I MISTERI DELLA POLIZIA
IL DELITTO DI WATER STREET
I MISTERI DELLA POLIZIA
Il Delitto di Water Street
ROMANZO DI
New York
EDITORI FRUGONE & BALLETTO
178 – Park Row – 178
1895.
Entered at Washington, D. C. on the 1st day of February 1895
By FRUGONE & BALLETTO
All rights reserved for translation.
I MISTERI DELLA POLIZIA
DI NEW YORK.
Romanzo Storico contemporaneo di B. CIAMBELLI.
PARTE PRIMA.
IL DELITTO DI WATER STREET.
I.
La neve cadeva con violenza e spinta dal vento si ammonticchiava nelle vie formando delle vere e proprie barriere. New-York,la più grande e rumorosa città dell’Unione Nord Americana, pareva irrigidirsi sotto quello spesso mantello bianco, che impediva di circolare ai tramways, cabs, carrozze e arrestava i treni delle ferrovie elevate, costringendo i suoi numerosi abitanti a starsene in casa.
Da quattro anni, vale a dire dal famoso blizzard del 1888 non si era più vista una simile bufera di neve, e se durava così il disastro sarebbe stato anche peggiore di allora.
Le lampade elettriche, mettevano nei bianchi fiocchi dei colori irridescenti, e i fasci di luce battendo sulla neve riflettevano in modo, da sembrare che la potenza delle lampade fosse centuplicata.
Non si vedeva anima viva per le vie; i policemen stessi se ne stavano rintanati entro i corridoi delle case, o bevevano in qualche “ bar-room ” delle bibite calde; tanto con quel tempo da cani nessuno, neppure i più audaci malandrini si sarebbero avventurati ad uscire dalle loro tane.
Ad un tratto però, da una delle vie che partono dal fiume vicino al ponte di Brooklyn, spuntò in Water Street un uomo tutto imbacuccato, e ricoperto di neve, tanto che da lungi non si sarebbe scorto, perdendosi in mezzo a tutto il bianco che lo circondava.
L’uomo che sfidava coraggiosamente la tormenta, si diresse ad uno di quei luridi “ bar-room,” dove giorno e notte stavano in mostra delle donnaccie della peggiore specie, ruzzolate fin agli ultimi limiti della degradazione umana, invecchiate innanzi tempo nei vizi più turpi, e che passavano la loro vita in un’orgia continua, stordite dai liquori, inebetite dai colpi dei loro amanti, per i quali vendevano il loro corpo disfatto e immondo ad esseri abbietti, come esse e più di esse.
Il Reverendo Parkhurst non aveva nel 1892—epoca nella quale principia questa veridica storia—ancora iniziata la sua crociata, e di quei lupanari immondi in Water Street se ne contavano parecchi, e la polizia ad onta della legge, lasciava che il fango corresse per la sua china.
L’uomo intabarrato prima di entrare nel “ bar-room ” verso il quale si era diretto, tentò guardare attraverso ai cristalli, ma non poté scorgere nulla, che un denso vapore gli rendeva opachi; allora mise la mano sulla maniglia, aprì ed entrò risolutamente.
—Ecco un orso bianco—gridò una megera che beveva stando seduta sulle ginocchia di un marinaio.
—È vero, è vero!—gridarono diverse voci.—Evviva l’orso bianco se ci paga un giro.
Lo sconosciuto abbassò il cappuccio, scosse il suo cappotto, poi volgendosi al garzone che stava dietro il banco, disse con la massima indifferenza:
—John, date da bere a tutte queste signore e signori.
Scoppiò un “urrah” formidabile.
John però indugiava ad eseguire l’ ordine; non ne capitava mai dei clienti così splendidi, e temeva di essere truffato; lo sconosciuto comprese il latino e gettò sul banco una moneta d’oro da dieci scudi dicendo :
—Vi bastano?
Il volto di John si illuminò, e fatto un inchino si rivolse ai suoi clienti e disse:
—Cosa desiderate bere? Paga il signore.
—Whiskey, whiskey,—gridarono uomini e donne.
—Chi non beve whiskey,—esclamò una donna ancora giovane,—col tempo che fa, merita di essere linciato.
—Brava Blanche! Ben detto!—si gridò da ogni parte.
Il whiskey, uno di quei whiskey che bruciano come il fuoco, fu versato e bevuto fra brindisi clamorosi.
Lo sconosciuto intanto erasi avvicinato ad un tavolo, dove stava un giovane pallido, dallo sguardo brillante e bellissimo, che non prendeva parte alla generale allegria e non vuotava il suo bicchiere di whiskey.
—Non bevete amico?—domandò lo sconosciuto.
—No.
—Perché?
—Ciò riguarda me.
—Avete ragione, scusatemi—poi abbassando la voce aggiunse:—Come sta Mary?
Il giovanotto si alzò di scatto, il suo pallore erasi fatto livido, le sue labbra bianche tremavano, e lo sguardo si volgeva da ogni parte smarrito.
—Va bene, siete voi che cerco. Ricomponetevi; io uscirò, seguitemi.
—Ma. . . .
—Non una parola; seguitemi in nome di Mary.
—Obbedirò,—balbettò il giovinotto.
Lo sconosciuto si diresse verso la porta; quattro o cinque donne gli si pararono dinanzi facendogli mille moine.
—Come! Sarebbe andato via così senza gettare il suo fazzoletto ad una di loro? Sopra il “ bar-room ” eravi un Hotel molto pulito, dove passare la notte, la neve cadeva troppo forte per andarsene, bisognava restare.
—Sicuro restare,—aggiungevano in coro gli uomini.
Lo sconosciuto alzò fieramente la sua testa bionda, il suo sguardo si volse tranquillamente a rimirare coloro che lo circondavano e con voce calma, ma ironica, disse:
—Ben volentieri resterei in sì amabile compagnia, ma un’affare urgente mi chiama altrove.
—È una spia,—disse un marinaio alto come un gigante, un’ irlandese dai capelli rossi, con la faccia piatta e ripugnante.
—Una spia!—Tutti si levarono in piedi minacciosi.
Lo sconosciuto alzò le spalle con noncuranza, e spinte via le donne che lo circondavano, mise la mano sulla maniglia della porta per andarsene.
Il marinaio irlandese gli fu sopra e stava per colpirlo a tradimento col suo pugno grosso come un mazzapicchio.
Un grido del giovane col quale lo abbiamo visto scambiare poche parole, lo avvisò del pericolo che correva, egli allora si voltò, le sue braccia si stesero come molle di acciaio e il marinaio colpito in pieno volto ruzzolò sul pavimento in mezzo alla sorpresa generale.
Gli altri a quella lezione, che dimostrava come lo sconosciuto avesse dei pugni di ferro, si ritrassero spaventati; quella non era gente da mettere paura, le loro prodezze si esplicavano coi deboli, ma innanzi ai forti divenivano più vili dei conigli.
Lo sconosciuto con la massima indifferenza aprì la porta e seguito dal giovanotto uscì dal “bar-room.”
II.
Quando i due uomini furono nella via, rialzarono il colletto dei loro pastrani e quindi si diressero verso Park Row; la neve seguitava a cadere...Lo sconosciuto disse al suo compagno:
—Sarà necessario andare a piedi; il tragitto è molto lungo.
—Verrò dove vorrete, se è vero che venite in nome di Mary.
—Essa ci aspetta.
—Ci aspetta?
—Sì.
—Dite la verità?
—Diamine, perché dovrei ingannarvi?
Mary ha bisogno di voi e desidera parlarvi.
—E voi chi siete?
—Io?. . . . . .
Un sorriso misterioso sfiorò le labbra dello sconosciuto, ma il giovanotto non vide quel sorriso, e aspettò la risposta alla sua domanda, questa non venne subito ed egli ritornò a ripeterla.
Lo sconosciuto impazientito rispose:
—È inutile per via dirvi chi sono, se volete darmi un nome, chiamatemi Tom.
—Rispetterò il vostro segreto, solo ditemi se mi conoscete.
—Certo che vi conosco, vi chiamate Pietro Porter e siete figlio di. . . . . .
—Basta così, non pronunziate altro nome.
—Come vi aggrada.
Stentatamente, sprofondando nella neve, erano intanto giunti in Park Row al principio di Bowery; la strada che in generale notte e giorno è sempre affollata, appariva deserta: colui che per ora chiameremo Tom, disse a Porter:
—Saliamo alla stazione dell’ Elevated, può darsi che qualche treno vada, perché se dobbiamo continuare la nostra strada a piedi arriveremo gelati.
Salirono; la stazione era piena di gente che aspettava anziosamente un treno promesso dagli impiegati della ferrovia e che doveva partire entro pochi minuti dal City Hall,essendo il binario quasi interamente sgombrato della neve.
Infatti dopo poco si videro i fanali bianchi del treno che si arrestava alla stazione di Chatham Square; non appena i conduttori ebbero aperto i cancellini di ferro, la folla si precipitò verso il treno e successe una ressa tale che nessuno poteva entrare.
Tom, tenendo per mano Porter, si aprì a viva forza un passaggio fra la folla, e siccome volevano trattenerlo aprì il suo tabarro e coloro che gli erano attorno videro brillare sul suo petto la placca d’oro dei capitani di polizia, e si ritrassero per lasciarlo passare.
Quando Tom fu nel treno si volse allegramente al suo compagno e gli disse:
—Abbiamo avuto fortuna, un altro treno non correrà che fra due o tre ore.
I vagoni erano pieni,la gente vi stava pigiata come in un barile di sardelle; ma nessuno si lamentava, neppure quelli condannati a stare sulla piattaforma e che erano sferzati dalla neve che gli acciecava.
Il treno andava lentamente, e quando passava dalle stazioni piene zeppe di gente che aspettava anziosamente, avvenivano delle scene violente, perché tutti volevano salire e lo spazio mancava,e quelli che dovevano scendere,erano obbligati ad usare la forza per aprirsi un varco.
Pietro Porter poteva avere venticinque anni, era bruno come uno spagnuolo, e il suo occhio nero, grande, bellissimo, affascinava e spiccava in modo strano sul pallore cadaverico del volto, sul quale si disegnavano delle rughe profonde e precoci.
Vestiva un abito dal taglio elegante ma logoro; i suoi pantaloni avevano il fondo strappato che si posava sopra delle scarpe scalcagnate e rotte in più parti, il suo paltò, certo uscito da una sartoria alla moda, mostrava la corda; il colletto di velluto appariva consumato e sudicio, e gli occhielli che trattenevano bottoni di diverse qualità, mostravano il bianco della fodera; il cappello che gli copriva i capelli neri e ricciuti era scornato e sudicio, la tesa rotta in due o tre parti.
Tom mentre il treno correva,guardava e notava tutto ciò, e un sogghigno da far paura gli sfiorava le labbra mentre pensava:
—Fra me e Mary, ne faremo ciò che vorremo, e la ricca e potente Annie Porter Anderson l’avrà a fare con noi.
Quando il treno si arrestò alla 32ª strada, Tom si rivolse a Porter e gli disse:
—Siamo giunti.
Porter trasalì vivamente e per un momento il pallore del suo volto si tinse di rosa.
A stento riuscirono a giungere sulla piattaforma e di là con alcune gomitate bene date, poterono lasciare il treno.
Quando furono in strada, la neve non cadeva più con tanta violenza, il vento soffiava con minor forza; forse era la fine del blizzard.
Tom prese per il braccio di Porter e gli disse:
—Fra poco saremo presso a Mary, vi avverto per il vostro bene di non fare recriminazioni di sorta; voi avete verso di lei dei gravi torti, mostratevi pentito, non prendete arie da padrone, e tutto si accomoderà.
—Sarò suo schiavo,—rispose Porter con accento convinto.
—Questo è parlare da saggio. Del resto essere incatenato da mani così belle e gentili come quelle di Mary, deve essere una gran soddisfazione.
Erano giunti alla casa di Mary. Tom toccò il bottone di un campanello elettrico e subito la porta si aprì, salirono al primo piano; dalla porta di un’elegante appartamento uscivano fasci di luce. Tom spinse Porter nella sala d’aspetto e gli mormorò:
—Per ora la mia missione è finita, Mary vi dirà cosa si vuole da voi.
Pietro non ebbe tempo di rispondere,che si trovò in presenza di Mary, che gli stese le braccia mormorando:
—Finalmente ti rivedo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
III.
Quasi nello stesso momento che Tom entrava nel lurido “ bar-room ” di Water Street, dall’aristocratica abitazione dei Porter-Anderson nella Quinta Avenue, usciva avvolta in largo mantello nero una donna.
Essa andava a stento, il suo passo era incerto, i suoi piedi sprofondavano nella neve, e il vento tentava atterrarla; ma essa si arrestava un momento e quindi continuava a camminare,mentre le sue vesti si infradiciavano e il mantello diveniva tutto bianco.
—Purché abbia la forza di arrivare fino alla cassetta delle lettere, poi che venga pure la morte.
Finalmente al chiarore della luce elettrica scorse la sospirata cassetta e gettò un grido di gioia, ma volle correre troppo presto e impacciata dalla neve che la tratteneva cadde a terra; il cappuccio del mantello si rovesciò e allora apparve la pallida testa di una vecchia dai nobili lineamenti, dai capelli bianchissimi; la poveretta con grandi sforzi poté rialzarsi sulle ginocchia, quindi dopo essersi riposata alquanto in quella posizione si levò in piedi; la cassetta delle lettere era a due passi da lei, essa vi si precipitò sopra e l’afferrò come se avesse paura che la portassero via, allora con la mano tremante frugò nel seno e ne trasse un plico, che gettò entro la cassetta; si udì un rumore sordo sordo sul fondo di ferro della cassetta, e la vecchia dette un lungo sospiro di soddisfazione e riprese la via del ritorno;il tragitto non era lungo, eppure tre volte cadde fra la neve, e tre volte si rialzò senza l’aiuto di nessuno,imperocché la Quinta Avenue era deserta.
Giunta alla sua abitazione, spinse la porta che era aperta, e con mille precauzioni, per non essere udita dai servi che stavano nel “basement” a bere e a scaldarsi, si diresse al suo appartamento; quando fu in camera si levò il mantello, si tolse le scarpe tutte umide e ricoperte di neve, poi gettandosi in ginocchio innanzi ad un grande crocifisso d’avorio, mormorò una prece che partiva certo dal cuore.
Quella preghiera parve rianimarla, si alzò senza traballare e si assise nella sua poltrona innanzi ad un grazioso mobile di ebano tutto intarsiato di avorio e madreperla, aprì uno dei cassetti e ne tolse la metà di un ritratto di donna giovane e bella, lo contemplò a lungo, poi lo posò sulla scrivania e lo coprì con un pressa carte d’argento, splendido lavoro che ricordava i ceselli di Benvenuto Cellini.
Ciò fatto toccò il bottone di un campanello elettrico, una vispa cameriera dai capelli rossi, con lo sguardo ardito, il portamento provocante, comparve e aspettò gli ordini della padrona, la quale le disse:
—Avvisate Miss Rosie che desidero vederla.
La cameriera fece un’ inchino ed uscì, e poco dopo Rosie entrava nella camera della vecchia signora e le domandava con premura conto della sua salute.
—Sto meglio di oggi questa sera.
—Che Dio sia ringraziato o signora.
La vecchia attirò a se Rosie e la baciò con affetto, delle lagrime di gioia sgorgarono dagli occhi della fanciulla commossa per tanta affezione.
Rosie era la lettrice di Mrs. Annie Porter Anderson, vedova da venti anni, ricca a milioni, e madre di George Porter Anderson, un dissoluto della peggiore specie, che trascinava nel fango un nome onorato e stimato in tutti gli Stati Uniti.
Rosie da tre anni occupava quel posto presso Annie, che l’aveva condotta dalla Scozia insieme al padre suo, che nella casa funzionava da intendente.
La fanciulla non aveva al certo più di 17 anni; i capelli neri leggermente ondulati incorniciavano il suo volto di un pallore aristocratico, che faceva risaltare la vivezza dei suoi occhi di una dolcezza infinita;non alta di statura, la taglia aveva elegante, la vita flessuosa, e in ogni sua muovenza metteva una grazia seducente; sulle sue labbra molto pronunziate, aleggiava un sorriso così buono che incantava, e nessuno si meravigliava che la sua padrona la trattasse come una figlia.
Rosie prese sul tavolo un libro elegantemente rilegato, lo aprì, e stava per principiare la lettura solita, quando Annie le disse:
—Cara Rosie, questa sera ho bisogno di parlare con te, lascia adunque il libro e ascoltami.
—Parlate signora, sono ben felice di ascoltarvi.
IV.
Annie guardò con affetto la fanciulla e poi le disse:
—Rosie, mi ami?
—Con tutta l’anima, come se foste mia madre.
—Tua madre?. . . .
E nel dir ciò le guancie di Annie si imporporarono e le sue labbra tremarono.
—Sì o signora,—riprese la fanciulla,—come mia madre, che io non conobbi mai.
—È vero. . . .
—Fin da bambina io vi vidi quando venivate a passare qualche mese in Scozia, vicino al villaggio dove io cresceva allevata amorevolmente dal padre mio. . . . .
—E anche allora mi volevi bene?. . . .
—Sempre, e tre anni or sono quando proponeste al padre mio di seguirvi in America, io provai una gran gioia.
—Cara fanciulla,—mormorò Annie con gli occhi pieni di lagrime.
—E dal giorno che sono qui, mi trattaste con tanto amore, foste così buona con me e col padre mio, che non saprei mai e poi mai ricompensarvi.
—Io sono già ricompensata ad usura!—esclamò Annie,—perché le parole che tu mi dici, mi fanno tanto bene e mi forzano a versare lagrime di gioia, io che ne verso tante di dolore e di angoscia.
Rosie trasalì vivamente, e il suo volto si coprì di rossore.
—Comprendi anche tu chi è che mi fa piangere.
La fanciulla abbassò il capo, e non rispose.
Annie la guardò fissamente, poi quasi che la luce si facesse ad un tratto nella sua mente, afferrò le mani di Rosie, la scosse e con voce tremante domandò :
—Anche te fa piangere quel miserabile?
Un singhiozzo che non poté trattenere fu la risposta che Rosie dette alla sua padrona, che si rizzò pallida e fremente e:
—Cosa ti ha fatto? Parla per l’amore del cielo, parla se non vuoi che muoia.
Rosie spaventata si gettò ai ginocchi di Annie e balbettò:
—Una notte penetrò nella mia camera..... e.....
—Parla, parla Rosie, tu non sai le pene che soffro in questo momento.
—Tentò farmi violenza.
—Tentò? dunque non riuscì!—Annie dette un sospiro di sollievo.
—No, non riuscì; seppi difendermi, minacciai di ucciderlo come un serpente e fui salva.
Annie strinse fra le sue braccia Rosie piangente, ma ad un tratto la stretta di Annie si rallentò e le sue braccia caddero inerti sopra i bracciuoli della poltrona.
Rosie accorgendosi che la sua padrona non dava segno di vita,gettò un grido terribile, stava per correre a chiamare aiuto quando lievi, lievi, come un soffio uscirono dalle labbra di Annie queste parole:
—Non chiamare nessuno. . . . è passato. . . . mi sento meglio. . . . e ho bisogno di parlare con te.
V.
Annie a poco a poco si rimise, le forze le ritornarono e il suo volto si colorò di nuovo.
—Ho creduto di morire!—mormorò la povera donna.—Ascoltami Rosie,lo sento, sono condannata, il medico stesso non spera più, la morte aleggia intorno a me, ed è d’uopo che prima che essa trionfi tu sappia quello che io ho il dovere di dirti.
—Signora, non parlate così, non parlate così!
—Perché illudersi! Non è da oggi che sono condannata, e mio figlio quello sciagurato a cui il padre ha lasciato un nome illibato, una fortuna principesca e da lui dilapidata nelle orgie più infami rotolandosi nel fango come il più abbietto degli uomini, ha segnato quella sentenza di morte e con i suoi delitti ne affretta l’ esecuzione.
—Signora! Signora!
—Comprendo quanto ti facciano male le mie parole; ma dirò la verità.
Rosie piangeva a calde lagrime, essa pur troppo sapeva che la adorata padrona non avrebbe durato a lungo per i dispiaceri continui che le dava un figlio ingrato e perverso.
—Non piangere Rosie,—continuò Annie,—e ascoltami bene: è d’uopo che tu lasci questa casa.
—Io lasciarvi?..
—Sì.
—Mi scacciate?—mormorò con accento straziante la fanciulla.
—No, no, non ti scaccio; ma dopo quanto mi hai detto di. . . . di mio figlio è d’uopo che il tentativo di violenza non si rinnovi; sarebbe un delitto senza nome.
—Non si ripeterà, io veglio e il babbo pure.
—Ma io ho paura, e voglio che tu ritorni in Scozia, verrò a morire là nella tua patria, che è poi la patria dei miei genitori.
—Se verrete voi pure, o allora sono pronta a partire anche subito; ma non dite signora, non pensate che appunto quando avete bisogno delle cure più affettuose io vi lasci, no, mille volte no; partiamo, andiamo in Scozia, l’aria salubre che colà si respira, la quiete grande che vi regna, vi renderanno la salute, la vita. . . . Senza di voi signora non potrei vivere.
—A questo punto mi ami?—domandò Annie nel cui sguardo brillò un lampo di gioia.
—Sì o signora, perché di questo amore ne siete degna, perché io vi considero come la madre mia.
—La madre tua?
—Certo, e quando la notte in sogno la mamma viene a visitarmi essa ha il vostro volto, la vostra voce, i suoi baci sono pieni di fuoco come i vostri. . . .
Annie erasi alzata dalla poltrona il suo volto risplendente di gioia appariva trasfigurato le sue braccia si stendevano verso Rosie, e dalle sue labbra uscì il grido che irrompeva dal cuore:
—Rosie, figlia mia, vieni sul seno di tua madre!
Rosie provò una gioia inenarrabile, il sangue le affluì al cuore con violenza, barcollò stava per cadere, quando le braccia di Annie l’afferrarono e la strinsero con forza. . . . . . . . . . .
VI.
Madre e figlia stettero a lungo abbracciate, poi Rosie si staccò da quella stretta febbrile e guardò estasiata Annie, che non appariva più vecchia e sofferente.
Annie Porter Anderson infatti non aveva più di 45 anni; ma le sofferenze continue, un doloroso segreto che da 18 anni trascinava come il forzato la sua catena l’avevano invecchiata innanzi tempo, e suoi capelli biondi, quelle meravigliose treccie che formavano l’ammirazione di tutti erano divenute bianche per qualche terribile avvenimento,quale non erasi mai potuto fare la luce; ma che i lettori conosceranno nel corso di questa storia.
Rosie dopo avere guardato a lungo la madre, si inginocchiò e disse :
—Madre mia beneditemi.
—Che il cielo faccia scendere sul tuo capo ogni bene figlia mia, e mantenga sempre lontana la sventura. Ed ora alzati, siedi a me vicina e ascoltami.
Rosie si assise sopra un guanciale di velluto e posò la testa bruna sulle ginocchia della madre che continuò:
—Il segreto che mi è uscito dal labbro, lo avresti saputo dopo la mia morte, io temeva di arrossire innanzi a te nello svelartelo. Vi sono cose che ora non puoi e non devi comprendere, ti basti però il sapere che sento come Dio abbia perdonato il mio fallo, perché dal momento che ti chiamai figlia la pace e la gioia è ritornata nel mio cuore, e vorrei vivere per provare a te vicina la felicità che da tanti anni mi fu negata.
—Vivrete, vivrete, madre mia; io lo voglio, sarebbe orribile che vi perdessi dopo avervi trovata.
Annie scosse mestamente il capo, poi si abbassò sulla figlia e le baciò gli occhi dolcissimi dove luccicavano le lagrime, e quindi riprese:
—Io debbo pensare al tuo avvenire; sono la padrona assoluta delle mie ricchezze; mio figlio ha scialacquato tutto quanto gli perveniva da suo padre ed io non voglio, comprendi,non voglio che le sostanze accumulate dai miei genitori a forza di onestà e di lavoro, vadano a terminare su i tappeti verdi delle bische, o nelle mani delle donne perdute.Ma ti sarebbe preparato un avvenire pieno di lotte se io ti adottassi e apertamente dessi a te la mia ricchezza, che consistevano in maggior parte in terre e proprietà in Scozia.
Annie si fermò alquanto, il suo respiro si era fatto affannoso, e appariva stanchissima per lo sforzo fatto.
Rosie se ne accorse e disse:
—Mamma, mi direte tutto ciò un’ altro giorno, riposatevi ora, la stanchezza vi opprime.
—No, no,—rispose essa con energia,—debbo dirti tutto, ho il presentimento di qualche grave sciagura. . . .Le mie proprietà di Scozia adunque, furono alienate e la somma di ottantamila lire sterline è depositata nelle mani del banchiere Baring di Londra; quella fortuna è tua, e solo a te il banchiere la consegnerà, poiché io ti darò un mezzo infallibile di riconoscimento.
Ciò dicendo, Annie prese il mezzo ritratto che aveva posato sulla scrivania e lo consegnò a Rosie dicendo:
—Pochi momenti prima che ti facessi chiamare, io stessa ho potuto impostare una lettera per la casa Baring di Londra, in quella lettera vi sono le mie istruzioni, e l’altra metà di questo ritratto; ora il banchiere non consegnerà la somma che alla persona la quale gli presenterà la fotografia dimezzata che tieni fra le mani, e che tu mi devi giurare di non consegnare ad alcuno qualunque cosa avvenga.
—Madre mia, ve lo giuro,—rispose Rosie mettendosi il mezzo ritratto nel seno.
—Come pure devi giurare di non rivelare mai e poi mai il segreto della tua nascità; è dell’onore del mio nome che si tratta.
—Madre, soffrirei qualunque tortura prima di lasciarmi sfuggire una sola parola di quanto mi avete detto.
Annie si rovesciò di nuovo sulla poltrona i suoi occhi si chiusero, e il volto divenne livido.
Rosie gettò un grido di terrore, ma si rianimò perché la madre riaprì gli occhi e sulle sue labbra aleggiò un mesto sorriso.
—Vado soggetta a queste sincopi da qualche tempo a questa parte, non spaventarti adunque, ed ora va e manda qui l’uomo che credesti tuo padre, che come tale ti ama, a lui ho bisogno di dare le mie istruzioni.
Rosie baciò la madre e si diresse verso l’uscita, stava per giungervi, quando Annie assalita dal desiderio di stringere ancora una volta al seno la figlia adorata la richiamò con un grido in cui trasfuse tutta l’anima sua.
La scena patetica che ne seguì durò alquanto; finalmente Annie si staccò dalle braccia della figlia che col cuore colmo di gioia e di speranza lasciò la stanza dove per la prima volta aveva palpitato il suo cuore di figlia.
VII.
Quando Annie fu sola, prese dal cassetto un’ampolla, versò alcune goccie del contenuto in un piccolo cucchiaio di argento, che portò alle labbra con gesto risoluto.
Non appena il liquore fu assorbito, il volto di Annie divenne roseo, i suoi occhi luccicarono, la persona si rialzò fieramente, tanto che pareva che fosse avvenuto un miracolo, e che le goccie bevute altro non fossero che quel famoso Elixir di lunga vita di cui parlano le leggende.
—Il medico ha ragione,—mormorò essa,—questo prezioso liquore dà la forza; esso forse affretta la distruzione dell’organismo; ma io ho bisogno di resistere fino a quando l’avvenire di mia figlia non sia assicurato.
Fu bussato all’uscio.
—Entrate,—disse Annie.
Un uomo forte e robusto, aitante della persona, dalla fisonomia franca e leale entrò.
—Buona sera Henry,—disse Annie.
—Buona sera signora. Rosie ha detto che volete parlarmi, ed io sono accorso alla vostra chiamata, quantunque non sia l’ora consueta delle mie visite.
—Vi ringrazio, so bene che posso contare sopra di voi giorno e notte. I domestici sono a letto?
—Credo; si annoiavano a stare in casa, e uscire col tempo che fa non è possibile.
—Nevica ancora?
—Meno di un’ora fa, ma vien sempre giù abbastanza fitta.
—Sedete Henry, dovrò intrattenervi a lungo.
Henry si assise in una poltrona e Annie si accingeva a parlare, quando fu leggermente bussato alla porta.
—Chi è?—domandò impazientita Annie.
—Io signora, che vengo a domandarle se vuole la solita pozione di ogni sera,—disse la cameriera attraverso all’uscio.
—No, Bertha, non voglio nulla e andate pure a letto, in caso di bisogno suonerò.
—Buona notte signora!
—Buona notte Bertha.
Si udirono i passi della cameriera che si allontanava, e Annie così principiò il suo dire:
—Henry, voi conoscete il segreto che da tanto tempo mi opprime, siete un vecchio e fedele servo ed io prima di ogni cosa vi ringrazio per quanto faceste per me, per quanto avete fatto per mia figlia.
—Signora,io nacqui nelle terre di vostro padre, appartengo ad una famiglia che da duecento anni è beneficata dai vostri, e quanto feci, era il mio dovere.
—Per quanto io viva tranquilla sull’avvenire di Rosie, di Rosie che da pochi momenti sa chi io sia per lei.
—Come. . . . le diceste?
—Tutto.
—Così sa che non sono suo padre?
—Lo sa.
—Non mi amerà più,—mormorò mestamente Henry.
—Come non vi amerà più? Voi calunniate Rosie; essa ne sono certa, avrà per voi lo stesso inalterabile affetto di prima. Il suo cuore è buono, e comprende che un padre non avrebbe fatto per lei quanto voi faceste.
A quelle parole il volto di Henry erasi rasserenato, la signora continuò:
—Voi sapete che io non ho lungo tempo a vivere. . . .
—Chi lo dice,—interruppe il fedele scozzese,—i medici forse? Essi si ingannano certo, non vi vidi mai tanto in salute come questa sera, il volto avete roseo, gli occhi brillanti, sembrate ringiovanita.
Annie scosse mestamente il capo e poi disse:
—Sia pure, ammettiamo che io sia piena di salute, di forza, di vita; ma una disgrazia può sempre accadere, ed io ho il presentimento che questo accadrà, per cui desidero, intendete bene, desidero che tu e Rosie ritorniate in Scozia al più presto possibile.
—Ma. . . .
—Non interrompetemi. Colà io non possiedo oramai che la casa dove nacqui e la fattoria che vi è annessa dove vi sono i vostri parenti.
—E tutte le proprietà?
—Vendute.
—Vendute?
—Sì, era d’uopo che la maggior parte della mia fortuna fosse in contanti perché Rosie non restasse nella miseria.
—Comprendo.
—Mia figlia ha ora nelle mani il mezzo per farsi consegnare una fortuna, la sua fortuna, la sua dote, ottantamila lire sterline. Tu partirai fra due giorni per la Scozia; se la mia salute lo permetterà vi raggiungerò subito, altrimenti sarà fatta la volontà di Dio.
—Ma non sarebbe meglio restare qui e assistervi in caso di bisogno?
—No, è d’uopo che Rosie non resti più a lungo in questa casa, ho paura, capisci paura!
—Di vostro figlio?
—Sì.
Henry restò alquanto pensieroso e poi disse :
—Avete ragione, è meglio partire.
Annie levò da un cassetto un grosso involto legato da un cordoncino di seta, che essa volle rompere ma non vi riuscì; cercò le forbici, non le trovò; allora domandò a Henry un temperino, questi tolse dalla tasca un grazioso coltello scozzese e il cordoncino di seta fu tagliato, e allora aperta la carta si scorsero parecchi pacchetti di biglietti di banca.
Annie prese dieci di quei graziosi pacchetti e disse ad Henry: Sono diecimila dollari, quanto basta per le spese di viaggio e per vivere un poco di tempo senza avere bisogno di nessuno quando sarete in Scozia.
—Ma è una somma troppo grossa,—balbettò il servo fedele.
—Mia figlia è ricca, e deve non mancare di nulla.
—Va bene. Quando dobbiamo partire?
—Fra due giorni fa rotta alla volta d’ Inghilterra il City of Rome, partirete con quel piroscafo.
—Così presto?
—Ho detto che ogni indugio potrebbe essere fatale.
—Partiremo. Ma promettete di raggiungerci presto.
—Appena lo potrò. Sarei felice di morire nella mia bella Scozia, dove tante gioie provai e tanti dolori.
—Oh! l’ uomo infame che avvelenò la vostra esistenza se mi capitasse fra le mani vorrei strappargli il cuore.
Annie fu presa da un nuovo svenimento, Henry spaventato corse alla porta, l’aprì con forza e indietreggiò vedendosi innanzi interdetta e rossa dalla vergogna la cameriera Bertha, alla quale in tono risentito disse:
—Stavi ad ascoltare alla porta.
—No, ma ho creduto che la padrona avesse chiamato, ed era accorsa.
Henry non stette a discutere e si valse dell’opera di Bertha per fare ritornare in sé la padrona che appena aprì gli occhi e scorse Bertha disse:
—Chi vi ha chiamato?
—Sono io,—rispose Henry,—che ho chiamato aiuto.
—Andatevene a letto Bertha, non ho più bisogno di voi, io pure mi ritiro nella mia camera, Henry ci vedremo domani.
Bertha ed Henry uscirono, ma Annie non andò a letto, tolse dallo scrittoio dei pacchi di lettere che gettò nel caminetto dove il carbon fossile bruciava incoronato da una fiamma azzurrognola.
Poi fu la volta di nastri, di fiori, di ricordi di ogni genere ,memorie di un passato del quale Annie voleva disperdere ogni vestigia.
Quella operazione durò a lungo, l’orologio segnava mezza notte, nei vetri martellava la neve che continuava a cadere, un silenzio di tomba regnava in tutta la casa e Annie, silenziosa e intenta a quell’opera di distruzione, quando veniva rivestita dai raggi della fiamma prodotta dalla carta, dalle carte bruciate, sembrava un fantasma intento a far sortilegi.
Ad un tratto,quel silenzio pauroso fu interrotto dal rumore della chiave che faceva scattare la molla della serratura della porta d’ingresso.
Annie tese l’orecchio, poi mormorò :
—George che rientra, come così mai presto?
Quella novità le fece provare un brivido di spavento, che aumentò quando intese battere alla porta della sua camera, tanto che fu con un soffio di voce che domandò:
—Chi è?
—Sono io mamma, che devo parlarti.
—Ho bisogno di andare a letto, non sto bene.
—In due parole ti sbrigo subito, non dubitare; via non farmi fare anticamera, perché entro anche senza il tuo permesso.
E George Porter Anderson, alle parole facendo seguire il fatto, entrò nella camera di sua madre, che indietreggiò vedendolo pallido, con gli occhi anneriti e il volto ammaccato e contuso.
—Ti faccio paura mamma?—Sogghignò George.
—No; mi fai pietà,—rispose Annie che aveva riacquistata intera la sua presenza di spirito.
—Pietà! e perché?
—Perché tu meni una vita che ti condurrà a mal partito, una vita indegna del nome che porti.
George scrollò il capo, e con accento ironico disse:
—Il mio nome io lo conservo molto bene, ma non posso metterlo sotto una campana di cristallo o in un barattolo di spirito ed esporlo all’Huber Museum come un fenomeno. Del resto chi è senza peccato scagli la prima pietra.
George pronunziò queste ultime parole con tanta ironia che Annie ne fu spaventata.
George era giovane ancora; ma sul suo volto tutt’altro che bello si vedevano le traccie della vita dissoluta che menava.
Di lui se ne raccontavano di ogni colore; ma sembrava che qualche occulta potenza, lo proteggesse perché mai la polizia si occupò di lui, anche quando a voce alta lo si accusava di colpe che avrebbero aperto subito il carcere ad un altro.
George Porter Anderson non aveva nulla dell’aristocratica apparenza della madre, il suo volto completamente sbarbato, era angoloso, il naso schiacciato, le labbra grosse, la fronte bassa, aveva incorniciata da capelli rossi, alto di statura, le sue spalle sembravano quelle di un Ercole, le mani aveva grandi oltre misura e ricoperte di peli rossi, il suo pugno doveva essere terribile, ed egli ci teneva a passare per un pugilista, essendo fanatico di quell’esercizio bestiale che ha reso celebri i Sullivan e i Corbett, bruti che gli americani salutano come eroi ed elevano agli onori del trionfo.
Più di una volta i pugni di George avevano abbattuto gli avversari, e da Steven Brodie in Bowery, nel “bar-room ” dove si davano convegno tutti i pugilisti e gli Atleti, se ne parlava con gran rispetto, per quanto si dicesse che gli mancava la scuola.
George passava il suo tempo fra i Clubs ginnastici, le sale da giuoco, i lupanari più immondi, dove andava a ruggire i suoi amori da animale immondo.
A venti anni padrone della sua fortuna, l’aveva dilapidata nel modo il più indegno, gettando il denaro senza contare e destando il ribrezzo e il disgusto in quanti conoscevano la famiglia Porter, la stimavano e sentivano dolore nel vedere come il figlio di un generale che era registrato nella schiera dei gloriosi e dei valorosi, avesse di tanto tralignato.
Sul principio la madre con le buone aveva tentato richiamare sulla retta via lo sciagurato, poi aveva adoprata la severità, tempo perso; George non ascoltava i consigli e si ribellava alle reprimande, ed era giunto per sino a minacciare la madre sua, e questa dal giorno che vide il pugno del figlio levato minaccioso sopra di lei, non aveva più mai detto una parola di rimprovero al figlio ingrato, che seguitò a rotolare nel fango, nel quale stava a suo bell’agio.
Quella sera adunque che George entrava nella camera di sua madre,era alterato dai liquori bevuti senza risparmio, i suoi occhi di un celeste chiaro e smorto luccicavano come quelli di un gatto, la faccia quasi paonazza appariva ancora più ripugnante del solito.
La madre vide tutto ciò e provò una stretta al cuore, e tutto il suo essere si rivoltò innanzi a quel bruto che pure era suo figliuolo, e con voce severa disse:
—Ebbene George, che cosa cercate qui?
—Salutarvi, madre mia, diamine è tanto tempo che non vi vedo.
—Potevate risparmiarmi anche questa notte la vostra visita, specialmente nello stato che siete.
—Stato?. . . . Ma io sono perfettamente in gamba, ho bevuto qualche bicchiere di whiskey per riscaldarmi, fa un tempo da lupi, anzi da orsi del polo.
—Bene, dite presto, voglio andare a letto, poi non mi piace trovarmi con voi, è troppo quello che fate e non potrei contenermi.
—Quello che faccio? Ma nulla di male madre mia, nulla, proprio nulla.
—E la fortuna che avete dissipata?
—Era mia; poi mi resta la vostra.
—La mia?
—Già la vostra,—rispose sorridendo ironicamente George.
Annie tacque alquanto, poi rivolse al figlio uno sguardo di disprezzo e disse:
—Il denaro speso, e tanto malamente speso, non è che la minore delle vostre colpe, vi è ben altro.
—Sciocchezze da nulla, cose che non val la pena neppure di ricordare.
—Si dice che truffate al giuoco, che date dei “checks” falsi. . . .
—Oggi a te, domani a me; questa è la divisa dei miei amici e nessuno se ne lagna.
—Ma disgraziato, finirete a Sing-Sing.
—A Sing-Sing vi vanno i gonzi, non io.
—E come, chiamate l’attentato commesso contro Rosie, la mia lettrice?
—Ah! la pettegola vi ha raccontato questo?... Ebbene, cosa vi è di male, Rosie è una bella ragazza, sta in casa mia, presto o tardi avrà un’amante, meglio che principiasse con me.
Annie erasi alzata fremente, il suo sguardo mandava lampi, e con voce dove vibrava tutta l’anima sua gridò :
—Tacete, non profanate con le vostre infamie, il candore di quella fanciulla il cui nome non siete neppure degno di pronunziare.
Un sorriso cattivo sfiorò le labbra di George, il quale con tono ironico disse :
—Quando tentai di avere Rosie, non sapeva che fosse mia sorella.
Annie gettò un grido e si rovesciò sulla poltrona coprendosi il volto con le mani tremanti; la disgraziata si sentiva morire; come erasi saputo il segreto che custodiva con tanta cura?
Chi lo aveva svelato a quel figlio snaturato, che godeva nel gettarglielo in faccia come un insulto?
George seguitava a sorridere; nel suo cuore sordo ad ogni buon sentimento, non vibrava un bricciolo di pietà per la madre sua, che orribilmente soffriva, che anzi incrudeliva la piaga dicendo:
—Ebbene perché tante smorfie? non vi è poi nulla di male, siamo fallaci in questo mondo, del resto l’amore ne fa fare di tutti i colori.
Annie sotto quelle sferzate ritrovò un momento di energia, si alzò e accennando col braccio teso l’ uscio della camera disse:
—Uscite!
George non si mosse, continuò a sorridere e disse:
—Me ne andrò quando mi avrete fatto il favore che sono venuto a domandarvi.
—Non ho nessun favore da concedervi.
—Eppure lo farete. Ascoltate mamma; ho bisogno di duemila scudi per questa notte, ne va del mio onore.
—Del vostro onore?—mormorò in tono di disprezzo Annie.
—Del mio, del vostro, di tutta la famiglia.
—Ebbene?
—Mi darete quel denaro.
—Non ne ho.
—Mi firmerete uno “check”.
—No.
—No?—gridò con furore George,—dite sul serio?
—Sul serio!
—Ma mi abbisogna quel denaro.
—Se vi abbisogna per portarlo sul tappeto verde di qualche bisca, o nelle mani di una perduta, o per pagarvi un orgia di quelle che fanno fremere di sdegno arrossire di paura,. . . .
—Mamma, ho bisogno di quel denaro,—disse George.
—Non lo avrete!
—Non spingetemi all’estremo.
—Che osereste?
—Tutto.
Ci fu una lunga pausa; George aspettava la risposta di sua madre, che presa da orrore non sapeva cosa dire, finalmente essa con accento risoluto :
—No, non vi darò un soldo.
—Guardate che sono alla disperazione, e i disperati non ragionano.
Annie si contentò di alzare le spalle, George continuò:
—Non vi chiederò più nulla, ma datemi questa somma è cosa seria, seriissima.
—No, non vi darò nulla, non voglio essere complice delle vostre turpitudini.
—Benissimo, la casta colomba che ha una figlia dopo essere rimasta vedova, inorridisce alle turpitudini del figlio, che si dà un poco di bel tempo.
Era troppo, Annie con una forza che nessuno avrebbe sospettato nel suo corpo affranto e malaticcio si alzò respinse il figlio che gli si era avvicinato fino a toccarla e disse:
—Uscite, uscite di qui,altrimenti vi faccio scacciare dai servi.
—Datemi il denaro.
—No, mille volte no.
—Lo prenderò per forza. Ciò dicendo la faccia di George era orribile, i suoi occhi schizzavano fuori dell’orbita, e dalle labbra usciva un respiro affannoso che pareva quello di una bestia feroce.
—Mamma, dammi per le buone il denaro che ti chiedo!
—No, né per le buone, né per le cattive.
—E io me lo prendo.
—Ladro.
—Quello che vuoi, ma ho bisogno del danaro.
Ciò dicendo, George tentò di togliere la madre dinanzi allo scrittoio dove si era messa risolutamente, ma Annie sembrava di marmo e non si muoveva.
George era forte, afferrò a mezza vita la madre e la piegò verso la poltrona, questa dette un grido di aiuto, allora il miserabile le serrò la bocca con la mano, mentre con voce affannosa le diceva:
—Dammi il denaro!... dammi il denaro!...
Ma la madre era risoluta a non cedere, e il figlio vile e disumano non indietreggiò innanzi ad una lotta a corpo a corpo con la donna che lo aveva messo al mondo e allevato con quell’affetto e quell’amore che è la prerogativa della madre.
Il risultato di quella lotta non poteva essere incerto, eppure Annie opponeva una resistenza straordinaria, e appena aveva libera la bocca domandava aiuto, ma nessuno rispondeva al suo appello, le porte erano chiuse, i pesanti cortinaggi di velluto intercettavano il passaggio della voce.
—Per Dio,—disse George che la lotta risvegliava tutti i suoi istinti bestiali—siete forte mamma, ma non vincerete ed avrò il mio denaro.
—Ladro! ladro!—gridava Annie.
—Rubo del mio!—rispondeva George, il quale era riuscito a gettare la madre sulla poltrona; ma quando volle aprire lo scrittoio essa si alzò e si gettò di nuovo contro di lui terribile nell’aspetto, risoluta a tutto.
George deciso a finirla, rigettò la madre, che si alzò di nuovo per correre verso il campanello elettrico, egli l’afferrò per i capelli e la poveretta cadde; ma di nuovo si rialzò gridando aiuto; allora il miserabile fu preso da un’ eccesso d’ ira feroce, i liquori gli montarono alla testa insieme a buffi di sangue, che gli facevano vedere tutto rosso, esso non vide più che un nemico in quella donna che era sua madre, un nemico del quale bisognava disfarsi.
Posando le mani sullo scrittoio, aveva sentito il freddo dell’acciaio del coltello che Henry aveva dimenticato di riprendere dopo avere tagliato il cordoncino di seta che teneva fermo il pacco dei biglietti di banca; forse, senza comprendere bene quello che faceva, il miserabile armò la sua mano di quel coltello e quando afferrò di nuovo la madre perché non gridasse, ferì per due volte con una specie di acre voluttà. . . .
Annie mandò un gemito, si ripiegò su se stessa e cadde ai piedi dello scrittoio.
George gettò il coltello e si mise a frugare nello scrittoio, e dette un grido di gioia nel trovare quattro pacchetti da 1000 dollari ciascuno.
Egli era tanto intento a commettere il furto, che non si avvide che la testa pallida di Bertha curiosa ed anelante era comparsa fra la portiera di velluto.
Quando il miserabile ebbe il denaro fra le mani, prese il cappello e se ne andò senza neppure dare uno sguardo alla madre che agonizzava sul pavimento.
Bertha si era prudentemente ritirata, e George non la vide, e non sospettò neppure che al suo orribile delitto avesse assistito un testimone che poteva perderlo.
Annie non era morta sul colpo, la sua agonia durò quasi una mezz’ora e in quel tempo la disgraziata soffrì pene senza nome.
Essere uccisa dal figlio che avrebbe finita la sua vita sul patibolo!
Se avesse potuto muoversi, arrivare allo scrittoio, avrebbe scritto che si era uccisa, tentando così di sviare i sospetti della polizia, ma non poteva muoversi, era irrigidita sul pavimento, sentiva la vita andarsene in uno col sangue che usciva dalle sue ferite.
Avrebbe voluto rivedere la sua Rosie; l’angelica fanciulla col suo bacio allieterebbe l’ultimo momento della vita; ma nessuno compariva.... non poteva chiamare aiuto e sarebbe morta senza essere consolata.
Giunse la fine di quel martirio senza nome, il corpo di Annie ebbe un sussulto, i suoi occhi annebbiati si aprirono, le labbra mormorarono un nome, quello di Rosie...., poi più nulla, Annie Porter Anderson aveva cessato di vivere.
Nello stesso momento la porta della camera si apriva e compariva Bertha; la giovane cameriera si diresse verso la sua padrona, si inginocchiò vicino a lei, e quando ebbe la prova che era morta si rialzò, sorrise e mormorò:
—È morta, ed ora a noi due George; voglio che mi si cambi nome, se fra due mesi non sono la signora Anderson. Ed ora andiamo a dormire, e domani sentiremo cosa succede.
VIII.
Quando George fu nella strada la neve aveva cessato di cadere, però le vie non erano per questo meno impraticabili, e si affondava nella neve fino al ginocchio.
—Non troverò una carrozza e dovrò fare la strada a piedi per arrivare fino da O’ Brien. Maledetto tempo.
Dalla Quinta Avenue, George si diresse verso la Terza Ave., chi sa forse la ferrovia elevata aveva riattivato il suo servizio e avrebbe potuto prendere il treno.
Nelle vie principali, squadre di operai avevano cominciato a spazzare la neve che ammonticchiavano ai lati dei marciapiedi, formando dei lunghi viali tutti bianchi in mezzo ai quali cominciava a passare lentamente qualche raro tramway.
Giunto alla Terza Avenue, George apprese con viva soddisfazione che i treni andavano, salì alla stazione della ferrovia elevata e poco dopo si sedeva nel treno che lo conduceva in basso di città da O’ Brien.
Chi era costui?
O’ Brien aveva uno stabilimento molto noto, e sul conto di lui se ne raccontavano di ogni colore.
Apparentemente il suo locale era un “bar-room” di lusso e nulla più, ma in sostanza nei tre piani della casa che stavano al disopra del “bar-room” si faceva tutto quello che la legge e la morale proibiscono.
Ad onta però che del locale di O’ Brien si parlasse anche troppo, la polizia non se ne dava per intesa, ed egli seguitava a far denari a cappellate, ridendosi di tutti coloro che tentavano protestare contro di lui e contro il suo locale.
Il “bar-room” di O’ Brien situato nella Terza Avenue, era elegante e ricco, dovunque specchi marmi preziosi, scanzie scolpite, cristallerie fine, argenterie cesellate, sfolgorio di luce elettrica, quadri di valore, rappresentanti divinità antiche avvolte in veli trasparenti che facevano risaltare la vivezza della carne mirabilmente colorita.
Dalla mattina alla sera innanzi al banco di mogano scolpito, stavano dei clienti a bere le bibite più costose, i garzoni in candide giacchette, con le camicie e solini lucidi e la cravatta bianca, erano intenti a servire lo Champagne ghiacciato e confezionare i cock-tails squisiti,secondo le regole volute dalle pubblicazioni mensili; dove dei “bar-tenders” di genio narrano le loro invenzioni fatte a profitto del palato dei gaudenti.
Difficilmente i clienti di O’ Brien bevevano birra e se qualche volta essa biondeggiava nei bicchieri piccoli e finissimi,era certo di quella importata dall’estero o quanto meno venuta in bottiglie da Rochester e da Milwaukee.
Dietro al “bar-room” era una sfilata di gabinetti particolari con le vetriate opache che servivano ad accogliere coloro che avevano bisogno di parlare in tutta libertà, e le coppie amorose che desideravano mangiare una squisita cena fredda, a base di galantine, di pesce, di tacchini, di dolci e di frutta.
In fondo al corridoio che metteva ai gabinetti di toilettes tutti di marmo, ed elegantissimi, eravi in permanenza un negro alto come un colosso, che pareva far la guardia ad un tesoro.
Quando George giunse da O’ Brien, erano le tre del mattino, le porte del “bar-room” erano chiuse, le tendine abbassate; bussò tre colpi alla porta di dietro che subito si aprì.
George non andò nel “bar-room ” si diresse in fondo al corridoio del quale abbiamo parlato e fece un cenno misterioso al negro, il quale subito toccò una molla e una lastra di marmo, identica in tutto e per tutto a quelle che incrostavano il muro si mosse, girò su i cardini come una porta e lasciò scorgere una scala ricoperta di velluto cremisi.
George salì a gran passi e dopo poco si trovava in una vasta sala illuminata sfarzosamente ammobigliata con lusso, dove erano più di un centinaio di persone fra uomini e donne intente a puntare i loro denari su i due talami della roulette.
Quando i giuocatori videro George gridarono:
—Dove eravate andato? Vi si cercava per mare e per terra.
George non si degnò di rispondere e tolto dalle sue saccocce uno dei pacchetti di biglietti di banco, puntò cento scudi sul 24.
La roulette girò, la pallina d’avorio saltellò intorno alle cassettine, finalmente si udì il rumore secco che indica come la pallina sia caduta nella sua cassettina, e il gruppiere gridò 18.
—Continua la disdetta,—disse uno dei giuocatori a George.
Questi scosse le spalle con noncuranza e puntò altri cento scudi sul 24.
Perdette di nuovo, e così durò per un pezzo cosicché era arrivato all’ultimo suo biglietto di banca.
George non era più calmo, si era fatto portare mezza bottiglia di Champagne e l’aveva bevuta tutta in un fiato.
Quando puntò i cento scudi che gli restavano sul suo prediletto 24, le mani gli tremavano e il volto aveva pallidissimo.
Allorché il gruppiere ebbe fatto girare la roulette e gettata la pallina d’avorio, George vi fissò i suoi occhi mentre dalle labbra gli usciva una specie di rantolo e il sudore gli imperlava la fronte, finalmente la roulette rallentò di velocità, la pallina scese nella sua casella e il gruppiere disse:
—Ventiquattro, pari, vince la rossa!
George non poté trattenere un grido di gioia, i giuocatori lo guardarono stupefatto perché per solito, egli si manteneva molto calmo.
Da quel momento la fortuna di George aumentò tanto che dopo due ore aveva guadagnato una somma importante e il banco era saltato.
Una deliziosa fanciulla bionda si era avvicinata a George e gli aveva susurrato:
—Amo chi vince.
—Lo credo io,—aveva risposto George,—chi perde non può darti nulla da sgretolare, mia cara.
—Ebbene, non vuoi offrirmi un bicchiere di Champagne.
—Ma certo, molto di più che non ti ho mai visto, sei nuova, e non sia detto che George rifiuti di bere con una novizia.
—E a noi, a noi?—gridarono in coro i giuocatori e le giuocatrici.
—Voi?—rispose George,—avete ragione,dobbiamo divertirci alla grande, domandiamo ad O’ Brien che ci apra la sala dei divani e ce la godremo un mondo.
La proposizione fu accettata con grandi acclamazioni; O’ Brien chiamato, venne e disse che la sala era a disposizione della compagnia dietro il pagamento di dollari 100,per spese di illuminazione e di consumo dei tappeti e dei mobili.
George dette 100 dollari a O’Brien e poco dopo l’allegra brigata era nella sala dei divani.
IX.
La sala dei divani era una vera miniera per O’Brien, in essa si facevano le orgie più turpi che mente umana possa immaginare; ma il proprietario non aveva scrupoli e del resto il mondo non gli faceva gran carico, che anzi era stimato, apprezzato e influente, specialmente in politica.
Nel suo quartiere faceva la pioggia e il bel tempo, e più di una volta era corsa la voce che O’Brien sarebbe stato nominato giudice di polizia; ma egli non ci teneva a quel posto, il suo “bar-room” fruttava assai più che il posto di giudice, a lui bastava essere il leader del distretto; e comandare a bacchetta coloro che hanno bisogno di essere appoggiati nelle elezioni per i posti umili e per quelli eminenti.
La politica, si sa, è una grande piovra che serra nei suoi tentacoli mostruosi non solo la città di New York,ma tutti gli Stati Uniti; impacciandone il libero andamento, ritardandone un progresso glorioso.
Nessuno è capace di uccidere la piovra, i suoi tentacoli si riproducono e si rafforzano anzi nelle mutilazioni, sieno essi repubblicani o democratici, è lo stesso, e da questi tentacoli parte la grande corruzione che va dall’alto al basso, che trionfa nel congresso federale, nelle legislazioni, nei municipi, nei pubblici uffici, nella polizia, dovunque, corruzione che a guisa della lue si è infiltrata nel sangue degli americani e che nessuno potrà guarire.
O’Brien era dunque un prodotto della corruzione dominante in New York, la sua influenza politica lo metteva al disopra delle leggi, e sebbene si sapesse che nella sua casa si giuocava notte e giorno,e ci si facevano orgie sfrenate, pure la polizia taceva e si guardava bene dal richiamare all’osservanza delle leggi, il grosso e paffuto O’Brien, il popolare Jimmy, dagli occhi piccoli brillanti, dalla faccia grossa, rossa e lucida, che possedeva denari e amicizie senza numero.
La famiglia di O’Brien non abitava alla Terza Avenue, ma sibbene un’elegante palazzina di granito rossiccio in Lexington Avenue; la moglie del politicante era una brava donna modesta e buona tutta intenta alla casa e che aveva allevato i suoi figli, una ragazza e un giovane, nel modo migliore, e che erano cresciuti ignorando quasi completamente i lati più brutti del commercio del padre.
Lily O’Brien aveva 18 anni; bionda, rosea, con degli occhioni turchini pieni di fuoco, attenuato dalle lunghe ciglia vellutate, con le labbra porporine che mostravano dei denti bianchissimi e uniti come una fila di perle incastrate nel bel corallo di Torre del Greco, alta di statura, col seno colmo, le forme provocanti, era considerata e con ragione, una delle più belle ragazze del quartiere.
Essa lo sapeva e ne andava orgogliosa; invano la madre sua l’ammoniva di essere più modesta, carattere indipendente, testa leggera, non curava le ammonizioni e faceva ciò che più le pareva.
Federico, il fratello di Lily, era biondo, roseo come la sorella, e come lei aveva gli occhi turchini, e l’alta persona, la sua testa però era ben altra cosa; egli studiava avvocatura, anzi stava per avere il diploma e certo sarebbe stato uno dei primi perché all’università passava per il migliore allievo;suo padre lo adorava,era forse l’unica cosa che riscaldasse il cuore di quel birraiolo politicante, mezzano di turpi amori, biscazziere e peggio; per Federico egli avrebbe fatto qualunque cosa e il denaro che accumulava, lo destinava a lui, voleva che fosse straricco e forse questo pensiero era l’unico raggio di luce buona che illuminava la sua esosa figura.
Federico concentrato nei suoi studi, nulla sapeva del mestiere del padre, e nessuno si era preso la briga di illuminarlo, molto di più che anche i suoi compagni di università non sapevano nulla della casa di O’Brien, conosciuta soltanto da debosciati e viziosi.
Federico, da qualche tempo aveva perduta quella poca gaiezza che possedeva, i suoi genitori credevano che avvicinandosi il giorno degli esami egli fosse per questo preoccupato; ma Lily però non si ingannò, era furba quella bionda fanciulla, e la sapeva lunga così un giorno che si trovò sola con suo fratello gli disse:
—Federico tu sei innamorato.
Il giovanotto balzò in piedi pallido come un morto!
—Cosa ti prende? È un delitto che tu sia innamorato.
Federico era impressionabilissimo, però dopo quel primo scatto si assise sulla poltrona e con voce calma rispose:
—Hai ragione Lily, sono innamorato.
La fanciulla batté le mani dalla contentezza e poi domandò con curiosità.
—È bella?
—Non so se sia bella, e cosa intendi per bellezza, ma ai miei occhi è la più bella fanciulla che abbia visto.
Lily fece una smorfia graziosa, il fratello se ne accorse e aggiunse sorridendo:
—Dopo di te.
—Adulatore.
—No sorella, sei bellissima, e desterai delle grandi passioni.
—Lo credi?
—Certo, ma guardati, scegli bene se vuoi essere felice.
—Lascia fare a me. . . . ma torniamo a lei, come si chiama, quanti anni ha, dove la vedesti, è ricca, di qual famiglia?
—Adagio tu, mi soffochi di domande.
—Vai con ordine.
—Si chiama Rosie.
—Un bel nome.
—Rosie Stuart, credo che abbia 17 anni, ed è la lettrice di Mrs. Annie Porter Anderson.
Lily fece una smorfia significante, non le piaceva che suo fratello fosse innamorato di una lettrice che in fine dei conti altro non era che una serva.
Federico continuò:
—Vedo che non ti piace la professione di colei che amo, avresti preferito che fossi andato a battere alla porta di qualche famiglia che fa parte dei quattrocento?
—No, quelle signorine sono per i Conti,Marchesi,Duchi e Principi europei, esse sono nate e fatte per portar corona; dunque non è merce per un povero avvocato.
—Povero? ma il babbo è ricco, molto ricco!
—Sia pure, io conto su me, sul mio lavoro e non mi occupo di sapere se il babbo sia ricco o povero, ciò non mi riguarda, esso ha fatto fin troppo per noi.
—Basta, continua, parlami della tua Rosie.
—Mia?. . . . disgraziatamente non ancora.
—Non ti ama?—gridò risentita Lily,—vorrei vedere anche questa. Dove la vedesti?
—Ti ricordi otto mesi or sono, il giorno del “Decoration day” volesti che ti accompagnassi al Central Park dove le tue amiche si univano per la maggiolata?
—Lo ricordo, e ricordo anche il tuo entusiasmo per uno spettacolo che non avevi mai visto,pur essendo nato e cresciuto a New York.
—Splendido spettacolo in vero,—continuò Federico il cui occhio turchino brillava di entusiasmo,—sul verde delicato del prato immenso, spiccavano squadre di fanciulli, sfilanti e correnti da ogni parte, dando l’apparenza da lungi di un grande nastro multicolore che si svolgesse in giri, in volute e cerchi capricciosi. Su, nell’ aria salivano le voci allegre di migliaia di felici, guardati amorosamente dalle mamme, dalle sorelle maggiori, che restavano all’ombra delle piante annose, dove i padiglioni di fiori, di nastri di ogni colore accoglievano i piccoli Re, e le piccole Regine della festa con le corone ricoperte di carta dorata scintillante al sole.
Lily ascoltava estatica suo fratello che narrava tutto ciò con accento descrittivo meraviglioso.
—Venne il tempo che anche tu trovasti le amiche, ti gettasti in quel turbinio di voci e di colori, i fanciulli non saltavano più, erano stanchi e le ragazze presero il loro posto, e costringeste anche me a girare, a correre, a fare mille giuochi. . . .
—A dare e ricevere baci—interruppe Lily ridendo.
—Appunto, io pure ero ritornato bambino, e mi dava con gioia a quel divertimento infantile,eppure dolcissimo. Poi venne il momento del pranzo, si mangiò seduti per terra con le gambe incrociate alla turca, le tue amiche avevano fatto le cose alla grande, e anche tu ed io mangiammo con vero appetito e ci scagliammo con furore sopra i gelati, i dolci, i candies, le bibite di ogni genere.
Ad ogni istante frotte di fanciulli circondavano il nostro bivacco, fischiavano i pifferi, rullavano i tamburi, squillavano le trombette, tu e le amiche graziose tutte nelle vesti leggere, mandavate verso il sereno del cielo risate argentine, gorgheggi da capinere, grida festevoli..... non credevo che ci si potesse divertire tanto, e mi sentivo proprio bene.
—Me ne accorsi e credetti che la presenza di qualche mia amica ti avesse reso così lieto.
—No; mi divertivo senza pensare ad alcuna, sentendomi ringiovanire.
—Intanto il sole si avvicinava al tramonto; la giornata era stata calda, ma al Central Park si stava bene e un venticello mite e continuo rinfrescava l’aria. Ad un tratto vicino a noi,persa a contemplare un gruppo di ragazzi che si disputavano il possesso di una palla, vidi una vecchia signora e una fanciulla, che apparve ai miei occhi come colei che invocavo nei miei sogni; come l’ immagine cara che ad ogni istante erami innanzi agli occhi.
—Poeta, sei poeta!. . . .
—Può essere mia cara Lily; ma credi, il volto di quella fanciulla che pure vedeva per la prima volta, non mi apparve nuovo.
“Essa si accorse di essere guardata con troppa insistenza, chinò gli occhi bellissimi e mormorò alcune parole alla vecchia signora che subito si mosse e partì.
“Le seguii. . . .
—Ricordo infatti che sparisti senza dir nulla.
—Fecero il giro del grande recinto dove sfilavano centinaia di fanciulli che abbandonavano il Park, e dove i padiglioni in moto facevano un effetto sorprendente, svegliando dovunque una gaiezza di colori che aumentava la bellezza del tramonto, dove il sole metteva come uno spolverio d’oro.
“Arrivate al gran viale, la vecchia e la fanciulla salirono in una carrozza; in quel mentre un mio amico, Paolo Detroit. . . .Le salutava con rispetto.
A questo nome Lily trasalì vivamente, ma non disse nulla.
—Corsi a lui, domandai chi fosse quella signora,ed ecco come seppi il nome suo e della fanciulla che l’accompagnava.
—E poi?. . . .—Domandò con malizia Lily.
—Poi ritornai a te vicino, sentivo nel cuore una letizia inusitata.
—Mi ricordo, mi ricordo, andavi in estasi.
—Ammiravo il sole che spariva dietro le piante. . . . . .
—Si e nel cielo che si tingeva di rosa tu vedevi la tua Rosie. . . . . .
—Sorella non scherzare . . .
—Non scherzo, anzi la tua storia mi interessa. La vedesti più?
—Puoi ben credere che spesso vado in Lexington Avenue, e qualche volta ho la fortuna di vederla passare.
—Non ci hai mai parlato?
—No.
—Non ti facesti presentare alla Porter.
—No.
—Sicché essa, non sa neppure che tu l’ami, e un’altro più lesto e meno timido di te si potrebbe impossessare del suo cuore . . . .
—Non lo dire, non lo dire,—mormorò Federico che erasi fatto pallidissimo.
—Non sarà, ma è fra le cose che possono succedere, dunque fatti avanti, e se realmente questa fanciulla merita il tuo amore sposala.
—Sposarla?. . . . Se lo potessi! Ma chi sa se essa mi ama?
—Perché non dovrebbe amarti? Sei un bel giovane, ricco, con uno splendido avvenire, sarà ben contenta di sposarti.
—Non vorrei che divenisse mia, perché ho una brillante posizione; vorrei che nel suo cuore penetrasse la fiamma che mi abbrucia.
—Fratello,—disse Lily alzandosi e parlando con comica gravità,—dimmi francamente che speranze hai; cosa credi riguardo all’ impressione che devi avere fatto sulla fanciulla, perché certo essa si sarà accorta del tuo amore.
—Non saprei dirtelo, quando mi scorge, il sangue le colora il volto, poi impallidisce, traballa, il suo passo non è più sicuro, sembra che voglia fuggire ma si trova impacciata, confusa. . . . .
—Allora ti ama,—gridò Lily.
—Lily, sei molto esperta in fatto di amore?
La graziosa bionda fece un gesto con le mani, che voleva dire:
—Altro che!
Federico voleva farle una reprimenda, ma l’arrivo di O’ Brien pose fine alle confidenze.
Ed ora che abbiamo tratteggiato altri dei personaggi di questa veridica storia, ritorniamo al “bar-room” di O’Brien per assistere alle orgie di George Porter e dei suoi fidi compagni.
X.
La sala dei divani prendeva appunto il suo nome da una quantità di divani turchi, che correvano tutti intorno ai muri ricoperti di stoffe orientali, un immenso divano poi ricoperto di seta bianca stava nel centro, e proprio al disopra a guisa di padiglione eravi un immenso specchio.
Ai quattro angoli della sala stavano dei grandiosi lampadari elettrici che la illuminavano come di pieno giorno; nel fondo un organo meccanico suonava a mezzo dell’elettricità.
La sala non aveva finestre, o meglio esse erano nascoste dalla stoffa che ricopriva i muri, l’aria scendeva da appositi ventilatori come nelle stive dei bastimenti, così per quanto rumore si fosse potuto fare nulla avrebbero inteso al di fuori.
George appena entrato nella sala ordinò della Champagne, tanto,—disse,—per riscaldare un poco l’ambiente.
Dei camerieri negri portarono ben presto il vino richiesto, i calici furono riempiti e vuotati alla salute di George e della bella alla quale avrebbe gettato il fazzoletto.
George che conosceva con che razza di individui aveva a che fare, prima che il vino gli salisse alla testa e lo facesse perdere ogni conoscenza, scese nell’ufficio di O’Brien e depositò il denaro che aveva vinto tenendo solo un centinaio di dollari per le spese della notte.
O’Brien per quanto riguardava il danaro era di un’onestà a tutta prova, gli si poteva dare un milione in consegna anche senza ricevuta, sicuri di non trovarsi a dispiaceri.
Quando George ritornò nella sala, l’organo suonava un allegro ballabile e le danze erano cominciate; la bionda che aveva parlato a George nella sala da giuoco, gli corse in contro dicendogli:
—Balliamo?
Il miserabile non se lo fece dire due volte e si slanciò nel turbine della danza; non un pensiero, anche lontano,di rimorso lo turbava, non paura di dovere pagare il delitto iniquo che aveva commesso; desideroso di divertirsi,felice di avere vinto una forte somma, l’immaggine della madre sua che poco prima assassinava non si affacciava ai suoi occhi.
Le danze seguitarono abbastanza decenti per qualche tempo, ma nuova Champagne fu portata, e l’ebbrezza del vino, si confuse con quella dei sensi, le fanciulle, gettarono via le loro vesti, e nella sala fu una ridda di sete, di merletti, di biancherie, e l’aria si impregnò di un acuto odore di muschio; ad ogni veste che cadeva sul tappeto, ad ogni lembo di carne che faceva la sua provocante apparizione erano grida di gioia, di desiderio... gli uomini guardavano con gli occhi accesi, sdraiati sopra i divani, in preda ad un fremito convulso.....
Anche la bionda di George, aveva slacciato il suo corsetto, sciolta la veste, e appariva avvolta in una bianca nube di pizzi e di ricami.
La fanciulla—che come dicemmo era bellissima—cominciò a danzare con frenesia il can-can, uomini e donne scoppiarono in applausi assordanti, poi presi come da pazzia furiosa, imitarono la bionda danzatrice, e fu un turbinio di gambe, di braccia che si alzavano e si abbassavano, di seni nudi provocanti, convulsi, di grida selvaggie, di risate, di baci . . . . . .
Ad un tratto George gettò via la sua giacca, si slanciò dove la bionda formava come il centro di quella orgia delirante, prese in braccio la fanciulla se la strinse al seno e la condusse nel fondo della sala ebbro di desiderio... I suoi amici protestarono; non era ancora giunto il momento di godersi le carezze delle danzatrici, bisognava ancora bere dello Champagne, e George ordinò dell’altro vino che fu bevuto con avidità, perché la danza aveva messo sete a tutti. Quell’ultima bevuta fu la goccia che fece traboccare il vaso, e nella sala dei divani avvenne una di quelle scene che la penna si rifiuta di descrivere, uomini e donne confusi nel più osceno amplesso, dettero sfogo alle loro turpi passioni, e le donne corrotte più depravate degli uomini, eccitavano questi in mille modi, così che nulla di tutto ciò che il vizio ha inventato di infame ed ignobile fu risparmiato. . . .
Ad un tratto, la porta della sala si aprì e una voce gridò :
—Bene ragazzi, vi dichiaro tutti in arresto.
Ma la voce era nota, nessuno si spaventò, e da ogni parte donne e uomini esclamarono:
—Capitano Tom, siete arrivato in tempo.
—Non sono solo, ragazze mie e conduco con me un giovanotto che vi farà andare pazze; sospendete per un momento i vostri amori e lasciate che ve lo presenti, poi anche noi vi aiuteremo a terminare allegramente questa notte nella quale Venere trionfa, mentre fuori si gela.
Tom fu circondato dai suoi amici e dalle sue amiche, che ben poco si curavano di essere in un costume che somigliava come due goccie d’acqua a quello indossato da Eva nel paradiso terrestre.
—Il mio amico,—continuò Tom,—si chiama Pietro, e per ora, non posso dirvi altro, vi pagherà un giro di Champagne e diventerete subito amici.
—Urrah! per Pietro,—gridarono tutti, salvo George, che se ne stava nel fondo della sala con la sua bionda, la quale sebbene giovanissima, era maestra nell’arte dell’amore.
Pietro, il giovane che abbiamo visto nel “ bar-room” di Water Street, ma che in poche ore erasi completamente trasformato, non avendo più l’apparenza meschina e gli abiti a brandelli, fece portare dello Champagne, che venne bevuto allegramente e fece aumentare l’ebbrezza di quei dissoluti che pareva non fossero mai sazii di vino e di oscenità.
Le donne guardavano con occhio lascivo Pietro il cui volto come già dicemmo era bellissimo; ma il giovane non rispondeva a quelle occhiate provocanti, sembrava perduto in un sogno delizioso, tanto che Tom gli mormorò:
—Non andate in estasi amico mio, è d’uopo che vi facciate degli amici. . . . e delle amiche. . . .
L’orgia interrotta per qualche momento ricominciò; Tom non vi prese parte, ma costrinse Pietro a parteciparvi perché diceva ridendo cinicamente:
—Qui non sono ammessi i casti Giuseppe.
Tom cercava col suo occhio di lince qualcuno che non trovava; finalmente scorse George e andò difilato a lui dicendogli :
—Per Dio, siete così bene nascosto dalla deliziosa creatura che sta sulle vostre ginocchia che non vi aveva visto.
—Cosa volete?
—Nulla, questa notte, ma oggi debbo vedervi per un affare grave assai.
—Va bene, ci vedremo.
—Dove?
—Nel “bar-room” di O’Brien.
—No, è impossibile, da qualche tempo ci tengono d’occhio, vediamoci da Mary.
George corrugò le ciglia.
La bionda se ne accorse e mormorò :
—Non sono gelosa che tu vada da una donna; so che quando mi si è vista non mi si dimentica tanto facilmente.
—Dunque da Mary?—insisté Tom.
—Sia, da Mary.
All’ improvviso la bionda gettò un grido di spavento.
—Che avete?—domandò George.
—Lì, lì, su quella manica avete del sangue,—rispose tremando la bionda.
—Del sangue?—e George, ciò dicendo si alzò pallido con gli occhi stralunati, mentre un tremito convulso lo scuoteva.
Tom assisteva con occhio scrutatore a quella scena, ed un sorriso cattivo gli sfiorava le labbra, finalmente disse :
—E via rimettetevi George, che vi è di strano che abbiate la camicia macchiata di sangue? Un pugilista, uno schermidore come voi. . . . una scalfitura è presto fatta, il naso di un avversario rotto più presto di quello che non si dica. . . .
—Avete ragione,—rispose George che aveva riacquistato il suo sangue freddo,—è sangue di quell’animale di Levis,al quale ho rotto due denti e che poi ho avuto la dabbenaggine di assistere e curare.
—Vi lascio con la vostra bionda, ci vedremo domani,—disse Tom che si allontanò mormorando:
“ Tu bello mio, hai commesso qualche infamia; sapremo cosa è, e ti terrò le mani nei capelli. . . . ed ora che abbiamo introdotto Pietro nella tana delle lionesse, battiamo in ritirata.
E senza curarsi per nulla di Pietro, lasciò la sala dei divani dove l’orgia continuò fino a che uomini e donne si addormentarono sul pavimento, su i divani, stretti gli uni alle altre.
George dormiva con la testa taurina sul bianco seno della bionda, e Pietro ubbriaco fradicio era rotolato per terra insieme ad una brunetta che lo teneva stretto con forza.
Nessuno disturbava il riposo di quei dissoluti; O’Brien, dava sempre ordini severi perché nessun cameriere penetrasse nella sala dei divani se non squillava il campanello di richiamo. . . . .
XI.
Mentre Pietro digeriva la sua sbornia, diremo come fu, che egli si trovasse da O’Brien, e come da povero in canna fosse diventato di un tratto con le tasche piene di denaro e vestito da signore.
Mary dopo aver detto:
—Finalmente ti rivedo!—trascinò Pietro nella sua camera da letto, delizioso nido, tutto trine e gingilli costosi, con le pareti ricoperte di seta celeste trapunta d’ argento, dove troneggiava un letto da fare invidia ad una regina.
Mary Gonzales, vero tipo spagnuolo in tutto il senso della parola, aveva venti anni, ed era nel fulgore della sua bellezza, una bellezza da dare le vertigini e svegliare la passione anche nei più indifferenti.
Mary aveva gli occhi grandi, neri, tagliati a mandorla, due occhi andalusi che scintillavano fra le ciglia lunghe e nerissime, il colorito caldo, le labbra fresche, fatte e nate pei baci, i denti uniti candidi, i capelli ricciuti e neri come l’ebano, la vita svelta, elegante, il seno colmo, arditamente rialzato, la taglia procacemente sviluppata, il piedino microscopico, uno di quei piedini che ricordano quello leggendario di cenerentola.
Mary era nata in Andalusia, da bambina fu rubata ai suoi genitori da una tribù di zingari, passò l’ infanzia girando di paese, in paese finché i suoi rapitori la vendettero ad un vecchio signore inglese, quando aveva soltanto 12 anni.
Il vecchio geloso come una tigre, condusse la sua preda in un castello di Scozia, e là poté accorgersi che Mary sebbene giovanissima era depravata peggio di una cortigiana.
Il vecchio amava la fanciulla e divenne il suo schiavo; essa, anima cattiva e perversa, educata alla scuola peggiore, si divertiva a torturare l’uomo che vedeva strisciare ai suoi piedi; fu regina e signora nelle sue terre, tutti piegavano il capo innanzi a lei, ed essa approfittava mirabilmente della sua potenza, e ancora i contadini di lord Taylor, (così chiamavasi il vecchio innamorato), ricordano la terribile Mary, la zingara che voleva essere obbedita a bacchetta.
Mary non aveva cuore, essa si dava al vecchio non scaldandosi alle sue carezze, restando come intorpidita fra le braccia dell’uomo che pure era divorato dalla più ardente passione.
Un giorno Mary incontrò un giovane scozzese, di quei forti montanari che suonano la zampogna, che mostrano le loro gambe nude, nerborute, che sembrano uscire da generazione di atleti.
Quell’uomo forte, dalle larghe spalle, dal volto ardito, piacque a Mary che sentì il sangue scaldarsi, ed essa che non aveva né ritegno, né pudore, si dette al montanaro, con un grido selvaggio di passione,felice di avere alfine assaporato le delizie dei sensi. . . .
Mary aveva allora 15 anni, e ragionava con terribile sangue freddo; essa comprese che presto o tardi, la sua tresca col montanaro sarebbe scoperta, e temeva che il Lord stracciasse il testamento fatto in suo favore, per cui bisognava che egli morisse prima che al suo orecchio qualcuno mormorasse del suo tradimento.
Ma la miserabile era furba e scaltra come gli zingheri che l’avevano educata; sapeva che i parenti del Lord, sarebbero stati molto attenti, e se la morte del vecchio fosse avvenuta a mezzo di un delitto, sarebbe stato scoperto.
Allora pensò di ucciderlo con le sue carezze...... Era la morte certa,perché il vecchio Taylor si sarebbe prestato mirabilmente alla bisogna.
Avuta l’idea, ne principiò subito l’esecuzione, e tutto quanto può inventare di raffinato, di turpe, di abominevole il vizio, Mary lo mise in opra; sotto quelle carezze di fuoco, il vecchio ritrovò gli ardori della gioventù, e più libava alla tazza del piacere e più forte e prepotente si faceva la sete.
Furono giorni e notti di delirio, e Taylor oramai a mezzo instupidito, non poteva vivere, senza la sua Mary, che gli dava tutte le gioie della passione soddisfatta.
Tre mesi di quel regime bastarono a rendere il Lord in uno stato da far pietà; qualche amico della famiglia avvisò i parenti del disgraziato del come questi era ridotto, e vennero al castello, ma Taylor ritrovata un poco di energia, gli scacciò senza misericordia.
Venne la fine, e Lord Taylor spirò felice di avere goduto gioie sovrumane. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
XII.
Mary fu l’erede generale di Lord Taylor, i parenti di questi tentarono ogni mezzo onde il testamento venisse annullato; ma non vi riuscirono, e Mary fu messa in possesso di una fortuna di più di ottantamila lire sterline; essa insieme al suo forte Robert, lasciò la Scozia e impresero un viaggio passando per le principali capitali d’ Europa spendendo come principi.
Robert, che aveva allora allora lasciata la campagna, si abituò subito alla vita ed al lusso che menava e passava per un perfetto gentleman. Dovunque la bellezza di Mary faceva impressione; a Parigi quando compariva al bosco di Boulogne, in una elegantissima victoria, la gente si fermava stupefatta; un nuvolo di cavalieri passavano e ripassavano galoppando, e gettando occhiate di fuoco alla sirena che restava impassibile.
A Roma un giovanotto della nobiltà, ricco a milioni si innamorò di lei, ma nulla servì a far cedere la fortezza.Mary, caso strano,era fedele a Robert,e il giovane patrizio, terminò col bruciarsi le cervella nel giardino della villa abitata da lei.
L’ indomani di quella tragica avventura,Mary lasciava Roma e si dirigeva verso la Spagna.
Quella vita di viaggi, di lusso, di spese, sfarzi, durò tre anni, Mary aveva 19 anni e la sua bellezza era in tutto il suo splendore,ma le sue sostanze diminuivano a vista d’occhio.
Giunse il giorno nel quale le ottantamila lire sterline di Lord Taylor erano svanite, e di queste una buona parte le aveva accumulate Robert, il quale era, come tutti i montanari, di una finezza a tutta prova.
Quando l’ultima lira sterlina fu mangiata, Robert scomparve misteriosamente; Mary non se ne addolorò troppo, così doveva accadere, essa nelle condizioni di Robert avrebbe fatto altrettanto.
XIII.
Mary aveva molti gioielli, vendette i più ricchi e raggranellò circa ventimila lire;e con quel gruzzolo si imbarcò per l’America, dove sperava far fortuna con la sua bellezza.
A New York le ventimila lire durarono ben poco e allora si mise a fare la cocotte; ma non ebbe fortuna, mentre tante altre che non valevano la punta di uno dei suoi rosei ditini, si facevano pagare i loro favori somme enormi, essa ruzzolò a battere il marciapiede fino a che una francese, padrona di un lupanare di lusso, la prese presso di se.
Fu nella casa infame che la conobbe Pietro Porter e se ne innamorò alla follia; il disgraziato non era ricco, possedeva una modesta sostanza che dilapidò per togliere Mary alla vita che menava, fu lui che ammobiliò l’elegante quartierino dove vedemmo Mary e dove questa andò ad abitare allorché dopo aver pagato un forte indennizzo alla padrona francese, lasciò il lupanare. Mary non amava affatto Pietro, essa era presa da una passione, passione dei sensi, intendiamoci bene, per il capitano Tom, che aveva conosciuto nel postribolo di madama Giulia.
Di quando in quando nella casa infame compariva, la polizia,ma le ragazze non si spaventavano; il policeman entrava, si sedeva con aria seria, levava dalle sue tasche un taccuino e segnava i capi che erano nella casa, poi dava in una risata, le ragazze circondavano il policeman e lo accarezzavano, poi gli davano da bere dello Champagne, la padrona gli scivolava in mano un biglietto di banca, e il policeman scaldato dal vino, sedotto dalle carezze, contento di avere in tasca un supplemento alla sua paga, si prendeva una ragazza e andava a passare un’oretta allegra, tanto nessuno si curava di sapere se stava in servizio o no.
Una volta al mese, il capitano Tom, visitava madama Giulia, e quella visita metteva di cattivo umore la brava donna che vedeva portarsi via una buona parte dei suoi onesti guadagni.
Ma non eravi da protestare, se essa avesse ritardato di un giorno a pagare il suo tributo al capitano del quartiere, la casa sarebbe stata immediatamente chiusa, perché le leggi dello Stato di New York proibiscono la prostituzione.
Tom generalmente si presentava sulla porta della casa innominabile, allungava una mano, Giulia gli ci metteva una busta piena di dollari, voltava le spalle e se ne andava tranquillo, come uno che abbia compiuto il suo dovere e nulla più.
Ma un giorno Tom vide Mary, fu colpito dalla bellezza di lei e allora cambiò di abitudini, entrò nel lupanare e con gran sorpresa della padrona, annodò con la seducente spagnuola una vera e propria relazione.
Tom furbo e scaltro quanto mai dir si possa, capì subito che Mary nelle mani sue sarebbe stato un tesoro e voleva toglierla dalla dipendenza di Giulia; essa allora gli raccontò la passione che per lei nutriva Pietro Porter.
A quel nome Tom aveva trasalito vivamente, e si era fatto dare sul conto dell’ innamorato le più precise informazioni.
Tom che per fini che vedremo in appresso, aveva interesse a tenere alla sua dipendenza il giovane Pietro, accondiscese a che Mary andasse ad abitare il grazioso nido, che questi le aveva preparato.
Pietro Porter lasciò nelle mani bianche e delicate di Mary quanto possedeva; Tom spingeva la sua amante a mandare presto e bene in rovina l’illuso che credeva di essere amato per i suoi begli occhi e non si accorgeva che era vittima di un tranello, e zimbello di una perduta e del suo drudo.
Quando l’ultimo scudo scomparve dalle tasche di Pietro, Mary lo mise brutalmente alla porta, e non volle più saperne di lui.
Egli protestò, inveì, minacciò, ma dovette smettere perché la polizia cominciò a perseguitarlo e più di una volta fu condotto alla stazione dei poliziotti con la testa rotta dai colpi di randello; allora lo gettavano in una di quelle fetide celle così dette di sicurezza e all’ indomani compariva innanzi al giudice accusato di ubbriachezza, egli protestava della sua innocenza;ma i policemen giuravano, baciavano la bibbia e sostenevano di averlo trovato ubbriaco morto in mezzo alla via, aggiungendo che aveva fatto resistenza e il giudice senza tanti complimenti lo condannava alla multa e alla prigione, e così usciva dalle Tombs e ritornava dall’isola più abbrutito che mai,impotente a ribellarsi contro le ingiuste persecuzioni; debole per natura, senza una volontà propria, torturato, amareggiato dal pensiero di Mary, viveva come perduto in un sogno doloroso.
Nelle prigioni, nei luridi casotti delle corti di polizia, dove ammucchiano i prigionieri che devono essere giudicati, conobbe furfanti di ogni specie, che gli dettero degli indirizzi,dei convegni per quando sarebbe libero, e fu così che prese la via di Water Street, che divenne assiduo di quelle bolgie immonde, ritrovo di ladri, di assassini, di perdute e vagabondi di ogni genere, luoghi da dove sbucano tutti quei pericolosi malfattori che in New York compiono una quantità di delitti che la polizia è impotente o non vuole punire.
Porter assisté ai conciliaboli dei ladri da strada, degli assassini, dei pirati dell’ Hudson, conobbe coloro che svaligiano i disgraziati che prima addormentano con un potente narcotico, quelli che d’accordo coi proprietari degli Hotel uccidono i clienti, aprendo i rubinetti dei becchi a gas, i furfanti che rubano i fanciulli, le donne che vendono le bambine ai vecchi libertini, i lenoni di ogni genere, e a poco a poco si abituò a quell’ambiente, dove tutto parlava di delitto, di infamie, di iniquità.
Tom, aiutato da abili detectives, che erano le sue anime dannate, seguiva a passo a passo ciò che faceva Pietro e godeva nel vederlo ruzzolare nel fango, e aspettava di saperlo colpevole di qualche delitto, per avergli le mani nei capelli.
XIV.
Un giorno Tom ebbe una misteriosa comunicazione, e la sua tattica cambiò; bisognava tornare padroni di Pietro a mezzo di Mary ed essa si prestò mirabilmente alle bieche mire del drudo.
Fu così che lo sciagurato giovane venne tolto dal lurido bar-room di Water Street e condotto nella graziosa camera dell’ammaliatrice.
Pietro, passato il primo momento di stupore, guardava in estasi Mary, poi dette un’occhiata ai suoi abiti e il suo volto divenne rosso dalla vergogna, Mary se ne accorse e con voce carezzevole disse :
—Mio bel fanciullo, cambierai scorza; ora sono io che debbo provvedere al tuo mantenimento.
Pietro Porter era oramai tanto abbrutito, che non si ribellò al pensiero di essere mantenuto da una donna come Mary, che anzi gli parve la cosa più naturale del mondo.
—Ora,—continuò Mary,—prenderai un bel bagno, vestirai con eleganza, e poi. . . . . .
—Poi?—domandò con voce anelante Pietro.
—Poi andrai a divertirti con l’amico che ti venne a prendere in Water Street, un brav’uomo che farà molto per te.
—Ma io avevo sperato,—e ciò dicendo gli occhi di Pietro avvolgevano in uno sguardo ardente Mary.
—Non questa sera,—si affrettò a dire la fanciulla,—ho bisogno che prima tu ritorni bello e seducente come un tempo.
Pietro non voleva intendere da quell’orecchio, ma Mary fu inflessibile. Diamine, non bisognava essere indiscreto e domandare troppo; egli aveva ancora il tanfo indosso degl’ immondi locali che frequentava, poi Tom stava per rientrare, non sarebbe stata bella la parte che gli si voleva far fare.
Pietro a malincuore si arrese, e da un servo negro si fece condurre al bagno, dove entrò provando un gran piacere.
I suoi lunghi capelli caddero sotto le forbici di un’abile parrucchiere, la biancheria lucida e pulita prese il posto di quella sporca, i suoi abiti laceri furono rimpiazzati da un’abito nuovo e pesante, gli venne dato un bel paltò ed un elegante cappello.
Pietro si guardò con viva soddisfazione nello specchio,poi si accingeva a recarsi da Mary, quando entrò Tom che con accento amichevole gli disse:
—Ed ora andiamo a divertirci un poco.
—Non vedrò Mary?
—No, per questa sera.
Pietro fece una smorfia molto espressiva, e Tom scoppiando dal ridere disse:
—Avete furia, e pure dovreste essere paziente, Mary vi ama sul serio,è una brava e bella ragazza che merita di essere corrisposta.
—Io l’amo alla follia!
—Quando si ama realmente si deve obbedire.
—Obbedirò.
—Dunque partiamo, domani poi verrete qui e ci resterete come in casa vostra.
Pietro,sommesso come un cagnolino,seguì Tom.
Continuava a nevicare, ma egli non sentiva più il freddo ed era con una certa voluttà che si avvolgeva nel caldo paltò.
Tom condusse Pietro in un elegante restaurant, dove fecero una cena molto abbondante, inaffiata da vini squisiti.
Prima che la cena terminasse, Tom consegnò al giovane un rotolo di biglietti di banca dicendogli:
—È da parte di Mary;la brava ragazza nel tempo che voi spendevate per lei, ha fatto delle economie ed ora è felice di dividerle con voi.
Pietro intascò il danaro senza battere ciglio, come se gli fosse dovuto e lo avesse guadagnato onestamente.
Il cameriere portò il caffè e il cognac.
Tom accese un sigaro il cui profumo indicava essere un puro Havana, e quindi con accento indifferente disse:
—Mio giovane amico, voi siete oriundo scozzese se non erro.
Pietro ebbe un sussulto e non rispose subito.
—Vi turbate,—continuò Tom,—perché? Se io vi faccio una domanda che può sembrarvi indiscreta è per il vostro bene, e vi consiglio a rispondermi con franchezza.
—Sì, sono oriundo scozzese,—rispose finalmente Pietro.
—I vostri genitori vivono?
—Non conobbi mai i miei genitori, essi morirono quando io era ancora piccino.
Tom ebbe un lampo di gioia negli occhi da faina; riempì di nuovo i bicchierini di cognac, e poi :
—Quando conosceste Mary eravate ricco?
—Non tanto, qualche migliaio di dollari.
—Provenivano da un’eredità?
—Non saprei, è un mistero che non mi fu dato decifrare; nella mia infanzia si pensava a me, e un banchiere di New York, mi passava 500 dollari al mese.
—E non vi venne mai l’ idea di domandare da qual parte venissero quei denari?
—Fatto grande, più volte domandai spiegazioni al banchiere, ma esso mi rispose di non sapere nulla; il danaro gli veniva rimesso dalla banca Bahring di Londra,ed esso non domandava mai ai suoi corrispondenti conto degli ordini ricevuti.
—È un vero romanzo;—interruppe Tom,divenuto allegrissimo—e come finì?
—Un anno fa,quando andai a ritirare il mensile, il capo della banca mi chiamò nel suo gabinetto privato e mi disse: ‘ Il mio corrispondente mi ordina di consegnarvi diecimila dollari e di avvisarvi che da ora in poi non riceverete più i 500 dollari mensili. Diecimila dollari sono una somma importante, che potrete far fruttare con molto profitto, conoscete il mondo avete esperienza, pensate che dovete lavorare, non sprecate il danaro e vi formerete una posizione.
“ Uscii dalla banca; con i diecimila dollari nelle mie tasche, mi pareva di essere il padrone di New York; avevo degli amici, facemmo baldoria, fu in quel tempo che conobbi Mary, il resto vi è noto.
—Il banchiere che vi passava il denaro, non era Russel Sage?
—Sì.
—E ora non sperate più di averne dei dollari da sciupare?
—No.
—Orbene, io vi assicuro che presto avrete una fortuna; ma perché ciò avvenga, è d’uopo che abbiate fiducia in me; che obbediate senza discutere, per strana vi appaia la cosa che vi sarà domandata.
—Una fortuna?—mormorava Pietro il cui pallido viso si faceva rosso per la gioia.—Una fortuna?
“ Se voi siete buono di darmela, sarò il vostro schiavo sottomesso e fedele.
Tom abbassò la voce e avvicinandosi all’orecchio di Pietro disse:
—Ricordatevi che non bisognerà indietreggiare innanzi a nulla.... Neppure a un delitto.
Pietro alzò le spalle; cosa era mai un delitto per potere avere del danaro, onde soddisfare tutti i capricci di Mary, farle un nido splendido di seta, d’oro e gemme.
Cento delitti sarebbe pronto a commettere; il tempo che aveva passato insieme ai ladri e agli assassini, aveva in lui spento ogni sentimento di onestà; un tempo se gli avessero parlato così avrebbe protestato; ma ora la sua coscienza era ben corazzata.
Tom si compiaceva dell’opera sua, e si felicitava di avere spinto il giovane che voleva dominare, nel mondo dei delinquenti, dove si era come temprato.
Quando uscirono dal restaurant, qualche rara carrozza cominciava a circolare, Tom ne fermò una e si fece condurre insieme a Pietro da O’Brien, durante il tragitto che durò lungamente perché la carrozza camminava a stento, Tom narrava a Pietro le meraviglie di casa O’ Brien, avrebbe visto dove realmente la gente si divertiva, e come in New York si potessero avere tutti i godimenti, purché non mancasse il denaro.
L’opera del cattivo genio continuava e lo sciagurato Pietro Porter si dava anima e corpo al miserabile, che lo trascinava alla perdizione.
XV.
Mentre questi avvenimenti si svolgevano nella grande Metropoli a mezzo sepolta sotto la neve, Rosie nella sua bianca cameretta, invano invocava il sonno, essa aveva provata una troppo forte emozione perché non ne fosse tutta scossa.
Aveva ritrovata la madre sua adorata, e il cuore a quel pensiero le balzava dalla gioia.
Di quante cure la circonderebbe e come nella bella Scozia sarebbero state felici.
—Partirò, lascierò New York—mormorava Rosie—vivrò con la madre mia. . . .—ad un tratto però il sorriso scomparve dalle sue labbra, la fronte ebbe una nube di mestizia.
L’immagine di un giovane era comparsa accanto a quella della madre sua, un giovane che vedeva spesso,del quale ignorava per fino il nome, ma che pur non ostante andava ogni giorno di più conquistando terreno nel suo giovane cuore.
Essa sul principio si ribellò col sentimento che la invadeva; e credeva odiare quell’intruso che veniva a mescolarsi alla sua esistenza.
Non voleva pensarci, faceva proponimento di non dedicargli il più piccolo dei suoi pensieri; ma sì, altro è dire altro è fare; suo malgrado, quando meno se lo aspettava vedeva il volto buono e leale dello sconosciuto passare innanzi al suo sguardo come una visione, mentre il cuore le batteva forte, forte e una dolcezza infinita la dominava tutta.
Quella notte più che mai la visione la perseguitava insistente, e la vedeva confondersi insieme a quella della madre adorata.
Non eravi dubbio, Rosie amava lo sconosciuto, che altro non era che Federico O’Brien.
Giacché costui—mormorò Rosie come conclusione di una lunga meditazione—pare che debba avere una parte non indifferente nella mia esistenza, dirò tutto alla mamma ed essa mi consiglierà.
Con questo proponimento Rosie chiuse gli occhi e sognò, sognò di essere felice al fianco della mamma e. . . . di Federico. . . .
Henry Stuart nello stesso momento nascondeva nel suo baule i denari a lui consegnati dalla padrona, il brav’uomo era molto commosso; aveva il dubbio che Rosie saputo il segreto della sua nascita non lo trattasse più con l’affetto filiale di prima, ed esso adorava la fanciulla che aveva allevata e cresciuta, l’amava come e più che se fosse sua figlia.
In quella notte non serrò occhio, era turbato, aveva dei tristi presentimenti e invocava l’alba per liberarsi da un’incubo che l’opprimeva.
XVI.
Finalmente l’alba spuntò, ed Henry balzò dal letto. . . . . . . . . . Dalla finestra dette uno sguardo nella via, dove squadre di operai stavano levando la neve e si divertì a vedere tutto il bianco che ricopriva la Quinta Avenue.
Henry sapeva che la sua padrona si alzava sempre presto e per ciò si accingeva a scendere al primo piano quando, la porta della camera di Rosie si aprì e la fanciulla un poco abbattuta, pallida più del solito, ma lieta e sorridente chiamò:
—Babbo?
Henry restò interdetto, due grosse lagrime gli luccicarono negli occhi e balbettò:
—Signorina Rosie. . . . .
—Signorina?—gridò la fanciulla.—Babbo cosa ti prende? Sei cattivo, molto cattivo.
—Ma. . . .—mormorò anelante il poverino.
—Ma cosa!—rispose Rosie attirando nella sua camera Henry,—parla, dì quello che hai.
—La signora non vi ha detto?. . . .
—Sicuro che io sono sua figlia.
—Ebbene?
—Ebbene che?
—Io. . . . . .
—Tu? . . . sei il mio babbo adorato,—e ciò dicendo Rosie gettò le braccia al collo di Henry,che soffocato dall’emozione scoppiò in pianto.
—Come,—continuò in tono di rimprovero la fanciulla,—e tu credevi che io fossi cambiata a tuo riguardo? Credevi che dimenticassi tutto quanto hai fatto per me? Mi giudicavi molto male, babbo mio, perché vedi, sento che ti amo ancora di più. Infatti avere delle attenzioni, delle cure, dell’affetto per una figlia, è cosa naturalissima, ma per un’estranea, farsi il suo cane fedele, circondarla di un’affezione grande, è un merito incalcolabile, e a me per ricompensarlo non resta che amarti sempre di più.
Henry non parlava, sorrideva attraverso le lagrime e il suo volto franco e leale era raggiante di gioia.
—Ed ora scendiamo dalla mamma,—disse Rosie, il cui occhio si illuminò.
—Sì, andiamo, e sappia quanto sei buona.
Henry e Rosie scesero nella casa, tutto era quieto, i servi erano già alzati, ma stavano nel basament, in cucina dove facevano colazione allegramente.
Rosie picchiò all’uscio dell’appartamento della madre; non ebbe nessuna risposta, batté di nuovo, uguale silenzio, allora pensò che essendo andata a letto tardi, dormisse ancora e insieme ad Henry si ritirò in un piccolo salottino.
Bertha, che aveva inteso del rumore e stava all’erta per sapere che cosa sarebbe avvenuto, accorse e vedendo Rosie le disse in tono alquanto ironico:
—La signorina desidera far colazione?
—Non ancora. Ditemi Bertha, la padrona non ha suonato?
—No.
—È strano, è già tardi.
—Per solito la signora è più mattiniera.
La cameriera ciò detto si ritirò, mormorando:
—Va là bastarda, che ti aspetta una bella sorpresa.
Passò una mezz’ora,Rosie picchiò di nuovo alla porta della madre, ma nessuno rispose; allora fu presa da una viva inquietudine,divisa da Henry il quale disse:
—Non sono tranquillo, il meglio è che noi entriamo risolutamente dalla signora.
—Hai ragione,—disse Rosie,—e spinta la porta entrò nel salottino che precedeva la camera da letto di Annie.
Dai cristalli ricoperti di arabeschi di ghiaccio, penetrava una luce debole che immergeva la stanza in una semi-oscurità.
Rosie si diresse verso la camera della madre; ma ad un tratto gettò un grido terribile . . . il suo piede aveva urtato contro il cadavere di Annie.
La fanciulla si abbassò, le sue mani corsero sul corpo inanimato e si tinsero di sangue.
Si levò esterrefatta, dalla sua gola non poté uscire un grido, i suoi occhi si chiusero, il corpo bellissimo si irrigidì e cadde lunga distesa presso la madre, come colpita dal fulmine.
Henry assisté a quella scena muta e terribile in preda ad una angoscia senza nome, poi senza neppure avere ben compreso cosa fosse accaduto si slanciò fuori dalla stanza a chiamare aiuto.
Accorsero i servi prima fra tutti Bertha, e allora fu uno scoppio di grida indignate, di pianti, di lamenti.
Bertha che fingeva, mirabilmente gridava e piangeva più di tutti, poi ratta come il vento, lasciò la camera, corse in mezzo la via e si mise a gridare:
—Policeman! Policeman!
Il policeman accorse e domandò:
—Cosa avete bella ragazza?
—Hanno assassinato la mia padrona!
—Chi, Mrs. Porter Anderson?
—Sì.
Intanto anche molti curiosi si erano adunati intorno al policeman e la notizia dell’assassinio si sparse rapidamente, e tutti ebbero parole di terrore, di indignazione per tanto delitto.
Annie era amata, amata per le sue opere caritatevoli, per la sua inesauribile bontà.
Chi mai poteva essere l’ assassino?
Il policeman prima di entrare in casa Porter, corse a dare l’allarme per mezzo del telefono alla stazione di polizia, perché mandassero degli agenti e un medico, poi andò nella camera dove stava il cadavere.
Rosie era svenuta sopra una poltrona e ai suoi piedi stava Henry,che non poteva né piangere, né parlare, e si sentiva morire.
Il policeman disse:
—Che nessuno tocchi nulla qui, fin tanto che non giungono le autorità,—poi aggiunse guardando Rosie,—chi è quella bella ragazza?
—La damigella di compagnia della povera nostra padrona,—rispose Bertha.—È lei e il suo babbo che per primi hanno scoperto il delitto.
Al di fuori della casa la gente aumentava a vista d’occhio, tutto il quartiere era sotto-sopra, la folla sfidava il freddo, stava coi piedi nella neve ma non partiva, voleva sapere i particolari del delitto e quando giunsero alcuni agenti di polizia e il medico, a stento poterono aprirsi il passo.
Il medico dopo avere esaminato il corpo di Annie disse:
—La poveretta è morta da parecchie ore, per lei non vi è nulla a fare,vedremo poi come la morte fu prodotta. Intanto la polizia potrà principiare le sue indagini ed io presterò le mie cure a questa fanciulla che ne ha bisogno.
Dal quartiere di polizia avevano mandato due bracchi dal naso fine, battezzati dai compagni coi soprannomi di Electric e Fair.
Di questi due agenti si raccontava cose meravigliose e il sopraintendente Byrnes ne aveva una grandissima stima.
Ad essi si doveva la scoperta di pericolosi malfattori e mercé il loro occhio infallibile molti delitti misteriosi erano stati chiariti, e i delinquenti puniti.
Electric e Fair, non erano né giovani, né vecchi, e la loro faccia si adattava a tutte le trasformazioni possibili e immaginabili,tanto che si diceva che nessuno delinquente conosceva i temuti Electric e Fair.
Essi quando si presentava un mistero, erano tutti contenti,lavoravano con anima di artisti e si intendevano mirabilmente, e quando raramente però, non erano dello stesso parere, e le loro teorie non apparivano identiche, ricorrevano a Byrnes, per il quale avevano una vera e propria venerazione.
Il sopraintendente, famoso in tutto il mondo per la sua sagacia, a colpo d’occhio, ascoltava i due agenti e poi dava il suo parere inappellabile, ed entrambi restavano contentoni e lavoravano con lena cercando i delinquenti, scovandoli anche nei luoghi più riposti.
Mentre il medico esaminava con cura Rosie, ed Henry aspettava come una condanna di vita o di morte le parole che gli sarebbero uscite dalle labbra, i due poliziotti scrutavano col loro occhio di lince la camera dove era avvenuta la tragedia.
Essi videro per prima cosa i cassetti dello scrittoio aperto e manomessi, e capirono subito, che il furto dové essere almeno una, se non la principale ragione dell’assassinio.
Ad un tratto, Electric fece intendere un grido caratteristico che somigliava molto al gridio di un pappagallo. Fair si voltò subito e guardò con occhio interrogativo il collega come per dirgli :
—Ebbene, cosa hai scoperto?
Electric mise un dito sulla bocca e non rispose alla muta domanda, e la sua mano rapidamente mise un oggetto in tasca.
Il dottore aveva terminata la visita a Rosie, e dimenava la testa scoraggiato. Henry gli domandò con voce soffocata dall’ emozione:
—Parlate dottore, che cosa debbo sperare, cosa temere?
—Fate trasportare questa fanciulla nella sua camera, essa ha bisogno di grandi cure, di una quiete assoluta; la più piccola scossa può ucciderla.
Henry prese Rosie fra le sue braccia, la strinse al seno con forza come se avesse paura che gliela rubassero e uscì dalla stanza correndo verso la camera della fanciulla.
—Chi è quell’uomo?—domandò Electric.
—Il padre,—rispose Bertha,—della signorina Rosie, della fanciulla che nel vedere sua. . . . . . . . .
Bertha si interruppe, stava per dirla grossa, ma si trattenne a tempo e disse:
—La sua padrona, morta, è caduta come se essa pure fosse stata colpita al cuore.
Il medico ordinò che la morta venisse trasportata nella sua camera e spogliata;avrebbe fatto un primo esame del corpo per potere dire con precisione la causa della morte di Annie Porter; data quella disposizione, si fece condurre da Bertha nella camera di Rosie, poiché aveva compreso che la poverina era in uno stato assai pericoloso.
Trovò la sventurata ancora svenuta e ai piedi del letto Henry che piangeva a calde lagrime in preda alla più grande disperazione.
—È d’uopo che questa fanciulla sia spogliata e messa a letto,—disse il medico.
Bertha si avanzò e disse:
—Me ne occuperò io.
Henry volse uno sguardo di ringraziamento alla cameriera, per la quale aveva avuto fino a quel momento una spiccata antipatia.
Bertha era abile nel suo mestiere e lestamente con una delicatezza e una cura speciale tolse le vesti e il busto a Rosie, che ben presto restò con le calze di seta nera e la camicia di tela finissima, ricca di trine e di ricami.
Il medico allora si fece innanzi, abbassò lo scollo della camicia e posò il suo orecchio sul candido seno di Rosie, che rimaneva insensibile.
Henry erasi alzato e stava in disparte volgendo le spalle al letto della sua padroncina.
Quando i due agenti ebbero spezionato ben bene il teatro del delitto, constatato i segni della lotta avvenuta fra l’assassino e la vittima, esaminarono la porta che metteva al corridoio, l’ altra che dava alla camera da letto e quindi tennero sottovoce questo dialogo :
—Cosa hai scoperto Electric?
—Il coltello che servì a freddare la povera signora. E tu Fair?
—Nulla, il fatto è misterioso, ma se ci lasciano fare, lo metteremo in chiaro.
—Dobbiamo cominciare ad esaminare qualcuno?
—Certo. Prepareremo la zuppa per quelli che poi passano come i furbi e i bravi.
I due agenti sorrisero ironicamente e quindi si assisero sopra un divano, ed Electric domandò ad uno dei camerieri.
—La defunta ha un figlio, perché non si trova qui?
—Il padrone,—rispose il servo,—non viene sempre a casa, la notte scorsa restò fuori e non saprà ancora della sventura che lo ha colpito.
—Chi è il capo del servizio?
—L’ intendente della signora era Henry Stuart, l’uomo che avete visto assistere la fanciulla, che faceva da lettrice alla padrona.
—Stuart è padre della lettrice?
—Sì.
—Non si potrebbe interrogarlo.
—Egli assiste in questo momento la figlia.
—Va bene, lo interrogheremo dopo. Ma intanto abbiamo bisogno di spiegazioni.
—Se posso io, non mancherò di rispondervi e dirvi tutto quel poco che so.
Electric guardò il servo con i suoi occhi scrutatori, poi soddisfatto certo di quell’esame, si dette una fregatina di mani, e si volse a Fair dicendo:
—Sentiamo un poco cosa racconta questo giovanotto.
Il servo stava per parlare, quando la porta si aprì e comparve il coroner seguito da parecchi reporters avidi di avere notizie.
I due agenti aggrottarono le ciglia, essi amavano i reporters come il fumo negli occhi, perché molte volte le indiscrezioni dei giornalisti non facevano che rendere più difficile la scoperta del colpevole,il quale informato di tutti i passi della polizia, delle sue indagini e sospetti, aveva il tempo di prepararsi una difesa, distruggendo le prove più compromettenti, oppure di mettersi in salvo colla fuga.
Il coroner salutò i due agenti e domandò loro:
—Chi è l’ assassino?
—Un poco di tempo e lo sapremo,—rispose Electric.
I “reporters” saettavano di domande i servi, i quali non potevano dare delle grandi informazioni, perché ne sapevano poco o nulla.
I disegnatori dei giornali senza tanti complimenti erano entrati nella camera della morta e schizzavano col lapis che correva veloce sulla carta, e il cadavere, e tutto quanto lo circondava.
Il coroner intanto saputo che il medico che per primo aveva visto la morta era ancora nella casa, lo fece chiamare; egli accorse subito, ma era contrariato quanto mai, e il suo volto manifestava il più vivo turbamento.
—Ebbene Mayer,—disse il coroner,—cosa avete?
—Coroner,—rispose il medico,—vengo dal letto di una fanciulla giovane e bella, che forse fra poche ore sarà morta come la sua padrona, che dorme il sonno eterno in quella stanza.
—Come?
—Sì, ella vide per prima il cadavere e ne risentì una scossa terribile.
—Poveretta,—mormorò il coroner.
—Dunque,—continuò il dottore,—se avete bisogno di me, sono pronto, ma facciamo presto perché mentre la disgraziata Annie Porter, non ha più bisogno delle mie cure, per Miss Rosie si può ancora tentare qualche cosa.
Il coroner promise al dottore che in brevissimo tempo lo avrebbe sbrigato, ed entrambi andarono presso la morta.
Per prima cosa il coroner mise alla porta i reporters e i disegnatori ad onta delle loro proteste, poi si accinse a fare l’autopsia aiutato dal dottore Mayer.
XVII.
Mentre si constatava legalmente per qual causa era morta Annie, Electric e Fair si erano ritirati nel ricco ed elegante parlor della casa per continuare ad interrogare i servi.
I due agenti quando entrarono nel parlor, guardarono con ammirazione i quadri di valore che pendevano dalle pareti, i bronzi e i marmi artistici che posavano sopra le colonne di lapislazzoli, i mobili finemente intarsiati, il tappeto di Smirne, dove i loro piedi sprofondavano, e quindi come conclusione dell’ interno ragionamento, fatto alla vista di tanti tesori, Fair mormorò:
—Deve essere duro morire quando si vive così bene.
Electric assentì con un cenno del capo, poi facendosi sedere vicinissimo il collega gli disse :
—Da qual parte sarà mai entrato o uscito l’assassino?
—Non saprei,—rispose Fair,—ma certo non ha usato nessuna violenza alle porte e. . . . .
Non continuò, che entrò il servo già interrogato il quale disse:
—Eccomi ai vostri ordini.
—Quello che noi vi domandiamo,—cominciò Electric,—sono delle semplici informazioni che ci sono necessarie.
—Vorrei potervi dire cosa che vi mettesse sulla via per raggiungere il miserabile che assassinò una donna tanto buona come la mia povera padrona, ma. . . . .
—La sera la porta di casa vien sempre chiusa?—interruppe Electric.
—Sì, sono io incaricato della bisogna e non la dimentico certo.
—E dal di fuori si può aprire?
—Sì, mediante una chiave molto complicata, chiave che possedeva solo la padrona e suo figlio George. Un tempo la porta non si poteva aprire dal di fuori; ma siccome il padrone veniva ad ora tardissima, così per non disturbare i servi la padrona fece fare una doppia chiave.
—La casa però avrà altre entrate.
—Certo, quella di servizio, ma essa ha dei forti catenacci dal di dentro e quando è chiusa, nessuno può aprirla dal di fuori.
—La padrona era solita serrarsi nella sua camera?
—Credo di sì; ma di questo è meglio domandare alla cameriera Bertha.
—Va bene, sentiremo anche lei. Questa notte non avete udito nessun rumore?
—No.
—Strano.
—Non tanto quanto pensate, a causa del freddo e della neve, abbiamo bevuto del buon e forte punch fino ad ora tardi, e l’alcool ci ha reso il sonno duro.
—Fino a che ora restaste alzati?
—Certo fino a mezzanotte.
—Dunque il delitto deve essere stato commesso dopo?
—Senza dubbio.
—Andate pure giovanotto e mandateci Bertha.
Quando i due agenti furono soli, si guardarono senza dir motto; ne sapevano quanto prima, e non era davvero molto. Basta, chi sa che la cameriera non avesse a dire la parola da servire a metterli sulle traccie per scoprire il vero.
Bertha entrò, era pallidissima e il suo passo appariva incerto.
Electric e Fair la guardarono con viva curiosità, e il loro esame non le fu punto favorevole.
Essi, osservatori di prim’ordine, nel volto pure bellissimo di Bertha, trovarono qualche cosa che non andava loro a genio, e con un piccolo segno delle labbra i due furboni si comunicarono le loro impressioni felici di essere dello stesso parere.
—Cosa volete da me?—domandò Bertha.
—Avere qualche piccolo schiarimento, se non vi dispiace.
—Io non so molto;—si affrettò a rispondere Bertha in tono aspro.
Electric fece un sorrisetto agro-dolce che si ripeté sulle labbra di Fair con precisione matematica.
—Quando dite nulla,—continuò Electric con tono paterno,—voi precipitate la vostra risposta, perché non sapete ancora cosa voglio domandarvi. Dunque aspettate e vedremo se direte ancora nulla. A che ora eravate solita lasciare la vostra padrona?
—Quando essa mi licenziava.
—Ieri sera a che ora vi licenziò?
—Più presto del solito.
—Andaste subito a letto?
—No; restai coi servi in cucina fin dopo mezzanotte.
—Durante la notte non udiste nessun rumore?
—No.
—La porta di casa fu chiusa ieri a sera?
—Certo, la chiuse come al solito John ed io ero presente.
—Questa mattina chi aprì la porta?
—Io.
—Era chiusa?
—Chiusa come sempre. L’assassino certo non poté passare di là.
—Cosa ne sapete voi?
—Se la porta era chiusa. . . . . .
—Si può adoperare una chiave falsa.
—È impossibile, la serratura è inglese a segreto complicato, è un regalo di un meccanico fatto alla mia povera padrona, che lo soccorse in un momento di bisogno.
—Si poté adoperare quella vera,—disse con indifferenza Fair.
Bertha stralunò gli occhi, mentre un brivido la scosse tutta.
Fair sorprese l’effetto che avevano fatte le sue parole e pensò :—Perché si è scossa così?
—La padrona alla notte si serrava nella sua camera?—continuò Electric.
—Sì, e al mattino quando chiamava si alzava ad aprirmi.
Electric levò dalla sua tasca il coltello che aveva trovato sul pavimento e mostrandolo a Bertha domandò:
—Conoscete questo coltello?
Bertha lo guardò con cura, poi dalle sue labbra uscì un grido che non era di spavento, ma di gioia feroce.
—Cosa avete?—domandò Electric.
—Conosco questo coltello, e so di chi è.
I due agenti si levarono in piedi anelanti, ed Electric si affrettò a dire :
—Parlate! parlate!...
—Questo coltello appartiene a Henry Stuart, l’ intendente dell’assassinata.
—Ne siete sicura?
—Sicurissima, del resto guardate, sul manico vi sono le sue iniziali H. S.
—È vero,—disse Fair che aveva esaminato l’arma1.
—Ed ora posso andarmene?—domandò Bertha che aveva riacquistato il suo roseo colore e tutta la sua franchezza.
—Andate pure, ma non lasciate la casa sotto alcun pretesto.
—Sono prigioniera?—Disse ridendo.
—No, ma si può avere bisogno di voi, di voi che diceste non saper nulla e forse ci metteste sulle traccie dell’assassino.
Bertha fece una riverenza e se ne andò felice che il sospetto cadesse sopra Henry e che una prova terribile lo accusasse. Quella smorfiosa di Rosie le avrebbe pagate tutte in un colpo!
XVIII.
—Ebbene Fair?
—Ebbene Electric?
I due agenti che si rivolgevano queste domande, restarono per un poco muti e pensierosi; finalmente Electric ruppe il silenzio dicendo :
—Credi che il padrone di questo coltello abbia colpito?
—No,—rispose senza esitare Fair.
—Eppure è una prova terribile.
—Ho visto l’uomo ai piedi di sua figlia angosciato dal più terribile dolore.
—Poteva essere rimorso.
Fair non rispose subito, pensò alquanto e disse:
—Basta continuiamo le nostre indagini; nessuno è infallibile.
—Continuiamo pure, ma prima diamo ordini precisi perché nessuno esca da questa casa senza il nostro permesso.
—Ben fatto, così ci risparmiamo delle brutte sorprese.
L’ordine fu dato al policeman di guardia alla porta che a stento poteva trattenere la folla tumultuante, che avrebbe voluto entrare a forza nella casa dove fu commesso il delitto, perché il popolo americano per curiosità tiene il primo posto nel mondo.
XIX.
Il coroner e il dottor Mayer, avevano terminato l’autopsia, e il corpo di Annie Porter Anderson appariva squarciato e sanguinolente.
Si constatò che il coltello aveva colpito con forza straordinaria, ed era penetrato tutto nel corpo della vittima toccandone gli organi vitali; il secondo colpo aveva rasentato il cuore, e la forte emorragia, prodotta la morte dopo brevissima agonia.
Il coroner stese il suo rapporto e quindi dopo avere segnato l’ordine d’ interramento se ne andò, lasciando il dottor Mayer ad assistere Rosie, la quale non riacquistava ancora l’uso dei sensi.
Mayer mise in opra tutti i mezzi per far rinvenire l’ infelice fanciulla, ma inutilmente; non sapendo più cosa fare, spaventato da quella morte apparente, con la lancetta punse il braccio di Rosie, ma il sangue non scaturì, e il medico cominciò a credere che tutto oramai fosse finito per la giovane seducente e bella che aveva sotto gli occhi.
Henry anelante, non osava interrogare il medico, egli era come istupidito e nella sua testa confusa cozzavano mille strani pensieri, a toglierlo dai quali,venne Bertha ad avvisarlo che gli agenti di polizia avevano bisogno di vederlo.
—Veder me? Io nulla ho a che fare con essi—disse Henry.
—Fanno delle indagini per trovare l’assassino della padrona, tutti bisogna aiutarli—rispose subito Bertha.
—Se potessi aiutarli a scoprire quell’ infame, sarei tanto felice, ma disgraziatamente non so nulla.
—Scendete un momento, in poche parole ve la sbrigate.
—Sì, andate—aggiunse il medico—vicino a vostra figlia resto io, del resto alla polizia bisogna obbedire.
Henry andò da Electric e Fair che lo aspettavano con una certa impazienza, quando lo videro lo scrutarono da capo ai piedi, ed entrambi si convinsero che il disgraziato aveva tutt’altra apparenza che quella di un furfante.
—Signori mi avete chiamato—disse Henry appena scorse gli agenti di polizia—eccomi, ma fate presto perché mia figlia ha bisogno di me.
—Faremo prestissimo se ci risponderete con franchezza.
—Non fui mai uso a mentire o signore.
Fair si fregò le mani secondo la sua abitudine, quella risposta gli piaceva.
—Foste voi per primo—continuò Electric—a scoprire il cadavere della vostra padrona?
—No, fu Rosie, che dopo aver battuto a più riprese all’uscio della signora Annie, inquieta di non ottenere risposta, entrò risolutamente nella stanza, urtò nel cadavere della padrona, e colpita al cuore per tanta sventura cadde come fulminata e ancora non riprese i sensi.
—Ieri notte avete sentito nessun rumore nella casa?
—Nessuno.
—Non avete nessun sospetto su chi possa essere stato l’autore del delitto?
—Nessuno.
—La vostra padrona è morta colpita da due coltellate.
—Il miserabile che vibrò i colpi, vorrei impiccarlo con le mie mani. Nessuno meglio di me sa quanto la defunta fosse buona e generosa; io sono scozzese come lei, e nel mio paese il nome della benefica Annie è benedetto da tutti.
Electric guardava fisso Henry mentre esso parlava, e anche lui si convinceva che quell’uomo accasciato dal dolore, che parlava con tanto entusiasmo della vittima non poteva esserne il carnefice. Ma nella sua carriera ne aveva visti dei commedianti, che ingannavano i più furbi, ed Henry poteva essere uno di quelli,per cui stava in guardia, mentre Fair era per intero guadagnato alla causa dello scozzese.
—L’assassino—disse lentamente Electric—ha dimenticato nella camera del delitto il coltello col quale uccise.
Henry non batté ciglio, ascoltava sperando di sapere che la polizia avesse fatto delle scoperte, che la recassero a mettere le mani sopra l’assassino.
—E quel coltello è questo—concluse Electric mettendo l’arma sott’occhio di Henry, che la riconobbe subito e disse:
—Ma questo è il mio coltello.
Electric guardò Fair trionfante, e poi:
—Capirete che questa vostra confessione ha una grande importanza.
Henry non comprendeva il senso nascosto di quelle parole e rispose:
—Disgraziatamente il sapere che il coltello è mio non vi condurrà a trovare l’assassino.
—Ma. . . . ma—Electric indugiava a dire la
parola—si potrebbe dubitare che il padrone di questo coltello fosse l’autore del delitto.
Henry ebbe un lampo terribile negli occhi e con voce vibrante di emozione gridò:
—Se qualcuno mi rivolgesse quell’accusa sul serio lo strozzerei.
Fair si fregò le mani,mentre Electric faceva quel gridio da pappagallo, col quale era solito manifestare il suo vivo interesse.
—Le frasi,—continuò Electric,—non servono a nulla caro mio, ammetto che siate innocente, ma il coltello che riconoscete per vostro è ancora intriso di sangue, e servì ad uccidere la vostra padrona.
Henry chinò il capo, comprendeva che la cosa era assai grave; ma lo rialzò subito e forte della sua innocenza, disse con accento fermo:
—Non fu la mia mano che impugnò quest’arma.
—Ma come si trovava allora nella stanza della signora Porter.
—Ieri a sera la padrona mi fece chiamare, aveva da comunicarmi cose della massima importanza, durante il colloquio essa ebbe bisogno di tagliare un cordone, ed io tolsi dalla mia tasca il coltello, che dimenticai sul tavolo.
Fair era raggiante, la spiegazione gli pareva chiara e precisa.
Electric era quasi del parere del collega e continuò l’ interrogatorio.
—Ammesso sia vero quello che dite, come va che tenevate nelle vostre tasche un coltello che non è un temperino, ma un’arma di offesa bella e buona?
—È uso di ogni buon scozzese nato cacciatore, di portare tali armi, che del resto non servono mai ad offendere alcuno.
Henry parlava con tanta semplicità e sicurezza che Electric condivideva oramai le idee di Fair; un assassino non poteva avere tanta calma.
Ci fu una lunga pausa, finalmente Henry disse:
—Lasciai mia figlia in uno stato da fare pietà, fate che io torni presso di lei, sarò sempre pronto ad ogni vostra chiamata.
I due agenti si consultarono con lo sguardo, ed Electric rispose:
—Andate presso vostra figlia, ma ricordatevi che qualunque tentativo per sottrarvi alla polizia sarebbe vano.
—Sottrarmi alla polizia? E perché? Io aiuterò a trovare il colpevole; è d’uopo che la mia buona padrona sia vendicata!
—Speriamo che ciò sia, andate, andate da vostra figlia, noi continueremo le nostre indagini.
Henry lasciò il “ parlor ” e salì alle stanze di Rosie; egli non pensava neppure che fra poco l’accusa appena accennata come un’ipotesi da chi lo aveva interrogato, doveva essere formulata seriamente e con prove così evidenti da farlo apparire colpevole.
XX.
Mentre questi fatti avvenivano in casa Porter il capitano Tom, (seguiteremo a chiamarlo così), si dirigeva verso il quartiere generale di Polizia al 300 Mulberry, per ricevere gli ordini del suo capo supremo essendo da qualche tempo addetto all’ufficio della polizia segreta.
Fumava tranquillamente un sigaro, avvolto in un comodo pastrano con ai piedi scarpe di gomma e lana, non sentiva il freddo e si divertiva anzi a sprofondare nella neve, che ancora non era tolta dalle strade.
L’ufficio centrale di polizia, occupa quasi un mezzo block, è un palazzetto a cinque piani, bianco una volta da cima a fondo, è divenuto qua e là coll’andare del tempo, di un colore gialliccio sporco; le scalinate esterne che conducono al pian terreno, hanno il marmo consunto, perché dalla mattina alla sera è un via vai di gente, in cerca di notizie, denunziatori, confidenti, poliziotti, detectives, detenuti, ecc.
L’ufficio del capo della polizia è subito alla sinistra di chi entra dalla parte di Mulberry e sul cristallo opaco della porta, è scritto a lettere nere Superintendent. Il gabinetto particolare dove il sopraintendente riceve, è preceduto da un’anticamera divisa in due da una griglia di ferro dorato, dietro alla quale sta sempre di guardia un policeman che riceve i biglietti da visita e le ambasciate di coloro che sollecitano di essere ricevuti.
Il sopraintendente Byrnes era allora all’apogeo della sua potenza, potenza ben meritata, perché si deve a lui se la più grande Metropoli dell’Unione fu purgata da tanti malviventi; a lui se la vita e gli averi dei cittadini venivano tutelati, e se molti e molti delitti non restavano impuniti.
Coloro che circondavano Byrnes non erano tutti della stoffa di Tom, e la polizia di New York, ha pagine splendide di eroismi e di valore che nessuno potrà dimenticare e che non possono essere offuscate dall’opera di coloro che commisero corruzioni, ingiustizie, colpe e delitti.
Tom, quando si trovava innanzi al suo superiore, non era tranquillo, temeva sempre che l’occhio scrutatore di esso leggesse nel fondo del suo animo corrotto e triste.
Però quella mattina Tom era tranquillo e sorridente,tutto gli andava bene i suoi piani tenebrosi, l’opera di lunghe meditazioni e complicate combinazioni dovevano trionfare ad ogni costo e sentiva nelle sue mani la leva potente che lo avrebbe condotto alla ricchezza,... Allora al diavolo la divisa turchina, libero, indipendente, avrebbe goduta la vita in tutti i modi.
Tom prima di passare da Byrnes si recò all’ufficio dei detectives, trovò il sergente di servizio che gli disse:
—Il sopraintendente vi desidera subito.
Tom fece un dietro-fronte e con passo sollecito andò da Byrnes; lo trovò preoccupatissimo, e circondato da quattro capitani con i quali discorreva animatamente.
Appena entrò Tom, Byrnes gli disse:
—Sapete cosa è successo?
—No,—rispose Tom turbato.
—Abbiamo sulle braccia un delitto che solleverà un gran rumore.
—Un delitto?
—Sì,—continuò Byrnes,—è stata uccisa nella sua abitazione Annie Porter Anderson.
Tom sussultò e tutto il sangue gli affluì al volto e con voce che tremava per la emozione, disse:
—Certo il fatto è grave e bisogna trovare il colpevole.
—Mi hanno telefonato che due dei più abili agenti, Electric e Fair, sono incaricati delle prime indagini.
Tom si morse le labbra, sapeva che quei due avevano l’odorato dei bracchi, e se scoprivano anche la più piccola traccia sarebbero arrivati al colpevole; al colpevole, perché Tom,ricordandosi che George il figlio dell’assassinata aveva la manica della camicia lorda di sangue, erasi subito formata l’ idea che l’autore del delitto fosse lui.
—A cosa pensate capitano?—domandò Byrnes vedendo che Tom era pensieroso,—parlate pure liberamente, è questo uno di quei casi nei quali è necessario comunicarci reciprocamente le nostre idee.
—Mi è difficile—rispose Tom,—fare qualunque apprezzamento se non mi è dato di sapere dei particolari.
—Avete ragione; disgraziatamente le prime notizie pervenuteci telefonicamente sono molto incomplete, si è trovato il cadavere della Porter nella stanza che precede la sua camera da letto, le porte della casa erano tutte chiuse; si dà come movente del delitto, il furto.
—Allora,—disse Tom,—il meglio è andare sul posto e vedere di cosa si tratta.
—Benissimo, e siccome voi capitano siete addetto al servizio segreto,così vi recherete subito a casa Porter e vi farete fare il rapporto da Electric e Fair, e deciderete su quello che bisogna fare. Vi dò pieni poteri.
Un lampo di gioia sfolgorò negli occhi di Tom; esso era ora padrone della posizione e l’avrebbe saputa mantenere.
Tom salutò Byrnes, e uscì lestamente; appena fu nella via si diresse verso Broadway sperando di trovare un “cab” lo trovò infatti innanzi al Metropolitan Restaurant, dette al cocchiere l’ indirizzo di casa Porter, e aggiunse che avrebbe data una mancia lauta, se fosse arrivato prestamente.
Il cocchiere mise al trotto il suo cavallo, e Tom si rincantucciò nel “cab”.
Durante il tempo impiegato per via, egli pensò alla fortuna che era propria venuta a bussare alla sua porta mentre dormiva. Per lui non eravi dubbio, l’uccisore della Porter era il figlio suo George, il dissoluto che doveva essere nelle sue mani un cieco strumento.
—Purché arrivi in tempo,—pensava,—per impedire ad Electric e Fair, di scoprire il colpevole, e la ricchezza che anelo tanto, sarà mia e presto.
Pietro è schiavo di Mary, George sarà il mio, e ciò vuol dire la causa vinta. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
XXI.
Quando Tom giunse a casa Porter, la folla non era diminuita, tutti commentavano il delitto e ne dicevano di ogni colore.
Il capitano si aprì il passo a forza di gomitate per arrivare alla porta d’ ingresso, il policeman che eravi di piantone volle impedirgli il passo, ma egli si sbottonò e mostrò la placca d’oro dei capitani e subito fu lasciato passare.
Electric e Fair, avevano allora, allora, terminato d’ interrogare Henry e si erano convinti della sua innocenza; quando scorsero Tom, fecero una brutta smorfia, questi fece vista di non vederla e con tono amichevole disse:
—Ebbene, miei cari ragazzi, che cosa avete scoperto? Il sopraintendente mi manda per unirmi a voi, abbiamo pieni poteri, per cui se scopriremo il colpevole la gloria sarà di noi tre.
—Capitano—disse Electric,—per ora nulla di positivo possiamo dire, il fatto è assai misterioso, vi sono delle circostanze che autorizzano le più strane supposizioni.
—Ditemi brevemente ciò che avete fatto e scoperto.
Electric, con una chiarezza ammirabile narrò tutto a Tom, il quale ad ogni parola che usciva dal labbro dell’ agente diveniva sempre più allegro; e quando questo ebbe finito disse:
—E voi Electric, e voi Fair, che passate per avere un colpo d’occhio straordinario, non avete compreso che l’assassino è il proprietario del coltello che servì ad uccidere la disgraziata Porter?
—Non lo credo,—disse risolutamente Electric.
—Neppure io,—aggiunse Fair.
—Ma dunque siete ciechi?.... Non vi hanno detto i servi che le porte di casa erano chiuse e che nessuno poteva aprirle? Dunque l’assassino era nella casa, e si è tradito lasciando l’arma omicida nella camera del delitto.
—Quando avrete visto quell’ uomo vi convincerete che non è l’assassino della padrona sua che amava come una madre.
—Commedie, commedie di tutti i delinquenti che piangono innanzi al cadavere della vittima e tengono ben stretto il danaro che hanno rubato. Vi credevo più furbi.
Electric lanciò un occhiataccia a Fair, il quale non si scompose per nulla, e disse:
—Capitano, può darsi che abbiamo sbagliato; per cui continueremo le indagini come se veramente il colpevole fosse il proprietario del coltello col quale fu uccisa Annie Porter, vedremo dove ci condurranno e poi ci direte il vostro parere.
Tom si era alzato e con voce di comando, disse:
—Andiamo nella camera dell’ assassino.
Non vi era da replicare, Electric chiamò un servo e si fece indicare la stanza occupata dall’intendente.
Intanto fra i servi si era sparsa la voce che i sospetti erano caduti sopra Henry Stuart, e come avviene sempre, si scagliarono contro il poveretto che non aveva mai fatto loro nessun male, che anzi era stato paternamente buono con essi.
Bertha con delle parole a mezza bocca, con delle abili insinuazioni, accreditava l’accusa, e nella casa tutti oramai credevano alla colpabilità di Henry, senza che per avvalorare quella credenza avessero una sola prova.
La notizia passò ben presto la soglia della casa e si sparse fra la folla, che cominciò a tumultuare e a chiedere la morte dell’assassino; intanto il capitano Tom spezionava la camera di Henry, il quale era al letto di Rosie ansioso, aspettando la parola del medico, che ancora non si era pronunziata al riguardo dello stato della disgraziata fanciulla.
XXII.
La camera di Henry era ammobiliata semplicemente; ma messa con una grazia civettuola che indicava le cure di Rosie; in un bel vaso di cristallo di rocca, erano delle rose fresche e profumate; colte certo nella serra dei Porter; sul canterale stavano cento oggetti graziosi, regali della figlia al padre nei giorni di qualche felice ricorrenza.
Electric vedendo tutto ciò, non poté a meno di dire .
—Ecco la camera di un galantuomo.
Tom si voltò adirato e disse :
—Signor mio, prima di diventare birbanti tutti sono onesti. Avanti, mettete le mani in tutte quelle cianfrusaglie e cerchiamo il morto.
Il morto, per il capitano Tom, erano i denari rubati ad Annie; esso sapeva bene che Henry non gli aveva rubati, ma sperava di trovare del denaro nascosto frutto dei guadagni dell’ intendente e che avrebbe fatti passare per rubati.
Electric e Fair, a malincuore intrapresero la perquisizione; tutti i cassetti furono rovesciati, guardate ben bene le biancherie, frugati i materassi, visitati dietro dei quadri, non trovarono nulla, in una scatola di pelusce con fermagli d’argento rinvennero un libretto del First National Bank, Tom lo prese e fece una mossa di dispetto vedendo che l’ ultimo versamento portava la data del giorno innanzi. Mettendo Henry i suoi risparmi alla banca era svanita la possibilità di trovare del denaro, e ciò lo seccava moltissimo; non per tanto fece continuare le ricerche, non restava più che il baule da visitare, un baule ricoperto da una fodera di velluto con frangie di seta.
Tom levò via la fodera, fece saltare la serratura del baule,e cominciò a trarre via biancheria, abiti, tutto quanto gli capitava fra le mani, ad un tratto, mandò un grido di gioia; un pacco di biglietti di banca era rotolato sul tappeto.
Tom aveva trovato più di quello che cercava.
Egli si scagliò sopra il pacco dei biglietti di banca, l’afferrò e alzandolo in aria con accento allegro, esclamò :
—Ecco la prova più bella della colpabilità dell’ intendente. Cosa ne dite cari amici Electric e Fair?
I due agenti avevano abbassato il capo confusi e interdetti, compresero che il loro superiore trionfava prendendosi una bella rivincita per tutte le volte che egli aveva avuto torto di fronte ad essi.
Tom cominciava a credere che il vero colpevole fosse l’ intendente e ciò lo contrariava assai, perché, lo ripetiamo, per la riuscita dei suoi piani tenebrosi, meglio sarebbe stato che l’assassino fosse George il figlio della vittima. Dall’ altra parte era soddisfatto perché le prove accumulate lo mettevano in grado di potere dimostrare che conosceva il suo mestiere assai bene.
Tom dopo avere assaporato il suo trionfo disse agli agenti:
—Ed ora arrestate il colpevole.
—Quello sciagurato,—disse Electric,—è vicino alla figlia sua, non volete aspettare un poco a strapparlo di là?
—Nessun indugio è possibile,—rispose Tom,—non si sa mai cosa può accadere, io non voglio responsabilità. Andate adunque, io vi seguo.
Electric e Fair a malincuore si avviarono alla camera di Rosie.
La povera fanciulla non dava ancora segno di vita, ed Henry appariva pazzo dal dolore.
Electric si arrestò sulla soglia della porta interdetto, Tom gli mormorò:
—E via, fate il vostro dovere.
—Ma. . . .
—Va bene, me ne occupo io ,—e ciò detto Tom si avanzò, e con voce ferma:
—Chi di voi era l’ intendente della defunta signora Porter?
—Io,—rispose senza esitare Henry.
—Orbene, in nome della legge vi dichiaro in arresto.
—Io!—esclamò stupefatto Henry, mentre il medico Mayer al massimo della meraviglia si volgeva verso Tom:
—Sì, proprio voi Henry Stuart.
—Ma di cosa sono accusato?
—È inutile dirvelo lo sapete benone. Dunque seguiteci.
—Seguirvi? Mai, se prima non mi direte con qual diritto e per che colpa mi arrestate e volete togliermi dal fianco di mia figlia morente!
—Volete proprio saperlo?
—Certo.
—Ebbene, metteremo i puntini sull’ ì, e vi diremo ciò che non ignorate. Vi si accusa, e guardate che si hanno le prove,di avere uccisa la vostra padrona.
Henry dette un ruggito di rabbia e con i pugni alzati si scagliò verso Tom; ma ad un tratto si arrestava, al suo ruggito aveva risposto un grido di Rosie, che si era levata a sedere sul letto, con gli occhi smisuratamente aperti.
Essa, udita l’accusa iniqua, tanta fu la scossa che ne riportava, da rompere quella specie di camicia di piombo che l’avvolgeva da capo ai piedi.
Il dottore stupefatto guardava la fanciulla, sorpreso da quella specie di resurrezione, anche il capitano e i suoi agenti erano come soggiogati dalla scena inattesa.
Rosie aprì le labbra, sul principio furono parole indistinte, poi la lingua si sciolse e poté dire:
—Chi accusa mio padre di un delitto tanto infame e atroce è un pazzo.
Lo sforzo straordinario aveva esaurito Rosie, che ricadde in deliquio.
Il medico l’esaminò con cura, e poi disse:
—La fanciulla è salva; la sua fibra è di acciaio, e mentre ci appare insensibile come morta, certo il suo pensiero è rivolto alle lotte della vita che dovrà combattere.
—Stuart,—disse Tom,—dovete seguirci; la figlia è in buone mani, voi potrete provare la vostra innocenza, e quindi ritornare presso di lei. Le prove raccolte contro di voi autorizzano l’arresto, io non posso, né devo indugiare.
—Va bene,—rispose il poveretto,che aveva riacquistata tutta la sua calma,—verrò con voi, e vi pentirete di avermi fatto soffrire questa umiliazione.
Poi,scorgendo Bertha che pareva guardarlo con occhio compassionevole, disse:
—Non è vero che nessuno crederà che io sia colpevole?
Bertha abbassò il capo e non rispose.
—Parlate, Bertha!—gridò Henry eccitatissimo.
Parlate Bertha! gridò Henry eccitatissimo.
La cameriera fuggì senza rispondere.
Henry si rivolse quindi al dottore, e con voce commossa gli raccomandò la figlia sua, che prima di seguire i policemen baciò e ribaciò con affetto.
XXIII.
Fu con passo fermo che Henry seguì Tom e i suoi agenti; nel corridoio incontrò dei servi che insultarono il disgraziato, il quale ebbe per i suoi accusatori un sorriso di grande pietà.
Allorché il preteso assassino comparve sulla porta, la folla che già sapeva quanto era avvenuto entro la casa, gettò un grido selvaggio di furore.
Henry calmo,con la testa fieramente alzata,volse il suo occhio sereno e tranquillo su quanti chiedevano a grandi grida la sua vita.
Quel contegno sembrò una provocazione e i più inferociti si scagliarono contro il prigioniero, per strapparlo dalle mani della polizia e massacrarlo.
Electric, Fair e il capitano, impugnarono il revolver e la folla indietreggiò e aprì il passo, però le grida continuarono, alcuni gettarono sassi e sputarono in faccia ad Henry, che non perdeva la sua serenità, tanto che il capitano Tom pensava essere impossibile che l’uomo che appariva tanto calmo, avesse commesso un delitto così infame.
Henry fu fatto salire in un “ cab, ” e condotto alla stazione di polizia; dopo le formalità d’uso venne rinchiuso in una cella tutt’altro che pulita e dove a mala pena penetrava un poco di luce.
Henry si sedette sul pancaccio, che era fermato al muro, e si immerse in penose meditazioni; egli non pensava a sé, credeva che l’errore della polizia fosse ben presto riconosciuto e che ricupererebbe subito la sua libertà.Il suo pensiero volava a Rosie, che forse non avrebbe avuta la forza di resistere al colpo terribile che la investiva,dopo una serata di gioia e felicità senza nome. Essa,che aveva ritrovata la madre adorata, vedeva strapparsela dalla morte, da una morte crudele, dovuta alla mano iniqua di un assassino.
Passarono alcune ore, che ad Henry sembrarono eterne; finalmente il cancello della sua cella si aprì ed Electric e Fair lo condussero all’ interrogatorio.
XXIV.
Il primo ad aprire gli occhi nella “ sala dei divani ” fu George; al suo fianco dormiva la bionda fanciulla e intorno a lui, più qua e più là, erano le coppie innamorate che riposavano dopo l’orgia sfrenata, che era durata fino alle prime ore del mattino.
Il miserabile si alzò, raccolse i suoi abiti, si vestì silenziosamente e quindi piano, piano, senza svegliare nessuno, si diresse verso l’uscio, conoscendone il segreto lo aprì e se ne andò tranquillamente.
Appena O’ Brien lo vide, sussultò, e gli disse:
—George,venite un momento nel mio gabinetto, devo parlarvi di cosa importante.
George seguì O’Brien, il quale senza tanti complimenti gli mise sotto gli occhi un’edizione extra del World, nella quale era narrato dell’assassinio della madre sua.
George finse la più dolorosa sorpresa, e con voce che si sforzò di fare apparire commossa, disse:
—O’ Brien,devo recarmi presso mia madre, fate avanzare una carrozza.
—Subito, ma fatevi coraggio,è una grave disgrazia, tutti parlano con venerazione di vostra madre, e la sua morte non resterà impunita, l’assassino è scoperto.
—Scoperto?—gridò George che erasi fatto pallido come la morte.
—Sicuro; ecco qui, il giornale parla chiaro, l’assassino è Henry Stuart, l’ intendente di vostra madre.
—Il miserabile!—tuonò George,—sulle labbra del quale aleggiò un cattivo sorriso.
—Miserabile davvero,—incalzò O’Brien,—perché da vostra madre fu sempre beneficato. . . . .
—Ma questa è l’edizione delle 12 m.—interruppe George,—che ora è dunque?
—Sono vicine le due.
—Sangue di Cristo, e quei maiali dormono ancora di sopra,.... Andate, andate,fatemi venire una carrozza.
Dieci minuti dopo George prendeva posto in un “cab” che si dirigeva verso casa sua, la temperatura si era ancora abbassata, e le strade piene di ghiaccio impedivano al cavallo di correre.
George durante il tragitto lesse tutta la relazione del giornale, così che si poté fare un concetto esatto della situazione; leggendo che il capitano Tom era l’eroe che aveva tutto scoperto, comprese che a lui doveva la sua salvezza; si ricordò anzi avere con esso un’appuntamento,ma era troppo tardi, del resto lo avrebbe trovato a casa, a continuare le indagini, o ad aspettarlo per vantarsi di ciò che aveva fatto.
Quando il “cab” si fermò innanzi a casa Porter, vi era ancora un bel numero di curiosi, che guardò con rispetto George, il quale appariva abbattuto come se fosse oppresso dal dolore.
Commediante finito, George si diresse verso la camera della madre e piangendo e sospirando la baciò.
La baciò, e non provò né un rimorso, né un tremito, non ebbe paura che quel cadavere al contatto infame dell’assassino,si levasse e protestasse contro tanta profanazione!
Bertha, presente a quella scena, era stupefatta, e pensava se durante la notte non avesse sognato la scena tremenda avvenuta fra madre e figlio e alla quale aveva assistito.
George, piangendo clamorosamente, lasciò la stanza dove riposava la madre e si diresse al suo appartamento.
Ai servi domandò se avevano nessuna comunicazione a fargli; gli fu risposto che il capitano Tom aveva lasciato detto che alle quattro sarebbe tornato e desiderava avere un colloquio col figlio dell’assassinata. I servi informarono pure George, che la signorina Rosie, addolorata oltre ogni dire per la morte della padrona e dell’arresto del padre, si trovava in uno stato molto critico.
George dette ordine che la fanciulla fosse trasportata subito all’ospedale; lasciò detto che, se il capitano Tom veniva, lo facessero passare nel suo appartamento e quindi si ritirò in camera, dove si svestì completamente; della camicia insanguinata fece un piccolo pacco che mise sul letto, poi si lavò con cura, e indossò un abito da lutto, stava mettendosi la cravatta, quando udì battere alla porta: credendo che fosse il capitano Tom, disse :
—Entrate.
La porta si aprì e comparve Bertha.
—Cosa volete?—Domandò George.
—Dirvi alcune cose, se non vi dispiace.
—Fate lesta, perché aspetto il capitano di polizia.
—Sarò brevissima. Il capitano viene per l’assassinio della signora?
—Sì.
—Io pure sono qui per questo.
—Voi?! . . . .
—Sicuro.
—Parlate adunque.
Bertha guardò con i suoi occhi sfacciati George e con voce chiara, disse:
—Io so chi assassinò la mia padrona.
—È cosa vecchia, tutti conoscono l’assassino.
Bertha, crollò la testa e :
—L’assassino non è Henry Stuart. . . . .
George tremò tutto; cosa sapeva mai Bertha? Non per tanto con voce calma riprese :
—Non è l’assassino? Siete matta, Bertha? La polizia ha delle prove.
—La polizia s’ inganna, e questo la so io, e . . . . lo sapete anche voi.
—Guardate cosa dite,—mormorò George con voce soffocata.
Bertha si mise tranquillamente a sedere, e poi disse:
—Ascoltatemi con calma e vedrete che finiremo coll’ intenderci.
“Le cameriere, lo sapete, sono curiose, io poi lo sono in un modo straordinario, e non me ne pento perché, così so moltissime cose. Orbene, ieri notte quando siete tornato a casa . . .
George gettò un grido di spavento, Bertha sorrise e continuò :
—Non vi spaventate, non vi è di che, quello che dico non lo saprà mai nessuno..... Dunque veniste a casa, vi intesi, stavo per andarmene a letto, ma allorché bussaste alla porta di vostra madre, mi venne il desiderio di sapere quello che volevate da lei. Mi congratulo con me stessa di averlo fatto, perché così sono in grado di sapere chi assassinò la mia buona padrona.
George comprendeva che era impossibile mentire con Bertha, non per tanto disse :
—E l’assassino chi è?
—Voi, mio caro padrone.
George gettò un grido selvaggio, e si slanciò verso Bertha, la quale tranquillamente levò un revolver dalla sua tasca e con accento calmissimo, disse :
—Sapevo con chi avevo a fare e mi sono premunita.... Dunque calmatevi e tenete le mani a casa, se non volete provare il piombo di questo grazioso gingillo.
George indietreggiò e andò a cadere sopra una poltrona, accasciato sotto il colpo che riceveva così all’ improvviso e nel momento che credeva la sua impunità certa.
Bertha lasciò correre qualche minuto, e poi disse :
—George il vostro spavento lo comprendo; ma potete vivere tranquillo; io non vi tradirò.
Quelle parole fecero rialzare il capo a George il quale disse :
—Io pagherò molto bene il vostro silenzio.
—Non voglio denaro; desidero altro.
—Tutto quanto chiedete vi sarà concesso.
Bertha guardò fisso George Porter Anderson, poi disse:
—Voglio divenire vostra moglie.
George restò come inebetito, gli pareva impossibile che Bertha dicesse sul serio; la fanciulla lo seguitava a guardare sorridendo.
—Vi sembra strano,—continuò poi,—che una cameriera prenda il vostro nome? Orbene, sentite qui; se vado alla polizia e narro tutto quanto so, vi aspetta la corda; la parola è brutale, ma non ne trovo un’altra, e il vostro nome è disonorato. Se taccio un’ altro paga per voi, e restate libero, rispettato, ricco...Non sono brutta, tutt’altro, e se lo volessi, potrei farmi servire come una principessa.
Nella mia vita non vi è nulla che possa dare ombra. . . . . . .
—Lo credi?—gridò George,—lo credi Bertha Noble?
Fu la volta di Bertha ad impallidire, il suo nome di famiglia era la prima volta che lo sentiva pronunziare, dal giorno che aveva preso quello Doyen.
George, fiero dell’effetto prodotto dalle sue parole continuò:
—Può darsi che io sia matricida, ma tu sei un’ infanticida. So tutto, ho conosciuto Mary Shakespeare.
—Ah! la miserabile,—gridò Bertha in preda al più grande furore.
George sorrise ironicamente e:
—Vedi bene cara mia, che tutti abbiamo il nostro segreto. Siamo pari e patta.
Ma Bertha non era tale da spaventarsi, e del colpo ricevuto si riebbe subito e rispose :
—Va bene, voi possedete il mio segreto e sia, ma esso non vale quello che possiedo io, del resto ho fatto un sogno che voglio ad ogni costo far diventare realtà.
George non si turbò e rispose:
—Sei bella, se avessi avuto tempo mi sarei occupato più di te; vuoi divenire mia amante?
—No, voglio essere vostra moglie.
—Sei matta.
—Fate male a dire così, perché sposandomi non fareste un brutto affare, so molte cose che possono esservi utili, se sarete mio alleato avrete fortuna e potenza. Altrimenti. . . . . .
—Cosa?
—Sono decisa a tutto.
—Andrai alla polizia e farai la tua denunzia; non ti crederanno, e ti sarà domandato perché, non parlasti subito allorché si arrestò un’ innocente?
Bertha pensò alquanto e poi avvicinando le sue labbra all’orecchio di George, mormorò :
—Sposatemi e avrete la fortuna di vostra madre.
George alzò le spalle; la fortuna di sua madre gli andava di diritto, egli era l’erede universale, le pretenzioni di Bertha gli apparivano assurde.
L’ astuta cameriera non si dette per vinta, disse:
—Voi credete ciò che non è, siete l’erede è vero, ma vedrete che la sostanza di vostra madre, che calcolate un milione di dollari, non si troverà.
—Nessuno potrà averla toccata.
—Vi dico che non si troverà, io sola so a chi andranno i denari; ma non dirò questa parte del mio segreto, se non quando sarò vostra moglie.
—Mai, mai . .
Bertha ebbe nei suoi occhi un lampo d’ ira, e con voce fremente disse :
—Guardatevi!
—Sii dunque ragionevole,—continuò George,—amiamoci pure; ma nulla matrimonio. Via, vieni qui, le tue labbra sono porporine e belle, attirano i baci, godiamo la vita e non pensiamo più in là.
Bertha si sciolse dalla stretta febbrile di George e con accento pieno di minaccia disse:
—Vi accordo tre giorni di tempo, riflettete, voglio essere vostra moglie, sarà bene per me e per voi, fra poco vi accorgerete che avete bisogno di me. Se passato questo tempo non date una risposta decisiva, siete perduto.
Senza aggiungere altro,Bertha uscì dalla camera lasciando George vinto e stupefatto.
—Qual’ altro segreto ha quella sgualdrina?—mormorò mentre si terminava di vestire.
XXV.
Fu di nuovo bussato all’ uscio.
—Entrate,—disse con impazienza George.
Tom entrò, e vedendo George tutto vestito a lutto disse:
—Benissimo,vi siete messo in parata; le apparenze sono una gran bella cosa, e servono mirabilmente a dare la polvere negli occhi ai gonzi.
—Cosa intendete dire capitano?
—Lo sapete miglior di me.
—Non vi capisco.
—Caro mio giuochiamo a carte scoperte.
—Ma . . . . . .
—So tutto.
—Tutto!
—Corpo del diavolo, George, non mi fate l’ ingenuo. Non protestate, non dite una parola, e ascoltatemi.
Ieri notte, quando lasciaste verso le undici la bisca di O’Brien,avevate dato fondo all’ultimo vostro dollaro; usciste e dopo un’assenza non breve, ritornaste con le mani piene di biglietti di Banca; giuocaste prima con avversa fortuna, poi vinceste una somma considerevole, che lasciaste in deposito da O’Brien, ben sapendo con qual razza di gente andavate a divertirvi.
Quando vi vidi, notai, come lo notò la bionda fanciulla che fu vostra per poche ore, che la camicia avevate insanguinata, e fino da quel momento pensai che potevate benissimo avere commesso un delitto. Chi vi conosce sa bene che gli scrupoli non vi danno noia.
George volle interrompere, ma Tom lo impedì con un gesto imperioso e continuò :
—Questa mattina si scoprì il cadavere e vostra madre uccisa da due colpi di coltello; la fortuna volle che io mi occupassi del fatto e senza indugiare, scoprì chi è l’assassino.
—Infatti lo avete arrestato,—non poté a meno di dire George.
—Già lo arrestai; ma il male è che quel poveretto sa tanto dell’assassinio di vostra madre, quanto può saperlo il gran Turco.
—Come!
—Già,proprio così; l’assassino venne dal di fuori, con la chiave che tiene aprì la porta, poi s’introdusse da sua madre, le chiese del danaro che non volle dargli. Al colmo del furore, cercò ogni mezzo per levare via la vittima disgraziata che difendeva i suoi denari; ma non vi riuscì, fino a quando trovato a caso sullo scrittoio un coltello aperto, con quello ferì . . . .
George, pallido, col sudore sulla fronte ascoltava Tom che con meravigliosa intuizione, rifaceva la scena terribile avvenuta nel gabinetto di sua madre.
—Atterrato l’ostacolo, l’assassino ruppe i cassetti dello scrittoio,si impadronì del danaro e corse a giuocare..... Non vi pare che il mio racconto sia esatto?
George non rispose, sembrava annichilito; una risata clamorosa di Tom lo scosse.
—Ebbene, a cosa pensate? Eravate già in viaggio per la sedia elettrica è vero, ma io vegliavo.
A quelle parole un brivido scosse il miserabile, che vide passare innanzi ai suoi occhi l’orrenda visione della camera di morte di Sing-Sing.
Tom prese per una mano George, quella mano era fredda e ricoperta di sudore.
—Vi credevo più uomo,—disse poi non dissimulando il suo disprezzo,—molto di più che capite come, essendo io incaricato della faccenda, potete dormire fra due guanciali.
George respirò.
—Per il pubblico, per i giudici,—continuò il capitano abbassando la voce,—il delitto è avvenuto in altro modo, è Henry Stuart che ha fatto tutto, e le prove non mancano; suo è il coltello col quale fu colpita vostra madre, nel suo baule furono trovate delle migliaia di dollari dei quali non sa rendere conto. È lui che andrà alla sedia elettrica, fra le grida di approvazione di tutti quanti sono uomini di cuore, perché nessun dubbio esisterà sulla sua colpabilità e vostra madre sarà vendicata.
George, a poco a poco si era calmato, ogni parola di Tom, lo faceva rinascere alla speranza, e anzi si meravigliava di avere provata la paura, mentre poteva contare su Tom,così quando questi ebbe finito disse con accento allegro:
—Grazie capitano, mi sembra di tornare da morte a vita.
—Me ne sono accorto. Ed ora a noi.
—Cosa avete fatto della camicia insanguinata?
—È qui sul letto.
—Bisogna farla sparire, la darete a me, e penserò io a tutto.
—Come sta la figlia dell’assassino?
—Non saprei, ho ordinato che la trasportino all’ospedale.
—È molto bella.
—Da fare impazzire,—rispose George,—i cui occhi ebbero un lampo bestiale.
—Adagio,adagio, con i desideri,—disse Tom che si accorse dei bravi sentimenti di George,—guai a voi se tentaste di avere quella fanciulla, la figlia dell’uomo che vi rese orfano, il mondo griderebbe allo scandalo; e siccome la vostra reputazione è tutt’altro che buona,così non si sa dove si andrebbe a finire. Mandatela all’ospedale, poi vedremo cosa si potrà fare; quando sarà orfana e senza mezzi, bisognerà bene che si adatti come tante altre, se vuole non le mancherà la fortuna.
George non ebbe una parola di protesta per le parole ciniche con le quali Tom pensava all’avvenire dell’angelica Rosie, di sua sorella. Egli è che l’anima di George era un’ammasso di fango, in cui neppure eravi l’ombra di un sentimento buono, tutto era perverso e cattivo.Anche i più audaci furfanti, i più terribili delinquenti, hanno quasi sempre qualche lato meno pessimo; ma George era tutto di un pezzo, e nessuno poteva arrivarlo nella malvagità. E non aveva scuse, perché era cresciuto presso una nobile e virtuosa donna, che piangeva un fallo involontario e lo riscattava con una vita di sacrifici, abnegazione e onestà, degna di mirabile esempio.
Egli non fu spinto al male dalla miseria, ma dai suoi istinti cattivi e feroci; era insomma, uno di coloro che la scienza chiama delinquenti nati, che nulla può arrivare a correggere.
XXVI.
Tom, prima di lasciare George, gli raccontò come Henry nel suo interrogatorio avesse con una fermezza che destò viva impressione, sostenuta la sua innocenza; ma schiacciato dalle prove,aveva terminato col dirsi rassegnato a tutto.
George tacque a Tom che il delitto aveva avuto un testimone, e fu quello un passo falso, perché il capitano era tipo da provvedere a scansare qualunque pericolo.
George quando fu solo, si recò nel “ parlor ” e dette gli ordini opportuni per i funerali, e fece mettere la servitù a lutto.
Compiuto questo dovere, mandò a chiamare il notaio di casa per sapere se la madre sua avesse lasciata nessuna disposizione testamentaria; il notaio accorse subito e dette la consolante notizia che il testamento non esisteva.
George con l’assistenza del notaio si mise ad esaminare le carte di sua madre; lo attendeva la più brutta delle sorprese.
Dal libretto di banca risultava che il fondo di Annie Porter, ascendeva a poco più di $500; e molti documenti mostravano come tutte le possessioni di Scozia fossero state alienate, e una forte ipoteca gravasse sopra la casa di New York e la Villa di Saratoga.
George credeva di sognare; come, i beni della madre sua venduti? I denari dove erano andati? Qual via avevano presa?
Anche il notaio era sorpreso, la sua cliente non gli aveva mai detto nulla, e le vendite e le ipoteche erano state effettuate nel massimo segreto.
George appariva al colmo del furore; se non fosse stato per attirare su di lui l’attenzione, sarebbe corso nella camera della morta ad insultarne il cadavere, e domandarle conto della fortuna che si vedeva tolta dalle mani.
Non poteva però persuadersi di quanto vedeva, e con mano febbrile sparpagliò le carte, i documenti, domandando a voce alta schiarimenti al notaio che ne sapeva meno di lui e non poteva far nulla per calmarlo.
George sembrava divenire pazzo, e il notaio che amava il quieto vivere, prese un pretesto e lo lasciò solo.
Il miserabile frugò ancora in tutti i ripostigli; ma non fece altro che acquistare la convinzione che la madre sua aveva in un modo o in un altro, dato fondo alla sua pingue sostanza.
Ad un tratto George si batté la fronte e con voce rauca mormorò :
—Comprendo, essa deve avere regalato tutto alla bastarda, alla figlia del suo amante!
George aprì la porta di camera, sul letto spiccava il cadavere della madre sua, il volto pallidissimo era improntato ancora a nobiltà, il matricida guardò la vittima senza tremare, e si diresse al canterale, aprì il cassetto e gettò un grido di rabbia vedendo che mancava lo scrigno dei preziosi gioielli di casa Porter.
—Tutto, tutto,—esclamò con accento da far rabbrividire,—hai dato tutto alla bastarda; e nulla hai serbato al figlio legittimo, al vero padrone. Per Dio, non so chi mi tenga dal farti gettare nel fiume!
Certo stava per inveire contro il cadavere,quando il suo braccio alzato fu trattenuto; il miserabile ebbe paura e tremò tutto, ma la voce di Bertha lo riassicurò; la cameriera diceva:
—Voi cercate le ricchezze di vostra madre; sposatemi e vi dirò come faremo a ricuperarle.
George, che una sola cosa desiderava, il danaro; non esitò più e rispose:
—Va bene Bertha, diverrai la sposa mia, ma prima distruggerai tutte le prove che potrebbero perdere la signora Porter Anderson.
Bertha soffocò un grido di gioia, poi con una calma che metteva i brividi, disse:
—Il giorno che saremo marito e moglie, vi porterò come dote ottantamila lire sterline, che vostra madre vi ha rubato.
—Ottantamila lire sterline?
—Sì. In quanto alle prove, o meglio a colei che potrebbe ricordarsi del mio passato, ben presto non sarà più da temersi.
—Che intendi fare?
—Questo è il mio segreto. Ed ora fate in modo che nessuno veda le vostre smanie, i vostri furori, è d’ uopo che tutti parlino del vostro dolore; non godete buona fama, ma in poco tempo si può riacquistare il terreno perduto, l’occasione vi si presenta con una commedia che farà effetto, non perdetela.
—Hai ragione Bertha; seguirò i tuoi consigli.
—Allora riusciremo a tutto.
—Comincio ad avere fiducia in te.
—E potete averla, perché come voi sono assetata di ricchezza e di potenza, è tanto che voglio rialzarmi dal fango, dove mi precipitarono gente che vollero speculare sulla mia bellezza e che mi fecero vivere in un mondo turpe; dove appresi che tutto si può col danaro, che non havvi potenza al mondo che resista al denaro.
Bertha si esaltava, George la guardava stupefatto, e non la interrompeva sicuro che in quel momento di eccitamento avrebbe conosciuta tutta intera la storia della sua futura moglie.
—Se vi hanno detto,—continuò Bertha,—che fui cattiva hanno mentito; fuvvi un tempo che io pure ero buona, onesta e casta. Ma mia madre era povera, mi vendette ad una megera, che mi condusse in un luogo dove la mia bellezza fece colpo; sollevò degli ardori e . . . . . . . .
Bertha si arrestò dando in uno scroscio di risa, che risuonò tristamente nella camera mortuaria, e poi riprese:
—Vi narrerò un’altro giorno tutta la mia storia. Ora usciamo di qui, restammo fin troppo in compagnia di un morto.
George non disse una parola e seguì Bertha; calava la notte e i servi non si erano ancora azzardati ad accendere i lumi, gli ordini opportuni furono dati e ben presto la casa illuminata riprese la sua gaiezza.
Poco dopo giungeva l’ undertaker, il quale trasformava in camera ardente il gabinetto della defunta, che fu collocata nella ricca cassa di ebano intarsiata di argento e circondata da ricchi candelabri portanti delle candele di cera.
XXVII.
Rosie andava rimettendosi; il dott.Mayer oramai non aveva più timore, solo pensava con spavento al momento nel quale avrebbe dovuto dire alla figlia dell’arresto del padre.
Allorché il dottore, che era attratto da un’invincibile simpatia verso l’ammalata, seppe che il padrone di casa aveva ordinato che la fanciulla fosse condotta all’ospedale, non disse una parola; ma decise di farla trasportare alla sua casa di salute, dove la poverina avrebbe avuto le cure più affettuose.
Quando Rosie lasciò la casa di sua madre, scacciata come una pezzente, era ancora in uno stato da non comprendere ciò che si faceva di lei.
Bertha, vedendo trasportare via la fanciulla, avrebbe voluto opporsi, ma George era uscito, chiamato di premura alla polizia, e i suoi ordini erano stati dati con tanta precisione, che nessuno osò trasgredirli.
Bertha non voleva far restare in casa Rosie per compassione, ma perché desiderava averla a sua disposizione; più facile allora le sarebbe stato carpire il mezzo ritratto che la madre aveva dato alla figlia; perché Bertha non aveva perduto, stando dietro alla portiera, una sillaba sola del dialogo tenuto fra Rosie e la signora Porter; soltanto non capì il nome del banchiere, che teneva in deposito le ottantamila sterline.
È facile adunque immaginare qual rabbia la divorasse nel vedere sfuggirsi via la preda.
Fece però di necessità virtù e domandò al medico dove conducevano Rosie; questi dette a Bertha il suo indirizzo, aggiungendo che tutti coloro che simpatizzavano con la disgraziata fanciulla, potevano visitarla a qualunque ora.
Questa assicurazione, tranquillizzò alquanto Bertha, che per il momento poteva interamente dedicarsi a fare sparire la testimone di un delitto che un giorno avrebbe potuto trarla innanzi ai giudici.
Bertha era nativa di Chicago; come aveva detto a George, la sua famiglia non era un covo da birbanti, ma la miseria, l’ inganno avevano spinto la madre sua, o meglio colei che credeva sua madre a darla nelle mani di una donna senza anima e coscienza,una di quelle immonde trafficanti di carne umana, che vivono dovunque e che la polizia fa vista di non conoscere.
Bertha a sedici anni era bellissima e non aveva scrupoli, nelle scuole che frequentava aveva appreso mille cose, e nella comunanza con i giovanetti, tutti i segreti di amore le erano stati svelati.
Nessuno in America ha mai protestato contro l’usanza di avere in comune le scuole dei fanciulli e delle fanciulle si crede anzi che quella comunanza serva ad attutire i desideri, a far crescere la gioventù più adatta a resistere alle tentazioni.
Disgraziatamente così non è; con questo sistema, a dodici anni le ragazze sono già ambiziose di farsi ammirare e vogliono, desiderano, che qualcuno faccia loro la corte; e nella confidenza della giovinezza, nell’ ignoranza del pericolo gravissimo al quale vanno incontro, avviene spesso, che la loro castità se ne va prima ancora che sieno donne.
Del resto basta un perverso, un corrotto, per rovinare un numero grande di fanciulle, per crescerle spregiudicate e avvezzarle ai più osceni parlari. Né si creda che basti l’occhio vigile dei maestri e delle maestre a impedire il malanno, che anzi quella vigilanza serve ad accrescere i desideri, dandogli il sapore eccitante del frutto proibito.
Nella scuola di Mary, dei corruttori e delle corruttrici ve ne erano parecchi, e trovarono il terreno ben adatto ad accogliere i più tristi semi, così che quando ella si accorse di essere nelle mani di una donnaccia, non provò né disgusto, né paura, sentiva che era nata per divenire cortigiana, aveva nel sangue il bacillo della prostituzione. . . . . . .
XXVIII.
Bertha divenne ben presto maestra di libertinaggio; una volta la donna che speculava sulla sua bellezza, la condusse ad una villa sul lago Michigan, dove si trovavano un branco di libertini della peggiore specie, che si volevano pagare il divertimento di una di quelle orgie, che ricordano quelle della più corrotta epoca romana.
Essa non conosceva nessuno, la sua bellezza fece furore, e sembrava che gli uomini divenissero pazzi ammirandola.
Gli sconosciuti circondavano Bertha, baciandola, gettandosi ai suoi piedi con grida selvagge, con espansioni di affetto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Gli sconosciuti circondavano Bertha, baciandola gettandosi ai suoi piedi. . . . .
Quello che avvenne in quella palazzina, in faccia al lago eternamente azzurro, non lo descriveremo, poiché per quanti l’ esposizione nuda e cruda del vizio, serva a flagellarlo e guarirlo, vi sono cose, che nessuno potrebbe leggere senza arrossire di vergogna, senza sentirsi presi dalla nausea e dal disgusto. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Bertha trovò in quella casa l’uomo che per poco fu padrone, non solo del suo corpo, ma anche del cuore, ed ella si dette a lui con gioia suprema, e gli restò fedele fino a quando fu sazia di carezze e di baci.
Un giorno però si accorse che la passione aveva prodotto i suoi frutti, e fu con un grido di rabbia e di maledizione che acquistò la certezza di essere incinta.
Madre lei? Era cosa da diventare pazza, e in cuor suo giurò di uccidere il figlio se venisse al mondo.
Durante i nove mesi della gravidanza essa fece di tutto perché il frutto dei suoi amori di belva morisse; la sua vita fu un’orgia continua... Strapazzi senza nome, corse sfrenate sul dorso dei cavalli, cadute, tutto tentò ma inutilmente, e con una regolarità ammirabile, dette alla luce un roseo e bel bambino, che essa con grida selvaggie strangolò presente la sua confidente Mary Shakespeare,inorridita per tanto delitto.
Bertha ebbe il coraggio dopo compiuto l’ infanticidio,di alzarsi dal letto e nella stufa ardente distruggere i resti del poverino. . . . .
Appena guarita, l’ infame donna lasciò Chicago, paurosa che il suo delitto fosse scoperto,cambiò nome, e nella più grande Metropoli dell’Unione continuò per qualche tempo la sua vita di baldracca, fino a che le venne il capriccio di metter vita quieta ed entrò al servizio di Annie Porter Anderson, non fosse altro, per vedere come si viveva nelle famiglie oneste.
Il caso l’aveva resa padrona di un segreto importante e abbiamo visto qual prezzo mettesse al suo silenzio.
XXIX.
Al Metropolitan Opera House, eravi serata di gala; la diva Patti, doveva cantare nella Traviata, l’opera di Giuseppe Verdi, nella quale la celebre cantante non aveva rivali.
Tutto il mondo elegante vi si era dato convegno, e fino dalle otto, nei palchi le belle signore sfoggiavano ricche e splendide toilettes.
In un palco di secondo ordine, (allora il Metropolitan aveva la forma dei teatri d’Italia), stavano Lily, Federico e O’Brien.
Il giovane era raggiante, il giorno stesso aveva avuto comunicazione che negli esami di avvocato era riuscito il primo.
Lily, che indossava un grazioso abito di seta chinese rasata con ricchi merletti, appariva ancora più bella del solito, e sotto i fasci di luce elettrica, la sua carnagione bianchissima, prendeva il tono del marmo di Paro.
Mentre stava per alzarsi il sipario Lily domandò a suo fratello:
—Cosa abbiamo di nuovo oggi?
—Non saprei sorellina, non ebbi neppure il tempo di vedere i giornali della sera, restai tutto il giorno all’Università. . . .
—Aspettando di sentirlo dire quello che sai da tanto tempo, cioè che sei il migliore della classe.
—Adulatrice!
—E la verità.
Le prime note della sinfonia misero fine alla conversazione; la sala aveva un’aspetto incantevole, non un palco vuoto, e dovunque uno scintillare di gioielli preziosi fra le sete, i rasi, i merletti, un’esposizione di spalle e di seni, fatta con una civetteria incantevole e seducente.
I “reporters” mondani,quelli che conoscono tutta la New-York elegante, avrebbero potuto dire i nomi di quei fortunati che occupavano i palchi e avreste inteso i nomi dei milionari celebri, le ricchezze dei quali hanno del favoloso; i Gould, gli Astor, i Vanderbilt, ecc., che hanno accumulato milioni in un quarto di secolo, favoriti dalla fortuna e dall’ audacia. E accanto a questi astri primari, quelli secondari, dei poveracci che possedevano solo una diecina di milioni e niente altro, e che sospiravano di giungere alle più alte cime.
E non mancavano anche i semplici ricchi, gente con delle discrete rendite che non giuocava alla borsa, né alle corse, e che era assai più felice di coloro che maneggiano i dollari a palate. E a fianco dell’aristocrazia del danaro, e ai principi della finanza e della politica, uomini di studio che dovevano tutto a loro stessi, e il nome dei quali andava famoso per il mondo più assai dei politicanti, che fuori della cerchia del teatro,delle loro gesta, nessuno conosceva.
Tutti in una parola erano corsi ad udire ed applaudire la Patti, la quale sebbene non più una stella di prim’ordine, aveva la virtù di splendere ancora e destare intorno a se, entusiasmi e ammirazione.
Quando la diva comparve, splendida nel suo abito da “soiree,” dove i brillanti veri dall’acqua più pura, mettevano un’iridescenza che abbagliava, nell’ampia sala risuonò uno di quelli applausi clamorosi che sembra vogliano far crollare la volta. La Patti si inchinò leggermente ed un sorriso grazioso sfiorò le sue labbra; quelle labbra dalle quali poco appresso uscivano trilli, gorgheggi, note bellissime, smorzature di frasi sublimi, eseguite con arte meravigliosa.
Il telone cadde sul primo atto fra generali acclamazioni e il pubblico per ben sei volte volle rivedere il suo idolo alla ribalta e ricoprirlo di fiori.
Lily assisteva a quella scena con gli occhi accesi, col seno palpitante; avrebbe data tutta se stessa, per essere al posto di quella regina del canto, che trionfava e affascinava il pubblico.
—Ebbene,—le disse Federico,—cosa pensi della Patti sorellina?
—Divina!
—Quanto entusiasmo.
—Meritato! Quella donna è perfetta in tutto, tu hai sentito la sua voce, ma non guardasti alla sua toilette, una cosa da fata, ricca, e nello stesso tempo semplice, di un gusto squisito, anche nei suoi più minuti particolari.
—La Patti ha dei milioni e può permettersi il vero lusso.
—Dei milioni! E una voce a quel modo! Oh! quanto deve essere felice!
Federico scosse la testa e:
—Non sempre è tutto oro quello che luce, e può darsi che la felicità della Patti non sia così completa come sembra.
—E cosa potrebbe desiderare? È ricca, ammirata, acclamata come una regina, famosa in tutto il mondo . . . . . .
—Lily, tu scambi le soddisfazioni materiali della vita con la vera felicità.
—Già, comprendo, per te non havvi che la felicità del cuore; l’amore, che è come cantavano poco fa, croce e delizia insieme.
—E tu non amerai?
—No!—rispose con voce irata Lily.
Federico voleva rispondere, ma la portiera di velluto del palchetto si aprì e comparve elegantissimo in abito da società, Paolo Detroit, l’amico suo.
XXX.
Paolo Detroit era un bel giovane di 28 anni, bruno come uno spagnuolo, con dei denti che formavano l’ ammirazione generale; non bello, ma simpatico, parlatore brillante, passava per uno di quei fortunati che fanno strage nel mondo femminino.
Orfano e ricchissimo, aveva studiato medicina tanto per non restare in ozio; ma i suoi compagni di studi non lo amavano per il suo temperamento violento, quasi feroce; guai a contraddirlo, sarebbe stato capace di uccidere un uomo nel momento della furia, con la stessa indifferenza con la quale accendeva una sigaretta.
Solo Federico gli voleva bene, egli così mite e tranquillo, si compiaceva di avere a se vicino quel vulcano, sempre in ebolizione, sempre pronto a mandare fuoco e fiamme.
Detroit frequentava la casa O’Brien e fu compagno anche di Lily; approfittando della libertà grande che viene accordata alle giovanette americane, più di una volta i due giovani avevano fatto delle lunghe passeggiate a cavallo al Central Park, insieme erano stati alle corse, al teatro.
Lily amò il bruno Paolo? Non sapremmo dirlo, perché la bionda fanciulla era una di quelle testoline sventate, che, o non hanno cuore, o ne hanno appena il segno.
Ma se Lily non amò, Paolo invece fu acceso per lei di una di quelle passioni violente, buone a far commettere delle pazzie.
Giovani entrambi, liberi e ricchi, la cosa più naturale del mondo era che si sposassero; ma Lily non amava le cose facili, ella voleva divertirsi come il gatto che scherza col topolino, così che senza mai dare una risposta decisiva a Paolo, lo tirò al punto di fargli perdere la ragione, e un giorno che i due giovani erano soli nel giardino della bella villa che O’Brien possedeva a New Port, Paolo assetato di desiderio, reso pazzo dall’amore che lo divorava, fu padrone di Lily; la fanciulla non oppose resistenza, si dette come per giuoco, non provando la menoma ribellione per il suo pudore offeso, per il suo corpo deflorato, la verginità sparita.
Quando si sciolse dalle braccia di Paolo, sempre più assetato di baci e di carezze, mormorò con tono di disgusto:
—Quest’ è l’ amore? . . . . . . . . . . . .
Da quel giorno i due giovani cercarono di scansarsi. Paolo non provava più nessun ardore, nessun desiderio, le parole di Lily lo avevano agghiacciato.
Federico più di una volta scherzò con la sorella sulla sparizione di Paolo; ma questa rispose seccamente, tanto che egli credette che fra i due ci fosse stata qualche piccola guerricciola d’amore.
XXXI.
Disgraziatamente quell’ora di ebrezza passata fra il profumo dei fiori della villa di New Port, doveva avere un seguito doloroso.
Lily si accorse di essere incinta.
La bionda e bella fanciulla, quando ebbe quella certezza, diventò furibonda, sembrava una furia, imprecò alla sua debolezza, a Paolo, ai sensi che l’avevano tradita, alla natura che congiurava contro di lei.
Poi si calmò, il male era fatto, bisognava ripararci, e Paolo avrebbe riparato. Non con un matrimonio che non voleva saperne, ma con qualche mezzo; sapeva che dei mezzi ce ne erano, tutto stava nel saperli scegliere.
Quando Lily vide entrare nel palco Paolo, ebbe un piccolo fremito delle narici, solo segno visibile della sua emozione.
Federico stese la mano all’amico dicendo :
—Meno male che sei venuto a trovarci, non hai paura di essere mangiato?
—Vengo appunto a fare le mie scuse alla signorina Lily, per la mia semi-sparizione; ma volevo passare agli esami per sentirmi chiamare dottore, e ho fatto come te Federico, sono rimasto in casa a studiare.
—A studiare tu?
—Sì, caro mio, non tutti hanno il tuo ingegno; e non avrei ottenuto la laurea se non avessi sgobbato.
—Basta, crederò alla tua parola, per tanto resta a fare compagnia a mia sorella, che io vado a pagare il solito tributo alle convenienze sociali col fare qualche visita.
Paolo si inchinò e mentre Federico partiva, si assise in fronte a Lily.
Quelle due teste, così differenti l’una dall’altra, spiccavano in modo grazioso sul velluto delle tappezzerie del palco e più di un cannocchiale si volse ad ammirarle.
Lily guardava fissamente il gran cortinaggio verde che serviva di riparo al palco scenico; Paolo appariva impacciatissimo.
Ad un tratto le lampade elettriche si estinsero e la luce si concentrò tutta sul palco scenico; il direttore d’orchestra, il celebre Mascheroni, era salito sul seggio, e nell’aria si spandevano le note dolcissime dei violini.
Cominciava il secondo atto della “Traviata.”
Lily si volse bruscamente verso Paolo, e con voce breve e soffocata gli disse:
—Sono perduta.
—Perduta!—Esclamò il giovane.—Spiegatevi Lily, cosa volete dire?
—Non vi accuso, in quello che avvenne ci fu la mia volontà, siamo tutti e due colpevoli; ma al male fatto bisogna riparare, fra poco tutti si accorgeranno che il mio onore se n’è andato.
—Madre?—Domandò anelante Paolo.
—Sì, madre. . . . .
Ci fu una lunga pausa nel palchetto, mentre Violetta sul palco scenico ridiceva i palpiti del suo cuore con voce paradisiaca.
Fu Paolo che ruppe quel silenzio dicendo:
—Lily, sposiamoci presto, e nostro figlio sarà il pegno di un legittimo amore.
—Sposarmi?—Rispose con voce fremente Lily.—Mai!
—Perché?
—Perché, non lo comprendo quest’amore brutale, che affascina per un momento e dà poi disgusto e nausea; perché, non voglio dare i miei polsi alle catene, perché non sono nata per avere un padrone. E poi, ditelo francamente, credete che saremmo felici?
Paolo taceva, ed essa continuò:
—Lo vedete, non azzardate dire una cosa che non pensate; il nostro matrimonio sarebbe un’ inferno, voi non dimentichereste la mia caduta, io che divenni vostra moglie, per sfuggire alle critiche e alle malignità del mondo. No, mille volte no; non voglio passare tutta la mia vita a piangere.
—Ma Lily . . . . . .
—Lasciatemi dire; sono giovane, ma conosco il mondo, so quello che mi aspetterebbe se divenissi vostra sposa; non leggete mai le tragedie della gelosia, i drammi dell’ adulterio? Non voglio essere l’eroina di uno di quei romanzi.
In quel momento “Violetta” gorgheggiava ad “Alfredo” i segreti del suo cuore; un’onda calda d’amore invadeva tutta la sala, cento e cento cuori palpitavano all’unisono con quella della “ Traviata,” redenta dal più nobile e santo dei sentimenti umani.
Paolo, rapito anche lui dalla melodia dolcissima, aveva afferrato una mano di Lily, mano modellata come quella di una statua greca, e fredda, inerte come il marmo.
—Lily,—mormorò Paolo,—voi esagerate, noi possiamo essere felici.
—No.
—Siete crudele.
—Sono ragionevole; prevedo il futuro, e voglio scansare quanto havvi di brutto.
—Ma infine, il bambino?
—Voi siete medico,—disse lentamente Lily,—potete far sì che bambini non ce ne siano.
Paolo gettò un grido, che si perse nella clamorosa dimostrazione fatta alla Patti; le lampade elettriche tornarono a brillare e allora si poté vedere il volto livido di Paolo, che guardava con occhio inebetito Lily, sorridente e rosea come se nulla avesse detto o pensato di strano e delittuoso.
XXXI.
Federico ritornò, e vedendo la cera stravolta di Paolo, non poté a meno di dire:
—Che diavolo ti è successo? Sembri un morto!
—Nulla . . . . nulla . . . .—Balbettò Paolo, poi facendosi coraggio aggiunse:
—Ricordo ora di una grave disgrazia accaduta ad una signora che conoscevo e stimavo tanto, e della quale tu mi hai spesso intrattenuto.
—Una disgrazia?
—Un delitto, amico mio, un delitto atroce. I giornali sono pieni di particolari.
—Non ebbi tempo di leggerli.Ma spiegami, cosa avvenne.
—Nel suo palazzo fu trovata assassinata Annie Porter Anderson!
—Che!?—gridò Federico commosso oltre ogni dire.
—Sì, la poveretta aveva due ferite mortali di coltello al petto.
—Ma perché l’assassinarono?
—A scopo di furto.
—L’assassino è scoperto?
—Sì.
—Meno male,—disse Federico con un sospiro di sollievo.
—La polizia questa volta ha colto giusto.
—E chi è il miserabile?
—Miserabile davvero, perché Mrs.Annie lo trattava come un amico, e seco lo condusse dalla Scozia.
—Dalla Scozia?
—Sì, l’assassino altro non è che Henry Stuart.
Federico erasi fatto spaventosamente pallido; Paolo se ne accorse e disse:
—Federico, ti senti male?
—Un poco di caldo, un capo giro . . . . Ma è passato, sto benone e posso sentire il seguito della tua storia.
Lily, che comprendeva quanto doveva soffrire suo fratello, disse :
—Andiamo a casa Federico, tu non stai bene.
—Sto benone, e non voglio perdere gli atti migliori dell’opera.
Il teatro era ritornato al buio, e la musica risuonava sempre più dolce, sempre più innamorata per la sala, dove il silenzio era solenne.
Federico guardava il palco scenico, ma la sua mente era lontana, egli pensava che il padre di colei che amava era accusato di un orribile delitto. Ad un tratto si alzò, Lily con premura gli domandò:
—Dove vai?
—A bere un bicchiere di acqua gelata.
—Tornerai subito?
—Sì.
Sul palco scenico, “il padre di Alfredo” impersonato mirabilmente dal baritono Marescalchi, un’artista in tutta l’estensione del termine, dalla voce affascinante, dove trasfonde tutta l’anima sua, rivolgeva la sua patetica invocazione a Violetta, e nel teatro correva un fremito di commozione irrefrenabile, che si manifestava con un urlo di entusiasmo che interrompeva il noto Di Provenza, il mare e il suolo.
Federico come incalzato da quella voce, che era il lamento di un padre che vuol salvare i suoi figli, lasciò il teatro, corse ad un banchetto dove si vendevano i giornali, comprò l’extra del World, e appoggiato al candelabro di una lampada elettrica, lesse tutti i particolari della tragedia avvenuta in casa Porter.
Non eravi dubbio, Henry Stuart aveva contro di lui prove terribili.
Nei giornali trovò anche notizie di Rosie, della fanciulla amata, e il suo cuore fu straziato nel saperla ammalata, senza appoggio, nel momento in cui tutto crollava a lei d’ intorno.
Federico vagò per le vie adiacenti al Metropolitan, non sentendo il freddo,in preda ad una viva esaltazione.
Finalmente si calmò, ricordò che la sorella l’attendeva, rientrò in teatro, alla fine dell’ultimo atto. “Violetta” agonizzava, e nel suo canto si sentiva lo strazio del momento supremo.
Federico guardò quella pallida figura di donna innamorata, con le guancie livide, gli occhi incavati, la sua immaginazione eccitata gli fece scorgere nella morente Rosie, la sua Rosie. Assisté a quell’agonia come trasognato, con la gola secca, impotente a scuotere l’incubo che l’opprimeva. Finalmente “Violetta” esalò l’ultimo respiro, il telone scese lentamente, e il pubblico in piedi acclamò con entusiasmo, le signore sventolavano i fazzoletti, e la Patti salutava quel pubblico delirante, e non era più pallida, il sorriso aleggiava sulle labbra ritornate porporine.
Federico a quella risurrezione provò gran gioia, pareva che un presentimento arcano gli dicesse:
—Rosie uscirà dalla dura prova, e tu sarai felice!
Non era che un presentimento, eppure servì a calmare il dolore atroce che straziava il cuore del giovane innamorato.
Federico raggiunse sua sorella nell’atrio del teatro. L’accompagnava Paolo Detroit,tetro e pensieroso.
Quando il servo ebbe fatto avanzare la carrozza di casa O’Brien, Paolo salutò con affetto Federico si inchinò innanzi a Lily, e se ne andò.
Allorché fratello e sorella furono in carrozza, Federico disse:
—Che cosa hai fatto a quel povero Paolo?
—Nulla, era tetro come un funerale per l’assassinio di Mrs. Porter, una cosa orribile infatti.
Federico non rispose;Lily comprendendo quanto passava nel cuore del fratello, gli cinse il collo col suo braccio nudo e mormorò dolcemente :
—Federico, tu soffri. . . . .
Il giovane dette in uno scoppio di pianto e strinse al suo seno Lily, la quale pensava :
—Siamo dunque maledetti, che bisogna soffrire a questo modo? . . . . . .
XXXII.
Bertha aveva promesso a George di fare sparire ogni traccia del suo passato delittuoso, e per far ciò bisognava commettere un delitto, solo i morti non parlano e Mary Shakespeare doveva morire; Bertha non era spaventata dal fatto, ma si trovava impacciata nello scegliere il mezzo migliore per disfarsi di lei, senza compromettersi.
Lasciato George,Bertha erasi ritirata nella sua cameretta e aveva meditato a lungo; finalmente rialzò il capo, nel suo occhio brillava un lampo sinistro e risoluto, scosse le spalle e mormorò :
—Sicuro, lui mi sbarazzerà dalla donnaccia che può perdermi.
Quel lui, fu pronunziato con accento indefinibile, con uno di quelli accenti che indicavano padronanza assoluta.
Bertha tolse da un armadio degli abiti logori, e l’ indossò, si mise in capo una berettina di panno, poi si coprì con un gran mantello che le arrivava fino ai piedi, quindi con infinite precauzioni per non essere vista dai suoi compagni di servizio, lasciò casa Porter.
Mary Shakespeare era una di quelle sciagurate che, rotolate nel fango fino alla gola,e che nessuna forza umana può salvare dalla più turpe abbiettezza.
Nata da buona e onesta famiglia, un primo fallo di amore l’aveva messa sulla via del vizio, ed essa l’aveva percorsa con la più grande rapidità; la sua vita da quando lasciò la casa paterna fu un succedersi di orgie e di deliri; quando conobbe Bertha era già logora dai piaceri e dalle bevande alcooliche; a New York la sua condizione si era fatta anche peggiore; delle schifose malattie,l’avevano resa un’essere ripugnante,la testa aveva piena di piazze bianche per i capelli caduti, la faccia qua e là portava le stigmate del sangue corrotto che le scorreva nelle vene.
Passava la sua vita nei “bar-room,” di Water St. dove marinai resi ciechi dalla ubbriachezza, la conducevano con essi in tane immonde, a sfogare voglie bestiali.
La sciagurata quando era in preda all’ubbriachezza,aveva momenti di terribile esaltazione; più di una volta in mezzo al “bar-room” si era stracciata le vesti, restando completamente nuda e invitando con grida selvagge gli uomini, che per averla, si battevano a colpi di pugni, e più di una volta le carni di lei furono tinte dal sangue che scorreva dalle ferite riportate dai campioni che se la disputavano.
Da qualche tempo le compagne della Shake speare dicevano che essa aveva un’amante, un’arabo, un selvaggio, nato nel deserto, un marinaio, che non parlava una parola d’ inglese, ma aveva degli occhi che brillavano come raggi di sole.
La perduta interrogata al proposito, non negò che amava il suo Alì, un gagliardo, che aveva il sangue caldo come piombo in fusione; essa diceva che gli avrebbe insegnato l’ inglese per fargli guadagnare una fortuna, esponendolo nei musei.
Quando la prima volta Alì comparve nel “ bar-room” di Water Street dove abbiamo visto il capitano Tom, ebbe un gran successo di curiosità, e ad onta che fosse miseramente vestito, con la faccia e le mani sporche, tutte le donne pensarono che quella vecchia marciona della Shakespeare era ancora fortunata in amore.
Alì, circondato da uomini e donne, rispondeva alle numerose domande con dei sorrisi stupidi, che mettevano in mostra i suoi denti bianchi e affilati.
Allorché il whiskey orribile che si serviva in quel “bar-room” gli dava alla testa, eseguiva delle fantasie arabe, e togliendosi dalla tasca dei pantaloni alla marinaia un coltellaccio lungo e affilato, faceva dei pericolosi giuochi di destrezza, che potevano benissimo costargli la vita.
La Shakespeare, era gelosa del suo uomo, e questi di lei, e ad onta che sapesse che il denaro che gli veniva dato fosse il frutto della più turpe prostituzione, pure quando qualcuno, lui presente, abbracciava la Shakespeare, i suoi occhi vivi e brillanti, avevano dei luccicori strani, e divenivano ardenti come quelli del leone, che sente avvicinarsi il nemico.
Così erasi fatta generale la convinzione che Alì, sarebbe stato capace di uccidere la sua ganza, senza tanti complimenti, se questa lo avesse cimentato.
XXXIII.
Strano individuo quell’Alì; nato sotto il sole ardente dell’Africa, aveva lasciato le sue terre fin dai suoi primi anni, menando una vita randagia e miserabile sempre.
Fattosi marinaio, aveva percorso quasi tutti i mari, e compiuto il suo pesante lavoro metodicamente come una macchina; i capitani sotto i quali aveva servito, non potevano lamentarsi di lui; solo in amore era terribile, e più di una volta nelle case infami di qualche città di mare, aveva ferocemente disputata agli altri la donna che gli era andata a genio. Quando i sensi lo dominavano,ruggiva come una belva, mostrava i denti affilati, e gli occhi mettevano spavento. I suoi compagni che conoscevano l’umore della bestia, scansavano sempre di trovarsi insieme a lui quando si recavano in cerca di ragazze.
Un brutto giorno Alì si dette al bere, le bevande spiritose divennero per lui un bisogno, e il marinaio di buona condotta, lavoratore, obbediente, pronto ad un cenno dei superiori, sparì per lasciar luogo ad un bruto che non voleva lavorare, e che in certi momenti minacciava stragi e rovine.
Stanco di obbedire, allorché la nave sulla quale era imbarcato giunse a New York, scese a terra e non volle più saperne di ritornarci; era una diserzione bella e buona; ma il capitano fortunatissimo di essersi sbarazzato di un cattivo marinaio, non se ne dette per inteso, e Alì poté starsene tranquillamente nella grande Metropoli dell’Unione.
Come se fosse guidato dall’istinto, non tardò a trovare Water Street,con i suoi luridi “bar-rooms”; i compagni non gli mancarono, e lo aiutarono a finire i pochi soldi guadagnati durante il tempo del suo imbarco. Fu trascinandosi di lupanare in lupanare, che trovò la Shakespeare, e ne divenne l’amante titolare, il mantenuto.
XXXIV.
Bertha non ignorava le abitudini della Shakespeare, la quale più di una volta aveva avuto il coraggio di andarla a cercare a casa Porter per domandarle aiuto.
La cameriera non sapeva chi le avesse dato l’indirizzo; ma non poteva fare a meno di accoglierla bene, perché essa possedeva il segreto del suo passato; e la Shakespeare mostrava chiaramente che il suo silenzio lo voleva pagato a contanti.
Il segreto della marciona, nessuno lo sapeva, ma tutte le sue compagne avevano inteso dirle:
—Posso fare la signora se voglio, perché havvi chi deve lavorare per me, se non vuole andare alla forca!
Bertha adunque si recò nei quartieri frequentati da tipi della specie di Shakespeare; essa non aveva paura, nelle sue tasche teneva un grazioso revolver, poi la sua virtù non correva pericolo, sotto quel fuoco ci era passata anche lei, anzi più si avvicinava ai locali che un tempo l’accolsero come regina, sentiva dei fremiti corrersi per tutto il corpo, e le sue narici si dilatavano aspirando l’aria con voluttà.
—Diamine,—mormorava la miserabile,—mi riprende il male dei sensi, e potrebbe darsi che sciupassi un poco i fiori d’arancio, che dovrò portare a George!
La sua prima visita, Bertha la fece al “ bar-room” di James Reilly. Era un allegro convegno del mondo equivoco, dove si ballava senza tanti ritegni, e dove le ragazze alzavano le gambe più del bisogno, mentre un pianista suonava sul pianoforte scordato, dei furiosi ballabili.
Era un allegro convegno del mondo equivoco . . . . . .
Non credeva trovarci la Shakespeare, ma prima di giungere al fondo, voleva passare per le diverse stazioni, come se avesse bisogno di rinforzarsi e di temprarsi.
Nessuno in quel locale riconobbe Bertha, la quale, si assise ad un tavolo e si fece servire del vino bianco; non tardò ad essere circondata da libertini di ogni fatta; essa se la cavò mirabilmente, lasciando poi tutti con un palmo di naso.
Bertha visitò successivamente diversi locali,frequentati da uomini e donne della peggiore specie; essa cercava, cercava un uomo al quale potere affidare la missione di liberarla per sempre dalla Shakespeare; era disposta a pagarlo a peso di oro, ma era troppo furba per non comprendere che meglio sarebbe stato innebriare con le sue carezze uno sciagurato, renderlo suo schiavo, e quindi armargli la mano per colpire.
Era già tardi, le strade battute dalla tramontana gelata, apparivano deserte, quando Bertha entrò nel “bar-room” dell’ East River Hotel, un locale dei peggiori, dove le donne perdute trovavano sempre pronta una camera per accogliere i loro turpi amori.
La polizia non metteva mai piede in quel locale, e ad onta che sapesse qual razza di commercio faceva il padrone, non se ne curava, e per ciò aveva le sue buone ragioni, poiché una grossa parte dei profitti del proprietario dell’ Hotel passavano nelle tasche dei poliziotti, sempre pronti a farsi pagare la loro colpevole complicità.
Bertha al tempo della sua vita allegra, più di una volta aveva passato le sue notti in quell’Hotel, fra le braccia di qualche amante avventizio raccolto nella via, o nei “ bar-rooms”, essa ricordava benissimo tutto quanto si diceva sul conto dell’ East River Hotel, dove moltissime volte gl’ ingenui innamorati delle peggiori baldracche, venivano derubati come in mezzo ad un bosco infestato da briganti.
Servi e padrone non avevano scrupoli e quando qualcuno si recava all’ufficio a denunziare il furto, era ricevuto nel peggior modo e minacciato senza tanti complimenti.
Se il derubato ricorreva alla polizia, peggio che mai, gli ridevano sul muso, e lo consigliavano a stare zitto, perché lo scandalo sarebbe stato tutto a suo danno.
E se la vittima non si trovava soddisfatta e insisteva, succedeva che i policemen lo facevano passare per un ubbriaco, e molte volte il denunziatore finiva in prigione, ed era un miracolo se scansava il processo per falsa denunzia.
Una potente protezione aleggiava sull’East River Hotel; protezione che arrivava fino ai commissari dell’ Excise Law, i quali rinnovavano ogni anno la licenza ad un locale che, secondo le leggi dello Stato di New York, avrebbe dovuto essere chiuso ermeticamente.
Quando Bertha entrò nel “bar-room” dell’ East River Hotel, un gruppo di marinai affiancati da donnaccie, discutevano animatamente sopra il famoso Jack The Ripper, il delinquente introvabile, che squartava e mutilava le femmine di mala vita, e che aveva messo a socquadro la polizia di mezza Europa, senza che di lui si fosse trovato mai traccia alcuna.
Un marinaio alto, forte e robusto, sosteneva che Jack, era un’ invenzione della polizia di Londra, gli altri gli davano sulla voce e le donne strillavano che pur troppo,le loro compagne erano state macellate.
Bertha si assise ad un tavolo e chiese un bicchiere di salsapariglia, la sua entrata fu appena notata, tanto era infervorata la discussione riguardo al misterioso Jack.
—Purché non venga a New York questo mostro—disse una donna butterata dal vaiuolo e coi capelli arruffati.
—Non lo consiglio—rispose uno dei marinai.
—Perché?—domandò un uomo a metà vestito da marinaio, con barba e capelli rossi e gli occhi fosforescenti.
—Perché Byrnes lo arresterebbe in 24 ore.
L’uomo dalla barba rossa sorrise ironicamente.
—Vi è poco da ridere—rispose l’altro piccato—Byrnes lo ha detto, ed egli mantiene ciò che dice.
—Non credo—ribatté l’uomo dalla barba rossa—Jack non è così minchione dal farsi prendere, ha sfidato dei poliziotti più forti di Byrnes.
—I vostri inglesi? . . . . . .Bella roba!
—I policemen di Londra valgono bene i vostri.
Per sola risposta tutti dettero in una gran risata, l’inglese alzò le spalle e volse attorno il suo sguardo dai bagliori fosforici.
Scorgendo Bertha trasalì, e un fremito lo scosse, mentre le sue labbra ebbero una mossa felina, la fanciulla guardò arditamente l’inglese, il quale si levò da sedere e si diresse verso di lei dicendole:
—Volete bere con me?
—Perché no?
—James, da bere, un pint di Champagne.
Champagne! . . . .La cosa fece effetto; non si era abituati in quel luogo a bere il celebre vino di Francia, e tutti si voltarono verso l’inglese e la sua compagna.
Le donne si morsero le labbra nel constatare che era bellissima, e gli uomini mostrarono la loro bestiale ammirazione.
James portò lo Champagne,l’inglese gettò sul tavolo un pezzo d’oro da cinque dollari, quindi alzando il bicchiere disse con galanteria:
—Alla vostra salute, bella amica.
—Alla vostra—rispose Bertha che studiava con occhio scrutatore l’uomo che le stava dinanzi.
Vuotati i bicchieri, l’inglese disse:
—Vogliamo salire sopra?
—No.—rispose nettamente Bertha.
—Allora. . . .
—Usciamo da qui.
—Come volete, bella mia.
I due uscirono dal bar-room, dove seguitarono i più strani commenti; le donne erano furiose contro quella sconosciuta che portava via l’inglese, quel tipo strano che nessuno conosceva e che aveva degli occhi nei quali—dicevano—pareva fossero accese delle lampade elettriche.
XXXV.
Quando Bertha e l’inglese—così lo chiamavano all’East River Hotel e così continueremo a chiamarlo anche noi—furono nella via, l’uomo disse:
—Fa un freddo da cani, non conviene stare qui in mezzo.
—Seguitemi,vi farò trovare un locale caldo.
—Con voi verrei anche in capo al mondo.
Bertha condusse il suo compagno nel bar-room che frequentava la Shakespeare, questi nel vedere tutte quelle donnaccie, ebbe sulle labbra fine un brutto sorriso, e mormorò:
—Guarda, guarda, come nei peggiori quartieri di Londra!
L’entrata di Bertha fu molto notata, e le conversazioni si arrestarono come per incanto, solo gli ubbriachi sdraiati negli angoli umidi della sala seguitarono i lamenti, le risate stridule, le bestemmie.
Shakespeare era sulle ginocchia del suo Alì e non si curò affatto di Bertha, questa però l’aveva scorta e aspettava il momento opportuno per chiamarla.
L’inglese non poté ordinare dello Champagne perché non ve ne era; fece portare del cognac che bruciava palato e budella, e quando lo ebbe tracannato disse:
—Perché mi avete condotto qui?
—Devo vedere una mia amica.
—Si trova qui?
—Sì, eccola là sulle ginocchia di quel tipo che sembra un turco.
—Perché non la chiamate?
In quel momento la Shakespeare si era levata imbronciata dalle ginocchia di Alì, e si voltò dalla parte di Bertha, questa le fece un cenno; la perduta a stento trattenne un grido di meraviglia, poi corse verso l’amica.
—Come,voi qui?
—Zitta.
—Ma. . . .
—Sono venuta a vedere cosa fai, è tanto che non ti vedo.
—Grazie della vostra premura. Sarei venuta oggi, ma ho sentito che avete morti a casa. . . . . .
—Ti presento un mio amico—interruppe Bertha.
—Contentona di conoscervi, signor barba rossa.
L’inglese fissò i suoi occhi in quelli della donna, la quale restò tutta confusa:
—Come va?—continuò Bertha.
—Alla maledetta.
—I tempi sono cattivi.—sogghignò l’Inglese.
Bertha attirò a sé la sua amica e le disse:
—Sono venuta perché tu non commetta l’imprudenza di venire a casa Porter; se avrai bisogno di qualche cosa, mandami due righe di scritto e io verrò qui. Tieni,questo è un bill da 20 dollari; non ti ubbriacare e conservali per i brutti giorni.
La sciagurata nel prendere il denaro ebbe un fremito di gioia.
—Dunque hai capito?
—Sicuro che ho capito, non sono una testarda, conosco gli affari, so cosa vuol dire, diamine per chi mi prendete?. . . . . . . . . . .
—Basta così, hai inteso? ora addio e guardati bene dal dire una parola. Andiamo mio, bel capitano.
Bertha e il suo compagno uscirono e la Shakespeare corse dal suo Alì e gli mostrò i venti dollari dicendo:
—Ce la goderemo.
XXXVI.
—Dunque concludiamo—disse l’inglese a Bertha—ritiriamoci in qualche Hotel. . . . . .
—Va bene, andiamo dove volete.
Bertha sentiva il bisogno di sfoghi brutali;quelle visite ai locali immondi avevano svegliato in lei le più turpi passioni, poi voleva soggiogare l’inglese, sentiva che quell’uomo dallo sguardo strano, dal sorriso feroce, dai denti da iena, dal fare misterioso, doveva essere un cieco strumento fra le sue mani.
I due andarono a finire in una camera dell’East River Hotel; quando Bertha fece cadere il lungo mantello, l’inglese dette un grido di stupore nel vedere la sua bellezza.
—Ti piaccio?—domandò Bertha con civetteria.
—Tu non sei delle solite,—rispose l’ inglese, e afferrò Bertha stringendola con furore fra le braccia.
La miserabile si sentiva soffocare dalla stretta terribile, ma non si spaventò; le piaceva quell’uomo che la stritolava fra le sue braccia di ferro, che la mordeva a sangue, gettando grida selvaggie.
Ad un tratto mentre il furore dei sensi era al massimo della sua potenza, l’inglese lasciò Bertha, la sua mano corse rapida alla tasca dell’abito e ne uscì armata di un lungo e affilato coltello.
Bertha con un lancio lasciò il letto sul quale era piegata, e tolto il revolver lo puntò contro l’inglese dicendo :
—Se non mi sbaglio tu sei il famoso “Jack The Ripper,” ma questa volta hai fatto i conti senza l’oste.
L’ inglese come fiera presa al laccio, guardava Bertha. . . . Il coltellaccio gli era caduto di mano.
—Ecco il terribile squartatore in balia di una donna,—continuò Bertha con ironia,—tu provi voluttà a sventrare, mutilare le sciagurate che ven dono il loro corpo, ma dovevi arrestarti innanzi a me che non sono di quelle; “non sentisti le mie carni sode, il mio seno provocante, i miei baci pieni di passione?
—Perdonatemi, è la pazzia del sangue che mi prende.
—La pazzia del sangue?
—Sì, non havvi voluttà per me se colei che possiedo, non agonizza e muore fra le mie braccia, il sangue caldo che mi bagna aumenta il piacere. Vi sono dei momenti nei quali il desiderio di uccidere mi domina, mi vince..... È impossibile ogni resistenza, la mia mano colpisce, contro la mia volontà. Nessuno conoscerà mai la mia vita, il mio nome; è la prima volta che sono soggiogato, è la prima volta che la vittima si ribella, ed io mi trovo dominato e reso schiavo.
“Ma pensate che non mi avranno vivo, io che sono un carnefice di donne, sarei vile innanzi al boia.
—Siete un mostro, e vi darò in mano alla polizia.
L’ inglese dette un ruggito di furore; Bertha spaventata, alzò la canna del suo revolver pronta a far fuoco.
Egli però non si dette ad atti di violenza, sembrava annichilito, la pazzia del sangue che gli saliva alla testa al momento dei sfoghi carnali era passata.
Ad un tratto l’occhio di Bertha, ebbe un lampo di gioia; abbassò il revolver e disse:
—Vuoi essere salvo, e nello stesso tempo soddisfare la tua sete di sangue?
—Comandate.
—Hai visto la donna che ti presentai nel “bar-room?”
—Sì.
—Orbene, uccidila e avrai fatto un’opera buona, e ti prometto che nessuno saprà chi tu sia.
—L’ucciderò.
—Quando?
—Anche questa notte.
—No, fra tre giorni.
—Va bene.
—E se mi tradisci?
—Non manco mai alle mie promesse; poi vi amo e non scomparirò da New York che, allorquando vi abbia posseduta; dopo,di me udrete parlare dai giornali, il telegrafo vi porterà notizie della strada che seguo, strada seminata di cadaveri, bagnata di sangue.È il mio destino! Conoscete la leggenda dell’ “Ebreo Errante?” Al suo orecchio risuonava di continuo la parola: Cammina! cammina! A me insegue la voce che grida : Uccidi! uccidi!
—E se uccideste anche me?
—No, vivrete. Vicino a voi non avrò più la febbre del sangue. Sento che il vostro sguardo mi soggioga mi rende schiavo.
—L’ indomani della morte di quella donna sarò vostra,—disse Bertha con un lampo di orgoglio negli occhi.
—Lasciate che l’uccida questa notte!
—No.
—Obbedisco.
Bertha prima di lasciare la camera dove per poco non veniva scannata dal terribile “ Jack The Ripper ” baciò l’assassino sulle labbra e quel bacio incatenò più che mai il miserabile, ricercato da tutte le polizie del mondo, terrore dei luridi quartieri di Londra, le cui mani grondavano sangue.
Qual nome aveva realmente?
Mistero; solo possiamo dire che lo squartatore apparteneva ad una classe distinta della società; i suoi modi, il suo parlare, il modo stesso come mutilava le sue vittime, lo indicavano per persona che aveva studiato, e avuta un’educazione delle migliori.
Nel corso di questa veridica storia avremo ancora a parlare di lui, e a base di documenti che teniamo nelle mani, potremo svelare l’enigma, squarciare il velo che ricopre la vita e le azioni di un assassino, che andrà famoso nelle storie del delitto del secolo decimonono.
Bertha rientrò a casa Porter, che era passata la mezzanotte, nessuno la vide ed essa fu ben lieta di non rendere ragione ai suoi compagni del come avesse passato il suo tempo.
Ripensando al pericolo corso rabbrividiva; ma in pari tempo, era felice di avere trovato l’uomo che l’avrebbe sbarazzata di colei che poteva perderla.
XXXVII.
I funerali di Annie Porter Anderson riuscirono imponenti, vi parteciparono le famiglie più note di New York, e i direttori e le direttrici di molti istituti di carità dei quali la defunta era la benefattrice.
Dietro al carro funebre, nella carrozza della famiglia, col cocchiere e lo staffiere abbrunati veniva il figlio dell’assassinata, le tendine di seta nera erano abbassate e il pubblico non poteva scorgere il volto di George, e immaginava che il figlio fosse al colmo della disperazione per la perdita crudele della madre sua; nessuno poteva pensare che a pochi passi dalla vittima seguisse il carnefice, sicuro della impunità, senza rimorsi, senza paura e solo in preda ad un grande furore perché il patrimonio sul quale contava, era ad un tratto sparito.
La cerimonia nel tempio protestante fu semplicissima e commovente; il pastore pronunziò un discorso ricordando le virtù dell’estinta, imprecò all’assassino e rivoltosi a George lo invitò ad essere rassegnato, a soffrire con coraggio il colpo terribile che gli veniva inflitto.
Il matricida non ebbe un sussulto a quelle parole, non impallidì, non l’assalse la paura, e quando il pastore si rivolse a lui, e con un cenno della mano, lo ringraziò delle sue parole.
Allorché prima di chiudere la cassa i presenti al funerale vi sfilarono innanzi, George aprì la marcia e arrivato innanzi al cadavere della madre, si abbassò e le sue labbra baciarono la fredda fronte di colei che aveva assassinata.
Non tremò nel commettere quella profanazione, e questo dica qual anima di fango vibrava in George Porter Anderson!
Al cimitero, il figlio dette tutte le disposizioni affinché la madre avesse degna sepoltura nel mausoleo di famiglia; e i presenti commossi nel vedere la fortezza d’animo, il coraggio e l’abnegazione, di George, gli dettero eloquenti strette di mano.
Quando la pietra della cripta fu murata, il matricida lasciò il cimitero con i più intimi, ed ebbe la forza di rappresentare la commedia del dolore fino alla fine e varcando la soglia del cimitero scoppiò in pianto dirotto. Quel pianto fu notato dai “reporters” e i giornali della sera non mancarono di parlare dell’amore filiale di George e della sua disperazione!
Allorché il miserabile arrivò a casa, Bertha andò a raggiungerlo nella sua camera e gli disse:
—Vi faccio i miei complimenti, avete recitato a meraviglia la vostra commedia; siete un forte e l’ avvenire è nostro.
—Bertha,—rispose George—perché il vostro sogno si avveri mi avete promesso molte cose. . . .
—Le manterrò.
—Quando?
—Entro tre giorni.
—Le prove del vostro. . . . sbaglio, non esisteranno più?
—No.
—E mi direte chi ha avuto le sostanze di mia madre?
—Sì.
—E potremo riaverle?
—Sì.
—Vedremo, parlate con una gran sicurezza; ma per ora non sono che parole.
—Presto saranno fatti.
George guardò arditamente Bertha, la furba cameriera era attraentissima, e tale da destare i desideri anche di uno che non fosse stato dissoluto come George.
—Senti Bertha,—disse poi seguitando a divorarla con gli occhi,—se ci prendessimo un’anticipazione sul nostro matrimonio?
Bertha fece una mossa biricchina e rispose:
—No, caro padrone, bisogna aspettare il consenso del prete, del sindaco o del giudice di pace.
—Non fare la stupida.
—Stupida?. . . . Lo sarei se vi dessi retta. Buona sera padrone, fra tre giorni ci vedremo e allora combineremo il giorno del nostro matrimonio.
Ciò detto Bertha lasciò la camera di George, il quale mormorò:
—Sgualdrina, mi tieni le mani nei capelli; ma ride bene chi ride l’ ultimo, e quando avrai vuotato il sacco saprò ben io sbarazzarmi di te.
XXXVIII.
In una cameretta tutta bianca, piena di luce, in un letto candido come se fosse stato di fiocchi di neve, se ne stava Rosie Stuart; la povera fanciulla non aveva ancora riacquistata l’intera conoscenza, e il Dott. Mayer che l’assisteva con amore fraterno,invano aveva tentato di toglierla dal torpore nel quale era immersa.
Erano passati due giorni; il Dottore Mayer, aveva chiamato al letto di Rosie un suo maestro illustre, di fama universale, per sentire il suo parere; questi esaminò lungamente l’ inferma, tentò tutto quello che la scienza insegnava; ma Rosie restava nel suo torpore, perduta come in un sogno dolorosissimo.
Il medico illustre, fu di parere che bisognava aspettare; il tempo solo avrebbe guarita la disgraziata, la scienza nulla poteva fare.
Il terzo giorno, vale a dire l’indomani dei funerali di Annie Porter, il servo del dott. Mayer annunziava al suo padrone la visita dell’avvocato Federico O’ Brien.
—Qual miracolo ti guida qui, mio caro Federico?—gridò il dottore appena O’Brien fu introdotto.
—Ho bisogno di parlare con te, di cosa molto importante.
—Sono interamente a tua disposizione. Ma prima dimmi cosa ti è successo, che ti vedo stranamente cambiato, i tuoi occhi sono infossati, il tuo volto è pallido. . . .
—Caro amico, soffro.
—Soffri? Sei ammalato? Dimmi subito di cosa si tratta, l’amico sparisce e resta il medico.
—Non è del medico che ho bisogno, ma dell’ amico.
—Male di cuore adunque?
Federico chinò il capo e dette un doloroso sospiro.
—Senti Federico,—si affrettò a dire il dottore,—non so in cosa posso esserti utile, come lenire il dolore, che vedo ti distrugge; parla adunque e credi che tutto quello che sta in me lo farò con gioia.
Federico stese la mano al medico che la strinse con forza, poi principiò:
—Ho letto nei giornali che ti sei preso cura della figlia di Henry Stuart.
—Sì, la poverina è in uno stato da far pietà.
—Salvala! salvala!—gridò Federico scoppiando in pianto.
Il medico restò sbalordito, il grido dell’amico gli svelava ad un tratto il suo segreto, non eravi dubbio, Federico amava Rosie.
Il giovane avvocato del resto non negò, era così puro, così santo il suo amore, che nulla aveva da nascondere e anzi fu con una specie di gioia che svelò all’amico carissimo tutto il suo segreto d’ amore; disse le sue ansie, le sue speranze, nelle sue parole traboccava la piena dell’affetto, tutto l’entusiasmo che sveglia un’amore santo, puro, casto e profondamente sincero.
Mayer, quando Federico terminò di parlare, erasi fatto accigliato, non voleva dire all’ innamorato che l’oggetto dei suoi pensieri era in pericolo grave, e in pari tempo gli rincresceva a mentire.
Quel silenzio prolungato, aumentò i timori di Federico, il quale disse:
—Su via, rispondimi, cosa devo sperare, cosa devo temere?
—Senti Federico,—rispose il medico,—la fanciulla che tu ami è in grave stato, ma la scienza lotterà e vincerà.
—Grazie, grazie!—esclamò Federico stringendo le mani all’amico che continuò:
—Ma dimmi, hai tu pensato allo stato della signorina Rosie?
—Allo stato?
—Sicuro; io devo parlarti chiaro; so che ti faccio soffrire, ma è mio dovere dirti ciò che penso. Il padre della donna che tu ami è accusato di un delitto atroce. . . .
—Egli è innocente!—gridò Federico alzandosi in piedi.
—Lo credo come te,—rispose il medico con convinzione,—ma prove terribili sono contro di lui, e non è difficile che anche innocente sia condannato.
—Sarebbe un delitto, un’ infamia!
—D’accordo, ma ciò può avvenire.... e allora?
—Allora!—gridò con slancio Federico.
—Più piano; nella camera vicina sta l’ammalata, e nel suo strano letargo, le tue grida potrebbero farle provare una scossa pericolosa.
—Qui vicina!—mormorò Federico mettendosi una mano al cuore.
—Sì, la porta è semi-aperta, fra poco te la farò vedere... Dicevamo adunque che suo padre può essere condannato; vorresti tu sposare la figlia di un uomo morto sulla sedia elettrica, perché accusato di avere uccisa e derubata la sua benefattrice?
—E cosa importa a me?—rispose Federico con accento nel quale vibrava tutta l’anima sua,—che la società creda Henry Stuart, un assassino e un ladro, mentre io sono convinto del contrario? E poi dato anche che egli avesse commesso il delitto che gli si rimprovera, qual colpa ne avrebbe l’angelo di sua figlia?
—Ma il mondo. . . . . .
—Il mondo? E chi se ne cura? Io non regolo i conti che con la mia coscienza, e se i giurati manderanno alla morte Henry Stuart, la signorina Rosie oltre il mio amore,avrà la mia venerazione, essendo essa figlia di un martire.
—Nobile cuore!—mormorò il dottore.
—Tu mi comprendi, amico mio e mi approvi; ora a te salvare la figlia; a me, che da tre giorni sono avvocato, salvare il padre, lo difenderò con tutte le mie forze, perché sono convinto della sua completa innocenza.
—Grazie, o signore!—disse la voce dolcissima di Rosie, comparsa all’ improvviso sulla porta della sua cameretta.
Il dottore e Federico, dettero un grido di stupore; Rosie continuò:
—Mi destai come da un brutto sogno, e intesi gran parte della vostra conversazione, le vostre parole hanno addolcito il dolore della mia ferita, e mi hanno resa la memoria.
—Un miracolo, un miracolo!—mormorava il dottore Mayer.
—Signorina,—disse Federico, la cui voce tremava dalla commozione,—giacché udiste tutto, potete dire una parola che consoli chi da tanto tempo ama e spera?
Il volto pallido di Rosie, si coprì di una nube rosea; i suoi occhi si chiusero, ma non fu che un lampo e riprese intera padronanza di se, stese la mano a Federico dicendo:
—Signore, le parole che vi ho udito pronunziare, mi obbligano a dirvi la verità; il pensiero di essere vostra moglie mi riempie di felicità, è il balsamo che scende sulla mia crudele ferita, ne attenua lo strazio; mio padre è innocente, lo giuro innanzi a Dio, del delitto iniquo che gli si addebita, ma non sarò vostra sposa che allorché giustizia sarà fatta, ed Henry Stuart uscirà a fronte alta dal suo carcere.
—Ma. . . .—volle dire Federico.
—I giurati lo assolveranno, ma se ciò non fosse, se egli dovesse morire per mano del carnefice, io non unirò a voi la mia esistenza, perché non avrò requie, fino a quando l’ assassino di mia. . . . della mia protettrice non sia scoperto.
Il dott. Mayer assisteva a quel colloquio, in preda alla più viva meraviglia; per lui era incomprensibile la pronta guarigione di Rosie, non guardava che con l’occhio dello scienziato, e non pensava che la parola della persona amata, molte volte è il più potente dei farmachi.
Eppure, Rosie conosceva Federico solo per averlo visto da lontano; la sua voce, ma non le era ignota, l’aveva intesa nei suoi sogni, e l’udì netta e precisa, nel suo semi-letargo, ed ebbe la potenza di scuoterla, di farle ritornare la memoria, e la forza.
—Vi aiuterò nelle vostre ricerche, e troveremo il miserabile che vi ha privato di una protettrice,—disse Federico con entusiasmo.
Rosie stese la mano al giovane avvocato, mentre i suoi occhi bellissimi si riempivano di lagrime.
—Io per tanto voglio essere il difensore del padre vostro,—continuò sempre più infervorato Federico,—ho preso a tempo il mio diploma di avvocato e inaugurerò la mia carriera difendendo un innocente.
—Grazie, grazie,—mormorava Rosie in preda alla più viva emozione,—pochi momenti or sono disperavo, ora un raggio di luce e di speranza penetra nel mio cuore.
La testa graziosa di Rosie si piegò come fiore che sia abbattuto dalla bufera, essa stava per cadere, quando il dottore la prese fra le braccia.
Federico gettò un grido di spavento, l’amico lo riassicurò dicendogli:
—È un semplice svenimento, lo sforzo fatto lo giustifica; la fanciulla ha bisogno di quiete, di riposo, qui troverà tutto ciò.
Il medico sempre sostenendo Rosie,toccò il bottone di una tastiera elettrica e subito comparve un’ infermiera.
—Trasportate nel suo letto la signorina, fatele odorare dei sali e appena rinverrà chiamatemi.
L’ infermiera con ogni cura trasportò Rosie nella sua camera, e con attenzione affettuosa compì gli ordini del padrone.
Mayer, quando fu solo con Federico, disse:
—Puoi essere tranquillo, la fanciulla che ami è in buone mani, e qui starà come in casa sua.
Avevo già per lei della simpatia, ora la considero come una sorella.
Federico stese la mano all’amico, mormorando:
—Ti dovrò la mia felicità.
—Ed ora mettiti all’opera per salvarle il padre, perché tu comprendi che se egli morirà sulla sedia elettrica, la figlia non potrà divenire tua moglie.
—Perché?
—Ma, per mille cose; senza contare sull’ opposizione dei tuoi, essa ha dichiarato di non volere sentire parlare di matrimonio che quando il padre fosse riabilitato; ora lo comprendi che allorché la giustizia ha dato il suo giudizio, difficilmente ci ritorna sopra per dire che ha sbagliato.
—Lo ripeto, io aiuterò Rosie a scoprire il vero colpevole, nel caso che la giustizia cieca, seguiti a perseguitare un’ innocente, e arrivi a condannarlo.
—Tutto questo va bene; ma intanto bisogna cominciare ad agire; vai dal District Attorney, dì che assumi la difesa di Henry, e così potrai vederlo e parlargli.
—Non perderò un’ istante.
—E accetta un mio consiglio,tuo padre è molto influente, fa che ti dia una lettera di raccomandazione per quelli del tribunale e sarai ricevuto a porte spalancate.
—Farò quello che tu dici.
Questa conversazione fu interrotta dall’arrivo dell’ infermiera, la quale disse:
—Dottore, l’inferma ha ripreso l’uso dei sensi.
—Va bene, vengo subito.
Federico voleva seguire l’amico; ma questi lo impedì dicendogli:
—Non deve vederti, vai ad occuparti del padre, porta delle notizie consolanti,e allora ti permetterò di parlarle. È inutile qualunque esortazione. Rosie ha bisogno di calma assoluta.
Federico strinse la mano al dottore e se ne andò, deciso a non perdere un minuto di tempo, onde giovare al disgraziato Henry.
XXXIX.
Federico ebbe la fortuna di trovare a casa il padre suo, il quale lo salutò col nome di avvocato.
—Caro babbo,—disse egli,—son avvocato infatti e voglio esercitare la mia professione; so che hai dei buoni amici nel tempio della giustizia, e ti sarei gratissimo se tu potessi scrivermi due righe di introduzione per il District Attorney.
—Scrivere?—rispose il padre.—E perché? Vai al tribunale, di’ il tuo nome, aggiungi che sei mio figlio, e vedrai che non havvi bisogno di occupare un foglio di carta.
—Credi dunque che sarò accolto bene?
—Vorrei vedere che così non fosse!
—Dunque, posso andare tranquillo?
—Al tuo ritorno mi saprai dire come fosti ricevuto; resterai sorpreso, ma tu sai che in politica io faccio un poco il bel tempo e quello cattivo, per cui conto per qualche cosa anche al palazzo di giustizia.
Federico cambiò di abito, poi fece attaccare il suo cavallo favorito ad un elegante “cab,” e salutato con effusione il babbo, si recò al Palazzo di Giustizia in Chambers Street.
Nell’ anticamera del District Attorney, consegnò il suo biglietto ad un servo negro, e pochi minuti dopo veniva introdotto nel gabinetto del pubblico accusatore, il quale gli andò incontro a mani tese dicendo :
—Mi congratulo per gli esami che avete dato, e sono lietissimo di vedervi. Vostro padre è uno dei miei buoni amici, e spero che anche noi resteremo sempre tali anche se ci troveremo nell’aula del tribunale in campo diverso.
Federico ringraziò il District Attorney per la cordiale e simpatica accoglienza e poi continuò:
—Desidero mettere subito a profitto la mia qualità di avvocato, e mi assumo la difesa di un uomo che credo fermamente innocente.
—Benissimo,—rispose il magistrato,—non perdete tempo, ed è buon segno. Chi è l’ uomo per il quale spenderete la vostra parola?
—Henry Stuart.
—L’uccisore di Mrs. Porter Anderson?
—Sì.
—Cattiva causa; le prove contro lo sciagurato abbondano, non vi consiglio a principiare la vostra carriera difendendo uno che indubbiamente sarà condannato.
—Non credo che ciò avvenga, perché sarebbe delitto il condannare un’ innocente.
—Non voglio per ora domandarvi su cosa basate le vostre convinzioni, del resto l’incartamento del processo non mi fu ancora rimesso, e in quanto ho detto non havvi altro che l’ idea che mi sono fatto della causa leggendo i giornali. Se il vostro raccomandato è veramente innocente, vedrete che io pure mi unirò a voi per farlo assolvere.
Federico ebbe un lampo di gioia negli occhi udendo queste ultime parole, e ringraziò vivamente il District Attorney, non poco sorpreso di vedere un’avvocato prendere tanto a cuore la causa del suo cliente.
Il giovane avvocato chiese al District Attorney, il permesso di visitare Henry alle Tombs, permesso che venne subito accordato; il magistrato disse poi a Federico:
—Tutte le volte che avete bisogno di me, la porta è aperta; il figlio di O’Brien non farà mai anticamera.
XL.
Henry Stuart dalla stazione di polizia fu condotto alle prigioni delle Tombs; egli varcò il cancello di ferro che mette nel basso e scuro corridoio delle Carceri della città a fronte alta, sereno e tranquillo; se qualche emozione si leggeva nel suo volto, se una lagrima tremulava nei suoi occhi, non era già perché lo trattassero come un’assassino, ma perché pensava a Rosie che aveva lasciata morente in casa Porter.
Dopo che fu inscritto nel registro dei detenuti, un guardiano lo frugò per vedere se avesse armi, quindi lo consegnarono ad un’altro guardiano che lo condusse al primo piano, alla cella numero 66, dove trovò un compagno di sventura, un essere abbietto, vecchio avanzo di galera, che stava alle Tombs come in casa sua.
Henry si assise sulla punta del letto e abbassò il capo fra le mani, non curandosi di ciò che avveniva intorno a lui; pensava a Rosie. Chi l’avrebbe protetta? Sarebbe essa guarita o morrebbe di crepacuore? E se la fanciulla lo credesse colpevole, se pensasse che il sangue della madre sua avesse macchiato le mani dell’uomo che per tanto tempo credette e amò come padre?
A questo pensiero un dolore acuto intollerabile gli straziava il cuore, e non poteva dominare le sue commozioni, i sospiri gli gonfiavano il petto e un rantolo gli usciva dalle labbra.
Il compagno di cella lo guardava sorridendo e scuotendo le spalle, come uomo abituato a vedere di quelle scene; finalmente il miserabile volle dire la sua parola di conforto e mormorò:
—Via, non bisogna farsi prendere dalla malinconia, è sempre così la prima volta e il primo momento che si entra in questo Hotel, ma ci si abitua e non sembra più tanto brutto.
Henry non udì neppure quelle parole e seguitò nelle sue penose meditazioni. L’altro restò mortificato nel vedere che le sue parole non facevano effetto, si piccò nella parte di consolatore e continuò :
—Col pianto e coi sospiri non si rimedia a nulla; coraggio ci vuole e sangue freddo, altrimenti i topi ci mangiano in un boccone.
“Non so perché vi hanno condotto qui, ma so che siete un novellino non abituato alla gabbia, e sento il dovere di togliervi dalla vostra tetra melanconia; se il conto è pesante da regolare, preparatevi con la calma a saldarlo; se è una sciocchezza,state allegro che non farete la muffa in questa cella, dove l’aria e la luce non si danno il disturbo di penetrare:
“Del resto, non si soffre il freddo, la neve può fioccare, il vento soffiare, vi sono nel corridoio del pianterreno delle stufe enormi piene di carbone, rosse per il fuoco; non vi manca una tazza di tea, un pezzo di carne e se avete denari potete comprare ciò che volete, cominciando dai guardiani. Il letto non è grande, ma stringendoci un poco ci staremo assai bene; questo è il rubinetto dell’acqua, questa è la latrina, insomma appartamento completo in pochi piedi di spazio. . . . . .
Le parole del chiacchierone non facevano effetto; Henry non si degnava neppure di volgere il capo, allora andò in bestia. Non dovevano trattarlo così, finalmente tutto quello che diceva era a fin di bene; i superbi a lui non piacevano, e se il piagnisteo doveva continuare, la cosa sarebbe finita male; aveva del cuore, sì tanto cuore, ma la mosca gli saliva al naso facilmente e allora l’agnello diventava iena.
Henry comprese che qualche parola bisognava dirla al suo compagno di cella e rialzò il capo e mormorò :
—Scusatemi se non risposi alle vostre gentilezze; ma sono in uno stato di prostrazione che non ho neppure la forza di parlare.
L’altro sembrò soddisfatto di quella risposta e si affrettò a dire:
—Ecco, così va bene,ho almeno inteso la vostra voce e posso fare la mia presentazione. Mi chiamo John Evans, non sono uno stinco di santo, ma punto superbo e buon compagno, pronto a dare consigli meglio che un avvocato e se volete narrarmi il vostro caso, io vi dirò cosa avete a sperare e temere, ho la pratica dei tribunali, conosco tutti i cavilli.
Henry scosse il capo e poi disse:
—Non in questo momento posso parlare, più tardi saprete di cosa mi si accusa.
—Il vostro nome, potete dirlo?
—Certo, mi chiamo Henry Stuart.
—Henry Stuart?—replicò l’altro con accento di ammirazione,—quello che ha fatto la festa ad Annie Porter?
—Ma. . . . volle interrompere Henry.
—I giornali si vendono anche in prigione e so a puntino la vostra storia; un colpo da maestro, in fede mia fu un vero peccato andasse a vuoto. Andate là, che siete un bravo, e sono contento di esservi compagno.
Henry non credette necessario calmare l’entusiasmo di Evans. A che prò? Tanto il mariuolo lo avrebbe ritenuto per un abile commediante, e le sue proteste di innocenza, solleverebbero le risate ironiche. Si tacque adunque, e l’altro poté continuare a manifestare il suo contento in mille guise; egli si mise a lavare la scodella di latta dove fra poco Henry avrebbe bevuto il tea; lustrò il cucchiaio che era ricoperto di unto, aggiustò il letto, raddrizzò il candelabro di carta rotolata sul quale i detenuti che possono, mettono le candele tenute accese anche in pieno meriggio se vogliono vederci, fece infine tutto per rendersi utile.
Alle cinque fu fatta la distribuzione del tea e del pane, e Evans con un certo orgoglio disse al servente, che recava la calda bevanda in un gran recipiente di latta:
—Per due!
Henry non volle assaggiare il tea, che spandeva nella cella un’odore che nulla aveva a che fare con la profumata foglia che viene dalla China,raccolta dalle mani affusolate delle figlie del Cielo.
—Non volete mangiare?—domandò con premura Evans.—Fate male non bisogna indebolirvi, comprendo che vi dispiaccia l’esservi fatto scoprire, ma avete ancora molte probabilità di levarvela. Mangiate adunque, tanto non vi è rimedio, quello che è fatto è fatto.
Henry con la mano allontanò la scodella del tea e disse:
—Vi prego di lasciarmi quieto.
Evans senza dire una parola si assise sul letto e cominciò a mangiare la sua razione.
Henry seguitò le sue meditazioni e non si levò dal suo posto che a notte alta e quando Evans dormiva e russava, tranquillo come se fosse nel suo letto, in casa sua.
Il disgraziato aveva le gambe rattrappite, fece alcuni passi e andò a posare la testa sopra i ferri del cancello che chiudeva la cella.
Nel vasto locale regnava un gran silenzio tolto solo dal sospiro affannoso di quei trecento e più esseri umani ammassati in un locale, dove l’aria penetrava a stento; di quando in quando, si udiva il fruscio del giornale letto dal guardiano, o il rumore sordo del ferro che stuzzica la stufa per farne cadere la cenere.
Le fiamme di gas mettevano dei bagliori rossastri sul bianco dei muri dei corridoi, dove i cancelli apparivano come grandi macchie nere.
Era un caldo opprimente; dalle stufe saliva su in alto l’aria infuocata; Henry si sentiva soffocare, si aggrappò all’ inferriata per non cadere, poi sdrucciolò giù sulla pietra di macigno che attraversava la soglia della cella e svenne...... . . . . . .
XLI.
Il disgraziato restò in quella posizione fino a quando spuntò l’alba; il rumore delle celle dei serventi che si aprivano, il correre di su e di giù dei guardiani lo scossero; aprì gli occhi e sul momento non si ricordò di nulla; era tutto intirizzito, dei dolori gli tormentavano le gambe, gli sembrava di avere la spina dorsale rotta; a stento si alzò, ma non poteva muovere i piedi gonfi.
In quel momento il suo compagno di cella si svegliò; nella semi-oscurità vide Henry che barcollava appoggiandosi al muro, saltò dal letto e corse in suo aiuto dicendo:
—Vi sentite male? Dovevate chiamarmi, non sono mica una bestia, so il mio dovere. Su, coraggio, stendetevi sul letto; fra poco porteranno il caffè bello caldo e vi rimetterete.
Henry non oppose resistenza e si fece condurre vicino al letto sul quale si gettò, stanco, disfatto, febbricitante.
John l’ assisteva come un padre, dicendo delle barzellette per consolarlo.
Strano; quell’uomo che trascorreva la sua vita nelle prigioni, che libero nessun sentimento di pietà gli scaldava il cuore,avrebbe per i suoi compagni di sventura data anche la vita.
Di questi fenomeni, se ne trovano spesso nelle prigioni dove anche i più feroci si ammansavano ed hanno bisogno di affezionarsi a qualcuno, mostrando così che anche nei più perversi sopravvive sempre qualche buon sentimento.
John mentre Henry si riposava alquanto, fece la polizia della cella, e desideroso che portassero il caffè; non aspettò molto, la cella si aprì e i servi gli dettero del pane e del caffè e latte.
Henry a forza dovette bere qualche sorso della calda bevanda; si sentì alquanto ristorato e John tutto contento esclamò:
—Ve lo aveva detto, che questa roba calda vi avrebbe fatto bene, me ne intendo io; peccato che non abbia fatto il medico. Ora vado a passeggiare, sul boulevard delle Tombs, voi restate quieto, dormite e tutto passerà.
La cella fu aperta di nuovo e John uscì per la sua passeggiata fatta sul terrazzo che circonda le celle, dove i detenuti sfilano uno dietro l’altro come soldati che facciano le manovre, riempiendo di un rumore caratteristico tutto il locale. A vedere quella gente in moto, formante dei circoli come delle grandi ruote in movimento vengono le vertigini.
La passeggiata durò due ore; ogni volta che John passava innanzi alla sua cella, guardava cosa era avvenuto del suo compagno, lieto quanto mai di vederlo tranquillo; allorché essendo l’ ora delle visite, i detenuti tornarono ad essere rinchiusi; John trovò che Henry stava molto meglio, la debolezza era passata, e il poverello poteva camminare.
I visitatori cominciarono ad affluire, erano donne giovani e vecchie, uomini di ogni età, genitori desolati, spose in lagrime, che si recavano a visitare i loro cari, che smaniavano dietro ai cancelli di ferro, come tante belve in gabbia.
Triste e doloroso spettacolo quello che si vede alle Tombs, dalle dieci del mattino alle due del pomeriggio! Tale da servire di esempio a quanti camminano senza pensare al poi, sulla via del delitto.
Henry guardava come trasognato tutta quella gente e John domandò:
—Aspettate visite?
—Non so.
—Avrete degli amici?
Henry scosse il capo;—amici?—Nelle sventure essi si squagliano come la nebbia al sole; e l’uomo che è messo in prigione sotto un’accusa infame, vede farsi il vuoto intorno a sé, e molte volte avviene che gli amici più intimi sono primi a gridare più forte e a sostenere l’accusa, prima del rappresentante della legge.
Henry Stuart, del resto aveva sempre fatta una vita ritirata, pochi lo conoscevano, e quei pochi non erano tali da potere sfidare i pregiudizi, e visitare e consolare un uomo che la polizia e l’opinione pubblica accusava di furto e di assassinio.
Le ore delle visite passarono, e le Tombs ripresero il loro aspetto triste e silenzioso, fino a quando le celle furono aperte e ricominciò la passeggiata.
XLII.
Verso le quattro del giorno, la cella di Henry fu aperta, e un guardiano lo chiamò per nome e gli disse di seguirlo.
Il poveretto provò un palpito al cuore; chi sa quale notizia andava a ricevere? Qual nuovo dolore lo aspettava?
Il guardiano consegnò il detenuto ad un suo collega, che lo condusse nella sala degli avvocati; sala bassa, dalle pareti lucide, pitturata ad olio, e illuminata dal gas; perché alle Tombs anche negli uffici, notte e giorno è necessario tenere il lume acceso.
Henry guardò con sorpresa il giovine elegante che lo aspettava, egli non lo aveva mai visto, e si domandava che mai volesse da lui.
Federico O’Brien, stese la mano al detenuto dicendogli:
—Sono un vostro amico, e in questa qualità vengo a voi.
Henry non sapeva cosa rispondere; ma strinse con forza la mano che gli veniva porta.
Federico continuò:
—Vi porto notizie di vostra figlia.
Quelle parole galvanizzarono il disgraziato, che con slancio e riconoscenza disse:
—Chiunque voi siate, che Dio vi benedica, perché parlate di mia figlia.
—La signorina Rosie è fuori di pericolo.
Henry si mise una mano al cuore che pareva gli volesse scoppiare, i suoi occhi si riempirono di lagrime e il suo volto divenne raggiante di gioia.
Federico assisté palpitando a quella trasformazione, che provava l’affetto grande che il padre aveva per la figlia.
Passato quel momento di inenarrabile emozione, Henry stringendo la mano al giovane disse :
—Ma chi siete voi che al prigioniero portate la parola che consola, che dà la forza per resistere al colpo terribile che lo colpisce?
—Un vostro amico, ve lo dissi; ed essendo avvocato difenderò la vostra causa se i giudici popolari dovranno dare il loro giudizio. Nulla però devo nascondere, è necessario sappiate tutto e per qual ragione mi interesso di voi.
Federico con accento convinto e commosso, narrò ad Henry come avesse visto Rosie la prima volta, il suo amore ardente,entusiasta, onesto, per la buona e bella fanciulla, pel padre della quale avrebbe combattuto per provare a luce meridiana la sua innocenza.
Il prigioniero ascoltò quel racconto piangendo, Federico terminò dicendo :
—Henry Stuart, qui, in questo luogo dove siete imprigionato, sotto l’accusa di un delitto che non avete commesso, domando la mano di vostra figlia, per provarvi che vi credo innocente.
Henry a quella prova di fiducia che gli veniva nel momento più doloroso della sua vita, restò confuso, interdetto, in preda alla più viva commozione; tentò più volte di parlare, ma le parole gli morivano nella strozza, si sentiva soffocare.
Allorché poté calmarsi, con rotto accento disse:
—Signore, quello che voi fate in questo momento è nobile, è generoso; mi sento rivivere perché ho la sicurezza che non tutti mi credono reo. Io però non posso, non debbo accettare la vostra offerta generosa, quando sarò libero e riabilitato, se Rosie vi ama, ripetete la vostra domanda ed io l’accetterò con gioia.
Federico comprese a qual sentimento obbediva Henry, non insistette, e disse:
—La vostra innocenza sarà provata, ma se non lo fosse, se anche dovreste morire ucciso da un verdetto ingiusto, io sarò lieto di dare il mio nome alla figlia del giustiziato.
“Ed ora l’amico scompare per dar posto all’avvocato; studierò il processo, vedrò le prove che sono contro voi, e sapremo dimostrarle assurde.
—Più che alla vita,tengo all’onore, salvatemelo, è quello che vi chiedo, non voglio che la mia Rosie, angelica fanciulla che non conobbe mai il male, abbia a portare un nome disonorato.
Federico si alzò, era tardi e per quanto il colloquio fosse specialissimo, pure aveva durato anche troppo a lungo.
—Desiderate che porti a vostra figlia qualche notizia?
—Ditele che sono tranquillo, che il momento più terribile è passato, e quando potrà, se la polizia, non riconoscendo il proprio errore, mi terrà qui, mi faccia sapere sue notizie. Non voglio che venga in questo luogo, gli angeli non devono entrare nell’inferno. In quanto a voi, abbiatevi tutta la mia riconoscenza.
I due uomini si strinsero la mano, e Federico lasciò le Tombs pieno di fede e di entusiasmo.
XLIII.
Henry ritornò nella cella trasformato; nel suo sguardo scintillava la gioia, e Evans non poté a meno di dire:
—Buone nuove adunque; è sempre così, il parlatorio è una medicina che guarisce la malinconia. A vedere dalla vostra faccia, godrò per poco di sì amabile compagnia, ve ne anderete in libertà e ne ho proprio gusto.
—Non so,—rispose Henry,—se andrò in libertà; ma ho avuta una prova di fiducia che mi compensa di molte sofferenze.
—Prova di fiducia?—Evans storse le labbra; a lui le prove di fiducia non avrebbero fatto né caldo, né freddo; avrebbe preferito i cancelli aperti, o dei dollari per scialarla e acquistare quello che di meglio eravi al restaurant delle Tombs.
Henry seduto sul suo letto, pensava al giovane avvocato, innamorato di Rosie, che gli aveva con tanta semplicità svelato il segreto del suo cuore, e lo confortava assicurandolo della sua stima. Tutti nel mondo non erano perversi e cattivi, vi erano delle anime buone, dei cuori generosi ed egli aveva avuto la fortuna d’ incontrarne uno; il più buono e generoso di tutti.
Le sue meditazioni, non più dolorose ora, furono interrotte da Evans il quale disse:
—Passa l’uomo del restaurant, volete qualche cosa extra?
Henry porse al compagno una moneta d’oro da cinque dollari dicendo :
—Ordinate ciò che volete.—Evans, mandò un grido di gioia e prese la moneta con la venerazione, con la quale i sacerdoti prendono le ostie consacrate, poi mormorò:
—Dell’oro? È un pezzo che non ne vedo e non ne ricordavo più neppure il colore. Mi pare che nella cella ci sia il sole, e se tenessimo attaccato al soffitto la moneta ci si vedrebbe senza lume.
Si presentò al cancello l’uomo del restaurant; aveva una tabella in mano sulla quale scriveva le ordinazioni.
Evans, con aria d’ importanza ordinò, rosbiffe con patate, cotolette di maiale con cavoli, torta di frutta, latte e caffè, delle candele, tabacco e pipa.
L’uomo del restaurant lo guardava sbalordito perché conosceva Evans e sapeva che i denari non abbondavano nelle sue tasche; il detenuto si accorse della sorpresa, che era poi della sfiducia bella e buona, e levata la moneta d’oro la porse trionfalmente al provveditore, aggiungendo:
—Qui vi è tanto da pagare tutte le porcherie che cucinate nella vostra baracca; non dimenticatevi il resto, e un’altra volta imparate a restare a bocca aperta quando un’avventore vi dà degli ordini e vi paga in oro.
Il provveditore non rispose nulla, e fatto un sorriso ironico seguitò il suo giro, mentre Evans diceva ad Henry:
—Avete sentito come lo misi a posto quel signorino?...Fra un venti minuti, mangerete di prò, fumerete, e accenderemo i lumi, e se lo vorrete leggerete, ho qui tre o quattro libri lasciati da un detenuto che, poveretto, lo hanno condotto a Sing-Sing, per dargli una scossa elettrica.
—Un condannato a morte,—mormorò Henry con accento di compassione.
—Sì, condannato a morte! Ma pare che l’avesse fatta grossa...Basta era un buon compagno e punto pauroso, andrà alla Sedia Elettrica ridendo, ne sono persuaso; del resto non ha torto, prima che passare tutta la vita a Sing-Sing, meglio è morire. Bisogna esserci stati per sapere cosa è quell’ inferno! Mi è capitato una volta; ma non ci casco più; mi contento di poco è vero, ma se mi prendono, me la cavo al massimo con un anno, allora vado all’ Isola, una villeggiatura da milionari in confronto di Sing-Sing, dove non vi lasciano mai in pace, e si è costretti a lavorare sempre; una vita da cani arrabbiati e nulla più, mentre la sedia è quistione di un minuto secondo, ci si mette a sedere e tutto è finito.
Henry rabbrividiva per la freddezza che Evans metteva a dire certe cose; egli non poteva comprendere come un’uomo arrivasse a tanta insensibilità.
—In quanto a me, continuava Evans,—non mi toccherà mai la sedia, perché io non uccido nessuno, il sangue mi fa ribrezzo; rubo è vero, bisogna pur vivere in questo mondo, ma rubo senza bisogno di mandare al mondo di là il derubato , il codice lo conosco, so fino dove devo arrivare, e mi arresto a tempo.
La cella che si apriva per lasciare passare il servo che portava i cibi ordinati, interruppe la parlantina di Evans, il quale si dette premura di porre il tutto sul letto, sul quale prima stese un giornale da servire come tovaglia.
Henry mangiò un poco di rosbiffe, un pezzetto di torta, e bevve una tazza di latte; Evans fece piazza pulita del resto e mangiò con tale avidità che Henry non poteva a meno di sorridere.
Terminato il pasto, portarono le candele, e Evans ne pose due sul candelabro di carta e le accese, la luce riempì la cella, e sulle pareti tinte di bianco, le ombre dei due detenuti assumevano delle forme strane, gigantesche.
Evans, che quando era in libertà si divertiva a frequentare i teatri di Bowery e i musei da dieci soldi, aveva imparato a fare le ombre con le mani, e dette prova del suo sapere a Henry, facendo apparire sul muro conigli, cani, lumache, ecc.; non erano certo le ombre perfezionate del pittore italiano Campi, né del francese Victor, ma Evans se la cavava abbastanza bene.
Henry sfogliò i libri che il compagno di cella gli aveva offerto, erano romanzi di Dikens il gentile scrittore inglese che vale assai meglio dei romanzieri francesi, che curano solo i delitti e le atrocità, dipingendo al loro modo le turpitudini che avvengono nella società.
Henry lesse a lungo; Evans dormiva già da un pezzo, le candele si consumavano nel candelabro di carta, finalmente la stanchezza lo assalse e fu costretto a sdraiarsi sul letto.
Il suo compagno erasi rannicchiato presso il muro per lasciargli il maggior spazio possibile, non pertanto la vicinanza di un furfante ripugnava ad Henry, ma non eravi da esitare, bisognava fare di necessità virtù, si gettò sul letto vestito; il sonno non venne subito, innanzi ai suoi occhi passò la visione adorata di Rosie, e poi l’altra del giovane avvocato, a poco a poco, le due figure si unirono, e mentre il sonno riparatore scendeva a chiudergli gli occhi, il poveretto vide Rosie e Federico, fra i fiori e i lumi di un magnifico tempio, mentre il sacerdote li univa per sempre. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Quel sogno delizioso lo ebbe compagno per tutta la notte, e il disgraziato provò gioie ed emozioni inenarrabili. . . . .
XLIV.
“Jack the Ripper,” passò in convulsione il tempo fissato da Bertha per la strage della Shakespeare; egli vagava per i quartieri immondi di Water Street, ma non andava con nessuna donna, non voleva trovarsi nel caso di commettere un delitto, che l’ impedisse di uccidere colei che doveva dargli il possesso di Bertha, della donna che lo aveva affascinato; siccome aveva danari, non gli mancarono i sorrisi e le carezze delle perdute, ma nessuna di esse poté vantarsi di condurlo all’ Hotel.
Finalmente il termine fissato spirò; egli poteva uccidere Shakespeare, essa gli apparteneva.
Quella sera restò fino ad ora tarda all’ East River Hotel, dove bevve una gran quantità di gin; verso mezzanotte uscì, il tempo era pessimo, il freddo era cessato e soffiava lo scirocco, una nebbia fitta avvolgeva la città e le fiamme del gas apparivano come piccoli punti rossastri seminati in un velo nero.
—Una vera serata delle mie,—mormorò Jack dilatando le narici, respirando l’ aria umida con voluttà.
Il miserabile si diresse al “bar-room” frequentato dalla Shakespeare; quando vi entrò la sciagurata donna aveva una violenta quistione con Alì, il quale sbuffava, digrignava i denti come una belva feroce.
La perduta ricopriva d’ insulti il suo amante, mentre donne e uomini ridevano, per quella fiumana d’ improperi che usciva dalle labbra tutt’altro che fresche della vecchia prostituta.
Alì ad un tratto mandò un ruggito di furore e fece per scagliarsi contro la Shakespeare, la quale indietreggiò spaventata.
Alì fu trattenuto e ricadde sopra una sedia; il suo furore si era subito calmato, la vecchia vedendo che era andata troppo oltre, si avvicinò a lui e gli disse vezzeggiando:
—Non vedi che scherzo?. . . . Lasciami andare via per un paio d’ore,qui gli affari non vanno, nessuno ha soldi. . . .
—Da spendere con te,—gridò un marinaio.
—Io valgo le altre,—rispose la disgraziata, poi seguitò a dire ad Alì che l’ascoltava comprendendo solo poche parole:
—Farò dei soldi e beveremo insieme, poi andremo al nostro nido.
Jack sicuro che la vecchia sarebbe uscita dal “bar-room,” si alzò silenziosamente, aprì la porta, e si preparò ad aspettarla.
Non attese a lungo; Alì non aveva protestato contro la partenza dell’amante, e Shakespeare era corsa a vedere se qualche merlo cadeva nelle sue reti.
La nebbia la favoriva; in mezzo a quella caligine, era impossibile distinguere una donna vecchia da una giovane, una brutta da una bella.
Non aveva ancora fatto venti passi che si sentì battere sulla spalla, si voltò dicendo:
—Che volete!
—Sono solo e desidero compagnia.
—Avete soldi?
—Pago anticipato.
—Allora andiamo.
—È lontano?
—Qui a due passi, all’ East River Hotel, dove con 50 soldi si ha una camera degna di due sposi novelli.
—Va bene, però andate voi a fissare la stanza, non desidero essere visto.
—Farò ciò che volete.
La coppia si avviò verso l’ Hotel e ben presto scomparve nella nebbia.
Intanto Alì restava nel “bar-room” in preda ad un grande eccitamento, i suoi occhi ardenti mettevano paura, e coloro che lo vedevano tanto agitato,pensavano che la vecchia Shakespeare avrebbe dovuto pensarci due volte prima di fare andare in bestia un selvaggio di quel genere.
Le donne circondavano Alì, e si divertivano ad aizzare il fuoco; finalmente si stancarono e lasciarono libero l’arabo, che restò tetro e pensieroso.
Dopo la mezzanotte, il padrone del “bar-room” abbassò alla porta e alle vetriate le tendine, tanto per salvare le apparenze, e non già per timore della polizia, la quale non si curava affatto se la legge fosse violata o no, perché i proprietari dei locali equivoci pagavano a bella posta perché essa tenesse gli occhi ben chiusi.
Alì domandò un whiskey, ma siccome non aveva soldi gli fu negato; non si faceva credito in quella tana, l’uso era così, e tutti dovevano obbedire; quel rifiuto inasprì anche di più Alì, il quale brontolò nella sua lingua mille minaccie.
XLV.
A Jack e alla sua compagna fu assegnata una delle più luride camere dell’ Hotel, conoscevano la Shakespeare, sapevano che i suoi amanti erano quello che havvi di peggio, per cui non facevano complimenti.
Nella stanza dalle pareti sporche, con la carta che cadeva a brandelli, con delle oscene figure disegnate col lapis, era un letto che faceva rivoltare lo stomaco a vederlo, i lenzuoli erano sudici, lerci, pieni di punti rossi lasciati da insetti immondi, e con delle macchie ancora più immonde che mostravano come su quel canile molti e molti, fossero venuti a ruggire le loro passioni da belve innamorate.
Jack non poté a meno di dire :
—È tutt’altro che una reggia questa!
—La vecchia fece una smorfia civettuola e rispose:
—Ci sono e basta, mio bel barbone.
—Hai ragione, sono qui per te, per te sola, e lo vedrai fra poco.
Ciò dicendo, gli occhi di Jack mandavano lampi.
La perduta cominciò a spogliarsi; ad un tratto la veste le cadde e si udì un rumore sordo sul pavimento.
—Che cosa hai in tasca?—domandò Jack.
—Il coltello del mio amante; era di male umore questa sera, e ho voluto togliergli gli artigli, perché non potesse sbranare.
Jack raccolse la veste di Shakespeare e tolse il coltello dalla tasca; era un coltello lungo affilato a serra manico, un vero coltello da macellaio; Jack lo guardò con occhio conoscitore, ne provò la punta, il filo, e parve assai soddisfatto, quindi lo posò con indifferenza sul comodino che stava a capo del letto.
Le vesti, o meglio gli stracci della donna cadevano ad uno ad uno, con la biancheria sporca tutta rotta, che ne ricopriva le carni floscie; prima però di gettarsi sul letto, essa chiese di essere pagata; per l’intera notte voleva un dollaro, per un ora, cinquanta soldi.
Jack dette un dollaro d’argento, e la donna provò coi denti se era buono o falso; a lei non la facevano, sapeva tutte le malizie, non era nuova al mestiere.
La moneta se la mise nella calza, e quindi con una mossa appassionata disse:
—Sono vostra, mio bel barbone.
Jack non si fece ripetere l’ invito, si coricò vicino a quel vecchio carcame che le sue mani accarezzarono con sensualità; il sangue cominciava a salire al capo del miserabile, il quale per inebriarsi pensava a Bertha, alla giovane dalle carni sode, dal petto arditamente rialzato, dalle labbra ardenti come ferro rovente.
Anche la vecchia, vicina a quell’ uomo strano, che la baciava e mordeva con furore, sentiva scorrere più veloce il sangue corrotto che le circolava nelle vene. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ad un tratto Jack afferrò il coltello di Alì, e lesto come il fulmine lo immerse nel corpo della Shakespeare, della quale soffocò le grida con i suoi baci furiosi; la sciagurata in quella stretta provò spasimo e piacere ed esalò l’ultimo respiro senza ben comprendere cosa le era avvenuto, senza vedere il sangue uscente a flotti dalla immane ferita, che allagava tutto il letto.
Jack si staccò dal corpo della vittima, il suo volto metteva paura, i suoi occhi accesi, dilatati, guardavano il sangue, mentre le sue labbra si aprivano come quelle della iena che sta per assaporare la carne fresca; la febbre del sangue lo possedeva completamente, e come un chirurgo che faccia la sezione di un cadavere, incise in più punti il corpo della vittima; nel corpo squarciato introdusse le sue mani rialzando gli interiori fumanti, provando un delirio di piacere nel sentire il sangue caldo, nel quale le sue mani prendevano un bagno. Lo scempio di quel povero corpo durò fino a quando la febbre passò; allora il miserabile si pulì alla meglio, e senza dare uno sguardo ai miseri avanzi della prostituta, lasciò l’ Hotel senza essere visto. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
XLVI.
Da due ore la carneficina era compiuta,quando all’ Hotel comparve Alì: egli conosceva la via della camera che ordinariamente davano alla sua ganza, e senza nulla domandare all’ impiegato mezzo addormentato che stava nell’ ufficio, vi si diresse a quella senza titubare.
Anche lui era in preda alla febbre, febbre di gelosia,che gli era salita alla testa immaginando che la Shakespeare se la godesse insieme ad un rivale fortunato.
Allorché arrivò innanzi alla stanza che supponeva abitata dalla sua amante si arrestò; dalla porta semichiusa usciva un raggio di luce; ascoltò, non udiva nulla, certo dormivano; aprì risoluto la porta ed entrò; nello scorgere il cadavere orrendamente mutilato della ganza sua, restò impietrito, non ebbe la forza di gettare un grido, gli sembrava di essere in preda ad un sogno orribile, gli occhi uscivano dall’orbita e un tremito convulso gli scuoteva il corpo.
Restò senza poter fare un movimento per parecchi minuti, poi si avvicinò al letto, prese una mano della donna, ma la lasciò cadere impaurito; quella mano era fredda come il marmo; allora senza sapere cosa faceva, lasciò la camera, richiuse l’uscio e senza che nessuno se ne accorgesse, lasciò l’ Hotel; corse tutta la notte per le vie di New York inseguito dalla spaventevole visione che gli stava netta, precisa, in tutti i suoi particolari, innanzi agli occhi.
Era come impazzito; chi mai aveva massacrato in quel modo la sua amica? E perché? A quale scopo?
Poi lo assaliva il dubbio di avere sognato, credeva che un giuoco di fantasia e nulla più lo avesse tratto in errore, e voleva ritornare all’Hotel, ma quando vi era distante pochi passi si arrestava, le gambe gli si piegavano sotto, e tremava come una foglia scossa dal vento.
La nebbia si era fatta più fitta, e le vie della città apparivano buie e paurose; non si incontrava anima viva, del resto le persone non si vedevano a due passi di distanza, e anche i policemen stavano riparati dall’ umidità, rintanati in qualche luogo, dove potevano divertirsi.
Fu una notte ben terribile per Alì, ma non era che il principio di una serie di disgrazie assai maggiori, che stavano per piombargli sul capo......
XLVII.
L’annunzio del delitto di Water Street mise in convulsione il quartiere generale della polizia di Mulberry. Il sopraintendente Byrnes, allorché ne fu informato, dette ordini sopra ordini, affinché si scoprisse lo squartatore; ne andava del suo onore; egli aveva detto tempo addietro che se “Jack the Ripper” fosse comparso a New York in ventiquattro ore lo avrebbe arrestato.
I “detectives” più bravi, quelli celebrati per il loro odorato fine,furono messi in campagna; il capitano Tom, che passava per capacissimo, ebbe un lungo colloquio col suo superiore; Electric e Fair furono pure chiamati dal sopraintendente, al quale essi parlarono chiaramente dicendo: Che erano pronti a darsi anima e corpo alla ricerca dello squartatore, ma che intendevano di agire indipendentemente, senza che nessuno tracciasse loro la via da seguire.
Infatto di ricerche poliziesche, l’ iniziativa propria vale più degli ordini dei capi; dunque, che dessero loro carta bianca e avrebbero impiegata tutta la loro sagacia a scoprire il mistero che circondava il dramma sanguinoso di Water Street.
Byrnes non esitò un’istante e dette ai due segugi carta bianca, aggiungendo :
—Lavorate per parte vostra, io e gli altri seguiremo le nostre ispirazioni; vi aspetto al rapporto fra dodici ore, non vi è tempo da perdere.
Fair ed Electric si misero subito in campagna; avevano furia di far presto e di segnalarsi, poi altre cure reclamavano la loro attenzione, i due agenti non credevano alla colpabilità di Henry Stuart, ma non potevano dire ai loro superiori ciò che pensavano sull’uccisione di Annie Porter Anderson, senza dare delle prove in appoggio delle loro asserzioni.
Da tre giorni però lavoravano a cercare le traccie del vero assassino della sventurata signora; il delitto di Water Street,veniva ad inceppare il loro lavoro, ma siccome non tutto il male arriva per nuocere, così se ad essi fosse dato di scoprire “Jack the Ripper,” avrebbero acquistato tale autorità da avere diritto a che le loro parole fossero ascoltate da tutti.
Byrnes per tutto il giorno restò in ufficio, non si mosse neppure per l’ ora della colazione; i policemen, i detectives, gli agenti segreti, andavano e venivano, rendendo conto esatto di quello che sapevano; il telefono faceva intendere ad ogni momento il suo campanello di richiamo; erano i capitani delle varie stazioni di polizia che informavano il capo di quanto era a loro cognizione, non trascurando i più minuti e anche inutili particolari.
Byrnes non stava fermo un momento, aveva la febbre, girava per l’ufficio a passi concitati, ed ogni volta che la porta si apriva e compariva un agente domandava con voce ansiosa:
—Novità?
Intanto, i giornali erano pieni, zeppi, dei particolari della tragedia, e tutti sostenevano che la carneficina era opera di “ Jack the Ripper, ” aggiungendo che al sopraintendente di polizia era capitata la palla al balzo per mantenere la sua parola, mettendo lo squartatore in prigione entro ventiquattro ore.
Una folla compatta si accalcava nei pressi dell’East River Hotel; i “ reporters ” facevano sforzi inauditi per penetrare nella stanza del delitto, i disegnatori erano in moto, tutta la città si appassionava al fatto atroce.
Le compagne della Shakespeare erano immerse nel terrore, non azzardavano di mettere fuori il naso dai loro lupanari, e attraverso i loro occhi impauriti credevano di vedere sempre il coltello dello squartatore alzato minaccioso sul loro capo.
Non fu difficile alla polizia identificare la Shakespeare; essa era conosciuta fin troppo e all’East River Hotel, e nei locali immondi che stavano nei pressi di quello.
I medici constatarono le mutilazioni e le ferite riportate dalla sciagurata, esse avevano la caratteristica che distingueva i lavori, (diciamolo in termine poliziesco) del misterioso assassino, che aveva seminato il terrore nei quartieri equivoci di Londra e di altre capitali d’Europa.
La polizia non si affrettò a dare molti particolari sul delitto, e Byrnes rimase muto come un pesce di fronte ai giornalisti che insistevano presso di lui,onde almeno sapere quale fosse la teoria della polizia; perché è noto come a New York i poliziotti si permettano il lusso di avere una teoria propria riguardo ai delitti che succedono, teorie che spesso e disgraziatamente fanno prendere dei granchi colossali, che portano a errori giudiziarii dei quali non pochi innocenti scontano il fio.
Tom non perdette il suo tempo, prima di tutto gli premeva di distinguersi, poi poteva essere benissimo che rovistando in quel luridume dell’East River Hotel, saltassero fuori delle magagne, da nuocere assai, se non a lui, ai suoi compagni che in lega con lui formavano quella catena di corruzioni, che serrava strettamente la più grande Metropoli dell’ Unione.
Una visita accurata fatta da lui nella stanza del delitto, ebbe per risultato di rinvenire il coltellaccio che aveva servito a commettere la strage; allorché Fair ed Electric giunsero all’Hotel, il capitano Tom, non fece menzione del coltello trovato, egli era geloso dei due agenti e sapeva troppo bene, che essi valevano cento volte più di lui.
Quando gli agenti videro Tom, storsero la bocca, ma forti delle facoltà ottenute dal loro capo principiarono le ricerche senza curarsi troppo del capitano.
Interrogarono abilmente l’ impiegato notturno dell’ufficio per sapere con chi era venuta all’Hotel la Shakespeare; l’impiegato non ricordava nulla, non vide nulla; il sonno lo aveva preso e tutti potevano passare dall’ufficio senza che esso se ne accorgesse; la cosa non sembrò chiara ad Electric, il quale senza tanti complimenti lo dichiarò in arresto.
Si fecero quindi presentare dal padrone dell’Hotel il registro dove, secondo le disposizioni di legge,devono firmare coloro che prendono in affitto camere; ma nel registro untuoso, libraccio dove erano scritte delle oscenità e disegnate con la penna e col lapis delle figure indecenti, delle scene da fare arrossire una prostituta, non si trovò traccia, né della Shakespeare, né del suo compagno.
Electric e Fair, innanzi a quel registro così mal tenuto, si domandavano cosa faceva la polizia del quartiere, che non verificava se la legge veniva o no osservata.
Essi erano degli ingenui, che credevano, basandosi sulla loro onestà, che tutti i poliziotti facessero il loro dovere; non sospettavano neppure, (per quanto sembri audace l’asserzione), che col danaro e le influenze si facessero tacere i capi della polizia e i sottoposti.
Nella camera del delitto, Electric e Fair non trovarono nulla di sospetto, per quanto guardassero con cura.
Sebbene da molti anni nella polizia, pure non avevano mai visto un cadavere tanto orrendamente mutilato, ed Electric non poté a meno di dire :
—L’uomo che ha commesso tale carneficina, è un pazzo.
—Lo credo anch’ io,—aggiunse Fair,—e vorrei trovarlo per mandarlo al manicomio. . . . . .
I due agenti si consultarono poi sul da farsi, si divisero il lavoro, avrebbero frugato nel quartiere per domandare chi avvicinava la Shakespeare, se essa aveva un amico, e se questi era possibile trovarlo.
Era la cosa più elementare a farsi e naturalmente anche il capitano Tom principiò le sue indagini, visitando i “bar-rooms” e i postriboli di Water Street.
XLVII.
Le informazioni sulla Shakespeare non furono difficili ad ottenersi, tutti fecero a gara a darle, e si venne a sapere come la sciagurata fosse di buona, onesta famiglia, rotolata nel fango non tanto per colpa propria quanto per la fatalità.
L’ultimo amante della perduta era Alì, il turco, come lo chiamavano i suoi compagni d’orgia, e ne dettero i più esatti connotati, non tacendo che egli era geloso come un selvaggio.
Allorché Tom,Electric e Fair, riportarono queste informazioni a Byrnes, egli non esitò a dire:
—Questo è il colpevole, il misterioso delinquente che non fu dato a nessuno scoprire.Ora che sappiamo qual volto porta, all’opra tutti per trovarlo, e scovarlo dalla tana dove si nasconde.
Il capitano Tom, quando Byrnes ebbe dato sfogo all’ impeto di entusiasmo, disse:
—E oltre a queste informazioni, ho pure una prova che Alì è lo squartatore, questo è il coltello che servì a mutilare Shakespeare, e questo coltellaccio da macellaio apparteneva ad Alì, più di venti persone lo possono provare.
Byrnes esaminò il coltello che Tom mostrava con aria di trionfo, era ancora tutto macchiato di sangue, tanto sulla lama che sul manico.
Byrnes fece elogi senza fine a Tom, mentre Electric e Fair guardavano il coltellaccio con gli occhi imbambolati.
Era scesa la notte, il capo della polizia, lieto come non lo era stato mai, si fregò le mani e disse:
—Non avete perduta la vostra giornata, ma è d’uopo non arrestarci un momento, bisogna trovare Alì.
—Lo troveremo rispose Tom.
—Resterò in ufficio tutta la notte,—aggiunse Byrnes,—è quanto dire che aspetto con ansia anche le notizie più insignificanti. Per tanto comunicherò a tutte le stazioni di polizia i connotati di Alì, affinché tutti gli agenti abbiano a riconoscere lo squartatore. Signori, sarà un gran trionfo per il nostro corpo se metteremo le mani sopra il più celebre delinquente del secolo.
Tom, Fair, Electric, e altri agenti, lasciarono l’ ufficio di polizia e cominciarono la caccia ad Alì.
Fair ed Electric, quando si trovarono soli si guardarono a lungo in silenzio; finalmente Fair disse :
—Cosa vuol dire la tua aria interrogativa?
—Vuol dire caro mio, che non capisco più una maledetta; due delitti sono stati commessi alla distanza di pochi giorni, uno in quartiere aristocratico, l’altro in un’ immondo covo di banditi e di prostitute, ed entrambi hanno un punto uguale.
—Un punto uguale?
—Sì, in entrambi i casi, l’assassino ha lasciato l’arma con la quale commise il delitto presso alla vittima, come se volesse dare così in mano alla giustizia una prova schiacciante contro di lui.
—Ebbene?
Electric pensò alquanto, e poi mormorò :
—Penso che i colpevoli non sieno i padroni del coltello, tanto nel caso Porter, quanto in quello Shakespeare.
—Non credi adunque che quell’Alì sia colpevole?
—Credo che sia innocente come Henry Stuart.
—Ma le prove?
—Lo so, le prove della loro reità vi sono, quelle della loro innocenza no; ma possiamo trovarle.
—Caro Electric, io faccio tutto ciò che vuoi, ma mi pare che da qualche tempo tu abbia perduto il cervello.
—Dammi pure del pazzo, il tempo è galantuomo; Stuart ed Alì saranno condannati, magari giustiziati, ma ciò non cambierà la mia opinione.
—Sei testardo.
—Come vuoi. . . . Ora pensiamo ad altro, e cerchiamo Alì, vorrei essere io ad arrestarlo.
XLVIII.
Jack the Ripper, commesso il delitto, se ne andò tranquillamente giù per Water Street, senza affrettare il passo, come un’ uomo che venga dal lavoro o da qualche divertimento e si rechi in seno alla sua famiglia; giunto al ponte di Brooklyn, lo attraversò a piedi; il ponte gigantesco si perdeva nella nebbia, e nulla era dato a scorgere intorno ad esso; Jack lo percorse abbastanza velocemente e quando fu a Brooklyn si diresse verso il City Hall,ne attraversò la piazza e penetrò in un vicolo che metteva in comunicazione due grandi vie della città, a metà del vicolo eravi una casa in mattoni rossi, con una piccola porta di quercia lucida; Jack levò dalla sua tasca una chiave,aprì la porta e penetrò in un corridoio buio; lo percorse in tutta la sua lunghezza e arrivato alla fine, aprì una porticina molto bassa che metteva in una stanza da letto, dove ardeva una lampada a petrolio.
La camera era messa con una certa civetteria; il letto grande e comodo, di ottone lucente come l’oro, i mobili di noce scolpita, il tappeto morbido dai colori smaglianti.
Jack si gettò sopra un divano e per poco con la testa fra le mani restò immerso in penose meditazioni; quando rialzò il capo, la sua faccia aveva perduto ogni espressione di ferocia, i suoi occhi non avevano i soliti bagliori, e anzi apparivano di una grande dolcezza.
Vedendo le sue vesti lorde di sangue, trasalì vivamente, con rapida mossa se le tolse, poi completamente nudo passò in un piccolo gabinetto dove prese un bagno, nell’acqua gelata.
Tutto il corpo di Jack, era ricoperto di strani tatuaggi; sul petto aveva una gran croce su cui splendeva una stella, alle braccia aveva figure allegoriche, e leggende in lingue sconosciute, sulle gambe dei serpenti formanti un’ infinità di cerchi.
Quando si fu ben lavato si asciugò con finissima biancheria; la stanza non era molto calda, ed egli batteva i denti per il freddo; indossò una pesante maglia di flanella tutta unita dai piedi al collo, quindi si mise un’abito da marinaio, né nuovo, né pulito; ciò fatto tolse da un’armadio una bottiglia di cognac, e ne bevve un grande bicchiere.
La sua fisonomia cambiò tosto, gli occhi tornarono a sfavillare, il volto assunse l’aria feroce di prima.
Degli abiti insanguinati che si era tolto fece un pacco, vi aggiunse dei pezzi di piombo e legò tutto con cura, quindi uscì di nuovo, si diresse verso la stazione dei “Ferryboats” che fanno il servizio di Brooklyn e NewYork, il battello stava per partire, egli vi prese posto restando a prua.
Le sirene dei battelli facevano intendere il loro grido di allarme, la navigazione era pericolosa quanto mai, causa la densa nebbia; Jack in un momento che la sirena del “Ferryboat” faceva intendere la sua voce, lasciò cadere il pacco nel fiume, senza che si udisse neppure il più piccolo tonfo.
Liberato da quell’ incomodo e pericoloso fardello, egli se ne andò nel salone, e si assise tranquillamente vicino a delle ragazze che tornavano certo da qualche festa.
Lo squartatore allorché mise piede a New York mormorò ridendo ironicamente:
—Sono di nuovo nei possessi del signor Byrnes, vedremo se è vero che in 24 ore scoprirà l’uccisore di quella vecchia immonda che riposa ora nell’East River Hotel, e per la quale io godrò da uomo, non da bruto sanguinario, la bella donna che mi ha conquistato.
Jack andò a dormire ad un albergo di Bowery; era tardi e non appena toccò il letto si addormentò di quel sonno che si è abituati a credere privilegio delle coscienze oneste. . . . .
XLIX.
Quella stessa notte, Bertha non dormì, essa sapeva che Jack avrebbe dovuto uccidere la vecchia che possedeva il suo segreto, e viveva in grande ansietà. Chi sa, se lo squartatore manteneva la sua parola? Chi sa, se gli capitava l’occasione di commettere la strage?
....era un invenzione fin de siècle.....
Aspettava con desiderio indicibile che sorgesse l’alba; non trovava riposo, si rivoltava nel letto, aveva delle sanguinose visioni, degli incubi terribili. Era l’ultima carta che si giuocava per lei, perché la morte della Shakespeare non solo l’avrebbe liberata da un testimone che un giorno o l’altro poteva perderla, ma servirebbe per mostrare a George qual razza di donna essa fosse e come con lei non sarebbe possibile scherzare e lottare.
Se Jack uccideva la vecchia, ella avrebbe mantenuta la sua parola, e passata fra le braccia dell’uomo terribile una notte d’orgia, sicura che la febbre dei sensi soddisfatta da un corpo giovane e bello, avrebbe tenuto indietro la febbre del sangue; così essa dopo essere stata fra le braccia dello squartatore, poteva ben dire di aver passato la prova del fuoco.
Durante quella eterna notte insonne, la miserabile creatura stabilì i suoi piani di battaglia per l’avvenire, poiché essa non si contentava di sposare George, ma voleva le ricchezze di casa Porter; ora ella sapeva che bastava avere il mezzo ritratto dato a Rosie dalla madre sua, per ottenere dalla casa Baring, il denaro e i gioielli ivi depositati.
Scomparsa la Shakespeare si sarebbe data premura di avvicinare Rosie; la cosa non doveva essere difficile, e meno ancora difficile impadronirsi del mezzo ritratto, magari anche adoprando la forza.
L’alba finalmente spuntò; triste alba di inverno, resa ancora più melanconica per la densa nebbia che avvolgeva tutto e tutti.
Bertha si alzò, lavò il suo volto ardente nell’acqua ghiacciata, poi scese in cucina dove i domestici ridevano allegramente; essa domandò se il padrone aveva suonato e le fu risposto “che George non era rientrato la notte scorsa; essa aggrottò le ciglia, poiché la condotta spensierata del matricida poteva ispirare sospetti; darsi alle orgie, pochi giorni dopo l’assassinio della madre, non testimoniava in vantaggio del cuore del figlio.
Furono portati i giornali del mattino; Bertha li scorse avidamente per vedere se nulla era detto di “ Jack the Ripper; ” i giornali non dicevano una parola del delitto di Water Street, e per la buona ragione che quando andarono in macchina l’assassinio non era ancora scoperto.
George rientrò in casa verso le dieci, e andò difilato alla sua camera; era ubbriaco da non poterne più, si lasciò cadere sul letto e si addormentò come un ghiro.
Verso le 11, nella via si udì la voce acuta del venditore dei giornali che gridava l’ extra del World; Bertha corse sulla porta, chiamò il ragazzo, e comprò il giornale, le sue mani tremavano, appena lo ebbe spiegato, vide scritto a grossi caratteri Jack the Ripper a New York; lesse avidamente tutta la descrizione del delitto di Water St. Non eravi dubbio, la Shakespeare era morta, e il suo cadavere mutilato in modo orribile.....
Bertha si ritirò nella sua camera e rilesse ancora ciò che diceva il giornale; desiderava di non perdere uno solo dei particolari della carneficina.
Ad un tratto impallidì e il giornale le cadde di mano, l’assalse il pensiero che per poco essa stessa non fece la fine della vecchia sua complice, e rabbrividì; ma non fu che un lampo, ritornò arditamente coraggiosa, forte della sua bellezza che la rendeva potente, al punto di affascinare anche i bruti.
La miserabile non tentennò un momento, sapeva di dover pagare col suo corpo il sangue versato da Jack, e non avrebbe mancato di farlo; del resto l’assaliva un desiderio ardente di trovarsi fra le braccia dello squartatore, di sentire le sue carezze che sembravano quelle di una fiera.
Depravata, corrotta nell’ anima e nel corpo, Bertha aveva istinti bestiali e quando questi si svegliavano bisognava soddisfarli.....
L.
Allorché scese la notte, Bertha entrò nella camera di George. Il furfante dormiva ancora, nell’aria calda eravi il tanfo dell’alcool e del tabacco biasciato;George steso sul letto appariva ripugnante, la sua futura moglie lo guardò sorridendo ironicamente e mormorò:
—Caro mio, se non ci fossi io, presto andresti nelle mani del boia.
Bertha collocò vicino a George il numero del World, dove si parlava del delitto di Water Street e quindi ritornò nella sua camera dove vestì abiti dimessi, e si coprì col solito lungo mantello che indossava sempre nelle sue escursioni notturne.
La serata era bella, non sembrava neppure di essere in inverno, la nebbia era sparita, e nel cielo nerissimo brillavano di luce insolita miriadi di stelle.
Nei pressi dell’ East River Hotel, vi era ancora folla, e tutti comentavano a modo loro il fatto; qualcuno sosteneva che lo squartatore era già arrestato, altri dicevano il contrario; le discussioni si animavano, partiva qualche pugno e la polizia interveniva a randellate.
Detectives vestiti in borghese, con l’aria di gente che vagabondeggiava per non avere nulla da fare, erano nella folla, attenti al minimo discorso, prendendo a volo qualunque frase che sembrasse sospetta.
Bertha, per quasi un’ ora stette ad ascoltare, trasalendo quando qualcuno parlava dell’arresto di Jack, felice allorché i più dicevano che non solo l’assassino era libero, ma al sicuro dalla polizia.
La miserabile aveva tanta fiducia nell’ uomo strano e terribile, che lo cercava appunto nel luogo stesso dove aveva commesso l’ efferato delitto; la storia dello squartatore, la storia narrata dai giornali intendiamoci bene, allora delle stragi di Londra la conosceva, e da essa traspariva tutta l’audacia di Jack.
Bertha si diresse al “ bar-room ” frequentato dalla Shakespeare; lungo la via non vide le solite donnaccie in cerca di avventure, perché tutte restavano rintanate in preda allo spavento; anche nel “bar-room” regnava lo squallore, le poche donne che vi erano, parlavano sottovoce, della sorte toccata alla vecchia Shakespeare e rabbrividivano al pensiero, che poteva essere toccata ad uno di loro.
Allorché entrò Bertha, la guardarono con la solita rabbia della prima volta, poiché temevano in lei una rivale pericolosa.
Bertha fece vista di non accorgersi di quelle occhiataccie, e volse sopra la poco rispettabile assemblea il suo sguardo tagliente come una lama di acciaio. Si morse le labbra nel non vedere Jack; che avesse fatto un viaggio inutile? Che lo squartatore fosse caduto nelle mani della polizia?
Ad un tratto si fece attenta, aveva intesa una donna che diceva:
—Chi lo avrebbe detto che Alì, quel turco dagli occhi di carbone acceso, potesse essere il terribile “Jack the Ripper?”
—Che ne sai tu Mamie?—domandò un marinaio dalla faccia patibolare.
—Tutti lo accusano, poi non vedesti come era geloso, lo avevo predetto che alla vecchia capiterebbe qualche guaio.
—Ammettiamo che sia Alì l’assassino, ciò non vuol dire che debba essere Jack lo squartatore di Londra.
—Deve essere lui,—disse una vecchia baldracca,—perché il cadavere fu trovato tutto a pezzi e l’assassino portò via la. . . . . .; la parola che sopprimiamo fu accolta da una oscena risata.
—Vi è poco da ridere,—gridò la vecchia piccata,—è il sistema di Jack quello lì, e se anche voi gli cadrete nelle mani, andrete al mondo di là,senza il ferro del mestiere.
Fu un urlo di protesta, le donne sembravano divenute furie e gli uomini dovettero intervenire per calmare quelle indemoniate, che volevano linciare la donna che lanciava loro la brutta profezia.
Il tumulto era al colmo, quando entrò Jack; Bertha a stento trattenne un grido di gioia.
Lo squartatore indossava un lungo paltò color caffè, e aveva cappello sodo in testa; fece un cenno a Bertha che subito si avvicinò a lui.
—Andiamo,—disse Jack,—non voglio farmi vedere qui.
—Ti seguo.
Bertha e il suo compagno uscirono senza dare nell’occhio; prostitute e marinai, erano troppo intenti nelle loro quistioni per curarsi di ciò che facevano coloro che entravano e uscivano. Al padrone del “ bar-room, ” non sfuggirono però le mosse dell’uomo e della donna, e pensò che, fossero ferri di polizia alla ricerca di Alì.
LI.
Jack era uscito dal “bar-room” da pochi minuti, quando entrarono Electric e Fair che continuavano le loro indagini; essi erano meravigliosamente trasformati; faccia e vesti, davano ad essi l’apparenza di marinai di infima classe, bevitori impenitenti, capaci di tutto; con la voce rauca degli ubbriaconi domandarono del whiskey, che bevvero senza battere ciglio, sebbene si sentissero bruciare il palato e lo stomaco.
Bevuto il whiskey, i finti marinai si alzarono e si avvicinarono ai tavoli dove stavano le donne ancora tutte eccitate per la quistione avuta pochi minuti prima.
—Ebbene,—disse Fair con una mossa oscena,—non facciamo affari questa sera?
—Hanno paura,—rispose uno della compagnia.
—Paura? E di che, di “Jack the Ripper? ”
—Fa un certo effetto,—mormorò una di quelle disgraziate,—morire scannata come una vitella di latte.
—Baie,—rispose Fair,—morire in un modo, morire in un altro è lo stesso, del resto tu sei tutt’altro che di latte.
—Poi chi può dire se la vecchia Shakespeare è morta per mano di Jack the Ripper?
—Io credo di no,—disse seccamente uno dei marinai.
—Da cosa viene questa tua sicurezza?—domandò Electric.
—La polizia dice che l’uccisore è Alì il turco, come si chiamava qui, ora Alì non credo possa essere il terribile Jack.
—Ma come spieghi allora, le ferite orribili, il ventre squarciato e mille altre cose che sono come la marca di fabbrica di Jack?
—Lo spiego. . . . lo spiego,—mormorò il marinaio,—pensando che Alì potrebbe essere innocente e che la Shakespeare perì sotto la mano del vero Jack.
I due agenti trasalirono; questa era la loro opinione sopra il delitto di Water Street.
Electric per scoprire terreno disse:
—Ma quei signorini della polizia sostengono che il coltello col quale fu compiuta la strage, apparteneva ad Alì, lo hanno riconosciuto tutti.
—Il coltello,—rispose il marinaio,—non dice nulla perché io so. . . . quello che so, lo tengo per me, non mi piace a far da testimone, in tribunale vi domandano mille cose, ed io non voglio dire a tutti i miei affari.
Electric e Fair si morsero le labbra; non potevano rivolgere delle domande dirette, avrebbero destato dei sospetti e ciò non faceva al fatto loro, ma non volevano lasciare quel marinaio che poteva dar loro una traccia da poter seguire.
Dopo una pausa abbastanza lunga, Electric disse :
—Al diavolo “ Jack the Ripper, ” siamo tutti scuri come un funerale, non si beve non si fa baldoria, è cosa da morire.
—Io beverei,—mormorò il marinaio,—e volentieri senza curarmi di Jack, se avessi denari, il male è che ho le tasche squartate, e così i miei onorevoli amici e le graziose signore.
—Miseria generale!—gridarono tutti ad una voce.
—Colpa di Jack che ha messo la paura in corpo alle nostre fornitrici.
—Non sia mai detto che si abbia a morire di sete,—gridò Electric,—tengo un paio di lune bianche e lucide che fa piacere a vederle.
Ciò dicendo fece vedere due dollari.
—Siete ricco sfondato,—mormorò con tono lezioso una delle donne.
—Sfondato di certo,—rispose ridendo come un matto Electric,—ricco potrebbe darsi che lo divenissi, se mi va bene un carico di indaco che aspetto dalle indie. Per tanto metto a disposizione dell’ onorevole brigata i due dollari. Cosa beviamo?
—Del whiskey!—fu la risposta unanime.
Electric ordinò del whiskey, costava 3 soldi al bicchiere, e ne bevvero uomini e donne a sazietà.
Il marinaio che aveva esternata la sua opinione riguardo al delitto dell’ East River Hotel, beveva come una spugna, e diventava espansivo; i suoi nuovi amici,—diceva—gli amava come fratelli, si sarebbe fatto ammazzare per loro, guai a chi gli avesse torto un capello.
Quando i due dollari di Electric furono consumati, Fair ne mise fuori tre, fra le acclamazioni generali.
Il padrone del locale aggrottò le ciglia, quella generosità gli dava al naso, la cosa non gli pareva chiara, non per tanto, quando Fair ordinò da bere dovette portarlo.
Ben presto uomini e donne erano ubbriachi fradici, i due agenti che simulavano con verità sorprendente l’ubbriachezza, presero pel braccio il marinaio che volevano far cantare e gli dissero:
—Andiamo a mangiare le ostriche.
—Le ostriche,—borbottò l’ ubbriaco,—buone le ostriche, è tanto che non ne mangio, vanno giù come l’olio.... Andiamo, andiamo, per la vita e per la morte.
Il padrone del locale gridò dietro al marinaio:
—Guardati James!
Ma James non capì nulla, era pazzo di gioia al pensiero di andare a mangiare le ostriche.
Fair ed Electric lo tenevano e non se le sarebbero fatto scappare.
LII.
Jack condusse Bertha nel suo misterioso appartamento di Brooklyn; era questa la prova più grande di fiducia che il miserabile avesse dato ad una donna, e lo disse allorché ebbe la donna desiderata in suo potere.
Bertha vicina a Jack si sentiva presa dalla passione più violenta; e come inebbriata raccontava il suo passato, ricordava ridendo che un tempo, quando era ancora innocente, un vecchio brutto e lurido tentò di baciarla, e che lei gli aveva dato un colpo di forbice nella faccia, e così lo aveva reso orrendo, e rideva nel dire ciò, contenta di mostrare a Jack che il sangue piaceva anche a lei.
......tentò di baciarla......
Sorseggiando del cognac, Bertha resa sempre più loquace, raccontava mille particolari della sua vita mettendo un certo orgoglio nel narrare che molti per lei avevano commesso anche dei delitti; ridendo poi da non poterne più diceva che una volta in chiesa per causa sua avvenne una rissa indiavolata, che fu il più grande scandalo che mai fosse avvenuto.
Avvenne una rissa indiavolata......
Jack l’ascoltava sorpreso da tanta malvagità; notava che mentre Bertha parlava e parlava del suo passato nulla diceva dell’ avvenire.
Jack aveva preparata una squisita cena fredda, e con una galanteria da vero gentiluomo invitò Bertha a sedersi a tavola, essa non si fece pregare, mangiò con invidiabile appetito, e bevve lo Champagne come se fosse acqua. Anche Jack bevve molto e i suoi occhi cominciarono a mandar lampi.
Ad un tratto Bertha disse:
—Tu non sei quello che sembri, e non mi stupirei se sapessi che possiedi titoli e ricchezze.
Jack sorrise e rispose:
—Questo è il mio segreto, io non cerco i tuoi, fai altrettanto.
—Non voleva sapere il tuo segreto; solo constatare che tutto nella tua persona manifesta l’ uomo della buona società. Curioso sarebbe se il terribile squartatore. . . . . .
—Taci, non parlare di ciò; in questo momento ho bisogno di dimenticare quello che sono; ti amo, ti voglio, e per una volta i miei amori non debbono essere macchiati di sangue. Sei la prima donna, che mi avvince, e mi rende schiavo; contentati di questa gloria e non domandare di più. Un segreto terribile impone all’uno e all’altra, il più assoluto silenzio, godiamo questa ora di ebbrezza, e poi ognuno riprenda il suo cammino, non cercherò di rivederti, tu fai altrettanto.
—Hai ragione godiamo,—esclamò Bertha con gli occhi accesi,—godiamo e innanzi all’onda di voluttà che ci invade, dimentichiamo il mondo..... sono tua!. . . . . .
Con mossa serpentina, Bertha si avvinchiò al collo taurino di Jack, che la baciò sulle labbra; quel bacio di fuoco aumentò il delirio di Bertha, che scioltasi dalla stretta febbrile, stracciò il suo corpetto, le sue vesti, perché l’ amante imprimesse nelle carni nude quei baci, e quelle carezze, che le divampavano l’ incendio nel suo sangue...... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Jack non aveva mai visto una donna tanto appassionata, e in quella notte memorabile, provò voluttà delle quali non aveva idea. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Al mattino quando Jack si svegliò e vide la testa di Bertha sul bianco guanciale, la baciò con furore, poi con tono imperioso le disse:
—Va, vestiti, fuggi.
Bertha sorpresa da quel brusco trattamento, rispose:
—Perché mi scacci? posso ancora restare vicino a te.
—No, vattene, sento che in me si risveglia lo squartatore che i tuoi baci avevano domato.
Bertha lesse negli sguardi di Jack, che se fosse rimasta avrebbe fatta la fine di Shakespeare, e si affrettò ad ubbidire; quando fu vestita, Jack ritornato calmo la baciò sulle labbra, poi le porse un magnifico anello con brillante e rubini, dicendole:
—Ed ora riprenda ognuno la sua via, tu dimenticami, io cercherò di fare altrettanto, ma giurami che se un giorno io avessi bisogno di te, tu accorrerai in qualunque luogo io mi trovi.
—Lo giuro,—rispose Bertha senza esitare.
—Tu sei una donna forte, l’unica che abbia potuto lottare con me, la sola che sia uscita viva dalle mie braccia; ho fiducia in te e se fossi in pericolo ti chiamerei.
—Se quel giorno verrà, vedrai che ben facesti ad aver fiducia. Io non ti dimenticherò mai; se sono l’unica donna che ti ha vinto e domato, tu sei l’unico uomo che abbia svegliato in me i delirii veri della passione, e credo, Dio mi danni, che anche il mio cuore che credeva invulnerabile, si sia svegliato, e che batta e palpiti per te.
Jack afferrò Bertha per la vita, la miserabile si piegò con posa lasciva, egli tuffò la sua testa ardente fra i bruni capelli della miserabile, poi la respinse con forza, e con voce che nulla aveva di umano gridò :
—Via, via, parti subito.
Bertha pallida e tremante, lasciò il misterioso appartamento dello squartatore dove aveva provato ebbrezze fin allora a lei sconosciute.
LIII.
Rosie, allorché si riebbe e vide a se vicino il dottore, arrossì; essa ricordò la scena avvenuta poco prima; oramai il segreto del suo cuore era conosciuto, ma quel rossore scomparve subito, poiché il sentimento che le ispirava Federico era di quelli che rendono orgogliose; con la sua voce incantevole domandò :
—Ebbene dottore, sono guarita? Quando potrò occuparmi di mio padre?
—Siete guarita, ma né io, né le mie medicine in questo miracolo non ci hanno nulla a che fare, ben altro è il medico che ha fugato il male.
—Dottore, io sono franca, e vi confesso che allorché intesi la voce del vostro amico, il mio torpore svanì come per incanto, le sue parole erano nobili e generose, esso vi faceva la confessione del suo amore per me, e in pari tempo manifestava la convinzione profonda, dell’ innocenza del padre mio.
—Federico O’Brien merita di essere amato fanciulla mia, egli è buono, è generoso, e io conto che sarà felice.
—Felice?. . . .
—Felice con voi; sì, lo spero e ci credo.
—Prima bisogna salvare mio padre.
—Lo salveremo.
—Dio vi benedica per le parole consolanti che mi dite; sono sola al mondo, e credevo che nessuno venisse in mio aiuto, invece non è così, delle anime buone e oneste pensano a me, pensano al padre mio; mi sembra di rinascere.
—E fra qualche ora il padre vostro saprà che non è abbandonato.
—Che?
—Sì, Federico lo visiterà alle Tombs, e gli dirà che assume la difesa.
—E gli parlerà di me?
—Sì, gli dirà che siete salva, che lo amate, e lotterete per lui.
—Grazie, grazie, per questa consolazione che mi date; la visita del signor Federico calmerà le ansie del mio povero babbo, poiché alla tristezza di essere in carcere sotto un’accusa infame, si aggiungeva il dolore di sapermi morente.
—Ed ora signorina, permettetemi una domanda; volete ritornare a casa Porter?
Rosie si levò a sedere sul letto, i suoi occhi esprimevano lo spavento, e con voce soffocata mormorò :
—No, no, mai!
—Benissimo,—rispose il dottore sorpreso dall’effetto delle sue parole,—penseremo insieme a Federico, al modo onde trovarvi un luogo dove possiate vivere tranquilla e rispettata; per ora resterete qui; la direttrice del servizio che vi vuol bene sarà la vostra compagna.
—Dottore, dottore, come farò a ricompensarvi di tante cure, di tante premure?
—Vivendo tranquilla, facendovi coraggio, qualunque cosa avvenga. . . . . .
Risuonò uno squillo di campanello, e il dottore concluse:
—Mi chiamano, vi rivedrò più tardi, riposate ancora fino a domani, e sarete piena di salute.
LIV.
Il dottore uscì, Rosie lo seguì con lo sguardo e quando fu scomparso le lagrime gli bagnavano gli occhi; erano quelle, lagrime di commozione per le premure che si avevano per lei, per l’amorevolezza che le dimostravano.
Poi Rosie pensò alla madre sua, crudelmente assassinata, assassinata poche ore dopo averle svelato il suo doloroso segreto.
Essa piangeva a dirotto, e quelle lagrime che le solcavano il candido volto erano un sollievo, uno sfogo che affrettava la sua guarigione.
Avrebbe voluto rivedere il cadavere della madre, ma come fare? Oramai la spoglia adorata riposava fra le marmoree pareti del sepolcreto dei Porter; ed essa, la figlia dell’assassino, non avrebbe avuto neppure il diritto di avvicinarsi a quella tomba, e pregare per colei che le aveva dato la vita.
Povera madre! Aver sognato di vivere per la figlia sua, e cadere poco dopo sotto il coltello dell’assassino!
Era atroce, ed essa faceva voti per ritrovare colui che l’aveva privata della madre, e che gli toglieva anche Henry, l’unico suo appoggio, tenuto in prigione da una giustizia cieca e cattiva.
Ad un tratto Rosie si ricordò del mezzo ritratto datole dalla mamma, e da lei messo fra la serica stoffa del busto;quel ritratto le avrebbe dato la ricchezza, e i denari per salvare anche un’innocente; sono più che necessari.
Con mano tremante afferrò il busto che unitamente ai suoi abiti, era sopra una poltrona; timorosa di avere perduto quel prezioso oggetto, ma ad un tratto gettò un grido di gioia, il mezzo ritratto vi era ancora.
Riassicurata da questo lato, la fanciulla pensò a Federico e sorrise dolcemente; l’ era d’uopo che lo confessasse, amava il giovane avvocato, la sua immagine riempiva tutto il suo cuore, quel cuore che credeva corazzato contro gli strali d’amore.
Come avvenne che Federico conquistò il suo cuore? Essa stessa non avrebbe potuto dirlo; fu una presa di possesso dolce, dolce, e un bel giorno il nemico si trovò nella fortezza, e Rosie confessava che era felice che ciò fosse accaduto; la turbava però il pensiero che non sarebbe mai la sposa di Federico, se suo padre, o meglio l’uomo del quale portava il nome, non venisse completamente riabilitato.
Il sacrificio del giovane avvocato, essa non lo avrebbe accettato, del resto tutta la sua vita sarebbe consacrata a ritrovare colui che la rese orfana; soltanto allora,compiuto il voto fatto penserebbe agli affetti del suo cuore.
Fu in tali pensieri che Rosie s’addormentò mentre scendeva la notte.
LV.
Federico ritornò dalle Tombs, allegro come non lo era stato da parecchi giorni; sua sorella che si accorse del mutamento, gli disse con premura :
—Sono lieta di vedere che hai smesso l’aria di serietà che così male ti si addiceva.
Federico baciò Lily e disse:
—Sorellina mia, sono felice.
—Felice? Raccontami, cosa ti avviene?
—Colei che amo, la casta fanciulla che è il mio ideale mi ama.
Lily aggrottò le ciglia e disse:
—Credevo che dopo quanto è avvenuto, tu non pensassi più a Rosie.
—Perché?
—La figlia di un’assassino!
—Ma suo padre è un innocente?
—Innocente? Ne hai le prove?
—E la mia convinzione.
—E credi che basti? La tua convinzione viene dall’amore, dal bisogno del tuo cuore, che vuole ad ogni costo scusare l’uomo, padre della donna che ami.
—Credo fermamente Henry Stuart innocente; ma dato il caso che fosse colpevole, non resta la figlia, la pura fanciulla che è, che è sempre stata?
—Parole, parole, caro mio; al mondo non si comanda e le colpe dei padri ricadono sui figli.
—È un’ ingiustizia contro la quale io mi ribello.
—E a che prò? Tu non cambierai le leggi della società nella quale vivi.
—Ma farò a mio modo, non curandomi di ciò che potrà dire il pubblico maldicente e cattivo.
—E va bene; non ti curerai dei giudizi del pubblico, ma non potrai andare contro la volontà dei nostri genitori.
—I nostri genitori, cara Lily, ci amano troppo , per non volere la nostra felicità; né il babbo, né la mamma si opporranno a che io sposi Rosie Stuart.
Lily comprese che suo fratello aveva una volontà tenace, e non volle insistere; più tardi sarebbe ritornata sull’argomento.
Il servo avvisò Federico e sua sorella che il pranzo era pronto; passarono nella sala, e vi trovarono già la madre che gli accolse affettuosamente; il padre non pranzava quasi mai in casa, e nessuno perciò fece parola della sua assenza.
Durante il pasto, Federico fu molto loquace, ma si guardò bene dal parlare dell’assassinio di Annie Porter.
Questo avveniva come i lettori sanno, la stessa sera che Jack assassinava la Shakespeare.
Federico dopo cena andò dal dottor Mayer, e Lily si ritirò nel “parlor” dove si mise a fare della musica.
Batteva su i tasti con moti nervosi, e le note uscivano aspre dal piano, e si spandevano per la sala.
LVI.
Ad un tratto la portiera damascata si alzò, e il servo annunziò Paolo Detroit.
Lily si alzò di scatto, e andò incontro al giovane dicendo :
—Vi ringrazio di essere venuto.
—La vostra lettera mi giunse tardi e sono subito corso da voi.
I due giovani si assisero sopra un divano; Lily stette muta per qualche minuto, e poi disse :
—Ricordate quanto vi dissi al Metropolitan?
—Lo ricordo, e da quel giorno vivo in continua ansia.
—Cosa avete deciso?
—Di chiedere la vostra mano, e di farvi mia sposa.
Lily, ebbe un lampo di furore negli occhi bellissimi, e con voce secca, imperiosa, rispose:
—Rifiuterei di sposarvi.
Paolo, sapeva che Lily aveva un carattere strano, ma non credeva si spingesse tanto oltre, dinanzi ad una risposta così recisa, si ribellò, e fu con un certo disprezzo che disse:
—Siete voi che mi insegnate che non si sposano le proprie amanti.
Lily sentì l’offesa, e si levò furibonda come se un colpo di scudiscio l’avesse arrivata in pieno volto.
—Mi insultate?—gridò, con voce sorda.—Mi insultate, e volete sposarmi; non so se siete più vile o più stupido!
—Ma infine,—domandò Paolo,—che cosa pretendete? Dite di essere in uno stato disonorevole per una ragazza, vi offro l’unico mezzo per riparare al nostro fallo e sdegnosamente rifiutate. Non vi comprendo, e voi fate troppo a fidanza con la passione che mi avete ispirata.
Lily comprese che era andata troppo oltre, aveva sbagliato strada, e bisognava compiere un’abile ritirata, cosicché con voce del tutto cambiata disse :
—Perdonatemi se vi ho risposto così, ma il mio stato mi rende oltremodo eccitata e nervosa. Se io ho detto di non volervi sposare, è perché dopo il nostro fallo, comprendo tutta la materialità della passione, e mi nausea; l’amore, l’avevo sognato altrimenti, voi brutalmente, me complice, mi toglieste la benda, ora ho visto e so.
—Ma sentite Lily. . . . .
—Lasciatemi dire, parlerete poi. . . . Né voi sareste un buon marito, né io una buona moglie; voi non potreste dimenticare che i fiori d’arancio del giorno del matrimonio non avevo diritto di portarli, ed io che mi unii a voi per salvarmi dell’onta. No, voglio risparmiare a me e a voi un’avvenire di dolori e di infelicità.
—Ma allora?
—Ve lo dissi Paolo?
—Mi chiedete un delitto!
Negli occhi di Lily, balenavano foschi lampi, abbassò la voce e disse:
—Non è un delitto quello che vi domando, il bambino che si agita nel mio seno, se venisse al mondo avrebbe un’ esistenza triste, dolorosa, e questo sarebbe il vero delitto.
—Io non mi presterò mai, a simile infamia!
Lily, batté il piede con impazienza, e con breve accento rispose :
—Prendo tutto su di me, sono io che commetto il delitto, se delitto vi è, io la colpevole innanzi a Dio e agli uomini.
—No, no; preferirei uccidervi e uccidermi poi.
—Già, perché si legga nei giornali dopo, un mondo di indecenti particolarità. La morte li univa per sempre. . . . Grazie tanto, non voglio passare nella storia come una sciocca sentimentale.
La morte li univa per sempre......
—Ascoltate Lily,—disse con voce ferma Paolo,—ciò che volete fare non è solo un delitto punito dalle leggi, ma tale che fa inorridire solo a pensarci. Chiedetemi ciò che volete, ma non avrete mai da me i mezzi per compiere la vostra infame opera.
Lily guardò fissamente Paolo, il giovane innanzi al fulgore di quello sguardo, abbassava il suo, la giovane cinse col suo braccio il collo del suo amante che fu scosso da un brivido di voluttà; la testa bionda di Lily, si abbandonò sulla spalla di Paolo, che inebriato, vinto, strinse con delirio quel corpo seducente, che pareva pronto ad abbandonarglisi.
Lily si ritrasse prestamente indietro, la prova da lei fatta era riuscita; sapeva che Paolo bisognava prenderlo dal lato della passione che lo dominava, per renderlo cieco strumento di qualunque infamia.
Paolo, supponendo che il momento di abbandono provato da Lily fosse dovuto all’ amore, si gettò ai piedi di lei mormorando:
—Lily, ciò che mi dicesti fu per provarmi, tu mi ami e diverrai con gioia mia moglie.
—Chi lo sa!—rispose Lily, poi aggiunse:
—Alzatevi, che se entra la mamma bisognerebbe spiegarle il perché vi trovate ai miei piedi.
—Le diremmo la verità.
—Non ancora.
—Ma quando adunque? Non vedete che la passione mi rende pazzo.
—Presto vi dirò la mia decisione.
—E sarà?
Lily fece una mossa biricchina e rispose:
—Tale da non scontentarvi.
Paolo gettò un grido di gioia, e baciò con ardore Lily, la quale, lo respinse dolcemente dicendo:
—Non facciamo pazzie. . . . Fra poco sarà qui la mamma, parliamo di cose che non riguardano né l’amore, né la passione.
—Ed è possibile vicino a voi?
—Parliamo della vostra professione.
—Non ho nessuno ammalato, e per ora la mia farmacia ha ancora tutte le sue droghe.
—Avete una farmacia?
—Sicuro, è fornita di tutto punto, la collocai in una sala vicina al mio ufficio.
—Vorrei vederla.
—Quando lo desiderate sarò ben felice di ricevervi a casa; passerete per la mia prima cliente, e non potranno dire che non sia fortunato. Quando verrete?
Lily pensò alquanto, e poi disse:
—Domani.
—A che ora?
—Dalle due, alle tre.
—Vi aspetterò, e voi ammirerete tutto quanto può servire a dare la guarigione e a procurare la morte.
La madre di Lily, entrò in quel momento e disse:
—Caro signor Paolo, discorrete di morte.
—Parlavo delle mie medicine; o meglio della farmacia che ho impiantato in casa mia.
—Già, siete medico, come Federico è avvocato; ma non credo che andiate a cercare dei clienti.
—Ti sbagli mamma. Federico ha già assunto la difesa di un’accusato.
—Dici sul serio?
—Sì, egli difenderà Henry Stuart.
—L’assassino di Annie Porter?—domandò Paolo stupefatto.
—Sì.
—Non è una buona causa,—disse la O’Brien,—vi sono delitti che non meritano pietà, e quello Stuart non dovrebbe trovare un difensore.
—E se fosse innocente?—esclamò Lily.
—Non lo credo signorina, le prove contro di lui sono schiaccianti, sarà condannato a morte.
—Sventurato!—mormorò la madre di Lily.
—La sua padrona,—continuò Paolo,—lo trattava come un figlio, ed egli l’ ha ricompensata con un colpo di coltello.
—Non aveva una figlia costui?—domandò la O’Brien.
—Sicuro.
—Poveretta!
—Ma essa, mamma, non ha nulla a che fare col delitto.
—Lo credo bene; ma non per tanto dovrà oltre il dolore di vedere condannare il padre, soffrire anche il disprezzo del mondo, che nel suo egoismo non distingue fra innocenti e colpevoli.
—Peccato,—disse Paolo,—perché la figlia dell’assassino, è bella, è buona, un vero angelo e. . . .
—Troverà bene qualche uomo generoso che la sposerà,—interruppe Lily.
—È difficile figlia mia, nessuna famiglia vorrebbe nel suo seno la figlia di un condannato a morte per assassinio e furto.
—È un’ ingiustizia,—rispose piccata Lily.
—Convengo che è un’ ingiustizia, ma nessuno può combatterla. Ma basti di ciò; è cosa questa che non può e non deve interessarci.
Parliamo di voi caro Paolo, e ditemi un poco perché da tanto tempo non vi faceste più vedere. Credevo foste in collera con Federico.
—In collera con Federico? Ciò è impossibile, perché ci amiamo come fratelli.
—Lo so, e per questo la mia meraviglia aumentava. . . . . .
—Ho dovuto studiare. . . . . .
—Basta, non cercate di scusarvi, siete venuto e non occorre altro.
La conversazione messa su questo terreno continuò nel modo il più amichevole; quando Paolo ebbe preso commiato dalla Lily e sua madre, quest’ultima disse alla figlia:
—È un giovane molto compito quel Paolo.
—Sono del tuo parere, mamma.
—Ti piace?
Lily aggrottò le ciglia e disse:
—Perché mi fai questa domanda?
—Perché,—rispose sorridendo la madre,—mi pareva che ci fosse del tenero fra voi. . . . .
—T’ inganni, mamma.
—Dio, dici ciò con tono tanto adirato. . . . . .
—Mamma, cara mamma,—disse Lily gettandole le braccia al collo,—tu sai che ti amo e voglio restare sempre con te.
—Comprendo, fanciulla mia, che tu mi ami, ma viene il giorno che oltre a quelli della propria famiglia, un’altro entra nel cuoricino delle fanciulle, e si termina col matrimonio.
—Non prenderò marito.
—Sono cose che si dicono.
—Io lo farò, lo giuro!
—Non giurare, sono giuramenti da marinaio.
Lily batté il piedino con impazienza, e con accento risoluto :
—Ti assicuro mamma, che non ho nessuna vocazione per il matrimonio; gli uomini non mi seducono, voglio essere libera, vivere con te e col babbo, senza darmi un padrone.
—Basta, fai come vuoi figliuola mia; ma quel Paolo sarebbe stato un buon partito... Diamoci un bacio, e andiamo a letto.
Lily quando fu nella sua camera dette sfogo all’ ira sua.
No, non avrebbe preso marito, il contatto degli uomini le faceva nausea; l’amore lo conosceva ora lo sapeva un atto brutale, che toglieva tutte le illusioni, un bisogno bestiale e nulla più.
Orbene, essa non aveva più questo bisogno, le era bastato accostare le labbra alla così detta tazza dell’amore, per restare guarita per sempre da quel male che tormenta uomini e donne.
Il bambino che aveva nel suo seno, prova di un momento di abbandono, non sarebbe venuto al mondo a qualunque costo; e avrebbe trovato il mezzo di fare a meno del concorso di Paolo.
Lily mentre pensava a ciò si spogliava, la biancheria fine e profumata cadeva ai suoi piedi, formandole come un marmoreo piedistallo.
Quando la sua camicia di mussolina cadde per dar posto ad un’ elegante camicia di seta color rosa, Lily si rimirò nel grande specchio, e sorrise alla sua immagine che appariva come una statua meravigliosa scolpita dal Canova. . . . .
Quel corpo divino era tale da far delirare un santo, e Lily lo sapeva, e con accento freddo e risoluto mormorò:
—Sono una bella statua e resterò tale per tutti.
La seta rosata avvolse il bel corpo, e la fanciulla saltò nel letto...... Aveva sulle labbra un sorriso feroce. . . . . .
LVII.
L’aria fresca della notte dissipò alquanto la sbornia di James, il quale cominciò a camminare senza bisogno di appoggio. Electric, lo interrogava abilmente, ma egli restava muto, un solo pensiero lo dominava,quello di mangiarsi un bel piatto di ostriche fritte, perché ad ogni istante domandava:
—Ebbene, quando sentirò le ostriche solleticarmi il gorguzzolo?
—Presto amico mio,—rispondeva Fair,—appena siamo in Bowery, perché non vi è che Bowery per le ostriche.
—E per le. . . .—e James detta la parola oscena rideva come un matto, e i suoi compagni ridevano più di lui.
—Doveva essere un bel coltello quello di Alì,—disse ad un tratto Electric,—perché dicono che ha tagliata la Shakespeare con una precisione da macellaio.
—Ma perché parlate sempre di quella strega?—rispose imbronciato James.
—Perché è l’argomento del giorno, perché tutti ne parlano. E voi che eravate amico di Alì e della sua ganza. . . . . .
—Amico, amico. . . . .—brontolò James.
—Certo amico,—insisté Electric,—tanto che sapete la storia del coltello.
James a quella botta diretta rispose:
—Amiconi, eccoci giunti all’ Oyster House, vedremo se mantenete le vostre promesse.
Erano infatti innanzi ad uno di quei locali dove si vendono ostriche cucinate in tutti i modi; una lampada elettrica illuminava la vetrina, dove facevano bella mostra i saporosi molluschi adagiati sopra un pezzo di ghiaccio.
—Entriamo,—disse Electric.
—Ma, avete soldi?—domandò James, un poco allarmato.
—Certo, se v’ invitiamo.
—Andiamo.
Entrarono e si fecero servire delle ostriche crude; poi col latte, quindi fritte.
—Vanno giù come pezzi di velluto,—diceva James.
Il pasto fu inaffiato con della birra inglese nera e forte, che dava maledettamente alla testa di James, che beveva come una spugna.
La birra sciolse lo scilinguagnolo a James, che raccontò tutte le sue prodezze; egli viveva alle spalle delle prostitute, esseri disgraziati che gli davano le loro migliori carezze e una buona parte di quanto guadagnavano; lui faceva qualche colpo di quando in quando, ma cose da poco, roba da Special Sessions tutto al più perché la Corte d’Assise lo spaventava.
I due agenti lo lasciavano parlare sperando che venisse al coltello di Alì, ma l’amico era duro a far motto su ciò.
Electric non ne poteva più, avrebbe volentieri preso per il collo quel farabutto per condurlo in prigione; ma si tratteneva temendo di rovinare tutto.
Finalmente Electric disse:
—Io amico mio, sono curioso come una donna, ora darei volentieri una pinta di whiskey per sapere la storia del coltello di Alì.
Gli occhi di James luccicarono, dopo una breve pausa disse :
—La storia è presto detta, la sera che hanno fatto la festa alla vecchia, Alì non aveva il suo coltello.
Electric e Fair ascoltavano anelanti.
—Il coltello,—continuò James borbottando,—lo aveva la vecchia, lo tolse all’amante e se lo mise in tasca per paura di qualche guaio. E questo è tutto,ora portatemi a bere una pinta di whiskey.
—È tardi,—disse Fair,—e i “ bar-rooms” sono chiusi.
—Come siete ingenui,—gridò James che cominciava a divenire bestiale,—usciamo e vedrete.
Electric pagò il conto; James e i due agenti uscirono; il marinaio che barcollava a più non posso disse :
—Venite con me,vi condurrò dove il whiskey fa risuscitare i morti.
Rimontarono Bowery, e poco dopo entrati in Park Row, James si avvicinò ad una porta e batté con le nocche delle dita tre colpi ad uguale intervallo, subito si aprì un piccolo finestrino dove comparve la faccia rossa di un uomo che con voce rauca domandò:
—Cosa volete?
—Marinai d’ acqua spiritosa!—rispose James.
La porta si aprì, i due agenti seguirono James, che li introdusse in un “ bar-room ” pieno zeppo di gente, che beveva allegramente.
Una lunga fila di barili col rubinetto di ottone, era addossata alla parete, e nel fondo del vasto locale, vi erano dei tavoli destinati a coloro che desiderano sorbire le bibite stando seduti.
Un uomo grosso dalla faccia patibolare,con due braccia da Ercole stava dietro al banco come un re sul suo trono.
—Del whiskey antidiluviano!—gridò James.
—Chi è che paga?—rispose subito l’ Ercole.
—Questi due gentiluomini amici miei.
—Allora, va bene.
Electric e Fair sorrisero ironicamente, James avrebbe voluto protestare contro la sfiducia che ispirava, ma venne il whiskey e preferì beverlo tutto di un fiato.
Quel liquore diabolico mise il diavolo in corpo a James che si pose a danzare, a cantare, a fare di ogni erba un fascio.
Electric e Fair intanto esaminarono il locale e gli avventori; la maggioranza erano avanzi di galera, faccie da mettere paura; ragionavano sottovoce scambiando delle occhiate espressive, facendo dei gesti misteriosi, certo in quella tana si dovevano complottare delitti di ogni sorta.
I due agenti si meravigliavano di non conoscere quel luogo, e si ripromettevano di fare delle indagini all’ indomani; essi si convincevano sempre più che New York aveva bisogno di essere esplorata da capo a fondo, e che ad onta della decantata bravura dei capi e degli agenti, vi erano luoghi ancora vergini dal contatto della polizia.
Ad un tratto James che seguitava a ballare in preda ad una grande esaltazione esclamò :
—Alì, tu qui, viva Alì!
Fair ed Electric, trattennero a stento un grido di gioia; quante persone erano nella sala, si voltarono verso Alì, alcuni lo guardavano con ammirazione; a tutti era nota l’accusa che pesava sul suo capo.
Alì, volgeva i suoi occhi a destra e a sinistra, come un cervo preso al laccio; il padrone del “bar-room” aveva aggrottato le ciglia, e dardeggiava sopra il disgraziato il suo sguardo severo.
James seguitava a gridare :
—Alì!... Alì!... Bravo per Dio.... Viva Alì! Ta-rara Booum!
Il padrone uscì di dietro al banco,afferrò per le spalle James dicendogli con voce adirata :
—Finiscila ubbriacone.—Poi andò verso Alì e gli disse:
—Giovinotto andatevene, questo non è luogo per voi.
Alì non comprendeva, allora lo prese per il braccio, lo fece alzare da sedere e lo accompagnò verso la porta in mezzo al mormorio degli avventori.
Electric si fece avanti e disse:
—Date a me questo turco, lo condurrò io, non è giusto che cada in mano alla polizia.
—No, no!—gridarono tutti,—abbasso la polizia! Viva Alì!. . . .
—Conducetelo via,—disse il padrone,—non voglio disturbi, per questo animale.
Fair prese per il braccio James e disse:
—Andiamo, amicone.
—Viene anche Alì?—domandò James.
—Certo, eccolo lì, con il mio compagno.
—Andiamo adunque, per quattro marche!
Quando furono in strada, Electric fece un cenno a Fair, il quale comprese a volo, che bisognava condurre Alì e James al quartiere generale di polizia.
La passeggiata era lunga, ma non vollero destare sospetti col prendere il tramway.
Passando per Bowery, James chiedeva ad ogni istante da bere, Alì seguiva il policeman a testa bassa, come un bove che vada al macello.
Fair diceva a James :
—Amicone, ora ti conduciamo in un luogo dove il whiskey corre a fontanella, beverai quanto vuoi. È un locale che tu non conosci, e quando avrai assaggiato di quel whiskey. . . . . .
—Viva il whiskey!—gridava l’ubbriacone.
All’ angolo di Houston Street, i quattro uomini destarono sospetti a un policeman che si avvicinò a loro per interrogarli, ma Fair fece vedere la sua placca e il policeman si ritirò senza dire motto.
—Cosa voleva quel vagabondo?—gridò James.
—Nulla, accendere il sigaro.
Ben presto si trovarono innanzi al quartiere generale di polizia; James, guardò il palazzo come trasognato, e poi disse:
—Dove siamo?
—A casa nostra,—rispose Electric,—e saremo lietissimi di farvene gli onori.
James non comprese bene, e salì i gradini di marmo che mettono al primo piano con una certa inquietitudine.
Alì invece era indifferentissimo, e non alzava gli occhi, che teneva tenacemente abbassati.
Quando furono nel corridoio, James vide un policeman in divisa, fece un passo indietro, ed esclamò :
—Ah!... Preso!...—La sbornia gli era passata come per incanto.
Fair ed Electric sorridevano bonariamente; uno degli agenti domandò:
—Il sopraintendente è in ufficio?
—No, è andato a riposare, ma sarà qui prestissimo.
—Va bene.
Electric prese per il braccio James, e con tono amichevole gli disse :
—Amico mio, passerete la notte qui, venite adunque, la strada la conoscete, scendiamo una scaletta, e ci troviamo nei nostri appartamenti.
—Non vi è che fare, ci sono cascato; del resto non ho fatto nulla e mi manderete via domani.
—Sicuro, alcune spiegazioni da dare e poi libero come l’aria.
—Non sarà così per il povero Alì,—disse James.
—Chi lo sa?
I due detenuti furono condotti nel “ basament ” dove si trovano le celle di sicurezza, l’ impiegato prese i loro nomi, poi frugò con cura Alì, che fu messo in una delle celle di segregazione, poiché Fair dette ordine che nessuno potesse avvicinarlo; in quanto a James lo si mise in cella con un’ ubbriacone, che dormiva in terra con la testa nel rigagnoletto d’acqua che porta via le immondizie della cella.
James si sdraiò sul pancaccio, mortificato di essere preso al laccio, ma persuaso di andarsene all’ indomani, a godere la libertà; si addormentò quasi subito, e sognò montagne di ostriche, canali di birra nera, fontane di whiskey. . . . .
Alì, senza dire una parola, senza mandare un lamento si fece rinchiudere in cella; egli come tutti gli arabi era fatalista e non si ribellava contro il destino; del resto, non sapeva bene perché lo mettevano in prigione, ma supponeva che non fosse estranea a ciò la strage della sua ganza.
Alì dormì anche lui, ma fece dei sogni orribili.
LVIII.
Electric e Fair, non appena i detenuti furono al sicuro, risalirono agli uffici ed entrarono nell’anticamera di Byrnes, decisi ad aspettare il loro superiore assisi sopra una poltrona. Era di servizio il sergente Perazzo, al quale resero conto dell’ importante arresto fatto, Perazzo si congratulò con essi, e volle sapere i più minuti particolari poi disse :
—Non sarà contento il capitano Tom.
—No, e perché?—Domandò Electric.
—Perché aveva detto che lui scoverebbe Alì.
—Lui ha trovato il coltello, basta.
—Contate stare qui tutta la notte?—disse Perazzo.
—Sicuro,—rispose Electric,—sono già le due del mattino, fra poco sarà qui il sopraintendente. Intanto stenderemo il rapporto.
—Benissimo, là su quel tavolo, troverete tutto l’occorrente.
Electric stese il rapporto, non mancava il più piccolo dettaglio ed era molto benevolo ad Alì; Fair, quando lo ebbe letto, approvò completamente.
A dormire non vi era neppure da pensarci; all’ ufficio centrale di polizia, anche di notte, è un va e vieni continuo, squillano i campanelli elettrici, sono in moto le sonerie dei telefoni, è un continuo succedersi di rumori strani, paurosi, misti a grida di ubbriachi, a bestemmie di detenuti, a colpi sordi di randello, a imprecazioni; le porte si aprono e si chiudono con fracasso, la gente sale e scende, i “ reporters ” domandano notizie, i policemen prendono gli ordini di servizio e partono battendo le scarpe pesanti su i pavimenti di marmo.
Electric e Fair, passarono il tempo comunicandosi a bassa voce le loro impressioni, erano convinti che Alì non fosse l’assassino della Shakespeare, la circostanza del coltello distruggeva tutte le induzioni del capitano Tom.
Alle cinque Byrnes compariva nel suo ufficio, appena vide Electric e Fair gridò:
—Buone nuove certo!
—Secondo,—rispose Electric.
—Venite nel mio ufficio e mi direte tutto.
Quando i due agenti si trovarono alla presenza del loro capo, Electric presentò il rapporto.
Byrnes lo lesse, manifestando ora gioia, ora contrarietà, quando ebbe finito, disse :
—Debbo dirvi che il vostro rapporto è molto preciso, ma io non divido per nulla le vostre idee, riguardo al dubbio che Alì non sia colpevole.
“ Ammettiamo che sia vero quanto dice James, e ciò è che il coltello Alì lo avesse dato alla ganza, chi vi dice che non lo abbia ripreso nella camera per compiere la carneficina? Alì minacciò la donna la sera stessa, egli era di una gelosia feroce chi mai altro che lui, può avere scannato la disgraziata? Credete pure che avete messo le mani, sul vero colpevole, ed io ve ne faccio i miei complimenti.
Appena giorno interrogherò Alì, desidero che siate presenti all’interrogatorio; in quanto a quel James, credo che potete rimetterlo in libertà, la sua testimonianza non cambia in nulla la sua situazione.
Electric e Fair, per quanto sorpresi da quell’ordine, non credettero bene di protestare, e Electric portò al guardiano del carcere un’ ordine di Byrnes, poiché all’alba James fosse messo in libertà.
—Alle otto interrogheremo Alì,—disse Byrnes—vi aspetto per quell’ora.
I due agenti salutarono il loro superiore, e usciti dall’ufficio andarono a far colazione; non erano molto allegri. Una delle due, o da un pezzo in qua si sbagliavano come due novizi, oppure il loro superiore aveva perduto quella lucidità di mente che lo rendeva famoso e temuto.
Mangiarono senza far molti discorsi, poi andarono da un barbiere mattiniero e si fecero radere la barba e rinfrescare la faccia, quindi ritornarono al quartiere generale dove cambiarono abiti, lasciando nella guardaroba quelli da marinaio.
Alle otto precise entrarono nello studio del sopraintendente, il quale dette subito ordine che gli conducessero Alì.
LIX.
Poco prima che Alì fosse condotto innanzi a Byrnes, entrò il capitano Tom, il quale in tono agro-dolce disse ad Electric e Fair:
—Vi faccio le mie congratulazioni per avere arrestato lo squartatore, me lo toglieste proprio dalle mani.
Electric rispose con ironia:
—Una cosa per uno capitano, voi trovaste il coltello, noi il suo proprietario.
Alì entrò, Byrnes lo guardò col suo occhio scrutatore e poi gli domandò :
—Come vi chiamate?
L’arabo scosse il capo, non comprendeva bene; allora Electric disse a Byrnes che il detenuto doveva essere turco od arabo, e perciò bisognava un’ interpetre.
Il sopraintendente batté il piede con impazienza, non si aspettava quella contrarietà.
Il capitano Tom ad un tratto si batté la fronte e disse :
—Ho quello che occorre, e fra dieci minuti condurrò un’ interprete che capirà tutto quanto dirà questo selvaggio.
Tom uscì, e Byrnes disse agli agenti:
—Esaminate la camicia e gli abiti di costui.
L’ esame ebbe luogo nel modo il più meticoloso, mentre Alì guardava in qua e in là come uno che sogni ad occhi aperti. Sulla camicia Electric riscontrò delle macchie sospette che potevano benissimo essere di sangue, ma certo erano state lavate da poco tempo, anche l’abito di Alì qua e là aveva delle macchie di un colore mattone chiaro.
I due agenti fecero sotto voce il loro rapporto a Byrnes, il quale dopo avere ascoltato con attenzione disse:
—Faremo esaminare da un chimico; ma certo è che quelle macchie provengono dal sangue della sciagurata che costui ha assassinato.
—Eppure. . . . .—volle dire Electric,—ma Byrnes lo interruppe:
—Vorrete mettere in dubbio la sua colpabilità? Guardatelo bene,vedete i suoi occhi fosforescenti, le sue labbra fine tagliate nette come quelle di una belva; non soltanto Alì è l’uccisore della Shakespeare, ma credo che sia pure l’introvabile Jack the Ripper.
Tom era di ritorno con l’ interpetre, il quale fu da Byrnes istruito esattamente su quello che si voleva da lui, e così ebbe luogo l’ interrogatorio.
Allorché Alì sentì parlare arabo, i suoi occhi ebbero un lampo di gioia e il suo volto si rischiarò.
—Come vi chiamate?
—Alì Franche,—rispose in arabo, in quell’arabo però che si parla ad Algeri e in altri luoghi che sono sotto la dominazione francese.
—Quanti anni avete?
—Non lo so, nacqui nel deserto e nessuno mi disse mai quando.
—La vostra professione.
—Marinaio.
—Da dove venite?
—Da Tangeri.
—È molto che siete a New York.
—Tre mesi.
—Come ci veniste?
—A bordo di un brigantino francese dal quale disertai.
Byrnes sorrise a quella risposta, per lui era certo che Alì doveva mentire.
—E il brigantino si chiamava?
—Non lo ricordo.
Gli fu fatto osservare che era impossibile non conoscere il nome della nave che lo condusse in America, ma tutto fu inutile; Alì non cambiò in nulla la sua prima dichiarazione, non ricordava quel nome.
Byrnes trionfava, Electric e Fair erano alquanto confusi; allorché fu domandato ad Alì se conosceva la Shakespeare, esso si fece rosso come la bracia e titubò a rispondere.
—La conoscete?—tonò Byrnes.
Alì chinò il capo e mormorò :
—Sì.
—Era la vostra amante?
—Sì.
—Vi manteneva?
Lo sciagurato restò interdetto, balbettò, non sapeva cosa rispondere, ma terminò col confessare che la vecchia gli dava del danaro.
Dopo quella dichiarazione Byrnes gli fece domandare:
—Non aveste una quistione con lei l’ultima sera che la vedeste nel “bar-room” di Water Street?
—Sì.
—Eravate geloso?
—Sì.
—Geloso!—gridò Byrnes con accento di disprezzo,—geloso e mangiavate i denari, frutto della sua prostituzione; i miserabili come voi non sono gelosi.
Il sopraintendente spiegò poi ad Alì, di cosa era accusato, sulla sua colpabilità non eravi dubbio, era inutile negare, le prove abbondavano, che confessasse senza reticenze il suo delitto se voleva che si usasse pietà.
Alì energicamente protestò la sua innocenza, allora gli mostrarono il coltello, che aveva servito alla strage, nel vederlo egli impallidì, e Byrnes disse:
—Vedete che non potete negare questo coltello è vostro?
Alì stette un minuto prima di rispondere. Electric e Fair, pendevano dalle sue labbra; finalmente egli disse:
—Questo coltello non è mio.
Byrnes dette uno sguardo trionfale ai due agenti che confusi, mortificati, chinarono il capo.
La risposta di Alì equivaleva alla sua condanna, perché non eravi dubbio, il coltello gli apparteneva; numerosi testimoni potevano affermarlo, ora se egli negava così nettamente era perché non sapeva spiegare come il coltello si trovasse nella stanza dell’assassinata; se fosse stata vera la versione di James,l’accusato non avrebbe dovuto esitare a dire la verità.
Alì era perduto, nessuno poteva salvarlo, qualunque cosa si fosse tentato, non sarebbe riuscita, negando che il coltello fosse suo, Alì aveva dato un’arma formidabile all’ accusa.
Byrnes chiese poi conto delle macchie sospette, che Alì aveva sulla camicia e sugli abiti, e il disgraziato sempre più commosso e interdetto, rispose che erano macchie di ruggine.
Byrnes ne sapeva abbastanza; fece condurre via il prigioniero, e quindi licenziato l’ interprete disse:
—Avete sentito, il dubbio non è fondato, Alì è l’assassino della Shakespeare.
—Certo,—rispose Tom.
—E voi cosa dite?—aggiunse il sopraintendente rivolgendosi ad Electric e Fair.
—Tutto,—rispose Electric,—condanna Alì, egli stesso ha segnato la sua condanna di morte.
—È quello che penso io pure,—continuò Byrnes,—però il nostro compito non è finito; bisogna indagare, scoprire; la vita di quest’ uomo è così misteriosa, che nulla di strano sarebbe che egli fosse il terribile Jack the Ripper.
Alì è arabo, quei popoli hanno strani costumi, chi sa che non appartenga a qualche setta votata ad uccidere le donne perdute e a mutilarle nel modo più orribile?
Electric osservò che Alì era povero, non aveva soldi e non poteva viaggiare da Londra a New York, da Parigi a Bruxelles, ecc.
Byrnes rispose vittoriosamente a quelle obbiezioni; Alì era marinaio, poteva imbarcarsi girando sulle navi e disertare giunto alla città che sceglieva come teatro delle sue imprese.
Tom appoggiò calorosamente le idee del suo superiore, il quale dispose perché Alì venisse condotto alle Tombs; prima però dette ordine che fosse cambiato di abiti, dovendo fare visitare quelli che indossava da un chimico.
LX.
Erano le undici quando Tom, Electric e Fair uscirono dall’ufficio del sopraintendente, che ricevé subito dopo i rappresentanti della stampa ai quali annunziò ufficialmente che l’assassino della Shakespeare era stato arrestato.
Poco dopo l’Extra del World dava la notizia, e il buon popolo di New York, esaltava la polizia, che ben meritava di essere chiamata la prima del mondo.
Electric e Fair,dopo avere fatto cambiare di abiti ad Alì lo condussero alle Tombs; quando il presunto squartatore comparve innanzi al giudice Martin, la sudicia sala del tribunale delle Tombs che sembrava più un camerone di caserma che l’aula della giustizia, era piena zeppa di curiosi.
I “reporters” facevano a gara ad avvicinarsi all’accusato, le matite correvano veloci sulla bianca carta per ritrarne le sembianze, invano i policemen chiedevano che si facesse silenzio, la folla tumultuava, si spingeva contro la cancellata di ferro, sorda alle reprimende del giudice che inutilmente batteva sul banco il suo martello di ebano.
Il giudice si spicciò a grande velocità e inviò innanzi al Giurì dei “coroners” l’accusato, il quale passò in mezzo alla curiosità e mormorii del pubblico come un sonnambulo sotto l’ impressione del sonno magnetico.
Alì dopo essere stato visitato dai guardiani delle Tombs, fu messo nella cella di Henry Stuart, il quale fino dalla mattina era rimasto solo,poiché il suo compagno condannato ad un anno di carcere fu condotto all’ Isola.
Henry che sperava di poter stare solo, fu assai contrariato, ma quando vide l’aria mesta di Alì ne ebbe pietà.
Più tardi allorché seppe che il suo compagno era ritenuto come il terribile squartatore; provò ripugnanza e paura; tentò interrogare Alì, ma questo lo sappiamo non comprendeva, però fece di tutto onde Henry intendesse che era innocente, e allora il brav’uomo provò una gran simpatia per l’arabo, perché poteva essere benissimo che la giustizia si ingannasse. Non si ingannava forse per lui? Non lo credevano colpevole?. . . . . .
Alì era buono e docile, e alla notte non volle stendersi sul letto, ma messa una coperta sul pavimento, su quella si sdraiò e dormì un sonno profondo.
Il caso riuniva nella stessa cella due innocenti, sul capo dei quali pesavano terribili accuse. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
LXI.
Bertha dopo la nottata di amore passata con lo squartatore, se ne ritornò a casa Porter; George l’aspettava con impazienza, appena la vide le domandò:
—Dove hai passata la notte?
—Fuori di New York.
—Perché?
—Perché dovevo lavorare per te e per me. Per ora non posso, non voglio dirti altro.
—Rispondi senza reticenze, nel massacro della Shakespeare vi hai le mani tu?
—E quando fosse?
—Voglio saperlo.
—Ebbene, sì.
George rabbrividì, il cinismo di Bertha lo spaventava, la miserabile continuò :
—Era un’ ostacolo al mio avvenire, io lo soppressi; sono degna di te.
—Un altro complice?
—No, nemmeno sa chi sono, e l’uccisore della vecchia, non si presenterà mai a domandare il prezzo dell’opera sua e del suo silenzio. Ora che nulla più ci turba penseremo a conquistare le ricchezze che ti furono rubate, e fra non molto avremo milioni.
Un lampo di cupidigia sfolgorò negli occhi di George il quale disse :
—Credo che tu sia donna da mantenere le tue promesse, e non appena lo potremo senza destare sospetti ti sposerò.
—Senti George,—disse con voce calma Bertha,—prima che io muova un dito per renderti ricco è d’uopo che sia tua moglie.
—Ma non posso sposarti subito cosa direbbe il mondo.
—Sposeremo segretamente, nessuno saprà nulla; ma io sarò sicura di non essere tradita.
—Ma. . . . .
—Nulla, non voglio ascoltare nulla, ci conosciamo, tu sai cosa valgo io, ed io a mia volta ti conosco troppo bene; dunque, o prendere o lasciare.
—Prendo,—rispose George afferrando Bertha per la vita,—e fra dieci giorni ti sposo.
Bertha baciò sulle labbra George e quindi fuggì dalla sua camera come una pudica fanciulla spaventata da un libertino.
LXII.
Il delitto di Water Street, mise in seconda linea quello dell’aristocratica Fifth Avenue; il pubblico si appassionò vivamente ad Alì, e dimenticò quasi del tutto Henry Stuart, questi del resto non era che un volgare malfattore, un ladro domestico che uccide la padrona per derubarla; l’altro invece aveva il suo lato misterioso quanto la fantasia di un “ reporter ” può inventare di più solleticante.
Byrnes dopo le prime comunicazioni fatte alla stampa, si rinchiuse nel più perfetto silenzio, non rispondendo affatto alle domande che gli venivano rivolte.
Eppure i due delitti erano insieme collegati, se George non avesse ucciso la madre sua, Bertha non avrebbe avuto bisogno di far massacrare la Shakespeare, e Jack the Ripper, scegliendo per certo un’altra vittima, Alì sarebbe stato ancora libero. Ma chi poteva conoscere questo misterioso e terribile legame?
Nessuno sospettava che George fosse un matricida, nessuno sapeva ciò che passava fra lui e Bertha, la cameriera dissoluta che voleva divenire la signora Porter Anderson.
La pubblica opinione, mentre oramai si era formata la convinzione che Henry Stuart fosse un’assassino, fu divisa nel giudicare Alì; qualche giornale anzi non titubò nel dire che la polizia voleva sacrificare un’ innocente per dare prova della sua sagacia e potenza, nacquero delle polemiche vivissime, e fin da principio si poté prevedere che il processo del presunto squartatore, sarebbe passato fra quelli celebri.
Federico per tanto non perdeva il suo tempo, e cercava tutti gli elementi possibili per far splendere l’ innocenza del padre di colei che amava; egli combatteva per il suo amore,per la sua felicità e non è a dirsi con quanto ardore si dedicava allo studio della causa.
Disgraziatamente egli si dovette convincere, che se le prove della colpabilità di Henry abbondavano, quelle della innocenza mancavano affatto, solo aveva la sua convinzione morale; ma ciò non bastava, per i giurati ci vuole ben altro.
Non per tanto quando il capitano Tom fu informato che il giovane avvocato O’Brien, assumeva la difesa di Henry Stuart, ne fu preoccupato. Credeva che l’accusato non avesse amici, e che fosse lasciato nelle mani di un’avvocato di ufficio, il quale, certo non si sarebbe dato gran cura di studiare la causa, di indagare e cercare la verità.
Tom pensò a parlare al padre dell’ avvocato e andò a cercarlo al suo “bar-room.”
Sorseggiando dello Champagne, Tom disse al suo degno amico:
—Dunque abbiamo un avvocato in casa?
—Sicuro,—rispose O’Brien,—ma non difenderà molte cause, perché lo metteremo nella politica tirandone fuori un “Assemblyman, ” o magari un Senatore.
—Benissimo, ma per tanto sale e scende le scale del palazzo di giustizia, per far sì, che Henry Stuart, l’assassino di Mrs. Porter Anderson non abbia il meritato castigo.
O’Brien si strinse nelle spalle, come per dire: Cosa me ne importa a me?
Tom comprese e aggiunse subito :
—È una cattiva causa, ed anche impopolare per un giovane che esordisce ci voleva ben altro. Stuart è un ladro, è un’assassino, sarà condannato a morte sicuramente, e vostro figlio non farà una buona figura. Dovreste sconsigliarlo da questo passo falso.
—Se ci tenete, caro capitano, potrò dirgli qualche cosa.
—Non è che io ci tenga; ma sono vostro amico e vorrei che Federico si facesse onore, e difendendo Stuart, succederà tutto il contrario.
—Questa sera stessa gli parlerò; ma non sono sicuro di riuscire, perché è tenace nelle sue idee, e se si è ripromesso di difendere quell’assassino lo farà.
Tom credette prudente di non dire altro e la conversazione si aggirò sopra argomenti molti intimi e che riguardavano una quantità di corruzioni, ricatti, ed altre porcherie, nelle quali erano impegnati tanto Tom che O’Brien.
O’Brien volle accontentare il suo amico Tom, e allorché si recò a casa domandò conto del figlio suo, gli fu risposto che era nello studio, e O’Brien vi si recò subito.
Federico stava intento ad esaminare l’ incartamento del processo Stuart e non udì neppure il padre che entrava nel grazioso studio, o meglio libreria, dove nelle scansie di pero intagliato erano schierati libri di ogni sorta elegantemente rilegati.
—Ragazzo mio, disse O’Brien, leggi qualche interessante romanzo?
—Sì babbo, un romanzo terribile quanto vero, un romanzo che può terminare con la condanna a morte di un’ innocente.
—Sei matto, in America non si condannano innocenti.
—In America come altrove quando le prove d’accusa abbondano si condanna.
—È forse il processo di quel miserabile che uccise la sua padrona?
—Padre mio,—rispose con fuoco Federico,—quel miserabile come voi lo chiamate è innocente!
—Baie, mi ha parlato del fatto il mio amico capitano Tom, che si è occupato dell’ inchiesta, e risulta a luce meridiana che Stuart è un volgare assassino e ladro.
—È luce falsa, che si posa sopra un cumulo di circostanze dovute alla fatalità.
—Caro mio Federico, tu sei un poeta, e non potrai fare l’avvocato, per quel mestiere lì ci vuole la mente e il cuore freddo, guai se l’avvocato di primo colpo crede il suo cliente una vittima, un martire; addio difesa, per salvare un’accusato ci vuole ben altro.
—Sentite babbo, se voi parlaste per qualche momento solo, con quello sciagurato sareste persuaso che io ho ragione di proclamarlo innocente.
—Sei giovane, Federico, credi alle commedie del primo farabutto che ti capita fra i piedi; per fortuna non hai bisogno di far carriera, perché con le tue idee non troveresti clienti, poiché le sentenze pioverebbero come la grandine, e molta gente andrebbe a morte.
—Padre mio. . . .
—Non protestare, ciò fa l’elogio del tuo buon cuore, ed io non ho nulla a dire; però siccome desidero che per la prima volta che vai in tribunale, non tu abbia a perdere la causa, così ti prego di rinunziare a difendere quello Stuart.
—È impossibile padre mio.
—Impossibile, e perché?
—Perché egli sa che sono il suo difensore; confida in me.
—Gli dirai che studiata la causa, hai visto che non appare buona per te.
—Mai, non farò mai ciò!
O’Brien era un carattere molto irrascibile, quella opposizione così netta e precisa, cominciava ad eccitarlo, perciò disse con una certa asprezza:
—Ebbene, non voglio che tu difenda quella causa.
—Babbo, sarà la prima volta che accadrà, ma disobbedisco.
—Come!—gridò O’Brien,—non vuoi cedere alla mia preghiera, al mio comando?
—Preghiera e comando ingiustificati, padre mio; né alla prima, né al secondo non posso, né voglio ubbidire.
—Ma che diavolo ti ha fatto questo Stuart che tu ne sei così infatuato?
—Sento che è innocente, che ha bisogno di appoggio, di aiuto, ed io voglio aiutarlo a qualunque costo.
—E sosterrai che è innocente?
—Certo.
—Farai ridere anche i polli.
—Non lo credo.
—Basta,—esclamò O’Brien infuriato,—tu vuoi disobbedire al padre tuo, ed è male, molto male; è una strana ricompensa alle mie premure, al mio affetto.
—Padre mio,calmatevi,—rispose con tono serio e fermo Federico,—io non sono un’ ingrato, e so quanto vi debbo, ma non posso accondiscendere ad un capriccio che davvero non posso spiegare, promisi a Stuart e ad un’altra persona. . . . . .
—Un’altra persona?—interruppe O’Brien.
—Sì, non devo nulla nascondervi, promisi alla figlia dell’imputato di lottare per la salvezza del padre.
—Ah! vi è una figlia?—domandò con tono ironico O’Brien.—Allora capisco, il tuo fuoco. Sarà bella, immagino.
—Babbo non parlate così, quella fanciulla è degna di essere adorata.
—Capperi che fuoco! E se salvi suo padre che cosa ti darà in compenso?
—La sua mano.
—La sua mano?—Vuoi sposarla?
—Sì.
O’Brien barcollò come se gli avessero dato un colpo di mazzapicchio sulla testa. Le parole di suo figlio venivano a distruggere tutti i suoi sogni di ambizione, egli agognava che Federico sposasse una ricca fanciulla della migliore società di New York, e le sue illusioni erano tali e tante che non pensava nemmeno, come,il mestiere lercio che faceva, avrebbe impedito alle buone famiglie della città di imparentarsi con lui.
O’Brien quando si fu riavuto, disse con voce irata:
—Credo che tu voglia scherzare!
—No, padre mio, non scherzo.
—Non scherzi?
—No.
—Ebbene, ti dico, che me vivo non sposerai quella figlia di ladro!
Federico si trattenne a stento, e con voce abbastanza calma rispose:
—Voi insultate una povera fanciulla che non vi ha fatto nulla, è questa cosa che non vi fa onore.
—Onore? Tu parli d’onore, tu che vuoi imparentarti con dei miserabili.... Per Dio, non so chi mi tiene dallo schiacciarti come un serpente.
—Signore,—gridò Federico al colmo della pazienza,—non sapete quel che vi dite!
O’Brien nel quale si svegliavano gli istinti farabutteschi del pugilatore,si diresse col pugno alzato verso Federico, che aspettava con le braccia conserte al seno, calmo come se la minaccia non andasse a lui.
Prima però che il pugno di O’ Brien colpisse il figlio, la madre entrata come la folgore nello studio di Federico,erasi posta innanzi al marito gridando :
—Colpite se avete il coraggio!
O’Brien dette un ruggito di furore, e fuggì come un pazzo.
Federico abbracciò sua madre con effusione, poi domandò di Lily, ma la sorella, come vedremo appresso, in quel momento era dal dottore Paolo Detroit.
LXIX.
Lily fu puntuale all’appuntamento dato a Paolo Detroit;la strana fanciulla alla mattina aveva passato alcune ore nella libreria di suo fratello, in quella biblioteca, (studio dove abbiamo vista avvenire la scena violenta fra O’Brien e suo figlio). Lily aveva scelto i libri di medicina, quelli che parlavano di veleni, di erbe e beveraggi, e li sfogliò con mano tremante; il suo occhio attento scrutava le pagine dove erano consacrati tutti i ritrovati della scienza medica, e si impazientava di non trovare quello che cercava, finalmente gettò un grido di gioia, il suo occhio scintillò, e le sue labbra si atteggiarono a sorriso, poi mormorò:
—È l’Ergot che distruggerà la prova del mio stupido abbandono ad un’uomo.
Lesse attentamente ciò che il libro diceva su questa medicina che procurava gli aborti, e si impresse bene in mente il suo colore, la sua forma onde non sbagliarsi.
Dopo avere rimesso al suo posto il libro del fratello, Lily andò a colazione, mangiò poco, bevve del latte ghiacciato, poi scorse il giornale, e quando mancava poco tempo all’appuntamento si recò in camera sua, indossò un abito semplicissimo, ma elegante, mise sopra i suoi capelli biondi un grazioso cappellino di velluto nero; sulle spalle una mantellina foderata di martora ed uscì di casa senza dire a nessuno dove andava.
Paolo aspettava Lily con impazienza, esso sognava di passare con lei qualche ora deliziosa, la sua passione quasi spenta dopo il possesso di Lily, si era risvegliata ad un tratto e desiderava la fanciulla che una sola volta aveva palpitato fra le sue braccia, ed egli credeva che se Lily andava in casa sua, doveva essere per provare nuove e dolci ebbrezze.
Quando udì il campanello squillare, Paolo non poté rattenere un grido di gioia, corse ad aprire la porta e vedendo Lily più bella che mai, disse:
—Grazie, grazie di essere venuta!
—Quando prometto mantengo,—rispose Lily entrando nella elegante anticamera.
Paolo prese per mano Lily e la condusse nel “parlor,” un “parlor” elegante, tutto pieno di cose artistiche, di quadri di prezzo, di bronzi, di armi.
La fanciulla guardò tutte le meraviglie accumulate in quella piccola sala dalle pareti ricoperte di arazzi storiati e disse:
—Sembra una reggia.
—Ne sarete la regina se volete.
Lily aggrottò le ciglia, ma non rispose come avrebbe voluto per non disgustare Paolo.
Dopo una breve pausa, la fanciulla disse:
—Sono venuta per esaminare il vostro studio di medico; questo è il patto, e voi per ora non mi mostrate che ciò che riguarda l’arte degli altri.
—Avete ragione, venite.
Lo studio del dottore Detroit era messo con gran severità; nelle scanzie di noce intagliate luccicavano i ferri chirurgici a centinaia,ve ne erano di tutte le forme, di piccoli e di grandi, dal bisturi microscopico alle seghe grandi taglienti che mettevano i brividi a vederle; dai coltellini appena visibili ai coltelli dalle lame grandi e brunite.
Dietro ai cristalli delle vetrine, i teschi bianchi come l’avorio, guardavano con le loro occhiaie vuote e gli scheletri apparivano come paurosi fantasmi.
Le sedie delle operazioni stendevano le loro braccia, e tutto il meccanismo che le fa alzare allungare, restringere, luccicava come per rammentare che chi sedeva su quelle poltrone sarebbe stato fra braccia di acciaio.
Lily guardò tutto con grande curiosità e poi disse:
—E la vostra farmacia?
Paolo alzò una portiera di damasco color marrone e disse alla fanciulla:
—Entrate. . . . .
Lily, appena entrata nella farmacia, gettò un grido di ammirazione; quella non era una farmacia, ma una vera e propria galleria artistica, sulle colonne di marmo prezioso erano i busti degli scienziati più illustri di ogni paese, uomini che l’umanità ricorda benedicendo, e che hanno strappato alla natura i suoi segreti in prò dei sofferenti.
Delle grandi scanzie di mogano tutti intagli arabeschi, figure allegoriche contenevano migliaia di bottiglie, di vasetti sui quali brillavano dei cartellini di ottone lucidi come se fossero oro, e dove le parole nere spiccavano nette e precise.
Lily passato il primo momento di ammirazione si trovò scoraggiata; come avrebbe potuto trovare in mezzo a tanti medicinali quello che essa cercava?
—Mi sembrate preoccupata,—disse Paolo.
—No, sono sorpresa, non avrei mai immaginato nulla di simile, questa vostra farmacia è un museo; come fate a rinvenirvici in mezzo a tanta roba?
—La cosa è facilissima, vedete che ogni scanzia ha il suo numero, e ognuno di quei numeri indica medicamenti diversi; la più piccola scanzia quella nell’ angolo, contiene i veleni e le medicine che non si possono dare al primo venuto e che servono poi a confezionare anche i medicamenti. Là dentro vi sono polveri, pillole, liquidi atti ad ammazzare centinaia di persone; ma adoperati quei veleni con altri medicinali servono invece a dare la salute, la vita.
—Federico ha scelto una carriera meno complicata della vostra.
—Anche lui è un medico, medico morale dal quale dipende molte volte la vita, la libertà, l’onore di un uomo.
—Avete ragione.
In quel momento squillò il campanello di casa. Paolo fece un gesto di malumore ma non si mosse: il campanello squillò di nuovo.
—Vogliono voi,—disse Lily.
—Sì, ho licenziato per oggi le persone di servizio onde non dar luogo a chiacchiere.
—Ebbene andate ad aprire, io resterò qui ad aspettarvi.
—Ma no, lasciate che suonino.
—Andate chi sa forse si tratta di cosa importante.
Suonarono di nuovo e con più violenza.
—Andate, andate!—ripeté Lily con impazienza.
Paolo obbedì; appena la fanciulla fu sola si slanciò verso la vetrina dove erano i veleni; gli sportelli non erano chiusi a chiave ma bastava girare una piccola maniglietta di argento per aprirli.
Lily aprì e lesse attentamente i cartellini di tutti i vasi dove stavano delle polveri; ma non trovava ciò che voleva, lagrime di rabbia le venivano sul ciglio, ad un tratto trasalì, aveva letto sopra uno dei vasi: morfina; prese il vaso, lo aprì, e mise nella punta del suo fazzoletto tanta morfina da uccidere un elefante, e mormorò :
—All’ultimo anche questa può servire.
Padrona del potente veleno ricominciò le sue ricerche; finalmente gettò un grido di gioia; aveva trovato l’Ergot, con mano tremante si impadronì del vaso, e della polvere liberatrice, ne mise due o tre pizzichi in un foglietto di carta che poi si nascose nel seno, aveva appena serrato la scanzia dei veleni che Paolo entrava dicendo:
—Scusatemi Lily, un mio vecchio amico era venuto a farmi comunicazione importante ed ho dovuto ascoltarlo. Vi sarete annoiata.
—Per nulla affatto, mi sono divertita a leggere tutti i nomi strani che sono sopra i vostri barattoli, non ho capito gran che, ma non fa nulla. Ed ora ritorniamo pure nel vostro “parlor,” dove si sta assai meglio che qui.
Ritornati nel “ parlor, ” Paolo prese da un mobile elegantissimo una bottiglia di madera, un vassoio di biscotti e due bicchieri.
Lily non voleva né bere, né mangiare, ma Paolo le fece violenza, e poi la fanciulla si decise subito ad accontentarlo, quando il giovane medico le disse ridendo:
—Pare che abbiate paura che voglia darvi qualche droga che vi faccia perdere la testa o innamorare.
Lei non aveva simili paure, non temeva nulla, e la testa non l’avrebbe perduta più.
Paolo ebbe un bel parlare del suo amore, della sua passione, Lily non volle cedere.
—Ma infine,—gridò esasperato il giovane,—voi siete la madre del figlio mio, mi appartenete.
Lily si alzò come un serpe al quale avessero pestato la coda e con voce breve, tagliente e ironica disse:
—No, voi non avete nessun diritto di possesso su me, come non ha diritto il ladro alla roba rubata. È vero che vi è stato il mio consenso, ma è altresì vero che voi mi tentaste e mi prendeste in un momento di abbandono. Sono disgustata degli uomini e del loro amore, non voglio più saperne di essere strumento di piacere, non mi piace divenire una macchina da far figli, non mi sposerò mai, intendete?... Mai!
“ Non mi darò mai a nessuno, i miei sensi sono morti e non risorgeranno più.
—Ma il nostro figlio?
—Il nostro figlio?—rispose Lily con voce sibilante.—Se verrà al mondo non vivrà certo con me.
—Non avete cuore. . . .
—Può darsi;ma non voglio una vita da schiava.
—Ma l’amore?
—L’amore? quale il vostro?.. Una passione brutale che offende il nostro pudore, che ci mette a tu per tu, con la più ributtante realtà, un delirio che passa e lascia il disgusto, la nausea che uccide ogni sentimento puro? L’amore io non l’aveva sognato così!. . . .
—Ma che strana donna siete; in qual modo comprendete questo sentimento che domina tutto e tutti, questo fuoco che scalda il cuore dei giovani e dei vecchi?
—Come lo intendo? Volete saperlo?... Intendo l’amore che unisce due anime, non due corpi, l’amore che dà la forza, l’amore che innalza, non quello che avvilisce, l’amore che ispira e che fa provare gioie sovrumane senza bisogno del delirio della passione, che atrofizza il cuore e la mente. Se io dovessi amare, mi contenterei di rendere l’uomo padrone del mio cuore, di seguirlo col mio pensiero, e me ne farei un culto di quell’amore, che non vorrei mai profanare con un desiderio carnale.
Lily, bella oltre ogni dire in quello slancio di entusiasmo, continuava:
—Vorrei che l’uomo amato nella castità del mio amore trovasse l’ ispirazione a grandi e nobili cose; e giacché io nulla posso fare per conquistare la gloria, vorrei che lui, nel mio nome la conquistasse, onde potesse dire :—Tutto quello che egli è lo devo, al mio ideale alla donna che comprese l’amore nella sua alta sublime spiritualità.
—Ma il mondo così finirebbe!—non poté trattenersi dal dire Paolo.
—E cosa importa a me? Chi mi ha dato missione di farlo durare? Del resto non dubitate, il mondo non finirà, non tutte la pensano come me; padrone le donne di fare ciò che vogliono, padrona io di pensarla così e di non lasciarmi più traviare. Grazie a voi Paolo, conosco la vita, sono arrivata all’ultimo capitolo del romanzo; orbene la fine non mi piace ed io voglio cambiarla; ed ora che sapete tutto, non insistete con la vostra idea di matrimonio, sarebbe inutile.
Paolo comprese che almeno per il momento non eravi nulla a fare, e soffocando un sospiro disse:
—Va bene Lily, ho compreso; ma ricordatevi che il giorno che vi occorra un’amico sono a vostra disposizione.
—Grazie Paolo, e crediate che la mia decisione è presa nel mio e nel vostro bene. Venite a trovarci spesso, giacché siete mio amico.
Lily, lasciò la casa di Paolo, molto lieta e persuasa che avrebbe potuto distruggere da se la prova del suo fallo, che le si agitava nel seno.
LXX.
Passarono alcuni giorni; la pubblica opinione si appassionava ognora più al fatto di Alì; Bertha sorrideva di compassione quando leggeva ciò che dicevano i giornali riguardo alle comunicazioni della polizia, la quale, ad onta che avesse messo in moto tutti i suoi bracchi,nulla aveva saputo di nuovo sopra al disgraziato arabo ritenuto autore del delitto di Water Street.
Un giorno Bertha si recò all’ Huber Museum; essa voleva divertirsi come più le piaceva e George il suo futuro marito non se ne curava.
Bertha vestiva quel giorno una toilette sfacciata, di quelle messe in voga dalle prostitute di alto bordo; Bertha andava su e giù per il Museum, ad un tratto trasalì vivamente scorgendo un impiegato che scopriva un quadro dove si vedeva il corpo della Shakespeare, sventrato e mutilato.
Ad un tratto trasalì vivamente......
Bertha tanto coraggiosa stava per svenire,quando Electric che si trovava al Museum, certo in cerca di qualche furfante, accorse a sorreggerla.
La miserabile si riebbe tosto e ringraziò Electric, il quale dopo averla guardata fissamente disse:
—Ma io vi conosco signorina!
—Me?
—Sicuro, siete la cameriera di quella povera signora uccisa or non è molto da un furfante. . . . .
—Vi sbagliate,—rispose seccamente Bertha.
—Eppure. . . .
—Non sono quella che dite, arrivederci signore,—Bertha girò le spalle ad Electric e lasciò a precipizio il Museum.
Electric stette alquanto pensieroso e poi mormorò:
—Cosa vuol dire questa storia? La cameriera di Anna Porter Anderson, nega la sua identità, si sviene vedendo il quadro dell’assassinio di Water Street, poi fugge a precipizio senza assistere alla rappresentazione; la cosa non è chiara, ed io sento che bisogna tenere gli occhi aperti, perché la polizia pesca dei granchi colossali.
Il processo di Alì era stato messo al calendario e si sarebbe discusso prestissimo; quello di Stuart sarebbe invece andato alquanto per le lunghe, Tom e O’Brien, i quali avevano avuto una lunga conferenza, dove si era parlato della testardaggine di Federico, e dei suoi progetti di matrimonio con la figlia dell’accusato, stabilirono di mettere in giuoco tutta la loro influenza per far sì che la causa di Stuart non solo fosse ritardata, ma che la condanna di lui fosse sicura.
Rosie completamente ristabilita aveva voluto visitare suo padre alle Tombs, Federico l’accompagnò.
Stuart quando vide la figlia della sua defunta padrona,ebbe a soffocare dalla gioia, e dopo il colloquio ritornò alla sua cella felice e tranquillo.
Cosa gli importava di essere in carcere? Sapeva di essere innocente, sapeva che se dicesse una mezza parola era salvo, perché confessando il segreto della nascita di Rosie, e ciò che Annie Porter aveva fatto per lei, si sarebbe subito compreso come fosse impossibile che Stuart avesse assassinata la padrona per derubarla.
Ma né lui, né Rosie, avrebbero mai svelato quanto giurarono di non far conoscere a nessuno.
Federico non aveva più visto suo padre, e invano la madre sua e Lily lo pregavano a smettere il marcato risentimento che egli nutriva contro di lui, poiché se O’Brien aveva trasceso fu in un momento di irritazione.
Federico deplorava quanto era successo, ma non sollecitava l’occasione per trovarsi col padre, perché la quistione sarebbe di nuovo tornata a galla essendo impossibile di non parlare di Rosie.
O’Brien da parte sua soffriva quanto mai nel vedersi trascurato da Federico che amava sopra ogni cosa, e malediceva quella pettegola che impadronendosi del cuore del figlio suo, lo aveva spinto a ribellarsi ai voleri del padre.
Le cose erano adunque a questo punto, allorché cominciò il processo di Alì innanzi alla Special Session, presieduta dal Recorder Smyth.
LXXI.
Allorché Alì comparve nell’ aula della Corte di Assise affollata di curiosi, presa d’assalto dai “reporters” volse il suo sguardo inebetito su tutti, poi chinò il capo rassegnato e commosso.
Il policeman lo condusse a sedere accanto al suo avvocato, uno dei primi del foro della Metropoli, il quale prestava l’opera sua con grande ardore, anche perché il console di Francia erasi occupato di Alì, essendo questo suddito francese.
Non fu facile costituire la giurìa; il delitto di Water Street era appena avvenuto da un mese, e i giornali ne avevano parlato tanto e poi tanto, che riusciva quasi impossibile trovare dei cittadini che non si fossero formati una convinzione riguardo alla colpabilità o meno di Alì.
Ci vollero quattro giorni per costituire la giurìa; Alì quando alla sera lo riportavano nella sua cella,cadeva per terra stenuato sfinito, Henry tentava di consolarlo, ma inutilmente.
Alì non pertanto aveva preso una grande affezione per il suo compagno di sventura,del quale si era fatto il servo fedele; e gli dimostrava l’affezione in mille maniere, e con tutti quei gesti, quelle occhiate, salamelecchi, invocazioni, che sono una specialità dei popoli orientali. Stuart pure gli voleva bene, e lo credeva innocente; era impossibile che Alì tanto dolce e buono, avesse istinti feroci, tali da spingerlo ad uccidere e mutilare i cadaveri delle vittime.
Il quinto giorno adunque principiò veramente il processo; l’accusa si basava tutta sul coltello di Alì trovato nella lurida cameretta dell’ East River Hotel e sulla provata gelosia che questo aveva per la sua ganza. La polizia si era ben guardata di toccare il tasto di Jack the Ripper e solo nei rapporti vi erano dei piccoli accenni, delle sfumature, piene di ma, e di se, e delle quali il rappresentante della legge non avrebbe potuto tenere calcolo.
Il dibattimento durò tre giorni; nei primi due sfilarono sulla sedia dei testimoni parecchi poliziotti, fra questi il capitano Tom, gli agenti Electric e Fair, questi ultimi nelle loro risposte furono molto concisi, e si contentarono di narrare come avvenne l’arresto di Alì.
Electric avrebbe voluto ricordare quanto disse James; ma ciò gli avrebbe procurato al certo, reprimende e punizioni e non disse nulla. Però quando fu licenziato, lasciò il tribunale a testa bassa dicendosi del vigliacco, del furfante, del pauroso e mille altri titoli che credeva di avere meritato.
Infatti, se egli avesse narrato ciò che seppe da James,forse il processo avrebbe preso altra piega: ma il suo superiore diretto dichiarò che quella testimonianza non aveva valore ed egli era costretto a piegare il capo, e non contradire ciò che si voleva in alto.
Non per tanto,quando si trovò in mezzo alla via, fu preso dalla smania di tornare in tribunale per gridare che la sua deposizione non era terminata, che altro di più grave doveva aggiungere. Si calmò a poco a poco, e con la calma ritornò a ragionare; uno scandalo fatto da un agente di polizia, non avrebbe servito che a screditare il corpo dei guardiani dell’ordine: meglio era tacere e continuare le indagini per scoprire il vero colpevole dell’assassinio di Water Street, e trovatolo fare riparare l’ ingiustizia che si commetteva a danno di Alì, poiché Electric non si faceva illusioni, certo l’arabo verrebbe condannato.
Il processo continuava; dopo gli agenti di polizia toccò ai periti che avevano esaminate le macchie sospette trovate sopra gli abiti dell’accusato; come al solito, i periti non erano d’accordo, alcuni sostenevano trattarsi di sangue, altri di ruggine; l’accusato interpellato a mezzo dell’interprete sostenne trattarsi di sangue uscitogli dal naso.
Ai periti fecero seguito prostitute, lenoni, ubbriaconi, che sfilavano innanzi al pubblico nauseato alla vista di esseri così depravati, lasciati liberi non si sapeva perché dalla polizia. Tutti confermavano che il coltello trovato nella stanza del delitto era di Alì, e tutti dissero della sua gelosia feroce.
Anche Byrnes fu interrogato, egli dichiarò di essere convinto della colpabilità di Alì, non poteva dire se egli fosse il temuto Jack the Ripper, ma non escludeva che potesse esserlo. Nella vita dell’accusato eranvi dei lati misteriosi che autorizzavano tutte le congetture; così Byrnes disse e non disse, e qualcuno si credette autorizzato a stampare che Alì veramente era il temuto squartatore. Nessuno smentì quella diceria e la curiosità del pubblico aumentò.
LXXII.
Terminati gli interrogatori dei testimoni, l’avvocato difensore prese la parola e parlò con grande eloquenza e convinzione; egli sfatò la leggenda che Alì fosse Jack the Ripper, il malfattore introvabile, al quale la polizia di New York aveva sostituito un poveretto, tanto perché la fama della sua oculatezza non venisse offuscata.
L’avvocato distrusse la maggior parte delle testimonianze dell’accusa; ricordò come Alì fosse uomo dolce, buono, e lo provò con fatti e documenti; disse essere pazzia confonderlo con lo squartatore, quello squartatore che realmente aveva fatto scempio della sciagurata Shakespeare. Rimproverò alla polizia di fare dei romanzi, di giuocare di fantasia e seguire così false traccie.
Rammentò ai giurati che in ogni modo non eravi nessuna prova diretta della colpabilità di Alì e che anche per questo il loro verdetto non poteva essere di condanna; in una elegante e sapiente perorazione, scongiurò i giurati a non farsi influenzare dalle parole dell’accusa, la quale trovò il materiale per convincere di reità Alì nei peggiori bassi fondi della città.
L’avvocato fu molto felicitato per la sua arringa, e destò simpatie grandi nel pubblico per l’accusato.
Il District Attorney forte delle prove che teneva nelle mani, fu di una violenza inaudita, il dubbio sulla colpabilità di Alì non era neppure permesso, bisognava essere ciechi per non credere che l’arabo aveva assassinata la sua ganza in un momento di feroce gelosia, e con raffinatezza e crudeltà inaudita aveva inveito contro il povero corpo sul quale aveva sfogato la sua libidine da bruto, e col quale la sciagurata Shakespeare, guadagnava il denaro che dava al suo amante, al suo mantenuto.
Riguardo a Jack the Ripper, il District Attorney sorvolò; cosa importava mai che Alì fosse o non fosse lo squartatore dei quartieri di Londra? I giurati erano chiamati a giudicare sopra l’ efferato delitto di Water Street, e le prove non mancavano per accertare la colpabilità di Alì.
In questo tono il District Attorney continuò per un’ora e più, e i giurati, e il pubblico cambiarono di opinione.
Il “ recorder ” freddo e impassibile fece il riassunto ai giurati; fu imparziale, disse le ragioni dell’accusa e quelle della difesa, raccomandando che la giurìa decidesse secondo coscienza e convinzione.
Era notte quando i giurati si ritirarono nella camera della deliberazione; l’aula della Corte era piena come un’uovo, nei posti riservati ai “reporters” si notava Bertha in una toilette molto semplice.
Electric,che ansiosamente attendeva il verdetto, trasalì nel vedere la cameriera di casa Porter e mormorò :
—Che cosa fa qui quella sgualdrina?
Non la perdette d’occhio un momento, ed ebbe ad accorgersi che Bertha era in preda ad una viva commozione.
—Gatta ci cova,—brontolò Electric,—e credo che farò bene a tenerti gli occhi addosso, bella faina.
I commenti del pubblico che aspettava il verdetto erano infiniti; alcuni sostenevano che ci sarebbe l’assoluzione, altri condanna di morte.
Delle vive discussioni si facevano a voce alta, si tentarono per fino delle scommesse.
Alì al banco degli avvocati stava ripiegato sulla sua poltrona, col capo chino sul petto, in modo che pareva dormisse, di tratto in tratto trasaliva e alzava il capo spaventato, ciò avveniva quando aumentavano i clamori della folla; il disgraziato temeva che volessero linciarlo.
I giurati passarono parecchie ore a deliberare; certo non si trovavano d’accordo; finalmente risuonò uno squillo di campanello, il “ Recorder ” tornò al suo posto ed i giurati entrarono.
Si fece un profondo silenzio e si intese la voce del capo giurato che disse :
—Colpevole di assassinio in secondo grado!
Infatti non si capiva da qual concetto erano partiti i giurati. Se Alì uccise la sua ganza, meritava la morte, se era innocente non dovevano condannarlo ai lavori forzati a vita.
Electric nell’udire il verdetto respirò, temeva una condanna di morte, e se uccidevano Alì era inutile cercare il vero colpevole; invece dalla galera si può uscire riabilitati.
Electric osservò che anche Bertha manifestava una viva gioia per il verdetto ottenuto.
—Cosa ci entra lei?—mormorava Electric,—cosa importa mai a quella capricciosa cameriera che non vuol essere riconosciuta, di Alì e del suo processo? Attento Electric, attento!
Per tanto il “Recorder” aveva fatto spiegare dall’ interprete ad Alì il verdetto dei giurati; e il disgraziato non manifestò né gioia, né piacere, sembrava che quanto avveniva non lo toccasse affatto.
Allorché il condannato fu condotto in prigione, la sala si vuotò con gran rumore, nelle vie continuarono i commenti.
I giurati non erano risparmiati, e ci fu per fino chi sostenne che era un verdetto infame.
Bertha, alla quale Electric stava alle calcagna, salì nel tram della quarta Avenue, lieta e soddisfatta che la causa fosse finita così, essa pensava:
—Una condanna a morte mi avrebbe fatto fare dei brutti sogni; se lo liberavano bisognava fare delle nuove indagini e allora chi sa cosa avrebbero scoperto, così alla galera terminerà il dramma di Water Street e nessuno saprà mai la verità.
LXXIII.
Stuart aspettava leggendo, che tornasse in cella il suo compagno, o che il guardiano gli dicesse una parola sull’esito della causa, nel caso che Alì non tornasse; dopo mezzanotte si udì rumore di chiavi e di cancelli che si aprivano; Alì ritornava alla sua cella. Stuart lo interrogò con lo sguardo, Alì rispose:
—Condannato.
—A morte?
—No.
Stuart respirò. Alì si mise sullo scalino della porta la testa fra le mani e pianse...
Stuart tentò di consolarlo, fu opra inutile, l’arabo versava lagrime di rabbia perché doveva subire la pena di un’altro, di un’ uomo che aveva assassinato la donna che amava, la donna che lo salvava dal morire di fame.
Se gli avessero dato nelle mani l’assassino; quello sì che lo farebbe a pezzi, anche essendo sicuro di morire sul patibolo.
Stuart non dormì quella notte; cominciava a comprendere che la giustizia umana commette dei gravi errori.
All’ indomani Stuart nel ricevere la visita di Federico lo interrogò al riguardo del verdetto di Alì; il giovane avvocato lo qualificò senza complimento un’ infamia.
Federico annunziò a Stuart che il suo processo si sarebbe discusso prestissimo, e il pover’ uomo ne fu contentissimo; l’ incertezza orribile che l’opprimeva meglio terminarla una volta per sempre.
Federico si guardò bene dal dire all’accusato che da alcuni giorni il District Attorney si mostrava mal prevenuto contro di lui, che al palazzo di giustizia, di Stuart si dicevano le cose più infami.
Pareva che una parola d’ordine fosse corsa dall’ufficio del District Attorney a quello dell’ultimo usciere, contro il presunto assassino della Porter.
Al giovane avvocato non risparmiavano i frizzi e le ironie, ed egli non sospettava neppure che tutto quel mal contento, tutta quella cattiveria fosse sollevata da suo padre che aveva giurato di far condannare il padre di Rosie, della buona e angelica fanciulla che aspettava trepidante l’esito della causa.
Rosie, ben sapendo che col danaro si riesce più facilmente a far trionfare la giustizia, avrebbe voluto partire per l’ Inghilterra e ritirare i denari lasciatile da sua madre e tornare a New York; ma come poteva partire? Cosa avrebbero detto della fuga d’ una figlia che abbandona il padre nella sventura? E poi come giustificare il cambiamento di stato? Come spiegare da qual parte la ricchezza veniva? Doveva svelare il segreto della madre sua? No, mille volte no... Del resto Federico aveva dichiarato che la difesa era pagata dallo Stato e che non eravi bisogno di denaro per dimostrare l’innocenza di Henry.
Ciò dicendo, il giovane avvocato diceva una pietosa menzogna, perché le spese necessarie le avrebbe fornite lui; ma non voleva che Rosie lo sapesse, conosceva la sua fierezza e temeva che rifiutasse risolutamente qualunque soccorso pecuniario.
LXXIV.
Tanto Lily come sua madre avevano fatto di tutto per distogliere Federico da Rosie Stuart; ma egli aveva tenuto sodo, e a tutte le considerazioni rispondeva:
—L’amo, è degna del mio amore, sarà mia moglie.
Lily e la madre, di fronte a tali esplicite dichiarazioni, non sapevano come dire e mostravano il massimo dolore.
Rosie si era ritirata presso una onesta famiglia scozzese, che la teneva come figlia; essa riceveva soltanto Federico e qualche volta il dottore Norris.
La vigilia del processo del padre suo, Rosie ricevé una lettera inviata con Special Delivery, essa la prese tremando e l’aprì con uno strano battito al cuore; appena vi ebbe gettato su gli occhi mandò un grido e cadde rovescio sul pavimento.
In quel momento entrava Federico che nel vedere la fanciulla amata, stesa come morta sul pavimento, preso fu dal terrore e dall’angoscia, impotente a gridare, si inginocchiò avanti a Rosie e tentò di apprestarle qualche conforto.
Rosie non apriva gli occhi, i denti aveva stretti, le labbra bianche come quelle di un cadavere. Federico riavutosi, chiamò aiuto; accorsero quelli della famiglia e adagiarono Rosie sopra un divano, allora soltanto Federico si accorse della lettera che era sul pavimento, la prese e impallidì orribilmente, su quel foglio era scritto:
“ Per far difendere vostro padre, ladro e assassino, siete divenuta la ganza dell’ avvocato O’Brien.
“ Figlia di ladro, non potevate essere che una prostituta. ”
Un’ angoscia senza nome si impadronì di Federico nel conoscere in quell’ infame scritto il carattere grossolano del padre suo, che commetteva così la più turpe vigliaccheria.
Rosie a poco a poco riaprì gli occhi; scorgendo Federico arrossì, e delle lagrime ardenti le scesero dagli occhi.
—Rosie! Rosie!—gridò Federico,—non piangere, non disperarti. Quello che è scritto in questo foglio è un’ infamia!
—Sì Federico,—rispose Rosie con un fil di voce,—è un’ infamia; ma è il giudizio del mondo perverso e cattivo, che giudica pensando, non ideando che il male. Il nostro amore è puro, è santo. Eppure, ecco che cosa si osa dire, ecco che cosa si pensa.
—Ma a noi Rosie, basta la nostra coscienza, a noi basta sapere che il nostro amore non è tale da farci arrossire. E questo foglio maledetto, non potrà turbare il tuo cuore, la tua mente.
—No Federico, esso soltanto mi ha indicato un pericolo che viene dalla lingua malefica dei calunniatori. Fino ad ora nessuno osò offendere il mio candore; oggi sono la figlia di un ladro, e sta bene che mi si insulti.
—Io proverò alla corte che sei figlia di un martire.
—Non ti crederanno.
—Non dirlo. Del resto per mettere fine ad ogni sospetto, per togliere il veleno alle vipere vi è un mezzo, divieni mia moglie subito oggi, accetta il mio nome e nessuno oserà dire una parola.
Il volto di Rosie si illuminò, i suoi occhi brillarono per la felicità, e le sue labbra mormorarono con accento dolcissimo:
—Grazie, grazie, di queste tue parole.
—Dunque accetti?
—No; rifiuto.
—Rifiuti?
—Sì, tu sai Federico quali sono i nostri patti, a qual fine ho votata la mia vita; se mio padre uscirà libero dalla Corte d’Assise, andremo subito a sposarci; se verrà condannato, io dovrò salvarlo dal patibolo e ho bisogno di non legare la mia vita a nessuno. Poi. . . .
Rosie si interruppe e mormorò:
—Non vorrei mai che tu divenissi lo sposo della figlia di un giustiziato.
Federico afferrò la mano di Rosie e la portò con rispetto alle labbra, dicendo:
—Lo ripeto, per me sarai sempre la figlia di un’uomo vittima di una mostruosa ingiustizia.
—Tu credi dunque che il padre mio non sarà riconosciuto innocente?—domandò Rosie con accento straziante.
—Io confido che i giurati dividono la mia convinzione; ma se il destino volesse che fosse altrimenti, troveremo l’assassino dovunque egli sia, e presto o tardi il nome di Henry Stuart sarà riabilitato.
—Hai ragione! Ed ora lasciami, ho bisogno di calma e di riposo per prepararmi alle angoscie che mi aspettano.
Federico sfiorò con un casto bacio la fronte di Rosie e se ne andò, pensando all’ infamia commessa dall’ uomo che gli era padre.
LXXV.
La rapidità fulminea con la quale si svolgono gli avvenimenti di questa dolorosa e veridica storia, ci hanno costretto a lasciare in disparte due personaggi, che non possono a meno di avere svegliato la curiosità del pubblico.
Intendiamo parlare dell’ammaliatrice Mary e di Pietro Porter.
Il giovane sciagurato pazzo di amore continuava ad essere lo schiavo di Mary e di Tom, il capitano di Polizia aveva su lui dei progetti terribili, che vedremo in seguito, e voleva che nelle mani di Mary egli perdesse ogni sentimento buono, atto a svegliare in lui, un palpito generoso.
Il delitto di casa Porter e quello di Water Street, avevano assorbito tanto Tom, che nulla aveva potuto ancora effettuare dei suoi tenebrosi progetti, e Pietro Porter viveva la vita del gaudente, sciupando i denari che gli forniva Mary, la quale però non aveva ancora voluto soddisfare le brame amorose del disgraziato, che invano ai suoi piedi chiedeva baci e carezze, e ad ogni rifiuto sentiva aumentare le fiamme che lo divoravano.
Il disgraziato fuggiva dalla casa di Mary come un pazzo, e andava a gettarsi in orgie di ogni genere; tutte le perdute che di giorno e di notte fanno l’occhietto ai passanti lo conoscevano, nei prostiboli era notissimo e accolto con festa, perché non rifiutava mai di pagare una bottiglia di Champagne.
In quanto a Mary non conosceva che in parte i progetti di Tom; sapeva che doveva divenire la moglie di Pietro, il quale avrebbe avuto al più presto denari a palate. Ma però non si manteneva come una fidanzata; avvezzata nel fango non era contenta se in quello non sguazzava. Le sue notti le passava nei lupanari di alto bordo, case misteriose dall’apparenza onesta, che accolgono tutti quei puritani che gridano contro il vizio in pubblico, mentre di nascosto fanno di ogni erba un fascio. Mary, nelle sale ammobiliate con lusso orientale portava la foga della sua giovinezza ardente, e i libertini vecchi e giovani che la vedevano si sentivano involti da ondate di voluttà.
In quella casa, della quale parleremo in appresso con più diffusione, nulla mancava di quanto il vizio e l’eccentricità ha saputo trovare, e così non era difficile il vedere qualche vecchio poco arzillo domandare la scossa elettrica, e allora lo legavano ad una sedia, era un’invenzione fin de siècle, e quindi con una macchinetta elettrica lo facevano saltare nel modo il più ridicolo, mentre le fanciulle negli abiti succinti ridevano a crepa pelle e facevano a gara a prendersi l’elettrizzato per vedere se la scossa aveva proprio fatto dei miracoli.
Altre volte si facevano dei matrimoni fittizi; una delle tante stanze della casa misteriosa arieggiava ad una chiesa e lì un finto ministro univa in matrimonio le coppie amorose alle quali raccomandava nel suo sermone di restare fedeli almeno per quella notte.
Mary, la sera che la ritroviamo nella casa delle orgie, sedeva sulle ginocchia di un’uomo grasso e grosso degno di essere esposto in un museo da 10 soldi.
La faccia di costui era gialla, i suoi occhi semispenti non si accendevano che quando la sua grossa mano scorreva sulle spalle, sul petto di Mary che si divertiva a dargli dei colpetti sulla grossa pancia, stuzzicando il bel brillante che splendeva sulla camicia dell’uomo che pareva pazzo per lei..
—Mio bel trippone,—diceva Mary,—vuoi fare all’amore, ma come andrà a finire? Mi schiaccerai come una noce.
—Baie,—rispondeva l’omaccione,—noi brasiliani, siamo gentili con le donne.
—Sei brasiliano?—domandò con curiosità Mary.
—Sì, mia bella.
—Fortunato te che vieni dal paese dei diamanti e dell’oro.
—Vuoi venirci?
Mary pensò alquanto e poi, rispose :
—Chi lo sa.
—Ti prendo in parola . Tra tre mesi parto, se vieni sarai regina nelle mie vaste terre.
—Per Dio, mi piaci,—gridò la perversa creatura gettando le braccia al collo del brasiliano.
—L’amico ha trovato il serpente boa che lo farà smagrare,—mormoravano intanto fra loro le ragazze della casa.
Il brasiliano disse una parola nell’orecchio a Mary, e questa ridendo come una pazza rispose:
—Va bene. . . . però vogliamo maritarci.
—Maritarci?
—Per burla ben inteso; ma mi piace quella cerimonia.
—Se lo vuoi fa ciò che credi.
Mary dette degli ordini e poco dopo il falso pastore era nel falso tempio a celebrare la falsa cerimonia fatta esclusivamente per dare interesse alla casa, perché dopo il rito lo Champagne correva a fiumi, e lo sposo naturalmente doveva pagare.
Mary la perduta, la più depravata delle donne, mise sul suo capo la corona di fiori d’arancio, e il velo bianco; la cerimonia ebbe luogo in mezzo alle oscenità delle ragazze, alle parolacce degli uomini e fu seguita da un “ can-can ” indemoniato. Mary gettò via la corona, il velo, e baciò il colosso brasiliano, che la prese fra le braccia e la portò via ebbro di desiderio.
il colosso brasiliano la prese fra le braccia . . . . .
Pietro Porter, quella notte stessa aveva invano attesa Mary a casa sua, roso dalla gelosia, straziato dalla passione che lo rendeva pazzo, faceva proponimento di sgozzare la donna amata e così finirla per sempre con una vita che era un’ inferno continuo.
Pietro all’alba lasciò la casa di Mary e si diresse ad un prostibolo per riposare fra le braccia di qualche donnaccia. Tipo strano di uomo corrotto Pietro a tutte le sue angoscie, metteva fine con l’orgia.
Egli credeva fra le braccia di una prostituta spegnere il fuoco che lo divorava; ma non era possibile, la fiamma divampava sempre più forte, e doveva venire il giorno che tale fuoco avrebbe prodotto i suoi funesti effetti.
LXXVI.
Il giorno che cominciò il processo di Henry Stuart,i giornali non mancarono di fare del chiasso, ed è naturale che la sala della Corte d’Assise fosse piena zeppa, allorché il District Attorney, chiamò al suo banco l’accusato.
Henry Stuart entrò a fronte alta e con lo sguardo sereno, al suo fianco aveva Rosie, che destò nella folla un sentimento di grande ammirazione e simpatia; lo seguiva l’avvocato O’Brien che tutti si additavano con curiosità.
Rosie ad onta di tutte le rimostranze fattele, volle assistere il padre suo durante il processo.
—Essere a me vicino,—diceva la fanciulla,—gli darà coraggio, poiché saprà che almeno io lo credo innocente.
L’ impressione prodotta sul pubblico dalla vista dell’accusato fu buona, la faccia franca e leale di lui, nulla aveva a che fare con quella di un ladro, di un’ assassino.
Tutto al contrario di quello che avvenne per il processo di Alì, la giurìa fu costituita fin dal primo giorno; l’uccisione di Annie Porter, aveva destato impressione è vero, ma il delitto di Water Street assorbì tutto l’ interesse del pubblico, così facile cosa era trovare dei cittadini i quali non ricordavano neppure più i particolari dell’uccisione della sventurata Porter.
Allorché l’udienza venne rinviata al domani,Rosie accompagnò il padre suo fino al cancello di legno, che serviva nel vecchio palazzo di giustizia ad accogliere i detenuti condotti in corte, e lo baciò con affetto, dicendo:
—Coraggio, gl’ innocenti non si condannano!
Queste parole furono udite, i giornali le riportarono, e nel pubblico aumentò l’ interesse per il processo Stuart.
All’ aprirsi della seconda udienza, il District Attorney fece brevemente l’esposizione del fatto, facendo risultare ai giurati che il coltello col quale fu assassinata Mrs. Annie Porter Anderson, apparteneva all’ accusato, al quale fu sequestrata una grossa somma di danaro della quale non seppe rendere conto; nessuno poteva essere entrato in casa Porter, le porte erano tutte chiuse, le finestre pure, dunque l’assassino doveva trovarsi nella casa, e—concluse il District Attorney,—ci si trovava di fatti, perché era Henry Stuart, l’uomo beneficato da colei che uccise.
Rosie pallida, fremente, ascoltava le parole del rappresentante della legge, e avrebbe voluto alzarsi per gridargli:
—Voi mentite!
Ma l’avvocato la tratteneva e la confortava.
Principiò l’udizione dei testimoni; il capitano Tom fu schiacciante nella sua deposizione, e restò fermo nelle sue accuse, anche sotto il fuoco delle logiche domande di Federico.
Electric nel sentire il suo superiore tanto accanito, mormorava:
—Che diavolo gli ha fatto quel povero Stuart, che lo concia a quel modo?.....—Poi a questa domanda rispondeva con altra che suonava così:
—Che interesse ha il capitano a rovinare del tutto l’accusato?
Il capitano fu licenziato coi migliori sorrisi dell’accusa; diamine, un testimone di quella fatta, merita bene dei riguardi.
George Porter fece una testimonianza slavata; era pallido come la morte, rispondeva a stento, e il pubblico simpatizzò con lui, perché credeva che la commozione fosse dovuta al dolore di ricordare l’uccisione della madre sua.
Di Stuart non disse né bene, né male, poiché egli non ci aveva mai avuto nulla a che fare, era l’uomo di fiducia di sua madre e nulla più.
Rosie divorava con gli occhi George, notava il suo pallore, la sua confusione, e nella sua mente entrava il germe del sospetto contro il fratello.
Ci fu un momento che George alzando gli occhi incontrò quelli ardenti di Rosie, e non poté trattenere un sussulto, che lo fece traballare sulla sedia dei testimoni.
Anche Electric notava la confusione di George e fantasticava le cose più inverosimili.
Alle domande dell’avvocato, George rispose a monosillabi;vedendo però che il suo contegno cominciava a recare sorpresa, il miserabile ebbe un lampo di audacia e disse al “ Recorder: ”
—Chiedo a vostro onore di essere dispensato da questo martirio, io nulla posso dire della tragedia, e ricordandomi i particolari dell’uccisione della madre mia,è un volermi infliggere uno strazio che non merito.
Un mormorio di simpatie accolse queste parole e il “ Recorder ” si affrettò a licenziare il testimone.
Rosie che sapeva qual cuore avesse George, si immerse in una penosa meditazione.
In quanto ad Electric, egli brontolava fra sé guardando il suo cappello con insistenza.
—Povero bimbo, come è sensibile, ha il cuore più tenero di una gelatina; sono curioso di sapere che cosa dice la gente di quel tipo tanto impressionabile. Non si sa mai. . . .
LXXVII.
Il terzo giorno del processo toccò ai periti medici, i quali dissero che le ferite mortali inflitte ad Annie Porter, lo erano state dal coltello trovato sul teatro del delitto; la descrizione particolareggiata delle ferite, fece spasimare la povera Rosie, che rivedeva innanzi ai suoi sguardi la madre sua tutta insanguinata, invocando soccorso. Vi fu un momento che Rosie stette per svenire. Federico corse in suo aiuto, ma tutto era passato; con uno sforzo sovrumano la coraggiosa fanciulla si era rimessa.
Tempra di acciaio, Rosie aveva fatto giuramento di impegnare la lotta per la salvezza del padre fino dal momento della sua comparsa innanzi all’Assise e manteneva la promessa, il suo cuore sanguinava, ma il suo volto dal bel pallore opaco, non manifestava che a rari tratti le sue angoscie; di quando in quando, allorché il District Attorney parlava di Henry come di un volgare malfattore, il suo volto si increspava e il segno, un segno di bellezza che aggiungeva grazia al suo volto, si disegnava più netto e profondo sulla guancia destra.
Dopo i testimoni di accusa sfilarono quelli a difesa, tutti parlarono dell’onestà di Henry, del suo coraggio, del suo cuore; vi fu chi raccontò un valoroso salvataggio da lui compiuto e che gli valse la medaglia dei benemeriti. Una donna stava per morire abbruciata. Henry senza pensare alla sua vita si slanciò, la prese fra le braccia, mentre le fiamme divampavano con violenza, egli attraversò turbini di fuoco e di fumo e la disgraziata fu salva.
. . . . la prese fra le braccia mentre le fiamme divampavano . . . . . .
Rosie a quel racconto piangeva di gioia, e sulle sue labbra arieggiava un sorriso di compiacenza.
Anche sul pubblico tutte queste buone informazioni fecero impressione, e molti cominciarono a credere che l’accusato poteva essere benissimo meno cattivo di quello che appariva per bocca del District Attorney.
Allorché fu chiamato a testimoniare Henry Stuart, nell’aula si fece un silenzio profondo; l’accusato con voce chiara e precisa, disse:
—Io sono innocente, nella mia vita ebbi un solo fine, quello di conservare il nome onorato della mia famiglia, la quale sebbene composta di uomini di lavoro, andò sempre celebrata per la sua onestà.
“ Prove terribili mi accusano, ma io forte della mia coscienza non le temo; io non voglio scendere a scolparmi di un delitto che desta orrore soltanto a pensarci. La donna che fu barbaramente uccisa, appartiene ad una famiglia la quale ebbe da secoli negli Stuart servi fedeli e affezionati, pronti a morire ad un loro cenno. Questo tutti lo sanno e quando nella nativa Scozia sarà giunta la notizia dell’accusa che grava sul mio capo, avranno sorrisi increduli, come se si narrasse loro una storia impossibile.
“ Il coltello trovato nel gabinetto della mia adorata padrona, è mio, lo lasciai sopra il suo scrittoio dopo che essa se ne servì a tagliare i nastri di un involto; il denaro trovato nel mio baule mi appartiene, e non devo dire da che parte mi venne, e perché lo aveva. È inutile il farmi delle domande, non potrei aggiungere una parola di più. Non conosco il colpevole, non dubito di nessuno, ma prego Iddio che un giorno sia punito!
Questo è tutto quello che fu possibile far dire a Stuart; allorché venne licenziato e ritornò al suo posto sereno e tranquillo, Rosie lo baciò con effusione e Federico gli strinse la destra con forza.
Dopo l’ interrogatorio di Henry la causa fu rinviata all’ indomani.
LXXVIII.
La mattina allorché l’udienza fu ripresa, venne data la parola all’avvocato O’Brien; il giovane difensore si alzò in mezzo al più religioso silenzio, e fin dalle prime parole conquistò le simpatie del pubblico; egli rifece la storia della vita di Henry, vita di lavoro e di onestà nella quale neppure il District Attorney con la lente d’ ingrandimento della prevenzione nulla aveva potuto trovare, neppure il più piccolo neo. Sostenne la tesi che un uomo onorato non diviene un furfante tutto ad un tratto, e non commette un’odioso delitto; rivolgendosi ai giurati con slancio irresistibile O’ Brien esclamò:
—Henry Stuart appartiene a quella schiera di servi affettuosi dei quali si va perdendo lo stampo, che per i loro padroni sono pronti a morire che gioiscono delle loro gioie, soffrono dei loro dolori, e che non si macchierebbero di un’ azione disonesta per tutti i tesori della terra. Né di assassinare, né di rubare, aveva bisogno Henry Stuart, il quale godeva tutta la fiducia della sua padrona, e se disonesto, poteva raggranellare delle somme fortissime senza incorrere nella severità della legge.
Quindi dimostrò come la prova del coltello nulla dicesse di positivo, poiché le franche dichiarazioni di Stuart fatte fino dal primo momento della scoperta del delitto, distruggevano le teorie della polizia.
Electric che non perdeva una parola di quanto diceva la difesa, faceva dei segni misteriosi al suo cappello quasi volesse dirgli:
—Quello che dice questo bravo giovinotto è vero, verissimo.
Nell’aula stipata non mancava Bertha e anche Pietro Porter andato in tribunale tanto per passare il tempo. Bertha tremava ad ogni parola dell’avvocato e le pareva che da un momento all’altro uscisse da quella bocca eloquente la parola che svelasse il sanguinoso enigma.
Electric mezzo nascosto nella sua poltrona, non aveva visto Bertha e in quel momento non pensava affatto a lei.
Pietro Porter aveva assistito alla difesa, prima indifferente, poi a poco a poco, si era appassionato e pendeva dal labbro di Federico, il quale continuava con copia di argomenti la difesa di Stuart.
I vecchi avvocati erano sorpresi nel sentire il giovane parlare con tanta eloquenza, e il District Attorney mostrava chiaramente il suo malumore perché vedeva pubblico e giurati completamente affascinati. Egli credeva di avere innanzi a sé un rivale poco pericoloso, e invece si accorgeva che il giovane O’Brien in un punto solo erasi rivelato una vera celebrità.
Il padre di Federico quasi nascosto dietro il banco del “Recorder,” in un posto riservato dovuto alla sua influenza, aveva dei momenti che piangeva di gioia nell’udire il figlio, e dei momenti che fremeva di rabbia perché temeva che Stuart andasse libero.
Rosie, inutile il dirlo, era in estasi, assaporava le parole dette da Federico, e i suoi occhi brillavano di gioia, nel sentire che in quelle parole vibrava la più ferma convinzione riguardo all’ innocenza di Henry Stuart, dell’uomo che le aveva fatto da padre.
Federico continuava non dubitando neppure i diversi affetti che la sua parola provocava; egli dopo due ore concluse così:
—Signori giurati, l’ accusa è scesa in campo armata di tutto punto, ma io spero, che ella novella Golia abbia trovato il suo David, e resti schiacciata da un verdetto di assoluzione. Nessuna prova diretta della colpabilità di Henry Stuart, indizi, null’ altro che indizi, distrutti dalle prove morali in favore dell’accusato.
Nessun giurato può coscenziosamente mandare a morte un uomo del quale non sia provata la reità; in questo processo havvi, è vero, un lato misterioso, la polizia arrestandosi alle prime scoperte, non approfondì la cosa, e può essere che l’assassino non solo si trovi impunito, ma passi per una vittima degna di compianto, e forse. . . . forse goda il frutto della sua opera infame!
A questo punto si udì una voce chiara e squillante che gridava:
—Bravo!
Era Electric che aveva non potendosi frenare con quel “bravo” manifestata la sua approvazione.
Federico continuò :
—Sono convinto come di me stesso che Henry Stuart è innocente e con me lo è quell’ angelo di sua figlia, che da Annie Porter Anderson fu trattata con cura amorosa, che della povera morta fu la consolatrice assidua e costante, e che non sarebbe qui al fianco di suo padre, se anche lontanamente sospettasse la verità dell’accusa.
“ Essa tanto buona, che per poco non moriva nell’apprendere la morte della sua protettrice, sa che Henry Stuart non poteva commettere un delitto, e per questo lo conforta in questo istante terribile, nel quale è in giuoco la sua vita, il suo onore.
“ Assolvete Henry Stuart ed avrete compiuto un atto di giustizia; nulla forzi il vostro verdetto, esso sia quale lo detta la vostra coscienza, io non sono di quelli che credono essere la giurìa impotente a rendere verdetto imparziale e giusto; può darsi che essa fallisca, tutti gli uomini possono ingannarsi, ma il più delle volte il verdetto dei giurati è ispirato alla verità vera.
“ Avete visto l’accusato fiero come un vincitore salire sullo scranno dei rei; orbene, quella non era superbia, no mille volte no, ma era la convinzione della propria innocenza, era la serenità della coscienza che imponeva all’ accusato di prendere un’atteggiamento tranquillo e dignitoso.
“ Certo il District Attorney non mancherà di calcare la mano sopra le prove che crede di tenere, ma nulla può cambiare il fatto di un’uomo onestissimo trasformato ad un tratto nel più volgare e miserabile dei delinquenti, senza neppure avere un’ interesse a colpire, uccidere colei che non fu la sua padrona, ma la sua protettrice.
“ Io spero, e con me, spera l’accusato e la figlia sua, nella vostra giustizia superiore a tutte le prevenzioni e che si svolge serenamente, giudicando dai fatti che vi vengono esposti, e per questo che io non mi rivolgo al vostro cuore, e tento di impietosirvi, siate giusti ; non domandiamo, non vogliamo altro. ”
Allorché Federico si pose a sedere scoppiarono degli applausi, Henry lo abbracciò piangendo e Rosie gli dette un bacio in fronte.
Electric non poteva star fermo sulla sua sedia e se non avesse riflettuto al passo inconsulto che stava per fare, sarebbe andato a baciare l’avvocato.
Bertha era di mal’ umore, e Pietro Porter vivamente commosso, guardava come in estasi Rosie la figlia dell’accusato, l’angelica fanciulla che destava a sé d’intorno il più vivo interesse.
Ristabilita la calma, parlò il District Attorney. Cominciò col riconoscere che l’avvocato O’Brien era entrato trionfalmente nel numero di coloro che sono onore e vanto del foro di New York, e che in una causa disperata per la difesa aveva saputo cercare tutto quanto poteva dare la salvezza.
Con voce breve, secca, che arrivava all’orecchio del pubblico e dei giurati come uno squillo di allarme, continuò la sua requisitoria, mettendo in vista tutte le prove che accusavano Stuart e contro le quali non bastava tutto il sentimentalismo fatto dalla difesa, la quale mentre non voleva parlare al cuore, altro non fece che al cuore rivolgersi, non avendo altri argomenti da potere apporre a quelli formidabili dell’accusa.
Il District Attorney, dipinse con i più foschi colori la vita di Henry Stuart, cercando le tinte nei rapporti della polizia, compilati dal capitano Tom.
Rosie si sentiva soffocare, avrebbe voluto levarsi e protestare contro le parole violente del District Attorney, ma Federico le raccomandava la calma, ed essa obbediva; in quanto a Stuart sembrava che le parole del rappresentante della legge non lo riguardassero, e il suo volto non manifestava la minima emozione.
Electric che non avrebbe lasciato per tutto l’oro del mondo l’aula del tribunale che si era fatta scura in volto.
Pietro Porter provava un’ emozione profonda alla quale non era abituato; in quanto a Bertha sembrava felice nel sentire flagellare a sangue il padre di Rosie; essa non solo desiderava la condanna di Stuart, perché questa era l’ impunità assoluta per George, ma anche perché se il padre andava a morte, la figlia sarebbe restata senza nessun appoggio, e più facile sarebbe compiere i tristi progetti che macchinava nella sua testa infernale.
La requisitoria fu lunga e terribile; il District Attorney, ricordò anche il processo di Alì, quasi a volere rammentare ai giurati che dopo un atto di giustizia come fu quella condanna, sarebbe un discreditare l’istituzione dei giurati assolvendo un uomo contro il quale si avevano assai più prove che contro Alì. Del resto nessuno poteva entrare in casa Porter, l’assassino adunque viveva nella casa della vittima che aveva scelta; mai delitto più infame fu commesso e pensato, e i giurati, dovevano fare il loro dovere avendo solo di mira la giustizia, niente altro che la giustizia; un verdetto assolutorio sarebbe un disonore, e la giustizia dovrebbe velarsi a bruno.
Il District Attorney tacque; Rosie lo guardò come inebetita; nella sala regnava un silenzio profondo; Electric sudava freddo e Pietro Porter sentiva scorrergli le lagrime giù dalle guancie...e Bertha sorrideva satanicamente.
L’avvocato fece alcune proposte al “Recorder;” dopo la requisitoria terribile del District Attorney non sperava più nell’ assoluzione, e voleva che i giurati fossero ammessi a giudicare non soltanto sopra un’unico quesito.
Il “Recorder” respinse quella mozione e cominciò il riassunto, mentre gli inservienti accendevano le lumiere a gas, perché era calata la notte.
Il riassunto durò poco più di mezz’ora e non fu certo favorevole all’accusato; quando il “ Recorder ” ebbe finito, i giurati si ritirarono nella camera delle deliberazioni; come avvenne per il processo di Alì, il pubblico restò nell’aula della Corte d’Assise a commentare le diverse fasi del processo.
Mentre per l’arabo disgraziato non aveva per lui nessun che palpitasse, per Stuart, vi erano due che agonizzavano, Rosie e Federico.
Il giovane avvocato pallido come un morto, non osava guardare Rosie, ch’era confortata dal padre suo sereno in quel momento terribile come se non si trattasse della sua sorte, del suo onore e vita.
Electric era uscito dal tribunale, aveva bisogno di muovere le gambe, si sentiva tutto rattrappito; uscendo scorse Bertha e provò una forte scossa. Perché incontrava sempre quella cameriera? Cosa cercava al tribunale?. . . .
LXXIX.
I giurati non stettero molto a deliberare e ritornarono nell’aula con un verdetto che dichiarava Henry Stuart colpevole di assassinio in primo grado.
Allorché la fatale parola fu pronunziata, Rosie si levò in piedi irrigidita come una statua, il suo volto era pallido come la morte, i suoi occhi scintillarono, essa stese il suo braccio in alto come se chiamasse a testimone il cielo del suo giuramento, e con voce solenne, disse:
—Giuro che troverò chi uccise la madre mia adottiva, perché mio padre è innocente!
Un fremito corse nella sala, e molte voci gridarono:
—È vero, è vero!
—Voi, continuò Rosie rivolgendosi ai giurati,—commetteste un errore; che Dio ve lo perdoni, come ve lo perdono io.
Scoppiò un’applauso assordante, Electric, piangeva come un bambino e Pietro Porter quasi udisse una voce arcana ripercuotersi nel suo cuore, provò emozioni inenarrabili.
I policemen condussero via Stuart sempre sereno; Rosie lo baciò con affetto, poi fu la volta di Federico, che sembrava stupidito.
Allorché Stuart attraversò la folla, una voce gridò :
—Coraggio!... coraggio!...
Coraggio? Stuart ne aveva tanto da vendere a tutti, perché andare al martirio non spaventa le anime generose.
Quando Rosie si trovò sola con Federico, questi le disse che non bisognava disperare, che tutto non era finito e che avrebbe chiesto un nuovo processo.
Rosie non si faceva illusioni, ma dal momento in cui il verdetto fu pronunziato sentiva in sé una tal forza di volontà atta a farle vincere ogni difficoltà.
Bertha portò a George la lieta notizia della condanna di Stuart; era l’ impunità assicurata per sempre; essa e il suo complice facevano però i conti senza l’oste, e la loro gioia, presto o tardi, l’avrebbe fatti piangere lagrime amare.
Electric, sbalordito, fuori di sé, subito dopo il verdetto andò a trovare Fair; egli aveva preso una ferma decisione, lasciava la polizia per dedicarsi interamente alla ricerca dell’assassino di Annie Porter Anderson.
Fair non si fece pregare a seguire l’amico, esso disse semplicemente:
—Ci dobbiamo dimettere o chiedere un permesso?
—Dimissioni,—rispose Electric.
Fair scrisse le sue dimissioni e le consegnò all’amico dicendo :
—Ecco fatto. Domani saremo liberi.
—E riusciremo, ne sono sicuro a salvare un’ innocente!
LXXX.
Federico O’Brien era come stupidito, e quando arrivò a casa, a nulla valsero le parole affettuose di Lily e della madre sua; egli non si aspettava quel verdetto tremendo e allorché si trovò solo nel suo studio, imprecò alla giustizia umana che commetteva simili errori.
Il giovane innamorato provava un dolore atroce pensando a Rosie; eppure la fanciulla aveva mostrato un coraggio eroico, non tremò dopo il verdetto inesorabile, e da tutta la sua persona emanò un sentimento di fierezza e di forza da destare l’ammirazione.
—Ma ciò avrebbe continuato?
Questo è quello che si domandava O’Brien con spavento.
Rosie, allorché ebbe la certezza assoluta della immensa irreparabile sciagura che la colpiva, comprese che nella sua forza, nel suo coraggio, stava la salvezza di Henry Stuart.
Pensando a Federico, il suo cuore provava un palpito di gioia; lo ricordava altero nel momento della difesa, affascinante con la sua parola che partiva dal cuore e faceva fremere il pubblico, richiamava le lagrime sul ciglio anche ai più indifferenti.
Essa non sarebbe la sposa sua, se il padre non fosse salvo dalla morte, dall’ infamia.
Se la catastrofe fosse avvenuta, essa la povera orfana, avrebbe però sempre custodito nel suo cuore l’ immagine dell’uomo generoso che le aveva steso la mano, nel momento che tutto crollava intorno a lei.
Rosie decise di far parte dei suoi progetti a Federico, allorché la condanna del padre fosse pronunziata; sapeva di recare al giovane avvocato un gran dolore, ma essa era votata alla salvezza del padre, che sarebbe stata anche la salvezza del suo amore.
Tre giorni dopo il verdetto, Henry Stuart fu condotto innanzi al presidente della Corte d’Assise per udire la sua sentenza.
La sala era piena, zeppa; Federico stava al suo posto pallido, fremente; il condannato entrò come al solito accompagnato da Rosie, padre e figlia avevano il sorriso sulle labbra, uno di quei sorrisi che ricordano quelli dei martiri condotti alle fiere del Colosseo romano.
Federico fece mozione al “ Recorder ” per un nuovo processo, ma questa venne respinta; il giudice con voce alquanto commossa disse :
—Henry Stuart, i giurati vi hanno ritenuto colpevole di assassinio in primo grado, giudicando sulle prove che furono presentate contro di voi; foste difeso validamente, come non si poteva meglio; il verdetto corrisponde a giustizia, per cui io nel nome del popolo di New York, vi condanno ad essere giustiziato a mezzo della elettricità nel Penitenziario di Sing-Sing, entro la settimana che comincia col 22 febbraio anno corrente. Lo sceriffo della Contea è incaricato di prendere in consegna il condannato.
Henry Stuart si inchinò e poi con voce ferma disse :
—Perdono a tutti la mia morte. Sono innocente!
Rosie con l’occhio scintillante aggiunse:
—Troverò il vero colpevole!
Bertha, che era nella sala, trasalì nel sentire quelle parole, ed Electric si fregò le mani, perché pensava che la fanciulla mercé il suo aiuto manterrebbe la parola.
Compiute le formalità, Henry Stuart fu consegnato allo sceriffo che il giorno stesso lo condusse a Sing-Sing, ad onta che Federico avesse subito presentato il ricorso d’appello.
Rosie, dopo avere avuto un lungo colloquio con Stuart, uscì dalle Tombs e a Federico che l’aspettava, disse:
—Sabato parto per l’Europa.
—Parti?. . . .—balbettò Federico estremamente commosso.
—È necessario per la campagna che sto per intraprendere che io vada in Scozia, nel paese dove nacqui, dove visse mio padre.
—E partirai sola?
—Sì. Di cosa dovrei temere?
—Perché non posso accompagnarti?
Rosie sorrise dolorosamente e disse:
—Prima, perché il mondo giudicherebbe come colui che scrisse la lettera che conoscesti, poi perché è d’uopo che tu resti qui per combattere onde salvare mio padre.
“Il mio cuore non cambierà per la lontananza, la mia e tua felicità sta nella salvezza di Henry Stuart.
Federico comprese che Rosie aveva ragione, e non insisté, e si mise a sua disposizione per quanto poteva occorrerle.
Rosie arrivata a casa sua,trovò Electric, il quale, dopo due ore di colloquio lasciò la figlia del condannato dicendo:
—Coraggio, riusciremo e presto.
Rosie sembrava trasfigurata, le parole di Electric aprivano il suo cuore alla speranza.
LXXXI.
Federico lasciata Rosie, si recò mesto e pensieroso a casa sua, dove trovò tutto sossopra. Lily stava per morire. . . . . . .
Federico si slanciò nella camera da letto dove la sorella sua adorata smaniava in preda a terribili dolori.
Paolo Detroit, ritto al letto della fanciulla sembrava uno spettro; il suo volto livido denotava un’angoscia dolorosa e i suoi occhi avevano una severità che metteva paura.
—Paolo,—domandò Federico con accento disperato,—cosa è avvenuto?
—Non so dirlo ancora con precisione,—rispose con voce alterata Paolo.
—Se si chiamasse il medico di casa perché insieme vi consigliasti?—disse Federico.
—No, no,—gridò Paolo,—voglio io salvare Lily. . . . Essa mi ha fatto chiamare, del resto non è in pericolo.
Il servo aveva portato la pozione ordinata dal giovane dottore; con un coltello di argento Paolo aprì i denti stretti di Lily e versò alcune goccie del medicamento nella sua bocca; l’effetto fu quasi istantaneo, le smanie cessarono, un sudore copioso scese dalla fronte di Lily, i suoi occhi si aprirono e si chiusero ripetutamente, poi mandò un sospiro e svenne.
—È morta!—gridò Federico.
—Chi è morto?—tuonò la voce di O’Brien, che era comparso sulla soglia della camera.
Federico nel vedere il padre trasalì vivamente.
—Non vi spaventate Mr. O’Brien,—disse Paolo,—nessuno è morto e non morirà nessuno.
O’ Brien col capo chino, vergognoso e addolorato si assise in un angolo della stanza; il dottore disse che bisognava assolutamente lasciare quieta l’ammalata, e pregò tutti a ritirarsi.
Fu obbedito subito, solo la madre tentò di protestare, ma il medico, la convinse a ritirarsi.
Allorché Detroit fu solo il suo volto cambiò, come se gli fosse caduta una maschera, il suo occhio ebbe un lampo d’ ira.
Lily aprì gli occhi, e vedendo il giovane dottore mormorò:
—Paolo. . . . . .
—Io assisto alla fine del vostro delitto; assassina! assassina!
—Avete ragione, sarà un delitto, ma necessario,—rispose con voce fioca, ma ferma Lily.
—Se vi denunziassi?
—Fatelo, dirò che siete mio complice.
Paolo fu preso da una pazza ira, avrebbe voluto strangolare quella strana fanciulla che commetteva il più odioso delitto, per coprire un fallo d’amore; le sue mani si avvicinarono al bianco collo di Lily, la quale con voce sorda soggiunse:
—Uccidetemi, su via, fate presto.. . . . . . . . . . . . . .
Lily non poté continuare, tornavano i dolori atroci, terribili, essa mordeva i candidi lenzuoli di lino che si macchiavano di sangue; ad un tratto si contorse come un serpente, le sue gambe ripiegate sotto il corpo si allungarono, con uno sforzo tremendo, seguito da un urlo straziante, mentre il letto si riempiva di sangue e di materie. . . . . Lily aveva abortito.
Al grido accorse tutta la famiglia O’Brien; Paolo, che aveva il sudore sulla fronte, disse:
—La crisi è passata, Lily è salva.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Rosie come aveva detto partì col piroscafo “City of Rome” alla volta dell’ Inghilterra, e Federico il giorno stesso si recava a Sing-Sing, a conferire col condannato a morte; mentre Electric si metteva in campagna, e Bertha sposava senza pompa George Porter Anderson, e principiava la lotta per avere le sostanze della madre di suo marito.
Il duello, duello terribile e senza quartiere, era impegnato, chi ne sarebbe il vincitore?.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
FINE DEL Delitto di Water Street.
- Nell’originale «l’azoma»; in questa edizione è reso «l’arma». ↩