivere tranquilla, fra poco mio marito tornerà dalla..... villeggiatura......

—Mamma Margherita, bando alle chiacchere, vi pagherò.

—Non è per il danaro, Dio me ne guardi, anzi io vi sono affezionata, ve ne ho dato prova. Vedete, per voi ho permesso che un innocente..... basta non ne parliamo più. Finalmente ho potuto mettere fine ad una vita d’inferno, ne ho passate di tutte le sorta. Non siamo fortunati io e Napoleone, e se perdessi questo posto, sarei in mezzo alla via.....

—Vi dico che vi si pagherà.

—Pagherà è futuro....

—Venite da me domani, e insieme alle mie istruzioni, riceverete tanto da contentare la vostra rapacità.

—Credete?

—Vi conosco, vi conosco, e so che per voi vi è un solo Iddio: il denaro. Domani vi aspetto,—e in ciò dire Ruiz se ne andò lestamente.

—Certo,—brontolò la megera,—l’oro è la felicità, la vita; e quando ne avremo tanto, io e Napoleone, andremo a godercelo a Marsiglia, la più bella città del mondo. Passeggieremo per le Cannebbiere, vivremo di rendita, sotto la protezione della nostra Signora della Guardia, che ci tenga.....

La soneria elettrica pose fine al patriottico soliloquio di mamma Margherita, che accorse brontolando dov’era chiamata.

CAPITOLO XXXVI.

Don Arcangelo.

Boni, uscito dal negozio di Ruiz, erasi direttamente recato a casa di Ferroni, per domandargli se conoscesse un tale che si chiamava Don Arcangelo.

Ferroni era a casa, ed accolse festosamente l’ex-ispettore, al quale disse ridendo:

—Ebbene, cavaliere, che cosa avete in quel pacco? della dinamite?

—Oggi è l’onomastico della vostra gentile signora, ed io pure mi sono permesso di.....

—Cavaliere, voi ci colmate di gentilezze, e davvero non sappiamo come sdebitarci.....

—Via, via, non facciamo cerimonie, è un ninnolo qualunque, e non val la pena di parlarne.

—Amico mio, il pensiero delicato ha un pregio assai maggiore di qualunque tesoro.

—Questo ninnolo, adunque, l’ho comprato.....

—Il bel mesci-acqua!—esclamò Ferroni.

—L’ho comprato....

—Dove?

—Da Ruiz.

—Da Ruiz? Come, andaste da lui?

—Si, volli sentire l’odore della belva, e vi confesso francamente, che ha degli artigli poderosi.

—Raccontatemi cosa è avvenuto.

Boni lestamente narrò all’amico il colloquio avuto con Ruiz, solo si riservò di dire all’ultimo l’episodio dei due uomini, che separandosi da Ruiz, avevano detto di ritrovarsi con lui alle sette e mezzo di quella sera, da Don Arcangelo.

—Don Arcangelo,—disse Ferroni appena udì questo nome,—se io non m’inganno, costui è il proprietario della “Banca Centrale” uno dei luoghi più immondi di Mulberry.

—Conoscete voi questo Don Arcangelo?

—Fui costretto a subirlo un tempo come mio compagno in un’opera di carità; perché costui unisce alla più grande malvagità, una finzione tale, che lo fa passare, agli occhi di chi non lo conosce a fondo, per un uomo dabbene, pieno di cuore e di onestà.

—Non è dunque una perla?

—No, il padrone della “Banca Centrale”, è uno di coloro, che rasentano continuamente il codice penale, è uno di quei vampiri, che succhia il sangue ai poveri lavoratori, è il fornitore degli schiavi bianchi, che trascinano la loro catena nei luoghi peggiori degli Stati Uniti. Di quando in quando, le male arti di costui vengono alla luce, e allora un grido di riprovazione si leva minaccioso, contro tutti coloro che tengono ufficii e banche; l’ignoranza, la malvagità, l’invidia, il mal volere, fanno sì, che per uno che ruba, sfrutta, dissangua, martirizza, tutta un’intera classe sia insultata e vilipesa.

—Ma non è possibile levarsi di torno certi serpenti?

—Caro cavaliere, voi non conoscete l’ambiente nel quale viviamo; nessuno vuol farsi giustiziere; quando Don Arcangelo non sente, tutti fanno proponimento di smascherarlo, vi sono perfino degli audaci, che gridano di volergli strappare i lunghi basettoni neri, e quindi, così pelato, mandarlo a farsi impiccare altrove. Ma quando Don Arcangelo si presenta, la scena cambia, le minaccie si cambiano in sorrisi, le mani si stendono, non per colpire, ma per dare la stretta dell’amicizia. Io e molti altri però, abbiamo da tempo rotta ogni relazione con costui, ed ora che voi mi dite, che esso è in relazione con Ruiz, credo che sia ancora più triste di quello che si pensa.

—Ecco, io non dico che questo Don Arcangelo sia proprio colui,dal quale andrà questa sera quella buona lana di Ruiz; ma dal ritratto che mi fate mi pare, che se è vero il proverbio che dice: “Dio li fa, e poi l’accoppia”, questa sera vedrò il nostro uomo entrare alla “Banca Centrale”.

—Andrete?

—Certamente, è d’uopo che io sappia appuntino, come impiega il suo tempo il marito di Vittoria.

—Vi riconoscerà.

—Lo sfido. Ditemi, e Leonardi?

—Non lo vidi ancora, so che oggi ha un’appuntamento con Clara.

Il volto di Boni si rannuvolò.

—Non vorrei che avesse a perdersi—mormorò.

—Che dite mai? Leonardi ama Fanny, se va a quell’appuntamento, è perché voi gli diceste essere utile il sapere la storia intera di quella donna.

—Si, fui io che lo spinsi a ciò, e forse ho commesso una grande sciocchezza. Basta, chi non risica non rosica.

—Ma cosa temete?

—Mio Dio, cosa temo? L’uomo è fragile: Clara è un boccone da re, ama ardentemente Leonardi, e si fa presto ad arrivare al patatrac. Oramai quello che è fatto è fatto, speriamo bene, e in ogni modo stiamo in guardia.

“ Vedeste Mr. Spencher?

—Sì, e le nuove non sono buone; Ruiz è più che mai amato da Fanny. Il giorno dopo il ballo si recò da lei, e ne riconquistò interamente il cuore.

—Donne volubili e leggiere! hanno bisogno di battere il naso per credere, ebbene, bionda americana batterete anche il vostro e allora vi accorgerete a qual razza di miserabile daste il vostro cuore.

—Mr. Spencher mi disse, che non sapeva più quale scusa trovare per ritardare il matrimonio; ed io sarei di parere di fargli sapere ciò che ci è noto sul conto di Ruiz...

—Guardatevene bene, tutto sarebbe rovinato... Aspettiamo, chi sa da un giorno all’altro cosa può succedere, a parlare siamo sempre in tempo, basta anche dieci minuti prima della cerimonia nuziale.

—L’ora si fa tarda ed io devo partire, avvisate Leonardi che domani ho bisogno di vederlo, sarò qui alle dieci.

—Non ritornate questa sera?

—Non so, dipende dalle circostanze. Fate per me i miei auguri alla signora.

—Griderà perché non siete passato da lei.

—Ditele che lavoro per la felicità dei nostri amici, e mi perdonerà.

CAPITOLO XXXVII.

Sirena.

Clara aspettava anziosamente Leonardi; la bella fanciulla, la perduta, che da lungo tempo vendeva baci e carezze, senza che il suo cuore avesse un palpito, la sua carne un fremito, amava con tutto l’entusiasmo, l’ardore di una vergine.

Ella sentiva che quell’amore l’avrebbe purificata, redenta. La storia della “Signora delle Camelie, ” si ripete più spesso di quanto non si creda, e moltissime trasformate dall’amore si rialzano dalle loro cadute e diventano brave ed oneste madri di famiglia.

Clara sapeva di non essere amata da Leonardi, ma contava sulla sua bellezza per vincere l’uomo che erasi reso padrone del suo cuore.

La bella fanciulla era quel giorno più seducente che mai; indossava una graziosa veste di seta cruda pieghettata, ricca di merletti ad imitazione di quelli antichi di Fiandra, la scollatura a triangolo mostrava fra i ricami il principio del seno provocante, di una bianchezza abbagliante; il collo slanciato, flessuoso come quello di un cigno, era imprigionato da una gorgiera di merletti alla Riccardo III.

Un cordone di seta violetta pallida con due grandi nappe, stringeva intorno alla vita da fata quella veste leggiera che disegnava a meraviglia le forme scultorie della bella fanciulla. I piedini piccoli, arcuati aveva imprigionati in scarpini di velluto cremisi, contornati di ermellino, la veste corta faceva vedere la calza nera di seta, punteggiata di api d’oro.

Clara stava sdraiata sopra una poltrona ricoperta da una pelle d’orso, e mentre le sue labbra porporine tenevano una profumata sigaretta, venuta direttamente dalla Turchia, i suoi occhi grandi, profondi, umidi di languore, fissavano un punto della camera, come se là vi fosse la persona desiata, il volto amato.

Ad un tratto trasalì, qualcuno montava le scale, gettò lungi da sé la sigaretta e col cuore palpitante aspettò.

Risuonò il tocco del campanello, ed ella svelta, felice, corse ad aprire.

Leonardi entrò sorridendo.

Clara le stese la mano e la strinse con forza, mormorando: Grazie.

L’innamorato di Fanny, provò una strana impressione entrando in quella camera ricca e graziosa, dove l’aria era piena di profumi eccitanti, e dove la bellezza di Clara spiccava in tutto il suo splendore.

Si sentì turbato; il sangue si faceva più caldo, le tempie perdevano il palpito abituale e martellavano; ma ad un tratto comparve innanzi ai suoi occhi la casta fanciulla che amava, e il sangue che stava per divenire lava ardente, tornò di ghiaccio, e Leonardi con voce ferma e sicura, poté dire a Clara:

—Vedete, sono puntuale.

—Di nuovo vi ringrazio. Io non ardiva neppure sperarlo; sono sì poca cosa per voi.

—Siete mia amica.....

—Davvero?—E in ciò dire stese ambi le mani a Leonardi, che le strinse con affetto dicendo:

—Sì mia amica, se lo volete.

—Se lo voglio, ma con tutta l’anima, è questo il primo passo per... ebbene sappiatelo io vi amo, come non ho mai amato.

—Come amaste Ruiz?

Clara si alzò come se un’aspide l’avesse punta e poi con voce sorda esclamò:

—Ruiz? sì lo amai; era allora una fanciulla, quasi una bambina, l’amai, il miserabile e mi ha perduto. Se il destino avverso non mi avesse fatto incontrare quell’uomo, oggi non sarei qui, la mia vita sarebbe stata ben altra. Fino a poco tempo fa, io vivevo spensierata, felice, ridendomi degli adoratori giovani e vecchi, che giuravano di amarmi, insensibile alle loro carezze, fredda ai loro baci.... oggi è ben altra cosa, io vedo tutto l’obbrobrio della mia vita; se voi voleste stendermi la mano e togliermi dall’abisso, io sento che potrei essere salva.

—Io vi stenderò tutte e due le mie mani, e unitamente ai miei amici vi salveremo.

—E potrò sperare che tu mi amerai?—E in ciò dire Clara gettò le braccia al collo di Leonardi e lo strinse con frenesia al suo petto.

Il giovane sentiva il corpo fremente della donna, respirava il profumo eccitante che emanava da lei, sentiva sulle sue labbra ardenti come ferro rovente i baci di Clara, che invasa dalla passione, aveva carezze da far delirare una statua di marmo.

Leonardi a mezzo vinto rispose a quei baci, allora le carezze della fanciulla diventarono frenetiche, i suoi capelli si sciolsero e formarono come un manto che nascose quei due corpi strettamente avvinti.....

Leonardi non vide più l’immagine di Fanny, e in quella camera regnò alta ed intera la voluttà...

..............................................

Passata l’ebbrezza, Leonardi ebbe vergogna della sua debolezza e l’assalì la paura della colpa commessa. Clara più innamorata che mai, aveva negli occhi un lampo di trionfo; l’uomo che amava le apparteneva.

Leonardi erasi fatto tetro e pensieroso; in qual modo aveva compiuto la sua missione?

Non era andata in lungo, le ali non avevano impiegato tempo a bruciarsi.

Che direbbero i suoi amici? Quali funeste conseguenze avrebbe quell’avventura?

Di quella donna che poteva dominare, era divenuto lo schiavo. Erano bastate poche carezze per trascinarlo alla colpa.

—Ebbene, mio adorato, a cosa pensi?—disse Clara con voce carezzevole.

—Penso che fui debole e vile...

—Perché?

—Perché abusai del vostro amore...

—No, no, sono io che mi sono data a te, se vi è una colpevole sono io.

—E se io non ti potessi amare?

—Non potermi amare? Non dirlo, le tue carezze erano sì ardenti, così lunghi inebbrianti i tuoi baci.....

—Era la passione dei sensi che dominava; ma il mio cuore.....

—Perché vuoi togliermi la felicità di questo momento. Io non voglio saperlo per quale ragione mi hai stretto al tuo seno, sono felice e basta.

—Ma questa felicità non si ripeterà, io non sono libero, il mio cuore appartiene ad un’altra.

Grosse lacrime spuntarono sul ciglio di Clara, che mormorò singhiozzando:

—Sei crudele.... il sogno è stato incantevole, il risveglio è ben triste.

—Senti, Clara, io non voglio addolorarti, ma neppure voglio che questo momento di abbandono desti in te, delle speranze...

—Io nulla ti domando; potrai impedirmi di amarti? Mi offrivi la tua amicizia, la passione ci ha vinto, e ci ha trascinato, e che per ciò? Se tu lo vuoi dimenticheremo quel momento di ebbrezza, e tu sarai il mio amico, io la donna che ti adora, la schiava sottomessa al suo padrone.

Leonardi era commosso per tanto amore, abnegazione, e stese la mano a Clara, che la baciò con effusione.

—Senti, amico mio, in questo momento sono così turbata che non potrei esprimerti ciò che provo in me, mi sembra che tutto sia cambiato, mi pare di rinascere ad una nuova vita.

—E nel momento che stai per rinnovarla questa vita, non vuoi mantenere la promessa di narrarmi come passasti i primi anni della giovinezza?

—Non oggi; no, non voglio turbare con tristi rimembranze la gioia di questo istante.

“Un altro giorno ti dirò tutto e allora comprenderai che molte volte si è più sfortunati che colpevoli. Ed ora va, lasciami ai miei rosei sogni, alle mie illusioni.

—Amica mia, addio.

—Tornerai?

—Non sei la mia buona amica?

—Grazie.

Clara pose la fronte a Leonardi e questi la baciò tremando.

Quando Clara fu sola scoppiò in pianto, e gridò smaniando : Non mi amerà mai , sventura su me!

CAPITOLO XXXVIII.

La tana.

Fino dalle sette Boni trasformato in modo, che pareva in tutto e per tutto un contadino venuto allora, allora, dal suo paesello, colla faccia arsa dal sole, il cappello a punta, i cerchi d’oro alle orecchie, la camicia di grossa canepa e l’abito di traliccio verdone cupo, se ne stava in sentinella nelle vicinanze della Banca Centrale.

Verso le sette e mezzo, a uno, a due, a tre, cominciarono a entrare da Don Arcangelo, certi ceffi che l’ ex-ispettore riconobbe subito come americani.

Che diavolo tanti americani vanno a fare da un italiano, mormorava Boni, che interessi avranno con Don Arcangelo?

Nessuno di coloro che entravano nella Banca ne usciva, e questa circostanza metteva in gran curiosità Boni.

Le otto erano già passate e Ruiz non si vedeva; ad un tratto sul pavimento risuonò un passo affrettato, e ben presto Ruiz malamente vestito, passò innanzi all’ex-ispettore, il quale aveva avuto l’avvertenza di mettersi vicino ad un fanale a gas.

Quando Ruiz fu entrato, Boni si diresse verso la “ Banca Centrale, ” montò la scaletta ed entrò nell’ufficio. La porta aprendosi faceva suonare alla maledetta un campanello elettrico.

Boni restò assai meravigliato nel vedere la Banca vuota.

Dove diavolo erano andate le venticinque o trenta persone, che aveva visto entrare pochi momenti prima? Dove si era ficcato Ruiz?

La voce aspra di un giovanotto lo tolse alle sue meditazioni.

—Chi cercate?

—Don Arcangelo,—rispose Boni, in puro napoletano.

—È fuori.

—Tornerà?

—Non ne so nulla. Avete qualche affare con la banca?

—Vorrei depositare venti scudi, vengo dalla campagna e “ o cumpare mio ” mi ha indirizzato qui.

—Date qui i vostri denari vi farò il libretto.

—Vorrei darli a D. Arcangelo...

—Io sono il suo impiegato, fa lo stesso.

—Ritornerò domani.

—Aspettate guardo se è rientrato, delle volte passa dal cortile.

Va, va furbone, pensava intanto Boni, il tuo rispettabile padrone è in buona e numerosa compagnia, ma la lascierà per prendersi i venti dollari. Infatti, due minuti dopo Don Arcangelo compariva dietro la cancellata, e Boni più cafone che mai consegnava con tutto il rispetto i denari a Don Arcangelo, che li prendeva con un sorriso di protezione e di promesse, e quindi si affrettava a ritornarsene di dove era venuto lasciando il suo nuovo cliente padrone di andarsene o rimanere.

Boni si pose tranquillamente a sedere sopra la panca untuosa che correva lungo le pareti dell’ufficio e finse di dormire; così, pensava, se passeranno di qui li vedrò da vicino gli amici del mio banchiere.

CAPITOLO XXXIX.

Assemblea di ladri.

Da una porticina, benissimo nascosta da un armadio mobile, si discendeva nel sotterraneo della “Banca Centrale”, dove di consueto, sotto la presidenza di Ruiz, si tenevano le adunanze dell’associazione di malfattori, della quale faceva parte anche Don Arcangelo.

Veramente, più che sotterraneo, quel luogo di ritrovo era una cantina, umida, fredda, non molto grande, ammobiliata da un tavolo di legno bianco, dove sedeva il presidente, e da poche panche sconquassate, che servivano per far sedere i presenti alle adunanze.

In compenso il locale era dei più sicuri, al di fuori neppure la traccia di quel “basament”, non il più piccolo pertugio che lo mettesse in comunicazione coll’esterno; l’aria adatta alla respirazione veniva da un condotto, fatto sullo stesso sistema di quelle trombe d’aria che si trovano nei battelli. L’illuminazione, non splendida, consisteva in tre lampade a petrolio, dai tubi sporchi e anneriti.

Se la polizia avesse invaso la banca di Don Arcangelo, non avrebbe trovato nulla di sospetto, e nella cantina, per mezzo di un ben combinato giuoco di piccoli specchi, si sarebbe veduto quanto accadeva nell’ufficio.

Tutto adunque era preparato affinché la maggior sicurezza fosse garantita, alle rispettabili persone, che la “Banca Centrale” riceveva nella sua cantina.

Quella sera l’assemblea, composta di ladri e borsaiuoli di ogni nazionalità, era più numerosa del solito, correvano strani rumori sul conto del capo; si diceva che voleva abbandonarli, per vivere tranquillo, da buono e stimato borghese. Del resto, da un certo tempo, Ruiz non pensava più all’associazione, e i soci si trovavano alquanto alle strette. I portafogli, alzati destramente, erano ben magro bottino, ci voleva un colpo che rendesse molto; uno di quei colpi che Ruiz sapeva così bene preparare, e i suoi degni compagni eseguire.

Quando Ruiz entrò, tutti erano già al loro posto; non fu accolto come di consueto, da grida e da evviva, ed egli girò il suo sguardo aggrottato sopra i presenti, e ciò bastò per far cessare il mormorio minaccioso che si elevava dall’assemblea.

Ruiz strinse la mano a Don Arcangelo e poi prese posto al banco della presidenza, e si contentò di dire:

—Siamo in seduta, chi vuole parli.

Si alzò subito un uomo sbarbato come un sacerdote, dalla faccia rispettabile, tale da prenderci il perdono, e cominciò con voce melata ed ossequiente:

—Io sono incaricato a nome dei miei onorevoli colleghi....—Ruiz non poté trattenere un sorriso a quelle formule prettamente parlamentari, l’oratore non se ne occupò e continuò—sono adunque incaricato di far presente al nostro capo, che ci troviamo in una condizione che rasenta la miseria, il tesoro della società è esausto, e non abbiamo in prospettiva nessuna entrata straordinaria, perché la cassa ritorni allo splendore antico.

“ Le entrate ordinarie sono ben poca cosa, dei portafogli mezzo vuoti, borse con poche monete di rame, orologi di similoro, catene sfacciatamente di ottone, diamanti carbonici, valigie piene di carta straccia, abiti frusti, cassette da elemosina senza inquilini, voti da santi falsi, in una parola, una miseria che testimonia contro questo paese che è detto tanto ricco.

—È vero! è vero!—interruppero i presenti.

—Altro che vero, colleghi onorevoli, tanto vero che se continuiamo così saremo costretti a pregare l’ispettore Byrnes di darci un posto a Sing-Sing, per passare l’inverno e la primavera in luogo sicuro.

“ Ora è indiscutibile che questo stato disperato, che mette in pericolo la nostra associazione,si deve in buona parte alla rilasciatezza dei nostri capi, i quali non pensano più a guidarci come un tempo a buone e lucrose spedizioni.

—È vero, è vero!—gridarono i presenti.

—Perché questo abbandono, perché l’uomo che è nostro maestro e capo si è arruginito? Stando ai malevoli, egli ha voglia di lasciarci...

—Menzogna!—interruppe Ruiz alzandosi in piedi.

Un gruppo di uomini siede davanti a un tavolo; sulla destra un uomo in piedi gesticola e un altro siede dietro il tavolo.

Menzogna! interruppe Ruiz alzandosi in piedi

Vi fu un momento di silenzio, l’oratore della compagnia sconcertato da quella violenta interruzione perse il filo del discorso, s’imbrogliò maledettamente fra le risate dei suoi colleghi.

Ruiz ritornato calmo così parlò:

—Sono già diversi anni che mi associai a voi, non eravate che degli straccioni alla caccia del pranzo, e alla ricerca dei dieci soldi che dovevano servirvi per andare a pagare la notte in lurido Lodging House. Inseguiti dalla polizia, passavate buona parte in prigione, maledicendo il destino avverso.

“ Ora vestite decentemente, molti da signori, avete nel vostro taschino dei dollari per divertirvi e lavorate in mezzo a persone non prive di mezzi, facili a farsi spogliare. Mercé i vostri abiti lindi e puliti, vi mescolate alla folla che si accalca nei teatri, musei, steamboats , esposizioni, pubblici passeggi e là, con la vostra destrezza, fate una discreta raccolta, non disturbati dalla polizia, che vi crede dei gentiluomini con dei beni al sole.

“ Però, siccome ciò sembra non bastarvi, pretendete, che chi vi fa da capo, pensi a prepararvi lavori all’ingrosso, che vi permettano di riposare onorevolmente per qualche mese.

—Il riposo,—interruppe uno,—lo comanda Iddio.

Una sonora risata, fu la risposta a quella faceta interruzione.

—Non potete certo lamentarvi, dei colpi audaci ne furono fatti e fruttarono assai. È vero che da qualche tempo nulla fu tentato; ma la colpa non è mia, invano ho cercato e fino a ieri nulla avevo trovato. Oggi è altra cosa, ed io posso dirvi: compagni entro una settimana la nostra cassa sarà piena.

Un applauso lungo,assordante accolse le parole di Ruiz.

—Sì, a giorni potrete permettervi di riposarvi, con le tasche piene e la coscienza tranquilla.

Nuovi applausi e nuove grida accolsero questa promessa.

—State bene attenti a quanto vi dirò; si tratta di entrare in una casa dove abitano quattro donne e un uomo, l’uomo risoluto e forte, le donne non si contano perché valgono ben poco. Questa casa non è isolata, ma nel centro di New York, da ogni lato vi sono inquilini, un grido di allarme sarebbe la rovina. Ma in compenso di tanti pericoli troveremo denari, gioie, argenterie. È il covo di un ricco banchiere, che io vi conduco a saccheggiare e ve ne troverete contenti.

—Dov’è il luogo?—domandò uno dell’assemblea.

—Secondo il solito,—rispose Ruiz,—non dirò nulla fino al momento decisivo, alla mia chiamata risponderete, io darò gli ordini, voi sarete pronti ad eseguirli.

Vi fu una specie di conciliabolo fra i presenti, poi si alzò il ladro dalla faccia sacerdotale e disse:

—A nome dei compagni ringrazio il maestro per la promessa fatta, assicurando che ci troveremo pronti ad ogni sua chiamata.

—Questo però non è tutto,—riprese Ruiz,—io voglio sapere se posso contare sulla vostra devozione.

—Sì! sì!—risposero tutti ad una voce.

Ruiz continuò—se un giorno vi dicessi: ho dei nemici che vogliono perdermi, che tentano rovinarmi, è d’uopo che mi aiutate a combatterli...

—Diteci chi sono,—tuonò una specie d’ercole dai capelli rossi,—e per S. Patrizio li fiaccherò come canne.

—Grazie, John, mi ricorderò di te.

—E di noi, maestro,—gridarono gli adunati,—e di noi che siamo vostri anima e corpo.

Ruiz aveva alzato fieramente la testa, si sentiva forte, e assaporava con voluttà il pensiero della vendetta e del trionfo.

Don Arcangelo, che fino allora era stato muto,si alzò e con la sua voce melliflua disse:

—Propongo un’evviva al nostro capo, poi andiamocene che è tardi.

—Un momento,—rispose Ruiz,—riceverete i miei ordini per il solito tramite, vi proibisco in questi giorni di lavorare per conto vostro, è d’uopo che nessuno manchi all’appello, e non vorrei che la polizia mettesse qualcuno di voi fuori combattimento. Chi manca di danari passi domani da Don Arcangelo, che darà cinque dollari al giorno fino al momento del salasso al ricco banchiere.

L’ovazione a questo punto diventò frenetica, per poco Ruiz, non venne portato in trionfo.

Ad uno, ad uno, i ladri emeriti infilarono la scaletta segreta, e uscirono dalla Banca, non occupandosi né punto, né poco di Boni, che sulla panca untuosa fingeva di riposare tranquillamente.

Ultimi ad uscire furono Ruiz e Don Arcangelo, quest’ultimo stringendo la mano al complice gli disse: Bernabei si fa onore, mi scrivono che vi ha sorpassato, è tutto dire.

—Forse lo chiamerò a New York,—rispose Ruiz,—può darsi che abbia bisogno di lui.

—Quando ci vedremo,—domandò Don Arcangelo.

—Domani, se lo credete.

—No, domani, ho promesso a mia figlia di condurla a fare una passeggiata in campagna, la povera piccina ha bisogno di divagarsi.

—Sempre quell’amoretto.

—Non me ne parlate, non acconsentirò mai.

—La Giulia può morirne...

—Morirne, non ditelo;—e la voce di Don Arcangelo si fece tremante.

—Guarda, guarda,—pensò Boni,—quel miserabile ama sua figlia.

—Dunque,ci vedremo dopo dimani,—riprese Ruiz.

—Sì, a rivederci.

Ruiz partì, Don Arcangelo scosse fortemente Boni, sempre più addormentato, e quando vide che si destava gli disse: Compare, questo non è un’albergo, è tardi e voglio chiudere.

—Scusate, scusate padrone,—mormorò Boni,—me ne vado, ero sì stanco, ho dormito come un ghiro.

—Nulla, nulla, venite a trovarmi, avete in me un amico.

—Grazie Don Arcangelo, è proprio vero che siete il papà degl’italiani.

Don Arcangelo sorrise a quella adulazione, e appena Boni se ne fu andato, chiuse la Banca; poi con gli occhi raggianti di felicità, mormorò:

—Ed ora andiamo ad abbracciare la mia adorata Giulia.

CAPITOLO XL.

Giulia.

Don Arcangelo amava immensamente la figlia sua, per lei lavorava, per arricchire il suo idolo avrebbe commesso qualunque delitto.

Quell’uomo dal cuore inflessibile, che spogliava i poveri lavoratori e li mandava ad agonizzare sotto il bastone dei “ bosses ” era pieno di affetto per l’unica figlia, per la gentile Giulia, fiore grazioso, nato e cresciuto in un ambiente impuro, sia moralmente che materialmente.

Don Arcangelo era da lungo tempo in America, diceva di essere di Caserta, ma ad onta che parlasse il dialetto di quella regione alla perfezione, pure non era nato nel mezzogiorno d’Italia; ma sibbene in un paesetto del genovesato, in uno di quei deliziosi paesi appollaiati come aquile gigantesche sulle montagne scaglionate lungo l’incantevole riviera.

Giunto in America, si trovò a contatto con meridionali, visse in mezzo a loro, e ne imparò il dialetto.

I genovesi, tenaci, astuti, conquistano facilmente la fortuna; del resto venti anni or sono non era come adesso, il lavoro non scarseggiava, e gli audaci avevano vasto campo a fare buoni guadagni.

Don Arcangelo,dopo tre anni di lavoro alla campagna, tornò a New York, e si stabilì in Mulberry street, aprendo una piccola birreria, che fu ben presto il ritrovo favorito di quanti tornavano dalla campagna. In allora Mulberry, non era come oggi, il quartiere italiano, non ostante vi fossero già famiglie e negozi italiani.

Il genovese però ebbe come il presentimento che quella via sarebbe ben presto popolata da suoi connazionali, e in cuor suo, si rallegrò di aver preso possesso di un lembo di terra benedetta.

A quel tempo, Don Arcangelo, fece venire dall’Italia la moglie sua, la quale, nove mesi (i maligni hanno sempre sostenuto otto) dopo il suo arrivo, dava alla luce una graziosa bambina, rosea e bionda.

Dal momento che Don Arcangelo fu padre, sembrò pazzo dalla gioia, concentrò tutto il suo affetto su quella piccola creatura, per la quale eragli dolce cosa lavorare.

Gaetana, così chiamavasi la moglie di Don Arcangelo, esercitava la professione di levatrice, grassa, paffuta, alta come un granatiere, al primo vederla metteva paura, e più di una puerpera, spaventata, non volle saperne di essere assistita da quel soldatone in gonnella. L’apparenza però ingannava; Gaetana compieva le sue delicate mansioni con una capacità grandissima, diventò ben presto la levatrice di moda, e nei quartieri italiani di alta e bassa città, era lei che accorreva, era lei che si voleva.

Gaetana non pareva amare molto la sua Giulia, e compiangeva il marito, che era rimbambito innanzi a quella figurina delicata, bionda, diafana, che pareva impossibile, fosse la figlia di quei due colossi bruni.

La casa di Don Arcangelo non era bella, tutt’altro; nella cucina si ammassavano le sporchizie, i pavimenti delle camere, senza tappeto e incerato, erano luridi, i letti, sfatti tutto il giorno, mostravano la biancheria sporca. Ma quando Giulia cominciò a farsi grande, ebbe una camerina elegante e pulita, con le pareti dalla carta rosata, a ricami d’argento, con le tende di mussolina, col tappeto a rosoni, con la mobilia di mogano, due grandi specchi, e una “toilette” tutta pizzi e ninnoli costosi.

Nella saletta che precedeva la camera, era un ricco pianoforte, dono di Don Arcangelo, che compieva con quel regalo, uno dei voti più cari della figlia.

Donna Gaetana, oramai la chiamavano tutti pomposamente così, aveva brontolato per tante spese, ma il marito, che era in molte cose sottomesso alla moglie, fece capire che su quel punto non avrebbe ceduto.

Intanto gli affari del furbo genovese andavano a meraviglia, e alla birreria aveva unito una banca che intitolò: “Banca Centrale”; e fu questa una delle prime che sorgessero in Mulberry, fu come chi dicesse, la madre prolifica delle molte che vennero in seguito.

Don Arcangelo non aveva che uno scopo, farsi ricco; voleva un monte d’oro, per metterlo ai piedi della figlia, affinché potesse, se lo bramava, comprarsi una corona principesca.

In Mulberry lo credevano meridionale, molti, senza sapere il perché,lo chiamavano “u paesano” ed egli accreditava questa voce, perché sapeva che i suoi affari ne avrebbero avvantaggiato.

Una sera, Giulia aveva allora dodici anni, nella birreria di Don Arcangelo, avvenne una rissa terribile, ed uno dei rissanti, un giovanotto siciliano, venne ucciso da un ebreo polacco.

Giulia, che si trovava presente al triste fatto, ebbe tanta paura, che si ammalò così gravemente da far temere di salvarla.

Don Arcangelo, disperato, fece voto che se la figlia adorata, fosse vissuta, avrebbe subito chiuso la birreria.

Giulia guarì, e il padre suo mantenne la promessa. D’allora non fu che banchiere, e a questa professione confessabile e onesta, aggiunse le altre di fornitore di schiavi bianchi, di manutengolo di ladri.

A quindici anni Giulia era sovranamente bella, i suoi occhioni grandi e neri, davano al suo bianchissimo volto, incorniciato da biondi ricci, che parevano di seta finissima, un’espressione, una grazia infinita.

Nelle vie, i giovani, vedendola, sentivano salire un’onda di fuoco alla testa, i vecchi la guardavano sospirando, con la venerazione che si meritano gli angeli.

Il padre, non avendo nulla risparmiato, Giulia era istruita, allieva del cav. Brizzi, suonava con arte e sentimento il pianoforte, e cantava con una grazia incantevole.

Don Arcangelo, un pezzo grosso della Colonia, la conduceva alle feste delle numerose società italiane, ai Pic-nics, ai concerti, e dovunque la bellezza della fanciulla sollevava un mormorio di ammirazione, che faceva andare in solluchero il padre fortunato.

Nella Colonia, la quale beninteso non conosceva le professioni occulte del proprietario della “Banca Centrale”, si sapeva che la bella Giulia sarebbe stato uno splendido partito, e più di un giovanotto avrebbe voluto cogliere quel frutto saporoso; ma la fanciulla non incoraggiava le imprese di nessuno, e in quanto al padre, teneva gli occhi bene aperti, sognando per la figlia un matrimonio splendido.

L’amore, questo eterno guasta-progetti, venne ad attraversare le speranze di Don Arcangelo, e far palpitare il cuore di Giulia.

Fu ad una festa da ballo data nell’ottobre del 1891, che la bionda fanciulla incontrò l’uomo che doveva farsi amare da lei, e che avrebbe la più fatale e triste influenza sulla sua vita.

Disgraziatamente il giovane, che da molto tempo e in silenzio, amava la ricca Giulia, era povero e viveva prestando l’opera sua presso il banchiere Ferroni.

Augusto Dei, quando si accorse di essere innamorato di Giulia, provò un gran dolore, perché comprendeva bene che non avrebbe potuto mai essere lo sposo dell’erede di Don Arcangelo, perché sapeva quali erano i suoi progetti ambiziosi per sua figlia.

Giulia, che non erasi mai accorta dell’adorazione di Augusto, fu solo nel tumulto della festa, mentre il giovane la stringeva con frenesia al petto, nella voluttà di un Valtzer elettrizzante, che comprese, come il cuore abbia bisogno di espansione e di affetto.

Essa partì dal ballo portando con sé l’immagine del Dei, e in quella notte, sognò di essere la sposa adorata di lui.

I due giovani si rividero spesso, Augusto parlò, le palesò il segreto che lo tormentava, lei rispose mostrando la felicità grande che le procurava quella confessione, e quando Augusto le fece capire che alla loro felicità si sarebbe certo opposto il padre di lei, ella rispose che il padre suo l’amava, e che avrebbe accondisceso a tutto.

Giulia aveva troppo contato sull’amore del padre, e se ne accorse, quando confessò il suo amore per il Dei.

Don Arcangelo fu preso da una collera spaventevole! Come! averla allevata, cresciuta, fatta ricca, perché potesse sciegliersi un marito potente, stimato; un marito che le formasse uno stato da fare invidia ad una regina, e avere per risultato la scelta di un pitocco morto di fame, che certo mirava più che al cuore della figlia ai dollari del padre. Ciò non poteva essere e non sarebbe. Giulia aveva l’obbligo di obbedire a chi voleva la sua felicità, a chi aveva fatto tanto per lei.

Don Arcangelo minacciò, poi pregò, quindi ritornò a minacciare, e poi di nuovo a pregare; ma tutto fu inutile, Giulia forte, risoluta, non faceva che rispondere: l’amo, con lui è la felicità, con lui solo.

Il banchiere fuggì disperato, altrimenti avrebbe schiacciato sotto ai suoi piedi l’idolo ribelle.

Giulia da quel giorno incominciò a perdere i rosei colori, i medici chiamati dal padre consigliarono delle distrazioni.

Donna Gaetana, anche lei era contraria a quel matrimonio, e ad ogni istante, rimproverava la figlia che chiamava ingrata, cattiva e perversa.

Giulia fu sorvegliata con cura, non poteva muovere un passo senza essere seguita; ma non ostante tanta vigilanza, faceva sapere ad Augusto che lo amava, e che non sarebbe d’altri che sua.

L’amante, disperato di non potere avvicinare colei che tanto amava, malediceva il destino che lo aveva fatto nascere povero.

Vi fu un tempo che anche Ruiz, aveva gettato i suoi occhi sopra Giulia; ma Don Arcangelo gli aveva fatto capire, che prima di darla in tali mani era pronto ad ucciderla; ed ecco perché Ruiz ora godeva di quell’amore venuto a sconcertare i piani del suo complice.

CAPITOLO XLI.

Padre e figlia.

Don Arcangelo aveva detto: ed ora andiamo ad abbracciare la mia adorata Giulia; ed infatti appena salito in casa corse all’appartamento della figlia.

La fanciulla, quando il padre entrò, se ne stava a mezzo sdraiata sopra una poltroncina, e gli occhi grandi, circondati da un cerchio bluastro, aveva pieni di lacrime.

—E così figlia mia, vuoi startene sempre addolorata?—principiò Don Arcangelo con voce tremante.

—Babbo, lo sai, non sono più padrona di trattenere le mie lacrime, esse vengono da sé sul mio ciglio, mentre un nodo mi soffoca alla gola e tronca a mezzo i miei sospiri.

—Quel miserabile, quel miserabile, che è causa di tutto!

—Babbo, non dirlo, Augusto non è colpevole, egli mi ama, io.....

—Taci, taci, non principiare con quelle parole che svegliano il mio furore.

—Padre mio, credevo che tu mi amassi!

—Non amarti, e chi lo dice? come fai a pensarlo? è perché ti amo, che non posso, non devo acconsentire ad un matrimonio che sarebbe la tua rovina, la tua perdita.

—Forse l’uomo che amo, è un essere indegno, disonorato, perverso, cattivo?

—No, non dico questo; ma è un miserabile che ha adocchiato la tua dote e vuol far saltare allegramente i dollari che io ho accumulato con tanti stenti.

—E se Augusto ti dimostrasse, rinunziando ad ogni dote, che egli me sola vuole, me sola ama.

—Storie, commedie, e perché il furbone sa, che io non permetterei alla figlia mia, di vivere nella miseria.

—Padre mio, tu sei ingiusto e cattivo.

—Figlia, figlia ingrata, se tu sapessi cosa ho fatto per arricchirti, con quante cure ti ho allevato, cresciuta, quanto amore ti porto, scaccieresti dal tuo cuore un amore indegno, che procurerà a tutti, lacrime e dolori.

—Non sposerò colui che amo, starò sempre al vostro fianco ....

—No, non è questo che voglio, ho ben altro in serbo per te. Senti, uno dei più stimabili uomini del quartiere, Assemblyman ad Albany, mi ha chiesto la tua mano...

—Rifiuto.....

—Senti, quell’uomo, un americano di razza irlandese, ha innanzi a se il più splendido avvenire, oggi fa parte dell’Assemblea dello Stato, domani sarà forse Senatore, più tardi con la sua influenza e popolarità potrà salire alle più alte cariche e forse un giorno potrà entrare alla White House di Washington.

“ Quest’uomo è di te innamorato alla follia, e tu figlia di un italiano, di un “dago ” potrai forse essere salutata, presidentessa degli Stati Uniti.

—Padre, i vostri sogni di gloria e di potenza mi spaventano. Io non sono un’ ambiziosa, poi né la potenza, né la ricchezza sono fattori di felicità.

“ Dite pure all’uomo potente che mi fa l’onore di volermi in isposa, che vostra figlia non è nata per il matrimonio.

—Questo è troppo, e al padre che prega, subentra quello che comanda e impone. Domani ci recheremo alla villa dell’on. Mac-Carty, tu lo vedrai e gli parlerai; vedendolo forse cambierai pensiero.

—No, no; il mio pensiero non cambierà.

—Fine alle chiacchiere; domani verrai dove dico.

—Verrò, padre mio.

Don Arcangelo dette un lungo sguardo alla figlia; poi attrattala a sé, la baciò lungamente, quindi se ne andò.

Appena Giulia fu sola si recò a dare la buona notte alla madre, rientrata in quel momento dall’avere assistito ad un parto, e tornata in camera sua scrisse col lapis questo biglietto.

“ Augusto adorato!

“ Ci minaccia un gran pericolo; mio padre mi ha trovato uno sposo; pensa tu al modo perché ciò non avvenga. Domani mi recherà in campagna; Nina mi darà la tua risposta dopo domani.

“ Amami quanto ti amo, e speriamo di essere felici.

GIULIA.

Poi aprì la finestra, il tempo era freddo ma il cielo sereno, la luna splendeva nell’azzurro cristallino, e grandi ombre si disegnavano lungo Mulberry.

Non appena la finestra di Giulia fu aperta, si fece udire sommessa, armoniosa, uscita da un mandolino,sul quale una mano maestra suonava la “Siciliana” della “Cavalleria Rusticana”.

Certo era quello un segnale, perché Giulia lasciò cadere il biglietto, che mulinò in aria come una falda di neve, e poi andò a cadere nella via. Immediatamente la musica di Mascagni tacque, e salirono per l’aria le note patetiche della “Stella Confidente”.

Giulia dette un sospiro di sollievo, e chiuse la finestra.

CAPITOLO XLII.

Bisogna riparare.

Boni lasciò la “Banca Centrale” fantasticando su quanto era accaduto in quella sera.

Cosa andavano a fare tutti quei figuri da Don Arcangelo? Teneva esso una bisca? Oppure in quel locale si tenevano le sedute di una società segreta?

L’ex-ispettore non trovava risposta a quelle domande, e s’indispettiva, si arrabbiava.

Che avesse perso il suo fine odorato, o che l’America lo avesse incretinito e reso uguale ai sottoposti dell’ispettore Byrnes?

Boni non poteva immaginare che la “Banca Centrale” accogliesse i ladri e i borsaiuoli della Metropoli, tanto Don Arcangelo che Ruiz passavano per ricchi, e non avrebbe neppure pensato che fra i loro redditi figurassero i profitti dei furti. Non già che non li credesse capaci di rubare, ma perché li sapeva furbi, e tali da non volere compromettere la loro posizione, col furto e la rapina.

L’ex-ispettore, sempre pensando, si avviò verso casa Ferroni, andava là a domandare consiglio, e anche perché ci avrebbe trovato Leonardi, al quale era anzioso di parlare.

Giunto a casa Ferroni, suonò il campanello elettrico, e la porta a vetri si aprì immediatamente; salì le scale, e giunto all’appartamento dell’amico, bussò timidamente, voleva divertirsi un poco, prima di farsi conoscere.

Ferroni in persona venne ad aprire, e vedendo lo sconosciuto domandò:

—Chi cercate, buon uomo?

—Sta qui il signor Ferroni?—rispose in dialetto Boni.

—Sono io.

—Vorrei parlarvi.

—Entrate, la mia casa è aperta a tutti.

Boni fu introdotto nello studio del padrone di casa, il quale rimase sorpreso nel vedere lo sconosciuto sedersi liberamente nella poltrona.

—Siamo soli, parlate—disse Ferroni, quasi bruscamente—cosa volete?

—Ma, fare i miei augurii alla vostra signora,—rispose Boni con la sua voce naturale.

Ferroni restò meravigliato, la voce era ben quella del suo amico; ma la faccia, il portamento, tutto era cambiato.

—Credete che Ruiz abbia potuto riconoscermi?

—Neppure per ombra. Ecco una cosa che non avrei mai creduta, ho letto in molti romanzi di queste trasformazioni, di queste truccature straordinarie di poliziotti e delinquenti; ma ho sempre creduto fosse la fantasia del romanziere, che inventava tutto l’arsenale di barbe, cosmetici, abiti e parrucche. Mi convinco ora, che ciò è realtà.

—Questo caro mio è l’A. B. C., del mestiere, un poliziotto che non sa cambiare la fisonomia, non val nulla.

—Ve ne faccio i miei complimenti.

—Non c’è di che... ditemi, vi è di là Leonardi?

—Sì, ma è pensieroso e triste.

—Male, le cose non devono essere andate liscie con Clara.

—Stavamo cenando quando siete venuto.

—Benissimo, ho lo stomaco ai ginocchi, e mangierò volentieri anch’io.

—Vogliamo divertirci un poco, non fatevi conoscere subito, vi passerò come un mio cliente.

—Sia, rideremo.

Il salottino da pranzo di casa Ferroni, era in quel giorno pieno di fiori, mazzi di ogni dimensione, canestri ricchi di nastri, trionfi di rose erano seminati dovunque.

Sulla tavola dove luccicava l’argenteria massiccia, era un gran ferro di cavallo fatto di garofani bianchi e carnicini, dono della Signora Leonardi, che unitamente ai fiori aveva offerto un ricco anello di brillanti.

I commensali erano, oltre i padroni di casa, Maria, Leonardi, sua madre, l’avvocato di Righetti, e un giornalista italiano con la sua sposa.

Maria, nella mattinata,sapendo che in quel giorno era l’onomastico della sua benefattrice, era uscita un momento di casa, per ritornare con un fascio di rose bianche, colle quali aveva contornato i ritratti a carboncino dei coniugi Ferroni posti in ricche cornici dorate nel “ parlor. ” Quella gentile attenzione aveva commosso fino alle lacrime la signora Ferroni.

—Vi presento un mio cliente,—disse Ferroni, facendo avanzare Boni,—è un contadino; ma pieno di cuore.

—Signore,—disse con grazia impareggiabile, la padrona di casa,—chiunque voi siate, siete il ben venuto.

—Grazie, madama,—rispose Boni in pretto napoletano.

—Carlotta, mettete una posata per il nostro ospite,—ordinò Ferroni.

Due minuti dopo, Boni mangiava a quattro ganascie, e per quanto lo guardassero nessuno lo riconosceva.

—L’ora si fa tardi,—disse ad un tratto la Ferroni,—la cena è finita, i brindisi sono fatti, e manca solo il nostro amico Boni, mi riservo di sgridarlo.

—Commettereste un’ingiustizia,—esclamò Boni, colla sua voce naturale, e alzando il bicchiere,—bevo alla prosperità, alla felicità della signora Ferroni, quale auguro mille giorni come questi.

È facile immaginare la sorpresa di tutti i presenti, nel sentire uscire dalla bocca di quel contadino la voce del Cav. Boni, il quale togliendosi la parrucca, disse che aveva voluto in quaresima fare uno scherzo da Carnevale; quella spiegazione era necessaria perché a tavola vi erano persone che ignoravano affatto le ragioni che costringevano l’ex-ispettore a trasformarsi.

Il giornalista coloniale fu pregato a non fare mensione nel giornale di quella burla fatta soltanto per la famiglia Ferroni.

Terminata la cena, Ferroni, Boni, Leonardi e l’avvocato si ritirarono nel “ parlor,” dopo essersi scusati con gli altri che restarono ben volentieri a tenere compagnia alla padrona di casa.

Leonardi e l’avvocato, fecero le più vive congratulazioni a Boni per il suo travestimento; ma questi tagliò corto, dicendo a Leonardi:

—Vedeste Clara?

Leonardi abbassò il capo si fece rosso come il fuoco e con voce spenta mormorò:

—Sì.

Boni lo guardò fissamente dicendogli:

—Siete stato debole, avete ceduto alle sue carezze, il pensiero di Fanny non è stato capace di salvarvi.

—È vero fui debole, vile; ma ciò non avverrà più.

—Cedere così alla prima,—disse Ferroni con voce grave,—ciò è male, molto male.

—Cosa volete se quella donna, avesse aspettato, io sarei uscito vincitore; l’assalto fu così repentino, che non ebbi tempo di mettermi sulla difensiva.

—Comprendo,—brontolò Boni,—mettere la polvere vicino al fuoco, sono stato uno sciocco; ora bisogna riparare; potevamo avere una pronta vittoria ora dovremo aspettare chi sa quanto... se pure il nostro debole amico, non ci rovinerà un’altra volta le uova nel paniere...

—Vi giuro...

—Non giurate; ma ricordatevi che mettete a cimento la vostra felicità, e ritardate il giorno della liberazione e riabilitazione dell’amico vostro che soffre a Sing-Sing.

Leonardi addolorato e commosso, ascoltava quei giusti rimproveri, a stento tratteneva i singhiozzi. Boni alla vista di quella disperazione, non poté frenarsi ed esclamò allegramente:

—Su, su, ripareremo, non disperatevi, foste debole al primo assalto, sarete più forte in seguito, quella fanciulla non deve essere cattiva e forse il suo avvenire, se voi lo volete, non sarà tanto triste.

—Ve lo prometto,—disse Leonardi alquanto sollevato.

—Cosa avete fatto questa sera—domandò Ferroni a Boni.

—Sono stato alla Banca Centrale a portarci venti dollari, ecco il mio libretto;—e Boni raccontò tutto quanto in quella sera aveva veduto e scoperto.

Quando ebbe finito, si rivolse ai suoi ascoltatori, e disse loro: sapete dirmi cosa andavano a fare tante persone in maggioranza non italiani alla banca di Don Arcangelo.

—Non saprei,—rispose Leonardi,—salvo che non sia una bisca.

—Non credo, quelle non erano faccie da giuocatori. Saprò ben io scoprire cosa si nasconde in quella trappola tenuta da quel brutto ceffo di Don Arcangelo. Ora un’altra domanda. Nessuno di voi conosce la figlia di costui.

—Io,—rispose subito Ferroni,—è un angelo di bellezza e di bontà.

—Strano, che certi mostri possano mettere al mondo creature belle e buone.

—Quella fanciulla,—continuò Ferroni,—non è felice, ama un bravissimo giovinotto mio impiegato, che ha la disgrazia di essere povero, e ciò non va al padre, che potendo dare una vistosa dote, sogna per sua figlia un matrimonio principesco.

—A suo tempo,—disse Boni,—ci occuperemo anche di questa fanciulla e faremo in modo che Don Arcangelo acconsenta a farle sposare colui che ama.

“ Ora è d’uopo ritrovare il figlio di Vittoria, la guarigione di lei affretterà la scarcerazione di Righetti.

—Appena Vittoria potrà parlare e ricordare, il District Attorney, mi ha promesso d’interrogarla, e se quanto ella dice può far rifulgere l’innocenza del condannato, ne ordinerà l’ immediata scarcerazione.

—Domani,—disse Boni,—voi Ferroni vi recherete all’Isola a sapere notizie della povera pazza, voi Leonardi andate da Clara e trattatela da sorella; io mi metterò in campagna per sapere qualche cosa del fanciullo. Ed ora ritorniamo nella sala da pranzo, quel ficcanaso di giornalista potrebbe essere sorpreso nel vederci tardare, ed è capace di scrivere qualche articolo misterioso che metta in guardia la legione di farabutti che stiamo per attaccare.

—A me cavaliere non affidate nessuno incarico?—domandò l’avvocato.

—Voi se potete recatevi a Sing-Sing, a dire una parola di conforto al nostro amico.

—Andrò sicuramente.

Ritornarono nella saletta da pranzo, il giornalista aveva fatto la conquista della signora Leonardi, alla quale raccontava avventure di viaggi, novelle fantastiche, il poveretto non dubitava neppure che accanto a lui si svolgeva un dramma vero, che avrebbe fatto la fortuna del suo pericolante giornale se lo avesse pubblicato.

Boni si trattenne ancora un poco, fece due chiacchiere, con Maria, la quale in pochissimo tempo era completamente cangiata, il suo volto aveva ripreso i colori e la freschezza della gioventù, gli occhi le brillavano di felicità.

Di quando, in quando, una nube le oscurava la fronte, un brivido le correva giù per il corpo, era quando l’assaliva il pensiero dei giorni trascorsi nell’infamia e nel disonore.

Per Boni aveva una venerazione profonda, che era vera e propria adorazione, infatti a lui doveva l’essere uscita dal fango, l’essersi messa sulla via della redenzione.

La signora Ferroni, angelicamente buona, faceva di tutto per far dimenticare alla sua protetta le tristezze del passato.

Erano le due della mattina quando i coniugi Ferroni si accomiatarono da loro ospiti. Rimasti soli la giovine sposa gettò le braccia al collo del marito, e con impeto di gioia, col volto raggiante di felicità gridò:

—Quanto ti amo! Ti amo perché sei buono, forte e leale, perché combatti per i deboli e per gli oppressi.

Ferroni strinse al suo largo petto la sposa adorata, mentre due lacrime grosse, gli scendevano giù per le gote.

Come era ricompensato del bene che faceva!

CAPITOLO XLIII.

Mamma mia!

Il piccolo Enrico, rimasto solo, si mise a piangere. Gli avevano promesso di condurlo dalla mamma, perché non lo conducevano? Il fanciullo aveva paura di quegli uomini misteriosi che lo avevano allora, allora lasciato.

Aspettò più di un ora, vedendo che nessuno si faceva vedere, picchiò alla porta, prima piano, poi più forte, quindi, siccome nessuno gli rispondeva si mise a dare calci nell’uscio che mandava un suono sordo.

Nessuno appariva, corse alla finestra, i cristalli grossi e rigati non facevano vedere al di fuori, ed erano protetti da una fitta rete di metallo.

Enrico fu preso da un grande terrore, pianse, gridò, chiamò ad alta voce la mamma; nessuno rispose.

Affranto, rotto dalla stanchezza, mezzo morto dallo spavento, il poverino cadde a terra e si addormentò profondamente sul tappeto.

Quando si svegliò si trovò al buio, una sete ardente lo tormentava, cercò tastoni se trovava un recipiente con dell’acqua, non gli fu dato di trovare nulla.

Dei brividi di freddo gli facevano battere i denti, sentire il fuoco nello stomaco e dopo poco lo prese il delirio.

Enrichetto invocava a grandi grida la madre, poi implorava aiuto contro nemici che credeva volessero ucciderlo, si alzava, ricadeva urtando il capo nei mobili della camera.

Quella scena pietosa durò più di un’ora poi il fanciullo rimase immerso in un letargo, che somigliava alla morte.

Enrichetto era da circa un’ora in quello stato, quando la porta si aprì ed un negro orrendo come un demonio aprì la porta.

Teneva un lume in mano e mormorava: Me lo ero dimenticato questo uccellino, guardiamo se ha bisogno di nulla.

Si avvicinò al fanciullo e gridò:

—Bimbo mio, eccomi qua, ti senti voglia di mangiare?

Enrichetto non rispose; le sue membra erano irrigidite come quelle di un cadavere.

—Per Satana,—disse il negro,—che il piccolo abbia mandato la sua anima al mondo di là.

Un uomo inginocchiato si china su una persona distesa sul pavimento di un interno; sullo sfondo si vedono un tavolo e una sedia.

Per Satana! disse il negro,

“ Il padrone monterà in bestia, ma la colpa non è mia, una bottiglia di Wiskey mi ha fatto dimenticare il fanciullo.

Enrichetto restava immobile e freddo; il negro che, come tutti quelli della sua razza, era superstizioso, fu preso dalla paura al trovarsi lì, con quello che credeva un morticino, e scappò a gambe levate.

La mattina di poi, quando Porter entrò nella cameretta dove era prigioniero il figlio di Vittoria, lo trovò in preda di una febbre violenta; allora ordinò al negro di metterlo a letto, e questi, abbassato un mobile, che all’apparenza pareva un armadio, ma che viceversa era un letto, mise a riposare il fanciullo, che batteva fortemente i denti.

Quella malattia era un grande impiccio, non si poteva chiamare il medico, e non avendo le cure necessarie il ragazzo poteva morire, e ciò pareva non entrasse nelle viste del capo, che aveva raccomandato di trattare bene il marmocchio.

—Che diamine è saltato in testa a Ruiz, di rapire questo fanciullo!—diceva Porter,—cosa mai potrà giovarci questo marmocchio!

—Padrone,—diceva a sua volta il negro,—i ragazzi portano disgrazia, lo vedrete, ci accadrà sventura. Meglio sarebbe se fosse morto, lo metteremo nel pozzo, starebbe fresco e in buona compagnia.

—Sta zitto, il ragazzo deve vivere.

—Padrone, non fidatevene, i ragazzi sono come le donne, dove capitano portano il malanno.

Il delirio aveva ripreso Enrichetto, che in mezzo a mille parole sommesse ripeteva:

—Mamma! mamma mia!

Quel grido che avrebbe impietosito le pietre, lasciava insensibili i degni complici di Ruiz.

Finalmente Porter seccato disse:

—Ti recherai da Ruiz, gli dirai di questa nuova complicazione, e gli domanderai le sue istruzioni.

—Subito padrone,—rispose il negro, e partì come una freccia.

Enrico smaniava e domandava da bere; Porter andò a prendere un bicchiere d’acqua, che il fanciullo bevette avidamente, e quindi restò di nuovo assopito.

CAPITOLO XLIV.

Povera Vittoria!

La sventurata moglie di Ruiz aspettava il figlio, e sebbene già da due giorni, avesse avuta l’assicurazione che avrebbe abbracciato il suo Enrico, e che non lo vedesse arrivare, pure stava tranquilla.

La pazzia pareva completamente scomparsa; solo, come dicemmo, eravi nel suo cervello una lacuna; ricordava tutto, salvo la scena terribile avvenuta in casa Ghirendini; i medici confidavano che nel vedere il figlio, la memoria tornasse completa alla madre.

Disgraziatamente il fanciullo era stato rapito, e la polizia non aveva neppure scoperto il più piccolo indizio che dasse speranza di ritrovarlo.

Non ostante, i medici si guardarono bene dal togliere la speranza all’ammalata, temendo, e con ragione, che apprendendo il rapimento del figlio, la pazzia sarebbe ritornata.

Anche quella mattina nella sala grande del manicomio, Vittoria aspettava anziosamente il figlio, a lei vicino erano le pazze non pericolose, quelle che hanno la così detta pazzia dolce.

Fra quelle sventurate eranvene alcune che immaginavano di essere regine, venerate da tutto un popolo, e passeggiavano per la sala con passo maestoso, con la fronte alta, con un sorriso di protezione sulle labbra, con l’occhio fisso e altero.

Una bella fanciulla, dalla taglia svelta, dai lunghissimi capelli di un rosso cupo, credeva essere amata dal sole e lo invitava con mille moine a baciarla sulla bocca, e quando un raggio di sole le toccava le labbra, un fremito le correva per il corpo, conquiso dalla voluttà.

Una vecchia signora, dal portamento distinto, severamente vestita di nero, diceva essere la moglie del presidente Harrison, e supplicava, implorava, perché la lasciassero andare alla White House, dov’era attesa per i ricevimenti di Capo d’Anno.

Una donna ancora giovane e bella era continuamente intenta a leggere ostinatamente una carta ingiallita dal tempo, quella carta la credeva la lettera del suo innamorato che la invitava a fuggire dalla casa paterna. Tutte le notti la disgraziata tentava di stracciare i lenzuoli per farne una corda onde fuggire con l’amante.

Un’altra credeva di essere una grande attrice e per tutto il giorno declamava prose e poesie.

Vittoria oramai sapeva il luogo dove si trovava, ed era commossa nel vedere tutte quelle infelici che avevano perduto la ragione.

Dunque, quella mattina Vittoria passava come al solito mesta e pensierosa fra le sue compagne di sventura, aspettando il figlio. Essendo una bellissima giornata, una giornata quasi primaverile, il gran terrazzo del camerone era aperto e Vittoria sentendo il bisogno di respirare un poco d’aria aperta, andò sul terrazzo, vi era da poco tempo, quando sentì il seguente dialogo fatto da due guardiani.

—E così—diceva uno,—nulla di nuovo, la polizia non ha scoperto nulla?

—La polizia,—rispondeva l’altro,—e sì che se ne dà una bella premura! Si trattasse di un pezzo grosso; ma il figlio di una pazza, e italiano per giunta.

—I medici dicono che se la pazza avesse veduto il suo Enrico sarebbe completamente guarita.

—Non guarirà più perché il figlio suo deve essere stato rapito da certa gente che a quest’ora lo avranno levato di mezzo.

—Lo credi, uccidere un fanciullo!

Un grido terribile interruppe quel dialogo.

Vittoria aveva tutto udito e compreso, e fu ripresa dagli assalti di pazzia furiosa, i medici accorsi unitamente agl’infermieri ebbero del bello e del buono a trascinare nel compartimento delle pazze furiose la disgraziata donna, che smaniava, gridava, mordeva e imprecava.

Appunto in quel momento capitava al manicomio Ferroni per prendere notizie della Vittoria, egli assisté fremendo a quella scena terribile, e accompagnò più morto che vivo la pazza nella sala delle doccie, dove neppure l’acqua gettata a torrenti sopra l’infelice, bastò a calmarla.

—Può morire in questo eccesso,—disse uno dei medici.

Ferroni sentì gelarsi il sangue, la morte di Vittoria poteva per sempre lasciare impunito il vero colpevole del delitto di Mulberry.

Tre ore durarono quelle smanie, le grida si ripercuotevano per tutto lo stabilimento, e i pazzi furiosi come eccitati da quelle grida rispondevano con urli terribili.

Finalmente Vittoria, vinta dalla stanchezza, cadde, e i guardiani approfittarono di quel momento per metterle la camicia di forza e il manicotto di cuoio.

Ferroni lasciò l’Isola coll’animo addolorato, triste e pensieroso.

CAPITOLO XLV.

Progetti di Ruiz.

Allorché all’adunanza della sua banda Ruiz aveva promesso che quanto prima si sarebbe tentato un colpo da maestro, diceva il vero, ed il suo progetto era completamente fatto.

Egli voleva rubare in casa di Ferroni, quell’idea gli era venuta appena riconobbe la Ghirendini nella portinaia dell’abitazione del ricco banchiere.

Ruiz faceva così, un fatto e due servizi, perché oltre buon bottino avrebbe certo fruttato quell’impresa, recava un danno non lieve ad un nemico che doveva essere insieme ad altri collegati per nuocergli.

Poi chi sa che rovistando bene in casa Ferroni, non avesse trovato qualche traccia di ciò che si organizzava contro di lui?

Questo banchiere che lo aveva sempre sprezzato, che incontrava dovunque, serio e sprezzante, doveva essere il primo a pagarla, i suoi compagni sapevano maneggiare benissimo anche il pugnale, e se esso avesse fatto resistenza, poteva benissimo essere l’ultima sua ora.

Mamma Margherita avrebbe pensato a fare entrare il nemico nella piazza, senza destare sospetto.

Ruiz sapeva che Ferroni era considerato uno dei più ricchi banchieri italiani di New York, ed era informato che al Giovedì ritirava una somma importante dal “ Canal Street Bank, ” per far fronte ai pagamenti del Venerdì, essendo quello il giorno nei quali coloro che devono partire al sabato per l’Europa si ritirano i loro depositi. Ruiz sapeva che molti banchieri usano portare il danaro nella cassa forte che tengono nella loro casa, ritenendo ciò più sicuro che nell’ufficio.

Ruiz sperava che anche Ferroni avesse quell’ abitudine, e stabilì che il furto avvenisse Giovedì notte, e inviò a tale scopo una verbale comunicazione a tutti i suoi complici, perché Giovedì sera si trovassero da Don Arcangelo.

Ruiz aveva da pochi minuti licenziato l’avvisatore, quando entrò nel suo negozio il negro di Porter, il quale gli dette comunicazione di quanto avveniva a casa del padrone.

Il miserabile stette un po’ sopra pensiero, poi con voce calma disse:

—Se è destino che il fanciullo debba morire, morirà. Dite al vostro padrone che lasci oprare la natura.

Il negro salutò e partì.

Ruiz scrollando le spalle, mormorò sorridendo:

—Ucciderlo non avrei voluto, ma se il buon Dio se lo prende sia fatta la sua volontà.

Più tardi l’infame padre, apprendeva dai giornali della sera, la ricaduta della Vittoria, ed esultava nel leggere che i medici oramai non speravano più di salvarla.

Alle sei, dopo avere chiuso il negozio, Ruiz si recò a pranzo a casa Spencher dove era invitato.

Egli non si accorse che un suonatore ambulante, che tutto il giorno era stato nei pressi del suo negozio, lo seguiva a passo a passo.

Quel suonatore era Boni che invigilava; disgraziatamente quella fu una giornata perduta.

Quando l’ex-ispettore vide Ruiz entrare nella casa della sua fidanzata, mormorò con rabbia: Ecco il mondo! Quel miserabile dovrebbe avere già sentito le carezze del boia, e invece va a gustare quelle di una casta e bella fanciulla. Ma ride bene chi ride l’ultimo; e il giorno del rendimento di conti deve venire, e verrà, e allora pagherai frutti e interessi.

CAPITOLO XLVI.

La polizia.

L’ispettore Byrnes, dal momento che fu informato del rapimento del figlio di Vittoria, cominciò seriamente a pensare che il delitto di Mulberry, apparso fino a quel momento, come un fatto comunissimo, cominciava a prendere l’apparenza di vero e proprio mistero, tale da sollecitare la curiosità dell’uomo, che sentiva con compiacenza appellarsi il “Lecoq” americano.

La polizia aveva fatto condannare Righetti, credendolo l’autore del vile attentato che costò la ragione a Vittoria, bisogna ben dire che in questa circostanza, l’ispettore Byrnes esaminò appena i rapporti fatti dai suoi subalterni, la cosa appariva tanto chiara, che non eravi bisogno di mettere a tortura il cervello.

Ora un’avvenimento impreveduto, veniva a sollevare un mondo di dubbi, la colpabilità di Righetti non appariva più tanto certa, e forse si era battuto una falsa via.

La stampa s’interessava della cosa, e non era prudente che la polizia restasse inoperosa per essere poi tacciata d’ ingiustizia, incapacità e peggio.

Byrnes era assai contrariato al solo pensare che forse si sarebbe trovato nella dolorosa necessità di confessare il granchio fenomenale pescato dai suoi agenti in casa Ghirendini; ma la sua onestà di uomo o di pubblico funzionario gl’imponevano assolutamente di far la luce e questa sarebbe fatta; è per questo che lo troviamo nel suo gabinetto a studiare attentamente i rapporti della polizia.

L’ispettore, dopo avere letto attentamente un voluminoso incartamento, posò il dito sopra una tastiera elettrica, e subito comparve un pezzo di uomo, alto come un granatiere, con delle braccia che parevano colonne.

—John,—disse l’ispettore,—andate a vedere nell’ufficio della polizia segreta, se è rientrato Dikens.

L’omaccione non fece un motto, girò sopra se stesso e scomparve.

—Sì, non vi è che Dikens,—mormorava Byrnes,—che possa trovare il bandolo della matassa, io e lui frugheremo dovunque, e se il Righetti è innocente lo proclameremo a voce alta e uscirà da Sing-Sing riabilitato.

La porta che si apriva interruppe quel soliloquio.

Dikens comparve, il nuovo giunto aveva faccia caratteristica angolosa, pallida, sbarbata, come quella di un comico, non era bello,ma simpatico, i suoi occhi castagni cupo, avevano dei bagliori luminosi notevolissimi.

Dikens non molto alto, ma tarchiato, tutto muscoli, doveva avere una forza erculea.

—Ebbene, ispettore, cosa abbiamo di nuovo?—domandò Dikens.

—Un mistero da chiarire.

—Quello di Mulberry, non è vero?

—Appunto, voi pure vi occupate di ciò.

—Sicuro, dal momento che fu rapito il fanciullo alla Gerry Association, studio il caso con vero amore, e ve lo confesso, aspettava la vostra chiamata, e mi sorprendeva che tardaste tanto.

—Vollero occuparsi dell’ inchiesta i detectives di servizio nel quartiere dove avvenne il rapimento.......

—Ma non riuscirono a niente. È naturale, chi ha fatto il colpo è molto astuto.

—Eppure bisogna scoprirlo.

—Tenteremo, col vostro aiuto, ben inteso ispettore.

—Vi aiuterò e con molto zelo.

—Allora avremo vittoria.

—Ditemi, Dikens, quali sono le vostre idee a questo proposito?

—Ecco qua, prima di ogni cosa io credo che facendo comparire come colpevole quel disgraziato che ora trovasi a Sing-Sing, la polizia ha fatto un passo falso.

—Ma a quell’epoca......

—Sì, avete ragione, sul primo momento tutto accusava quel poveraccio, ma ora è altra cosa. È chiaro che havvi in libertà un uomo che paventa le rivelazioni della vittima, e che sapendo come essa stasse per riacquistare la ragione, ha parato il colpo, col privare i medici del mezzo che credevano adatto a guarire la pazza. Ora è costui che bisogna trovare, è costui che si deve scovare, è necessario sapere chi rapì il fanciullo, quello è l’uomo del delitto di Mulberry. Sono già passati alcuni giorni dal rapimento, ma se il rapitore ha lasciato dietro a se il più piccolo indizio è nostro.

—E nel caso che nulla, nulla abbia lasciato?

—Allora... allora rifaremo l’inchiesta del delitto di Mulberry, e vedremo chi andava in quella tana.

—Bisogna trovare quei Ghirendini scomparsi la sera stessa del delitto.

—Sicuro che vanno trovati e senza indugio, ed io vi confesso che ho sempre deplorato, come la polizia non si sia messa a rintracciare questi due figuri, che devono avere avuto nel dramma una parte principalissima e importante.

—Abbiamo nell’incartamento i loro connotati..... ma voi perché all’epoca della prima inchiesta nulla diceste?

—Io a quell’epoca, lo ricorderete, ero incaricato di una missione delicata, si trattava.....—a questo punto l’agente mise la sua bocca all’orecchio dell’ispettore, e mormorò alcune parole che fecero trasalire vivamente Byrnes—e capirete che non potevo per nulla occuparmi dell’affare di Mulberry.

—Bene, bene, quali sono le vostre idee?

—Tentare di ritrovare dove il bambino fu condotto, e, in pari tempo, far ricerca dei Ghirendini e farli cantare.

—Credete di aver bisogno di me?

—È facilissimo; dovremo forse andare a frugare nel peggior fango della Metropoli, e voi ne conoscete così bene tutte le qualità, sapete così bene maneggiarlo, che con voi il successo è certo, senza di voi incertissimo.

—Bravo, un complimento.

—Sapete che non è il mio uso, sono un vostro allievo e so di qual forza siete. Una preghiera devo farvi, ed è quella di non dire una sola parola ai giornalisti; questi curiosi ficcano il naso dovunque, si mettono perfino a fare i poliziotti, sfaccendati, cosa direbbero se noi si facesse i giornalisti?

“ Sono le pubblicazioni dei giornali che vogliono precedere sempre e poi sempre gli avvenimenti, che hanno fatto commettere il rapimento del piccolo Enrico, e non voglio che abbiano ad indicare al furbone che cerchiamo, i mezzi per difendersi dai nostri attacchi.

—Non dubitate, i giornalisti non sapranno nulla.

—Desidero avere l’incartamento del delitto di Mulberry, studiarlo e provvedere a seconda delle circostanze.

—Prendetelo, l’affido a voi. Quando vi metterete in campagna?

—Forse oggi stesso.

—Giorno per giorno mi farete il vostro rapporto.

—Resta inteso, avete altro a domandarmi?

—No, arrivederci e buona fortuna.

Da questo momento Ruiz aveva un formidabile nemico di più, vedremo in seguito quali avvenimenti drammatici portò con se, l’intervento della polizia.

CAPITOLO XLVII.

Sing-Sing.

L’avvocato di Righetti aveva promesso ai suoi amici di recarsi a Sing-Sing a fare una visita al disgraziato condannato, e infatti col primo treno della mattina, partì alla volta della città, resa nota per il suo triste stabilimento penale.

L’avvocato aveva uno speciale permesso del District-Attorney, e non appena si presentò alla porta del carcere, fu fatto entrare. Il guardiano lo condusse attraverso lunghi corridoi di pietra, dove a stento penetrava l’aria, ad una camera ammobiliata con un tavolo di noce e tre sedie di vimini, una grata tagliava in due quella camera che serviva di parlatoio.

—Aspettate pochi momenti e verrà il numero 785.

L’avvocato nel sentire chiamare a numero il giovane innocente, fu invaso da una grande tristezza.

Dalla finestra della camera, fornita di grosse sbarre di ferro, si vedeva il cortile della prigione; i condannati lavoravano portando sopra dei piccoli carretti, pietre, terra e calcina; altri uscivano dalle officine con grossi pezzi di ferro battuto, con mobili, alcuni dei quali artistici e belli. Un silenzio grande regnava intorno, i prigionieri silenziosi, parevano ombre nei loro abiti rigati, col berretto a cono che copriva le loro teste rasate, e nulla nascondeva delle loro faccie pallide, emaciate, senza baffi, né barba.

Gli occhi dei disgraziati si volgevano qua e là inebetiti, senza lampi, senza espressione.

Sulle alte mura che circondano il carcere, giravano le sentinelle, pronte a far fuoco su chiunque tentasse ribellarsi agli ordini dei guardiani, che stavano alle loro spalle.

In quel giorno i condannati sembravano ancora più tristi del solito, e di quella tristezza l’avvocato ne ebbe ben presto la spiegazione.

La porta che si apriva lo tolse alle sue meditazioni; dall’altra parte della sbarra era comparso Righetti.

L’avvocato gli stese attraverso i ferri le mani, che il condannato strinse con frenesia, mentre grosse lagrime gli scorrevano giù per il volto pallido e dimagrato.

—Mio povero amico,—mormorò l’avvocato estremamente commosso,—in quale stato ti ritrovo!

—E non è questa un’allegra villeggiatura,—disse sorridendo mestamente Righetti,—ma ora che siete qui, queste mura mi sembrano quelle di una reggia. Ditemi, i nostri amici come stanno? Cosa fanno?

—Stanno benone. Cosa fanno? Pensano a toglierti di qui, pienamente giustificato.

“ Su quella testa, giovane sventurato, fra poco il tuo martirio, proclamato dagli stessi che ti hanno condannato, renderà al tuo nome l’onore, e tu, caso inaudito, uscirai da questo luogo infame, a testa alta, più onorato che mai.

—Grazie, grazie delle vostre parole; non potete sapere il bene che mi fate. E Vittoria?

Il volto dell’avvocato si rannuvolò.

Righetti se ne accorse e domandò con angoscia.

—Sta peggio?

—No, ma a quest’ora sarebbe guarita, se il miserabile che la perseguita non avesse commesso un altro delitto.

—Un altro delitto? per carità, spiegatevi.

L’avvocato raccontò brevemente il rapimento del piccolo Enrico, che il prigioniero ascoltò fremendo, e quando l’avvocato si tacque, esclamò:

—Ma non vi è giustizia! quel miserabile potrà continuare nei suoi delitti, senza che alcuno lo colpisca?

—Non dubitate, la punizione verrà e presto. Ma parliamo di voi, come ve la passate?

—Non so, il mio pensiero vive lontano di qui, la mia anima non si accorge che il corpo è rinchiuso in un luogo infame, a volte a volte, quando mi faccio un’idea esatta del mio stato, la disperazione mi assale e vorrei morire....

—Morire!... non dovete parlare di morire, bisogna vivere, perché la riabilitazione sia intera, completa.

—Sul principio i miei compagni schernivano la mia malinconia; non capisco le loro parole, ma alcuni italiani che si trovano qui in espiazione di pena, mi spiegarono come venissi motteggiato per la mia faccia pensierosa, per le lacrime che spesso versavo. Io lasciai fare e dire, e a poco a poco i miei compagni di sventura si convinsero che un grande dolore mi straziava l’animo, e mi lasciarono in pace.

“ Il giorno lavoro in un’officina meccanica; la sera vengo ricondotto nella mia cella,dove in piena libertà posso piangere e pensare a lei, a voi, amici miei, alla famiglia mia che forse mi crede colpevole.

—La famiglia vostra, informata di tutto da Leonardi, crede alla vostra innocenza, e confida nella prossima liberazione.

—Siate benedetti per quanto fate, ogni lacrima risparmiata ai miei, sia una benedizione di più sul vostro capo.

“ Di quando in quando ci è permesso di scrivere, ed io ne approfitto per mandare mie notizie a voi ed ai miei parenti. Triste cosa però ricevere lettere che portano il bollo della galera....—e in ciò dire i singhiozzi interruppero il poveretto.

—Coraggio, Enrico, coraggio, presto finirà.

—Avete ragione, ci vuol coraggio.

—Dunque siete diventato meccanico?

—Si, e a questa mia nuova professione io devo se ieri ho fatto uno dei compiti più dolorosi.

—Un compito doloroso?

—Si, ho aggiustato unitamente ad altri compagni la sedia elettrica, che fra poche ore deve spegnere la vita di un uomo, di un italiano.

—È vero, domani sarà giustiziato quel tal Cotto, che a Brooklyn uccise il marito della sua amante.

—Lo sventurato, quando ho posto il piede in quella stanza fatale sono stato assalito da un tremito tanto forte, che i miei compagni mi hanno deriso, uno di essi anzi si è posto ridendo sulla sedia infame, e ha fatto la commedia dell’esecuzione.

“ Oggi in tutto lo stabilimento regna una penosa ansietà, tutta questa gente che ha commesso dei delitti, sente una gran paura della morte, e tutti mormorano, sotto voce, delle preghiere per lo sventurato che sta per morire.

—La pena di morte è tale barbarie, che non dovrebbe esistere in questa terra di libertà. L’Italia può, con orgoglio, affermare innanzi al mondo, che il carnefice non vive più sotto il suo bel cielo.

—Quel Cotto commise una grave colpa, ma anche senza il supplizio estremo l’avrebbe espiata, vivendo per tutta la vita fra queste mura, che impediscono all’aria di giungere fino qui, pura, vivificante.

—Enrico, l’ora si avvicina che io devo lasciarvi, sono venuto a portarvi una parola di consolazione e di speranza, e dirvi: possiamo anche domani aprirvi le porte del carcere, ma vogliamo che voi ne possiate uscire completamente riabilitato; per far ciò è d’uopo aspettare ancora, non v’incresca rimanere fra queste mura, i vostri amici, oltre che alla vostra libertà, pensano al vostro onore.

—Quanto mi dite mi empie l’animo di gioia; io resterò senza lagnarmi nel carcere, perché io pure, più che la libertà, anelo alla piena e completa riabilitazione. Dite ai nostri amici, dite a Leonardi, che la mia riconoscenza sarà eterna. In quanto a voi, non ho bisogno di dirvi che la mia vita intera vi appartiene, che.....

—Zitto, non esageriamo, io ho fatto il mio dovere.....

—Amico, fratello, grazie.

Enrico piangeva; l’avvocato, invaso da una grande commozione, appoggiò la testa alle sbarre di ferro, e ruppe in lagrime, che si confusero con quelle dell’amico.

Il custode che veniva ad annunziare essere il colloquio finito, li trovò in quello stato, ed egli pure abituato a simili scene, si sentì commosso.

L’avvocato strinse ancora una volta le mani di Righetti, si asciugò le lacrime, e senza dire più una parola, uscì dal parlatorio.

Nell’atrio grande della prigione s’incontrò con un’uomo e una donna che piangevano e singhiozzavano; domandò chi fossero quei visitatori e gli fu risposto, che erano parenti dell’uomo che all’indomani doveva morire sulla sedia elettrica.

L’avvocato si avvicinò loro, e tentò consolarli.

L’uomo e la donna lo guardarono sospettosi, ma quando l’avvocato ebbe detto il suo nome, furono contenti di vederlo per domandargli, se fosse possibile ottenere che l’ultima domanda del condannato fosse accordata.

Ecco di cosa trattavasi. Cotto, nel momento crudele della separazione dai suoi cari, li aveva pregati di ottenere che un italiano assistesse agli ultimi suoi momenti.

Lo sventurato aveva un grande spavento a morire in mezzo ad estranei, il prete italiano che doveva assisterlo nei suoi ultimi momenti, non poteva compiere la sua pietosa missione, ed egli, il condannato, avrebbe esalato l’ultimo respiro senza che una parola amica di conforto gli fosse risuonata all’orecchio.

Lo sventurato, delirando, domandava ai parenti quella grazia ed essi, poveretti, non sapevano come fare ad ottenerla.

L’avvocato, commosso da quel dolore, promise di far di tutto per potere ottenere di assistere il condannato nei suoi ultimi momenti.

L’avvocato si fece annunziare al capo guardiano di Sing-Sing, e disse ai parenti del Cotto di aspettarlo.

Pochi momenti dopo ritornava e dava agli sfortunati parenti l’annunzio, che il permesso era ottenuto, e che una parola amica avrebbe confortato gli ultimi momenti del condannato.

I poveretti ringraziarono piangenti il buon giovane e se ne andarono dal triste luogo, meno accasciati.

Il Capo Guardiano, avendo detto all’avvocato, che desiderava parlargli, questi si affrettò a ritornare nel suo gabinetto.

—Vi ho detto di ritornare,—cominciò il capo guardiano,—perché so che siete un amico del condannato Righetti internato in questo penitenziario.

—Sì, sono suo amico e suo avvocato e spero, che presto ne lo porterò via.

—Ne sarò contentissimo, perché i guardiani assicurano che mai ebbero un detenuto così buono, docile e attento.

Del resto non siete voi solo ad occuparvi di lui, perché quest’oggi stesso ho ricevuto da autorevole persona, una lettera nella quale, mi si dice di usare ogni riguardo al Righetti, il quale avendo ricorso in appello si potrebbe benissimo considerare come non condannato. Per quanto questa non sia una ragione, perché chiunque passa questa soglia colpito dalla legge, è per me un condannato, pure la lettera è firmata da persona tanto autorevole, che io devo far di tutto per migliorare la condizione di quell’infelice.

“ Da domani in poi, darò ordine che non sia mandato all’officina, lo metteremo nell’officina di contabilità, so che non parla inglese; ma copierà dei numeri, magari non farà nulla, ma vivrà quasi al di fuori del carcere, potrà leggere e divagarsi....

—Signore, non potete immaginarvi quanto mi facciano bene le vostre parole; voi facendo ciò riparerete in parte all’ingiustizia...

—Basta, non posso criticare, né commentare la sentenza che ha colpito Righetti, se è innocente, ed io me lo auguro, pensate a provarla questa innocenza.

—Avete ragione, la proveremo.

—Domani, per assistere all’esecuzione, dovrete essere qui alle dieci.

—Resterò a Sing-Sing, tutta la notte.

—Benissimo e mi permetterete di offrirvi da pranzo.

—Accetto ben volentieri e vi ringrazio.

—Prima di sera vi concederò di vedere il vostro amico.

—Signore, voi sfatate la leggenda che fa dei guardiani delle carceri, tanti esseri senza cuore.

—Le leggende, caro mio, sono menzogne abbellite, tenetelo bene a mente.

“ Andate a fare una passeggiata per Sing-Sing, si pranza alle sei, e alle quattro se volete, potete vedere Righetti.

L’avvocato strinse la mano al cortese capo guardiano e lasciate le carceri, si recò al telegrafo, e mandò un dispaccio a Ferroni, nel quale lo avvisava, che sarebbe ritornato all’indomani, e che Righetti stava benone.

Alle quattro era di nuovo alla ferrea porta del carcere, e pochi momenti dopo nel gabinetto stesso del capo guardiano, stringeva al suo seno Righetti, palpitante di gioia e di felicità, e lo lasciava dopo due ore tranquillo e sereno come non lo era mai stato dal giorno che aveva lasciata l’ Italia.

La famiglia del capo guardiano accolse gentilmente l’avvocato italiano, che fu fatto segno alle cure premurose di tutti e specialmente della figlia maggiore del capo guardiano, una fanciulla diciottenne, bella, slanciata, dai capelli castagno chiari, con due occhi celesti, grandi e dolci.

Alla fine del pranzo, l’avvocato era trattato come un vecchio amico, e la fanciulla dagli occhi celesti parlava con lui, come ad uno che conoscesse da venti anni.

La notte era già inoltrata quando l’avvocato si recò al suo albergo.

Per tutta la notte sognò la figlia del capo guardiano, e quei sogni erano così belli e seducenti, che quando l’alba venne a svegliarlo, ne sentì rabbia e dolore.

CAPITOLO XLVIII.

Sulla sedia elettrica.

L’avvocato si diresse verso lo stabilimento penale, assai pensieroso; dovere assistere ad un’esecuzione capitale, non è certo un bel divertimento, bisogna avere il cuore della canaglia parigina che bivacca in piazza di Grave,a vedere da vicino cadere la testa nel paniere, per non sentire ripugnanza a presenziare uno spettacolo che non testimonia a vantaggio della civiltà e dell’umanità.

Ma aveva promesso e doveva mantenere.

Nelle vicinanze del carcere quella mattina vi era una folla chiassosa, accorsa a vedere innalzare la bandiera nera, che dava la penale notizia che una vita era stata spenta dalla corrente elettrica.

Quella folla non risparmiava gl’italiani, era un “ dago ” che andava a morte e con gioia feroce quei vagabondi narravano i particolari del delitto da lui commesso, e scommettevano che l’italiano avrebbe avuto paura a sedersi sopra una poltrona, la prima, aggiungevano i giovinastri, sulla quale il “ dago ” si sarebbe seduto.

L’avvocato attraversò la folla disgustato, addolorato nel vedere il nome italiano così malmenato, e in cuor suo malediceva l’infame coltello, le furie di sangue che troppo spesso assalgono gl’italiani, e conducono alla galera, al patibolo.

I “ reporters ” dei giornali americani avevano già invaso la prigione, assetati di notizie, domandavano, particolari ai guardiani a quanti incontravano.

Il condannato—si diceva—per quasi tutta la notte aveva dormito, alla mattina il prete era entrato nella sua cella e dopo averlo confessato, avevano insieme recitate le litanie dei santi.

Lo sventurato era calmo, e aspettava con coraggio, l’ultimo istante.

Alle dieci in punto, i “reporters,” i medici, gl’invitati, il capo guardiano, e l’avvocato italiano, erano nella camera della morte.

Dalla finestra munita di grosse sbarre, pioveva, la luce che illuminava la sedia, di legno lucido, con le cinghie di cuoio, con il cappelletto d’ottone.

L’avvocato osservava il triste arnese di morte, e imprecava in cuor suo a quei legislatori, che ancora credono all’efficacia dell’ultimo supplizio.

La porta si apre, il condannato comparisce, è estremamente pallido le sue labbra livide sono scosse dal tremito, ma cammina senza bisogno di appoggio, nel vedere la sedia indietreggia, il prete gli fa coraggio.

L’avvocato si avvicina e gli dice:

—I tuoi parenti hanno pensato a te, sono qui per dirti: muori in pace.

Il condannato ha un lampo di gioia nello sguardo impietrito.

—Grazie,—mormora.

I guardiani lo fanno sedere sulla sedia, con una lestezza meravigliosa, le cinte di cuoio gli avvincono braccia e gambe, la cappelletta di ottone viene abbassata, il prete mormora delle preghiere, il condannato risponde a voce soffocata.

“ Ora pro nobis. ”

Nella stanza regna un gran silenzio, tutti sono pallidi, il capo guardiano fa un segno; l’elettricista sprigiona la corrente elettrica...

Uno spasimo atroce fa contorcere le membra del giustiziato, il suo petto si solleva con violenza, le sue mani rattratte stringono con forza i bracciuoli della poltrona, le gambe vorrebbero ripiegarsi;ma sono strettamente legate e si curvano inutilmente.

Gli astanti hanno la fronte madida di sudore, lo spettacolo è orribile.

Ad un segno del medico, la corrente elettrica è interrotta; ma il condannato non è morto, e per tre volte la micidiale corrente percorse quel povero corpo, mentre nella stanza si spande l’odore nauseante di carne bruciata.

L’avvocato fremente fugge come un pazzo, passeranno molti anni senza che possa dimenticare quanto ha visto.

Se la giustizia compie simili atrocità, i delitti più orribili, non possono, non devono sorprendere.

Senza sapere dove va l’avvocato percorre i lunghi corridoi, dove sono collocate le celle di morte, e guarda con raccapriccio il luogo dove tanti sventurati hanno agonizzato.

I guardiani lo riconducono all’ufficio del loro capo, là egli trova la dolce fanciulla dai grandi occhi celesti, e prova un gran sollievo.

La fanciulla ha le lacrime sul ciglio, e con voce mesta domanda:

—È finito?

—Sì,—risponde l’avvocato chinando il capo.

I due giovani restarono muti, poi le loro mani si uniscono, e senza guardarsi mormorarono: È così triste la morte, così bella la vita.

Gl’invitati e reporters ritornarono, tutti commentano la dolorosa tragedia, una sola è la voce: Orribile.

Il capo guardiano offre un “lunch”, si mangia a fior di labbra, tutti sono preoccupati, e lasciano mestamente il penitenziario.

L’avvocato reclama il corpo del giustiziato, non vuole che vada a consumarsi nella calce viva del cimitero dei condannati.

A sue spese gli farà decorosi funerali, e i parenti del morto potranno andare a pregare sulla sua tomba.

La colpa è espiata, e innanzi a quella salma a mezzo abbruciata dalla elettricità, nessun sentimento di odio deve sussistere, ma alta, solenne, regnare una grande pietà.

Quando l’avvocato partì dalla prigione, due occhi celesti lo seguirono amorosamente con i loro sguardi, una mano candida, fece sventolare un fazzoletto, e l’avvocato mormorò:

—Il mio cuore è restato prigioniero volontario in quel tetro edificio, e forse......—non continuò, ma un sorriso felice gl’irradiò il volto.

CAPITOLO XLIX.

Mamma Margherita.

La Ghirendini non mancò all’appuntamento che le aveva dato Ruizzi, essa sapeva per norma che il ricco negoziante non lesinava sul prezzo quando aveva bisogno di qualche servizio.

Mamma Margherita aveva tutt’altra voglia che di diventare onesta; nata, cresciuta nel fango e nel delitto aveva una salutare avversione a tutto ciò che è buono e bello.

Costretta a nascondersi dopo il delitto di Mulberry, aspettava ansiosamente il momento opportuno per ritornare a galla, per rimettersi nuovamente in commercio, in quel commercio lucroso della carne umana, che procurava alla megera, oltre il guadagno, anche l’aspra voluttà di corrompere buone e caste fanciulle.

Per uno di quei casi fortunati, che capitano anche troppo spesso ai birbanti, aveva ottenuto il posto di “janitor” in una casa onesta e dabbene, dove avrebbe potuto guadagnare da vivere bene, e senza commettere furfanterie.

Ma questo non garbava all’antica padrona del numero cento a Marsiglia, e aveva furia di cambiare.

Ruiz ricevette nel suo negozio mamma Margherita, ciò era meno compromettente, perché un negozio è luogo pubblico, aperto a tutti. Però non appena la megera fu entrata, si affrettò a condurla nel retro-stanza.

Il colloquio fra i due furfanti durò un’ora buona; cosa dissero? cosa complottarono? Lo vedremo nel prossimo capitolo.

Un uomo e una donna siedono vicini su un divano in un salotto con una grande pianta, tende e quadri; la donna gesticola.

Il colloquio fra i due furfanti durò un'ora buona

Solo diremo che Margherita, uscendo dal gabinetto di Ruiz era raggiante.

Per disgrazia quel giorno Boni non era al suo posto di osservazione, e non poté vedere la strana visitatrice di Ruiz, seguirla, e risparmiare una gravissima disgrazia che doveva colpire i suoi amici.

Margherita, uscita dal negozio di Ruiz, si affrettò a recarsi al “Second National Bank di New-York,” dove depositò cinquanta dollari, poi passò dalla undecima strada, entrò nell’ufficio dove si rilasciano i permessi per visitare carceri e ospedali, e domandò all’impiegato se sapeva darle notizie di quando sarebbe rilasciato in libertà il condannato Anatoli; (era questo il nome datosi da Napoleone): l’impiegato consultò il registro e rispose:

—Domani.

La donna ringraziò e partì allegra e contenta.

—Domani,—mormorava,—dunque ci sarà anche lui alla festa, così balleremo doppio, e il bel Ruizzi pagherà per due. Siamo nati con la camicia.

“ Ma dopo questo al largo, a Marsiglia, a goderla allegramente; anche là vi sono fanciulle da vendere e ricchi compratori, e non si è tanto scrupolosi come qui.

Margherita, a piedi come uno studente in vacanza, guardando le vetrine, percorse parte della terza Avenue, entrò in Bowery, e sempre a piedi, si recò alla casa dove abitava.

Nel momento che entrava incontrò Ferroni che le disse:

—È un’ ora che vi si chiama sopra da me, è rotta la pompa dell’acqua.

—Vado subito.

—Fate presto,—e ciò detto Ferroni se ne andò.

—Quanta superbia,—brontolò essa,—aspetta, aspetta, che ti romperemo ben altro, banchiere del diavolo...

“ Poi no, non ci voglio andare da quelle superbe, manderò il “plumber”,e uscita di nuovo, si recò all’officina dello stagnaio più vicino, e lo invitò a seguirla.

Questa idea salvò Margherita dal trovarsi in faccia di Maria, che certo l’avrebbe riconosciuta; tutto andava bene per Ruiz e per i suoi complici.

CAPITOLO L.

Il furto.

I membri della pericolosa associazione di malfattori presieduta da Ruiz, avevano ricevuto l’ordine di trovarsi alle otto di sera alla “Banca Centrale” per ricevere le comunicazioni del loro capo.

Alle sette e mezzo, nessuno mancava all’appello; la chiamata di Ruiz, certo voleva dire, che in quella sera si sarebbe lavorato.

Il tempo era pessimo, l’acqua cadeva a catinelle e Mulberry aveva tutta l’apparenza di un torrente.

Il vento soffiava con violenza e faceva sbattere le imposte alle finestre, stridere le insegne, staccare le grondaie, che cadevano con fracasso sulla via spaventando i passanti, mettendo in pericolo la loro vita.

I ladri emeriti raccolti nella cantina di Don Arcangelo, si compiacevano di quel tempo fatto per le imprese arrischiate, e dicevano che il loro capo aveva fortuna in tutto e per tutto, e che era nato con la camicia.

Le otto erano già passate da parecchio tempo, e cosa strana, Ruiz così preciso agli appuntamenti da lui fissati, quella sera ritardava.

Quell’assenza dava luogo a mormorazioni, ma nessuno si allarmava.

Il tempo intanto passava, e Ruiz non si vedeva, i ladri cominciarono ad alzare la voce, a imprecare.

Non bisognava prendersi giuoco di loro; se il signorino aveva paura dell’acqua che cambiasse mestiere, se poi preferiva godersela al lavorare, lo dicesse francamente, che avrebbero provveduto.

Don Arcangelo tentava di calmare i suoi compagni, dimostrava come un ritardo fosse più che giustificato, trattandosi di un’operazione importante, che andava studiata e ponderata.

L’assemblea ascoltava appena quei discorsi; erano venuti bagnati fino alle ossa, perché speravano in un buon colpo, la serata era fatta appositamente per imprese ladresche, e il capo quello che doveva additare la via non si faceva vedere.

Alle undici quando l’esasperazione era al colmo, comparve Ruiz, livido, con gli occhi torvi, terribile, tutto gocciolante d’acqua.

Fu accolto da un grido minaccioso.

Esso allora, alzò fieramente la testa, girò sopra gli adunati il suo sguardo, e con voce imperiosa gridò:

—Di che cosa vi lagnate voi? Voi che ve ne stavate qui comodamente seduti mentre io lottavo per la mia, per la vostra salvezza? Vi è un nemico terribile, spietato, che c’insegue, ci cerca come il bracco che tenta scovare la selvaggina. Se per un caso provvidenziale io non avessi scoperto questo bracco alle mie calcagna, a quest’ora egli sarebbe qui ad attendere la nostra uscita, a darci nelle mani della polizia.

Gli adunati si guardarono spaventati.

—Tranquillizzatevi, il pericolo è scomparso, e se non per sempre, almeno per molto tempo, il bracco si è schiacciato le unghia e non è più temibile.

Tutti respirarono.

—Ecco perché ho tardato, ecco perché non fui puntuale, mancando per la prima volta alle mie abitudini. Avendo aspettato non perderete nulla, e fra un ora il colpo che vi ho promesso sarà fatto.

Lunghi applausi accolsero quelle parole.

—Siete armati?—riprese Ruiz.

Il guarda grimardelli rispose:—ho la mia borsa completa.

Un altro, l’armaiolo, disse che tutti avevano stili e revolvers.

—Basta non vi è bisogno d’altro. Se potete, fate a meno di versare del sangue; quando non vi sono morti, la polizia è meno premurosa a scoprire i colpevoli.

“ Per questa spedizione non vi è bisogno che di quattro uomini forti e risoluti.

Tutti si fecero innanzi, tutti volevano essere i prescelti.

—Faremo come sempre,—disse Ruiz,—deciderà la sorte, scrivete i vostri nomi, metteteli in un cappello e quelli estratti andranno.

Lestamente il cappello fu riempito di bigliettini di carta.

Ruiz prese quattro di quei biglietti, e lesse ad alta voce i nomi destinati dalla sorte alla spedizione.

I sorteggiati fieri e orgogliosi si avanzarono al banco della presidenza.

—Voi,—disse loro Ruiz,—aspetterete i miei ordini, in quanto agli altri, lascino alla spicciolata la “ Banca Centrale ” e si rechino in perlustrazione per Broome Street, alcuni stazionino sull’angolo di Bowery, altri su quello di Mulberry e di Grand Street; Don Arcangelo terrà aperto il locale tutta la notte e qui verranno a riparare coloro ai quali capitasse qualche disgrazia.

“ I compagni che staranno nelle vie, saranno sotto i miei ordini diretti, perché voi ben comprendete che non posso prendere parte attiva al furto, essendo troppo conosciuto dalle persone che andiamo a svaligiare.

“ Io farò entrare i quattro prescelti nella casa senza il minimo sforzo, innanzi a me le porte si apriranno, e quattro uomini risoluti possono in meno di un ora rendersi completamente padroni del campo.

“ Ed ora andate ai vostri posti, ricordatevi che qualunque cosa avvenga, se la polizia ci coglie nessuno deve parlare, guai a colui che svelasse i nostri segreti, non sarebbe sicuro della vita neppure fra le pareti granitiche delle Tombs.

I ladri uscirono lentamente, e solo rimasero i quattro che dovevano effettuare il furto e Don Arcangelo, il quale domandava con premura a Ruiz cosa gli fosse accaduto, al che costui aveva poca voglia di rispondere e non dava retta al complice.

—Voi,—diceva intanto il miserabile rivolto ai rimasti,—mi seguirete alla lontana, fate bene attenzione in qual casa di Broome io entro, e ad uno ad uno, venitemi a raggiungere.

Ciò detto infilò la scala segreta e pochi momenti dopo era in istrada.

La pioggia continuava a cadere, il vento rinforzava e per l’aria, era un rumore pauroso, assordante; dai tetti, cadevano piastre, mattoni e pietre, il trovarsi fuori con quel tempo da cani era assai pericoloso.

I policeman appiattati sotto gli archi delle porte, o rinchiusi nelle birrerie, non pensavano a vigilare, immaginando che nessuno azzarderebbe a mettere il naso fuori di casa.

Ruiz camminava spedito,non curante dell’acqua che gli sferzava la faccia, gl’infradiciava gli abiti.

Giunto innanzi alla casa di Ferroni dette uno sguardo alla via deserta, poi scese la scaletta che conduceva all’appartamento di mamma Margherita.

La megera lo aspettava con grande ansietà e vedendolo tirò un sospirone.

—Finalmente siete qui, sono stata in continua paura.

—Paura di che?—domandò burbero Ruiz.

—E sapete bene, quando si deve fare una cosa così importante.

—Bando alle chiacchere, avete fatto quanto vi ho detto?

In quel momento si udì del rumore, Margherita soffocò a stento un grido di spavento.

—Tacete, sono i miei uomini. Le chiavi furono fatte?

—Sì, eccone tre; tre sono le porte che mettono nelle diverse stanze di casa Ferroni. Non credo che siano usi a mettere il chiavistello, in ogni modo una deve essere chiusa soltanto a chiave perché l’uomo è ancora fuori.

—Maledizione,—esclamò Ruiz,—allora bisogna sbrigarci. Avanti guidateci.

—Io pure debbo venire?—piagnucolò la megera.

—Via, via, mamma Margherita non è questo il momento di far commedie, c’ insegnerete le porte di casa Ferroni, quindi farete la guardia sulle scale perché nessuno sorprenda i miei amici, io starò nella vostra camera in attesa degli eventi.

—E se ritorna il mio Napoleone?

—È uscito di prigione?

—Sì, ma invece di stare con me ha preferito andare con gli amici ad ubbriacarsi.

—Meglio così, su via andiamo; il gas lo spegneste?

—Sì è spento, e girai anche il rubinetto del contatore, così neppure nella casa possono accenderlo.

—Mamma Margherita, siete proprio una donna preziosa, meritate di essere ricca.

“ Ed ora compagni, precauzione e coraggio. Chi di voi ha i grimaldelli e le chiavi inglesi?

—Io,—rispose uno dei quattro, un giovanotto dall’aspetto delicato e distinto.

—Sei tu ingegnere, che hai in deposito quei gingilli? allora dite pure un requiem alla cassa del banchiere, perché sarà sventrata senza misericordia.

Il giovanotto sorrise a quel complimento, che pareva solleticare il suo amor proprio.

Infatti nessuno era tanto abile ad aprire le più complicate casse forti , di colui che i compagni chiamavano l’ingegnere.

Al buio, preceduti da mamma Margherita, Ruiz e i suoi complici cominciarono a salire la scala dalla elegante balaustrata di noce e ferro fuso.Il tappeto steso sulle scale ammortizzava il rumore dei loro passi, e solo sentivasi il respirare affannoso di Margherita, che pareva un mantice da fabbro.

CAPITOLO LI.

Sacrificio.

Con infinita precauzione la megera pose la chiave nella serratura di una delle porte a cristalli opachi, che mettevano nell’appartamento di Ferroni.

La chiave girò senza strepito e l’uscio si aprì.

—Il mio compito è finito,—disse a bassa voce Margherita.

—Non ancora,—rispose Ruiz,—come vi dissi,dovete restare in sentinella sulle scale e dare l’allarme in caso di bisogno.

—Starò sul secondo pianerottolo.

—Voi,—proseguì Ruiz con voce concitata,—avete il passo libero, ricordatevi che non ci vogliono né paure, né scrupoli, al di fuori veglio io, non temete di nulla.

—State tranquillo maestro,—rispose uno dei ladri,—lavoreremo a dovere, faremo il salasso con delicatezza, ma se si trovasse del duro, sappiamo regolare le partite.

“ Ho un gingillo che tappa la bocca, che è un piacere.

—Andate amici,—e ciò detto Ruiz seguì mamma Margherita che scendeva barcollando le scale.

La porta aperta dalla infedele portinaia dava in una piccola anticamera, che metteva nello studio di Ferroni. La lampada che alla notte ardeva sempre, era spenta per la semplice ragione che Margherita aveva tolta la comunicazione.

Uno dei ladri aprì la lanterna cieca e un raggio vivissimo illuminò una parte della stanza e andò a battere sulla portiera dello studio del padrone di casa.

—Il morto deve essere là,—mormorò il ladro al quale abbiamo sentito dare da Ruiz la qualifica d’ingegnere.

La lanterna fu richiusa e regnarono di nuovo le tenebre, allora i miserabili trattenendo il respiro, muovendosi sicuri, piano con mille precauzioni, stendendo le braccia per scansare gli ostacoli, si recarono nel gabinetto particolare di Ferroni.

La lanterna fu riaperta e il raggio di luce andò a posarsi sulla cassa forte facendo luccicare la vernice, e le parole d’oro.

—Ed ora dividiamoci il lavoro,—disse l’ingegniere,—uno di voi terrà questi ferri pronti a passarmeli alla più piccola richiesta, un altro mi farà lume, e l’altro starà pronto a qualunque evento, con la mano armata.

I tre obbedirono senza fiatare.

L’ingegniere esaminò la cassa, era uno di quei meravigliosi armadii di ferro e di acciaio, che sortono dalle officine della “ Safe e Comp., ” e che sfidano, si dice, i ladri e il fuoco.

L’ingegniere però non si trovò sgomento, abile meccanico, aveva per lungo tempo lavorato nelle officine dei fabbricanti di casse forti, e sapeva a meraviglia, come rendere inutili le precauzioni dei segreti delle toppe, delle combinazioni di parole.

—Datemi la chiave numero 17,—disse l’ingegniere.

Il suo compagno la scelse nel mazzo voluminoso, e gliela passò.

L’ingegnere la fece entrare nella serratura, provò a farla girare, ma la chiave restava immovibile; allora con uno scarpello fece leva, e il bottone nichellato che brillava in mezzo alla cassa, si ruppe, si udì un rumore uguale a quello di un orologio al quale si sia spezzata la molla.

La chiave cominciò a girare nella serratura, ma la cassa non si apriva.

—Il trapano,—domandò l’ingegniere.

Gli venne immediatamente dato un trapano speciale, dall’estremità d’acciaio temperato.

Il ladro lo fece girare con prodigiosa rapidità, intaccando profondamente il ferro nelle vicinanze del buco della serratura, che fu allargato.

—Presto l’uncino,—e in ciò dire l’ingegniere si asciugava la fronte gocciolante sudore.

L’uncino fu conficcato nel foro e quasi subito la cassa forte si aprì.

—Auf,—fece l’ingegniere,—credevo che si andasse per le lunghe.

Il lavoro però non era finito, un’altra porticina a due battenti restava da aprirsi, ma ciò fu per l’abile ladro un gioco da ragazzi.

Col respiro affannoso,gli occhi accesi dalla cupidigia, i ladri guardavano nella cassa forte, dove apparivano pacchi di biglietti di banca, e monete d’oro in ciottole di rame.

Già stavano per scagliarsi su quelle ricchezze, quando la porta si aprì e comparve Maria.

La fanciulla non era ancora addormentata, e avendo udito del rumore nel gabinetto di Ferroni, veniva a vedere ciò che eravi di nuovo.

Sul momento i ladri tutti immersi nella contemplazione del danaro, non videro Maria, che con gli occhi aperti smisuratamente, impietrita sulla soglia della camera, impossibilitata a dire una sola parola, guardava il terribile spettacolo.

Un movimento di Maria fece voltare uno dei ladri, che dette subito l’allarme col gridare.

—Attenti! siamo scoperti.

Quello che teneva la lanterna cieca, la chiuse immediatamente e la stanza fu immersa nell’oscurità.

I ladri si precipitarono nella cassa forte, si udì il rumore delle monete che cadevano sul pavimento dalle ciottole rovesciate.

Maria, riavuta dallo spavento si mise a gridare:—Aiuto! aiuto, ai ladri!

L’uomo armato si precipitò verso il punto di dove veniva la voce, e presa Maria per la gola, le andava mormorando:

—Vuoi tacere, o vuoi andare al mondo di là?

Maria si disvincolò, le sue unghia sgraffiarono la faccia dell’assalitore, che dette un ruggito di dolore.

Maria seguitava a gridare, la Ferroni svegliata di soprassalto, sul momento non comprese, ma la voce di Maria che domandava aita, le fece comprendere che erano in grave pericolo, si alzò risoluta e per prima cosa volle accendere il gas ma le fu impossibile.

Intanto Maria era giunta alla finestra, e stava per mandare il suo grido d’allarme, quando fu afferrata brutalmente per i capelli, e tratta indietro.

L’ingegniere domandò: avete le tasche piene?

—Sì,—risposero i ladri.

—Allora possiamo andare, filiamo e presto.

—Aiuto! aiuto!—gridava Maria.

—Fai tacere quella gallina,—disse l’ingegniere,—altrimenti c’impedirà la ritirata.

—Ai ladri! ai ladri!—seguitava la fanciulla.

—Sì, vuoi così?—mormorò il ladro che teneva stretta Maria,—ebbene sia, peggio per te,—e la sua mano armata da un lungo stile si abbassò e colpì in mezzo al petto la povera Maria, che cadde mandando un grido di angoscia che risuonò per tutta la casa.

—Filiamo, filiamo,—dissero i ladri,—ci lasciamo dell’umido in casa, e la sedia elettrica è poco comoda e meno igienica.

Questa scena naturalmente durò assai meno di quello che abbiamo impiegato a narrarla.

Le prime grida di Maria, non erano state intese da nessuno, e Ruiz che era rientrato nell’appartamento di Margherita, dopo aver dato un’ occhiata se i suoi compagni erano al loro posto, e se nulla di sospetto si scorgeva nella via, se ne stava tranquillissimo contando che il colpo sarebbe riuscito senza nessun danno.

Ad un tratto Margherita entrò come una bomba nella camera, e con voce soffocata dall’emozione, disse a Ruiz.

—La cosa non va liscia, su da Ferroni si grida, si domanda aiuto, fra poco tutta la casa sarà sottosopra.

Ruiz, audace quanto mai, volendo salvare i suoi complici si slanciò su per le scale, e saliva gli scalini, a quattro a quattro, quando incontrò i compagni; allora raccomandò la calma e tutti uniti si misero a discendere.

In quel momento, su dalla finestra di casa Ferroni, una donna invocava aiuto.

Quel grido se non fu inteso da molti, andò a colpire in mezzo al cuore, un uomo che proprio in quel momento scendeva dal carro della quarta Avenue.

Quell’uomo era Ferroni, che corse subito verso casa sua, sulle scale incontrò i cinque furfanti che scendevano.

—Chi siete, cosa volete?—tuonò Ferroni,—fermatevi.

Ruiz non fiatò, ma allungò le mani e spinse brutalmente il suo nemico.

Allora s’impegnò una lotta terribile, Ferroni sopraffatto, cadde stenuato e pesto, e i ladri restarono padroni della via.

Intanto i gridi della Ferroni avevano svegliato i vicini, le finestre si aprivano, e il gridio delle donne e dei fanciulli, andò a svegliare i policemen, i quali accorsero per vedere cosa succedeva.

Ferroni si era ben presto riavuto e quando giunsero i policemen, era già in piedi e si affrettava a salire le scale.

I policemen lo fermarono e lo interrogarono, egli rispose concitato:

—È mia moglie che domanda aita, saliamo signori, saliamo. Io ho incontrato degli uomini nelle scale, che hanno tentato di uccidermi. Certo deve essere avvenuta una grave disgrazia.

I policemen mentre salirono avevano acceso dei zolfanelli, con i quali tentarono accendere il gas, ma non fu loro possibile riuscirvi.

Finalmente arrivarono sul pianerottolo di Ferroni, e al chiarore incerto di un zolfanello, viddero la Ferroni, col bianco accappatoio tutto intriso di sangue.

Suo marito a quella vista gettò un grido straziante, e correndo a lei la prese fra le braccia, e con voce appassionata le domandò:

—Sei ferita?

—No, questo sangue è della povera Maria, che giace là assassinata.

—Maria! sventurata fanciulla!

—Ha dato l’allarme, e l’hanno uccisa.

—I miserabili!

Intanto i policemen erano entrati nella casa, e per prima cosa accesero un lume, quindi si recarono nel gabinetto di Ferroni, ma indietreggiarono al quadro che si presentò innanzi ai loro occhi.

Sul tappeto, in un lago di sangue giaceva una donna, la cassa forte era spalancata, i mobili rovesciati, e sul pavimento si vedevano seminati biglietti di banca e monete d’oro.

—Furto e assassinio,—disse uno dei poliziotti,—brutto affare.

Anche Ferroni era entrato, e andò ad inginocchiarsi vicino al corpo di Maria, per vedere se restasse nessuna speranza di salvezza.

Ad un tratto gettò un grido di gioia, Maria respirava ancora.

I policemen si avvicinarono e constatarono, che infatti la ferita dava segni di vita, e uno di loro si affrettò ad andare per il medico, e per il coroner che avrebbe dovuto fare la prima inchiesta.

Ferroni teneva chiusa, stretta come una morsa la sua mano destra, dimenticando completamente che nella lotta eragli restato fra le mani un bottone di uno dei suoi assalitori.

Quando aprì la mano si accorse con meraviglia, che il bottone era un magnifico gemello d’oro, fatto a ferro di cavallo con chiodi di brillanti.

Senza sapere neppure il perché non fiatò di quella scoperta, e si mise il bottone in tasca.

Intanto i casigliani avevano invaso l’appartamento di Ferroni, e uno dei medici abitanti nella casa aveva apprestato le prime cure a Maria.

Alle premurose domande di Ferroni e della moglie il medico rispondeva, che la ferita era gravissima, ma che per il momento non poteva dire altro.

Maria fu adagiata sul letto, il pugnale dell’assassino l’aveva colpita al disopra della mammella destra, l’arma scivolando aveva allargata la ferita in modo spaventoso.

Dopo che la prima medicatura fu fatta, la fanciulla aprì gli occhi e gli girò intorno come se cercasse qualcuno, vedendo a lei vicino Ferroni e la moglie, ebbe un sorriso di felicità grande sulle labbra smorte, poi svenne.

Maria sarebbe morta contenta, perché i suoi benefattori erano salvi.

CAPITOLO LII.

L’ inchiesta.

Il coroner appena arrivato, principiò le prime indagini, unitamente a Ferroni; constatò che erano stati portati via, in moneta di carta e oro,ottomila e seicento dollari, i ladri nella furia, incalzati dalle grida di Maria, non avevano preso che la parte minore del bottino, perché rimanevano ancora nella cassa circa dodicimila dollari.

Il coroner interrogò per prima la Ferroni, ma essa poteva dire ben poche cose, svegliata dalle grida di Maria, era accorsa quando già i ladri erano fuggiti.

—Non vi era nessun lume acceso nella casa?

—Generalmente teniamo acceso quello dell’anticamera,—rispose la Ferroni,—ma lo avranno spento.

—Certo, quei galantuomini amano le tenebre.

—Debbo dire al coroner, che quando sentii le grida di Maria, per prima cosa volli accendere il gas della mia camera; ma mi fu impossibile.

—Perché?

—Non lo so.

—Neppure il gas della scala si è potuto accendere,—disse un poliziotto.

—Ma allora è segno che è tolta la comunicazione. È ciò uso della casa?

—No, la comunicazione resta sempre aperta.

—Va bene,vedremo di chiarire questo fatto. Come mai tenevate tanto danaro in casa.

—Domani è giornata di pagamenti, e sono uso a ritirare i fondi dalla banca,—si affrettò a rispondere Ferroni.

—Dunque i malandrini sapevano benone il fatto loro. La polizia scoprirà questi audaci grassatori. Il mio interrogatorio non tende ad altro che a constatare il delitto, la polizia farà il resto.

“ La ragazza ferita, è vostra serva?

—No, è una fanciulla che teniamo come figlia.

—Avete persone di servizio?

—Sì, due donne che assistono in questo momento la povera ferita.

—Si possono vedere?

—Sicuro. Betta, Gina, venite qui, il coroner vuol interrogarvi.

Le due chiamate si avvicinarono tremanti, le poverine non più giovani, non avevano mai avuto nulla a che fare con la giustizia, e sentivano quel timore grande che invade i più onesti alla sola idea di un interrogatorio.

Le due donne, non avevano udito nulla, la loro camera era assai lontana dal gabinetto del padrone, per cui non si sarebbero neppure accorte del fatto, se le grida della padrona non le avesse svegliate.

Dopo l’interrogatorio delle serventi il coroner chiamò i medici per avere notizie di Maria.

I dottori avevano scandagliato la ferita, pareva che nessun organo vitale fosse leso, ma non garantivano della guarigione, anzi dichiaravano unanimi che novantanove su cento la disgraziata sarebbe morta.

Il coroner lasciò casa Ferroni nel momento che arrivarono i migliori bracchi dell’ispettore Byrnes. Dikens era fra loro; egli con un’occhiata si rese conto del teatro del delitto, poi guardò la cassa forte, studiò il modo adoperato per aprirla e disse senza esitare:

—Il briccone che ha fatto questo lavoro se ne intende alla perfezione.

Quindi esaminò con attenzione il pavimento, e raccolse tre o quattro chiavi fatte con grande maestria.

—Diamine, diamine,—mormorò,—abbiamo a che fare con una banda organizzata.

Sul pavimento non trovò altro, allora volle visitare la ferita.

Dikens avrebbe certo voluto rivolgerle delle domande, ma i medici erano là ad impedirlo. Del resto la poveretta aveva ripreso i sensi e delirava ; con le braccia tentava respingere qualcuno, e dalla sua bocca usciva continuo il grido di aiuto.

Il poliziotto osservò, come la punta delle dita di Maria fossero rosse di sangue. Era certo ciò naturale perché la ferita aveva sangue da per tutto; Dikens notò che il sangue era fra unghia e pelle, e presale una mano, la guardò attentamente, poi con uno stuzzicadente di penna d’oca, si mise a pulirle le unghie, ne uscì un piccolo brandello sanguinolente, che il poliziotto riconobbe subito per pelle.

—Benone,—pensò,—uno dei ladri è stato marcato, certo l’assassino, sarà più facile ritrovarlo.

Lasciò la camera di Maria e ritornò nello studio di Ferroni.

Avendo bisogno di luce domandò perché non si accendesse il lume.

Rispose Ferroni, che sarebbe andato a far aprire il contatore.

—Come! qui non si usa tenere acceso neppure un lume, si toglie la comunicazione del gas?

—No, tutte le notti il contatore è aperto e solo questa sera......

—Questa sera avete detto? dunque i ladri avevano delle intelligenze nella piazza. Vedremo un po’; questa faccenda del gas non mi par chiara. Intanto che andate ad aprire il contatore, favorite far montare il “ janitor. ”

Dopo poco Ferroni ritornava, accendeva la lumiera del suo studio, e in pari tempo informava il poliziotto che la portinaia non si poteva trovare.

—Quella portinaia era da molto tempo qui?—domandò Dikens.

—No,—rispose Ferroni,—da pochi giorni, e a dirla schietta aveva una faccia che non mi piaceva. Non l’avevo mai guardata attentamente e solo oggi per un ordine che ho dovuto darle, mi sono fermato ad osservarla.

—Ne conoscete il nome.

—No.

—In caso sapreste farmene il suo ritratto.

—Certo.

—Voi andate di nuovo,—disse Dikens rivolgendosi a un policemen,—a vedere di trovare la portinaia, e se è ricomparsa fatela venire subito qui. Un altro di voi stia di guardia nell’appartamento che abita la portinaia e nessuno tocchi nulla.

—Ed ora, voi Ferroni, ditemi la somma che vi fu rubata, e la qualità di moneta.

—Mi furono rubati circa novemila dollari, in biglietti da dieci, venti e cinquanta scudi, e in monete d’oro da dieci e cinque scudi.

—Avete nessun sospetto, dubitate di nessuno?

—Di nessuno.

—Il furto però è stato fatto da persone, che conoscono le vostre abitudini, perché il “coroner” col quale ho scambiato alcune parole, quando sono entrato, mi ha appunto detto, che solo al giovedì avete una forte somma presso di voi.

—Le persone che vengono in casa mia, sono al disopra di ogni sospetto. Del resto, questa di ritirare dei fondi alla banca il giovedì, per far fronte ai pagamenti del venerdì, è uso di tutti i banchieri, specialmente di quelli italiani.

—Sapremo scovare i galantuomini che vi hanno fatto questo brutto tiro.

—Non ci penserei neppure, se quella povera ragazza, che noi amiamo come figlia, non fosse in punto di morte.

—I malandrini sono audaci, ma questa volta non la passeranno liscia.

In quel momento entrò un policeman annunziando ch’era impossibile trovare la portinaia.

Dikens aggrottò le ciglia e mormorò:

—La miserabile non verrà più, era del complotto; ora si spiega il regolatore del gas chiuso, e la facilità con la quale i ladri giunsero fin qui. Meno male, abbiamo un punto di partenza.

Dikens stava per discendere nell’appartamento della portinaia, quando comparvero cinque o sei “reporter” di giornali.

Il poliziotto fece una smorfia di malumore e mormorò in fretta a Ferroni:

—Per carità, non dite una sola parola a questi chiacchieroni.

Dikens, quando fu nella stanza di Margherita, fece una minuta perquisizione, ma non trovò nulla di sospetto, né nulla che potesse stabilire l’identità di quella strana portinaia.

Il poliziotto contrariato se ne andava, quando nel corridoio risuonò la voce sguaiata di un ubriaco, che cantava in pretto francese, la biricchina e scollacciata canzone, “L’amante di Armanda”.

Dikens si arrestò, e dopo poco la porta della camera dove si trovava si aprì con violenza, e Napoleone briaco fradicio entrò dentro, e corse a gettarsi fra le braccia di Dikens, al quale prodigò le più tenere carezze.

—Deve essere,—pensò il poliziotto,—il marito della portinaia; a che razza di gente era affidata questa casa?

—Sì,—borbottava il briaco in francese,—tu sei la mia piccola padrona, e questa notte rifaremo la luna di miele. Dopo tanti giorni d’isola! Ma che diamine, ti sono spuntati i baffi?

Dikens respinse l’ubbriaco che andò a rotolare sotto il tavolo, bestemmiando come un turco.

—Chiama uno dei tuoi compagni,—disse Dikens al policeman,—e portatemi quell’animale al quartier generale. Date ordine che sia tenuto nella più rigorosa segregazione; nessuno deve avvicinarlo, nessuno parlargli.

Il policeman obbedì e pochi momenti dopo Napoleone era in prigione, a digerire la sbornia.

Dikens, essendo già tardi, rimise all’indomani le sue indagini, certo oramai di essere bene incamminato.

CAPITOLO LIII.

Brutta sorpresa.

Abbiamo sentito come Ruiz all’adunanza che precedé il furto in casa Ferroni, dicesse che in quella sera stessa, aveva schiacciato gli artigli ad un nemico, che metteva in pericolo la sicurezza sua e dei degni complici.

Diremo ora cosa era avvenuto.

Boni, deciso a trovare il figlio di Vittoria, si era fatto l’ombra di Ruiz, poche volte lo lasciava, e quando sotto un travestimento, quando sotto un altro, gli era sempre alle calcagna.

L’ex-ispettore diceva:—Prima di tutto seguendoti, mio bel zerbinotto, saprò tutte le tue furfanterie, poi mi porterai bene dove hai nascosto il tuo figliuolo.

La sera che doveva avvenire il furto, Ruiz era restato fino a tardi nel suo negozio, Boni sfidava la pioggia che cadeva a catinelle per aspettare che uscisse, e non si era accorto che due occhi, dietro i vetri del negozio che sorvegliava, lo guardavano fissamente.

Ruiz erasi accorto di essere spiato, in quell’uomo che sembrava un contadino e che per tutto il giorno era rimasto quasi in faccia al suo negozio, aveva riconosciuto il pulcinella, il suo fiero mortale nemico, ed aveva deciso di dargli subito l’assalto e metterlo fuori di combattimento.

Ruiz uscì tardi, le vie erano quasi deserte; egli si avviò a piedi verso Bowery, ed ebbe a constatare che il pulcinella lo seguiva alla distanza di mezzo blocco.

Il miserabile rimontò Bowery fino al punto dove il marciapiede è bruscamente tagliato da un ponte di tavole stretto e incomodo.

La strada era rotta per i grandiosi lavori fatti per impiantare la funicolare, che deve condurre i carri di Bowery; per collocare le macchine è stato necessario fare uno scavo, profondo moltissimi metri.

Dalla parte della via, fu necessario per il passaggio delle gomene di ferro, fare dei grandi e massicci piloni, per sostenere le colonne in ferro della ferrovia elevata, cosicché un vero abisso venne aperto fra il marciapiede e la via.

Il ponte che attraversava gli scavi era stretto, non più di due persone ci potevano passare di fronte, da una parte del ponte, quella del fabbricato, eravi un intavolato alto più di un uomo; dall’altra quella della via, un piccolo intavolato debole e sconnesso, che serviva di riparo.

Quando Ruiz mise piede sul ponte di tavole, ebbe un’idea feroce; non passava nessuno, la via era deserta, l’acqua cadeva con rumore; finse di guardare i lavori del pilone, e con una forza e una destrezza ammirabile, schiodò la tavola del riparo che guardava verso la via, poi si appoggiò rasente all’intavolato della parte opposta, facendosi più piccolo che gli fosse possibile, per non essere veduto.

Del resto era buio pesto, e Boni, che dopo aver salito i gradini di legno, attraversava il ponte, non vide nulla; quando passò innanzi a Ruiz, questi gli dette una forte spinta, e lo precipitò nel profondo scavo.

Due uomini si trovano in un vagone o corridoio ferroviario; uno barcolla o cade all'indietro mentre l'altro tende una mano verso di lui.

Ruiz gli dette una forte spinta e lo precipitò nel profondo scavo

Si udì un grido soffocato e poi più nulla.

Ruiz lestamente abbandonò il luogo dove aveva commesso un nuovo delitto, per andare dai suoi complici; egli credeva di essersi liberato da un nemico formidabile.

L’ex-ispettore era caduto da un’altezza di sette metri, e fu un vero miracolo che non restasse morto sul colpo, fortuna volle che la pioggia avesse formato nel fondo una specie di lago, il rigagnolo di Bowery si perdeva giù nello scavo, e l’acqua eravi all’altezza di mezzo metro.

Non pertanto il colpo fu tanto forte che Boni svenne, per fortuna il luogo era stretto al punto, che non cadde disteso, perché sarebbe morto affogato.

Quando rinvenne, sentiva un gran dolore da una gamba, alla testa; era agghiacciato e l’acqua saliva, saliva, tanto che per poco non gli arrivava al collo.

Boni comprese di trovarsi in una terribile posizione, e che se non si decideva a tentare qualche cosa per salvarsi, sarebbe affogato.

Da prima chiamò aiuto, ma la sua voce si perdeva in quello scavo, e non giungeva all’orecchio dei rari passanti.

Visto che nessuno dava ascolto alle sue grida e vedendo che di momento in momento il pericolo si faceva sempre maggiore, decise di tentare ogni mezzo per salvarsi.

Cominciò col vedere se il terreno faceva presa, ma disgraziatamente la terra era già rivestita da una parete di mattoni lisci, che non offrivano nessun punto di appoggio; brancolò, cercò da ogni parte, nulla, non trovava nulla, e l’acqua saliva sempre, la morte era vicina, morte orribile, crudele.

Boni non perse il capo, e seguitò a cercare, finalmente le sue mani trovarono una piccola apertura, e sopra questa, un’altra, erano i buchi che avevano servito a tenere le impalcature; con una forza prodigiosa, l’ex-ispettore si sollevò fino a mettere uno dei suoi piedi nel buco più alto; provò un dolore atroce, ma lo sopportò eroicamente.

Con la stessa manovra arrivò ad uscire interamente dall’acqua, ma ad un tratto non trovò più nessuna apertura, e nella posizione incomoda nella quale si trovava, non avrebbe potuto durare a lungo, e sarebbe stato costretto a ritornare in fondo all’abisso e morirvi annegato.

Stava per lasciarsi andare disperato, quando gli sembrò di scorgere una specie di buca sopra il suo capo, non grande, ma tale da lasciare passare un uomo.

A forza di braccia, rompendosi le unghia, e tormentandosi le mani, si sollevò fino a quel buco, a mala pena ci passava, ma entrò risolutamente.

Essendo sdraiato, provò un gran sollievo, ma fu di poca durata, che ben presto fu preso dal ribrezzo, intorno a lui fischiavano, si rincorrevano grossi topi, che gli passavano sul volto, mordendolo con rabbia.

Boni si trascinò lungo quel tunnel. Dove sarebbe andato a sbucare? E poi lo avrebbe trovato uno sbocco?

Il disgraziato preferiva mille volte la morte a contatto dei topi.

Il tunnel ad un tratto cominciò a diventare più stretto, e con gran fatica Boni poteva continuare il suo penoso viaggio, strappandosi gli abiti, lacerandosi la pelle.

Continuò così, per pochi secondi, che all’infelice sembrarono secoli, ad un tratto urtò col capo in un tubo di ferro, e dovette persuadersi che era impossibile andare innanzi.

Volle tornare indietro, non lo poté, le sue forze erano esauste, le orecchie gli fischiavano, la ragione si smarriva, fece un’ultimo sforzo e........ svenne

...... ......................................

CAPITOLO LIV.

Storia dolorosa.

Nella stessa sera, che si compievano questi avvenimenti, Leonardi aveva un colloquio con Clara la danzatrice.

Come dicemmo altra volta,era di grande interesse per Boni avere una prova reale delle furfanterie di Ruiz, per averlo nelle mani, per mettere in effetto il piano che vagheggiava.

Leonardi non si turbava più innanzi alla bella fanciulla che lo amava. Quell’ora di ebbrezza che Clara gli aveva dato quasi a tradimento, era servita a calmare i suoi nervi, a raffreddare il suo sangue, e adesso considerava Clara come una sorella.

La danzatrice, a sua volta, comprendeva esser d’uopo rassegnarsi alla pura amicizia che le accordava l’uomo amato, e se nei primi tempi aveva sofferto, erasi convinta, che l’amicizia procura dolcezze più miti, ma più durature dell’amore.

Del resto la bella fanciulla andava trasformandosi; nata e cresciuta nel fango,ignorava ogni cosa buona, a poco a poco apprese che il vizio è una cancrena, che deturpa, e sentì ribrezzo per la vita che conduceva.

Nelle famose quadriglie a “ fin de siecle „ era sempre la più provocante, la più biricchina, la sua danza aveva momenti veramente osceni, che sorprendevano anche le sue compagne.

Dal giorno che essa s’innamorò di Leonardi divenne la più riservata, fu quasi casta in quella danza sfrenata, che dopo essere stata per tanto tempo nell’ombra misteriosa dei postriboli è entrata ora nei teatri, e nei pubblici balli.

Il pubblico stesso si accorse di quel cambiamento e fu detto: che in quel modo la Nanà era più eccitante.

Clara come tutte le sue pari, non aveva un solo dollaro dei tanti che guadagnava; l’oro passava dalle sue mani come se queste fossero bucate, così che avvenendo una disgrazia, una malattia, avrebbe dovuto passare dalle sale dorate del teatro a quelle fredde del pubblico Ospedale.

La fanciulla,se avesse economizzata una piccola parte di ciò che guadagnava, si avrebbe trovato un bel gruzzoletto, ed ora malediva la sua prodigalità, che le impediva di lasciare il teatro e dare uno addio a un mestiere, che le ripugnava e che erale divenuto un vero martirio.

Leonardi, che spesso andava a prenderla al “ Koster & Bial ” dopo lo spettacolo, e con lei a lungo si tratteneva amichevolmente a parlare, si accorgeva di quel cambiamento e ne sentiva un vivo piacere, poiché aveva per Clara una vera affezione.

Quella sera adunque, nella quale in casa Ferroni i ladri facevano man bassa e Boni restava vittima di quel furfante di Ruiz, Leonardi era di piantone, ad onta della pioggia, alla porticina di dove sortono gli artisti del “ Koster & Bial ” aspettando Clara; quando questa uscì, andò incontro con le mani tese, mormorando:

—Grazie, grazie di essere venuto.

Leonardi offrì il braccio alla fanciulla, dicendole :

—Non mi avevate visto?

—Se non vi ho visto? e potete domandarmelo!—ma subito appena siete entrato.

—Vogliamo andare a cena?

—Amico mio, vengo dove vorrete.

I due giovani, stretti l’uno all’altro, si avviarono verso un “cab”,vi salirono e dettero ordine al cocchiere di recarsi in Union Square, al noto Restaurant Riccadonna.

La pioggia continuava a cadere con violenza e l’acqua batteva sui vetri della vettura scorrendovi sopra e assumendo i colori dell’iride quando i bianchi raggi della luce elettrica vi si posavano sopra.

Clara non disse una parola durante tutto il tragitto, in quella sera era preoccupata.

Arrivarono al Restaurant, la cena fu squisita, ma i commensali non allegri, invano il padrone del locale, che conosceva Leonardi, tentò con le sue barzellette rumorose mettere un po’ di brio fra i due giovani; tanto Clara che il suo compagno erano pensierosi.

Terminata la cena risalirono nel loro “ cab ” e si diressero a casa di Clara, colà giunti, Leonardi le stese la mano e stava per congedarsi, quando la fanciulla gli disse:

—Non salite? Ho tanto bisogno di parlarvi!

Leonardi non rispose; ma scese dal “ cab ” e seguì Clara.

—Devo aspettarvi?—disse il cocchiere.

—Sì.

—Va bene.

Quando Clara fu nel suo salottino elegante, si lasciò cadere sopra una poltrona e pianse.

—Perché piangete, Clara?—domandò con premura Leonardi.

Essa alzò i suoi grandi occhi pieni di lacrime sull’uomo che amava e mormorò:

—Piango perché non sono neppure degna della vostra amicizia; piango perché sento di essere una disgraziata, e poi non so, è tutto il giorno che mi perseguitano tristi presentimenti. Direte che sono una bambina, ma così è, l’altra notte ho sognato un nido di serpenti....

—Credete ai sogni?

—Ascoltate; quei rettili ad un tratto si alzarono sibilando, erano orribili, essi si avanzavano verso una quercia alta, maestosa, la quercia improvvisamente scomparve, e nel luogo dove questa sorgeva eravate apparso voi, con le braccia incrociate sul petto, con gli occhi scintillanti, che parevano volere sfidare i serpenti, ma questi non ne furono intimoriti e si slanciarono verso di voi, circondandovi, stringendovi fra le loro spire; allora gettai un grido terribile e mi svegliai, il cuore mi batteva forte, forte, e il sudore mi bagnava la fronte.

—Bambina, bambina,—disse sorridendo Leonardi.

—Sono nata in una terra dove si crede ai sogni, e quando durante il sonno si vedono serpenti, è segno di sventura.

—Pazzie, mia cara, pazzie!

—Voi potete schernirmi, ma io ho paura. Se però mi avverrà disgrazia, dovete sapere intera la mia triste storia, così mi disprezzerete meno.

—Ma io non vi disprezzo, Clara; perché dite questa brutta parola? io vi sono amico, sincero amico, siete la mia sorella.

—Io! io, la vostra sorella! oh! non sono degna di questo santo nome, ma udite, udite, e giudicate se tutta mia è la colpa; se caddi, fui spinta nel precipizio, volli lottare, fu inutile, non trovai nulla, nulla per salvarmi!

In ciò dire, Clara era in preda ad una grande esaltazione, i suoi occhi mandavano lampi.

Leonardi non apriva bocca, non voleva provocare la confessione di Clara, e in pari tempo era anelante di saper la sua vita, che gli avrebbe certo fatto conoscere a fondo a qual razza di uomo Fanny dava il suo cuore.

—Non so dove nacqui,—principiò Clara,—ricordo solo che a nove anni, la buona e santa donna che mi aveva allevato, in un paese tutto bello di aranci e di palmeti, scomparve improvvisamente, ed io mi trovai innanzi ad un uomo che dichiarò essere mio padre, e mi obbligò a seguirlo. Io piansi, gridai, chiamai la mamma, quell’uomo mi disse che la mamma era morta annegata, là, nel golfo azzurro, che si vedeva dalla casetta nella quale ero stata allevata.

“ Mio padre (da quel giorno nefasto lo chiamai così) mi condusse in una grande città, che conobbi poi essere Napoli. Sembrava che si fosse ricchi, perché abitavamo una bella casa, e non ci mancava nulla, io fui vestita con abiti eleganti e non mi mancarono i giornali.

“ Dimenticai ben presto in quel godimento materiale la povera mamma e cominciai ad amare mio padre.

“ Un giorno però tutte quelle ricchezze sparirono come per incanto; mio padre mi venne a svegliare di notte, era pallido e tremante, mi fece prendere i miei gioielli, e poi mi disse:

—Cara mia, bisogna sloggiare, qui non tira buon vento per noi.

“ Andammo ad abitare in due luride stanze, malamente ammobiliate, le finestre della casa davano in un vicolo lurido, sporco, che mi faceva ribrezzo.

“ In quella casa mio padre riceveva molte persone, alcune ben vestite, altre lacere e sudicie. Io avevo allora quasi undici anni, ma ne mostravo quattordici; gli amici del babbo mi guardavano con certi occhi che mi facevano spavento.

“ Un giorno mio padre mi disse:—è d’uopo che tu cominci a lavorare, oramai sei nell’età migliore, e se farai le cose a dovere, i nostri affari marceranno in modo che torneremo presto signori. Questa sera ti porterò alla scuola.

“ Avrei lavorato, sarei andata a scuola, e uscita almeno per un poco da quella triste casa, dove mi sentivo soffocare.

“ Ero contentissima. Infatti, alla sera misi l’abito più bello, e seguii il padre mio. Camminammo lungamente per vicoli stretti, scuri, appena illuminati da radi lampioni a gas, finalmente entrammo in una grande osteria, con l’entrata di macigno, alta, rotonda. Una donna grassa, col sudore che le scorreva giù per la faccia rossa, toglieva da un’enorme marmitta gli spaghetti bollenti, li metteva nei piatti, poi vi versava sopra il sugo di pomidoro, quindi immersa la mano in una piramide di formaggio grattato, e informaggiava a dritta e sinistra.

“ Io guardai con ammirazione i bei spaghetti, e la donna mi sorrise e mi disse:—Ne faremo per voi un piatto speciale, mia bella principessa; poi rivolta a mio padre, gli disse:—Avete proprio un tesoro.

“ Ricordo queste cose, perché quanto avvenne in quella sera è scolpito nel mio cuore e nella mia mente; ma.... se vi annoio smetterò.

—Continuate Clara, il vostro racconto m’interessa in modo che non potete neppure immaginarlo.

—Ci mettemmo a tavola, la sala era piena zeppa, tutti gli avventori salutavano con deferenza mio padre, che scambiava strette di mano a dritta ed a sinistra.

“ La padrona ci servì un piatto enorme di vermicelli al pomidoro, poi un fritto di pesce e infine una pizza deliziosa. Mangiai e bevvi, non mi capitava tutti i giorni una tale cuccagna.

“ Dopo il pasto mio padre mi condusse verso una porticina a mezzo nascosta in fondo all’osteria, batté tre colpi e la porta si aprì. Scendemmo una lunga scala e ci trovammo in un sotterraneo vivamente illuminato.

“ Mio padre fu accolto da grandi applausi quando comparve.

Nel sotterraneo vi erano parecchie persone, uomini, donne, fanciulli e fanciulle.

“ In mezzo ad una specie di rotonda eravi un fantoccio vestito in abito da passeggio, con uno scudiscio in mano.

“ Ad un segnale dato da un pezzo di omaccione uno dei presenti si avvicinava al fantoccio e lo toccava delicatamente con le mani, a volte a volte si udiva un suonar di campanelli e il fantoccio alzava il braccio e con lo scudiscio batteva chi gli era vicino.

“ Io mi divertiva un mondo a vedere quel giuochetto, ad un tratto mio padre mi disse:

—Vuoi provare anche tu?

—A far cosa,—risposi io.

—Ecco qua quel fantoccio ha in una delle tasche dell’abito un portafoglio, il giuoco consiste nel portarlo via senza far suonare i campanellini che sono attaccati ad ogni cucitura dell’abito. Tu hai delle manine così delicate che sono sicuro vi riuscirai.

“ Io felicissima di prendere parte a quel giuoco, mi avanzai risoluta verso il fantoccio, mentre i presenti gridavano dal piacere nel vedermi.

—Prima cosa da osservare,—mi disse l’uomo del quale ho parlato più avanti,—è in quale tasca si trovi il portafoglio, quindi si procede al lavoro, e siccome siete novellina vi fo vedere come si fa, e accompagnando la mimica alle parole, le mani del maestro toccarono con una leggierezza ammirabile il fantoccio, e ben presto il portafoglio fu levato senza che un solo campanellino avesse suonato.

“ Io cominciava ad avere paura, era impossibile che potessi far nulla di uguale.

—Linda—gridò mio padre, (allora quello era il mio nome)—tentare non nuoce.

“ Credendo sempre di fare un giuoco, allungai risoluta le mani verso il fantoccio, tutt’i campanelli suonarono e mi presi sul collo due staffilate che mi fecero assai male.

“ Tutt’i presenti risero. Io, piccata, volli ritentare la prova, questa volta i campanelli non suonarono subito, ma non presi nulla, perché quando suonarono ebbi tre staffilate più sonore delle altre.

“ Vergognosa, stava per fuggire, ma il maestro mi prese per una mano e mi disse: continuate ragazza mia, avete una disposizione speciale, se non aveste tanta furia, a quest’ora, il portafoglio sarebbe nelle vostre mani.

—Sì, sì, continuate bella Linda,—gridò l’assemblea.

“ Continuai, le mie mani si fecero leggiere, non toccavano, non accarezzavano il fantoccio, finalmente potei accertarmi che il portafoglio era nella tasca interna a destra dell’abito, ma l’abito era abbottonato.

“ Senza che alcuno mi dicesse nulla compresi che per prima cosa bisognava sbottonare l’abito, mi misi all’opra con un ardore che sollevò l’entusiasmo, quattro volte suonarono i campanelli , quattro volte fui battuta; ma finalmente riuscii a sbottonare il vestito senza che il fantoccio facesse il più piccolo movimento.

I presenti scoppiarono in applausi fragorosi, io, inebbriata dal successo, seguitai l’opera mia guardinga e cauta, le mie mani parevano attirare gli oggetti,e in pochi minuti il portafoglio desiderato lo mostrava trionfante, e un’ovazione delirante mi veniva fatta dai presenti, che mi vollero pure abbracciare e baciare.

—Per S. Gennaro!—gridò il maestro,—non vidi mai nulla di simile, sarete la nostra regina o madamigella.

“ Poi, rivolto agli adunati—salutate la nostra futura sovrana.

“ Passai in mezzo alla folla con la testa alta, ero pazza di gioia.

“Quel momento di trionfo l’ho pagato ben caro! Non era un giuoco al quale avevo assistito, ma ad una lezione data nella scuola dei borsaiuoli.

“Mio padre mi ricondusse spesso in quel luogo la mia abilità mandava in estasi i vecchi del mestiere.

“ Una sera il maestro, chiamò mio padre e gli disse, è tempo di lavorare alla luce del giorno. Domani è la festa del nostro patrono San Gennaro che ci protegga e ci assista, e in Duomo nel momento del santissimo miracolo, che Dio voglia riesca bene per la salvezza del popolo napoletano, vi sarà lavoro per tutti.

—Va bene,—rispose mio padre.

—Sul bottino, compare ricordatevi che vi sono diritti della comunità.

—Maestro Matteo,—rispose il babbo,—sono vecchio “ picciotto, ” so le convenienze.

—Toccate su compare, e salute alla bella Linda, alla regina nostra, che San Gennaro tenga sotto la sua santissima protezione!

CAPITOLO LV.

Il miracolo di S. Gennaro.

Clara si fermò un momento, e poi con voce quasi aspra riprese:

“ Appena arrivati a casa, mio padre mi disse di mettermi la mattina dopo l’abito più bello, che mi avrebbe recato in Duomo ad assistere al miracolo di San Gennaro. Là, nella calca vedremo all’opera su persone viventi la tua maestria.

“ Non comprendevo bene ciò che voleva dire e gli domandai spiegazioni.

“Mio padre sorrise con malizia,e—via,—mi rispose—non fare la innocentina, sai bene a cosa giovano le lezioni che ti vennero date, il portafoglio del fantoccio è vuoto, quello che toglierai domani dalle tasche di qualche ricco forestiere sarà pieno di bei biglietti di banca, e potrai comprarti dei vestiti eleganti che ti faranno bella come la Madonna di Piedigrotta.

—“ Compresi e gridai con raccapriccio:—devo rubare?

—“ Rubare? santi del paradiso, che brutta parola!—replicò il babbo,—non è rubare figlia mia ma ristabilire l’equilibrio; noi non possediamo nulla, vi sono alcuni che hanno il superfluo, noi lo prendiamo quel superfluo, e—con ciò non si fa male a nessuno.

—“Rubare!rubare!—seguitavo a mormorare, come istupidita,e mi ritornava in mente le parole misteriose udite dai frequentatori della scuola dei borsaiuoli, parole che allora non capivo; ma che ora mi rivelavano tutta l’infamia nella quale era caduta.

“ Finalmente rialzai il capo e dissi:—No, padre mio, non farò ciò che volete.

“ Egli mi guardò meravigliato, poi dette in una sonora risata e lasciò dicendomi:—quando si ha una manina svelta e delicata come la tua, si lavora anche per amor dell’arte, e domani, fra la folla dei fedeli, le tue mani, quasi senza che tu te ne accorga, lavoreranno, buona notte piccina, il sonno porta consiglio, va e ricordati che devi obbedirmi senza fiatare.

“ Mi ritirai nella mia camera, ma mi era impossibile dormire, finalmente verso l’alba mi addormentai, fui svegliata dalla voce di mio padre che mi chiamava, mi alzai in fretta e corsi da lui.

—“ Via vestiti;—mi disse,—non abbiamo tempo da perdere, senti le campane del Duomo? suonano a distesa.

“ Mi vestii, risoluta di andare in chiesa, ma di troncare le mie mani prima di rubare.

“ Il sole, il bel sole di Napoli, brillava in tutto il suo splendore, attraversammo il vicolo grande di “ Basso Porto ” dove si pigiava la folla allegra, chiassosa innanzi ai panchi carichi di ogni ben di Dio. Le donne, con la loro voce armoniosa, in quel dialetto così pittoresco del popolino napoletano, invitavano gli avventori a comprare le loro frutta, pesche, belle, saporose, le pizze, i calzoncini pieni di ricotta delicata, le mozzarelle, i caci gialli come l’oro o bianchi come neve; nelle marmitte grandi fumavano gli spaghetti, le ruote giravano a grattar formaggio, gli ostricai, i venditori di frutti di mare aprivano senza posa le case ossee dei molluschi gustosi, e in mezzo a tutto quel vociare allegro, a quel domandare, chiedere, offrire, si levava la voce alta del venditore d’acqua del Serino, delle limonate fresche, e dei gelati che i ragazzi mangiavano sopra dei pezzetti di carta gialla.

“ Io guardava tutto ciò come trasognata, avrei voluto comprare le mille belle cose che si schieravano seducenti sotto i miei occhi; ma non aveva un soldo.

“ Mio padre, che doveva certo accorgersi di ciò che passava dentro di me, andava dicendomi—al ritorno,se il lavoro sarà fatto bene, compreremo di tutto, e poi andremo in campagna a passare una deliziosa giornata.

“ Per recarci al Duomo passammo dalla via che costeggia il golfo, e prima di arrivare all’angolo di Via Duomo alla marina, vedemmo uno di quei teatri dove le marionette rappresentano drammi spettacolosi; io mi fermai a guardare trasecolata i grandi cartelloni sui quali erano dipinti guerrieri che si battevano con furia, castelli incendiati sotto i quali a grandi parole era scritto:

“ La battaglia di Legnano, combattimento a fuoco vivo. ”

—“ Se il lavoro andrà bene,—insinuò mio padre,—potrai assistere tutti i giorni a queste rappresentazioni.

“ Quando arrivammo, il Duomo era già pieno, zeppo, l’organo suonava una marcia trionfale e la folla a terra prosternata adorava il protettore della città.

“ San Gennaro, nella ricca cappella tutta intagli, dorature, mostrava fra i fiori e i lumi la sua faccia gialla, la veste d’argento tempestata di pietre preziose; lungo le pareti della cappella, erano molti dei ricchi doni che fanno parte del tesoro del santo, e il bagliore dei diamanti, gli spruzzi di luce multicolore dei brillanti mi facevano andare in estasi.

“ Mio padre mi diceva:—sta a te avere tanti oggetti preziosi quanto ne ha il nostro gran santo.

“ A forza di spinte di preghiere, di domande, avevamo conquistato un buon posto e poteva vedere benissimo i sacerdoti nelle ricche vesti di teletta rossa, con galloni d’oro, e mosaici di pietre preziose intenti all’esposizione delle ampolle che contengono il sangue prezioso del Martire.

—Ma siete una vera artista, cara Clara,—non poté trattenersi dal dire Leonardi,—narrate queste cose come potrebbe farlo un romanziere.

—Ciò che narro è troppo bene scolpito nel mio cuore e nella mia mente perché un solo particolare possa sfuggire, e poi lo sapete, noi meridionali siamo proclivi alla poesia.

—Continuate il vostro racconto, m’interessa oltre ogni dire, ed io imparo a conoscervi meglio.

“ Clara guardò Leonardi mestamente e continuò: Il caso, o forse la malizia di mio padre, ci aveva condotto vicino ad una coppia di signori, certo marito e moglie, che all’aspetto sembravano inglesi puro sangue.

—“Ecco,—mi disse il babbo,—nelle tasche di quel basettone troverai la California, e non vi sono neppure scrupoli, gli inglesi sono così ricchi!—Io non risposi. Ad un tratto l’organo tacque, i sacerdoti intuonarono le Litanie dei Santi e la folla rispose in coro.

“ Si avvicinava il momento solenne, i fedeli erano inginocchiati, le donne con la fronte sul marmo del pavimento mormoravano preci, alcune si battevano dei grandi pugni nel petto, altri alzavano le mani al cielo invocando dal Santo protezione e soccorso.

“ Gli altari scintillavano di luce, il trono alto, tutto parato a rosso dell’arcivescovo, sorgeva là all’altare maggiore dove ardevano,i ceri grossi che apparivano come le braccia di scheletri colossali.

“ Dalle arcate pendevano le lumiere di cristallo di rocca cariche di candele accese, era un trionfo di luce, in mezzo al quale si udiva l’amore grande di un popolo, che aspetta il sospirato miracolo.

“ Ma quell’anno San Gennaro si divertiva a fare aspettare i suoi concittadini, e i fedeli cominciavano a dire: San Gennaro benedetto, facci presto u miracolo!

“ San Gennaro non ti scordare di Napoli! Via, faccia gialla, non lasciarmi senza la tua grazia!

E più tardava il miracolo a compiersi, e più le invettive salivano su sotto le volte del tempio unendosi al fumo d’incenso, che di quando in quando nascondeva in una nube bianca il Santo protettore.

—“Diamine,—mormorava mio padre,—non avremo il miracolo.

“ Il forestiere che stava innanzi a noi guardava lo spettacolo, che si svolgeva sotto i suoi occhi e prendeva degli appunti.

—“Lesta, piccina, comincia il lavoro, sarai ricca andremo al teatro, su, non fare la smorfiosa, perché per San Gennaro......

“ Fu paura, fu per desiderio di ricchezza, fu per contentare mio padre, o per soddisfare a desideri di godimenti nati in me ad un tratto, non lo so, quello che so, è che le mie mani leggiere, ardite, cominciarono l’opera loro, ben presto seppi dove stava il portafoglio grosso e voluminoso dell’inglese.

“ Mio padre m’incoraggiava con dei bene, brava. I fedeli, in piedi, sempre più adirati, minacciavano col pugno San Gennaro che non si decideva a fare il miracolo. Io non più titubante seguitavo il mio lavoro.

“ Nel tempo stesso che il portafoglio del forestiero era in mio possesso, il sangue bollì nelle ampolle, i sacerdoti intuonarono il “ Te Deum ” e la folla mandò un grido delirante di gioia e s’ inginocchiò vinta, affascinata; io pure caddi in ginocchio, solo l’inglese e la sua moglie restarono in piedi guardando la folla prostrata che brulicava a loro d’appresso.

“ Sono sconosciuti,—disse mio padre,—è bene avergli alleggeriti, e ora filiamo.—Non era cosa facile attraversare la folla, ma mio padre, cortese gentile, poté aprirsi un passo.

“ I cantori dell’organo rispondevano ai versetti del “ Te Deum, ” i fedeli erano raggianti di gioia.

“ Quando uscimmo dal tempio tuonava il cannone, e le campane suonavano a distesa, il popolo per le vie si abbracciava lieto, felice, che il Santo protettore avesse fatto il miracolo, e che il suo prezioso sangue avesse bollito nella misteriosa ampolla.

“ Per me San Gennaro non aveva fatto il miracolo per salvarmi, e proprio là in faccia a lui mi ero perduta.

“ Mio padre mi condusse prestamente a casa, era anzioso di vedere il bottino. Il portafoglio conteneva certo una bella somma, perché mio padre era pazzo della gioia, mi baciò, mi abbracciò, chiamandomi la sua salvezza.

“ Passammo quel giorno in festa e in divertimenti, nessun popolo si diverte con tanto abbandono come i Napoletani, essi prendono alla lettera il proverbio! “Uomo allegro Dio lo aiuta”. Al teatro, nei caffè, all’osteria sul mare, dimenticai ciò che aveva fatto e mi pareva anzi che quel danaro che si spendeva, me lo fossi guadagnato con onesto lavoro.

“ Da quel momento io divenni una......

A questo punto Clara si nascose fra le mani il volto fatto di bragia e pianse.

—Povera fanciulla!—mormorò Leonardi.

—Sì, povera fanciulla avete ragione,—riprese Clara,—povera fanciulla gettata nel fango senza misericordia, e dal padre suo. Ma io pure fui vile, perché mi abituai a quella vita infame e rubai senza rimorsi, senza paura. Ma questo non è tutto vi è di peggio nella mia vita, e voi, voi quando lo saprete mi disprezzerete.

—Calmatevi Clara, tutto quanto potete aver fatto è da perdonarvi, foste trascinata al mal fare, se aveste avuto un altro padre,oggi sareste un’onesta e brava madre di famiglia, perché il vostro cuore è rimasto buono.

—Grazie, Leonardi grazie, delle vostre parole.

CAPITOLO LVI.

Venduta.

“ Mio padre, orribile a dirsi, non era contento di ciò che fruttavano le mie mani; mani dichiarate da tutti i borsaiuoli un miracolo di agilità e di destrezza, e volle ricavare da me altri profitti.

“ A tredici anni mi dicevano bellissima; quando passavo per le vie, vecchi e giovani mi guardavano sospirando, io cresciuta in mezzo a gente corrotta, comprendeva quei sospiri e ridevo allegramente, perché aveva fatto proponimento di non darmi che ad un uomo amato.

“ Un vecchio signore mi perseguitava continuamente con le sue galanterie, veniva a trovarci a casa, non abitavamo più un lurido locale, ma un elegante appartamento, e pareva grande amico di mio padre, il quale ne tesseva continuamente le lodi.

“Un giorno,che per poco non era stata arrestata dalla polizia mentre “lavoravo” in Piazza del Plebiscito,mio padre mi disse:—Il mestiere che tu fai, piccina mia, è molto pericoloso, tu ora sei in un età da potere avere oro a volontà senza nulla arrischiare; e se tu fossi meno selvaggia col Marchese di Rialto, avresti palazzi, carrozze e cavalli.

“ Feci una risata sul muso del babbo, non ero più la timida fanciulla di un tempo, non mi piace quella vecchia scimmia, dissi:

—“Comprendo,—mi rispose il babbo,—è più bello Ruiz.

—“ Certamente,—replicai io.

—“Ebbene, bimba mia, puoi tenerti l’uno e l’altro, l’uno ti farà ricca, l’altro contenterà il tuo cuore.

“ Vi dirò che fra i compagni di mio padre eravi Ruiz, allora giovanissimo, seducente e bello, io al primo vederlo ne fui innamorata, ed egli dovette accorgersene perché mi si mise attorno facendomi mille promesse.

“Quando raccontai a Ruiz ciò che mi aveva detto il babbo, egli non si sorprese per nulla e mi disse:—Tuo babbo non ha torto, io per ora non posso sposarti, tu amerai me realmente, e farai anche vista di amare il Marchese, e noi ce la godremo alle sue spalle.

“ Restai sorpresa da quelle parole, ma non ne valutai tutto il cinismo. Fino a quel momento era restata casta, se non di pensiero, almeno di corpo, Ruiz ambiva a possedermi e certo deve avere promesso a mio padre di aiutarlo nelle sue turpi speculazioni, per cui una sera,il babbo ci lasciò soli in casa e disse che era costretto a passare la notte a Torre del Greco.

“ Ruiz in quella notte s’impadronì del mio corpo, furono ore di ebbrezza inenarrabile, io lottai per pura forma, un languore snervante fino dalle prime carezze si era impossessato di me, e il miserabile non durò fatica a trionfare.

“ Divenni la ganza di Ruiz, di un ladro, così doveva essere, la regina dei borsaiuoli, non poteva finire altrimenti.

“ L’amante e il padre, mi gettarono poi nelle braccia del vecchio Marchese, un vizioso e raffinato libertino, che mi amava in modo tutto diverso da Ruiz, e mi faceva comprendere tutte le turpitudini della vita.

“ Eppure, quell’uomo dai bianchi capelli che io vedeva nella più lurida abbiettezza, lambire come un cane ai miei piedi, era carico di onori, Senatore, Cavaliere, Marchese....

“ Clara respirò a lungo, come se la nausea la soffocasse e poi continuò :—Ma feci anche di peggio, il mio amante, d’accordo col padre,stabilirono di farmi esca ai libertini napoletani per farli cadere in ben preparati tranelli, ed io, vile, accettai quella parte, e ogni sera in abiti eleganti, battevo il marciapiede di Chiaia e di Toledo, lanciando occhiate piene di fuoco ai vecchi signori in cerca di avventure.

“ Ogni sera qualcuno abboccava all’amo ed io lo portava in una casina di Posilipo, dove nel momento buono saltavano fuori mio padre e Ruiz domandando forte riscatto, concedendomi di restare con quelli che pagavano bene e senza fiatare, così passai dalle braccia di uno e dell’altro, senza che il mio corpo avesse un fremito, esso non palpitava che al contatto di Ruiz.

“ Intanto l’amante mio aveva preso moglie; gridai, protestai, ma egli mi disse che il suo cuore era mio, ed io vi credetti.

“ Un avvenimento terribile venne a cambiare affatto la mia vita.

—Clara, non volete riposarvi?—disse Leonardi,—mi racconterete il seguito di questa triste storia un altro giorno.

—No, lasciatemi finire, forse un’altra sera non ne avrei il coraggio.

CAPITOLO LVII.

Il delitto di Posilipo.

“ Una sera condussi nella casina di Posilipo un vecchio signore, che mi era stato indicato da Ruiz come un banchiere ricchissimo.

“ Gli daremo una bella spennacchiata , aveva detto il mio amante e poi lasceremo Napoli, e andremo a vivere in qualche bel paese, lontani dalla polizia, che sembra ci tenga troppo d’occhio.

“ Appena fummo nella camera che serviva di ricetto ai miei tristi amori, il banchiere sembrò divenire pazzo dalla gioia, mi giurò che mi amava da molto tempo e che anelava a possedermi.

“ Io, provocante, audace, gli facevo mille carezze, ed egli si credeva vicino alla felicità, quando la porta si aprì e comparve Ruiz e Bernabei.

—Bel signore,—disse mio padre,—non si disonorano le fanciulle senza pagarne il riscatto.

—Il banchiere alzò fieramente la testa e rispose:—disonorare chi? una venditrice d’amore?

—Sentite,—riprese mio padre,—vi potremmo uccidere come un cane, ma siamo dei buoni diavoli, e se sarete ragionevole, tutto andrà per il meglio.

—Siete dei miserabili.

—Bando agl’ insulti , galletto spelato,—tuonò Ruiz.

“ Io a quella scena che doveva farmi morire di vergogna, rideva.

—Non subirò questo ricatto,—ripeté il banchiere;—in quanto a te bel zerbinotto ti conosco e non dubitare che vi sono i diritti della comunità.

“ Ruiz con un salto fu sopra al banchiere e con voce sorda gli disse:

“—Tu mi conosci? hai fatto male a dirlo. È questa la tua sentenza di morte!

“—Volete assassinarmi? Sia, ma venderò cara la mia vita, e tu baldracca, che mi hai attirato in questo tranello, prega il tuo Dio che resti ucciso, altrimenti saprò pagarti colla moneta che meriti.

“ Ciò dicendo il banchiere erasi svincolato dalle strette di Ruiz, ed erasi atteggiato a difesa.

“ Era forte quel vecchio, e si difese valorosamente; mio padre e Ruiz ebbero a fare del bello e del buono per colpirlo, con una sedia che egli aveva afferrato teneva in rispetto gli assalitori.

“—Aiutaci,—disse ad un tratto mio padre.

“ Io, orribile a dirsi, ebbi il coraggio di prendere per i capelli il vecchio, il quale, sorpreso a quella brutta scossa, lasciò un momento dal difendersi; quel momento bastò perché il pugnale di Ruiz gli squarciasse il cuore.

Tre uomini sono in piedi in una stanza accanto a un letto; uno tiene un bastone e una donna si sporge dal letto verso di loro.

Io, orribile a dirsi, ebbi il coraggio di prendere per i capelli il vecchio,

“ Il banchiere cadde mandando un grido d’angoscia, e le mie vesti, il mio volto furono macchiati di sangue.

“ Gettai un grido e svenni...... ”

Clara fece una lunga pausa, i suoi occhi fissi, sbarrati, sembrava che rivedessero ancora in quel momento la scena terribile alla quale aveva preso parte.

Leonardi rabbrividiva nell’apprendere di quali infamie era macchiato quel Ruiz, al quale colei che amava, aveva dato tutto il suo cuore casto e puro.

—Vi faccio orrore!....—mormorò Clara.

—Non tu, povera fanciulla, ma coloro che ti spinsero a tanto. No, quell’uomo che ti condusse ai delitti più mostruosi, non può, non dev’essere tuo padre, la natura si ribellerebbe innanzi a tanta perversità, quell’uomo, quel miserabile, deve averti rapito alla casa tua, per farne uno strumento docile dei suoi delitti.

—È ciò che penso anch’io, molto di più che il mio cuore non ebbe mai per lui nessuna affezione; e dal giorno che per causa sua mi vidi perduta l’odiai.

“ E non si odia il proprio padre.

—La tua storia è triste, povera fanciulla.

—Non è finita, vi è di peggio; ciò che ho fatto è nulla in confronto dell’azione vile, che di mio, senza i consigli di nessuno, ho commesso.

“ Dovete sapere tutto, è questa la mia confessione generale; dopo, o mi stendete la mano ed io cercherò di redimermi, o mi respingete e.... basta, lo saprete poi.

“ Dopo il delitto Ruiz scomparve; ne provai un dolore grande, mio padre diventò feroce, esigente, brutale, ed io fuggii.

“ Andai a Roma, e fui ricoverata in una casa infame; ho assistito, a tutte le abbiettezze, lo schifo mi assalì e lasciai quel luogo maledetto dove giovani e vecchi venivano a degradarsi, a rotolarsi nel vizio, nel fango....

“ La storia delle mie compagne d’infamia era triste quanto la mia, tutte quelle fanciulle un tempo furono caste, pure, non avevano neppure un pensiero del male; bastò un libertino corrotto, un amante infedele, per gettarle nel prostribolo. Altre furono costrette a vendersi per la fame, e passarono poi nell’esercito sterminato delle disgraziate, che la Questura marca e patenta, e che il mondo disprezza.

“ Andai in Francia, e di là partii per l’America; a bordo conobbi una bella fanciulla italiana, divenni sua amica, la disgraziata ebbe la sventura di vedersi morire lo zio suo, il suo solo appoggio, prima di arrivare a New York......

—So il resto,—disse Leonardi.

—Sapete il resto?—esclamò meravigliata Clara.

—Sì, quella fanciulla fu raccolta dall’amico mio Ferroni, la trovò Boni in una casa infame, essa raccontò la sua storia, e vi riconobbe al ballo della Fraterna.

—Ebbene,—replicò Clara con esaltazione,—conducetemi da lei, che io le domandi perdono, sarò la sua schiava.

—Maria vi perdonerà, noi intercederemo per voi.

—Grazie, grazie, perché fra tutte le infamie da me commesse, prima fra tutte considero, ed è, quella fatta a danno della povera Maria.

“ Della mia vita resta poco a dire, in America in bagordi e divertimenti spesi il danaro rubato, poi mi appostai ai cantoni delle vie, vendendo il mio amore; passai per le braccia degli esseri più luridi, fino a quando divenni ballerina e cortigiana.

“ Un giorno vi vidi, prima volli essere la vostra amante, in un momento di esaltazione vi costrinsi ad esser mio, oggi sento che quest’amore può essere la mia redenzione, so che non potrete amarmi mai, ma la vostra amicizia mi basterebbe se foste tanto buono di conservarmela dopo la mia triste, dolorosa confessione.

“ Mi conoscete, aspetto una parola di vita o di morte, e in ciò dire la perduta si gettò ai piedi di Leonardi, che la rialzò e con voce grave le disse:

“—Hai sofferto, hai errato, il passato da oggi deve scomparire e per sempre, l’avvenire scriverà sulla tua fronte questa consolante parola: Redenta!

“ Vieni al mio seno, sorella mia e spera.

Clara gettò un grido di gioia delirante, e si alzò trasfigurata, mormorando con rotti accenti:—grazie! grazie! mi avete salvato.

“ Ed ora prenderò le mie disposizioni per il futuro; fino da domani lascerò il teatro.

—Volete permettermi.....

—Perché non mi date più del tu?

—Hai ragione, sei la mia sorella. Dunque, dicevo, che prima di prendere una tale decisione, aspetta il mio ritorno. Stiamo io e alcuni amici miei combattendo un’aspra battaglia, e se tu lo vuoi, sarai nostra alleata.

—Se lo voglio!.... ma con tutto il cuore.

—Allora può essere che non ci convenga che tu lasci il teatro....

—Aspetterò i vostri ordini.

Quando Leonardi lasciò la casa di Clara, l’acqua non cadeva più, e la temperatura si era abbassata in modo, che le strade apparivano coperte di ghiaccio.

Si recò a casa sua a piedi, camminava a stento, il suo pensiero era completamente dominato dalla triste storia che aveva inteso.

Sentiva ribrezzo per quella losca figura di Ruiz, ma si consolava nel pensiero che l’ora dell’espiazione sarebbe presto venuta.

Quante novità avrebbe da raccontare a Boni, e come era contento di poter mostrare che non aveva perso il suo tempo; se l’ora non fosse stata così tarda si sarebbe recato ben volentieri a casa dell’ex-ispettore, per raccontargli ogni cosa.

Ora comprendeva le mezze parole di Boni, e sapeva che un doppio motivo lo spronava a far guerra a quel miserabile di Ruiz.

Leonardi pensava ancora come sia cosa facile ai birbanti scroccare reputazione e onori. Quel Ruiz, assassino e ladro in Italia, strangolatore di donne in America, lo vedeva vivere in mezzo ad uomini onesti, nelle pubbliche feste appariva carico di coccarde, era presidente onorario di un nuvolo di associazioni e, se lo credeva, poteva indossare la divisa di capitano, di maggiore, magari di generale. E dire che accanto a questi fortunati birbanti languivano centinaia di uomini onesti, persi nella immensa città, senza letto e senza pane.

—Così è,—pensava Leonardi,—il mondo è degli audaci, perché gli onesti sono troppo buoni, innanzi alla alleanza dei farabutti, non si oppone mai e poi mai l’alleanza di coloro, che lavorano onestamente per guadagnarsi da vivere, per arricchire magari, ma senza fare strappi alla onestà, senza commettere delitti.

Era per quell’indifferenza dei buoni che trionfavano i birbanti. Per fortuna Ruiz aveva trovato avversari pronti a smascherarlo, altrimenti chi sa dove sarebbe giunto.

Leonardi giunse a casa senza accorgersene, perché durante tutto il tragitto si era dato a queste considerazioni.

Quando in quella notte si addormentò, sognò che era sposo felice di Fanny, e che Ruiz scontava sul patibolo i suoi delitti.

CAPITOLO LVIII.

Dopo il furto.

I complici di Ruiz appena compiuto il furto in casa Ferroni, si affrettarono a recarsi alla “Banca Centrale”; vi arrivarono alla spicciolata, in modo da non dare nell’occhio.

I quattro incaricati dell’impresa, furono i primi ad arrivare, però ad onta che fossero con premura interrogati dai loro compagni, non vollero dire una sola parola dell’esito della spedizione.

Ruiz arrivò per ultimo; appariva agitato quanto mai.

Don Arcangelo, con la solita ossequiente premura gli andò incontro, ma fu ricevuto in malo modo.

Il miserabile si recò difilato al banco della presidenza, e chiamò coloro che avevano compiuto il furto.

Si avanzò colui che era chiamato l’ingegniere, e depositò sul tavolo diversi pacchi di biglietti di banca e un pugno di monete d’oro.

—Non abbiamo potuto avere altro,—disse l’ingegniere,—una donna che gridava come una gazza spennata, ce lo ha impedito.

Ruiz non rispose, contò il danaro, come sappiamo erano circa ottomila dollari.

Quando la somma fu annunziata all’assemblea scoppiarono fragorosi applausi, che diventarono delirio quando Ruiz disse:

—Io rinunzio alla mia parte, il bottino doveva essere maggiore. Ricordatevi che si è sparso sangue......

—Una pollastra che gridava troppo,—interruppe il feritore di Maria.

—La polizia vorrà scoprire chi ha fatto il salasso,—continuò Ruiz,—credo che non si sieno lasciate traccie dietro a noi, e la polizia, lo sapete, arriva sempre tardi......

—È un vizio che non si può levare,—interruppe uno dei ladri.

—In ogni modo io conto sul vostro assoluto silenzio. Ora spartitevi il danaro e quindi con le dovute cautele ritiratevi.

—Padrone,—disse il feritore di Maria,—sono tinto di rosso dalla testa ai piedi, e il rosso, lo sapete, dà ombra a quei signori, abituati a vedere tutto verde.

—Don Arcangelo ti farà cambiare di abiti. Siete sicuri di non essere stati riconosciuti dalla pollastrella?

—Padrone,—rispose subito l’ingegniere,—lavoravamo nell’inchiostro.

—Benissimo, anche se la donna guarisce non avremo nulla a temere.

Don Arcangelo nella sua qualità di banchiere fece la spartizione del denaro, a qualcuno domandò se avesse voluto lasciare la sua parte in deposito presso la “Banca Centrale”; gli risero sul muso, non erano degli sciocchi, il denaro era più sicuro nelle loro tasche.

Mentre avveniva la distribuzione si udì una formidabile bestemmia. Ruiz erasi accorto di avere perduto uno dei bottoni brillantati che portava alle maniche della camicia.

Gli venne tosto domandato cosa avesse, ma si affrettò a rispondere che non era nulla, e che la sua esclamazione proveniva da un forte dolore di capo venutogli improvvisamente. Dopo quella spiegazione egli si congedò prestamente dai suoi complici.

Quando fu in Mulberry, restò meravigliato nel sentire che un trovatore notturno suonava sul mandolino le note armoniose della “Cavalleria Rusticana”; curioso di vedere chi a quell’ora e con quel tempo orribile si divertiva a suonare alle nuvole, si avvicinò.

Ad un tratto sentì che una finestra della casa di Don Arcangelo si apriva, guardò curiosamente e scorse una bianca figura che allungò un braccio e fece cadere una carta, che infradiciata dalla pioggia, cadde a piombo ai piedi del suonatore, il quale si affrettò a prendere il biglietto, e quindi intuonò un’allegra canzone.

La finestra si richiuse, e Ruiz sorrise nel pensare come veniva allegramente ingannato quel furbone di Don Arcangelo.

Se il miserabile non fosse stato preoccupato della perdita del bottone, sarebbe certo corso dal suo degno compare per dirgli come si burlavano di lui, ma aveva ben altro per il capo.

Quel gioiello perduto certo, perché la camicia era strappata sulle scale di Ferroni poteva perderlo.

Il bottone era bellissimo e ricco, il paio gli fu regalato da Fanny il giorno del suo onomastico e certo la sua fidanzata, se i giornali ne avessero dato come di consueto il suo disegno, lo avrebbe riconosciuto.

Bisognava assolutamente parare il colpo nel caso che ciò avvenisse.

A Ruiz non mancavano gli espedienti, e il giorno appresso avrebbe convinto Fanny, che uno dei bottoni da lei regalati lo aveva perso da una diecina di giorni.

Ruiz nel recarsi a casa prima di prendere il carro, ebbe coraggio di passare dal luogo dove Boni era caduto a tradimento.

Il luogo era deserto, guardò giù nell’abisso e non sentì né un grido, né un movimento.

—Sarà,—mormorò,—ma il pulcinella è andato a fare la commedia nel mondo di là. Quando lo troveranno si crederà ad una disgrazia.

Quella notte Ruiz non dormì tranquillo, ad onta che avesse di rallegrarsi per la lezione certo mortale, data ad un suo persecutore; ma quel bottone lasciato là, sul luogo del delitto, quel ferro di cavallo dai chiodi di brillanti prendeva nel sogno la forma di una forca, e certi gingilli non sono atti a procurare la tranquillità.

CAPITOLO LIX.

Il caso.

Abbiamo lasciato il piccolo Enrico gravemente ammalato, il poverino non curato da un medico, abbandonato completamente in balìa del male, ebbe a soffrire in modo orribile. L’orrido negro, che era incaricato di assisterlo, aveva il cuore meno brutto del volto, e a poco a poco, sentì compassione per il disgraziato bambino e lo trattò meno duramente. Non potendo dare medicina al ragazzo, perché per moltissime ragioni i medici non potevano vederlo, il negro gli dette ciò che aveva, vale a dire del whiskey.

Enrico aveva sete e il negro gli porgeva la sua bottiglia di whiskey; delirava e il whiskey doveva calmarlo.

Caso strano, quel trattamento, che avrebbe ammazzato un bue, non solo non uccise Enrico, ma lo guarì.

Quando il negro poté convincersi che il suo liquore salvava da morte, prese una sbornia che durò tre giorni.

Enrico, fino a tanto che durò la sbornia del suo guardiano, restò nella camera affamato, febbricitante, sarebbe morto se non avesse a stento lasciato il letto e trovato nello spogliatoio un lavamani dove era un rubinetto che gettava acqua fresca.

Quell’acqua che spegneva la sua sete ardente, gli ridonò forza e vigore. Ritornato nella sua camera, tentò di vestirsi e a stento vi riuscì, il sudore gli colava giù dalla fronte. Finalmente quando ebbe indossato il suo abito, si diresse risoluto verso la porta.

Quel fanciullo agiva ora e pensava come un’uomo; la sventura è una grande maestra.

L’uscio era aperto, il guardiano non aveva creduto necessario chiuderlo, e poi il whiskey gli aveva tolto la conoscenza di ciò che faceva.

Enrico infilò barcollando il corridoio che si apriva innanzi a lui, era buio pesto.

Quell’oscurità non impaurì il fanciullo e cammino senza timore, arrivato ad una scaletta sentì russare rumorosamente, era il suo guardiano che scordava il dovere in braccio a Morfeo. Si arrestò un momento, poi continuò. Non sentiva più il male che per tanti giorni lo aveva straziato.

Dove andava? Non lo sapeva, nella sua testolina era entrato il pensiero della fuga ed egli la compieva, senza darsi cura di sapere cosa ci fosse stato al di là di quelle mura, fra le quali per poco non moriva.

Enrico, quando giunto alla porta d’ingresso l’aprì ed un buffo di aria pura venne a colpirlo, si sentì rinascere.

L’aria era fredda, ma nel cielo brillavano le stelle, la luna mandava una pioggia d’argento che illuminava come un gran faro elettrico.

Enrico passò il cancello della palazzina dove era stato prigioniero, e si trovò sulla via. Voltò a sinistra senza neppure sapere il perché. La via appariva lunga, disuguale, qua e là, erano case dall’apparenza signorile, poi scavi profondi, e casupole di legno, e palagi alti, grandi, era in una parola, l’alto di città, dove sono ancora terreni incolti che quanto prima saranno occupati da case eleganti per dar ricovero alla sempre crescente popolazione di New York.

Enrico camminò un pezzo, finalmente la stanchezza lo colse, e il poverino dové sedersi sopra gli scalini di un palazzo, da dove partiva la luce e insieme le note allegre della danza.

L’immobilità faceva sentire al poverino il freddo pungente, e il male pareva ritornasse più forte che mai a tormentarlo, il delirio stava per assalirlo, quando dalla gradinata del palazzo scese una bella ed elegante signora seguita da un vecchio.

—Ragazzo, vuoi chiamare la nostra carrozza?—disse la donna ad Enrico, prendendolo per uno di quei fattorini che nelle serate di ballo si trovano sempre pronti a fare un servizio.

Una bambina siede sui gradini accanto a una donna in piedi e a un uomo con cilindro; sulla strada si vede un calesse trainato da un cavallo.

Ragazzo, vuoi chiamare la nostra carrozza?

Il fanciullo guardò come trasognato e non rispose.

—Che cosa hai?—insisté la giovane.

—Non intendo,—mormorò Enrico.

—Sei italiano?—replicò la fanciulla, e questa volta non più in inglese, ma nell’idioma di Dante.

Enrico nel sentire parlare la sua lingua, provò una gioia immensa, si alzò, e fissò i suoi occhi bellissimi sopra la donna, e disse:

—Sono solo, abbandonato, voi dovete essere buona, aiutatemi.

—Ebbene, Fanny,—gridò l’uomo,—hai un pezzo da discorrere con quel piccolo vagabondo.

—No, ho finito, ma aspetta che devo dirti una cosa,—e lesta scese i gradini, si avvicinò al padre e gli parlò sottovoce in inglese.

—Fai come vuoi,—disse finalmente l’uomo.

Fanny felice, allegra, corse al fanciullo e gli disse:

—Seguimi, ti porto con me.

—Siete la madonna santa,—rispose Enrico seguendo la sua protettrice.

—Monta in carrozza.

Enrico obbedì titubante, era come trasognato.

La bella signora lo aiutò a montare il predellino della carrozza e lo spinse dentro, poi prese posto accanto a lui, e invitò il padre a salire.

La carrozza partì come una freccia.

—Ebbene, ragazzo mio,—disse Fanny, perché era proprio Fanny Spencher che il caso metteva a fronte del figlio dell’uomo da lei ardentemente amato,—come ti trovavi a quest’ora sulla scalinata del palazzo Harris?

—Non lo so,—mormorò Enrico.

—Non lo sai? Ma la tua mamma?

—L’avevo, ma pochi giorni dopo arrivato in questo paese l’ho perduta.

—Povero fanciullo! E il babbo?

—Non lo so.

—Ma di dove venivi?

—Non lo so.

—Dove andavi?

—Non lo so,—ed Enrico ruppe in lacrime.

—Via, sii buono, non piangere, ritroveremo la tua mamma.

—La mamma! sì, sì, trovatela, trovatela!

—Fanny,—disse il padre,—chi sa a qual razza di gente appartiene questo fanciullo.

—È così gentile,—rispose la ragazza, accarezzando i biondi e ricciuti capelli di Enrico.

La carrozza erasi fermata innanzi a casa Spencher.

Fanny scese lestamente a terra, dicendo al fanciullo:

—Seguimi.

Enrico non si mosse, Fanny lo chiamò ancora, altrettanto fece il padre suo, ma non ottennero alcuna risposta.

Il poverino era svenuto.

Fanny gettò un grido di spavento, suo padre non perse la testa, entrò nella carrozza, prese fra le braccia il figlio di Vittoria e lo condusse in casa.

Dalle antenne alte che sostengono i globi elettrici, pioveva vivissima la luce, e Mr. Spencher restò meravigliato nel vedere la bellezza del fanciullo che teneva fra le braccia.

Il cocchiere, sceso da cassetta, era corso a suonare il campanello, e la porta si apriva lestamente per dare passo ai padroni e al ragazzo abbandonato.

Washington Square era deserto, gli alberi alti mandavano delle grandi ombre, da lungi appariva la statua di Garibaldi nella sua posa antiartistica, da sembrare un brutto tronco d’albero, rozzamente tagliato.

CAPITOLO LX.

Salvato!

L’indomani della notte nella quale Boni cadeva nell’insidia tesagli da Ruiz, e la cassa forte di Ferroni era svaligiata, il sole brillava in tutto il suo splendore, e rendeva più visibile lo stato miserando delle vie di New York, piene di acqua sporca e fangosa.

I fischi delle fabbriche chiamanti gli operai si erano fatti intendere come grida affannose e meste.

Gli operai a frotte lasciavano le loro case per recarsi al lavoro.

Nel grande scavo in cui dovevano sorgere le fondamenta dello stabile dove avrebbero preso posto le macchine della funicolare di Bowery, non tardarono a giungere numerosi gli operai, il tempo cattivo del giorno innanzi aveva reso la terra molle, viscida, sdrucciolevole. Vi erano dei punti nei quali i lavoranti sprofondavano fino al ginocchio.

—Brutto giorno oggi per gli scavi,—disse uno dei foremen ad un gruppo di operai.

—Non sarà possibile farli,—rispose un carrettiere,—i cavalli sprofondano nel fango.

—Ebbene, continueremo a mettere i tubi di congiunzione,—replicò il foreman.—Quando verrà il capo ingegniere?

—Sempre le solite canagliate!—interruppe la voce del capo falegname.

—Che v’è di nuovo John?—domandò il foreman.

—Al solito,—rispose questi,—hanno rotto la cancellata di legno. Sono dei veri diavoli coloro che battono Bowery.

—Lo sapete, John, è la via per eccellenza dei malviventi, a qualunque ora di notte o di giorno, siete sicuro di trovarvi dei farabutti che se ne vanno a naso ritto, con le mani in tasca, quando non le mettono in quella degli altri, e che si burlano della polizia, la quale, del resto, ha il buon senso di non essere mai dove bisogna.

L’arrivo del capo ingegniere pose fine alle conversazioni.

Gli operai si schierarono come tanti militari, i carrettieri ritornarono alla testa dei loro cavalli, su in alto a quella discesa di terra molle, nella quale apparivano profondi i solchi lasciati dalle ruote, e ripieni di acqua di un colore giallo-cupo.

Il capo ingegniere chiamò i diversi foremen e dopo averli consultati dette i suoi ordini.

Gli scavi, nella parte bassa, sarebbero per quel giorno sospesi, le pompe a vapore avrebbero asciugato la specie di lago che erasi formato, e si sarebbe continuato a porre i tubi di ghisa entro ai quali dovevano trovar posto le gomene di ferro della funicolare.

Il lavoro principiò, le gru alzavano i tubi e gli operai erano intenti alla connessione, le lampade di gassolina lanciavano la loro fiamma bianca.

Ad un tratto uno degli operai gettò un grido; la sua mano erasi trovata ad un tratto bagnata, e avendola ritirata, la scorse rossa di sangue.

—Che razza di pioggia è venuta questa notte!—esclamò uno degli operai.

—Altro che pioggia, è sangue,—riprese un altro.

—Sangue?!—mormorarono gli operai come paralizzati a quella parola.

—Vediamo,—disse il foreman,—come e perché vi è del sangue qui, e in ciò dire prese una lampada, e ne diresse la luce verso il luogo indicato.

Sopra gli occhi di ferro, dai quali doveva passare la funicolare, si vedevano delle macchie nerastre, che certo dovevano essere sangue.

—Patrick,—disse il foreman,—allunga la mano dallo spiraglio e senti se il condotto è libero!

L’operaio allungò la mano, ma la ritrasse con terrore.

—Cosa è,—replicò il foreman.

—Ho sentito dei capelli, e la mia mano si è fatta rossa.

—Diamine! allora vi è un uomo,—disse il foreman,—su ragazzi, vediamo un po’ chi è l’inquilino del nostro condotto. Perbacco, se un uomo è lì dentro, sarei curioso di sapere come ha fatto ad entrarci.

Gli operai, per prima cosa svitarono gli occhi di ghisa per rendere praticabile il condotto, poi uno dei più risoluti vi entrò dentro, ma retrocesse subito, perché non poteva andare innanzi.

—Prendete gli uncini,—ordinò il foreman,—adoperateli con gran precauzione, guardate se è possibile far presa sopra gli abiti del disgraziato.

“ Piano, piano per carità, un movimento troppo risoluto può essere la morte di quell’uomo, se pure vive ancora.

—Boss, se fosse un cane?—domandò un operaio.

—Tenteremo di salvare un uomo.

Gli uncini, dalle lunghe pertiche di legno bianco, furono adoperati con infinite precauzioni, il lavoro era tutt’altro che facile, ma le lampade illuminavano abbastanza il tubo, per far sì che le aste di metallo ritorte non urtassero la testa, ma si posassero sulle spalle, per far presa sugli abiti.

Uno degli operai mandò un grido di trionfo, il suo uncino aveva fatto presa; ma quando si mise a tirare si accorse che se contemporaneamente non si fosse fatto altrettanto dall’altra parte, non si sarebbe concluso nulla.

Quella specie di pena durò una buona mezz’ora, gli operai curiosi, anelanti, si accalcavano intorno al tubo, e quando tutti e due gli uncini avevano fatto presa, fu un clamore grande, che salì su verso la via, dove si era, come per incanto, formato un attruppamento di curiosi che impedivano perfino la circolazione.

—Su, tirate adagio e con precauzione,—comandò il foreman.

Gli operai tirarono, il corpo umano incastrato nel tubo stentava a venir fuori, finalmente però fu constatato con gioia che l’immobilità era cessata, e che continuando ancora per pochi momenti così, il tubo sarebbe stato liberato dal suo inquilino.

La prima cosa che si offrì agli occhi degli operai, dopo una buona mezz’ora di lavoro, fu una testa macolata, rotta, sanguinolente; i capelli grigi erano uniti dal sangue aggrumato che usciva da una larga ferita.

Appena la testa del disgraziato fu fuori dal tubo, e che l’aria pura venne a battere su quel volto fatto del color della morte, il corpo si mosse, un brivido lo scosse quant’era lungo, ed il foreman dette la buona notizia che l’uomo viveva.

I policemen, già avvisati, erano corsi, e quando Boni, perché era l’ex-ispettore salvato per miracolo, fu completamente fuori dalla sua prigione, si affrettarono a mandare per l’ambulanza.

Gli abiti di Boni erano pieni di fango, strappati in più punti, mostravano la carne livida, scorticata.

Il corpo del disgraziato, dopo quel primo brivido che lo aveva scosso, era ridivenuto immobile come un cadavere.

Su nella via era un accorrere di gente, un domandare; le notizie più strane, più inverosimili, volavano da un punto all’altro di Bowery, di quella via dove palpita la vita equivoca della grande Metropoli.

Giunta l’ambulanza, Boni fu portato a braccia fino al carrozzone, e gli operai dovettero aprirsi un varco tra la folla dei curiosi, che voleva ad ogni costo vedere l’uomo del tubo, questo era il nome che davano a Boni.

L’ex-ispettore fu ricoverato al Chambers Street Hospital.

I medici sul principio lo credettero morto, infatti le sue membra erano fredde, stecchite, quel tubo di ferro che per tante ore aveva tenuto prigioniere le membra del disgraziato, pareva che avesse fatto cessare la circolazione del sangue.

Fortuna volle che di servizio in quella mattina all’ospedale vi fosse un medico sapiente, che sostenne trattarsi di momentanea catalessi, e che con un forte reagente si sarebbe potuto ottenere, in breve tempo, di riattivare la circolazione del sangue.

Il giorno stesso, i giornali della sera erano pieni di particolari sull’ “uomo del tubo” ma gli amici di Boni non sognavano neppure che il misterioso personaggio ritrovato e salvato in Bowery, fosse l’ex-ispettore.

Ruiz però comprese e il suo spavento aumentò, perché ben sapeva che Boni doveva avere riconosciuto colui che gli tirò il brutto giuoco.

Boni, quando rinvenne e si poté rendere un conto esatto di ciò che era accaduto, pensò prima di tutto alla scusa che avrebbe trovato per spiegare la sua presenza nel condotto della funicolare.

Ma per una volpe vecchia come lui, non doveva essere difficile cosa inventare un romanzetto.

Per quel giorno non fu interrogato, solo al dottore che gli domandò il suo nome, disse chiamarsi Carlysle Stane, oriundo svizzero.

Nel tempo stesso domandò di potere scrivere; l’infermiere non oppose difficoltà, solo disse:—se potrete scrivere, farete un bel fare.

Boni provò dei dolori atroci, ma poté scrivere un biglietto a Ferroni, nel quale gli diceva dove si trovasse e sotto qual nome.

La lettera fu consegnata all’infermiere, al quale Boni la raccomandò, unendovi un dollaro.

L’ex-ispettore la sera che fu gettato nel precipizio era vestito da operaio, ma i suoi abiti erano ridotti in tale stato, da non potersi distinguere se erano quelli di un povero o di un benestante, però nelle tasche del vestito Boni aveva del denaro, era quello un viatico che non lasciava mai. E anche in questa circostanza doveva servirgli.

L’ex-ispettore, dopo avere inviato la lettera a Ferroni, si sentì più tranquillo e poté addormentarsi, ad onta dei dolori che risentiva in ogni parte del corpo.

Più di tutto lo tormentava la ferita alla testa, ma il dolore erasi alquanto calmato dopo una sapiente medicatura.

Boni, mentre il sonno stava per chiudergli gli occhi, pensava all’audacia di Ruiz, al pericolo scampato, e faceva proponimento di stare in guardia per l’avvenire.

Se avesse voluto, con una parola avrebbe potuto fare imprigionare Ruiz, aveva le mani piene di prove, ma ciò non era nei suoi calcoli; per quell’audace furfante teneva in serbo qualche cosa di meglio.

L’ex-ispettore dormì qualche ora, ma più che sonno fu letargo popolato da mille visioni, dove primeggiava la losca figura di Ruiz.

Strano; per la prima volta, da tanto tempo, si mescolava la dolce rimembranza di una donna, e quella donna che metteva il suo viso gentile fra le figure larve di Ruiz e compagnia, era una povera perduta, messa da lui sulla via della redenzione.

Certo era la febbre che faceva vaneggiare Boni, ma il fatto si è che l’immagine di Maria lo consolò in quelle ore, e rese meno triste, meno affannoso il suo riposo.

CAPITOLO LXI.

Maria.

Leonardi, alzandosi alla mattina, apprese dai giornali la notizia del furto consumato a danno di Ferroni, e il ferimento, forse mortale, di Maria.

Sua madre, vedendolo così agitato, gli domandò:

—Ma che diamine hai questa mattina?

Leonardi, senza parlare, le presentò i giornali inglesi.

—Ma cosa vuoi che ne faccia?—ribatté la brava donna,—non conosco una sola parola d’inglese!

—È vero, perdonami mamma, ma sono così commosso! Dunque senti qua.—E il figlio tradusse alla madre, angosciata, fremente, le notizie dei giornali inglesi.

Appena Leonardi ebbe finito, la madre si alzò e disse:

—Su, lesto, andiamo da Ferroni; il nostro posto è là. Maria deve aver bisogno di cure, non basterà la sola signora Ferroni.

—Mamma, quanto sei buona!

—Via, via, andiamo e presto.

Quando madre e figlio arrivarono in casa Ferroni, la casa era piena di gente; i numerosi amici del banchiere, i conoscenti, gli ammiratori erano corsi a manifestargli le loro simpatie, a condolersi dell’accaduto.

Quella dimostrazione di affetto aveva commosso Ferroni, che ringraziava con le lacrime agli occhi.

Quando egli vide Leonardi e la madre sua, corse loro incontro a braccia tese.

—Maria?—domandò subito Leonardi.

—Sperano di salvarla.

—Si ha bisogno di me?—disse con semplicità la Leonardi.

—Di là veglia mia moglie, e vedrà volentieri un’amica sulla quale poter contare.

La madre di Leonardi corse subito dove agonizzava Maria.

Ferroni si licenziò dai suoi visitatori e si ritirò nel gabinetto di lavoro seguito da Leonardi, al quale fece il racconto di quanto era avvenuto nella notte fatale.

Ferroni era preoccupato, guardava con anzietà la lancetta dell’orologio, e ad un tratto esclamò:

—Mi sorprende di non vedere Boni, a quest’ora deve conoscere l’accaduto, e non so spiegare come mai non sia qui.

—Volevo appunto domandarvi sue notizie, ho tante cose a dirgli!

—Certo questo ritardo deve essere prodotto da qualche gravissima circostanza.

Il dialogo fu interrotto da un grido straziante che partiva dalla camera di Maria.

—Che cosa avviene?—domandò Leonardi.

—I medici visitano la ferita di quella poveretta che ha voluto mostrarci la sua devozione arrischiando la vita.

Un uscio si aprì e il medico, colle mani intrise di sangue, pallido e serio si presentò.

—Ebbene?—gridò Ferroni.

—Nulla ancora di certo, la ferita è profonda, il miserabile che ha vibrato il colpo, doveva essere armato di un pugnale piatto e lungo. La piaga è spaventevole, e la ferita ha perso tanto sangue che si trova in uno stato di debolezza da destare le più vive inquietitudini.

—Dottore, dite che la salverete,—insisté Leonardi.

—Tutto quanto la scienza potrà fare lo farà, del resto al suo letto vegliano, amorose, attente, due donne che aiuteranno potentemente a fare il miracolo.

“ Raccomando la calma più assoluta; se la polizia volesse interrogare la ferita, opponetevi recisamente; io farò il mio rapporto e insisterò perché nessuno venga a disturbare la poveretta.

Il medico terminava appena di dire ciò, che entrò Dikens.

Il poliziotto era accigliato, l’ispettore Byrnes lo avea lasciato in quel momento dicendogli:

—È assolutamente necessario far chiaro sul delitto avvenuto la notte scorsa; la stampa ha già detto che in New York si ruba e si uccide come in un bosco, senza che la polizia faccia nulla per impedirlo.

Le parole del capo della polizia suonavano rimprovero, molto di più che Dikens non era riuscito, in parecchi giorni d’indagini, a scoprire le traccie del bambino rapito alla Gerry Association.

Eppure l’agente non ne aveva colpa, aveva fatto un’inchiesta accurata, coscienziosa, aveva interrogato gl’impiegati della ferrovia elevata, dei tram, i cocchieri dei “cab” che stazionano nelle vicinanze del luogo dov’era scomparso il fanciullo, e non aveva trovato che delle informazioni confuse, atte a far perdere la traccia, anziché trovarla.

—Abbiamo a che fare con gente fina,—pensava il poliziotto,—che la sa lunga e ci darà del filo a torcere.

La stessa via seguita da lui, seppe che altri l’avevano seguita; sul primo fu meravigliato, ma ricordandosi che anche il “World” faceva per conto sua un’inchiesta, non ci pensò più che tanto.

Però ebbe a constatare che le indagini fatte dagli altri avevano tutta l’apparenza di quelle che sanno fare bracchi finissimi della polizia.

—Quei reporter,—pensava,—sono dei ficca-nasi buoni a rubarci il mestiere.

Era a questo punto quando un nuovo delitto andava a mettere a soqquadro la polizia. Dikens ora doveva mostrare la sua capacità, e ben sapendo che è sempre nella casa del delitto che si può avere qualche lume, erasi recato da Ferroni, anche preso dalla smania d’interrogare la giovane ferita.

—Ebbene,—domandò entrando,—come sta l’ammalata?

—Male,—rispose Ferroni,—e non atta ad essere interrogata.

—È una disgrazia,—riprese Dikens,—in questo caso la velocità è tutto, un minuto perso dalla polizia, sono ore messe a profitto dei malfattori.

—Non contate sulla deposizione della ferita,—interruppe il medico;—per molto tempo, dato che viva, essa non potrà essere interrogata.

Dikens gettò un’occhiataccia al medico, e poi ben sapendo che non eravi mezzo di fare altrimenti disse:

—Ebbene, troveremo senza di lei, ma non sarà cosa facile, i ladri non lasciarono una traccia, un indizio che ci possa guidare.

Ferroni un indizio l’aveva, il bottone di brillanti; ma cedendo ad un sentimento più forte della sua volontà, tacque e non ne parlò a Dikens, voleva prima consigliarsi con Boni.

Qualche cosa gli diceva, che la mano di Ruiz non era estranea a quanto gli capitava.

Dikens passeggiava in su e giù per la stanza, guardando in tutti gli angoli, esaminando la cassa forte aperta; a toglierlo dalle sue osservazioni bastò la voce della Ferroni, che aveva aperto l’uscio della camera dicendo:—Parla, parla, ci ha riconosciuto!

Dikens si diresse verso la stanza della ferita.

—Dove andate?—disse il medico.

—Oh bella! ad interrogare la ferita.

—Non lo farete.

—Chi potrà impedirmelo?

—Io, che in questo momento rappresento qualche cosa di più della polizia; a me è affidata la vita di quella fanciulla, ed io non permetterò a nessuno di ucciderla.

—Ma allora.....,—disse interdetto il poliziotto.

—Allora cercate senza il bisogno della parola di Maria.

—Ma.....

—Non vi è ma che tenga, io farò il mio rapporto e ripeterò quello che vi dissi; la vostra responsabilità è salva.

—Sia,—mormorò il poliziotto,—è però increscioso che per del sentimentalismo si lascino scappare i ladri e gli assassini.

—Signore,—esclamò Ferroni,—quella fanciulla è ferita per causa nostra, e noi dobbiamo far di tutto per salvarla.

—Fate, fate, e se non si scoprirà nulla....

—Meglio che i ladri sfuggano al meritato castigo, che una povera fanciulla muoia,—rispose dignitosamente Ferroni.

Dikens si ritirò di mal umore, non era fortunato davvero, si facevano troppi complimenti per Maria,la quale forse avrebbe potuto dare utili indizii per rintracciare i ladri.

Arrivato al quartiere di polizia,Dikens manifestò il suo dispetto all’ispettore Byrnes, il quale secco secco gli rispose, che Ferroni aveva ragione e che non si doveva per nulla disturbare la sventurata vittima che agonizzava nel suo letto di dolore.

—Caro mio,—aggiunse Byrnes,—la polizia non deve avere bisogno della parola di una moribonda per scoprire i ladri e gli assassini. Cercate, cercate bene e troverete, è necessario che troviate.

Ciò detto l’ispettore, voltò le spalle al subalterno che restò confuso e contrariato.

In casa Ferroni intanto Maria stava fra la vita e la morte.

Dopo la medicazione, ebbe un lungo svenimento; due donne, la Ferroni e la mamma di Leonardi, attente, anziose, stavano aspettando che la ferita riprendesse i sensi.

Il volto di Maria appariva bianco come la cera, e i suoi capelli nerissimi davano più risalto a quel pallore veramente mortale.

Ad un tratto la fanciulla aprì gli occhi, che girò attorno, con spavento; un tremito convulso scorse il suo corpo e dalle sue labbra uscì un grido straziante.

La poveretta pareva volersi sollevare, fuggire dal letto, certo qualche orribile visione si parava innanzi ai suoi occhi.

La Ferroni, temendo che quei movimenti disordinati nuocessero alla fasciatura della ferita, chiamò il marito perché venisse ad aiutarla a tenere ferma Maria. Insieme a Ferroni entrò nella camera anche Leonardi.

La ferita aveva il delirio, nel principio invocava aiuto, chiamava a grandi grida soccorso, poi a tratti si arrestava, chiudeva gli occhi ed un mesto e dolce sorriso le increspava le labbra.

Vi fu un momento che i movimenti disordinati cessarono, e Maria con voce lieve, mormorava:

—Sua, essere sua, di lui che adoro come Dio, di lui che mi levò dal fango! Morire, che bella cosa morire......

Poi la voce diveniva aspra, gli occhi mandavano lampi, e con rotti accenti continuava:

—Ladra, fosti tu che mi perdesti, ladra, ladra...

—Parla di Clara,—disse Leonardi,—essa non sa che lei pure è sulla via della redenzione.

—Amare, amare io,—continuava Maria,—amare l’uomo più nobile e generoso che sia nel mondo amarlo io, io che ho venduto il mio corpo, le mie carezze... e in ciò dire la disgraziata rabbrividiva, i presenti a quella scena erano estremamente commossi, tutti comprendevano chi era l’uomo ardentemente amato da Maria e compiangevano la povera perduta.

—Morire per i miei benefattori,—riprendeva la ferita,—come è bello. Sono morta, sento il freddo dell’acciaio qui nel cuore; ma loro sono salvi ed io in paradiso.

Il volto di Maria a questi detti diventava celestialmente bello.

La Ferroni, appoggiata alla sponda del letto piangeva dirottamente, le sue lacrime cadevano giù sulla fronte della ferita. Quelle lacrime a guisa di doccia salutifera ridestarono Maria, il delirio cessò come per incanto e la poveretta riconobbe gli amici affettuosi che circondavano il suo letto, ebbe un lampo di gioia immensa negli occhi e il volto pallido divenne tinto di rosa.

—Come ti senti figlia mia?—domandò la Ferroni.

—Tanto bene, perché vi vedo salvi,—mormorò Maria; poi guardò intorno a sé, e si fece mesta; volle parlare, ma non lo poté; abbassò il capo e le lacrime le tremolarono sul ciglio.

Qualcuno mancava in quella camera, e Maria avrebbe dato la sua vita per vederlo.

La disgraziata amava Boni, quel sentimento era nato nel suo cuore a causa della grande riconoscenza che sentiva per colui che l’aveva tolta dall’infame mestiere che esercitava.

Cominciò col considerare Boni come il buon Dio, l’adorò come i fedeli adorano i santi del paradiso; poi l’adorazione mistica divenne più terrena, il Dio, a poco, a poco, scomparve per dar posto all’uomo.

Quell’uomo non era giovane, ma Maria non vide che i capelli si facevano bianchi, le rughe che increspavano il volto, a lei appariva bello più di quanti uomini avesse mai visto.

La sventurata, nella sua triste esistenza, aveva spesso, troppo spesso dato il suo corpo, ma il cuore era rimasto vergine e casto, per cui il sentimento nuovo che provava lo riempiva completamente.

Quell’amore era il suo martirio, non si faceva illusioni, l’uomo che amava sarebbe stato per lei un amico, niente altro che un amico.

Quando rinvenne, Maria, fu addoloratissima di non scorgere Boni; la Ferroni che, come tutte le donne comprendeva a volo i misteri del cuore, si chinò su lei e le mormorò nell’orecchio.

—Non dubitare, verrà.

Maria guardò con spavento la sua benefattrice, ma questa le dette sulle guancie un bacio, che la consolò e la rese felice.

—Andatevene,—disse la Ferroni,—non abbiamo più bisogno di voi, io e la mamma di Leonardi bastiamo, spero che il pericolo sia scomparso.

Poi abbassando la voce aggiunse:—perché Boni non è qui?

Ferroni scrollò il capo, quell’assenza lo impensieriva, e condusse prestamente seco Leonardi affinché si potesse prendere una decisione per sapere subito che cosa fosse successo all’ex ispettore.

Leonardi quando fu solo con Ferroni, disse, che assolutamente doveva essere accaduta una disgrazia, perché era impossibile che Boni, dopo l’avvenimento della notte, avvenimento ora mai noto a tutta la città, non fosse corso a casa dell’amico.

Fu deciso che Leonardi sarebbe corso a casa di Boni per domandare notizie.

CAPITOLO LXII.

L’uomo del tubo.

Leonardi ritornò dopo un paio di ore a casa Ferroni triste e accigliato.

A casa, Boni non era rientrato, e una disgrazia doveva essere accaduta di certo. I miserabili che esso perseguitava forse gli avevano giuocato qualche brutto tiro.

Ferroni era desolato, e non sapeva dove battere il capo, uomo di cuore e pronto a compiere anche la più pericolosa missione, si trovava legato, perché non sapeva se dovesse correre alla polizia, agli ospedali, alla Morgue.

Leonardi avrebbe voluto correre da Ruiz e senza tanti complimenti domandargli conto di Boni, perché lui credeva fermamente che l’ex-ispettore fosse caduto in qualche tranello tesogli dal miserabile farabutto che erasi impossessato del cuore di Fanny.

Il tempo passava e Boni non compariva, Maria aveva molto migliorato e il medico, senza assicurare che ogni pericolo era scomparso, dava buone speranze.

Verso sera Leonardi, non potendo stare più alle mosse, si alzò per correre alla polizia, per rendere conto della inesplicabile sparizione di Boni.

Ferroni, allarmato quanto mai, non tentava più di opporsi a quel passo estremo.

Nel tempo che Leonardi stava per uscire s’intese il tintinnio del campanello elettrico e poco dopo la serva introduceva un “ messenger-boy ” che presentava una lettera a Ferroni, il quale riconosciuto il carattere di Boni gettò un grido di gioia.

Quando i due amici furono soli, Ferroni aprì lestamente la lettera e lesse:

“ Sono al Chambers Street Hospital, sotto il nome di Carlysle Stane. L’ ho scampata bella; venitemi a levare da queste corsie grandi che mi fanno paura.

—Carlysle Stane,—disse Leonardi,—ma i giornali della sera narrano il pericolo corso da costui, ed è il nostro Boni, l’uomo era conosciuto sotto il nome di “ uomo del tubo ” leggete, leggete Ferroni la avventura,—e in ciò dire, tolto di tasca un numero dell’ “ Evening World ” lo presentava all’amico, che lesse rabbrividendo la narrazione dettagliata dell’uomo trovato ferito e macolato in un tubo di ghisa.

Appena ebbe terminato di leggere, Ferroni esclamò: lesti, lesti, non perdiamo un solo minuto, corriamo all’ospedale e facciamo di tutto perché Boni sia condotto qui.

—Sì, andiamo,—aggiunse Leonardi.

Giunsero ben presto al “ Chambers Street Hospital.” Ferroni era conosciuto e non ebbe difficoltà ad ottenere di visitare Boni.

Quando Leonardi e Ferroni entrarono nella lunga corsia dell’ospedale, Boni era assopito.

Leonardi gli batté leggermente sulla spalla; aprì gli occhi e nello scorgere i suoi amici ebbe un sorriso di gioia.

—Siete venuti a prendermi?—domandò.

—Questa è la nostra intenzione, ma non so se questa sera potremo ottenere il permesso,—rispose Ferroni.

—Mi dispiacerebbe, l’ospedale mi ha fatto paura, è una sciocchezza, ma tutti questi letti dove soffrono, spasimano, agonizzano tanti infelici, mi mettono il freddo nelle ossa.

—Faremo di tutto per portarvi a casa mia stasera. Ma diteci come vi sentite, e cosa vi è accaduto.

—Mi sento un po’ macolato, la testa ha avuto un colpetto non tanto delicato; ma non è nulla la pelle è dura.

In quanto poi a quello che mi è accaduto acqua in bocca, lo saprete poi. Ed ora un’altra cosa. Sarebbe un’imprudenza se io fossi trasportato a casa vostra, è meglio che mi facciate preparare una camera particolare all’ Italian Home, la cosa è più naturale e non desterà sospetti.

—Sapete che siete celebre sotto il nome dell’ “ uomo del tubo,”—disse sorridendo Leonardi.

—Lo so, però un famoso buco nell’acqua lo ha fatto colui che... basta, ne parleremo poi.

“ Sono sicuro che se lo volessi potrei essere scritturato in un museo e con buona paga.

—Signori,—interruppe un’infermiere,—voi affaticate troppo il vostro amico, al quale il medico ha raccomandato il riposo più assoluto.

—Avete ragione,—rispose Boni,—non fiaterò più.

—Andiamo a vedere di ottenere il permesso di trasportarvi questa sera all’ Italian Home.

Quel permesso non fu ottenuto; il medico che aveva curato Boni non era all’ospedale, e nessuno voleva assumersi la responsabilità di rilasciare un permesso di uscita.

Boni si rassegnò a passare la notte all’ospedale, e quando i suoi amici stavano per uscire gli mormorò:

—Guardatevi dai tranelli, la guerra e le imboscate sono principiate.

Ferroni credette bene di non parlare all’amico di quanto era avvenuto in casa sua, vi era tempo, e perciò non voleva procurargli altre preoccupazioni.

Per tutta la notte Boni non dormì; nella vasta corsia, appena illuminata da lume a gas con densi paralumi verdi, si udiva il rantolo dei moribondi, le grida soffocate dei sofferenti, gl’infermieri con le pantofole di panno, correvano da un punto all’altro senza far rumore, come se fossero state ombre. Di quando in quando qualche infermo si alzava a sedere sul letto, cuoprendosi il capo col cappuccio di lana bianca attaccato al tonacone pure bianco, e quelle figure assumevano nella mezza oscurità delle forme paurose di fantasmi.

Boni era coraggioso, non credeva ai fantasmi, eppure quella notte ebbe continue allucinazioni e quando l’alba fece capolino attraverso i grandi finestroni, la salutò con gioia.

Alla prima visita della mattina il medico trovò Boni in uno stato soddisfacente e non ebbe nessuna difficoltà a firmare il permesso perché venisse trasportato altrove.

Quella mattina prima di lasciare l’ ospedale, Boni ebbe a soffrire l’assalto dei Reporters, che volevano assolutamente sapere vita, morte e miracoli dell’ “ uomo del tubo;” come lo aveva preveduto, ebbe anche la visita del manager dell’Hecher Museum, che gli offrì venti dollari la settimana se consentiva a esporsi nel suo locale.

Boni si liberò bravamente da tutti gl’importuni facendo il muto.

I reporters scrissero che era un selvaggio, il manager del Museum che era matto.

Alle undici, compite tutte le formalità, Boni venne trasportato all’ “ Italian Home ” in una comoda carrozza dove stava un morbido materazzo.

Quando giunse alla elegante e linda casa coloniale, tirò un sospiro di sollievo, gli sembrava di essere in famiglia. Leonardi e Ferroni manco a dirlo, accompagnarono Boni dall’ospedale all’ “Italian Home,” e questo per via spiegò loro come per tutto l’oro del mondo non avrebbe voluto essere recato in quello stato a casa di suo fratello il quale doveva assolutamente ignorare l’accaduto, e crederlo in viaggio.

Boni fu ricevuto all’Italian Home con tutte le premure possibili; economo, infermieri fecero a gara a prestargli le loro cure.

Ferroni aveva fatto le più calde raccomandazioni, che terminavano così:—Fate come se fossi io.

Il secondo giorno che Boni era all’Italian Home ebbe un colloquio con Ferroni, il quale gli raccontò del furto patito, del ferimento di Maria.

Boni, nell’apprendere che Maria per poco non restava vittima di vili assassini, si fece pallido come la morte, poi i suoi occhi mandarono un lampo e strinse con furore il pugno che alzò minaccioso.

Allorché Ferroni gli presentò il bottone di brillanti, l’ex ispettore ebbe un fremito di gioia, quello era un indizio prezioso, e si congratulò con Ferroni, che non lo avea dato alla polizia.

—Non avrebbero trovato nulla,—disse,—meglio che questa prova sia in nostre mani, quel furto è stato commesso da persone che vi conoscono bene, e se i miei presentimenti non m’ingannano, questa è una nuova infamia di Ruiz. Il miserabile aumenta ogni giorno il suo conto, nella fallace speranza di non pagarlo; il bel tomo s’inganna, pagherà frutti ed interessi.

—Ma cosa aspettiamo per darlo in mano alla giustizia?—non poté trattenersi dal dire Ferroni.

—Alla giustizia di questo paese?—esclamò Boni.—No, no, è ben altro ciò che io voglio, voglio.... ma questo è il mio segreto, e per ora non posso dirlo. Quando ha detto il medico che posso uscire?

—Fra un paio di giorni.

—È impossibile, è d’uopo che domani io sia libero, non mi sento più nulla, il medico ha troppa paura.

“ Se ci spaventiamo per così poco, allora siamo soldati di cartone. Dite, Leonardi verrà oggi?

—Sì, lui pure deve parlarvi; vide Clara e tutto va bene.

—Fate che domani possa uscire.

—Vedremo; addio, amico mio.

Ferroni stava per uscire quando Boni lo richiamò, e con voce commossa, con la faccia rossa come il fuoco, domandò:

—E Maria è proprio fuori di pericolo?

—Certo.

La faccia dell’ex ispettore si illuminò.

—Salutatela per me,—disse.

Ferroni fu sorpreso di quel turbamento, e pensò che dopo tutto, Maria avrebbe benissimo potuto diventare la signora Boni.

Poco dopo Leonardi visitava Boni, al quale faceva il lungo racconto udito da Clara.

L’ex-ispettore ascoltò attentamente, poi disse:

—Ecco un’altra disgraziata che ritorna sulla buona via, la nostra opera, Leonardi, è nobile e santa, perché vogliamo colpire i malvagi, proteggere i deboli, redimere i perduti.

“ Ho inteso che Clara vuole lasciare il teatro, è meglio che non lo faccia, per ora; ho l’idea che quella ragazza abbia una parte importante nel dramma che sta per svolgersi, e del quale non siamo che al principio.

“ Ed ora vi raccomando, fate in modo che io possa uscire di qua non più tardi di domani.

—Ma....

—Non v’è ma che tenga, è necessario che io sia pronto a combattere, un giorno di ritardo può compromettere il successo.

—La cosa sarebbe così spiccia,—replicò Leonardi—diamo Ruiz nelle mani della polizia, e tutto sarà finito.

—Ed ecco un altro che mi parla di polizia! No, mille volte no, Ruiz mi appartiene, ed io non voglio darlo a chi forse lo metterebbe fuori con un’assoluzione. In mano alla polizia? Accusato di che? Del delitto di Mulberry? Del rapimento del fanciullo? Come proveremo che sia lui l’autore di questi delitti? Se andassi anche ad accusarlo di avermi gettato in quel precipizio, dal quale sono scampato per miracolo, si dovrebbero accontentare della mia asserzione.

—Ma.... e il delitto d’Italia?

—Sì, bravo! il delitto d’Italia non è di competenza dei tribunali americani; bisognerebbe una richiesta di estradizione, e la polizia italiana, quella in attività di servizio (e Boni marcò queste parole) non pensa più al delitto di Posilipo.

“ Poi,—aggiunse fieramente,—quando tutto ciò si potesse fare, non lo vorrei, ho il mio piano fatto, non indietreggierò di una linea.

“ Ditemi, e Fanny?

—Ieri mia madre fu a visitarla, prepara il corredo per le sue nozze, che pare abbiano ad avvenire in Settembre.

—La brava ragazza fa bene a prepararsi, perché marito lo piglierà di certo; lo sposo è pronto, e a Settembre mangeremo i confetti.

Leonardi si fece rosso come la bracia.

—Evvia, amico mio, non facciamo il nuovo, non è questa la vostra idea?

Leonardi non rispose.

—Vedrete Clara questa sera?

—Sì.

—Benissimo; ditele che la vedrò presto. Ricordatevi di dire a Ferroni che domani voglio uscire. Passate a prendere notizie di Maria?

—No, vi fui prima di venir qui. La poveretta è ora fuori di pericolo. Ecco un’altro cuor nobile, pronto a qualunque sacrifizio per coloro che ama. Per non spaventarla abbiamo dovuto tacerle che siete ferito, ed ogni momento vi domanda, ed è addolorata di non vedervi.

Boni non poteva rispondere, un nodo gli serrava la gola, la lingua restava inchiodata al palato, le mani gli tremavano, ma gli occhi erano raggianti di felicità.

Come gli facevano bene quelle parole, e come sarebbe saltato volentieri al collo di Leonardi, a baciarlo, per le buone cose che gli diceva.

Leonardi fece finta di non accorgersi del turbamento dell’amico e seguitò a tessere le lodi di Maria, della sua abnegazione, della sua bontà.

Quando Leonardi prese commiato da Boni, questi gli strinse con tal forza la mano, come non aveva fatto mai.

L’ex-ispettore si era tradito, oramai i suoi amici sapevano il segreto del suo cuore, e pregustavano la gioia di fare due altri felici.

CAPITOLO LXIII.

Timori.

Ruiz cercò nei giornali con avidità i particolari del furto commesso in casa Ferroni, tutte le narrazioni erano uguali, e certo le notizie dovevano essere state date dalla polizia.

Nessuno parlava del bottone di brillanti, i giornali erano unanimi nel dire che i ladri audaci non avevano lasciato nessuna traccia, e certo doveva trattarsi di gente audace ed esperta.

Se la polizia avesse trovato il bottone, i giornali ne avrebbero parlato, in America si dà la maggiore pubblicità alle inchieste giudiziarie, e poi vi sono“reporters”che non si lasciano scappare nulla.

Chi sa! forse il bottone lo avrà perduto nella via, e chi lo trovò sarà corso a far soldi, così che nessun pericolo da quel lato.

La paura vera e grande entrò in corpo a Ruiz, quando nelle edizioni della sera trovò la descrizione del salvamento di colui che credeva morto sfracellato nel fondo del precipizio di Bowery.

Quell’uomo salvo era la sua perdita, perché non eravi da dubitare, il dannato pulcinella sapeva bene chi era colui che pedinava, e che a tradimento lo aveva gettato in un baratro che doveva servirgli da tomba.

—Vivo, vivo!—mormorava allibito il miserabile,—e forse a quest’ora mi ha denunziato.

La prostrazione di Ruiz non durò molto, si rialzò ardito, fiero come un gladiatore che si prepara alla lotta.

Dopo tutto cosa poteva produrre l’accusa di quello Stane che nessuno conosceva, accusa non basata su nessuna prova? La sua personalità era nota, influente in politica, rispettato da tutti, chi avrebbe creduto ad un miserabile, che forse era caduto nel precipizio perché ubbriaco, o pure per mera disgrazia?

Se lo accusassero si saprebbe difendere.

Del resto, leggendo i giornali più attentamente, trovò che l’ “uomo del tubo” non aveva accusato nessuno, e che per ora nulla si sapeva della strana avventura.

Non pertanto Ruiz sentiva nell’aria l’odor del pericolo, e avea bisogno vicino a sé di un uomo risoluto, pronto a tutto.

Ai suoi complici non poteva domandare di associarsi alle sue vendette private, tutti quei galantuomini lavoravano per la comunità. È vero che la vita di Ruiz doveva essere considerata come preziosa per la banda dei malfattori; ma Ruiz voleva un uomo sul quale poter contare sempre.

Si ricordò di Bernabei, al quale scrisse immediatamente:—Vieni, ho bisogno di te.

Unì alla lettera uno “cheque” di 200 dollari e la mandò.

Dopo di ciò si sentì più tranquillo.

Stava per uscire dal suo negozio, quando entrò, come una bomba, il nero guardiano del piccolo Enrico.

—Cosa v’è di nuovo?—domandò Ruiz.

—Padrone, padrone, una cosa orribile!

—Parla, spiegati.

—Il bamboccio, sapete, il piccolino.....

—Ebbene?

—È sparito!

—Sparito?—gridò Ruiz—come sparito? parla in tua malora, se non vuoi che ti spacchi la testa!

—Il piccolino non è più nella casa del mio padrone.

—E tu cosa facevi? non vegliavi?

—Ho vegliato notte e giorno, il diavolo dovette aprirgli la porta.

—Quando è fuggito il fanciullo?

—Non lo so.

—Non lo sai? Ma quando ti accorgesti che non v’era più?

—Questa mattina.

—Ma ieri vi era ancora?

—Non lo so.

—Sei dunque diventato matto?

—No, quel whiskey che ha salvato il bambino, ha ubbriacato me.

—Miserabile,—gridò Ruiz—ti schiaccierò come un rettile.

—Io lo aveva detto, i ragazzi portano sventura.

—Sventura la portano gli ubbriaconi come te. Va, va, sortimi davanti, altrimenti non so cosa faccio. Il tuo padrone lo sa questo fatto?

—Il mio padrone da quattro giorni manca di casa.

—Non sai dirmi nulla dove possa essere andato?

—Nulla, nulla, buio pesto in questo disgraziato affare,—e ciò dicendo il negro infilò la porta, contento di essersela cavata così a buon mercato.

—La disdetta continua,—pensava pertanto Ruiz,—ora Enrico sarà stato trovato da qualcuno, dirà il suo nome e verrà condotto alla polizia, e di là dalla madre, che riacquistando la salute, farà andare in fumo tutti i miei progetti.

Non vi era tempo da perdere, bisognava sopprimere gli ostacoli, se non voleva cadere.

Cadere? Quanti avrebbero riso nel vederlo abbattuto, calpestato, lui che aveva sempre con orgoglio alzata la testa, trovarsi ad un tratto a doverla abbassare nel modo più ignominioso.

—No, no,per Dio—smaniava il miserabile—non sarà; Vittoria non avrà tempo di fare la luce sul mistero di Mulberry, il pulcinella misterioso, Ferroni e i suoi amici troveranno pane per i loro denti.

Delitto più o meno importava poco al furfante, pure di conquistare ricchezze e onori, era pronto a tutto.

Quando avesse al suo fianco Bernabei, le cose avrebbero mutato aspetto.

CAPITOLO LXIV.

Cuor di fanciulla.

Mentre Ruiz apprendeva la scomparsa del figlio, questi si svegliava da un lungo, profondo sonno in una camera di casa Spencher.

Fanny vegliava con amorosa cura il bel bambino che il caso le aveva fatto incontrare sulla pubblica via solo, abbandonato.

Enrico quando aprì gli occhi e vide la gentile Fanny, gettò un grido di gioia.

La fanciulla lo prese fra le braccia, e baciandolo replicatamente gli disse:

—Mi vorrai bene?

—Come alla mamma—rispose Enrico.

—E dove hai la mamma?

—Non lo so.

—Da dove vieni?

—Non lo so.

—Ma dov’eri prima?

—In una casa, dove vi era un uomo nero come il carbone.

—Ti batteva?

—No, mi gridava.

—E prima dove stavi?

—In una casa grande, dove c’erano tanti bambini.

—Chi ti levò di là?

—Un signore, che disse mi avrebbe condotto dalla mamma.

—E prima di essere in quella casa grande, dove stavi?

—Da mamma Margherita.

—In America?

—Sì.

—Come ti chiami?

—Enrico Ruiz.

—Vorresti andare dalla mamma?

—Sì, sì, conducetemi dalla mamma.

—Non vuoi stare con me?

—Sì, ma prima voglio la mamma.

In quel momento fu bussato all’uscio, Mr. Spencher voleva parlare alla figlia, a proposito del fanciullo.

Tanto Fanny che il padre suo non leggevano molto i giornali, o per lo meno, a differenza di molti, saltavano a piè pari tutte le narrazioni di rapimenti, furti e delitti, così che nulla sapevano del rapimento del piccolo Ruiz, e ignoravano che la polizia cercasse per ogni dove un fanciullo.

Il colloquio tra padre e figlia non durò molto, Fanny trionfò completamente del padre, il quale avrebbe voluto affidare il fanciullo trovato a qualche istituzione di beneficenza.

Mr. Spencher avrebbe voluto informare la polizia che avea trovato un fanciullo italiano, che desiderava tenere presso di sé.

Fanny lo sconsigliò, tutto il mondo avrebbe saputo quell’opera di carità, i giornali non l’avrebbero più finita, e chi sa quante noie, quante seccature si sarebbero procurate.

Mr. Spencher, che cedeva sempre alla volontà della figlia, cedette anche in questo punto, e si ebbe in ricompensa due sonori bacioni, che lo fecero piangere di tenerezza.

Fanny, quando ebbe tutto ottenuto dal babbo, corse da Enrichetto, e l’abbracciò con uno slancio commovente.

Fanny quella sera stessa ricevette la visita di Ruiz, ma non gli parlò affatto del fanciullo.

I due innamorati parlarono del loro matrimonio, Ruiz era preoccupato, e Fanny più di una volta dovette scuoterlo dal suo abbattimento; egli si scusò dicendosi ammalato, e lasciò presto la palazzina di Washington Square.

FINE DELLA PARTE PRIMA.

PARTE SECONDA.

REDENZIONE!

CAPITOLO I.

Il boss.

Bernabei erasi fatto allegramente il suo nido nel South Carolina, egli rubava a man salva ai suoi operai che teneva come schiavi.

I disgraziati non osavano ribellarsi, perché erano tenuti in rispetto da guardiani armati, pronti a far fuoco sopra di loro.

Bernabei era di una rapacità spaventevole, e metteva a prezzi favolosi i generi più infimi, le paste acide, l’olio puzzolente, la farina marcia; i suoi operai non arrivavano mai a guadagnare tanto, che bastasse a pagare le spese del grocery-store.

Spesso una parola di protesta si levava da quel branco di schiavi; ma Bernabei continuava nello stesso tenore di vita.

Il miserabile, vecchio libertino, intendeva di farla da pascià, e se i suoi sottoposti avevano una bella moglie o una bella figlia, faceva il galante, e se respinto, pretendeva i favori delle poverette, che molte volte, per paura, per viltà o per interesse cedevano alle sue infami voglie.

Nelle capanne, dove dormivano come bestie i disgraziati lavoranti, si parlava di Bernabei collo stesso timore col quale un tempo i romani dovevano parlare di Nerone.

Il miserabile si divertiva un mondo a fare soffrire le persone, lui che doveva vivere trascinando la catena del forzato e sotto la sferza dell’agozzino, prendeva gusto a torturare degli onesti operai, traditi, ingannati, sfruttati.

Bernabei in poco tempo erasi fatto un bel gruzzoletto e già pensava di tornarsene a New York, per arricchire in poco tempo e fare come Ruiz. Il vecchio furfante aveva sete di divertimenti, quel deserto nel quale era il crudele e spietato non aveva attrattive per lui; se fino a quel momento ci era rimasto, era perché aveva preso una passione furibonda per una bella fanciulla sedicenne figlia di uno dei suoi lavoranti.

Eugenia, tale era il nome della fanciulla, non pareva figlia di operai, bianca, delicata, con capelli di un rosso cupo innanellati, con la vita sottile, pieghevole, con delle labbra di porpora e due occhi a mandorla neri e brillanti.

La fanciulla era un frutto appetitoso degno di un re.

Bernabei ne fu abbagliato e tentò ogni mezzo per possedere la bella Eugenia; ma la fanciulla era furba, e non aveva concesso al “ boss ” di sfiorarle neppure la punta delle dita.

Eugenia era ambiziosa, perversa, cattiva, odiava il padre che la teneva nella miseria e anelava il momento di lasciarlo per essere ricca e corteggiata. Se fosse restata a New York appena giunta dall’Italia, avrebbe ben presto trovato l’occasione per prendere il volo; ma il padre l’aveva condotta subito nel S. Carolina, e lei non aveva potuto gettare le sue reti.

Quella fanciulla, che pensava a vendersi al miglior offerente, era ancora casta e pura, e ci teneva a quei pregi che dovevano metterla in condizione di farsi pagare meglio.

Eugenia aveva un solo pensiero: essere ricca.

Bernabei, sebbene vecchio non le spiacque, entrambe anime depravate, s’intesero subito e se il “boss” avesse allargato i cordoni della borsa, essa si sarebbe data a lui; ma Bernabei avrebbe voluto le dolcezze gratis, e ciò non accomodava ad Eugenia.

La passione del “ boss ” aumentò a causa della resistenza e, a poco a poco, si persuase che per avere quella fanciulla qualunque somma sarebbe stata bene spesa.

Le cose erano a questo punto quando giunse la lettera di Ruiz.

Bernabei corse immediatamente da Eugenia e le disse senza preamboli.

—Un mio amico ricchissimo, mi chiama a New York, vuoi venire?

—Cosa farai di me?—rispose Eugenia.

—Una signora.

—Vengo ma voglio la caparra.

—Ti farò ricca.

—È futuro, prima di partire voglio essere sicura che non morirò di fame se tu mi lasci. Se vuoi che parta con te, portami cinquecento dollari.

Cinquecento dollari? Bernabei ebbe un’allucinazione. Era una fortuna che domandava, non li aveva, non poteva darli.

—Va bene,—rispose Eugenia,—partirai solo.

—Fra due ore ritorno,—disse Bernabei affascinato.

—Io sarò pronta.

Infatti due ore dopo, Bernabei consegnava ad Eugenia cinquecento dollari, e questa partiva con lui alla volta di New York, senza neppure dire una parola al padre.

Un uomo di fiducia di Bernabei lo rimpiazzò nella sorveglianza dei lavoranti.

A Charleston Bernabei prese lo Sleeping-Car, e quando Eugenia entrò nel vagone tutto velluti, sete e dorature, sentì una grande felicità.

Gl’ impiegati della ferrovia guardavano sorpresi quella coppia strana, quel vecchio e quella splendida fanciulla, che passando per marito e moglie dovevano alla notte riparare nello stesso letto.

Bernabei era impaziente che il negro venisse ad abbassare il letto che doveva servirgli da talamo nuziale; verso le nove, il negro di servizio con un sorriso malizioso venne a domandare a Bernabei se avesse voluto passare nel Dining-Car per la cena.

Bernabei interrogò Eugenia, la quale dichiarò che aveva una fame da lupo.

Nel vagone elegante, con degli affreschi raffiguranti trofei di caccia, piramidi di frutta, erano schierate le tavole con le candide tovaglie cariche di argenterie cesellate, di cristallerie fine e brillanti. I camerieri, tutti neri, pronti, premurosi, erano ad aspettare un segno dei viaggiatori. Il vagone era illuminato splendidamente a gas.

Eugenia fu abbagliata da tanto lusso.

La cena fu squisita. Bernabei avendola rotta con la economia, ordinò dello Champagne in ghiaccio.

Interno di un ristorante: due persone siedono a un tavolo apparecchiato, un cameriere sta in piedi accanto a loro e altri avventori siedono sullo sfondo.

...... Bernabei avendola rotta con la economia, ordinò dello Champagne in ghiaccio,

Eugenia era più bella che mai e Bernabei la contemplava con dei fremiti di voluttà.

Terminata la cena ritornarono nello “ Sleeping-Car, ” il loro letto era pronto, la tenda grande lo nascondeva agli occhi di tutti, e Eugenia entrata fra la tenda e il letto si spogliò lestamente, ed entrò sotto le lenzuola.

Bernabei fece altrettanto, sorpreso nel vedere la docilità della sua compagna.

Eugenia si era venduta,fu pagata,non aveva nulla a dire, nessuna resistenza ad opporre; sapeva mantenere i patti.......

Bernabei, fu quella notte il più felice degli uomini, egli possedé una vergine, con l’anima di demonio.

I viaggiatori che occupavano lo stesso vagone di Bernabei, non si accorsero neppure di ciò che accadeva vicino a loro, i sospiri di ebbrezza, i singulti di voluttà, i baci del vecchio malandrino, si perdevano fra il rumore assordante delle ruote del treno, che correva con la velocità di cinquanta miglia all’ora.

Bernabei, giunto a New York, sua prima cura fu di portare Eugenia ad un Hotel, e quindi si recò da Ruiz. Per tutto l’oro del mondo non avrebbe voluto far vedere la sua antica conquista, ben sapendo quanto fosse facile ad infiammarsi.

Eugenia si era data a Bernabei, come si sarebbe data al primo che gli avesse offerto il benessere materiale, il lusso, i divertimenti.

Eppure quella fanciulla così perversa, era stata allevata da una buona e santa madre, che non si stancava mai di essere saggia e onesta.

La povera donna da un paio di anni era scesa nella tomba convinta, che la sua Eugenia sarebbe stata come lei, onesta madre di famiglia.

Essa si sbagliava, nel cuore della sua figlia non eravi nessun buon sentimento, il germe del male vi aveva prosperato da sé spontaneamente, come le erbe velenose che crescono e si fanno giganti sotto il sole dei tropici.

Il padre della fanciulla, costretto ad emigrare in America per poter vivere, neppure lui aveva compreso tutta la perversità di quella bella ragazza, che destava intorno a sé, tanti desiderii, tante passioni. Esso credeva in buona fede, che Eugenia lo avrebbe reso felice.

Quando trovò la capanna deserta, e comprese che sua figlia era fuggita, provò un’immenso dolore. Non lo crucciava solo il pensiero dell’abbandono, ma quello della vergogna nella quale la sua Eugenia era caduta.

Ben presto tutti seppero con chi la ragazza era fuggita, il povero padre non ebbe più neppure l’illusione che la figlia avesse ceduto all’amore, no, era chiaro, evidente, che si era venduta ad un vecchio per interesse, per l’amor dell’oro.

Il “ boss ” con i denari rubati ai lavoranti, pagava le sue drude.

Il padre di Eugenia, sprezzato dai suoi compagni,ritenuto forse complice di quell’infame mercato dovette lasciare il lavoro, e a piedi, senza un soldo, affamato, venirsene giù verso la città, senza sapere cosa fare per guadagnare un tozzo di pane.

CAPITOLO II.

I due complici.

L’incontro di Ruiz e Bernabei, non fu né cordiale, né affettuoso.

—Ti ringrazio di essere venuto,—disse Ruiz.

—Non ho che una parola, te lo dissi per la vita e per la morte. Che vi è di nuovo?

—Molte cose non belle per me, ho bisogno di un’uomo fidato, ho dei nemici.....

—Gli ungeremo per le feste.

—A proposito, devo dirti che Clara è qui.

Bernabei, fece un salto sulla sedia e sgranò gli occhi.

—Clara è qui? E cosa fa?

—Non lo so, la vidi una sera ad un ballo, ne persi le traccie e non la rividi più.

—Diamine, diamine,—mormorò Bernabei,—non eravamo amici con quella fraschetta.

—Dopo tutto, sei suo padre.

—Già... sì, dopo tutto... sicuro...

—Cosa balbetti?

—È l’emozione, capirai dopo tanto tempo ritrovare una figlia sono cose che inteneriscono.

—Su, finiscila, da lei non abbiamo nulla a temere. Non per lei ti ho chiamato.

—Dunque mettimi al corrente della situazione.

Ruiz raccontò al complice una parte di ciò che gli accadeva, disse come fosse perseguitato da persone che volevano perderlo, perché non potesse sposare una ricca fanciulla americana; come i suoi nemici fossero spietati, e come fosse d’uopo ad ogni costo farli tacere.

—I morti non parlano—disse Bernabei, quando Ruiz ebbe finito.

—È vero, ma è ben pericoloso.

—Secondo i casi, in ogni modo è quistione di saper trovare.

—Mi aiuterai?

—Con tutto il cuore, le braccia e le gambe.

—Bene, non te ne pentirai. Dove sei alloggiato?

—Ad un hôtel di Hoboken.

Bernabei mentiva, ma non voleva che saltasse il ticchio a Ruiz di andarlo a trovare all’albergo, dov’era anche Eugenia.

—Perché abiti al di là della riviera?

—È più salutifero.

—Quando ci vedremo?

—Ogni giorno passerò da qui, e tu mi dirai cosa si deve fare.

—Va bene.

—Oggi non si lavora?

—No, sono giornate di osservazione; è d’uopo chiarire ciò che succede nel campo nemico, prima di prendere le nostre precauzioni.

—Allora me ne vado, ci vedremo domani.

I due furfanti si stesero la mano e si separarono.

CAPITOLO III.

Dopo la sbornia.

Napoleone Ghirendini, quando al suo svegliarsi si trovò nella scura cella del “Police Station”, sul principio non si raccapezzò; a poco a poco gli ritornò la memoria, e allora fu ben sorpreso di trovarsi in carcere.

Come! lo avevano liberato 24 ore prima per rimetterlo al buio subito dopo?

Certo doveva essersi ubbriacato; ma era agra avere rivisto l’aria libera, per dover ritornare a vedere il sole a scacchi; basta, bisognava rassegnarsi.

Dove fosse stato arrestato, Napoleone non lo sapeva; aveva un’idea confusa di essersi recato da Margherita, ma non avrebbe potuto dire se a casa ci fosse arrivato, o fosse rotolato prima per terra.

—Quel vino, quel vino,—mormorava Napoleone—sarà la mia perdita.

Dikens, nella mattinata, vide il prigioniero che smaniava perché non veniva condotto innanzi al giudice.

Non voleva marcire in quella cella buia e lurida, se dovevano punirlo che lo rimandassero all’isola.

Dikens più guardava Napoleone e più si convinceva che doveva conoscere quel furfante, ma non ricordava in qual circostanza si fosse dovuto occupare di lui.

—Come ti chiami?—gli domandò bruscamente.

Napoleone interpellato così all’improvviso rispose:

—Napoleone Ghi.....—poi s’interruppe, stava per dire il suo vero nome e ciò lo avrebbe perduto.

—Seguita.

—Napoleone Ghindi—terminò il marito di Margherita fatto pallido dalla paura.

—Italiano?

—Sì.

—Che mestiere fai?

Mestiere? Napoleone dei mestieri ne aveva uno, ma non poteva dirlo alla polizia, rimase quindi interdetto.

—Dunque?—ribatté il policeman.

—Ho dei risparmi.

—Dunque, vivi di rendita?

—Mia moglie lavora, è portinaia in una casa rispettabile ed onesta. È una brava donna, la mia Margherita.

—Parleremo in seguito di lei.

—Non vi è nulla da parlare, è una santa donna, amata e stimata da tutti.

—Benone, benone, meglio così, per voi e per lei. Ora ditemi, da dove venivate ieri notte quando foste arrestato?

—Da una piccola baldoria di amici.

—Sapevate ciò che doveva accadere nella casa della quale vostra moglie è portinaia?

—Ciò che doveva accadere? Ma io non so nulla!

Fu così spontaneo questo grido, che Dikens restò persuaso essere il prigioniero estraneo del tutto al furto.

Napoleone era sulle spine; perché tutte quelle dimande? Poi si ricordava di aver dato un nome differente da quello col quale giorni prima era stato condannato, per condotta disordinata.

Ora, quando si fosse scoperto che aveva dato un falso nome, potevano nascere dei sospetti, e mettere la polizia, sulle traccie del vero esser suo.

—Maledetto vino!—pensava Napoleone.

—Dunque—riprese Dikens—non sapevate proprio nulla?

—Un neonato ne saprebbe più di me.

—Meglio per voi. Però potete darci degli utili indirizzi. Che persone riceveva vostra moglie?

—Nessuna, o signore; lo ripeto, mia moglie è onesta.

—Sì, tanto onesta che ha tenuto mano ad un furto, con relativo attentato di assassinio!

—Ah! Madonna santa, lei, la mia Margherita, manutengola di ladri e di assassini! Voi calunniate una santa.

—Vi proveremo che non sono calunnie. Voi intanto riflettete ai casi vostri, dite tutto ciò che sapete, altrimenti sarete sospettato di complicità in un delitto, che può condurre dritto, dritto sulla sedia elettrica.

Dikens se ne andò.

Napoleone restò terrorizzato; questa volta le carte s’imbrogliavano maledettamente, e se Margherita aveva un pasticcio di quel genere per le mani, le cose sarebbero andate a rovescio.

Ma lui in quell’imbroglio non ci entrava, avevano fatto le cose senza di lui, ed era caduto nella trappola, ubbriaco morto. Se lo avesse saputo non si sarebbe sborniato, e ora non sarebbe lì, fra quelle quattro mura, di dove non era possibile indovinare quando sarebbe uscito.

Quella Margherita era un infame, lo aveva tradito sempre e poi sempre.

Napoleone era furioso, sentiva che la rete nella quale si dibatteva, non era possibile romperla.

Dikens lasciò il prigioniero pensieroso, i connotati di quel figuro lui li conosceva; li aveva forse letti nel libro di polizia, oppure altre volte erasi trovato a contatto con lui?

Non lo sapeva.

—Che divenissi uno stupido?—mormorava Dikens, recandosi verso la sala dell’archivio;—quel Napoleone Ghindi è così brutto, che non è possibile non restarne colpiti, ed io so che una volta, e non è molto, sentii per lo meno parlare dei connotati di questo mostro. Basta, vedremo nell’archivio, e forse chi sa che non possa scoprire qualche cosa di utile.

La sala dell’archivio all’ufficio centrale di Polizia è grande, spaziosa; negli scaffali alti sono allineati grossi volumi rilegati in pelle, una scala mobile, messa sopra delle ruote, serve per poter prendere i volumi che stanno in alto.

Il poliziotto per prima cosa cominciò a sfogliare un album che era collocato sopra un leggio di legno nero; quell’album voluminoso conteneva i ritratti dei malfattori più pericolosi, che l’ispettore Byrnes, con cura affettuosa, faceva fotografare quando gli cadevano fra le mani.

In quella specie di galleria del delitto, vi erano uomini e donne di ogni condizione, dal ladro straccione, lurido, con la giacca a brandelli, al ladro in guanti gialli, attillato, col cappello a cilindro all’ultima moda, con la cravatta elegante.

Ai tipi volgari di delinquenti, si mescolavano faccie apparentemente oneste, dolci nello sguardo, gioviali nella forma, dei veri borghesi gelosi del loro onore.

Strano a dirsi, perché sconvolge le teorie tutte di coloro che hanno a lungo studiato il “soggetto criminale”; leggendo la biografia di quelli che sembravano fatti tutt’altro che per il delitto, ci si convinceva che costoro erano i più pericolosi furfanti della numerosa compagnia.

Molti dei ritrattati avevano le labbra contorte da una smorfia, che doveva renderli irriconoscibili, altri tenevano gli occhi chiusi, la testa bassa, schiacciando sul petto la loro faccia.

Costoro non era già per pudore che non volevano affidare intatte le loro fattezze alla macchina fotografica, ma sibbene perché non desideravano che la polizia tenesse in sue mani troppo esatti connotati.

Altri invece tenevano fieramente alzata la testa, nella posa più naturale, si capiva subito che quelli erano orgogliosi di tramandare in tutta la loro verità, le furfantesche sembianze ai posteri.

Le donne, quasi tutte borsaiuole emerite, che facevano sparire i portafogli e le piccole valigie, con una destrezza che ha del miracoloso, in maggioranza erano in cappello e vestite quasi con lusso, le loro faccie apparivano per lo più sorridenti audacemente.

Non pudore, non vergogna era sul volto di quelle ladre, che si aggirano continuamente in mezzo alla folla e fanno largo bottino.

Dikens sfogliò per un pezzo l’album, a quando a quando sorrideva; erano vecchie conoscenze che passavano sotto il suo sguardo, amici che aveva inviati a respirare l’aria di Sing-Sing e tolti alla circolazione, perché non avessero ad essere danneggiati dalle carrozze.

Il sorriso però veniva a volte surrogato da un movimento d’ira, certo il poliziotto doveva vedere le fotografie di gente che sfuggiva alle sue ricerche, e si burlava allegramente della prima polizia del mondo.

Dikens sfogliò tutto il volume senza trovarvi la fotografia di Napoleone, del prigioniero fatto in casa Ferroni.

—Guardiamo nel libro dei connotati—disse, e montata la scaletta, prese dallo scaffale un volume grande e pesante.

—Ne avrò per una giornata,—mormorò—almeno che il lavoro sia fruttifero.

Pazientemente si mise a leggere la lunga filza di connotati che conteneva il libro.

Era da più di un’ora a quel lavoro, quando gettò un grido di gioia. Aveva trovato, non eravi da ingannarsi, quella pagina che teneva sotto gli occhi, descriveva minutamente i connotati del suo prigioniero, e quei connotati erano così speciali che non si potevano confondere con quelli di un altro.

Dikens lesse prima dei connotati, la seguente noticina, fatta di propria mano dall’ispettore Byrnes.

“ La sera stessa del delitto di Mulberry (vedi incartamenti giudiziari) scomparvero i coniugi Napoleone e Margherita Ghirendini, padroni della casa dove il delitto fu consumato. Costoro, che potevano essere testimoni dei più interessanti, non si fecero più vedere; interrogando coloro che conoscevano Napoleone e Margherita, si è potuto rilevare che i loro connotati sono i seguenti: ”

E qui seguivano con una esattezza prodigiosa i connotati dei due furfanti.

Dikens era fuori di sé dalla gioia, è vero che il caso, solo il caso, l’avea messo faccia a faccia col ricercato Ghirendini, ma che perciò? il merito non scemava per questo.

—L’ispettore sarà contento di me—disse fregandosi le mani.—In quanto a voi, mio bel Napoleone, servirete a meraviglia a farci far la luce su molte cose che ci preme di sapere. Troveremo anche madama Margherita, la portinaia modello che fa entrare i ladri nelle case altrui e li aiuta a rubare. Pagherete il conto tutto in una volta, amici miei, altro che lo pagherete!

E Dikens, mormorando queste ed altre simili parole si diresse con orgoglio, verso il gabinetto di Byrnes.

CAPITOLO IV.

La traccia.

Boni era uscito dall’Italian Home; nel lasciare quella palazzina lucida, elegante, dove l’angelo della carità domina e impera, e dove era stato fatto segno alle cure più affettuose, alle premure più fraterne, sottoscrisse per una quota annua di cento dollari a favore della pia istituzione, e accompagnò l’offerta con l’augurio fervente di prosperità per la casa dei poveri.

L’ex-ispettore appena uscito corse a casa Ferroni; quando Maria lo vide,fu presa da un fremito di gioia, volle parlare, non lo poté, e i suoi occhi si fecero umidi di pianto.

La fanciulla gli stese la mano, che egli strinse con forza, mormorando soffocato dall’emozione:

—Maria, povera Maria!

Una persona è sdraiata a letto mentre un uomo e una donna stanno accanto; nella stanza sono visibili un comodino con bottiglie e altri arredi.

...... Maria! povera Maria!

—Non è nulla,—disse finalmente la ferita,—è passato.

—Lo credete?—rispose incredulo, vedendo il pallore estremo di Maria.

—Ma certo che è passato,—ribatté la Ferroni—ve l’ho detto già prima di entrare che ogni pericolo era scomparso.

—E voi, voi come state?—domandò Maria.

—Io? sano come un pesce, la mia pelle è dura e ci vuol altro.

Maria sorrise di contentezza.

—Povera ragazza,—continuò Boni—fatevi coraggio, l’avete scampata bella! ma troveremo coloro che vi hanno fatto del male, e allora, allora guai a loro.

Ciò dicendo, la voce dell’ex-ispettore era proprio terribile.

In quel momento entrarono Ferroni e Leonardi, i quali, andati con una carrozza a prendere Boni all’Italian Home, trovarono che questi era già partito.

L’ex-ispettore fu felicitato con affetto per la sua completa guarigione, ma questi pose fine all’espansione dicendo:

—Su, lesti, del tempo ne perdemmo anche troppo, bisogna subito mettersi al lavoro. Permettete, signore, noi ci ritiriamo nel gabinetto particolare del padrone di casa.

Era allegro Boni quel giorno, e nelle sue parole ci si sentiva una gran gioia.

Quando i tre amici furono soli, l’ex-ispettore cominciò:

—Amici miei, a voi forse recherà sorpresa il vedere come io non denunzi una buona volta quel furfante di Ruiz, contro il quale crediamo di avere prove schiaccianti. Ora io debbo dirvi che non abbiamo se non che prove morali, ma quando anche avessi piene le mani di prove materiali, irrefutabili, indiscutibili, non consegnerei Ruiz alla giustizia..... almeno per ora. Il castigo che riserbo a costui, dev’essere adeguato alle colpe, come e da chi sarà punito Ruiz, ve lo ripeto, è il mio segreto.

“ Dunque, aiutatemi senza paura, a schiacciare questo rettile, e lasciate che la mia mano si stenda per colpire al momento opportuno.

Ferroni e Leonardi ad una voce risposero:

—Comandate, obbediremo.

—Grazie, amici miei, grazie, non mi aspettavo altro da voi. Ora a noi. Voi credete che Ruiz non sia estraneo al furto commesso in casa vostra, io non sono alieno dal credere a questa ipotesi, quel furfante è certo capo di una legione di malfattori, capaci di ogni delitto. Voi, Ferroni, lottaste corpo a corpo con uno dei ladri, e gli strappaste un bottone di brillanti che costa assai, e che certo non è ornamento dei ladri comuni; quel bottone è una traccia che forse ci porterà a scoprire molte cose utili.

“ Volete favorirmi quel bottone?

—Subito—e Ferroni tolse da uno dei cassetti a segreto della scrivania il bottone di brillanti e lo porse a Boni che l’esaminò con cura, e poi disse:

—È un oggetto da signore, elegante e di buon gusto, e deve uscire da una delle migliori oreficerie. Avete una lente d’ingrandimento? Voglio tentare di vedere se ha la marca della fabbrica, dalla quale esce questo bottone.

Ferroni porse subito una lente grande con manico a Boni, che si mise a guardare con la più viva attenzione sopra l’oro, che teneva incastonati i brillanti.

Sul principio non vide nulla se non che le sigle che indicano la qualità dell’oro; ma dopo pochi minuti d’osservazione scorse sul gambo del bottone un ape contornata di stelle, contento di quella scoperta domandò:

—Sapreste dirmi quale oreficeria ha per marca un ape con delle stelle?

—Mi sembra,—rispose Ferroni,—di avere visto sopra delle fatture da me pagate quella marca; ma non saprei dirvi, se si trattava di oreficeria o d’altro.

—A chi vi servite per i vostri acquisti in fatto di gioielli?—domandò Boni.

—Da Tiffany.

—Volete avere la compiacenza di portarmi una delle fatture di Tiffany.

—Subito,—e ciò dicendo, Ferroni chiamò la sua sposa, alla quale domandò, quanto bisognava a Boni.

Un’istante dopo, i tre amici potevano constatare con gioia, che sulla carta levigata sulla quale, la ditta Tiffany presentava i suoi conti ai clienti,aveva nel mezzo un ape d’oro contornata di stelle.

—Mezzo cammino è fatto,—esclamò allegramente Boni,—e fra un paio di ore sapremo a chi apparteneva quel gioiello.

Ferroni verrà con me fino a casa mia, ad onta degli abiti che mi avete portato all’Italian Home, sento il bisogno di cambiarmi, poi anche mio fratello avrà bisogno di essere tranquillizzato. Da casa mia andremo da Tiffany, e ci dirà a chi vendette i gemelli.

—E credete che saprà dircelo?

—Altro, sapremo nome, cognome e residenza.

—Va bene sono con voi.

—Voi Leonardi, recatevi da Clara e ditele che seguiti a ballare, e che domani forse andrò a trovarla. Ci sarà utile quella ragazza, e poi in ogni modo la toglieremo dalla perdizione.

Boni prima di lasciare casa Ferroni, rivide Maria e le fece i più affettuosi saluti.

Due ore dopo, Ferroni e Boni, entravano da Tiffany.

La sede principale di questa ditta ricca a milioni, è in un grande palazzo alto, massiccio, con colonne, travi, architravi di ferro, che si eleva in Union Square.

Il fuoco, i ladri, non possono nulla contro quella fortezza che racchiude tanti tesori.

Al pian terreno, nella lunga corsia che mette alla porta d’ingresso sono allineate le vetrine che racchiudono oggetti d’oro e d’argento cesellato, i finimenti di brillanti che mandano raggi di luce multicolore.

Dei commessi eleganti, premurosi,stanno attendendo gli ordini della ricca clientela che frequenta la casa.

Al primo piano, quasi interamente occupato da vetrine contenenti gioielli per signore, dove il diamante si sposa mirabilmente col topazio, allo smeraldo, al rubino, e le perle bianche e nere di ogni grossezza e valore formano collane, smanigli, braccialetti, si danno convegno le più aristocratiche e ricche dame di New-York , pronte a comprare quanto la moda indica, come bello e di buon gusto.

Ai piani superiori stanno gli operai, l’oro si fonde nei crogiuoli, i diamanti liberi dai loro legami brillano ancora più sui rozzi banchi fra i ferri del mestiere, e la polvere nera del carbone.

Boni e Ferroni andarono direttamente all’ufficio, dove un signore ancora giovane, accolse con cortesia somma il Ferroni che conosceva da tempo.

—A qual ventura dobbiamo la vostra visita?—domandò con premura l’impiegato.

—Ad uno schiarimento del quale ho bisogno,—rispose subito Ferroni, al quale Boni aveva per bene insegnata la lezione.

—Ben contento di potervi servire; di cosa si tratta?

—Ecco qua due giorni fa era la mia festa, fra i molti segnali che mi furono mandati,ve ne fu uno, il più ricco di tutti che non portava il nome del donatore, ora capirete la curiosità, poi non sapere chi ringraziare di un regalo principesco, non mi va.

“ L’oggetto in quistione sortì dalla vostra casa, e vi sarà facile dire a chi lo vendeste.

—Facilissimo,—disse l’impiegato,—avete con voi il gioiello?

—Sicuro, guardate, si tratta di un paio di bottoni in brillanti dei quali eccovene uno.

L’impiegato guardò il bottone e disse: sortì proprio dalla nostra casa.

Suonò quindi un campanello, un fattorino accorse e gli trasmise un ordine.

Pochi momenti dopo il fattorino ritornò con un grosso volume.

—Mi dispiace disturbarvi,—disse Ferroni,—sarà un affare lungo.

—Pronto sempre a servirvi,—rispose gentilmente l’impiegato,—del resto è affare di poco, perché abbiamo notato nei nostri registri gli oggetti secondo la loro forma e valore.

Boni aveva la febbre, seguiva con l’occhio ardente lo svolgersi dei fogli, e anelava il momento di sapere, da quel libro, se sarebbe o no scaturito un nuovo raggio di luce.

Ad un tratto l’impiegato disse:

—Ho trovato.

—Sì?—disse con voce strozzata Boni.

—Sì, ecco qua, due gemelli di brillanti, acqua pura, otto per ogni gemello, rilegato a giorno con la marca 18|20, venduti a Miss Fanny Spencher....

Boni non poté trattenere un grido di gioia.

L’impiegato si voltò meravigliato.

Boni aveva riacquistata intera la sua calma, e rispose sorridendo all’occhiata meravigliata dell’impiegato.—Scusate, ho vinto una scommessa fatta coll’amico Ferroni, perché io sosteneva appunto che il regalo veniva da Miss Spencher.

—Una gentile e bella signorina,—disse l’impiegato.—Siete contento Mr. Ferroni?

—Contentone, e ve ne faccio i miei ringraziamenti.

Boni trascinò via Ferroni, non ne poteva più, la gioia lo soffocava, aveva bisogno d’aria, di luce.

Quando fu nella strada respirò con voluttà.

—È così, mio caro—disse Boni,—era proprio vero che Ruiz aveva mano nel furto che patiste, ora il dubbio non è più possibile.

È certo che Fanny regalò i gemelli al suo fidanzato, e che questo era appunto l’uomo col quale vi batteste nelle scale della vostra casa, la notte del furto. Ecco adunque una prova materiale, che per lo meno convincerà Fanny, che il suo fidanzato è un birbante della peggiore specie.

—Cosa intendete fare?

—Per adesso nulla, ora stiamo preparando il materiale, fra poco daremo l’assalto.

“Ma ricordiamoci tutti di stare in guardia, perché siamo ben persuasi che Ruiz e compagnia, non ci risparmierà.

“ Ditemi, e di Righetti si danno nuove? Sono tre giorni che non vidi l’avvocato, fu occupatissimo.

—Andiamo a trovarlo,—disse Boni,—gli stringerò volentieri la mano a quel bravo giovane.

Erano sull’angolo di Union Square e la Quarta Avenue, presero il carro che conduce al “Post Office” e si recarono dall’avvocato.

CAPITOLO V.

La lettera del condannato.

Quasi innanzi al “Court House ” sorge maestoso nella sua bianchezza lo “Stewart Building” appartenente agli eredi di uno di coloro, che in un tempo relativamente breve, accumularono fortune colossali.

Lo “Stewart Building” è costruito appositamente per uffici ed in fatto, vi sono a centinaia di stanze graziose, illuminate a gas e luce elettrica, riscaldate a vapore, che sono occupate da avvocati, procuratori, ingegnieri, specialisti, ecc.

Un elevator, che corre con una velocità allarmante, trasporta ai piani superiori.

Boni e Ferroni, si diressero allo Stewart Building, e l’elevator li portò su al quarto piano dove in una camera severamente ammobigliata con scanzie di quercia, tutte cariche di libri, dalle bordature di cuoio dorato, l’avvocato accolse con vera effusione i suoi amici, e si felicitò in modo speciale con Boni, che rivedeva guarito completamente; poi domandò notizie di Maria.

—E così, abbiamo nulla da Sing-Sing?

—Non ho ancora ricevuto nulla; ma aspetto una lettera da Righetti di momento in momento.

Ditemi Boni, non denunzierete il fatto che vi è occorso.

—Non me ne parlate, come dissi quando fui interrogato dal “coroner,” fu una disgrazia quella caduta; ed è mio desiderio che resti tale... fino a quando non sia giunto il momento.

—Fate come credete. Da Albany mi si comunica che quanto prima sarà discusso l’appello di Righetti.

—Ottenete che sia rinviata la discussione,—si affrettò a dire Boni.

—Se sarà possibile tenterò.

In quel momento il fattorino addetto ai servizi del “Building,” portò all’avvocato un fascio di lettere.

L’avvocato le scorse rapidamente, ad un tratto esclamò: “Una lettera da Sing-Sing!

—Di Righetti certo?—domandò Ferroni.

—Sì, di Righetti.

—Sentiamo cosa dice il bravo ragazzo,—disse Boni; ma prima permettete che apra alquanto la finestra, soffoco in questa stufa da disseccare castagne.

In fatti nella stanza vi era quel calore intenso, pesante che vi opprime negli uffici americani, riscaldati come se dovessero servire a dei bachi da seta.

—Aprite,aprite pure—rispose l’avvocato, che intanto aveva aperto la busta della lettera di Righetti.

—Auf, ora si respira,—mormorò Boni,—su leggete, avvocato.

L’avvocato con la voce a tratti, a tratti commossa, lesse la seguente lettera:

Signor Avvocato:

“ Dopo la vostra visita, la mia vita è cambiata completamente;sono ancora fra le mura del carcere, vesto l’odiata divisa dell’infamia, ma si fa di tutto per farmi dimenticare il triste stato nel quale mi trovo.

Lavoro negli uffici del capo guardiano, copio delle lunghe liste di nomi, registro partite di commestibili, scarpe, biancheria, abiti. Nei momenti d’ozio, scendo in giardino; i fiori non sono ancora sbocciati, ma la primavera è vicina,e i bottoni cominciano ad apparire, ed io li vedo ingrandire ogni giorno di più.

“ I guardiani mi trattano con gentilezza ed io materialmente non soffro.

“Quando però il cuore si sveglia e la mente medita, sulla immeritata sciagura che mi è piombata sul capo, quasi sempre mi consola un angelo di fanciulla, che la sua voce armoniosa mi fa coraggio, mi dice sperare.

“Io non comprendo gran che della lingua inglese, le parole della fanciulla io le capisco quasi tutte, e a tanta prova di simpatia, piango di gioia...

—Diamine,—interruppe Boni,—che Righetti dimentichi Vittoria?

L’avvocato non rispose, ma si fece rosso, rosso, e nel continuare balbettò:

“La fanciulla che è tanto buona con me, è la figlia del capo-guardiano di Sing-Sing, e continuamente mi dimanda di voi, quando verrete; perché tardate tanto, se mi scrivete, se io vi scrivo e mille altre cose,che mi fanno comprendere, come tutte le attenzioni fatte a me siano per l’amicizia, che nutre per voi.

—La cosa cambia aspetto,—disse sorridendo Boni,—il nostro avvocato ha delle inteligenze a Sing-Sing, e il soppiattone non ci aveva detto nulla.

L’avvocato raggiante di gioia continuò:

“ Sapendo che vi scrivo, mi ha detto di salutarvi, e di dirvi, che vi è un comandamento di Dio che dice: “Visitare i carcerati.”

—E le figlie dei carcerieri aggiungo io,—interruppe Boni, scoppiando in una sonora risata.

L’avvocato lo guardò stizzito, quella risata lo sconcertava.

—Non leggete più?—disse Ferroni.

—Ma non so, Boni prende la cosa in ridere.

—Volete che pianga nel sapere che a Sing-Sing avete, oltre un cliente, anche la vostra futura moglie?—il caso è carino, poi mi piacciono le astuzie della futura avvocatessa.

—Ma vi giuro.....

—Giurare che? Non è un delitto amare ed essere amato, caro mio vorrei io pure... basta continuate.

“ Venite adunque a trovarmi quando avrete un po’ di tempo, e sarà una festa per me e per la vostra buona amica, la quale ha delle viole del pensiero in fiore, e vuol regalarvene un mazzo.

L’avvocato s’interruppe, la gioia lo soffocava.

Boni e Ferroni, lo guardavano sorridendo, il giovane stese loro le mani, che essi strinsero con affetto.

Era una confessione in tutte le regole e Ferroni disse allegramente:—Faremo tanti matrimoni da dar da fare un intero giorno al Mayor. Andiamo avanti, uomo felice, sentiamo cosa dice Righetti.

“ Ricordatemi a Ferroni, Boni e Leonardi, dite loro, che il mio affetto per loro non ha limite, e che vorrei uscire di qui per dimostrar loro tutta la mia riconoscenza. Mercé l’opera loro e vostra, io spero, confido, che il mio onore sorta puro da questa prigione dove si espiano tanti delitti.

“ Ho ricevuto lettere dalla mia famiglia, anche là, si crede alla mia innocenza e questo mi basta, ma anche là, aspettano la mia riabilitazione.

“ Ed ora lasciate che al cliente subentra l’amico e vi domandi notizie della donna che adora, della povera Vittoria.

“ Cosa fa essa? È guarita? È ancora pazza? Quali speranze vi sono? Cosa dicono i medici?

“ Rispondetemi senza titubare, il mio cuore ha bisogno di sapere la verità.

“ La dolce figura della sventurata donna, mi è compagna nei miei sogni, nei miei deliri...

“ Conto presto sopra una vostra visita, siamo in due ad aspettarvi.

“ Saluti affettuosi agli amici generosi che si occupano per me, e un saluto a voi, al quale confido stringere presto la mano.

RIGHETTI.

—Bravo giovanotto—disse Boni,—non dubitare che uscirai a fronte alta da Sing-Sing.

—Ebbene, avvocato, quando andate a trovare il nostro amico?

—Ma non so, forse...

—Domani,—interruppe Boni.

—Può essere.

—Sarà di certo.

—E via, a che nasconderlo,—disse l’avvocato,—vado domani perché non posso più oggi.

—Tanta furia soltanto per Righetti?—replicò Boni ridendo.

—Boni, mi fate inquietare sul serio.

—Via, via, non si può scherzare. Oramai è cosa confessata che diverrete il genero del capo-guardiano di Sing-Sing. Non vi è nulla di male in ciò.

Siete giovane libero, avete innanzi a voi un brillante avvenire, dunque tutto va per il meglio e presto a nozze.

L’avvocato non protestò a quella tirata, e Boni e Ferroni lo lasciarono felice e contento.

CAPITOLO VI.

La danza Serpentina.

Dei grandi manifesti multicolori, con una figura seducente in una posa audace sotto un velario trasparente annunziava agli abitanti di New-York, che il prossimo Lunedì, la celebre Nanà avrebbe ballato al “ Koster & Bial, ” la danza Serpentina, ultima novità di Parigi.

I can-can, delle quadriglie a “ fin de Siecle” non erano ancora abbastanza pepati, e la immaginazione fervida dei parigini aveva trovato una nuova danza della quale si diceva meraviglia.

Ruiz, ad onta delle sue preoccupazioni, fatte anche più vive dall’aspetto misterioso che prendevano le cose, non sdegnava i divertimenti, ed era anzi assiduo frequentatore di quei teatri, dove intere compagnie di donne giovani e belle, mettono in mostra alla luce della ribalta, tutto ciò che hanno da far vedere di bello, procace ed appetitoso.

Da molto tempo però, da anni, non aveva posto piede al Koster & Bial,la reclame immensa fatta alla danza serpentina, lo persuase ad andarvi, ed infatti quel lunedì tanto atteso, faceva parte del pubblico numeroso che si pigiava nella elegante sala.

L’operetta, una riduzione di “Madama Angot”, passò quasi inosservata, le gambe di Madama Lange e delle sue compagne interessarono poco, le canzonette di madamoiselle Paera ancora meno, il pubblico aspettava Nanà.

Ad un tratto la luce elettrica si spense, la sala restò al buio, il ventaglio del palcoscenico si aprì, e nella buca nera si vide una visione bianca, che fu tosto illuminata, dai raggi gialli di un potente riflessore.

L’orchestra intuonò un allegro ballabile, e la danza cominciò.

La lunga veste di seta trasparente, si attorcigliava in volute, si allargava in cerchi, si contorceva come le spire di un serpente, e in mezzo a quel volteggiare della seta, appariva nella maglia carnicina, il bel corpo della danzatrice.

Dal riflessore proiettavano raggi multicolori, così che ora la veste era violetta, ora rossa, e quando color oro, altre volte verde, o rosa, o bleu.

E la grande veste che scendeva giù dall’alto del petto, mossa con vertiginosa rapidità, prendeva la forma di nubi colorate, che attraversassero il corpo di qualche angelo, perso negli spazi celesti.

Il pubblico seguiva anelante le mosse della danzatrice, e quando la danza finì e Nanà scamparve dietro le scene scoppiò un applauso che sembrò un uragano.

La luce elettrica fu di nuovo accesa, e Nanà comparve a salutare.

Ruiz non poté trattenere un grido di sorpresa, in Nanà aveva riconosciuto Clara, più bella, più seducente che mai.

Gli applausi della folla continuando, Nanà dovette replicare la danza, sollevando lo stesso entusiasmo, la stessa onda di desiderii.

Ruiz era felice, ritrovava dopo tanto tempo la sua amante, la quale certo non avrebbe negato a lui nessun favore, a lui che fu il primo ad impadronirsi di quel bel corpo, che aveva testé ammirato, procace quanto mai.

La testa gli ardeva ed uscì fuori, e andò a mettersi di guardia alla porticina da dove sortono gli artisti del Koster & Bial.

Aspettò lungamente, finalmente Clara comparve.

Ruiz aspettò che si fosse allontanata alquanto dal teatro, poi l’appressò dicendole:

—Ben felice di rivedervi, mia gentile Clara.

La fanciulla ebbe una scossa e si voltò impaurita.

—Vi metto paura?—disse Ruiz con voce insinuante.

—Paura no,—rispose Clara, che erasi subito rimessa—ma capirete, la sorpresa nel vedervi.

—Comprendo, dopo tanto tempo; ma non fu mia la colpa, vi cercai e non vi trovai.

—Mi cercaste? e perché?

—Da quella sera che vi vidi al ballo della Fraterna, vi ho cercata per mare e per terra.

—Cosa volevate da me?

—Clara, tu sei troppo bella perché ti si possa dimenticare.

—Eppure, pare che mi si possa fuggire senza rimpianto.

—Tu lo credi? No, e la prova si è che io ti ho sempre amato, che ti amo, e ora più che prima.

Clara non aveva contato sull’improvviso incontro di Ruiz, non sapeva come regolarsi, avrebbe voluto con disprezzo scacciare lungi da sé il suo antico amante, ma temeva di nuocere agli interessi dei suoi amici, non voleva restare con Ruiz perché le faceva paura.

Si decise a prendere una via di mezzo e disse a Ruiz:

—Parleremo di ciò un’altra volta, per questa sera lasciatemi andare che sono aspettata.

—Da qualche amante?—esclamò con ira Ruiz.

—Che ve ne importa?—rispose freddamente Clara.

—Non voglio!

—Non volete?—e la bella fanciulla dette in uno scoppio di risa.

—Bada, Clara—disse in tuono minaccioso Ruiz.

—Cosa?—e la fanciulla guardò alteramente Ruiz.

—Sei bella, come non lo fosti mai.

—Basta, lasciatemi.

—Dimmi dove abiti.

—No. Se volete vedermi venite al Koster & Bial.

Ruiz prese quelle parole come una capitolazione, e pieno di gioia e di speranza, rispose:

—Non mancherò mai, siete così seducente quando ballate, che fareste dannare un santo.

—Ora andatevene e non mi seguite, perché non vi parlerei più.

—Vi obbedisco, mia regina..... se tu volessi!—e in ciò dire il miserabile, col suo occhio ardente fissava Clara come l’avvoltoio che fissa la preda.

Clara, indietreggiò rabbrividendo.

—Partite, lasciatemi—mormorò.

—Va bene, parto per questa sera, ma ricordati che ti amo e tu pure devi amarmi.

La danzatrice lasciò Ruiz tremando, era presa da grande spavento; l’incontro di quell’uomo che un tempo aveva tanto amato, la faceva provare un sentimento di paura e di ribrezzo. Avrebbe dovuto difendersi da un miserabile di quella fatta?

Sì, perché aveva degli alleati, degli amici che l’avrebbero difesa, aiutata, vendicata.

Vendicata? E perché no? Non doveva lei gran parte delle sue sventure a Ruiz? Per lui era divenuta prostituta, complice di assassini, e ladra!

Il pensiero della vendetta calmò la paura di Clara; appena giunta a casa scrisse a Leonardi il seguente biglietto:

“ Caro Fratello,

Grandi novità, vi aspetto domani.

Clara. ”

Ciò fatto scese di nuovo in istrada e impostò la lettera, quindi ritornò in casa, si mise a letto, ma non poté dormire; verso l’alba si addormentò, ma di un sonno greve, plumbeo.

CAPITOLO VII.

Le sorprese di Napoleone.

Quando l’ispettore Byrnes seppe da Dikens la scoperta che aveva fatto, ne restò contentissimo, e volle da lui stesso interrogare il Ghirendini.

Napoleone cominciava ad impensierirsi, conosceva le regole, non era un novellino, e non vedendosi chiamare all’udienza del giudice, cominciava a credere che questa volta la cosa non andasse tanto liscia.

Quando Dikens venne a prenderlo, tirò un sospirone da far tremare la volta del carcere.

—Finalmente—disse—vi siete deciso a venirmi a prendere.

—Sì, bello mio,—rispose Dikens—e se avrai giudizio, in quattro parole, tutto sarà finito nel miglior modo possibile.

—Non cerco di meglio—brontolò Napoleone—Dove mi conducete?

—Da una brava persona che farà di tutto per giovarvi.

Quando il furfante si trovò innanzi a Byrnes, fu preso dalla paura.

—Fatevi avanti senza paura,—disse il temuto ispettore, con quel sorriso grazioso che sa così bene adoperare coi birbanti matricolati—come vi chiamate?

—Ci siamo—pensò Napoleone—ho fatto marrone, bisogna riparare.

—Dunque, il vostro nome?

—Non è quello che ho dato al policeman che mi ha arrestato, non volevo si sapesse il mio arresto, sono contrario alla pubblicità io, sono un uomo onesto io.....

—Bando ai discorsi inutili, il vostro nome?

Napoleone dette il nome sotto il quale fu condannato per ubbriachezza.

Byrnes lo fissò severamente, poi disse:

—Mentite più che mai, non è questo il vostro nome.

—Giuro, signor ispettore—rispose Napoleone alzando solennemente la destra, come a prendere Iddio testimone del suo giuramento.

—Non giurate, vi chiamate Napoleone Ghirendini, abitavate in Mulberry, e propriamente nella casa dove, or non è molto, fu commesso un delitto dei più infami!

Napoleone era fulminato; quel riconoscimento al quale non si poteva opporre una smentita, lo perdeva, non pertanto si provò a negare.

L’ispettore Byrnes lo convinse ben presto di menzogna, ed egli dovette piegare il capo e confessare che quel Ghirendini, ricercato dalla polizia dopo il delitto di Mulberry, era proprio lui.

—Capirete—gli disse allora Byrnes—che la vostra posizione è tutt’altro che bella; voi lasciaste la casa vostra l’indomani di un delitto e non vi tornaste più, lasciando perfino che si vendessero i vostri effetti e i vostri mobili; questa è una prova delle più convincenti che voi siete complice, insieme alla vostra degna moglie, del misfatto commesso.

—Sono innocente,—mormorò il miserabile.

—Gl’innocenti non fuggono,—replicò subito l’ispettore;—fuggire è confessare. Un processo è stato fatto, la vostra confessione era di somma importanza, voi non vi presentaste e forse, causa vostra, non tutti i colpevoli sono nelle mani della giustizia.

Il capo della polizia era quasi convinto della innocenza di Righetti, ma non voleva provocarla quell’innocenza, della quale del resto non aveva che indizi vaghi.

—Non so nulla, nulla!—disse Napoleone—quella sera maledetta io ero ubbriaco; mia moglie mi trascinò fuori di casa, passammo la notte in un albergo di South Street, l’indomani appresi il delitto commesso in casa mia, ebbi paura e scappai con mia moglie, e non mi feci più vivo.

—Va bene, ammettiamo che non sappiate nulla, ditemi almeno cosa faceva in casa vostra Vittoria Ruiz.

—Mia moglie aveva avuto compassione di lei, è un cuor d’oro la mia Margherita, le aveva trovato un servizio presso una ricca signora, che per il momento era in campagna. Aspettando che la signora tornasse in città, Margherita offrì ospitalità alla donna e al bambino.

“ Fu quella una brutta, una pessima idea; ci portò sfortuna.

—In Mulberry si diceva che la vostra casa era un lupanare, dove molti viziosi venivano a sfogare le loro voglie.

—Calunnie, nere calunnie dei nostri nemici. Pettegolezze di donne, invidie, e altre simili porcherie.

—Si dice che vostra moglie andasse ad aspettare le giovani emigranti allo sbarco e le attirasse in casa sua, dove per forza o per amore venivano disonorate.

—Santa Madonna della Guardia! ma può sentirsi di peggio? la mia Margherita, una pasta di zucchero, un vero pane dolce, accusata di simili infamie? Ma chi è, chi è che osa dire ciò?

Napoleone si riscaldava, il sangue gli saliva alla testa e alzava la voce più del bisogno, sembrava sul serio un uomo offeso da un branco di bugiardi e calunniatori.

—Non riscaldatevi, tutti in Mulberry dicono questo, e voi lo sapete “voce di popolo, voce di Dio” ma di questo ci occuperemo più tardi. Ora quello che preme è di sapere chi fu in casa vostra la sera del delitto, se voi sarete franco e direte la verità, vi dò la mia parola che non avrete nessun disturbo, se tacete, se v’intestate a non dire ciò che sapete, allora la prigione di Sing-Sing vi aspetta.

Napoleone rabbrividì, stava per parlare, per dire il nome di Ruizzi, ma si arrestò in tempo. Si sovvenne dell’occulto potere dell’uomo che stava per accusare ed ebbe paura.

—Suvvia, adunque, parlate, pensate che la polizia sa già molte cose e se.....

—Non so nulla. Avevamo raccolto quella donna per carità, in un momento che lasciammo sola in casa avvenne ciò che avvenne, io e mia moglie siamo onesti.

—Sia,—riprese Byrnes indispettito,—quali erano i vostri mezzi di sussistenza?

—Lavoravo.

—Dove? con chi?

Napoleone cominciò a turbarsi, cosa avrebbe risposto?

—Via, non deve esservi difficile il dire come occupavate il vostro tempo, e come guadagnavate da vivere.

Il furfante non divideva il parere dell’ispettore, se eravi una cosa difficile per lui, era appunto il poter dire qual razza di lavoro facesse.

Byrnes, trionfante, insisteva e diceva.

—Caro mio, in America come dovunque non si vive d’aria, i vagabondi muoiono di fame, non hanno né casa né tetto.

“ Ora perché uno viva signorilmente, o modestamente pur non lavorando, o deve avere dei beni al sole, o rubare, o fare qualche inconfessabile mestiere.

—Avevo dei risparmi,—mormorò il miserabile.

—Fatti dove?—ribatté subito Byrnes.

—Alla campagna.

—Quando?

—Tre anni fa.

—Storia vecchia, caro Napoleone, storia da contarla agli altri, non a me. Volete sapere come guadagnavate la vita?

“ La vostra casa era in realtà ciò che dicono i vostri compaesani di Mulberry, vale a dire una tana infame, dove la vostra moglie, con inganni e promesse, trascinava delle povere fanciulle appena giunte in America, e le vendeva a libertini vecchi e giovani.

Napoleone alzava gli occhi al cielo, chiamandolo giudice della sua innocenza.

Byrnes sorrideva, non più colla sua grazia abituale, ma con ironia e continuava:

—Il vostro conto è chiaro, abbiamo tanto in mano da mandarvi a Sing-Sing per tutta la vita, pensateci; ciò che può salvarvi è una completa confessione, del resto anche vostra moglie non tarderà ad essere qui, ed essa pure ci dirà tutto.

Napoleone ebbe un colpo doloroso nel sentire affermare che la sua degna metà sarebbe presto in prigione.

Quell’uomo abbietto amava la sua moglie, natura viziosa, pronto ad ogni delitto, trovava quella donna che lo comprendeva mirabilmente.

Poi aveva del rispetto per Margherita, era lei che pensava i colpi più audaci, egli li portava ad effetto, con una facilità sorprendente.

Byrnes interruppe le meditazioni del prigioniero dicendo:

—Ritornate nella vostra cella, domani mattina vi chiamerò ancora qui, e allora forse parlerete.

Napoleone gettò un lungo sospiro e lasciò, accompagnato da Dikens, il gabinetto del capo della polizia.

Barcollava come se fosse stato ubbriaco; cominciava seriamente a pensare ai casi suoi.

Dikens lo consolava ironicamente dicendogli:

—Se sarete savio domani ritornerete libero come l’aria. Un nome, niente altro che un nome vi si chiede. Buona notte.

Napoleone quando fu nella sua cella, cominciò a pensare ai casi suoi, la conclusione, fu che all’indomani se l’ispettore avesse proprio promesso di toglierlo dal brutto impiccio, avrebbe svelato il nome dell’uomo che per poco non strangolava Vittoria.

—Per nostra signora della Guardia!—disse a mò di conclusione,—è meglio io che lui.

CAPITOLO VIII.

Smanie d’amore.

Ruiz, dal momento che aveva visto Clara, si sentiva il sangue in fiamme, gli ritornavano alla mente le ore deliziose passate con la bella fanciulla, che tanto l’amava. Il ricordo della voluttà di un tempo, svegliavano in lui il desiderio ardente di possedere ancora quella donna che ritrovava più bella che mai, resa anche più appetitosa dalle seduzioni del palco scenico.

Clara non lo aveva accolto molto bene, è vero, ma ciò si spiegava facilmente, egli aveva dei gravi torti da farsi perdonare, e lo sdegno di lei era naturalissimo. Poi forse Clara quella sera aveva un appuntamento con un amante fortunato.

Con un amante!—questo pensiero faceva smaniare Ruiz, il quale si calmava poi, a poco a poco, pensando che le donne di teatro il più delle volte hanno degli amanti ricchi che pagano il loro corpo; ma non ottengono mai il loro cuore.

Non dormì Ruiz nella notte, aveva la febbre, dei brividi di desiderio lo scuotevano, mai desiderò tanto furiosamente una donna.

Stanco di stare a letto si alzò, indossò una elegante veste da camera color cenere, accese un sigaro, aprì la finestra e si mise a guardare le stelle. Era freddo, ma Ruiz aveva bisogno di quell’aria frigida che veniva a calmare l’ardore che lo divorava.

Stava alla finestra da pochi momenti, quando vide una donna fermarsi innanzi alla porta di casa sua, e poco dopo il campanello squillò.

—Chi diamine mi cerca a quest’ora?—mormorò andando ad aprire,—se la donna è bella giovane, capita proprio a proposito.

La notturna visitatrice era mamma Margherita, Ruiz nel riconoscerla indietreggiò stupefatto.

—Cosa venite a far qui?—domandò bruscamente.

—Vengo perché ci minaccia un grave pericolo.

—Pericolo, cosa?

—Napoleone è arrestato, sapranno chi è, si trova già da tempo al quartiere generale di polizia, fra le grinfie di quel Byrnes, che ci vede assai, troppo bene.

—Dove fu arrestato?—domandò Ruiz, che era turbatissimo.

—Nella mia stanza in casa Ferroni, era ubriaco fradicio e venne a cadere in bocca al lupo nel momento che la polizia occupava la mia camera.

—Miserabile ubbriacone!—mormorò Ruiz.

—Ora il male è fatto,—continuò Margherita,—bisogna cercare di riparare. Io sono inseguita dalla polizia per ogni dove, non posso muovermi,fare un passo fuori del sicuro asilo che mi sono scelto, tocca a voi a parare il colpo che sta per atterrarci, perché io lo conosco mio marito,canterà nella rete e svelerà tutto come un ragazzo.

Un lampo d’ira, sfolgorò nel bieco sguardo di Ruiz.

—Va bene, provvederò, domani farò in modo che Napoleone sia riassicurato e tenga duro col non dire nulla sul malaugurato fatto avvenuto in casa vostra. Avete altro da dirmi?

—Vorrei dirvi,che perseguitata come sono dalla polizia ho bisogno . . . . . .

—Capisco, del denaro, sempre del denaro, dovete essere ricca mamma Margherita.

—Povera come Giobbe,—piagnucolò la donna,—da un bel pezzo gli affari vanno alla maledetta.

—Vi bastano una ventina di scudi?—interruppe Ruiz,—in casa non ho altro danaro.

—Per ora basteranno,—rispose la megera stendendo la mano:

Ruiz levò da una cassetta della sua elegante scrivania di ebano intarsiato due biglietti da dieci dollari e li porse a Margherita, che li fece subito scomparire nelle sue tasche.

—Ed ora me ne vado, pensate al mio Napoleone, togliete il pericolo che ci minaccia, cioè che più di tutto minaccia voi.

Quando Ruiz fu solo s’immerse in una cupa meditazione.

La fatalità da un pezzo in qua lo perseguitava, aveva nemici occulti, che volevano perderlo, che gli facevano una guerra senza quartiere, nemici che certo sapevano non poche cose sul suo conto.

Ora la polizia s’impadroniva di un uomo che con una sola parola poteva perderlo, dannarlo alla prigione.

Ruiz, dopo lunga meditazione,alzò la testa,il suo sguardo freddo più cattivo del solito, aveva un che di sinistro che metteva paura.

—Sopprimerò il pericolo,—disse,e quindi avviatosi al suo guardaroba si vestì subitamente da operaio, si mise una bluse turchina, di quelle adoperate dai macchinisti, una berretta di seta sulla testa, si sporcò di nero la faccia, e poi così trasformato lasciò la casa sua e si avviò verso basso di città.

Erano le tre di notte, i passanti rarissimi affrettavano il passo, premurosi di arrivare a casa.

I grandi carri a ruote della nettezza pubblica correvano per le vie sollevando dei nuvoli di polvere e di terra; legioni di spazzini, italiani in gran parte,erano intenti ad ammonticchiare la sporchizia agli angoli delle strade, per poi metterla nei carri a ciò destinati.

Ruiz camminava a testa bassa pensieroso, accigliato.

Arrivato in Mott Street, si fermò innanzi ad una casupola di cattiva apparenza, incastrata fra due case abitate completamente da Chinesi.

Mott Street a quell’ora era affatto deserta, i figli del celeste impero dormivano, o deliravano in preda alle ebrezze che procura l’oppio.

Ruiz picchiò con forza tre colpi ad uguali intervalli sulla porta della casupola, poi attese.

Passarono cinque minuti buoni, poi si udì un rumore di passi, e un piccolo sportellino collocato all’altezza di un uomo si aprì, e una voce rauca domandò in inglese:

—Chi cercate?

—Colui che sotterra i segreti.

—Chi vi manda?

—Nessuno sono il maestro.

La porta si aprì subito e Ruiz entrò.

Preceduto dall’uomo che gli aveva parlato, il furfante percorse un lungo corridoio completamente al buio, arrivato ad una porta bussarono, e dal di dentro fu domandato.

—Cosa portate?

—Amico.

La porta girò sui cardini e un raggio di luce vivissima uscì dalla sala dove era imbandita una bella tavola carica di cibi e di vini. Tre uomini e tre donne giovani e belle, sedevano a mensa.

La cena era quasi al termine e si vedeva chiaramente che i convitati non avevano risparmiato il vino.

Quando Ruiz entrò, gli uomini si alzarono con precipitazione, e mormorarono: il maestro!

—Sedete, sedete,—disse Ruiz,—sono ben contento di trovarvi in buona compagnia.

—Maestro, avete bisogno di noi?—domandò uno de’ convitati parlando in gergo.

—Sì,—rispose Ruiz, nello stesso linguaggio,—mi occorre di parlare a “ mano lesta. ”

Uno dei tre si alzò e sempre in gergo disse a Ruiz: sono a vostra disposizione.

—Grazie,amico; ma prima beviamo un bicchiere alla salute delle dame.

Le tre dame sorrisero graziosamente e vuotarono in un sol fiato i calici colmi di Champagne.

—Ed ora se permettete,—disse con galanteria Ruiz,—vi porto via uno dei commensali, ma per pochi minuti.

—Fate, fate,—gridarono le donne,—aspetteremo bevendo.

Ruiz e “ mano lesta ” si ritirarono in una stanza a parte, e si trattennero insieme più di una mezzora.

Cosa complottarono? Non tarderemo a saperlo.

Quando Ruiz e il suo compagno ritornarono nella sala della cena, il vino produceva i suoi effetti, le donne seminude, coi capelli sciolti, cantavano lubriche canzoni, accompagnandole con gesti osceni, con mosse provocanti.

Ruiz per quanto vizioso e dissoluto, restò stomacato dal quadro turpe che aveva sotto gli occhi.

La depravazione di quelle donne non ancora ventenni passava ogni limite, sembravano bruti presi dal furore della passione, per offrirsi meglio si strappavano quasi da dosso i pochi abiti che le erano rimasti; si bagnavano di Champagne, correvano da un uomo all’altro ebbre, pazze.

Era uno spettacolo ributtante, e Ruiz se ne andò in fretta e furia.

CAPITOLO IX.

Lo spillo.

Scendeva la notte, Napoleone nella sua cella viveva nella massima ansietà. Aveva preso la decisione di parlare, di dire il nome, che il capo della polizia gli domandava con tanta insistenza;ma ciò non per tanto, non si sentiva tranquillo, prendersela con Ruiz non era cosa da scherzare.

Il miserabile fu tratto dalle sue meditazioni da un forte schiamazzare che si faceva nel corridoio della prigione.

Un detenuto, certo ubriaco, alzava forte la voce bestemmiando e insultando i policeman e i guardiani.

Coloro che stavano nelle celle rispondevano con sonore risate alle invettive di quel nuovo giunto, che andavano a colpire gli odiati poliziotti.

Ghirendini si avvicinò al cancello della cella e guardò per distrarsi ciò che accadeva.

Ad un tratto l’ubriaco giunto innanzi alla cella di Napoleone si fermò, le sue mani afferrarono le sbarre di ferro e cominciò a gridare:

—Questa è casa mia, lasciatemi entrare.

Invano i guardiani tentano strapparlo di là, pareva che vi fosse legato con grosse catene.

—Casa mia, casa mia!—urlava l’ubbriacone.

I guardiani si consultarono, con quel briaco non eravi nulla a fare, e la meglio era di chiuderlo nella cella che prendeva per casa sua.

Infatti la cella di Napoleone fu aperta, e l’ubbriacone vi venne mandato dentro con una spinta che lo mandò a rotolare nello scolatoio delle immondizie dove scorre perenne l’acqua.

L’ubbriaco brontolò, bestemmiò, poi si calmò a poco, a poco, e parve addormentarsi.

Passarono un paio d’ore la notte era completamente calata e i bianchi corridoi erano illuminati dal gas.

Ghirendini seguitava le sue meditazioni, noiato di quel compagno che gli avevano dato; se almeno fosse stato in sentimento avrebbe potuto parlargli, magari gli avrebbe domandato un consiglio, la prigione affratella presto, e nel silenzio della cella si scambiano facilmente le confidenze.

L’ubbriaco sembrò svegliarsi, allungò le braccia, si stropicciò gli occhi, quindi lentamente si alzò, guardò intorno a sé come trasognato, e mormorò in inglese: diamine, dove sono?

—In gattabuia,—rispose Ghirendini.

—Sì, è vero, una sbornia da comunione ho preso, si battezzava un mio nipote, bevi di qui, bevi di là, la birra correva come l’acqua, sono uscito per prendere aria e qualche policeman mi ha portato qui.

—Ve la caverete con una multa.

—O con una passeggiata all’isola, preferisco la villeggiatura.

—Ci siete già stato?

—Qualche volta, è un posto delizioso, e poi vitto, alloggio e steamboat pagato. Ora non vi è altro da fare che dormire, voi siete vecchio inquilino avete diritto al pancaccio, io mi accomoderò in terra.

—No, mettetevi pure sulla tavola; io non ho voglia di dormire.

—Comprendo l’avete fatto grossa, per voi l’affare è serio.

—Così, così, più che un accusato sono un testimone, la polizia vuol sapere certe cose, che mi dispiace a dire.

—E se suonerete la trombetta vi si metterà in libertà?

—Certo, parola di Byrnes, che mi saranno aperte le porte a due battenti.

—Allora suonate amico mio, suonate, l’aria libera prima di tutto!

—Certo che parlerò, non sono così minchione io, chi si scotta si ritiri.

—Parlerete certo?

—Come no? Una parola, un nome può salvarmi, non ci vogliono scrupoli il primo prossimo è se stesso.

—Avete ragione farei altrettanto. Buona fortuna, e buona notte.

Il compagno di Napoleone parve addormentarsi saporitamente.

Ghirendini stette un pezzo prima di sedersi sul piccolo spazio, che rimaneva libero sul tavolaccio, andò a lungo su e giù per la stretta cella, poi sentì prendersi dalla stanchezza e si pose seduto, il sonno a poco, a poco, gli fece chiudere gli occhi e ben presto accompagnò col suo russare quello del compagno di cella.

Allora l’ubbriaco si sollevò piano sul tavolaccio, e rattenendo il fiato si alzò in piedi.

—Dorme come un ghiro,—mormorò,—dormirai un pezzo, non ti sveglierai più.

Quindi guardò con precauzione dal cancello; i guardiani mezzo addormentati nelle loro poltrone di giunco avevano l’immobilità delle statue.

Lo strano prigioniero sorrise, quel profondo silenzio pareva renderlo contento.

Restò immobile per qualche istante, poi levò dalla tasca interna della giubba un lungo spillo, che luccicò sinistramente nella mezza oscurità della cella.

—Questo ti tapperà la bocca, bello mio, e andrai a raccontare le tue bubbole nel mondo di là.

Ciò dicendo si avvicinò a Napoleone, che continuava a dormire, gli pose una mano sul capo, e con una mirabile leggierezza lo palpeggiò.

Un uomo con cappello si china su un'altra persona distesa su un piano rialzato in una stanza spoglia.

…… gli pose una mano sul capo, e con una mirabile leggerezza lo palpeggiò

Si arrestò ben presto, aveva trovato il punto giusto, allora allungò la mano destra, armata dello spillo, e l’abbassò con moto repentino premendola con forza sul capo.

Lo spillo s’immerse nel cranio di Napoleone, che mandò un grido rauco, mentre il suo corpo si alzava con inaudita violenza, e poi ricadde immobile sul tavolaccio.

Al grido del miserabile i guardiani, svegliati di soprassalto, gridarono:

—Silenzio.

—Credo che tu abbia avuto il tuo avere,—disse sogghignando il compagno di Ghirendini, seguitando a premere sullo spillo, che si affondò sempre più, e terminò con lo scomparire completamente.

Il delitto era compiuto; Ghirendini aveva reso l’anima al diavolo.

L’assassino si guardò le mani, non erano per nulla macchiate di sangue; col massimo sangue freddo accomodò i capelli del morto, e quindi lo stese sul tavolino, il corpo cominciava a irrigidirsi.

La testa di Napoleone, illuminata da un debole raggio di luce, che passava dal cancello di ferro, appariva orribile, gli occhi dell’assassinato erano spalancati, la pupilla dilatata mostrava un inenarrabile spavento.

L’assassino guardò quella testa, e con un colpo brutale la fece voltare, poi si sdraiò tranquillamente a terra e si addormentò.

All’alba si svegliò per il rumore che si faceva nei corridoi, poco dopo la colezione fu chiamato dal giudice, il quale appena udito il rapporto del policeman, lo condannò a dieci dollari di multa, che si affrettò a pagare, per uscirsene subito libero.

Appena in istrada si diresse verso Mott Street, ed entrò nella casa nella quale la sera innanzi era stato Ruiz a cercarlo.

Il finto ubbriaco, l’uccisore di Napoleone, altro non era che l’uomo col quale Ruiz, nella casa misteriosa di Mott Street, aveva avuto un segreto colloquio.

Vi era da poco, quando arrivò Ruiz, il quale con voce affannosa domandò:

—Ebbene?

—Fatto.

—Senza lasciare traccia?

—Nessuna.

—Va bene, ecco quanto ti ho promesso,—e ciò dicendo Ruiz dava all’assassino un fascio di biglietti di banca.

—Grazie, maestro, vi ho servito perché siete il nostro capo, ma il denaro non si rifiuta mai.

—Ti riconosceranno?

—Lo sapete, cambio di faccia come di vestito, vedete, ora sono rosso come un irlandese, se saprò di essere riconosciuto, diventerò biondo come un tedesco.

—Va bene.

—Contate sempre su me.

—Me ne ricorderò.

Ruiz partì soddisfatto, un altro pericolo, il più grave forse, scompariva; è vero che un nuovo delitto era stato commesso, ma non se ne curava, alla guerra non si guardava alle vittime, chi cadeva cadeva, meglio fosse morto quel furfante di Ghirendini, che trovarsi lui nelle mani della polizia.

Aveva avuta una gran paura, ma ora era passata.

Però cominciava a comprendere che l’America non era più terra per lui, e pensava al più presto di sposare Fanny, e quindi partirsene per Parigi, dove avrebbe vissuto tranquillo, godendosi i milioni di Mr. Spencher.

In quanto a Clara sarebbe stata sua a qualunque costo, e i nemici che certo gli faceano guerra a causa di Fanny, della quale era innamorato Leonardi, non avrebbero, dopo il matrimonio, più nulla a tentare contro di lui.

Questo pensava il matricolato birbante, mentre l’elevated della Terza Avenue lo portava verso il suo negozio.

CAPITOLO X.

Battuti.

Dikens e l’ispettore Byrnes non dubitavano punto di ottenere da Ghirendini una completa confessione.

Byrnes, osservatore profondo, comprese subito che il Ghirendini apparteneva al numero di coloro che cedono innanzi alle minaccie, e che il carcere rende maneggievoli come la pasta.

Così, l’indomani del primo interrogatorio, l’ispettore e l’agente aspettavano ansiosamente che Ghirendini comparisse al loro cospetto.

Sarebbe stato per la polizia un vero successo il potere scoprire se realmente l’uomo che giaceva a Sing-Sing, come autore del delitto di Mulberry, era colpevole o innocente.

Da tempo il dubbio aveva assalito Byrnes, poi sapeva che altri s’interessavano a far la luce, e se questa doveva venire, era meglio che fosse lui a farla scaturire, avrebbe così in parte riparato al fallo commesso col fare condannare un innocente.

Il policeman, che era andato a prendere Ghirendini, tardava a tornare; Byrnes s’impazientava e Dikens stava per correre lui a vedere cosa era successo, quando la porta si aprì con violenza, e il policeman di servizio entrò come una bomba; aveva gli occhi stralunati, e sembrava in preda alla più viva emozione.

—Cosa avviene William?—domandò Byrnes.

—Il prigioniero che sono andato a prendere è....

—Fuggito?—interruppe Dikens non potendone più.

—No, non è fuggito, è nella sua cella, ma freddo, inerte cadavere.

—Morto!—esclamarono ad una voce l’ispettore e l’agente.

—Ma come fu? spiegatevi,—riprese Byrnes calmatosi alquanto.

—Quando, secondo il vostro ordine, sono sceso nella sezione dei detenuti, da poco tempo era stata aperta la cella di Ghirendini, da dove ne usciva un tale, che arrestato per ubbriachezza, se la cavò con una multa di dieci dollari.

“ Il custode addetto alle celle non aveva scorto nulla di straordinario, notò soltanto che il prigioniero era lungo, sdraiato sul tavolaccio, il guardiano credette che dormisse, perché quando io gli dissi di chiamare Ghirendini, mi rispose:—credo che dorma, forse sognerà,—ciò dicendo il guardiano apriva il cancello della cella e gridava:

“—Su, poltrone, vi chiamano.

“ Nessuno gli rispose, allora entrò e si mise a scuotere il detenuto; ad un tratto gettò un grido, accorsi per vedere ciò che accadeva.

“—Ma è morto!—esclamò il guardiano.

“—Morto?—risposi io.

“—Sicuro, sentite, è freddo come il marmo, le sue membra sono irrigidite, non vi è dubbio, ha risparmiato la fatica al boia.

“ Il guardiano aveva ragione, Ghirendini era morto stecchito!

—Va bene,—disse Byrnes—stendete il vostro rapporto, e prevenite il medico per le necessarie constatazioni.

Quando l’agente se ne fu andato, Byrnes e Dikens si guardarono costernati.

—Ecco un altro filo che si rompe—mormorò l’ispettore.

—O che ci hanno rotto—ribatté Dikens.

Byrnes ebbe un lampo nello sguardo;

—Che cosa intendete dire?—domandò.

—Penso, dubito che quella morte non sia naturale, credo che colui che aveva interesse al silenzio di Ghirendini, gli abbia tappato la bocca per sempre.

—Ma come avranno potuto uccidere quel disgraziato?

—Non avete sentito che un altro prigioniero fu messo in compagnia di Ghirendini?

—È vero, bisogna informarsi chi era costui, del resto il rapporto del medico ci dirà se la morte fu naturale, oppure si deve ad un delitto.

—Ammesso che si sia consumato un assassinio—continuò Dikens—bisogna credere che l’uomo, il quale ad ogni costo non vuole che la luce sia fatta sul delitto di Mulberry, deve essere audace, ricco, potente e stimato.

—Sì, avete ragione, Dikens, tutto sta là a provare che non ci troviamo di fronte ad uno dei soliti malfattori volgari.

La conversazione fu interrotta dall’arrivo del Medico, il quale veniva a fare il suo rapporto. Il responso della scienza diceva, che Ghirendini era morto in causa di congestione cerebrale.

L’ispettore fece noto al Dottore, come si dubitasse di un assassinio; ma il dottore, che non aveva trovato nessun segno di violenza, nessun sintomo di avvelenamento, non traccia di ferite, non condivideva assolutamente questa idea.

Byrnes, rilasciò il permesso, perché il corpo del miserabile venisse, portato alla Morgue.

Dikens non era persuaso, ma di fronte al medico bisognava chinare la testa.

Ruiz trionfava di nuovo, la prima polizia del mondo era battuta.

CAPITOLO XI.

L’idea di Boni.

La notizia della morte di Napoleone Ghirendini fu data a Boni dai giornali della sera, i quali narravano i particolari dell’arresto effettuato in casa Ferroni la sera del furto, e la scoperta fatta dalla polizia della vera personalità2 dell’arrestato, e come si sperasse da lui una rivelazione importante.

La polizia non aveva voluto rimettere in ballo il delitto di Mulberry, ma i giornali che non avevano dimenticato nessun particolare di quell’avvenimento, narrarono chi fosse il morto, come sparisse la sera stessa del delitto, aggiungendo che il Ghirendini e la moglie, erano i soli che avrebbero potuto dire la parola rivelatrice del misterioso fatto per il quale forse un’innocente soffriva le torture inenarrabili della galera.

Boni lesse e rilesse i resoconti dei giornali e si formò subito la convinzione, che Ruiz aveva commesso nuovo delitto.

Ne restò spaventato, poteva lui più a lungo far tenere in libertà un uomo che ogni giorno si macchiava di mostruosi delitti?

Era sicuro che la punizione sarebbe venuta tremenda e sicura; ma per il tempo che ancora la belva doveva restare libera, perché il piano di Boni si potesse effettuare; poteva in coscienza lasciarla scorazzare a suo talento?

L’ex-ispettore pensò un pezzo; la conclusione delle sue meditazioni fu, che si propose di fare in modo che al più presto possibile fosse finito con un miserabile della forza di Ruiz, però era completamente esclusa l’idea di svelare nulla alla polizia, solo Boni si prefisse di far constatare che la morte di Ghirendini era l’opera di un delitto.

Si recò da un medico suo amico, col quale ebbe un lungo colloquio. Boni nella sua carriera si era trovato molte volte innanzi a morti inesplicabili; malfattori audaci avevano impiegato nel dare la morte mezzi tali, che nel momento, i periti medici affermarono essere la morte naturale.

Il medico disse al Boni, che l’unico mezzo era di attendere il risultato dell’autopsia, la quale senza dubbio avrebbe messo in chiaro la vera causa della morte di Ghirendini.

Boni non sapeva se l’autopsia, sarebbe stata fatta; ma il medico l’assicurò, che il cadavere non sarebbe stato al certo interrato se non dopo che lo scalpello del chirurgo lo avesse squarciato;—in ogni modo,—aggiunse il medico,—se, secondo l’abitudine, si tralascia una tale importante formalità, noi ricorderemo il loro dovere alle autorità.

—Quando credete che l’autopsia avrà luogo?—domandò Boni.

—Non saprei, però sono amico del coroner e mi informerò subito.

—Vorreste farmi un vero favore?

—Con tutto il cuore, chiedete, cosa volete?

—Assistere all’autopsia di quello sciagurato.

—Nulla di più facile, andremo insieme.

—Vi ringrazio, rendetemi avvisato del giorno e dell’ora.

—Vi scriverò se vi è tempo, altrimenti vi farò telefonare alla Banca dell’amico Ferroni.

—Va bene, restiamo intesi così, e di nuovo vi ringrazio.

L’ex-ispettore, lasciato il medico, si recò a casa di Leonardi dal quale aspettava preziose informazioni, avendolo mandato a chiamare con premura.

Il dramma cominciava a svolgersi e Boni, non aveva tempo da perdere.

Leonardi non era ancora tornato a casa, ma aveva lasciato detto che qualora l’ex-ispettore fosse venuto avesse aspettato.

Boni conversò a lungo con la madre di Leonardi, la buona donna non sapeva gran che dei segreti del figlio, ma non ignorava che i suoi amici lavoravano per la sua felicità. La Leonardi conosceva Fanny, la visitava spesso e erasi affezionata a quella bella fanciulla, e anzi quel giorno stesso essendo il suo onomastico, le aveva inviato un elegante trionfo di fiori con ricchi nastri di raso.

Una volta aveva incontrato in casa Spencher Ruiz, e lei senza conoscere i delitti del miserabile provò un gran terrore.

E ridiceva a Boni delle apprensioni che le procurava l’amore del figlio per Fanny, causa la rivalità di Ruiz, un uomo certo, che non doveva avere scrupoli.

L’ex-ispettore la tranquillizzò, assicurandola che ben presto Ruiz non sarebbe più temibile.

Giunse l’ora del pranzo e Leonardi non era ancora tornato, la madre cominciava ad esserne impensierita, e Boni parlava d’andarsene.

Ad un tratto si udì per la scala un passo affrettato.

—È lui—esclamò la madre, raggiante di gioia.

—Finalmente—aggiunse Boni.

Leonardi entrò allegro e sorridente, baciò sulle guancie la madre e stese la destra a Boni, dicendo:

—Grandi novità... ma prima pranziamo perché ho una gran fame, restate con noi, dopo pranzo parleremo.

L’ex-ispettore da parecchie ore non aveva mangiato e non gli dispiacque il mettersi a tavola.

Il pranzo passò allegramente, Leonardi era di buon’umore e raccontava un’infinita di barzellette.

Terminato il pasto, Leonardi e Boni passarono nel “ fumoir ” un elegante salottino in cuoio storiato, con dei divani bassi, comodi, con delle mensole cariche di pipe, dai lunghi cannelli d’ambra, di bocchini di spuma, di scatole di tabacco fino, color dell’oro, dei sigari fini, che certo venivano dall’Avana.

—Eccoci in Turchia,—disse ridendo Boni.

—Prendete un sigaro, fumate e ascoltatemi.

—Non dite male, ecco fatto, delizioso questo sigaro.

—Dunque questa mattina ho ricevuto un biglietto da Clara, che mi pregava di andare subito da lei. Naturalmente non mi sono fatto aspettare, e dopo avervi avvisato che desideravo parlarvi, mi sono recato da lei. La trovai in un grande eccitamento, e prima che parlasse con calma ci volle del bello e del buono.

“ Clara ha visto Ruiz.

Boni, dette un balzo sul divano, e il sigaro, gli sfuggì di bocca, poi rimessosi, mormorò:—ciò doveva accadere.

—Ruiz,—continuò Leonardi,—vide Clara al “ Koster & Bial;” sapete tutta la reclame che si è fatta per il nuovo ballo Serpentina, ed era naturale che un gaudente della forza di Ruiz, non mancasse all’eccitante spettacolo.

“ Quando Clara uscì dal teatro, si trovò a faccia a faccia col suo antico amante, che l’aspettava. Sul momento la fanciulla lo trattò con durezza, poi pensando che forse un tale incontro poteva servire ai nostri piani, finse di ascoltare con pazienza le focose dichiarazioni di Ruiz, il quale si disse innamorato alla follia. Ruiz fu violento, imperioso, terribile, Clara ne è ancora impaurita, essa domanda cosa deve fare.

Boni non rispose subito, erasi fatto pensieroso, ad un tratto la sua faccia si spianò, un sorriso di soddisfazione gli contrasse le labbra, ed esclamò:

—Benone, ora signor Ruiz, non ci sfuggite più.

—Cosa intendete dire?

—Cosa intendo dire? Ascoltate; non è cosa nuova che l’ amore verso una donna che si è amata si risvegli con tutta la sua potenza. La donna che si è posseduta lascia memorie di voluttà indimenticabili, e quando si ritrova ancora bella e seducente, il desiderio di possederla, molte volte assume le proporzioni di una vera e propria passione.

Clara è forse, anzi senza forse, più bella ora, che quando era l’amante di Ruiz, nulla di più naturale che ne sia di nuovo invaghito. Uomo vizioso e corrotto, libertino noto, la sua posizione e quella dei sensi la più pericolosa, la più tenace di tutte.

“ Or bene, è sfruttando questo delirio di lussuria, che la punizione di Ruiz comincerà, e con la cooperazione di Clara, che noi faremo di Ruiz ciò che vogliamo.

“ Sotto lo sguardo inebbriante di Clara, il miserabile le diventerà umile e sommesso, affascinato, vinto dalla bella fanciulla, egli ci darà le prove materiali, che ci mancano per sistemare i suoi conti, conti terribili,che vanno ogni giorno accrescendosi di tremende partite.

—Qual parte destinate dunque a Clara?

—Una parte che servirà alla sua vendetta, una parte, che farà con gioia, perché servirà a farle perdonare le sue colpe.

—Non temete che ciò abbia a costare lacrime e dolori senza fine alla povera Clara?

—No, se essa non avesse in cuore una potente passione, temerei a metterla a contatto con quel miserabile, ma il suo amore per voi la mette al coperto di qualunque sorpresa.

“Del resto lo vedete, Clara, aveva già intuito dal primo momento che vide Ruiz, che forse avremmo avuto bisogno di lei. Io parlerò a Clara, le insegnerò bene la sua parte, è intelligente, desiderosa di redimere il suo passato, riuscirà completamente.

—Un simile mezzo però,—mormorò Leonardi.

—Bene degli scrupoli; ma fuori di posto. Siamo in guerra, lottiamo con avversari che non indietreggiano innanzi a nulla, e sarebbe puerile se non adoperassimo contro di essi tutte le armi, che il caso o la fortuna ci mette nelle mani.

—Ma non sarebbe meglio finirla, e denunziare il tutto alla polizia?

—Caro Leonardi, ve lo ripeto ancora una volta, se ricorriamo alla polizia, Ruiz ci sfuggirà, ma quando anche fossi sicuro che la giustizia vendicasse al fine la società e punisse costui, non andrei a denunziarlo, è ben altro ciò che io gli preparo; e voi che avete detto di rispettare il mio segreto mi farete un vero dispiacere se parlerete ancora di denunziare Ruiz alla polizia.

—Perdonatemi, amico mio; sono in pena per ciò che accadrà a Clara.

—State tranquillo, le donne sanno ben difendersi, e Clara che conosce la vita, che ne ha combattute le aspre battaglie, uscirà dalla prova vittoriosa, riabilitata, felice.

CAPITOLO XII.

L’Onomastico di Fanny.

Quella sera casa Spencher era in festa, le ricche sale apparivano trasformate in veri giardini i fiori più rari e belli erano dovunque. Il salotto di Fanny, poi, era addirittura un grande bouquet di rose bianche e carnicine, sul tavolo di mezzo, troneggiava un ancora di cardine, sormontata da due colombe portanti nel becco un bigliettino di platino, sul quale, in oro, era scritto, in uno il nome di Leonardi e nell’altro il nome della madre sua.

Oltre ai fiori Fanny aveva ricevuto doni di valore, il padre suo le aveva regalato un elegante braccialetto tempestato di brillanti e di rubini.

Alle sette,in casa Spencher eravi pranzo di gala, al quale erano stati invitati gl’intimi della famiglia e le amiche d’infanzia di Fanny.

La bella fanciulla indossava un grazioso abito di foulard color viola pallido, stile primo impero, con le maniche larghe e la vita su in alto, come si vede nei ritratti dell’imperatrice Giuseppina.

Portava il braccialetto regalatole dal babbo, e al collo, sorretto da un nastro di velluto, un piccolo cuore d’oro con un diamante di acqua purissima.

Fanny era davvero seducente, lieta, felice, senza un pensiero al mondo, riceveva con gioia le sue compagne che le prodigavano auguri e congratulazioni.

Mentre il cameriere stava per annunciare che il pranzo era in tavola arrivò Ruiz, elegantissimo nel suo abito da serata, non aveva il “ fulldress ” ma lo “ smoking room,” la moda capricciosa ha posto in uso per serate e pranzi di mezza gala, delle giacché che una volta si portavano in casa, come le vesti da camera.

Ruiz portava un grazioso mazzo di amorini e viole del pensiero e un astuccio di velluto granato che unitamente ai fiori, porse alla fidanzata dicendole con voce carezzevole:

—Siate felice sempre come questa sera, e ricordatevi di coloro che vi amano.

Fanny estremamente commossa con delle lacrime di gioia negli occhi, strinse con effusione la mano di Ruiz.

Le amiche di Fanny, curiose come lo sono tutte le donne, le si affollarono intorno per vedere il regalo del fidanzato.

L’astuccio di velluto cremisi fu aperto, e allora si udì un grido di ammirazione.

Il regalo era veramente principesco.

Una catenella tempestata di piccoli smeraldi, sosteneva un ricco medaglione ovale sul quale erano le cifre di Fanny in brillanti.

Ruiz aveva fatto le cose a dovere, e la sua fidanzata non poteva essere che contenta.

Quando gl’invitati passarono nella sala da pranzo, Ruiz guardò l’ancora che occupava il centro del salotto di Fanny, e aggrottò le ciglia nel conoscere i nomi dei donatori.

La sala da pranzo di casa Spencher, in legno di pero intagliato, con le grandi credenze cariche di argenterie, pareva la sala di un antico maniero.

La tavola, coperta da una ricca tovaglia di tela d’Olanda, aveva trofei di fiori in ricchi vasi d’argento, le cristallerie di Boemia scintillavano ai raggi della luce elettrica, che pioveva da due lumiere di bronzo, finamente cesellate.

Bicchieri d’ogni forma, fini che sembravano veli trasparenti, contornavano i piatti dei commensali, piatti storiati, usciti per certo dalla celebre fabbrica dei Cantagalli di Firenze.

Ruiz, con uno sguardo abbracciò tanta magnificenza, ed ebbe un fremito di gioia, nel pensare che tutto quanto vedeva sarebbe stato suo.

Mr. Spencher non fece grande accoglienza a Ruiz, e ciò addolorò molto Fanny.

Non ostante, il pranzo fu allegro, non mancarono i brindisi, fatti con del vino generoso; oramai anche nelle famiglie americane si comincia a capire che l’acqua ghiacciata, il the, il latte, non valgono un sorso del generoso liquore spremuto dai grappoli d’Italia e di Francia.

Dopo il pranzo la comitiva passò nella sala di conversazione, dove fu servito il caffè.

Una gentile signorina si pose al piano, ed eseguì con molta maestria un notturno di Chopin.

Fanny cantò con una grazia ammirevole “Il bacio”, la seducente composizione di Arditi.

Il tempo scorreva e Ruiz era sulle spine, voleva essere al Koster & Bial per vedere Clara, e non trovava un pretesto plausibile per allontanarsi.

Dopo il canto, tanto per seguire l’abitudine principiarono le danze; Ruiz si era avvicinato a Fanny e dopo averle fatto un mondo di complimenti, stava per congedarsi, quando si aprì una delle porte della sala, ed entrò come una folgore un grazioso bambino, che teneva fra le mani un modesto mazzolino di mammole.

Ruiz, nel vedere quel fanciullo, gettò un grido di terrore e si fece pallido come un morto.

Gruppo numeroso in un interno, con più figure raccolte attorno a una persona al centro; sono visibili mobili, quadri e una finestra.

Ruiz nel vedere quel fanciullo, gettò un grido di terrore, e si fece pallido come un morto

Fanny, che era accorsa sorridente incontro al fanciullo, non intese il grido, non vide il pallore di Ruiz.

Gl’invitati guardarono sorpresi quel gentil fanciullo, che entrava così bruscamente in scena.

Fanny, vedendo il generale stupore, prese Enrico per mano, e disse semplicemente:

—Non aveva nessuno, era perso in questa grande città, noi lo alleveremo, ne faremo un uomo.

Un applauso fragoroso scoppiò nella sala e tutti lo vollero abbracciare e baciare il fanciullo, il quale, appena poté parlare disse in italiano, con voce ferma a Fanny.

—Ho saputo che è la tua festa, ho voluto portarti dei fiori.

Fanny gli rispose con un bacio.

Le danze ricominciarono, la fanciulla prese Enrico, lo portò verso il posto dove aveva lasciato Ruiz, ma non lo trovò più.

Invano lo cercò, allora andò dal cameriere che stava alla guardaroba e seppe che Ruiz era partito precipitosamente.

Provò un vivo dolore; perché la lasciava così senza salutarla, senza dire una sola parola di commiato a nessuno?

Che cosa era accaduto?

Quando ritornò nella sala da pranzo, tutti si accorsero del suo turbamento, suo padre accorse a lei e le domandò con premura che cosa avesse.

—Nulla padre mio, un po’ d’emicrania; torno dall’avere accompagnato Ruiz, che ha dovuto partire improvvisamente e m’incarica di farti le sue scuse, e i suoi saluti.

Mr. Spencher scosse le spalle, come se volesse dire che non gl’importava proprio nulla dei saluti del suo futuro genero.

La festa continuò; ma non fu brillante come prima, e gl’invitati prima di mezzanotte se ne erano tutti andati.

Quando Fanny, mesta e pensierosa,si ritirò nella sua camera, la fedele cameriera le consegnò un bigliettino, dicendole:—è di Ruiz.

Fanny si affrettò ad aprirlo, era così concepito :

Fanny.

“ Ho visto per caso, al posto d’onore, nel vostro salotto particolare, un trofeo di fiori, che vi viene da persona che certo vi ama.

“ Non ho voluto addolorarvi la sera della vostra festa e sono fuggito via, per non dirvi delle cose molto, ma molto spiacevoli.

“ Il vostro Ruiz, che soffre tanto.”

Il volto di Fanny si rassenerò; il suo fidanzato era geloso, e da una parte aveva ragione, Leonardi l’amava ed essa ne riceveva i doni e li metteva al posto d’onore.

Avrebbe fatto in modo di farsi perdonare dall’uomo che amava la sua storditaggine.

Fanny si addormentò felice, pensando al suo fidanzato, sognando dolcezze infinite.

CAPITOLO XIII.

Ti voglio!

Ruiz quando vide il suo figlio Enrico, fu preso da un terrore pazzo, pensò per poco che i suoi nemici lo avessero lì condotto per smascherarlo, per svelare in mezzo a quella festa i suoi delitti e quindi consegnarlo alla polizia.

Quando fu in Washington Square,respirò a pieni polmoni, l’aria fresca lo calmò alquanto, e cominciò a pensare alle conseguenze di quella sua fuga precipitosa. Enrico poteva essere in casa Spencher per caso, e allora la sua brusca sparizione avrebbe provocato chi sa quanti commenti e lo sdegno di Fanny e del padre suo.

Bisognava rimediare, nel caso che nulla di quanto pensava nel momento di sgomento e paura fosse vero.

Ad un tratto si sovvenne del trofeo di fiori, che aveva visto nel salotto di Fanny, sorrise e mormorò :

—La gelosia spiegherà tutto,—ed entrato in un Bar-room, domandò carta e penna, scrisse il biglietto che sappiamo, lo portò al cameriere di Fanny con preghiera che lo passasse alla cameriera, ciò fatto chiamò un “ cab ” e si fece condurre al Koster & Bial; ” lo spettacolo stava per terminare, respirò, credeva di essere giunto troppo tardi.

Il pensiero di Clara gli faceva dimenticare tutto, la passione erasi svegliata in lui, prepotente, tenace.

Quando Clara, all’uscire dal teatro, vide Ruiz, non ne fu sorpresa, se lo aspettava.

Ruiz le offrì il braccio che ella non rifiutò; il libertino provò un fremito di piacere al contatto della donna bellissima, alla quale lui per il primo aveva svelato i segreti della voluttà.

—Clara, volete questa sera accettare da cena?

La fanciulla aveva parlato con Leonardi; ma dall’uomo che amava non ebbe nessuna istruzione del come contenersi con Ruiz. Leonardi come sappiamo voleva prima sentire Boni.

Non ostante, non credette opportuno di rifiutare l’offerta di Ruiz, e rispose:

—Se lo volete, accetterò la cena.

Ruiz, pazzo di gioia,condusse Clara ad una delle “ Oyster Houses ” più di moda e fece servire una cena delicata, e ordinò i vini più squisiti.

Clara mangiò poco e bevve meno, Ruiz le faceva ribrezzo, l’uomo che un tempo la fece delirare d’amore, le appariva ora come un essere mostruoso.

Ruiz parlava, parlava senza posa, fissandola col suo sguardo che un tempo aveva sedotto, conquiso, vinto Clara.

Ora però, non era più così, quello sguardo gli appariva come quello di un serpente, non la faceva palpitare d’amore, ma di paura.

I vini generosi avevano reso loquace Ruiz, diceva delle sue ricchezze, della sua potenza, e tutto, tutto sarebbe stato di Clara, della sola donna che avesse mai amato.

La fanciulla lo ascoltava con grande attenzione, aspettando di potersi impadronire di qualche pericoloso segreto,ma ad onta dell’ebbrezza che l’invadeva, Ruiz non diceva che la parte confessabile della sua vita, e taceva completamente sopra i suoi delitti.

Ruiz, accompagnò, dopo cena, Clara fino a casa sua, credeva, sperava di potere essere ricevuto e pregustava le delizie di una notte d’amore.

Clara resisté valorosamente, preghiere, minacce, parole soffocate d’amore, dolci come una carezza, grida aspre di rabbia, nulla bastò.

—Non varcherete questa porta;—aveva detto risolutamente Clara,—andatevene, contentatevi di quanto ho potuto concedervi, in seguito vedremo.

—Tu mi respingi perché nella tua camera ti aspetta un amante; dimmi chi è, fammelo conoscere, l’ucciderò come un cane.

Ciò dicendo Ruiz, era spaventevole.

—Non gridate, possono udirvi, andate, andate, non fatemi pentire di avere accettato di venire con voi.

—Ti amo, ti amo e ti voglio, e tu sai che non indietreggio mai quando voglio una cosa.

—Lo so; ma non intendo di cedere alle vostre voglie. Ho sofferto tanto per voi, ora basta.

—Senti, Clara, con te e per te, sono pronto a tutto. Vuoi che lasciamo New-York, e ci rechiamo in capo al mondo. Sono pronto a qualunque sacrificio, ti amo, voglio i tuoi baci, le tue carezze.

—Basta, Ruizzi, partite.

—No, non partirò.

—Partirete! Lo voglio.

Ruiz chinò la fronte, quella donna lo dominava, indietreggiò e Clara serrò la porta.

Il miserabile restò per qualche tempo con la testa bassa, intorpidito come se fosse magnetizzato.

Finalmente si scosse, e quando vide che Clara era scomparsa e la porta chiusa, gettò un grido rauco di rabbia.

Avrebbe voluto rompere quella porta, entrare a forza in casa e possedere Clara.

Si calmò in tempo, e si allontanò di là imprecando contro quella donna, che aveva ritrovato per sua disperazione.

Cessato il fascino, Ruiz riprendeva la conoscenza della sua condizione, ricordava la scena avvenuta in casa Spencher, l’apparizione di suo figlio e la sua fuga.

Caminava sopra un vulcano, per difendersi, sostenersi, doveva ricorrere a delitti sopra delitti; l’impunità della quale fino allora aveva goduto, non sarebbe stata eterna.

Aveva dei nemici accaniti, che lo perseguitavano, lo spiavano, che attendevano il momento opportuno per abbatterlo, annientarlo.

Certo, tutta la guerra che gli facevano era per causa di Leonardi, per Fanny, si tentava metterlo fuori di combattimento.

Ruiz era tenace, non avrebbe ceduto; ma ora il suo amore furioso per Clara, gli toglieva la forza di combattere.

Ruiz attese l’alba con impazienza, ad onta del molto vino che aveva bevuto, non poté dormire; verso le otto della mattina, mentre si era assopito sopra una poltrona, fu bussato alla porta, si alzò di soprassalto e corse ad aprire; era la cameriera di Fanny che portava una lettera della sua padrona.

Appena fu solo l’aprì fremendo e lesse con gioia queste poche righe.

Ore 2 ant.

—“ Ti amo! la tua gelosia non è giustificata; ti aspetto oggi, ti spiegherò tutto!

La tua

FANNY.

Ruiz gettò un sospiro di sollievo; Fanny l’amava ancora, e la presenza di suo figlio in casa Spencher si doveva certo al caso.

Il furfante riprendeva la sua audacia, si accorgeva che la fortuna non l’aveva ancora abbandonato.

CAPITOLO XIV.

La Morgue.

Il Medico mantenne la parola e il giorno dopo del suo colloquio con Boni, lo avvisava che l’indomani mattina, alle ore 11, avrebbe avuto luogo l’autopsia del Ghirendini, alla Morgue.

Boni passò la giornata che precedé il dì dell’autopsia con Clara, la quale dopo averle narrato la scena precedente con Ruiz, e quindi ascoltò il progetto di Boni e ne rimase entusiasmata.

Nulla le sembrava impossibile, tutto era pronta a fare, a arrischiare, a tentare, per fare riuscire il piano dei suoi amici.

Del resto, oramai erasi accorta che poteva dominare Ruiz a suo talento, un tempo era lei che restava appassionata, ora le parti venivano invertite.

Boni, lasciò la casa di Clara entusiasmato di quella fanciulla innamorata, pronta a qualunque sacrificio per colui che amava, e dal quale non poteva sperare mai di essere contracambiata.

L’ex-ispettore passò la serata a casa Ferroni. Maria continuava a migliorare, e fra alcuni giorni avrebbe lasciato il letto.

Fu combinato che anche Ferroni si sarebbe recato alla Morgue.

Il banchiere aveva fatto le sue rimostranze al padrone della casa, perché affidava la custodia della casa a persone come la Ghirendini e suo marito.

Il padrone rispose che la donna gli fu raccomandata da un banchiere italiano, da Don Arcangelo.

Questa dichiarazione il proprietario l’aveva fatta alla polizia, la quale non mancò d’interrogare Don Arcangelo, il quale rispose che la Ghirendini gli era affatto sconosciuta,e, che sotto un’altro nome, gli venne raccomandata da un amico, che era partito per l’Italia.

La polizia non dette gran valore a quell’incidente; ma non così Ferroni e Boni, che vedevano come tutto si collegasse, e come si facesse più manifesto che Don Arcangelo e Ruiz, facevano parte di una lega di pericolosi furfanti.

La mattina mezz’ora prima dell’ ora fissata, Boni, Ferroni e il medico, erano negli uffici della Morgue.

Triste nella sua nudità, con le lastre grandi dipinte di nero, allineate, apparisce la Morgue, dove vanno a riposare, esposte alla pubblica curiosità, gli sventurati sconosciuti, vittime di disgrazie, di delitti e là restano in quella sala, dalle grandi finestre, dove si respira l’aria umida, infetta, fino a quando non vengono reclamate, riconosciute, oppure non giunge l’ordine d’interramento.

Le nere lastre, sono lucide, delle doccie d’acqua le tengono continuatamente pulite, una specie di imbuto, è collocato all’estremità di ogni lastra, quell’imbuto che corrisponde ad un condotto, ad aria riscaldata dal gas, serve ad assorbire l’emanazioni che escono3 dai cadaveri.

Vi sono giorni nei quali nessuna di quelle tavole è libera.

Quando Boni e Ferroni entrarono in quel triste luogo, sentirono una viva ripugnanza.

Le lastre erano in gran parte occupate, in una delle prime,era un disgraziato muratore con la testa fracassata, l’infelice, caduto da un ponte aveva trovato la morte; quella testa sanguinolente, con gli occhi fuori dell’orbita scendenti giù per le gote, metteva ribrezzo. Sopra un’altra, una donna morta affogata era gonfia, e la faccia, aveva tutta chiazze violacee. Sopra le altre, eravi un giovanetto che si suicidò per amore, un giovanetto morto repentinamente per aver fumato troppe sigarette, un vecchio colpito da apoplessia, una bambina schiacciata da un carro.

La gente si affollava intorno a quelle tavole, alcuni vi si avvicinavano tremanti, paurosi di trovarsi innanzi a qualcuno dei loro cari.

Nel tempo che Boni, con un senso di tristezza, osservava il luogo lugubre, dove avevano fine tanti drammi dolorosi e misteriosi, risuonò sotto le volte della sala un grido straziante.

Una sventurata madre aveva riconosciuto nel suicida che giaceva cadavere sopra una delle fredde tavole della Morgue, il suo figlio diletto.

La storia di quel giovane faceva il giro della sala, era triste, pietosa e tutti quanti l’udivano, compiangevano la madre sventurata, il povero suicida.

—Quasi ogni giorno,—disse il dottore a Boni,—avvengono di queste scene, che fanno piangere e palpitare.

—Eppure,vedete come ci si abitua a tutto, guardate i custodi di questo luogo, sono impassibili come statue, il loro volto non ha una contrazione, le grida che odono continuamente, devono avere finito col renderli sordi, perché non si scuotono per quanto salga alto, straziante il grido della disperazione.....

—Ecco il “coroner” andiamo da lui,—interruppe il medico.

Il “ coroner,” accolse gentilmente il medico e l’amico suo, che fu fatto passare pure per dottore.

Il “coroner” dette ordine che il cadavere del Ghirendini, fosse portato nell’anfiteatro dove si operano le sezioni cadaveriche.

CAPITOLO XV.

Assassinato.

L’anfiteatro della “Morgue” non è molto vasto, ma l’aria vi penetra dai grandi finestroni e rischiara le tavole di marmo bianchissimo. Delle tavole di noce lucido, sono poste in giro alla rotonda, che termina su in alto, con un lucernaio a vetri. Le pareti sono bianche, con guarnizioni di gesso al naturale.

Uscendo dal salone della “Morgue”ed entrando nell’anfiteatro si resta quasi acciecato, tanto è la differenza di luce da un luogo all’altro.

Quando il “coroner,” seguito da Boni e dal dottore, entrarono nell’anfiteatro, il corpo di Ghirendini, completamente nudo, era sulla tavola anatomica.

Boni osservò che il malandrino aveva le braccia tatuate, su quello destro spiccava una specie di Madonna, col suo bambino in braccio, e sotto eravi le seguenti lettere maiuscole N. D. D. G., Boni,che di quelli strani segni ne aveva visto molti, non esitò a dire:—Questa è la Madonna della Guardia che dall’alto del colle, domina il porto di Marsiglia.

—Come mai,—pensò poi fra sé,—un’italiano è devoto di una Madonna che è la protettrice esclusiva di ogni buon Marsigliese?

Sul braccio sinistro eravi un’aquila imperiale e un grande N, e sotto due lettere maiuscole più piccole N. G., e poi la leggenda in francese “nato in Marsiglia 1830”.

—Diamine!—mormorò Boni,—il furfante deve essere un marsigliese puro sangue, oppure deve avere servito nella marina francese, o scontata qualche pena nelle galere di Francia.

Esaminò attentamente la gamba sinistra del morto, per vedere se al collo del piede vi fosse una traccia dell’anello del forzato, ma non trovò nulla.

Intanto il “ coroner ” aveva terminato la sua “ toilette ” consistente in un lungo grembiale di gomma color cenere, legato strettamente alla vita e serrato ai polsi da cinture elastiche.

Anche il dottore amico di Boni si era messo il grembiale, volendo aiutare il “ coroner ” nelle sue ricerche.

—Non lavorate con i guanti?—domandò Boni.

—No,—rispose il dottore,—sarebbe una pazzia, se durante la sezione del cadavere un “bistury” ci tagliasse, prima di esserci levati i guanti per cauterizzare la ferita, il pus venefico sarebbe entrato nel sangue e la morte non tarderebbe a venire.

—È un colosso questo morto,—disse il “ coroner,”—un colosso dalla faccia orrida e da vero birbante.

—Osservate,—disse il dottore,—quelle pustole che ne deformano il naso, quelle ulceri, che ne insozzano la bocca, la lue4 era padrona del suo sangue.

—Un triste soggetto di meno,—rispose il “coroner”—ed è forse una fortuna che sia stato tolto di mezzo.

—Non doveva essere nuovo alle prigioni,—disse Boni,—o per lo meno ha vissuto in una classe tutt’altro che elevata, guardate quei tatuaggi, per fare quei disegni e renderli incancellabili è d’uopo soffrire moltissimo; in generale è nelle carceri, per ingannare il tempo,che si fanno questi tatuaggi, oppure durante le lunghe traversate.

“ Da questi segni, potrei quasi assicurare che il morto è francese e non italiano, come egli si spacciava.

—Questo poco importa,—rispose il “coroner”—i birbanti non hanno nazionalità, e compiango di cuore coloro, che hanno il brutto vezzo d’insultare un intero paese, se un farabutto commette un odioso delitto.

Quindi rivoltosi al dottore disse:

—Principieremo dallo stomaco,—e prese un grosso “bistury”, fece un’incisione sulla pelle che ricopriva il torace di Ghirendini, poi rovesciò la pelle e mise a nudo lo sterno e le costole, con delle forbici forti e lucenti, tagliò le cartilagini che uniscono le costole, togliendo poi quella specie di coperchio composto dello sterno e dall’estremità delle costole, si mostrarono allora i polmoni, le arterie e le vene polmonari, il cuore, la aorta, la vena cava superiore e la vena cava inferiore.

Il “coroner” e il dottore, esaminarono con cura quelli organi; ma non avendoci riscontrata nessuna lesione anatomica, dichiararono senza esitare che la morte non fu prodotta da quelli organi.

Boni non fiatava, seguiva con occhio attento, l’autopsia, e non fu sorpreso per nulla nell’apprendere che gli organi dello stomaco erano intatti, e in condizioni da risultare affatto estranei alla morte del Ghirendini.

—Ora alla testa,—disse il “coroner”—ma potete stare sicuro che la morte fu prodotta da una congestione cerebrale; una forte emozione, forse cagionata dalla paura, è stata causa della morte.

Il “ coroner ” volle accordare al suo collega, al dottore amico di Boni, l’incarico di regionare il cranio di Ghirendini, il dottore, col bistury, fece un’incisione che girò da un punto all’altro il capo del morto, poi prese una sega finissima, segò la scatola cranica e toltala, come si fa di un coperchio, mostrò il cervello.

Visitando le meningi, fu trovato del sangue coagulato, prova di un’ avvenuta emorragia, emorragia che, come si sa, produce il colpo apopletico.

—Non avvi dubbio,—disse il “coroner”—è provato all’evidenza che una congestione cerebrale ha ucciso questo miserabile, il quale ha un cervello sviluppato oltre ogni dire, e caso strano, senza nessuna delle compressioni caratteristiche del delinquente. La natura ha anticipato l’opera della giustizia, non abbiamo più nulla a fare, andiamo.

—Scusate,—disse Boni,—io ho studiato medicina, e mi sono dedicato, anzi, in modo speciale ad esaminare i resti mortali di coloro che caddero vittime di qualche delitto.

—E allora siamo colleghi,—interruppe alquanto piccato il “coroner”—perciò io appunto non faccio altro.

—Scusate, signore, io non metto in dubbio la vostra pratica, la vostra esperienza, il fatto che vado a narrarvi è di tale natura , che vi dirò come in certe circostanze, anche l’occhio del più sapiente possa essere ingannato.

—Vi ascolto, contento d’imparare cose nuove.

—Ecco qua,—riprese con calma Boni,—circa dieci anni or sono in un paese d’Italia, moriva repentinamente una bella fanciulla. I medici dissero trattarsi di congestione cerebrale, ma avevano fatto i conti senza l’oste, rappresentato in questo caso da un delegato di pubblica sicurezza, amante riamato dalla povera morta. Il delegato si era fisso in mente che un delitto era stato commesso e che la innamorata era morta vittima di un assassinio.

La famiglia non voleva l’autopsia, ma le accuse del delegato furono così replicate, che finalmente, l’autorità, ordinò che il corpo della fanciulla fosse regionato. Il delegato nei giorni che precederono il triste momento nel quale il corpo della sua amata doveva essere squarciato dal ferro chirurgico, studiò nei libri di scienza, nei romanzi, nelle storie di morti misteriose, tutti i mezzi co’quali un’assassino può uccidere. Giunse il momento dell’autopsia, il delegato era là, freddo, impassibile come fosse di marmo. I medici fecero quello che avete fatto voi, nei visceri, nel cervello, non trovarono che sintomi naturali, e conclusero col dire che la morte era avvenuta per congestione cerebrale. Il delegato, che non aveva mai fiatato durante la sezione, si fece innanzi e con voce ferma, domandò:—cosa si sarebbe trovato nel cervello della morta, se fosse stato punto con uno spillo forte e acuminato?

“ I medici si guardarono meravigliati, poi, dopo breve consultazione, uno di loro rispose:

—“Uno spillo, ferendo un’arteria, produce un’emorragia e quindi la morte, che ha tutta l’apparenza di una congestione cerebrale.

“ Benissimo,—riprese il delegato,—io dunque sostengo che la morta ebbe il cervello punto da uno spillo.

“ Quella dichiarazione produsse una viva emozione.

“ Non era cosa facile potere scoprire, se uno spillo aveva leso il cervello, prima che un dubbio di quel genere fosse emesso; ma diventava cosa facile, dal momento che s’indicava con precisione il genere di morte. Infatti i medici, col microscopio esaminarono la scattola ossea, e trovarono un buco piccolissimo fatto certo da uno spillo.

“ Il colpevole del delitto fu scoperto, e confessò interamente di avere infisso uno spillo nel capo della fanciulla mentre dormiva.

“ In questo momento mi sovvengo di tale avvenimento e se il “coroner” vorrà fare un’esame microscopica del cranio del Ghirendini, forse non è improbabile che si trovino le traccie di un delitto.

Il “ coroner ” pensò alquanto e poi rispose:—non ho nulla in contrario, può essere benissimo che uno spillo abbia ucciso questo sciagurato—Ciò detto, chiamò un inserviente e si fece portare un microscopio.

Fu esaminato il cranio di Ghirendini, e non si durò fatica a scoprire un buco livido, contornato di sangue nero aggrumato.

—Avete ragione, signore,—disse il “coroner”—il cranio è stato traforato da uno spillo.

Boni era raggiante, nelle sue previsioni non si era ingannato, Ghirendini assassinato, egli avrebbe potuto dire dove stava, se non l’assassino almeno chi aveva dato l’ordine di quella morte, ma non fiatò, diamine, non gli conveniva per più ragioni, eppoi che la prima polizia del mondo se la sbrigasse lei, a lui bastava che risultasse ufficialmente essere il marito di Margherita morto assassinato.

Il “ coroner ” seguitò l’ esame del cervello, quello che prima sarebbe stato impossibile scoprire, diveniva ora, che si aveva una traccia da seguire, cosa facilissima.

Quando il dottore, il “ coroner ” e Boni, lasciarono la Morgue, un rapporto era steso nel quale veniva dichiarato che Napoleone Ghirendini, era morto in seguito di una lesione al cervello prodotta da uno spillo conficcato dalla parte superiore del cranio.

Il “ coroner ” nel lasciare Boni, gli fece i più sentiti ringraziamenti e si disse onorato di essere uno dei suoi amici.

CAPITOLO XVI.

La prima polizia del mondo.

Il rapporto del “ coroner ” fu ben presto cosa pubblica;i giornali lo riprodussero commentandolo nel modo più violento.

Come la polizia lasciava assassinare i prigionieri nel suo quartiere, e ignorava tutto, non faceva nulla per scoprire l’assassino; ma che forse erano incretiniti, al quartiere generale di Mulberry Street, e l’ispettore Byrnes, aveva perso l’occhio sicuro che lo rendeva leggendario?

La stampa fu inesorabile, un’onda di sentimentalismo infiorava i lunghi articoli, perché oramai si parlava a voce alta dell’innocenza del Righetti, perché la morte del Ghirendini era stata procurata da chi aveva interesse a che le tenebre del delitto di Mulberry restassero impenetrabili.

Alcuni giornali, primo il “World” chiedevano l’immediata scarcerazione di Righetti.

Byrnes era esasperato, comprendeva come la stampa avesse ragioni da vendere; ma d’altra parte lui non poteva fare l’impossibile, i suoi agenti cercavano e non trovavano, la traccia spariva dalle loro mani come la nebbia al sole.

Dikens, se la prese con i policemen di guardia alle prigioni del quartiere generale, aveva raccomandato, imposto l’isolamento per Ghirendini e invece il primo venuto lo mettevano là in compagnia dell’uomo che non doveva vedere, parlare con alcuno.

Dikens, prò forma, corse all’indirizzo dato dal sedicente ubbriaco che fu compagno di cella di Ghirendini, ma non ne trovò traccia, nome, indirizzo, erano falsi.

Da ciò risultava a luce meridiana, che quello fosse appunto l’assassino; ma i connotati presi dal cancelliere della polizia, erano così vaghi, che non sarebbe stato possibile rintracciare l’individuo anche ai più astuti poliziotti.

All’ispettore Byrnes cuoceva di essere fatto bersaglio a tante accuse, molto di più che erano ancora fresche quelle a lui mosse per l’arresto di Alì, il disgraziato preso per il famoso “Jack lo Squartatore.”

Ma cosa doveva fare? Dove rivolgersi?

I reporters lo assalivano da ogni parte ed egli che aveva sempre risposto con precisione e chiarezza si trovava imbarazzato, non dava che risposte vaghe, che venivano prese per una confessione d’impotenza.

Quando Byrnes ebbe nelle mani il rapporto ufficiale del “coroner” nel quale era detto che il Ghirendini fu assassinato, chiamò Dikens e gli disse:

—Sentite per noi è quistione di vita o di morte, non vi è da illudersi, o noi facciamo luce su quel malaugurato mistero di Mulberry, o ci troviamo costretti a cambiare mestiere. All’epoca del tentato assassinio di quella donna italiana in casa Ghirendini prendemmo una cantonata, l’assassino non è quel giovane infelice che geme a Sing-Sing, ma sibbene un furfante della peggiore specie che è libero e che per conservarsi la libertà, commette ogni giorno nuovi delitti;è necessario trovare questo essere misterioso, che ci dà ad ogni momento scacco matto, e ci mette nella condizione di ricevere insulti dalla stampa.

—La stampa,—interruppe con violenza Dikens,—saprei io cosa farne.

—Avete torto, la stampa è luce che illumina il mondo, e se ci attacca ha ragione di farlo. Un tempo ci prodigava elogi, e voi pure eravate contento Dikens.

—No, no, per me gli elogi di quei sapientelli non fanno.

—Infine, è un fatto, che ci lasciamo gabbare dal primo che capita, dove è andato il tempo nel quale ci gloriavamo di essere la prima polizia del mondo.

—Lo Squartatore però lo abbiamo arrestato.

Byrnes, guardò fissamente il subalterno, e poi disse lentamente:

—Lo credete Dikens?

Il poliziotto chinò il capo e non rispose.

—Pensiamo al presente,—riprese Byrnes,—un uomo è stato assassinato, e dove? nelle prigioni della polizia, è d’uopo trovare l’assassino; solo a questo fatto noi saremo riabilitati. Impiegate tutt’i mezzi, tutti, intendete bene.

Dikens credeva in Byrnes come i fedeli credono in Dio, da molti anni al suo servizio, aveva appreso a stimarlo al suo giusto valore, e per ciò sapeva bene che da una situazione imbrogliata lui solo poteva uscirci, per cui rispose:

—Cercate, cercate, voi troverete!

—Cercare,—riprese con rabbia Byrnes,—cercare? e credete che non abbia cercato, no, non mi sono arrestato mai, ho cercato senza posa all’insaputa di tutti, ho lavorato per conto mio; molte volte mi sono trovato a seguire una traccia che si è poi dileguata.

—Non avete trovato,—balbettò Dikens,—voi!

—Sì, io che tutti credono il Dio di questa polizia metropolitana, che pure ha un passato tanto splendido.

—Se voi non trovaste, possiamo smettere ogni ricerca.

—No, bisogna anzi cercare, frugare dovunque, abbiamo diverse cose sulle spalle: il delitto di Mulberry, il rapimento del figlio di Vittoria, il furto in casa Ferroni, l’assassinio di Ghirendini. Ho l’intuizione che tutti questi delitti sieno insieme collegati, dirò di più credo che la stessa mano ha fatto agire tutt’i personaggi di questi drammi, i quali poi, vedrete, sono un dramma solo, terribile quanto mai dir si possa.

“ Trovate la moglie del miserabile che fu assassinato sotto i nostri occhi, è quello il filo che ci porterà fuori del labirinto. Se non troveremo darò le mie dimissioni, non voglio essere, io, Byrnes, il capo dell’ultima polizia del mondo.

Dikens chinò il capo, era estremamente commosso.

I due poliziotti restarono insieme ancora un’ora e stabilirono il loro piano; li vedremo all’opera.

CAPITOLO XVII.

Vendetta.

Quando Margherita apprese la morte del suo Napoleone, sul principio restò interdetta, paralizzata, come se non comprendesse ciò che gli avveniva. A poco a poco, si orizzontò; Napoleone era stato assassinato nella sua prigione.

Allora fu presa da un’accesso terribile, quella donna, senza cuore, che vendeva le caste e povere fanciulle ai libertini più osceni, senza che le loro grida la commovessero, quella donna, che aveva, ridendo, fatto versare tante lacrime, amava, e in modo selvaggio il suo Napoleone, quando lo aveva vicino lo trattava malamente, lo ingiuriava perché lo credeva vile; ma lo amava e nei suoi sogni più cari eravi quello di ritirarsi a Marsiglia ricca, felice, amata e amante di Napoleone.

Strani misteri del cuore questi, che fanno sì che una donna depravata come Margherita, possa avere nel cuore quel sublime sentimento, che è l’amore.

Margherita aveva avvisato Ruiz del pericolo che li minacciava, ma non avrebbe mai pensato, che quell’avviso avrebbe prodotto un tale risultato.

Nel primo momento di collera voleva correre alla polizia, svelare tutto e fare arrestare Ruiz,che lei riteneva come l’unico ispiratore dell’assassinio; se non lo fece, fu perché ebbe paura di essere imprigionata. La sua coscienza non era tranquilla.

Il furore della megera era al colmo, a lei la perdita del suo Napoleone, recava un colpo terribile.

Nella modesta stanza che occupava in uno dei più reconditi quartieri di alto di città, smaniava, si disperava.

A volte a volte, erano singulti soffocati, grida di rabbia, di furore, d’amore, di rimpianto.

L’antica venditrice d’amore, non era riconoscibile, aveva ritrovato il suo cuore che palpitava, delirava per l’uomo, che un tempo la sfruttò, che le fu compagno in una vita di delitti e d’infamie.

Quel Ruiz l’avrebbe pagata cara, la colpiva nel suo affetto più caro, si sarebbe vendicata, e con questo pensiero, Margherita si vestì in fretta e non curando il pericolo di essere riconosciuta, si recò al negozio di Ruiz.

Il miserabile, era intento a sfogliare la sua corrispondenza, quando la donna entrò come la folgore, gridando:

—Che faceste di mio marito?

Ruiz, dai lineamenti sconvolti di Margherita, comprese che la notizia dell’assassinio di Napoleone aveva ridotto alla disperazione la di lui moglie, e ne fu spaventato.

Egli credeva, che Margherita sarebbe stata felice di essere liberata da quel marito ubbriacone, che non le era utile a nulla.

Come supporre, del resto, che la miserabile che ingannava le povere fanciulle, vendeva il loro corpo, avesse nel cuore dei sentimenti umani?

Ruiz non voleva pubblicità e trascinò Margherita nel retro bottega, e con voce concitata disse:

—Cosa vi prende, siete pazza?

—Sì, pazza di rabbia, pazza di dolore.

—Perché?

—E me lo domandate? Chi ha assassinato il mio Napoleone?

—Non so cosa volete dire.

—Non sono sì stupida da essere ingannata, temevate la lingua di mio marito, e l’avete resa muta per sempre.

—E quando ciò fosse?—rispose Ruiz incrociando le mani sul petto e guardando col suo occhio scintillante Margherita, che intimorita,cominciava ad abbassare il suo.—Quando ciò fosse, non siete voi forse, che siete venuta a segnalarmi il pericolo? Non foste voi che mi gridaste; guardatevi!

“ Io ho preso le mie misure, una parola di vostro marito poteva perdermi, anzi poteva perderci, non dovevo esitare.

—Ma uccidere, uccidere Napoleone, no, no, no...

—Inutile protestare, ora i fatti compiuti non si distruggono.

—Ma si vendicano,—esclamò la donna alzando fieramente il capo e fissando senza tremare Ruiz.

—Vendicarvi di me, voi? Siete matta. Una vostra parola vi darebbe in mano della polizia colla quale avete un bel conto da regolare. Il vostro interesse, la vostra sicurezza, v’impongono di tacere e tacerete.

—Non tacerò, al disopra della mia sicurezza, vi è l’amore che portavo a mio marito...

—L’amore?—E Ruiz dette in una ironica risata.

—Amore per un uomo che fanciulla, ha sfruttato la vostra bellezza, che fatta adulta, vi ha spinto a fare la ru. . . .

—Ebbene,—interruppe con inaudita violenza Margherita,—che cosa vuol dire ciò? io ero felice di vendermi per l’uomo che amavo, avrei voluto avere cento corpi da mettere a disposizione di cento libertini per potere arricchire il mio amante. Lui povero, tutto poteva ottenere da me,ed io passava dalle braccia dell’uno e dell’altro, per potere empire le sue tasche.

“ Voi credete che agli occhi delle mie pari un uomo mantenuto sia spregevole, tutt’altro; noi li consideriamo come i veri maschi, e disprezziamo altamente chi ci paga.

“ Napoleone mi sposò, fece più del suo dovere, fu umile sempre, sommesso, riconoscente, l’amore di un tempo, quell’amore che faceva vibrare i miei sensi, dette luogo ad un’affezione profonda; con lui e per lui la vita mi pareva bella.

—Eppure spesso avvenivano fra voi delle baruffe.

—Ciò non prova nulla, due innamorati, nel punto migliore del loro idilio si bisticciano, è amore che cresce si suol dire; così eravamo noi.

Ruiz era sbalordito, non avrebbe mai sospettato in quella donna, che già poteva dirsi vecchia, tanta passione. Quando, con un sangue freddo terribile, ideò di sopprimere Ghirendini, non sospettava neppure per ombra, che la moglie sua si fosse fatta viva. Lui, perverso, malvagio, triste oltre ogni dire, senza l’ombra del sentimento, credeva che Margherita avrebbe battuto le mani a quella soppressione, che la rendeva libera da un uomo triste e cattivo.

Ora invece, si trovava innanzi quella donna esasperata dal dolore, pronta a fare qualunque pazzia per vendicare la morte dello sposo.

Il pericolo era grande, bisognava giuocare di astuzia, affinché non fosse possibile a Margherita porre in esecuzione i suoi piani.

Ruiz cercò di calmare la vedova inconsolabile, le parlò a lungo con la sua voce affascinante, le mostrò il pericolo scampato, la necessità di quella morte per la comune sicurezza.

Inutile cura, Margherita non si calmava, il suo furore aumentava, e prendeva delle proporzioni allarmanti.

Ruiz non sapeva cosa fare, se avesse usato la violenza, da quel virago in gonnella sarebbe stato battuto.

Ad un tratto fu bussato all’uscio. Ruiz trasalì, Margherita restò impassibile, non temeva nulla, fissa nell’idea di vendicarsi, bramava anzi di potere far sapere a tutti l’assassinio del suo sposo e il nome dei delinquenti.

—Un momento,—disse Ruiz con voce tremante.

Ma ad onta di ciò, la porta si aprì con violenza ed entrò Bernabei, vestito con quella eleganza propria ai villani rifatti.

Bernabei, che si piccava di essere un gentiluomo, fece un inchino cerimonioso a Margherita, mentre sorridendo in modo equivoco, aggiunse:

—Dolente di avere guastato l’amabile colloquio.

Uno sguardo terribile di Ruiz, lo avvertì che non dicesse più sciocchezze.

—Perdono, perdono—mormorò Bernabei, che innanzi a Ruiz perdeva ogni aria—non sapeva, dunque un’affare serio.... basta, eccomi qua, pronto ad udire, eseguire e fare.

Il discorso di Bernabei fu interrotto da Margherita, la quale prendendo per l’abito Bernabei lo scosse bruscamente gridando:

—Voi l’avete ucciso, sì, voi, il mio Napoleone.

—È inutile,—disse Ruiz,—costei è proprio pazza.

—Pericolosa,—rispose Bernabei, guardando con malizia la donna e Ruiz.

Margherita continuava a smaniare; no, la prigione non le sarebbe importata, ma voleva correre a reclamare il corpo del marito, e dopo avere ancora una volta baciato l’uomo che fu padrone del suo cuore, avvenisse ciò che volesse. Lei avrebbe avuto il tempo di dire il fatto suo, prima che le si tappasse la bocca.

—Uccidere, uccidere Napoleone!—gridava la donna, sempre più minacciosa,—ucciderlo come un coniglio, e credete di passarla liscia? no, no, per Dio, la pagherete!

—Insomma, finitela!—esclamò Ruiz seccato.

—Non la finirò.

—Hai una cantina?—domandò in gergo Bernabei a Ruiz.

—Per farne cosa?—rispose nello stesso linguaggio Ruiz.

—Per tirarci quest’anitra, che pare voglia battere le ali.

—Dici bene, ho quello che bisogna, guarda là a sinistra, vicino quel piedistallo vi è una botola, la cantina non ha finestre, è piccola e sicura.

—L’anitra ci starà sicura.

—Stai attento ad un mio segnale;—ciò detto si rivolse a Margherita, alla quale con voce carezzevole disse:

—Via, mamma Margherita, fatevi una ragione, presto o tardi bisogna morire; Napoleone sarà stato la fenice dei mariti, un galantuomo di tre cotte, ma la sua lingua poteva perderci.

—Vile! miserabile! assassino!—gridò Margherita.

Ruiz a quelle parole si slanciò verso la donna, e la prese a mezzo la vita,mentre diceva al complice:

In una stanza arredata, un uomo sostiene per la vita una donna piegata all'indietro, mentre un altro uomo seduto li guarda.

Ruiz a quelle parole si slanciò verso la donna, e la prese a mezzo la vita,

—Apri il buco.

L’ordine fu eseguito con una velocità ammirabile.

Margherita si difendeva disperatamente, mordeva, graffiava, e gridava alla disperata. Bernabei corse in aiuto di Ruiz, il quale non ne poteva più, e con voce affannosa gridava:

—La bocca, la bocca di questo serpente! se grida ancora siamo perduti.

Bernabei ci si provò, ma ne ebbe un dito lacerato dai denti acuti di quella donna.

Finalmente poterono trascinare la donna vicino al buco nero, pauroso, che si apriva in un angolo della stanza.

Sull’orlo di quell’apertura, ebbe luogo un’ultima e disperata difesa da parte di Margherita; nella lotta, un magnifico vaso del Giappone,rabescato in oro, cadde dal suo piedistallo, e andò a colpire Ruiz alla fronte, producendogli una lunga e profonda ferita. Il miserabile gettò un grido di dolore e di rabbia, acciecato dal sangue che colava dalla ferita, al colmo del furore, con uno sforzo irresistibile, precipitò Margherita in cantina.

Si udì un urlo soffocato, un colpo sordo, poi più nulla.

—Auf—disse Bernabei—ce ne è voluto, credevo che ci gettasse noi in cantina.

—Presto, corri dal farmacista qui vicino, pregalo a mio nome, di venire qui perché possa curarmi questa ferita.

—È vero, quel serpente ti ha fatto uno strappo nella pelle delicata.

—Va.

—Ma prima dimmi, non vi è caso che l’anitra metta fuori il becco dalla sua gabbia?

—No, la cantina è profonda e non vi è scala.

—E se grida?

—Nessuno udrà.

—Va bene, allora corro.

Il farmacista venne colla massima premura; la ferita non era pericolosa, ma per un poco di tempo la fronte di Ruiz avrebbe avuto la fasciatura.

Il farmacista lavò prima la ferita, con acqua fresca, quindi la medicò e mise le bende di tela.

—Sembri un reduce da un campo di battaglia,—disse ridendo Bernabei.

Ruiz lo guardò con rabbia, quella ferita lo costringeva a restarsene per qualche giorno ritirato, non poteva andare attorno con quegli stracci sulla fronte, e più di tutto gli cuoceva di non potere recarsi da Clara, dalla donna che faceva battere il suo sangue, fremere i suoi sensi.

—Sarebbe bene—disse Bernabei—coprire questa botola, non si sa mai.

—Sì, tiriamoci sopra quella grande cassa là, a metà piena di porcellane.

La cassa era pesante, e i due complici durarono fatica a trascinarla sopra la botola, ma finalmente vi riuscirono.

—Cosa faremo dell’anitra?

—Ci penseremo poi—rispose secco secco Ruiz—per ora sta bene dove si trova. Adesso parliamo dei nostri affari; hai sorvegliato la casa di Broome Street, dove abita il banchiere Ferroni?

—Sì.

—Vedesti nulla di sospetto?

—È un uomo che ha molti amici, che riceve tutta gente della buona società. I vicini ne dicono un mondo di bene, di quel banchiere, che pare sia un filantropo, ma di quei coi fiocchi. È una cosa commovente a sentire, e fino a questa mattina ho creduto che tu sognassi, quando tu dicevi che quel benefattore dell’umanità ti faceva la guerra.

—E adesso ti sei ricreduto.

—Lo credo, e come! e sono venuto a bella posta per dirti che il pericolo è più grande di quello che credevamo, perché fra i visitatori più assidui di casa Ferroni vi è..... indovinalo.

—Indovinarlo e come?

—Su via, hai poca memoria, eppure non è trascorso un secolo.

—Ma dunque parla una volta, in tua malora.

Ma Bernabei amava i colpi di scena, curava l’effetto, e poi si divertiva a torturare il suo complice.

—Avrei avuto piacere che tu dimostrassi più memoria, ma basta, non si può pretendere l’impossibile; dunque ti dirò che in uno dei più assidui frequentatori di casa Ferroni ho riconosciuto, e non ho preso abbaglio, nientemeno che l’illustrissimo....

—Via, via, fai presto.

—Che furia, diamine! si tratta di una persona di riguardo, dell’illustrissimo ex-ispettore di Pubblica Sicurezza di Napoli.

—Un ispettore di Pubblica Sicurezza?

—Sì, quello stesso che si occupò con tanta poca fortuna, del dramma di Posilipo.

Ruiz chinò il capo fulminato.

Non eravi dubbio, quel dannato poliziotto voleva una rivincita dello scacco subito a Napoli.

L’accasciamento del miserabile durò poco, si rialzò con lo sguardo scintillante, e con accento da far fremere lo stesso Bernabei disse:

—Prima ch’egli mi schiacci, io tenterò schiacciarlo; il pericolo è grave, ma non dobbiamo spaventarci, quell’ex-ispettore fa male a mettere il naso nei nostri affari, se ne pentirà.

—Ti capisco, ma guarda che arrischiamo la sedia elettrica, una sedia niente affatto comoda, sulla quale si sta un minuto, e basta perché non ci si alzi più.

—Preferisci la catena del forzato, là in Italia, col pane acido e la minestra marcia?

—Preferirei vivere tranquillo, da onesto borghese, mi farebbero Presidente di un numero infinito di società, diventerei un pezzo grosso, un pontefice della colonia.

—Leviamo di mezzo quell’ex-ispettore, e il tuo sogno diventerà realtà.

—A dirlo si fa presto, ma a farlo non è facile cosa.

—Troveremo; evvia, siamo sempre noi alla fine, soldati di quell’esercito coraggioso che non vuole essere ingannato e preferisce ingannare. Su, coraggio, cercando si trova, e poi il caso può offrirci un’occasione favorevole per togliere di mezzo “con una disgrazia” quel malaugurato poliziotto.

—Non domando di meglio, e aspetto i tuoi ordini.

—Per oggi non ho nulla a dirti, ripassa domani, abbiamo anche da provvedere a mamma Margherita.

—Sarò qui domani prima di mezzogiorno.

—Va bene.

—E la sorveglianza a casa Ferroni?

—Tolta, non ve ne è più alcun bisogno.

—Benissimo.

Quando Ruiz fu solo pensò lungamente, ad onta che la ferita gli producesse forti dolori, pure restò più di un’ora immerso nelle sue meditazioni, e vi sarebbe restato ancora per molto tempo, se una visita gentile non l’avesse bruscamente interrotto.

CAPITOLO XVIII.

Amore di fanciulla.

Fu Fanny che, entrata senza far rumore nella stanza di Ruiz, gli mormorò:

—A cosa pensa il mio signore e padrone?

—A te,—rispose con una prontezza di spirito sorprendente il miserabile.

Fanny gettò un grido di spavento, aveva visto le bende insanguinate che coprivano la fronte di Ruiz.

—Tranquilizzatevi, Fanny; è nulla, quel vaso, del quale vedete là i rottami, è caduto dal suo piedistallo e mi ha colpito alla fronte. È una scalfittura, nient’altro.

“ Ma, ditemi, a quale fortunata ventura debbo la vostra visita?

—Tornavo dal Park, passai innanzi al vostro negozio e mi venne vaghezza di vedervi, feci fermare la carrozza ed entrai, il garzone mi disse che eravate qui, e sono entrata senza far rumore, sorprendendovi mentre pensavate..... a me, così m’avete detto.

—E dissi il vero.

Fanny, con quei modi liberi, che sono una caratteristica delle ragazze americane, le quali sia detto a loro onore, non hanno le ipocrisie, i falsi pudori, le paure di quelle d’Europa, erasi seduta sopra una poltrona di vimini e guardava sorridendo il suo fidanzato.

Seguì un breve silenzio, poi Fanny disse: devo darvi anche delle spiegazioni, voi con una delicatezza che vi onora, non me ne domandaste, e nel nostro primo colloquio, dopo la festa di casa mia, non voleste sentirne.

—Era così dolce il nostro colloquio,—rispose con voce insinuante Ruiz,—che non valeva la pena di guastarlo, con spiegazioni che hanno per me un’importanza ben meschina.

—Ma oggi posso ben dirvi come e perché si trovi in casa mia un fanciullo vostro connazionale;—e Fanny brevemente raccontò, come avesse trovato Enrico, come fosse venuta nella determinazione di tenerselo senza dire nulla a nessuno, di modo che quell’opera di carità sarebbe restata nascosta.

Ruiz, a mano a mano, che Fanny parlava, si sentiva sollevato da un gran peso, senza saperlo la sua fidanzata lo aiutava nei suoi tristi progetti; infatti Enrico, in casa e sotto la protezione di Miss Spencher, sarebbe stato introvabile per la polizia. Il caso anche questa volta favorì il furfante.

Fanny terminò dicendo, che amava tanto, e poi tanto quel bel bambino biondo, e Ruiz baciandole con ardore la mano, le disse:

—Angelo, angelo!

—Senza ali,—rispose ridendo la bella americana.

Il colloquio da questo momento, diventò più intimo, più tenero, parlarono del loro prossimo matrimonio; sarebbero andati subito dopo le nozze, in Europa; un amico di casa Spencher ricco a milioni metteva a disposizione degli sposi, il suo magnifico “ yacht ” a vapore, e avrebbero così viaggiato come veri principi.

Ruiz si innebriava a quel quadro seducente, a quella prospettiva di lusso e di delizie, e dimenticava la sua posizione, i pericoli che lo minacciavano.

Quel giorno, Fanny era più del solito espansiva, i suoi occhi bellissimi erano umidi, languidi, e abbandonava senza protestare la sua mano bianca ai baci lunghi appassionati di Ruiz, il quale comprendeva essere, la sua fidanzata, in quello stato nel quale facile è trionfare del pudore, dei sentimenti di onore di una ragazza. Libertino e calcolatore,voleva sfruttare quel momento di abbandono, e però le sue carezze diventavano, a poco a poco, più audaci, le labbra avide cercarono quelle della fanciulla, che a mezzo vinta si ripiegava come un fiore sotto il peso della rugiada.....

Fu bussato alla porta, Ruiz a stento trattenne una bestemmia. Fanny,come svegliata da un lungo sonno, si alzò, rossa di vergogna, comprese il pericolo che aveva corso, e stendendo la mano a Ruiz, gli disse:

—Siamo molto imprudenti, ciò non avverrà più.

Ruiz, chinò il capo e non rispose; ma in cuor suo maldiceva colui che venendo a battere all’uscio gli aveva impedito di fare sua quella vergine innamorata.

—Quando ci vedremo?—domandò Fanny.

—Appena libero da queste bende, verrò a salutare vostro padre, a ripetervi che vi amo.

Fu di nuovo bussato all’uscio.

—Entrate,—disse con stizza Ruiz.

Comparve il garzone.

—Cosa volete?

—Don Arcangelo ha estremo bisogno di vedervi.

—Vengo subito.

—Vi lascio ai vostri affari a rivederci,—disse Fanny, e in ciò dire porse la fronte al fidanzato, che la baciò con rispetto e quindi l’accompagnò fino alla sua carrozza.

CAPITOLO XIX.

Due furfanti.

Ruiz restò sulla porta fino a quando scorse il “ landau ” di Fanny e quindi, ritornato nel negozio, domandò con premura a Don Arcangelo per quale grave cagione fosse venuto a trovarlo.

—Devo rendervi conto di fatti che mi mettono in un gran pensiero;da un certo tempo vedo girare intorno alla mia casa delle faccie sospette; non sono policemen, perché quelli li conosco lontani un miglio, ma al loro modo di guardare,di squadrare quanti entrano alla “Banca Centrale,” si capisce subito, che esercitano una sorveglianza sulla mia casa e ciò non può piacermi. Poi non vorrei che, le sere delle nostre adunanze, quei signori esploratori si sorprendessero nel vedere gli strani clienti della mia Banca.

—Avete fatto bene a venire, Don Arcangelo, provvederemo in modo, perché questi curiosi restino con un palmo di naso: Dite, e del furto di casa Ferroni?

—Passato liscio come l’olio; la polizia brancola nel vuoto; il nostro compagno Tony, che è addetto al quartiere generale, mi raccontava l’altra sera le smanie di Byrnes, il quale, poveretto! non sa dove battere il capo.

—Come procede la speculazione della moneta?

—A gonfie vele.

—È un affare pericoloso però.

—Non più degli altri, e se si continuerà a seguire i miei consigli,ben presto New-York sarà allagata da monete false, senza che un solo spacciatore sia colto in trappola.

Don Arcangelo si riscaldava, quell’operazione dei pezzi falsi da cinquanta soldi era stato lui a proporla; il conio, di una perfezione ammirabile, era stato fatto da un disgraziato incisore, il quale, per non morire di fame, aveva consentito a commettere il delitto; il metallo adoperato per le false monete era un’amalgama abbastanza riuscita, così che, non era cosa facile il distinguere i falsi dai buoni.

Don Arcangelo, mandava a due a due gli spacciatori; uno teneva il gruzzolo, l’altro con un solo pezzo da cinquanta soldi in tasca, andava nei negozi, nelle birrerie, spendeva al massimo cinque soldi, e dava la moneta falsa, se passava, usciva, faceva un segno, “ il fornitore ” si avvicinava e lestamente gli passava un’altra moneta.

Nel caso che lo spacciatore venisse arrestato in flagrante, faceva presto a difendersi, non avendo che quella moneta falsa in mezzo a tante buone, la polizia non poteva farci nulla; chiunque può prendere, senza accorgersene, un pezzo da cinquanta soldi falso, e restituirlo ad altri in buona fede.

Del resto le leggi federali, sono molto miti, e gli spacciatori di moneta falsa, che sono mille volte più dannosi dei ladri, se la cavano con un paio d’anni di carcere.

Don Arcangelo, falsario nato, si godeva di essere il re di quell’esercito, che sparso per ogni dove, metteva in circolazione del piombo per argento.

L’astuto banchiere, pagava un tanto all’associazione presieduta da Ruiz;ma i guadagni maggiori, la parte del leone, se la prendeva per sé.

Don Arcangelo disse tutto ciò a Ruiz, con la foga di un difensore che patrocina una buona e santa causa. Ma non era venuto per quello solo, eravi una speculazione da tentare, una speculazione ottima, che avrebbe fruttato milioni; ma quell’operazione doveva essere un “ extra ” nella quale la società non doveva entrare.

Lui e Ruiz avrebbero diviso i profitti. Ecco di cosa trattavasi. Il Banco Nazionale del Brasile, aveva ordinato alla “ Bank Note Company ” di New York per dieci milioni di biglietti di vari tagli; ora, un’impiegato infedele della compagnia, poteva tirare, per mezzo di un suo ritrovato, che paralizzava il contatore posto alle macchine dove si stampano i biglietti di Banca, almeno un paio di milioni in più, quei due milioni venivano venduti a Don Arcangelo per una miseria.

—Quando avremo nelle mani i biglietti, li venderemo al Brasile; conosco colà persone che non aspettano altro,e realizzeremo dei profitti enormi. I biglietti ordinati sono da centomila e cinquecentomila reis, ciò che forma una vera e propria fortuna.

“Spediremo i biglietti entro barili di farina, così saremo sicuri, e la spedizione non verrà fatta a New York, ma nel Messico.

—E quando sarà tutto pronto?

—Fra due mesi.

—E quale è la parte che mi assegnate in quest’ affare, del quale m’invitate a dividere i profitti?

—Nessuna parte speciale, lavoreremo uniti, mi consiglierete, in due è più facile cosa condurre ad effetto un’impresa di tal genere.

—Va bene, contate su me. Ed ora ditemi, credete che sia pericoloso adunarsi in casa vostra?

—Non lo credo, quando si è entrato nel mio locale sfido a trovarci. Ci riuniremo presto.

—Sì, da qualche giorno i nostri uomini bevono troppo, il vino è un cattivo alleato, una parola è presto sfuggita, e la polizia tiene gli orecchi aperti.

—Va bene; lasciate che vi domandi, e scusate se non lo feci prima, cosa avete fatto alla testa?

—Nulla, un vaso che è caduto mi ha colpito.

—Quando avrà luogo l’adunanza?

—Venerdì prossimo. E vostra figlia?

Don Arcangelo sussultò e poi rispose:

—Quella disgraziata non vuol saperne del magnifico matrimonio che potrebbe fare.

—La ragazza è innamorata caro Don Arcangelo, e non sposerà che quello spiantato che le ha fatto battere il cuoricino. Il babbo penserà a fare ricchi gli sposi.

—Mai, mai!—tuonò Don Arcangelo con accento terribile,—prima l’ucciderò con le mie mani!

—Son cose che si dicono, se aveste dato retta a me, oggi vostra figlia sarebbe stata la signora Ruizzi.

Don Arcangelo fece un gesto di protesta, e gridò,—no, no vostra moglie, no!

Allora Ruiz s’inquietò. Cosa credeva? Egli buono come un’altro; del resto, la figlia di Don Arcangelo non nacque in una culla reale, suo padre valeva quanto lui, anzi meno.

Per fortuna le cose erano andate meglio per lui; una bella fanciulla,di famiglia onesta, ricca, rispettata, l’amava e sarebbe stata sua moglie, e lì in quella stanza stessa, dove Don Arcangelo si sdegnava al solo pensiero che sua figlia lo avesse sposato, era ancora il profumo dell’aristocratica ragazza che lo amava con passione.

Don Arcangelo udì con pazienza la lunga sfuriata di Ruiz, e quando ebbe finito, disse:—Non ho voluto offendervi, non ne parliamo più.

I due furfanti, si strinsero la mano e si separarono.

Annottava. Ruiz fece chiamare una carrozza e si fece condurre da Clara; ad onta delle bende che gli coprivano la fronte, non volle tralasciare di visitare l’antica amante.

CAPITOLO XX.

Eugenia.

Eugenia, la perversa fanciulla, che aveva abbandonato il padre per seguire Bernabei, erasi accomodata mirabilmente alla sua nuova esistenza.

Non era impacciata nei nuovi abiti di seta e di raso, anzi li portava con eleganza squisita, facendo risaltare tutte le sue bellezze.

Bernabei amava Eugenia, e ne era furiosamente geloso; guai a colui che avesse tentato di rapirgli quella fanciulla che possedeva a prezzo d’oro!

Il vecchio malandrino, aveva preso in affitto un bel quartierino alla sessantacinquesima strada, là dove sorge con meravigliosa rapidità la New York nuova.

Eugenia aveva scelto i mobili con un buon gusto, che faceva meravigliare.

Come mai quella figlia del popolo, nata e cresciuta nella miseria, conosceva tutto ciò che ci vuole, perché un salotto, una camera, un fumoir, sieno ammobiliati con lusso ed eleganza?

Un uomo non riuscirebbe mai a far tanto; ma la donna ha l’istinto che la guida nelle sue ricerche, quell’istinto che la fa civetta appena che ha smesso di succhiare il latte materno.

Eugenia non amava affatto Bernabei, non per tanto si mostrava carezzevole, sottomessa, pronta a soddisfare tutte le voglie di quel vecchio libertino, che conosceva della lussuria tutte le raffinatezze.

La fanciulla usciva poche volte di casa, Bernabei lo aveva proibito; spesso andavano al teatro, e frequentava di preferenza quelli nei quali agiscono compagnie di operette di varietà, di balli. Eugenia si divertiva un mondo, avrebbe voluto lei pure mandare al diavolo le gonnelle per mostrare al pubblico le sue forme scultorie, l’anca provocante, la gamba tornita.

Una sera al “ People’s Theatre di Bowery,” oltre alla solita “ferie” un ribaldone di canto, ballo, scene comiche e drammatiche, vi fu una partita di pugilato, due giovani dalle forme atletiche, con le mani coperte dalle grosse manupole di pelle bianca, accolti da un lungo applauso al loro comparire, cominciarono a scambiarsi colpi furibondi.

Eugenia fu colpita dalla bellezza di uno dei combattenti; ed in fatti quel giovanotto era fatto per destare l’ammirazione di una ragazza che si sente bollire il sangue nelle vene.

Alto, aitante della persona, col torace largo, le braccia muscolose, le gambe saldamente piantate, Mac Deny era proclamato dalle belle di Bowery, una bellezza di prim’ordine e se lo disputavano con accanimento.

Eugenia fu sedotta, affascinata da quella maschia bellezza, e il suo occhio acceso da desiderio seguiva ogni mossa di Mac Deny, il quale non tardò ad accorgersi delle occhiate di fuoco che partivano dalla “ box ” occupata da Bernabei.

Un sorriso fatuo sfiorò le labbra del pugilista, era abituato a quelle avventure, non era quello il primo sguardo che lo colpiva, però mai erasi trovato di fronte ad una bellezza come quella di Eugenia.

La lotta terminò con la vittoria di Mac Deny, Eugenia senza curarsi di Bernabei che sbuffava come un toro, batté con forza le mani.

Lo spettacolo continuò; ma l’amante di Bernabei non vi attendeva più, era distratta; ella pensava al bel pugilista, pensava alla voluttà che si doveva provare fra le braccia di quel forte giovanotto che aveva braccia che parevano colonne.

Quella notte Eugenia rispose fiacca, stomacata, alle senili carezze del suo innamorato, il pensiero volava al garzone fiero e forte, e Bernabei in spirito, per ora, veniva ingannato.

Eugenia, la mattina dopo, quando Bernabei se ne fu uscito, si vestì con la massima eleganza e si recò al “People’s Theatre” e senza esitare domandò al bigliettinaio in un inglese alquanto fantastico l’indirizzo di Mac Deny.

—“Tremont Hotel, 620 Broadway,”—rispose l’impiegato con un sorriso pieno di maliziosi sottintesi.

Eugenia non era pratica delle vie di New York, ma sapeva però da che parte si trovava Union Square, e quando fosse stata in quella specie di giardino non avrebbe durato fatica a trovare Broadway.

La bella ragazza si diresse adunque verso Union Square, sollevando sul suo passaggio la generale ammirazione. Lei sapeva di essere ammirata, e passava alteramente come una regina che riceve l’omaggio dei suoi sudditi.

La perversa creatura, si recava senza paura ad offrirsi ad un uomo che non aveva conosciuto, che aveva visto una sola volta al lume della ribalta, fare sfoggio dei suoi muscoli attraverso la maglia carnicina da atleta. Era bella e l’uomo certo non si sarebbe fatto pagare; il sangue bolliva nelle vene al pensiero che fra pochi istanti avrebbe deliziato fra due braccia robuste e non fiacche come quelle di Bernabei.

Il suo piano era ben facile, si sarebbe presentata al pugilista e gli avrebbe detto:

—Mi piaci, sei bello e forte, mi vuoi?

Così pensando era giunta in Union Square e, trovato prestamente Broadway, in pochi istanti fu all’Hotel abitato dall’uomo che aveva con tanta potenza stimolato i suoi sensi.

Con la massima franchezza si diresse all’ufficio e domandò qual camera occupasse il pugilista.

—Al numero undici, primo piano,—rispose l’impiegato.

Eugenia salì rapidamente la scala coperta da un tappeto rosso, e batté alla porta del numero undici; nessuno rispose, batté di nuovo uguale silenzio.

Eugenia stava per battere ancora, quando una vispa cameriera, graziosa quanto mai, con la cuffietta bianca che le copriva il capo, si avvicinò e disse.

—È inutile che bussiate, il signore che cercate è uscito con una bella donna, che è venuta a prenderlo con la sua carrozza.

—Grazie,—rispose seccamente Eugenia, e partì.

Nel momento che usciva dall’Hotel, si trovò a faccia a faccia, con Ruiz; il furfante non poté trattenere un moto di meraviglia, nel vedere la provocante fanciulla.

Eugenia a sua volta, notò la strana bellezza di colui che il caso le poneva dinanzi.

Gli occhi dei due s’incontrarono, certo quelle anime perverse s’intesero, si compresero, e desiderarono riunirsi.

Ruiz, sensuale, libertino, seguì la fanciulla, la raggiunse e con la sua voce più dolce le disse:

—Posso esservi di guida, bella fanciulla?

—Perché no?—rispose senza esitare Eugenia.

Ruiz si accorse che la fanciulla parlava poco bene la lingua inglese e le domandò:

—Non siete americana?

—No, italiana.

—Quale fortuna, io pure sono italiano.

Eugenia guardò con sorpresa quel giovane elegante, aristocratico, che si diceva suo paesano.

La conversazione seguitò adunque in italiano, Ruiz fu eloquente e sedusse completamente la fanciulla, ben presto fu combinato che si sarebbero rivisti.

Eugenia non disse con esattezza quale era la sua posizione, raccontò che viveva col padre suo il quale la teneva con grande severità, e solo quando egli era assente, poteva mettere i piedi fuori di casa.

Ruiz, accompagnò la sua nuova conquista fin sulla porta della sua abitazione, e nel lasciarla le scoccò sopra le labbra procaci un bacio ardente, che fu con uguale ardore contracambiato.

Ruiz era intento a prendere esatta cognizione della casa, per poterla riconoscere, quando vide da lungi venire Bernabei.

—Tò,—disse fra sé,—cosa viene a fare in questi luoghi quella canaglia? Non voglio che mi veda;—e ciò dicendo si ritirò nel vano di una porta.

Bernabei, pacifico e contento, entrò nella casa dove Ruiz aveva accompagnato Eugenia.

—Diamine,—mormorò Ruiz ciò vedendo,—che il babbo della mia incognita sia Bernabei, un babbo allora che deve esercitare ben altre funzioni, vedremo di chiarire ciò, sarebbe bella... bella davvero che io facessi le fusa torte al mio complice.

—Curiosa avventura!—e dato ancora uno sguardo alla casa di Bernabei sorrise con scherno e si allontanò.

CAPITOLO XXI.

Padre e figlia.

Gli avvenimenti si succedono in questa veridica storia con tale rapidità, che ci è d’uopo lasciare per qualche tempo alcuni dei numerosi personaggi di essa, per dire degli altri, e delle loro avventure che si collegano al dramma che si sta svolgendo.

È così che lasciando per un poco da parte le furfanterie di Ruiz, ci rechiamo in Mulberry a ritrovare la gentile figlia di Don Arcangelo, del triste e tenebroso banchiere, proprietario della Banca Centrale.

Giulia era più che mai innamorata di Augusto Dei, le minaccie del padre, le sprezzanti invettive della madre, avevano aumentato,anzi che diminuire il suo amore. In quanto all’assemblyman, che suo padre le voleva dare ad ogni costo, ella aveva parlato chiaro, non l’avrebbe mai sposato, più tosto preferiva morire. Don Arcangelo, a quella risposta così recisa, era andato in collera, il brigante ricomparve per un’istante e Giulia, per vero miracolo,scampò dal pericolo di essere vittima della brutalità di suo padre.

Da quel giorno la figlia ebbe timore del padre,e Don Arcangelo fu privo delle sue carezze, e ne soffrì orribilmente. Con una sola parola, però poteva riacquistare l’amore di essa; ma quella parola non volle dirla.

Giulia se ne stava nella sua elegante cameretta; dalla finestra aperta si udivano i rumori che salivano dalla popolosa Mulberry, a volte a volte, erano voci d’ira, imprecazioni, o risate argentine, accenti beffardi, canzoni allegre, la bella fanciulla, persa come in sogno, udiva in confuso tutto ciò, mentre il suo occhio seguiva una visione cara, certo quella dell’uomo che amava.

Un dolce languore la invadeva, le labbra porporine avevano un sorriso felice, gli occhi, quegli occhi divinamente belli, erano umidi, un fremito delizioso scuoteva il corpo dai contorni perfetti.....

Giulia fu tolta al suo fantasticare dall’entrata brusca e rumorosa di Don Arcangelo. Il banchiere era orribile a vedersi, i suoi occhi mandavano lampi, la schiuma gli contaminava le labbra, le mani avevano un tremito convulso.

Giulia si alzò spaventata, mormorando:—Che avete padre mio?

Don Arcangelo non poté rispondere, soffocava, i suoi occhi si fissarono sulla figlia, come quelli del rettile che affascina la colomba.

Quel silenzio non durò che un minuto, ma sembrò un secolo a Giulia, che previde una scenata terribile.

—Credo,—principiò con voce sorda, Don Arcangelo,—che quanto mi hanno detto non sia vero, se lo fosse, guai a te, guai a me!

La fanciulla con calma rispose:—Che vi fu detto padre mio, interrogatemi, se è cosa che mi riguardi, vi dirò intera la verità.

—Si dice per Mulberry, che tu sei l’innamorata di quel miserabile straccione di Augusto Dei.

Giulia chinò il capo e non rispose.

Don Arcangelo, le scosse brutalmente il braccio, e gridò:—Rispondi, è vero sì o no?

—Sì,—rispose con voce chiara Giulia, rialzando fieramente il capo.

Don Arcangelo gettò un grido, si alzò fremente, le sue braccia si allungarono e strinsero con forza i polsi della figlia.

—Mi fate male,—disse Giulia.

—Ti schiaccerò come una vipera.

—Fate, siete mio padre.

La calma della figlia, rendeva più furioso il padre, e dalla sua bocca, uscirono le più oscene invettive, quella fiumana d’insulti che avrebbero sdegnato una prostituta, fece ribellare Giulia; essa si svincolò dalle strette furiose del padre, e quindi guardandolo fissamente disse con voce lenta e calma:

—Siete mio padre, e avete il diritto di uccidermi, ma non avete quello di offendere il mio pudore di donna; no, mille volte no! preferisco morire all’essere fatta segno a insulti che mi fanno fremere di orrore, di spavento.

—Amo. . . . .

—Un miserabile,—tuonò Don Arcangelo.

—Amo,—continuò Giulia sempre calma,—un giovine onesto e dabbene, esso possiede il mio cuore, e fin che avrà un palpito sarà suo.

—Mai, mai, bagascia mai!—gridò il banchiere sempre più furibondo.

—Se non lo volete, non sarò sua sposa, ma l’amerò sempre. Quest’amore però, è puro e santo, non ha nulla del quale si debba arrossire, e voi non dovete padre mio, né adirarvi, né insultare.

—Una figlia, deve ubbidire il padre,—rispose Don Arcangelo,—se essa non lo fa, si rende colpevole di un delitto imperdonabile.

—Ed io non intendo disobbedirvi, non volete che sposi Augusto, ebbene io resterò fanciulla.

—No, tu sposerai colui che ti ho destinato.

—Non lo sposerò.

—Lo sposerai.

—No.

Don Arcangelo alzò il braccio e colpì Giulia alla testa, la povera fanciulla si ripiegò su se stessa e cadde sul pavimento.

Il banchiere non sentiva più nessuna compassione per quella figlia ribelle, i suoi tristi istinti facevano tacere l’amore di padre, stava per lasciare la camera senza neppure guardare la figlia, quando si sentì afferrare una gamba; era Giulia che con voce fioca gli disse:

—Vedo che non mi amate più, so cosa mi resta a fare, non avrete più a lamentarvi di me.

—Acconsenti a quanto voglio?—disse con premura Don Arcangelo.

—No, padre mio, ma farò in modo di contentar tutti.

—Va, va fraschetta, ti conosco, speri d’impietosirmi,ma non vi riuscirai, è finito il tempo che ero un baggiano, ora è ben altra cosa. Ricordati però, che entro dieci giorni devi sposare l’uomo che io voglio, altrimenti guai, guai a te, e guai anche a quel miserabile che ha adocchiato la tua dote!

Ciò detto, respinse brutalmente la figlia, ed uscì.

CAPITOLO XXII.

Morire!

Giulia restò per qualche tempo accasciata nel pavimento, un pallore livido era subentrato ai bei colori del viso, i suoi occhi erano come impietriti, ad un tratto si alzò, e con accento di mestizia grande disse:

—Bisogna morire!

Morire così giovane, morire prima di avere provato nessuna delle delizie della vita, morire mentre era amata alla follia, da un giovane che lei pure amava.Ma cosa doveva fare? Il padre suo voleva impedirle, che il cuore le palpitasse d’amore, la trattava come l’ultima delle miserabili, le imponeva un matrimonio odioso, la batteva, e non avrebbe titubato ad ucciderla; dunque era meglio por fine ad una tale esistenza. Morirebbe fedele al suo amore e forse risparmierebbe un delitto al padre.

Giulia era decisa, sapeva che sua madre aveva in un’armadio della camera, del laudano in forte quantità, avrebbe bevuto del micidiale liquore, e in poche ore tutto sarebbe finito.

Dal momento che la decisione fu presa, il volto di Giulia si rasserenò; il sorriso, un sorriso mesto e dolce ricomparve sulle sue labbra.

Si pose al tavolo e con mano ferma scrisse la seguente lettera:

“ Mio adorato Augusto.

“ Non avrei potuto giammai essere tua sposa, tu forse mi avresti visto sposa di un altro, ho preferito che tu mi veda morta, morta per restare fedele al tuo amore.

“ Non scordarmi troppo presto, e qualche volta vieni nel regno sacro alla morte, e deponi un fiore sulla terra che mi copra.

“ Ti amo, ti amo tanto!

“ Il destino non ci volle uniti, io non posso rassegnarmi e muoio, muoio felice di sapermi amata, mentre se fossi vissuta mi avresti disprezzata.

“ Col tuo nome sulle labbra e nel cuore, la mia anima parte per gli spazi infiniti.

“ La tua Giulia. ”

Mentre la povera fanciulla scriveva,grosse lacrime le cadevano dagli occhi e macchiavano il foglio.

Cominciava a farsi notte, su da Mulberry salivano sempre più allegri i rumori; Giulia sapendo che in quel momento la madre sua non era in casa, corse nel suo gabinetto, e ne ritornò tosto con una piccola boccetta di laudano.

La fanciulla era spaventosamente calma, oramai il suo partito era preso.

Si vestì di bianco, come se avesse dovuto andare a nozze, poi levò dal cassetto segreto del canterale una fotografia, la baciò lungamente, quindi la pose sul tavolo, accese un lume e concentrò i raggi di luce sull’effigie dell’uomo amato, poi senza tremare aprì la bottiglia del laudano e bevve risolutamente.

Per i suoi genitori non ebbe un solo pensiero, né di odio, né di perdono.

S’inginocchiò innanzi all’immagine della Madonna, e pregò con fervore aspettando la morte.

Passò un po’ di tempo, il laudano principiava la sua opera mortale, acuti dolori dilaniavano il petto di Giulia, il momento supremo era vicino.

Ad un tratto udironsi le note di un mandolino, e la povera suicida intese la voce del suo adorato Augusto, che cantava la malinconica canzone del Tosti: “Vorrei morire”.

Giulia, barcollando, reggendosi ai mobili, si trascinò fino alla finestra, teneva nelle sue mani la lettera, che aveva scritto pocanzi, e la lasciò cadere.

La bianca busta andò a cadere quasi ai piedi di Augusto, che la raccolse, e quindi intuonò a squarciagola l’allegro “Funiculì, funiculà”.

Giulia guardò, con l’occhio annebbiato dalla morte, lungamente l’ombra che si dileguava nella via, poi lo spasimo diventò tanto atroce che cadde rovescio, si contorse sul tappeto, ma non gridò a stento, carponi, poté arrivare al tavolo, dove prese il ritratto di Augusto, che serrò con frenesia al petto.

Un’ultima terribile convulsione scosse il bel corpo, dalle labbra porporine uscì la schiuma sanguigna insieme ad un grido straziante, che si perse nell’aria insieme alle note sempre più allegre del “Funicolì”, che Augusto inconscio della tragedia che stava compiendosi, cantava a voce spiegata.

Il corpo restò immobile; Giulia, la perla di Mulberry era morta.

CAPITOLO XXIII.

Augusto Dei.

L’innamorato di Giulia, felice di avere ricevuto la lettera consueta da colei che amava tanto, volle come per ringraziarnela, eseguire col “Funicolì” una specie di serenata alla sua bella.

Però, per quanto aguzzasse la vista, non poté scorgere alla finestra il volto amato di Giulia; certo la presenza dei suoi genitori, pensò, le impedisce di affacciare, ma non perderà nulla per questo; e sempre più forte continuò la canzone.

Quando ebbe finito, dette ancora uno sguardo alla finestra di Giulia, e quindi si recò verso casa sua, per gustare la felicità di leggere quanto la fanciulla gli scriveva.

Col cuore palpitante aprì la lettera, e subito dette un grido terribile; credendo di sognare rilesse il fatale biglietto, e quando non ebbe più dubbio sulla sventura che lo colpiva tanto crudelmente, fu preso dalla disperazione.

Ad un tratto ebbe un lampo di gioia nello sguardo; chi sa forse si sarebbe ancora in tempo a salvarla.

Lasciò di corsa la sua abitazione e si diresse a casa di Don Arcangelo.

Vi arrivò trafelato, suonò con forza alla porta, venne ad aprirgli Don Arcangelo, rientrato giusto in quel momento.

Il banchiere, nel vedere Dei, gridò di furore. Come ardiva presentarsi in casa sua?

Augusto non si curò delle smanie di Don Arcangelo, e si contentò di dire:

—Lesto, forse siamo ancora in tempo, Giulia vuole uccidersi!

—Che fandonie mi andate contando?—rispose il banchiere.

—La verità, su via lesto, dov’è Giulia?

Al rumore della contesa era accorsa anche la madre, la quale disse:

—Quella smorfiosa sarà nella sua camera.

—Presto, correte a vedere, salvatela,—smaniava Augusto,—un minuto può essere la sua morte.

Don Arcangelo non credeva una parola di quanto udiva, ma volle cedere alle premure di Augusto per trattarlo poi come meritava.

Si diresse,seguito dalla moglie e dall’innamorato, alla camera di Giulia, aprì l’uscio e indietreggiò spaventato.

Sul tappeto avea scorso il cadavere della figlia!

A quella vista il suo amore si risvegliò, i singhiozzi gli salirono alla gola, e disperato si gettò sul corpo esanime.

Augusto comprese di essere giunto troppo tardi e il suo dolore non ebbe più confine, fu preso come da un eccesso di pazzia.

Ad un tratto, vedendo Don Arcangelo che abbracciava con frenesia il cadavere della figlia, lo prese brutalmente per le spalle, lo staccò da quel corpo, e con voce sorda gli disse:

—Il carnefice non usa abbracciare e baciare le sue vittime!

Don Arcangelo chinò il capo rassegnato, Augusto aveva ragione.

Ma quella rassegnazione durò un attimo, che subito il banchiere si precipitò contro Augusto gridando:

—Assassino, assassino, fuori di questa casa!

—Voi siete assassino!—rispose Dei, preparandosi a lottare col padre di Giulia.

—Vuoi dunque che ti ammazzi come un cane?—gridò esasperato Don Arcangelo.

Una lotta stava per accadere in presenza del cadavere ancor caldo di Giulia, se la madre della morta non fosse intervenuta a calmare i due uomini.

Augusto,rientrato in sé stesso,lasciò, rassegnato e con la morte in cuore, la casa dove giacea freddo cadavere colei che avea tanto amato.

Il povero giovane non avea che un solo pensiero, seguire la sua Giulia,seguirla nel mondo di là, dove nulla potevano le persecuzioni di Don Arcangelo.

CAPITOLO XXIV.

La perla di Mulberry.

La notizia della morte di Giulia,si sparse con la rapidità del fulmine da un capo all’altro di Mulberry, destando in tutti un senso di grande tristezza.

Sul principio si volle far credere che la Giulia fosse morta di malattia, ma ben presto il vero si seppe, e il rimpianto per la bella suicida aumentò.

In quel giorno in Mulberry non si discorreva d’altro che del caso pietoso di Giulia, le fanciulle decisero di accorrere in massa al suo funerale, di coprirne di fiori la salma.

I giovani, molti dei quali avevano sospirato per la bella morta, vollero mostrare la loro simpatia inviando alla casa di Don Arcangelo, ricchi trofei di fiori freschi.

Ferroni, appena saputa la nuova della morte di Giulia, era corso a casa di Augusto per consolarlo; trovò il povero giovane in preda alla disperazione, pareva invecchiato di venti anni, e a mala pena rispose alle parole confortatrici del suo benefattore.

Intanto per Mulberry si raccontavano i particolari del suicidio; l’amore di Giulia per Augusto, e le donne vi ricamavano sopra delle lunghe code,che davano al triste avvenimento l’apparenza di una leggenda delle più amorose.

Don Arcangelo non era risparmiato, ma aveva dei forti difensori e in più di un bar-room furono scambiati dei pugni, fra coloro che dicevano un mondo di male e quelli che dicevano il contrario del proprietario della Banca Centrale.

I funerali della suicida si preannunziavano splendidi; Don Arcangelo avea affidato il compito di tutto provvedere a Carlo Bacigalupo, l’undertaker italiano che rivaleggia vittoriosamente con i più accreditati undertakers americani.

E Bacigalupo principiò col farsi onore trasformando la camera di Giulia in una elegante cappella ardente.

Le pareti scomparvero sotto i drappi neri e bianchi, dei candelabri grandi, lucidi come se fossero d’oro, circondarono la ricca cassa dalle borchie d’argento, che racchiudeva la salma.

Posata sopra i cuscini di seta bianca con guarnizione d’argento, riposava la testa di Giulia; la morte non aveva alterato i suoi lineamenti, e pareva che dormisse.

Per tutta la camera erano trofei di fiori, ancore, stelle, cuori, croci, ghirlande, fasci di rose bianche, che spandevano un’odore acuto, penetrante.

In quella camera, per tutto il giorno, fu un continuo pellegrinaggio, non soltanto gl’Italiani di Mulberry, ma quelli d’ogni parte di New York accorsero a vedere la morta.

Verso sera, accompagnato da Ferroni, si presentò a casa di Don Arcangelo, Augusto Dei.

I sorveglianti avevano avuto ordine di non lasciarlo passare; Ferroni fece osservare che sarebbe stato crudele impedire il passo al poveretto, che tanto aveva amato la suicida.

Fu chiamato Don Arcangelo; il miserabile faceva pietà a vederlo, e nello scorgere Dei fece un gesto di furore.

Ferroni, con calma, spiegò al banchiere perché erano là; sul principio Don Arcangelo smaniò, gridò, poi a poco a poco, si fece persuaso, e concesse ad Augusto di visitare la camera ardente.

Dei, pallido come uno spettro, entrò, fece pochi passi, poi cadde in ginocchio.

Restò assorto in penose meditazioni per quasi un’ora, poi si alzò, si avvicinò alla cassa, baciò il cristallo che stava al disopra della testa di Giulia, e mormorò:

—A domani!

Per Mulberry erasi sparsa la notizia che l’innamorato stava per uscire dalla casa della donna che per lui si uccise, e la folla era tutta sui marciapiedi aspettando il disgraziato, uomini e donne si accalcavano nelle vicinanze della casa di Don Arcangelo, e quando Dei, sempre seguito da Ferroni, comparve, si levò un mormorio di compassione, le ragazze specialmente, che più di una volta avevano ammirato il volto simpatico di Augusto, erano stupiti di vederlo tanto cambiato.

Il poveretto attraversò quella folla di curiosi, e si recò a casa Ferroni, dove i suoi amici fecero di tutto per consolarlo.

Augusto accettava quei conforti dimenando il capo, e alle parole di speranza rispondeva con delle frasi monche, che attestavano come oramai avesse preso una decisione irrevocabile.

CAPITOLO XXV.

Il funerale.

Mulberry non era mai stata tanta affollata, da Park Row a Broome Street era una vera fiumana di gente, che si serrava sui marciapiedi, nel mezzo della via, pigiandosi sopra la lunga, interminabile fila di carrozze che doveva formare il corteo funebre, e sul carro splendido, dai grandi pennacchi bianchi e neri, che doveva trasportare la salma della povera Giulia5.

La folla era quieta e silenziosa, e solo qua e là qualche gruppo si animava per discutere sul caso tristissimo.

Le finestre delle case apparivano gremite, tutto il grande alveare che vive nel quartiere italiano erasi svegliato in questa circostanza.

Donne, uomini e fanciulli volevano vedere, e apparivano addossati gli uni agli altri, alle finestre grandi e piccole.

I venditori ambulanti in quel giorno avevano dovuto sloggiare dai posti occupati usualmente, perché altrimenti i loro birocchi e banchi e banchetti, sarebbero stati travolti dalla folla.

Però nessuno si lamentava, anche i danneggiati da quel funerale senza precedenti, non avevano una sola parola di protesta, tutti erano come orgogliosi nel dimostrare che sapevano onorare una bella e buona fanciulla, che da viva era stata la perla del quartiere.

Ad un tratto la folla ondeggiò, arrivavano due associazioni italiane, con le bandiere involte in nere gramaglie, e precedute da un corpo musicale.

Di quelle società faceva parte Don Arcangelo, e i soci volevano così dimostrargli la loro simpatia.

Quasi nel momento che la cassa mortuaria stava per essere posta nel carro, comparve, accompagnato da Boni, Leonardi e Ferroni, l’infelice Augusto Dei.

La folla, che conosceva il doloroso romanzo d’amore, si aprì con rispetto innanzi all’uomo che fu tanto amato dalla sventurata Giulia.

Dei era pallidissimo, il suo sguardo fisso sembrava di vetro, un fremito convulso lo scuoteva da capo a piede.

I suoi amici tentavano inutilmente di consolarlo.

Dei, sempre seguito dai suoi compagni, si collocò dietro al carro funebre; nessuno osò contrastargli quel posto, e sebbene Don Arcangelo, avvisato dell’incidente, avesse voluto che il giovane fosse scacciato di là, nessuno si sentì da tanto di farlo, perché la folla avrebbe certo preso le parti dell’innamorato, facendo succedere uno scandalo.

La cassa, portata a braccia dagli amici di casa, fu collocata nel carro; Don Arcangelo, mezzo inebetito dal dolore, discese seguito dalla moglie e dagl’intimi, fra i quali, in prima fila, notavasi Ruiz.

Nella via, il miserabile, si trovò d’improvviso innanzi a Boni e trasalì vivamente.

L’ex-ispettore lo guardò freddamente, mentre un sorriso ironico gli errava sulle labbra.

Guidato dall’undertaker Bacigalupo, che avea fatto addirittura dei miracoli, affermandosi con quel funerale il primo fra i primi, l’imponente corteo si mise in moto.

Le note meste di una marcia funebre salivano nell’aria, destando per la lunga e popolosa via un fremito di commozione.

Più che cento fanciulle bianco vestite, appartenenti ad ogni regione d’Italia, precedevano il carro, tirato da sei cavalli dalle ricche gualdrappe, tutto intagli, con i grandi cristalli lucenti, che mostravano la cassa tutta rabeschi d’argento, e mezzo coperta di rose bianche e mughetti.

Le società con in testa la musica aprivano il corteo.

Subito dopo il carro, a piedi, venivano Dei, Ferroni, Leonardi e Boni; la gente s’indicava il povero giovane, e le belle fanciulle dagli occhi di fuoco, gli gettavano sguardi appassionati, quasi che si offrissero per consolare la sua sventura.

Il giovane sul principio camminava traballando come un ubbriaco, ma a poco a poco aveva riacquistata la sua padronanza e andava dritto, fermo, come se fosse stato di marmo.

Dopo questo gruppo che destava curiosità e commozione, venivano quattro carrozze piene zeppe di corone, ancore, colonne, trofei di fiori, offerti dagli amici, dalla famiglia, dalle compagne della morta.

La signora Ferroni aveva inviato uno scoglio di fiori bianchi e rossi, sul quale una colomba veniva atterrata da uno sparviero, i gerani rossi persi fra le rose bianche sembravano le goccie di sangue cadenti dal petto squarciato della povera colomba.

Un altro trofeo bellissimo, un’ancora in viole del pensiero e garofani bianchi, era stato offerto dalle fanciulle di Mulberry; le brave ragazze avevano fatto una colletta, che in pochi minuti aveva fruttato al di là del bisogno.

Tutti, uomini e donne, volevano dare, per ornare il feretro di Giulia.

Dopo le carrozze contenenti le offerte florali, veniva quella di D. Arcangelo, e la folla fra il nero delle tende, vedeva la pallida e livida faccia del miserabile, e quella vista ratteneva la maledizione che lanciare voleva contro il carnefice della figlia.

Oramai era noto, che il suicidio di Giulia era avvenuto in causa delle pretese di Don Arcangelo, di voler comandare il cuore di Giulia.

Ma il padre era abbastanza punito, perché amando oltre ogni dire la figlia, provava le angoscie più strazianti.

Seguivano a centinaia le carrozze degli amici, non si era visto, né in Mulberry né altrove, un funerale di quel genere, le carrozze sbucavano da tutte le strade adiacenti a Mulberry, formando un interminabile corteo, che attraversò in quasi tutta la sua lunghezza il quartiere italiano, accolto dovunque con un senso di rispetto e di pietà.

Dopo l’assoluzione della salma avvenuta nella chiesa italiana tutta parata a nero, e ricca di lumi e di fiori, il corteo si ripose in moto per recarsi al Cimitero di Brooklyn.

A piè del ponte portentoso che attraversa la riviera, le associazioni italiane salutarono la salma; la musica intuonò un’ultima elegia e quindi a bandiere spiegate si ritirarono.

Dei e Ferroni salirono in una carrozza che li aspettava, mentre Leonardi e Boni si accomiatarono rivolgendo parole di conforto al giovane sventurato.

Le fanciulle bianco vestite, presero parte in diverse carrozze, e tutte si diressero verso il cimitero.

CAPITOLO XXVI.

Al Cimitero.

Ton, ton, ton, la grossa campana collocata sopra il grande arco d’ingresso suona a lenti rintocchi, e saluta il nuovo inquilino che viene a domandare ospitalità nel regno dei morti.

Il Cimitero di Brooklyn, ha l’apparenza di una villa signorile, i grandi viali sono cosparsi di ghiaia fina, i prati verdi lucenti, hanno numerosi rosai in fiore.

I monumenti biancheggiano per tutta la vasta estenzione, allineati come un reggimento di bianchi fantasmi.

Qua e là, dei cipressi grandi, coi rami cadenti, mettono la loro ombra in mezzo alle croci, alle piramidi, alle tronche colonne.

Tutto questo è mesto; ma non pauroso, e il cimitero si presenta come un Park, dove si può venire a meditare sul gran mistero della morte.

Don Arcangelo aveva acquistato nel punto migliore del cimitero un vasto lotto di terreno, e i becchini tenevano già preparata la fossa che doveva accogliere la propria morta.

Il carro funebre si diresse, per ciò, non alla stanza mortuaria, vasta e fredda grotta dove stanno ammonticchiate le casse contenenti i morti, ma al luogo d’interro.

La cassa fu tolta, e posata sopra due cavalletti, venne scoperto il coperchio e il dolce viso di Giulia comparve agli sguardi di tutti.

Sembrava dormire, la morte non aveva contaminato quell’angelico volto.

Un amico di Don Arcangelo pronunciò un breve discorso; poi fu la volta di una fanciulla che disse poche e commoventi parole d’addio alla compagna estinta; quindi i presenti sfilarono innanzi alla salma.

Don Arcangelo inginocchiato, con la testa sulla terra smossa piangeva disperatamente, i suoi singhiozzi accompagnavano lo sfilare della folla.

Ad un tratto questi si arrestò, Dei era giunto innanzi al cadavere di Giulia, ed erasi fermato a contemplare colei che amava tanto, il suo volto era spaventosamente pallido.

Guardò a lungo, poi volle parlare; dalle sue labbra tremanti non uscì una parola, allora si abbassò e baciò con delirio la cassa, sulla quale si abbandonò come morto; Ferroni lo trascinò via di là.

La sfilata continuò, quando fu terminata la cassa venne trasportata nella fossa, i parenti vi fecero cadere sopra una vera pioggia di fiori, poi la terra prima gettata con le mani, poi a palate, riempì a poco a poco, la buca e tutto fu finito.

Don Arcangelo svenuto, fu collocato a braccia nella sua carrozza, assistito dalla moglie, che dimostrò sempre la massima calma.

Il sole era a poco a poco scomparso, si avvicinava al tramonto, quando le carrozze ripresero la via del ritorno.

Tutti erano silenziosi, i vetturini, abituati a sentire coloro che ritornavano da un funerale allegri e chiassosi, come quando si va a qualche festa, restavano meravigliati, era la prima volta che gli accadeva una cosa simile.

Il loro furore però non ebbe più limite, quando per tacito consentimento di tutti si soppresse la solita bevuta ad uno dei tanti Bar-rooms che si trovano nelle vicinanze del cimitero, e dove è uso andare a bere e mangiare dopo che si è accompagnato un morto.

I rispettabili vetturini, però a poco si calmarono, comprendendo che con la scena straziante alla quale avevano assistito, avrebbe maledettamente stuonato l’allegria del Bar-room.

CAPITOLO XXVII.

Bisogna vivere.

Mentre il corteo funebre se ne ritornava in città una scena delle più drammatiche avveniva nel cimitero e propriamente presso la tomba di Giulia.

Dopo che Ferroni aveva trascinato via Dei, confortandolo amichevolmente, lo fece salire in carrozza dicendogli di star tranquillo, poi se ne era andato a vedere terminare la scena dell’interramento.

Quando tutto fu finito, stava per ritornarsene alla sua carrozza, quando scorse la tomba di un suo amico carissimo, estremamente commosso si arrestò un’istante silenzioso.

In quel tempo il corteo uscì dal cimitero e con questo anche la sua carrozza, così che quando tornò al posto di riunione non trovò più nessuno.

Si mise a correre per raggiungere le carrozze, ma ad un tratto si arrestò, gli era sembrato di scorgere Augusto che a testa bassa seguiva uno dei viali del cimitero.

Guardò attentamente, e ben presto si convinse, che era proprio il suo sfortunato amico.

—Diamine,—pensò,—che cosa medita lo sciagurato? Fortuna che sono qui io, e si pose a seguirlo.

Dei si diresse verso la tomba di Giulia, colà giunto s’inginocchiò, baciò e ribaciò la terra che ne ricopriva la salma adorata, poi si rialzò, il suo volto era raggiante di felicità.

Ferroni restò meravigliato, perché tanta gioia?

Lo seppe subito, lo sventurato amante levò un revolver dalla sua tasca, e se lo puntò alla fronte, rapido come il pensiero Ferroni gli fu sopra, il colpo partì ma la palla si perse fra i viali del cimitero.

All'aperto, due uomini si fronteggiano accanto a un monumento e a una pila di corone; uno alza un braccio con un oggetto sottile.

...... Ferroni gli fu sopra, il colpo partì ma la palla si perse fra i viali del cimitero

Dei pieno d’ira, voleva inveire contro colui che gl’impediva di morire, ma quando riconobbe Ferroni, chinò il capo e pianse.

Quel pianto fu la salvezza dello sventurato; il peso che gli gravava sul cuore torturandolo sparì per dare luogo ad una grande malinconia.

—Perché vuoi morire,—gli disse con dolcezza Ferroni.

—E me lo domandate?

—Sì, comprendo,vuoi seguire la tua Giulia, essa morì per te, tu vuoi morire per lei, ma il suicidio è un delitto, e insieme una viltà. In un momento di angoscia suprema, una fanciulla innamorata, può innanzi alle minacce del suo carnefice, cercare l’oblio nella morte; ma un giovane come te, deve vivere per amare la memoria della povera morta, e per vendicarla.

—Vendicarla?—rispose Dei come un’eco.

—Sì vendicarla perché vi è un carnefice che la spinse alla morte.

—Suo padre!—mormorò Dei.

—Sì, suo padre, un’uomo indegno interessato, ambizioso che non ha indugiato un solo momento a sacrificare la sua figliuola.

Non fosse altro, la tua vista sarà sempre un rimorso per lui, tu morto, gli leverai anche la memoria del suo delitto.

E poi tu pure hai una famiglia, vedesti quanto è triste straziante un funerale, vuoi tu che domani i tuoi parenti, i tuoi amici, rifacciano il triste pellegrinaggio per te?

“ Su, via, fatti coraggio, e giura alla cara fanciulla che giace qui sotto, di vivere e di ricordarti sempre di lei.

Augusto cadde in ginocchio, stette a lungo muto, poi con voce ferma disse:

—Giulia, vivrò, giuro di vivere per la tua memoria.

Ferroni gettò un grido di gioia, oramai era sicuro della vita dell’amico suo.

CAPITOLO XXVIII.

Nelle tenebre.

Mamma Margherita brutalmente spinta da Bernabei e Ruiz, batté nel cadere, la testa sul pavimento di tavole della cantina, con tanta violenza che perdette i sensi.

Quando rinvenne nelle tenebre paurose della cantina, durò un pezzo a riaccapezzare le sue idee; finalmente si ricordò e fu invasa da un grande innenarrabile spavento. Era in potere di gente che non perdonava, di esseri che avevano tutto a temere da lei e per i quali la sua morte era la salvezza. Certo per lei non vi sarebbe stata pietà.

Morire, morire di fame in quella cantina umida, morire senza rivedere la bella e brillante luce del sole.

Si mise ad invocare aiuto con quanta forza aveva in corpo, la voce moriva in quel sotterraneo, privo anche del più piccolo spiraglio.

Se Ruiz si fosse presentato, avrebbe richiesto grazia, promesso, giurato di non fiatare, di restare muta per tutta la vita.

Nessuno si fece vivo. Margherita si alzò, sentì le membra indolenzite, come se avesse avuto una solenne bastonatura.

La cantina che serviva di prigione alla megera, aveva le mura di macigno, e caso strano, era stata fabbricata senza finestre, né piccole, né grandi, così che appariva una prigione delle più sicure.

Margherita a tastoni, toccò le pareti, e si convinse subito, che se qualcuno non apriva la botola della cantina, non sarebbe mai riuscita ad uscire di là.

Sempre al tasto trovò che un condotto, certo quello dell’acqua, era posato sopra una delle pareti.

Ad un tratto la prigioniera urtò in un cassone, provò una vera gioia, forse montandovi sopra sarebbe riuscita ad arrivare la botola e liberarsi. Vi montò subito con una agilità sorprendente, ma provò una disillusione, anche stando sopra la cassa non arrivava a toccare il soffitto.

Quella cantina, differente a quella che in generale si fanno in America era altissima.

Discese scoraggiata, era alla mercé di Ruiz.

Le ore passarono, e nessuno si faceva vedere, in compenso gli stimoli della fame cominciavano a straziare lo stomaco della venditrice di carne umana.

La fame! al solo pensiero fremeva d’orrore, di spavento.

La donna infame, allora pregò Iddio e la madre sua, perché la salvasse.

Il cielo restò sordo, e altro tempo trascorse senza che l’invocata salvezza venisse.

Agli stimoli della fame soggiunsero ben presto quelli della sete; se i primi erano in parte sopportabili, i secondi straziavano Margherita,che provava torture inaudite.

La disgraziata aveva dei bagliori innanzi agli occhi, come se le venissero stropicciati col fosforo, la sua testa si perdeva, dalla gola arida, dalla bocca asciutta, usciva un rantolo come quello dei moribondi.

Nel suo delirio la venditrice di carne umana, rivedeva tutto il suo passato, le vittime che aveva tratto a perdizione, la vita di orgie della sua giovinezza, udiva le grida delle disgraziate, che aveva vendute, invocanti pietà dai libertini spietati, le pareva che a lei d’attorno tutte apparissero, la strangolassero in un cerchio di ferro e le gridassero: sii maledetta! sii maledetta!

In un momento che la sua ragione conturbata trovò un poco di calma, Margherita ricordò che nel giro d’ispezione fatto nella sua prigione, aveva con le mani incontrato un condotto di piombo, che doveva essere certamente quello dell’acqua.

Si alzò barcollando, la speranza le dava coraggio calmava le smanie, tastò lungo le pareti finalmente provò una gran gioia, aveva trovato il tubo; allora levò dalla sua tasca un piccolo coltello, un ninnolo grazioso, dimenticato da qualche elegante in casa sua, e si mise a tagliare il piombo.

Era tanta la furia che ella si attaccava con tutte le sue forze al condotto, che forse consunto su in alto dal gancio che lo tratteneva, si ruppe.

Un getto d’acqua fredda si precipitò sulla testa di Margherita, che dette un grido di gioia.

Bevve avidamente, e quell’acqua le ridonò la forza, la vita.

Fu breve però la gioia, dal condotto usciva con forza l’acqua, e la cantina ne restava allagata.

Prima Margherita stava per morire di sete, ora se qualche santo non provvedeva, sarebbe morta annegata.

L’acqua saliva, la miserabile la sentiva già passarle il nodello del piede; si pose a gridare disperatamente, i topi snidati dalle loro tane, nuotavano intorno a lei, salivano sulle sue vesti, fischiando sinistramente in quella oscurità, dove si udiva il pauroso gorgoglio della cascata d’acqua.

—Bisogna morire,—mormorò Margherita,—Madonna della Guardia salvate l’anima mia.

Ciò detto si appoggiò al muro, e in preda ad un terribile spavento aspettò la morte.

Ad un tratto sentì un gran rumore, sopra al suo capo pareva che una legione di demoni fosse intenta a qualche opera diabolica, un’aria calda soffocante empiva la cantina, l’acqua veniva giù da ogni parte, acqua calda, come se uscisse da una caldaia a vapore.

—Sono già morta,—mormorò la megera,—e questo è certo l’inferno;—non ebbe tempo di fare altre considerazioni, udì uno scroscio tremendo, la volta della cantina cadeva riempendosi di travi a mezzo bruciati.

Margherita cadde, tentò rialzarsi, la testa urtò in una trave mezzo acceso, sentì un dolore acuto, svenne e la sua testa restò appoggiata sulle materie fumanti.

CAPITOLO XXIX.

L’incendio.

Che cosa era avvenuto?

Lo diremo subito, erano più di quarantotto ore che Margherita si trovava prigioniera nella cantina di Ruiz, quando una casa accosta al negozio dell’italiano prese fuoco.

Il segnale d’allarme fu subito dato, e i pompieri con una velocità che ha del miracoloso accorsero sul luogo del disastro.

Era notte, e l’incendio proiettava i suoi bagliori sui ricchi fabbricati di Broadway.

Le campane dei pompieri suonavano da ogni parte, e da ogni parte arrivavano pompe a vapore, scale, carri, pieni zeppi di uomini.

Torrenti di acqua furono gettati sulla casa in fiamme, ma l’incendio non diminuiva, anzi le fiamme si appiccarono allo stabile dove era il negozio di Ruiz.

I pompieri su in alto con la destra armata di scure,rompevano le finestre, si precipitavano nelle case, non curanti il fumo, soldati del dovere, scassinavano porte, atterravano ostacoli per fare strada all’acqua, che veniva su dalle pompe con una violenza inaudita.

In Broadway i policeman avevano formato dei cordoni per impedire alla folla di passare, centinaia e centinaia di persone,a stento trattenute,assistevano a quel tremendo spettacolo.

Il vento, soffiando con violenza, alimentava il fuoco che prendeva proporzioni sempre più allarmanti.

Il fabbricato dove principiò l’incendio era già a mezzo crollato, e i pompieri si contentavano di gettarvi dell’acqua, oramai non si poteva più salvare nulla.

Più di venti macchine manovravano, gettando nell’aria turbini di fumo e faville, e dai condotti torrenti di acqua che scrosciando cadevano sullo stabile dove aveva le sue merci Ruiz.

Il negozio del miserabile era già tutto in rovina, i pompieri vi erano entrati come un uragano, le ricche porcellane, le eleganti cristallerie, cadute dalle scansie, dai pacchi si erano sbricciolate sul pavimento.

I grandi vasi giapponesi, dagli arabeschi d’oro e di porpora, lanciati dai loro piedistalli apparivano informi rottami.

I pompieri non avevano che uno scopo, quello d’isolare l’incendio, perché col vento che tirava, il pericolo era immenso; quando il tetto del fabbricato cadde con immenso fracasso, l’incendio fu concentrato al pianterreno, e su quel punto furono gettati fiumi d’acqua che lo spensero definitivamente.

Dalle macerie usciva un fumo nero,denso, che si alzava su nell’aria, offuscando il cielo sereno di quella bella serata primaverile.

I pompieri, fradici d’acqua, infangati, tinti dal fumo, cominciarono a ritirarsi, rimasero solo due pompe, che seguitavano a lanciare acque sulle rovine.

Se i danni erano gravi, si costatava con viva sodisfazione, che non eravi stata nessuna vittima umana.

Ruiz, mentre il suo negozio bruciava, era al “Koster & Bial” e s’innebriava, alla vista di Clara.

Il miserabile non aveva nessuna parte in quell’incendio, che pure avrebbe fatto scomparire le traccie di un altro delitto.

CAPITOLO XXX.

Lo spettro.

Margherita non era morta; due travi avevano formato, nel cadere, una specie di arco che l’aveva salvata, però l’incendio non l’aveva risparmiata, i suoi capelli erano quasi completamente bruciati, durante il lungo svenimento, un tizzone partito da una trave le bruciò sconciamente le labbra, in modo che la bocca presentava un’orribile piaga, anche le sue mani, a contatto del fuoco, riportarono scottature terribili.

Fu il dolore atroce di tutte quelle ferite, che fece rinvenire la disgraziata; essa non sapeva che cosa era successo, soffriva orribilmente, sentiva che soffocava, che aveva bisogno d’aria; senza rendersi conto di ciò che faceva, fu presa dalla smania ardente di uscire da quella tomba bollente, dove stava per essere incenerita.

Un raggio di luce penetrava fra le macerie, quel raggio doveva essere il suo faro di salvezza.

Margherita allungò le braccia, le sue mani a mezzo bruciate urtando le rovine, le produssero un dolore terribile; mandò un grido che pareva un ruggito.

Quel grido selvaggio fu udito dai pompieri di guardia, e tosto accorsero per vedere se fossero in tempo a salvare una vittima dell’incendio.

Chiamarono ad alta voce, domandarono dove si trovava l’infelice, non ottennero nessuna risposta.

Margherita, presa dalla smania, lavorava da sé alla sua liberazione, non sentiva più il dolore, le sue mani scuotevano le travi, la sua testa s’immergeva fra i rottami graffiandosi, strappandosi la pelle; finalmente per un vero miracolo poté trovarsi alla fine del suo doloroso lavoro.

La sua figura orribile uscì con gran rumore da mezzo i rottami; i pompieri, nel vedere quella paurosa apparizione, provarono un gran terrore, la presero per uno spettro, e il loro primo impulso fu quello di fuggire, ma quando ebbero fatti un cento passi, sentirono vergogna di quel timore da donnicciuole che li aveva invasi, e ritornarono presso il luogo dov’era comparsa Margherita.

Non videro più nessuno; Margherita, in quei pochi momenti, sentendosi libera, era fuggita lungi dal luogo del disastro.

La cosa fu risaputa, e subito si disse che uno spettro pauroso appariva fra le rovine del fabbricato bruciato in Broadway.

CAPITOLO XXXI.

Sarò tua!

Mentre il suo negozio bruciava, Ruiz, in preda alla febbre dei sensi, ammirava il ballo seducente di Clara, e smaniava di desiderio.

Terminato lo spettacolo, Ruiz e Clara andarono a cena, quindi la bella danzatrice concesse all’innamorato di salire nella sua camera.

Ruiz credeva di avere vinto; nel salire le scale che conducevano alla stanza della donna tanto desiderata, provava dei fremiti di voluttà che lo scuotevano da capo a piedi.

Quando furono nel “parlor” di Clara, questa, con grazia biricchina, domandò il permesso a Ruiz di cambiarsi d’abito, e ritirandosi nella sua camera, dopo pochi minuti comparve in elegante accappatojo di foulard rosa, che la rendeva addirittura inebbriante.

Ruiz ne fu abbagliato, volle prenderla tra le braccia, ma Clara si ritrasse con una mossa serpentina, e sorridendo disse:

—Mettetevi là, su quella poltrona, siate savio e ragioniamo seriamente.

—Seriamente? E non è serio questo amore che mi divora, che mi fa bruciare il sangue, che mi rende pazzo? Clara, Clara, disponete di me, sono il vostro schiavo.

—Sentite Ruiz, fui educata alla scuola vostra e quella di Bernabei, faceste di tutto perché il mio cuore fosse corrotto, malvagio, cattivo. Il germe che vi gettaste ha germogliato con potenza inaudita, e la mia vita trascorse di delitto in delitto.

Ciò dicendo, lo sguardo di Clara aveva dei lampi sinistri; Ruiz la guardava sempre più affascinato.

—Ti amai perché eri il genio del male, perché la tua vita era un continuo avvicendarsi di delitti. Mi apparivi bello nella tua malvagità, ideatore ed esecutore di colpi da maestro.

Ruiz si sentiva solleticato nel suo amor proprio, aveva sulle labbra il sorriso fatuo dell’uomo soddisfatto.

Clara continuava:

—Ti ritrovo borghese, onesto, stimato, assetato di comparire un uomo onorato, non sei più il mio ideale, il demone ha indossato le vesti dell’angelo, ciò non mi va, non ti riconosco più. Ecco perché ti nego le mie carezze, ecco perché i miei sensi non si svegliano, il mio cuore non palpita.

Ruiz restò per poco tempo muto, poi alzò fieramente il capo, il suo occhio freddo e cattivo scintillò, le labbra si atteggiarono ad un ironico sorriso.

Clara guardò fremendo quella trasformazione, ma ebbe il coraggio di dire, fremendo:

—Il leone si sveglia.

—Si sveglia?—esclamò Ruiz,—no, Clara, non ha bisogno di svegliarsi perché mai fu addormentato. La mia vita non è cambiata, io combatto ancora, fiere, aspre, terribili battaglie; solo combatto con più prudenza, il mio braccio colpisce, ora forse più che prima, ma ho la cura di ben nascondermi sotto il manto dell’onestà, la stima che mi circonda è la mia corazza, essa mi difende, mi lascia in vita per continuare nelle mie imprese.

—Ma tu sei ricco, perché ruberesti, assassineresti ancora?

—Perché ho sete d’oro, perché voglio essere grande, rispettato, temuto, perché sento in me istinti da conquistatore.

“ Il mondo che dichiara grandi, sommi coloro che a mano armata, facendo scorrere fiumi di sangue, si fanno potenti; a me, scaglierebbe l’anatema, se scoprisse le mie imprese; ecco perché porto sul volto la maschera del buono e onesto borghese.

“ Ma tu che mi conosci, tu che hai visto i miei occhi mandare lampi, le mie mani stringere un pugnale, guardami bene in faccia e dimmi, ora che la maschera è caduta, se non sono lo stesso di un tempo, quello stesso che faceva fremere di dolcezza il tuo corpo, che ti bruciava coi suoi baci.

“ Guardami, Clara, per satana, guardami.

Clara sentiva invadersi dallo spavento, la faccia di Ruiz era veramente terribile, illuminato da una luce sinistra, con le labbra umide di schiuma, metteva paura.

—Non rispondi, Clara?—tuonò Ruiz.

—La meraviglia, la sorpresa, mi toglie la parola, sì è vero sei quello di un tempo.

—Mi amerai dunque?

Clara non rispose; ma guardò arditamente Ruiz, questi prendendo quello sguardo, continuò:

—Ah tu credi che la mia vita trascorre quieta come le acque di un ruscello!

“T’inganni e con te s’ingannano tutti coloro che mi stimano, mi amano, mi onorano. La mia vita d’America è una sequela di battaglie vinte a forza di delitti. Quale mi vedi, sono il capo temuto di una potente associazione che dà mano alla polizia, e lavora con la massima sicurezza.

Ruiz, innebbriato dallo sguardo di Clara, preso dalla smania di raccontare le sue prodezze, per farsi ammirare dalla bella fanciulla che, pochi momenti prima, aveva dichiarato di amarlo se fosse stato selvaggio e cattivo, disse le colpe commesse, si vantò con un cinismo che metteva il freddo nelle ossa di Clara, i delitti compiuti o ideati da lui, non trascurò i minimi particolari, affinché il piedestallo sul quale voleva posare agli occhi di Clara fosse più alto possibile.

Solo non disse dei suoi progetti di matrimonio con Fanny, credeva di svegliare la gelosia di Clara.

Quando ebbe terminato, disse:

—Ed ora che tu sai tutto, ora che un nuovo legame ci unisce, non mi negare le tue carezze, i tuoi baci.

Clara sudava freddo, cosa rispondere a quell’uomo terribile, capace di tutto?

Stette senza parlare per qualche minuto, non opponendo resistenza alle carezze appassionate del Ruiz, che oramai si credeva sicuro del trionfo.

Finalmente Clara si alzò, e con voce alquanto ironica disse:

—Va bene, tu mi hai rammentato molte cose che potrebbero benissimo essere i capitoli di un romanzo a sensazione. Tu mi conosci e sai, che non sono più stoppa da farmi ingannare; sarò tua quando mi avrai dato una prova di quello che dici.

—No, tu non aspetterai a capitolare, ti amo con tutto il furore della passione, sai di cosa sono capace, non mi resistere, se su te stessa non vuoi la prova eseguita che ti convinca essere io sempre lo stesso.

—Male farete, perché usando con me la forza, mi diventereste odioso.

Ruiz fuori di sé, pregò, scongiurò, l’uomo forte strisciò ai piedi della donna debole, implorando grazia. Tutto fu inutile, Clara pareva tramutata in statua.

Allora in un eccesso di furore, di desiderio,Ruiz si slanciò su lei ruggendo come una belva.

Clara schivò la stretta fatale, e tratto dal corpetto un piccolo ed elegante revolver dal manico di madreperla, finamente rabescato in oro, disse freddamente:

—Caro mio, ho preso le mie precauzioni, e prima di essere vinta dalla forza vi ucciderei.

In un salotto, un uomo si china verso una donna seduta in poltrona; alle loro spalle si vedono un divano, quadri, un orologio e una pianta.

Caro mio, ho preso le mie precauzioni, e prima di essere vinta dalla forza vi ucciderei

Ruiz indietreggiò, e ritornò umile e sottomesso.

—Quando mi darai la prova, che quanto dicesti è vero sarò tua.

—Ebbene! a giorni, ti porterò ad assistere ad una delle nostre adunanze, ti vestirò da uomo, ti presenterò come un nuovo affigliato.

Clara stese la mano a Ruiz e gli sorrise dolcemente; il miserabile fatto schiavo da quel sorriso, baciò con ardore la candida mano.

—Ora, amico mio, è tardi e voglio andarmene a letto.

Ruiz sospirò,volle parlare ancora della sua passione, ma Clara gli pose la mano sulla bocca dicendogli:—Zitto! è convenuto, prima la prova dopo sarò tua anima e corpo.

La donna ebbe il coraggio di sfiorare con le sue labbra di porpora la fronte del ladro, dell’assassino. Ruiz al tocco di quel bacio fu scosso come se si fosse trovato a contatto di una pila elettrica.

—Addio, crudele,—balbettò, e con la testa in fiamme uscì da quella casa, dove sperava trovare il suo paradiso.

Appena Ruiz se ne fu andato, Clara respirò, poi si gettò in ginocchio e pregò con fervore, invocando dal cielo la forza di combattere e di trionfare.

—“ Vergine santa!—mormorò piangendo la povera perduta,—voi che schiacciaste la testa al mostruoso serpente, che minacciava la pace degli uomini,datemi la potenza di potere annientare il velenoso serpente, che è uscito da questa casa, e che vive in mezzo alla società colpendo senza essere scoperto.

Madre dell’uomo santo, abbiatemi nella vostra misericordiosa protezione, e aiutatemi a redimere il mio triste passato.

La fanciulla, ciò detto, si alzò,e si diresse verso la sua camera, il suo volto aveva un’angelica dolcezza e nessuno avrebbe in lei riconosciuto la procace e voluttuosa Nana, la danzatrice.

CAPITOLO XXXII.

Ritrovato.

L’indomani,quando Ruiz stava per terminare la sua toilette entrò come una bomba in casa sua, il garzone del negozio, il poveretto tremava come una foglia, e a mala pena, aveva la forza di parlare.

—Ebbene, Tony, che abbiamo di nuovo?

—Una gran disgrazia!

—Dove?

—Al negozio.

—Al negozio?—Ruiz si ricordò allora, che nella cantina gemeva da quasi tre giorni la Margherita, ed ebbe paura che fosse stata scoperta dalla polizia, alla quale certo la megera avrebbe raccontato tutto.

—Su, via, Tony,—disse con voce tremula,—quale disgrazia è avvenuta?

—Il negozio è bruciato ieri notte ed ora è un ammasso di rovine; tutto, tutto è perduto!

Ruiz respirò, non soltanto non gli premeva nulla di quell’incendio, essendo la sua mercanzia assicurata; ma il fuoco lo liberava per sempre da Margherita, essa fra i rottami e le macerie seppelliva il suo pericoloso segreto.

Era fortunato, non eravi a che dire.

Ruiz tranquillizzò Tony, dicendogli che avrebbe provveduto al suo collocamento, e che era disposto a dargli subito una gratificazione di cento dollari, per il suo leale e affezionato servizio.

Tony, intascò con gioia i dollari, e andò dovunque a parlare della generosità del suo bravo, e buon padrone.

Era appena uscito Tony,che entrò Bernabei; anche lui veniva dal negozio, andato colà per parlare al complice, aveva trovato tutto distrutto.

—Ti faccio i miei complimenti,—disse subito Bernabei,—hai trovato un modo molto bello, perché non si trovasse più la vecchia.

—I tuoi rallegramenti non vanno, perché il solo caso, ha fatto tutto.

Bernabei sorrise con malizia.—E via,—disse,—dove siamo? Non si ha più fiducia negli amici?

—Ti ripeto che non so nulla di quell’incendio e basta.

—Se la prendi su questo tuono, non parliamone più.

“ Ero venuto per dirti cosa vi è da fare, e quando mi presenterai alla nobile assemblea della quale tu sei il presidente; ho voglia di lavorare.

—Ti presenterò fra un paio di giorni; in quanto a lavorare per ora devi restartene con le mani alla cintola. Sei assetato di denaro come un’ebreo polacco; si direbbe che hai a casa dei dentini che macinano molto bene l’oro.

Bernabei ebbe un sussulto; che Ruiz, sapesse della sua tresca? Lo guardò con occhio scrutatore; ma Ruiz si accomodava con indifferenza il nodo della cravatta.

—Non è quistione di dentini,—disse alla fine Bernabei,—ma voglio far fortuna per ritirarmi onestamente dagli affari.

Ruiz dette in una grande risata, il suo complice rise pure, e poi disse :

—Non sarà stata fresca la vecchia nella cantina con l’inferno di questa notte.

“Il fuoco ha divorato tutto.

—Pace all’anima sua,—disse Ruiz accendendo un sigaro di pura Havana, della famosa marca fratelli Razzetti di New York.

—Amen!—concluse Bernabei, e con questa orazione funebre fu detta l’ultima parola su Margherita.

—Da ora in poi,—disse Ruiz,—verrai qui alla mattina a prendere i miei ordini; domani ti dirò la sera nella quale avrà luogo l’adunanza. Ora vattene; che non è prudente uscire insieme.

Bernabei non si mosse, girava, e rigirava il suo cappello fra le mani, pareva non si attentasse a parlare.

—Ebbene,—domandò Ruiz, accortosi di quell’imbarazzo,—cosa vi è ancora?

—Ecco, devo fare un piacere ad un amico, e avrei bisogno, in prestito, guarda bene, soltanto inprestito, un centinaio di dollari.

Ruiz andò in collera; ma che credeva che lui fosse il “First National Bank,” oppure una miniera della California; i danari non li trovava per via, e non poteva gettarli dalla finestra.

Bernabei ascoltò la lunga sfuriata, e poi con gran calma disse:

—Caro mio,la tua predica, non mi toglie il bisogno, e i cento dollari mi ci vogliono.

Ruiz comprese che bisognava obbedire, e preso il libro dei “checks” ne riempì uno a favore di Bernabei per dollari cento.

—Così va bene, bimbo mio,—disse il furfante intascando il prezioso foglietto.—Salute e buona fortuna.

—Vecchio ladro,—mormorò Ruiz,—ci sarà chi mi paga l’interesse di quei cento dollari.

Prese poi un fascio di carte e uscì dicendo:—ed ora andiamo da quei signori dell’assicurazione, a presentare i nostri documenti.

Boni, appena alzato dal letto, aveva, secondo era suo uso, scorso i giornali inglesi; e fu così che apprese il disastroso incendio che aveva distrutto fra l’altro anche il negozio di Ruiz; il poliziotto sul principio credette che l’incendio fosse doloso e che la mano del matricolato furfante entrasse per qualche cosa nella presunta disgrazia.

Scorse alcuni giornali e trovò, che in tutti i particolari erano uguali, solo nel “ N. Y. Recorder ” il giornale che dà con meravigliosa rapidità le notizie della notte, lesse dello spettro apparso in mezzo alle rovine, e scomparso tanto misteriosamente.

Quella circostanza rese pensieroso l’ex-ispettore, non credendo agli spettri, concludeva logicamente che qualcuno doveva essere restato travolto dall’incendio.

Certo in giornata si avrebbe saputo, se qualcuno degli impiegati delle case fosse tornato a casa ferito.

Se mancava la traccia di qualunque disgrazia, bisognava credere che qualche sconosciuto, si trovava sul luogo dell’incendio.

E allora chi era quello sconosciuto?

Boni pensava, pensava, quando fu suonato con forza alla porta di casa sua.

Restò vivamente sorpreso nel vedere Leonardi, che appena entrato senza neppure salutarlo disse con gioia:

—Ritrovato!

—Ritrovato chi?

—Il figlio di Vittoria.

Boni trascinò nel suo gabinetto Leonardi dicendogli:—Su via, spiegatevi.

Leonardi raccontò, come la sera innanzi la madre sua fosse andata in casa Spencher per far visita a Fanny. Durante la sua visita era entrato nel “parlor” un grazioso fanciullo biondo, che parlava italiano. La Leonardi sorpresa, aveva domandato a Fanny come quel fanciullo si trovasse in sua casa, e la fanciulla le aveva narrato come fu da essa trovato e raccolto.

—Mia madre,—continuò Leonardi,—fece mille carezze al fanciullo e poi gli domandò:—Come ti chiami?—Enrico,—rispose il fanciullo;—Enrico cosa?—riprese la mamma;—Ruizzi,—rispose il ragazzo senza esitare.

“ Mia madre trattenne a stento un grido, conoscendo alla perfezione i casi di Vittoria e la sparizione del figlio suo, però non volendo commettere sbagli, non disse nulla a Fanny, si congedò più presto del solito e venne a casa, anziosa di parlarmi.

“ Io non rientrai che dopo la mezzanotte, e soltanto allora seppi la importante notizia.

Boni stette a lungo pensieroso, poi come se avesse presa una determinazione decisiva disse:

—È d’uopo che anche la polizia metropolitana si faccia onore; la stampa l’attacca senza pietà, poi ho bisogno di renderle un servigio che mi servirà più tardi, come lettera d’introduzione.

—Che intendete fare?

—Aspettate e vedrete.

L’ex-ispettore prese un foglio di carta e col suo carattere più bello scrisse in inglese:

Mr. Byrnes, ispettore di Polizia

New York.

Il figlio della pazza Vittoria Ruizzi, invano ricercato dalla polizia, fu ritrovato da Mr.Spencher, il milionario negoziante, che ha la sua residenza in Washington Square.

Un amico.

Quando ebbe terminato di scrivere prese il copia-lettere e ne fece su quello la riproduzione.

Quando Leonardi ebbe letto lo scritto,non poté trattenersi dall’esclamare:—finalmente ci aiuterà anche la polizia!

Boni fu irritato da quella sortita, e non poté trattenere la sua collera. La polizia non aveva fatto nulla, trovato nulla, senza di lui Ruiz sarebbe presto lo sposo di una bella ereditiera, e non ostante questo, un’amico, il più interessato nella quistione, sembrava rimanere al solo pensare, che si chiedeva l’intervento di quella polizia inetta e cieca. Era un ingiustizia solenne alla quale Boni si ribellava.

Leonardi comprese di avere commesso una sciocchezza con quella sua esclamazione, e ne domandò, nel modo il più umile, perdono.

L’ex-ispettore si calmò subito, e anzi si rimproverò il suo scoppio di collera; comprendeva la smania di Leonardi che voleva farla finita col suo rivale.

—Presto o tardi,—concluse Boni,—la polizia deve entrare in ballo, ma non per fare quello che voi credete, ma per aiutarmi nel mio piano. Se io faccio ritrovare il piccolo Enrico a Mr. Byrnes è perché mi preme, che Vittoria riacquisti la ragione e possa attestare l’innocenza di Righetti al più presto possibile, ma siatene certo, pur salvando il disgraziato che geme a Sing-Sing, Vittoria non accuserà suo marito.

“ E ora, amico mio andate, gettate in buca questa lettera e poi passate da Clara a sentire, cosa abbiamo di nuovo.

Leonardi, accommiatandosi da Boni, volle ancora scusarsi, ma questi non lo permise, e gli troncò la parola in bocca.

Quando l’ex-ispettore fu solo si vestì in fretta, e uscì di casa mormorando:

—Ed ora andiamo a vedere le rovine dell’incendio di questa notte.

CAPITOLO XXXIII.

Facile vittoria.

Byrnes era nel suo gabinetto più accigliato che mai, i rapporti dei suoi agenti più fidi e più astuti, posti in giro per trovare traccia dei misteriosi delitti che si collegavano a quello di Mulberry, terminavano tutti con la sconsolante frase: nulla fu possibile fino ad ora scoprire.

Eravi da perdere la testa; lo stesso Byrnes maravigliosamente truccato da “loafer” aveva girato per le taverne più immonde, era stato per notti intere in quegli alberghi d’infima classe, dove con dieci o cinque soldi si ha una cuccia lurida, sporca, dove dominano, sovrani assoluti, le cimici e altri insetti schifosi.

Invano aveva teso l’orecchio alle conversazioni fatte in gergo, nulla, nulla era arrivato a scoprire di ciò che tanto lo preoccupava.

Bisognava arguirne, che i delinquenti appartenevano ad una classe differente da quella consueta, dove si reclutavano i più pericolosi malfattori.

Intanto, siccome Byrnes non strombazzava ai quattro venti ciò che faceva, la stampa seguitava sempre più accaniti i suoi attacchi.

Quella mattina, dopo letti i rapporti, dette al solito una scorsa ai giornali; come al solito vi erano articoli ironici contro la “prima polizia del mondo”.

—È una cosa insopportabile!—mormorò fremendo l’ispettore.—Per Dio, ci vorrei loro nei miei panni! Ma che credono che abbia la scienza infusa? Finalmente mi seccano!

Fu bussato all’uscio.

—Entrate,—disse Byrnes.

Era il policeman di guardia che portava una voluminosa corrispondenza, che posò sul tavolo e quindi si ritirò.

Byrnes scorse distratto le numerose lettere; ad un tratto mandò un grido di gioia, eragli capitata fra mani la lettera di Boni, che Leonardi aveva avuto la buona idea di mandare per “Special Delivery”.

Byrnes toccò il bottone di una tastiera elettrica, comparve immediatamente un policeman.

—Dite a Dikens di venire qui subito.

Pochi momenti dopo Dikens entrava timido e confuso, sicuro di avere una strapazzata, perché nulla avea trovato di ciò che premeva al suo capo.

L’ispettore gli disse sorridendo:

—Su, smettete quell’aria da cane bastonato, oggi abbiamo delle novità.

—Delle novità?—esclamò Dikens rasserenandosi,—che Iddio sia benedetto!

—Recatevi subito in Washington Square, alla casa di Mr. Spencher, colà trovasi ricoverato il piccolo italiano, figlio della Vittoria Ruiz.

Dikens era raggiante.

—Usate la massima cortesia, ricordatevi che la notizia non potrebbe essere assolutamente vera, giuocate di malizia, e nel caso che le mie informazioni particolari fossero sbagliate, fate in modo di salvare il nostro prestigio.

Dikens ringraziò il superiore della missione di fiducia che gli affidava, e partì gongolante di gioia per casa Spencher.

Arrivato innanzi all’aristocratica dimora, sostò alquanto per prendere cognizione della piazza, poi risolutamente suonò alla porta.

Comparve un servo in livrea da mattino.

—Mr. Spencher?—domandò Dikens.

—È al negozio.

—Non potrei parlare a qualcuno della casa?

—Vi è la signorina Fanny, ma non so se riceve; il signore vuol darmi il suo nome?

—È inutile, la signorina non mi conosce.

—Allora dubito assai che possa essere ricevuto.

—Me ne dispiace, io sono un agente della Gerry Association, sono in cerca di offerte per la benemerita istituzione.....

—Allora è un altro paio di maniche, e la signorina vi riceverà certamente; favorite passare nel “parlor”.

Due minuti dopo Dikens si trovava innanzi a Fanny.

Il furbo agente, dopo di aver domandato l’aiuto della signorina per la Gerry Association, si mise a raccontare come poco tempo innanzi, venisse rapito dall’istituto un giovinetto italiano, figlio di una disgraziata pazza che si trovava al manicomio, e che forse avrebbe riacquistata la ragione se avesse visto il figlio adorato.

—E potreste dirmi il nome di questo fanciullo?—gridò Fanny che aveva ascoltato palpitante il singolare racconto.

—Certamente, signorina, il fanciullo si chiama Enrico Ruiz.

—Ma questo è il fanciullo da me trovato una notte uscendo da ballo!—gridò Fanny,—e che tengo in mia casa e amo come un figlio.

—Lo sospettavamo,—rispose inchinandosi Dikens e scoprendo la sua placca di policeman.

Fanny lo guardò stupefatta.

—Non vi sorprenda, signorina, il fanciullo del quale parliamo, fu fatto scomparire da chi aveva paura che si facesse la luce sopra un delitto commesso alcuni mesi fa in Mulberry Street; la polizia dovette, naturalmente, occuparsi di quel rapimento, il lavoro fu lungo e faticoso, il caso se ne immischiò e fece cadere il poverino fra le vostre mani; la polizia, a forza di perseveranza, poté ritrovarne la traccia, ma non era completamente sicura, ed io usai uno stratagemma per sapere la verità. Spero, signorina, che non me ne vorrete male.

—Tutt’altro, o signore, e se le cose stanno come voi dite, io sono ben felice di ridare il figlio alla povera e sventurata madre. Anzi io mi occuperò dell’infelice, e se, riacquistata la ragione, non saprà dove andare, io raccoglierò madre e figlio.

—Signorina, siete un angelo,—mormorò Dikens veramente commosso.

—Ditemi cosa debbo fare.

—Ecco, educato dall’esperienza, ben sapendo che vi sono dei miserabili pronti a commettere qualunque delitto, pure di sbarazzarsi del piccolo Enrico, così credo utile che la polizia prenda immediatamente sotto la sua protezione il fanciullo, affinché possa senza indugio trovarsi faccia a faccia con la povera madre sua.

—Non credete sicuro Enrico in casa mia?

—Lo era fino ad ieri, quando nessuno sapeva la sua presenza qui, ma siccome fra poche ore i giornali parleranno della scoperta fatta dalla polizia, così la sicurezza sarà minacciata.

“ Il fanciullo sarà trattato come un figlio di re, siatene certa.

—Ma chi sa se lui vorrà venire.

—Credo che verrà in capo al mondo, se voi gli direte che lo conduco da sua madre.

Fanny suonò un campanello, la cameriera accorse.

—Conducete il piccolo italiano.

Poco dopo entrava saltellando allegro il fanciullo.

—Dimmi, Enrico,—gli disse Fanny,—andresti volentieri dalla tua mamma?

—Tanto, tanto, ma vorrei ritornare anche da te, che sei la seconda mammina bella.

Fanny baciò con trasporto la testa bionda del fanciullo.

Dikens non comprendeva una parola di quella conversazione fatta in italiano, non ostante senza rendersi conto del perché si sentiva commosso.

—Se vuoi vederla la mamma tua, devi seguire quell’uomo lì, esso ti condurrà.

Enrico ebbe un moto di paura.

—Non ti spaventare, fanciullo mio, quello è un amico.

—Un tuo amico?—domandò Enrico riassicurato.

—Sì, un mio amico e anche tuo e della mamma, dunque seguilo senza paura.

—E poi mi riporterà qui?

—Certamente, e verrà anche la tua mamma.

Enrico gettò le braccia al collo di Fanny e la baciò con tenerezza infinita, poi dirigendosi verso il policeman, disse:

—Andiamo dalla mamma.

Dikens intese più il gesto che le parole e rispose:

—Sono pronto.

Fanny suonò, fece portare il cappello di Enrico poi lo baciò e lo abbracciò e lo consegnò a Dikens, ma nel momento che il policeman, lieto come non lo era stato da tanti giorni, stava per passare la soglia del “parlor,” Fanny lo fermò e gli disse:

—E chi mi dice che voi non siate uno dei nemici di questo bambino.

Dikens fece una mossa così comicamente disperata, che Fanny non poté trattenere le risa.

—Come! un agente dell’ordine, tutore della vita e delle sostanze dei cittadini essere preso per un rapitore di fanciulli! Se un uomo gli avesse detto anche meno, lo avrebbe subito arrestato. Poi pensò che Fanny non aveva tutti i torti, che infine dei conti la signorina non lo conosceva, e che lui stesso aveva parlato di rapimento e di paure.

—Il meglio che possiate fare,—disse con voce calma,—è di venire al quartiere generale, là parlerete con l’ispettore Byrnes che garantirà per me.

Fanny guardò lungamente il policeman poi gli disse:

—Andate, ho fiducia in voi.

Dikens respirò, avrebbe voluto abbracciare la bella fanciulla.

Fanny baciò ancora una volta Enrico sulla soglia di casa, e lo guardò a partire, tenuto strettamente per mano dal policeman, che camminava guardingo come se portasse un tesoro.

Quando Dikens entrò nel gabinetto del suo superiore, questi era in preda alla più grande impazienza.

—È così?—domandò, con voce concitata.

—Ecco il fanciullo,—disse in tuono trionfante Dikens.

Byrnes divenne raggiante, finalmente cominciava la rivincita.

—Ecco la prima vittoria,—disse Dikens,—e si deve a voi, a voi solo.

Byrnes a quell’elogio che sapeva di non meritare, chinò il capo e mormorò:

—Facile vittoria.

Enrico non diceva che una parola,—voglio vedere la mamma.

L’ispettore, trattandolo con la più gran dolcezza gli disse, che al più tardi l’indomani avrebbe abbracciato la mamma sua.

Il fanciullo se non parlava gran che d’inglese, lo comprendeva benissimo e alle assicurazioni di Byrnes e Dikens si acquietò.

Fu deciso che il fanciullo sarebbe ospite dell’ispettore, e che l’indomani mattina l’avrebbero condotto all’isola.

Quando il fanciullo fu condotto nell’appartamento particolare dell’ispettore, e accolto con affetto dalla famiglia di lui, Byrnes per mezzo del telefono si pose in comunicazione col direttore del Manicomio, col quale dette l’annunzio di avere ritrovato il figlio della pazza.

Il Direttore lietissimo di ciò, rispose che avrebbe consultato i medici, e più tardi avrebbe dato una risposta.

Intanto la notizia, non si sa bene come, erasi sparsa e i “reporters” accorrevano a chiedere notizie. Dikens le dava con un’aria di sussiego, come se volesse far capire qual differenza passa fra un “ reporter ” ed un policeman di New York.

I giornali della sera, manco a dirlo, dettero dei lunghi resoconti, dove la verità s’intrecciava al romanzo.

I più accaniti critici della polizia sciolsero un inno in onore di Byrnes e dei suoi agenti completamente riabilitati.

Il capo della polizia non fu molto solleticato6 da quelle lodi, ma Dikens era raggiante ; lui che sprezzava tanto i giornalisti provava una vera ebbrezza, nel leggere tutto il bene che si diceva del suo superiore e anche di lui.

I giornali parlavano a lungo anche di Fanny,ebbero parole entusiastiche per la sua bellezza, per la sua bontà; naturalmente non fu taciuto il nome del fortunato, che avrebbe posseduto tanto tesoro, e il nome di Ruizzi, fu fatto precedere da tutti gli aggettivi lodativi, molto di più che di Ruizzi si parlava, anche in altra parte del giornale a proposito dell’incendio di Broadway, nel quale l’italiano aveva riportato un danno non inferiore a quarantamila dollari, fortunatamente coperto dall’assicurazione.

Boni non mancò di leggere i giornali, e sorrise maliziosamente per tutto ciò che si diceva in onore della polizia.

—Ieri nella polvere, domani sull’altare,—mormorò,—la stampa è una gran sgualdrina.

CAPITOLO XXXIV.

La prova.

Verso sera giunse a Byrnes la notizia che i medici di “Blackwell’s Island” avevano deciso di tentare la prova di mettere Vittoria di fronte al figlio, per vedere se fosse possibile riempire la lacuna che si trovava nel suo cervello e la rendeva pazza.

La povera Vittoria da lungo tempo non aveva avuto eccessi furiosi, era buona, dolce,sottomessa. In quanto al fisico, non aveva molto sofferto, il suo volto, già bellissimo, erasi come idealizzato, il suo sguardo pareva divenuto più grande e bello.

Le compagne della pazza, la guardavano con venerazione, credevano di vedere la Vergine Santa, discesa in mezzo a loro per consolarle.

Vittoria, a poco a poco, imparò passabilmente a parlare la lingua inglese,ciò poteva sembrare un fenomeno strano; ma non sorprese i medici, perché la pazzia della disgraziata consisteva nella perdita della memoria in quanto riguardava un terribile avvenimento.

Da qualche tempo Vittoria erasi rassegnata a non domandare più notizie del suo Enrico; ma vi pensava spesso, e allora lacrime ardenti le sgorgavano dagli occhi, e sospiri dolorosi e singulti trattenuti le squarciavano il petto.

I medici, quando seppero che il fanciullo era stato ritrovato, si consultarono se dovevano o no avvisarne subito la madre. Fu deciso che non si sarebbe detto nulla fino alla mattina dopo per risparmiare alla pazza le angosce di una lunga aspettativa, che avrebbe potuto produrle pericolose convulsioni.

Nonostante,ad onta che la madre nulla sapesse, passò una notte quanto mai agitata, non certo meno agitata di quella passata da suo marito, che quando apprese dai giornali come suo figlio fosse in mano alla polizia,fu preso dalla più gran paura.

Alla mattina, verso le dieci, con un battello speciale giungevano all’Isola, Dikens e Byrnes, accompagnati dal piccolo Enrico.

Pochi momenti dopo sbarcavano pure da un altro battello, Boni, Ferroni e il difensore di Righetti.

Dikens guardò con sospetto i tre uomini; ma quando vide che conoscevano il Direttore del Manicomio si tranquillizzò.

Ben presto Byrnes seppe che i nuovi venuti erano i protettori della disgraziata Vittoria, e in uno di essi riconobbe il difensore di Righetti, per ciò la loro presenza in quel luogo e in quel momento non aveva nulla di strano.

Il capo della polizia, si rivolse a Ferroni e gli disse :

—Il Direttore del Manicomio mi ha detto brevemente tutto il bene che voi fate per la povera disgraziata vittima del delitto di Mulberry, ciò è nobile e generoso, io mi congratulo con voi.

—Non vi è di che, o signore, aiutare gl’infelici, è un dovere.

Byrnes stese la mano a Ferroni, dicendogli:—Se tutti la pensassero come voi! Poi il poliziotto ricomparve, e cominciò con maestria somma a interrogare Ferroni senza parerlo. Ma il banchiere era furbo, e l’ispettore non seppe altro, che soccorreva Vittoria come avrebbe soccorso qualunque altro italiano che si trovasse in tristi e dolorose condizioni.

Dikens parlava con Boni, e col difensore di Righetti, era ilare e contento:—Ora che abbiamo il filo,—diceva,—rivolgeremo la intricata matassa, e se il vostro amico Righetti è innocente lo leveremo da Sing-Sing con tutti gli onori.

Mentre queste conversazioni avevano luogo, un medico, quello che usualmente curava Vittoria,aveva con lei il seguente colloquio:

—Vittoria, vi sentite calma?

—Dottore, passai una notte molto agitata, ma questa mattina mi sento calmissima.

—Ebbene,io ho bisogno che per qualunque cosa avvenga, non vi mettiate in orgasmo, vogliamo guarirvi,ma per far ciò è d’uopo che siate completamente padrona di voi stessa.

—Dottore,a che serve questo preambolo?

—Ecco che già vi eccitate, ciò non va bene, ed io non dirò più nulla.

Gli occhi di Vittoria si riempirono di lacrime.

Il dottore fu contento di quelle lacrime, erano uno sfogo, che toglieva forza all’eccitazione nervosa.

—Sentite adunque Vittoria,—continuò il medico,—vi aspetta una gran gioia.

—Mio figlio! mio figlio!—gridò la pazza, e in ciò dire i suoi occhi si chiusero, e il volto si atteggiò a grande immensa gioia,mentre il suo corpo si rovesciava sopra una poltrona.

Il dottore approfittò di questo momento per far chiamare il Direttore, questi accorse.

—Fate venire subito il fanciullo,—disse il medico,—lui solo. Vittoria era come assopita un sorriso incantevole le aleggiava sulle labbra.

Enrico entrò,vide la mamma, gettò un grido delirante di gioia e si precipitò fra le braccia di lei, la baciò, la ribaciò, chiamandola coi nomi più dolci e cari.

Ad un tratto Vittoria aprì gli occhi, li girò intorno come trasognata, quando si posarono sul capo biondo del suo figlio, un fremito convulso scosse il corpo, poi le sue braccia si serrarono con forza, stringendo al petto il fanciullo mentre dalle sue labbra uscivano con rotti accenti queste parole:

—Enrico mio, adorato figlio, finalmente ti ritrovo!

In una stanza con un letto e un calendario alla parete, una donna seduta abbraccia una figura chinata davanti a lei; un uomo si affaccia dalla porta.

Enrico mio, adorato figlio, finalmente ti ritrovo!

—Mamma, mamma mia,—rispondeva Enrico,—non mi lascerai più?

—Lasciarti,—e Vittoria si alzò con lo sguardo fiammeggiante, come se avesse dovuto difendere il figlio contro qualche ignoto pericolo.

Il dottore, Byrnes, Dikens, e gli amici di Righetti dal vano dell’uscio assistevano a quella scena patetica e commovente.

Vittoria immergeva la sua testa fra i biondi capelli di Enrico, ne respirava con voluttà il profumo, poi lo guardava lungamente, e quindi lo baciava di nuovo, mormorandogli le più affettuose parole.

Senza transizione, in un momento, la fisonomia della pazza cambiò; nel suo occhio si spense il lampo di gioia, e si dilatò per il timore, lo spavento, i rosei colori scomparvero dal suo volto che diventò pallido, le sue labbra fatte bianche tremavano, i suoi denti battevano.

Si passò la mano sulla fronte, poi gittò un grido terribile e svenne.

Il dottore si slanciò subito presso di lei, poi si rivolse verso i presenti che erano estremamente commossi, e disse loro:—la poveretta è salva, essa ricorda, al ricordarsi della notte fatale ha provato un innenarrabile spavento.

“ Quando rinverrà, sarà completamente guarita.

Il piccolo Enrico piangeva, e chiamava la mamma con grida strazianti!

Quasi un’ora durò quello svenimento; quando Vittoria rinvenne, per prima, essa strinse con passione al petto il figlio, poi stese la mano al medico, e con voce dolcissima disse:

—Credo di essere guarita, ricordo, sì ricordo tutto,—e piano piano, tanto che nessuno la intese aggiunse,—per mia disgrazia.

Appena il medico ebbe detto che Vittoria era salva, Dikens avrebbe voluto farsi avanti e rivolgerle delle interrogazioni, l’agente era ansioso di sapere.

L’ispettore Byrnes lo trattenne in tempo con un gesto imperioso, quindi rivolto al dottore gli domandò a bassa voce:

—Credete che non vi sia nulla di male ad interrogare questa disgraziata, intorno all’avvenimento che le fece perdere la ragione?

—Guardatevene bene,—rispose subito il medico,—questa donna ha bisogno di pace e di tranquillità, essa ora ricorda tutto, la lacuna che erasi formata nella sua memoria non esiste più, ma i suoi nervi, come tutti quelli di coloro che furono pazzi, sono di una estrema debolezza, una scossa troppo forte, potrebbe esserle fatale.

“ So quale interesse spinge la polizia a voler sapere la parola della vittima del più odioso attentato; ma, per ora, mi oppongo a qualunque interrogatorio.

Byrnes s’inchinò rassegnato, Dikens si morse furiosamente le labbra, per non fare una delle sue solite sfuriate.

Intanto, la povera madre, non ristava dall’abbracciare e baciare il suo Enrico; lo teneva stretto, stretto come se temesse che qualcuno volesse strapparlo dalle sue braccia.

Vittoria aveva conservato la sua bellezza; la malattia non aveva per nulla alterato le sue fattezze, i suoi occhi turchini dimostravano una dolcezza infinita, e spiccavano più che mai col pallore aristocratico del suo volto.

—Comprendo l’amore di Righetti,—mormorò Boni all’orecchio di Ferroni,—questa poveretta è bellissima!

CAPITOLO XXXV.

Faccia a Faccia!

Intanto si presentava una grave quistione. Vittoria non avrebbe potuto restare al manicomio, essa aveva bisogno di cure affettuose, vivere lontana da quei luoghi, che avrebbero svegliato in lei le più tristi memorie.

Ma chi avrebbe preso cura di lei?

Ferroni era lì, pronto a prenderla sotto la sua protezione, ma l’ispettore Byrnes non l’intendeva a quel modo, Vittoria apparteneva alla polizia, essa doveva dire la parola rivelatrice che toglier dovea il velo al misterioso delitto di Mulberry.

Ora, l’astuto poliziotto, pensava, e non aveva tutti i torti, che per essere la descrizione della vittima senza eccezione, era necessario che alcuna influenza fosse esercitata su lei.

Per ciò l’ispettore si oppose recisamente affinché Vittoria fosse affidata a Ferroni, del quale riconosceva ampiamente l’onestà, ma che essendo protettore di Righetti, non poteva in pari tempo, farsi protettore della donna, che poteva, con una parola, tenere chiuse, o aprire le porte di Sing-Sing, all’uomo che i giurati avevano dichiarato colpevole.

Dikens appoggiava calorosamente il suo superiore, e il medico del Manicomio anche.

Ferroni riconosceva che quelle osservazioni erano giuste e non sapeva cosa rispondere.

Fu allora che intervenne Boni, egli salutò con la massima gentilezza Byrnes e quindi disse lentamente:

—Va bene quanto diceste, ma le stesse ragioni che avete addotte, per far sì che Vittoria Ruiz non sia affidata al mio rispettabile amico Ferroni, io le invoco, perché non sia data alla polizia la custodia di questa donna, ché può, con una parola affermare che la polizia ha commesso un gravissimo errore, facendo condannare un innocente.

Byrnes guardò fissamente l’uomo che parlava con tanta audacia; Boni sopportò quello sguardo senza tremare.

L’ispettore non andò in collera, incontrando lo sguardo leale, sereno, scrutatore del suo oppositore; l’ira che stava per irrompere terribile, erasi calmata come per incanto.

Dikens, fu scandalizzato nel vedere il suo superiore, il suo Dio, quasi complimentare quell’intruso, che veniva a mettere la sua parola in cose che non dovevano interessarlo.

Byrnes, con la massima gentilezza, rispose a Boni:

—Potrei dirvi, che a me è affidata la tutela del popolo di New York, e che a me, investito dalla carica di capo supremo della polizia metropolitana, appartiene di diritto Vittoria Ruiz; ma ciò potrebbe generare sospetto, le mie parole svisate dai giornali, farebbero sì, che nuovi e più feroci assalti fossero diretti contro i soldati del dovere, che ad ogni ora del giorno, combattono per proteggere la società.

“ Del resto, le vostre parole mi hanno fatto capire, che in questo caso si dubiterebbe della lealtà della pulizia; ora, mi preme dichiararlo, sarei felicissimo che l’innocenza di Righetti fosse accertata; errare è cosa umana, non siamo, né ci pretendiamo infallibili.

Boni, rimase meravigliato, si aspettava una esplosione di collera, e invece gli veniva risposto con gentilezza, con sottomissione.

L’ex-ispettore, però era furbo, temeva che tutto quel dolce, nascondesse una trappola, e pensò prima di rispondere.

Byrnes lo guardò sorridendo, e poi gli disse:

—Su, via, dite intero il vostro pensiero, dubitate che le mie parole nascondano un tranello?

Boni non esitò e disse :

—Avete ragione, penso ciò che dite.

—Sfacciato,—mormorò fra i denti, Dikens.

—Ebbene,—riprese, sempre cortese Byrnes,—dite voi a chi dobbiamo affidare quella disgraziata.

Boni non rispose, ma stese la mano a Byrnes, dicendo:—Ho torto di dubitare, decido io, e credo anche i miei amici abbiamo fiducia in voi.

L’ispettore strinse con forza la mano di Boni, lui così difficile a dare prove d’amicizia, trattava l’ex-poliziotto italiano come un vecchio amico di venti anni.

Ferroni guardava stupefatto, Dikens era addirittura fuori di sé, e si dava dei pizzicotti, per convincersi che era bene sveglio.

—Io direi,—riprese Byrnes,—che in via eccezionale si potrebbe affidare Vittoria alle cure speciali del Direttore del Manicomio, il quale tratterà con tutti i riguardi la poveretta.

—Credete voi,—rispose subito Boni,—che qui sia al sicuro?

“ Ricordatevi in qual modo mandavano all’altro mondo quel miserabile di Ghirendini.

—Fu un colpo apopletico,—interruppe Dikens, che non ne poteva più.

—Vi sbagliate,—disse Byrnes,—fu un delitto.

L’agente chinò il capo mortificato.

—Dunque, dicevo,—continuò Boni,—che un’attentato in quest’isola, dove oltre ai matti vengono a scontare piccole pene dei furfanti matricolati è cosa facilissima.

“ I giornali fra poche ore diranno, dove si trova Vittoria Ruizzi,e se vi è chi ha interesse a che non parli chiuderà per sempre la sua bocca.

—Ma questo avverrà anche se io acconsento a far trasportare la disgraziata in casa Ferroni, quella casa non è una fortezza.

—Tutt’altro,—rispose Boni ridendo,—e lo sanno i ladri, che or non è molto, ne svaligiarono impunemente la cassa-forte.

Dikens divenne rosso come un gambero cotto, anche quello era uno scacco della polizia e quel diavolo d’uomo lo spiattellava lì senza reticenze.

—Se mi capiti fra le mani ti accomodo io!

Byrnes fece vista di non accorgersi dell’allusione, e rispose.

—Vedete adunque, che anche questo progetto non è da effettuarsi.

—Io propongo,—disse Boni,—di tenere qui, nella casa particolare del direttore, Vittoria Ruizzi, ma partecipare ai giornali, che la poveretta venne affidata ad una famiglia italiana. Così lo strangolatore sarà tratto in inganno.

—Ma voi adunque siete sicuro, arcisicuro dell’innocenza di Righetti,—non poté a meno di esclamare Byrnes.

—Sicurissimo.

—In cosa basate la vostra sicurezza?

—Prima sulla onestà dello sventurato giovane che geme a Sing-Sing. Poi il rapimento del figlio di Vittoria, l’assassinio di Ghirendini, dicono come il colpevole, sia libero,e tentò disfarsi di chi può farlo scoprire.

—Ma finalmente sapremo la verità, perché la vittima può parlare e dirci tutto,—rispose Byrnes.

—Non credo che ciò avvenga, Vittoria dirà la parola che salverà Righetti; ma forse non potrà indicare alla giustizia il vero colpevole.

—E come no?

—Diamine! è facilissimo, la donna era da pochi giorni in America, l’uomo che per poco non l’uccise può benissimo essere per lei uno sconosciuto.

Byrnes si fece pensieroso; la matassa s’imbrogliava sempre di più; se Vittoria dichiarava non essere il suo assalitore Righetti, ma in pari tempo non poteva indicare il colpevole, la polizia sarebbe attaccata senza misericordia.

Boni vide lo scoraggiamento del suo collega, e spinto da un sentimento di generosità, gli mormorò vicino all’orecchio:

—Ho in idea, che fra non molto, la polizia abbia una buona rivincita trovando il pericoloso malfattore, che ha scelto New York a teatro delle sue furfanterie.

Byrnes, a quelle parole sentì una viva commozione; guardò a lungo Boni, poi lentamente, come se volesse che ogni sua parola fosse pesata disse :

—Se chi sa, parlerà, il compito della polizia sarà facile.

Boni sorrise bonariamente, e rispose:—Ogni cittadino deve fare il suo dovere. Ma basta di ciò, approvate che la poveretta resta qui, e che ai giornalisti sia detto che fu ricoverata da una famiglia italiana?

—Approvo completamente.

Fu chiamato il Direttore il quale venne messo a conoscenza di quanto era stato deciso, il Direttore, uomo di cuore, che amava la sua convittrice, fu felicissimo di darle ospitalità in casa propria, approvando completamente le false notizie da darsi ai giornalisti.

Si decise di non disturbare Vittoria, che allegra, felice, se ne stava nella sua cella col figlio adorato.

Byrnes offrì a Boni e ai suoi compagni un posto sul battello della polizia.

Dikens, non comprendendo più nulla, a quella nuova gentilezza del superiore verso estranei, si contentò di alzare gli occhi al cielo, in modo scoraggiato.

—Che il mio superiore abbia perso la testa,—pensava.

La gentile offerta essendo stata accettata, tutti uniti tornavano verso New York.

Byrnes tentò di far cantare Boni, ma questi,volpe vecchia disse solo ciò che voleva.

Quando il battello giunse al dock, Boni stringendo la mano a Byrnes disse:

—Credo che ci vedremo presto e allora sarò più loquace, ve lo prometto.

—Ci conto,—rispose l’ispettore.

Quando Dikens si trovò solo con Byrnes, non poté a meno di dire:

—Vi ha stregato quel gaglioffo.

—Vuoi saperlo, lui ci dirà il nome dello strangolatore di Mulberry.

—Lui!—rispose Dikens, e quel lui, fu detto con tanto disprezzo, che Byrnes non poté a meno di sorridere.

CAPITOLO XXXVI.

Smanie.

Mentre ciò accadeva a Blackwell’s Island, a New York, Ruiz, nel silenzio della sua cameretta, smaniava dalla paura.

Se Vittoria riacquistava la ragione, certo avrebbe scagionato Righetti da ogni colpa, pronunziato il nome del vero colpevole e con quella traccia la polizia avrebbe potuto fare indagini pericolose per lui.

Vero è che non era più Ruiz, ma Ruizzi; ma aveva nemici potenti,che avrebbero fatto capire come sia facile cosa aggiungere una Z e un I al proprio nome.

Ruiz avrebbe voluto fuggire, il momento sarebbe stato buono, la compagnia d’assicurazione sugl’incendii era pronta con un piccolo sconto a pagargli il premio dell’assicurazione, quella somma, unita a quelle che aveva su diverse banche,formavano una discreta fortuna, con la quale fare il signore in altre terre.

Ma Ruiz amava Clara, la seducente danzatrice lo aveva avvinto al suo carro, trattandolo da vero vinto.

Vi fu un momento che la paura s’impossessò talmente di lui, che decise correre da Clara e indurla a fuggire con lui.

Si vestì in fretta, e quando fu nella via, prese una carrozza; offrendo una buona ricompensa al cocchiere il quale frustò i cavalli e la carrozza partì come un lampo.

Durante il breve tempo che durò il tragitto,Ruiz pensava che il meglio che restavagli da fare era di abbandonare l’America, il terreno gli scottava sotto i piedi.

Giunto a casa di Clara ordinò al cocchiere di aspettarlo, poi col cuore palpitante, salì le scale e bussò alla porta della donna che amava.

Clara, in una seducente toilette primaverile corse ad aprire; nel vedere Ruiz indietreggiò spaventata.

—Ti faccio paura?—domaudò Ruiz.

—Paura? No, ma non vi aspettava a quest’ora.

—Un grave avvenimento mi ha costretto a venirti a trovare.

—Siate il benvenuto.

Ruiz prese una delle mani di Clara, la portò alle labbra e la baciò con ardore.

La fanciulla, a quel contatto, sentì nausea e ribrezzo, ma ebbe la forza di non darlo a divedere.

—Clara,—disse finalmente Ruiz,—un grave pericolo mi minaccia, la mia vita stessa non è sicura, è d’uopo che lasci questa terra almeno per qualche tempo. Sono ricco, molto ricco, posso disporre di una somma che è una vera fortuna; sono adunque deciso a partire.

—Partire?—esclamò Clara, al colmo della meraviglia.

—Sì, partire per andarmi a godere altrove il mio denaro. Ma non partirò solo, tu sarai la mia compagna diletta, saremo ricchi e felici.

Clara non rispose subito quella decisione di Ruiz, guastava i piani dei suoi nemici, pensò di farlo cambiare, perciò disse:

—Ebbene, sono disposta a seguirti se riconoscerò giuste le tue paure.

Ruiz allora, brevemente le raccontò come sua moglie da un momento all’altro poteva riacquistare la ragione e denunziarlo come il solo, l’unico autore del delitto di Mulberry, i suoi nemici non lo avrebbero risparmiato e la carcere, forse la sedia elettrica lo attendeva.

Clara ascoltò attentamente, e quando Ruiz ebbe terminato di dire, rispose:

—Le tue apprenzioni sono esagerate, ammesso anche che Vittoria abbia il barbaro coraggio di denunziarti, la pulizia, ne saprà quanto prima, tu non ti chiami più Ruizzi, ed ella non conosce altro nome, non sa dove abiti, non può dare nessuno schiarimento. Questo nel peggiore delle ipotesi; ma io so che Vittoria ha il cuore buono e generoso, e dalle sue labbra non uscirà mai una parola contro il padre del suo bambino.

Ruiz doveva convenire che Clara aveva ragione in quanto riguardava sua moglie; ma nell’affare era mischiato quel maledetto ex-ispettore di Napoli, protettore di Leonardi, che la sapeva lunga e non avrebbe indugiato a denunziarlo.

—No, no,—concluse Ruiz,—bisogna fuggire.

—Io non ti seguirò,—rispose risolutamente Clara,—perché non riconosco la tua posizione disperata. La fuga è sempre una confessione, e tu sarai perseguitato dalla polizia anche in capo al mondo; avrai modo da poterti difendere, non mi dicesti essere il capo di una forte e potente associazione? Orbene, fra le fila dei tuoi amici aspetta gli eventi, a fuggire saremo sempre in tempo.

Ruiz, a poco a poco, riacquistava la sua calma, le parole di Clara lo confortavano, ritornava la speranza e con questa, i suoi sogni di gloria, potenza e ricchezza.

—In ogni modo,—terminò la fanciulla,—in queste condizioni non ti seguirei, solo agli ultimi estremi prenderei una tale decisione.

Queste ultime parole valevano assai più di qualunque considerazione e Ruiz decise di aspettare gli eventi.

Clara intanto era sulle spine, si avvicinava l’ora solita che veniva a trovarla Leonardi, e per l’interesse di tutti i due uomini, non dovevano incontrarsi.

Clara finalmente disse che doveva recarsi alle prove al teatro, Ruiz si propose di accompagnarla, ma essa dichiarò che di giorno desiderava andarsene sola. Allora Ruiz, si accommiatò, quando stava per passare la soglia dell’uscio Clara gli disse:

—E così, quando mi porterai alla tua associazione?

—Domani sera, se non sopraggiunge un qualche ostacolo.

—Va bene, sarò pronta.

—Ti porterò vestita da uomo perché nessuna donna fa parte della congrega.

—Verrò in abito maschile.

Ruiz era partito da un dieci minuti, quando comparve Leonardi; la fanciulla lo accolse con gioia e si affrettò a raccontargli quanto aveva saputo da Ruiz.

Al giovane la cosa sembrò tale da credere necessario il far sapere tutto al più presto a Boni,e con quell’intenzione lasciò prestamente Clara, e si recò a casa dell’ex-ispettore, ma questi non era ancora tornato dal Manicomio.

CAPITOLO XXXVII.

Lo spettro.

Ruiz e Bernabei,nel leggere nei giornali che una paurosa figura era comparsa dalle fumanti rovine del negozio di Ruiz, avevano ben compreso che la disgraziata presa per uno spettro, altro non era che la loro vittima.

Boni aveva pensato anche lui, che quell’apparizione si dovesse ad un misterioso e nuovo delitto di Ruiz; ma non avendo potuto nulla scoprire nella sua attenta visita fatta sul luogo la mattina stessa che precedé l’incendio, non ci pensò più che tanto.

Margherita,uscita dalle rovine, era fuggita colla rapidità della folgore, un terrore grande erasi impadronito di lei e la rendeva pazza.

A poco a poco, però la sua corsa si rallentò, cominciavano a mancarle le forze, da tanto tempo non mangiava, poi le ferite orribili, le bruciature, la facevano delirare dal dolore.

Ad un tratto la sciagurata cadde, mandando un gemito.

Margherita aveva fatto un ben lungo cammino, e si trovava quando le forze la mancarono, su, in alto di città, vicino ad un terreno incolto, nel quale, saltimbanchi d’infimo ordine avevano alzato la loro tenda circolare, sotto la quale, due volte al giorno davano le loro rappresentazioni.

La compagnia si componeva, di un atleta grasso e grosso, dalla carne floscia, amaciata, di sua moglie esile e magra che lavorava sul trapezio, di un figlio allampanato che faceva le contorzioni, di un brutto ceffo,che era pagliaccio e servo, e di un cavallo magro, che era tanto addomesticato da saper vivere anche senza mangiare.

Un carro, dipinto di giallo, serviva d’abitazione alla modesta compagnia, che pure, metteva al pubblico dei cartelloni da disgradarne il celebre Barnum.

Il gemito di Margherita fu inteso dal pagliaccio che stava fumando la sua pipa, sulla soglia della baracca.

Il pagliaccio si alzò, spinto più dalla curiosità che dalla compassione e si avviò verso il luogo, dove cadde Margherita.

Colà giunto, vedendo una donna, disse:

—Qualche ubbriacona che ha fatto il solito rotolone. Guardiamo se ha risparmiato qualche spicciolo sul whiskey.

E il furfante, in ciò dire, si mise a frugare le tasche della donna.

Ad un tratto, un raggio di luna illuminò il volto di Margherita.

Il pagliaccio non poté trattenere un grido di orrore, tanto quel volto era orribile.

Ma si rimise ben presto, un’idea gli attraversò il cervello, e mormorò:

—Che bella curiosità da esporre al pubblico, e perché no? Chi sa che questa disgraziata non sia contentissima della posizione che le offro! Pertanto, il meglio che posso fare è quello di trascinare questa carcassa sotto la tenda, vedo che vi sono dei gioielli, serviranno a pagare le spese delle cure che le verranno apprestate.

Con gran fatica, il pagliaccio, trascinò nella tenda Margherita; la megera era pesante.

Quando fu al sicuro, nella sua proprietà, accese una lanterna, e guardò lungamente la donna.

Le ferite ancora fresche, sanguinolenti, deturpavano, rendendolo schifoso, il volto della venditrice di carne umana; le labbra, a mezzo bruciate, mostravano i denti e la lingua nera, mozza.

—Bellissimo soggetto!—mormorò il pagliaccio,—se non è morto ci recherà fortuna.

Quasi a tranquillizzare il pagliaccio, Margherita fece un movimento, i suoi occhi volevano aprirsi, ma il fuoco li aveva sconciamente bruciati, e le palpebre restavano insieme attaccate.

Dalla bocca della sciagurata, uscì un lamento fioco, il pagliaccio avvicinò alle labbra della donna un vaso di latta pieno d’acqua, e questa bevve avidamente.

—Ha sete il mostro, buon segno.

Il pagliaccio volle fare anche da medico, e si provò a lavare, con acqua fresca, le ferite di Margherita; la disgraziata smaniava dal dolore.

—Nulla acqua,—pensò allora il pagliaccio,—lasciamola dunque riposare, la notte porta consiglio. Qui starà come una principessa, il terreno è molle come il velluto.

“ Buona notte, regina spavento,—e ciò detto il pagliaccio si sdraiò vicino a Margherita, e pochi momenti dopo, il suo russare si confondeva coi gemiti dolorosi che uscivano dalla bocca rotta, ferita, della vittima di Ruiz.

Quando fu giorno, il bravo pagliaccio, destandosi, trovò la donna da lui raccolta svenuta, fredda, stecchita, come fosse morta.

Allora corse al carro a chiamare la padrona, questa erasi appena alzata, ed era di cattivo umore, ci volle del bello e del buono, per costringerla ad entrare sotto la tenda per visitare l’infelice; finalmente il pagliaccio tanto disse, che si lasciò convincere.

Mina, la celebre regina del trapezio, come pomposamente la chiamava il cartellone, non era cattiva, il suo cuore aveva dolcezze da bambina, e restò addolorata, commossa, nel vedere quel povero corpo mutilato dal fuoco.

Mina, aveva passato la sua giovinezza tra gli zingari, e conosceva portentosi rimedi per le ferite e le bruciature; appena si fu assicurata che la donna non era morta, fece di tutto per farla rinvenire.

—La disgraziata,—disse Mina,—credo che abbia perduto anche gli occhi.

—Meglio, padrona, farà più effetto.

Mina non protestò a quella sortita, ad onta che il suo cuore fosse buono, la prosperità del circo andava innanzi a tutto.

Margherita a poco a poco rinvenne, ma quando era in sentimento, soffriva come devono soffrire i dannati, se vero è che l’inferno ci sia, e sia realmente come ci viene dipinto.

Mina, corse a prendere nel carro un vaso di unguento, preparato da lei, e ne unse le piaghe del volto, del petto, delle mani di Margherita, che sembrò provarne un gran sollievo.

La faccia della disgraziata, sembrava quella di una negra.

—Queste cicatrici,—disse il pagliaccio,—prenderanno l’apparenza di tatuazzi, e noi la faremo passare per una regina di qualche isola antropofaga dell’Oceania.

Mina rivolgeva una quantità di domande a Margherita, la quale si sforzava di rispondere, ma la lingua a mezzo bruciata non faceva uscire dalla sua bocca, che dei suoni inarticolati.

—Credo che sia divenuta muta,—disse Mina,—muta e cieca, disgraziata creatura!

—Ci è piovuto il cacio sui maccheroni, fra una diecina di giorni la presenteremo al pubblico, padrona Mina, vi assicuro che faremo i dollari a cappellate.

—Speriamo che tu dica il vero, ma bisogna portare nel carrettone questa donna, qui è impossibile tenerla.

In quel tempo entrò l’atleta, col passo altero del padrone, e domandò con voce ruvida:

—Che abbiamo di nuovo?

Il pagliaccio s’incaricò d’ informare di tutto il suo padrone e signore, ed ebbe la fortuna di aver intesa la sua approvazione.

Da quel momento Margherita apparteneva al circo, e appena guarita, avrebbe per forza o per amore fatta la sua parte.

CAPITOLO XXXVIII.

La martire.

I primi momenti che Vittoria passò col figlio furono d’immensa gioia.

Poi, a poco a poco,la sventurata cominciò a pensare; ricordava il brutale attentato del marito, lo rivedeva terribile, spietato, pronto ad ucciderla come un cane.

Un dolore acuto le straziava il cuore, il padre di quel fanciullo tanto bello e buono, che stringeva fra le braccia, era un padre infame, capace di qualunque delitto.

Ma cosa aveva fatto mai di male, perché fosse tanto perseguitata? Fanciulla, aveva amato un solo uomo, moglie, era stata fedele allo sposo suo.

Grosse lacrime scaturivano dagli occhi turchini della martire, e bagnavano il volto del piccolo Enrico.

—Mamma, perché piangi?—domandò con voce carezzevole il fanciullo,—non sei contenta di me?

Vittoria non rispose, ma baciò con ardore il figlio.

Quella scena patetica fu interrotta dal Direttore del Manicomio, che veniva a prenderla per condurla a casa sua.

—Figlia mia,—disse il buon vecchio,—per fortuna siete guarita, dunque io non posso più tenervi qui dentro.

—E dove andrò?—disse con spavento Vittoria.

—Non vi allarmate, avete amici ricchi e stimabili che avrebbero subito pensato a ricoverarvi; ma fu deciso, che per un poco di tempo ancora sarete mia ospite.

“Non però qui, ma in casa mia, dove verrete accolta come una figlia.

—Grazie, grazie,o signore, della vostra bontà,—rispose Vittoria estremamente commossa.

—Su, via, non lacrime, non pianti , è finito il tempo di disperarsi, ora grazie al cielo avete riacquistato intera la vostra ragione, ritrovaste il figlio, e direte alla giustizia ciò che sapete sul furfante che tentò di uccidervi.

Vittoria chinò il capo e non rispose.

—Andiamo,—disse il Direttore.

Vittoria si alzò, prese per mano il figlio e seguì il buon vecchio.

La poveretta venne accolta come una figlia in casa del Direttore, ed essa, alla vista di tante premure pianse di tenerezza, e quel pianto fu per lei salutare.

Intanto i giornali, a bella posta ingannati, pubblicavano, che Vittoria Ruiz, era stata affidata ad una rispettabile famiglia italiana di New York.

Dei “reporters” avevano per fino descritto l’arrivo di Vittoria, il suo sbarco, come era vestita, e come stava di fisico e di morale.

Ruiz, nel leggere ciò, credette che Vittoria fosse da Ferroni. Allora fu preso dalla smania di trovarsi a tu per tu con la moglie, per sapere ciò che intendeva fare e dire.

Da quel momento cominciò a studiare i mezzi, coi quali avrebbe potuto penetrare senza compromettersi in casa Ferroni.

Passarono alcuni giorni. Vittoria vicino a suo figlio riprendeva la calma, e se di quando in quando il pensiero del marito veniva a conturbarla, non destava in lei il primiero terrore.

Intanto premeva a Byrnes d’interrogare Vittoria. Il medico, interpellato, non oppose più nessuna obiezione, e l’ispettore un bel giorno si recò al manicomio per scoprire la verità sul delitto di Mulberry.

CAPITOLO XXXIX.

L’interrogatorio.

Fu la dolce sposa del Direttore del Manicomio che preparò Vittoria alla visita del capo della polizia; la poveretta, fu da principio presa da un grande spavento, ella certo non voleva denunziare il marito, e aveva paura di lasciarsi sfuggire il suo segreto.

Byrnes fu gentilissimo con Vittoria, dopo essersi con lei rallegrato per la ricuperata salute, principiò:

—Signora, voi foste la vittima di uno di quei delitti che la società non può, non deve lasciare impuniti.

“ Un miserabile, prima attentò al vostro onore, poi alla vostra vita. Fortunatamente il colpevole cadde nelle nostre mani, e fu severamente punito.

—Punito il colpevole?—esclamò Vittoria.

—Sì, egli vestì la casacca del forzato e sconta a Sing-Sing la pena del suo delitto.

Vittoria ascoltava con gli occhi fissi, pallida come un morto le parole di Byrnes.

—Però,—continuò l’ispettore,—il condannato si protesta innocente, sebbene arrestato nella vostra camera nel momento che cadevate esanime, giura di non essere colpevole. Ora preme a noi di avere una certezza assoluta su questo fatto, molto di più che il giovane condannato, ha amici rispettabili e potenti che credono fermamente alla sua completa innocenza. Voi potete darci questa certezza.

—Io? Mai!—gridò fuori di sé Vittoria.

—Perché mai? Se l’uomo che fu condannato è innocente, una vostra parola può salvarlo,se è colpevole toglierete ogni dubbio ed espierà, senza speranza di grazia la sua pena.

Vittoria erasi rimessa, capiva che per non destare sospetti, bisognava essere calma, per ciò rispose con naturalezza:

—Dissi mai, perché io non conosco l’uomo al quale mamma Margherita mi aveva venduta.

Byrnes si morse le labbra, la luce non si sarebbe fatta.

—Ascoltatemi;durante la traversata da voi fatta per venire in America,non notaste a bordo un giovane che erasi innamorato di voi?

—Sì, ricordo di un bravo e buon giovane, che diceva di amarmi, al quale però non detti mai nessuna speranza essendo io maritata.

—Riconoscereste il ritratto di quel giovane se vi fosse mostrato?

—Certamente, la sua faccia leale, mi è restata impressa, del resto è quella l’unica buona impressione che conservo del malaugurato viaggio.

—Ebbene guardate,—e ciò dicendo Byrnes presentò a Vittoria un ritratto di Righetti.

—È lui,—rispose senza esitare Vittoria.

—Orbene, questo è il giovane che fu accusato e condannato come l’autore dell’attentato commesso a vostro danno.

—Lui! lui! condannato?—gridò Vittoria alzandosi in piedi con lo sguardo scintillante.

—Sì, lui,—rispose calmo Byrnes.

—È un’infamia inaudita! è innocente, innocente capite, del delitto che gli viene attribuito, lo giuro, lo giuro sul capo di mio figlio.

L’ispettore non poteva dubitare, l’accento di Vittoria era quello della verità.

—Ammetto con voi, che Righetti sia innocente,—riprese Byrnes,—ma, per far sì che questa innocenza sia provata, è d’uopo che ci dite chi fu il colpevole.

—Non posso, non posso,—mormorò Vittoria annientata.

—Non potete, e perché? Perché volete lasciare un innocente in galera?

—Non conosco l’autore dell’attentato,—rispose con voce spenta la disgraziata. Byrnes ebbe un gesto di furore.

Vittoria era disperata, per salvare un’innocente, avrebbe dovuto accusare suo marito; qual bivio tremendo. Ad un tratto si alzò, e con voce ferma disse:

—Giuro che Righetti è innocente, lo griderò dovunque fino a quando giustizia non sia stata fatta nel modo più completo.

—Signora,—rispose Byrnes,—cercheremo di riparare un’errore; ma voi aiutateci, perché è mia convinzione che non diciate tutta la verità, pensateci bene, io vi lascio, meditate a lungo, e pensate che sarebbe orribile lasciare a soffrire le torture del carcere a un povero innocente.

Byrnes salutò con rispetto ed uscì.

Quando Vittoria fu sola, dette libero sfogo al suo dolore; pianse, si disperò, ma non prese nessuna decisione, il destino non era stanco di perseguitarla, i malanni si aggravavano su lei senza interruzione.

Povera martire! Quando avrebbe goduto un poco di pace?

CAPITOLO XL.

La moglie.

Vittoria, dal momento che aveva riacquistata la ragione, o meglio ricordava il triste avvenimento nel quale per poco non lasciava la vita, viveva torturata da angosce inenarrabili.

Un innocente accusato di un delitto neppure da lui ideato, languiva fra le strette del carcere, e indossava la divisa del forzato. Lei poteva palesarne l’innocenza di quel giovane, che le fu durante tutta la traversata, rispettoso e affettuoso amico; ma la giustizia sul punto di riconoscere di avere commesso un grave errore, voleva che la riconosciuta innocenza di Righetti, coincidesse con la scoperta del vero colpevole.

Vittoria dichiarò ripetutamente che non conoceva l’uomo che tentò strangolarla; ma nel dire quella pietosa menzogna7, facevasi rossa, tremava, appariva in preda alla più viva ansietà.

Byrnes, col suo occhio di lince, aveva notato quel turbamento, ed erasi formato la convinzione, che Vittoria voleva ingannare la giustizia.

Con quale interesse? Si domandava il capo della polizia, e la risposta sola, logica, che trovava da dare a quella domanda, era questa: “ Essa ha interesse a che il delinquente non sia scoperto; forse essa ama l’uomo che tentò ucciderla. ”

Avverso alle stranezze della vita, Byrnes non si meravigliava punto, che la vittima potesse amare il suo carnefice.

—Chi sarà costui?—pensava,—forse il giovane che vive a Sing-Sing, e che ha saputo mettere sulla sua fronte l’aureola del martirio?

L’ispettore fu spesso al Manicomio, Vittoria usciva da quei lunghi interrogatori stanca, accasciata, febbricitante.

Aveva narrato a Byrnes il suo arrivo in America, lo scopo per il quale era qui venuta, l’incontro di Margherita e il mercato infame del quale era stata l’oggetto; ma arrivata a quel punto, diveniva circospetta, timida, titubante.

Byrnes, ebbe alla fine a dichiararle con una ruvidezza quasi brutale, che con le sue mezze parole aggravava più che mai la situazione di Righetti.

Vittoria a quelle parole si fece smorta in volto, e poi ruppe in pianto; vi fu un momento che parve decisa a parlare; ma poi le sue labbra si strinsero con forza, come se avesse volute renderle mute per sempre.

Byrnes era fuori della grazia di Dio, ogni mattina i giornali domandavano con ironia: “ La luce sul delitto di Mulberry è fatta?”

Ben poco era trapelato dagli interrogatori subiti da Vittoria; ma non per tanto, non si sa come, alcuni giornali, primi il “World” ed il “Recorder” avevano dato dei sunti delle domande fatte a Vittoria e delle sue risposte.

La sventurata comprendeva tutta la gravità della sua posizione, tacendo commetteva il delitto di far tenere in galera un giovane onesto e innocente; parlando dava suo marito, il padre dell’angioletto biondo che era il suo amore, la sua speranza, in mano a giudici inesorabili, che lo avrebbero condannato senza pietà.

Le cure affettuose alle quali era fatta segno dalla famiglia del Direttore del Manicomio, non lenivano, ma aumentavano i suoi tormenti, perché vedeva bene che col suo silenzio si rendeva indegna, abbietta.

A volte la poveretta malediceva il momento che le fu dato di ricordare; ma si pentiva subito di quel pensiero, perché al figlio suo, al suo Eurichetto doveva, se ora non era più pazza, e piangendo di tenerezza abbracciava e baciava la testolina bionda del suo bambino.

Né questo era tutto; l’infame condotta di suo marito, dell’uomo che aveva tanto amato, al quale, donò tesori di tenerezza, d’amore, di bellezza, le faceva comprendere a qual mostro si fosse legata, e il disgusto, lo spavento, il ribrezzo, la invadevano dandole la febbre.

Per ore intere restava muta, fredda, impietrita, con gli occhi fissi, immobili, e ci volevano i baci del figlio per scuoterla, per torla alla penosa meditazione.

Anche Dikens aveva tentato d’interrogare Vittoria, ma fu un fiasco completo, non ottenendo nessuna risposta, tanto che l’agente aveva detto che non valeva proprio la pena di rendere la memoria ad una muta.

CAPITOLO XLI.

Il marito.

Mentre Vittoria spasimava, suo marito cominciava a riassicurarsi; leggeva avidamente i giornali ed erasi oramai convinto, che la disgraziata sua moglie era decisa di non pronunziare il nome dell’autore del delitto di Mulberry.

Clara aveva avuto ragione, non era ancora il tempo di fuggire.

Ruiz stette anche qualche giorno in apprensione, in causa dello spettro apparso fra le rovine del suo negozio e scomparso misteriosamente, come un fantasma.

Lo spettro doveva essere al certo Margherita, e se era scampata dall’incendio sarebbe stato un gran pericolo per lui.

Nelle macerie dell’incendio, fra i rottami e le travi, era ben difficile potere scoprire gli avanzi di un corpo umano, specialmente quando nessuno ne dubitava in quel tal luogo l’esistenza; così che gli addetti a togliere le macerie, non videro, non trovarono nulla.

Del famoso spettro non se ne sentiva più parlare, per cui anche da quella parte, il pericolo pareva scomparso.

Restava Boni, l’ex-ispettore di Napoli, il quale pareva pronto alla lotta.

Ruiz, al pensiero di quel nemico implacabile, che certo gli tendeva un tranello per perderlo, diveniva feroce, avrebbe voluto farlo a brani colle sue mani,e quindi disperderne i pezzi in una lurida cloaca.

—Il conto con questo agente maledetto,—mormorava smaniando Ruiz,—bisogna saldarlo al più presto, altrimenti sarà lui che vorrà capitale e interessi.

Il miserabile però si calmava presto, alla paura subentrava il coraggio con una rapidità sorprendente. Poi era alquanto noncurante e a guisa di coloro, che vivono alla giornata e che esultano di gioia nel trovarsi in tasca quel tanto che può servire per un giorno, Ruiz pensava all’oggi e pochissimo al domani.

Altre cose preoccupavano Ruiz; voleva effettuare il suo matrimonio con Fanny; imparentarsi con un milionario, serviva ad aumentare la reputazione che godeva, e forse anche a salvarlo nel giorno della catastrofe.

Desiderava ardentemente Clara, e non avrebbe sdegnato anche le carezze della provocante creatura mantenuta da Bernabei. Nei primi giorni, quando fu ritrovato il piccolo Enrico, e lo spavento, dominavalo completamente, trascurò Fanny, Eugenia, e solo per Clara ebbe un pensiero, perché quella donna lo dominava da padrona assoluta, e se essa avesse acconsentito alla fuga, Ruiz partiva con gioia.

Calmate le paure il birbante ripensò agli affari, senza avere per la povera martire che tanto aveva sofferto e soffriva per lui, il minimo senso di compassione.

Ritroviamo Ruiz nel parlor elegante di casa Spencher. Fanny seducente in una vestaglia di seta a “ pompadour ” ascolta in estasi le parole di fuoco di Ruiz.

—Dalle tue labbra,—dice la fanciulla,—sorte lava, come dal cratere dei tuoi vulcani.

—Questa lava vorrei farla correre nelle tue vene, per conquistarti interamente facendoti senza ritardo, mia moglie.

—Te lo dissi, mio padre ha deciso che sposeremo il 4 del prossimo settembre, ricorre in quel giorno l’anniversario del suo sposalizio e ci tiene, a ricordarlo col matrimonio dell’unica sua figlia.

—Come mi sembrerà lungo questo tempo! E poi chi sa, vi sono persone, che mi odiano, vi è chi ti ama alla follia, possono rapirti a me.

—Sei ingiusto e cattivo, tu lo sai che nulla, nulla al mondo potrebbe rompere la dolce catena che ci avvince.

—Nulla? Me lo giuri?

—Per la memoria di mia madre!

—Grazie.

—Però, io non ti potrei perdonare un’infedeltà: il mio amore sento che diverrebbe un’odio terribile, se sapessi che il tuo cuore appartiene anche ad altra donna.

Ruiz fece un gesto energico di protesta, ebbe delle lacrime negli occhi, pareva che il solo sospetto di Fanny l’uccidesse.

La bella fanciulla vide quella disperazione così bene simulata, e per farsi perdonare le sue parole, gettò le braccia al collo del fidanzato e lo baciò sulle labbra.

Il bacio fu restituito, con un fuoco che arse il sangue di Fanny, che provò una delizia nuova.

Ruiz sentiva fra le braccia il vergine corpo di Fanny, e provava le vertigini; se non avesse avuto paura di perdere per sempre donna e dote, la casta fanciulla avrebbe perso in quel momento il diritto di portare i simbolici fiori d’arancio.

Fanny, confusa, vergognosa, si tolse a quelle carezze e con l’occhio brillante, umido di voluttà, disse:

—Hai ragione,dobbiamo sposarci subito, il babbo non dirà di no, e fra quindici giorni avrò cambiato il mio nome di fanciulla.

Ruiz dette un grido delirante di gioia, cadde in ginocchio e baciando la candida mano di Fanny, mormorò:—Grazie, grazie!

La sera stessa, Mr. Spencher dava il suo permesso, affinché il matrimonio fosse celebrato fra quindici giorni.

Ruiz, quando lo seppe, fu invaso da una gran gioia.

La sera del giorno che la lieta novella gli venne notificata, Ruiz doveva presentare alla sua rispettabile associazione Clara e Bernabei.

Ruiz, vicinissimo al matrimonio, voleva finirla con Boni e i suoi amici, e per ciò alla seduta avrebbe fatto importanti comunicazioni.

CAPITOLO XLII.

Prima gioia

Righetti viveva a Sing-Sing, trattato più come un’impiegato che come un condannato.

I guardiani, spesso, molto spesso brutali, feroci e cattivi con i prigionieri,avevano per lui mille riguardi.

Anche i suoi compagni di sventura, lungi dall’essere gelosi delle agevolezze alle quali era fatto segno, avevano per lui del rispetto, lo chiamavano “ l’innocente,” e non per canzonatura, per convinzione.

Angelo tutelare di Righetti, era la figlia del Capo Guardiano; la fanciulla amava l’avvocato italiano, che incontrò nel tristissimo momento di un’esecuzione capitale. Lo amava con ardore, con entusiasmo; ma quando l’avvocato, più spesso anche di quanto convenisse, veniva a Sing-Sing, la bella fanciulla restava muta, gli stendeva tremando la mano, tanto che l’avvocato restava interdetto, addolorato, pauroso, che il sogno d’amore vagheggiato svanisse.

—Righetti, vi chiamavano in direzione,—disse un guardiano.

Il giovane chiuse il gran registro sul quale scriveva le matricole dei condannati, e si diresse verso la sala della direzione; colà giunto, trovò il suo avvocato, che gli stese le braccia e lo strinse con forza al suo petto.

Righetti, commosso, rispose con affetto a quella manifestazione d’amicizia, data a lui in quel luogo e in quella veste a righe che è la livrea dell’infamia.

—Amico caro, oggi vi porto buone nuove.

—Fu cancellata la mia sentenza?

—Non ancora, abbiamo domandato e ottenuto un rinvio.

Righetti sospirò e chinò il capo.

—Su quella fronte, viva Dio!—disse l’avvocato,—fra poco la vostra innocenza sarà provata a luce meridiana, e quest’abito lo indosserà il vero colpevole.

—Dio lo voglia, non per me, che trovo nella purezza della mia coscienza forza e coraggio, ma per la mia famiglia, che geme e soffre.

—Coraggio, siamo alla fine; intanto consolatevi che Vittoria ha riacquistata la ragione.

Una gioia immensa si dipinse sul volto del prigioniero, che apparì come trasognato; grosse lacrime gli scesero giù per le guancie, spianando le rughe precoci dovute ai dolori, agli affanni.

In quel momento una delle porte della sala si aprì e comparve la figlia del Capo guardiano.

—Scusate,—disse la fanciulla, facendosi rossa come una ciliegia matura,—non sapeva che foste qui.

Ciò era una bugia, ma innocente bugia.

—Non ci disturbate,—balbettò l’avvocato.

—Mio Dio! perché Righetti piange?

—Piange di gioia,—rispose l’avvocato.

—Di gioia? dunque gli avete portato liete notizie.

—Sì, Vittoria Ruizzi non è più pazza.

—Allora, anche la vostra innocenza sarà provata.

—Lo spero,—disse Righetti,—ma più della mia libertà, io desiderava che quella povera e sventurata madre riacquistasse la ragione. Dopo tanto tempo provo io pure un momento di viva, inenarrabile gioia.

—Che io divido interamente,amico mio,—rispose la fanciulla stendendo la sua candida mano al forzato.

Righetti la portò con venerazione alle labbra, e le lacrime che gli sgorgavano dal ciglio, la inumidirono.

L’avvocato era vivamente commosso; il cuore di quella fanciulla, che consolava quel colpito dalla legge, doveva essere nobile, generoso, buono.

—A cosa pensate?—disse la giovane rivolgendosi all’avvocato.

—Penso,—questi rispose,—che siete un angelo, e che sarà ben fortunato colui che potrà dividere con voi la vostra esistenza.

—Lo credete?—E gli occhi lucenti della fanciulla, in ciò dire, si posarono su quelli dell’avvocato.

—Se lo credo? con tutta l’anima.

Vi fu un momento di pausa.

Fu Righetti che ruppe quel silenzio.

—Se non avessi questa veste,invece di essere un condannato, fossi uomo libero, vi direi, col diritto che dà l’amicizia:—su via,siete degni l’uno dell’altra, vi amate, perché torturarvi, perché soffrire? Ma sono un condannato, non devo parlare.

Con moto spontaneo, l’avvocato e la fanciulla, s’impadronirono delle mani del forzato e le strinsero con forza.

Righetti si sciolse da quella stretta e con gesto pieno di nobiltà unì quelle destre, che si serrarono con frenesia.

In una stanza, una donna e un uomo si rivolgono a un giovane in abito a righe; l'uomo a sinistra tiene un cappello, e sullo sfondo si vedono una finestra e dei libri.

....... e con gesto pieno di nobiltà unì quelle destre

Non fu pronunziata una parola; la campana che suonava la ritirata dei detenuti,venne a por fine a quella scena piena di sentimento, che avveniva fra le mura massiccie e paurose di Sing-Sing.

Il guardiano addetto alla camerata di Righetti, venne a prenderlo, e l’avvocato e la figlia del guardiano restarono soli.

Il sole stava per tramontare dalla finestra grande, dalle grosse sbarre di ferro, si vedeva la riviera scintillante sotto i raggi del sole morente, i forzati, a due a due, seguiti dai guardiani muniti di carabina, rientravano silenziosi nelle loro camerate. Avevano lavorato tutto il giorno e ritornavano stanchi, finiti.

Righetti guardava con una grande tristezza lo spettacolo, e la fanciulla pure restava muta.

Finalmente l’avvocato disse:

—Debbo partire, non potrei salutare vostro padre?

—No, è andato ad Albany.

—Signorina, or ora, Righetti ha unito le nostre destre, che ne pensate?

—Penso che Righetti ha letto nel mio cuore.

—E nel mio.

Non dissero altro, ma le loro labbra s’incontrarono in un bacio dolcissimo.

Il sole, come un gran disco di rame infuocato, pareva tuffarsi nelle limpide acque della riviera; i forzati erano tutti rientrati e si udiva il rumore dei cancelli di ferro che si chiudevano.

L’avvocato lasciò Sing-Sing, promesso sposo della gentile figlia del capo guardiano delle carceri.

CAPITOLO XLIII.

L’amore della perduta.

Maria era completamente guarita; però non aveva riacquistato i bei colori di un tempo, un pallore marcatissimo, che la rendeva più seducente, le copriva il volto.

Le cure premurose dei coniugi Ferroni e degli amici, avevano fatto il miracolo di rendere la guarigione pronta e sicura.

Boni, quando aveva un poco di tempo libero,non mancava di passarlo presso Maria, alla quale raccontava mille storielle allegre, interessanti episodi della sua vita, e di quella di molti che aveva conosciuti.

L’ex-ispettore sembrava trasformarsi appena entrava in casa Ferroni, un sorriso di felicità gli errava sulle labbra, i suoi occhi divenivano brillanti e allegri, la persona si riaddrizzava. I coniugi Ferroni notavano con malizia tutto ciò, e pensavano che fra non molto Maria, la povera perduta sarebbe la Signora Boni. Ed erano felicissimi che ciò accadesse, perché ben sapevano che anche Maria amava con passione l’uomo che la tolse dal precipizio.

Sì, Maria amava Boni; ma quell’amore era il suo martirio, il dolore che le torturava l’anima.

Sapeva di essere riamata e ciò aumentava la sua tristezza.

Se lei sola avesse amato,avrebbe tenuto ben nascosto il suo segreto, e mai Boni se ne sarebbe accorto; ma essendo amata, da un momento all’altro avrebbe dovuto avvenire una spiegazione che ella paventava.

Sì, la paventava perché avrebbe dovuto dire all’uomo generoso che le stendeva la mano, tutto il contrario di ciò che pensava, di ciò che con ardore voleva il cuor suo.

Ricordava dove Boni la trovò, la scena di quella sera nella quale gli avventori, coloro che compravano il suo corpo volevano entrare nella sua camera, era presente di continuo ai suoi occhi, e riudiva le parole oscene, gl’insulti spietati. Ora, poteva lei, raccolta nel più lurido fango di Mulberry Street, divenire la donna di un uomo onesto, stimato, rispettato da tutti?

Il suo passato era lo scoglio insormontabile, ad una felicità che avrebbe pagata a costo della vita.

E quell’uomo nobile e generoso avrebbe sofferto per lei; era proprio maledetta se recava dispiacere anche a coloro che avevano diritto a tutta la sua riconoscenza!

Maria restava delle ore intere persa come in un sogno doloroso, e quando la signora Ferroni la toglieva a quella meditazione, scoppiava in pianto. Invano la buona signora domandava ragione di quelle lacrime, Maria restava muta.

La poveretta scansava tutte le occasioni di trovarsi sola con Boni, temeva sempre che questi le dichiarasse il suo amore, che non poteva, non voleva corrispondere.

Finalmente un giorno, Maria si trovò sola con Boni.

L’ex-ispettore stette a lungo in silenzio; Maria tremava come una foglia, avrebbe voluto partire, ma non lo osava.

Maria ricamava una cifra in oro sul velluto cremisi, le sue mani però non erano più adatte a mandare l’ago, e le pagliuzze d’oro restavano a mezza via, facendo degli arabeschi incomprensibili.

—A che deve servire quel velluto?—domandò Boni con voce fioca.

—Per un portafoglio da regalarsi a Ferroni, fra otto giorni è la sua festa.

—È vero, ed io lo aveva dimenticato.

Ci fu un’ altra pausa.

La fanciulla seguitava a tremare; il suo pallore era divenuto livido, il cuore le batteva forte, producendole un dolore acuto.

—Maria,—principiò Boni,—e alla mia festa ci pensereste?

—Se ci penserò?—rispose con slancio la fanciulla,—non siete voi il mio salvatore?

—Il vostro cuore era buono, chiunque avrebbe potuto fare quello che ho fatto io.

—Credete che si possa dimenticare colui, che vi stende la mano, vi toglie dall’inferno e vi pone nel paradiso?

—Dimenticare forse no, ma amare....

—Amare? Ma io vi amo, vi amo come si deve amare il proprio padre, con tutto il mio cuore.

Boni restò interdetto, egli non amava come figlia Maria; non trovava le parole per dirle che in un altro affetto8 aveva contato e sperato.

—Credo alla vostra riconoscenza, o Maria, credo al vostro amore figliale, ma siete giovane, presto un’altro affetto troverà posto nel vostro cuore restato vergine, in mezzo ad un vituperio nel quale vi avevano gettato. E quando amerete ci lascierete.

—Non amerò mai!—rispose Maria con voce sorda.

—Mai è una parola; un giorno il vostro cuore è preso, e la vostra volontà è impotente a frenarne i palpiti.

—No, no, mille volte no, non amerò,—disse con collera la poveretta.

Boni la guardò mestamente, sospirando mormorò:

—Ecco un bel sogno svanito.

—Un sogno?

—Sì, un sogno che voi potevate rendere realtà; ma non volete, lo avete detto or ora, non vi mariterete.

Maria tacque, il suo tremito divenne convulso, un dolore acutissimo le straziò il cuore.

—Avevo sperato che sareste la compagna fedele, affezionata degli ultimi anni della mia vita.

Maria si alzò come tocca da una corrente elettrica, il volto divenne livido, le labbra si coprirono di una schiuma sanguigna, gli occhi si velarono come quelli di un moribondo.

Boni spaventato gettò un grido.

—Che avete per carità, spiegatevi.

La disgraziata volle parlare, non lo poté, dalla gola rattratta non uscì nessuna parola, s’intese un gemito straziante e quindi Maria ricadde sulla poltrona, in preda a terribili convulsioni.

Boni chiamò al soccorso, vennero subito la Ferroni e le domestiche.

Maria faceva sforzi inauditi, a stento Boni, la Ferroni e la domestica potevano reggere.

Fu mandato per un medico; questi appena vide Maria, dichiarò che le convulsioni erano effetto di isterismo, e che non eravi alcun pericolo.

Per due ore la disgraziata si contorse, mordendosi le labbra, tentando di strappare a lembi la carne delle sue mani.

Di quando in quando la faccia stranamente contratta, aveva lampi di gioia, delirante poi ritornava più tetra che mai. Delle parole senza senso uscivano dalla bocca, a volte con delle intonazioni carezzevoli, altre con accenti di odio, di disperazione.

Dopo due ore le smanie cessarono; Maria aprì gli occhi, vide piegato su lei Boni, gettò un grido, si alzò repente e lasciò a precipizio la stanza.

—Cosa è avvenuto?—domandò la Ferroni .

—Nulla,—rispose Boni,—correte da quella poveretta, ha bisogno di aiuto, io sono aspettato altrove.

Nel lasciare casa Ferroni, l’ex-ispettore pensava con dolore, che il suo sogno era finito.

—Perché Maria ha così paura di me? Non fui sempre il suo protettore?

“ Coraggio, resterò celibe, mi dedicherò a difendere i deboli, e questa è una santa e nobile missione.

CAPITOLO XLIV.

Gli amori di Eugenia.

Bernabei continuava a circondare Eugenia di tutto quanto può soddisfare una donna; preso da una forte furiosa passione per quella bella e depravata giovane, non avrebbe indietreggiato innanzi ad un delitto per conservarsi il possesso di lei.

I danari guadagnati sfruttando i disgraziati lavoratori del S. Carolina, sfumavano fra le mani gentili di Eugenia che aveva prodigalità da regina.

Abbiamo visto, come in questa perversa creatura, alla vista di un atleta da strapazzo si fosse svegliata la femmina, con tutti i suoi desideri ardenti di voluttà e di amori bestiali.

Senza pudore, senza vergogna, la vedemmo correre in cerca del maschio che doveva appagare le sue voglie; delusa nei suoi calcoli, concentrò i suoi desideri su Ruiz, il bell’italiano da lei incontrato a caso uscendo dall’Hotel dove era stata a cercare l’atleta.

Ruiz,a sua volta fu colpito dalla bellezza fresca, appetitosa di Eugenia, e più la desiderò quando indovinò che Bernabei, il complice suo, possedeva quel tesoro di giovinezza.

Gli avvenimenti però avevano costretto Ruiz a trascurare i suoi amori, così che passarono giorni assai prima che Eugenia, rivedesse il marito di Vittoria.

Però, non appena il miserabile cominciò a riassicurarsi, non tardò a fare una passeggiata nei pressi della casa abitata da Bernabei.

Eugenia,il tempo che restava sola in casa lo passava alla finestra, godendo dell’ammirazione che la sua vista destava nei passanti.

Quando scorse Ruiz, Bernabei da poco era uscito, e per qualche ora sperava essere libera.

Sfrontata come una Venere da strapazzo, fece un cenno a Ruiz invitandolo a salire da lei.

Ruiz non intese a sordo; libertino sfrenato, alla vista di una gonnella perdeva ogni sangue freddo e si gettava nelle galanti avventure con la più grande noncuranza.

Eugenia ricevé Ruiz in un salottino messo con gusto squisito.

—Il vostro protettore,vi tratta da regina,—disse Ruiz girando attorno l’occhio da conoscitore.

—Guai a lui se non lo facesse, lo pianterei subito.

—E ciò non sarebbe bello per lui, che ha la fortuna di possedere un tesoro quale voi siete.

—Vi sembro bella?

—Divinamente bella.

—Voi pure siete bello.

Ruiz per quanto avvezzo a quei complimenti delle perdute,si trovò imbarazzato a quella dichiarazione esplicita e chiara.

—Il vostro protettore è vecchio,—domandò dopo un poco Ruiz.

—Quello che vi è di più vecchio, ma ha un’elixir che lo ringiovanisce.

—Un’elixir?

—Sì, dei buoni e bei biglietti di banca..

Ruiz sorrise.

—Del resto gli fui sempre fedele, fu lui il primo a possedermi e fino ad ora può ben dire di essere il solo.

—E non desiderate dargli un successore.

—In che senso? Non cambierò certo per un altro vecchio, e non vorrei essere pagata da un giovane, che fosse bello e mi piacesse.

—Di dove venite?

—Ora vengo dal S. Carolina da dove sono fuggita, con Bernabei.

—Il vostro amante è geloso?

—Come una tigre.

—Brutto affare.

—Avreste per caso paura?

—Paura? No; ma lo scandolo è sempre deplorevole.

Eugenia guardò sfrontatamente Ruiz, esso comprese che quella fanciulla non potea accontentarsi di soli discorsi. Con mossa repentina l’attrasse a sé e la baciò lungamente.

L’amore sensuale di quelle due creature degne in tutto e per tutto l’uno dell’altra,stava per essere soddisfatto, quando fu bussato alla porta d’ingresso.

Eugenia si sciolse dalla stretta di Ruiz, e mentre alla meglio si aggiustava le vesti domandò:

—Chi è?

—Io,—rispose la voce di Bernabei.

—Lesto,—disse Eugenia a Ruiz,—nasconditi, è il vecchio babbuino che viene, se ti trovasse guai a me e a te!

Ruiz avrebbe voluto restare per fare una bella sghignazzata sul muso del suo complice; ma cedette alle preghiere di Eugenia e si nascose in un piccolo gabinetto, che serviva per metterci gli abiti.

—Ebbene,—gridò Bernabei incollerito,—ci vogliono le scale di seta per venire ad aprire?

—Ero dietro a vestirmi.

Bernabei girò intorno lo sguardo scrutatore, non vide nulla di sospetto, eppure gli pareva che la casa sua non fosse più quella di prima.

—Su, cambia di abito che andremo a fare una gita in campagna.

—Non ho voglia di uscire.

—La voglia ti verrà poi.

—Non uscirò.

—Vestiti, discorri meno. Passeremo una bella giornata.

—Non ho affatto volontà di passeggiare; e non intendo per contentare i vostri capricci di seccarmi.

—Dì, che non vuoi uscire perché aspetti qualcuno!—gridò furioso Bernabei.

—E se ciò fosse?—rispose con calma Eugenia, guardando fissamente il vecchio.

—Ti ucciderei!—rispose con sguardo bieco Bernabei.

Eugenia sorrise con disprezzo e disse:

—Non ne avresti il coraggio.

—Forse... ma l’uomo che ti rapisse a me pagherebbe per tutti.

—Fanfarone! Se io amassi e t’imponessi di rispettare colui che amo, lo faresti.

—Sì, hai ragione lo farei perché sono vile, perché la passione mi accieca, mi rende umile e sommesso, perché mi hai vinto, soggiogato; io che non piegai mai.

—Su, su, vecchio mio, non ho intenzione d’ingannarti, dunque non ci sarà bisogno di queste vigliaccherie.

Bernabei si calmò subito; egli credeva fermamente quanto diceva Eugenia, e se dichiarava che non lo avrebbe tradito così doveva essere.

Eugenia con quattro moine, si liberò del vecchio, e poté passare momenti di ebbrezza con Ruiz.

Il miserabile non aveva perduto una sillaba della strana conversazione fra Eugenia e Bernabei, e aveva potuto farsi un esatto concetto di ciò che può ottenere una donna da un uomo innamorato.

La sottomissione incondizionata di Bernabei da Eugenia, somigliava la sua, a Clara, e forse la seducente danzatrice lo portava allegramente per il naso.

Giurò in cuor suo di non essere più il trastullo di colei che desiderava tanto, e fece proponimento di possederla ad ogni costo.

Bernabei era partito poco persuaso, non avvenivagli mai di essere mandato a spasso con tanta premura; un sospetto vago, indefinito gli penetrò nella mente.

Credeva alle parole di Eugenia; ma volle per una volta tanto spiare ciò che faceva la donna sua. Si pose in agguato nella vicinanza della casa, aspettò a lungo, finalmente vide uscire Ruiz, che nell’ allontanarsi fece un ultimo saluto a Eugenia accorsa seminuda alla finestra.

Bernabei trattenne a stento un grido di furore e di rabbia.

Il dubbio non era possibile, Eugenia lo tradiva; e con chi, col suo complice, coll’uomo del quale era un soldato sommesso ed ubbidiente.

Pensieri di vendetta mulinarono nella testa di Bernabei, a mezzo stordito dal colpo inaspettato che riceveva.

Non rientrò in casa, era tanto adirato che avrebbe commesso un delitto. Correva per la via come un pazzo, la gente lo guardavano passare meravigliato.

Borbottava fra sé, alzava il pugno con furore, digrignava i denti, sembrava uno fuggito dal manicomio.

A poco a poco si calmò, il sangue che gli saliva al cervello, se non riprendeva il suo corso naturale l’avrebbe ucciso.

Entrò in un Bar-room, e ordinò una limonata ghiacciata, bevve con avidità, e stritolò il ghiaccio sotto i suoi denti.

Vendicarsi, bisognava vendicarsi, e prima di tutto di colui che gli rapiva l’unica donna che aveva amato, se amore si può chiamare la furiosa passione sensuale di quel vecchio libertino.

Colpire di fronte Ruiz non era cosa facile, lui lo sapeva audace, coraggioso, battagliero.

Ebbene, avrebbe colpito a tradimento, nell’ombra. Una sua parola, poteva rovinare senza misericordia Ruiz, quella parola lui la direbbe, e l’elegante ganimede finirebbe in galera!

Che splendida, che bella vendetta! nel pensare a ciò Bernabei, sorrideva sinistramente.

—Ancora pochi giorni ed io saprò tutti i tuoi segreti, o miserabile ladro di donne, e allora ti insegnerò a rispettare le amanti dei tuoi complici. Sì, sì, la casacca del forzato, per l’elegante, l’attillato, il profumato Ruiz. Sotto quella veste non verranno a trovarti le tue ganze.

Ruiz da quel momento aveva un nemico implacabile di più.

CAPITOLO XLV.

La selvaggia.

Margherita, curata dai saltimbanchi con unguenti speciali fatti con ricette lasciate da zingari, che un tempo avevano appartenuto alla compagnia, guarì abbastanza presto dalle sue orribili scottature.

La disgraziata era quasi completamente cieca e muta; la sua faccia sembrava quella di un’ africana, e le piaghe ancora vive potevano passare come i segni misteriosi che i selvaggi portano sulla faccia.

Il volto di Margherita non aveva più nulla di umano, metteva spavento, dalla sua bocca ulcerata, uscivano dei rantoli da bestia feroce.

Il padrone del Circo, capì che poteva ritrarsi un buon profitto dalla sventurata che il caso gli aveva posto fra i piedi,e concertò con la moglie ed il pagliaccio, di farla passare per una regina selvaggia, venuta direttamente da uno dei punti più lontani del Congo.

Margherita fu vestita di stracci colorati, sul capo, ebbe una corona di penne, al naso le fu posto un cerchio di osso bianco, e poi fu chiamato un fotografo che ritrasse le orribili fattezze.

Per la regina Mavaii, fu fatta una reclame spettacolosa, il padrone del miserabile circo bruciava le ultime sue cartucce.

Per un intera settimana New York fu inondata di manifesti annunzianti la gran novella che a giorni si sarebbe vista una selvaggia autentica e per giunta regina.

Ogni sera a fine dello spettacolo, il pagliaccio annunciava il grande avvenimento, invitando tutti per il lunedì prossimo, il giorno memorabile nel quale S. M. sarebbe comparsa innanzi agli occhi del pubblico stupefatto.

I giorni che precederono l’esposizione furono impiegati dal padrone del circo a istruire la selvaggia, affinché potesse mangiare carne cruda, uccelli ancora palpitanti e pesci.

Sul principio Margherita, respinse con ripugnanza i cibi crudi; il padrone la batteva senza misericordia, ma non otteneva nulla. Allora egli ricorse ad un mezzo più spiccio;fu proibito a tutti di dare da mangiare alla selvaggia, e questa per forza dovette ingoiare quello che le davano per non morire di fame.

Queste torture facevano piangere di dolore e di rabbia Margherita, impotente a liberarsi dalla schiavitù, nella quale era caduta.

Giunse finalmente il giorno atteso, desiderato, il padiglione del circo appariva tutto imbandierato, il pagliaccio aveva indossato il suo abito più pulito, e dall’alto di una specie di tribuna, arringava la folla che si accalcava alla porta d’ingresso.

—Avanti signori! Vedrete la cosa più meravigliosa del secolo, una regina autentica, che mangia uccelli e capre vive, che parla la lingua sconosciuta degli antropofaghi del Congo. Questa selvaggia catturata dal celebre Stanley nel suo ultimo viaggio,si presenta per la prima volta innanzi all’intelligente popolo di New York. Il proprietario di questo circo, uno,diciamolo pure, dei più belli del mondo, non badò a spese, a sacrifici. Da sei mesi, erasi messo in mente di offrire alla illustre città di New York una novità di primissimo ordine;la sua tenacia ha vinto, e oggi può con orgoglio dire: ci sono riuscito. Avanti, avanti, sentite la musica, sta per incominciare.

Dopo i sorprendenti lavori di forza fatti dal Sansone moderno, la regina Mavaii, farà il suo pasto in pubblico. Avanti, avanti, se volete un buon posto! Fra due minuti si principia.

Il circo si riempì ben presto, gli americani sono curiosi, le più piccole novità lo fanno accorrere anche nei luoghi più lontani.

Dopo che l’atleta ebbe maneggiato delle palle di ferro vuote, e dei pesi più fittizi che reali; la musica intuonò una marcia indiavolata composta certo da qualche selvaggio del Congo.

Sotto un baldacchino di pelli, comparve Margherita. La folla gettò un grido di orrore; non si poteva immaginare nulla di più ributtante.

La miserabile camminava a stento, da due giorni non mangiava. Il pagliaccio la portava per mano facendo da paggio d’onore.

Come sappiamo, Margherita era quasi cieca, vedeva ben poco attraverso ad una fitta nebbia.

Quando la selvaggia fu in mezzo al circo fu fatta sedere sopra una specie di trespolo che doveva rappresentare il trono degli avi suoi.

L’atleta in persona venne a fare questa volta da cicerone, secondo quanto egli diceva, quella orrenda figura, non aveva che trenta anni; ma s’invecchia presto nelle regioni del Congo.

“Le piaghe,—continuava il cicerone,—che destano, e a ragione, la ripugnanza del pubblico rispettabile, sono nei paesi della regina Mavaii, segni di bellezza.

Margherita udiva le spudorate menzogne del padrone, voleva protestare, gridare che la salvassero, ma dalla sua bocca non uscivano che rantoli i quali venivano dal padrone qualificati come il dolce linguaggio di quei paesi dove il sole brucia come il fuoco.

Dopo la lunga chiacchierata, fu presentato a Margherita un piccione vivo, essa lo afferrò con mossa veramente selvaggia, e immerse i suoi denti nel petto palpitante del povero volatile, che gridò di dolore.

La folla era inorridita, il sangue del piccione bruttava il volto della falsa selvaggia, rendendola ancora più schifosa.

Margherita, mangiava con avidità da cannibale; e la folla conveniva che non aveva mai e poi mai visto un’esemplare più perfetto, dei popoli che abitano il centro dell’Africa.

Finito il pasto, il pubblico applaudì con frenesia.

La fortuna del circo era fatta, e da quel giorno la venditrice di carne umana, si presentò nel circo come la regina Mavaii.

Le torture della disgraziata erano innenarrabili, essa scontava, nella più tremenda schiavitù, i delitti commessi. Ed era giustizia!

CAPITOLO XLVI.

Il sospetto.

L’ispettore Byrnes, continuava intanto a torturare, nell’interesse della giustizia, la povera Vittoria, ma non faceva un passo innanzi.

Quella mattina il temuto capo della polizia, sfogliava i rapporti consueti, quando entrò Dikens.

—Ebbene, se vi si vede senza chiamarvi è segno, che abbiamo delle novità.

—Disgraziatamente non ho delle novità, ma voglio parteciparvi alcuni dubbi che mi sono venuti nel pensare a quel malaugurato delitto di Mulberry.

—Sentiamo di cosa si tratta.

—Ecco qua, voi sapete, e lo sanno tutti, essendo stato strombazzato su tutti i giornali, che Vittoria Ruizzi venne in America per trovare il marito, residente in New York; come va che questo marito non si è fatto vivo mai?

—Perché deve essere un furfante matricolato.

—Per birbante che si sia, quando succedono avvenimenti straordinarii, che interessano moglie e figli, si dà segno di vita.

—Caro Dikens, vi è gente senza cuore, indegna anche del nome di uomo.

—Strano adunque,—continuò Dikens,—che il marito dell’ infelice non abbia dato segno di vita mai.

Byrnes erasi fatto pensieroso, in fatti la cosa non era naturale, e la polizia un poco troppo tardi notava la condotta dell’uomo, che Vittoria era venuta a trovare in America.

Dikens rispettava, gongolando di gioia, il silenzio del suo superiore, ben sapendo che quella meditazione era il frutto dell’idea sua.

Finalmente Byrnes parlò :

—Avete ragione,—disse,—abbiamo trascurato molte cose in questo malaugurato delitto di Mulberry, la certezza di avere in mano il colpevole, ci fece tutto dimenticare, e ora i nodi vengono al pettine; i fatti, i ragionamenti mostrano l’innocenza del disgraziato che geme a Sing-Sing; ma il lungo tempo passato, rende difficile il compito nostro, e se non troviamo colui che commise il delitto, non possiamo proclamare l’innocenza di Righetti.

“ Lo sbaglio commesso ci può essere perdonato ad un sol patto, quello di fare entrare al posto dell’innocente che sorte, il colpevole caduto nelle nostre mani.

—Cerchiamo,—rispose Dikens,—cerchiamo e troveremo.

—Cercare, ma dove?—replicò stizzito Byrnes.—Vittoria non vuol parlare, Ghirendini è morto, sua moglie scomparsa, ogni traccia svanita, sfumata come la nebbia.

—Cerchiamo il marito,—disse sommessamente l’agente.

—E sia pure, cerchiamo il marito, forse lui ci potrà dare qualche utile informazione. Questa ricerca non la possiamo far da soli, è d’uopo frugare in mezzo alla colonia italiana, e fa d’uopo, conoscere l’italiano. . . .

—Abbiamo l’agente Palazzo che è italiano,—interruppe Dikens.

—Sta bene; ma prima d’incaricarlo di questa delicata missione è necessario stabilire il piano di campagna. Del resto, io pure prenderò parte alla spedizione, perché intendo fare un vero viaggio di esplorazione in mezzo a questa colonia italiana, che ogni giorno si fa più numerosa e importante.

Molte volte bisogna riconoscerlo, si è ingiusti con questo popolo, che lavora seriamente e che.....

—Appartiene alla Mafia,—interruppe Dikens, che nella sua qualità d’irlandese vedeva gl’italiani come il fumo negli occhi.

Byrnes a quella sortita del sottoposto, non poté trattenere un sorriso, e disse:—mi propongo di sfatare questa leggenda, oppure di affermare solennemente che la Mafia esiste. La Mafia per ora è un mito, è il fantasma, che turba i sonni ai paurosi, è il capro espiatorio di tutti i delitti misteriosi; una buona e brava polizia a quest’ora saprebbe cosa pensarne realmente.

Dikens cadeva dalle nuvole; come! Byrnes, il suo Iddio metteva in dubbio l’esistenza di quella tremenda associazione, alla quale era così comodo affibbiare tutt’ i misfatti.

L’ispettore si accorse di quella cera così sconcertata, e scoppiò dal ridere.

—Via, via Dikens, parleremo della Mafia un’altro momento, ora prestatemi la vostra attenzione per il piano da combinarsi per ritrovare il marito di Vittoria.

I due poliziotti stettero un’ora intera a conversare, vedremo a suo tempo in opera quanto decisero.

CAPITOLO XLVII.

In Mulberry.

Anche in Mulberry l’opinione pubblica si era completamente cambiata;i giornali italiani cominciavano ad interessarsi vivamente del povero Righetti, e con l’appoggio dei lunghi articoli pubblicati dai giornali americani reclamavano la liberazione di Righetti.

Del disgraziato si parlava per ogni dove, nei luoghi pubblici e nelle case private.

Le discussioni molte volte divenivano violenti, e guai se qualcuno manifestava un semplice dubbio sull’innocenza del giovane sventurato, che pochi mesi prima aveva attraversata la strada popolosa, sotto una pioggia di maledizioni.

Nessuno in quella sera fatale aveva potuto discernere con precisione i lineamenti di Righetti, e tutti se lo figuravano bello, mesto, interessante come un martire.

Le donne specialmente, se lo figuravano di una bellezza divina; molte entusiaste vedevano in sogno, una seducente figura che non poteva, non doveva essere che Righetti.

Nei “ bar-rooms” non si parlava d’altro, e quello nel quale Righetti, aveva passato le ore che precederono il delitto, era divenuto come un luogo di pellegrinaggio.

Il padrone del locale ripeteva cento volte al giorno:

—Ecco la sedia dove il poveretto stette seduto, questo è il tavolo, e tengo anche il bicchiere nel quale bevve anche l’ultimo suo sorso di birra.

“ Credetelo, una faccia da angelo. Io non lo credetti colpevole, e quando sorte voglio abbracciarlo.

E il popolo innanzi a quelle dichiarazioni, si sentiva commuovere, più di un occhio diveniva umido, e la commozione generale terminava con un grido di protesta contro la polizia.

E così era dapertutto, la figura di Righetti giganteggiava in Mulberry, e gli faceva da piedistallo il cuore nobile e generoso di quel popolo italiano, che abita in Mulberry, dove se si respira aria non pura, se è luogo di misteri, è anche la sede della schiettezza e della bontà.

La storia pietosa di Giulia era dimenticata, e Don Arcangelo poteva attraversare Mulberry senza udire il mormorio minaccioso al quale era abituato.

Fu deciso che un comitato composto dei più rispettabili connazionali di Mulberry si sarebbe presentato alla polizia per interessarla in favore di Righetti. Si pensò anche ad una supplica al Governatore, ma i giornali dimostravano come non fosse adatto, implorare grazia, quando si doveva alto implorare giustizia.

Del resto si sapeva che la polizia lavorava seriamente, e che l’ispettore Byrnes, teneva ad una rivincita.

Boni che di quando in quando, faceva una giratina in Mulberry, per vedere se eravi qualche disgraziata da redimere, qualche infelice da consigliare, era felice ed orgoglioso che tanti italiani si occupassero di Righetti, e pregustava la gioia che proverebbe il giorno nel quale potesse dire: “ il mistero non è più tale, una grande ingiustizia fu riparata. ”

Se quel giorno fosse venuto, e l’ex-ispettore sapeva che arriverebbe e presto, se Righetti compariva in Mulberry, sarebbe stato portato in trionfo.

CAPITOLO XLVIII.

Da Nannetti.

Uno dei luoghi dove più che in altri,si discuteva sui casi dello sfortunato Righetti era il popolare Restaurant di Park Street, nel quale, domina la faccia gioviale onesta e buona di Bertoncini, padrone del “Bar-rooms” e quella maliziosa, furba, ma leale, del Nannetti, il confezionatore dei diavoli, delle bombe, dei giardini, della carne a battaglia, della parmigiana, ed altri prodotti culinari battezzati con nomi strambi, che fanno perdere la testa a chi entra per la prima volta in quel locale.

Infatti, sentirsi domandare a bruciapelo dal cameriere se si desidera mangiare un diavolo, o un garibaldino, o una bomba, è cosa che fa un certo effetto.

Nella sala vasta,dal soffitto di legno,ad ogni ora del giorno, ma specialmente al mezzo giorno,e alla sera, si accalca una folla numerosa e allegra; gli ordini s’incrociano, e sono eseguiti da Nannetti che pontifica nella sala colla sua veste bianca come un vero maggiordomo.

Il cuoco non perde la testa in mezzo a tutto quel vocio; il ramiolo, il cucchiarone, scendono con moto automatico nelle pentole e nelle cazzeruole, ritornandone fuori carichi di cibi fumanti, che vengono adagiati nei candidi piatti.

Di quando in quando, Nannetti si riposa, e lancia un motto, fa un saluto, risponde ad una domanda, poi ritorna ai suoi diavoli, alle bombe, ai suoi garibaldini, che sono poi delle buone salsiccie coi fagiuoli, patate al pomodoro, polpette di carne ecc.

Da molto tempo da Nannetti, non si discorre che del delitto di Mulberry, e ad ogni momento si fanno calorose discussioni, il padrone prende con fuoco parte a quei discorsi, a guisa che, se non si farà giustizia, le cose andranno male.

Se il prigioniero fosse alle Tombs, ogni giorno gli manderebbe i suoi manicaretti più prelibati; ma Sing-Sing è troppo lontano.

Certo quando uscirà, al Restaurant di Park Street vi sarà un gran banchetto.

Anche in quella sera nella quale continua a svolgersi il dramma, che stiamo narrando, eravi folla da Nannetti, e naturalmente si parlava di Righetti. Si commentavano gli articoli scritti dai tre giornali italiani di New York, i quali dopo tanto tempo davano il consolante spettacolo della loro unione, per combattere in prò di una causa giusta e santa.

La colonia risentiva il benefico effetto di quell’unione, di quella tregua, e pareva che tutti divenissero migliori.

Peccato, peccato grande, che il ramoscello d’ olivo non durasse eternamente verde.

Dunque, quella sera gl’italiani si accalcavano da Nannetti; ad un tavolo, quello più vicino alla cucina, erano quattro toscani, che parlavano a voce alta,intercalando ai loro discorsi, dei moccoli prettamente livornesi e pisani.

Il tema, manco a dirlo era Righetti.

—Dunque, lo levano o non lo levano?—diceva uno.

—Un ne parlà, la polizia dorme.

—Acci. . . . preti a lei!

—Essere innocente, e stare in galera!—diceva un’altro,—è un’ ingiustizia da far venire il mal di fegato.

—Dunque la pazza, non è più pazza?—riprendeva un’altro.

—Ed è bella?

—Altro che, un vero angelo!

—Come, come, l’hai veduta?

—Neppure per ombra, ma lo dicono i giornali.

Queste parole scambiate a bocca piena, venivano ripetute ad ogni tavolo, e fra un boccone e l’altro si sacramentava contro la polizia.

Ad un tratto, si fece un gran silenzio, quel brusco cambiamento, fece voltare Nannetti, che si rovesciò un piatto di brodo sopra una mano.

Un gruppo di uomini è riunito attorno a un tavolo apparecchiato in un interno; alcuni siedono e altri stanno in piedi.
......... quel brusco cambiamento, fece voltare Nannetti, che si rovesciò un piatto di brodo sopra una mano

Si udì allora un’imprecazione in bolognese contro San Petronio, il più bolognese dei santi.

Gli avventori risero rumorosamente, poi ritornarono a guardare colui che colla sua comparsa nella sala da pranzo aveva provocato il silenzio.

Il nuovo personaggio lo conosciamo; è quella buona lana di Bernabei,il quale,dovendo aspettare l’ora della cerimonia della sua iniziazione a membro della tenebrosa associazione di ladri, presieduta da Ruiz, aveva pensato bene di mettere un po’ di carbone nella macchina.

Bernabei in pochi giorni, era cambiato quanto mai, la sua faccia già antipatica era divenuta tetra, minacciosa.

Il suo sguardo falso, aveva dei lampi sinistri, le labbra bianche tremavano come tocche da corrente elettrica. Il miserabile era pazzamente innamorato di Eugenia, e soffriva orribilmente nel sapere, che la provocante fanciulla dava ad altri le sue carezze.

Un pensiero di vendetta atroce lo preoccupava, Ruiz avrebbe pagato con usura le torture che soffriva.

Da Nannetti tutti si conoscono, per cui l’apparizione di quella pallida e tetra figura fece effetto.

Bernabei non si accorse neppure dell’ effetto prodotto, cercò con lo sguardo un posto vuoto, e andò a sedersi.

Nannetti accorse, e domandò al nuovò cliente cosa volesse.

—Datemi da pranzo,—rispose Bernabei.

—Abbiamo,—spifferò Nannetti con tuono solenne,—diavoli, garibaldini, bombe, patate con la camicia , fagiuoli in giubba lunga, anguille in gemini, abbacchio con le olive, tagliatelle alla bolognese....

—Basta, basta,—interruppe Bernabei—non voglio morire d’indigestione. Portatemi delle tagliatelle e delle anguille, un fiaschetto di Chianti, dell’acqua e del ghiaccio.

—Il signore sarà servito.

Bernabei aspettando il suo pranzo, si mise a leggere un giornale che era sul tavolo.

Nella sala si erano riprese le solite conversazioni e non tardò a fare di nuovo capolino il nome di Righetti.

Un tale, piccolo di statura, maestro in lingua genovese, parlava con calore e rifaceva la storia del delitto, concludendo con l’eterno ritornello:—Che peccato, che non vi sia un romanziere nella colonia per scrivere un libro su questo dramma vero, io lo stamperei e farei fortuna!

A quella sortita, tutti ridevano, perché sapevano che quello di voler pubblicare romanzi era la passione dominante del grasso e piccolo genovese.

Bernabei non perdeva una parola di quanto si diceva, lui non sapeva con precisione l’intera storia di Vittoria, e quanto udiva, erano preziose informazioni. Ora sapeva tutto, sapeva in tutta la sua estensione la nuova infamia del suo complice, e per quanto cattivo e perverso, pure si sentiva rabbrividire.

Bernabei, forse pregustando la gioia della vendetta, mangiò con appetito, trovò i cibi eccellenti, e le anguille veramente lucchesi.

A poco a poco, la sala andò vuotandosi, la gente prendendo il cappello si salutava; si scambiavano strette di mano, si dava degli appuntamenti per l’indomani. Nannetti, rialzato il bianco grembiale, si mescolava insieme ai clienti, dicendo loro delle barzellette in bolognese.

Bernabei guardava con un senso d’invidia la gente, che usciva allegra e senza preoccupazioni.

—Il signore è italiano?—domandò Nannetti a Bernabei.

—Sì.

—Da molto tempo in America?

—No.

—Abita a New York?

—Sì.

Nannetti restò sconcertato, a quelle risposte secche, non era abituato.

—Scusate,—riprese piccato,—se vi ho fatto tante domande; ma in America quando si vede un connazionale......

—Scusate me, piuttosto che vi ho risposto sgarbatamente, ma sono preoccupato, la storia che ho sentito testé raccontare di un italiano condannato innocente mi ha rattristato.

—Una storia, caro signore—rispose Nannetti,—da far piangere la torre degli asinelli,che come sapete, è una delle tante meraviglie di Bologna la dotta.

—E il vero colpevole non si troverà,—continuò Bernabei.

—Sì spera di si, sarebbe un’infamia se fosse altrimenti.

—Prendete un bicchiere con me?—domandò Bernabei a Nannetti.

—Volentieri.

—Cosa bevete?

—Un bicchiere di vino.

Centellinando il vino, i due continuarono a discorrere. Nannetti non trascurò un sol particolare della storia dolorosa di Vittoria, e terminò in modo solenne, con queste parole:—Se Righetti non sarà messo in libertà, ci penseremo noi.

Erano le nove e Bernabei dovette partire.

Nannetti, senza saperselo spiegare, dette la mano con ripugnanza al nuovo avventore, al quale scaraventò dietro, come una sassata queste parole: Sarai un galantuomo, ma non mi garbi.

Naturalmente il complice di Ruiz, non udì l’ultima parola dell’oste, e si diresse verso la Banca Centrale.

CAPITOLO XLIX.

L’ avviso.

Clara, informata da Ruiz che l’avrebbe condotta alla riunione della possente società che presiedeva, aspettava vestita da uomo l’avviso del miserabile.

La fanciulla era più che mai seducente in abiti virili, i pantaloni per quanto lunghi, non nascondevano le forme scultorie, e la giacca mal dissimulava le opulenze del seno.

Una parrucca meravigliosamente fatta, e due baffetti messi con artistica precisione, davano a Clara l’aspetto di un elegante zerbinotto.

La fanciulla appena seppe con precisione il giorno e l’ora nella quale doveva recarsi alla tenebrosa seduta, mandò a Boni e Leonardi il segreto telegramma:

“ Questa sera mi si conduce da Ruiz alla seduta della sua associazione, ora fissata le nove. ”

Leonardi corse subito da Boni, temendo che potesse accadere una qualche disgrazia a Clara, voleva concertarsi sul da fare.

Boni rispose a Leonardi, che non eravi bisogno dell’opera sua e che, lui solo sarebbe bastato in questa circostanza.

—Clara, del resto,—aggiunse Boni, per calmare i timori di Leonardi,—sarà rispettata come una regina; Ruiz ne è pazzamente innamorato.

—Mi affido a voi,—disse Leonardi e si congedò.

Clara mentre aspettava Ruiz, vide fermo quasi innanzi a casa sua un contadino vestito alla foggia di quelli delle campagne napoletane che guardava con circospezione a dritta e sinistra.

La fanciulla pensò che fosse Boni pronto a seguire i suoi passi e si rallegrò in cuor suo di essere così protetta.

Un quarto prima delle nove giunse in carrozza Ruiz, e salì rapidamente da Clara, alla quale disse :

—Lesta, non vi è tempo da perdere.

—Per Satana come siete bella con quel vestito,—e in ciò dire volle abbracciarla.

Clara sfuggì a quella stretta e disse:

—Via, andiamo.

Boni, era proprio lui, il contadino piazzato innanzi alla casa di Clara, fu assai contrariato nel vedere giungere Ruiz in carrozza, non aveva pensato a quella possibilità, e non sapeva dove trovare una carrozza. Per fortuna il veicolo di Ruiz non era uno dei soliti “cabs” ma un “coupés” che aveva sul dietro una stanga sulla quale si poteva stare abbastanza bene.

Era notte e Boni decise di seguire accoccolato sul di dietro del “ coupés ” Ruiz e Clara.

Infatti, nel momento stesso che la carrozza si metteva in movimento, con un’agilità e prestezza da biricchino, si slanciò sul ferro che doveva servirgli da sedile.

—Purché qualche guasta mestieri di poliziotto non mi venga a togliere di qua, starò come un principe;—pensava Boni.

La corsa durava da circa venti minuti, quando la carrozza si arrestò bruscamente. Boni per poco non venne gettato a terra.

Dalla carrozza scesero Clara e Ruiz. Boni lasciò il suo posto, era tutto indolenzito, e seguì la coppia zoppicando.

Erano in Broadway, ma ben presto Ruiz lasciò quella via e si diresse verso Mulberry.

—Comincio a capire,—pensava Boni,—dove si tengono sedute dei ladri. È da quel galantomone filantropo di Don Arcangelo che si danno il rendez-vous, i ladri che infestano New York; ne dubitavo fino da quella sera che depositai alla Banca Centrale i miei venti scudi.

Boni immerso in questi pensieri non erasi accorto che Ruiz, da un po’ di tempo si voltava a guardare, e appariva incerto e titubante.

Quando il miserabile fu in Mulberry guardò ancora dietro se e trasalì nel rivedere il contadino.

—Chi sarà colui che mi segue?—pensò—Stiamo in guardia e niente paura.

Ruiz e Clara, entrarono nell’ufficio della Banca Centrale, e due minuti dopo scendevano nel misterioso sotterraneo dove erano già adunati una buona parte dei membri della società.

Dopo pochi minuti giunse anche Bernabei accompagnato da Don Arcangelo.

Il padre della suicida non si riconosceva più, il suo parlare era divenuto livido, i suoi occhi infossati apparivano immobili come palle di vetro.

Un tremito convulso scuoteva il suo corpo, e le mani parevano quelle di un paralitico o di un’ alcoolizzato.

Il miserabile non poteva darsi pace della morte di Giulia della quale era stato l’assassino.

CAPITOLO L.

L’ iniziazione.

Ruiz prese possesso della sua sedia presidenziale e quindi con voce ferma disse:

—Questa sera siamo adunati, per ammettere nel seno della nostra associazione, due nuovi compagni, dei quali io garantisco con la mia vita. Il più giovane ha già un brillante stato di servizio, e se volete provare l’agilità delle sue manine da donna, scommetto che in cinque minuti ripulirà le tasche anche ai vecchi e provetti borsaiuoli.

Si udì un mormorio di approvazione.

“ In quanto all’altro è vecchio del mestiere; lavorò sotto di me qui e in Italia, ed è tale da fare molto bene alla nostra associazione.

Scoppiarono degli applausi.

Il breve discorso presidenziale era finito, i neofiti dovevano ricevere il battesimo e quindi avrebbero fatto il giuramento.

La cerimonia del battesimo fu brevissima, un pezzo di diavolo alto e forte, domandò a Bernabei e Clara qual nome di guerra volessero prendere. Bernabei ci pensò un pezzo, poi con voce calma disse:

—Vendetta.

Clara non ci pensò molto e disse:

—Redenzione.

Fu aperta una bottiglia di “ Champagne ” e col vino spumante vennero spruzzati, Vendetta e Redenzione fra gli applausi degli adunati.

La cerimonia del giuramento fu più lunga, specialmente perché Bernabei non sapeva con precisione ripetere la formula letta dal segretario.

Ecco quello che dovettero dire e firmare i due nuovi affigliati:

“ Giuro, e morte e fulmini mi colpiscano, se non mantengo, di lavorare per il bene della comunità,di far guerra alla roba altrui, e alla polizia; di non aprire bocca anche sotto la tortura nel caso cadessi in trappola;di rubare e onestamente renderne conto alla comunità; di essere sottomesso al capo supremo e dipendere da ogni suo ordine.

“ Se manco mi sottometto alle pene prescritte dal regolamento.

Prestato questo strano giuramento, l’assemblea fece un’ovazione ai nuovi fratelli.

Clara si sentiva morire.

Ruiz, temendo che qualcuno scoprisse il sesso di Clara, si affrettò a sciogliere la seduta, rimandando a quella prossima, di trattare d’ importanti affari.

Non tutti però se ne andarono, nel sotterraneo restarono tre dei capi, con Bernabei e Clara.

La poverina, quando riconobbe il suo sedicente padre, per poco non cadeva svenuta, fece uno sforzo inaudito e restò in piedi, ma il sudore freddo le stillava dalla fronte, ed uno spasimo atroce la soffocava.

Bernabei non passò neppure per la mente che il bel giovanotto, che entrava con lui nella combriccola dei ladri fosse sua figlia.

Ruiz aveva estremo bisogno di concertarsi con quelli più risoluti della banda, perché non aveva più nessun dubbio di essere stato seguito, per cui se la spia non era scomparsa bisognava impadronirsene e farla scomparire.

Non voleva però parlare di timori innanzi a Clara; sapeva per prova che le donne si scoraggiano facilmente.

—Clara,—le disse sottovoce Ruiz,—avreste paura andare a casa sola?

—Io?

E quell’io fu detto con tanto orgoglio, che il miserabile ne restò ammirato.

—Vi accompagnerò fino in strada.

—Va bene.

Ruiz disse alcune parole ai suoi compagni, poi precedé Clara, che pochi momenti dopo, respirava a pieni polmoni l’aria libera.

Ruiz nel tornare dentro la Banca Centrale scorse sulla panca della saletta d’ingresso il finto contadino e trasalì vivamente. Certo, quello era l’uomo che l’aveva seguito.

Se così fosse, forse farebbero presto i conti.

Il furfante tornò prestamente dai complici e così parlò loro:

—Un uomo ha seguito i miei passi, certo costui appartiene alla polizia, se sorte vivo dalle nostre mani siamo perduti. Non vi è un minuto da perdere, la spia è sopra, che finge dormire, ha l’apparenza di un nostro contadino, impadroniamoci di lui.

Nessuno rispose ma tutti risoluti si avviarono verso la scala segreta, che montarono con grandi infinite precauzioni.

Boni era sempre sdraiato, quando ad un tratto si sentì stringere da forti e robuste braccia.

Comprese subito che era scoperto, e non fece nessuna resistenza.

—Sono preso,—mormorò,—e se Dio non mi aiuta è finita.

Boni fu trascinato nel sotterraneo.

CAPITOLO LI.

La condanna.

Quando la luce cadde sulla faccia di Boni, Ruiz gettò un grido di gioia nel riconoscere l’ex-ispettore di Pubblica Sicurezza, il suo implacabile nemico.

—Il Cav. Boni,—disse Ruiz con ironia,—se non sbaglio.

—Appunto Rinaldo Ruizzi,—rispose Boni guardando fissamente l’assassino.

—Perché ispiate i miei passi?

—Perché siete un miserabile, che ha conti terribili da rendere.

—Guardate a ciò che dite! siete nelle mie mani.

—So che non ne uscirò vivo; ma i miei amici mi vendicheranno.

Don Arcangelo, guardava con ispavento il Boni: lo conosceva personalmente e certo se non si trovava il mezzo di farlo tacere anche lui era perduto.

—Abbiamo un regolamento speciale per le spie,—continuò Ruiz,—e consiste in un solo articolo che suona così:

“ Chiunque spii le operazioni della società per riferirne poi alla polizia,sarà punito con la morte.”

Boni non batté ciglio.

Ruiz si rivolse ai compagni, e così parlò :

—Quest’ uomo che qui vedete, e che non ebbe da noi la più piccola molestia, quest’uomo che non appartiene alla polizia, da più mesi tenta di perdermi, e con voi. Ispia i nostri passi, accumula prove, ci prepara la prigione o la sedia elettrica.

—A morte! A morte!—gridarono i presenti.

—Sì, a morte,—ripeté Ruiz,—e impari così ad occuparsi di ciò che non lo riguarda.

Boni sorrise sdegnosamente.

—Non mi riguardano—disse poi,—altro se mi riguardano.

“ Tu Ruiz, mi appartieni da anni e ti cercavo per vendicare non me, ma la società da te offesa. Ho commesso lo sbaglio di non schiacciarti subito ed ora sei tu il trionfatore; ma bada, ho amici che non ignorano tu chi sia che mi vendicheranno.

—Amici?—disse Ruiz,—è inutile perdermi in chiacchiere, tu, dottore, fatti avanti.

L’uomo che veniva appellato col titolo di dottore era un uomo giovane, ma con le fattezze corrose dai vizi e dai debosci, era in realtà dottore, ma non esercitava più, cinque anni prima con un’operazione criminosa, aveva ucciso una bella ragazza.

Abitava allora a San Francisco, gli riuscì prendere il volo, venne a New York, si fece un nuovo stato civile, e poi di caduta, in caduta, arrivò a farsi ladro e assassino.

—Dunque, dottore, si tratta da mettere il morto in condizione di non potere battere le ali.

—È presto fatto; tengo sempre con me il necessario,—e ciò dicendo levò dalla sua tasca una piccola fiala.

—È giunto l’ ultimo mio momento?—domandò Boni con calma.

—No, la morte sarebbe troppo dolce, poi desideriamo sapere fino a che punto faceste il vostro mestiere, e ciò dobbiamo temere.

—Non parlerò!

—Nel luogo dove verrete trasportato, abbiamo dei mezzi adatti a sciogliere le lingue anche più restie.

“ Dottore, avanti, fate presto.

—Afferrate quest’uomo,—disse il dottore con tuono imperioso,—e tenetegli fermo la testa.

Boni fu brutalmente afferrato da quattro farabutti.

Il dottore avvicinò la fiala al naso di Boni, il quale in men che si dice restò assopito. Il Cloroformio aveva fatto l’opera sua.

Boni fu lasciato sdraiato in terra.

—Ed ora,—riprese Ruiz,—uno di voi corra a prendere una carrozza, guiderò io; ma presto.

Venti minuti dopo una carrozza si fermava alla Banca Centrale, e Boni ci veniva trasportato dentro a braccia.

Ai curiosi che videro, Don Arcangelo con voce addolorata disse:

—Poveretto! è un mio caro amico che ha avuto una sincope.

CAPITOLO LII.

La barcaccia.

Nella carrozza avevano preso posto oltre Boni, il dottore, Bernabei ed un altro ladro; Ruiz guidava con grande abilità, e la carrozza correva veloce.

La corsa durò circa due ore, la carrozza si fermò in un isolato sulla riviera.

Da lungi in un tripudio9 di luce, si vedeva la statua della Libertà; New York e la costa del New Jersey, apparivano, come due non interrotte linee punteggiate da lumicini.

La serata era bella, e la luna inargentava le acque dell’Hudson.

Ruiz fece un fischio prolungato, un’altro fischio, rispose immediatamente.

Passarono alcuni minuti, poi si udì il rumore di una barca che si avvicinava, poi una voce rauca domandò:

—Lavoro?

—Buon lavoro,—rispose Ruiz.

—Mercanzia per la barcaccia?

—Siete in regola, va bene, ora vengo.

L’uomo della barca, scese a terra e si avvicinò alla carrozza, furono scambiate strette di mano e saluti.

—Dov’ è il pacco?—domandò il barcaiuolo.

—Qui, e in buone condizioni.

—Dovrà andare al fondo?

—Deve prima pagare la Dogana.

—Pagherà non dubitate, ne abbiamo fatte pagare di quelli ostinati. Quanti giorni di prova?

—Fino a che parlerà.

—Oppure morirà,—terminò l’uomo della barca.

Intanto Boni era stato levato dalla vettura e collocato nella barca.

—Chi fa la guardia questa notte e domani?—domandò l’uomo della barca.

—Braccio di ferro, domani il dottore, poi un’uomo nel quale ho gran fiducia.

—Buona notte.

—Mi raccomando,—disse Ruiz,—il carico è prezioso.

—È in buone mani.

Si udì il tonfo dei remi, la barca si allontanava.

A circa cinquanta metri dalla riva, ancorata ad una specie di botte di ferro, galleggiava giorno e notte una barcaccia di quelle che vengono adoperate per trasportare le spazzature della città.

Nessuno erasi mai preoccupato del perché quella barcaccia se ne stava quasi sempre ancorata e non facesse nessun servizio.

Di quando in quando, un rimorchiatore la trasportava fuori della baia, con a bordo una diecina di uomini che spendevano una giornata a pescare, e poi a notte fatta, ritornava al suo ancoraggio.

Quella barcaccia, era uno dei quartieri di sicurezza dell’associazione presieduta da Ruiz; se uno era in occhio della polizia e stava per essere arrestato, faceva di tutto per potere ricoverarsi a bordo della barcaccia, lì si sentiva sicuro come una fortezza.

Una visita della polizia non avrebbe approdato a nulla, perché la barcaccia aveva un cassone, che affondava nell’acqua in caso di bisogno e nel quale avrebbero potuto prendervi posto due persone e restarvi senza danno un paio di ore.

Nella barcaccia si sopprimevano coloro che davano fastidio, e vi si torturavano quelli che volevano parlare e svelare ciò che tramavano contro l’associazione.

I morti si facevano scomparire, con la massima sicurezza, quando la barcaccia veniva rimorchiata fino all’oceano.

Boni quando si svegliò, si trovò nella più completa oscurità, egli per prima cosa si meravigliò, che non lo avessero ucciso come un cane, e pensò che se lo avevano risparmiato era certo perché si aveva bisogno di lui. Ora fin che ci è vita, vi è speranza, per cui Boni si riprometteva il mezzo di uscire dalla prigione.

Il bugigattolo nel quale Boni si trovava era piccolissimo, a mala pena poteva starvi in piedi. Notò per prima cosa, come pareti, pavimento e soffitto, fossero di legno.

Un odore acre di alghe marine e di catrame, lo colpì.

—Si direbbe che siamo a bordo di qualche battello,—mormorò.

Passarono diverse ore, nessuno si faceva vedere, picchiò risolutamente alla porta; nulla, nessuno si mosse.

—Diamine, sono in luogo disabitato.

Passò ancora del tempo molto, una specie di letargo s’impossessò di Boni, che restò immobile per molte ore; quando si scosse da quel penoso sonno, aveva sete e fame.

—Fare la morte del Conte Ugolino,—mormorò,—non è cosa allegra.

Picchiò di nuovo all’uscio, uguale implacabile silenzio.

Il tempo intanto trascorreva e non si vedeva anima viva. Boni soffriva orrendamente.

Il suo pensiero, volava agli esseri da lui presi a proteggere, e che, ora si trovavano in balia di un miserabile, pronto a tutto, deciso a qualunque delitto. E la colpa era sua, aveva per una soddisfazione di amor proprio, tenuta la vipera libera, e ora la vipera mordeva..... avvelenava.

Nel mezzo delirio procuratoli dalla fame,vedeva Maria, la fanciulla redenta da lui, amata alla follia. Cosa sarebbe avvenuto, di tutti coloro che amava?

Finalmente dopo un’altra angosciosa aspettativa, la porta si aprì, e comparve Ruiz, che salutò Boni con un sorriso ironico.

Ruiz teneva fra le mani una lampada accesa.

—Ebbene, cavaliere, come va?

—Avete deciso di farmi morire di fame?

—No, Dio ne guardi, dottore, portate la cena del mio illustre compatriotta.

Due minuti dopo dato quest’ordine, il dottore comparve con un canestro dal quale, levò un pollo freddo, del salame, del formaggio una bottiglia di vino e un pane croccante.

Boni fece per precipitarsi su quei cibi, ma fu trattenuto da Ruiz, il quale gli disse:—un momento, gentilezza per gentilezza. Voi avete voglia di mangiare e va bene, io dal canto mio, voglio sapere molte cose che mi riguardano, e voi me le direte, se desiderate mangiare.

—Portate pur via i vostri cibi, io non dirò nulla, nulla, capite, se non che vi toglierò la speranza di credervi salvo,i miei amici vegliano, e verranno da voi a domandare conto della mia sparizione.

—Risponderò come meritano.

“ Dunque ritornando a noi, se volete.

—No, non mi vendo, morire sì, ma dire ciò che non voglio, mille volte no!

—Il grande segreto è la mia perdita, perché vi ostinate a farmi la guerra? Tentai un’altra volta di togliervi di mezzo....

—Sì, gettandomi nel precipizio di Bowery.

—Vero, ciò doveva servirvi di lezione, mentre è stato tutto il contrario. Peggio per voi, questa volta ho preso le mie misure, per voi è finita; in quanto ai vostri amici, guardino bene a ciò che fanno, perché io non sono tale da sopportare le loro minaccie. Ed ora vi lascio, fra ventiquattro ore, quando sarete agonizzante dalla fame, verrò a sentire se avete qualche cosa a dirmi.

“ Buon riposo cavaliere!

Boni ricadde accasciato sul pavimento, gli strazii della fame e della sete, si facevano ogni momento più acuti. Il poveretto aveva strane e dolorose allucinazioni, a volte gli sembrava di essere seduto a ricca e ben provvista mensa, dove i cibi più succulenti venivano serviti; a volte gli pareva di trovarsi fra le limpide e fresche acque di un ruscello, e quelle allucinazioni accrescevano il suo tormento.

Mentre si trovava in quello stato la porta si aprì e comparve Bernabei.

—Cavaliere come vi sentite?

Boni lo guardò con gli occhi stralunati.

—Diamine,—mormorò Bernabei,—che voglia morire?

—Fame... sete!—disse con un fil di voce Boni.

Bernabei corse via, e dopo poco tempo, portò un boccale di latte e pane.

Non appena Boni sentì a contatto delle sue labbra il latte, bevve avidamente, provando una gioia immensa.

L’ex-ispettore non poté a meno di dire all’uomo che lo salvava:—Chiunque tu sia, grazie per avermi salvato.

—Il Cavaliere mi conosce bene?—disse in pretto napoletano Bernabei.

—Sei napoletano? Non fai onore al tuo paese a stare in una masnada di ladri.

—Ci sono entrato per vendicarmi.

—Vendicarti di chi?

—Questo è il mio segreto; se voi mi aiutate, io potrò vendicarmi e voi sarete salvo.

“ Più tardi ne parleremo, ora andrò a prendervi qualche cosa di solido poi discorreremo.

—E non hai paura del tuo capo?

—Il mio capo non è a bordo.

—A bordo?

—Sì, siamo a bordo di una barcaccia ancorata nella riviera.

Quando Boni si fu ben rimesso, Bernabei così parlò:

—L’ uomo che io odio e del quale voglio vendicarmi è il capo appunto della banda.

“ So che voi siete il suo nemico giurato, so che gli preparate una ben brutta sorpresa; da ciò il mio desiderio di liberarvi; ma ad onta di questo desiderio non aprirò la porta della vostra prigione che ad un patto.

—Quale patto?—domandò Boni, aggrottando le ciglia.

—Ecco qua, io fui uno dei complici del delitto di Posilipo, di quel delitto che ora voi tentate di vendicare.Orbene, promettetemi sulla vostra parola d’onore che non sarò disturbato, ed io non solo vi libererò, ma vi aiuterò a colpire Ruizzi senza misericordia.

Boni rifletteva; quello scendere a trattative con un’assassino, un ladro, gli ripugnava. Lui già facente parte della polizia, mercanteggiare con un miserabile di quella specie! Ma cosa doveva fare? La sua morte era la salvezza di Ruiz,la rovina dei suoi amici. Se solo la sua vita fosse stata in giuoco, poco gli sarebbe importato, ma la felicità di troppi esseri dipendeva da una sua parola, perché potesse esitare a dirla, così che si volse a Bernabei e gli disse:

—Va bene, non sarete molestato, mantenete le vostre promesse, manterrò le mie.

—Domani notte lascierete questo luogo e sarete salvo.

“ Però è d’uopo che ricordiate il mio piano. Fra poco verrà Ruiz, fatevi trovare accasciato, moribondo; è nel nostro interesse che vi creda morto di fame e di stenti.

—Il consiglio è buono e lo seguirò appuntino.

—Quando Ruiz sarà partito, ritornerò.

Quando Ruiz visitò Boni, lo trovò in tale stato, che credette essere la sua morte quistione di momento.

Il miserabile insultò quel preteso moribondo, gli disse i suoi piani, le sue speranze, a lui vita, onori, ricchezza, moglie bella, amante seducente, a lui rappresentante dei difensori della società, la morte di fame, l’oceano per tomba.

E nel dir ciò, Ruiz rideva come devono ridere i dannati, se ce ne sono.

Quando Ruiz lasciò il prigioniero, disse a Bernabei:

—Farai preparare il sacco coi ferramenti, ci metterai dentro quella carcassa perché sia pronta al tonfo. Buon viaggio, Cavaliere, salutatemi Satana nel mondo di là.

CAPITOLO LIII.

Ansie.

Da due giorni, né Ferroni, né Leonardi, avevano notizie di Boni.

Clara, interpellata, aveva risposto che certo l’ex-ispettore la sera dell’adunanza tenuta alla Banca Centrale, aveva seguito lei e Ruiz.

Ferroni era corso a casa dell’ex-ispettore, non sapevano nulla; ma non erano per nulla allarmati perché era nelle abitudini di Boni, il non dire mai dove andava.

Ciò stava bene per la famiglia del fratello dell’ex-ispettore, ma non per Ferroni e i suoi amici, i quali sarebbero stati informati se egli si fosse allontanato.

Leonardi era disperato, egli vedeva crollare tutte le sue speranze, Boni era l’unico che avrebbe trionfato di Ruiz.

Ferroni, l’avvocato e Leonardi, il terzo giorno della misteriosa scomparsa di Boni tennero consiglio.

Leonardi sosteneva che bisognava rivolgersi alla polizia e accusare senza reticenze Ruiz.

Ferroni si oppose, egli, che più volte aveva udito Boni dichiararsi contrario a qualunque partecipazione della polizia metropolitana, consigliava ritardare per lo meno una decisione, che avrebbe forse modificato i piani di Boni.

L’avvocato era scoraggiato, capiva quali formidabili avversari avevano a fronte, e temeva che il povero Boni non fosse stato la prima vittima di qualche mostruoso delitto.

Intanto l’avvocato consigliò di visitare la Morgue, di vedere se sopra la cronaca nera dei giornali si leggesse di qualche misterioso delitto.

Fu pure deciso, che si tenesse d’occhio Ruiz, si espiassero i suoi passi.

Leonardi si ricordò anche di Clara, la quale poteva far molto, dare il bandolo della matassa, che guidare doveva alla scoperta del luogo dove si trovava Boni.

I tre amici non mettevano neppure in dubbio, che l’ex-ispettore non fosse nelle mani di Ruiz e dei suoi complici.

Clara restò desolata quando ebbe la certezza,che una disgrazia era accaduta a Boni, e s’impegnò a fare sì che Ruiz gli svelasse il segreto, a qualunque costo,a prezzo di qualunque sacrificio,aggiunse con un mesto sorriso.

Leonardi comprese a qual sacrificio la poveretta accennasse, e con voce commossa disse:

—Come! sarete pronta a darvi a quel miserabile?

—Se ciò dovessi fare per la vita di Boni, per la vostra felicità e la perdita di quell’infame, lo farei.

Leonardi non poté trattenere un gesto di ripugnanza.

—Voi mi disprezzate per quanto dico. È ingiusto, perché la mia vita è nulla, il mio corpo meno di nulla, in confronto alla vita di chi combatte per salvare un’innocente e punire un colpevole!

“ La mia redenzione, se ci arriverò, non può compiersi che con gravi sacrifici, lo so e sono pronta a tutto.

Nel dir ciò il volto di Clara appariva illuminato come da un’aureola; non era mai tanto bella, i suoi occhi scintillavano di entusiasmo, le vergini pronte ad essere mandate fra le fiere del Circo, dovevano essere come appariva in quel momento Clara la danzatrice.

Leonardi ne fu affascinato, il pensiero che quella splendida creatura l’amava alla follia, gli fece salire il sangue alla testa, le sue braccia si stesero per afferrare quel corpo divino.....

Clara indietreggiò, poi porgendo la fronte a Leonardi gli disse:—Fratello, baciate la vostra sorella.

Quelle parole calmarono subito Leonardi, che vergognoso, confuso, posò sulla candida fronte della redenta un casto bacio.

Ruiz da qualche giorno lasciava in pace Clara. Eugenia la voluttuosa amante di Bernabei calmava i suoi sensi con carezze appassionate, ardenti.

Dissoluta nata, Eugenia si prestava con gioia a tutti i capricci, del giovane e bel Ruiz.

Del resto oramai il miserabile credeva di avere interamente conquistato Clara, e rimandava, provando un’acre voluttà, il momento nel quale avrebbe di nuovo posseduto la sua antica amante.

Clara, vedendo che Ruiz non veniva, gli scrisse chiamandolo a sé.

Quella chiamata, solleticò il libertino, che non poté a meno di mormorare:

—Pochi giorni fa non voleva farmi oltrepassare neppure l’uscio di casa sua, oggi mi chiama. Le donne, le donne, sfingi tutte.

Clara accolse con segni di gioia Ruiz, al quale domandò subito conto dell’associazione alla quale apparteneva.

—Io pure lavorerò,—disse con una mossa biricchina,—a condizione che voi pure lavoriate. E, dimmi, questa società deve avere dei nemici ,se ci scoprono cosa avverrà?

—Non è facile cosa lo stanarci; però quando ci accorgiamo che qualcuno vuol mettere il naso nei nostri affari lo imbarchiamo per il famoso viaggio che non ha ritorno.

Clara sentì venirsi i brividi; che anche Boni avesse intrapreso quel viaggio?

—E succede spesso che mandiate a viaggiare i curiosi?

—Non molto spesso, perché è ben difficile che qualcuno si possa mettere sulle nostre traccie.

—E allora è certo che non vi è nulla da temere?

—Nulla assolutamente. Pochi giorni fa un pericolo esisteva. . . .

—E ora?...,—domandò Clara, che si sentiva soffocare.

—Ora è scomparso.

—Ah!

—Che avete?

—Nulla, respiro nell’udire che quel pericolo è scomparso. . . . naturalmente uccidendo un. . . . curioso.

—Sì, un curioso doppiamente pericoloso per me e anche per te, perché sapeva anche gli affari d’ Italia.

Clara sentiva mancarsi le forze, oramai non eravi più dubbio. Boni, il povero Boni, aveva con la vita pagata la sua devozione.

La povera fanciulla avrebbe voluto uccidere come un cane quel miserabile, che ad ogni momento commetteva nuovi delitti.

A poco a poco, si calmò, e con voce abbastanza ferma domandò:

—E qual genere di morte apprestate ai curiosi?

—Gli facciamo morire di fame.

Clara gettò un gran grido e svenne.

Ruiz dette in una risata; eccole, le donne, a sentirla questa non è felice che fra i delitti, poi per un miserabile che muore di fame, sviene come una bimba, che veda i fantasmi. Tutte compagne.

Ruiz prestò le sue cure a Clara che rinvenne ben presto.

Appena poté parlare, disse ridendo:—che ve ne pare del mio coraggio?

—Lo credevo maggiore.

—Ma, non importa nulla a me il genere di morte che la vostra associazione prepara alle spie, ma quella morte così orribile mi ha spaventata.

Ruiz, stringeva fra le sue braccia Clara; la fanciulla non faceva resistenza, ma pregava che la lasciasse stare sentendosi affranta, Ruiz, che forse avrebbe usata la forza contro Clara se questa avesse fatto resistenza, cedette alle preghiere di lei, e se ne andò dopo averla replicatamente baciata.

Appena la poverina fu sola si mise a piangere.

Boni, il generoso amico, l’uomo che combatteva in prò di colui che ella tanto amava, era morto, e morto di fame!

La giustizia degli uomini non puniva il cinico assassino, e quella di Dio non fulminava il malfattore!

Era troppo.

Clara si vestì in fretta e corse a casa Ferroni, era la prima volta che le accadeva di andare dall’amico di Leonardi.

Ferroni che si trovava in casa, accolse con festa la poveretta, la quale con voce affannosa gli raccontò quanto avveniva.

Allorché Clara disse che Boni era morto di fame, si udì nella stanza vicina un grido straziante seguito dalla caduta di un corpo umano.

Ferroni e Clara accorsero, quest’ultima appena veduta Maria svenuta sul pavimento indietreggiò spaventata, poi piegò le ginocchia e si mise a piangere.

La povera Maria, se ne stava nella stanza di lavoro quando arrivò Clara,quella stanza, della quale la porta era aperta, metteva nel gabinetto di Ferroni, fu lì che Clara fece il triste racconto della morte di Boni.

Maria aveva inteso ed era caduta svenuta.

Ci volle del bello e del buono prima che Maria, rinvenisse, quando aprì gli occhi, quando ricordò si mise a piangere.

Ai suoi singhiozzi rispondevano quelli di Clara, che nascosto il viso fra le mani piangeva e gemeva.

—Chi piange qui con me? Chi divide il mio dolore?—domandò Maria con voce dolce.

Ferroni ebbe l’idea di lasciare sole quelle due disgraziate e si allontanò senza fiatare.

CAPITOLO LIV.

Perdonata!

Clara seguitava a piangere, Maria si alzò dalla poltrona sulla quale l’avevano adagiata e dirigendosi verso la sconosciuta le disse:

—Perché piangete? vi hanno ucciso anche a voi colui che amate?

Clara non rispose, ma gettandosi ai piedi di Maria,—mormorò:—perdono! perdono!

—Perdonare io! perché piangete? cosa mi avete fatto?

—Tutto il male possibile.

—Sì, fui io, che vi posi sulla triste via che un tempo percorreste.

Maria tolse con forza le mani dal volto di Clara, e la riconobbe.

La dolce fanciulla ebbe un lampo sinistro nello sguardo.

—Miserabile, ladra! ladra!—tuonò con voce fremente.

Clara provò un dolore atroce a quelle invettive, che la colpivano come altrettante pugnalate in mezzo al cuore.

—Sì avete ragione, sono una ladra e una miserabile.

Maria, la dolce e buona Maria, appariva irremovibile, è che la vista di Clara risvegliava in lei, le torture del passato e del presente, e quella donna che stava ai suoi piedi piangente, umile, implorante grazia, l’aveva perduta, disonorata!

Clara non si scusò, non disse una sola parola per mitigare la sua colpa, solo domandò, supplicò, implorò soccorso, per tutto quello che aveva sofferto, per quello che avrebbe sofferto ancora.

A poco a poco, Maria si calmò, cominciava a comprendere che la fanciulla della quale tante volte si parlava in casa Ferroni con ammirazione e rispetto, era la stessa che la derubava al suo arrivo in America.

Il suo cuore si commosse innanzi a chi come lei portava la più pesante delle croci.

Volle far rialzare Clara, ma questa dichiarò, che sarebbe restata in ginocchio fino a quando non avesse intesa una parola di perdono.

Maria non resisté, e con voce tremola per l’emozione disse:

—Alzatevi, vi perdono.

Clara si alzò col volto brillante di gioia, le sue labbra non pronunziarono che una sola parola : grazie! ma quel grazie fu detto con tanta espressione, che si sentiva venire direttamente dal cuore.

Le due disgraziate si confidarono le loro pene, piansero insieme, confusero le loro lacrime.

—Sarai mia sorella,—disse Maria.

Clara non rispose ma gettò le braccia al collo dell’ antica compagna di viaggio e pianse a lungo di gioia.

Ferroni, che faceva irruzione nella camera come una bomba,le trovò strettamente avvinte e ne provò una gran gioia.

—Ragazze, ragazze allegre, il nostro amico vive!

—Vive,—gridò Maria,—vive, mio Dio, ti ringrazio!

—Sì, vive, sentite cosa scrive.

—“Ho corso un grave pericolo,sarò salvo questa notte, guardatevi bene dal ricorrere alla polizia.

“ Aspettate e sperate ”

Le due redente si gettarono in ginocchio e lungamente pregarono.

—Se è vero che vi è Dio,—mormorò Ferroni,—la prece di questi due angeli, deve salire al cielo, più accetta di qualche altra.

CAPITOLO LV.

Il tradimento.

Il biglietto ricevuto da Ferroni, nel quale Boni annunziava la sua salvezza, fu portato alla porta da Bernabei, deciso più che mai a tradire il suo complice per vendicarsi della tresca che aveva con Eugenia.

Boni, nella sua prigione non poteva lamentarsi gran che, non gli mancava nulla e il momento si approssimava che doveva essere libero.

Allorché Bernabei e Boni, crederono opportuno il momento della commedia, il primo scrisse un biglietto a Ruiz nel quale era detto:

“ L’amico ha finito di aver fame ”

Ruiz aveva risposto:—Prepara il tutto per questa sera; gli daremo da bere.

Bernabei con ammirabile sangue freddo, aiutato da Boni,formò con degli stracci una specie di fantoccio, e lo pose unitamente a dei pezzi di ferro nel sacco, che doveva servire da funebre lenzuolo a Boni.

Legò il sacco in modo che sembrava realmente contenere un cadavere e lo trascinò al luogo dove l’ex-ispettore avrebbe dovuto morire di fame.

Boni,nel vedere quel sacco, provava una grande emozione; se un caso provvidenziale non gli faceva trovare un complice in Bernabei, in quel sacco che vedeva a se dinanzi ci sarebbe stato lui,morto dopo innenarrabili torture.

Il complice di Ruiz rideva, per la burla pericolosa che faceva al compagno, e pregustava la gioia della vendetta.

Boni durante quel giorno doveva lasciare il battello, un barcaiuolo era stato avvisato e sarebbe venuto a prenderlo.

Infatti, verso le tre, una piccola imbarcazione si staccò dalla riva e si diresse verso la barcaccia.

Bernabei, che era solo a bordo, si licenziò dall’ex-ispettore, ricordandogli la sua promessa.

—Non dimentico nulla,—rispose Boni,—ma forse avrò ancora bisogno di voi; ditemi dove abitate.

Bernabei esitò alquanto, ma poi dette a Boni il suo indirizzo.

Quando il prigioniero fu partito, il suo guardiano si pose con tranquillità a fumare mormorando:—ed ora aspettiamo il padrone,se sarà troppo curioso farà lui il tuffo.

A notte un rimorchiatore si avvicinò alla barcaccia e Ruiz pochi momenti dopo era a bordo.

—Ebbene,vecchio mio, come ha passato l’ultimo quarto d’ora l’illustrissimo ispettore di pubblica sicurezza.

—Non tanto male, da dodici ore non soffriva più, era come in letargo.

—Male, avrei voluto che soffrisse in eterno. Ma a questo ci penserà il diavolo, perché l’inferno è fatto appositamente per gli agenti di polizia.

Mentre Bernabei e Ruiz scambiavano queste parole, la barcaccia veniva rimorchiata dal vaporino.

—Fammi vedere quel brutto ceffo,—disse ad un tratto Ruiz.

Bernabei trasalì vivamente, poi facendo forza a se stesso, rispose con voce ferma.

—Sarà difficile vedere la mercanzia, è già impaccata.

—Non importa, voglio ammirare quel muso, ho il feroce desiderio di schiacciare sotto i miei piedi la testa di quel serpente, che erasi messo in testa di lottare con me e di perdermi. Andiamo.

Bernabei tremava , però quel tremito durò poco, prese con risoluzione la lanterna e si avviò verso il luogo dove era il sacco; la mano destra del vecchio birbante posava sul calcio del revolver, egli era deciso ad uccidere come un cane Ruiz se questi avesse proprio voluto vedere il contenuto del sacco.

—Ecco il morto,—disse con voce sorda Bernabei.

In un ambiente con travi curve e una scala, due uomini con cappello osservano un lungo involto legato sul pavimento; uno lo indica.

Ecco il morto—disse con voce sorda Bernabei

Ruiz guardò il sacco, dette in una sonora risata, poi disse:—sembra un salame.

—Sarebbe un vero peccato scioglierlo.

Ruiz restò pensieroso per qualche istante, che sembrarono secoli a Bernabei, poi dando un calcio al sacco, disse:

—Hai ragione, non ne vale la pena, l’amico sta benone in questa toilette. Andiamo.

Bernabei respirò, e un lampo di gioia illuminò il suo fosco sguardo.

Il tradimento era compiuto.

CAPITOLO LVI.

Nell’ Oceano.

Il rimorchiatore trascinava con abbastanza velocità la barcaccia; le rive dove sono adagiate le due città New York e Jersey City, apparivano costellate da mille punti luminosi, alla destra giganteggiava il ponte di Brooklyn, la cui sagoma meravigliosa era marcata dai fanali elettrici, a sinistra pareva sorgere dalle acque la gigantesca statua della Libertà, con la sua face elettrica.

La serata era bellissima e l’acqua della baia sotto i raggi della luna appariva come argento in fusione.

I bastimenti ancorati spiccavano sull’acqua e sembravano mostri marini placidamente addormentati sulla superficie dell’oceano.

Staten Island verdeggiante, formava come una artistica cornice al quadro bellissimo, e il “ Cliff Cottage Hotel,” dove Enrico Bourquin, offre un’ospitalità principesca, appariva come un fantasma pauroso, mentre la “ White House ” dove domina sovrano e signore Torello Dendi, metteva la sua macchia candida, nel buio della notte.

Ruiz seduto sul ponte della barcaccia ammirava quello splendido panorama che si svolgeva sotto i suoi occhi, non pensando neppure all’infame scopo di quel viaggio, che era l’epilogo di un nuovo mostruoso delitto da lui compiuto.

Ruiz, sognava la ricchezza, la potenza, Fanny fra pochi giorni gli avrebbe portato la prima, in quanto alla seconda non durerebbe fatica a conquistarla, sapeva per esperienza che il danaro è il grande conquistatore dei nostri giorni; nessuno resiste al bagliore dell’oro.

In questo “ fin de siecle ” tutto è in vendita, e chi può comprare, è sovrano e signore.

Ruiz, ad un tratto posò lo sguardo sopra Bernabei, che appariva nell’ombra della notte come un cattivo genio.

Il miserabile provò un malessere nuovo nel vedere il suo complice; egli cominciò a pensare che quell’uomo, il quale conosceva tutti i suoi delitti, sarebbe stato una minaccia continua per lui, sarebbe stata la tradizionale spada di Damocle sospesa nel suo capo.

—Finché quell’uomo vivrà,—pensava Ruiz,—la mia pace, la mia sicurezza, sono in pericolo; io devo finirla col passato, e nessuno deve essere lì a rimproverarmelo continuamente.

Da quel momento la sentenza di morte di Bernabei fu pronunziata. Questi,come se leggesse nella mente del suo complice, pensava:

—Ho preso le mie precauzioni, tu non manderai me all’altro mondo, so cosa vali, e sono preparato a tutto.

Intanto la barca aveva passato i forti che guardano l’imboccatura della baia di New York, l’acqua aveva perduta la sua immobilità e si sentiva il fremito dell’oceano.

Si seguitò a navigare ancora per poco tempo, poi Ruiz dette l’ordine di fermare.

—Andiamo, Bernabei, mandiamo al fresco l’amico.

Scesero nella stiva; Bernabei trascinò il sacco, sulla cassa mobile che doveva fare da trabocchetto. Ruiz toccò una specie di molla, si udì un colpo secco, poi la cassa si affondò, l’acqua gorgogliò intorno alla barcaccia, e ciò fu tutto.

—Vai al diavolo tuo padrone,—disse Ruiz.

—Amen,—rispose Bernabei.

E fu tutto.

Il rimorchiatore riprese la via del ritorno, l’acqua dell’oceano fosforescente sotto i raggi lunari, costudiva la sua preda con gelosa cura.

Durante tutto il tempo che restarono a bordo, né Bernabei, né Ruiz, scambiarono una sola parola, entrambi erano preoccupati.

Quando il rimorchiatore toccò terra, dopo avere lasciato la barcaccia ancorata al luogo usuale, Ruiz disse a Bernabei:

—Domani desidero vederti.

—Verrò, dove?

—Da Don Arcangelo in Mulberry.

—Va bene.

CAPITOLO LVII.

Bisogna finirla.

Ruiz, lasciato il complice, guardò il suo remontoir, non era ancora mezzanotte, e forse arriverebbe per tempo al “ Koster & Bial ” per ricevere Clara all’uscita.

Fatti pochi passi, trovò un “ cab, ” vi montò dicendo al cocchiere che pagherebbe bene se in poco tempo lo conducesse al “ Koster & Bial. ”

Il cocchiere frustò con furia il suo cavallo, che portò al galoppo.

Ruiz giunse proprio nel momento che Clara usciva dal Teatro! La fanciulla nel vedere Ruiz,trasalì vivamente.

—Che avete? vi faccio paura?

—No, la sorpresa di vedervi.

—È cosa nuova, che io non posso vivere senza di voi, è cosa nuova che vorrei starvi sempre vicino.

—Non gridate tanto forte ci osservano.

—Cosa me ne importa? vorrei che tutto il mondo lo sapesse.

Ruiz prese per il braccio Clara, e la condusse via rapidamente.

—Dove andiamo?—mormorò Clara, spaventata da quella stretta febbrile.

—Dove volete, angelo mio.

—Ebbene, lasciatemi andare a casa,non mi sento bene ed ho bisogno di riposo.

—Mi permetterete di assistervi, io verrò in casa vostra e sarò ben lieto di prestarvi le mie cure.

—No, non ho bisogno di cure, un poco di riposo e tutto sarà passato.

—Infine non vuoi che venga con te?—esclamò con rabbia Ruiz.

—Dio mio, sono così stanca, spossata, oggi abbiamo avuto il mattinée, quella danza serpentina mi uccide.

—E perché la fai, perché continui a piccarti di essere artista, mentre potresti non far nulla, non stancarti, non ucciderti?

“ Non ti ho offerto mille volte di provvedere a tutto io? perché rifiuti costantemente?

“ Qual mistero vi è nel tuo cuore? Mi odii forse? Parla!—Clara ebbe un lampo nello sguardo, le sue labbra frementi stavano per dischiudersi e dire tutto il ribrezzo, lo schifo che le faceva quell’uomo, che un tempo fu fattore della sua perdizione; ma si ricordò in tempo che doveva compiere la sua missione, affinché più facile fosse la punizione di Ruiz, e spense il lampo degli occhi, e trattenne le sdegnose parole.

—Vuoi venire a cena?

—Non ho fame.

—L’appetito vien mangiando,—e ciò dicendo, e quasi a forza Ruiz trascinò Clara in un elegante restaurant.

Fu dato ai due giovani un grazioso gabinetto riservato, tutto specchi, con un comodo divano e delle sedie ad alta spalliera disegnate all’ antica.

Ruiz ordinò una cena squisita, e dei vini finissimi.

—Questa notte, mia cara, celebro la mia liberazione.

—Cosa intendi dire?

—Intendo dire, che il mio capitale nemico, non mi darà più fastidio.

Clara che sapeva come Boni avesse annunziato che non correva alcun pericolo, restò impassibile nell’udire quelle parole, e con la massima calma disse :

—Sì, vuoi parlarmi di quell’ispettore di Napoli, che ci perseguitava.

—Appunto!

—Ed è proprio scomparso ogni pericolo?

—Altro che scomparso, uomo e pericolo, giacciono ora fra le fresche onde dell’ oceano.

—Ne sei sicuro?

—Come, se ne sono sicuro! Ho visto con i miei occhi, affondare il corpo di quel miserabile ispettore.

Clara a quella dichiarazione, chiara, precisa, sentì uno spasimo grande, divenne pallida come la morte, e stava per gridare contro l’assassino.

Ruiz non badava a lei, e mentre con indifferenza toglieva le ostriche dal guscio, raccontava i particolari di quella tragedia avvenuta a bordo della barcaccia.

—Così termina, chi si oppone a me,—concluse Ruiz sorseggiando un bicchiere di Amontillado.

Clara, a poco a poco, erasi rimessa dal suo spavento, e con un sorriso che voleva essere cinico, domandò :

—E come era la faccia del vecchio babbuino?

—Confesso che non la ho veduta, il sacco era già pronto, bisognava fare un lungo lavoro per scioglierlo, e mi sono privato del piacere di ammirare le smorfie che deve avere fatto negli ultimi suoi momenti l’illustrissimo cavaliere.

Clara respirò, poteva essere, anzi, doveva essere, che nel sacco non ci fosse il cadavere di Boni, il quale non avrebbe scritto ai suoi amici di essere salvo, se ciò non fosse stato vero.

Ruiz, beveva quella sera senza misura, dopo il delizioso Amontillado che appariva nel bicchiere come ambra in fusione, fu servito l’Haute Sauterne, color d’oro pallido, poi lo Mumm’s Extra Dry, e per finire un Chateau de la Paix stravecchio, brillante come il rubino.

Il miserabile beveva, beveva senza misura, e l’ubbriachezza incominciava ad invaderlo.

Clara guardava con disgusto Ruiz, che cercava di affogare nel vino per fino la rimembranza dei suoi delitti.

Il birbante balbettava, le sue mani si stendevano per afferrare Clara, e ricadevano poi inerti. Lo sguardo vagava di qua e di là, e le sue labbra si atteggiavano a stupido sorriso.

—Ricco.... potente.... l’amore.... Clara.... Fanny.... Ah! ah! ah!......

Ci fu un momento che l’ubbriaco sembrò riacquistare la perduta conoscenza, si alzò, si avvicinò a Clara e le disse :

—Ti amo, muoio per te!

Clara ebbe la presenza di spirito di presentare a Ruiz un colmo calice di Champagne, che questi vuotò in un sol fiato, quel bicchiere dette il colpo di grazia al miserabile che cadde sopra il divano come un moribondo.

Clara stette in forse se dovesse partire e lasciare addormentato l’ubbriaco, oppure se dovesse restare.

Stava per andarsene, quando Ruiz cominciò a parlare come fanno i sonnambuli.

Le parole uscivano prima stentatamente, poi chiare, e precise dalla bocca del furfante.

—Bisogna finirla,—diceva,—con quella Clara che brucia il mio sangue, o per forza o per amore, sarà mia.... l’ucciderò con le mie carezze ...non si resiste a me.... sono ricco, la coprirò d’oro e di gemme..... ma la voglio, sì, la voglio e subito..... ho bisogno dei suoi baci....

“ Zitto, non vuole.... vorrà poi.... addormentata col cloroformio, come è bella.... finalmente sei mia....

Il corpo di Ruiz fu scosso da un sussulto che pareva uno spasimo, poi restò immobile come se la morte lo avesse colpito.

Clara, pallida, spaventata, restò per un pezzo muta, attonita, poi bevve avidamente del Champagne gelato, si alzò, chiamò il cameriere al quale disse:

—I vostri vini hanno dato alla testa al mio compagno, procurate di lasciarlo tranquillo, farà una dormita e non sarà altro.

Il cameriere sorrise, e rispose:

—Conosciamo il signore, è uno dei nostri buoni clienti e sarà trattato con tutti i riguardi.

—Va bene, io me ne vado.

—E quando il signore si sveglia e domanderà della signora, cosa devo rispondere?

—Che sono partita, perché dormiva.

Il cameriere sorrise in modo equivoco, abituato a trattare con donne galanti, prese anche Clara per una venditrice d’amore e le disse con galanteria:

—Se potessi, più che aspettare lo svegliarsi del signore, verrei con passione a vedere addormentare voi.

Clara rispose con uno sguardo sprezzante a quella galanteria, e il cameriere restò scombussolato nel vedere l’effetto da lui prodotto.

La fanciulla lasciò il restaurant, mentre il cameriere mormorava fra i denti:

—Sgualdrina superba, credi che non abbia cinque dollari per pagarti una notte d’amore.

Era l’alba, quando Ruiz si svegliò, si sentiva tutto indolenzito, e la bocca aveva amara e patinosa.

Guardò senza ricordarsi il dove si trovava; la vista della tavola apparecchiata gli fece risovvenire il tutto.

—Diamine! mi sono ubbriacato come un facchino; e vi era anche Clara ad assistere alla vergognosa sconfitta che mi ha inflitto lo Champagne.

Sentiva alla fronte come un cerchio di ferro, prese un tovagliolo lo immerse nel secchiello di argento dove ancora eravi una mezza bottiglia di Champagne in ghiaccio, e si bagnò la fronte e gli occhi, sentì subito un gran refrigerio.

Poi chiamò il cameriere, questi accorse con premura.

—Il mio conto.

—Ventidue dollari.

Ruiz pagò e quindi domandò:

—Della signora che era in mia compagnia cosa ne avvenne?

Il cameriere che aveva ricevuto da Clara quell’occhiata sprezzante che lo colpì come una scudisciata, volle vendicarsi e rispose:

—Il Signore non aveva più conoscenza, e la sua compagna ha trovato uno che non dormiva, e che l’accompagnò uscendo di qui.

Il cameriere mentiva spudoratamente.

Ruiz udendo ciò, sentì il pungolo della gelosia squarciargli il cuore.

Come! Clara che negava a lui anche un’innocente carezza, andava col primo che le capitava come la più abbietta delle venditrici d’amore? Solo con lui faceva la commedia, solo con lui era mesta?

—Conoscete il signore col quale la mia compagna è uscita di qui?

—È un giovane elegante, che vediamo spesso; ma del quale ignoro il nome.

—Va bene, andate ad ordinarmi un “ cab. ”

Pochi istanti dopo il cameriere annunziava, che il “ cab ” era pronto e Ruiz si faceva condurre a casa sua; pensando a Clara ripeteva:—Bisogna finirla!

CAPITOLO LVIII.

Preparativi di matrimonio.

In casa Spencher fervevano i preparativi per il matrimonio della gentile Fanny, tutto il giorno era un’andare e venire di fornitori, la sarta più in voga, una di quelle sarte che si fanno pagare come se cucissero non col filo, ma col diamante filato, aveva avuto l’incarico di confezionare l’abito di nozze che doveva essere un miracolo di eleganza, buon gusto e novità.

I giornali cominciavano già a parlare dei gioielli avuti in dono dalla sposa, fra quali ammirabili quelli presentati da Ruiz, lo sposo fortunato che aveva fatto le cose da principe.

Mr. Spencher, aveva aperto un credito illimitato alla figlia; la quale spendeva a piene mani.

Come fu stabilito, Ruiz e la moglie avrebbero abitato in casa Spencher, così che toccò a Fanny ad occuparsi dell’appartamento coniugale. La camera degli sposi era di una freschezza, di un’eleganza affascinante. Sulle pareti ricoperte di raso, rosa pallido, con filettature d’argento, era steso un velo di seta tutto trapunto di api d’argento.

Il soffitto dipinto da uno dei più noti artisti italiani, era una meraviglia.

Dei puttini rosei, sorridenti, si rincorrevano, tenendo nelle mani delle reti d’oro, con le quali volevano imprigionare due colombelle candide che volavano nell’azzurro del cielo. Un amorino, disegnato e dipinto da digradarne quelli celebri di Bucher, preparava la sua freccia per colpire le colombelle se scampavano alle reti dei compagni.

Torno torno, a questo quadro pieno di vita, girava una corona di fiori dalle tinte delicate, così veri che pareva fossero allora, allora tolti da qualche ricca serra.

Il letto era di cedro intagliato, un baldacchino di raso rosa e di velo, gli dava l’apparenza di un trono.

I mobili pure di cedro, erano in rosa e argento; una scrivania intarsiata di pietre dure occupava un angolo della stanza, mentre in un altro sorgeva sopra una colla diaspro, un gruppo in marmo, “ Il primo bacio, ” geniale composizione di un artista italiano.

Il tappeto dal fondo lilla, aveva tralci di gardenie e fior d’arancio. Alle pareti due soli quadri, ma splendidi nelle loro cornici di cedro. Uno rappresentava “ Un matrimonio in campagna, ” l’altro “ la fata benefica. ”

Sotto il baldacchino del letto era appeso un crocifisso d’argento, oro e pietre preziose, che certo era stato comprato in Italia.

Precedeva la camera da letto un “ parlor ” pieno di oggetti antichi di grande valore. Il gabinetto da toilette, tutto in marmo bianco di Carrara, era una vera meraviglia, e non vi mancavano nessuna di quelle comodità inventate dal lusso e dalla ricchezza.

Quando Ruiz vide per la prima volta quel grazioso appartamento, che avrebbe fatto invidia ad una regina, restò abbagliato, non credeva ai suoi occhi.

—Sono ben fortunato,—pensava il miserabile,—e coloro che dicono essere premiata l’onestà e punito il vizio, dicono una grande sciocchezza.

Oramai non eravi più dubbio, sarebbe il fortunato sposo della bellissima ereditiera.

Che colpo da maestro!

Leonardi, nel leggere sopra i giornali quanto riguardava alle nozze di Fanny, smaniava di furore. Boni, l’uomo sul quale contava era scomparso, e lui e i suoi amici si trovavano impotenti a nulla tentare contro Ruiz.

Quando Leonardi seppe che Boni aveva scritto dicendo che era salvo, provò una gran gioia. Ma i giorni passavano, e Boni non si faceva vivo e il momento delle nozze si faceva più prossimo.

—Se non potrò altro,—diceva Leonardi,—prima che quel miserabile sposi Fanny, l’ucciderò come un cane, e quindi mi brucierò le cervella.

Ferroni, Leonardi e l’avvocato, stavano nella più ansiosa aspettativa, perché ad onta che tre giorni fossero passati dal momento che fu ricevuto il biglietto di Boni, questo non erasi fatto vivo.

Clara , raccontando quanto aveva saputo da Ruiz, aumentava le apprensioni.

Chi lo sa, dicevano, che il nostro amico non si sia ingannato nelle sue previsioni, e che mentre credeva di salvarsi, non sia caduto vittima dell’odio di Ruiz?

Urgeva prendere una determinazione, altrimenti sarebbe stato troppo tardi.

I tre amici non sapevano, come suol dirsi, quali pesci prendere; temevano che una loro mossa arrischiata, rovinasse tutto.

Mentre questo avveniva, Ruiz era intento a liquidare il suo passato; non voleva più saperne di associazione di malfattori, pagherebbe una grossa indennità alla cassa della comunità, ma sarebbe per sempre sciolto da ogni impegno.

La notte nella quale il presunto cadavere di Boni fu gettato a mare, Ruiz dette un’appuntamento a Bernabei nel locale di Don Arcangelo.

Ruiz in quell’abboccamento propose al complice di lasciare New York, di andarsene a respirare aria migliore, pigliandosi come indennità qualche migliaio di dollari.

Bernabei finse di accettare con gioia le proposte di Ruiz. Il furfante pensava:—intascherò il danaro, e poi starò a New York, per vederti cadere, per deriderti nella tua rovina.

Fu convenuto adunque che il prossimo lunedì, nel sotterraneo delle sedute dell’associazione, Bernabei avrebbe avuto i danari promessi e quindi sarebbe partito per la California.

Don Arcangelo anche lui voleva ritirarsi dalla società. Il miserabile dal giorno che sua figlia si uccise era irriconoscibile, erasi fatto magro, tetro, un tremito continuo gli scuoteva il corpo, e l’occhio appariva spento, immobile come quello di un pazzo.

Ruiz tendeva un tranello a Bernabei, non voleva per nulla dargli del denaro, sapeva che anche da capo al mondo si torna, e voleva che il suo complice facesse una corsa in quelle misteriose regioni dalle quali non si torna più.

In quanto a Clara, Ruiz non poteva, non voleva lasciarla, sarebbe quello l’ultimo e solo legame che ricordasse il passato.

Mentre questi importanti avvenimenti si maturavano, gli amici di Righetti erano costretti alla inattività, cominciavano a scoraggiarsi, il loro capo era invisibile ed essi non potevano muoversi.

FINE DELLA PARTE SECONDA.

PARTE TERZA

LE RIVINCITE DI BONI

CAPITOLO I.

All’ opra.

Boni salvato miracolosamente da Bernabei, appena sbarcato erasi recato a casa sua, per prima cosa chiamati i parenti disse loro :

—Fino a questo momento, non avete saputo nulla di ciò che io faccio; ma ora che sto per combattere la battaglia decisiva è bene che sappiate tutto;—e l’ex-ispettore brevemente, ma con una chiarezza ammirabile, narrò il dramma terribile, nel quale aveva una parte così importante.

I parenti di Boni rabbrividirono nell’udire i delitti che si compievano e restavano impuniti a New York, ed erano presi dal timore, dallo spavento, per quanto aveva fatto e voleva fare il loro caro.

Essi scongiurarono Boni a non continuare ad arrischiare la sua vita, pregarono perché si rivolgesse alla polizia; ma egli fu irremovibile; era un soldato, non disertava il posto nel momento migliore.

Del resto la più terribile l’aveva scampata.

Ruizzi sicuro di averlo inviato al mondo di là, non penserebbe più a lui, così che gli sarebbe dato di combattere in buone condizioni.

Vedendo l’ostinazione dell’ex-ispettore, suo fratello non poté che dire :

—Della tua condotta, tu solo sei giudice, ciò che fai è bello, nobile, generoso; ma pensa che noi ti amiamo, e se ti accadesse sventura, sarebbe un gran dolore.

—Caro fratello,—rispose Boni commosso,—non ho mai dubitato della vostra affezione, e per non addolorarvi, io avrei seguitato a tacere fino al giorno della vittoria; ma i miei amici non hanno nessuna notizia di me, essi verranno qui a domandarne, come già vi furono altre volte, è d’uopo che voi non diciate la verità, desidero per qualche giorno ancora non farmi vedere, ho le mie buone ragioni per questo.

—Fratello mio, faremo ciò che tu ci dirai.

—Grazie, ed ora lasciatemi, che come un generale al momento di aprire il fuoco ho bisogno di meditare sul piano migliore.

Boni aveva appena terminato di dire ciò, che risuonò una violenta scampanellata.

—Scommetto che è qualcuno dei miei amici,—disse ridendo Boni.

Guardò dietro la tenda e vide infatti Ferroni che impaziente aspettava che gli venisse aperto la porta.

—Ricevilo nel gabinetto accanto a questa camera, tieni aperto la porta, così udirò cosa dice.

Pochi momenti dopo dalla camera di Boni si udiva la voce turbata di Ferroni, che domandava notizie dell’amico.

—Non sappiamo nulla,—rispondeva il fratello di Boni.

—Non sapete nulla,—replicava Ferroni,—e non fate un passo, non vi muovete per sapere cosa fu di lui?

—Mio fratello ci ha abituato a non sorprenderci, a non allarmarci delle sue assenze.

—Ma questa volta è affare grave, certo egli fu vittima di un delitto.

—Lui?... Volete scherzare, mio fratello non ha nemici.

—Non ha nemici!! Ma dunque non sapete . . . .

Ferroni si arrestò in tempo, parlando avrebbe tradito segreti che non aveva il diritto di svelare.

—Ebbene,—insisté il fratello di Boni.

—Nulla..... credo ancora io che non abbia nemici. Non pertanto non essendo naturale questa sua misteriosa scomparsa, mi rivolgerò alla polizia.

—Non lo fate, mio fratello, credo se ne avrebbe a male, lo conosco, e so che non brama della pubblicità.

—Ma se fosse in pericolo?

—Dato che questo pericolo esistesse, credete voi che la polizia lo farebbe cessare? Si sa cosa sono in realtà questi agenti dell’ordine, buoni ad arrestare sul fatto un malandrino, che commette delitti alla luce del sole, sono tanti pulcini nella stoppa, quando il mistero avvolge un assassinio, un rapimento, un furto. Io ho ferma fiducia che a mio fratello non sia avvenuto nulla di male, i suoi amici aspettino e saranno presto riassicurati.

—Caro Signore, io comprendo tutto quello che voi dite; ma interessi di una gravità eccezionale erano validamente difesi dal Cavaliere, la sua scomparsa in questo momento, aggiunta al silenzio che si consiglia ai suoi amici, può produrre sventure irreparabili, può far sì, che si abbia a piangere da molti lacrime di sangue. Ora io non posso parlare, mi è proibito di svelare i segreti di vostro fratello, ma vi dico; un’ora sola, che io resti inattivo, e tutto quello che amiamo sarà travolto in una catastrofe, che nessuno, neppure Boni vivente potrà riparare. Se mi fosse dato di parlare, vi direi tutto e voi sareste del mio parere.

—Vi è del mistero in quanto mi dite, io debbo rispondervi di avere fiducia, di aspettare che mio fratello dia segno di vita.

—Ebbene, aspetterò ancora ventiquattro ore. Dio voglia che in questo tempo Boni ritorni a noi e riprenda il suo posto di generale. Così potesse aspettare quella sventurata che chiamando Boni sta per morire. . . . .

CAPITOLO II.

Angelo decaduto.

—Chi sta per morire,—tuonò la voce di Boni entrando nel gabinetto dove era Ferroni, che gettò un grido di gioia e si precipitò fra le braccia dell’amico.

—Amico mio, volevo che mi credeste ancora nelle granfie di Ruizzi, ma avete pronunziato una parola, che ha distrutto i miei proponimenti. Parlate, chi è che si muore?

—Maria seppe per caso del tranello nel quale eravate caduto, ne provò un dolore terribile, poi fu consolata dalla vostra lettera; ma non vedendovi arrivare fu presa da forti convulsioni, un terrore grande la invade, vi vede morto, torturato, quella poveretta fa pietà.

Boni era anelante, grosse lacrime gli scendevano giù dagli occhi, a stento ratteneva i singhiozzi.

Ad un tratto rialzò la testa e disse:—Andiamo da Maria! Fate venire una carrozza, voglio che nessuno mi veda.

Pochi momenti dopo Boni e Ferroni, erano trasportati al trotto di due buoni cavalli in Broome Street.

Durante il non breve tragitto, Boni non parlò che di Maria, non domandò di nessun altro, pareva che l’ex-ispettore avesse completamente dimenticato amici e nemici, e che per lui non esistesse che l’angelo decaduto agonizzante per lui.

Finalmente arrivarono ; Ferroni fece passare Boni nel “ parlor ” e poi mandò a chiamare il medico curante di Maria.

—Caro amico, prima di farvi passare in camera di Maria è necessario udire il parere del medico. Un’emozione troppo forte potrebbe uccidere quel corpo già affranto.

—Fate quello che credete meglio,—rispose Boni.

Il medico non si fece aspettare a lungo; il suo parere fu che Boni poteva vedere Maria, oramai la guarigione della poveretta non poteva avvenire che per un miracolo e forse Boni quel miracolo lo avrebbe potuto fare.

La Ferroni chiamata nel “ parlor ” a consiglio, dopo aver manifestata la sua gioia nel rivedere Boni, disse che Maria erasi alquanto assopita, e che, cosa strana, appariva tranquilla come non lo fu mai.

Boni palpitante entrò nella camera di colei che amava.

Maria era ancora bella, ma il male che la tormentava lasciava traccie visibili sul volto, che aveva preso la bianchezza dell’avorio.

Un mesto sorriso aleggiava sulle labbra di Maria; in quel momento certo sognava.

Boni prese una delle mani dell’ammalata e la portò alle labbra, quel bacio fu come lo sprigionarsi di una corrente elettrica. Il corpo di Maria si scosse, i suoi occhi si aprirono, vagarono in qua e là, poi tornarono a chiudersi, e quindi a riaprirsi, quando si posarono su Boni, un delizioso sorriso, spianò il volto bellissimo, che assunse le forme delicate che sono impronte, speciali dell’estasi.

Certo l’ammalata credeva ancora di sognare, perché guardava fisso Boni senza parlare, le sue labbra sempre sorridenti restavano chiuse.

Boni chinò sul letto, le disse con una dolcezza infinita :

—Come ti senti figlia mia?

Quelle parole fecero cessare il sogno, Maria si drizzò sul letto, gettò un grido di suprema gioia, poi ricadde come corpo morto.

Boni chiamò disperatamente il medico; credeva che Maria fosse morta.

Il medico, Ferroni e la moglie, accorsero; il dottore esaminò a lungo Maria, poi tranquillizzò i presenti. L’ammalata aveva provata una forte scossa, forse quella specie di letargo, nel quale era caduta, durerebbe a lungo, ma la vita ritornerebbe.

—E guarirà?—domandò anelante Boni.

—Questo lo credo impossibile,la disgraziata fanciulla,già tratta a mal partito dal colpo di pugnale che per poco non la uccise, è minata da qualche dolore che strazia il suo cuore, mette in convulsione i suoi nervi.

“ Questo stato di quasi continua epilessia, non può durare, anche i corpi più forti viene il momento che cedono al male che uccide.

Tutti nella camera erano estremamente commossi; Boni faceva pietà.

Maria, fredda, stecchita sul suo letto, aveva tutta l’apparenza di un cadavere.

A quella scena triste pose fine l’arrivo di Leonardi, che appariva in preda al più gran turbamento.

Quando però il giovane vide Boni, il suo volto si rasserenò, e il turbamento sparì come per incanto.

Leonardi non volle parlare nella camera dell’ammalata e pregò i suoi amici a passare nel “ parlor. ”

Boni appena poté liberarsi dalle forti strette di Leonardi, domandò:—Ebbene cosa abbiamo di nuovo?

—Abbiamo che dopo domani, Ruiz sposa Fanny.

—Sposa? caro mio, dite, dovrebbe sposare; per fortuna eccomi qua, pronto a combattere.

“ Come sapete di questo matrimonio?

—I giornali sono pieni, zeppi, dei particolari della cerimonia, dei doni presentati alla sposa. Poi, io e mia madre abbiamo ricevuto l’invito, eccolo.—E Leonardi presentò a Boni una busta elegantissima sulla quale in oro spiccavano le iniziali di Fanny. Nell’interno della busta eravi un cartoncino grazioso, artistico e fra i puttini e i rabeschi eravi la leggenda dell’invito.

—Va bene,—disse Boni,—gl’invitati aspetteranno inutilmente gli sposi. Ferroni, vi raccomando Maria, io tornerò questa sera, avvisatela che sono salvo, e speriamo che la morte spietata voglia risparmiare quella poveretta. Io vado a ferire un altro cuore; ma è necessario.

Leonardi strinse in silenzio la mano di Boni, e mormorò:—Io veglierò su colei che amate.....

CAPITOLO III.

Cuore ferito.

In casa Spencher fervevano i preparativi per le nozze di Fanny; tutto il giorno era un’andare e venire di fornitori, di sarte, tappezzieri e gioiellieri. Il salotto dove sarebbero esposti i doni della sposa era quasi completamente pieno, sulle tavole dai tappeti di velluto cremisi, apparivano i doni numerosi, le biancherie preziose, i gioielli di grande valore, le statue di bronzo, i merletti antichi, tutto quanto infine forma il corredo di una ricca ed elegante signorina.

Le amiche di Fanny, si erano assunte di ridurre in vero giardino la “ S. Paul Church,” nella quale la cerimonia nuziale avrebbe avuto luogo, il “ Mayor ” Grant aveva fatto sapere a Mr. Spencher, che lui stesso avrebbe al “ City Hall ” uniti in nome della legge i fidanzati.

Era deciso che dopo le nozze, gli sposi andrebbero a passare i primi giorni della luna di miele a “ Staten Island, ” nella splendida villa di casa Spencher.

Ruiz andava e veniva da padrone nella palazzina di Washington Square, e unitamente a Fanny aiutava nei preparativi delle nozze che si preannunziavano splendide. Alla sera però non mancava di correre in cerca di Clara, che desiderava sempre più furiosamente.

Fanny era intenta a collocare nella camera da letto un grazioso quadro di genere, quando la cameriera, l’avvisò che un signore l’aspettava nel “ parlor. ”

—Annunziate che vengo subito.

In fatti la fanciulla lasciò a mezzo il suo lavoro, e allegra, saltellante, andò nel “ parlor, ” dove Boni completamente trasformato, tanto da apparire un vecchio magistrato coi capelli bianchi, e gli occhiali d’oro, l’aspettava.

Boni, vedendo Fanny raggiante di felicità, ebbe una stretta al cuore, era venuto per distruggere quella felicità, per cambiare il riso in pianto, per offuscare con le lacrime, il raggio di quegli occhi pieni di gioia.

—Signore,—disse Fanny con la sua voce dolce,—desiderate parlarmi?

Boni non rispose subito, cercava la parola adatta per principiare, finalmente si fece coraggio e disse:

—Signorina, so, che una fanciulla educata come voi, da un padre amoroso e buono merita ogni felicità. . . . .

—Ed io sono felice o signore quanto essere umano può esserlo. Dopo domani sposo l’uomo che amo.

—Signorina, permettete ad un vecchio, che potrebbe essere vostro padre, di mettervi in guardia contro l’eccesso della felicità.

—Che cosa intendete dire, o signore?

—Non sempre il matrimonio procura le gioie desiderate, non sempre . . . .

—Signore, se siete ministro o agente di qualche religione, che vorrebbe impedire al cuore di battere, sono dolente di dovervi dire che oramai è troppo tardi.

Boni non si era mai trovato così male, soffocava, le parole gli morivano sulle labbra, e Fanny vedendo il turbamento dello sconosciuto rideva maliziosamente.

Alla fine, Boni riprese coscienza dei suoi doveri; quella casta, bella e buona fanciulla sarebbe perduta se lui non parlava.

—Signorina,—principiò con voce ferma,—voi non mi conoscete, mercé la grande libertà di questi paesi,voi mi ricevete, senza neppure domandarmi come mi chiamo, ma io vi conosco, ho amici che possono garantire di me presso vostro padre. Io ho una dolorosa missione da compiere, io devo, intendete bene, devo, come il chirurgo che taglia, che brucia la piaga, perché non avvenga la morte, recare un colpo doloroso alla vostra felicità, al vostro cuore.

Fanny guardava Boni, e certo lo prendeva per un matto.

L’ex-ispettore si accorse del dubbio che entrava nella mente della fanciulla e continuò:

—Non mi crediate pazzo, non lo sono.

—Ma dunque, cosa intendete dire?

—Voglio dire,—rispose in tuono solenne Boni,—che una fanciulla come voi, la figlia di Mr. Spencher, non può sposare un miserabile come Renato Ruiz.

Fanny si alzò fremente, la sua testa si scosse con orgoglio, le sue labbra si atteggiarono ad uno sprezzante sorriso, mentre pronunziavano queste sole parole:

—Uscite, Signore!

Boni non si mosse, il primo colpo era stato dato, quella fierezza di Fanny gli piaceva.

—Signorina, concedetemi di parlare, poi se non vi convincerò mi farete mettere alla porta dai vostri servi.

—Non voglio, non devo ascoltarvi, voi insultate l’uomo, che fra poche ore deve essere mio marito, uscite, uscite, altrimenti non rispondo di me. In casa Spencher, ogni ospite è signore, padrone, ma voi avete perso il diritto a questo trattamento perché insultate me e il mio fidanzato.

—Signorina, dovete ascoltarmi, ne va della vostra felicità, della vostra vita, io vi so forte, energica,ed ecco perché parlo; innanzi ad un’altra fanciulla, che non avesse il vostro coraggio, non oserei parlare, avrei paura di ucciderla.

Fanny cominciava a provare un vago terrore, quel vecchio dell’aspetto rispettabile che parlava con tanta gravità, non poteva essere un matto, né un malvagio.

La fanciulla fece un gesto rassegnato, e si pose a sedere, non disse una sola parola, e Boni interpretò quel silenzio come una tacita approvazione a parlare.

—Signorina, io devo, ad una ad una, distruggere le vostre illusioni, fortunatamente siamo ancora in tempo, il male non è irreparabile, come lo sarebbe fra ventiquattro ore.

L’ex-ispettore con voce commossa raccontò a Fanny, tutta la lunga storia dei delitti, delle colpe, delle infamie dell’uomo che stava per divenire suo marito.

La fanciulla ascoltò fremendo di rabbia e di sdegno, il romanzo che lo sconosciuto le narrava, deve essere il parto di un cervello ammalato, era impossibile che l’uomo da lei amato fosse il mostro che le veniva dipinto.

No, al contatto di un simile malfattore, il suo pudore, il suo orgoglio si sarebbe ribellato.

Boni non tacque nulla, e si disse pronto a provare tutto. Quando, narrando il furto di casa Ferroni, presentò a Fanny, il bottone di brillante restato fra le mani del Ferroni lottante col ladro, la fanciulla restò attonita; ma ben presto si riebbe, quel bottone poteva essere stato perduto da Ruiz e ritrovato dal ladro, che lo lasciò fra le mani del banchiere.

Fanny, quando Boni ebbe finito, stette in lunga e penosa meditazione, finalmente fece un gesto come di chi pigli una seria risoluzione e disse:

—Signore, voi avete torturato seriamente il mio cuore, in questo tempo che voi avete parlato ho provato tutte le angoscie, che una donna, un’ amante, una fidanzata può provare, voi avete ferito il mio cuore, il mio orgoglio, carcerata l’anima mia. Brutalmente mi avete mostrato un’ abisso senza fondo, triste, pauroso, orrendo. Vi ho ascoltato dilaniandomi le carni con le unghia, per non gridare di dolore, perché sono di una famiglia che non commette vigliaccherie. Orbene, per tutto quello che ho sofferto in questo momento, vi giuro che se non mi proverete la verità di quanto mi avete detto, io vi ucciderò come un cane, sicura che nessuna giuria potrà condannarmi.

—Signorina,—rispose Boni con calma,—proverò tutto quello che ho detto, volete affidarvi interamente a me?

Fanny non rispose.

Boni con una dolcezza infinita le disse:

—Convenite che se quanto vi dissi è vero, devo avere diritto alla vostra riconoscenza.

“ Orbene, se io ho mentito, e allora sarei degno di mille morti, mi ucciderete senza misericordia; ma ora che volete delle prove abbiate fiducia, e il pericolo che vi sovrasta sparirà.

—Credete voi che nelle ventiquattro ore che ci separano dal momento del matrimonio, potrete provarmi che il mio fidanzato è . . . . . . quello che avete detto?

—Sì.

A quel sì pronunziato con tanta sicurezza, Fanny si sentì morire, divenne pallida come la morte mentre una fitta acuta, le passava il cuore.

Boni guardò con infinita compassione la bella fanciulla e le mormorò:

—Dopo l’uragano ritorna il sole, avrete fatto un brutto sogno, risvegliandovi tutto sarà passato.

Fanny piangeva, le lacrime che la soffocavano, alla fine sgorgavano dai suoi occhi recandole un gran sollievo.

Boni lasciò che la fanciulla si sfogasse, poi le disse:

—Se questa notte volete seguirmi dove io vi condurrò, vi darò la prova di quanto vi dissi.

Fanny, fissò il suo sguardo in quello di Boni, come se volesse leggergli nell’anima, poi con voce lenta e grave, disse:

—Verrò, ne va della mia vita.

—Dunque, alle dieci, all’angolo di Washington Square e Fifth Avenue, vi sarà una carrozza, vi aspetterò.

Fu bussato alla porta.

Fanny si asciugò rapidamente gli occhi e poi disse:—entrate.

—Signorina, vi è di là il signor Ruiz.

In un salotto, una donna spazza a sinistra mentre una donna seduta e un uomo con un bicchiere osservano.

Signorina, vi è di là il signor Ruiz

A quel nome Fanny ebbe un sussulto.

—Va bene, vengo subito.—La cameriera si ritirò.

—Signorina, mi raccomando dissimulate il vostro dolore, se Ruiz si accorgesse di qualche cosa, la prova che devo darvi mancherebbe.

—Non dubitate, sarò forte, non parlerò, sarò per lui la stessa di prima. Aspettatemi qui, voglio vedervi dopo avere parlato con lui.

CAPITOLO IV.

Il bottone di brillante.

Quando Fanny entrò nella stanza dove Ruiz aspettava, il suo volto appariva lieto e sorridente, per quanto assai pallido.

Ruiz le stese con effusione le mani, che la fanciulla strinse fra le sue, provando una strana sensazione.

—Mia bella fidanzata, conto le ore che mi separano dal momento fortunato nel quale potrò dirvi mia sposa.

—Renato,—domandò la fanciulla,—mi amate veramente?

—Se vi amo! Con tutta l’anima! Senza di voi la vita sarebbe per me un’eterno lutto.

Quella frase banale, frase da segretario galante, fece cattiva impressione a Fanny, che oramai cominciava a sospettare della verità di quanto udiva.

—Cara Fanny, per il giorno del nostro matrimonio, io non ho invitato che pochi ed intimi amici; nella colonia italiana, non conto che poche relazioni, vivo quasi al di fuori di essa, ed eccettuato alcuni dei più stimati negozianti, non conosco nessuno. Il Console d’Italia mi promise che verrà alle nozze, e ciò per me basta.

—Mio padre ha fatto molti inviti, io per mio conto ne feci pochissimi, invitai le mie compagne di scuola, la signora Leonardi e suo figlio.

Ruiz trasalì vivamente nell’udire le ultime parole di Fanny e il suo sguardo ebbe un lampo sinistro, che non sfuggì alla fanciulla, ora guardinga e sospettosa.

—Vi dispiacciono i miei inviti?

—Siete la padrona, io non posso nulla dire; ma invitare l’ uomo che vi ama!

—Che mi amò,—riprese Fanny,—e che oramai non si ricorda più di me.

—Lo dite voi.

—Ho ragione di crederlo, non avendolo più visto da molto tempo.

Calava la notte, Fanny aprì la corrente elettrica e il ricco lampadario del soffitto apparve illuminato.

Ad un tratto Fanny gettò un piccolo grido.

—Che avete?

—Nulla; la sorpresa di non vedervi più portare ai vostri polsini i bottoni che vi regalai, che furono il mio primo regalo, e il non vederli ai vostri polsini mi addolora.

Ruiz restò confuso per un’istante e poi subito rispose:

—Quest’oggi nel cambiare di camicia dimenticai di toglierli e presi a caso i primi che mi capitarono fra mano.

—Meno male, credevo gli aveste perduti.

—Perduti o no, essi sono in casa mia custoditi gelosamente.

Fanny aveva ora la prova che Ruiz mentiva; se non vi fosse stato nulla di male, se in realtà il bottone l’avesse perduto, poteva dirlo; perché mai sosteneva di averlo a casa?

Non le sfuggiva l’impaccio di Ruiz; l’amore che cominciava a toglierle la benda, le faceva vedere più chiaramente la reale figura del suo fidanzato, e sentiva già una certa ripugnanza.

—Sapete,—disse ad un tratto Fanny,—ho pensato che per paggetto alle nozze farà la più bella figura il piccolo italiano da me trovato tempo fa nell’uscire dal ballo. Ora che il fanciullo ha ritrovato la madre, non è difficile che venga anche la povera donna, che io voglio conoscere e aiutare.

Ruiz, pallido, quasi livido erasi alzato in piedi, la testa gli girava, sentiva degli strani rumori negli orecchi, per un momento dubitò di morire. Con uno sforzo sovrumano ritornò in sé, e con voce abbastanza sicura disse:

—Perdonatemi, un capogiro, il caldo di questa stanza.....

Fanny, anelante, aveva assistito a quella scena di terrore; oramai ben pochi dubbi le restavano, l’uomo che l’attendeva nel “ parlor ” disse il vero.

—Non ho nulla a perdonarvi, infatti il calore è grande in questa stanza.

—L’aria aperta mi rimetterà completamente. Vi lascio; ancora poche ore e non ci divideremo più.

Ruiz baciò in fronte Fanny, che ricevé il bacio rabbrividendo.

Il miserabile, lasciò casa Spencher in preda al terrore.

Fanny quando fu sola dette in smanie. Come! Lei tanto fiera, aveva potuto dare il suo cuore ad un miserabile assassino; aveva, lei, stretto quelle mani lorde di sangue, le sue labbra si erano posate con voluttà, su quelle di un ladro.

Era troppo! Si vendicherebbe senza misericordia, l’uomo che aveva osato ingannarla, sarebbe punito, terribilmente punito! Ancora una prova, e poi se l’uomo che era venuto a mostrarle l’abisso, aveva detta intera la verità, l’amore si sarebbe cambiato in odio spietato e crudele!

CAPITOLO V.

La prova.

Boni aspettava con ansia indescrivibile che Fanny ritornasse; dubitava che la fanciulla si lasciasse trasportare e scoprisse il tutto a Ruiz. Allora ciò che aveva ideato andava a monte, e forse Ruiz avrebbe preso il largo.

Quando Fanny ritornò da Boni, questi non poté a meno di dire:

—Finalmente!

—Vi ho lasciato troppo a lungo,vi prego di scusarmi; la colpa non è mia; dopo il colloquio con Renato ho avuto un assalto di disperazione. Ora è passato.

—Renato ha distrutto ogni vostro dubbio?

—No, esso, col suo contegno, conferma le vostre accuse.

—Fra tre ore sarete pienamente convinta.

—Ed io vi dovrò più che la vita!

—Signorina, perdonate il dolore che vi ho recato, ma era necessario.

—Signore, quando avrò la certezza che Renato è il miserabile da voi dipinto, ogni dolore cesserà per dar posto all’odio, al disprezzo. Se lo vorrete sarò vostra alleata per punirlo.

—Non mi era ingannato, siete una nobile e coraggiosa fanciulla.

Boni, lasciata Fanny, montò in un “ cab ” e si fece condurre da Clara; la fanciulla stava per recarsi al teatro; nel vedere Boni gettò un grido di gioia.

Boni la mise subito al fatto di quanto aveva bisogno per quella sera. Accanto alla camera da letto eravi il “parlor;” le stanze, avevano una porta che dava nel corridoio, quella sera Clara avrebbe condotto Ruiz nella camera da letto; del “ parlor ” ne aveva bisogno Boni.

L’ex-ispettore istruì Clara sulla parte importante che doveva recitare al ritorno del teatro, e l’intelligente fanciulla apprese benissimo la lezione.

Alle undici Fanny e Boni prendevano posto nel “parlor” di Clara, la porta di comunicazione era a mezzo aperta, ma fermata con una catenella dalla parte del “parlor”.

Nel buio di quella stanza non udivasi il più lieve rumore; Boni e Fanny trattenevano più che potevano per fino il fiato.

Trascorsero un paio di ore che a Fanny sembrarono un secolo, poi si udirono dei passi sulla scala, la porta della camera di Clara fu aperta ed entrarono Ruiz e la danzatrice.

Il lume fu acceso ed un raggio di luce penetrò nel “parlor”.

—Finalmente!—diceva Ruiz con quella voce strascinata, propria degli ubbriachi,—mi permetti di entrare nella tua camera verginale!

—Sì, a condizione che tu sia savio.

—Savio, savio, come faccio che ti amo tanto?

—Già! e dopo domani prendi moglie.

—Prendo la dote, sciocca, e l’impunità. Il mio amore è tuo, tutto tuo.

—Sono cose che si dicono.

—Te lo giuro!

—Giuramenti da marinai.

—Eppure te l’ho provato il mio amore, ti ho svelato i segreti tutti della mia vita, ti ho mostrato la mia potenza.

—Bella potenza, essere capo di una legione di ladri.

—Sono il loro re.

—Puoi finire in galera.

—No, coi milioni di mio suocero terrò lontano questo pericolo.

—Buon pro ti faccia.

—Su via, mia bella regina, non parliamo del futuro, pensiamo al presente. Tu sei bella, più bella che a Napoli, più bella di quella sera che abbiamo mandato al diavolo quel pitocco di banchiere, su via, amami come un tempo.

—Conservati alle carezze di tua moglie.

—Clara, finiscila, io amo te, te sola, comprendi, e per averti sono pronto ad un altro delitto.

—Ebbene, sarò tua, ma non questa sera, è un capriccio che ho, un capriccio che potrebbe essere anche gelosia. Sarò tua la sera stessa delle tue nozze, voglio, intendi bene, se è vero che non ami tua moglie, che tu passi con me la prima notte di nozze.

Ruiz dette in una grossa risata.

—Idea originale la tua, ma mia moglie cosa dirà?

—Questo è affar tuo, ma ricordati o prendermi quella sera o mai più.

—Ebbene, dopo domani a sera verrò, ho sete delle tue carezze, dei tuoi baci, per una notte di ebbrezza con te darei la vita! Baciami, sono dolce licore i tuoi baci, e mettono nelle mie vene lava ardente.

—La sera del giorno che sposerai sarò tua, lo giuro per S. Gennaro, nostro patrono.Ora vattene.

Ruiz afferrò per la vita Clara e la baciò lungamente, poi partì dicendo:

Due persone siedono in primo piano in un interno; attraverso una porta aperta si vedono altre due figure.

Ruiz afferrò per la vita Clara

—A dopo domani.

Fanny aveva assistito a quella scena, prima provando spasimi innenarrabili, ma, a poco a poco, si era calmata; il cinismo del suo fidanzato aveva cauterizzato la piaga del suo cuore, di dove era fuggito tutto l’amore che portava a Ruiz.

Il disgusto ben presto l’assalse, avrebbe voluto correre via, ma allora si sarebbe saputo che qualcuno era nel “parlor” e Ruiz poteva fare una clamorosa scenata.

La fanciulla stringeva silenziosamente la mano a Boni, come per ringraziarlo di quanto aveva fatto per lei.

Quando Ruiz fu partito, Boni disse a Fanny:—Voglio che conosciate quella poveretta, che ci ha tanto aiutato a smascherare Ruiz.

—Clara,—disse Boni,—entrate.

Clara, vergognosa, timida, entrò nel “parlor”.

—Su quella fronte, povera fanciulla, la signorina Fanny vi stenderà la sua mano quando saprà le vostre pene, la vostra redenzione.

Clara piangeva silenziosamente, mentre Boni raccontava a Fanny la sua triste odissea.

Quando Boni ebbe terminato di parlare, Fanny si alzò e dirigendosi verso Clara, le stese le braccia e disse:—Volete essere mia amica?

Clara con un grido di gioia si gettò fra le braccia di Miss Spencher, mentre Boni asciugandosi una lacrima mormorava:—Redenzione!

CAPITOLO VI.

Fanny.

Boni riaccompagnò Miss Spencher a casa sua, durante il tragitto non scambiarono una sola parola. Fanny era assorta in dolorose meditazioni e l’ex-ispettore rispettava quel silenzio.

Quando la carrozza si fermò innanzi alla palazzina di Washington Square, la fanciulla stese la mano a Boni dicendogli:—grazie per quanto avete fatto, mercé vostra sono salva. Tornate a vedermi ho bisogno di aiuto, di consiglio.

Boni strinse con forza la mano di Fanny dicendole:

—Coraggio, avete degli amici affezionati sui quali potete sempre contare. Ricordatevi che è necessario tacere sui delitti di Ruiz; esso appartiene alla giustizia.

—Coraggio ne avrò, per mandare a monte il matrimonio, qualunque pretesto sarebbe stato buono. In quanto al resto mi consiglierete voi.

In presenza di Boni,di quell’uomo che poche ore prima non conosceva,e che era venuto ad aprirle gli occhi, a mostrarle l’abisso nel quale stava per cadere, aveva conservata una calma relativa; nel momento che non poteva avere più nessun dubbio nell’infamia di Ruiz, provò un dolore atroce, le parve per un momento di morire, ma non volle mostrare debolezza e seppe resistere al colpo tremendo.

Nella solitudine della sua camera però, dove era inutile ogni commedia, Fanny dette sfogo alla sua disperazione.

Non soltanto la ferita era stata fatta al cuore, ma anche all’orgoglio della giovane americana. La fanciulla pura, casta, ricca, educata alla scuola dell’onore, aveva amato un miserabile, ladro e assassino. Che onta! Che vergogna!

E quando il mondo lo sapesse; quando i giornali getterebbero in pascolo alla pubblica curiosità quel romanzo del quale lei era la protagonista?

Poi, pensava al padre suo, il quale sempre dimostrò avversione per Ruiz, e solo lo accettava per genero per contentarla.

Fanny smaniava, nel suo cuore non sentiva più amore per Ruiz, e vi prendeva posto un sentimento di odio, di disprezzo. Avrebbe voluto vendicarsi in un modo terribile del traditore infame, dell’uomo che aveva osato alzare il suo sguardo fino a lei.

Nel suo risentimento Fanny era ingiusta, imprecava a tutti gl’italiani, facendosi eco dei pregiudizi che dominano nella società americana, scagliava a piene mani il fango su quanto era italiano, popolo di assassini e di ladri.

Ma di quello sfogo non degno della sua intelligenza e del suo cuore, si pentiva subito, molto di più che accanto alla bieca figura di Ruiz, appariva quella franca, leale, dell’uomo che l’aveva salvata.

Tutta la notte Fanny fu in preda alla più terribile disperazione, formava progetti sopra progetti, non sapendo prendere una decisione, paurosa dell’alba che sorgeva, perché col giorno, che doveva essere quello della vigilia delle sue nozze, cominciava la necessità di parlare,di svelare a tutti, che ella non sarebbe la moglie di Ruiz.

Verso le otto Fanny suonò, e la sua fedele cameriera accorse.

—Mio Dio!—disse la servente,—siete livida questa mattina mia buona padrona . . . . Come! Non andaste a letto? Che fu? Cosa vi sentite?

—Nulla, ragazza mia, soltanto un forte mal di capo . . . .

—Capisco, sono gli ultimi momenti che restate fanciulla, e ciò dà a pensare.

Fanny non rispose, solo ordinò che le si portasse un bacile di acqua gelata.

La cameriera obbedì prestamente e pochi momenti dopo, con vera voluttà Fanny immergeva il suo volto nell’acqua freschissima, provando un gran sollievo.

Quando si fu cambiata d’abito fece pregare il padre di venire da lei.

Mr. Spencher entrò sorridente nella camera della figlia.

—Buon giorno, Fanny, è questo l’ultimo giorno che tu sei tutta mia, domani avrai un padrone.

Fanny gettò le braccia al collo del padre, stringendolo con frenesia.

—Domani adunque sarai la signora Ruiz, questa mattina i giornali sono zeppi di particolari del tuo matrimonio, e credimi, quei giornalisti raccontano certe bugie, più grandi della Statua della Libertà.

Fanny si staccò dal padre, e con voce fioca, lenta, gli disse :

—E se questo matrimonio non avesse luogo?

Mr. Spencher, dette un balzo, come se stesse per cadere la casa.

—Non avvenire! Come? Perché?

—Un capriccio da ragazza, spaventata all’ultimo momento da quell’enigma che è il matrimonio.

Mr. Spencher prese le mani della figlia, e guardandola negli occhi le disse con gravità:

—Parla, cosa è avvenuto? Perché non vuoi più un matrimonio che desideravi con tanto ardore?

Fanny ruppe in pianto.

Quelle lacrime, altre ne richiamarono sul ciglio di Mr. Spencher, che accarezzò la figlia come faceva quando era bambina.

—Su, via, Fanny, mia adorata, parla, non sono io il tuo babbo? La decisione che vuoi prendere è grave; chi sa, come il mondo giudicherà, vi sono tanti maligni, si farà uno scandalo enorme.

Ebbene, troviamo il mezzo per rimandare di un mese il matrimonio, non deve essere difficile trovare una scusa, che salvi le apparenze e metta a tacere i pettegolezzi.

—Dunque, sei proprio decisa a mandare a monte il tuo matrimonio?

—Decisa.

—E non vuoi dire al padre tuo il perché di questo cambiamento?

—Vuoi farmi una grazia?

—Con tutto il cuore.

—Lascia che per ora io sola conosca un segreto, che ti recherebbe un forte dolore.

—Va bene, aspetterò, che tu credi giunto il momento opportuno di parlare; comprendo che qualche cosa di grave è accaduto, ma ho fiducia in te. Ora principia la mia parte. Vuoi tu stessa annunziare a Ruiz che il matrimonio è ritardato?

—No, no,—gridò Fanny con spavento.

—Va bene, allora tu partirai immediatamente per la nostra villa di Staten Island; il Dott. Bearn certificherà che tu sei gravemente ammalata.

“ Si dirà, che ti recasti alla villa per vedere se tutto era pronto per il ricevimento degli sposi, e che colpita da improvviso malore, colà hai dovuto restare.

—Padre mio, tu in un minuto hai trovato uno stratagemma ingegnoso, e tale da avere un migliore effetto.

—Io parlerò a Ruiz . . . . e se vorrà venire alla villa?

—Impediscilo a qualunque costo; io non vedrò mai più quel . . . . quell’uomo.

Mr. Spencher notò quella reticenza, notò il tuono di disprezzo col quale pronunziò le ultime parole, ma tacque, non volendo coll’astuzia conoscere il segreto che sua figlia non voleva svelargli.

—Figlia mia, più presto partirai meglio sarà.

—Fra dieci minuti sono pronta. A proposito.... verrà un signore rispettabile, un amico di amici tuoi, un’italiano, né vecchio, né giovane, a domandare di me. Accogli quell’uomo come un vecchio amico, e se lo desidera, lo farai accompagnare alla villa.

—Sarà fatto.

Mr. Spencher non discuteva i voleri di Fanny, la quale era la regina di casa.

—Mi accompagnerà la mia cameriera, e partirò col coupé, e attraversando New York, terrò le tendine abbassate.

—Benone, l’avventura prende tutta l’apparenza di un romanzo. . . . .

—Triste romanzo. . . . . padre mio.

—Non hai nulla da dire a Ruiz?

—A Ruiz?.....—Pronunziando quel nome, Fanny ebbe un lampo d’odio nello sguardo, lampo che non sfuggì a Mr. Spencher, il quale si persuase essere oramai impossibile che Fanny fosse la sposa dell’italiano, e in cuor suo ne provò una vera gioia.

Fanny, un’ora dopo, trasportata al trotto di due focosi cavalli, lasciava New York, e si ritirava fra le ombre deliziose di Staten Island.

Mr. Spencher,verso mezzogiorno, riceveva Ruiz, al quale comunicava la malattia di Fanny, e la necessità di rimandare il matrimonio al mese venturo.

Ruiz fu vivamente contrariato, aveva contato di essere fra poche ore il genero di Mr. Spencher, ed ora vedeva allontanarsi quel momento.

Ruiz, vivendo alla ventura, era sempre incerto del domani, per cui sostenne e con una certa violenza, che il matrimonio si dovea fare anche malgrado la indisposizione di Fanny.

Alle accalorate parole di Ruiz, Mr. Spencher rispose con quella calma che è una delle prerogative degli americani; dimostrò a Ruiz la sconvenienza d’insistere per ottenere cosa impossibile.

Il medico, del resto, aveva parlato chiaro,Fanny ammalata, non sarebbe guarita che con la calma e la tranquillità.

Innanzi al verdetto della scienza, Ruiz dovette piegare il capo, ed aspettare la guarigione di Fanny.

Il miserabile lasciò la palazzina di Washington Square, imprecando e bestemmiando.

Poi, pensando che aveva dei giorni di libertà da poter passare con Clara, si calmò.

Dopo tutto non aveva nulla da temere; l’unico uomo che poteva accusarlo giaceva nel fondo del mare, e poteva raccontare ai pesci i suoi segreti.

CAPITOLO VII.

Ricerche.

La polizia, avendo deciso di trovare il marito di Vittoria Ruizzi, si era messa in moto.

Per prima cosa erano stati visitati i registri del “Castle Garden” per vedere se vi si trovassero le traccie di un Ruizzi qualunque; ma nelle lunghe interminabili colonne di quei registri, nei quali ogni emigrante è segnato, come i galeotti che entrano al bagno, mancava il nome di Ruizzi, il quale si era ben guardato di gridare nelle orecchie dei commissari del “ Castle Garden ” il suo rispettabile nome.

Del resto,il marito di Vittoria poteva essere venuto in America come passaggiero di prima o seconda classe,e così avere scansato di essere matricolato.

Le leggi in questi paesi sono così fatte, che permettono lo sbarco dei malfattori più pericolosi, viaggianti in prima e seconda classe, e negano lo sbarco a un poveretto condannato ad un mese di carcere per porto d’arme proibita, che ha la disgrazia di viaggiare in terza classe.

L’ispettore Byrnes, accompagnato dal “ detective ” italiano Palazzo, un pezzo d’uomo alto, forte come un ercole, compì dei veri pellegrinaggi in mezzo alla colonia italiana, sconosciuto sempre, ben inteso, mercé i suoi meravigliosi travestimenti.

Byrnes, più che le trasformazioni del volto, che sono le più difficili e vanno bene soltanto di notte, cura il cambiamento degli abiti, del portamento, mettendosi con sorprendente abilità nella scorza di un “ tramp, ” di un “ loafer,” assumendone il modo di andare, di parlare.

Mescolato a farabutti della peggiore specie, raccoglie qua e là una frase, un motto,una parola,che, messe insieme con una pazienza e sapienza grandi, danno le chiavi dei misteri più impenetrabili.

Byrnes è il poliziotto moderno, il tipo immortalato dai romanzieri francesi, che non lo crearono, ma lo trovarono palpitante e vero in quella immensa e curiosa biblioteca che sono gli archivi della polizia.

Byrnes, come tutte le persone celebri, ha le sue noie, le sue seccature; si pretende spesso, che abbia la doppia vista, che sia un Dio che vede, legge nel cranio dei delinquenti,e qualche volta, preoccupato dalla sua celebrità, perde la calma abituale, e allora saltano fuori i processi dello squartatore, che fanno dubitare dell’abilità di chi regge i destini dell’esercito tutelare dell’ordine, che veglia su New York.

Byrnes però, nel processo di Righetti non ci aveva avuta parte. Il fatto non presentava nessuna oscurità, la polizia, fin dal primo momento, si formò la convinzione della colpevolezza di Righetti, e non ci fu bisogno del responso dell’oracolo.

Ma, ciò che pareva non era; ciò che sembrava chiaro e limpido, era scuro e misterioso, e ora, Byrnes, convinto dell’innocenza di Righetti,cercava il vero colpevole.

Quelle passeggiate fatte in mezzo agli italiani, nei locali da essi frequentati, se non servirono a far ritrovare il marito di Vittoria,servirono di ammaestramento a Byrnes, il quale, fine osservatore, poté convincersi che gl’italiani sono spesso e volentieri calunniati, e valgono più che gli emigranti di altre nazionalità.

Un giorno,in uno dei “Bar Rooms” più popolari di Mulberry, dove i bicchieri di birra grandi come secchi, costano tre soldi, e il whiskey che pare piombo in fusione, si paga cinque soldi, Byrnes credette di essere sulla buona via.

Ad un tavolo unto,consumato dallo sfregamento dei gomiti degli avventori, due uomini in luridi panni così parlavano:

—Dunque il conclave si scioglie.

—L’italiano fa il nido coniugale.

—Era poi una cima?

—Figurati! di sangue spagnuolo, cresciuto a Napoli.

—Chi te lo ha detto?

—Sono stato un anno archivista.

—Ma il suo vero nome?

—Ora si può dire; è Ruizzi.

Byrnes trasalì vivamente, poi con una tattica ammirabile si avvicinò al tavolo e batté famigliarmente sulla spalla di colui che si era qualificato come “ archivista ” e in gergo disse:

—Salute agli amici.

L’archivista si voltò vivamente.

—Che vuoi?

—Bevere e toccare in compagnia.

—Mi conosci?

—Credo. Ma non vorrai una presentazione ufficiale spero.

—Il whiskey farà da introduttore.

Byrnes batté sul tavolo, e al garzone che accorse disse:

—Tre pinte di quello infuocato.

—Si paga anticipato,—disse il garzone, un tipo magro, rifinito, col tremito caratteristico degli alcoolizzati.

Byrnes gettò sul tavolo un pezzo da cinquanta soldi.

—Pagati.

—Siamo in fondi,—disse l’archivista.

—Un merlo di passaggio, mi ha rifornito di combustibile.

Il whiskey venne servito, in bicchieri tutt’altro che puliti, e bevuto con voluttà dai compagni improvvisati dell’ ispettore, il quale non fece la menoma smorfia nel tracannare quella diabolica mistura.

Dopo la bevuta i tre diventarono intimi; Byrnes parlava il gergo in modo ammirabile e quella bravura era una specie di credenziale presso i birbanti.

Parlarono di colpi da maestro, della polizia, misero allegramente in ridicolo Byrnes, al quale, a sentire, ogni giorno la facevano in barba.

All’ispettore premeva però di parlare di Ruiz.

Ordinò tre altre “pinte” e poi disse:

—Un tempo avevo un compagno, ma fino, di quelli destinati a diventare celebrità, se la polizia non ci mette lo zampino. Figuratevi, che apriva le porte con un fil di paglia, alzava i portafogli con una leggerezza da piuma, maneggiava il coltello come un maestro di scherma.

—Un capo adunque.

—Sì, famoso.

—Di che razza?

—Italiano.

—Ve ne sono di maestri fra i “Dagos”. E sapete come si chiama?

—Certo. Ma intendiamoci bene: so il nome che portava a quel tempo!

—Ed era?

—Ruizzi.

L’archivista guardò fissamente l’uomo che erasi seduto al suo fianco, pochi momenti dopo che lui appunto aveva pronunziato il nome di Ruiz.

Certo quell’esame dovette essere favorevole a Byrnes, perché l’archivista riprese:

—Ruiz, non dubitate, ha mantenuto quanto faceva sperare. È uno dei buoni, o meglio era, perché si ritira dagli affari, entra nel reggimento degli onesti.

—Stupido!—interruppe Byrnes.

—Non tanto, ritirandosi da quello che fa.

—È a New York?

L’archivista titubò un’istante, certo assalito dal dubbio, disse seccamente:—Non lo so.

Byrnes si morse le labbra a sangue, ma si guardò bene dal dare a divedere il suo malcontento, e riprese:

—Camerata, perché mi rispondi così brusco?

—Perché non ho voglia di essere dolce.

Quindi l’archivista, rivoltosi al compagno, disse:

—Su andiamo, l’udienza è sciolta. A rivederci... compagno.

Byrnes non si mosse, lasciò uscire i due furfanti, poi, con un lancio fu nella via, chiamò un policeman, e gli mormorò alcune parole all’orecchio.

Il policeman fece il saluto militare e quindi si diresse verso l’archivista e il suo compagno e con voce e atto cortese disse loro:

—Siete miei prigionieri.

I due dettero un balzo nel sentire quelle parole, ma non tentarono, né di resistere, né di fuggire.

Dieci minuti dopo i due uomini erano nelle celle del quartiere generale di polizia.

CAPITOLO VIII.

Il padre.

Mr. Spencher era restato meravigliato della decisione presa dalla figlia. Non essendogli mai piaciuto quel matrimonio; era con vera gioia che lo vedeva andare a monte, ma in pari tempo, voleva sapere le ragioni che avevano spinto Fanny a quel passo decisivo.

Certo si sarebbe fatto un po’ di rumore, sul ritardo di una cerimonia nuziale annunziata proprio quando i fiori d’arancio stavano per guarnire il capo della leggiadra sposa.

Mr. Spencher, per prima cosa scrisse al medico di casa, pregandolo a venire subito da lui. Il medico accorse, e il padre di Fanny, ottenne con felicità che l’illustre professionista dicesse una bugia, per far credere a tutti alla malattia di sua figlia.

Mr. Spencher stava per uscire, quando fu annunziato Boni; lo accolse con squisita gentilezza sebbene non lo conoscesse e intavolò con lui una viva conversazione.

L’ex-ispettore, senza saperlo,interrogò abilmente Mr. Spencher e seppe quanto era stato deciso, e gongolò di gioia nell’avere la certezza che Fanny si portava bene, con energia e avvedutezza.

—Mia figlia,—disse infine Mr. Spencher,—mi ha detto che per voi farà una eccezione, e vi riceverà alla villa. Non so, come e quando l’avete conosciuta, non sono uso a domandare conto a mia figlia di ciò che fa.

—Signore,—rispose Boni,—vi sono cose che voi pure dovete sapere, il dramma al quale senza saperlo, vostra figlia ha preso parte, non dovete ignorarlo. Voi, del resto, quando conoscerete tutto potrete meglio scongiurare il pericolo.

“ Quello che vi dirò, deve però restare, almeno per qualche tempo, un segreto per tutti.

—Con questo preambolo mi spaventate, cosa è mai avvenuto?

Boni il più brevemente possibile, non tacendo nulla, raccontò la vita di Ruiz. Mr. Spencher fremeva di rabbia, di spavento.

Il pensiero che un miserabile di tal fatta, per poco non sposava Fanny, la sua diletta figlia, gli faceva provare le vertigini.

Quando Boni ebbe finito, il calmo e flemmatico americano, ebbe uno scoppio d’ira violentissimo.

Imprecava al miserabile,giurando che lo avrebbe fatto a pezzi con le sue mani.

Nel parossismo della collera gridava:

—Gl’italiani, popolo di ladri, di assassini!

A quell’insulto più volte ripetuto, Boni non poté tacere, e disse alzandosi in piedi :

—Signore, voi dimenticate che io pure sono italiano!

Quelle parole calmarono come per incanto Mr. Spencher, che stendendo la mano a Boni, disse:

—Perdonatemi, l’ira mi ha acciecato.

Boni strinse in silenzio la mano che gli veniva porta.

—Ed ora cosa dobbiamo fare?—riprese il padre di Fanny.

—Nulla, vi è chi veglia affinché il colpevole sia punito.

—Sì, ma il giorno che sapranno l’arresto, la condanna di quel miserabile, anche il nostro nome sarà macchiato; il mondo,felicissimo sempre,quando può commettere una bassa e cattiva azione, accoppierà al nome dell’assassino, del ladro, quello puro, immacolato, della figlia mia.

—Se voi mi aiuterete, la punizione di Ruiz avverrà senza scalpore, e non sarà per questo meno terribile.

—Vi aiuterò con tutte le mie forze.

—Quando sarà giunto il momento opportuno, vi rammenterò questa promessa. Per ora anche con vostra figlia dovete fingere di tutto ignorare. Andate però a trovarla, la cara fanciulla, la ferita riportata è terribile, e ha bisogno dell’assistenza di un padre. In quanto a me, vi andrò domani e farò di tutto per consolarla.

Mr. Spencher stese con affetto la mano al nuovo amico; dicendogli commosso:

—Avete salvato mia figlia dalla più grande delle sciagure, il nome degli Spencher dal disonore, qual ricompensa posso offrirvi?

—La vostra amicizia,—rispose con dignità Boni.

Mr. Spencher, a quelle parole stese le braccia e le gettò al collo dell’ex-ispettore di polizia, mormorando con la più viva commozione:—Amico! amico mio!

CAPITOLO IX.

Sparita.

Abbiamo visto Ruiz calmarsi alquanto per il ritardo del suo matrimonio, pensando a Clara.

Ruiz non aveva nessun sospetto, credeva fermamente ad una malattia della fidanzata, e voleva impiegare i giorni che ancora gli rimanevano di libertà, a gustare dolcezze infinite con la danzatrice, che in lui aveva destato desideri ardentissimi.

Cosicché, lasciata la palazzina di Washington Square, si recò difilato col cuore palpitante alla casa di Clara.

Picchiò replicatamente alla porta; ma nessuno venne ad aprirgli.

Restò contrariato da quel contratempo, che ritardava il compimento dei suoi voti, perché oramai non dubitava affatto di non essere ritornato padrone del cuore di Clara.

—Basta, la vedrò al teatro questa sera.

Alle otto Ruiz era già al “ Koster & Bial; ” sul programma figurava il nome di Nana, fra poco l’avrebbe vista, eccitante e bella sotto i candidi veli.

Finalmente arrivò il momento nel quale doveva comparire Clara; ma essa non si fece vedere e in sua vece comparve alla ribalta lo “Stage Manager” il quale si disse dolente di dovere annunziare che madamigella Nana ammalata, non avrebbe potuto eseguire la sua danza.

Ruiz uscì dal “ Koster & Bial ” come un pazzo, salì in una vettura, e di gran carriera si fece condurre a casa di Clara.

La fanciulla non vi era, mentre Ruiz picchiava per la ventesima volta all’uscio che restava chiuso, si aprì sul pianerottolo la porta di un’altro appartamento ed una donna disse a Ruiz:

—È inutile che bussiate, l’appartamento è vuoto, la Signora che l’occupava, è partita questa mane coi suoi mobili.

Ruiz restò fulminato. Come! Clara mutava alloggio senza avvisarlo, senza lasciargli una parola.

Perché?

Come l’avrebbe ritrovata ora nell’immensa città di New York?

Poi chi sa, se vi era ancora, o se la ferrovia, o il battello non l’avevano trasportata lungi dalla più grande Metropoli dell’Unione?

Ruiz provava un vero dolore, la scomparsa improvvisa di Clara rendeva più violenti i desideri, egli avrebbe dato quanto possedeva per rintracciare la seducente donna.

Ruiz a poco a poco, si calmò, qualche cosa di straordinario doveva essere avvenuto; ma ciò poteva spiegarsi nel modo il più naturale, e il male che vedeva l’accesa fantasia di Ruiz, non esisteva.

Il miserabile rifece a piedi la strada che separava la casa di Clara dal “ Koster & Bial; ” lo spettacolo non era ancora terminato.

Si recò dal “ general manager, ” il quale conoscendo Ruiz, come uno dei buoni avventori che nel “ Wine Room ” fanno saltare allegramente i tappi delle bottiglie di Champagne, lo accolse con ogni gentilezza.

Ruiz chiese informazioni di Clara, alias Nana; il “ general manager ” disse senza reticenze, che al pubblico erasi parlato di malattia; ma che in realtà la Nana, erasi licenziata bruscamente,e non sarebbe più tornata avendo pagato senza fiatare la multa, per rottura di contratto.

—Ho sentito nel “ Wine Room, ”—terminò il “manager”,—le artiste dire che Nana sia andata a filare il sentimento con un bel giovanotto in qualche villa deliziosa. Ho creduto che foste voi, ma ora mi ricredo.

Ruiz, ad ogni parola del “ manager” sentiva dei dolori come quelli provati dai torturati con ferro rovente.

Fuggì dal “ Koster & Bial ” e andò in un “Barroom,” dove bevve fino ad ubbriacarsi.

Quando il vino e liquori, l’ebbero stordito,andò a casa, ma smaniò l’intera notte.

CAPITOLO X.

Nuovi dolori.

Mentre succedevano questi avvenimenti, Vittoria, fatta segno alle cure più affettuose, riacquistava completamente la salute.

La sua bellezza colpiva quanti l’avvicinavano, e la sua bontà conquistava tutti i cuori.

L’ispettore Byrnes aveva smesso d’interrogarla, ed essa credeva che il giovane innocentemente condannato fosse oramai libero.

Il piccolo Enrico, vivace, allegro, metteva una nota gaia in quell’isola destinata ai pazzi e malviventi. Esso raccontava spesso alla madre, della bellezza e bontà della signorina, che lo aveva raccolto una sera morente di freddo nella scalinata di un palazzo.

Vittoria sentiva per quella fanciulla una viva riconoscenza, e anelava il momento di poterla ringraziare.

Le cose erano a questo punto, quando la poveretta lesse sopra un giornale italiano delle prossime nozze di suo marito.

Restò attonita; poteva essa permettere, che un nuovo delitto si compisse, poteva ella tacere quando il suo silenzio faceva sì che una casta e ricca fanciulla fosse per sempre rovinata?

No, non lo poteva!

Ma parlando cosa sarebbe avvenuto?

La disgraziata era in preda alla più viva ansietà, quando le venne annunziato la visita di Byrnes.

L’ispettore era accigliato, certo portava qualche cattiva notizia, e fu con una tal quale ruvidezza che parlò a Vittoria; egli principiò:

—Il vostro silenzio, o signora, ha portato i suoi frutti.

[illegible_01]re?

[illegible_02] voleste a nessun patto, darci una prova [illegible_03] dell’innocenza di Righetti e la Corte d’Appello quest’oggi, ha confermato la sentenza che lo condanna a dodici anni di galera!

Vittoria nel sentire ciò si alzò fremente e gridò :

—Come! la giustizia commette di simili infamie? Non basta che la vittima affermi nel modo più solenne non essere il Righetti colpevole, perché non gli sieno aperte le porte del carcere?

—Cara signora, la giustizia, non si contenta di affermazioni che possono essere interessate; ma vuole fatti. Righetti non è colpevole, dite voi, e sta bene. Dunque chi è il vero colpevole?

“ Non dite di non saperlo, ho la ferma convinzione, che conoscete l’uomo il quale tentò prima possedervi e poi uccidervi. Perché vi ostinate a tacere quel nome?

Vittoria taceva, aveva il sudore alla fronte, sentiva le fiamme del rossore bruciarle il volto.

Byrnes credeva di essere vicino a trionfare, e si faceva sempre più insinuante.

—Su, via, una parola, e Righetti fra pochi giorni sarà salvo e il vero colpevole sconterà il suo mostruoso delitto. Coscienza, religione, umanità, vi impongono di parlare; su, via, ditela questa parola!

Vittoria accasciata, morente mormorò:

—Non posso, non posso!

Byrnes fece un moto di rabbia e si ritirò costernato.

Vittoria, rimasta sola, dette sfogo al suo dolore.

Era una miserabile , perché permetteva che un’innocente stasse in prigione per un delitto che non aveva commesso. Essa doveva rivelare intera la verità, molto di più che suo marito passava di delitto in delitto.

Ma la sua parola, avrebbe aperto la porta del carcere al padre di suo figlio, e sebbene ella sapesse per alcune confidenze fatte da Boni, che la visitava spesso, che suo marito chiamavasi ora Ruiz, e che era ricco e stimato, pure sarebbe stato il nome di Ruizzi, quello che portava il piccolo Enrico che sarebbe stato disonorato.

La poveretta era in uno stato da far pietà e per un vero miracolo la sua ragione non tornava a smarrirsi.

Il piccolo Enrico, entrò nella camera, allegro e festante; gli era stato regalato un bel giocattolo, e veniva a farlo vedere alla madre, ma vedendo il dolore dipinto sul bel volto di lei, gettò via il giocattolo e corse ad abbracciarla e baciarla con affetto grande.

Vittoria accarezzò il bel capo biondo e mormorò:

—No, no, non avrò mai la forza di denunziare il padre di questo fanciullo; eppure ciò è un delitto.

CAPITOLO XI.

Sentenza confermata.

Quanto aveva detto Byrnes a Vittoria, era vero, la corte d’Appello di Albany, aveva rigettato il ricorso interposto da Righetti, alla sentenza della corte d’Assise di New York.

I giudici essendo chiamati a giudicare sopra la parte legale della sentenza, non potendo discutere il fatto, trovarono la sentenza in perfetta regola e la confermarono.

L’avvocato non si sorprese di quel risultato; se lo aspettava, sapeva di non avere prodotto nessun documento provante l’innocenza di Righetti, e per ciò sarebbe stato inevitabile quanto accadde.

Boni e i suoi amici, i quali sapevano che fra poco l’innocenza di Righetti sarebbe stata provata, non si curarono affatto di quella riconferma.

Così però non fu nei quartieri italiani e specialmente in Mulberry.

I giornali della sera che portavano il telegramma da Albany, andarono a ruba; coloro che non sapevano leggere l’inglese, ricorrevano agli amici, ai conoscenti, al primo che trovavano per averne la traduzione.

Nei “bar rooms” i giornali venivano letti ad alta voce, e la folla imprecava e malediva.

Il fermento era grande in Mulberry, la via formicolava di gente, che commentava la brutta notizia. Non si sa come, ma era invalsa la credenza negl’italiani, che la Corte d’Appello avrebbe cassata la sentenza di Righetti. Ora quel telegramma breve, secco, ma tanto eloquente, veniva a distruggere le speranze, e ne ribadiva le catene dell’innocente.

Se Byrnes fosse passato per Mulberry, o fosse entrato da Nannetti, non avrebbe al certo sentito lode per la polizia.

Intanto i più pratici di cose giudiziarie, cominciarono a spargere la notizia che Righetti al più presto sarebbe stato riportato a New York, per sentirne un’altra volta pronunziare la sua sentenza.

I più audaci proposero, nientemeno, di liberare con la forza il prigioniero, altri più calmi e ragionevoli dissero che tutto quanto si poteva fare, era di recarsi in massa alla corte nel giorno che Righetti sarebbe tradotto dinanzi al giudice, per fare una dimostrazione di stima e di affetto al condannato. Questa proposta, trovò caldi fautori e fu accettata fra grida ed applausi.

La stampa americana, commentò la decisione della Corte d’Appello, e criticò acerbamente la polizia che non aveva potuto con una prova decisiva fare annullare un giudicato, che era onta e vergogna.

Parlarono dell’eccitamento degli italiani, e alcuni soliti a vedere tutto rosso, predissero strazi e rappresaglie.

I giornali italiani ebbero articoli splendidi per il martire di Sing-Sing, e deplorarono l’impotenza della polizia, denunciando ad alta voce il nuovo e doloroso errore giudiziario.

Boni era felicissimo di tutta quell’onda di sentimento, che si levava intorno al suo protetto, il quale sarebbe uscito dalla galera come un trionfatore.

Ruiz, al contrario, era in preda a mille inquietitudini, molto di più che da certi sintomi si accorgeva che la sua stella stava per tramutare.

Finalmente, giunse il giorno nel quale Righetti doveva presentarsi innanzi al giudice.

I giornali annunziarono l’ arrivo del prigioniero al quale furono usati tutti i riguardi possibili e immaginabili.

Righetti avrebbe potuto per quel giorno lasciare i suoi abiti da forzato, ma volle comparire innanzi al giudice col vestito a righe, con quella divisa che, indossata da lui, cessava di essere infame!

Fino dalle nove, una folla compatta stava in Chambers Street, sfidando le ire e le bastonate dei policemen.

Anche nell’interno della Corte eravi folla, folla più elegante, più distinta; non mancavano le belle signore.

Alle dieci e mezzo, giunse il triste carrozzone di ferro, ne discesero otto detenuti, insieme uniti da una catena, ma Righetti non v’ era.

Poco dopo il forzato giungeva in carrozza accompagnato da Ferroni e dall’avvocato difensore.

Appena la folla lo scorse, proruppe in un applauso immenso, che si propagò sulle scale della Corte e nell’aula stessa delle udienze.

Le donne sventolavano i fazzoletti, gli uomini alzavano in alto i cappelli, e quel forzato passava acclamato come un sovrano in mezzo alla folla plaudente.

Righetti piangeva, quella manifestazione così imponente, era riabilitazione completa.

Anche Ferroni e l’avvocato apparivano estremamente commossi.

Alla manifestazione senza precedente si unirono anche gli americani, e la polizia lasciò fare.

Si aspettava nell’aula ansiosamente che il difensore di Righetti presentasse qualche importante “ affidavit ” per ottenere un nuovo processo; ma l’avvocato seguiva le istruzioni di Boni, il quale aveva detto :—penso a tutto io, lasciate fare.

Il giudice prese posto al banco, vennero chiamate alcune cause, e poi fu condotto alla barra Righetti.

Quando il forzato comparve, si rinnovarono gli applausi, il giudice non protestò.

—Righetti,—disse il magistrato con voce commossa,—la Corte d’Appello ha respinto il vostro ricorso, avete nulla da dire.

—Una sola parola: Sono innocente!

—I giurati credettero il contrario, e la legge obbedisce al verdetto dei magistrati popolari. Ora siete qui per udire di nuovo la vostra sentenza.

A questo punto un’usciere venne di corsa al banco del giudice, al quale consegnò una lettera dicendogli in fretta poche parole.

Il giudice lesse la lettera, e non poté a meno di gettare un grido di meraviglia, poi si alzò e corse nel suo ufficio.

Nella sala si levò un gran mormorio. Che cosa era accaduto? Che conteneva quella lettera? I commenti erano infiniti, e le notizie più straordinarie correvano di bocca in bocca, avendo un’eco clamoroso nella via.

Trascorse una mezz’ora, poi il giudice ricomparve, il suo volto era raggiante.

L’avvocato,che era rientrato anche lui nella sala dopo un’assenza di pochi istanti, si alzò e disse:

—Vostro onore si degni prendere in considerazione la domanda che io faccio, perché sia concesso al mio raccomandato un nuovo processo.

Il giudice senza esitare, rispose:

—Il nuovo processo è accordato.

Un applauso, che fece tremare la sala, scoppiò come un uragano. Cento mani si stesero verso Righetti, e cento altre verso il giudice, che stette per un pezzo ad ammirare quello spettacolo nuovo.

La notizia come un baleno erasi sparsa nella via, producendovi una pazza gioia, e quando Righetti comparve sulla soglia del tribunale, la dimostrazione assunse proporzioni grandiose.

Il prigioniero fu accompagnato dagli applausi, dagli evviva, fino al suo carcere.

Poi gli italiani si rovesciarono in Mulberry, sollevando il più schietto entusiasmo.

Vi furono dei proprietari di “bar room,” che misero la spina ad un barile di birra, perché ognuno bevesse gratis.

L’edizione della sera del “World” riportante per intero la scena avvenuta alla corte, andò a ruba nei quartieri italiani, dove fino a tarda notte durò l’animazione, l’entusiasmo.

Nannetti aveva inviato al prigioniero un pranzo luculliano e di ciò era altamente orgoglioso.

I giornali narravano come il giudice avesse concesso il nuovo processo, essendogli state fatte all’ultimo momento, delle rivelazioni importanti da un personaggio al quale è d’uopo prestare fede.

CAPITOLO XII.

Angoscie.

Per Ruiz cominciava la vita di timori e di angoscie; sentiva intorno a se, il rumoreggiare della tempesta, intravedeva nell’ombra il pericolo, e non trovava un mezzo per scongiurarlo.

Più volte erasi recato a casa Spencher per sentire se il medico gli concedeva di rivedere la sua fidanzata; ma Mr. Spencher, cortese, garbato, gli rispondeva:

—Mio caro genero, non abbiate furia,Fanny desidera quanto voi di vedervi; ma il medico è il padrone e per qualche tempo ancora pazientate.

“ Paziento anch’io!

Di Clara nessuna nuova, e ciò, più di tutto lo tormentava; ora poi veniva fuori il nuovo processo per il delitto di Mulberry,e chi sa da quel processo, cosa ne verrebbe fuori?

Ruiz, per ricercare Clara si serviva di Bernabei; il vecchio briccone si occupò della missione perché aveva la sua idea, se ritrovava Clara, voleva far vedere ad Eugenia come il suo drudo la ingannasse; ma non trovò nulla, neppure la più piccola traccia.

L’amore di Ruiz per la danzatrice, si faceva sempre più violento, la febbre dei sensi insoddisfatti, gli dava torture senza fine.

Per possedere Clara, avrebbe commesso, non uno, ma cento, mille delitti.

In quell’amore sfrenato dimenticava la sua posizione, la carica di capo ladro alla quale non aveva ancora rinunziato, la malattia di Fanny, tutto infine. Era acciecato, appassionato, vinto.

Avrebbe speso con gioia somme favolose per ritrovare la donna desiderata.

Dove mai si nascondeva?

Clara non temeva le ricerche di Ruiz, essa era in luogo sicuro.

Quella sparizione era opera di Boni, oramai sarebbe stato pericoloso che Ruiz rivedesse Clara; violento, pronto a tutto, avrebbe contaminato presto o tardi il corpo di quell’angelo decaduto che stava compiendo la sua purificazione.

Sul principio Boni aveva pensato di fare accogliere Clara in casa Ferroni; ma poi aveva dimesso quel pensiero, essendo quella casa troppo in vista, troppo sotto la sorveglianza di Ruiz e dei suoi complici; allora l’ex-ispettore ebbe un lampo di genio, andò a Staten Island a trovare Fanny, e le spiegò il suo piano.

Nel recinto della villa eravi un padiglione dove stava il giardiniere; Clara per qualche tempo avrebbe abitato quel padiglione, e tenuto compagnia a Fanny, la quale accondiscese con gioia a quanto Boni le domandava, facendo una sola modificazione, e cioè: che Clara non avrebbe abitato nel padiglione del giardiniere, ma presso di sé nella villa.

Boni fu commosso da quella delicata attenzione e manifestò tutta la sua riconoscenza alla buona fanciulla.

Clara divenne ben presto l’amica di Fanny, la povera perduta si affezionò alla donna che le rapiva il suo amore, amò colei che amava Leonardi.

Vero è che da tempo l’amore di Clara erasi idealizzato, e considerava Leonardi come un fratello carissimo.

Fanny non riceveva nessuno, faceva una sola eccezione per Boni, non usciva dal recinto della villa veramente principesca, che da un lato dava sul mare, e dall’altro aveva un parco signorile,ricco di piante, di ombra e di fiori.

I “Reporters”dei giornali avevano tentato di penetrare fin là, ma non vi erano riusciti; la villa era custodita come una fortezza.

Il rinvio del matrimonio di Fanny non aveva destato né meraviglie, né pettegolezzi, il medico di casa, che lo era pure delle famiglie più ricche,aveva affermato la malattia di Fanny, e nessuno si sarebbe azzardato a mettere in dubbio la parola di lui.

CAPITOLO XIII.

Prime vittorie.

Quando Byrnes comunicò a Dikens, che aveva fatto arrestare due uomini che dovevano saperla lunga sul conto di Ruiz, il poliziotto saltò dalla gioia, da tempo era mortificato del continuo insuccesso, e sperava che quei due fra le mani di Byrnes avrebbero cantato come galletti.

—Conducete qui quei furfanti, Dikens vogliamo sentire cosa sanno dire.

Dikens corse al deposito dei detenuti e poco dopo introduceva nel gabinetto di Byrnes i due furfanti ai quali faceva mille moine.

—Voglio interrogare uno alla volta,—disse Byrnes a Dikens.

—È subito fatto,—e ciò dicendo Dikens, prese gentilmente per il braccio uno dei due, lo condusse fuori e lo consegnò ad un policemen di guardia, quindi ritornò dal suo superiore.

L’interrogatorio cominciò.

Byrnes per prima cosa disse :

—Abbiamo trincato in compagnia, vi userò dei riguardi.

Il prigioniero guardò stupefatto l’ispettore.

—Trincato insieme? E quando?

—Via, via, non lambiccatevi il cervello, bevemmo pochi momenti prima del vostro arresto.

Il furfante gettò una bestemmia, ma in cuor suo ammirò la capacità dell’ispettore.

—Dunque, come dicevo, sono pronto ad usarvi dei riguardi, beninteso, se saprete meritarli.

—Ho capito, volete che suoni la trombetta, non è mio mestiere; ma per uscire dalle vostre granfie mi adatterei, il malanno è che non so nulla, neppure perché mi avete fatto arrestare.

Byrnes, aggrottò le ciglia. Dikens, fece una smorfia di malumore, quel preambolo non indicava nulla di buono.

—Via, via, è inutile infingersi, udii i vostri discorsi, tanto voi, che l’altro prigioniero fate parte di una banda di malfattori capitanata da un’italiano, un certo Ruiz, che sarà quando vogliamo nelle nostre mani.

Il prigioniero sorrise ironicamente, e poi disse :

—È inutile adunque, qualunque mio discorso se sapete tante belle cose e.....

—Come vi chiamate?—interruppe bruscamente Byrnes.

Tre uomini conversano in una stanza: uno siede dietro una scrivania con libri e carte, uno è in piedi al centro e un altro siede a destra con un cappello sulle ginocchia.

Come vi chiamate?—interruppe bruscamente Byrnes

—William Scott.

—Che professione fate?

—Il tipografo.

—Dove lavorate?

—Dove trovo.

—Attualmente dove lavorate?

—Non lavoro.

—Da quanto tempo non lavorate?

—È qualche mese.

—L’ultimo vostro padrone come si chiamava?

—Non lo ricordo.

—Dove stava?

—A Filadelfia.

—In che strada e qual numero?

—Non lo so.

—Benissimo, queste sono storie da raccontare ai bimbi, non a me.

“ Giuocate con una brutta carta, ricordatelo, solo la franchezza può conciliarvi la mia benevolenza. Parlate adunque senza reticenze.

—Non lo saprà nessuno se io parlo?

—Ve ne dò la mia parola d’onore.

—È che hanno le mani lunghe, che non si è sicuri neppure in prigione!

A quelle parole Byrnes e Dikens trasalirono.

—Da una parte avete ragione,—riprese Byrnes,—dalla vostra banda fu ucciso anche il Ghirendini, e qui, in prigione al quartiere generale ma non avverrà più.

—Quell’uomo non fu ucciso dalla banda; ma dava noia al capo, e di suo ordine, senza che nessuno sapesse niente, lo mandò all’eternità.

—E questo capo è Ruiz, non è vero?

Il prigioniero non rispondeva.

—Su, via, avete principiato bene, andate in fondo, oramai sappiamo già molto, vi assicuro che voi ve la caverete a buon mercato.

—Sì, è Ruiz,—rispose il prigioniero, abbassando la voce in modo che solo ad un passo di distanza si poté udire quel nome.

—Dove sta costui?

—A New York, credo!

—Cosa fa?

—Il signore!

—Dove abita?

Il prigioniero stava per rispondere, quando l’altro prigioniero spalancò con violenza la porta ed entrò nel gabinetto di Byrnes gridando :

—Sono stanco di fare anticamera, se avete bisogno di me, sbrigatevi.

Poi, piano, con fil di voce, con una prestezza meravigliosa disse al suo compagno:

—Se pronunci ancora una parola sarai ammazzato come un cane.

Questa scena avvenne con la rapidità del lampo; Byrnes e Dikens, sorpresi, stettero del tempo prima di far mettere a posto quell’insolente prigioniero, che veniva a disturbare nel momento migliore.

Quando due robusti policemen ebbero trascinati via l’interruttore, Byrnes riprese il suo interrogatorio, ma questa volta senza nessun risultato, il prigioniero era divenuto muto.

Preghiere, minaccie, promesse, tutto fu inutile, dalle labbra strette, serrate del prigioniero non uscì più una sillaba.

Byrnes fece condurre via il prigioniero, e introdurre l’altro; costui rise delle domande di Byrnes, e protestò contro il suo arresto, dicendo a voce alta che se vi era qualche cosa contro di lui, gli dassero dei giudici innanzi ai quali si sarebbe difeso; ma, che non lo tenessero in prigione arbitrariamente, perché ne renderebbero conto.

Quando Byrnes e Dikens, furono soli, si guardarono in faccia contrariati.

—Ebbene Dikens, cosa te ne pare?

—Che abbiamo che fare con una banda delle più pericolose, organizzata in modo tale che i suoi membri, temono morte e vendetta se parlano.

—Eppure quel primo ci ha dato preziose informazioni.

—Che non giovano a nulla, perché già da tempo cerchiamo questo maledetto Ruiz, e non lo troviamo.

—Ma perché non continuò a parlare?

—Perché quando tanto male a proposito entrò nel vostro gabinetto il compagno di William, deve avergli ricordato, a quali terribili rappresaglie si esponeva parlando.

—Dovete aver ragione, quel miserabile mi ha impedito di sapere.

“ Ora però la vostra missione è chiara, precisa, bisogna trovare questo Ruiz, capo di una banda di assassini e di ladri, che fece uccidere Ghirendini...

Byrnes, si fermò improvvisamente, e poi voltosi a Dikens, gli disse:

—Perché fece uccidere Ghirendini?

—Ma, perché gli dava noia.

—Dunque temeva . . . . ma sì, sì Dikens, è così, il silenzio di Vittoria, ma è lui, lui l’autore del delitto di Mulberry, è questo dannato Ruiz.

“ Ora tutto si spiega, la pazzia di Vittoria, il tentativo di strangolamento,la cura che mette Vittoria nel nascondere il nome del suo carnefice. Povera donna, quanti martiri, quante angosce! Questo miserabile. Dikens è d’uopo scovarlo, esso è degno mille volte di morte. Cerchiamolo dovunque, mettiamo in opera tutti i mezzi dei quali disponiamo; ma troviamolo, vivo o morto!

Byrnes, passeggiava a passi concitati per la stanza.Dikens faceva dei segni di minaccia, se quel Ruiz fosse capitato nelle sue mani, guai, guai a lui!

—Sì,—continuava Byrnes, sempre più eccitato,—è una necessità mettere le mani su questo miserabile, che commette continui delitti. Il giudice ha accordato un nuovo processo a quel poveretto che fu condannato innocente, ed io voglio che il giorno del processo, vicino all’innocente vi sia il colpevole.

“Dikens, date ordine alla brigata segreta di trovarsi questa sera alle nove, nella sala delle riunioni, darò loro i miei ordini.

“ Poi tornate da me con Palazzo ho bisogno di parlarvi.

CAPITOLO XIV.

I biglietti falsi.

I lettori non avranno certo dimenticato come Don Arcangelo promettesse a Ruiz di metterlo a parte di una splendida operazione che avrebbe fruttato una somma enorme. Si trattava di una partita di biglietti falsi fabbricati a New York e inviati ad alcuni pezzi grossi di S. Paulo, nel Brasile, i quali non nuovi allo smercio della falsa moneta, aspettavano con ansietà, il carico prezioso, che per solito veniva inviato entro barili pieni di farina di grano.

Don Arcangelo, per quanto dopo il suicidio della figlia sua sembrasse non curare più gran cosa l’interesse, pure non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di fare una buona operazione.

L’ operaio infedele che lavorava nella “ Bank Note Company,” dietro un compenso discreto, passò i quinterni monetati al proprietario della Banca Centrale, che si preparava a farne la spedizione a S. Paulo.

I biglietti erano identici a quelli veri, l’operaio per mezzo di un ingegnoso ritrovato, tirava più fogli di quanto il contatore marcasse, e quel dipiù era appunto venduto a chi non temeva quelle pericolose operazioni.

Don Arcangelo mandò a chiamare Ruizzi, al quale aveva un tempo parlato dell’affare.

Il miserabile, preoccupato più che d’altro della scomparsa di Clara,si fece pregare e ripregare prima di recarsi dal suo complice; ma quando fu in casa di Don Arcangelo e vide quella massa di biglietti di Banca, nuovi fiammanti, che rappresentavano una vera e propria fortuna, fu preso dalle vertigini e si disse pronto a fare tutto, perché la preziosa mercanzia fosse al più presto in rotta per il suo destino.

Ruiz in quella visita che fece al padrone della Banca Centrale, fu colpito dal cambiamento che questi aveva fatto.

Don Arcangelo era irriconoscibile, i suoi occhi parevano di vetro, le sue mani, parevano quelle di un paralitico, la voce stessa aveva preso inflessioni nuove.

Gli affari li trascurava e la Banca Centrale, cominciava a perdere il credito, e non passava giorno che dei clienti prudenti non andassero a ritirare i loro depositi.

La moglie di Don Arcangelo, nel vedere che tutto andava a rotoli, faceva al marito delle scenate terribili; ma le sue grida, le sue imprecazioni, pareva che non arrivassero all’orecchio di Don Arcangelo che non rispondeva una sola parola.

Ora il furfante sperava di regolare i suoi pericolanti affari con i biglietti brasiliani, infatti, appena effettuata la spedizione, avrebbe incassato dei bei dollari veri.

Le persone alle quali venivano spedite erano ricche, oneste e rispettate in S. Paulo, dove nella colonia italiana tenevano il primo posto.

Qualcuno notava è vero,la rapidità con la quale erano giunti alla ricchezza, ma nessuno si azzardava a dire una parola sulla fonte ignota di quella ricchezza insolente.

È in tale modo che i furfanti spadroneggiano, facendo nascere spontaneo nella mente di molti questo dilemma: È meglio nel mondo essere sfruttati o sfruttatori?

Dilemma questo che forma i delinquenti, accresce l’esercito numeroso dei ladri e dei truffatori.

Don Arcangelo e Ruiz stabilirono di spedire al più presto la merce; e a tale uopo fu convenuto che nei locali della Banca Centrale fossero portati dieci barili di farina.

Ruiz,prima di lasciare il degno compagno lo avvisò, che presto l’associazione terrebbe un’importante adunanza, l’ultima che egli avrebbe presieduta.

CAPITOLO XV.

Amiche.

Fanny cominciava a riaversi dal colpo ricevuto, a poco a poco, la piaga andava cicatrizzandosi; le sembrava di avere fatto un cattivissimo sogno. Per Ruiz sentiva un vivo, profondo disprezzo, avrebbe voluto punirlo di sua mano, perché il suo orgoglio si ribellava al solo pensiero che un miserabile di quella fatta, era arrivato a farsi amare.

Nella villa deliziosa di Staten Island, Fanny dimenticava il dramma al quale aveva inconsciamente preso parte, il suo cuore buono e gentile desideroso di amare, si apriva ad un nuovo sentimento, e la ricca e casta fanciulla si affezionava a Clara, alla danzatrice, alla compagna d’esilio.

Mr. Spencher, di quando in quando, andava alla villa, e raccontava come Ruiz lo visitasse ogni giorno e come implorasse di essere ricevuto.

Fanny, al solo sentire pronunziare quel nome, fremeva di sdegno; ma perché era d’uopo rappresentare ancora la commedia, consegnava al padre dei bigliettini da rimettersi a Ruiz, e così concepiti:

—Quando il medico lo permetterà, sarò lieta ricevere coloro che amo.

Altra volta scriveva:

—Pazienza, non perderete nulla aspettando, perché non dimentico nulla.

E Ruiz si contentava di quelle poche righe,perché non essendo innamorato di Fanny, non poneva mente a tale laconismo.

Cominciava la stagione estiva e Staten Island, giorno per giorno, acquistava nuova popolazione; ma la villa Spencher, era un luogo isolato, nascosto fra gli alberi annosi, e non vi giungeva il rumore del mondo chiassoso dei bagnanti.

Clara e Fanny, facevano delle lunghe corse per il parco immenso, oppure accompagnate dal giardiniere e da un servo, montavano nella leggiera imbarcazione, che si cullava in una specie di porto naturale che era in fondo ad uno splendido viale, e andavano al largo, in alto mare.

Stavano fuori delle mezze giornate, facendo colazione a bordo, pescando con la lenza.

Da lungi scorgevano South Beach, formicolante di gente, vedevano le baracche degli stabilimenti Balneari, e di quando in quando, il vento portava loro le note della musica.

Dall’altra parte, più distinto si vedeva il fragoroso elefante diConey Island, la torre di ferro, e le sagome degli edifici a fantasia che adornano quella spiaggia tanto frequentata, e che è baciata dall’Atlantico.

Piroscafi carichi di passaggieri passavano spesso vicinissimo alla piccola imbarcazione, e Clara e Fanny sventolavano i fazzoletti,mandando saluti.

L’aria pura del mare faceva bene, specialmente a Clara, che diveniva ogni giorno sempre più bella, tanto, che Fanny le diceva scherzando:

—Vorrei essere un uomo per sposarvi bella mia.

Clara diveniva di bracia a quel complimento.

Le due fanciulle nella intimità dei loro colloqui non parlavano mai del loro avvenire, pareva che per esse fosse morto.

Clara nulla sperava, per lei la vita non avrebbe avuto le supreme dolcezze concesse alle altre donne, il suo cuore non avrebbe battuto più per alcuno, l’uomo che vi gettò il raggio di luce, che doveva purificarla, lo considerava come un fratello e tale sarebbe sempre stato.

Clara erasi ben guardata dal dire a Fanny che l’uomo amato da lei era Leonardi.

Ma per la figlia di Mr. Spencher doveva essere altra cosa, ricca, bella, pura, non doveva disperare dell’avvenire.

E quando il discorso cadeva su questo avvenivano dei dialoghi del seguente tenore:

—È impossibile, o Clara, che il mio cuore si svegli ancora, esso portò una ferita che l’uccise.

—Mia cara Fanny, alla vostra età, si trova facilmente un medico buono, non solo a curare, ma a far risorgere i morti.

—E chi volete che si occupi di me, non sapete quale scandalo si farà intorno al mio nome; la società americana è severa.

—L’amore non si preoccupa di ciò.

—L’amore? Sì, è vero, l’amore accieca, toglie forza, volontà, è padrone dispotico, inesorabile.

—Fortunatamente il mondo non è abitato da soli malfattori,vi sono giovani onesti, bravi e leali, degni di voi.

—No, no, Clara, non parlarmi di ciò, lasciami vivere nella quiete della mia casa e prega perché l’amore non venga più a turbarmi.

Le due amiche quindi si baciavano e il colloquio era finito, senza pregiudizio però di riprenderlo più tardi.

Spesso Boni veniva alla villa, era triste e preoccupato, una grave sciagura stava per colpirlo, Maria, la povera traviata che egli amava con tutte le sue forze, agonizzava in casa Ferroni.

L’ex-ispettore sentiva smarrirsi la ragione, e da qualche giorno trascurava l’affare Ruiz.

Boni non diceva alle fanciulle la causa del suo dolore; ma Clara indovinava e ne era addoloratissima.

CAPITOLO XVI.

La morte.

Nulla era bastato a salvare Maria, le cure più affettuose, i medici più bravi. L’amore e la scienza avevano lottato a corpo a corpo col male, ma questo trionfò.

Gli ultimi momenti della poverina si avvicinavano, al suo letto stanno Boni, i coniugi Ferroni, Leonardi, e la madre sua.

Boni come inebetito trattiene a stento i singhiozzi.

Dalla finestra aperta entrano gli ultimi raggi del sole al tramonto, sono pallidi raggi che mettono delle striscie rosate sulla candida coltre del letto, dove Maria sta per rendere l’ultimo sospiro.

La moribonda ha un dolce sorriso che le erra sulle labbra smorte, i suoi occhi ancora brillanti si posano con affetto infinito su Boni.

A poco a poco, il sole scompare, e la camera è immersa nell’ombra.

Nessuno pensa ad accendere il lume, in quella semi-oscurità, il volto della morente spicca netto e preciso sul bianco guanciale, sembra che una luce misteriosa lo illumini.

Ad un tratto Maria parla, la sua voce prima fioca e poi tremante, diviene poi chiara e forte.

—Domando perdono,—dice la poveretta,—a quanti offesi.

“ Spero che la mia triste vita di un tempo non mi sarà ricordata nel mondo di là.

“ Nel momento di morire è inutile d’infingersi, e del resto non vorrei lasciare questa terra senza dirlo, la parola che mi fa morire.

“ Sì, io muoio perché amo, e non sono degna dell’uomo onesto, che pure mi ama, mi adora.

“ Vivere con lui al suo fianco, che delizioso, dolcissimo sogno; ma il mio passato è là, a ricordarmi che una prostituta dei lupanari di Mulberry non può, non deve divenire la moglie di un uomo onesto.

“ Mio benefattore, mio salvatore, vi amo e muoio.”

Boni, pallido come un morto, si sentiva morire, un dolore atroce gli straziava il cuore, dalla gola secca non gli usciva una sola parola. Leonardi corre a lui, Boni gli strinse con forza le mani.

Maria respirava ancora, sentiva le labbra di Boni posate sulla sua fronte, già impestata dal sudore della morte e pregustava le gioie del paradiso.

Ad un tratto la sventurata si alzò sul letto stese le braccia e gridò:

—Boni . . . . Ferroni . . . . amici, perdonatemi . . . . Boni, anima mia . . . . muoio.

E ricadde sul letto.

Maria era morta!

Boni gettò un grido terribile e si abbandonò su quel corpo, dove era spento per sempre l’alito della vita........................... .........................

La notte era calata, eppure nel buio della camera, si vedeva il volto angelico di Maria, dolcemente sorridente.

Povera martire!

CAPITOLO XVII.

L’ angelo.

Uno splendido fiocco di raso bianco con nappe e cordoni ricchissimi, sta alla porta di casa Ferroni.

Quel segnale indica che quella casa fu visitata dalla morte che rapì da essa un fiore d’ innocenza e di virtù.

Il simbolo del candore, è per Maria; qualcuno troverà strano che all’ antica abitatrice dei postriboli immondi di Mulberry, di quei postriboli che a dispetto di tutti gli onesti contaminano il quartiere italiano, fosse accordato dopo morta il simbolo verginale.

Boni, Ferroni e la sua buona angelica moglie così avevano deciso,perché sapevano che se il corpo della povera morta fu contaminato, l’anima era rimasta pura.

Del resto Maria erasi purificata, per il suo amore moriva, il primo palpito del suo cuore l’aveva uccisa.

I giornali ignoravano del tutto le tristi vicende della morta, ma ricordavano il suo eroismo, la ferita riportata la notte del furto di casa Ferroni, e scrissero lunghi articoli di rimpianto, e in pari tempo non risparmiavano le frecciate alla polizia che sul misterioso furto non aveva ancora fatta la luce.

Ferroni, amato da tutta la Colonia italiana,ebbe in quella dolorosa circostanza prove di simpatia che lo commossero vivamente.

La sua casa fu visitata da una quantità di gente, e tutti uscivano estremamente commossi dalla camera dove era esposta la salma di Maria.

Una sola voce si udiva, questa : Sembra un angelo!

Ed era vero. La morte aveva posto nei lineamenti di Maria quella dolcezza arcana che i pittori celebri pongono sul volto dei cherubini, degli angeli, dei santi.

La morte, togliendo ogni spasimo al volto bellissimo, faceva apparire Maria bella come non la fu mai.

La signora Ferroni con le lacrime agli occhi ripeteva continuamente:—Maria è già in Cielo e ci sorride.

In questo “ fin de siecle ” sembrerà inverosimile tanto sentimentalismo, tanta poesia, tanta sete di riabilitare le perdute, ma chi conosce casa Ferroni, comprende benissimo che anime tanto elette sono nate e fatte per la nobile e santa missione di sorreggere i deboli, stendere la destra ai caduti.

La salma di Maria era completamente ricoperta di fiori. Boni per mezzo di Ferroni, aveva provveduto a quel letto profumato dove riposava la diletta del suo cuore.

L’ex-ispettore dopo la morte di Maria restò come inebetito, ma a poco a poco si riebbe, al suo dolore vivissimo subentrò il desiderio di vendicare la povera morta, e fece giuro che in breve tempo il capo di coloro che colpirono Maria pagherebbe il fio delle sue colpe.

I funerali “ dell’angelo, ” così veniva oramai chiamata Maria, furono modesti quanto mai; il carro ricchissimo con i bianchi pennacchi, era seguito da due sole carrozze, in una stavano Ferroni e sua moglie, nell’altra Leonardi e l’avvocato difensore di Righetti.

Boni per paura di essere riconosciuto da Ruiz, non prese parte al trasporto funebre.

Il triste corteo attraversò i quartieri italiani, in mezzo alle più vive manifestazioni di rispetto, la folla si scopriva riverente.

Per desiderio di Ferroni si passò anche da Mulberry, e gl’italiani che oramai conoscevano l’eroismo della protetta della famiglia Ferroni,mostrarono col loro contegno di partecipare al lutto di chi in ogni tempo e circostanza era pronto a beneficarli.

Così, colei che un tempo era stata incarnazione involontaria del triste demone della prostituzione che alligna in Mulberry, passava da quella stessa via coll’aureola che circonda la fronte degli angeli.

Boni e Ferroni avevano fatto quel miracolo,che potrebbe rinnovarsi ogni giorno, se Boni e Ferroni disgraziatamente non fossero più unici che rari.

CAPITOLO XVIII.

La Festa di S. Rocco a Mulberry.

Due giorni dopo i funerali di Maria, Mulberry era in festa; dalle finestre delle case italiane pendevano arazzi e bandiere, dei palloncini tricolori, delle lumiere di lampadini erano appese dovunque,sembrava di essere in uno dei quartieri caratteristici di Napoli,dove le feste religiose conservano ancora le antiche usanze.

Nella via era la folla allegra e rumorosa, le donne, e fra queste non poche giovani e bellissime, indossavano i loro abiti da festa e portavano la nota gaia dei chiassosi colori in mezzo agli abiti scuri degli uomini, alle divise delle società militari.

Si festeggiava S. Rocco e gl’italiani di Mulberry volevano fare le cose a dovere.

Verso le undici si udì lo squillare delle trombe e in lontananza apparvero le bandiere e gli stendardi.

La folla si accalcò sui marciapiedi, per godere della parata fatta in onore di S. Rocco.

Il corteo lunghissimo era preceduto da uno squadrone di “policemen,” poi veniva la banda Conterno, e subito dopo lo stendardo nel quale era dipinto ad olio S. Rocco, le sue piaghe e il suo cane; due bandiere, una italiana e l’altra americana, stavano ai due lati dello stendardo, mettendo così il santo sotto una duplice protezione.

Seguivano i membri della Società S. Rocco in abito bleu, con bottoni e galloni d’oro, fieri, orgogliosi, come se tutto il mondo fosse loro.

All’occhiello dell’abito di parata portavano fiori, nastri e coccarde.

Dopo un’altro corpo musicale, sfilava una società militare, portante la divisa dei soldati del genio, con i tre colori spiegati al vento, poi veniva un colossale stendardo di S. Rocco piagato più che mai, e quindi le congregazioni del Carmine, della Madonna Addolorata e di altri santi, come S. Cono, S. Antonio, ecc.

La parata poteva dirsi magnifica e tale da far colpo in questi paesi, dove le processioni di ogni razza e forma, sono all’ordine del giorno.

Le bande suonavano, la folla ammirava e applaudiva, le finestre, la via, i marciapiedi, erano gremiti.

Ad un tratto, al disopra, delle musiche, degli applausi, risuonò un grido tremendo, selvaggio.

La folla atterrita si mosse, ondeggiò come mare in burrasca, le musiche tacquero.

Il grido si ripeté più selvaggio, più terribile, e si udirono distintamente queste parole:

—Non vi sono santi, non vi è Dio, vi è solo l’oro, il denaro.

Chi disturbava quella solennità, era Don Arcangelo il proprietario della Banca Centrale, che dalla sua finestra, inviava quella bestemmia come saluto alla folla.

Scarmigliato, con i capelli ritti sul capo, con gli occhi fuori dell’orbita, Don Arcangelo appariva fra le cornici della finestra come una furia infernale.

La gente se lo insegnava a dito, e rumoreggiava sordamente.

—No, no,—continuava Don Arcangelo,—l’oro solo è Dio, è santo e potente, ed io ne darò dell’oro al santo di oggi, tanto che non abbisogni più di nulla.

La folla mormorava:—è pazzo, è pazzo.

Don Arcangelo scomparso per un momento, era ritornato alla finestra e sciolti i quinterni dei biglietti brasiliani che teneva fra le mani, li lanciava nella via.

I verdi biglietti turbinarono nell’aria come le foglie di un albero scosso dalla bufera, e quindi caddero sulla folla, sempre più stupefatta.

Don Arcangelo su dall’alto rideva, imprecava, smaniava come un dannato.

Quando nella via si accorsero,che quanto gettava dalla finestra il padrone della Banca Centrale era carta monetata, successe un parapiglia, tutti si gettavano sopra i preziosi biglietti, se li strappavano di mano, le musiche non suonavano più, le bandiere, gli stendardi ondeggiavano fra quella folla tumultuante, presa dal desiderio ardente di avere la sua parte delle ricchezze gettate da Don Arcangelo.

I policemen impotenti a trattenere quella furia di popolo,corsero a dare l’allarme e ben presto dal quartiere generale giunse un buon rinforzo.

Allora volarono le randellate, e la confusione aumentò.

Non tutti erano disposti a farsi bastonare, molti si ribellarono e la cosa prese proporzioni serie.

Dalle finestre le donne gridavano, raccomandavano la calma, altre piangevano avendo il fratello, lo sposo,il padre in mezzo a quel tumulto che stava per divenire rivoluzione.

Finalmente, per l’intromissione di persone influenti,la calma cominciò a poco a poco, a ristabilirsi, la dispersa colonna della parata accennò a riunirsi di nuovo, pochi musicanti intuonarono l’inno di Garibaldi, si rividero le bandiere e gli stendardi. S. Rocco lucido di vernice, rimostrò le sue piaghe, e il temporale cessò come per incanto.

Don Arcangelo seguitava le sue scandescenze, e imprecava col pugno rivolto verso la folla, che lo guardava ora con un sentimento di viva commiserazione.

Byrnes, Dikens e Palazzo, al primo allarme erano corsi in Mulberry, l’ispettore poté impadronirsi di uno dei biglietti brasiliani, e non è a dire la sua sorpresa quando constatò che quei biglietti mancavano delle firme necessarie per essere validi.

Come mai il padrone della Banca Centrale possedeva di quella mercanzia così sospetta?

Byrnes fece sforzi inauditi per poter giungere alla casa di Don Arcangelo; ma non vi riuscì che quando il tumulto fu cessato. Allora, seguito dai suoi compagni salì negli appartamenti di Don Arcangelo; attraversarono alcune stanze deserte e giunsero nel “ parlor ” dove stava il padrone di casa, questi visto da presso appariva spaventevole, gli occhi, pareva gli schizzassero fuori della testa, la bocca aveva ricoperta di schiuma, e dalla gola gli uscivano dei rantoli dolorosi.

Sul pavimento della stanza erano a profusione biglietti brasiliani.

Byrnes guardò lungamente quello sciagurato poi disse:

—È pazzo, e nella sua pazzia ha svelato il vero essere suo. Quest’uomo rispettato tanto dai suoi connazionali, non è che uno spenditore di moneta falsa.

Don Arcangelo pareva non accorgersi delle persone che aveva vicino a lui e continuava a mostrare il pugno alla folla.

—Togliete quell’ uomo dalla finestra,—disse Byrnes a Palazzo.

Questi si avvicinò a Don Arcangelo, e gli pose una mano sulla spalla. Il pazzo dette un lancio e per poco non si precipitava giù dalla finestra. Le robuste braccia di Palazzo lo trattennero.

Don Arcangelo oppose una fiera resistenza, Byrnes e Dikens, dovettero aiutare Palazzo a trascinare via dalla finestra il miserabile che gridava e imprecava con violenza inaudita.

Finalmente Don Arcangelo fu vinto e cadde spossato sopra una poltrona.

—Correte Dikens a chiamare l’ambulanza.

Dikens corse ad eseguire l’ordine.

Intanto la parata di S. Rocco sfilava nella via, si udivano le marcie allegre suonate dalle musiche.

Byrnes cominciò a fare una perquisizione nella casa di Don Arcangelo, ma non trovò che una gran quantità di biglietti brasiliani.

Nel momento che si udì i rintocchi affrettati della campana dell’ambulanza, di ritorno dall’assistere ad un parto rientrava in casa la moglie di Don Arcangelo.

—Chi siete?—le domandò bruscamente Byrnes.

—La padrona di casa,—rispose seccamente la donna.

—Va bene; vostro marito è pazzo, ha fatto testé una terribile scenata, alla finestra da dove ha fatto cadere sulla folla una vera pioggia di biglietti di banca..... falsi. Esso è mio prigioniero e voi pure signora, io sono il capo della polizia.

La levatrice restò atterrita, confusa, mezza morta dalla paura. Ella, convien riconoscerlo, non sapeva nulla dei loschi affari di suo marito, e ignorava affatto la storia dei biglietti falsi.

L’ambulanza era giù alla porta e bisognava trasportarci Don Arcangelo; questi non oppose la minima resistenza, obbedì come un ragazzo.

Innanzi alla porta del banchiere eravi folla di curiosi, che circondavano l’ambulanza nella quale fu fatta salire anche la moglie del pazzo.

Ambidue vennero condotti al quartiere generale di polizia.

Dai giornali della sera appresero in Mulberry come i biglietti gettati da Don Arcangelo fossero falsi, e come si fosse scoperto che lo stimato banchiere altro non era che un matricolato birbante, e in Mulberry tutta luccicante di lumi, per la festa di S. Rocco, si parlò in quella notte di Don Arcangelo, mettendo sulle spalle dello sciagurato i più mostruosi delitti.

Ruiz ricevé un’ altro colpo udendo la triste fine del suo complice e cominciò seriamente a pensare di battere il tacco.

CAPITOLO XIX.

I documenti.

Boni,calmato alquanto il dolore atroce procuratogli dalla morte di Maria, decise di finirla con Ruiz, oramai aveva aspettato anche troppo.

Però l’ex-ispettore non era molto contento, aveva informato il governo italiano della sua scoperta, e domandato i documenti e l’appoggio per avere l’estradizione di Ruiz, ma il governo non si era degnato di rispondere.

E la mattina che ritroviamo nel suo gabinetto Boni, questi sta pensando al modo migliore per impadronirsi di Ruiz e condurlo in Italia, anche senza la partecipazione del governo.

Boni voleva una rivincita, lo avevano accusato, specialmente la stampa, di essere inetto, incapace, di non vedere più in là della punta del suo naso, e voleva dimostrare l’ingiustizia di quelle accuse, voleva provare che il suo odorato era fino, e che solo circostanze eccezionali avevano reso possibile che il delitto di Posilipo restasse impunito.

Ecco perché non voleva consegnare Ruiz alla polizia americana, esso apparteneva a quella italiana per diritto di precedenza, ma se il miserabile fosse caduto negli artigli di Byrnes, certo questi non se lo sarebbe lasciato sfuggire.

Le meditazioni dell’ex-ispettore furono interrotte dall’entrata di un suo nipotino che portava la posta.

Un plico grande con lo stemma reale attrasse subito l’attenzione di Boni, che si affrettò a rompere la busta. Vi erano dentro due lettere del ministro dell’ interno, due documenti, prova della miserabile gretteria del governo italiano.

Una delle lettere diceva in stile burocratico, che il ministro riconosceva l’abilità dell’ex-ispettore che veniva vivamente complimentato.

L’altra spiegava, come le estradizioni costassero molto, e che per ciò sarebbe stato meglio che il Ruiz venisse consegnato alla polizia americana alla quale aveva da pagare conti terribili; la lettera chiudeva così : Se poi ella può trovare i mezzi per condurre Ruiz in Italia senza aggravare l’erario, il governo farà in modo che appena toccato il suolo italiano, il delinquente sarà ricevuto dalle autorità di pubblica sicurezza.

“ Raccomando per tanto la massima segretezza, quella segretezza che è dote della polizia alla quale ella appartiene di nuovo col grado e titolo di Questore, nomina della quale le rimetto il decreto. ”

Boni non fu sorpreso; da quei documenti sapeva da lungo tempo che per ragioni di economia si lasciano liberi e tranquilli all’estero molti pericolosi malfattori.

La sua nomina a Questore non gli fece nessun piacere, egli oramai aveva deciso di restare in America, dove aveva una tomba cara da ricoprire di fiori freschi.

Ruiz lo avrebbe portato in Italia senza l’aiuto del governo, egli sapeva qual parola dire per costringere il birbante a seguirlo di buona volontà.

Però per potere completamente riuscire, aveva bisogno che la polizia di New York lo spalleggiasse, e per avere questo appoggio,Boni aveva pensato a Mr. Spencher; il ricco commerciante era influentissimo, e una sua parola bastava per fare accordare mille favori.

Boni si vestì in fretta, e quindi si recò alla palazzina di Washington Square. Mr. Spencher non era ancora uscito di casa, e ricevé l’amico con gran gioia.

—Mr. Spencher, ho bisogno di un gran favore,—cominciò Boni.

—Benissimo amico mio, mi renderete felicissimo se potrò fare qualche cosa per voi.

—Fa d’uopo che io sia caldamente raccomandato al capo della polizia.

—A Mr. Byrnes? Nulla di più facile, esso è mio amico; e se volete andremo subito a trovarlo.

—Non domando di meglio.

Un quarto d’ora dopo questo colloquio, Mr. Spencher e Boni, entravano nel gabinetto di Byrnes, ricevuti con la più schietta cordialità.

—Caro Byrnes,—disse Mr. Spencher,—vi presento l’amico mio Cav. Boni.

—Lo conosco, c’incontrammo al manicomio, il giorno nel quale la povera Vittoria Ruiz riacquistò la ragione.

—È vero, ricordo la vostra benevolenza a mio riguardo in quel giorno.

—Dunque se siete amici non vi è più bisogno della mia parola,—disse Mr. Spencher,—ciò non per tanto voglio dirvi, o Byrnes, che il signore è mio amico, lo amo, lo stimo e ve lo raccomando.

—Farò per il vostro amico tutto quello che potrò, felice di far piacere a voi e a lui.

—Benissimo, ora me ne vado sicuro, che v’intenderete subito.

Byrnes e Boni restarono soli.

CAPITOLO XX.

Dove sarà?

Ruiz vedeva a poco a poco, crollare il meraviglioso edificio da lui eretto a forza di delitti, ma non dava una grande importanza a questo cambiamento di fortuna, perché il suo pensiero era rivolto a Clara per ogni dove.

Egli faceva violenti scenate anche a Bernabei, ogni qualvolta veniva a ripetergli il solito ritornello.

—Non ho trovato nulla, nulla, neppure l’ombra di quella biricchina di Clara.

Alle smanie di Ruiz, Bernabei rideva sotto i baffi, ne godeva un mondo nel vedere le torture del bel Ruiz, dell’uomo che si godeva i favori della bella creatura che lui manteneva.

Ruiz provava anche il pungolo della gelosia, egli s’immaginava Clara in braccio ad un rivale fortunato, e quel pensiero, gli dava torture senza nome.

Tutto completamente dedicato alla ricerca di Clara, poco o nulla si curava di Fanny, e se si recava alla palazzina di Washington Square a domandare notizie della fidanzata, era perché gli premeva di saldare un legame che doveva portarlo alla ricchezza, e assicurargli l’impunità.

Le carezze di Eugenia non calmavano per nulla l’ardore amoroso di Ruiz per Clara, e anche nei momenti di grande espansione, quando Eugenia seducente e bella, ebbra d’amore, si dava interamente a lui, egli pensava a Clara e si domandava:

—Dove sarà?

Eugenia vedeva bene che il suo amante non gli apparteneva; ma non si doleva per ciò, a lei bastavano le soddisfazioni dei sensi, e a questo Ruiz, provvedeva largamente.

Bernabei soffriva come un dannato di quella relazione e anelava il momento che la sua vendetta si compiesse.

Quando l’idolo sarebbe stato precipitato dal suo piedestallo, quando il bel Ruiz gemerebbe in fondo di una prigione, e l’abito elegante del damerino avrebbe cambiato con quello del forzato, allora Bernabei avrebbe gridato alla sua druda:—quella è opera mia, quella è la mia vendetta!

E ci sarebbe riuscito, perché aveva intera, piena fiducia nell’ex-ispettore di Napoli.

CAPITOLO XXI.

Il nuovo processo.

Righetti non era più riconoscibile, la dimostrazione popolare alla quale fu fatto segno, avevano rialzato il suo morale; il sapere Vittoria salva era pure un’altra consolazione e poi anche i pranzi di Nannetti giovavano al prigioniero.

Ogni giorno Righetti riceveva delle visite; Leonardi, Ferroni, il suo difensore, restavano delle ore nel parlatorio delle Tombs.

Alla domenica le fanciulle che vanno al carcere per le funzioni sacre, portavano fiori “ all’ innocente,” così tutti chiamavano oramai l’italiano.

I guardiani del carcere avevano per Righetti tutti i riguardi; certo se l’avvocato difensore avesse domandato la libertà provvisoria per il prigioniero sarebbe stata accordata, ma Boni si opponeva a ciò;—oramai—diceva,—giorno più o meno non è nulla, ma voglio che Righetti sorta dal carcere assolto.

Il giudice della Corte, che senza discussione aveva accordato il nuovo processo, ebbe dei lunghi colloqui con Byrnes, il quale pregò di aspettare a chiamare la causa fino a quando la polizia non avesse terminato le sue indagini.

La lettera che ricevé il giudice il giorno dell’ udienza memorabile nella quale Righetti si ebbe onori da vincitore, era di Mr. Spencher il quale domandava un colloquio al giudice per gravi rivelazioni.

Il magistrato e Spencher erano amici, compagni di scuola, appartenevano allo stesso Club, al medesimo partito politico e per dipiù si amavano come fratelli.

Mr. Spencher dette la sua parola d’onore al giudice che Righetti era innocente, assolutamente innocente,del delitto per il quale fu condannato, assicurò che presto il vero colpevole sarebbe caduto nelle mani della giustizia. Pregò perché il giudice accordasse un nuovo processo affinché l’errore giudiziario fosse riparato.

Il giudice non poteva dubitare della parola di Mr. Spencher, poi anche a lui erano note le voci che correvano, e anche lui credeva all’innocenza di Righetti, così fu ben lieto di potere accordare quanto veniva domandato.

Ruiz non si curava né punto né poco di quel processo, che doveva essere per lui una continua minaccia, aveva un gran disprezzo per la giustizia, la quale, a suo dire, non condannava che i gonzi.

Il mistero di Mulberry, pensava, che restasse sempre impenetrabile; l’unico che poteva diradare le tenebre era Boni, ma quel pericoloso poliziotto faceva il suo mestiere nel fondo del mare e non poteva venire a disturbare gli abitanti della terra.

CAPITOLO XXII.

Il contratto.

Quando Byrnes e Boni furono soli si guardarono per un poco in silenzio.

Fu Byrnes che parlò per primo dicendo:

—Mi sembrate del mestiere.

—Ammiro la vostra perspicacia, infatti sono del mestiere.

—Allora diamoci una forte stretta di mano, collega. E in cosa posso servirvi?

—Ecco, il servizio è reciproco, voi aiutate me, io aiuto voi.

—Benissimo.

—Leggo i giornali e so che guerra vi si fa.

—Lasciateli dire, dopo tutto, ora non hanno tanto torto. Vero è che quei signori dimenticano troppo facilmente, che se qualche volta la polizia è impotente a scoprire delitti e delinquenti, spesso compie valorosamente il suo mestiere.

—È vero; ma i giornalisti vivono alla giornata e giudicano gli avvenimenti con l’impressione del momento.

—Siete italiano?

—Sì.

—Cavaliere?

—Dello stesso ordine che voi rifiutaste.

—Cosa volete, fui grato al Re d’Italia di quella onorificenza; ma non credetti ben fatto accettare una decorazione, non essendo ciò negli usi americani.

—Non vi biasimo, ognuno ha le sue idee.

—Vorrete dirmi lo scopo della vostra gradita visita?

—Subito. Io vi porto la parola che spiega l’enimma del delitto di Mulberry, per il quale venne condannato un’innocente.

Byrnes fece un salto sulla sua poltrona, poi con voce soffocata dall’emozione disse:

—Voi... voi, toglierete il velo impenetrabile che copre quel malaugurato delitto?

—Sì.

—Parlate, parlate, collega, ve ne scongiuro!

—Prima di parlare voglio una promessa solenne, questa promessa vincola l’uomo, vincola il capo della polizia.

—Ditemi di cosa si tratta ed io vi dirò francamente se posso promettere.

—L’uomo che ha commesso il delitto di Mulberry, e molti altri ancora, appartiene alla giustizia italiana, ora io desidero che il capo della polizia di New York mi prometta di lasciare al mio governo la punizione del colpevole. Io in compenso dirò alla polizia il nome del colpevole invano ricercato, svelerò dove si adunano i più pericolosi malfattori della città, darò nelle mani vostre gli autori del furto commesso in casa Ferroni, e la polizia riporterà una vittoria clamorosa!

Byrnes s’immerse in una lunga meditazione, e Boni rispettò quel silenzio che durò dieci minuti buoni.

Finalmente Byrnes disse :

—Ho riflettuto alla vostra proposta, per quanto mi costi a togliere alla giustizia americana un delinquente come l’autore del delitto di Mulberry, pure credo mio dovere il promettervi, che esso vi apparterrà, ed ora che avete la mia parola di cittadino e di pubblico ufficiale, parlate.

Boni, con chiarezza ammirabile, nulla tralasciava, non dimenticando nessun particolare, raccontò l’odissea di delitti ai quali Ruiz aveva legato il suo nome, ai quali il miserabile aveva partecipato.

Byrnes ascoltava esterrefatto, neppure lui avrebbe immaginato che vivessero esseri tanto malvagi come quel Ruiz, che si faceva come un giuoco dei più orribili misfatti.

E lui il poliziotto dall’occhio di lince, il bravo dall’odorato fino, permetteva, che impunemente si commettessero tanti delitti! Ma dove era la sua bravura, quali i suoi meriti?

Byrnes si sentiva piccolo, piccolo, innanzi a quel poliziotto italiano, che da solo, senza i mezzi potenti dei quali dispone la polizia, aveva saputo trovare e scoprire ciò che lui non sospettava neppure.

Quando Boni ebbe terminato il suo lungo racconto, Byrnes gli stese la mano e disse:

—Vi ringrazio a nome del popolo di New York, voi ci avete portato la luce.

—Sta a voi approfittarne, in quanto a Ruiz ci penserò io, non dubitate non mi sfuggirà.

—Ruiz,quel miserabile è una vera disgrazia che debba sfuggire alla giustizia americana, egli ha meritato mille volte la morte, e voi in Italia l’avete abolita.

—Credete voi che la galera in vita sia cosa più dolce della morte?

—No ; ma, eppure ho visto molti condannati a morte quasi impazzire dalla gioia nell’apprendere che scampavano alla forca, per andare in galera.

—La morte è una barbarie e un popolo civile come l’americano dovrebbe abolirla.

“ Poi, non pensate voi che la giustizia umana può errare? E quando avete ucciso come farete a rendere la vita ad un’innocente?

“ Ammettete, per un momento che Righetti fosse stato condannato a morte e ucciso, quale rimorso era per chi lo fece condannare innocente! No, no, lasciateci il vanto a noi italiani di avere compreso come la civiltà sia più forte e potente del carnefice, e lasciate che auguri all’America di seguire presto i legislatori del mio paese, che tolsero dal codice un’articolo selvaggio e sanguinario!

Byrnes guardava sorpreso Boni, abituato a vedere italiani gotici, sudici, brutali, era per lui una meraviglia quell’italiano, che parlava a perfezione l’inglese e svolgeva concetti splendidi, pieno di fede e di entusiasmo.

—Dunque,—riprese Byrnes,—resta inteso che Ruiz è vostro; ma desidero che sia sorvegliato.

—State attento che non si accorga di nulla, perché potrebbe fuggire.

—Non dubitate, al menomo allarme lo farò arrestare tenendolo a vostra disposizione.

“ E quando faremo la retata dei ladri e assassini che hanno il loro covo alla Banca Centrale?

—Vi avviserò.

—A proposito, sapete che Don Arcangelo è pazzo?

—Lo lessi sopra i giornali.

—È pazzo furioso, e i medici dicono che non avrà lunga vita. Meglio per lui. Eccone un’altro che aveva saputo usurpare stima e fiducia. In apparenza pareva il re dei galantuomini, in sostanza era uno dei più matricolati furfanti.

—Ispettore, sapete bene, che certa gente è la più pericolosa. Don Arcangelo, essere malvagio e cattivo, aveva un solo sentimento buono, l’affetto che portava alla figlia, per arricchire lei, certo si è fatto ladro e falsario. Morta la figlia, il dolore fu così acuto, che ne perse la ragione, compiangiamo quello sciagurato.

—Voi diceste, cavaliere, che i ladri si adunano alla Banca Centrale? Come va che non trovammo traccia alcuna di locali adatti a riunione?

—Non trovaste una cantina?

—No.

—Allora cercaste male; meglio così del resto, altrimenti i ladri sceglierebbero un altro posto per le loro riunioni.

—Ditemi, e Righetti deve ancora restare in carcere?

—Lasciate fare, noi, suoi amici, abbiamo bisogno di toglierlo dal carcere completamente riabilitato, sono io che mi oppongo anche alla domanda della libertà provvisoria, fra pochi giorni in pubblica udienza i cittadini giurati proclameranno la sua innocenza.

—Avete ragione. Di un’altra cosa mi duole, ed è che Fanny la figlia gentile di Mr. Spencher abbia amato quel furfante, e che il suo nome debba fatalmente essere mescolato in questo terribile dramma.

—Faremo di tutto perché il nome della bella fanciulla sia pronunziato il meno possibile.

—Inutile che vi dica, cavaliere, che il mio ufficio è completamente a vostra disposizione.

—Verrò a trovarvi spesso.

—E Vittoria Ruiz come sta?

—Da pochi giorni lasciò il manicomio e abita la casa del mio amico Ferroni.

—Ecco uno che fa onore al suo paese, se il dieci per cento degli stranieri fosse come Ferroni, l’America sarebbe un paradiso.

—Disgraziatamente uno in mille e quando ci è.

Boni ciò dicendo si alzò, Byrnes lo accompagnò fino alla porta di strada e gli strinse con effusione la destra.

CAPITOLO XXIII.

Raggio di sole.

Righetti, nella sua cella, passava le lunghe ore di prigionia studiando la lingua inglese; Frugone gli aveva, con una dedica affettuosa, spedito il suo Nuovo Libro ed il suo Segretario italiano-inglese e il prigioniero a poco a poco, imparava a parlare, e in quello studio appassionato, il tempo gli sembrava meno lungo.

Un uomo in abiti a righe è sdraiato su un letto mentre legge un libro con titolo visibile; sulla parete è appesa una croce e accanto c'è una sedia vuota.

Righetti, nella sua cella, passava le lunghe ore di prigionia studiando la lingua inglese;

Il cancello della cella si aprì, Righetti si alzò dal letto e posò il libro. Il guardiano, un bel vecchio dalla faccia piena di bontà, gli disse:

—Su, andiamo ragazzo mio, vi si aspetta nel parlatorio.

—Vi seguo,—rispose con gentilezza squisita Righetti.

—Allegro, allegro, presto finirà questa vita, tutto il popolo è per voi e vi vuole libero.

—Grazie della vostra bontà.

Una lacrima tremolò nel ciglio del vecchio guardiano; coloro che scrissero della inflessibilità dei carcerieri, vedendo e parlando col capo guardiano, delle Tombs, si persuaderebbero che anche fra quei custodi birbanti, vi sono dei cuori nobili e generosi.

Righetti attraversò i lunghi corridoi del carcere, passò i tre cancelli di ferro e si trovò nel parlatorio.

Colà lo attendevano due signore, una di queste aveva la faccia coperta da un fitto velo, l’altra sorridendo gli stese la mano dicendogli:

—Sono la moglie del vostro amico Ferroni.

—Ah! signora,quanta bontà,—mormorò Righetti estremamente commosso.

—Questa è..... una mia amica che ha voluto vedervi.

Righetti s’inchinò e disse :

—Chiunque voi siate, o signora, vi ringrazio per avere pensato al povero prigioniero.

La donna chinò il capo e pianse.

—Perché piangete?

La sconosciuta non rispose; ma si tolse il velo.

Righetti gettò un grido di gioia e cadde in ginocchio.

Quella donna era Vittoria!

La poveretta, pallida come la morte,rialzò il giovane e con la sua voce dolce disse:

—Io dovrei essere ai vostri piedi, io, che con una parola potevo salvarvi, e quella parola non la dissi. . . . .

—Signora, l’essere venuta qui,vi assolve da ogni colpa che commetteste.Io so perché, povera martire,non diceste la parola che doveva salvarmi,so chi attentò al vostro onore, chi per poco non vi tolse la vita. So che non potevate dire il nome del miserabile!

Vittoria stese la destra a Righetti e lo guardò lungamente.

Una dolcezza infinita invadeva il cuore della poveretta mirando la faccia leale di Righetti.

La signora Ferroni erasi prudentemente ritirata in un angolo e guardava con un’attenzione straordinaria..... un quadro di Washington.

Ma Vittoria e il prigioniero non avevano nulla a dirsi con le labbra, i loro occhi parlavano e svelavano il segreto dei loro cuori.

A Righetti quel parlatorio nudo con le pareti verniciate di giallo, pareva una reggia, e provava gioia intensa, che gli davano le vertigini.

Vittoria dopo tanto tempo, provava un benessere, che le faceva dimenticare i dolori passati, le incertezze dell’avvenire.

La signora Ferroni, vedendo quel muto colloquio cessò di guardare Washington, e rivolse mille domande a Righetti, che rispondeva sorridendo felice di potere assicurare che oramai non soffriva più, che le Tombs erano piene di luce e di vita per lui.

—Presto ci vedremo a casa mia,—disse la Ferroni nel momento di congedarsi dal prigioniero.

—Speriamolo,—rispose Righetti.

—Non è speranza, è certezza.

—Io non sarò tranquilla che il giorno nel quale sarete libero,—mormorò Vittoria.

—Ed io non dimenticherò mai, o signora, che avete portato al povero prigioniero un raggio di sole che lo riscalda, gli dà forza, speranza e coraggio.

Le due donne fecero un ultimo saluto.

Righetti le seguì con lo sguardo raggiante di felicità, e poi si diresse verso la sua cella.

Colà giunto non studiò più; il Nuovo Libro di Frugone fu dimenticato; Righetti sognava Vittoria, bella seducente, amata, amante, e un brivido di voluttà gli scuoteva il corpo.

CAPITOLO XXIV.

Idolo caduto.

Quando in Mulberry si ebbe la certezza che Don Arcangelo non era che un falsario, uno spenditore di moneta falsa, si levò alto un grido di riprovazione; coloro che un tempo avevano strisciato ai piedi del potente banchiere, erano i più accaniti a imprecare contro di lui.

Di Don Arcangelo si parlava dovunque, i depositanti erano corsi a ritirare il loro denaro, ma le autorità che avevano fatto una verifica alla cassa, constatarono, che il denaro dei depositanti non esisteva più. Le proprietà del quale il proprietario della Banca Centrale faceva tanto vanto, erano state comprate pagando una piccola somma anticipata, e il resto gravava come ipoteca sopra gli stabili.

È questo un sistema non adoperato soltanto da Don Arcangelo; molti fanno a quel modo e danno vittoriosamente la polvere negli occhi ai gonzi, che prendono per oro ciò che in realtà non è che orpello.

La caduta di Don Arcangelo, aveva prodotto un gran panico, e le molteplici banche e bancherelle di Mulberry erano assediate dai depositanti, molte di queste fecero onore ai loro impegni,altre dovettero dichiarare la loro impotenza e a torto o ragione, i proprietari di esse furono marcati dalla folla irritata col titolo di ladri.

Caso strano, mentre dovunque eravi folla, alla banca Ferroni furono ben pochi quelli che si presentarono a ritirare i loro denari, tanto era la stima che godeva il benefico banchiere.

I giornali americani, secondo il solito, non mancarono di cogliere questa occasione per dire e gridare, che gl’italiani sono spenditori di moneta falsa, e che tutte le loro ricchezze, si devono a quel pericoloso commercio.

I giornalisti italiani risposero per le rime e dimostrarono a luce meridiana, che gl’italiani in maggioranza conquistano a forza di lavoro e di onestà la loro agiatezza.

Disgraziatamente gli articoli splendidi scritti in italiano, non furono come sempre capiti dagli americani e le nobili proteste, restarono senza effetto.

In tutta la colonia fece una triste impressione la fine di Don Arcangelo, conosciuto e noto a tutti; chiamato dalla fiducia di molti, un tempo era stato parte principalissima di una nobile e santa istituzione di beneficenza, emanazione del cuore generoso della colonia.

Come mai un uomo di tal fatta era arrivato ad ingannare, sorprendere la buona fede di tanti onesti?

Il miraggio dell’oro pur troppo spesso e volentieri fa sì, che dei farabutti, sieno portati sugli scudi, mentre altri onesti, dabbene, intelligenti, languiscono nella miseria accompagnati dal sorriso sprezzante dei “ parvenu ” che col denaro accumulato nei postriboli, nelle bische, col denaro strappato ai disgraziati lavoratori, si sono formati un piedistallo, che serve loro di altare innanzi al quale tutti si prostrano riverenti.

In America più che altrove avvengono questi mostruosi fenomeni, che chi scrive queste pagine si ripromette di mostrare in tutta la loro tristezza nei “ Drammi dell’emigrazione. ”

Don Arcangelo era stato uno di costoro, e vi furono tempi nei quali godé di una vera e propria popolarità.

Ora l’idolo era caduto, e tutti si facevano un dovere di sputarci sopra.

Del resto Don Arcangelo aveva molti nemici, e il suicidio della figlia sua, aveva aumentato il numero di coloro, che l’odiavano cordialmente.

Però anche i più accaniti non potevano credere a tutte le birbanterie che gli si addebitavano.

Intanto le società alle quali il miserabile apparteneva, si affrettarono a cancellarlo dai ruoli dei soci, non volendo avere nulla di comune con uno spenditore di falsa moneta, con un manutengolo di ladri.

Se ancora fosse vissuta Giulia, la perla di Mulberry, l’ira sarebbe stata meno feroce, ma la poverina si era uccisa, e il padre ne era l’assassino.

I superstiziosi, le donne in modo particolare, dissero che la scoperta di un tal birbante si doveva a S. Rocco, perché appunto nel momento della solenne processione di quel Santo, Don Arcangelo erasi rivelato per quello che realmente era.

La polizia ebbe un bel da fare a proteggere la “ Banca Centrale;” la folla adirata voleva ad ogni costo saccheggiarla.

Mentre tutto questo accadeva, Ruiz come accasciato sotto gli avvenimenti a lui contrari che si succedevano con spaventevole rapidità, non si decideva a prendere un partito qualsiasi, il suo pensiero era rivolto a Clara, lei ardentemente voleva e desiderava. Il suo amore diventava di giorno in giorno più grande, o meglio il desiderio si faceva sempre più sfrenato; per trovare Clara avrebbe dato con gioia la testa al carnefice.

Né ciò sembri strano, o esagerazione di romanziere, che avviene troppo spesso, all’uomo di desiderare alla follia una donna già posseduta, che ricorda deliri di passione, ebbrezze deliziose.

CAPITOLO XXV.

La Barcaccia.

Don Arcangelo era pazzo furioso, i suoi accessi erano spaventevoli, pareva attaccato da idrofobia, i medici degli ospedali non avevano mai visto nulla di simile.

Imprecazioni, bestemmie orrende uscivano dalle sue labbra ricoperte di schiuma; erano stati costretti a mettergli le manopole di cuoio,altrimenti si sarebbe strappato a brani la carne delle mani.

Era impossibile rivolgergli nessuna domanda, e i medici decisero di mandarlo nella sala d’osservazione la più rigorosa.

Byrnes, aiutato da Boni,aveva oramai la completa biografia di Don Arcangelo, ma la giustizia non poteva colpire un pazzo.

Le cose erano a questo punto, quando Bernabei annunziò a Boni che avrebbe avuto luogo l’adunanza dell’associazione presieduta da Ruiz.

Il capo riconoscendo essere impossibile adunarsi nel sotterraneo della “Banca Centrale,” aveva stabilito che la seduta avesse luogo a bordo della barcaccia, dalla quale Boni uscì salvo per miracolo.

Bernabei, venduto oramai anima e corpo ai nemici di Ruiz, aveva dato anche la parola d’ordine per mezzo della quale si poteva essere ammessi a bordo della barca.

Boni, il giorno stesso nel quale doveva avere luogo l’adunanza, ebbe un lungo colloquio con Byrnes, ed insieme ad esso concertò il mezzo per fare una retata dei soci e del capo.

La giornata era stata di un caldo eccezionale, il termometro alla farmacia Perry aveva segnato 96 gradi, per le vie erano caduti spossati, morti un numero straordinario di cavalli, molte persone vittime dei raggi solari, avevano trovato la morte in mezzo alla via.

Alla sera cominciò a soffiare un vento caldo, che pareva venire da un deserto infuocato dell’Africa, a poco a poco, il cielo, da un sereno abbagliante, erasi fatto oscuro, e il tuono prima, il fulmine poi, fecero intendere il loro fragore.

La pioggia desiderata, cominciò a cadere prima a goccie rade e grosse, poi a veri torrenti.

Dei guizzi bianchi di elettricità,illuminavano di quando in quando, tutta la città, mettendo i colori dell’iride nella pioggia che cadeva a rovescio.

Le strade erano deserte, lungo la riviera non si vedeva anima viva.

Verso le nove,mentre il temporale infuriava con violenza inaudita, nelle vicinanze del luogo dove era ancorata la barca appartenente a Ruiz e compagnia, si vedevano comparire delle ombre misteriose sfidanti la pioggia e l’uragano.

Quando i lampi guizzavano, si distinguevano chiaramente degli uomini che frettolosamente si dirigevano verso una specie di diga, che serviva d’ancoraggio a piccoli battelli.

Le ombre scendevano una scaletta e poi scomparivano, una barca le accoglieva e le portava via.

—Ebbene cavaliere,siamo arrivati, sono fradicio fino alle ossa.

—Guardate là, vedete dove si dirigono quei due, noi pure dobbiamo fare quella strada.

—E credete che c’imbarcheranno?

—Abbiamo la parola d’ordine.

—Ma vorranno vederci in viso.

—No, l’associazione è vasta, e i membri rispettabili di essa non si conoscono neppure.

—Speriamo bene.

—Avreste paura?

—Cavaliere, Byrnes, non conosce questa parola.

—Scusate, vi so coraggioso, anzi temerario. Ditemi, prendeste tutte le vostre precauzioni.

—Quattro battelli della polizia carichi di agenti sono nelle vicinanze della barcaccia pronti a seguirla appena si muoverà. Ad un dato momento, un fischio che io farò, basterà perché la barcaccia sia circondata.

—Va bene; però la cosa non passerà liscia. Abbiamo a che fare con gente risoluta. Ricordatevi la vostra promessa, Ruiz lo terrete a mia disposizione.

—Cavaliere, ricordo tutto.

Byrnes e Boni, erano giunti alla scala in fondo alla quale eravi la barchetta che condurli doveva al luogo della riunione, e terminarono il loro colloquio. Entrambi erano irriconoscibili, faccia e abiti avevano completamente cambiati.

—Dove andate?—tuonò una voce imperiosa.

—Cerchiamo il nostro nido,—rispose Byrnes.

—Di tortora?—ribatté l’uomo dalla barchetta.

—No, di sparvero.

—Va bene, venite.

Boni e Byrnes, non erano ancora nella barchetta che tre altri uomini si presentarono e scambiarono la parola d’ordine e furono ammessi a bordo.

L’acqua seguitava a cadere a rovescio, ma l’orizzonte cominciava ad essere meno oscuro, e i lampi e il rombo del tuono divenivano più rari.

—Bella serata,—disse il barcaiolo,—non vi è da temere mamma polizia.

—Zitto!—rispose uno degli ultimi venuti,—non parliamo di quella mamma, che è tanto matrigna.

Tutti risero a quella sortita, compreso Boni e Byrnes.

Il tragitto durò pochi momenti, nei quali Byrnes parlando il gergo più puro, si fece passare per un birbante matricolato.

Giunti alla barcaccia fu loro tirata una scala di corda e salirono a bordo.

Byrnes al chiarore di un lampo scorse tre vaporini, fermi a poche “ yards ” di distanza.

La stiva della barcaccia debolmente illuminata da due lanterne, era già piena zeppa, e Ruiz, seduto nel fondo sopra un barile stava parlando con calore con Bernabei.

Nessuno prestò attenzione ai nuovi giunti.

Dopo poco la barcaccia si scosse, veniva rimorchiata al largo.

Ruiz aprì l’adunanza dicendo :

—Mentre facciamo la nostra escursione parliamo di affari. Gravi disgrazie ci hanno colpito da che non ci siamo più visti. Due dei nostri più bravi fedeli compagni sono caduti in mano della polizia, il nostro tesoriere è pazzo. Non tira buon vento per noi, la polizia cerca con tutte le sue forze, e troverà, siate certi che troverà. Dunque il mezzo migliore è quello di dividerci . . .

—L’unione fa la forza;—interruppe uno dei presenti.

—No, vi sbagliate,—riprese tosto Ruiz,—l’unione in questo caso, ci rovina, ci perde. Riprendiamo per qualche tempo la nostra libertà, ognuno di noi può lavorare per suo conto, uso e consumo, non siete più i miserabili di una volta, guardati a vista della polizia.

—Il Signore vuole lasciarci,—disse uno,—padrone, noi resteremo uniti ugualmente.

Ruiz ebbe un lampo sinistro negli occhi e gridò:

—No, io propongo cosa più utile a voi che a me, innanzi al pericolo che ci sovrasta dobbiamo sbandarci, se resteremo uniti saremo presi con facilità, andando invece per ogni dove,la polizia si troverà in un labirinto dal quale la sfido a uscire.

—È vero, è vero,—gridarono più voci.

Byrnes era sbalordito. Come! Esisteva un’associazione di quel genere col suo presidente, come una società legalmente incorporata, e lui non ne sapeva nulla? Ma cosa facevano i suoi agenti? Perché usurpavano il nome dei più illuminati del mondo?

E quell’associazione di ladri, di assassini, molti dei quali erano a lui noti, godeva l’impunità più completa, e se non era un poliziotto italiano, avrebbe continuato, chi sa per quanto tempo a ridersi della polizia e delle leggi.

Byrnes si faceva di bragia, e non osava guardare Boni, aveva vergogna.

Eppure non aveva nulla a rimproverarsi; nella lunga e, diciamolo pure, gloriosa carriera, nulla aveva tralasciato per purgare la città dai malviventi di ogni specie; ma nessuno è onnipotente, e in quel momento, innanzi alla realtà dei fatti,Byrnes, il forte, il chiaroveggente si sentiva piccolo, piccolo.

La seduta durò tumultuosa per più di un ora, finalmente Ruiz, riuscì vincitore, ottenendo che l’associazione si considerasse sciolta.

Fu giurato solennemente che nessuno si ricorderebbe dei tempi passati, e che i diversi membri si guarderebbero bene, dal riconoscersi.

—Usciti da qui,—concluse Ruiz,—dovete dimenticare, nomi, fatti, tutto.

Essendo la seduta terminata fu dato ordine di ritornare indietro.

La pioggia aveva cessato di cadere, in cielo cominciavano a risplendere le stelle, e le rive di Staten Island apparivano chiare e nette, sorgenti dalle acque.

Byrnes seguito da Boni salì sul ponte, si udì un fischio acutissimo, quasi nello stesso tempo la barcaccia si arrestò bruscamente; la corda che la univa al rimorchiatore era stata tagliata.

Quella brusca fermata fece accorrere molti sul ponte fra questi Ruiz, il quale gridò:—Che cosa avviene?

La risposta fu inutile perché vedendo tre battelli che circondavano la barcaccia, esclamò, siamo presi! la polizia! e fuggì come ratto, come il lampo.

La polizia! Vi fu un trambusto terribile a bordo, tutti correvano di qua e di là come pazzi, fino a quando che la voce di Byrnes si fece intendere forte, alta, come quella di un generale che comanda l’attacco :

—Inutile affannarvi, o signori,—diceva quella voce,—siete miei prigionieri; prigionieri di Byrnes!

A quel nome anche i più audaci si fecero timidi; intanto i tre battelli avevano stretto fra essi la barcaccia e i policeman armati di revolver e di bastone, salivano a bordo.

Ogni resistenza era inutile, erano presi, il loro nemico trionfava, e si arresero senza tentare nulla, riconoscevano la superiorità di chi aveva potuto sorprenderli in mezzo alla baia, a bordo di quella barcaccia, che credevano cittadella inespugnabile.

CAPITOLO XXVI.

Sparito.

I policemen senza tanti complimenti misero le manette a quei rispettabili soggetti, e gli fecero passare a bordo di uno dei vaporini della polizia.

Quando sulla barcaccia non vi fu più nessuno Byrnes disse a Boni:—Ed ora andiamo a vedere la faccia che fa quel furfante del signor Ruiz, sono ben felice che sia in nostro potere.

La gioia dell’ispettore fu di breve durata, perché con sua grande meraviglia ebbe a constatare che Ruiz, non si trovava fra gli arrestati.

Seguito da Boni, ritornò immediatamente a bordo della barcaccia e col revolver in pugno frugarono per ogni dove, ma inutilmente. Ruiz era sparito.

Come aveva potuto fuggire? Byrnes non sapeva spiegarselo.

Quel dannato uomo doveva avere il diavolo dalla sua.

Byrnes erasi fatto di malumore; il pesce più grosso usciva dalla rete e così non poteva neppure ricompensare Boni del servizio grande reso alla polizia, alla città intera.

Boni pensava, pensava, come quel miserabile fosse riuscito a fuggire, ad un tratto gettò un grido, si ricordava il trabocchetto, dal quale sarebbe stato gettato in mare il suo cadavere, se Bernabei non lo avesse salvato.

Certo Ruiz doveva conoscere il segreto del trabocchetto ed erasi gettato nell’ acqua, e così scampava dalle mani della polizia.

Byrnes e Boni si guardarono costernati,il miserabile si faceva giuoco di loro, e sfuggiva forse per sempre, al meritato castigo, perché un individuo di quella fatta, non sarebbe certo stato ad aspettare di essere arrestato e prenderebbe il volo per ignoti paesi.

Boni non si poteva dare pace, era stato un imbecille, non doveva staccarsi dal fianco di Ruiz e al momento buono avrebbe dovuto risolutamente arrestarlo senza tanti complimenti.

—È inutile collega,—disse finalmente Byrnes—il disperarsi, quello che è stato è stato e speriamo, che il farabutto se viene a cavarsi fuori dell’acqua, lasci una traccia che la polizia possa seguire.

—Dite bene non val nulla il pentirsi dopo aver commesso una sciocchezza, ma se quel miserabile non si trova, succederanno dei guai seri dei quali mi riterrò come responsabile. Da tempo avrei dovuto denunziare Ruiz, da tempo egli dovrebbe essere nelle grinfe della giustizia.

—Su, su, la serata, è stata splendida; mercé vostra New York è purgata da una “ gang ” la più pericolosa, e la polizia riabilitata.

—Mi occorre Ruiz,—mormorò Boni.

—L’avrete, l’avrete, perché metteremo sotto sopra cielo e terra.

CAPITOLO XXVII.

Nell’acqua.

Si, Ruiz, erasi salvato facendosi cadere in acqua dal trabocchetto della barcaccia.

—Eccomi costretto a seguire la stessa via dell’ispettore di Napoli,—mormorò il miserabile nel far scattare la molla.

Ruiz, nuotatore esperto, non temeva quel bagno involontario, e s’immerse risolutamente nell’acqua. Il peso del corpo la portò verso il fondo ed egli nuotò per un poco sott’acqua.

Quando credette di essere fuori del luogo dove erano la barcaccia e i vaporini della polizia, venne a galla con infinite precauzioni, respirò alquanto e quindi di nuovo si tuffò.

Il cielo erasi rasserenato, le stelle brillavano, ma la luna per fortuna di Ruiz, non era ancora comparsa, e così la baia era ancora immersa nell’ombra.

Il miserabile quando tornò per la seconda volta a galla, era assai distante dalla barcaccia e molto vicino alla spiaggia di Staten Island, e verso quella si diresse con lanci veramente meravigliosi, il più provetto marinaio non avrebbe potuto fare altrettanto.

Toccava la riva, quando vide un vaporetto che andava a caso, qua e là, in perlustrazione.

—Mi cercano,—disse—bisogna far di tutto per non farsi prendere.

I suoi abiti gocciolavano, non aveva più, né cappello, né scarpe, non era davvero in costume presentabile, ma inventando qualche storia, una disgrazia avvenuta, la barca capovolta e nessuno gli avrebbe negato l’ospitalità.

Del resto si sarebbe trattenuto ben poco, la polizia certo avrebbe invaso l’isola, e a lui premeva di prendere il treno e correre a New York, dove eragli cosa facile sfuggire a le ricerche di Byrnes.

Ruiz non poteva capacitarsi del come la polizia avesse potuto conoscere il luogo delle loro riunioni, specialmente in quella sera, che per la prima volta si servivano di un altro posto, mentre erano stati sicuri e non molestati nella cantina di Don Arcangelo.

Qualcuno gli aveva venduti, perduti all’ultimo momento, quando l’associazione stava per ritirarsi dagli affari.

Basta, oramai era finita, il sogno della ricchezza svaniva, ma non si disperava per questo, aveva più di quarantamila dollari in contanti depositati nei sicuri sotterranei del “ First National Bank, ” con quelli avrebbe preso il volo per lidi più ospitali dove poteva continuare le sue prodezze.

Era oramai risoluto. Ma nell’abbandono di tutto il presente, lo crucciava il pensiero di Clara, l’unico rimpianto lo aveva per quella donna che stavagli, fantasma seducente, innanzi agli occhi da mattina a sera, e che popolava i suoi sogni, facendo fremere la sua carne.

I vaporini della polizia scorrevano in lungo e in largo la baia,sembravano in quella mezza oscurità cetacei giganteschi, di quando in quando le sirene facevano intendere la loro voce, erano quelli segnali convenuti con Byrnes e i capitani del battello.

Ad un tratto la baia scintillò sotto i raggi della luna, Ruiz si affrettò a internarsi in un bosco di pini; dopo avere camminato per qualche minuto, trovò un viale, e in fondo ad esso scorse una villa bella ed elegante. Si diresse a quella parte.

CAPITOLO XXVIII.

La Villa.

Al bosco di pini subentrò un giardino ricco di fiori, che rinfrescati poco prima dalla pioggia caduta, mandavano i loro delicati profumi imbalsamando l’aria.

Nelle vasche di marmo dalla forma di conchiglia zampillava l’acqua, che sotto i raggi della luna appariva come argento in fusione.

Sopra un albero un usignolo faceva sfoggio dei suoi gorgheggi armoniosi, quale risposta alle dolci note che uscivano dalla finestra aperta di una camera del pianterreno della villa.

Ruiz capiva di essere in una di quelle residenze principesche, abitate dai milionari americani, e pensava che lui pure avrebbe potuto possedere altrettanto, se la sorte non lo avesse abbandonato nel momento migliore.

Sospirò, e si diresse arditamente verso la villa.

—Domanderò,—pensava—a qualche servitore, un paio di scarpe e un cappello, lo pagherò se fa d’uopo e quindi partirò perché qui non è posto adatto.

Era giunto vicinissimo alla villa, un raggio di luce lo investì, si voltò bruscamente e si trovò in faccia alla finestra dalla quale uscivano le note di una canzone napoletana suonata con arte squisita al piano da una donna, e quella donna era Clara!

Ruiz dimenticò tutto, pericolo, polizia, avrebbe sfidato anche il patibolo per avvicinarsi a colei che tanto desiderava.

Poi fu preso dalle smanie della gelosia; come Clara si trovava in quella villa sontuosa?

La risposta era facile, Clara allietava certo la villeggiatura di qualche ricco, che la pagava profumatamente.

Perché se Clara voleva dell’oro non aveva parlato, anche lui poteva darle del denaro, tanto denaro;ma ora non valevano le recriminazioni, ritrovava Clara, e ciò bastava.

Ruiz scavalcò risolutamente il parapetto della finestra; Clara udendo rumore, si voltò, riconobbe Ruiz e gettò un grido di terrore.

—Ti faccio paura?—mormorò Ruiz.

Clara era subito tornata padrona di se, e rispose.

—Capirete che la sorpresa.....

—Non ti aspettavi di vedermi nella casa del tuo drudo.

—Drudo?—dunque pensò Clara,—Ruiz non sa dove sono; meglio così.

—Non rispondi?

—Non ho nulla da rispondere; ma prima ditemi da dove venite, i vostri abiti sono bagnati; vi presentate a me senza scarpe, senza cappello. Che vi avviene?

—Nulla, la barchetta sulla quale facevo una passeggiata, si capovolse, e mi salvai a stento.

—E la verità?

Ruiz, sotto lo sguardo di Clara, si turbò, e balbettò.

—Tu mentisci; di dove vieni.

—Vuoi saperlo? vengo dall’adunanza della nostra società, la polizia è venuta nel nido, ed io mi sono gettato nell’acqua e la fortuna mi ha tanto arriso, che mi salva, e nello stesso tempo ti trovo.

—E dove diavolo teneste l’adunanza?

—A bordo della barcaccia dove il poliziotto italiano tirò i calzetti.

Clara quella sera era sola in casa; Fanny erasi recata a New York, essendo il suo babbo alquanto indisposto, i servi e le cameriere, dovevano essere in riva al mare a godersi un po’ di bel tempo; ma Clara non aveva paura di Ruiz, e nella sua mente pensava al modo migliore per rendere alla polizia la preda che gli aspettava di diritto. Però era incerta sul da fare, sapeva Boni contrario all’intromissione della polizia, e non voleva fare un passo falso.

La fanciulla ignorava completamente l’alleanza di Boni con Byrnes.

Per il momento bisognava temporeggiare, tenere a bada Ruiz, non svegliare i suoi sospetti, e recitare per bene la commedia.

Ruiz divorava con gli occhi Clara, più bella e più seducente che mai; finalmente afferrandola per un braccio le disse con voce fremente:

—Quanto ti paga l’uomo che ti mantiene, il padrone di questa villa?

Clara sorrise con cinismo e rispose:

—Cosa te ne importa? Sai che le carezze che vendo sono di ghiaccio.

—È giovane?

—No, vecchio, un vecchio che mi tratta come figlia. Figurati che vuol cedermi questa villa, una vera meraviglia che deve costare dei bei dollari.

—Clara, ti amo!

—Lo so.

—Mi amerai?

—Perché no.....

Ruiz afferrò la fanciulla per la vita, Clara si sciolse da quella stretta febbrile dicendo:

—Lasciami, non vedi che mi bagni tutta.

—Hai ragione; non hai nulla perché possa cambiarmi?

—Sì, ho la veste da camera di lui, aspettate, la porto, sarà buffa;—e Clara dette in uno scoppio di risa. Anche Ruiz rise.

Clara appena fuori della stanza, corse al gabinetto di Mr. Spencher, e telefonicamente si mise in comunicazione con la palazzina di Washington Square.

Raccontò brevemente, ciò che le accadeva, le fu risposto pregandola di trovare un espediente per trattenere Ruiz.

Clara ritornò sorridente nella sala dove aveva lasciato Ruiz, e gli presentò una bella veste da camera, che il miserabile indossò con manifesta soddisfazione.

Intanto la polizia perlustrava i dintorni della villa, erano state scoperte sulla sabbia le impronte dei piedi di Ruiz, e da buoni bracchi i policemen seguivano quelle traccie.

Sentendo rumore Ruiz disse:—è la polizia che cerca.

—Vuoi che chiuda la finestra?

—No, lascia aperto, tu seguita a suonare, a me dammi un giornale.

Ruiz si sdraiò comodamente in una soffice poltrona, spiegò il giornale e finse di leggere.

Un policemen si affacciò alla finestra vide quel signore tutto immerso nella lettura, la elegante Miss intenta a suonare e mormorò andandosene:

—Non sono certo loro che ci daranno notizie del fuggitivo, del quale non videro neppure in distanza l’ombra.

Un’altro policemen più gentile volle spiegare ai padroni di casa perché si trovavano nel giardino e disse dalla finestra.

—Scusate miss e gentleman se siamo nei vostri possedimenti, ma è fuggito un birbante di tre cotte e si crede si sia nascosto qui vicino.

—Fate pure signori, e speriamo che troverete il miserabile che cercate.

Ruiz a stento tratteneva le risa, quella commedia lo divertiva.

I poliziotti ben presto si ritirarono senza avere nulla trovato.

CAPITOLO XXIX.

Amore di belva.

Ruiz divorava con lo sguardo Clara.

La fanciulla era quella sera più bella del solito, la veste rosa che indossava semplice ed elegante, le stava a meraviglia.

Vi fu una lunga pausa, poi Ruiz cominciò:

—Quanto siete bella o Clara!

—Vi pare,—rispose con ironia la fanciulla.

—Bella da fare dannare un santo; a voi vicino io dimentico tutti i pericoli che mi sovrastano, i nemici che mi perseguitano. Passato, presente, avvenire, tutto siete per me.

“ Senti Clara, io sono abbastanza ricco, tengo nei sotterranei della Banca, un bel gruzzolo di denaro, posso andare lungi da una città dove da un momento all’altro posso essere arrestato; se tu mi segui domani partiremo. Sarò il tuo schiavo sottomesso, sarai la mia regina.

“ Poi per soddisfare tutti i tuoi capricci, per esaudire tutti i desideri, io commetterò qualunque delitto, voglio che tu sia invidiata, ricca, potente.

Ruiz erasi avvicinato a Clara, la sua voce era soffocata, l’alito ardente bruciava il collo di Clara che cominciava ad avere paura; essa, preoccupata solo di avvisare i suoi amici, non aveva pensato a munirsi di un arma per difendersi, del resto credeva di potere dominare, imporre a Ruiz.

—Rispondi,—continuava Ruiz, sempre più eccitato,—rispondi: accetti? Vuoi essere la mia compagna adorata? È bella la vita con l’amore.

Il miserabile cingeva in ciò dire con le sue braccia la taglia svelta di Clara, che si alzò scossa da un brivido di ribrezzo.

—Ti faccio paura, il mio amore ti spaventa?

Clara non sapeva cosa rispondere, cercava di protestare col gesto; ma quella commedia le ripugnava, per tanto tempo aveva fatto il sacrificio di sorridere al suo carnefice, ora non lo poteva più.

A Ruiz bolliva il sangue nelle vene, i suoi occhi mandavano lampi, le sue mani tremavano, la febbre dei sensi lo invadeva vicino a quella bella donna, alla quale per il primo aveva svelato i misteri d’amore.

—Senti Clara, mi sembra di divenire pazzo; rendimi la ragione, la pace, concedimi di stringerti al mio seno, alle mie labbra assetate, dà il refrigerio dei tuoi baci.

—No, no, mille volte no!

Queste parole furono pronunciate da Clara con un tal sentimento d’odio che non poteva sfuggire a Ruiz, che gridò:

—Dunque, non solo non mi ami, ma mi disprezzi, mi odi?

La fanciulla erasi tradita, non era facile cosa rimediare, alzò fieramente la testa e rispose:

—Sì, sì, vi odio come la vittima odia il suo carnefice; non sperate mai che io sia vostra, la morte, prima di appartenere ad un miserabile come voi!

Ruiz era annichilito, Clara dimentica del pericolo che correva, continuò, implacabile:

—Udite, un tempo era una casta e buona fanciulla, colui che si diceva mio padre, il vostro complice, mi fece ladra, voi, che io amava, v’impadroniste del mio corpo, ne contaminaste la purità, poi mi gettaste in braccio ai libertini, che pagavano a voi le mie carezze. Mercé la vostra opera infame, a me furono negate le gioie della famiglia, disonorata, complice di assassini e di ladri, venditrice d’amore, la mia vita doveva essere una serie non interrotta di delitti.

—Perché rifare questa storia del passato? L’avvenire sarà splendido se tu lo vuoi.

—L’avvenire con voi? Io! Ma vedete che mi fate ribrezzo, non vi accorgete che la nausea mi assale al solo avervi vicino?

—Clara, Clara,—tuonò Ruiz,—pensate a quello che dite!

—Non vi temo; vi so capace di tutto; ma non mi fate paura.

—Clara non aizzate la belva, essa può sbranarvi.

La fanciulla rispose a quelle parole con un sorriso sprezzante, con la testa alta, con le braccia incrociate sul petto;nella semi oscurità della stanza, Clara appariva come un’artistica statua di marmo rosato, rappresentante qualche fiera castellana.

Ruiz ne restò dominato; ma fu un lampo,il desiderio di avere quella donna, aumentava per il disprezzo di lei.

—Odi Clara, io dimentico le tue acerbe parole che scesero sul mio cuore come lava ardente, ma dimmi che non mi odii, e che quanto dicesti fu per mettermi alla prova.

—Alla prova di che? Siete così pazzo, che a me importi del vostro amore?

—Clara, Clara, non mi trascinare agli estremi....

—Volete sapere tutto? Ebbene sia, così comprenderete quale abisso ci separi, capirete che il mio cuore non è sitibondo di amore; ma di vendetta!

“ Un giorno ho incontrato sulla mia via un uomo, che si è impadronito del mio cuore, della mia anima di tutta me stessa.....

—Avete un amante!—ruggì Ruiz.

Clara finse di non capire e tirò innanzi.

—Quell’uomo non poteva amarmi, ne amava un’altra; una casta, pura e ricca fanciulla. Io, la perduta, la disonorata, la prostituta di Napoli e di Roma, la danzatrice, a “ fin de siecle ” non poteva lottare con la vergine americana, che possedeva intero il cuore dell’uomo che io adoravo.

“ Non lottai, a poco a poco, l’amore si cambiò in un’altro sentimento più dolce, e mi dedicai interamente per procurare la felicità del mio amico, del mio fratello.

Ruiz sogghignò, lui non ci credeva alle amicizie fraterne fra un giovane e una bella ragazza.

—Disgraziatamente la fanciulla amata dal mio amico, amava un’altro, un miserabile, che si era per sorpresa, a tradimento, con finzioni raffinate, reso padrone del suo vergine cuore.

“ Ebbene, io mi posi con coloro che volevano smascherare quel miserabile, quel ladro, quell’assassino, fui un’alleata attiva, preziosa, e la maschera cadde dal volto del furfante, e Fanny Spencher fu salva!

Ruiz, che da qualche momento era in preda alla più viva eccitazione, alle ultime parole di Fanny gettò un grido, che risuonò nella camera come il ruggito del leone ferito.

Con un lancio, il miserabile si gettò su Clara, che si sentì stringere come fra le spire di un mostruoso serpente.

—Tu mi hai tradito, tu ti sei servita del mio amore cieco, insensato per vendermi ai miei nemici; orbene io mi vendico di un colpo solo, perché tu sarai mia, la redenta avrà ancora una volta le carezze dell’assassino, del ladro. . . . .

Clara invano tentava di svincolarsi da quella stretta furiosa, voleva gridare, non lo poteva.

Ruiz rideva come ridono i dannati, se di quei miserabili ve ne sono.

—Mia, mia!—continuava Ruiz con voce sorda,—sfogherò il desiderio ardente che mi domina di possederti, fiaccherò quella tua fierezza.

E mentre ciò diceva, il furfante trascinava verso il largo divano la poveretta, che si difendeva disperatamente.

Le vesti di Clara cadevano a brandelli, Ruiz, preso da furore bestiale, strappava la vestaglia rosata, già si vedeva il bianco della camicia, e la carne bianchissima della fanciulla.

Ruiz non aveva più nulla di umano, vicino a trionfare, vicino a possedere la donna tanto e tanto desiderata, era invaso dal delirio.

Clara non invocava pietà, sapeva che Ruiz non ne avrebbe avuta; una sola speranza le restava, il pronto arrivo della famiglia Spencher.

Ruiz si sapeva perduto; le parole di Clara gli rivelavano l’abisso nel quale era caduto.

Ebbene; dopo avere sfogato le sue voglie, darebbe con gioia i suoi polsi alle catene dei poliziotti, e si farebbe condurre in prigione; ma prima, prima la danzatrice sarebbe sua.

Possederla, piegarla ai suoi voleri, era un desiderio dei sensi unito all’altro della vendetta.

La lotta aveva esausto le forze di Clara; ella sentiva l’alito ardente di Ruiz che la bruciava.

Il miserabile non aveva più nulla di umano, lo ripetiamo, pareva una di quelle belve pericolose, terrore dei viaggiatori, che hanno le loro tane fra le foreste dei tropici.

Le vesti della fanciulla erano tutte in pezzi, il busto di raso nero si rompeva sotto le mani di Ruiz, che parevano munite di artigli.

La sventurata cominciava a comprendere, che per lei era finita se il soccorso tardava ancora a giungere.

Intanto Ruiz,arrivato a piegarla sul divano, posava con tutto il peso del suo corpo sopra Clara. I baci del miserabile erano morsi di bestia furiosa, e il volto della vittima era qua e là chiazzato di sangue, le membra bellissime a mezzo scoperte, apparivano di un candore immacolato.

—Tu mi hai tradito!—mormorava Ruiz,—orbene vai a raccontare ai miei nemici che tu sei stata mia, vai a dire loro che il ladro, l’assassino, ha delirato fra le tue braccia. Tu sarai mia, poi ti ucciderò.

“ Strano destino il mio, che mi costringe ad ottenere per forza le carezze della moglie prima, quelle della mia ex-amante dopo.

Clara non rispondeva, dalla sua gola arida non usciva una parola, i suoi occhi freddi, impietriti, guardavano il furfante che la torturava. In quello sguardo, in quell’abbandono eravi una grande rassegnazione una decisione incrollabile.

Sì, Clara pensava che se Ruiz fosse arrivato a rendersi padrone del suo corpo, essa si sarebbe uccisa.

Esagerazione questa, di una povera anima, che non comprendeva in quel momento terribile, non essere colpa la violenza.

Ruiz godeva già del suo trionfo; ma lo voleva completo, voleva far partecipare alla sua ebbrezza anche Clara; libertino senza coscienza, senza pudore prendeva l’abbandono di Clara per un tacito consentimento ai suoi turpi desideri.

—Clara?—diceva,—amami.... amami, non fosse che un’ora, e poi io andrò lungi da te. Ti perdono il tuo tradimento, dimentico tutto, ma, datti a me, come nei primi tempi del nostro amore, ti amo tanto, abbi compassione!

Clara non rispondeva, le carezze di Ruiz la facevano trasalire come se sentisse sulle carni la pelle viscida, fredda di una serpe.

—Non rispondi? ti faccio ribrezzo e paura? Orbene sarai mia ugualmente, e punirò il tuo infame iniquo tradimento. Il tuo amante avrà ora un rivale fortunato.

La bocca di Ruiz si posò su quella di Clara, la poveretta fece un’ultimo sforzo riuscì ad alzarsi, ma egli la spinse brutalmente, ed essa ricadde mandando un gemito, e più non si mosse.

Ruiz stese sul divano il bel corpo immobile, poi contemplò a lungo Clara, le sue mani audaci stracciarono quanto rimaneva a coprirne la nudità, poi gettando un grido di trionfo si gettò su lei.

Clara era perduta..... La porta si aprì con violenza e Fanny comparve con l’occhio scintillante d’ira.

Teneva in mano un revolver, e con voce imperiosa gridò:

—Ruiz, lasciate quella donna o vi uccido come un cane arrabiato!

Ruiz lanciò un’orribile bestemmia e si staccò dal corpo di Clara, indietreggiò sorpreso, spaventato, annichilito, vinto.

L’apparizione di Fanny aveva salvato Clara, e Ruiz avrebbe salito il patibolo senza avere posseduto colei che tanto ardentemente desiderava.

CAPITOLO XXX.

Angelo e Demone.

Miss Spencher stava per lasciare la palazzina di Washington Square, per ritornarsene a Staten Island, quando si udì il campanello che chiamava al telefono.

Fanny, corse all’apparecchio, e quando udì la voce di Clara e la terribile comunicazione, gettò un grido di terrore; suo padre che era nella camera vicina, spaventato domandò:

—Fanny cosa è avvenuto?

La fanciulla non volle dire la verità al padre suo infermo, del resto le era nato nella mente il pensiero di trovarsi da sola a sola con il miserabile, che era riuscito a farsi amare da lei. Andrebbe armata, pronta a tutto, contro quel miserabile traditore infame.

Al padre rispose con quella prontezza, che è un pregio e un difetto delle donne.

—Non è nulla, padre mio, una mia amica è caduta improvvisamente ammalata, nell’apprendere la notizia non ho potuto trattenere un’esclamazione di dolore e paura. Io corro, vado da lei.

Ciò detto, Fanny baciò il padre in fronte, passò nel suo gabinetto da lavoro, prese da una scattola elegante un grazioso revolver, quindi scese a precipizio le scale.

La carrozza pronta aspettava innanzi alla porta.

—Charles, sei armato?

—No signorina.

—Orbene, presto vai a prendere un’arma qualsiasi.

Charles, che adorava la padroncina, non fiatò, saltò da cassetta, corse nella sua camera e tornò con un grosso revolver da policeman, e un fucile a ripetizione.

—Bastano signorina?

Fanny fece di sì col capo, poi disse: via di corsa a rotta di collo al South Ferry.

Charles frustò i cavalli che a quell’insolito trattamento si misero a correre alla disperata.

La carrozza passava come un lampo per le vie, i policemen guardavano il signorile equipaggio e credevano che i cavalli avessero levato la mano.

Quando la carrozza giunse a South Ferry, lo Steamboat stava per partire, un minuto di ritardo e avrebbe dovuto aspettare una mezz’ora.

Fanny restò nella carrozza, era in preda ad una grande eccitazione e poco le importava del panorama bellissimo che si svolge sotto gli occhi dei passeggieri nella breve traversata da New York a Staten Island.

Allorché lo steamboat stava per arrivare, fece scendere il cocchiere e gli disse :

—Charles posso contare su te?

—Signorina e potete domandarmelo? vi ho visto nascere e della mia affezione più di una volta vi detti prova:

—È vero, Charles; ma è, che si tratta di cosa seria.....

—Per voi sono pronto a tutto.

—Orbene,nella nostra villa è penetrato un pericoloso malfattore, io vado a sorprenderlo tu mi darai man forte, se ce ne sarà bisogno ti chiamerò.

Tu riconoscerai certo quel miserabile, ma non dirai mai a nessuno ciò che udrai e vedrai.

—Sarò muto.

Charles, alto, grande, aveva l’aspetto di un ercole ; Ruiz fra quelle mani robuste sarebbe stato un giocattolo.

Si arrivava, le macchine cominciavano a rallentare la corsa, finalmente l’elica sostò, il battello urtò contro le pareti mobili del dock, si udì il rumore sordo come di legname che si tronchi, la folla ondeggiò, poi si precipitò verso l’uscita.

I cavalli della carrozza di Fanny scalpitavano d’impazienza; quando il passo fu libero, la carrozza partì come la folgore.

Dieci minuti dopo, Fanny era alla villa, giungeva in tempo; un minuto di più e Clara sarebbe stata contaminata dal turpe contatto di Ruiz.

Ruiz riacquistò in breve la sua audacia, di fronte al pericolo egli era come un soldato che nel campo di battaglia è preoccupato da un solo pensiero, abbattere, annientare il nemico.

Fanny sempre tenendo il revolver puntato contro il miserabile, disse :

—Giungo in tempo per impedirvi un’altro mostruoso delitto, e per vedervi senza maschera in tutta l’orribile realtà.

—La mia bella fidanzata non è adunque più ammalata,—rispose con voce ironica Ruiz.

—Charles,—chiamò Fanny, il cocchiere accorse; nello scorgere Ruiz, dette indietro dalla meraviglia.

—Tieni bene d’occhio questo miserabile, se fa un gesto, un moto per fuggire uccidilo come una bestia pericolosa, io devo prestare le mie cure a questa disgraziata.

—Non dubitate signorina, egli è in buone mani, al più piccolo movimento lo mando a satanasso.

Ruiz si pose a sedere con un gesto di sprezzante noncuranza.

Fanny si avvicinò a Clara, e le fece odorare dei sali, poi col leggiero mantello che teneva sulle spalle la coprì.

Clara a poco a poco rinvenne, allorché i suoi occhi si aprirono, le girò attorno con spavento, ma quando scorse chinata su lei Fanny, gettò un grido di gioia e ruppe in pianto.

—Non piangere mia povera sorella, giunsi in tempo per salvarti dagli artigli del mostro.

Salva! era salva! una gioia immensa si dipinse sul volto di Clara, che presa una mano di Fanny la baciò mormorando parole di ringraziamento e di riconoscenza.

—E lui?—domandò poi con voce tremante.

—Non ci sfuggirà, non dubitare, eccolo là sotto buona guardia.

—Ebbene, si può sapere,—interruppe Ruiz,—cosa la fidanzata intende fare di me?

Fanny con voce imperiosa rispose:

—Vi proibisco di darmi il titolo di fidanzata.

—Quanta superbia, non è forse vero che dovevamo sposarci, non è forse vero che mi amaste fino alla pazzia?

—Sì, avete ragione, fino alla pazzia, perché non mi accorsi che eravate il più vile dei miserabili.

—Potete insultarmi perché siete la più forte; ma il passato non si cancella, quelle labbra, che oggi vomitano improperi, or non è molto mormoravano parole d’amore.

—Tacete, tacete, mi fate orrore!

—Ebbene, tacerò per farvi piacere; ma ditemi subito che intendete fare di me.

—Non lo indovinate? Credevate che non arrivasse il momento nel quale dovevate regolare il vostro conto, conto terribile, con la giustizia umana?

—Dunque, mi darete in mano alla polizia?

—Certo, alla polizia alla quale renderete conto dei vostri delitti.

—Benissimo; sarà curioso il sentire come il mondo giudicherà questo fatto.

Una fidanzata che consegna al carnefice l’uomo che amava e che doveva sposare, è cosa nuova nei drammi della vita. Non dubitate, nell’aula del tribunale non tacerò nulla, dirò tutto, e il nome di Miss Spencher sarà accoppiato a quello del ladro, dell’assassino.

Fanny si turbò a quelle parole, intravide lo scandalo enorme, il suo nome, quello del padre gettato in pascolo alla morbosa curiosità del pubblico, i segreti del suo cuore profanati, il triste romanzo del suo amore svelato in tutti i suoi particolari.

Ruiz si accorse di quel turbamento e sogghignò.

—Via, datemi in mano alla polizia, perché indugiate?

—E se io invece di consegnarvi al carnefice,—riprese Fanny con voce fremente,—vi uccidessi qui come un ladro sorpreso a rubare, non credete che fosse giustizia?

—Forse; ma il mondo non giudicherà così, vi sono dei maligni che non credono a certe tragedie, e Miss Spencher potrebbe benissimo essere accusata di assassinio.

—Miserabile, infame!

Clara assisteva a quella scena come se la vedesse in sogno, era tanto debole che non poteva dire una parola.

—Insultare non è decidersi,—replicò insolentemente Ruiz,—o lasciatemi andare o fate avvisare la polizia; io aspetto.

Fanny avrebbe voluto schiacciare quella vipera, l’uomo che aveva amato non lo riconosceva più in quel cinico birbante, che aveva il coraggio di dettare delle condizioni. Tutto il suo orgoglio ferito si ribellava. Come mai aveva potuto amare un furfante di tal fatta, come mai quello sguardo sinistro che ora vedeva in tutta la sua malvagità, era potuto sfuggirle? l’amore accieca in tal modo da non discernere più nulla?

—Aspetto,—ripeté di nuovo Ruiz, vedendo il mutismo di Fanny.

La fanciulla con voce spenta disse a Charles:

—Lasciatelo partire.

Ruiz, gettò un grido di gioia, si slanciò verso la finestra e scomparve.

Nello stesso tempo Fanny s’inginocchiava ai piedi del sofà dove Clara riposava e diceva:

—Perdonami, per l’onore del nome, ho fatto fuggire il tuo carnefice.

—Dio lo punirà, presto o tardi,—rispose Clara.

CAPITOLO XXXI.

Trionfo.

La stampa unanime decretò gli onori del trionfo alla polizia di New York, per la bellissima retata dei malviventi i più pericolosi.

Oramai la Metropoli era purgata da una legione di ladri e di assassini che ponevano in pericolo la vita e gli averi dei pacifici cittadini.

I giornali raccontarono tutti i particolari dell’arresto, particolari che avevano tutta l’apparenza di un romanzo.

Di Ruiz, della sua fuga nessuno ne parlò, la polizia restò muta a tale proposito; i detenuti convinti che anche il capo fosse in gabbia, non se ne occuparono più che tanto.

Molti dei prigionieri non avendo più nulla da temere, dissero tutto quanto sapevano, e la polizia apprese il nome dei manutengoli, di coloro che fanno scomparire i prodotti dei furti, che mettono in circolazione i titoli di credito e il danaro truffato, rubato, strappato di sopra ai cadaveri degli assassinati.

Byrnes restò sbalordito nell’apprendere i nomi dei manutengoli, nomi noti nel commercio, importatori stimati, proprietari di case e di terreni.

Quelle rivelazioni mettevano in piena luce come fosse stato facile arricchire in pochi anni, davano la chiave di certe salite precipitose che nessuno poteva e sapeva spiegare.

I ladri avevano dei manutengoli in quasi tutti i quartieri, e gente di ogni nazionalità; e in Mulberry, oltre a Don Arcangelo avevano un tale, che passando per onestissimo e denaroso negoziante comperava a metà prezzo il bottino grande e piccolo fatto dalla congrega.

Costui, in pochi anni, dalla più umile delle condizioni era arrivato a farsi una fortuna rispettabile, e il mondo non si era mai curato di sapere a qual santo l’onesto importatore dovesse la sua ricchezza.

Byrnes ordinò subito che fosse fatta una perquisizione nel negozio del manutengolo.

Quella perquisizione dette i migliori risultati, perché fu trovata una quantità di oggetti, di mercanzie di provenienza furtiva.

Il birbante che scroccava la stima altrui fu arrestato e per Mulberry, fu un’altra grande e dolorosa sorpresa.

Nessuno di quelli onesti operai italiani, che consideravano il ricco negoziante con un gran rispetto, avrebbe neppure sospettato, che sotto l’apparenza di tanta onestà si nascondesse un pericoloso manutengolo di ladri e assassini.

Le carceri del quartiere generale rigurgitavano; ma Byrnes prima di lasciare condurre la selvaggina al tribunale, voleva sapere molte cose dai suoi inquilini, le loro rivelazioni servivano a meraviglia, per l’avvenire e il furbo ispettore non voleva farsi sfuggire quella buona occasione.

L’indomani della retata verso sera,Boni entrava nel gabinetto di Byrnes, l’ex-ispettore era accigliato; chiamato d’urgenza alla villa Spencher, apprese da Clara e da Fanny, quanto avvenne la sera innanzi, e non è a dire se restasse contrariato nell’udire che erasi lasciato fuggire Ruiz.

—Ora poi non lo prenderemo più—disse Boni non nascondendo il suo malumore.

—Avete ragione di essere adirato—disse Fanny,—io fui debole e vile, non dovevo per nulla paventare le minaccie di quel miserabile.

—Cara fanciulla, io non sono adirato contro di voi, ma contro il destino, che pare si sia presa la cura di proteggere quel matricolato birbante di Ruiz. Ora del resto il male è fatto e bisogna vedere di ripararlo. Clara, credete che Ruiz avesse denari?

—Non credo, ma so che nel sotterraneo del “First National Bank” tiene una somma superiore ai quarantamila dollari.

Boni nell’apprendere quella notizia, si alzò di scatto e corse via senza neppure salutare.

—Ruiz,—pensava Boni mentre il treno lo conduceva verso il “ dock” dello “steamboat,”—certo dovrà ritirare il tesoro prima di partire, e là lo prenderemo.

Ma poi,riflettendo, meglio si persuadeva che certo Ruiz era già andato al “First National Bank.”

Era passato già mezzogiorno, e il miserabile aveva avuto tutto il tempo che voleva per ritirare il deposito e prendere il volo.

Se lo avesse saputo prima sarebbe stato altra cosa.

Non ostante arrivato a New York, andò nei pressi della Banca sperando di vedere Ruiz. Restò in sentinella per qualche tempo, poi essendo passata l’ora della chiusura degli uffici bancari,decise di recarsi da Byrnes.

L’ispettore lo accolse con le più vive manifestazioni di amicizia.

Boni raccontò ogni cosa a Byrnes il quale manifestò la più viva meraviglia per quanto udiva.

Quando seppe che Ruiz aveva i denari alla banca esclamò:

—Forse il furfante non ha ancora ritirato i denari, oggi è sabato, siamo in estate e le banche chiudono a mezzogiorno.

—Ed io imbecille,—rispose Boni—sono stato in sentinella più che due ore senza accorgermi che la banca era chiusa.

—Speriamo, caro Boni, che Ruiz debba ancora visitare i sotterranei della banca e così cadrà nella trappola che gli tenderemo.

Domani è domenica, per Lunedì, due agenti dei più pratici, anzi no, verrò io stesso con voi, mi piace misurarmi con quell’audace malfattore; credetelo, non ci scapperà.

—Lo desidero ardentemente, non potete immaginare quali sciagure può produrre quel miserabile.

—Venite domani mattina alle otto, mio caro collega, e se il pesce capita nelle nostre acque, lo metteremo in una rete di ferro. Avete letto i giornali di questa mattina, sono pieni di lodi per noi; so che la polizia non le merita troppo quelle lodi, ma voi certo non protesterete.

Boni stese la mano a Byrnes sorridendo, stava per andarsene quando comparve Dikens, che piegava sotto un fascio enorme di giornali.

—Che diamine portate?—disse Byrnes.

—Sono giornali di oggi,—disse in aria di trionfo,—sono documenti che provano la nostra sapienza, signor ispettore, e devono essere conservati negli archivi.

—Unitamente a quelli che ci davano delle bastonate?

—Quelli?..... ma quelli non erano giornali.

—Benone, per voi non esistono che quelli che lodano.

—Certo, certissimo e me ne vanto!

Boni e Byrnes non poterono trattenere le risa.

Dikens passò innanzi al suo superiore; quasi quasi, era tentato d’inginocchiarsi,e si diresse verso l’archivio.

CAPITOLO XXXII.

Libero!

Appena Ruiz si trovò nel giardino, gettò via la veste da camera e si diresse rapidamente verso la spiaggia.

Era troppo astuto per non comprendere, che non eragli possibile prendere la via usuale per recarsi a New York.

Certo, alle stazioni ferroviarie, agli scali degli “steamboats” la polizia vegliava,e il solo suo abito, l’essere senza cappello e senza scarpe, avrebbe destato dei sospetti.

Ruiz costeggiò un lungo tratto della baia; i suoi piedi si macolavano, si ferivano sopra gli scogli, ma non sentiva il dolore, preoccupato da un solo pensiero, quello di salvarsi.

Saranno state le tre della mattina quando giunse nelle vicinanze della “ White House ” a Fort Wadsworth; le tenebre cominciavano a diradarsi, un chiarore mite, mite, veniva dalla parte ove sorge il sole.

La riviera appariva coperta di nebbia.

Nelle vicinanze della “White House” e propriamente alle falde della collina dove sorge il “ Cliff Cottage Hotel” vi è un piccolo “dock,” dove sono ancorate delle barche da passeggio; di giorno il “dock” è popolato da barcaioli pronti a portare i clienti a fare una passeggiata nella baia bellissima, una delle più belle del mondo.

Quella mattina essendo troppo presto,il “dock” era deserto, ma le barche si cullavano nell’acqua quieta, mossa soltanto dalla marea che saliva.

Regnava il più profondo silenzio, alla “ White House,” al “ Cliff Cottage Hotel, ” padroni e villeggianti dormivano tranquillamente, ignari del dramma, che poche ore innanzi erasi svolto vicinissimo a loro.

Ruiz non stette in forze un momento, staccò dal palo dove era attaccata una leggiera imbarcazione, e dato di piglio ai remi,si diresse verso la parte dove trovasi Brooklyn.

La nebbia era così fitta, che per poco il miserabile non andò a sfracellarsi contro un piroscafo transatlantico, arrivato nella notte, e ancorato nei pressi della Quarantena in attesa della visita medica.

L’alba intanto cominciava a sorgere, la nebbia a poco a poco si faceva più trasparente, sembrava di assistere ad una di quelle trasformazioni teatrali dove i grandi velari si alzano a poco a poco, scoprendo poi del tutto, scene pittoresche; Ruiz non si preoccupava per nulla del magnifico spettacolo di quella bella aurora estiva, egli vogava con tutte le sue forze, il sudore gli scendeva giù dalla fronte, il respiro diveniva sempre più affannoso.

A metà cammino dovette smettere di remare, e lasciare che la barchetta andasse alla deriva.

Intanto i piroscafi, le navi, i rimorchiatori, cominciavano a percorrere in lungo e in largo la riviera; Ruiz mezzo assopito, vedeva passare dei grandi battelli carichi di allegre brigate che andavano ad “excursions,”le note della musica giungevano fino a lui, facendogli più che mai maledire il destino che lo confinava senza forza fra le tavole di una piccolissima barca.

Quando dopo un riposo di due ore, Ruiz riprese i remi, sentì un forte dolore, il palmo delle sue mani aveva delle grosse bolle, che si ruppero al contatto del legno. Né quello fu tutto, che cominciò a tormentarlo la sete, in mezzo a tutta quell’acqua, che non poteva toccare perché salata, il desiderio si faceva sempre più imperioso.

Per un marinaio quella traversata sarebbe stata compiuta in poco tempo, ma Ruiz non era pratico nel maneggiare i remi, si stancava presto, e non arrivava mai.

Il sole saliva su alto, e sferzava il miserabile coi suoi raggi di fuoco, Ruiz sentiva sulla sua testa come un cappuccio di ferro rovente.

Fece un’ultimo sforzo e si avvicinò alla riva; non trovò spiaggia, ma una scogliera molto alta, che durò fatica a sormontare strappandosi le vesti, lacerandosi le mani e i piedi.

Al di là della scogliera era una palude, Ruiz senza pensare al pericolo che correva vi entrò risolutamente dentro per attraversarla e giungere alla strada maestra.

I suoi piedi sprofondarono nell’acqua e nel fango; ad ogni movimento, che faceva sentiva il terreno mancarsi sotto i piedi.

Allora ebbe paura di fare la morte orribile di coloro, che sprofondano nel fango e sotto quello spariscono.

Si pose a gridare con quanto fiato aveva in corpo; per fortuna fu inteso da un ragazzetto,che corse ad una casa vicina a domandare aiuto; e l’aiuto venne, mentre Ruiz aveva già il fango fino alla cintola.

Gli venne gettata una fune, e vi si aggrappò come il naufrago che sta per annegare.

Quando fu in salvo, provò una gioia immensa; la morte non lo voleva.

L’uomo che aveva salvato Ruiz, ci teneva a fare le cose a dovere, per ciò fu largo della più gentile ospitalità.

Ruiz per prima cosa dopo esservi cambiato gli abiti lordi di fango, gocciolanti d’acqua, domandò da bere; nel prendere il bicchiere che gli veniva offerto, le sue mani tremavano, e quando le sue labbra ardenti toccarono il liquido freschissimo, provò una voluttà infinita.

Al suo salvatore raccontò, che in quei pressi la sua barchetta erasi capovolta; dette un nome e un’indirizzo falso, e offrì di pagare i vestiti che gli erano stati dati, vestiti un poco larghi, ma una vera manna in quel momento per lui.

Il padrone di casa rifiutò ogni compenso, gli abiti gli avrebbe rimandati, ed era tutto.

Dopo una copiosa colazione, Ruiz si disse obbligato di ritornarsene a New York dove lo attendevano importanti affari.

Ruiz fu accompagnato fino al tram elettrico dal suo salvatore, e mezz’ora dopo, attraversato il maestoso ponte di Brooklyn, metteva piede in New York.

Durante il tragitto aveva pensato ai casi suoi; quel giorno essendo sabato, non aveva più tempo di correre alla Banca a ritirare i suoi denari, per cui avrebbe dovuto restare a New York fino a Lunedì.

Dove avrebbe passato il lungo tempo, in una città dove tutta la polizia era in moto per cercarlo?

A casa non ci poteva andare, sarebbe stato un volere andare a mettersi nella rete; dopo avere pensato un pezzo, si ricordò di Eugenia, a lei sarebbe andato a chiedere ospitalità; Bernabei doveva essere arrestato per cui avrebbe goduto sicurezza e amore.

A Brooklyn, prima di prendere la funicolare per New York entrò in una barberia e si fece radere la barba, ciò che lo ringiovanì di un cinque anni, ma scoprì le linee del volto tutt’altro che simpatico.

Eugenia quando giunse Ruiz, stava per uscire di casa, da due giorni non aveva visto Bernabei, e da moltissimo tempo non erasi fatto vivo Ruiz, così la bella fanciulla si trovava nella condizione di chiedere agli amori da strada, il denaro per vivere.

Eugenia aveva fatta una seducente e chiassosa toilette, e certo che appena fosse comparsa sul marciapiede delle quattordici strade avrebbe ecclissate le sue compagne, giovani fatte vecchie dal deboscio e dal vizio, e che giorno e notte stanno alla posta dei merli.

Ruiz aveva cambiato di abiti, entrato in un negozio di Bowery, per diciotto dollari si era acquistato un abito completo, non perfettamente elegante ma tale da poter passare.

Eugenia sul primo non lo riconobbe, ma quando ne intese la voce gettò un grido di gioia.

—Finalmente vi si vede,—disse.

Ruiz prese per la vita la bella ragazza e la baciò sulle labbra.

—È questa la vostra risposta?—disse con aria biricchina Eugenia.

—E quale risposta migliore di un bacio? Stavi per uscire?

—Sì, ma ora è inutile, sei venuto, io resto.

E in ciò dire Eugenia si tolse il cappello, e i guanti.

—E il vecchio?—domandò Ruiz.

—Non lo vedo da due giorni.

—Da due giorni; ma allora è in collera?

—Non lo so, da un pezzo in qua, ha cambiato cera, mi guarda con certi occhi da spiritato, che mi fanno paura. Spesso ha un riso cattivo sulle labbra, e mormora parole incomprensibili.

—Gli farai dare di volta il cervello; sei troppo bella, demonio.

—Ti pare;—e in ciò dire scosse la testa in modo provocante.

Ruiz vicino alla donna, dimenticava facilmente le sue preoccupazioni, i sensi lo dominavano completamente, e coll’ebbrezza d’amore scacciava ogni triste pensiero.

Eugenia anima e corpo di cortigiana, era tal donna da contentare in tutto e per tutto un dissoluto della forza di Ruiz.

Quando il miserabile afferrò Eugenia a mezza vita, e la trascinò nella camera, essa non oppose la resistenza di Clara, ma ebbe delirii di passione.

Per piacere al suo amante, per eccitarlo, sciolse i suoi lunghi capelli, si tolse le vesti, e si dette col grido di passione, che devono mandare le tigri, quando ricevono le prime carezze del maschio.

Sfogate le loro voglie, i due miserabili tennero consiglio; Ruiz non disse la verità a Eugenia, ma le fece intendere che aveva bisogno di un ricovero fino al lunedì.

La ragazza fu felicissima di quella necessità imperiosa che le lasciava l’amante per due giorni di seguito.

Ma ad un tratto il volto di Eugenia si oscurò.

—Se venisse Bernabei il bel sogno sarebbe svanito,—disse.

—Non dubitare,—rispose Ruiz,—Bernabei per un pezzo non verrà.

Ella volle sapere il perché della sicurezza di Ruiz, ma non volle nulla spiegare.

Fu deciso adunque che Ruiz resterebbe presso Eugenia.

—Staremo come due sposi novelli, io farò da mangiare, compreremo dello Champagne, dei dolci, dei frutti, e condiremo il tutto con dei bacioni grossi, grossi, baci alla francese.

Ruiz dette a Eugenia un biglietto da venti scudi, per fare le spese, poi domandò il permesso di dormire perché era stanco, morto.

CAPITOLO XXXIII.

Vendicato!

Era già calata la notte e Ruiz non si svegliava, più volte Eugenia aveva guardato dall’uscio socchiuso, ma non si attentava a destare il suo innamorato che dormiva pacificamente; alla fine essendo il pranzo pronto, la ragazza si decise a chiamare Ruiz; alla prima chiamata il miserabile si alzò sul letto spaventato, ma restò subito rassicurato vedendo il volto ridente della sua druda.

—Su, via, alzati dormiglione, il pranzo è pronto.

—Ho dormito molto?

—Quasi cinque ore.

—Avevo bisogno di questo riposo; ora mi sento meglio ed ho una fame da lupo.

Mentre Ruiz saltava dal letto, fu bussato alla porta di entrata.

—Chi sarà mai a quest’ora?—disse Eugenia non nascondendo la sua paura.

Anche Ruiz aveva impallidito; che la polizia avesse scoperto il suo ritiro?

Fu bussato di nuovo e con più forza; poi s’intese la voce di Bernabei, che diceva:

—Su, via,non voglio fare anticamera in casa mia.

Nell’udire quella voce, Eugenia provò una scossa, e un’altra la provò Ruiz.

Come mai Bernabei era libero, lui pure era all’adunanza, e lui pure fu arrestato, a qual miracolo doveva la sua salvezza?

—Apri o non apri?—gridava Bernabei.

—Va apri a quel babbeo,—disse Ruiz,—e pensa a trovare il modo di mandarlo via al più presto.

Eugenia andò ad aprire.

—Ci voleva tanto corpo del diavolo . . . . .

—Credevo che non tornaste più, da due giorni non vi si vede.

—Ho voluto lasciarti libertà intera di goderti il tuo amante.

—Il mio amante! Siete matto?

—Via non fingere sgualdrina, so tutto da molto tempo, e ho sempre taciuto perché voleva vendicarmi.

La porta di casa Bernabei metteva nel parlor, e il complice di Ruiz, appena entrato si era lasciato cadere sopra una poltrona, con gran soddisfazione di Eugenia che paventava, che il suo ganzo entrasse nel “ dinning Room, ” dove era preparato la tavola per due.

—Sì, vendicarmi, e mi sono vendicato, vendicato proprio per bene;—e in ciò dire, Bernabei rideva, rideva forte.

—Io non vi capisco, se siete ubbriaco, potete andarvene, non voglio avere nulla a che fare con dei bruti.

—Non sono ubbriaco, per nulla al mondo vorrei esserlo questa sera, l’ubbriachezza mi toglierebbe ogni conoscenza, ed io voglio godermi nel pensare, come ho pagato quel furfante, che ti rubò a me.

—Ma insomma spiegatevi cosa intendete di dire.

—E via, sgualdrina non farmi l’innocente, mi credi così stupido dal non sapere che mi facevi le fusa torte con quel furfante matricolato di Ruizzi, o meglio Ruiz, il mio degno compagno di Napoli?

Eugenia aveva impallidito.

—Non rispondi? Vedi bene che so tutto, conosco il tuo tradimento.

—Ma . . . . . .

—Non vi è ma che tenga; tu ti sei data a quel zerbinotto come una prostituta. Ma non dubitare il vecchio barbogio ha saputo vendicarsi a dovere.

—E quando ciò fosse vero?—disse Eugenia alzando fieramente la sua testa da baccante.

—È vero, è vero, non cercare di mentire.

—Sì, è vero mi sono data ad un giovane, perché le vostre carezze sono quelle di un vecchio.

“ Qual sentimento doveva trattenermi perché io non facessi ciò? Onore!... non ne ho, io sono la vostra mantenuta!.. Pudore?... era giovanetta, che lo persi al contatto di miserabil donne, che non si peritarono a svelarmi tutti i misteri della vita. Giovane, forte, ardente, aveva bisogno di acquietare i miei sensi, di calmare il mio sangue che bolliva.

—Il mio amore ardente, sincero, doveva bastarti.

—Bastarmi?—E Eugenia rise cinicamente.

—Ebbene, hai dato le tue carezze ad un altro più miserabile di me, ed io mi sono vendicato, stai sicura che non sarà più lui che calmerà i bollori del tuo sangue.

—Perché? Come?

—Perché? Come? Orbene ascolta, il zerbinotto che ti ha posseduto era un delinquente dei più pericolosi, la polizia lo cercava, ma non arrivava a scoprirlo, il furfante erasi fatto una splendida posizione, passava per uomo onesto, e stava per fare un magnifico matrimonio. Orbene io ho dato quest’uomo in mano alla polizia, ho svelato ai suoi nemici i suoi piani tenebrosi, ed ora in questo momento che ti parlo, egli è fra le pareti di una lurida e piccola cella, e presto riceverà le carezze del boia.

“ Mi ha rubato il mio tesoro e mi vendico, sono nel mio diritto; ora lo sfido a nuocermi, ho la protezione della polizia italiana e americana, e se tu lo vuoi Eugenia potremo andarci a godere anche in Italia.

Eugenia era muta di meraviglia, come mai Bernabei diceva che Ruiz era in carcere, mentre si trovava nella sua camera?

—Non hai più parole, ti cruccia il bel tiro che ho fatto al tuo ganzo? E non è nulla, andrò a vederlo morire sulla sedia elettrica, il suo conto è breve. Puoi considerarti come vedova. . . . .

—Non ancora!—tuonò la voce di Ruiz, comparso minaccioso, terribile, sulla porta del parlor.

Bernabei gettò un grido e fece per alzarsi; ma Ruiz gli piombò addosso come una jena e lo tenne fermo sulla poltrona.

—Eugenia, prendi delle ciarpe di seta, voglio legare questo farabutto.

La fanciulla portò quanto Ruiz chiedeva e in un batter d’occhio Bernabei fu legato e imbavagliato.

—Hai voluto perdermi,—mormorava Ruiz,—mi hai denunziato e con me i compagni; mi credevi in prigione; ma invece, eccomi qui a renderti pan per focaccia, a provarti che con me non si lotta. Vedi io sono libero e tu sei prigioniero, le parti sono invertite. Tu! di fronte a me non sei che uno scolaro.

Bernabei mezzo stupidito dalla sorpresa e dalla paura, guardava Ruiz con due occhi da spiritato.

—Eugenia,—disse allegramente Ruiz,—il pranzo è pronto?

—Sì, quando vuoi possiamo cominciare.

—Allora subito. Il vecchio babbuino si contenterà dell’odore.

Ruiz ed Eugenia, stretti l’uno all’altra, entrarono nel “dinning rooms.” Il pranzo fu allegro, Bernabei, udiva le grosse risate, lo scoccare dei baci, e si rodeva di rabbia e di gelosia; ma quello era nulla; Ruiz gli preparava ben altro.

Finito il pranzo, Ruiz ed Eugenia ritornarono nel “ parlor ” si assisero vicino a Bernabei, prodigandosi le più ardenti carezze.

—Credo che sia l’ora di andare a letto,—disse ad un certo punto Ruiz.

—Andiamo, andiamo, angelo mio,—rispose Eugenia.

—Sì, andiamo, ma voglio procurar un divertimento gratis a papà Bernabei, aiutami a spingere questa poltrona. La poltrona dove impotente, avvilito, era Bernabei fu trascinata innanzi alla porta della camera da letto.

Il vecchio dovette essere testimone di quanto avveniva nella sua camera; Eugenia rideva, lanciava degli insulti a Bernabei, lo beffeggiava.

Il disgraziato soffriva orrendamente, sentiva lo scoccar dei baci, i sospiri, i gridi sommessi di voluttà, e quella musica arcana, misteriosa, che accompagna l’ebbrezza d’amore, risuonava al suo orecchio facendolo spasimare di rabbia, di gelosia.

Egli tentò più volte di rompere i suoi lacci; non vi riuscì, e fu fortuna per i due amanti, perché altrimenti Bernabei gli avrebbe sbranati con le sue mani.

Dopo il delirio della passione, venne la quiete del riposo; Eugenia e Ruiz nelle braccia l’una dell’altro dormirono tranquilli, come se la loro coscienza fosse candida come la neve.

Bernabei immobile nella sua poltrona; non dormì; egli pensava al come Ruiz era sfuggito dalle mani della polizia; doveva essere ben forte per scampare da ogni pericolo; e lui aveva voluto lottare con Ruiz e perdeva la posta, e ora si trovava in sua balia legato strettamente ad una poltrona, con un bavaglio che lo soffocava, e costretto ad assistere al tradimento di Eugenia, ad essere testimone di una notte di ebbrezza della quale lui non aveva neppure l’idea, perché Eugenia a lui non erasi mai data a quel modo.

Eppoi cosa farebbero di lui? Certo Ruiz non lo avrebbe fatto andar via perché doveva avere paura di essere nuovamente denunziato.

La notte gli parve eterna; finalmente dalle finestre semi aperte cominciò a penetrare la luce, poi un raggio di sole illuminò la stanza, Eugenia bella come Venere nella sua nudità, si svegliò, e baciò a lungo Ruiz, che destandosi strinse con forza al seno la sua druda, e il martirio di Bernabei ricominciò più atroce che mai. . . . .

Quando Ruiz ebbe fatto la sua toilette aiutato da Eugenia, riportò Bernabei nel “ parlor ” e toltogli il bavaglio, gli disse:

—Ed ora vecchio furfante discorriamo.

—Sia—rispose con voce sorda, Bernabei.

—Dunque tu mi hai tradito, venduto.

—Mi sono vendicato.

—Dovevi dirmi di essere geloso, ed io avrei rispettato la tua donna.

—Ti conosco, avresti fatto peggio.

—Tu hai rovinato tutti i miei piani, tu hai distrutto il mio avvenire, tentando di darmi in mano al carnefice, tu ti facesti spia, commettendo così l’azione più vile, più infame che si conosca.

—Tu mi rapisti la mia donna!

—Spia! ma non sai quanto sia vile questo mestiere? Ascolta;io che non mi spavento di qualunque delitto, che sono ladro e assassino, troncherei la mia lingua coi denti e l’ingoierei prima di fare la spia. Dovevi uccidermi; aspettarmi dietro uno svolto di strada e darmi una pugnalata, io se ti avessi riconosciuto, ti avrei ammirato; ma fare la spia!... Per Dio, mi assale il desiderio di schiacciarti la testa col tallone dei miei stivali come si fa con le vipere.

—Finisci d’insultarmi, cosa vuoi da me?

—Quando io t’incontrai, eri povero, miserabile, con la sola prospettiva di andartene in prigione e di morire di fame; mercé mia ti facesti quasi ricco, e per tutta ricompensa mi vendesti ai miei nemici.

—Rubasti la donna mia!

—Tu forse non comprendi intero il male che hai fatto, non hai neppure l’idea, del progetto splendido che hai distrutto. Basta il male ora è irreparabile. Fosti tu a dire alla polizia dove ci si adunava?

—Sì.

—Miserabile!—gridò Ruiz, e col suo pugno colpì alla testa Bernabei.

—Bella prodezza colpire chi non può difendersi—si contentò di dire Bernabei.

—Hai ragione, non dovrei colpirti, ma ucciderti subito. A chi svelasti l’essere mio?

Bernabei non volle nominare Boni, non volle far sapere a Ruiz che il suo maggior nemico,quello che credeva morto era vivo e pronto a combattere, e per ciò rispose:

—All’ispettore Byrnes.

—Sicché alla polizia si sa tutto?

—Tutto.

—Va bene, tu sai cosa aspetta ai traditori, hai ventiquattro ore di vita, raccomanda al diavolo l’anima tua, perché ti giuro che non ti farò grazia.

—Non ne domando, ti conosco, ho giuocato una partita, l’ho perduta, pagherò. Soltanto ti chiedo come una grazia che tu la finisca subito.

—No, voglio che tu abbia a godere lo spettacolo dei miei amori con Eugenia, un vero boccone da re, ardente, voluttuosa, come non ne vidi mai.

Bernabei chinò il capo e non rispose; avrebbe preferito morire.

La giornata trascorse allegramente per i due amanti, triste, penosa, per Bernabei, il quale fu straziato anche dalla fame, e fu costretto a restare fra il sudiciume, perché i suoi carcerieri non gli permisero di levarsi un solo momento dalla poltrona.

Il disgraziato sentiva tutte le membre indolenzite, pareva che lo pungessero con migliaia e migliaia di spilli.

Verso sera si addormentò; ma quando gli amanti andarono a letto, lo svegliarono, per costringerlo ad assistere alla loro orgia, orgia sfrenata dove Eugenia si mostrò maestra in tutte le raffinatezze della voluttà.

Al lunedì mattina, quando Ruiz ed Eugenia si alzarono, Bernabei era svenuto, e sembrava morto.

Ruiz aveva deciso di portare con sé Eugenia, la vita dell’esilio solo, gli sembrava troppo penosa, poi la fanciulla gli dava ebbrezze alle quali non voleva rinunziare.

Fu convenuto che Ruiz si recherebbe alla banca a ritirare i denari; poi ritornerebbe a prendere Eugenia, assesterebbe una bella pugnalata a Bernabei e quindi partirebbero per Nuova Orleans, dove aspetterebbero il battello per l’Europa.

Prima di partire Ruiz fece rinvenire Bernabei, il miserabile aveva tutte le raffinatezze, voleva che il suo antico complice avesse conoscenza di quanto gli accadeva.

Bernabei, come sua prima parola disse:

—Ho sete.

—Beverai nel mondo di là,—rispose Ruiz.

—Una goccia d’acqua; mi sento morire.

Ruiz rise allegramente, ma non volendo che un’altro svenimento sopravvenisse, dette da bere a Bernabei, che si sentì rinascere da morte a vita.

—Ed ora non ti rimangono che pochi istanti; non ti illudere, io non perdono a chi tradisce.

—Fai di me ciò che vuoi; ma fa presto.

—Al mio ritorno, voglio che tu veda come sono ancora ricco, e che tu sappia come io e Eugenia ce la godremo allegramente infischiandoci della polizia e delle spie.

Ruiz baciò Eugenia ed uscì, dicendo:

—Fra un’ora sarò di ritorno, e tu morrai.

CAPITOLO XXXIV.

Paure.

Da tre giorni Boni non erasi fatto vedere ai suoi amici, e questi cominciavano a temere una qualche disgrazia.

L’ultima volta che Leonardi e Ferroni avevano parlato con l’ex-ispettore, questi aveva detto, che il dramma stava per finire e che Ruiz finalmente sarebbe arrestato.

Quando lessero nei giornali la retata fatta dalla polizia, compresero subito che la banda era quella di Ruiz, e che Boni era stato il vero generale di quella spedizione per la quale si faceva tante e tante lodi a Byrnes.

Però invano cercarono in quelle lunghe narrazioni, una parola, un’accenno a Ruiz. Che fosse scampato al tranello? Che il miserabile fosse ancora libero, e pronto a commettere nuovi delitti?

Perché Boni non si faceva vedere?

Eppure, la ragione per la quale l’ex-ispettore erasi reso invisibile era semplicissima; egli aveva detto ai suoi amici:—quando ci rivedremo,Ruiz sarà al sicuro, disgraziatamente il miserabile aveva preso il largo e Boni aspettava a ritornare in iscena, a cose fatte e allorché Ruiz fosse sotto chiave.

Del resto,Boni sapeva che se avesse annunziato la fuga di Ruiz, i suoi amici si sarebbero spaventati, e voleva risparmiare dispiaceri e timori.

Leonardi, dal giorno che a Fanny fu svelato il vero essere del suo fidanzato, si sentiva rinascere alla speranza; ma però non si faceva molte illusioni , sapeva il cuore di Miss Spencher piagato profondamente, tanto che non era facile cosa poterlo curare e guarire.

L’amore però può fare dei miracoli, e nell’amor suo grande, appassionato, Leonardi sperava e confidava.

L’avvocato difensore di Righetti continuava il suo idilio con la figlia del capo guardiano di Sing-Sing, e se non andava più nel triste luogo per vedere la fanciulla che amava, la posta lavorava a portare bigliettini pieni di fuoco.

Oramai era quasi certo, che l’avvocato avrebbe sposato la gentile ragazza, che fu l’angelo consolatore della prigionia di Righetti.

Però questo idilio, che sarebbe ben presto finito con un matrimonio, non faceva dimenticare all’avvocato i suoi doveri verso l’innocente,che aspettava in una delle celle delle tombs la sua riabilitazione; come già dicemmo Righetti avrebbe potuto usufruire della libertà provvisoria, forse avrebbe potuto essere prosciolto dall’accusa, anche senza processo; ma questo non voleva il difensore; i cittadini giurati, avevano dichiarato colpevole Righetti, altri giurati nella stessa aula, innanzi al popolo, dovevano lavare la macchia, e restituire alla società completamente riabilitato la vittima di un errore giudiziario.

L’avvocato aveva tutto pronto e a giorni si sarebbe fatta la causa, il ritardo dipendeva da Boni che pregò di aspettare fino a quando Ruiz fosse al sicuro.

Vittoria in casa Ferroni, tornava da morte a vita, per lei erano le cure più affettuose, per lei, che era divenuta l’idolo della casa.

Enrichetto poi la faceva da padrone, e nessuno diceva nulla, che anzi, obbedivano come schiavi.

Ferroni, col suo cuore nobile e generoso si era affezionato a quel fanciullo, come se fosse suo figlio.

—Non sarete gelosa, Vittoria,—era uso a dire il brav’uomo,—se amo troppo Enrichetto.

—Siete buono come Dio,—rispondeva la poveretta,—ed io sono ben felice che voi amiate il figlio mio.

Spesso Vittoria, accompagnata dalla Ferroni, si recava alle tombs a visitare Righetti, e da quella visita ritornava dolcemente commossa, essa piangeva, ma quelle lacrime, erano rugiada benefica che scendeva sopra il suo povero cuore.

Amava essa il prigioniero?

Era questa una domanda che temeva di rivolgersi; essa non poteva amare, era legata ad un uomo, e la legge, non permetteva che la ferrea catena che l’univa al suo carnefice si potesse rompere.

Legge assurda, stupida, crudele, che eternizza angoscie, e dolori.

La Ferroni comprendeva quanto avveniva nel cuore della poveretta, e faceva di tutto per calmarla, per alleviare le sue pene.

Spesso Augusto Dei veniva in casa Ferroni, triste, pensieroso, era ridotto irriconoscibile, invano i suoi amici tentavano consolarlo, il pensiero della fanciulla amata lo perseguitava notte e giorno.

Lei era morta per lui, e lui seguitava a vivere! Non era quella una vigliaccheria? Perché non seguiva nel mondo di là la sua diletta?

Quando Don Arcangelo diventò pazzo, egli non ebbe più neppure la scusa di stare al mondo per vendicare la suicida, la giustizia di Dio aveva colpito il padre snaturato, ed egli innanzi a quella punizione terribile non aveva più nulla a fare.

Dei viveva perché giurò a Ferroni di non attentare ai suoi giorni, viveva perché il suo benefattore gli aveva detto:—Uccidersi è viltà, l’uomo può compiere grandi cose, e dimenticare nel bene fatto all’umanità i suoi dolori. Sottrarsi con la morte ai propri doveri, troncare un’ esistenza che può essere utile, è viltà.

E Dei, si era rassegnato a vivere.

Quel lunedì mattina nel quale Ruiz, torturava Bernabei; in casa Ferroni, erano riuniti Leonardi e l’avvocato di Righetti, essi cominciavano ad avere paura sul serio di non vedere Boni.

Leonardi era stato a cercarlo a casa; ma non lo avevano visto, a casa Spencher neppure; sapevano Ruiz capace di tutto, e temevano che il loro amico fosse caduto in qualche agguato.

—Dunque, cosa facciamo?—disse Ferroni, dopo una lunga pausa.

—Il meglio,—rispose l’avvocato,—è andare dall’ispettore Byrnes; da qualche tempo esso è amico di Boni.

—L’avvocato non parla male,—rispose Leonardi,—ma voi lo sapete, il nostro amico ci ha sempre detto:—state lontani dalla polizia, quando viene il momento buono io vi anderò.

—Sta bene caro Leonardi; ma questa sparizione nel momento nel quale si doveva giuocare l’ultima carta, non è spiegabile che con una disgrazia; ora possiamo noi senza nulla sapere, frugare questa grande città e trovare le traccie del nostro amico? No, è impossibile, sono del parere dell’avvocato, andiamo da Byrnes.

—Un momento; vi domando, di aspettare fino a domani, se domani a quest’ora Boni non è tornato andremo alla polizia.

—Non temete Leonardi, che ventiquattro ore di ritardo possano essere la morte del nostro amico?

—Ho un presentimento che mi dice, che facciamo molto bene ad aspettare.

—Io mi arrendo,—disse l’avvocato,—speriamo che Boni ritorni in mezzo a noi; in ogni modo a giorni andrà la causa di Righetti ed io sono pronto.

—Sarà l’assoluzione?—domandò Leonardi.

—Assoluzione? Altro che assoluzione, trionfo, riabilitazione splendida, sarà una scena come non ve ne furono mai nell’aula delle corti di New York.

—Sicché a Sing-Sing,—disse ridendo Ferroni,—ci tornerete voi solo.

L’avvocato si fece rosso, rosso.

—E via,—continuò Ferroni,—non vi è da diventare rosso, oramai si sa che in fondo alla causa Righetti, avete trovato una buona e bella fanciulla.

—Fortunato amico,—disse sospirando Leonardi,—a te aspettano le gioie dell’amore, a me, forse, altre pene, altri disinganni.

—Bando alle tristezze,—replicò Ferroni,—a quando le nozze, caro avvocato?

—Ma. . . . più presto possibile.

—Benone, e viva gli sposi, perché tanto lo so, questo dramma al quale abbiamo partecipato, finirà poi come una commedia del bel tempo antico; con dei matrimoni.

—Signori, la colazione è pronta,—gridò la voce argentina della signora Ferroni.

Passarono nella sala da pranzo, vi erano già Vittoria ed Enrichetto, il quale appena vide Ferroni gli saltò al collo.

La colazione non fu allegrissima, i deliziosi manicaretti di casa Ferroni, non furono gustati come meritavano.

L’assenza prolungata di Boni, metteva tutti in apprensione.

Mentre i suoi amici stavano in ansietà per la sua prolungata assenza, Boni tendeva la rete per prendere Ruiz.

CAPITOLO XXXV.

Due amiche.

L’indomani della notte terribile, nella quale Clara per poco non restò vittima di Ruiz, la danzatrice e Fanny se ne stavano meste e pensierose, sulla veranda della palazzina, alla quale formava da padiglione una folta vegetazione di campanelli dai calici color violetto.

Fanny teneva fra le mani un libro, ma non leggeva; il suo sguardo immobile pareva fissasse un qualche punto nell’orizzonte lontano.

La giornata era bellissima, la baia quieta solcata da piccole imbarcazioni dalla vela bianca come ala di cigno.

Clara, pallida con gli occhi brillanti, aveva di quando in quando, dei brividi di febbre.

Un bel cane nero, dal pelo lucido, riposava fra le due fanciulle con la testa posata sulle zampe; di tratto, in tratto, al più piccolo rumore,drizzava le orecchie, apriva gli occhi, pronto a slanciarsi su qualunque sconosciuto che fosse venuto a turbare quella quiete grande, nella quale era immersa la villa.

—Fanny,—disse ad un tratto Clara,—a che pensi?

La fanciulla si scosse impaurita, poi sorrise mestamente, e rispose:

—Pensavo..... pensavo a mille cose lontane.....

—Al tuo sogno distrutto?

—Oh! no! Fu un sogno d’inferno quello, esso è scomparso dalla mia mente e dal mio cuore....

—Ne sei ben sicura?

—Clara! tu non mi conosci; mi credi debole e vile perché ieri notte ho permesso a quel miserabile di fuggire; hai pensato forse che io lo amassi ancora. T’inganni, se nel mio cuore ci fosse restato per Ruiz, anche un atomo di amore, credi che lo avrei ucciso e poi con la stessa arma avrei troncato i miei giorni; perché non sarei sopravvissuta al pensiero che io, Fanny Spencher, amassi un ladro, un’assassino.

Lo lasciai fuggire, perché il mondo è malvagio, e confonde con una certa voluttà innocenti e colpevoli ed entrambi gli accomuna nella rovina.

—Calmati Fanny, io non intendeva dire questo.

—No, lasciami dire, tu sola sei la confidente delle mie pene, tu mia sorella diletta; lascia che io sfoghi tutta l’amarezza che ho nell’anima. Guarda; sono giovane, mi dicono bella, sono ricca; più di uno dei giovani eleganti, ricchi, intelligenti di New York, ha ambito alla mia mano.....

Il cuore mi restò di ghiaccio fino a quando incontrai quel. . . . . lo amai, lo amai con tutto l’entusiasmo di un cuore vergine, amai come si ama la prima volta. Ero fidanzata, stavo per divenire sposa, quando è scoppiato il fulmine; allora l’amore divenne odio tremendo implacabile; ed io odio quel miserabile! e questo sentimento selvaggio cesserà forse quando chi me lo ispira, salirà sul patibolo.

Morto lui però non riacquisterò la mia calma, la mia giovinezza è stata contaminata, il mio cuore e il mio corpo sono puri, ma le mie labbra si posarono su quelle di un ladro, le mie mani strinsero quelle di un’assassino, chi vuoi mai, che leghi la sua, alla mia esistenza?

—Eppure,—disse lentamente Clara,—avvi, chi ti ama ora più che mai.....

—Taci, non voglio saper nulla; perché io non amerò più; mai!

—Lascia che ti racconti una breve storia, passerai il tempo:

“ Eravi una volta un giovane bello e gentile; ma timido come una fanciulla, il giovane era povero e dava lezioni di lingua italiana.....

—Era italiano,—disse con voce sdegnosa Fanny.

—Sì, italiano!—continuò Clara,—era nato nella terra dei canti,dei fiori, della poesia, in quella terra che tu pure ami, e nella quale, tienlo bene a mente,vi sono i buoni e i cattivi, cuori nobili e generosi, ed esseri vili senza anima e coscienza, come del resto dovunque, in qualunque paese, compresa l’America, questa tua patria diletta.

“ Il giovane erasi innamorato alla follia di una sua allieva. Un giorno apprese che colei che adorava si faceva sposa di un’altro,e in quel giorno stesso la fanciulla gli mostrava tutto il suo disprezzo.....

—Vuoi parlare di Leonardi, so la storia, egli credeva di amarmi. ...

—No, intera non la sai, tu ricordi di averlo quasi scacciato da casa tua, ma non sai cosa avvenne dopo.....

—Sì, venne sua madre, una brava signora per la quale ho molta simpatia; Leonardi non è più povero e mi ha dimenticata...

—Vi è ben altro ancora...

—Cosa? parla!..

—Quel giovane partì da te con la morte nel cuore, andò a casa sua, si chiuse in camera, scrisse due lettere, una per colei che amava, l’altra per la madre, poi prese un revolver, se lo puntò alla fronte e.....

Fanny gettò un grido.

—Riassicurati, nel momento che stava per partire il colpo, fu bussato alla porta, era un amico che portava la speranza, e il giovane non si uccise..... no, visse, e dedicò la sua vita a salvare colei che adorava dal più orrendo pericolo.

Fanny, aveva chinato il capo sul petto, delle grosse lacrime le scendevano giù per le gote e si perdevano fra i ricchi merletti del suo corsetto; sentiva entro il cuore un dolore meno acuto, e le lacrime erano per lei un gran sollievo.

Seguì un lungo silenzio, sopra un’albero una cicala, faceva intendere il suo canto monotono... non tirava un alito di vento, e le due fanciulle sembravano assopite, da quell’afa soffocante.

Clara si felicitava in cuor suo di avere colto il momento opportuno, per parlare di Leonardi, Fanny si sentiva turbata da quella rivelazione.

Fu Miss Spencher a rompere il silenzio.

—Come sai Clara questa storia nei suoi minuti particolari?

—Ero un’alleata di Leonardi.....

Fanny la guardò con gli occhi spalancati, poi con voce soffocata disse:

—Lui! lui è, colui che ami, che ti ha redenta, e vuoi darlo a me?.....

Clara fissò con l’occhio sereno Fanny e disse :

—Sì, è lui che mi ha redenta,è lui che un giorno ho amato; ma oggi egli non è per me che un fratello.

—Povera martire!—e in ciò dire Fanny attirò a sé Clara e la baciò lungamente.

—Il mio martirio è finito,—rispose con voce commossa Clara,—ho una sorella diletta, un fratello, degli amici . . . non posso, non debbo pretendere di più, Dio con me non è stato senza pietà.

Le due amiche stettero un pezzo così abbracciate; Leo, il cane nero, guardava con i suoi occhi intelligenti quel gruppo, e dimenava festosamente la coda, pareva felice, che le sue padrone si baciassero e si abbracciassero.

In quella calda giornata di estate, Clara gettava nel cuore di Fanny un seme, che forse avrebbe portato i suoi frutti.

CAPITOLO XXXVI.

Smanie.

Quando Ruiz fu uscito, Bernabei sembrò sollevato da un gran peso, le sue pene gli parvero minori; egli l’odiava l’uomo che gli aveva rapito la donna amata, la donna che aveva svegliato in lui desideri sfrenati.

Eugenia, avemmo occasione di dirlo più volte, non aveva cuore; per lei non esistevano che le passioni del lusso e dei sensi, era nata predestinata alla vita che conduceva; in lei nessun sentimento buono, tutto era calcolo e lussuria; di suo padre onesto e laborioso operaio non conservava neppure il più piccolo ricordo.

Queste perverse creature sono meno rare di quanto si possa credere, specialmente in un epoca nella quale l’immoralità, il vizio, le turpitudini, pare che vogliano sopraffare quanto avvi di buono e di onesto nel mondo.

Bernabei, che non era uno sciocco, aveva completamente capito qual demonio si nascondesse sotto le spoglie della bella Eugenia; ma a lui poco o nulla importava, dalla fanciulla desiderava il corpo non l’anima.

E anche dopo il martirio al quale era stato assoggettato,dopo che Eugenia gli aveva fatto provare tutte le torture, sarebbe stato pronto a perdonare, per una carezza, una sola, della provocante fanciulla.

Eugenia indifferente, fredda come il marmo, ironica, sprezzante faceva i preparativi della partenza, ammucchiava nelle valigie gli abiti pagati coi danari di Bernabei, le biancherie fine dai merletti costosi.

Bernabei non ne poteva più, da tanto tempo era legato sopra la poltrona che si sentiva morire, i suoi muscoli attrappiti gli davano dolori atroci; pareva che le sue membra fossero ad ogni momento stritolate da qualche crudele macchina dell’ inquisizione di Spagna.

—Eugenia,—disse finalmente non potendo più resistere,—abbi pietà di me, toglimi da questo martirio.

—Io,—rispose furiosa Eugenia,—io dovrei far cessare le tue pene? Mai! Tu hai tentato di perdere l’uomo che io amo, tu hai fatto la spia, hai venduto i tuoi compagni alla polizia, e domandi a me di salvarti, sei dunque così sciocco da credere che io sia tal donna da farmi impietosire?

—Io mi sono vendicato dell’uomo che ti rapiva al mio amore.

—Bell’amore quello tuo.....

—Quando mi seguisti non dicevi così.

—Per forza,ero condannata a vivere nelle solitudini del South Carolina, nella più orribile miseria, ed io non ero nata per quella vita di stento; tu mi offristi uno stato migliore, io in compenso ti detti il mio corpo vergine, fui strumento dei tuoi piaceri; ti ho pagato al di là di ogni pretesa, e sarei io che avanzo da te.

—Ma cosa è mai questo Ruiz, questo ladro fuggiasco al quale vuoi legare la tua esistenza?

—Quel ladro, come tu dici, è giovane, bello, forte, fra le sue braccia tutto il mio essere palpita, mentre tu con le tue carezze mi desti ribrezzo.

—Infame, infame!—mormorava Bernabei con la schiuma alle labbra.

I preparativi della partenza erano finiti; Eugenia si mise un’abito da estate elegantissimo e aspettò il ritorno di Ruiz.

Bernabei divorava con gli occhi Eugenia, non sentiva più la fame, la sete, pareva che nel mirare quella donna il suo corpo si galvanizzasse, e diventasse ancora giovane.

Il tempo passava, e Ruiz non tornava, Bernabei dal fondo della sua poltrona vedeva scorrere le ore e cominciava a sperare, sperare che il rivale non tornasse più; egli sapeva qual razza di uomo era il suo complice, sapeva come fosse facile a dimenticare le donne che aveva posseduto.

Passò l’intera giornata senza che si avesse nessuna notizia di Ruiz; Eugenia cominciava ad essere inquieta. La banca non era molto lontana e dato anche che avesse dovuto aspettare doveva essere già di ritorno.

Bernabei più si faceva tardi, e meno sentiva le sue pene, l’idea che Ruiz avesse fatto qualche brutto incontro, o che avesse dimenticato Eugenia, lo rendeva insensibile alla fame, alla sete.

Calò la notte; Eugenia alla finestra della camera guardava nella via, aspettando ansiosamente il suo drudo.

—È inutile,—disse Bernabei,—non verrà più.

Eugenia si voltò come se fosse stata morsa da un serpe.

—Cosa ne sai tu, vecchio stupido!

—È chiara; o Ruiz è caduto in mano alla polizia, o col suo gruzzolo ha preso il volo senza di te.

—E se ciò fosse?

—Ma non sarebbe bello per te.

—Sono giovane, troverò un’altro.

—Se tu volessi . . . . . .

—Cosa?

—Io ti perdonerei tutto, dimenticherei le torture di questi giorni, il male orribile che tu mi hai fatto, non ricorderei più che stai per farmi morire di fame e di sete . . . . . .

Eugenia non rispose, ma offrì un bicchiere d’acqua a Bernabei, che bevve con grande avidità.

—Sciogli i miei lacci Eugenia, io sono ricco quanto quel furfante di Ruiz, lasceremo New York, andremo dove vuoi, sarai rispettata da tutti, amata alla follia da me.

Eugenia non rispondeva, pensava; ciò che le offriva Bernabei era un buon affare. Ma era poi sincero? oppure tentava con l’astuzia di ricuperare la libertà per vendicarsi di quanto le aveva fatto soffrire?

Dal suo canto Bernabei pensava; se tu fai tanto di sciogliere i miei lacci ti schiaccierò vipera.

Erano già le dieci e Ruiz non compariva, oramai era certo che non tornava più.

—Ebbene Eugenia aspetti che io muoia in questa orribile poltrona.

—Non mi fido delle vostre parole, temo che vogliate vendicarvi.

—Vendicarmi? Ma io ti amo troppo, per pensare alla vendetta, vicino a te ho sete d’amore ....

—E se io vi rendo la libertà mi amerete come prima.

—Sarò il tuo schiavo.

—Giuralo.

—Lo giuro per San Gennaro benedetto.

Ad onta di quel giuramento la fanciulla titubava, non sapeva decidersi a rendere libero il vecchio.

—Dunque Eugenia, vuoi prima farmi morire, non ne posso più, la fame mi strazia, le mie membra sono tutte macolate, sono costretto a stare fra le immondizie, i miei polsi sanguinano, abbi pietà ed io ti ricompenserò in modo, che non potrai lamentarti.

Eugenia cedette, afferrò un coltello e tagliò i legami che avvincevano Bernabei; questi si alzò gettando un sospiro di sollievo, mentre i suoi occhi avevano un lampo di trionfo; ma ricadde sulla poltrona, le forze gli mancavano, le gambe pareva le avesse troncate.

Eugenia gli dette un bicchierino di Whiskey, l’effetto fu portentoso, il vecchio sembrò rinascere, si alzò, e barcollando si diresse verso la sua camera; prima di tutto aveva un gran bisogno di cambiare abiti, quando fu sulla soglia di camera disse ad Eugenia:—Prepara da mangiare altrimenti farò la fine del conte Ugolino.

Allorché Bernabei ritornò lindo e pulito nel suo nuovo abito, la tavola era pronta.

Eugenia fu piena di grazie e di brio, trattò il suo vecchio come nei primi tempi, sembrava che le tristi scene dei giorni innanzi non fossero mai successe.

Bernabei, mangiava si rimetteva in forza, e pensava con che voluttà avrebbe strangolata quella perversa creatura, che poche ore prima aveva irriso alle sue pene, torturato la sua carne e il suo cuore.

Quando la cena fu finita, era quasi mezzanotte, Bernabei si alzò, i suoi occhi luccicavano come quelli di un gatto, posò le sue mani sulle spalle di Eugenia, e con voce sorda disse:

—Ed ora a noi due, svergognata creatura.

La fanciulla comprese che era stata tratta in inganno, con una mossa repentina si liberò dalle mani del vecchio e pose fra lui e lei la tavola.

—Non mi fuggirai, devi pagarmi il martirio che mi hai inflitto, morrai per le mie mani. Non è comodo morire alla tua età col sangue che bolle, la lussuria che divora, ma che vuoi, sei una vipera, e le vipere devono morire.....

—Miserabile e così mantieni il tuo giuramento!

—Il mio giuramento? E via sgualdrina, da quando in qua si mantiene i giuramenti con un essere come te?

“ Non sai che per ore intere ho spasimato di rabbia e di dolore giurando a me stesso, che se i miei lacci fossero stati infranti mi sarei vendicato?

—Pietà!.. pietà!..

—Nessuna pietà per una creatura malvagia, perversa come sei tu.

Ciò dicendo Bernabei cercava di afferrare Eugenia; ma questa girava intorno alla tavola, allora in quella piccola stanza ebbe luogo una specie di corsa; ma Eugenia fu vinta, le mani di Bernabei la strinsero come artigli di ferro.

La fanciulla vedendosi perduta, ebbe un’ispirazione, con moto rapido slacciò il suo corpetto, mise a nudo i tesori del seno, e con mossa la più provocante si voltò verso Bernabei, e con voce piena di promesse, disse :

—Non vuoi prima riposare sul mio seno, come hai fatto tante volte.....

Bernabei alla vista di quella carne candida, soda, vellutata, sentì corrersi il sangue alla testa, la sua stretta si fece meno forte.

Eugenia comprese che stava per vincere, si fece sempre più provocante, fino a che le sue labbra si posavano su quelle del vecchio, il quale a quel contatto non poté resistere, prese fra le braccia la fanciulla e la portò nella camera con un grido di passione.

Lo schiavo aveva ritrovato il padrone .. . . . . . . . .

CAPITOLO XXXVII.

Alla posta.

Poco prima dell’apertura del “ First National Bank, ” Boni e Byrnes, entrambi meravigliosamente trasformati, erano al loro posto di osservazione.

Byrnes tanto per passare il tempo, narrava a Boni, come tutti i componenti la banda di Ruiz avessero fatto delle rivelazioni, ma che ciò non pertanto nulla si era saputo del furto in casa Ferroni, tutti negavano di averci preso parte.

—I furfanti sono furbi, essi sanno assai bene che per quel furto complicato da un’assassinio possono andare sulla sedia elettrica, mentre anche provati che sieno gli altri reati dei quali sono accusati, ne usciranno con pochi anni di prigione.

Byrnes però sperava che qualcuno presto o tardi, con minaccie e lusinghe svelasse la verità.

—Mi preme,—disse Boni ad un certo punto,—che quel delitto non vada impunito.

—Faremo di tutto collega.

Gl’impiegati della Banca erano giunti, il servo negro aveva terminato di lucidare gli ottoni della scala, e i grandi e solidi cancelli che mettevano nel “ basement ” dove erano le cassette dei depositi, furono aperti.

A poco a poco cominciò l’andare e venire della folla, che aveva affari col banco; Byrnes e Boni tenevano gli occhi bene aperti guardavano tutti quelli che giungevano.

Eppure ad onta del loro sguardo di lince, Ruiz entrò nei sotterranei del banco e non fu da loro notato.

Ruiz senza barba era trasformato in modo che neppure Boni lo riconobbe.

Il miserabile allorché fu nel sotterraneo, ebbe l’idea attraverso i cancelli di guardare nella via, quando scorse i due uomini appostati nelle vicinanze del banco sussultò, non già che avesse riconosciuto né Byrnes, né Boni, ma perché gli parve che quei due appartenessero alla polizia.

Seguitò a guardare e ben presto non ebbe più nessun dubbio, i due uomini erano lì in agguato aspettando qualcuno.

Che cercassero lui? E allora perché lo avevano fatto passare?

Basta, starebbe in guardia.

I sotterranei del “First National Bank,” che occupa uno dei più bei palazzi in granito di Broadway, sono grandiosi, nelle pareti di marmo lucido stanno incastrate le cassette dove si depositano i valori, al sicuro dai ladri, dall’acqua, dal fuoco.

Anche se l’intero fabbricato crollasse, i valori o le carte là depositate non andrebbero perduti.

All’ entrata del sotterraneo sta notte e giorno di guardia un uomo.

Pagando una tassa annuale o mensile, si ha diritto ad avere la chiave di una delle cassette, la serratura ha un segreto a combinazione di lettere per cui solo colui che sa la parola può aprirla.

I depositanti all’ingresso del sotterraneo, non fanno altro che dire il loro numero e vengono fatti passare.

La luce elettrica illumina la corsia, dove altrimenti le tenebre regnerebbero sovrane anche di pieno giorno.

Ruiz stette un pezzo ad osservare i poliziotti! non era punto tranquillo.

Finalmente si decise a ritirare il denaro. Si presentò all’entrata del sotterraneo e al custode disse:

—Numero dodici.

—Va bene,—gli fu risposto.

Il sotterraneo era deserto, i passi di Ruiz risuonavano sul pavimento di scagliola a mosaico e la volta ne ripercuoteva l’ eco.

Ruiz, sospettoso, guardingo, si avvicinò alla sua cassetta, introdusse la piccola chiave di metallo bianco nella serratura, poi fece girare i bottoni e formò con le lettere—CLARA—la parola per potere aprire la cassetta.

Ruiz contemplò per un poco il nome della donna che tanto desiderava, mormorò una terribile e oscena imprecazione, e aprì lo sportello di ferro.

In un grosso portafoglio di pelle bruna stava la sua fortuna, verificò se tutto era in ordine, poi si mise il portafoglio nella tasca interna del suo panciotto; ciò fatto richiuse la cassetta e si avviò all’uscita. Il custode lo salutò con deferenza.

Ruiz guardò dai cancelli e scorse i due uomini, che stavano ancora ritti impalati al loro posto. Il miserabile si sentiva invadere dalla paura, esaminò a lungo quei due personaggi, ma non gli riconobbe.

—È gente che non ho mai visto,—mormorò,—sono un cretino ad avere paura.

Ad un tratto trasalì, uno dei due il più alto aveva fatto un segno ad un policeman che passava, gli aveva detto qualche parola, e il policeman dopo avere salutato militarmente erasi avviato verso la banca.

—Non vi è dubbio,—pensò Ruiz,—quei due figuri sono ferri di polizia, e stanno ad aspettare qualcuno che deve venire alla banca. Fossi mai io il ricercato? Ma come si poteva sapere dalla polizia che io venissi?...—Si arrestò, nella sua mente si faceva la luce: sì, sì, doveva essere così, il ricercato era lui, lui tanto stupido da avere palesato a Clara il luogo dove teneva i suoi denari.

—Quella infame donna,—mormorò,—mi ha venduto, come salvarsi ora?

Però il miserabile non perdé il suo sangue freddo, si avvicinò al custode del sotterraneo e gli disse :

—Un mio amico sostiene che questi sotterranei hanno un’altra porta che dà in Elm Street, è vero?

—Neppure per sogno; qui si entra e si sorte per una sola porta, e non vi è neppure comunicazione con gli uffici della Banca; il vostro amico si sarà sbagliato, avrà voluto parlare della Banca, quella sì ha un’altra entrata sulla via qui vicina.

—Grazie.

—Non vi è di che, sono qui appunto per dare schiarimenti ai clienti della casa.

Quasi nel momento che Ruiz domandava questo al custode, un policeman si presentava agli uffici della Banca e domandava ad uno degli impiegati, le stesse cose.

L’impiegato rispose che nessuna altra entrata avevano i sotterranei, ed il policeman affrettò a portare la notizia a Byrnes, essendo proprio lui, che lo aveva inviato.

Ruiz, dopo avere aspettato un bel pezzo per vedere se i due uomini che stavano di guardia partissero, si decise ad uscire dal sotterraneo, dove la sua prolungata permanenza era già stata notata.

Dopo tutto, quei due poliziotti potevano essere lì per ben altro che per cercare lui; infatti gli era passato innanzi al suo arrivo alla Banca e non si erano mossi.

Però il furfante volle che la sua uscita destasse poca attenzione, si avvicinò al cancello che varcò con grande rapidità, poi infilò la scala che conduceva agli uffici superiori della Banca e salì in fretta, la porta a cristalli era aperta ed egli entrò nel salone grande, dove il pubblico si ferma per i suoi affari.

Boni aveva visto la manovra dello sconosciuto, e sembrandogli sospetta, disse in fretta a Byrnes:

—Restate qui un momento di guardia, io corro sulle traccie di un individuo che è uscito dai sotterranei, ed è salito a precipizio nei locali della Banca. Potrebbe darsi che questo tale fosse il nostro uomo.

Nel momento che Boni varcava la soglia della Banca, dalla porta di Elm Street usciva Ruiz.

Boni, senza curarsi di Byrnes; seguì lo sconosciuto, passava un carro e Ruiz vi montò sopra, l’ex-ispettore anche lui saliva prestamente sul carro; non entrò dentro, restò sulla piattaforma e guardò la persona che inseguiva e che sospettava essere il furfante che cercava.

Boni riconobbe alla bella prima Ruiz, e non poté trattenere un’esclamazione di gioia.

Il miserabile quando si accorse che uno dei poliziotti appostati nelle vicinanze della banca era sul carro, non ebbe più dubbi, era lui che si pedinava.

Boni aveva così bene cambiato faccia, che Ruiz non lo riconobbe; il miserabile pur rimanendo calmo in apparenza, mulinava il modo come sottrarsi dalle grinfie del poliziotto.

Il carro si arrestò proprio accosto alla scala, che conduce alla ferrovia elevata della 2ª e 3ª Ave.; Ruiz con una prestezza meravigliosa scese dal carro, dalla parte dove stava il cocchiere e salì a precipizio la scala di ferro, urtando senza misericordia quanti incontrava.

Senza neppure voltarsi indietro si gettò in un vagone del treno della seconda avenue, due minuti dopo, il colpo secco della campana annunziava la partenza e il treno si poneva in movimento.

Boni alla mossa rapida di Ruiz; era restato interdetto, ma fu un lampo, da buon segugio non lasciò la preda e seguì il fuggitivo su per la scala, e arrivò in tempo per vederlo entrare in treno, treno nel quale lui pure prese posto, ma non nel medesimo vagone, in un’altro accanto; occupò il primo posto in modo che vedeva benissimo Ruiz attraverso i cristalli e poteva spiarne10 ogni movimento.

Quando Boni si assise sopra i sedili di giunco del treno dette un sospiro di soddisfazione.

Era contento di dare la caccia da solo a quel pericoloso malfattore; ci teneva a portarlo innanzi a Byrnes, per mostrargli che era ben degno del titolo di collega che il temuto ispettore gli dava.

Boni era armato, non temeva Ruiz, e prima di lasciarselo fuggire lo avrebbe ucciso. Poteva, se avesse voluto, arrestarlo anche subito; ma sarebbe avvenuto uno scandalo e l’ex-ispettore aveva bisogno di arrestare quieto, quieto Ruiz perché la stampa non se ne occupasse.

—Appena scenderà,—pensava Boni,—mi avvicinerò a lui e per le buone o per le cattive mi seguirà.

Qui non è come nei carri delle vie, di qui non si fugge, bisogna scendere a quelle date stazioni ed io terrò gli occhi bene aperti.

Il treno correva, erano già passate molte stazioni, e la locomotiva attraversava ora la città nuova, quella sorta come per incanto al di là della ottantesima strada.

Ad un tratto Ruiz si alzò, il treno stava per arrestarsi alla penultima stazione.

Boni si preparò lui pure a lasciare il vagone, mormorando,—eccoci al momento buono.

Ruiz dette un rapido sguardo lungo il treno per vedere chi scendeva, nello scorgere il poliziotto i suoi occhi ebbero un lampo sinistro.

—Sì, sei venuto fin qua,—pensò,—ebbene avrai pane per i tuoi denti!—Allungò il passo e si avviò all’uscita, scese in fretta la scala, quando si trovò in strada, stette un momento indeciso sulla via da prendere, poi risoluto prese quella che conduceva ai terreni incolti.

Boni, neanche a dirlo lo seguì, si avvicinava l’istante che avrebbe per il collaretto il furfante matricolato, e sentiva una gioia immensa.

CAPITOLO XXXVIII.

I saltimbanchi.

I lettori non avranno certo dimenticato quel circo dove Margherita era condannata a fare la parte di selvaggia.

Dall’ultima volta che abbiamo visto i saltimbanchi, che raccolsero la mercantessa di carne umana, sono avvenuti gran cambiamenti; il tendone è nuovo fiammante, più grande e comodo, l’atleta da burla, il padrone, non lavora più, e vestito in abito nero e gilè bianco, sta alla porta a prendere i biglietti.

Una buona musica suona sopra un palco adorno di festoni e di bandiere. Il programma stampato a colori promette mille e mille novità; e in caratteri grandi arabescati, è il nome della regina selvaggia, l’attrattiva maggiore del circo.

Questa trasformazione miracolosa si deve tutta a Margherita, la fama che una selvaggia vera autentica, che mangiava uccelli vivi e carne sanguinolenta, si sparse per tutta New York e la folla accorreva da ogni parte per vedere, e convincersi che non era una grande mistificazione.

Tutti credevano alla selvaggia, quel volto orribile, dalle cicatrici profonde, non aveva in fatti nulla di umano.

Le unghie della miserabile erano cresciute, e sembravano artigli di una fiera. Abituata oramai a mangiare carne cruda, e volatili vivi, provava una certa voluttà a sentire sotto i suoi denti quella carne palpitante, a succhiare il sangue caldo dei poveri animali che le venivano dati.

Mezzo inebetita non ricordava che confusamente il passato, ricordava però il suo Napoleone e a quel ricordo, e a quello dell’uomo che era stata causa della sua morte, ruggiva di rabbia come una leonessa ferita.

Margherita occupava una tenda a parte, passava le sue giornate persa in strane fantasticherie, nel suo cervello dove le idee più confuse insieme si cozzavano, a volte a volte sentiva penetrare uno sprazzo di ragione, e allora pensava al suo passato, passato orribile, triste pieno di colpe, di delitti.

Una donna siede con il capo appoggiato a una mano accanto a secchi e casse; sullo sfondo, oltre una tenda aperta, si vedono una figura in piedi e un cane.

Margherita occupava una tenda a parte, passava le sue giornate persa in strane fantasticherie

Ma non si pentiva; la sua anima perversa e cattiva, non era suscettibile che di due soli sentimenti, odio e vendetta; se i suoi occhi fossero stati buoni, se avesse visto, sarebbe certo fuggita dalle mani dei suoi carnefici per vendicarsi di quell’italiano, di quel Ruiz, che le aveva fatto uccidere il marito, e che la condannava a morire di fame fra le tenebre di una cantina.

In quei momenti che poteva ricordare, soffriva orribilmente; per sua fortuna i lucidi intervalli erano rari e di brevissima durata; ricadeva presto nel suo abbrutimento per ritornare la selvaggia ammirata da tutta New York.

Qualche volta essa si ricordava nel momento, che sul palco scenico era costretta a mangiare carne cruda e uccelli vivi, allora gettava via con ribrezzo il pasto, avrebbe voluto parlare, dire a tutto quel popolo; salvatemi, sono in mano di gente che mi tormenta notte e giorno; io non sono una selvaggia, salvatemi!.. salvatemi!..

Ma dalla sua bocca non uscivano, che suoni inarticolati, e il pubblico nel vedere le mosse, la pantomima della regina selvaggia applaudiva con frenesia.

Al circo già da tempo si faceva i mattinee, bisognava sfruttare la buona volontà del pubblico, in tutte le maniere possibili e immaginabili.

Da poco il fortunato proprietario della selvaggia,aveva trasportato le sue tende in un vasto terreno nelle vicinanze della penultima stazione della ferrovia elevata della 2ª Ave.

Dal treno si vedevano le bandiere sventolanti al vento e tutti quei colori uniti a cartelloni giganteschi, erano esca alla curiosità pubblica.

CAPITOLO XXXIX.

Margherita!

Ruiz proseguiva lesto, ma guardingo; la sua mano accarezzava il manico di un pugnale, era deciso a difendere la sua libertà a qualunque costo.

L’uomo che lo seguiva, non doveva essere più giovane e certo se qualcun’altro non si fosse unito a lui, non sarebbe riuscito a vincere un essere disperato come Ruiz.

Il miserabile non comprendeva la tattica del poliziotto, (perché sappiamo che egli non riconoscendo Boni erasi persuaso, che colui che lo pedinava altro non essere che un policeman in borghese), perché non si avvicinava e lo dichiarava in arresto, a quale scopo si contentava di pedinarlo?

Ed in fatti il contegno di Boni può sembrare strano, inverosimile, aveva a due passi da lui l’uomo che voleva punire, poteva con un cenno chiamare in aiuto i policeman,e seguitava invece a pedinarlo, col pericolo di vederselo fuggire.

Boni aveva le sue idee, non voleva scandali, gli premeva di avere in suo potere Ruiz, ma alla sordina, era anche questa del resto la raccomandazione di Byrnes.

Se l’arresto avveniva in modo clamoroso, la polizia sarebbe stata costretta a far fare il processo a Ruiz, le autorità non avrebbero permesso l’estradizione, che quando il colpevole avesse espiato i delitti commessi in America, e questo l’ex-ispettore non lo voleva; esso desiderava che la Corte d’Assise di Napoli fosse chiamata a giudicare sul delitto di Posillipo, ci teneva, che quella stampa stessa che lo aveva accusato d’incapacità, che gli aveva detto che era un miope,buono tutto al più a discernere un morto da un vivo, un uomo da una donna, si ricredesse, facesse onorevole ammenda.

Poi eravi un’altra ragione; il processo di Ruiz avrebbe messo in ballo il nome di Mr. Spencher e della gentile Fanny, ed egli aveva promesso di risparmiare questa dolorosa pubblicità ai suoi amici.

L’ex-ispettore seguiva adunque Ruiz; fra poco lo avrebbe avvicinato, e senza tanti complimenti si sarebbe fatto conoscere, contava sulla sorpresa di Ruiz quando avesse udito la voce di uno che credeva morto, sepolto in fondo all’oceano, per mettergli ai polsi una di quelle sottili catenelle che si chiamano corde da violino, e che al più piccolo movimento del prigioniero penetrano nelle carni.

Ruiz, tutto ad un tratto, si trovò in faccia all’entrata principale del famoso circo della selvaggia.

Ad un tratto Boni, non scorse più Ruiz, il miserabile era sparito come se il terreno si fosse aperto sotto i suoi piedi e lo avesse inghiottito.

L’ex ispettore girò, guardò fra la folla, che si accalcava alla porta del circo, Ruiz non vi era; allora fece il giro delle tende, ma non scorse nulla, dalla rabbia si mordeva le dita.

Finalmente si decise ad entrare nel circo; Ruiz non vi era; disperato, mortificato di essere stato così gonzo da farsi sfuggire la preda, stava per uscire da quel malaugurato luogo, quando dalla parte degli artisti si levò un grido alto, straziante di dolore e di aiuto, seguito da un vero e proprio ruggito di belva feroce.

Il pubblico si levò in piedi tumultuando; avveniva certo qualche cosa di strano e terribile.

A Boni sembrò di riconoscere in quel grido straziante la voce di Ruiz, e corse verso la tenda dei saltimbanchi.

Sulle prime nulla trovò, ma guidato dai gridi soffocati, che uscivano dalla tenda della selvaggia, vi entrò, e indietreggiò tosto all’orribile spettacolo, che gli si parò dinanzi agli occhi.

Ruiz,col volto insanguinato e deturpato,si dibatteva fra gli artigli della donna selvaggia che assaporava con voluttà il sangue caldo uscente dalle ferite di Ruiz.

Dietro a Boni erano entrati nella tenda gli addetti al circo, che a viva forza strapparono la selvaggia in preda alla più grande eccitazione dal corpo del miserabile.

Margherita era orrida, la sua faccia appariva sporca di sangue, fra i suoi denti e le sue labbra erano dei lembi di pelle e di carne.

La selvaggia pareva in preda ad una pazza gioia, con i suoi occhi mezzo ciechi,tentava di vedere il nemico, che aveva atterrato, e la sua testa si rialzava poi con aria di trionfo.

Boni si assicurò che Ruiz respirasse ancora, e poi guardò con attenzione la selvaggia.

L’ex-ispettore non aveva mai visto Margherita la mercantessa di carne umana; eppure ebbe il presentimento che quella donna, quella falsa selvaggia, altro non fosse che la Ghirendini, sparita già da tempo, tanto misteriosamente.

Per accertarsi se i suoi sospetti fossero veri, si avvicinò alla selvaggia, e le disse piano, piano:

—Margherita!

La donna sussultò e si voltò verso colui che dopo tanto tempo gli aveva dato il suo vero nome.

L’ex-ispettore sapeva ciò che gli premeva, e non poté a meno di pensare allo strano caso che aveva riavvicinato Margherita e Ruiz.

Il pubblico nel circo tumultuava, erano accorsi i policeman, il padrone annunziò che lo spettacolo doveva continuare e si fece un poco di quiete.

Ruiz era svenuto. Boni dichiarò che era un suo amico, mandò a prendere una carrozza, vi fece adagiare il ferito e si assise a lui vicino, mentre un policeman, al quale egli aveva mostrato un’ordine di Byrnes, montò accanto al cocchiere.

Diremo brevemente il dramma che si era svolto nella tenda della selvaggia.

Ruiz vedendosi perduto, si aggirava intorno alle tende dei saltimbanchi,quando scorse che un lembo di tela di una delle tende essendo scucito, lasciava tanto spazio da dove poteva passare un uomo; allora rapido come il pensiero, il miserabile si gettò a terra, scivolò sotto la tela e si trovò nel luogo abitato da Margherita, questa sentendo un insolito rumore fece uno dei suoi grugniti, e Ruiz vedendo una donna, disse:

—Cento dollari se tu mi salvi!

La selvaggia riconobbe quella voce, gettò un rauco grido e si gettò sopra Ruiz, che non erasi ancora levato da terra.

I suoi artigli da belva, lacerarono il collo del miserabile, che provò un dolore atroce, poi i denti di Margherita penetrarono nelle sue carni; fu allora, che gettò il grido straziante inteso nel circo.

La selvaggia assetata di sangue e di vendetta, avrebbe fatto a brani il corpo dell’assassino di Napoleone, e se Boni non fosse corso in tempo, Ruiz era un uomo morto.

Non è possibile immaginare, e molto meno descrivere ciò che provò Margherita, nel momento che sentiva la carne palpitante dell’odiato nemico sotto i suoi denti, ella dimenticava tutto, torture, dolori, la vita orrenda che conduceva.

Una gioia feroce le invase il cuore, che pareva volesse scoppiarle in seno.

Sì, era vendicata! vendicata dell’uomo che odiava con tutte le sue forze; ora moriva contenta!

E quel sangue che aveva bevuto avidamente fu un farmaco per lei, perché le dense nubi che le offuscavano il cervello si diradarono ritornandole la ragione.

Quel giorno al circo si fece poco onore, la carne cruda non volle mangiarla e gli uccelli vivi neppure; ma il pubblico non si lamentò, si sapeva la tragica scena avvenuta poco prima e si riteneva la selvaggia sazia di sangue umano.

CAPITOLO XL.

Prigioniero.

Boni condusse Ruiz all’ospedale di Chambers Street, ed ordinò, che il malato fosse posto in una camera di custodia sotto la sorveglianza di un’agente di polizia.

Lo svenimento di Ruiz continuava, esso era prodotto da una gran perdita di sangue, e i medici si affrettarono a medicare le ferite orribili, che aveva al collo e alla faccia.

—Forse guarirà,—disse uno dei medici,—ma la sua faccia non sarà bella davvero a vedersi. Sembra, che il disgraziato sia stato fra gli artigli di una iena.

Boni quando vide che Ruiz ritornava in sé, si allontanò; egli si recò dal direttore dell’ospedale al quale dette il nome del ferito Ruizzi, pregandolo però di tacere a tutti, che egli era in arresto; preghiera che sarebbe stata subito cambiata in ordine dell’ispettore Byrnes.

Il direttore disse che aspetterebbe gli ordini del capo della polizia sul modo come si doveva contenere.

Boni lasciato l’ospedale, salì in un “ cab ” e si fece condurre da Byrnes, il quale rientrava appunto in quel momento serio e contrariato.

—Ebbene?—esclamò appena vide Boni.

—Entriamo nel vostro gabinetto e vi spiegherò tutto.

Quando furono nell’ufficio, Boni raccontò tutta la strana avventura e Byrnes restava sorpreso del coraggio del poliziotto italiano; quando si arrivò alla scena del circo, l’ispettore non voleva crederla, gli sembrava impossibile che il caso avesse così bene servito agl’interessi di Boni e della giustizia.

—Ora,—concluse l’ex-ispettore,—Ruiz è al “ Chambers Street Hospital; ” poco mi preme che si sappia del caso occorso al signor Ruizzi, ma desidero che sia nascosta a tutti la sua prigionia; per conseguenza vi prego a dare ordini opportuni, come pure vi esorto a mettere di guardia a quel miserabile due uomini risoluti e onesti.

—Manderemo Dikens e Palazzo,e non dubitate, terranno gli occhi bene aperti.

Così fu fatto e Ruiz sotto la sorveglianza dei due temuti poliziotti, era al sicuro.

Boni si recò all’ospedale e gli fu detto che Ruizzi aveva ripreso i sensi, ma delirava; i dottori non potevano ancora pronunziarsi sulla gravità delle ferite, perché potevano avvenire delle complicazioni.

Appena lasciato l’ospedale, si recò a Staten Island, alla villa Spencher, gli premeva di riassicurare Fanny e Clara.

Trovò alla villa anche Mr. Spencher,il quale gli disse come i suoi amici lo cercassero per mare e per terra.

Boni fu felicissimo di quelle premure, che dimostravano l’affetto al quale era fatto segno.

Fanny, il padre suo e Clara, appresero con gioia che Ruiz fosse sotto buona guardia, molto di più che Boni assicurò Mr. Spencher, che il nome di Ruizzi non sarebbe per nulla pronunziato.

—Egli, scomparirà dalla scena del mondo,—disse,—senza chiasso, si nominerà Ruiz, niente altro che quel nome ignoto a tutti.

Boni restò per quella sera alla villa, Fanny lo saettò di domande sopra Righetti, e più particolarmente su Leonardi.

Il pranzo fu allegrissimo e l’ex-ispettore mangiò con un’ appetito invidiabile.

Alla mattina quando Mr. Spencher e Boni stavano per partire alla volta di New York, Fanny chiamò quest’ ultimo e abbassando il capo gli disse:

—Pregate a nome mio la signora Leonardi, di venire a passare qualche giorno alla nostra villa.

Boni guardò la fanciulla, vide il suo turbamento e comprese, che qualche cosa di nuovo era avvenuto in favore dell’amico Leonardi, e rispose:

—Ma la signora non vorrà lasciare il figlio.... è tanto melanconico.

—Ebbene!. . . . . ebbene!..... verrà anche lui, vi è posto per tutti.

Boni strinse con forza la mano di Fanny, che fuggì per nascondere la sua emozione.

—Dunque Boni venite?—gridò Mr. Spencher.

—Eccomi subito.

—Per bacco siete raggiante di gioia come se aveste scoperto un nuovo mondo.

—Già ho scoperto.....

—Cosa?

—Il mondo della felicità.

—Per voi?

—No, per un mio amico.

CAPITOLO XLI.

Il ritorno.

Come avevano promesso, la mattina del martedì si trovavano riuniti in casa Ferroni, Leonardi e l’avvocato di Righetti.

Fu Leonardi che portò la notizia del ferimento di Ruizzi,lo aveva letto nei giornali della mattina, che davano un resoconto il più dettagliato, della scena avvenuta al circo.

I “ reporters ” questa volta non avevano completamente scoperto il vero, e nei loro giornali era scritto che Ruizzi, avendo avuto la curiosità di ammirare da vicino la donna selvaggia, per poco non pagava la sua imprudenza con la vita.

I giornali erano pieni di simpatiche espressioni per Ruizzi, il futuro sposo di Miss Spencher.

La polizia era in realtà quella, che aveva fatto credere ai “ reporters, ” la storiella che raccontavano con un gran lusso di particolari i giornali della mattina.

—Ebbene, che ve ne pare?

—Io non comprendo più nulla,—rispose Ferroni,—Boni ci aveva promesso l’arresto di Ruiz, ed invece ieri era ancora in libertà.....

—Ieri? Dite pure anche oggi,—interruppe l’avvocato,—perché quel miserabile potrà lasciare l’ospedale quando vuole, non sentite quanti elogi ha per lui la stampa americana?

—Ma noi, dimentichiamo—rispose Ferroni,—che Byrnes oramai sa chi è questo Ruizzi, è certo il furbo poliziotto non lo farà scappare.

“ Pensiamo innanzi tutto al nostro amico Boni, la sua scomparsa è cosa grave, una qualche disgrazia deve essere capitata al valoroso compagno.

Leonardi non domandava più di aspettare, il tempo da lui chiesto era spirato e Boni non si vedeva, non restava che recarsi dal capo della polizia e metterlo a parte della misteriosa scomparsa di Boni.

Era inutile che andassero tutti e tre, e fu stabilito, che solo Ferroni andrebbe da Byrnes.

Il banchiere stava per lasciare i suoi amici per andare e fare la commissione, quando la porta del “parlor” si aprì e comparve Boni, allegro e sorridente.

Fu ricevuto con un grido di gioia, tutte le mani si stesero verso di lui.

—Cattivo,—disse Ferroni, che aveva il ciglio umido di pianto,—perché metterci tante paure?

—Amici miei,—rispose Boni,—avevo preso l’impegno di tornare e dirvi: il miserabile, causa di tanti malanni non può oramai più nuocere ad alcuno; prima di ieri a sera questa parola io non poteva dirla e non sono venuto.

E Boni con una rapidità e precisione ammirabile, narrò ai suoi amici stupefatti le ultime peripezie del dramma che terminava col ferimento e la cattura di Ruiz.

Leonardi, quando Boni raccontò che il furfante era stato alla villa Spencher e che Clara fu salvata da Fanny, fremette d’ira e di spavento.

—Ed ora cosa facciamo del processo Righetti?—domandò l’avvocato.

—Fate che la causa vada, e al più presto, è assai tempo che Righetti è privo della libertà. In quanto a Ruiz, quello è affare mio, esso appartiene a me, o meglio al governo italiano; non farà più male a nessuno, ve lo assicuro io, l’ergastolo lo aspetta, e credetelo per il libertino raffinato, per l’uomo avvezzato a vivere fra i piaceri e i divertimenti, la stretta cella dei nostri penitenziari, sarà assai dolorosa, quella punizione è più terribile della sedia elettrica.

—Siete sicuro che quel furfante non fugga dall’ospedale?

—È in certe mani dalle quali non è cosa facile uscirne; in ogni modo appena i medici lo permetteranno, passerà dall’ospedale, ad una cella sicura della stazione di polizia. Io per tanto veglierò. Ed ora una raccomandazione, è d’uopo che nessuno sappia l’ arresto di Ruizzi, esso deve scomparire dalla scena del mondo, senza che si sappia la vera storia, il colpevole, il ladro, l’assassino si chiama Ruiz, di lui si parlerà nelle corti, di lui parleranno i giornali.

“ Questo silenzio è reclamato da due considerazioni. La prima, riguarda casa Spencher; se si dicesse pubblicamente qual sorta di canaglia è Ruizzi, il mondo malvagio e cattivo non risparmierebbe le sue punture avvelenate, a chi, pieno di fiducia, accolse in casa sua un delinquente di quella fatta. La seconda, è un riguardo per la nostra colonia nella quale Ruizzi, occupava uno dei primi posti. La stampa americana sempre pronta a gridare contro di noi, sarebbe felicissima di additare a tutti, come uno dei più stimati italiani di New York, altro non fosse, che un ladro e un’assassino.

—Approvo,—disse Ferroni,—risparmiamo a Mr. Spencher, a Fanny e alla nostra Colonia dolori e umiliazioni.

—Fortuna vuole che questo furfante,—aggiunse l’avvocato,—abbia due nomi, e quasi direi due personalità, così gl’innocenti non soffriranno per causa del colpevole.

—Ed ora amici miei,—riprese Boni,—pensiamo alla resa finale dei conti, congratulandoci di avere fatto il nostro dovere.

—Amico carissimo,—disse Ferroni vivamente commosso,—a voi dobbiamo la riuscita completa dei nostri progetti,senza di voi nulla avremmo potuto fare.

—Il mio raccomandato sarebbe restato a Sing-Sing.

—Fanny avrebbe sposato quel miserabile.

—Sentite Boni, cosa dicono Leonardi e l’avvocato? È cosa vera, voi foste capitano esperto e ci portaste alla vittoria, noi vi ringraziamo in nome dell’umanità, che avete liberata da un mostro senza anima e senza coscienza.

Boni non nascondeva la sua emozione, e stringeva con affetto le mani dei suoi amici, finalmente quando poté parlare, disse:

—Su, su, cominciamo troppo presto a commuoverci, ci sarà tempo quando avremo qui anche Righetti.

Boni si tolse alle amichevoli manifestazioni e si diresse verso la porta, ma non uscì subito, prima con aria maliziosa disse :

—Caro Leonardi, Miss Fanny Spencher, invita voi e la vostra signora madre a passare qualche tempo alla sua splendida villa di Staten Island......

Pronunziate queste parole, Boni scomparve.

Leonardi tremante di emozione, con lo sguardo sfavillante di gioia,era rimasto fermo al suo posto come colpito da paralisi.

Ferroni gli batté sulla spalla e disse:

—Non vorrete certo morire per la troppa gioia!

Leonardi gettò le braccia al collo del fedele amico e ruppe in pianto, pianto dolcissimo, che gli ridonava la vita.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Nella colonia italiana la notizia della disgrazia successa a Ruizzi aveva destato grande emozione, i giornali italiani, davano lunghe descrizioni deplorando il fatto, e facendo voti per la pronta guarigione del ferito.

Moltissimi andarono all’ospedale per visitarlo, ma la consegna era rigorosa, lo stato dell’ammalato non permetteva assolutamente di ricevere visite.

In una delle adunanze preparatorie della festa del 20 settembre, della quale Ruizzi era uno dei vice-presidenti, fu fatta la proposta di un messaggio di condoglianza, proposta che venne accettata ad unanimità; un comitato appositamente eletto, ebbe l’incarico di recarsi all’ospedale e comunicare la decisione al ferito.

Boni, nel leggere tutte le lodi che si dicevano di Ruiz, non poteva a meno di pensare come sia cosa facile in questo mondo ai più matricolati furfanti, passare per brave e oneste persone.

L’ispettore Byrnes,sorvegliava anche lui attivamente perché Ruiz non avesse a scappare; a lui premeva di disfarsi di quel cattivo soggetto, e di mantenere la parola data a Boni, il quale aveva prestato a lui e alla polizia metropolitana un concorso tanto prezioso.

Byrnes, fino dal martedì mattina aveva inviato due agenti al circo per assicurarsi della persona di Margherita.

È facile immaginare come restasse il padrone del circo nel vedersi privare del soggetto che faceva la reclame alla sua baracca.

Sulle prime protestò: lo rovinavano, era una crudeltà, poi la selvaggia non aveva commesso nessun delitto, lei era irresponsabile di quanto faceva.

I due agenti non stettero neppure a sentire le lamentazioni del saltimbanco, e si portarono via la selvaggia che li seguì umile e sottomessa.

Margherita e i policeman presero posto in una vettura, abbassarono le tende e via di galoppo.

Nel gabinetto di Byrnes aspettando l’arrivo della selvaggia, eravi anche un medico, l’ispettore voleva, che la donna fosse subito esaminata, per avere un’idea esatta delle sue condizioni fisiche.

Quando la selvaggia entrò, Byrnes e il medico non poterono trattenere un’esclamazione di spavento.

Il volto della miserabile era proprio orribile!

Il medico esaminò a lungo Margherita, e poi disse:

—Non è possibile ridarle, né la vista, né la favella; ma però non è pazza e con un regime di vita, assai differente da quello che teneva nel circo, cesserà presto di essere una selvaggia.

—E dove credete dottore che possa fare inviare questa donna?

—Il mio parere sarebbe, di farla ricoverare nel manicomio di “ Black well’s Island. ”

—Va bene,seguirò il vostro consiglio; ma prima ditemi, caso mai questa donna dovesse testimoniare in un’importante processo, potrebbe in qualche modo fare la sua deposizione.

—No, è impossibile, vittima di qualche terribile accidente, essa non può, né parlare, né vedere, e neppure scrivere perché le sue mani sono attrappite e monche.

—Come credete che sia avvenuta la disgrazia; che l’ha ridotta in questo modo.

—Non potrei dire con precisione i particolari, ma non sto un minuto in forse nel dichiarare, che fu il fuoco che ridusse così questa disgraziata.

—Resterà sempre un mistero, dove e quando questa donna venne così deturpata,—concluse Byrnes.

Due ore dopo Margherita entrava nel manicomio di Black well’s Island, e le veniva assegnata la stessa cella già occupata da Vittoria Ruiz.

Il destino aveva fatto sì, che la ignobile mercantessa di carne umana, terminasse di espiare le sue colpe fra quelle pareti, testimoni della disperazione, del dolore della sua vittima.

Nello stesso manicomio; ma nel compartimento degli uomini, nella sezione dei pazzi furiosi, era confinato Don Arcangelo il ricco banchiere di Mulberry.

Il miserabile notte e giorno teneva la camicia di forza, le membra erano livide, ammaciate, sulle labbra aveva continua la schiuma, per calmare i suoi furori spesso gli gettavano sul capo doccie di acqua ghiacciata, che gli procuravano spasimi atroci.

In qualche momento di lucido intervallo, ricordava il suo triste passato e doveva convenire che la punizione per quanto terribile, era meritata.

Ruiz in meno di quindici giorni era guarito, ma il suo volto aveva perso ogni seduzione,i denti e le unghia della selvaggia vi avevano impresso solchi indelebili.

Quando si vide allo specchio provò una grande rabbia nel vedersi così deformato.

Sapendo che era prigioniero tentò tutti i mezzi per fuggire; ma Dikens la sapeva lunga, e ben presto il miserabile si accorse che per lui era finita.

Quando poté alzarsi constatò con una gioia da non dirsi che il pacco dei biglietti di Banca che teneva nella tasca del gilè non era stato toccato.

Per uno di quei casi incomprensibili, che pure avvengono tanto spesso, nessuno, né infermieri, né policeman avevano notato quel pacco voluminoso di carta monetata.

Quando Ruiz ebbe i denari, tentò di corrompere i policeman; ma trovò duro, disgraziatamente per lui Dikens, non era di quei poliziotti che mettono la destra dietro alle spalle e prendono quanto loro vien dato e lasciano correre. Dikens era il tipo dell’agente onesto, fedele alla consegna, che non piega, né per minaccie, né per denaro.

Ruiz una sera venne misteriosamente condotto alla stazione di polizia, e collocato in una cella speciale, dove nessuno poteva vederlo.

Quando il comitato delle Società Unite si presentò all’ospedale per consegnare a Ruizzi l’indirizzo, fu risposto che il ferito essendo guarito, era partito per un viaggio di piacere accompagnato dal suo medico curante.

La notizia fu ripetuta dai giornali, molti dei quali aggiunsero, che il povero Ruizzi essendo in seguito delle ferite riportate, divenuto bruttissimo, era andato in Europa disperato, non avendo il coraggio di presentarsi alla sua fidanzata così deturpato.

Per il pubblico, per la stampa,Ruizzi scompariva nel modo più naturale ed onorifico per lui; anzi lasciava intorno al suo nome un’aureola splendida di simpatia.

Boni e Byrnes erano maestri nel fare apparire bianco, quello che era nero.

FINE DELLA TERZA PARTE.

EPILOGO

RICOMPENSE E PUNIZIONI

CAPITOLO I.

Riabilitazione.

Il 17 Settembre innanzi alla Corte d’Assise di New York, venne discusso il nuovo processo di Righetti.

Assai prima del tempo che le porte del tribunale fossero aperte, la folla si accalcava in Chambers Street; i giornali avevano annunciato quel processo come uno dei più grandi avvenimenti.

La colonia italiana, e in modo speciale gli abitanti di Mulberry, s’ interessavano alla sorte di Righetti, che oramai ritenevano innocente vittima di un errore giudiziario.

Quando le porte del tribunale si aprirono, la folla si precipitò dentro come una fiumana; invano i policeman di servizio tentarono trattenere quell’onda di popolo, non vi riuscirono, e quando scale e corridoi furono pieni, la folla tumultuante, fece coda sulla scalinata esterna, e si accalcò nella via.

Verso le undici, quando comparve in carrozza Righetti accompagnato da uno sceriffo e da Ferroni, scoppiò un lungo e clamoroso applauso, che si ripeté assordante su per le scale, pei corridoi e nelle sale della corte.

Righetti era vestito da forzato, eppure cento e cento mani si stendevano verso di lui, e fra queste molte, bianche e delicate, di belle signore e signorine.

L’aula della corte era imponente, e quando fu chiamata la causa, un fremito corse per la sala.

La formazione della giurìa prese pochissimo tempo, nessuno trovò scuse per sgabellarsela, tutti tenevano a poter dire: io fui uno di quelli che riparai ad un grande errore giudiziario.

Nel posto dei testimoni si notavano, l’ispettore Byrnes e una donna vestita a lutto e col volto coperto da un denso velo.

La prima a deporre fu la signora velata, che altro non era se non Vittoria Ruiz.

Quando la donna seduta al posto dei testimoni alzò il suo velo, vi fu nella sala un vivo e prolungato mormorio di meraviglia.

Vittoria era pallida, ma quel pallore faceva vieppiù risaltare la purezza dei suoi lineamenti.

Righetti la divorava con lo sguardo, commosso, affascinato.

A fianco della testimone stava col suo sorriso buono e incoraggiante l’interpetre Annibale Cutugno, pronto ad aiutarla nel caso, che non comprendesse bene le domande che le sarebbero rivolte.

Il giudice con gentilezza squisita domandò a Vittoria, quali informazioni poteva dare alla giustizia, sopra l’attentato del quale fu vittima.

Vittoria rispose in un inglese abbastanza corretto:

—Non posso dire il nome di colui al quale fui venduta da Margherita Ghirendini, ma giuro sul capo di mio figlio, che l’assalitore non fu Righetti, che pure espia da tempo la colpa di un altro.

—Perché assicurate ciò con tanta franchezza?—domandò il giudice.

—Perché vidi il miserabile, il suo volto fu vicinissimo al mio, ma non era il volto di Righetti quello.

—E insistete a dire che non riconosceste il delinquente.

Vittoria, esitò alquanto, poi con voce soffocata disse:

—No.

—Va bene, potete ritirarvi.

—Posso andarmene di qui?—domandò Vittoria.

—Sì, o signora, siete padrona di fare quello che più vi aggrada.

Vittoria abbassò il velo e si diresse al posto dove stava la signora Ferroni, la folla si apriva con rispetto al suo passaggio.

La poveretta pregò Boni di accompagnarla fuori di là, provava troppo forti emozioni; l’ex-ispettore fu felicissimo di levare Vittoria dalla corte, molto di più che sapeva come Byrnes avrebbe detto cose, che certo le avrebbero recato dispiacere.

Byrnes nella sua deposizione fu molto esplicito e chiaro, egli disse:

—La polizia errò nell’accusare Righetti come autore del delitto di Mulberry, e non appena si accorse dell’errore fece quanto era possibile, per trovare il vero colpevole, e far ridonare la libertà e l’onore ad un condannato innocente. Il miserabile che aveva tentato di contaminare e di uccidere Vittoria, non indietreggiò innanzi a nessun delitto, per conservare l’impunità. Fu egli che rapì il figlio di Vittoria, perché questa non riacquistasse la ragione; fu lui, che fece uccidere Ghirendini, un testimone pericoloso, soppresso nelle prigioni stesse della polizia.

“ La vittima riacquistò la ragione, ma non volle dire il nome del colpevole; e dico non volle, perché essa lo sapeva.

La folla mormorò.

Byrnes volse in giro il suo occhio sereno, e sorrise, poi continuò:

—Non volle,e non lo poteva, perché l’uomo che doveva denunziare era suo marito.

A queste parole l’emozione del pubblico si accrebbe.

—Povera donna!—disse il giudice.

—Povera martire!—ripeté quasi in coro il pubblico.

—E questo malfattore,—domandò il giudice,—è arrestato?

—Sì.....

Un oh!.. di sollievo si levò nella sala.

—Arrestato!—continuò Byrnes,—ma nel suo paese dove ha terribili conti da aggiustare.

Il pubblico restò deluso, sarebbe stato felice di saperlo alle “Tombs,” nelle tetre celle dei condannati a morte.

Il giudice dopo la deposizione di Byrnes, disse :

—Credo inutile sentire altre testimonianze, i giurati possono, se lo credono prendere visione della memoria presentata dalla polizia, e se voi Righetti non avete nulla a dire, la parola è al “ District Attorney. ”

Righetti si alzò e con voce ferma, disse:

—Nulla ho da dire, questa volta la mia innocenza sarà creduta.

Quando il “ District Attorney ” si alzò, si fece un profondo silenzio, egli principiò così:

“ La giustizia essendo istituzione umana non è infallibile e deve riconoscere i suoi errori, proclamarli in faccia al mondo senza alcun timore.

“ Io sono lieto, che da questo banco da dove spesso parte la parola, che fa decidere della vita e dell’onore di un uomo, mi sia dato di proclamare la riabilitazione completa di un’innocente, e riconoscere un’errore giudiziario commesso, non per rea malvagità d’animo, ma per falsi indizii per circostanze speciali, che servirono a mettere la polizia sopra una falsa strada.

“ È certo con la più viva emozione, che io vedo un giovane onesto, nella divisa che devono portare i malfattori, e con un palpito doloroso del cuore, che io penso alle angoscie innenarrabili di questo giovane, imprigionato, condannato, disonorato, senza nulla aver fatto, senza che la legge nulla potesse rimproverargli.

Qui il “ District Attorney, ” entrò nel merito della causa dimostrando, come l’innocenza di Righetti fosse provata, deplorò che il colpevole, quel Ruiz, che aveva commessi tanti delitti in America, non fosse condannato da giurati americani; per Vittoria ebbe un pietoso e commovente pensiero, che chiamò le lacrime sul ciglio di tutti, il “ District Attorney ” concluse:

—Righetti, rialzate la fronte, aprite il cuore alle gioie dell’avvenire, il vostro nome uscirà da questa aula, più puro, più illibato che mai; i giudici popolari che vi condannarono alla galera, ve ne apriranno oggi le porte, e la società vi accoglierà, con immenso giubilo, e vi farà dimenticare pene, dolori, umiliazioni.

“ Se la vostra condanna vi fece pensare che la giustizia americana, fosse cieca e cattiva, la solenne vostra assoluzione, il riconoscimento della vostra innocenza vi dica, che se essa ha errato, sa riparare i suoi errori.

Un applauso entusiastico accolse le parole del rappresentante della legge. Righetti piangeva.

L’avvocato di Righetti appena gli venne accordato la parola cominciò:

—Quando dal banco dell’accusa veniva la parola rovente, che marcava con la stigmata del delinquente il Righetti; io sapeva quella parola ingiusta e crudele; ma non eranvi prove in favore del mio raccomandato, anzi tutto pareva, che congiurasse contro di lui.

“ Venne la condanna, ed io fui preso da immensa pietà per l’innocente, che veniva inviato a Sing-Sing; ma non disperai, amici fedeli del condannato vegliavano affinché l’errore fosse riparato, l’innocente avesse adeguata riparazione.

“ Il giorno della giustizia è venuto, e dal rappresentante la legge è partita la parola, che ha scritto sulla fronte del mio amico la parola, riabilitazione.

Scoppiarono applausi entusiastici; quando fu fatto silenzio,l’avvocato continuò con una eloquenza affascinante, che fece strabiliare anche le celebrità del foro, mostrando piena ed intera l’innocenza di Righetti, il giovane avvocato, divenuto di un tratto celebre, concluse :

“ Al di là dell’oceano in casa di questo giovane dove l’onore ha antiche e venerate tradizioni, si aspetta con ansia il verdetto dei giudici popolari; e per quanto sappiano il loro congiunto innocente, pure attendono palpitanti, che l’errore sia riparato; e quando nella città natale del condannato giungerà l’eco di questa seduta, solenne e nuova negli annali giudiziarii d’America, certo è che un’intera cittadinanza esulterà, come esulterà la colonia italiana di New York e le colonie tutte dell’Unione, nell’apprendere il nuovo verdetto dato dai giudici popolari.

“ E tu Righetti, che non disperasti mai, che avesti sempre fiducia nel trionfo della verità, tu che lasciando la casacca del forzato, troverai cento e cento mani che si stenderanno verso di te, se non potrai, per passare di anni, dimenticare le angoscie della condanna e della prigionia, ricorda pure quanto ha detto il rappresentante della legge, e narra ai tuoi figli, ai tardi nepoti la tua triste storia, ma non dimenticare di aggiungere, che la parola del magistrato ha cancellato la ricordanza delle torture provate, insegna loro che l’onestà e l’innocenza, terminano col risplendere come sole a meriggio.

“ Fortunati voi o cittadini giurati, che potrete nei vostri più fausti ricordi, segnare quello di avere riparato una solenne ingiustizia.

Quando il valente avvocato si pose a sedere gli venne fatta una clamorosa ovazione; il “ District Attorney,” andò a stringergli la mano, il pubblico gridava, applaudiva e il presidente lasciava fare, commosso come non lo era stato mai.

Facendosi posto fra la folla, una gentile fanciulla si avvicinò all’avvocato e gli stese la mano; il giovane non poté trattenere un grido di gioia nel riconoscere la figlia del capo guardiano di Sing-Sing, che lo guardava con gli occhi raggianti attraverso le lacrime.

Quando fu fatto silenzio, il Giudice fece il riassunto, ma più che un riassunto fu un apologia di Righetti, con rimpianto per l’errore commesso nel primo processo.

I giurati non restarono in camera di consiglio che cinque minuti, ritornarono subito in sala e il capo dei giurati con voce alta e solenne, disse:

—Il giurì dichiara non colpevole l’accusato.

Poi come spinto da una forza superiore corse a Righetti e lo baciò.

Allora avvenne una scena indescrivibile, per poco Righetti non fu soffocato, il pubblico sembrava preso dal delirio, la dimostrazione assunse un’aspetto grandioso; avvocato, giurati, pubblico, policeman, applaudivano senza posa.

Gl’italiani che erano nella sala, sembravano pazzi, Nannetti, gridava a perdere la voce:

—Viva Righetti, viva i giurati!

Il giudice ritto in piedi al suo banco, pronunziò in mezzo al frastuono le parole:

—Righetti, siete libero,—poi per nascondere le lacrime si ritirò nel suo ufficio, lasciando che il pubblico si sfogasse.

La folla restò per un pezzo nella sala, poi si ritirò lasciando Righetti con i suoi amici, con l’avvocato e Byrnes, che concertavano il mezzo per sottrarre il liberato all’entusiasmo delle migliaia di persone che attendevano nella via e circondavano da ogni parte il palazzo di giustizia.

La cosa non era facile, e bisognò decidersi ad affrontare la folla; fu fatta venire una carrozza, dove Righetti, Boni e l’avvocato, dopo fatiche enormi, assordati dalle grida frenetiche, poterono prendervi posto; ma i cavalli non si potevano muovere in quella calca compatta, allora la folla staccò i cavalli e trascinò la carrozza.

Righetti pallido, febbricitante nel suo abito da forzato, avrebbe voluto sottrarsi a quella dimostrazione clamorosa, ma non lo poteva.

La carrozza tirata a braccia, passò per Mulberry, dove l’entusiasmo non ebbe più limiti, e i policemen dovettero intervenire per salvare Righetti.

Finalmente si giunse a casa Ferroni, e la marcia trionfale finì.

Però la folla non se ne andò e continuò a gridare e applaudire.

CAPITOLO II.

Perduto.

Mentre Righetti veniva splendidamente riabilitato, Ruiz dal fondo della sua cella pensava ai casi suoi, ed era tutt’altro che tranquillo.

Oramai si sentiva perduto; ma sperava che la polizia non sapesse, che una sola parte dei suoi delitti, e allora se la sarebbe cavata con un dieci anni di galera.

Era giovane, e dieci anni passano presto.

Ma se la giustizia ficcava il naso bene a dentro i suoi affari, non sarebbe stato difficile, che andasse a provare come si muore con la scintilla elettrica.

Più di tutto pensava a Bernabei, se il vecchio furfante riusciva a salvarsi, la sua condizione diveniva eccezionalmente grave, il suo complice sapeva molte e molte cose, bastava che parlasse dell’assassinio di Boni, perché ogni speranza di salvezza si dileguasse.

Passarono dei giorni e il miserabile dovette accorgersi, che a lui si usava un trattamento ben differente degli altri prigionieri, che restavano ben poco in quell’inferno che è la prigione del quartiere di polizia. Più volte aveva rivolto la parola al guardiano, che notte e giorno stava innanzi al cancello della cella; ma questo non rispondeva, pareva muto.

Nessuno poteva avvicinarsi a lui, il vitto, lo portavano, non gl’inservienti dal carcere; ma i guardiani stessi.

Le ore sembravano secoli al prigioniero confinato in quella stretta cella, dove per solo letto eravi una tavola, tutt’altro che pulita, ricovero di una quantità enorme di parassiti di ogni genere.

Ruiz abituato al lusso, soffriva di dovere tenere la biancheria sporca, provava ribrezzo di quei schifosi animali, che passeggiavano tranquillamente sulla sua carne.

A volte a volte il miserabile era preso come da pazzo furore, scuoteva con forza il cancello di ferro, e domandava ad alta voce, dei giudici per essere condannato o levato di là.

Lo lasciavano gridare, la consegna era severa, nessuno doveva fiatare.

—Ma cosa mai vogliono fare di me?—pensava Ruiz,—perché non mi si chiama all’udienza? Perché mi si tiene così isolato? Che mi si voglia far morire qui dentro?

E le domande restavano senza risposta, perché il tempo passava, e la condizione del prigioniero non cambiava.

Finalmente dopo una attesa di lunghi interminabili giorni, la cella si aprì e Dikens venne a prendere il prigioniero, al quale incatenò le mani.

—Perché mi legate?—domandò Ruiz,—usciamo forse?

—No,—rispose l’agente,—ma con tipi come voi le precauzioni non sono mai troppe.

Ruiz chinò il capo e non disse più nulla.

Il prigioniero fu condotto nell’ufficio di Byrnes; il celebre poliziotto era seduto al suo banco, le sue labbra avevano un sorriso enigmatico; appena vide Ruiz, disse:

—Finalmente potremo discorrere.

—Io da molto tempo sono a vostra disposizione,—rispose Ruiz, che innanzi al temuto capo riprendeva il suo sangue freddo.

—È vero, ma il vostro conto è molto voluminoso, vi sono parecchie partite da regolare, ci è voluto del tempo.

—Non vi capisco.

—Or, ora comprenderete bello mio, a me piace la chiarezza e farò brevemente il riassunto delle vostre prodezze.

—Vi ascolto.

—Lasciamo da parte ciò che avete fatto nei primi tempi d’America, non mi riguarda, ma veniamo ai delitti da voi commessi in poco più di un anno.

In Mulberry tentaste di violare prima, di strangolare poi, una giovane a voi venduta da luridi mezzani. . . . .

—Non è vero!

—Quella donna era vostra moglie , Vittoria Ruiz.

—È falso, è falso!..

—Non affrettatevi tanto a gridare, questo non è che il principio. Un innocente fu condannato per il vostro delitto, e voi per fare scomparire ogni traccia della vostra colpabilità, commetteste altri delitti. Foste voi che rapiste con inganno il figlio vostro alla “ Gerry Association, ” per far sì che vostra moglie, nella gioia di rivedere il figlio non riacquistasse la ragione e vi denunziasse. Foste voi, che daste mandato ad un vostro complice di uccidere Ghirendini, il quale spirò nella cella ora da voi occupata.

—Spero che ci saranno delle prove di tutti questi miei delitti.

—Prove ve ne sono fin troppe. Una notte in casa del banchiere Ferroni fu commesso un furto e un’assassinio; voi eravate il capo di quella banda di malfattori, forse foste voi a ferire quella povera fanciulla.....

—Non fui io!

—Bene, sarà stato uno dei vostri complici, voi eravate là, la prova è che in mano a Ferroni, nella lotta che ebbe con uno dei ladri, restò un bottone da camicia, che vi apparteneva ed era un regalo della fanciulla che dovevate sposare.

Ruiz, cominciava a tremare, la polizia era troppo bene informata.

Byrnes continuava con un tuono di voce quasi allegro :

—Voi Ruiz, foste fino a pochi giorni fa, il capo di una banda bene organizzata, che commetteva delitti di ogni specie;ho assistito all’ultima vostra riunione,vi ho visto presiedere quel branco di furfanti, e devo confessare che non sospettavo neppure una tale organizzazione nel delitto. Ma questo non è tutto, havvi dell’altro, per quanto, ciò che vi dissi basta per farvi dare un passaporto per l’altro mondo.

Ruiz, pallido, tremante, non diceva una parola di protesta, era come schiacciato.

—Voi in Italia commetteste a scopo di furto un’orribile assassinio; un poliziotto italiano, aveva scoperto le vostre traccie, vi seguiva dovunque, vi preparava la trappola, ve ne accorgeste e la prima volta tentaste di ucciderlo gettandolo negli scavi fatti in Bowery per il fabbricato della trazzione funicolare dei carri; il poliziotto non morì, scampò a quel pericolo, ma voi gli preparaste una morte più orribile, lo faceste morire di fame e il suo cadavere venne gettato in mare.

—No, no, non è vero!—gridò Ruiz che aveva ritrovato un poco di energia.

CAPITOLO III.

Vivo!

—Avete ragione, Ruiz, non è vero!—disse ad un tratto Boni comparso nel vano della porta.

Ruiz gettò un grido tremendo nel riconoscere l’uomo, che credeva giacesse nel fondo del mare.

—Non spaventatevi caro signore,—riprese Boni,—non sono uno spettro, sono vivo in carne ed ossa. Nella vostra barcaccia potevo morire d’indigestione non di fame.

Il miserabile guardava Boni con l’occhio smarrito, non poteva rimettersi dalla forte emozione provata.

Come? Boni che lui stesso aveva visto precipitare nel mare, era lì parlante, vivo, in faccia a lui? I morti ritornavano forse per congiurare alla sua perdita? Sentiva che stava per diventare pazzo.

—E via,—disse Boni,—siete una donnicciola, che crede alla risurrezione dei morti? Vi dirò in due parole come avviene che io sia qui vivo e verde, mentre credevate che dormissi tranquillamente fra le alghe del mare, un letto comodo; ma non per me, che amo l’aria e la vita. Devo questa fortuna al vostro amicone Bernabei, fu lui che mi nutrì, fu lui che ebbe la buona idea di fare un fantoccio da gettarsi in mare invece mia.

Ruiz, ruggì di collera, i suoi occhi sfavillavano; se Bernabei fosse stato là, lo avrebbe sbranato.

—Vedete che la cosa è delle più semplici e naturali; e ora che sapete ogni cosa potete riprendere la vostra conversazione con Mr. Byrnes.

—Caro collega,—rispose l’ispettore,—cedo a voi la parola, quest’uomo lo sapete appartiene a voi.

—Ebbene, parlerò io. Dunque Ruiz avete compreso qual’ è la vostra condizione, i giudici americani non scherzano, ed io avrò il dispiacere di vedere sulla sedia elettrica un mio connazionale.

—Per condannare ci vogliono delle prove,—disse con un fil di voce Ruiz.

—Prove? Ma siamo pieni di prove; perché mentre eravate molto astuto e furbo, qua e là lasciavate traccie del vostro passaggio; come per esempio, in casa Ferroni, dove nel modo più vile e più barbaro feriste un’angelica creatura.

—Non fu io!

—Lo credo,—riprese Boni che erasi alzato, fremente d’ira con l’occhio scintillante,—lo credo altrimenti sarei tentato di schiacciarvi come una vipera!

Byrnes guardava sorpreso il suo collega, Boni se ne accorse e disse:

—Perdonate questo impeto d’ira; ma sapeste quanto soffro per la morte di quella buona e santa fanciulla.

Byrnes comprese e stese la mano a Boni che la strinse con effusione.

Quando l’ex-ispettore si fu rimesso, riprese,—e quando anche non vi fosse una sola prova dell’assassinio di Ghirendini, del tentato strangolamento di Vittoria, resterebbe sempre provato da me, il tentativo di assassinio da voi commesso sulla mia persona in Bowery, e l’altro più crudele e terribile delitto di far morire un uomo di fame e gettarne il cadavere in pascolo ai pesci.

Il codice americano parla chiaro, e la cella di morte di Sing-Sing vi aspetta.

Ruiz sentiva il sudore inumidirgli la fronte, tutta la sua audacia era scomparsa; esso era vile come tutti i delinquenti.

—Ebbene non parlate?

—Innanzi ai giudici, mi difenderò.

—Benissimo; il vostro avvocato però, avrà un compito ben difficile. Ora passiamo ad altro. Io non so se abbia o no la fortuna di essere da voi conosciuto, in ogni modo vi dirò chi sono, mi chiamo il Cav. Boni, ed ero ispettore di polizia all’epoca del delitto di Posilipo, commesso da voi e Bernabei con la complicità di una disgraziata da voi perduta. Cose queste, naturalmente che sapete al pari di me, e anzi se volete essere sicuro dovete confessare che i due tentativi fatti a mio danno avvennero appunto perché io la sapeva lunga sul conto vostro; Bernabei mi aveva riconosciuto da un pezzo e certo vi parlò di me.

Ruiz non fiatava.

—Così avete un conto da regolare con la giustizia italiana, e uno con quella americana, quest’ultima è più severa della nostra, noi abbiamo abolito la pena di morte, crediamo che il boia contamini con la sua sanguinosa presenza, i verdetti dell’umana giustizia, qui, non hanno ancora sentito il bisogno di questa riforma reclamata dalla civiltà, e se comparirete innanzi ai giurati, fra un paio di mesi, le vostre ossa giaceranno nella calce viva del cimitero di Sing-Sing.

Ruiz rabbrividiva, quel Boni diceva tali cose quasi scherzando, parlava di morte e di cimiteri, come se raccontasse una storiella allegra.

Byrnes stava muto aspettatore di quella scena.

—Se voi però avrete giudizio,—continuò Boni, scamperete la pelle.

Ruiz si sentì sollevato da un gran peso, il suo occhio si volse verso l’ex-ispettore rivolgendogli una muta domanda.

—Ecco qua, la polizia americana, acconsente a consegnarvi al governo italiano, a condizione però, che dal canto vostro non vi sia opposizione di sorta.

Il miserabile, riprendeva a poco a poco il suo coraggio, rialzava la testa, e non batteva più i denti; il fantasma della morte si allontanava da lui, e si sentiva rivivere.

—Due agenti della polizia italiana saranno qui fra qualche giorno, essi vi accompagneranno in Italia, dove i giurati decideranno della vostra sorte.

—Bernabei e Clara saranno con me sul banco degli accusati?—domandò Ruiz.

—Non ho nessuna risposta a darvi.

—Furono come me colpevoli.

—Non è voi che dovete giudicare. Scegliete, o andare alle Tombs, e fra pochi giorni comparire innanzi ai giurati americani, o partire zitto e cheto per l’Italia, dopo avere dichiarato in iscritto di essere uno degli assassini di Posilipo.

—Ma, voi volete che io stesso segni la mia condanna all’ergastolo!

—O prendere o lasciare, caro mio.

Ruiz stette per un pezzo muto; pensava.

Era certo che restando in America sarebbe stato condannato a morte, mentre in Italia al massimo poteva avere venticinque anni, il delitto era di vecchia data e i giurati hanno le maniche molto larghe. Poi, chi sa, se nella lunga traversata, non avesse trovato il mezzo di svignarsela, se non toccavano il suo tesoro, la cosa non sarebbe stata impossibile.

—Dunque?—domandò Boni.

—Che volete che faccia o bere o affogare, mi mettete in un bivio dal quale non è possibile uscire. Fatemi portare in Italia.

—Va bene. Ed ora sedetevi là a quel tavolo e scrivete la confessione chiara, intera, del delitto di Posilipo.

Ruiz avendo oramai presa la sua risoluzione si assise al tavolo e scrisse senza esitare.

Boni quando ebbe lo scritto nelle mani, lo tradusse in inglese a Byrnes, che appose in calce al foglio la sua firma come testimone.

—Ora Ruiz,—disse Boni,—non vi resta che aspettare con pazienza l’arrivo degli agenti italiani.

—Domando però di essere tolto dalla cella nella quale ora sto, diverrei pazzo.

—Oggi stesso,—rispose Byrnes,—sarete portato alle carceri di Ludlow Street, dove però resterete assolutamente segregato sotto la guardia di un policeman.

Byrnes suonò un campanello, Dikens comparve.

—Riportate il prigioniero nella cella,—disse l’ispettore,—e poi tornate qui.

Quando Byrnes e Boni furono soli, quest’ultimo domandò:

—Ma credete,che nelle carceri dove ora lo mandate non possono giungere i “ reporters ” e guastarci le uova nel paniere?

—Sarà guardato a vista, notte e giorno, poi lo faremo scrivere sopra il registro con un’altro nome. Caro collega, forse quello che faccio, non è né legale, né regolare; ma tutto è fatto a fin di bene e spero di non avermene a pentire.

—Sentite, io comprendo i vostri scrupoli, li approvo interamente. Ma pensate, che così facendo salviamo una rispettabile famiglia dall’onta di un processo nel quale o in un modo, o in un altro dovrebbe entrare, e ritorniamo ai suoi primi giudici un malfattore pericoloso.

—Giusto perché è pericoloso, dovrebbe restare qui dove la legge è più severa.

—Voi credete che la morte sia il massimo dell’espiazione.

—E diamine, più che morire!

—Benissimo, morire certo non è bello; ma con la morte tutto finisce, anzi ad essere credente, bisogna ammettere, che uno che si penta prima di salire il patibolo va dritto, dritto in paradiso.

—Voi non sapete però quanto sieno terribili i giorni che precedono l’esecuzione, io ho visto dei condannati a morte tremare, invocare aiuto, domandare aita, dei condannati che nelle loro celle gridavano di non volere, di non potere morire.

—Ma ciò è orribile, e la giustizia diviene selvaggia e crudele.

—La pena di morte è un freno, specialmente in questi paesi dove non viene certo la parte migliore delle altre nazioni.

—Caro collega, non intendo di convertirvi alle mie idee; ma crediate pure, che anche la galera è lunga e penosa espiazione.

Guardate, per esempio, Ruiz, abituato a tutte le raffinatezze della vita, amante dei piaceri, libertino, donnaiolo; non pensate quali torture deve provare quell’uomo ancora giovane, nel trovarsi segregato dal mondo, fra le fredde pareti di una piccola cella, con un vitto meschino, grossolano; sempre, giorno e notte sotto lo sguardo dell’aguzzino, schiavo di una ferrea disciplina.

—Certo la vita di quel miserabile, sarà come una lunga tortura.

—Meritata. Quell’uomo è un delinquente nato, nel suo cuore non alberga nessun sentimento umano, esso nella società era ciò che sono i serpenti velenosi nelle foreste vergini del Brasile.

—Fortuna che ora non può più mordere.

In quel momento entrò Dikens e la conversazione fu interrotta.

—Prendete tutte le disposizioni perché fra un ora, Ruiz sia condotto alle prigioni di Ludlow Street, io l’accompagnerò. Prendete una carrozza chiusa e fate abbassare le tendine.

—Io pure verrò con voi caro collega, se non vi dispiace.

—Anzi volevo proporvelo.

Due ore dopo Ruiz entrava nelle prigioni di Ludlow Street, e veniva rinchiuso in una delle celle dell’ultimo piano.

Nei registri del carcere fu iscritto col nome di James Bock.

CAPITOLO IV.

Le astuzie di Eugenia.

Bernabei era felice. Ruiz non erasi fatto più vedere, ed Eugenia oramai gli apparteneva interamente. Né lui, né la sua amante leggevano i giornali, così che, non sapevano nulla di quanto avveniva nel mondo.

Bernabei erasi formata la convinzione, che Ruiz sazio delle carezze di Eugenia, era partito insalutato ospite per andarsene a godere lungi dal suolo pericoloso di New York i denari, frutto delle rapine e dei furti.

Il miserabile si guardava bene di andare da Boni, per chiedergli notizie di Ruiz, provava una terribile paura del poliziotto italiano, il quale nel momento,che lo faceva mettere in libertà dalla polizia americana, gli aveva detto :

—Io, ho mantenuto la mia promessa, andatevene non comparitemi più d’innanzi e cercate di fare l’uomo onesto se vi è possibile, avete scappato un gran pericolo, ciò vi serva almeno di lezione.

Quelle parole il furfante le teneva bene a mente.

Eugenia diventava ogni giorno più affettuosa, sembrava che dopo il tradimento di Ruiz, non avesse che un solo scopo, quello di rendere pazzo d’amore l’uomo, che insieme al suo amante voleva far morire di rabbia, di fame, di stenti pochi giorni prima.

Bernabei non ricordava più quelle ore di angoscie inenarrabili, passate legato sopra una poltrona in balia dei due innamorati.

La perversa creatura aveva il suo piano. Bernabei le aveva detto di essere ricco, ed essa tirava ai suoi denari, voleva ad ogni costo impadronirsi di quanto il vecchio possedeva, per poi lasciarlo, e correre a godersi la vita.

Assetata di piaceri quella meretrice senza pudore, avrebbe per il denaro commesso qualunque delitto. Ruiz lo aveva affatto dimenticato, e se qualche volta l’immagine di lui le attraversava la mente, era perché i suoi sensi fremevano, ricordando le ebbrezze provate con quell’uomo ardente, appassionato, come lei, maestro nell’arte della voluttà.

Bernabei però non aveva mai confessato alla sua amante dove tenesse i suoi denari, e Eugenia ciò desiderava e voleva il suo scopo, era quello di sapere, e perciò accarezzava il vecchio, si dava a lui facendolo delirare di passione e d’ amore.

Bernabei non si fidava delle banche, ladro emerito non aveva fiducia in nessuno, per ciò teneva tutta la sua sostanza, un diecimila dollari circa, in tanti biglietti da cinquecento dollari, nella cinta di sicurezza che portava sopra la carne; cinta non mai scorta da Eugenia, che pure era la compagna di letto del matricolato furfante.

Una sera Eugenia, stanca di aspettare, ansiosa di rompere la catena che la legava all’uomo impotente ad accontentare le sue voglie sfrenate, disse a Bernabei:

—Tu dici sempre di essere ricco, e a mala pena mi dai quanto basta alle spese della casa.

—Come! ogni giorno attingi al mio portafoglio, ogni giorno se ne vanno dieci o quindici dollari e hai il coraggio di dire, che ciò basta appena alle spese relativamente modeste che facciamo?

—Mio Dio, viviamo alla giornata, sembriamo dei pitocchi che abbiano il denaro contato.

—A me pare invece, che tu non ti dia nessuna premura di contarlo.

—Credi che voglia vivere facendo economia, sarebbe bella alla mia età.

—No, io non voglio che tu faccia economia; ma sta il fatto, che anche le miniere si esauriscono.

—Dunque non hai più denaro?

Bernabei sorrise orgogliosamente.

—Confessa adunque, che fai delle stupide vanterie quando affermi di avere da parte un bel gruzzoletto.

—Eugenia, ma cosa ti salta in testa questa sera? Ti ho mai negato nulla, i tuoi desideri non sono prontamente appagati?

—Sì, ma io temo, che un bel giorno ci troviamo qui a guardarci in faccia, senza avere cinque soldi da pagare il panettiere.

—Se ciò avvenisse che cosa faresti?

Eugenia rise cinicamente, fece una mossa oscenamente libera e poi soggiunse:

—Certo non morirei di fame.....

Bernabei ebbe un lampo di collera nei suoi occhi grigi; ma si rimise subito e disse :

—Prima che tu facessi la. . . . . . ti ucciderei.

Eugenia andò a sedersi sulle ginocchia del vecchio e cominciò ad accarezzarlo, mentre con le labbra vicinissime all’orecchio di lui mormorava:

—Non ce ne sarà bisogno che io venda i miei baci, perché lo so che sei ricco.....

—Certo che lo sono,—si affrettò a rispondere Bernabei,—più ricco di quello che credi.

—Se fosse vero.....

—Ebbene?....

—Ti amerei tanto, tanto,—e la maliarda allungando la sua lingua viperina fra le labbra porpuree, solleticò l’orecchio di Bernabei, che ebbe un fremito per tutto il corpo.

—Amami, amami, perché tengo una somma capace di levarti qualunque capriccio.

—E questa somma è al sicuro?....

—Altro che al sicuro!

—In qualche Banca?

—Banca?.. Neppure per sogno, non sono così gonzo io di dare il mio danaro agli altri.

—Ma non posso comprendere dove tieni tutto il tuo denaro, in casa no certo. Sarebbe una pazzia, indosso potrebbero rubartelo.

—Io sfido i ladri a prendermelo.

—È un segreto così grande che neppure la tua bimba lo può sapere?—E in ciò dire, Eugenia raddoppiava le sue eccitanti carezze.

Bernabei tacque. Eugenia allora si staccò da lui, dicendo con voce sprezzante:

—Sei un millantatore, tu non possiedi che pochi soldi, che saranno presto finiti; ma non credere che io voglia trascinare con te la catena della miseria! Mai e poi mai! Penserò ai casi miei. No, no la miseria mi spaventa troppo, ho lasciato mio padre per non stentare.

Bernabei si sentì offeso da quella diffidenza, volle far vedere che non mentiva e aprendosi in fretta le vesti, rialzò la camicia e il corpetto di flanella rossa, slacciò la cinta di pelle, fatta unta e sporca per lungo uso, e la mostrò a Eugenia dicendo:—qui sta il mio tesoro.

Li occhi della fanciulla scintillarono.

Bernabei aprì la cinta e fra la pelle s’intravide il colore dei biglietti di banca, che furono tolti dal loro nascondiglio e posti sopra la tavola. Erano tutti biglietti da cinquecento dollari; Eugenia toccò con infinita voluttà quella carta setata, e poi gettò le braccia al collo del vecchio baciandolo con frenesia.

Bernabei fiero ed orgoglioso rimise a posto i denari e la cinta, e poi disse:

—Mi pare che ce ne sia del viatico per andare avanti un pezzo!

Eugenia rispose con una lunga carezza.

La perversa creatura in quella notte non dormì, pensò ai denari di Bernabei e al mezzo col quale potersene impadronire.

Anche l’idea di un delitto non la spaventava; e mentre Bernabei a lei vicino sognava ebbrezze ed amori, Eugenia si preparava a derubarlo e abbandonarlo.

Vicino alla casa di Eugenia stava un “ laundry ” chinese, il proprietario era come tutti i figli del celeste impero, di una bruttezza ributtante; la sua faccia schiacciata, con li occhi a pallottola e i rari peli, o meglio, setole che aveva sulle labbra, sembrava una di quelle maschere fatte per mettere paura ai bimbi.

Quel chinese, quando Eugenia andava a portargli la biancheria, si faceva rosso, rosso, gli occhi gli diventavano come due carboni accesi, e sulla pelle gialla si stendeva come un velo di porpora.

Il chinese desiderava furiosamente quella bella donna bianca e avrebbe fatto qualunque sacrificio per possederla.

Eugenia erasi accorta della passione del chinese, e rideva, rideva di cuore.

Allorché ebbe formato il progetto di rendersi padrona dei denari di Bernabei, le venne a mente il chinese; sapeva che cotesti popoli tengono dell’oppio, l’oppio ha la virtù di far dormire profondamente, ed essa mentre il suo drudo dormiva poteva svaligiarlo con sicurezza.

Quando Eugenia domandò dell’oppio al chinese, costui provò una gran gioia, e le disse:

—Volete fumare dell’oppio?

—Perché no!

—Ebbene venite nel mio fumatoio, la troverete quanto desiderate, oppio, pipe, tutto.

—No voglio prima provarlo in casa mia.

—Poi verrete qua?

—Se è vero tutto quanto si dice, di sogni e di deliri, sì.

Il chinese lasciò per un momento la bottega, e ritornò poi con una piccola scatolina, nella quale erano sei grani della droga.

—Se uno volesse dormire senza fumarlo l’oppio, cosa dovrebbe fare.

—Ecco qua, perché l’oppio serva come narcotico, basta prendere due di questi grani, renderli in polvere in un modo o in un’altro, ingoiare quella polvere.

Eugenia ne sapeva abbastanza e corse via col prezioso prodotto; mentre il chinese le gridava dietro:

—Tornate mia bella rosa di maggio!

Quando quella sera Bernabei tornò a casa, trovò Eugenia più allegra più affettuosa del solito. Decisamente era fortunato, quella fanciulla giovane e bella lo amava.

La cena fu allegrissima, e alla fine non mancò una bottiglia di buon vino italiano che Bernabei sorseggiò con delizia, non accorgendosi neppure, che la sua compagna gettava destramente il contenuto del suo bicchiere dietro alle spalle invece di beverlo.

Dopo il pasto si assise sulla sua poltrona, sentiva grande stanchezza, li occhi gli si chiudevano, la testa si faceva pesante.

—Diamine, diamine,—diceva,—quel tuo vino d’Italia dà alla testa e alle gambe.

—Su andiamo a letto.

—Sì, andiamo a letto,—e Bernabei fece per alzarsi ma ricadde pesantemente sulla poltrona, e si addormentò.

Eugenia lo guardò con immensa gioia, poi corse in camera sua pose nella valigia i suoi effetti, prese tutti i gioielli, e quindi ritornò nella saletta dove stava Bernabei; lo scosse tre o quattro volte, e vedendo che non dava segno di vita cominciò a spogliarlo.

Il furfante in quel momento sognava il paradiso di Maometto, intorno a lui, danzavano nella procace loro nudità, belle fanciulle assetate d’amore e di voluttà.... Eugenia continuava l’opera sua, e ben presto poté avere fra le mani la cinta preziosa.

In una stanza, un uomo anziano dorme seduto in poltrona, mentre una donna in piedi apre un cassetto di un mobile.

…… e ben presto poté avere tra le mani la cinta preziosa

L’aprì con un fremito di gioia, prese i biglietti di banca, li pose nel suo portafoglio, poi con la massima calma terminò la sua “ toilette, ” dette un’ultimo sguardo di scherno a Bernabei che continuava a dormire e sognare, poi con la sua valigia, lasciò quella casa, e andò in cerca del piacere, della libertà.

Era notte e le vie di New York erano affollatissime. Alla prima stazione di “ cabs ” che Eugenia trovò, ne prese uno e si fece condurre al “Ferry di Jersey City,” di dove un ora dopo partiva alla volta di Filadelfia.

Intanto il sonno e le rosee visioni di Bernabei continuavano.....

CAPITOLO V.

Ludlow Street Jail.

Proprio in mezzo al quartiere ebreo di New York, sorge in mattoni rossi, un fabbricato quadrato, con dei grandi finestroni ad arco muniti di solide ferriate; è quella la prigione dove sono rinchiusi coloro che devono essere estradati, coloro che spacciano monete false, rubano alle dogane o alla posta, quelli che fanno banca rotta, coloro che danno qualche bacio senza il permesso della parte ricevente, e anche quelli che rompono..... le promesse matrimoniali.

Durante la notte i detenuti restano nelle loro celle; ma il giorno se ne stanno in una specie di sala d’aspetto dal pavimento di marmo a scacchi, neri e bianchi dove giocano, fumano, e ricevono i visitatori. In questa prigione non vi è molto rigore, pagando una retta che arriva fino a venticinque dollari la settimana i prigionieri hanno un trattamento speciale, possono stare nelle sale del pian terreno dove si trova come una sala di lettura e sulle comode poltrone, leggere i giornali. I tre pasti della giornata sono squisiti, e non hanno nulla a che fare con le magre porcherie che mangiano i detenuti poveri.

Qualche anno fa, chi aveva denari stava ancora meglio, di quando vi fu confinato Ruiz, ma un “ reporter dell’Herald ” scoprì le magagne, i favoritismi di quelle carceri, il direttore ed i guardiani dovettero dimettersi e fu miracolo della politica se non vennero mandati in galera.

Ruiz era destinato a starsene sempre in cella, dal cancello della sua prigione vedeva attraverso ai finestroni, la folla che percorreva allegramente Ludlow Street, sentiva il frastuono di tutta quella gente libera, allegra salire fino a lui e soffriva orribilmente.

La sola persona con la quale poteva parlare era Dikens, perché l’altro guardiano, che nelle ore di riposo prendeva posto del policeman pareva muto.

Il prigioniero non perde mai la speranza di fuggire, e Ruiz nelle lunghe ore del giorno e della notte pensava come avrebbe potuto ottenere la libertà.

Nel fondo della piccola cella, che aveva per sola mobilia un letto, dove facevano il nido le cimici, stava una finestra con un’inferriata non molto solida; ma al di là di quella finestra eravi un corridoio, e poi un’altra finestra più grande.

Le due aperture delle finestre corrispondevano perfettamente, in modo che Ruiz vedeva benissimo il tetto delle case vicine, e in lontananza leggeva sopra un caseggiato cenerino queste parole: “ Teutonia Hall. ” Ruiz stava continuamente a quella finestra, sperando che qualcuno comparisse sul tetto della casa vicina.

Un giorno finalmente ebbe la fortuna di vedervi un uomo lacero e dall’apparenza povero come Giobbe. Il suo cuore batté forte forte; prima andò al cancello per assicurarsi se il suo guardiano stava osservandolo. Dikens leggeva tranquillamente il giornale.

—Volete favorirmi il giornale?—domandò Ruiz.

—Cinque minuti ancora,—rispose il policeman,—ed ho finito, leggo un fatto interessantissimo.

—Va bene, grazie.....—e Ruiz ritornò in un lancio alla finestra, l’uomo era ancora sul tetto.

Ruiz appoggiò la testa sulla inferriata e con voce soffocata mandò un piccolo grido. L’uomo si voltò bruscamente, il prigioniero rinnovò il grido e allora fu scorto dall’uomo del tetto, che si avvicinò quanto poté all’altra inferriata e domandò:

—Cosa abbiamo?

—Più piano per carità,—rispose Ruiz.

—Ebbene sbrigatevi non ho tempo da perdere.

—Volete guadagnare mille dollari?

—Mille dollari, che Mosè lo facesse.

—Tornate questa notte, vi dirò cosa voglio da voi.

L’uomo pensò alcun poco e poi disse,—va bene tornerò questa notte.

Mentre Ruiz si ritirava dalla finestra Dikens attraverso il cancello gli porgeva il giornale.

La giornata sembrò eterna al prigioniero; finalmente la notte calò, una notte bella d’autunno, come se ne vede di rado.

Verso le undici Ruiz che stava attento al più piccolo rumore sentì cadere qualche cosa nella cella, accese subito il lume e vide un piccolo involto, al quale era legato un filo di seta nera, che attraversava la finestra, lo raccolse subito, e trovò che era un biglietto legato ad un sasso.

Il biglietto diceva così :

—Scrivetemi ciò che volete, sarà più sicuro.

Ruiz prese il lapis e scrisse: “ Vi darò cinquecento dollari subito e cinquecento nel momento che sarò libero, se siete buono per domani notte prepararmi segate le sbarre di ferro della finestra che è in fronte alla mia e se mi procurate subito una buona molla per segare il ferro della mia. ”

Poi, legò il biglietto che fu ritirato dall’uomo del tetto.

Aspettò la risposta e questa non si fece aspettare, essa era laconica; ma empì di gioia Ruiz, il biglietto diceva:

—“Accetto, spegnete il lume, torno subito.

Trascorse una mezz’ora, e si udì di nuovo nella cella il colpo secco di un oggetto caduto a terra; il rumore fu abbastanza forte perché Dikens si scosse sulla sua poltrona, dove stava in dormi-veglia.

Ruiz aspettò prima di muoversi, quando fu persuaso, che il suo guardiano non erasi accorto di nulla si alzò dal letto e raccolse quanto eragli stato gettato, e fu con gioia delirante, che si trovò fra le mani una lima.

Al chiarore incerto del gas, che illumina i corridoi, lesse il biglietto che accompagnava la lima così concepito:

“ Per domani notte tutto pronto, cominciate a mantenere promessa.

Ruiz prese un biglietto da cinquecento dollari e lo fasciò in un pezzetto di carta sul quale scrisse:

“ Procuratemi una tavola per poter fare un ponte fra le due finestre, avrete cento dollari extra.

Quindi attaccò tutto al filo provvidenziale e disse,—tirate.

Prima cosa di Ruiz fu di provare se la lima facesse l’opera sua, constatò con gioia che mordeva in modo meraviglioso; con un paio d’ore di lavoro avrebbe completamente staccata l’intera inferriata.

Pieno di speranza si gettò sul letto, ma non dormì, aveva la febbre, faceva i più strani progetti, si cullava nelle più folli speranze. La libertà, che splendida cosa per un uomo ancora giovane e ricco!

Quante gioie, quanti piaceri!

Domani notte sarò libero! Libero? E un fremito di gioia scuoteva tutto il suo corpo.

Poi veniva preso dalla paura se quell’uomo non venisse, se contento dei suoi cinquecento scudi, non volesse correre altri rischi?

Quel pensiero era per lui una tortura insopportabile; ma pensando all’avidità dei figli d’Israele, gli ritornava la speranza.

Finalmente si addormentò quando l’alba stava per cominciare, dormì sognando cose spaventevoli; e nel sonno gridò tanto che Dikens, si pose innanzi al cancello ad osservarlo.

Il policeman nel vedere il terrore dipinto sul volto del dormiente, non poté a meno di mormorare :

—E poi dicono che i rimorsi non esistono?

CAPITOLO VI.

Derubato!

Bernabei si svegliò quando il sole era già alto sull’orizzonte.

Durò fatica a raccapezzarsi; come mai si trovava su quella poltrona mezzo nudo?

Quanto aveva dormito?

Certo erasi ubbriacato come un animale, ed erasi addormentato senza avere la forza di recarsi nel suo letto.

Sentiva un gran peso alla testa, e una patina amara in bocca:

—Maledetto vino,—mormorò mentre si accomodava gli abiti.

Quando fu pronto, ci teneva a non farsi vedere dalla sua druda mal messo, chiamò,—Eugenia!

Nessuno rispose.—Eugenia!—ripeté Bernabei, uguale silenzio.

—Sarà andata per la spesa del pranzo,—pensò, e avendo del tempo innanzi a sé, si pose a fare un’accurata toilette, si lavò con sapone profumato, si pettinò, arricciò i baffi e aspettò.

Quel giorno voleva godersela, faceva caldo ad onta che si fosse quasi alla fine di settembre, sarebbe andato con la sua Eugenia a Staten Island, e là in riva al mare avrebbero fatto un buon pranzo, felici, contenti come due innamorati, lontani dagli occhi dei genitori.

—Voglio che Eugenia sia contenta,—mormorava Bernabei,—questa notte ho sognato un mondo di cose belle, ciò mi porterà fortuna.

Ad un tratto mentre il furfante allegro e leggero come un giovanotto passeggiava per la stanza, urtò col piede nella cinta di pelle, lasciata cadere da Eugenia.

Guardò per vedere in cosa aveva urtato; [illegible_06] mandò un grido rauco, e rimase come impietrito.

Aveva riconosciuto sventrata, vuota, la cinta di sicurezza.

Bernabei febbricitante con la testa in fiamme raccolse quel testimone della sua rovina e cercò avidamente, se vi fosse ancora del denaro; non trovò nulla!

Sul momento non comprese chi poteva essere il ladro, ma quando la luce si fece nel suo cervello, fu preso da una rabbia terribile, dilaniò coi denti il cuoio lurido della cinta, bestemmiò, imprecò, era orribile a vedersi la schiuma deturpava le sue labbra, pareva un cane idrofobo.

Più della perdita del denaro lo pungeva, lo rendeva folle, il pensiero di avere perduta,e per sempre Eugenia, la donna che contentava i suoi desiderii, colei che amava con tutto l’ardore delle passioni più brutali.

Oramai era povero, ma questo non lo spaventava, abituato al delitto, si sarebbe di nuovo procurato del denaro; quello che voleva, che desiderava, era di ritrovare l’infame creatura che lo aveva tradito.

Ma come fare? Dove trovarla?

In possesso di una bella somma doveva avere lasciata New-York, e a quell’ora ben si sarebbe lontana.

Bernabei pensava con amarezza, che il suo denaro andrebbe dilapidato da Eugenia e da qualche amante, che la miserabile raccoglierebbe certo per via.

A poco a poco, le smanie di Bernabei si calmarono, e cominciò a riflettere.

Nel suo portafoglio aveva un centinaio di scudi, al dito mignolo un bel diamante, e al fianco un orologio d’oro con catena pure d’oro, aveva adunque quanto bastava per potere aspettare qualche giorno; poi vendendo i mobili della casa, avrebbe incassato ancora un’ altro cinquecento dollari.

Bernabei sentiva un gran bisogno di lasciare quella casa, dove tutto gli ricordava Eugenia, e uscì senza sapere dove andava, a caso, come uno che abbia bisogno di stordirsi.

La città era piena di movimento,le case andavano addobbandosi per la commemorazione del centenario Colombiano, New York aveva un aria di festa, che contrastava coi neri pensieri dell’antico complice di Ruiz.

Il furfante attraversò la piazza del City Hall, passò senza vederli innanzi a quei vagabondi, che di giorno e di notte,nella stagione estiva stanno seduti sopra i sedili di legno e ferro, che servono da mobiliare a quella rotonda, che sta proprio in faccia al palazzo municipale e che è il “rendez-vous” dei “ loafers ” più pericolosi che vivono, crescono, si moltiplicano nel fango dell’Imperial City.

Se però Bernabei nulla aveva visto, uno di coloro che stavano seduti, lo riconobbe e mormorò:

—Mi pare, che sia uno dei nostri. È ben vestito deve essere in fondi; e da buon fratello dividerà con me che non tengo neppure un “ penny. ”

L’uomo che faceva questo ragionamento, era vestito malamente, la faccia da un pezzo non era stata toccata dal rasoio e il pelo ispido, rozzo, sporco, gli dava un’apparenza ributtante.

Bernabei continuava a camminare come un’automa, aveva infilato “Barclay Street,” e attraversò quella lunga fila di “ stands ” per la maggior parte tutti italiani, che specialmente in settembre sono carichi di ogni ben di Dio.

Ma il furfante non vedeva le pesche saporose e vellutate, le pera dorate, i grappoli d’uva dai pippoli rosati, la sua mente era persa in strane fantasticherie.

Il “ loafer, ” lo seguiva ad una rispettiva distanza, sapeva le convenienze, non voleva affrontare l’ amico, il compagno in mezzo alla folla.

Bernabei quasi senza saperlo si diresse verso il “ Ferry ” di Hoboken, entrò, attraversò la prima porta, pagò i tre soldi e fu nella sala d’aspetto.

Il “ loafer, ” si accorse troppo tardi, della mossa di Bernabei, non ostante quando vide che si dirigeva al “ Ferry ” corse per fermarlo; ma appunto in quel momento vi fu un’ingombro di carri, che gl’impedirono il passo.

—Per Dio!—sacramentò il “ loafer ”,—l’amico è entrato, ed io non ho tre soldi per seguirlo.

Ma costui non era uomo da sgomentarsi; adocchiò un carro che stava per entrare nel “ Ferry ” dalla parte destinata alle carrozze e ai carri, e vi si slanciò sopra, il cocchiere dall’alto del suo sedile non vide neppure il “ loafer ” che si accovacciò, fra i tendami dei quali il carro era pieno.

Le guardie del “Ferry” non fecero per nulla attenzione al “ loafer ” che si affrettò a lasciare il suo nascondiglio, non appena il carro fu sopra lo “ steamboat. ”

Lo steamboat si pose in rotta, Bernabei pensieroso,inconscio di quanto avveniva intorno a lui, erasi seduto nel compartimento assegnato agli uomini.Un ragazzo,gridava con la sua voce monotona “shine,” era costui uno di quei fanciulli italiani i quali arruolati da abili speculatori, che pagano ad essi un quattro dollari la settimana e il vitto, vengono a guadagnar senza far nulla una ventina di dollari per ogni fanciullo che impiegano. Un uomo di fiducia sorveglia i lustra scarpe perché non frodino il padrone.

Non è bello lo spettacolo che offrono quei giovanetti italiani, che crescono sopra i battelli senza nulla imparare di buono e di utile, apprendendo invece, disgraziatamente, quanto havvi di peggio.

I viaggiatori che numerosi, specialmente alla mattina, transitano da Hoboken a New York, non risparmiano i loro poco pietosi commenti su quei che chiamano i piccoli “ dagos, ” ma i padroni prima, i ragazzi poi, non si danno nessun pensiero di quanto può essere detto e continuano nel loro mestiere.

Di quando in quando, capita a bordo l’ingaggiatore, è ben vestito, porta diamanti alle dita e alla cravatta; ha l’apparenza di un vero “ gentleman, ” e nessuno sospetterebbe neppure per ombra, che un tempo inginocchiato ai piedi dei clienti con i pantaloni rotti sul dietro, lui pure lustrasse le scarpe.

I piccoli lustratori s’indicano con rispetto il padrone, e fra loro corre la leggenda di quell’uomo che cominciò come loro, e che è arrivato a diventare un signore; ed essi sperano di poter fare altrettanto e lavorano con lena.

Bernabei macchinalmente allungò il piede, il lustra scarpe lo credé un tacito invito, s’inginocchiò mise il piede del cliente sulla piccola scatola che serve, e da porta spazzole, e da posa piedi, e cominciò l’opera sua.

Bernabei lasciava fare, il suo pensiero era altrove.

Il “ loafer ” mormorava:

—Quanto lusso, si lustra il pian terreno. Io non lo potrei.

E si guardava le scarpe rotte, sdrucite di dove uscivano i piedi senza calzetti.

—Mondo cane,—seguitava,—perché lui deve essere così “ chic, ” ed io tanto differente? non appartenevamo alla stessa combriccola?

Il furfante non pensava, che lui tutto quello che fruttava il suo pessimo mestiere di borsaiuolo e di ladro, lo consumava nelle bettole, lo portava a quelle veneri immonde, che in Mulberry, da mattina a sera, ubbriache fradicie fanno la sentinella, alla caccia degli esseri più abbrutiti.

Donne che disonorano il loro sesso, e che sono la più turpe e stomachevole rappresentanza del vizio.

Il “loafer” che seguiva Bernabei era conosciuto da tutte quelle baldracche, che gli ripulivano le tasche tutte le volte che il furto vi poneva qualche dollaro, ed esso si godeva, si crogiolava in tutto quel fango, era quello il suo nido prediletto, fuori di lì, si trovava a disagio.

Da qualche tempo però, gli affari non andavano, la maggior parte dei compagni erano al fresco fra le pareti di granito delle Tombs, ed egli ridotto strappato e cencioso, non poteva “lavorare” nessun portafoglio, non poteva tenere in esercizio le mani sveltissime, perché, avvicinandosi alle persone, queste si ritiravano con ripugnanza, e per fare un tale lavoro ci vuole il contatto.

Per ciò si può facilmente immaginare, come il rispettabile vagabondo, era anzioso di fare un ricatto al suo complice,un ricatto che gli permettesse di correre in Mulberry e intrecciare un idilio con un paio delle sue degne compagne.

Bernabei quando il ragazzo ebbe fatto lucide le sue scarpe, si frugò nelle tasche, non aveva spiccioli, allora tirò fuori un rotolo di biglietti, e dette un dollaro.

Gli occhi del “ loafer ” luccicarono nel vedere tanto denaro.

—Quasi quasi, ti lavorerei compare mio,—mormorò,—so che non è difficile sopra questi trespoli galleggianti.Conosco una certa tale,che viaggiando da Hoboken a New York, faceva splendidi affari.

—Basta non ti lavorerò, ma pagherai lo stesso. Diamine, fra giorni New York sarà in festa ed io ho bisogno di un abito decente per potere mescolarmi fra la folla, e lavorare per benino.

Lo “ steamboat ” aveva rallentato la corsa, si stava per arrivare al “ dock, ” e poco dopo la folla usciva correndo da quel luogo, come se avesse fretta di riacquistare la libertà.

Bernabei si mosse uno degli ultimi, seguì la folla come un sonnambulo.

Uscito fuori stava per salire la scala che conduce alla ferrovia funicolare quando si sentì battere sulle spalle.

Si voltò vivamente e non poté trattenere un gesto di ripugnanza nello scorgere il pezzente,che lo aveva toccato.

—Cosa volete?—domandò bruscamente.

—Scusate, vorrei dirvi una parola, ma non qui, vi è troppo gente.

—Non ho tempo da perdere.

—Due sole parole.

—Sia, ma fate presto.

—Non qui, vi dico...

Bernabei rassegnato seguì il “ loafer ” che lo portò in una via deserta a due passi dalla stazione del “ Ferry. ”

—Parlate,—disse Bernabei,—qui non vi è nessuno.

—Non mi conoscete?

—No.

—Eppure sono un vostro compagno.

—Voi?

—Sì, e non fa bisogno di averlo tanto in disprezzo, perché sebbene gli abiti sieno differenti,la pelle l’abbiamo uguale.

—Non vi capisco.

—Va benone, non si dice al primo venuto che si fa parte di una società di ladri, diamine la società non è incorporata e il governo potrebbe trovarci da ridire; ma vi dico che ho assistito alla vostra iniziazione nel sotterraneo di Don Arcangelo, che ho inteso il vostro giuramento.

—Può darsi,—rispose freddamente Bernabei,—e per questo cosa volete?

—Un’aiuto.

—Va bene,—e Bernabei messe le mani in tasca, dette al “ loafer ” il resto dello scudo avuto dal lustra scarpe.

—Questo è tutto!

—Non vi basta?

—Voi siete ricco.

Bernabei sentì il fiele nella sua bocca; ricco lui che era stato infamemente derubato! Come la gente s’ingannava.

—Non posso darvi altro.

Il “ loafer, ” ebbe un lampo sinistro nello sguardo; annottava, la via era deserta, poteva forse commettere un delitto inosservato; ma non tentò nulla, un’altra idea eragli germogliata nella mente.

—Va bene,—disse,—avresti potuto darmi di più, devo contentarmi, arrivederci e buona fortuna.

Bernabei non si degnò neppure di rispondere, si diresse verso la scala della ferrovia funicolare e salì prestamente.

Il “ loafer ” da lontano lo seguì, si perse fra la folla, che nelle ore della sera è numerosa e compatta, e salì anche lui, entrò nello stesso carro,che accoglieva Bernabei.

Fu dato il segnale della partenza, la morsa afferrò la gomena di ferro e il vagone andò con una certa velocità.

Quel piccolo tratto di ferrovia che conduce da Hoboken all’amena collina di Jersey City Height e W. Hoboken, è bellissima, vi sono punti nei quali le colonne di ferro, che sostengono quella specie di ponte, sono altissime, e guardando dai vagoni si scorge come un precipizio.

La salita è ripida quanto mai dire si possa, e dall’alto si dominano le paludi che circondano Hoboken, che si stendono nei dintorni di Jersey City, ricovero di quei milioni di “ moschitos, ” che sono il flagello di quei paesi così pittoreschi.

Né Bernabei, né il “ loafer ” avevano tempo di osservare le meraviglie della natura e quelle fatte dagli uomini, il primo pensava ad Eugenia, alla ladra che si portava via il suo tesoro, che andava lungi da lui, che l’amava e la desiderava tanto. L’altro concertava il piano per fare un brutto tiro al suo vecchio compagno in ladreria.

Era notte completa quando il carro si arrestò all’ultima stazione.

Bernabei scese, e il “ loafer ” lo seguì.

Sotto la tettoia aspettavano i carri a cavalli, diretti al “Monastery,” e in “Central Avenue.” Bernabei senza neppure sapere perché montò in quello di “Monastery” che si riempì subito di uomini, donne e ragazzi, tanto che il “loafer” a mala pena trovò posto.

Dove andava l’antico complice di Ruiz? Non lo sapeva, camminava, camminava per stordirsi, per non avere tempo a pensare alla sventura che lo aveva colpito.

Quando sarebbe stanco si arresterebbe, degli Hotels,ve ne sono dovunque, a lui bastava di essere lontano da New-York, lontano dalla casa che gli ricordava Eugenia seducente, bella, fremente di voluttà.

A poco a poco, il carro si vuotava, ad ogni angolo di via, la gente scendeva, e ben presto, il solo Bernabei restò nell’interno del carro e il “loafer” sulla piattaforma, si faceva piccino, piccino per non essere scorto.

Finalmente il carro si fermò, era giunto a destinazione.Bernabei, come svegliato da un lungo sonno scese, il “ loafer ” al primo movimento del suo uomo, era saltato prestamente a terra.

Bernabei guardò a dritta e sinistra, il luogo era quasi deserto, poco lungi si vedeva nel buio della notte spiccare la cupola della chiesa del “ Monastery ” una delle più belle costruzioni di tutto il New Jersey, in fatto di tempii.

Non era molto tardi, ma quella sera il tempo minaccioso rendeva l’aria nera come l’inchiostro.

Bernabei si diresse verso “Palissade Avenue,” e ben presto giunse nella via aristocratica dove sono tante palazzine eleganti, di dove si gode lo spettacolo della riviera, e si ammira New York con i suoi palazzi, le sue torri, i suoi camini giganti.

Lo dicemmo, la notte era scura, ma la nebbia non avvolgeva la riviera, sicché le migliaia di lumi di New York spiccavano netti nelle tenebre.

Bernabei guardò a lungo la Città; nella riviera e proprio sotto i suoi occhi si vedevano i fanali delle numerose navi da guerra venute per la gran parata da farsi in onore di Cristoforo Colombo.

Il furfante era come inebetito; cosa faceva su quella collina? Non lo sapeva; il suo pensiero era completamente conquiso dall’immagine seducente di Eugenia, il demone che faceva palpitare la sua carne, svegliava i suoi istinti libertini.

Ad un tratto a lui d’appresso sorse un’ombra, come se scaturisse dalla terra.

Si udì un colpo sordo, un grido soffocato e Bernabei cadde sul ciglio della strada.

L’ombra altro non era che il “ loafer ” che aveva seguito Bernabei, con un calcio spinse quel corpo inanimato giù per il pendio della collina. Bernabei rotolò come una balla di stracci, il suo volto fu ferito, macolato, dai sassi, dagli sterpi.

Il “loafer” dette intorno un’occhiata per assicurarsi se alcuno lo vedeva, poi si recò presso il corpo di Bernabei, che giaceva a quattro o cinque metri dal luogo dove era caduto.

—Il mio “boxe” ha lavorato a meraviglia,—mormorò l’ardito briccone,—e avrò tutto il tempo di spogliare quel pitocco che mi ha dato per elemosina la bella e rotonda somma di 95 cts. Ho sempre sentito dire, che l’avarizia non porta fortuna...

Bernabei pareva morto; colpito alla tempia destra dal terribile strumento del “ loafer ” aveva perso ogni conoscenza.

—Diamine! che il colpo sia stato troppo forte, e che l’amico abbia avuto il passaporto per l’altro mondo? Mi dispiacerebbe, sono un buon diavolo io, e del peccatore non voglio la vita, ma la borsa.

Ciò dicendo, le mani del “ loafer ” frugavano allegramente Bernabei, che in due minuti restò privo di tutto, di denaro e oggetti preziosi.

—Farò il centenario Colombiano allegramente—continuava il “loafer,”—vestito da signore lavorerò a meraviglia fra la folla, la mia fortuna è fatta. Questo pitocco, se non è morto si alzerà da sé, la strada la conosce, e non ha bisogno di precettore. Se è morto pace alla sua memoria, un cattivo soggetto di meno.

E con questa orazione funebre il “ loafer ” lasciò il suo ex-complice.

Bernabei non era morto,il colpo, per quanto tremendo, non era riuscito che a procurargli un lungo svenimento.

Quando il furfante rinvenne, per un pezzo durò fatica a ricordarsi; seduto fra l’erba umida, invano cercava di ricordarsi, le sue idee erano confuse, e non si rendeva conto del suo stato.

Ci volle del bello e del buono, perché riacquistasse l’uso delle sue facoltà.

La testa gli martellava, innanzi agli occhi aveva dei bagliori fosforici.

A poco a poco incominciò a ricordare, e per prima cosa ricordò Eugenia e il suo infame, indegno tradimento, poi si sovvenne di essere stato colpito alla testa; certo quell’aggressione era fatta a scopo di furto, e ogni dubbio scomparve quando trovò le tasche vuote, anelli e orologio scomparsi.

Bernabei il ladro, era stato per la seconda volta derubato, e questa volta restava al verde, privo di ogni risorsa.

Era finita per lui; tutto, oramai gli andava a rovescio.

Si alzò pesantemente dal luogo dove erasi svegliato, la testa gli girava, non rimontò in “Palissade Avenue,” ma scese giù verso Hoboken.

Si trovò ben presto sulla via ferrata, che si trova ai piedi della collina, da lungi veniva un treno a tutta velocità, il fanale bianco sembrava una stella, che ad ogni momento ingrandisse.

Il treno si avvicinava, Bernabei ebbe l’idea del suicidio, un momento di coraggio e avrebbe trovato l’oblio completo delle sue pene, si sarebbe per sempre spento il ricordo di Eugenia.

Si udiva l’ansare affannoso della macchina e il rumore sordo del treno che diventava assordante.

—Morire,—mormorava Bernabei,—ecco la migliore soluzione ad un problema divenuto per me insolubile.

Il furfante stava in mezzo al binario, il treno era a due passi da lui; quando con un lancio straordinario lasciò il suo posto e andò a cadere sul ciglio della via.

Il treno passò rumoreggiando.

Bernabei non aveva voluto morire!

Nel momento che stava per essere travolto sotto le ruote, la mente gli fu attraversata dal pensiero della vendetta, e volle vivere, vivere per vendicarsi.

—Che stupido!—disse rialzandosi,—a morire sono sempre a tempo, vi sono persone che prima devono saldare i loro conti con me, poi se fa d’uopo, morirò.

L’antico complice di Ruiz era ritornato completamente padrone di sé, la morte che aveva visto così da vicino gli ridonò la calma.

Si diresse verso il Ferry delle quattordici strade, deciso a ritornare a New York.

Disgraziatamente quando si frugò in tasca, si accorse non avere neppure i tre “ pennys ” per pagare il prezzo della traversata.

Ma non si sgomentò per questo, si presentò alla porta, e al sorvegliante dell’ingresso, disse:

—Sono stato derubato questa notte sulla collina di W. Hoboken, i ladri non mi lasciarono nulla, non posso pagare i tre soldi per andare a New York dove abito, e domando che mi si faccia credito.

Il portinaio guardò Bernabei, lo vide ben vestito, e rispose:

—Passate pure.

—Grazie,—rispose Bernabei e passò.

Lo “steamboat ” era appena partito, percui dovette aspettare una buona mezz’ora prima che l’altro giungesse.

Nella sala d’aspetto, Bernabei, riandò col pensiero alle vicende di quella triste giornata; aveva perduto l’amante, ogni suo avere e per poco non moriva sfracellato sotto le ruote del treno, o sotto i colpi di ladri audaci.

—Bel guadagno avrei fatto,—pensava—ad essere sanguinoso ed informe cadavere sulle rotaie della ferrovia, stupido chi si uccide, e si toglie così il mezzo di vendicarsi di tutto e di tutti. Ed io mi vendicherò, la società non merita riguardi, bisogna vivere in mezzo ad essa per sfruttarla, colpirla, torturarla. Se cadrò in trappola sarà quello che sarà, ma da questo momento combatterò con tutte le mie forze nell’ esercito del male.

Bernabei aveva rialzato la testa, i suoi occhi scintillavano, pareva Satana che sfida il cielo.

Lo “ steamboat ” era giunto, e pochi momenti dopo prendeva la via del ritorno. Cominciava ad albeggiare, una cortina di nebbia erasi calata nella riviera, non per tanto le navi da guerra italiane, russe, francesi e spagnole, alle quali lo “ steamboat” passava vicinissimo, si vedevano distintamente.

—La guerra!—mormorò Bernabei,—la fanno tutti,ecco gli strumenti di morte fatti per distruggere vite di uomini, città e forti.

“ Dunque la vita è una lotta continua, guai ai vinti, lo fui una volta, non lo sarò più.

Quel giorno stesso Bernabei vendeva i suoi mobili raccapezzando un cinquecento dollari, prese in affitto una camera in Bowery, nella via dove hanno domicilio i più matricolati furfanti e aspettò risoluto di gettarsi sulla preda.

Più tardi, nei “ Drammi dell’Emigrazione ” ritroveremo questo pericoloso malfattore.

Mentre questo avveniva a New York ; Eugenia se la godeva a Filadelfia, dove a guisa di messalina passava nelle braccia di uno e dell’altro, non sazia d’amore, assetata di passione,vinta dalla più sfrenata libidine.

La perversa creatura non restò molto a Filadelfia; saputo che il pugilista, che aveva ferito la sua immaginazione, quando lo vide per la prima volta in un teatro di New York, era a Boston, partì subito alla volta della Atene americana, lasciando non del tutto soddisfatti i suoi amanti di Filadelfia, che un bel giorno, presentatisi all’Hotel dove abitava la sirena, trovarono il nido vuoto.

A Boston, Eugenia non durò molta fatica a trovare l’atleta, il quale, lasciate le scene del teatro, lavorava su quelle più modeste di un “ Museum ” da 10 soldi.

Egli non si fece pregare per appagare le voglie della donna che veniva ad offrirsi spontaneamente a lui.

Ma per Eugenia fu una disillusione, quell’uomo dai muscoli di ferro, dalla taglia forte, robusta, amava male, il sangue nelle sue vene non aveva fuoco, la stretta delle braccia dell’Ercole, era febbrile, violenta, soffocante, ma tutto si fermava a quella manifestazione brutale.

Quell’uomo dedicato a whiskey, non aveva le carezze eccitanti di Ruiz, e dopo i primi giorni, cominciò a trattare malamente la sua conquista, a minacciarla,e il terzo giorno di quello osceno connubio, Eugenia, la bella e provocante Eugenia, ebbe un pugno, che le ammaccò sconciamente un’occhio.

Però quando l’atleta si accorse che Eugenia portava nel corsetto una borsina piena, zeppa di dollari, cambiò modo di agire, divenne meno brutale, più affezionato.

La disgraziata ribelle tanto, era ora, come la schiava dell’uomo che lei stessa era andata a cercare, vi erano dei momenti nei quali avrebbe voluto infrangere la sua catena, ma non lo poteva; era paura? Amava realmente quell’uomo che pure non bastava a soddisfare i suoi desideri?

Non sapremmo dirlo; fatto sta che restava presso di lui, e vi restò fino al giorno che lui dopo averla derubata se ne fuggì, guardandosi bene dal lasciare il suo indirizzo.

Eugenia ebbe pan per focaccia, ciò che fece a Bernabei le fu reso.

Ma non si sgomentò per questo, era bella e si dette alla vita elegante, divenne donna di strada, cantoniera alla porta dei libertini, il fango della prostituzione, era il suo elemento, in quello solo poteva vivere.

Abbiamo voluto finirla la storia di questa donna che non troveremo più in questa storia, ed ora facendo un passo indietro, ritorniamo ai principali personaggi; alle ultime scene del dramma.

CAPITOLO VII.

Il dovere.

Righetti aveva trovato in casa Ferroni la più affettuosa accoglienza, tutti facevano a gara, a manifestargli la loro amicizia.

Del resto l’intera colonia italiana dava continue prove di simpatia al liberato dal carcere; e ogni mattina la posta portava centinaia di lettere e biglietti da visita, e non pochi mazzi di fiori, dono forse di qualche donna gentile, che voleva restare incognita.

Righetti affranto per tante emozioni, non riceveva che i suoi amici intimi ai quali narrava con una serenità somma, le pene da lui sofferte, la vita del carcere, e quando eravi il suo difensore parlava di preferenza dell’angelo pietoso, che lo confortava nei momenti più tristi.

Vittoria nell’apprendere la liberazione di Righetti aveva provato una gran gioia, ma dal momento che il giovane abitava sotto lo stesso tetto erasi fatta inquieta, usciva raramente dalle sue stanze, pareva che avesse paura a trovarsi sola con Righetti.

In casa Ferroni tutti comprendevano quel riserbo, e le torture che doveva costare alla povera donna.

Passarono alcuni giorni, poi Righetti essendosi rimesso completamente dichiarò a Ferroni, che doveva cercarsi al lavoro. Il buon’uomo offrì subito al giovane di prenderlo nella sua Banca,e Righetti accettò con riconoscenza.

L’entrata dell’innocente negli uffici del banchiere Ferroni fu un avvenimento per Mulberry, e i primi giorni Righetti al suo passaggio era fatto segno a clamorose manifestazioni, poi a poco per volta la gente si abituava a vederlo, e le dimostrazioni si cambiarono in un’affettuoso rispetto, tutti lo salutavano, tutti erano felici di dirgli:—Buon giorno signor Righetti!

Le donne pensando certo alla sua storia romantica e dolorosa, lo divoravano con gli occhi.

Ma Righetti non badava loro, la sua mente ed il suo cuore non vedevano che una sola immagine : quella di Vittoria.

Una sera Righetti tornando a casa trovò nel “ parlor ” la disgraziata sposa di Ruiz.

Quando entrò, Vittoria era persa come in un sogno, scorgendo Righetti non poté trattenere un grido di terrore.

—Vittoria, vi faccio paura?—domandò mestamente il giovane.

—No; ma siete entrato così all’improvviso.

—Non sapevo che foste qui.

Ci fu un lungo silenzio; poi Vittoria si alzò e si diresse verso la porta.

—Vittoria!—mormorò Righetti.

La donna si arrestò interdetta a quella invocazione.

—Vittoria, sapeste quanto soffro!

—Ed io non soffro!—esclamò Vittoria con accento straziante.

—Soffrite per me?

Vittoria non rispose.

—Parlate, rispondetemi, non vedete che la mia vita dipende da una vostra parola?

—Righetti! tacete, tacete per carità...

—Che io taccia, no, mille volte no, questa vita è un supplizio che non posso sopportare, è d’uopo che io sappia cosa posso temere, cosa sperare.

—Sperare nulla, temere tutto!

—Perché? Io vi amo con tutte le forze dell’anima mia, vi amo più della vita, più di tutto; perché la speranza non deve sorridere a quest’amore che intera conquide l’ anima mia? Lo sapete, fin da quando vi scorsi sul battello, che ci portava in America il mio cuore fu vostro; poi avvenne il dramma terribile che conoscete; orbene le tenebre della mia cella, erano illuminate dalla vostra visione, vi vedeva ad ogni ora del giorno e della notte,voi seducente, amorosa e allora le mura della mia cella mi sembravano più belle di quelle di una reggia.

“ Ora sono libero, completamente riabilitato, sapete che vi amo, e volete che resti muto, che non vi dica il fuoco che mi divora. No, mille volte no!..

Vittoria piangeva, sentiva mancarsi, ed erasi appoggiata ad una poltrona per non cadere.

—Piangete,—riprese Righetti, sempre più infervorato,—piangete forse perché non potete dirmi la parola che mi consoli, la parola che mi riempia di gioia? Parlate Vittoria, ora mai tutto val meglio dell’incertezza.

—Fanciullo,—rispose Vittoria, con voce languida,—e avete bisogno che le mie labbra parlino per conoscere il segreto del mio cuore?

Righetti gettò un grido di gioia, afferrò la mano della giovane donna e la baciò con frenesia.

Vittoria sempre più commossa, continuò:

—Sì,vi amo Righetti,vi amo e molto, e con questo amore vorrei compensarvi di quanto avete sofferto per me.

—No, non parlate di pene sofferte, questo momento di gioia delirante, non è pagato mai caro abbastanza.

—Vi amo, e devo torturare il vostro e il mio cuore.....

—Torturare i nostri cuori, e perché?

—Perché non possiamo essere l’uno dell’altra.

—Che dite Vittoria?

—Dimenticate,—rispose la donna con voce fremente,—dimenticate che io non sono libera, che mio marito vive?

—Quel miserabile non ha più nessun diritto su voi, esso con i suoi delitti ruppe e per sempre la catena che vi teneva avvinta.

—V’ ingannate, quell’uomo, quel miserabile, innanzi a Dio e alla legge è mio marito.

—Dio, se esiste, avrà già sciolto il vostro matrimonio, esso non può permettere che l’angelo sia la preda di un demonio, la legge annullerà un’ unione divenuta oramai impossibile.

—Dio forse misericordioso e grande, perdonerebbe; ma la legge inflessibile dei nostri paesi no.

—È un’infamia!

—Sì, è infame, ma è così. Mio marito sarà condannato ai lavori forzati a vita, vivrà nell’ergastolo, ma io porterò insieme ad esso la sua catena, simbolo del disonore, la vittima dovrà dividere col carnefice l’onta, il disonore. Io sarò la moglie del forzato, e se domani mi unissi ad un’altro uomo, sarei una bigama.

Righetti era annientato, egli ben sapeva l’assurda crudele legge che vige in Italia, sapeva che il divorzio non esiste nel codice italiano, che sebbene chiamato un monumento di sapienza civile, non contiene la parola che protegga le vittime del matrimonio.

—Vedete Righetti,—concluse Vittoria,—che per noi la felicità non può esistere.

—Chi ce lo vieta? la legge? Ebbene perché rendere schiavi i nostri cuori di una legge assurda e crudele? Non è detto che il matrimonio, abbia la privativa dell’amore? amiamoci;amiamoci, Vittoria, compiamo i voti delle nostre anime!—Ciò dicendo Righetti, serrava con forza al suo seno Vittoria, che non opponeva nessuna resistenza; un languore snervante invadeva la povera donna.

Righetti a contatto di quel corpo giovane e bello, che restava in sua balia, sentiva scorrersi per le membra un brivido di voluttà.

—È tanto bello l’amore! anima mia, senti come palpita il mio cuore, senti come sono ardenti i baci che io poso sopra i tuoi capelli, è tanto tempo che sei la mia regina! Parla Vittoria, dimmi che mi ami?

—Ti amo!—rispose Vittoria con un fil di voce.

La parola dolcissima non era ancora stata detta, che le labbra di Righetti si posarono su quelle di Vittoria, e un bacio lungo, inebbriante, fu scambiato.

Ma quasi che quel bacio fosse stato tocco di ferro rovente, Vittoria si svincolò dalle braccia di Righetti e con voce un po’ tremante, disse:

—Non posso essere vostra moglie, non voglio divenire la vostra ganza.

Righetti ebbe un moto di rabbioso dolore.

—Amico mio,—continuò Vittoria sempre più calma,—per poco non commettevamo una colpa.Vi amo; ma al disopra di questo amore, havvi qualche cosa di più potente.

—Più potente dell’amore? È impossibile!

—Sì, Righetti, havvi qualche cosa di maggiore; qualche cosa che non dà dolcezze, ma torture, e nello stesso tempo la rassegnazione dei martiri.

—No, no, al disopra dell’amore non vi è nulla.

—Sì, vi è il dovere!

Righetti chinò il capo ; Vittoria gli stese la mano che egli strinse macchinalmente, poi uscì.

Righetti si lasciò cadere sopra una poltrona, ferito al cuore.

Ferroni sul tardi, entrando nel “ parlor ” trovò Righetti che piangeva.

CAPITOLO VIII.

La fuga.

La giornata sembrò eterna a Ruiz, e solo quando vide che cominciava a farsi notte si calmò.

Si avvicinava il momento della prova decisiva, fra qualche ora, il suo stato poteva cambiare completamente.

Dikens aveva notato la irrequietezza del prigioniero e quando dette la muta all’altro guardiano gli raccomandò di stare bene con gli occhi aperti.

Appena si fu fatta notte, Ruiz cavò fuori la lima d’acciaio e cominciò a limare i ferri della finestra.

Era costretto ad usare una grande precauzione, il suo guardiano era lì innanzi al cancello, e certo si sarebbe sorpreso di vederlo di continuo vicino alla finestra, così che adoperava la lima per un minuto e poi si fermava, e faceva una passeggiata nella cella, facendosi sentire battere i piedi sopra al solaio di mattoni consunti.

La lima era della migliore tempra e segava il ferro, come se fosse un pane di burro.

Ruiz aveva avuto l’attenzione alla mattina di conservare un poco di grasso della sua porzione di carne e con quello ungeva la lima, quando ne aveva bisogno.

Il lavoro fatto in simili condizioni durò un pezzo, poi vi fu un momento che dovette interrompersi per più di un ora, e fu quando rientrò in servizio Dikens, il quale stette lungamente a tenere a chiacchiera il prigioniero, deliziato di vedere sotto i suoi occhi, finalmente acciuffato, quel pericoloso birbante che per tanto tempo, aveva dato scacco alla polizia.

Quando il policeman fu stanco di discorrere e si pose a leggere il giornale della sera; Ruiz ricominciò il suo lavoro.

Era quasi mezzanotte quando la grata si trovò in condizioni da lasciare passare comodamente un uomo.

Allora Ruiz attese palpitante. Guardava attentamente verso l’altra inferriata, ma non vedeva nessuno; che l’uomo, il complice non venisse? Come mai non lo vedeva al suo posto a segare le sbarre?

Finalmente gli parve di vedere disegnarsi fra i quadrati dell’inferriata un’ ombra.

Non vedeva bene, perché la notte era oscurissima.

Non erasi ingannato il complice era là dall’altra parte, e ne ebbe la prova con un bigliettino che venne a cadere ai suoi piedi, sul piccolo foglio di carta era scritto.

“ Tutto è pronto. ”

Ruiz provò una gioia immensa; staccò l’inferriata segata ed attese.

Pochi momenti dopo l’estremità di una tavola, che era stata per colmo di precauzione imbottita, venne a posarsi sul davanzale della finestra.

Proprio in quel momento Dikens, disse:

—Ei, giovinotto, volete leggere il giornale della sera? sento che non avete voglia di andare a letto.

Ruiz si voltò impaurito; ma si ricompose e stese la mano tremante verso il giornale che gli veniva porto. Il policeman nella semi-oscurità della cella, non scorse i lineamenti sconvolti del prigioniero.

—Perché non accendete il lume,—domandò Dikens.

—Mi scordai di comprare le candele.

—Ebbene, il giornale lo leggerete domattina. Buona notte giovinotto.

—Buona notte,—ripeté Ruiz balbettando.

Ruiz aspettò che il guardiano si fosse per bene accomodato nella sua poltrona, poi si diresse verso la finestra, risoluto a non attendere un minuto di più.

Il ponte era lì, le due finestre non avevano più nulla che potesse arrestarlo, ed egli risolutamente si accinse alla fuga.

Passò il corpo attraverso le sbarre di ferro segato, che costudivano la sua cella e si trovò sul davanzale a mezzo sdraiato sulla tavola che serviva di comunicazione con l’altra finestra che dava sopra i tetti.

La tavola barcollò alquanto e per poco Ruiz non cadeva.

Il miserabile vedeva giù in fondo al corridoio il selciato di marmo, una mossa falsa che avesse fatto e sarebbe andato a sfracellarsi il cranio, su quello.

Strisciò piano, piano sulla tavola, che non essendo liscia, ma avendo delle scabrosità e dei chiodi lacerò le sue vesti, e le sue carni.

Il tragitto era piccolissimo, eppure, per farlo vi impiegò moltissimo, il sudore gli colava giù dalla fronte, ad ogni momento gli sembrava di cadere, lo prendevano le vertigini, allora serrava gli occhi e si stringeva con frenesia alla tavola.

Dall’altra parte il complice gli dava coraggio.

—Su, ancora una mossa e siete salvo, su, su per Giacobbe volete restare su quella tavola per tutto il tempo della vita?

Ruiz, non avrebbe mai creduto che fosse così difficile quel piccolo passaggio, egli credeva in un minuto di essere sul tetto.

Contribuiva certo alla cattiva riuscita dei suoi sforzi l’orgasmo che lo aveva invaso, e che gli toglieva ogni energia.

Finalmente giunse al davanzale dell’altra finestra, il suo complice lo afferrò per le mani, e lo tirò a sé con forza.

Ruiz era talmente stretto alla tavola che questa si alzò con lui, per ricadere poi con un gran fracasso giù in fondo sul pavimento di marmo del corridoio.

Ruiz e il complice a quel rumore indiavolato si guardarono allibiti. . . . .

CAPITOLO IX.

Dikens alla riscossa.

Il rumore assordante fatto nella sua caduta della tavola che aveva servito da ponte a Ruiz, risuonò all’orecchio di Dikens come lo squillo di tromba che nel giorno del giudizio dovrebbe far risorgere i morti.

Il policeman si alzò di botto dalla sua poltrona e corse al cancello dietro al quale doveva essere Ruiz; nella semi-oscurità, vide la cella vuota, la finestra con la inferriata segata e comprese tutto.

Stava per slanciarsi a dare ordini, quando vide lontano sul tetto una forma umana, che si rialzava penosamente.

Non stette in forse un momento, levò il revolver e fece fuoco tre volte di seguito.

Si udì un grido di dolore, poi più nulla.....

Dikens si precipitò verso le scale chiamando a squarciagola i guardiani.

Il fracasso fatto dalla tavola, il rumore della detonazione aveva svegliato i detenuti, che da una cella all’altra domandavano spiegazioni di quanto avveniva.

Due guardiani fra i primi corsi alle chiamate di Dikens, si misero a disposizione del policeman.

Le prigioni di Ludlow Street, sono a ridosso delle case, per cui Dikens che conosceva bene la topografia del luogo aveva ben compreso, che Ruiz doveva essere sul tetto della casa vicina, e a quella correva nella speranza di riprendere il suo prigioniero o vivo o morto.

In tanto che Dikens si preparava a dare la caccia, ecco che cosa avveniva sul tetto.

Ruiz era stato ferito ad una gamba, la palla aveva offeso i muscoli, ed egli si trovava a non potere assolutamente camminare.

Pregò il suo compagno di aiutarlo; ma costui egoista e solo curante della propria pelle, fuggì senza neppure rispondere alla preghiera di Ruiz, il quale restato solo si trascinò sul tetto sperando di trovare un luogo dove ricoverarsi.

La ferita lo faceva soffrire orribilmente, perdeva il sangue in gran quantità, sentiva che presto le forze gli sarebbero mancate, e si disperava al pensiero che verrebbe di nuovo preso e incarcerato.

Non eravi scampo, la partita era perduta.

Non ostante, non si perse d’animo e fino a tanto che poté resistere cercò la scala che dal tetto conduceva alla casa. Finalmente la trovò, cominciò a scendere gli scalini, si rotolava su quelli per far più presto, sopportando stoicamente il dolore.

Dikens, intanto,con i guardiani da un’altra parte era salito sul tetto lasciato da poco da Ruiz, e trovandolo vuoto fu preso dalla paura.

Uno dei guardiani erasi provvisto di una lanterna, fu ai deboli raggi di quella, che si videro sul nero asfalto le traccie del sangue.

—Di qui è passato,—disse Dikens,—guardate, ecco del sangue, il miserabile è ferito. Questa traccia ci guiderà.

Non cercarono molto, ben presto si trovarono all’imboccatura della scala.

Dikens col revolver in una mano, e con una lanterna in un’altra, scese risolutamente la scala.

Ruiz, arrivato a metà della scala era svenuto, invano aveva lottato col languore che lo invadeva, la gran perdita di sangue lo arrestò proprio nel momento che sperava di riacquistare la libertà.

Dikens dette un grido di trionfo quando scorse, impotente, vinto, il prigioniero.

Ruiz ancora svenuto fece di nuovo il suo ingresso in prigione, il medico chiamato in tutta fretta, medicò la ferita, che non presentava alcuna gravità e assicurò che ad onta del gran sangue perduto il ferito sarebbe guarito prestamente.

Quando il miserabile rinvenne e vide al suo fianco Dikens, mormorò :

—Non ho più fortuna.....

—Avete giuocato una brutta carta giovanotto.

—E ho perduto, pazienza.

Quando Byrnes fu informato del tentativo di Ruiz, andò in bestia.

Valeva proprio la pena di averlo dato in custodia ad uno dei più abili agenti di polizia, perché se lo lasciasse scappare sotto il naso.

Poi i giornali avrebbero fatto un pandemonio, avrebbero voluto sapere chi era il fuggitivo, perché si trovava in carcere, e mille altre cose che Byrnes non voleva e poteva dire.

Anche in faccia a Boni la polizia farebbe una bella figura.

Dikens ascoltò senza fiatare tutti i rimproveri del suo superiore, conveniva di avere avuto troppa fiducia, ma non succederebbe una seconda volta, e implorò dal suo capo di essere ancora il guardiano di Ruiz; cosa che gli venne concessa.

Boni quando seppe i particolari della fuga audace, ne fu spaventato. Se per disgrazia il prigioniero non fosse stato ripreso, chi sa quante sventure, quanti dolori, Ruiz libero, avrebbe procurato a lui e ai suoi amici.

L’ex-ispettore apprese la notizia proprio la mattina che col piroscafo “Tirreno ” erano arrivati in America due funzionari della polizia italiana incaricati di prendere in consegna Ruiz.

Il governo, cedendo alle premure e alle considerazioni di Boni, aveva fatto il sacrificio d’inviare un delegato e un appuntato di Pubblica Sicurezza a New York a disposizione dell’ex-ispettore di Napoli.

Il “ Tirreno ” sarebbe partito il 12 ottobre; per cui Ruiz fra pochi giorni doveva trovarsi a bordo.

I giornalisti americani non ebbero grandi informazioni sulla fuga tentata alle prigioni di Ludlow Street, e la cosa passò senza un gran chiasso.

CAPITOLO X.

Idillio.

Quando Leonardi, accompagnato dalla madre sua arrivò alla villa Spencher, il cuore gli batteva forte, forte, le tempie gli martellavano, era così commosso che sua madre ad ogni momento doveva scuoterlo, fargli coraggio.

Fanny saltò al collo della signora Leonardi e la baciò con effusione, poi stese la mano al suo antico professore e disse:

—Sono ben lieta di vedervi ospiti miei.

—Signorina,—balbettò Leonardi,—io e la madre mia, non dimenticheremo mai la vostra affettuosa accoglienza.

—Bando ai complimenti, qui siete in casa vostra, e tanto per principiare faremo colazione.

Nel salotto da pranzo, un grazioso salottino tutto di pero scolpito, attendeva Clara, che stese la mano a Leonardi col volto raggiante di felicità.

La madre del giovane si avvicinò a Clara che la salutava rispettosamente, e la baciò in fronte, dicendo:

—Siete una brava giovane, e sarò felice se mi sarete amica o figlia mia.

Clara provò una gioia immensa, le lagrime, lagrime di felicità,scorsero dai suoi occhi bellissimi, e con voce tremante disse:

—Grazie! signora, grazie!

Tutti erano dolcemente commossi. La colazione fu allegrissima. Leonardi, brillante parlatore raccontava mille e mille aneddoti graziosi. Clara lo guardava estatica e Fanny, si sorprendeva di trovare tanto spirito nel giovane, che un tempo le aveva insegnato il dolce idioma italiano.

Sebbene fossero i primi di ottobre, pure la giornata era bellissima e la temperatura più calda che fresca.

Dopo la colazione, Fanny propose di andare a pescare, sarebbero montati sulla lancia a vapore e via per la baia.

La signora Leonardi non tenne l’invito, e andarono Leonardi, Clara e Fanny.

La lancia elegante, tutta bianca,col suo fumaiolo di ottone lucido come l’oro, girò per molto tempo per la baia bellissima, ma i pesci furono poco disturbati;i tre giovani non si curavano di gettare l’amo, essi parlavano degli avvenimenti trascorsi.

—Lo sapete, signor Leonardi,—disse Fanny,—che io debbo ancora domandarvi scusa, per il modo brusco col quale un tempo quasi vi scacciai di casa mia.

—Signorina, quel tempo è così lontano che non lo ricordo più; poi del resto la vostra accoglienza di oggi farebbe dimenticare ben altro.

—E credete che quel miserabile, che osò levare lo sguardo fino a me, sarà punito?

—La catena del forzato lo aspetta,—disse Clara con voce piena d’odio.

—Per carità, signorina, non parliamo di quel furfante;esso non merita che il suo nome sia profferito dalle nostre labbra, lasciamo che renda i suoi conti alla giustizia e congratuliamoci, che il suo veleno non è arrivato a colpirci.

—Avete ragione,—rispose Fanny,—ma pure il suo triste ricordo non scomparirà tanto facilmente dalla mia mente. . . . .

—E dal cuore?....

Fanny guardò severamente Leonardi, poi con voce fremente riprese:

—Come credete che il mio cuore possa avere ancora memoria di quell’uomo indegno, di quel vile assassino?

“ Leonardi, voi mi giudicate assai male, perché vi giuro, che se il mio cuore avesse conservato un atomo di affezione per quell’uomo, mi aprirei il petto e strapperei quel cuore per darlo a mangiare ai cani.

E Fanny, crucciata, restò muta e per tutto il tempo che durò la passeggiata non pronunziò più una sola parola.

Leonardi era costernato temendo di avere offeso la fiera fanciulla.

Clara gli dava coraggio, conosceva Fanny e sapeva, che tutto sarebbe passato, senza lasciare traccie.

Quando ritornarono alla villa trovarono Boni e Mr. Spencher, il quale fece la più cordiale accoglienza a Leonardi, dicendosi felicissimo di averlo nella sua villa.

In quanto a Boni, era oramai di casa, Fanny lo colmava delle più affettuose premure e Mr. Spencher lo trattava come un vecchio amico.

Il pranzo non poteva essere più animato; Boni raccontava delle barzellette, Leonardi gli teneva bordone.

Dai finestroni della sala da pranzo si godeva il panorama della baia; era scesa la sera e centinaia di lumi brillavano sulla costa di Brooklyn, la statua della libertà appariva illuminata dalla sua face elettrica, e più lontano su in alto una doppia fila di lumi dava la sagoma del ponte meraviglioso che New York a Brooklyn congiunge.

La temperatura anche alla sera era restata primaverile.

—Che splendido autunno,—disse ad un certo punto Mr. Spencher.

—Una vera primavera,—rispose Leonardi.

—Adatta per il centenario Colombiano,—disse Boni.

—Vi saranno feste bellissime.

—Sì, e anche gli italiani si faranno onore inaugurando un monumento allo scopritore d’America.

—Chi ebbe la buona idea di proporre il Monumento a Colombo?—domandò Fanny.

—L’iniziativa del Monumento,—rispose Boni,—venne fatta dalla Guardia Colombo, una delle più vecchie e stimate Società Italiane negli Stati Uniti, ma si deve alla splendida cooperazione del giornale “Il Progresso Italo-Americano” di New York, se il Monumento riuscì un’opera così colossale e grandiosa.

—Dicono un mondo di bene di quell’ opera d’ arte.

—Ecco qua la fotografia del monumento,—interruppe Fanny.

Tutti ammirarono l’opera di Gaetano Russo. Mr. Spencher fu entusiasta più di tutti.

Gli italiani facevano opera gentile e patriottica, e davano una lezione agli americani, che non pensavano per nulla a ricordare in modo degno, l’uomo che aveva divinato, il nuovo mondo, e Mr. Spencher non risparmiò davvero i suoi connazionali, chiamandoli: mercanti e usurai, senza cuore e senza testa.

Dopo il pranzo, la conversazione continuò nel “ parlor ” fino a quando Fanny seduta al piano non fece della buona musica italiana.

Leonardi che aveva una bella voce cantò l’ appassionata romanza di “ Edgard ” nell’opera omonima del giovane e già celebre maestro Giacomo Puccini, e quelle dolci note d’amore, commossero vivamente tutti.

Anche Clara dovette cantare; la sua voce bellissima, aveva una grande mestizia e la romanza “ Vorrei morire ” fu cantata in modo da sembrare il grido di un’anima, che vuol riposarsi nel silenzio eterno della morte.

Boni dopo il canto di Clara, quasi a togliere la malinconia che aveva tutti invaso, intuonò un’allegra canzonetta napoletana, sollevando un vero entusiasmo; Mr. Spencher rideva, rideva a più non posso.

La serata deliziosa trascorse prestamente, e quando fu mezzanotte tutti credevano che al più fossero le dieci.

Mr. Spencher fu il primo a dare il segnale della ritirata.

La signora Leonardi, baciò in fronte Fanny e Clara, e poi accompagnata da suo figlio si ritirò nei suoi appartamenti.

—Ebbene figlio mio?—domandò la signora Leonardi, nel momento che entrava nella sua camera.

—Mamma, mamma! sono così felice che ho paura di morire.

—Vivi, vivi, per la tua e mia felicità!

Madre e figlio si abbracciarono e si baciarono con affetto.

Fanny non amava ancora Leonardi, il suo cuore ferito tanto crudelmente,non poteva così di subito accettare un’altro amore;ma però sentiva una gran simpatia per quel giovane, che un tempo per lei aveva deciso di morire.

Fanny e Leonardi facevano delle lunghe passeggiate per l’amena Staten Island, erano sempre soli, perché Clara, con una scusa o con un’altra faceva di tutto per restare a casa.

La povera fanciulla sebbene fosse sicura di non amare Leonardi che come un fratello, pure si trovava a disagio, quando stava fra lui e Fanny.

Il quinto giorno, che era alla villa Spencher, Leonardi e Fanny andarono a fare una cavalcata, fino a Richemond, la capitale della Contea.

Là giunti, fecero colazione, poi ripresero la via del ritorno, sebbene il tempo minacciasse un temporale.

Dopo un ora che erano partiti,la tempesta scoppiò, i due giovani cercarono per ogni dove un ricovero, finalmente trovarono una casetta mezzo diroccata, dove alla meglio si ripararono.

Fanny rideva dell’avventura, e disse allegramente.

—Proprio come nei romanzi.

—Non del tutto,—rispose Leonardi.

—No? Perché?....

—Ma perché, i romanzieri fanno succedere queste cose agli innamorati.

—Avete ragione, e noi non lo siamo.

—Parlate per voi signorina?

Fanny guardò col suo occhio limpido Leonardi, che tremava come una foglia, e non rispose.

Seguì una lunga pausa, il temporale infuriava sempre più forte, i tuoni e i fulmini facevano un rumore assordante.

Finalmente Leonardi balbettò:

—Vi ho offeso signorina?

—No. So che mi amate.

—No, no, non potete sapere come grande, immenso, entusiasta sia il mio amore.....

—Mi amate da lungo tempo. Un giorno volevate uccidervi; male, mio signore, male, il suicidio è una vigliaccheria.

Leonardi erasi fatto rosso, rosso, le parole morivano sul suo labbro, non sapeva cosa rispondere.

Chi mai aveva svelato a Fanny i suoi segreti più intimi?

—Ora siete voi che restate muto,—disse con malizia Fanny.

—Signorina, provo un tal turbamento, che mi toglie l’uso della favella.

—Via, fatevi coraggio, oramai la vostra confessione la faceste, e vedete che non mi sono offesa.

—Fanny, Fanny, le vostre parole mi rendono pazzo di gioia.

—Calmatevi, io non mi offesi della vostra confessione, perché conosceva il segreto del vostro amore. . . .

—E potrete amarmi?

Fanny, pensò alquanto, e poi con voce grave, disse :

—Non posso dirvi se quello che provo per voi sia amore, il mio cuore fu così barbaramente torturato, che non è più sensibile come una volta, la ferita deve prima guarire, poi potrò rispondervi.

—L’amore! se provaste amore, è quello un tal balsamo che sana ogni ferita. No, voi non mi amerete mai!

—Leonardi, siete un fanciullo. Io non dico di non amarvi, ma vi svelo senza reticenze lo stato del mio cuore.

“Vedete, io so che mi amate e vi chiamo in casa mia, conosco la passione che avete per me e sono ogni giorno la vostra compagna in lunghe, poetiche e misteriose passeggiate. Ciò vuol dire che io voglio scaldarmi alla fiamma del vostro cuore, sciogliere l’intorpidimento del mio; perché vi ammiro, vi stimo, vi voglio bene come a fratello, e non domando di meglio, che amarvi come una fidanzata.

—Ebbene, Fanny, questo miracolo avverrà perché vi adoro alla follia!

CAPITOLO XI.

Il fulmine.

Il temporale continuava, i due giovani, stretti l’uno all’altra cominciavano ad essere intirizziti dal freddo, infradiciati dalla pioggia, che scendeva giù per i rottami della diroccata casetta.

—Leonardi, qui bisognerà fare un animo risoluto, e partire.

—Ma è impossibile se l’infuriare della bufera non calma, non troveremo neppure la via, saremo acciecati dall’acqua.

—Qui resteremo affogati, i poveri cavalli non ne possono più.

—Sono desolato per quanto avviene e non vorrei che la vostra salute ne soffrisse.

—A casa ne staranno in pensiero.

—Come fare? Vogliamo arrischiarci, arriveremo bagnati come pulcini.

—Sarà il meno male.

—Siete proprio decisa a partire.

—Sì.

—Ebbene, andiamo.

Nel momento che i due giovani stavano per uscire dal loro riparo, si vide un gran bagliore, scrosciò tremendo il fulmine, ed essi colpiti dalla folgore caddero a terra, senza proferire parola.

Leonardi si rialzò ben presto, stordito come se lo avessero replicatamente colpito al capo; ma Fanny,fredda,insensibile, giaceva fra i rottami della casupola.

Leonardi appena ebbe riacquistato la conoscenza, si precipitò sul corpo di Fanny, chiamò la fanciulla con i nomi più affettuosi; ma non ottenne nessuna risposta.

Allora fu assalito dalla paura; che fosse morta? Certo il fulmine che risparmiò lui, aveva ucciso la donna che adorava. Il destino non era stanco di perseguitarlo!

Ma questa volta era finita, se Fanny fosse morta, lui pure morirebbe.

L’acqua cadeva a rovescio, e bagnava le vesti di Fanny, che giaceva a terra come un cadavere.

Leonardi,disperato, senza neppure avere un’idea esatta di ciò che faceva, prese fra le braccia Fanny e salito a stento sul cavallo, si diresse alla villa Spencher.

Il cavallo correva in modo indiavolato, e fra la pioggia e lo scrosciare dei fulmini, la caduta dei rami e delle foglie, quella cavalcatura passava come una visione fantastica.

Sotto una pioggia fitta e un lampo, un cavallo corre con due persone in sella; l'uomo sostiene davanti a sé una donna reclinata.

Il cavallo correva in modo indiavolato

Leonardi col suo prezioso fardello, non si curava affatto del temporale, non sentiva l’acqua che gli sferzava il volto, a capo scoperto, coi capelli in balia del vento, continuava la corsa sfrenata.

Finalmente dopo una mezz’ora, il cavallo guidato dall’istinto, giunse a casa Spencher.

È facile immaginarsi lo sgomento di Clara, della signora Leonardi, di tutti alla vista di Fanny fredda, esanime, irriconoscibile, sotto i suoi abiti sgualciti, grondanti d’acqua.

—Mio Dio! cosa è avvenuto?—esclamò Clara.

—Presto, presto, il dottore,—gridò Leonardi,—poi parleremo.

La palazzina del dottore era per fortuna a due passi, e in pochi minuti il medico si trovava vicino a Fanny.

—Narratemi come avvenne che la signorina restò come morta,—domandò il dottore a Leonardi.

—Scoppiò il fulmine.....

—Fulminata!—disse Clara al colmo della disperazione.

—Non disperiamoci, vediamo, la signorina può essere solamente svenuta,—ciò dicendo il dottore visitò attentamente la fanciulla.

I presenti, ansiosi aspettavano la parola dello scienziato, parola che doveva recare la felicità o la disperazione.

Finalmente il dottore disse:

—La signorina Fanny vive, ma il suo stato è gravissimo.

Vive! Questa parola ridonò a tutti il coraggio.

—Le signore si occupino di spogliare l’ammalata, gli abiti sieno tagliati per non dare scosse.Mettete dei panni di lana a scaldare e non appena tolto il vestito il corpo sia asciugato con quei panni caldi. Scaldate anche il letto e non appena che la signorina sarà comodamente adagiata sotto le coltri chiamatemi.

Il medico e Leonardi uscirono, le cameriere aiutate da Clara e dalla signora Leonardi, fecero quanto il medico aveva ordinato.

Il corpo bellissimo della fanciulla fu denudato e asciugato con cura, quelle membra fredde, inerti, sembravano scolpite nel marmo il più puro.

Fanny non dava segno di vita, e anche quando fu nel letto caldissimo conservò la stessa immobilità.

Quando il medico fu chiamato anche Leonardi salì nella camera della donna amata.

Il medico, perdurando quello stato di insensibilità,aggrottò le ciglia, credeva di trovare Fanny in condizioni migliori.

Ad un tratto la fanciulla aprì i suoi grandi occhi, e le girò attorno.

I presenti gettarono un grido di gioia, ma il medico si fece più scuro.

—Fanny,—chiamò Clara,—Fanny!

Ma l’ammalata non rispose, si vedeva che non comprendeva ciò che avveniva intorno a lei.

—Ebbene, dottore,—disse Leonardi.

—Non posso dire nulla; ma dubito che la cosa sia grave, gravissima. Per ora lasciamo in pace la signorina Fanny, tornerò più tardi, e allora potrò dirvi se quello che disgraziatamente sospetto è o non è vero.

—Dottore, ci spaventate,—disse la signora Leonardi.

—Un medico non deve ingannare nessuno. La signorina Fanny ha provato una scossa terribile, che può avere effetti di una gravità eccezionale.

“Non havvi pericolo di morte, per il momento;e spero mi auguro che la scienza, qualunque sia il male lo sappia vincere.

—Dottore,—disse Leonardi,—salvatela! salvatela!

—La scienza e le cure affettuose che non mancheranno all’ammalata, confido che vinceranno il male.

—Lotteremo tutti,—esclamò Clara.

—Brava fanciulla,—rispose il medico,—leggo nei vostri occhi che saprete fare il vostro dovere, e la mia speranza aumenta.

Quando alla sera Mr. Spencher tornò da New York e trovò Fanny, che di vivo non aveva che gli occhi, fu preso dalla disperazione, né valsero a calmarlo le parole del medico.

Il povero padre chiamava a gran voce la figlia, invocava che parlasse, gli occhi bellissimi della fanciulla si riempivano di lacrime, ma le sue labbra restavano mute.

—Dottore, dottore, ma cosa è mai questo?—gridava Mr. Spencher.

—Non oso pronunziarmi recisamente,—rispondeva il medico,—ma non credo sbagliarmi nel dire che vostra figlia è stata colpita da catalessi.

“ Domani terrò un consulto di vere e proprie celebrità, le quali daranno il loro responso inappellabile.

Leonardi aveva perso ogni coraggio, lui stesso ammalato febbricitante, restava lunghe ore nella camera, non avendo nessun diritto di stare presso l’ammalata, ignorando tutti il suo amore. La madre ad ogni momento portava le notizie di Fanny.

Quella notte nessuno dormì alla Villa Spencher, e Fanny restò con gli occhi fissi, immobile come se fosse un cadavere sul suo letto di morte.

Il medico di casa restò vicino a Fanny per studiare la malattia, ed essere pronto ad ogni evento.

L’indomani tre medici visitarono con cura la fanciulla, e unanimi dissero trattarsi di catalessi prodotta da un grande spavento.

Quanto tempo sarebbe durato quello stato catalettico?

La scienza non poteva dirlo al padre, agli amici che ciò domandavano con ansia.

In una notte Mr. Spencher era invecchiato di dieci anni, esso amava alla follia la figlia diletta e il vederla, innanzi a sé in quello stato, il non sentire la sua voce era per lui inaudita tortura.

Quando la famiglia Ferroni fu avvisata del triste caso, offrì i suoi servigi, e Mr. Spencher così telegrafò all’amico.

—“ Venite, sono momenti nei quali si ha bisogno degli amici. ”

E Ferroni era corso a consolare Mr. Spencher.

CAPITOLO XII.

Ritorno a Sing-Sing.

Righetti aveva un dovere da compiere, quello di visitare e ringraziare il capo guardiano di Sing-Sing e la sua graziosa figlia, l’angelo buono e gentile, che lo aveva consolato nei tristi giorni della sventura.

Ferroni e l’avvocato difensore accompagnavano Righetti, il quale durante tutto il viaggio raccontava le dolorose impressioni da lui provate, quando per la prima volta, incatenato e in custodia a due “ detectives ” faceva quella strada.

—Mi pareva di andare alla morte,—diceva Righetti—e per quanto la coscienza della mia innocenza mi dasse coraggio, pure mi assaliva uno sconforto grande, pensavo con raccapriccio al momento nel quale avrei indossata la divisa dell’infamia, e mi sarei trovato al contatto di pericolosi malfattori, di cinici delinquenti.

“ Quando il treno si fermò e vidi da lungi le muraglie di pietra bigia del fabbricato, che racchiude tanti disgraziati, sentii stringermi il cuore come in una morsa, un nodo mi salì su per la gola, stavo per rompere in singhiozzi, quando l’orgoglio la vinse sulla emozione, le lagrime si asciugarono sul mio ciglio.

Righetti non era mai stato così loquace, attraversando quei luoghi visti in momenti di suprema angoscia, sentiva come il bisogno di sfogarsi con i suoi amici, inebriato dalla libertà che ora godeva.

Il treno si arrestò, i tre amici scesero, infilarono il viale che conduce ad una specie di collina, e si avviarono verso le prigioni; giunti al ferreo cancello suonarono la campana, accorse il portinaio; l’avvocato essendo conosciuto, fu accolto festosamente.

—Ebbene signore, non mi conoscete più?—disse Righetti al portinaio.

—No, davvero giovanotto.

—Eppure fui vostro inquilino.

Il portinaio si batté la fronte, poi esclamò:

—Ma sì, sì, siete proprio voi Righetti l’innocente, come qui vi chiamano. Su toccate qua giovanotto, e lasciate che mi congratuli con voi. Non avviene tutti i giorni un fatto come il vostro.

La figlia del capo guardiano era corsa ad avvisare il suo babbo, che si dette premura di andare a ricevere i visitatori.

Il capo guardiano riconobbe subito Righetti, al quale strinse con effusione la destra apparendo fortemente commosso.

—Signore,—disse Righetti,—sono venuto per ringraziarvi della bontà, che aveste per me, sono venuto per dirvi, che mercé vostra, e mercé l’opera di quell’angelo di vostra figlia, il forzato poté sperare, e vivere calmo e sereno in questo triste luogo. Fatto libero e riabilitato, tenevo a compiere questo dovere.

—Siete un bravo giovane,—rispose il capo guardiano,—ed io sono orgoglioso di esservi amico.—Poi rivoltosi a Ferroni e all’avvocato:—signori, vi prego di accettare l’ospitalità che vi offro di tutto cuore.

Ferroni e l’avvocato, s’inchinarono e seguirono insieme a Righetti l’ospite.

La figlia del capo guardiano, aspettava nella sala di ricevimento, essa con le mani stese corse verso Righetti, dicendo:

—Ve lo dicevo, che Dio è giusto e che presto o tardi la vostra innocenza sarebbe riconosciuta? Ora siete libero, ed io e mio padre, ne godiamo come se l’atto di giustizia fosse stato reso ad uno della nostra famiglia.

—Signorina,—balbettò Righetti, in preda alla più viva emozione,—voi foste l’angelo mio consolatore, la mia buona stella, che il cielo vi benedica.

L’avvocato con le lagrime agli occhi, guardava estatico colei che amava, rapito di saperla tanto buona.

—Su, su, bando alle tenerezze,—interruppe il capo guardiano,—questi signori avranno fame.

—Fra una mezz’ ora tutto sarà pronto, padre mio.

—Benone, e se per ingannare il tempo questi signori vogliono visitare lo stabilimento, farò da guida.

La proposta fu accettata, e i tre amici visitarono minutamente la casa di pena.

I forzati, riconosciuto Righetti, lo salutarono cordialmente, mostrando una vera gioia nel vederlo libero.

Quando Righetti capitò alla cella che aveva occupata per tanto tempo, si arrestò.

Innanzi al suo sguardo passò come una visione di quanto fra quelle quattro mura aveva sofferto, specialmente nei primi giorni che in essa si trovava.

Che lunghe, che eterne giornate furono quelle, isolato,senza che nessuno a lui dicesse una parola amica; se aveva resistito era proprio un miracolo.

Quando i visitatori tornarono nella sala da pranzo del capo guardiano,la colazione era pronta.

La sala da pranzo di chi è a capo del penitenziario di Sing-Sing è di una severa eleganza, i mobili e le mensole scolpite, sono lavori dei forzati, come pure ai forzati si devono tutti gli ornamenti, gli stucchi, le dorature; le finestre di quella sala, alte e grandi,danno sopra una serra, dove dei giardinieri, detenuti anch’ essi, fanno crescere le piante più belle e più rare.

In quella serra è una festa di colori e di profumi, e serve anche a togliere alla vista le mura di pietra dei diversi fabbricati abitati dai forzati.

Il pranzo fu dei più ricercati, e per deferenza certo agli ospiti italiani, furono serviti vini e liquori.

Ferroni era sbalordito, non avrebbe mai ideato di trovare tanta gentilezza in casa di un capo guardiano di prigioni; era poi sedotto dalla grazia della fanciulla, che doveva diventare la sposa dell’avvocato, e che era raggiante di gioia.

Dopo il pranzo toccò a Ferroni di fare la sua parte, egli aveva una missione da compiere, una missione alla quale teneva; e per ciò domandò un breve colloquio al capo guardiano il quale lo accordò subito ridendo.

Quando Ferroni fu solo col capo guardiano, disse :

—Signore, lasciate prima che vi ringrazi per la vostra accoglienza; poi concedetemi l’onore di chiedervi a nome.....

—Del vostro amico l’avvocato Rinaldini,—interruppe il capo Guardiano,—la mano di mia figlia.

—Come sapete? Ma ....

—Caro signore le fanciulle educate come la mia non nascondono nulla ai loro genitori.

—Benissimo! E acconsentite?

—Non ho nessuna ragione per oppormi, mia figlia ama l’avvocato, e credo che sia riamata, così che tutto andrà per il meglio.

Ferroni strinse le mani del capo guardiano e rispose:

—Così va bene, non tante cerimonie, quei ragazzi saranno felici, il mio amico ha innanzi a sé uno splendido avvenire.

—Lo credo.

—Torniamo a dare agli innamorati la buona notizia.

—Essi la sanno, non dubitate.

Quando il capo guardiano accompagnato da Ferroni entrò nel “ parlor” l’avvocato diventò pallido.

—Diamine,—disse ridendo Ferroni,—volete morire ora, che avete la cera di un cadavere? Su via col permesso del padre, baciate la vostra fidanzata.

Rinaldini si avvicinò alla fanciulla che senza falso pudore, gli porse le labbra, che il giovane baciò ebbro di gioia.

Righetti sospirò, quelle gioie a lui non erano destinate!

La notte i tre amici restarono a Sing-Sing, alla sera durante la cena, un orchestra composta di prigionieri, suonò scelte sinfonie, e la fidanzata cantò come un usignuolo, e quel canto e quella musica, svegliò fino a tarda ora gli echi della casa di pena.

Quando l’indomani i tre amici lasciarono Sing-Sing, era combinato che i due fidanzati sarebbero sposi, fra trenta giorni.

CAPITOLO XIII.

Il “ Tirreno. ”

Non appena il “ Tirreno,” piroscafo della Navigazione Generale Italiana, gettò l’ ancora nei “ docks ” di Brooklyn, Boni si recò a bordo munito delle carte necessarie per farsi riconoscere.

Uno degli agenti arrivati era stato un sottoposto dell’ex-ispettore di Napoli, e manifestò la sua gioia nel rivederlo.

Il “ Tirreno ” come tutti i vapori che manda in questo porto la Navigazione Generale, era una di quelle vecchie carcasse in ferro, che filano dieci nodi all’ora e che impiegano 24 giorni a venire da Napoli.

Mentre le compagnie tedesche, inglesi e francesi, fanno partire dai porti italiani grandiosi e celeri piroscafi diretti a New York, la Navigazione Generale, pare che a bella posta si studi di mandarci tutto quello che ha di peggio nei suoi arsenali. Così avviene che gli stranieri pelano la vacca grassa dell’emigrazione e lasciano gli ossi, agli italiani che rosicano e rosicano senza concludere nulla di buono e di utile.

Boni nel vedere la piccolezza e la miseria del “ Tirreno, ” fece le boccaccie, il capitano se ne accorse e in puro genovese, disse:

—Cosa vuole cavaliere, al Sud mandiamo i migliori battelli, qui veniamo con gusci di noce.

—È uno sbaglio,—rispose Boni.

—Ma così si vuole dove si puote.

—Potrete, capitano, aggiustare una cabina in modo che possa custodire un pericoloso malfattore?

—Comandavo il piroscafo che riportò da Montevideo il celebre Ceneri, e mi ricordo che feci le cose in modo, che l’ audace furfante arrivò sano e salvo in Italia, ad onta che si facesse di tutto per liberarlo.

—Ricordo questo fatto;il nostro uomo però non ha nessuno che si darà premura di aprire la gabbia. È però audace e risoluto.

—Farò fabbricare una cabina sopra coperta, sarà così sorvegliato notte e giorno, sia dagli agenti di polizia, sia dai marinai. Quando tutto sarà pronto, il signor Console verrà a consegnarmi il prigioniero.

—Il Console?—disse stupefatto Boni,—cosa ci entra il Console?

—Diamine Cavaliere, io non posso ricevere, che dalle mani del Console il prigioniero; così è la legge.

—Ma il governo trattò direttamente con me!

—Non dubitate al consolato sapranno tutto e aspettano la vostra visita e quella degli agenti che ho portato dall’Italia.

—Io credeva, che bastasse la presentazione delle lettere ufficiali del ministero.

—Non è che una formalità, ma senza la quale, non potrei ricevere a bordo il delinquente che a titolo di..... viaggiatore.

—Basta; andrò al consolato, non ho mai salito quelle scale e credevo.....

—Non vi mangeranno.

—Lo credo bene, sono più di un boccone.

Boni seguito dai due agenti, lasciato il piroscafo si recò al consolato; appena presentò il suo biglietto da visita, fu introdotto nel gabinetto del Console.

Il rappresentante del governo, guardò fisso con la sua lente il nuovo giunto, poi strizzò alquanto gli occhi, e le sue labbra si atteggiarono ad un sorriso, che poteva essere ironia o compiacenza.

Boni salutò gentilmente, e principiò:—signor Console sono.....

—Cavaliere, so perché venne qui, ho ordini dal ministero di fare quanto lei mi dirà; per cui sono a sua disposizione.

—La ringrazio per tanta cortesia; e le dirò subito di cosa si tratta,—e Boni brevemente raccontò al Console la storia di Ruiz.

Il Commendatore ascoltò quella lunga serie di delitti e restò vivamente colpito; l’uomo che doveva consegnare al capitano del “ Tirreno ” il ladro e l’assassino,che stava per essere stradato, era uno di coloro ai quali più volte aveva stretta la mano, di coloro che si sedettero al suo fianco in solenni circostanze, che ebbero da lui lodi e incoraggiamenti.

Il Console passata la meraviglia, ebbe parole di vivo encomio per quanto aveva fatto Boni, sia per arrestare il malfattore, sia per non rendere pubblica la nuova onta che sarebbe piombata sulla colonia se si fosse saputo,che il ricco e rispettato Ruizzi, uno dei pezzi grossi, altro non era che un pericoloso malfattore.

Partendo il piroscafo il 12 ottobre fu combinato, che appena Ruiz sarebbe in grado di stare in piedi, si farebbe la consegna al capitano del “ Tirreno”, il Console attendeva una parola di Boni per agire.

Ruiz guarì prestamente dalla sua ferita, la palla aveva colpito le parti carnose; e prodotto pochissimo male. La sua debolezza veniva dalla perdita del sangue, ma nell’infermeria del carcere sotto l’occhio di Dikens, con un regime corroborante, acquistò forza e salute.

Boni visitò il ferito, e gli annunziò che il vapore che doveva trasportarlo in patria era pronto.

—Avete fortuna,—disse Boni,—scampate alla sedia elettrica.

—Fate di me ciò che volete, ma lasciatemi in pace; so che agite per vendicare i vostri amici non per giustizia.

—Siete ancora in tempo se volete che vi lasci qui, in mano della giustizia americana.

—No, mantenete la vostra promessa, mi piace fare un viaggio “ gratis ” poi non si sa mai.....

—Non dubitate sarete ben guardato.

—Ditemi,e Bernabei non viene in Italia con me? E Clara la lasciate libera?

—Non ho da darvi nessuna risposta.

—In Italia griderò forte all’ ingiustizia, vorrò sapere, perché me solo si prende per il delitto di Posillipo.

“ Già, io non sono una bella donna.

Boni si strinse nelle spalle e uscì.

Ruiz seguì il suo nemico con l’occhio scintillante di odio.

—Via, non fate la brutta cera,—disse Dikens,—tanto lui non potete toccarlo, ed è di quei fini.

Il miserabile digrignò i denti; se Boni fosse stato fra le sue mani, in mancanza di armi lo avrebbe sbranato con le unghia.

Lì, nella camera bianca, fredda, dell’infermeria lo assaliva terribile il desiderio della vendetta, se il caso, la fortuna o un miracolo lo avesse reso libero, spenderebbe la sua vita per vendicarsi contro coloro che lo avevano arrestato nella sua corsa trionfale, coloro, che lo precipitarono dal piedestallo sul quale a forza di delitti era salito.

E dopo il desiderio della vendetta, sorgeva gigante quello di avere Clara, la creatura che ancora faceva scorrere il fuoco nelle sue vene.

Ma, la via che prendeva lo portava al bagno; là nel triste luogo, addio sogni di vendetta, addio possibilità di amore. Fra lui e i suoi nemici, fra lui e la donna desiderata sarebbero state implacabili, eterne, le mura dell’ergastolo.....

A volte era tentato a domandare, invocare, volere che la giustizia americana decidesse della sua sorte; ma il pensiero della sedia elettrica lo spaventava; la morte era la fine di tutto, mentre fin che ci è vita, ci è speranza.

In questo stato d’animo il miserabile aspettò il giorno nel quale dal carcere doveva passare a bordo del “ Tirreno. ”

CAPITOLO XIV.

Potenza d’amore.

Da tre giorni durava lo stato catalettico di Fanny, la villa deliziosa di Mr. Spencher non a guari così allegra,aveva ora un aspetto di grande mestizia.

Il piano-forte, dove la padrona del luogo suonava tante dolci melodie, era chiuso, e sulla copertina dei libri di musica si posava la polvere.

Leo il bel cane, errava per ogni dove, alzando la sua testa intelligente, guardando tutti con i suoi occhi pieni di mestizia.

Leonardi passava delle lunghe ore sulla terrazza della villa, guardando l’acqua del mare, seguendo con l’occhio attonito, inebetito i piroscafi che entravano o uscivano dalla baia.

Invano sua madre cercava distrarlo; inutilmente gli amici lo confortavano.

Clara, affettuosa, buona, faceva di tutto per toglierlo ai suoi tristi pensieri, lo incoraggiava, gli ripeteva cento volte e cento, di sperare.....

Il quarto giorno da che lo strano malore aveva colpito Fanny, Leonardi si affacciò alla soglia della camera di colei che adorava.

La testa di Fanny bianca come la cera posava sulla trina dei cuscini, i suoi occhi erano chiusi, dalle labbra non usciva un soffio.

Leonardi vedendo quella immobilità, e la bianchezza del volto, si avvicinò al letto tremante di paura.

Che Fanny fosse spirata? A questo pensiero il disgraziato si sentiva morire ; toccò la fronte dell’ammalata e rabbrividì nel sentirla fredda come il marmo.

Allora volle gridare, non lo poté, soffocava.

Ad un tratto i singhiozzi irruppero dalla gola del disgraziato mentre lacrime ardenti gli solcavano il volto.

Fra il pianto Leonardi mormorava le più disperate invocazioni, rivolte alla donna del suo cuore:

—Fanny,—diceva il disgraziato,—rispondimi, svegliati dal tuo sonno, ritorna la pace in questa casa che è in lutto per te. Mio Dio, mio Dio! perché non mi è dato a costo della mia vita salvarti! Fanny...Fanny, angelo tutelare di questa casa svegliati dal tuo sonno! No, no, la morte non può essersi resa padrona di te, sarebbe troppo crudele....

Ciò dicendo le lagrime scorrevano giù per le gote di Leonardi e si perdevano fra i biondi capelli di Fanny immergendoli in un caldo umidore.

L’ammalata restava immobile come un cadavere, Leonardi non aveva più lacrime, nel suo occhio appariva una tremenda risoluzione.

—Fanny... Fanny, scenderemo insieme nella tomba, io morrò!....

Quest’ ultima parola detta con accento straziante, non era ancora terminata che avvenne un fatto miracoloso.

L’ammalata si alzò a sedere sul letto e con un grido di angoscia, disse:

—Non ti uccidere, ti amo;—poi ricadde sul letto.

Leonardi credé a un sogno della sua fantasia esaltata, e restò immobile con l’occhio ardente, fisso nel volto bellissimo della donna amata.

Fanny aprì gli occhi, nel riconoscere Leonardi ebbe un dolcissimo sorriso, poi le sue labbra si aprirono e mormorarono:

—Quanto ho dormito!

Leonardi dette un’ esclamazione delirante di gioia, si slanciò fuori della camera gridando a squarciagola:

—È salva! È salva!

La prima persona che incontrò fu Mr. Spencher, che lo afferrò per il braccio dicendogli:

—Ma Leonardi, siete pazzo?

—Sì, pazzo di gioia ; Fanny ha parlato!

Mr. Spencher non volle udire altro, e si precipitò nella camera della figlia piangendo di gioia.

Fanny, lo riconobbe e gli stese le braccia; il padre fortunato, non poté profferire una sola parola, la gioia lo soffocava.

In tanto la lieta novella erasi sparsa per tutta la villa, Clara, accorreva felice, palpitante, e con essa la signora Leonardi, i servi, tutti quelli della casa, facenti a gara a congratularsi con Fanny per la sua pronta guarigione.

Quando la fanciulla abbracciò Clara, le mormorò negli orecchi:

—È lui che mi ha salvato, è il suo amore che mi ridonò la vita. Sento che lo amerò tanto.....

Clara baciò e ribaciò l’amica, che le svelava ingenuamente il suo segreto.

Passate le prime espansioni si pensò a mandare a chiamare il medico, il quale fu sorpreso di trovare la catalettica completamente guarita; certo doveva essere avvenuto qualche cosa di anormale, perché quel corpo immobile, quelle membra inerte, riacquistassero tutto ad un tratto l’uso delle loro funzioni. Il medico ordinò una cura ricostituente, e assicurò che ogni pericolo era passato.

Quando Clara disse a Leonardi ciò che aveva udito dalle labbra di Fanny, il giovine pianse lagrime dolcissime.

Mr. Spencher nei giorni della malattia di Fanny aveva notato le smanie di Leonardi, il suo dolore le sue angoscie, ed erasi convinto, che il giovine amava sua figlia.

—Diamine,—erasi detto il buon’uomo,—sembra che io sia destinato ad essere il suocero di un italiano.

La sera stessa che Fanny fu guarita, guarita per opera di Leonardi, come disse la figlia al padre!

Mr. Spencher ebbe un colloquio col giovane italiano.

—Signor Leonardi, voi avete un segreto, che è tempo mi sia confidato.

—Signore...—balbettò Leonardi.

—Non mettetevi paura, apritemi l’animo vostro capirete,che io pure ho un paio di occhi che vedono, e che sanno discernere i segreti del cuore.

“ State zitto? Ebbene, parlerò io. Voi amate Fanny.

—Ma.....

—Non vi è ma che tenga, l’amate e non osate dirmelo. Perché? Vi faccio paura?

—Mr. Spencher, io ammiro in voi il gentiluomo di antico stampo, venero in voi il padre di colei che amo.....

—Ah! dunque l’amate? Del resto non potrebbe essere altrimenti, tutti l’amano mia figlia.

—L’amo e da lungo tempo, e i miei amici potranno dirvi, che se ho lottato contro quel miserabile di Ruiz, fu perché voleva togliermi colei che amavo con tutte le forze dell’anima mia. Quando il matrimonio di vostra figlia con Ruiz, fu combinato, volli morire, Ferroni mi salvò.....

—Volevate morire, disgraziato!....

—Ero disperato.

—E mia figlia vi ama?

Leonardi chinò il capo e si fece rosso.

—Ho capito, il babbo si lascia per ultimo e i giovani prima si innamorano e poi parlano.....

—Signore.....

—Via, via, non vi faccio rimproveri, ve la siete guadagnata mia figlia col toglierla dagli artigli di quel miserabile italiano... o turco... già fa lo stesso, i birbanti non hanno patria.....

“ Dunque faremo le nozze e speriamo, che tutto vada bene.

—Consacrerò la mia vita a rendere felice Fanny.

—Ci credo ed è per questo, che quando vostra madre verrà a chiedere per voi la mano di Fanny, dirò un bel sì.

“ Ed ora, mio figlio, abbracciatemi.

Leonardi si strinse fortemente al cuore l’americano, il quale disse:

—Non so, ma provo una gran commozione a sentirvi fra le mie braccia, ciò è buon segno, perché, a quel furfante di Ruiz, non poteva stringergli neppure la mano senza rabbrividire.

Quando Leonardi e Mr. Spencher entrarono uniti nella camera di Fanny, la fanciulla si fece di bracia, mentre i suoi occhi sfavillavano dalla contentezza.

Clara notò la grande intimità di Leonardi con Mr. Spencher; vide la felicità di Fanny e mormorò :

—La mia missione è finita, coloro che amo non hanno più bisogno di me.

La sera stessa Mr. Spencher telegrafò a Ferroni e Boni invitandoli a venire al più presto per vedere sua figlia in via di completa guarigione.

CAPITOLO XV.

I fidanzati.

L’indomani,dopo una notte di riposo,Fanny stava assai bene, il medico che la visitò le permise di alzarsi, però a condizione che non si affaticasse,

—Dottore, starò in una poltrona e guarderò il mare.

—Benissimo, la stagione non potrebbe essere più bella; sembra che il sole d’estate voglia risplendere in tutto il suo fulgore in onore di Colombo.

Fanny, aiutata da Clara si alzò, indossò una deliziosa veste da camera di panno color rosa con grandi ricami di seta, stretta alla vita da una cintura di argento ossidato, pregevole lavoro di qualche artista celebre.

—Fanny,—diceva Clara,—come sei felice.

—Sì, sembra che la strana malattia dalla quale fui colpita, abbia e per sempre sanata la mia ferita.

—Sì, una nuova immagine è venuta nel tuo cuore a prendere il posto dell’odiata figura di un miserabile assassino.

—Non so, è avvenuto in me qualche cosa d’incomprensibile, non avrei mai creduto di dimenticare e amare così presto.

Poi la buona fanciulla ricordandosi che Clara aveva amato Leonardi, disse con voce commossa:

—Clara, mia sorella, perdonami!

—Perdonarti! cosa? Perché ami Leonardi? Ma non sono io che ho gettato nel tuo cuore il germe di quell’amore? Io palpito di gioia nel vedervi felici, è questo il mio voto compiuto.

—Sorella, sorella mia, quanto sei buona.

—Considero Leonardi come un fratello; dunque io nulla ho da perdonarti.Tu dovrai perdonarmi....

—Cosa?

—Non te lo dirò oggi, non voglio turbare il sereno di questo giorno.

—Tu mi spaventi.....

—Non è nulla di male; ma ti chiedo di rispettare per ora il mio segreto.

Alla villa in tanto era giunto Ferroni, Boni, Righetti e il piccolo Enrico, il quale portava un magnifico fascio di rose fresche.

Mr. Spencher si presentò alla figlia e disse :

—Figlia mia, i tuoi amici ti aspettano.

Fanny, comparve appoggiandosi al braccio di Clara, il suo volto era sempre pallido, ma non mostrava più traccia delle sofferenze passate.

Tutti si slanciarono verso di lei, ed essa fu vivamente commossa per tanto affetto, per tanto amore.

Ma Fanny non era ancora al colmo delle grate sorprese.

Il piccolo Enrico alquanto titubante si fece innanzi con un bel mazzo di fiori fra le mani, e con voce tremante principiò:

—Signorina, la mamma ed io abbiamo pregato tanto il buon Dio perché vi faccia tornare in salute, che ci ha inteso e siete guarita. La mamma vi manda questi fiori, e vi augura ogni felicità.

Il discorso fu detto tutto in un fiato, si vedeva che Enrichetto lo aveva imparato a mente, e che la madre era stata la maestra.

Fanny, sentì inumidirsi il ciglio, si chinò sul fanciullo e lo baciò replicatamente, dicendo:

—Dirai a tua madre che l’aspetto anche lei qui alla villa.

Boni rispose allegramente:

—Prendo impegno di portare Vittoria qui, quando..... basta, quando tutti saremo contenti.....

Passarono nella sala da pranzo dove fu servita la colazione.

Fanny prese un zabaione al marsala, e gli altri sorbirono del profumato caffè, mischiato a della panna purissima.

Boni era loquace quanto mai dir si possa; Leonardi gli aveva raccontato il dialogo avuto con Mr. Spencher la sera innanzi, e oramai non eravi più dubbio che Leonardi sarebbe lo sposo di Fanny.

Dal canto suo, la signora Leonardi si sentiva in dovere di domandare ufficialmente la mano di Fanny per suo figlio, e quando la colazione fu finita, chiese di parlare a Mr. Spencher, il colloquio venne subito accordato, e mentre Fanny e gli altri passavano sul terrazzo, la madre di Leonardi e Mr. Spencher entrarono nel “parlor.”

—Accomodatevi o signora,—disse Mr. Spencher.

—Grazie o signore, io sono commossa vivamente delle vostre premure affettuose e cortesi.

—Nulla di più naturale, io sento per voi una vera simpatia, mia figlia vi ama come una madre, dunque vi si considera di famiglia.

—Di nuovo vi dico grazie; ma non è per ringraziarvi delle vostre gentilezze e cortesie, che io vi ho domandato questo colloquio.

“ La cosa è ben più seria. Voi non ignorate che mio figlio ama Fanny, a quest’amore ha dedicato intera la sua vita, se dovesse perdere Fanny ne morrebbe.

“ Ieri notte ebbro di gioia è venuto a trovarmi e mi ha parlato della vostra bontà, mi ha detto che la sua, non era più speranza, ma certezza, perché, voi non siete contrario a questo matrimonio, sono le parole di mio figlio che mi hanno dato il coraggio di venirvi a domandare per lui la mano di Fanny.

—Accordata.

—Che siate benedetto!

—Sento per vostro, anzi per nostro figlio una gran simpatia.

—Si ameranno quei giovani, si ameranno con tutta l’anima.

—E noi godremo della loro felicità, delle loro gioie.

—Sono i nostri figli.

—E ci faranno presto nonni.....

I fortunati genitori si guardarono sorridendo deliziosamente, i loro occhi erano pieni di lagrime, di quelle lagrime che sono balsamo consolatore, di quelle lagrime che scendono benefica lavanda sul cuore, lo ringiovaniscono, lo fanno palpitare.

Mentre avveniva questo dialogo nel “parlor,” sul terrazzo Boni teneva allegra la compagnia; facendo ridere Fanny e Clara a più non posso.

L’ex-ispettore non era mai stato così contento, la malinconia che si impossessò di lui l’indomani della crudele morte di Maria, a poco a poco, era scomparsa, non già che Boni avesse dimenticato la giovane, no, ma perché della sua memoria erasi fatto un culto, uno di quei culti che hanno i credenti per la soave immagine della Madonna.

Ora poi che Ruiz era sotto chiave e a giorni partirebbe per l’Italia, dove si riconoscerebbe finalmente anche dai suoi avversari, che non era poi tanto cieco, si sentiva l’anima in pace; molto di più che Righetti era libero, che Leonardi stava per vedere compiuti i suoi voti.

Il solo pensiero di Vittoria e Righetti, separati dalle stolide leggi italiane, turbava alquanto la sua contentezza; ma però non disperava, anche per loro doveva spuntare il sole.

—Dunque,—diceva Boni,—Miss Fanny, verrete alla inaugurazione del Monumento a Colombo?

—Se il medico lo permetterà.

—Il medico? se credete ai medici, non concludete mai nulla.

“ Ditemi se è stato il medico,che vi ha ridato la vita?

—Veramente, il medico deve avere fatto il suo dovere, è un vecchio amico di casa.

—Già, ma senza un’altro dottore che non è vecchio, ma giovane amico, sareste ancora nel vostro letto, immobile facendo disperare di dolore vostro padre.

Fanny e Leonardi si erano fatti rossi; Ferroni rideva di cuore.

Vi fu una lunga pausa; la giornata era bellissima, nella baia volavano con le vele bianchissime un infinità d’imbarcazioni, Enrico era già divenuto amico di Leo, il cane bellissimo di Fanny, con lui correva, si arrotolava nell’erba, mandando gridi di gioia.

Ad un tratto si udì un colpo di cannone, poi un altro e un altro ancora.

—Cosa avviene?—domandò Fanny.

—Certo entra una qualche nave da guerra, che viene a prendere parte alla parata navale del prossimo Martedì.

Continuò il cannoneggiamento, alla nave rispondevano i forti, poi bella, svelta, con i suoi fumaioli gialli, uscì dal fumo un ariete-torpediniere che portava gloriosa a poppa, la bandiera italiana.

Ferroni, Righetti e Boni, a quella vista si alzarono entusiasmati.

Leonardi gridò:—è il “ Bausan ” la nave che viene alle feste Colombiane.

Anche Fanny erasi alzata e si appoggiava al braccio di Clara, come un velo rosato era calato sul suo pallore, anche a lei batteva il cuore nel vedere i colori d’Italia.

Il “ Bausan ” avanzava sollevando con la sua prua nembi di schiuma, dal terrazzo della villa tutti sventolavano i fazzoletti, e dalla nave si rispondeva a quei saluti con eguale espansione, i marinai, (e la nave passò così vicina alla villa che si distingueva benissimo ciò che avveniva a bordo) si toglievano la berretta e l’agitavano con forza.

A poco a poco, il “ Bausan ” scomparve e non fu più che un punto nero lontano nella baia, da dove giungeva appena l’eco delle cannonate della squadra americana, che salutava la bandiera italiana.

—Per Bacco, sono commosso,—disse Boni.

—Lo credo,—rispose Ferroni,—io sento un certo non so che; mi pare, di avere dei brividi, è tanto che non vedevo una delle nostre navi da guerra.

—Cosa sarebbe mai se vedeste una delle grosse,—rispose Leonardi,—di quei colossi che solo noi possediamo.

—E già, resterei intontito,—rispose il buon Ferroni,—ma l’emozione di gioia sarebbe la stessa, perché, la bandiera che sventola sulle piccole e sulle grosse, è pure sempre la stessa, quella della patria.

Boni batté con forza le mani.

In quel mentre la tenda della porta che metteva sul terrazzo, si alzò e comparvero tenendosi per mano, Mr.Spencher e la signora Leonardi.

Il volto di Fanny a quella vista divenne di porpora, Leonardi fu scosso da un forte tremito.

Mr. Spencher sorrideva, si avanzò tenendo sempre per mano la Leonardi e con voce alquanto commossa disse:

—Amici miei sono ben felice di dirvi, che Fanny e Leonardi da questo momento sono fidanzati.

“ Figlia mia, hai nulla da opporre?

Fanny, si alzò dalla sua poltrona, e nascose il volto sul petto del padre, mormorando:

—Quanto sono felice.

—La biricchina mi ha detto di non volerne sapere..... di respingere l’uomo che il suo vecchio babbo vuol dargli per marito.....

—E tu, figlio mio,—disse la Leonardi,—sei contento?

—Mamma, mamma,—balbettò il fortunato,—e puoi domandarmelo?

—Su, su bando alle tenerezze,—gridò Boni, che rosso,rosso sentivasi le lacrime scorrere sul volto,—si può vedere di peggio, piangere dalla felicità, ma che razza di femminuccie siete?...

—Ma Boni,—non poté a meno di dire Clara,—anche voi piangete.

—Io, io piangere? vi sbagliate non sono così debole.....

—Ma guardate qua, non sono lagrime queste? E col dito affusolato Clara raccolse sul volto dell’ex-ispettore una lacrima e a lui la mostrò.

—Quella..... quella..... quella,—balbettò Boni,—quella..... è una goccia di sudore.

Tutti risero a quella sortita e l’ex-ispettore, piccato, gridò :

—Ebbene, se sono lacrime, cosa vi è da dire, non piangete forse tutti? sì, sì, sono lacrime, e mi sento felicissimo di versarle;—e dopo queste franche dichiarazioni,—viva gli sposi!

—Evviva!—gridarono tutti.

Il servo annunziò che il “lunch” era in tavola e tutti passarono nella sala da pranzo.

Tutta la giornata fu un incanto, una festa. Leonardi e Fanny, si guardarono senza parlare, ma i loro occhi dicevano più assai che le parole.

Alla sera dopo il pranzo, quando la notte, una stupenda notte che pareva strappata alle più belle della primavera, Fanny appoggiata al braccio di Leonardi fece una passeggiata nel giardino della villa, mentre gli uomini sorseggiavano i liquori nel “ fumoir. ”

Nel sereno del cielo,di una purezza immacolata, brillavano le stelle, apparendo come brillanti preziosi che tempestassero un gran manto di velluto azzurro.

Il disco bianco della luna, metteva un raggio intenso nelle acque della baia, formando come una via di argento, che tagliasse bruscamente il turchino scuro della massa d’acqua.

Leonardi e Fanny ammiravano estatici lo splendido spettacolo che offriva la natura, persi in un sogno delizioso; finalmente Fanny, come si svegliasse da un sogno, disse:

—Leonardi, mi perdonerete di avere amato un altro.

—Fanny, colui che amaste non è un rivale pericoloso.

—Mi perdonate di avervi un tempo disprezzato.

—Non mi conoscevate. Del resto una cosa sola ricordo la mia presente felicità.

—E mi amate molto?

—Vi adoro. E voi Fanny?

—Siete padrone del mio cuore, della mia vita, vi amo e vi amerò sempre.

—Mia sposa adorata,—e in ciò dire,—Leonardi afferrò la bella testa di Fanny e sulle sue labbra posò un bacio ardente, che fece correre il fuoco nelle vene della fanciulla, la quale restituendo quel bacio, mormorò:

—Dio mio, fate che tanta felicità non mi uccida!

La luna curiosa pose i suoi raggi fra le piante annose, fra i cespugli di fiori, e illuminò il quadro bellissimo e seducente dei due fidanzati, che scambiavano il primo dolcissimo bacio d’amore.

CAPITOLO XVI.

La consegna.

Due giorni dopo il fidanzamento di Fanny e Leonardi, una carrozza con le tendine abbassate partiva da Ludlow Street Jail, e si recava al galoppo di due buoni cavalli al “dock” della compagnia della Navigazione Generale Italiana.

In quella carrozza, avevano preso posto Ruiz, Byrnes, Boni e Ferroni; a cassetta vicino al cocchiere stava Dikens.

Durante il tragitto, Byrnes aveva interrogato a lungo Ruiz, già che stava per partire, poteva ben dire tutto ciò che sapeva del mondo sotterraneo di New York.

Ruiz fu quasi felice di commettere un’altra vigliaccheria, e svelò al capo della polizia tutto quanto sapeva, raccontò quali furono i suoi complici nel furto in casa Ferroni, disse chi fu l’uccisore di Ghirendini, parlò dei manutengoli appartenenti ad ogni nazionalità; stimati, dal mondo sebbene peggiori dei ladri e degli assassini, perché senza di loro i furti non sarebbero commessi. Svelò dove Don Arcangelo prendeva i biglietti falsi, con che sistema si mandavano nel Brasile.

In una parola al momento di lasciare l’America volle lanciare ai suoi complici la così detta “ freccia del parto. ”

Byrnes si fregava le mani, se aveva permesso che un pericoloso malfattore venisse misteriosamente sottratto alle autorità americane; eravi il compenso di sapere cose utili e preziose per la polizia.

A bordo del “ Tirreno, ” aspettavano; il Regio Console e i due agenti di polizia italiana.

Ruiz nel vedere il rappresentante del governo, dal quale sapeva di essere conosciuto, si fece rosso.

Il Console, nel volto deturpato dagli artigli di Margherita, a mala pena riconobbe il prominente coloniale col quale aveva avuto amichevoli relazioni.

La cerimonia della consegna fu brevissima ; Byrnes rimise il prigioniero nelle mani del Console, il quale agli agenti italiani e al capitano del “ Tirreno ” così parlò :

—In nome di S. M. Umberto I, Re d’Italia vi consegno quest’uomo, che resterà sotto la vostra custodia fino a quando non sarà in potere delle autorità italiane.

“ Vi ricordo essere costui un pericoloso malfattore, che va guardato a vista e con tutte le precauzioni.

“ Ruiz, ora appartenete alla giustizia italiana, essa deciderà del vostro destino.

I due agenti di polizia si misero ai fianchi di Ruiz, dicendo:

—Siete nostro prigioniero, seguiteci.

Una cabina speciale, fabbricata sopra coverta aspettava il prigioniero.

La cabina era abbastanza comoda, aveva una piccola finestrina guarnita da inferriata, conteneva due letti, un piccolo tavolo e due sedie.

Giorno e notte uno degli agenti italiani avrebbe dormito in compagnia di Ruiz.

Alla parete della cabina era infisso un anello da dove partivano due solide catenelle di acciaio con i rispettivi braccialetti; Ruiz fino a quando che il battello non fosse stato in alto mare,resterebbe incatenato, e quelle catene, tutte le sere gli avrebbero serrato i polsi.

Boni, Ferroni, Byrnes e il Console esaminarono quella specie di prigione e restarono soddisfatti.

Prima di lasciare Ruiz, Boni gli disse:

—Le vostre colpe avranno il castigo,che meritano, il male è che per causa vostra altri soffrono.

Ruiz, ebbe un lampo di gioia nel suo sguardo perverso, era felice di non soffrire solo.

—Ma Dio è giusto,—riprese l’ex-ispettore,—e non permetterà che gli innocenti abbiano a pagare per voi.

—Dio,—rispose cinicamente Ruiz.—Dio è un.... ....... e qui, il furfante disse un’oscena bestemmia.

Boni fece un moto di disprezzo e si allontanò dal miserabile cento volte peggiore di una belva feroce.

Il Console rinnovò i ringraziamenti del governo a Boni, e terminò col dirgli:

—Spero di leggere presto la vostra nomina a Prefetto.

—Rifiuterei, sto bene in America, e chi sta bene dice il proverbio, non si tramuta.

—Come volete, pensate che al consolato avete un amico, che vi ammira e vi vuol bene.

—Il signor Console è troppo buono.

—Capitano,—domandò poi il Console,—quando partirete?

—Fra tre giorni, il 12 ottobre alle 4 pom.

Boni dette alcune istruzioni agli agenti italiani, consegnò loro un pacco di carte, poi accompagnato dai suoi amici e da Byrnes, lasciò il “Tirreno”.

Oramai non aveva più nulla da fare con Ruiz.

CAPITOLO XVII.

I dolori di Righetti.

In mezzo alla gioia generale, solo Righetti restava mesto e taciturno, una legge ingiusta,implacabile, illogica, poneva fra lui e la donna amata una barriera insormontabile.

Così il giorno che Fanny e Leonardi furono fidanzati, mentre godeva della loro felicità si sentiva straziare il cuore nel pensare, che lui non proverebbe mai l’ebbrezza di possedere la donna adorata.

In Mulberry, dove il giovane erasi fatto una grande popolarità, si notava la sua mestizia; ma nessuno ne indovinava la ragione, perché non potevano supporre che Vittoria, la bella Vittoria,non divenisse la moglie di Righetti.

Nella mente di quei popolani non balenava neppure l’idea, che la legge italiana, sotto la tutela della quale era stato fatto il matrimonio dei coniugi Ruiz era uno ostacolo alla felicità dei due giovani.

Quando qualcuno di quelli che la sanno lunga in fatti di legge, disse che Vittoria non era libera, non essendo morto suo marito; si gridò alto che la giustizia aveva l’obbligo di trovarlo quel birbante e giustiziarlo.

E tutti, specialmente le donne imprecavano contro la polizia americana, che non aveva saputo fare il suo dovere,e si era lasciata scappare il pesciolino dalla rete, per farlo pescare, se pure era vero, dalla giustizia italiana, una giustizia mite, piena di riguardi, che sembra avere paura di far male ai veri malfattori, per gravare la mano sopra i poveretti che domandano del pane, o gridano contro il governo e le sue angherie.

La polizia di New York, aveva così bene saputo circondare di mistero l’arresto di Ruiz, che nessuno aveva saputo nulla.

I giornali americani per qualche giorno, dopo l’assoluzione di Righetti, domandarono dove,quando Ruiz fu arrestato, come e quando venne consegnato all’ autorità italiana; ma poi tacquero come avessero ricevuto una parola d’ordine.

Righetti,sentendo di non potere resistere vicino a Vittoria, sentendo che la sua ferita si allargava di ora in ora, facendosi sempre più dolorosa, annunziò ai suoi amici, che sarebbe partito per l’ Italia.

Ferroni, comprese il perché di quella decisione e per quanto provasse un gran dolore a separarsi da quel giovine che amava, pure non disse una parola per trattenerlo.

Quando Vittoria apprese che Righetti sarebbe partito, provò un dolore immenso, per poco non correva a lui gridandogli:

—Prendimi, non posso essere tua moglie, sarò la tua amante!

Ma il sentimento del dovere dell’onestà, la tratteneva, e le parole che avrebbe voluto dire morivano sulle sue labbra.

La notizia che Righetti ritornava in Italia si sparse anche in Mulberry, e tutti quei buoni popolani, ne provarono dispiacere.

Non poche ragazze belle, con gli occhi di fuoco, pensarono che sarebbero ben contente di avere l’ incarico di trattenere in America il simpatico Righetti; ma egli non si accorgeva di nulla, il suo cuore e la sua mente non vedevano che una sola immagine; quella di Vittoria.

Il nove ottobre, il giorno della gran parata navale, Mr. Spencher invitò alla sua villa Ferroni e tutti i suoi amici; Fanny per sua parte invitò Vittoria e la gentile figlia del capo guardiano di Sing-Sing.

Righetti, per non trovarsi un’intera giornata in compagnia di Vittoria, per non assistere alla felicità dei suoi amici, felicità che non destava in lui invidia, ma incrudeliva la piaga che gli tormentava il cuore, non voleva andare alla villa; ma Ferroni gli fece comprendere, che sarebbe stata sconvenienza il non accettare l’invito, molto di più che aveva obbligo di congedarsi da Mr. Spencher.

Così, nella splendida giornata che ebbe luogo la imponente parata navale, troviamo riuniti alla villa Spencher, i principali personaggi del lungo dramma svolto nel corso di un anno, e del quale siamo stati i fedeli storici.

CAPITOLO XVIII.

La parata navale.

Fanny, era completamente guarita, e accolse gli ospiti con grazia incantevole.

Per Vittoria la giovane americana ebbe premure speciali; appena la vide, le corse incontro e l’abbracciò con effusione, tanto che la sposa di Ruiz, ne fu profondamente commossa.

La fidanzata dell’avvocato Rinaldini, non mancò all’invito, sebbene non conoscesse Miss Spencher personalmente, e giunse alla villa in una deliziosa toilette che la rendeva più seducente che mai.

Rinaldini fece le presentazioni, e Fanny dopo pochi minuti contava un’ amica di più.

Una succolenta colazione fu servita verso le undici, e Mr.Spencher trattò gli ospiti con larghezza principesca.

È inutile il dire che Boni, Leonardi e Rinaldini fecero un vero fuoco di fila, e la loro brillante conversazione faceva scoppiare le più allegre risate.

In mezzo a quella gioia, solo Vittoria e Righetti apparivano addolorati, e Clara dominava a stento il suo turbamento.

La colazione era al suo termine, quando cominciarono a sfilare le prime navi componenti la parata.

Tutti uscirono sul terrazzo; lo spettacolo che offriva la baia meravigliosa di New York, era di quelli che non è possibile descrivere; a cento a cento, gli “ Stemboats, ” i vaporini, le imbarcazioni, i “yachts ” padronali colle gale di bandiere, coprivano la vasta distesa d’acqua; e le bianche corazzate Americane erano seguite dalle navi da guerra dell’ Italia, della Spagna, della Francia.

Il sole, un sole splendido, illuminava la fantastica scena; sopra le acque turchine della baia appariva come un padiglione di bandiere e di orifiamme; a volte a volte, il padiglione si allungava, da sembrare una fantastica galleria dai più smaglianti colori.

Le navi sfilavano su due ranghi, e dal bordo di esse la gente si salutava gridando, sventolando i fazzoletti, mentre le sirene facevano intendere la loro voce, e le musiche suonavano inni patriottici.

Sulle rive brulicava la folla a centinaia di migliaia, e quella folla vista dalla villa Spencher appariva come un gigantesco formicaio.

Ad un tratto le grida, gli applausi, lo sventolare dei fazzoletti aumentò, passava il battello sul quale era il Presidente della Repubblica e il corpo diplomatico.

Le bandiere si abbassavano salutando, e centomila voci ripetevano gli “ Urrah! ” rivolti al capo supremo della Grande Repubblica Americana.

Anche dalla villa Spencher, fu salutato con entusiasmo il battello presidenziale, e il saluto fu ripetuto quando il “Bausan” passò manovrando con una precisione ammirabile.

—Cosa ne dite?—domandò Spencher, fregandosi le mani,—anche noi sappiamo fare le cose a dovere.

—La parata è imponente,—rispose Boni,—peccato che non vi sieno come a Genova le navi di tutte le nazioni.

—Ciò avverrà l’anno prossimo,—disse Ferroni;—come preludio all’inaugurazione dell’Esposizione di Chicago vi sarà una grande parata alla quale prenderanno parte tutte le nazioni.

Mentre tutti ammiravano lo sfilare delle navi, Righetti e Vittoria, trovatisi vicini quasi senza volerlo, parlavano.

—È vero che partite?—aveva domandato Vittoria.

—Sì, è meglio che torni in Italia.

—L’avermi conosciuta non vi portò fortuna; perdonatemi.

—A voi nulla ho da perdonare, è il destino che incrudelisce contro di noi.

—Avete ragione. E lontano di qui vi auguro di dimenticarmi.

—Voi arriverete a dimenticarvi di me?

—Io?!.....

Quella parola fu detta con tanto fuoco che Righetti restò colpito, egli comprese che Vittoria qualunque cosa fosse avvenuta, sarebbe restata fedele al suo amore.

Con un sospiro il poveretto disse:

—Strano destino il nostro, che ci impone di soffrire. Ma se noi ci ribellassimo a questa ingiustizia? Se stanchi di sentirci il cuore lacerato, gridassimo in faccia al mondo:—le tue leggi sono inique, ingiuste, crudeli, e noi non siamo tenuti ad osservarle! non avremmo ragione, chi potrebbe accusarci?

—Nessuno e tutti. Fra noi starebbe sempre l’immagine di chi legalmente è mio marito, del forzato che è padrone della mia libertà, che mi lega alla sua catena, alla sua schiavitù.

—Sia, soffriamo in pace, e del nostro amore conserviamo alteramente il ricordo perché, esso non ebbe neppure l’apparenza della colpa.

—Nobile e generoso; Dio mio, perché colpite coloro che sono degni di ogni fortuna?

La parata era finita, da lungi sorgevano ancora su in alto i clamori e le acclamazioni, le note musicali, i gridi delle sirene.

Gli ospiti di Mr. Spencher furono serviti di rinfreschi, e in liete conversazioni, commentando le splendidezze della parata giunse l’ora del pranzo.

Alla sera mentre nel “ parlor ” si faceva della buona musica, giunse il capo guardiano di Sing-Sing, per condursi la figlia a New York, ma dovette accettare l’ospitalità per quella notte e restare alla villa Spencher, avendo il padrone di casa insistito perché non se ne andasse.

Mr. Spencher annunziò che passate le feste Colombiane sarebbe partito per l’Italia, dove Fanny e Leonardi si sarebbero sposati.

Questa decisione fu presa, perché era ancora troppo recente il ricordo di altre nozze che Miss Spencher avrebbe dovuto contrarre.

Righetti domandò di potere accompagnare il suo amico Leonardi.

Fanny, sentendo ciò, non poté trattenersi dal dire :

—Io credeva che amaste.....

—Signorina,—disse mestamente Righetti,—la donna che possiede il mio cuore è maritata.....

—Sì, ad un miserabile.....

—Che resta ad onta di tutto suo marito.

—Il divorzio non conta più nulla?

—In Italia non esiste questa provvida legge...

Fanny restò muta dalla meraviglia, non poteva comprendere come non si rendesse la libertà ad una povera donna, che aveva avuto la sfortuna di unire il suo destino a quello di un miserabile.

Quella sera alla villa Spencher, si fece assai tardi prima di andare a letto, e i vicini fecero le più grandi meraviglie.

CAPITOLO XIX.

Suora di carità.

L’indomani della parata navale Clara entrò per tempo nella camera di Fanny. La bella fanciulla dormiva ancora, un sorriso dolcissimo l’errava sulle labbra, mentre il suo petto si sollevava per i battiti accelerati del suo cuore.

Clara la contemplò a lungo.

—Pensa a lui,—mormorò,—come saranno felici!

Poi si abbassò e baciò il volto bellissimo di Fanny, che si svegliò mandando un grido.

—Mi hai fatto paura, cattiva.

—Sognavi?

—Sì.

—Un bel sogno?

Fanny si fece rossa, rossa e chinò il capo.

—Sognavi di lui?

—Sì, ma anche di te, eravamo così felici! Tu facevi divertire un bel bambino biondo, che mi chiamava mamma e a te dava il nome di zia.

Clara ebbe un fremito per tutto il corpo.

—Si stava così bene, io, te, lui e un bel bambino.

—Peccato che sia un sogno,—disse mestamente Clara.

—Ma diventerà realtà!

—Non per me.

—Non per te? ma come? parla.

—Fanny tu sai se io ti amo, tu sai quanta venerazione ho per te che, bella, giovane, ricca e pura, hai steso le braccia alla povera perduta, chiamandola sorella; orbene, io devo procurarti un gran dolore.

—Mio Dio, un gran dolore? tu a me?

—Sì Fanny; io ti lascio.

—Mi lasci?

—Sì.

Fanny si alzò a sedere sul letto, i suoi capelli a mezzo sciolti le cadevano sulla fronte purissima, la camicia da notte di seta bianca ricamata in rosa, mostrava la taglia, svelta flessuosa, il seno giovane e provocante, Clara la guardava e mormorava :

—Come sei bella, Fanny!

Ma Fanny non rispondeva guardava con l’occhio fisso Clara, ripetendo come in un sogno:

—Vuoi partire! vuoi partire!

—Senti,Fanny,—disse Clara con voce risoluta,—è d’uopo per la mia e per la tua quiete che io parta.

“ Tu sei felice, i nostri amici non hanno più bisogno di me, vi sono ancora degl’ infelici che io posso consolare, aiutare.

—Ma dove andrai?

—Fin da domani, vestirò l’abito delle suore di S. Domenico.....

—Ti fai monaca?....

—Sì, ma non pronunzierò voti, vestirò l’abito monacale e partirò per il Giappone, vi sono città dove la peste fa strage, andrò a soccorrere quei disgraziati, così la morte sarà loro men dura.

—Nobile e santa creatura, tu sei un angelo!

—Un angelo decaduto, che ha bisogno di rialzarsi.

—Ma tu sei già redenta, non hai bisogno di altri sacrifici.

—Sacrifici? Ma no, io farò con gioia il mio mestiere d’infermiera, io sarò lieta di correre il mondo asciugando lagrime, confortando gli afflitti, assistendo i malati, avvicinandomi, legandomi a coloro che sono sfuggiti da tutti, portando dovunque la parola del fratello al fratello, in nome di quella carità santa che tutti accomuna in questo mondo.

Mentre ciò diceva, il volto di Clara brillava di luce insolita, pareva che sulla sua fronte risplendesse l’aureola dei martiri e dei santi.

Fanny la guardava estatica.

—Ci pensi tu, Fanny,—continuava sempre più infervorata Clara,—ci pensi tu, alla gioia grande di far parte di quella schiera benedetta, che combatte per fare il bene, per quella legione di angeli che attraversa il mondo, amata e rispettata da tutti. In mezzo alle mie compagne, l’anima mia, il mio corpo, si purificherà, e se Dio mi darà la fortuna di ritornare ti saluterò sorella senza arrossire.

Fanny gettò le braccia al collo di Clara e la baciò lungamente; se essa non fosse stata innamorata sarebbe partita con Clara.

—E dimmi, Clara, come farai a compiere il tuo disegno?

—È cosa già fatta, ieri mi arrivò la lettera della superiora, che mi dice essere tutto pronto per la mia partenza.

—E soltanto oggi me ne parli?

—Non volevo addolorarti.

—Quando partirai?

—Fra tre giorni.

—Dunque non assisterai alle mie nozze?

—Vi sono infelici che soffrono e muoiono, e hanno bisogno di me; tu sei felice.....

—Ma quel giorno io non sarò contenta se non ti avrò al mio fianco.

—È impossibile, non sono più padrona di me, la madre badessa comanda, io debbo ubbidire.

Le due fanciulle piansero, l’una nelle braccia dell’altra, e si giurarono che la lontananza non avrebbe per nulla affievolito il loro affetto.

Quando Leonardi seppe la decisione di Clara, fu preso dall’ammirazione per quella donna, che con tanta severità voleva redimere il suo passato; egli ebbe un colloquio con Clara per ringraziarla, per quanto aveva fatto per la sua felicità, la chiamò sorella e come tale, le dette un pudico bacio, che fu ricambiato da Clara con affetto fraterno.

Però la tristezza regnò in casa Spencher, tutti erano preoccupati della partenza di Clara, che veniva considerata come facente parte della famiglia.

CAPITOLO XX.

L’apoteosi Colombiana.

Il sole si levò quella mattina del 12 ottobre in tutto il suo splendore, sulla città pavesata a festa, ricca di arazzi e di bandiere.

I colori d’Italia di Spagna e d’America si confondevano formando un insieme armonioso dei più pittoreschi.

Il City Hall, addobbato con gusto, aveva fra un trionfo di festoni il ritratto dello scopritore d’America, che in quel giorno tutto un popolo salutava riverente.

All’alba i cannoni dei forti e delle navi avevano fatte salve di gioia svegliando anche coloro che sono usi, a levarsi molto tardi.

Per le vie una folla enorme si accalcava fin dal mattino ansiosa di vedere la grande parata terrestre, la più colossale di quante mai ne fossero state fatte a New York.

I battaglioni militari con a capo le musiche giungevano da ogni parte, e s’incontravano con le associazioni cittadine di ogni nazionalità, e per l’aria salivano le note degli inni patriottici, che si confondevano con i saluti scambiati con entusiasmo fra le società, i battaglioni, le compagnie dei differenti paesi che avevano concorso a rendere più grandiosa la parata.

Mr. Spencher aveva invitato i suoi amici nella palazzina in Washington Square, da dove, si poteva godere lo spettacolo. Così che ritroviamo nella elegante palazzina tutti coloro che dalla villa Spencher assistettero alla parata navale.

Fanny appariva triste, la prossima partenza di Clara la addolorava, nel suo cielo sereno eravi una nube, non avrebbe voluto mai e poi mai lasciare colei che amava come sorella.

Boni guardava l’ex danzatrice con un sentimento di venerazione e di rispetto marcatissimo. Ferroni e la sua moglie dopo un colloquio avuto con Clara mormorarono con la più viva emozione:

—È una santa, è una santa!

Vittoria gettando le braccia al collo della futura Suora, diceva piangendo.

—Io pure vorrei seguirvi; ma ho un figlio e non posso. Al vostro fianco facendo il bene dimenticherei; ed ho tanto bisogno di dimenticare!....

Clara non vacillava, la sua risoluzione era decisiva, le straziava il cuore lasciare i suoi amici; ma necessità non ha legge, essa voleva rendersi degna in tutto e per tutto di coloro che le avevano stesa la mano, dicendole: alzati dal fango nel quale sei caduta, e ritorna casta e pura.

Poi Clara aveva paura di restare vicino a Leonardi; è vero che non lo amava più come un tempo, la passione aveva ceduto il posto ad un’affezione fraterna; ma se per sventura un giorno quell’amore si risvegliasse forte, potente, irresistibile, quante sventure, non sarebbero avvenute?

No, no; meglio era partire, e portare ai derelitti, ai malati, i conforti della fede, della speranza.

Leonardi trovandosi solo un momento nello studio di Fanny, disse ridendo.

—Vi ricordate?

—Sì, quel giorno fui crudele.

—Il vostro cuore era di un’altro.

—Ma non dovevo scacciarvi con disprezzo.

—Il passato è passato; sono così felice!

—Ed io voglio riparare al male fattovi quel giorno.

—Avete già riparato, il vostro amore di oggi mi compensa ad usura di quel momento di disperazione.

—Mi amerete sempre così?

—Sempre, sempre!

—Dunque quel giorno, io ero qui seduta vicino al piano, voi mi parlaste in modo che mi fece comprendere il vostro amore, ne restai offesa e quasi vi scacciai; orbene, oggi in questa stessa stanza Miss Fanny Spencher fa onorevole ammenda, stende le braccia e grida:—Sposo, sposo mio, vieni a me!

Leonardi si gettò fra le braccia di Fanny e la baciò fremendo, ebbro di gioia e d’amore.

In quel momento s’intese suonare la musica, la parata stava per principiare e i due fidanzati corsero sul terrazzo a raggiungere gli ospiti di Mr. Spencher.

La sfilata durò lungamente, a migliaia a migliaia, passavano i soldati, le associazioni, le musiche; le bandiere formavano una lunga selva di antenne dove brillavano i colori americani, insieme a quelli di tutte le nazioni civili del mondo.

In quel lungo interminabile serpente umano che si svolgeva con una precisione ammirabile, erano numerose le associazioni italiane.

La folla applaudiva con entusiasmo al passaggio delle guardie nazionali degli Stati vicini a New York, che avevano a capo il loro Governatore, circondato da numeroso stato maggiore.

Quando la parata passava sotto l’arco trionfale di Washington, prendeva un aspetto più solenne e maestoso, quell’arco elevato ad una delle glorie più pure dell’America, era ben degno di vedere passare tutte quelle migliaia di uomini che uno solo ne onoravano; quello che divinò il nuovo mondo.

Quando la sfilata fu finita, Mr. Spencher disse :—ed ora signore e signori, anche per fare cosa grata al nostro amico Ferroni monteremo in carrozza e andremo ad assistere all’inaugurazione del Monumento a Cristoforo Colombo.

Nessuno declinò l’invito e tutti si recarono alla 59º strada e presero posto sul palco del comitato.

Il sole era vicino al tramonto, tutto in giro i palchi eretti sul piazzale apparivano gremiti di popolo, agli sbocchi delle vie la folla si accalcava tumultuante, travolgendo i policeman che volevano mettere un freno a quella fiumana umana.

Ad ogni momento giungevano società e rappresentanze; le carrozze conducevano i rappresentanti esteri, gli ufficiali di marina, le autorità federali e municipali, l’arcivescovo di New York e cento altri personaggi importanti venuti ad onorare Colombo, e l’Italia.

La statua di Cristoforo Colombo, aveva ancora il suo velario, e su in alto sulla fronte coperta del grande, il sole poneva i suoi raggi.

Ad un tratto si fece un gran silenzio sul palco dove scintillavano uniformi e decorazioni, si avanzò seducente e bella, e nel suo abito bianco una fanciulla e tirò con un moto nervoso un cordone; il velario cadde e l’opera di Gaetano Russo apparve bella e maestosa mentre la folla in uno scoppio di delirante entusiasmo gridava e applaudiva.

Poi la fanciulla parlò, la sua voce dolce, melodiosa, salutò quel marmo, salutò l’Italia, l’America a lei entrambe patrie amate e venerate.

Il popolo ebbe un saluto di affetto per quell’angelo gentile, che faceva vibrare il cuore di commozione.

Ferroni raggiante di gioia si voltò a Mr. Spencher come per dirgli: ecco di cosa siamo buoni noi italiani! L’americano comprese quel gesto e stendendo le mani a Ferroni disse con voce tremante per l’emozione:

—Onore, onore a voi che non dimenticaste lo scopritore di queste terre.... noi ricchi a milioni ci contentiamo delle parate, fantasmagorie che passano come il fumo, senza lasciare traccie.

Dopo che il Monumento fu scoperto principiarono i discorsi, tutti gli oratori ebbero inni per Colombo e per le colonie italiane, e per l’uomo che aveva saputo eternare nel marmo la riconoscenza dei nipoti del ligure navigatore.

Il sole baciò ancora una volta coi suoi raggi la statua del grande, poi tramontò tingendo l’orizzonte di un bel colore d’oro, che cangiò poi in delicato violetto, che si trasformò ad un tratto in un rosso acceso tanto, che pareva tutto il cielo in fiamme; poi dell’ astro maggiore non restò più traccia e nel cielo ritornato di un azzurro incantevole cominciarono a comparire le stelle.

Le lampade elettriche che circondavano il Monumento scoppiettarono e si accesero proprio nel momento, che le società italiane reduci dalla parata entravano a bandiere spiegate nel piazzale, al suono della Marcia Reale.

Allora l’entusiasmo assunse proporzioni grandiose, era un gridare uno sventolare di fazzoletti; moltissimi italiani piangevano di gioia, Boni, Ferroni, e Leonardi, parevano divenuti pazzi e anche Mr. Spencher si abbandonava a dimostrazioni tali da sorprendere quanti lo conoscevano.

Fanny sventolava il suo profumato fazzoletto e gridava: evviva! in italiano, e quella voce argentina entusiasta faceva aumentare gli applausi.

Anche Righetti e Vittoria ad onta delle loro dolorose preoccupazioni, in quel momento memorabile, si abbandonavano alla gioia.

Gran gioia fu quella per gl’ italiani d’America e lo ricorderanno fino quando sarà loro caro, l’ onore la dignità del nome italiano.

Quando la cerimonia fu finita, Mr. Spencher dette il segnale della partenza, e alla sera tutti pranzarono alla palazzina di Washington Square.

Boni, sceso di carrozza, comprò un Extra del World, e quando fu nel “ parlor, ” lesse ad alta voce :

“ Il “Tirreno” piroscafo della Navigazione Generale Italiana, partito alle 4 pom. diretto a Napoli.”

Gli ospiti di Mr. Spencher, che non ignoravano qual essere portasse a bordo il “Tirreno,” si guardarono e dettero un lungo sospiro di sollievo.

Vittoria chinò il capo, e divenne pallidissima.

Boni si avvicinò a lei e le disse :

—Vittoria, perché impallidite?

—Sento vergogna.....

—Voi povera martire, rialzate la testa, voi foste la vittima, e la vittima non arrossisce delle colpe commesse dal carnefice.

Per tutta quella sera però Vittoria, la donna infelice, disgraziata restò muta e pensierosa.

CAPITOLO XXI.

Partito!

Sì, proprio nel momento che gli italiani, onorando Colombo, onoravano loro stessi, il “ Tirreno ” salpava l’ancora e volgeva la prua verso l’ oceano.

Ruiz aveva domandato di poter leggere i giornali e non ignorava le feste che si facevano a New York, il miserabile smaniava al pensiero che lui pure avrebbe potuto figurare in quei giorni ed invece si trovava incatenato sopra un piroscafo, che lo conduceva in Italia, dove lo attendeva l’ergastolo.

Il “ Tirreno ” manovrando con abbastanza precisione, lasciò il “ dock ” verso le cinque, i giornali annunziavano la partenza come avvenuta alle quattro, perché così era scritto nel bullettino ufficiale, ma in realtà, soltanto alle cinque il battello erasi messo in rotta.

Attraversando la baia giungevano confuse a bordo le grida della immensa città che celebrava l’ apoteosi Colombiana.

In un momento che i guardiani di Ruiz desiderosi di vedere lo splendido spettacolo del tramonto, avevano lasciato solo il prigioniero, questi fu assalito dal desiderio di tentare ogni mezzo per far sapere a tutti il suo nome, di far conoscere alla stampa che Ruizzi il fidanzato di Miss Spencher, il gaudente e libertino tanto stimato dalla colonia italiana, veniva a tradimento condotto in Europa.

Ma come fare? A bordo non eravi che il pilota che presto ritornasse a terra; ma a Ruiz era ben difficile, anzi impossibile di vederlo.

Il caso, o meglio l’imprudenza del capitano lo favorì.

Mentre il pilota stava per abbandonare il vapore non essendo più necessaria l’opera sua, il capitano gli disse:

—Abbiamo a bordo un pesce grosso, in una buona rete, volete vederlo?

—Volentieri,—rispose il pilota curioso come tutti i marinai.

Annottava e il capitano si fece portare una lanterna e insieme al pilota si diresse verso la cabina di Ruiz.

Il miserabile appena vide il pilota ebbe un lampo di gioia negli occhi cattivi; poi tutto di un fiato e prima che il capitano potesse condurre via il compagno, disse:

—Pilota, farete opera buona a dire ai giornali che il prigioniero visto a bordo del “Tirreno” si chiamava in New York Ruizzi, a Napoli Ruiz, ed era il fidanzato di Miss Spencher.

Il pilota a quel discorsò restò sorpreso; il capitano lo trascinò via dicendo :

—Non date retta a quel pazzo.

—È proprio pazzo?—si contentò di dire l’uomo di mare.

—Sì.

L’imbarcazione del pilota essendo a poca distanza questi lasciò il “ Tirreno ” i passaggieri si affollarono al parapetto per vederlo partire, per un pezzo non avrebbero visto più nessun estraneo, e la partenza dell’uomo che gli aveva condotti attraverso i non facili passaggi della baia, era l’ultimo legame che spariva fra la terra ed essi.

Il pilota svelto salì nella piccola barca, due rematori fecero andare i remi e la microscopica imbarcazione volò sulle onde, dirigendosi dove la pilotiera a vele spiegate col suo gran numero nero, aspettava.

A bordo del “ Tirreno, ” erano circa duecento passaggieri di terza classe appartenenti alle provincie meridionali; in prima classe, tutt’altro che bella ed elegante, erano quattro passaggieri pure italiani, che guardavano con un gran disdegno, coloro che per economia o bisogno viaggiavano nella terza classe.

Era assolutamente proibito ai passaggieri di avvicinarsi alla cabina dove stava Ruiz, e sul prigioniero correvano le storie più inverosimili, le leggende più straordinarie.

Vi erano dei fanatici che profetizzavano sventure, perché a bordo stava un birbante matricolato, e costoro venivano creduti tanto, che per poco non facevano fare a Ruiz la fine di Giona.

CAPITOLO XXII.

Colpo di fulmine.

La partenza della famiglia Spencher, Leonardi e Righetti fu fissata per il 15 ottobre; andavano direttamente in Italia col “Furst Bismark” splendido e veloce vapore dell’ Hamburg Line, che compieva la traversata da New York a Genova in nove giorni.

Clara,che aveva già indossato l’abito delle figlie di S. Domenico, partirebbe il giorno innanzi per S. Francisco, da dove si recherebbe al Giappone.

Un’ aura di pace, spirava per tutti i personaggi di questa storia quando la mattina che Clara doveva partire da New York, il “Recorder” in un articolo dal titolo a lettere di scatola, raccontava la storia quasi completa di Ruizzi, aggiungendo anche con che piroscafo il birbante fosse andato in Italia, e come la polizia di New York avesse permesso che fosse segretamente sottratto ai suoi veri giudici, ai giudici americani.

Il giornale naturalmente ignorava molti particolari, ma quel tanto che aveva saputo bastava per constatare come quel famigerato Ruiz, del quale erasi parlato nel processo Righetti, altro non fosse che il noto Ruizzi, un italiano prominente, un politicante stimato e temuto.

Il “Recorder ” sorvolava sui progetti di matrimonio di Ruizzi con Fanny, diceva solo : “ E per poco una delle nostre più belle, distinte e ricche signorine diventava la moglie di un ladro, di un assassino. ”

Quando Mr. Spencher lesse il giornale, montò sulle furie, imprecò con rabbia contro coloro che mettono in piazza i dolorosi misteri delle famiglie e invocò leggi severe, per mettere un freno ai chiacchieroni.

Mr. Spencher era ingiusto, perché il giornalista deve fare il suo dovere così volendo il pubblico che paga.

Boni, Ferroni e gli altri tutti furono addoloratissimi delle rivelazioni del “Recorder ” che nella colonia italiana produsse la più viva e forte emozione.

In Mulberry le copie del “Recorder ” andarono a ruba e quelli che non sapevano leggere l’inglese si facevano tradurre l’articolo, e un mormorio d’indignazione si alzava contro il miserabile Ruizzi l’autore di tante scelleratezze.

—Lo hanno salvato perché aveva dei soldi,—diceva uno.

—Sicuro, sempre così.

—Se fosse stato povero lo avrebbero mandato alla sedia elettrica.

—In tanto quella povera Vittoria resta col marito galeotto e non può sposare il suo Righetti.

—Se invece lo avessero fatto sedere sulla sedia di Sing-Sing, ciò non accadrebbe.

Poi quei popolani onesti e dabbene erano presi dallo spavento; se coloro che stimati, lodati, acclamati, che passavano per ricchi, erano dei furfanti da tre cotte, di chi fidarsi?

Ieri era un banchiere, Don Arcangelo, che si scopriva, essere ladro e falsario, oggi Ruizzi il presidente onorario di mille feste, l’oratore dei comizi, l’industriale del quale si diceva : “ Col lavoro e l’onestà ha conquistato la fortuna.”

Eravi in fatti di avere paura, ma coloro che restavano più calmi in mezzo a quell’eccitamento, ragionavano in modo di convincere i più furiosi, che per un peccatore non è giusto che perisca una nave, o meglio per uscire di metafora, non era giusto, che a causa di due farabutti, come Don Arcangelo e Ruizzi tutta la colonia fosse disprezzata.

In Mulberry però la cosa lasciò la più penosa impressione.

L’ispettore Byrnes rispose al “Recorder ” con una lettera privata nella quale esponeva i fatti narrava come, e da chi Ruizzi fu arrestato, le convenienze che costrinsero la polizia a tacere e permettere l’estradizione misteriosa del malfattore.

Disse quali vantaggi aveva avuto la polizia e come per Ruizzi che mandava in Italia, dasse in cambio i più pericolosi malfattori della città, che a giorni sarebbero comparsi sul banco dei rei.

Infine fece appello alla lealtà del “Recorder ” perché il nome amato e stimato di Mr. Spencher non fosse pronunziato.

L’autorevole giornale in fatti, non ripeté il suo attacco, si compiacque solo di avere svelato un mistero che interessava il pubblico, ma non insisté, salvo che fece un’apologia del poliziotto italiano, che in America inseguì senza posa un malfattore pericoloso e riescì a farlo prigioniero.

Gli altri giornali non spesero molte parole su questo fatto, era un fare la reclame al confratello e se ne guardarono bene.

I giornali italiani, avendo al solito alcuni di quelli americani, fatto strazio del nome italiano dovettero scendere in campo e dimostrare che anche altre nazionalità hanno nel loro seno, dei furfanti matricolati, che i malfattori sono dovunque.

Fanny provò un gran dolore per quella pubblicità; ma di animo forte e risoluto, il suo dolore durò ben poco.

Certo il pilota aveva narrato quanto gli accadde a bordo del “Tirreno” e il “Recorder” sulla parola di lui svelò l’estradizione misteriosa di Ruizzi; però di tutto il dramma che si era svolto in New York, durante un anno non poté scrivere che alcuni accenni.

La sera del giorno che avvenne la pubblicazione del “Recorder” tutti gli amici di Clara erano alla stazione di “Jersey City” per salutare Suora Maria che partiva alla volta di S. Francisco.

Mancava pochi momenti alla partenza, il treno era già pronto, la macchina mandava turbini di fumo e di vapore, e su nell’alta tettoia dagli archi di ferro salivano rumori assordanti.

Clara con le bianche bende appariva ancora più bella, i suoi amici la guardavano con gli occhi umidi di pianto, lei si sforzava di essere calma, voleva sorridere, ma senza volerlo le lagrime gli brillavano sul ciglio.

Leonardi e Fanny, più di tutti erano commossi, la ricca americana teneva stretta al suo seno l’antica danzatrice, la prostituta di Napoli, trasformata nell’angelica Suora Maria.

—Mi scriverai?—diceva Fanny fra i singhiozzi,—mi scriverai sempre, tutti i giorni?

—Sì ti scriverò sempre, e tu pure scrivimi e parlami della tua felicità.

Nella stazione il rumore cresceva sempre, la voce monotona degli impiegati annunziava le partenze, si udivano i rintocchi delle campane, lo stridere del vapore che a forza usciva dai tubi, le macchine ansavano, e ad ogni istante i treni spinti a grande velocità entravano sotto la tettoia con un fracasso indiavolato.

Quando i conduttori del treno di California annunziarono che la partenza era imminente, Clara baciò e ribaciò a lungo Fanny, Vittoria, la Leonardi, il piccolo Enrico, Boni, Ferroni, Righetti, l’avvocato e Mr. Spencher, poi si avvicinò pallida e tremante a Leonardi, gli porse la fronte e mormorò :

—Fratello!

Leonardi baciò quella fronte sulla quale da tempo lumeggiava la parola: redenzione.

Clara sentì una lagrima inumidirle la fronte e fu scossa da capo a piedi da un brivido. Fu un lampo però, che riacquistata la sua calma si staccò a precipizio da tutti coloro che amava e salì nel vagone.

Un gruppo di persone circonda una donna velata davanti a una porta; un uomo sulla destra alza il braccio.

........... si staccò a precipizio da tutti coloro che amava e salì nel vagone

Boni il forte, voleva rallegrare con delle barzellette, ma non ci riusciva, il suo sorriso forzato, gli faceva fare delle smorfie che in tutt’altro momento, avrebbero destata la più schietta ilarità.

Suora Maria si affacciò al finestrino e gettò dei baci a Fanny, che affranta dalla emozione era mezza svenuta nelle braccia del padre.

—Coraggio,—disse Clara,—se Dio vorrà ci rivedremo, diamine non vado alla morte!

Il treno si metteva in movimento, la campana della macchina suonava a distesa, i conduttori erano al loro posto, Clara sventolava il fazzoletto, e i rimasti rispondevano a quel saluto mentre il convoglio accelerando la sua corsa usciva dalla tettoia e correva verso la sua destinazione.

Ben presto non si vide più lontano, lontano,che un punto bianco sul fondo scuro del treno, era il fazzoletto della fanciulla, che seguitava a sventolare.

Boni sospirò e disse :

—È finita, che la provvidenza l’ assista; era un angelo.

Nessuno rispose, tutti erano mesti e pensierosi, tutti sentivano il dolore grande di quella separazione.

Fanny, non sapeva darsene pace, e invano il padre, il fidanzato la consolavano.

Clara quando non scorse più il gruppo dei suoi amici, cadde mezzo svenuta sul sedile, e con voce rotta dai singhiozzi, mormorò:

—Dio, il sacrificio è compiuto, ora sono sola al mondo, da ora in poi saranno miei compagni, miei amici e fratelli, tutti quelli che soffrono. Da oggi comincia la vera espiazione del mio passato, Clara è morta; rivive Suor Maria.....

Il treno correva intanto a gran velocità, avvicinando sempre più la giovane eroina al luogo dove andava a compiere la sua santa e nobile missione.....

L’indomani partiva la famiglia Spencher, Leonardi, la madre sua e Righetti, accompagnati al “ dock ” dai loro amici.

Boni non si stancava dal dire :

—Corpo di Bacco, ci lasciate soli, è una vera epidemia, tutti partono.

Vittoria non andò al “dock;” la povera donna non si sentiva il coraggio di assistere alla partenza dell’uomo che amava.

La sera innanzi, appena ritornati dalla ferrovia, Vittoria e Righetti si fecero gli ultimi addii.

—Spero che possiate trovare in Italia, nel seno della vostra famiglia, la pace che qui in America avete perduto.

—Per il mio cuore,—aveva risposto Righetti con una certa amarezza,—non vi è più pace.

—Il dovere prima di tutto, la vostra partenza è necessaria, qui vicini l’uno all’altra, sarebbe troppo soffrire.

—Schiavi, schiavi siamo di una legge barbara e crudele!

—In Italia, al vostro paese troverete una casta e bella fanciulla, che vi farà dimenticare.....

—Vittoria, voi credete ciò possibile? No, no; il mio cuore non può amare due volte.

Vittoria chinò il capo sospirando, era ben triste il suo destino, ben compassionevole la sua sorte, giovane, bella, onesta, amante e riamata, poteva ancora avere un lembo di sereno nel suo cielo, ed era costretta a rinunziarvi.

Ma era rassegnata oramai a soffrire, il suo onore la metteva al disopra di tutto.

Stese la mano a Righetti e con voce spenta, disse :

—Addio! coraggio, vi sia di conforto il sapere che vi amo e che il mio cuore non avrà palpiti che per voi.

Righetti l’afferrò per la vita e la strinse al suo seno e coprendola di baci andava dicendole :

—Povera martire! povera martire!

Vittoria sentiva mancarsi, ebbe paura di non resistere a quelle carezze, si staccò a forza dalla stretta dell’innamorato e fuggì.

Righetti restò un pezzo perso in dolorosa meditazione poi andò a fare i preparativi della partenza.

La campana del “Furst Bismark” splendido vapore che batteva bandiera germanica, aveva annunziato la partenza, e tutti coloro che non erano viaggiatori dovevano scendere a terra.

Leonardi nel momento di separarsi da Ferroni, gli consegnò un ricco anello di brillanti.

—Tenetelo per mia memoria, per memoria di uno al quale salvaste la vita ed ebbe in voi un secondo padre.

Regalo simile fece a Boni.

Fanny ebbe per l’ex-ispettore carezze affettuose di figlia.

—Ci rivedremo presto,—disse a tutti,—e non voglio che oggi si pianga.

—Siate felici,—disse Ferroni, che nascondeva a stento la sua emozione,—e anche voi, Righetti consolatevi nel sapere che avete compiuto il vostro dovere in tutto e per tutto. Del resto ho come il presentimento, che anche le vostre pene abbiano presto o tardi a cessare.

—Qualunque cosa avvenga,—rispose Righetti,—io non dimenticherò mai ciò che devo a voi, a Boni e al mio avvocato; foste voi che mi daste i mezzi per far rifulgere la mia innocenza, io vi debbo più della vita, vi debbo l’ onore!

—A terra tutti,—gridò la voce di un nostruomo,—si parte.

Furono scambiati gli ultimi saluti, poi Boni, Ferroni e l’avvocato scesero nel “dock,” ma non si allontanarono fino a quando il piroscafo non ebbe lasciato l’ancoraggio.

Rimorchiato dai vaporini della compagnia il “Furst Bismark” compì la sua evoluzione e mise la prua verso l’oceano; la folla dal “ dock ” salutava sventolando i fazzoletti, e a quei saluti rispondevano quelli di bordo.

Quando il piroscafo fu partito, Boni e Ferroni si guardarono, non dissero una parola, ma le loro destre si unirono e si serrarono con forza, era quello un tacito rallegramento per quanto avevano fatto, per la vittoria riportata, contro il male incarnato in quel miserabile Ruiz.

—Vi invito alle mie nozze fra quindici giorni,—disse ad un tratto l’avvocato,—peccato che non vi sia anche Righetti, la mia fidanzata ne è addoloratissima.

—E noi verremo,—rispose Boni,—uomo fortunato che avete trovato un’angelo fra le tetre pareti del carcere.

—E Vittoria come sta?

—Come volete che stia, ama con tutte le sue forze Righetti e questa separazione le fa soffrire il cuore.

—Povera donna! è nata sotto una cattiva stella, la sua vita è un lungo e penoso martirio.

—Basta, speriamo bene,—disse l’ avvocato a mò di conclusione,—il destino si stancherà di perseguitarla e allora sarà lei pure felice;—ciò detto l’avvocato si congedò dai suoi amici, i quali si recarono a consolare la povera Vittoria.

CAPITOLO XXIII.

Notizia imprevveduta.

Otto giorni erano trascorsi dalla partenza di Mr. Spencher. Vittoria cominciava a rassegnarsi alla sua triste sorte, non già che dimenticasse Righetti, ma al dolore aspro dei primi momenti era subentrata una mestizia grande, che veniva temperata dall’orgoglio di avere vinto una pericolosa battaglia, nella quale aveva lasciata a lembi il cuore sanguinante.

Boni fino a quando dava la caccia a Ruiz e si occupava a salvare Righetti, poco pensava a sé; ma ora che l’opera sua non era più richiesta,veniva assalito dalla melanconia, si recava spesso al cimitero a portare fiori sulla tomba della povera Maria e ritornava da quel pietoso pellegrinaggio affranto dal dolore.

Ferroni faceva di tutto per distrarlo; ma non vi riusciva; per scuoterlo, per toglierlo alle dolorose rimembranze, sarebbe stato necessario che il poliziotto avesse potuto fare il suo mestiere lottando a corpo a corpo, coi malfattori, allora era certo che l’attività avrebbe salvato l’uomo.

Spesso Boni incontrava al cimitero il Dei, che veniva lui pure ad infiorare la tomba della sua Giulia, della perla di Mulberry Street; i due infelici ritornavano insieme dal triste luogo, parlando delle poverette che giacevano sotto terra.

Dunque, l’ ottavo giorno dopo la partenza del “Furst Bismark,” i giornali americani avevano un telegramma da Gibilterra così concepito.

“Il “Furst Bismark” arrivato or ora in porto,segnala che tre giorni dopo la sua partenza da New York incontrò un naufrago del vapore “ Tirreno ” della Navigazione Generale Italiana saltato in aria per lo scoppio della caldaia.

È certo che salvo il naufrago raccolto dal “Furst Bismark” nessuno si è salvato”.

Quando Boni lesse quel telegramma, credette di sognare, corse a casa Ferroni, ma già questi conosceva la importante notizia ed era felice come una pasqua.

Appena vide Boni, gridò :

—Vedete che il mio presentimento si è avverato....

—Come aveste il presentimento della catastrofe del “Tirreno?”

—No, ma sentiva in me, una voce che diceva: anche Vittoria sarà felice.

—Credete che dobbiamo annunziare alla moglie di Ruiz che è vedova?

—Non ancora aspettiamo una conferma, non si sa mai....

Ferroni terminava di dire queste parole, quando fu suonato alla porta.

Era un fattorino del telegrafo che portava un telegramma transatlantico.

Boni nel vedere la bianca busta la strappò brutalmente di mano al fattorino, essendo ansioso di vedere cosa eravi scritto nel telegramma.

Il messaggio era di Mr. Spencher e diceva :

“ Tirreno ” saltato in aria. Ruiz perduto insieme a tutti quanti erano a bordo, Vittoria libera, Righetti ritorna immediatamente in America. Dio è giusto!”

—Ora possiamo parlare con Vittoria.

—Meglio è darle il telegramma di Mr. Spencher.

Boni e Ferroni passarono nel gabinetto da lavoro dove erano Vittoria, la signora Ferroni e il piccolo Enrico.

—Boni,—disse la Ferroni dopo avere salutato,—vi vedo raggiante di gioia, che cosa è avvenuto?

—Ecco qua; bisogna prepararsi ad una grande notizia, ad una di quelle notizie che fanno palpitare di gioia, che possono anche uccidere.....

—Mio Dio, spiegatevi, a che tanti preamboli? su via lesto cosa è avvenuto?

—La notizia riguarda Vittoria, e se promette di non alterarsi la spiattelleremo giù senza reticenze.

—Sono così abituata alla sventura,—disse mestamente Vittoria,—che oramai più nulla può scuotermi, alterarmi.

—Ma non si tratta di sventura,—riprese Ferroni,—si tratta di una vera e propria fortuna che vi risparmia un’infinità di dolori.

—Per me non è possibile più alcuna gioia, lo sapete, io sono reietta, maledetta.

—Mamma perché piangi?—Domandò il piccolo Enrico.

—Non piango angelo mio.

—Ma sì, ma sì;—ribatté Enrichetto gridando.

—Sì Vittoria,—disse con dolcezza la Ferroni,—le lagrime vi bagnano gli occhi.

—Avete ragione, piango e faccio male, perché mio figlio soffre!

—Ma io ho la medicina per farla sorridere,—disse allegramente Boni, mostrando il telegramma di Mr. Spencher.

—Ebbene, cosa è detto in quel misterioso telegramma?—domandò a mezzo piccata la Ferroni.

—Leggete signora, leggete e giudicate.

La Ferroni prese il telegramma e non poté trattenere un grido di gioia, poi gettato le braccia al collo di Vittoria, mormorò:

—Salva, sei salva, Dio non ha voluto eternare il tuo martirio.

—Ma infine, cosa avvenne?

—Leggi.

Vittoria con mano tremante spiegò il telegramma, vi fissò sopra lo sguardo, ma non poteva leggere, aveva le luminelle innanzi agli occhi, e le parole turchine sulla carta bianca, saltellavano in modo indiavolato.

Vittoria credendo che ciò fosse causa delle lagrime che le velavano la vista, si asciugò gli occhi e riuscì finalmente a leggere.

Sul principio non comprese, rilesse di nuovo, allora il suo volto si rischiarò, si alzò in piedi scossa da un tremito convulso, volle parlare, non lo poté, e sorridendo dolcemente svenne.

—Mamma, mamma muore!—gridò il piccolo Enrico.

La Ferroni erasi slanciata in soccorso di Vittoria; Ferroni correva a prendere la bottiglia dei sali.

Boni contemplava quella povera donna, così provata dalla sventura e diceva la così detta Ave Maria della scimmia, contro chi perseguita gli onesti, per lasciare in pace i birbanti.

Le cure affettuose ritornarono ben presto in sentimento Vittoria; sul momento essa non ricordava, ma quando vide ai suoi piedi il telegramma ricordò tutto, chiamò a sé Enrico, lo fece inginocchiare ai suoi piedi, poi s’ inginocchiò lei pure e con lo sguardo rivolto al cielo pregò a lungo per il riposo di quello sciagurato che doveva aver trovato in fondo all’oceano la sua tomba.

—Mamma,—disse ad un certo punto Enrichetto,—chi è morto?

—Uno che ha bisogno di tante preghiere perché Dio possa perdonargli. Prega sempre per lui mio povero Enrico!

—Sì, ogni sera e ogni mattina dirò le mie preghiere, per colui che come dici tu ne ha tanto bisogno.

Boni,Ferroni e la moglie sua, assistevano a quel quadro pietoso provando la più viva commozione.

—È un’angelo,—disse piano piano, Boni a Ferroni.

—Sì, e spero che subito abbia il suo paradiso.

CAPITOLO XXIV.

Ancora in Mulberry.

La notizia della perdita del “ Tirreno ” destò una grande impressione in Mulberry, molti italiani avevano perduto in quella catastrofe dei parenti, degli amici.

Fra la folla compatta che si accalcava di preferenza innanzi alle banche e alle birrerie, si vedevano qua e là degli uomini, delle donne, che piangendo, strappandosi i capelli,domandavano la conferma della infausta notizia; e quando veniva loro risposto che oramai non eravi dubbio e che il “Tirreno ” era affondato, e nella catastrofe tutti perirono, avvenivano scene strazianti, i gemiti, rispondevano ai gemiti, e per tutta la via popolosa correva un fremito di commozione e di pietà.

Molti di coloro che giacevano fra le onde del mare in preda ai pesci, vivevano in Mulberry, altri nel tempo che i lavori cessano, nella morta stagione venivano a trovare ivi gli amici i parenti.

Alcuni giovanissimi erano partiti per andare a prendere la moglie che gli aspettava ansiosamente.

A forza di stenti e di fatiche, avevano risparmiato, soldo per soldo, sorretti dalla speranza di presto rivedere il loco natio, la sposa adorata.

Erano partiti allegri, felici, in quella bella giornata d’autunno, alla quale cielo, terra e mare, parevano sorridere, e la morte spietata, terribile, gli aveva colti nella paurosa solitudine del mare.....

Durante il giorno un foglio italiano pubblicò una edizione “extra” dove si davano le notizie del disastro.

Quando gli strilloni comparvero in Mulberry, furono presi d’assalto, le copie del giornale venivano strappate a forza, dalle mani dell’uno e dell’altro.

Fu quel giornale, che spiegò come a bordo del “ Tirreno ” vi fosse anche Ruiz, e che per ciò il miserabile era morto annegato.

La scomparsa di quel miserabile, procurò una gran gioia ai popolani e alle popolane di Mulberry Street, per un poco cessarono i pianti e le grida, per un poco si dimenticarono duecento e più morti, per rammentarne uno solo : Ruiz!

Le donnicciole non mancarono di mettere innanzi, il dito di Dio; altri imprecavano perché non fu detto che a bordo di quel battello, eravi un birbante della fatta di Ruiz, se lo avessero saputo nessuno sarebbe partito con quel malaugurato “Tirreno.”

Porta sventura viaggiare coi furfanti.

—Ed ora Vittoria è libera,—dicevano alcuni.

—Altro che libera, e si faranno le nozze,—rispondevano altri.

—Righetti tornerà.

—Già anche lui è partito, ma non col “Tirreno” per fortuna.

—Io l’ ho sempre detto che i piroscafi della Navigazione Generale Italiana, sono vecchie carcasse buone a trasportare concime.

—Michelino pure era a bordo?

—Sì, e anche Gennaro.

—E il figlio della Menica.

—E Pasqualino.

—Poveretti!

Poi il discorso ritornava a Ruiz.

—Che almeno sia proprio morto.

—Diamine, il dispaccio parla chiaro, nessuno, eccettuato uno, dei marinai e passaggieri si è salvato.

—Non si sa mai.

—I birbanti hanno la pelle dura.

I discorsi furono interrotti dalle grida di una disgraziata che correva su e giù per Mulberry con i capelli scarmigliati, chiedendo a gran voce il suo giovane marito un bravo operaio, partito col “Tirreno” e miseramente perito.

La donna non voleva intendere ragione, e gridava :

—Pasquale, Pasquale, chi mi rende il mio Pasquale!

Quella voce desolata, quella donna pazza dal dolore faceva venire il freddo.

Solo sulla porta di uno di quei negozii che arieggiano ad essere i più belli di Mulberry, un uomo che la legge aveva già toccato, ma non ferito perché coi denari si ottiene facilmente l’oblio,come manutengolo dei ladri presieduti da Ruiz, rideva col suo sorriso stupido, quel sorriso stereotipato sulle labbra mal tagliate, fino da quando agli angoli delle vie vendeva pinozze e astrologava nella sua testa ligure per far fortuna.

Rideva lo sciagurato di quel dolore che straziava il cuore al pensiero di quella donna alla quale la morte involava il marito.

Un policeman si avvicinò alla poveretta e tentò di fermarla nella sua corsa. L’agente non aveva cattive intenzioni, ma la donna cieca dal furore si rivolse verso di lui imprecando e tentando di graffiargli gli occhi.

Il policeman perse la pazienza e si mostrò brutale; allora coloro che videro la mossa minacciosa del policeman, corsero in soccorso della donna, ne avvenne un parapiglia terribile, volarono pugni e randellate, finalmente per intromissione di alcuni influenti e rispettati italiani ritornò la calma.

La moglie del povero Pasquale fu condotta in casa sua, in uno stato che muoveva il pianto, il medico chiamato, ebbe a constatare che la vedova non avrebbe riacquistato la ragione.

Così il triste dramma di quel vapore saltato in aria in mezzo all’oceano cominciava ad avere altre vittime.

I giornali della sera portavano dettagli maggiori della catastrofe, tutti unanimi affermavano che uno solo, un marinaio del “ Tirreno ” erasi salvato e quell’uno fu raccolto dal “Furst Bismark ” venti ore dopo la catastrofe attaccato ad una tavola, intirizzito dal freddo e vicino ad essere ingoiato dalle onde.

Ruiz era morto adunque, e l’ergastolo non lo avrebbe reclamato.

Fino ad ora tarda in Mulberry si parlò del doloroso avvenimento, tutti erano mesti, e se di quando in quando, un lampo di gioia illuminava i volti abbronzati dal sole dei popolani, era quando pensavano che Ruiz morto, Vittoria e Righetti sarebbero stati sposi.

CAPITOLO XXV.

Processo celebre.

Poche volte alla corte d’Assise di New York, aveva avuto luogo un processo tanto importante quanto quello della società di ladri e di assassini che un tempo fu presieduta da Ruiz.

La mattina che il processo principiò, le sale e i corridoi della corte erano pieni zeppi di gente di ogni nazionalità, la vasta associazione essendo una specie di lega cosmopolita, così che vicino all’ irlandese era il tedesco, accanto al giudeo l’italiano, a fianco del polacco il francese.

Quell’esercito strano misterioso che per tanto tempo in barba alla polizia, aveva quasi dominato la più vasta città dell’Unione Americana, era ora sul banco degli accusati impotente a combattere, sotto gli occhi della legge che stava per colpirli senza misericordia.

Durante i cinque giorni nei quali si svolse il processo, furono messi alla luce del giorno misteri che neppure venivano sospettati, gli imputati nella speranza di avere l’ impunità, o per lo meno di essere trattati in un modo meno severo, svelarono le gesta, le turpitudini, i delitti di quel mondo di delinquenti,che sotto gli occhi delle autorità competenti si fa forte e temuto.

Episodi strani saltarono fuori in quella causa celebre e molti, che fino al giorno innanzi avevano goduto la più grande considerazione furono smascherati, e i galantuomini scomparvero, per mostrare esseri vili che tutto, tutto facevano per il danaro servendosi poi della ricchezza per dare la polvere negli occhi ai gonzi.

Byrnes, forte delle rivelazioni a lui fatte da Ruiz, schiacciò gli accusati, e il pubblico numeroso, applaudì con entusiasmo il capo della polizia Metropolitana, che seppe strappare i denti all’ idra temuta!

Naturalmente le autorità deplorarono che il capo di quella banda organizzata con tanta perfezione fosse sfuggito ai giudici americani; ma la giustizia di Dio lo aveva raggiunto implacabile, tremenda, ed esso era miseramente perito.

Il “ District Attorney ” fu inesorabile per quei miserabili ladri e assassini, che per tanto tempo avevano destato il terrore in New York, la sua requisitoria, doveva marcare come ferro rovente, quei miserabili furfanti che assistevano al processo, con un sorriso provocante e cinico sul labbro.

Il rappresentante della legge ebbe parole entusiastiche per Byrnes, il quale da valoroso soldato aveva saputo vincere un nemico pericoloso, sostenne che gli accusati dovevano essere considerati come autori della morte della povera Maria, ferita la notte del furto di casa Ferroni, e come complici dell’assassinio di Ghirendini.

Il “ District Attorney, ” terminò così, la sua violenta arringa.

—Signori giurati, abbiamo a noi dinanzi il vero esercito del male; è d’uopo che la legge giusta e severa, disperda questi soldati del delitto, e dia tale esempio da dimostrare che non impunemente si può venir meno a tutte le leggi morali e civili. Se per alcuni degli accusati, non è chiaramente provato l’accusa di assassinio, resta però confermato che essi uniti e d’accordo commisero non solo furti; ma delitti di sangue, rapine e peggio.

“ So bene, che non potendo essere provato, chi materialmente compì il delitto, non uscirà dall’urna un verdetto in tutta la sua severità; ma nella camera di consiglio, innanzi alle resultanze di questo clamoroso processo, pensate che per molto tempo un’intera città stette sotto il dominio dei miserabili che oggi sono innanzi alla giustizia.

“ Il più gran colpevole, colui che questi miserabili presiedeva, sfuggì dalle nostre mani, e trovò la punizione in mezzo all’oceano dove perì in mezzo a tanti suoi onesti connazionali; la polizia credette di dovere rendere ad altri giudici il capo tenebroso di questa lega fatta e creata ai danni di quanti lavorano e si creano una posizione, se la morte non colpiva il miserabile, lo aspettava una severa condanna, e nel suo paese avrebbe per tutta la vita vestito l’abito del forzato, il solo che sia adatto ad un tal genere di persone.

Poi il “ District Attorney ” riepilogò quanto risultava a carico degli accusati, dipinse con vivi colori la vita da essi condotta, vita triste, pessima seminata di delitti di ogni genere, e terminò invocando una severa punizione che liberasse la società da esseri nocivi e pericolosi.

Il pubblico applaudì al rappresentante della legge, e quell’applauso fu un monito dell’opinione pubblica ai giurati.

Boni assisteva al processo unitamente a Ferroni, esso non toglieva mai il suo sguardo di sopra ai furfanti che indifferenti, se ne stavano vicini ai loro avvocati; egli cercava fra loro l’uccisore di Maria, e il suo cuore sussultava ad ogni momento, avrebbe voluto alzarsi e gridare :—siate senza misericordia, essi uccisero colei che era la mia vita la mia speranza!

I furfanti erano difesi da tre avvocati, che davvero fecero ben poca cosa per salvargli, i difensori tentarono fiaccamente di dimostrare, che i delitti di assassinio non erano provati, e che restava una forma meno grave di reato, tanto che doveva la pena essere più mite.

Ad un certo punto della difesa quel tale miserabile che in casa Ferroni la sera del furto era chiamato l’ ingegniere disse con la sua voce ironica:

—È inutile avvocato, che perdiate tempo e fiato, i giurati hanno già deciso di noi, non li cambierete.

—Silenzio,—gridò il “Recorder.”

—Non fiato più, conservo il fiato per l’amena villeggiatura di Sing-Sing.

Il pubblico rumoreggiò, l’ingegniere sorrise, alzò le spalle e preso di tasca un pacco di tabacco, si empì la bocca con voluttà.

Terminate le difese il “ Recorder, ” uno dei più rigidi e severi magistrati delle corti di New York, fece il riassunto della causa, non tralasciando nulla, dipingendo con i più tetri colori quella vita sotterranea, che si vive nelle grandi città dall’ esercito del male.

Quando ebbe finito consegnò i quesiti al capo dei giurati, i quali si ritirarono in camera di consiglio.

Nel breve tempo che i giurati restarono assenti la folla si abbandonò alle più clamorose discussioni.

Tutti erano meravigliati di quanto avevano udito,sembrava impossibile che ai danni della società potessero formarsi bande così bene organizzate, come quella che stava innanzi a giudici.

Era già molto tardi, da tempo la notte era calata; ma nessuno partiva da quell’aula, tutti volendo sapere la fine del dramma.

Il “ Recorder ” ad onta delle abitudini aveva voluto finire al più presto il processo essendo assai pericoloso il portare quella banda di malfattori dalle Tombs al tribunale.

Il pubblico non pertanto, non aveva perso la pazienza e molti avevano fatto a meno di andare a pranzo, per non perdere il buon posto che occupavano, e mandavano a comprare da qualche galoppino dei “ sandwiches,” mangiavano tranquillamente aspettando la rientrata dei giurati.

Non pochi dei presenti si rammaricavano che Ruiz, il capo della banda, non fosse in mezzo ai suoi complici, avrebbero voluto vedere quella specie di Re del male, che comandava a tutti quei furfanti di ogni nazionalità, pronti ad un suo cenno, ad una parola. La morte di lui avvenuta naturalmente sembrava ben poca cosa per i suoi numerosi delitti, era il boia che avrebbe dovuto mandarlo all’altro mondo.

Poi si parlava del poliziotto italiano, di quell’ardito poliziotto, che aveva aiutato l’ispettore Byrnes a purgare New York da tanti malviventi, e Boni non conosciuto assisteva alla sua apologia fatta con esagerazioni da leggenda, e si sentiva sodisfatto, ma il suo malumore, la sua irritazione non cessava perché non erasi trovato l’uomo che ferì Maria.

I discorsi, i commenti, furono interrotti dall’entrata dei giurati; si fece un gran silenzio, poi il capo di essi disse essere il verdetto di colpabilità secondo le richieste del “ District Attorney, ” e la folla a quei detti applaudì con calore.

—Siamo al teatro,—disse l’ingegniere.

In tanto che il giudice diceva che a giorni avrebbe pronunziato la sentenza, che secondo il verdetto doveva essere di galera a vita, i policeman mettevano le manette ai condannati e poi univano le diverse coppie con una lunga e solida catena.

—Come le belve,—disse sogghignando l’ ingegniere.

—La polizia ora ci tiene, e sfoggia il suo potere,—disse colui che noi vedemmo uccidere Ghirendini, e che avendo scansato la sedia elettrica era felice e contento,—l’ ispettore Byrnes vuol far vedere che ci tiene stretti.

—La villeggiatura non mi spaventa,—diceva un tale pallido, stentato, finito dal vizio e dal deboscio.—Il medico me lo ha sempre detto che ho bisogno di quiete e dell’aria della campagna.

I discorsi cinici indifferenti di quei miserabili continuavano, anche nel momento che a due a due passavano incatenati fra la folla per essere condotti ai carrozzoni che aspettavano in Chambers Street, dove ad onta che fosse passata la mezzanotte la folla aspettava numerosa e con una costanza ammirabile.

I condannati furono messi nei carri, poi i pesanti veicoli si posero in moto, lasciando i curiosi a commentare i fatti della giornata, il verdetto dei giurati.

Chambers Street, appariva tutta bianca sotto i raggi della luce elettrica, e delle grandi ombre si disegnavano sull’asfalto.

Boni e Ferroni, usciti quasi gli ultimi dalla corte, conversavano animatamente :

—Eppure,—diceva Boni,—sentivo di avere a me vicino l’assassino di Maria, il mio cuore sussultava ad ogni momento.

—Il miserabile sarà punito, il verdetto dei giurati è tale che per tutta la vita nessuno di quei signori rivedrà la luce,—rispondeva Ferroni.

—Sarà, ma avrei voluto vederlo in faccia quel feritore di donne,—e Boni pronunciò queste parole con tale voce minacciosa da far comprendere, che se avesse potuto riconoscere l’assassino di Maria, avrebbe al certo commesso una qualche pazzia.

—Non occupiamoci più di costoro cavalieri, e pensiamo alla felicità dei nostri amici.

—Avete ragione, chi ha le ferite se le curi.....

—Amico mio,non crediate che io non comprenda il vostro dolore, ma a che crucciarsi; il destino ha voluto così e bisogna piegare il capo; ma perché la sventura ci ha colpito non bisogna dimenticare coloro che possono ancora essere felici.

—Avete ragione Ferroni,sono ingiusto e cattivo.

I due amici scesero giù per Centre Street, e attraversati i cinque punti e Park Street, quasi senza volerlo, si trovarono in Mulberry.

La via così popolata di giorno, era deserta, solo qua e là qualcuna di quelle miserabili che Mastriani chiamò Ombre, stava alla posta di un’uomo di buona volontà, che volesse con esse dividere il lurido letto di qualche sucida casa dove si ricoverano le prostitute.

La notte era bellissima e il chiaro di luna illuminava Mulberry dandogli un aspetto fantastico, lungo la via erano schierati carri e carretti, e in molti di essi si sentiva il russare forte di qualche addormentato, che non avendo danari si riposava a ciel sereno.

Ad un tratto Boni si arrestò bruscamente e con voce tremante disse:

—Fu qui.

—Qui, cosa?—rispose Ferroni che non aveva capito.

—Qui, che incontrai Maria!

—Ah! comprendo,—poi Ferroni guardando la casa, continuò,—ma questo stabile appartiene ad un’ italiano.

—Lo so, ed è un covo dei peggiori.

—Capisco, come sì facile cosa fa divenire ricchi.

—Fonte impura di ricchezza questa la più turpe di tutte.

Boni guardava fisso quella casa, quella porta rivedeva come in un sogno Maria, che gli faceva l’oscena proposta di un ora di amore, la scena che ne avvenne, la riabilitazione di quell’angelo decaduto, il suo sacrificio la sua morte, e allora gli parve che su quella porta splendida di luce nelle vesti candide, coronata di fiori a lui comparisse angelo consolatore la donna amata.

Fu l’illusione di un momento, e Boni raggiante di felicità, guardava..... guardava!... e Ferroni rispettava quel silenzio leggendo sul volto dell’amico i sentimenti che lo agitavano.

La luna metteva con una certa civetteria i suoi raggi sullo spigolo della porta di quella casa, illuminando l’unto lasciato dalle disgraziate che vi si appoggiavano continuamente.

Finalmente Boni si scosse, e mormorò :

—Povera Maria!

Si rimisero in cammino, e per un poco restarono muti, ad un tratto Boni disse :

—Credete, che se uno andasse in quei lupanari non potrebbe salvare qualche disgraziata?

—Sì, lo credo.

—Molte volte, anzi il più delle volte le poverette sono spinte all’infame mestiere contro la loro volontà. Del resto è una vergogna, che gl’italiani di Mulberry, permettono che vicino alle loro famiglie oneste, alle loro mogli, alle figlie caste e pure, siano immondi postriboli.

—Avete ragione, è una crociata fatta a questo scopo, sarebbe nobile e santa cosa.

—Il denaro, il maledetto denaro, fa sì che case fatte per accogliere bravi lavoratori sieno invece date in affitto a chi esercita il vizio, a chi fa mercato del suo corpo, del suo onore.

Erano giunti a casa Ferroni.

—Salite, cavaliere.

—No, verrò domani mattina.

—Credo che avremo lettere e giornali e sapremo con precisione, come andò la catastrofe del “ Tirreno. ”

I due amici si strinsero con effusione la destra e si separarono; Boni mesto e pensieroso si recò in Grand Street, prese l’elevator, e un’ora dopo giungeva alla sua abitazione.

Sul tavolo della sua camera trovò un plico con lo stemma del Ministero dell’ Interno; in quel plico eravi un decreto reale nel quale era detto che su proposta del Ministro dell’Interno, S. M. il Re, aveva nominato il Cav. Boni, Commendatore dei Santi Maurizio e Lazzaro.

In una elegante scatola di marocchino rosso dove spiccava un U in oro, sormontato da una corona reale, eravi l’ insegna della nuova e alta onorificenza che veniva inviata all’ex-ispettore di Napoli.

Boni, guardò a lungo la decorazione e il diploma, poi sospirò, e senza pronunziare una parola con le lagrime che gli riempivano gli occhi si spogliò lentamente e andò a letto.

CAPITOLO XXVI.

Il racconto del naufrago.

L’indomani del processo dell’ associazione di Ruiz, lettere e giornali recavano i particolari della catastrofe nella quale il “Tirreno” era perito.

Il naufrago raccolto dal “Furst Bismark ” era uno degli agenti di polizia italiana, e non già un marinaio come ne era corsa la voce, inviati a prendere ed accompagnare Ruiz, per cui esso aveva fatto conoscenza con Leonardi e Righetti che si erano presentati come amici di Boni, e ad essi fece il racconto del resto assai breve della terribile sciagura capitata, ed essi si affrettarono a scrivere i particolari ai loro amici di New York.

Il “ Tirreno ” aveva lasciato da tre giorni New York, il tempo era bellissimo e il vapore filava bravamente i suoi dodici nodi all’ora, non era gran cosa in confronto alla velocità dei grandiosi piroscafi delle linee francesi e tedesche; ma a bordo tutti erano contenti che si andasse a quel modo, molto di più che il mare era calmo come un olio.

Ruiz dal momento che non scorgeva più che cielo e acqua pareva essersi calmato, durante il giorno quando accompagnato dai due agenti passeggiava nel luogo riservato alla prima classe, parlava allegramente, rideva e scherzava, raccontava un’ infinità di avventure, e diceva, con un sorriso fino e malizioso, che aveva intenzione di ritornare in America.

—Sta a vedere se vorranno i signori giurati,—diceva uno degli agenti dopo avere legato per bene alle sue catenelle il prigioniero, dormiva nella stessa sua cabina; e qualunque tentativo di fuga sarebbe stato impossibile.

Del resto dove sarebbe andato Ruiz? Il battello si allontanava sempre più da terra, e non era certo a nuoto che si potessero fare centinaia di migliaia.

La notte del terzo giorno, la luna non splendeva e il mare era immerso in una grande oscurità, uno degli agenti italiani, quello che non era di guardia se ne stava sopra coperta e passeggiava fumando un sigaro, era solo essendo passata la mezzanotte tutti erano andati a dormire.

L’agente guardava la striscia fosforescente che lasciava dietro a sé il battello, quando si udì una detonazione, e venne spinto da una forza sovrumana e si trovò lanciato nell’acqua.

Intorno a lui caddero tavole spezzate, pezzi di ferro, pioggia di fuoco, e fu un vero miracolo se non fu colpito e ucciso.

L’agente ebbe la presenza di spirito di afferrare una tavola e così mantenersi a galla; innanzi a lui nel buio della notte, il “ Tirreno ” squarciato, rotto affondava mentre dei gridi strazianti, che formavano un grido solo alto, pauroso, tremendo, usciva dai fianchi di quella nave, che l’acqua inghiottiva.

Il disgraziato naufrago in mezzo all’Oceano, gridò, chiamò a sé i suoi compagni di sventura, in quel momento terribile aveva paura della solitudine, lo assaliva lo spavento inenarrabile, di dovere morire solo, attaccato a quella tavola che sarebbe stata il suo letto funebre.

Nessuno rispose alle sue chiamate disperate. Nessuno! Tutti certo erano periti nell’ immane disastro.

I passaggieri sorpresi nelle loro cabine, addormentati nelle cucciette, non avevano potuto salvarsi.

La notte sembrò eterna al disgraziato; il freddo cominciava a intirizzirlo, quando comparvero i primi albori, quel chiarore indefinito che annunzia il giorno, rianimò il naufrago; a poco a poco l’orizzonte si tinse di un bel colore rosa e ben presto il sole fece capolino dall’acqua, muovendosi adagio, adagio come una bella signora che sorta lentamente dal bagno.

Del “ Tirreno ” non restavano sulla vasta distesa d’acqua altre traccie, che pochi rottami sparsi qua e là, per quanto poteva vedere la vista del naufrago non scorse nessuno, che come lui si fosse salvato e si convinse che lui solo era l’unico superstite di quella tragedia svoltasi durante la notte.

L’agente cercò anche con lo sguardo anzioso una vela, un vapore che venisse a salvarlo, non scorse nulla.....

La tavola sulla quale era ricoverato, era abbastanza grande e faceva come da barca; ma il naufrago durava molta fatica a starvi attaccato, e le forze cominciavano a mancargli, la sete ardente lo tormentava,l’acqua salata che a quando a quando, gli lambiva le labbra, aumentava i suoi spasimi.

Il sole invocato con tanto desiderio, fu anche esso causa di martirio al poveretto, perché i suoi raggi lo saettavano senza pietà, tanto che spesso era costretto a tuffare la testa nell’acqua per provare un qualche refrigerio.

Passò così quasi l’intera giornata.

—E io,—raccontava il naufrago,—come in una specie di veglia penosa, non avevo conoscenza di ciò che accadeva a me d’intorno, quando ad un tratto mi parve di vedere una gran massa nera, che veniva verso di me: senza neppure sapere con precisione ciò che facessi, mi posi a gridare, fu quello l’ultimo sforzo perché svenni lasciai la tavola e mi sentii travolgere dalle acque.

—Proprio in quel momento,—continuava Righetti,—un marinaio gridò:

—Un uomo in mare?

—L’imbarcazione venne calata e voi foste salvo.

—Sì,—rispondeva l’agente,—però il mio povero compagno è morto; ma è morto anche quel miserabile di Ruiz, per il quale, è mancato poco non andassi a finire in bocca ai pesci.

È facile immaginarsi la gioia di Righetti; l’uomo per buono che sia, è egoista, gl’innamorati poi sono addirittura spietati, e il nostro eroe, ad onta della sua bontà, non poté a meno pensando che Vittoria era libera, dimenticare che unitamente a Ruiz tanti poveretti avevano trovato la morte.

Il comandante del “Furst Bismark ” raccolto il naufrago aveva fatto un giro sul teatro delle catastrofe per vedere se eranvi altri naufraghi da salvare, ma non trovarono nessuno.

Questo appresero Ferroni, Boni e Vittoria dalle lettere inviate da Fanny e da Leonardi e dai giornali italiani, che riportavano per disteso il racconto dell’agente salvato.

Righetti aveva scritto a Vittoria questo breve e commovente biglietto:

Genova 22 Ottobre 1892.

Adorata Vittoria!

“ Dio ha voluto togliere l’ostacolo che si frapponeva fra noi; corro ad abbracciare i miei parenti e torno in New York a portarti con i miei, i baci di quei cari vecchi che mi aspettano frementi di gioia.

“ Bacia il nostro Enrico, ricordami ai nostri benefattori, e pensa a colui che anela il momento di chiamarti la sua sposa diletta.

“ Ti mando mille baci che confido a questa lettera, primo messaggio del

Tuo fidanzato,

RIGHETTI.

Vittoria aveva letto piangendo questa lettera, e cercato avidamente il luogo dove certo Righetti aveva posato le labbra; e vi posò le sue lungamente con un brivido di voluttà.

Enrico vedendo la mamma allegra, le saltò al collo dicendole :—mamma come sei bella quando sorridi.

—Angelo mio,—mormorò Vittoria,—lo zio Righetti ti manda tanti baci.

—Dove sono questi baci, dammeli subito.

—Qui, sulle mie labbra.

Il fanciullo senza capire,baciò e ribaciò la mamma, dicendo:

—Come sono dolci i baci dello zio Righetti.

—E gli vuoi bene?

—Altro; tanto, tanto, un milione di sacchi.

Gli occhi della madre ebbero un lampo di gioia. Come era felice!....

CAPITOLO XXVII.

Gioie pure.

Righetti era ritornato, e accolto dai suoi amici con gioia, da Vittoria con la più affettuosa espansione, dai bravi popolani di Mulberry con un mondo di feste.

Righetti era tornato in tempo per assistere al matrimonio del suo avvocato con la figlia del capo guardiano di Sing Sing, e aveva fatto da testimone; e chi più di lui ne aveva il diritto? Non era stato lui che aveva unito le destre di quei due giovani amanti?

La cerimonia nuziale non ebbe luogo in chiesa, la sposa era protestante, il marito cattolico per cui fu convenuto, che il matrimonio fosse soltanto civile.

Alle nozze intervennero tutti gli amici dell’avvocato.

I due sposi dopo avere offerto un “ lunch ” sontuoso agli amici, partirono per il loro viaggio di nozze, dirigendosi verso la California, dove eterna è la primavera.

—E due,—disse allegramente Ferroni,—e presto diremo : è quattro,—e ciò dicendo il brav’uomo guardava Vittoria e Righetti.

E il giorno fortunato spuntò, anche per coloro che la sventura aveva per tanto tempo martirizzato.

Il matrimonio di Righetti assunse le proporzioni di un vero avvenimento coloniale; anche la stampa americana parlò con simpatia dei due sposi, che venivano chiamati gli eroi di un romanzo della vita reale.

Le nozze di Righetti e Vittoria ebbero luogo nella chiesa italiana di Roosevelt Street,le fanciulle di Mulberry avevano domandato come una grazia di guarnire la chiesa, ed erano riuscite a meraviglia a trasformarla in uno splendido giardino dove i fiori mettevano il loro delicato profumo.

Una sottoscrizione aperta nei quartieri italiani per offrire un regalo agli sposi aveva fruttato una bella somma in pochissime ore, e dall’oreficeria di F. Volpe e fratelli Gallo, i popolari gioiellieri di Mulberry,era uscito per la sposa un elegante braccialetto fatto a catenella e fermato con uno smeraldo, e per lo sposo un elegante remontoir d’oro, che aveva sulla cassa inciso la figura della giustizia, con questa dedica: “I connazionali a Righetti, nel giorno che si compiono i suoi voti.”

Quando una commissione la vigilia delle nozze, si presentò in casa Ferroni per consegnare a Vittoria e Righetti quei doni, avvenne una scena commovente, gli sposi soffocati dalle lagrime, non potevano parlare; Boni cercava di fare un discorso ma non vi riusciva, e anche il capo della commissione, Nannetti, invano cercava le parole per dire quello che pure aveva imparato a memoria. Il poveretto sentiva un nodo alla gola, rideva e piangeva nello stesso tempo e stava lì, con gli astucci in mano, impacciato, confuso; finalmente trovò una soluzione, posò gli astucci sul tavolo e disse :

—Auf! lasciate che vi abbracci mio caro Righetti.

—Con tutto il cuore amico mio.

Quell’abbraccio cordiale, che fu seguito da quello di tutti i membri della commissione ruppe l’incantesimo e Nannetti poté dire :

—Signori sposi, i vostri amici e connazionali, vi offrono nel fausto giorno delle vostre nozze questi modesti ricordi che terrete per memoria. Gli italiani vi amano, sanno che la vostra triste storia principiò in Mulberry; ma loro non hanno colpa se vi sono dei birbanti che tengono delle..... basta lasciamola lì. No, non ci hanno colpa..... perché sono bravi e onesti operai. Ho detto, e ora che siate contenti.

—Amici miei,—disse Righetti vivamente commosso,—io vi ringrazio, ringrazio tutti i miei connazionali, che vollero prendere parte alle mie gioie ai miei dolori. Non dimenticheremo mai questo momento, il cuore degli italiani è buono..... e più non disse che ruppe in pianto.

—Io,—riprese Vittoria,—non posso parlare,dirò solo che la mia riconoscenza per tante prove di affetto sarà eterna.

Ciò detto stese le mani ai membri della commissione, che le strinsero con effusione; Nannetti da buon bolognese depose un bacio rispettoso su quelle mani e insieme al bacio anche una lagrima grossa, grossa, che a tutti i costi era voluta venire giù proprio in quel momento.

Vittoria sorrise.

La chiesa di Roosevelt Street, non era mai stata così bella, né così affollata. Le pareti, le colonne, gli altari, scomparivano addirittura sotto i fiori, che formano all’ altare maggiore uno di quei mosaici, che sono l’orgoglio di Torre del Greco.

Sul pavimento della chiesa dove dovevano passare gli sposi, erano sparse a profusione le foglie di rose, e all’entrata pure in fiori era scritto “ SALVE. ”

Roosevelt Street, appariva tutta imbandierata e quando comparse il corteggio nuziale scoppiarono gli applausi come all’arrivo di un sovrano.

Righetti e Vittoria pallidi dalla emozione entrarono in chiesa, dall’organo piovvero le note di un inno di gioia e un coro di fanciulle intuonò un mistico canto, di una dolcezza infinita.

Fanciulle bianco vestite, fecero ala agli sposi, che interdetti confusi per quella dimostrazione schietta di simpatia e di affetto, provavano una gioia immensa.

All’altare maggiore attendeva il sacerdote nei suoi abiti più belli luccicanti d’oro e di ricami.

Gli sposi presero posto dove era un elegante inginocchiatoio tutto guarnito di fiori bianchi, e vicino ad essi si posero Ferroni, Boni, la signora Ferroni, e notato con gran meraviglia da tutti, indicato a dito, l’ispettore Byrnes,il quale aveva voluto dare all’ex galeotto una pubblica attestazione della sua stima.

Dopo che fu detta la messa, il prete unì in matrimonio Vittoria e Righetti,e quindi pronunziò un breve discorso di circostanza che terminava così:

—Foste provati dalla sventura, e tale scuola insegna a sapere mantenere la felicità quando si è potuta conquistarla.

—Amatevi e le benedizioni del cielo scendano su di voi, da oggi le nere nubi del passato sono scomparse e brilla il più splendido sereno.

—Alla vostra gioia si uniscono quanti vi conobbero e furono edotti delle vostre sventure.

—Siate benedetti!

L’organo intuonò un allegra marcia e i due sposi uscirono mentre, sul loro passaggio si udiva una sola voce :—Siate felici come lo meritate!

Al di fuori della chiesa la folla aspettava, e proruppe in un lungo fragoroso applauso, quando gli sposi comparvero, poi agli applausi seguì una pioggia di confetti e di fiori.

Vittoria baciò ad una ad una, tutte le fanciulle che le facevano corona, Righetti stringeva la mano a tutti, ringraziando con la più schietta espansione. Finalmente le carrozze si misero in moto, si gettarono ancora dei fiori e dei confetti, e poi tutto cessò per dare posto ai commenti di quella cerimonia imponente non mai vista fra italiani. Gli sposi si recarono al City Hall, il Mayor avvisato da Byrnes fino dal giorno innanzi, aveva voluto in persona unire i due giovani dei quali non ignorava le peripezie. Dopo la cerimonia il Mayor Grant ricevé il bacio tradizionale della sposa e offrì ad essa un mazzo di fiori.

A casa Ferroni altre sorprese aspettavano gli sposi, durante la loro assenza i commessi di Tiffany, avevano portato dei regali ricchissimi, erano i doni di Miss Spencher, di Leonardi e della madre sua ; anche l’avvocato e la sua gentile sposa avevano dalla California inviati ricchi presenti, a Vittoria e Righetti.

Boni aveva nascosto il suo regalo, un regalo principesco, fra gli altri, come per sottrarsi ai ringraziamenti ; ma non vi riuscì che Vittoria per prima cosa ebbe fra le mani lo splendido fermaglio di brillanti, e corse da Boni ringraziandolo e baciandolo in fronte.

La famiglia Ferroni naturalmente fece per gli sposi quanto e più, che non avrebbero fatto dei genitori.

Ferroni e la sua signora oltre ai ricchi regali in gioielli, vesti e mobili di lusso, inviarono il giorno stesso del matrimonio cinquecento dollari all’ospedale dell’Italian Home, volendo con un atto di carità vera festeggiare il fausto avvenimento.

Il pranzo di nozze ebbe luogo in casa Ferroni, v’intervenne anche l’ispettore Byrnes, che consegnò agli sposi due anelli di brillanti di una bellezza straordinaria.

Il pranzo era alla fine quando il fattorino del telegrafo portò due dispacci transatlantici, uno diceva così :

“ Auguri affettuosi ai coniugi Righetti, inviano due felici che sortono in questo momento dalla splendida Cappella di S. Lorenzo a Firenze, dove innanzi a Dio e agli uomini furono uniti per tutta la vita.

I coniugi—Leonardi.”

—Bravi,—gridò Boni,—hanno voluto maritarsi lo stesso giorno dei loro amici.

L’altro telegramma Righetti lo lesse con voce tremante, diceva :

“ Il cielo vi benedica, figli miei, nel giorno della vostra unione come io vi benedico, sia questo il mio dono di nozze.

Elena Righetti.”

Vittoria prese dalle mani del marito quel telegramma e lo baciò.

A notte fatta Righetti e Vittoria dopo aver baciato e ribaciato gli amici, lasciarono casa Ferroni avendo Righetti preso in affitto un elegante appartamento alla dodicesima strada.

La Ferroni non voleva staccarsi da Vittoria, abituata ad averla compagna, le pareva di perderla per sempre.

Ma Vittoria piangendo, le promise che sarebbe andata a trovarla sempre. Finalmente la Ferroni si calmò ed i due sposi ed Enrichetto si diressero verso la casa, verso il loro nido.

Quando Righetti dopo avere ricevuto le carezze di Enrico, che si addormentò sulle sue ginocchia, accompagnò la sposa alla camera nuziale il suo cuore batteva forte a spezzarsi, una gioia immensa lo faceva palpitare.

La camera era elegantissima, una lampada opaca vi spandeva una luce mite, mite. . .

Righetti serrò al petto Vittoria, mormorando :

—Ti ricordi la prima volta che ti vidi?

—Ricordo tutto, anima mia, ricordo il tuo amore, le pene che hai sofferto per me.

—E mi ami?

Vittoria non rispose ma afferrò la testa del marito la rovesciò,e lo baciò sulle labbra con ardore.

La gioia più pura vibrò in quella camera nuziale dove aveva principio per due esseri, che lo meritavano, un’esistenza nuova, piena di felicità e dolci incanti . . .

Quasi nello stesso momento che Vittoria e Righetti vedevano esauditi i loro voti ; Boni e Ferroni erano a segreto colloquio.

—Caro Ferroni,—diceva Boni,—leggete questo telegramma dell’extra del “Sun”, leggete a voce alta, voglio sentire se ho capito bene.

Ferroni lesse :

“Melbourne (Australia). È arrivato ieri in porto il vapore “Salisbury” della Reale Inglese con a bordo uno dei naufraghi del “Tirreno” saltato in aria in pieno Oceano Atlantico. È uno spagnuolo bruno, la sua faccia è deturpata come se avesse provato gli artigli di una fiera. Fu raccolto molte miglia distante dal luogo del disastro. Interrogato dai “reporters” ha dato pochissime spiegazioni ; mentre afferma di essere spagnuolo, parla malissimo quella lingua, si crede che sia italiano.”

Ferroni guardò Boni, il quale disse :

—Che ve ne pare?

—Che sia Ruiz?

—L’ho pensato io pure.

I due amici stettero un pezzo muti, accigliati, poi Boni si alzò. Il suo sguardo era ritornato sereno, stese la mano a Ferroni e disse :

—Non parlate a nessuno di ciò ; e non spaventiamoci, se il serpente non è morto, noi veglieremo per la felicità dei nostri amici.

—Contate sempre su me.

—Sì, valoroso soldato del bene.

I due amici si gettarono nelle braccia l’uno dell’altro e stettero per lungo tempo strettamente abbracciati. . . poi si separarono.

Il salvato dal piroscafo “Salisbury” era proprio Ruiz?. . .

Fine del Primo Volume

  1. Il romanzo uscì originariamente a fascicoli e nella stampa la numerazione dei capitoli è irregolare: alcuni numeri si ripetono o mancano. In questa edizione i capitoli sono rinumerati. Qui l’originale ha «CAPITOLO IV.». ↩
  2. Nell’originale «vera penalità»; in questa edizione è reso «vera personalità». ↩
  3. Nella stampa: «restono». ↩
  4. Nella stampa: «l’ alua». ↩
  5. Nella stampa: «Maria». ↩
  6. Nella stampa: «sollecitato». ↩
  7. Nella stampa: «mensogna». ↩
  8. Nella stampa: «effetto». ↩
  9. Nell’originale «triopo»; in questa edizione è reso «tripudio». ↩
  10. Nella stampa: «espiarne». ↩

Annotate

Powered by Manifold Scholarship. Learn more at
Opens in new tab or windowmanifoldapp.org