I DRAMMI
DELL’EMIGRAZIONE
Romanzo Contemporaneo
Editori FRUGONE & BALLETTO
178 PARK ROW, NEW YORK.
I DRAMMI DELL’EMIGRAZIONE
(Seguito ai “Misteri di Mulberry”)
Romanzo contemporaneo di
B. CIAMBELLI.
PROLOGO.
ILLUSIONI!
I.
Sulla piazza dove sorge la chiesa parrocchiale di S. Gregorio, in quella Domenica mattina del mese di Agosto del 1892, nella quale ha principio la presente storia, si notava un’agitazione insolita.
La campana non aveva ancora annunziato la messa grande, che già a flotte venivano i paesani, parlando rumorosamente, con esclamazioni di meraviglia marcatissima; le donne in modo speciale, al loro incontrarsi, facevano quel moto della testa e delle mani che vuol dire:—Dunque è vero?—E a quella tacita domanda, rispondevano segni affermativi, e allora gli oh! gli ah! di meraviglia piovevano giù, che è un piacere.
…… facevano quel moto della testa e delle mani che vuol dire:—Dunque è vero?
S. Gregorio è un paese della provincia di Caserta appollaiato sopra una montagna, dove vivono dei buoni montanari che un tempo non pensavano che alle loro casupole, al loro gregge; di quando in quando, qualcuno, i capi di casa,scendevano a Piedimonte, sede del Circondario, per sbrigare i loro affari; ma nessuno si avventurava ad andare più lontano, e se qualcuno prendeva il volo, era perché chiamato dal servizio militare, e di quei pochi che andavano a vestire il cappotto turchino si parlava come di esseri straordinari,e quando tornavano a casa, venivano trattati come ragazzi viziosi e per dei mesi erano i beniamini di tutti, e le belle ragazze non mancavano di far loro l’occhietto; poi il tempo passava e ritornavano dei montanari come prima e nessuno ci pensava più.
Un giorno però la pace di quel villaggio fu turbata dalla febbre dell’emigrazione; un san gregorino era andato in America e dopo cinque anni tornava vestito da signore,con tanto di catenaccio sul ventre fatto grosso e tondo come quello di un fattore; da quel momento i buoni montanari furono presi dalla smania di correre in America; gli agenti di emigrazione, che hanno gli occhi lunghi, assecondarono mirabilmente quella specie di frenesia, così che in poco tempo quasi ogni famiglia del paese aveva qualcuno nel Nuovo Mondo,del quale si diceva meraviglie.
Vero è, che di tratto in tratto, giungevano delle lettere desolanti dove si parlava di privazioni e di dolori inauditi; ma nessuno ci credeva ritenendole artifizi per non mandare denaro alla famiglia; si teneva solo calcolo di coloro che inviavano qualche vaglia di cento lire, e quel giorno che la lettera portava la preziosa cartolina con la quale si potevano ritirare i denari d’America, il paese era tutto sossopra, e più d’uno malediceva il destino che lo inchiodava nella sua casupola, mentre se avesse trovato il denaro per partire, certo anche lui avrebbe mandato delle belle lire sonanti.
La smania di emigrare diventava addirittura furiosa, quando qualcuno del paese partito lacero e povero tornava ben vestito e ripulito; allora impegnavano la casa dove nacquero, il pezzo di terra lasciata loro dai genitori, e raggranellavano quel poco che bastava per il viaggio, e via verso i nuovi paesi, che comparivano ai loro sguardi ammalati come il tradizionale luogo della cuccagna.
In un paese così fatto immaginiamoci quale impressione doveva avere prodotto l’arrivo di un “Americano” ed è per questo che eravi tanto fermento in quella domenica nella quale il sole di agosto saettava i suoi raggi infuocati sopra la montagna che regge e sostiene S. Gregorio.
In questo caso però l’agitazione era giustificata; colui che ritornava, tutti lo ricordavano povero, vagabondo, vizioso, senza voglia di lavorare, pigro per natura, inclinato al male, in modo che di lui si diceva:—Finirà in galera!
Era partito appena da tre anni dal paese, e dopo essere rimasto un poco di tempo a Napoli, vivendo non si sa come, si era di soppiatto imbarcato sopra un piroscafo della “Fabre Line” rimanendo per un pezzo nascosto nella stiva e vivendo di aranci e limoni, che prendeva dalle casse, che si trovavano a portata delle sue mani.
Si chiamava Giuseppe Nelli, non aveva né padre, né madre, ed era cresciuto allevato dalla pubblica carità e ritornava, così dicevano, pieno di soldi, con catena d’oro e anelli di brillanti, tanto che nessun signore poteva lottare con lui.
I paesani si raccontavano tutto ciò; Giuseppe era andato ad alloggiare da una cugina che aveva il marito in America e che abitava una capannuccia su in cima al picco, persa fra le pietre e le piante montarine.
—E così Menica, è proprio vero?—diceva una contadina con due occhi da spiritata, brillanti e cattivi.
—Sicuro che è vero, Giuseppe è tornato, tornato signore,—rispondeva un’altra magra, col petto rientrato, e con la pelle colore cartapecora antica.
—Pare per fino impossibile!
—Un vagabondo senza voglia di lavorare.
—Ma l’America deve essere proprio un vero paradiso.
—Non tanto, il mio Gennaro vi è da cinque anni e non riesce a mettere insieme il desinare colla cena.
—Già si sarà dimenticata la famiglia. Avrà un’altra moglie.
—Zitta, linguaccia, il mi omo, non fa certe cose.
I dialoghi continuavano su questo tono, fra le donne, gli uomini facevano i commenti in modo più calmo, ma anche essi non nascondevano la loro meraviglia, la rabbia che gli divorava nel sapere che un buono a nulla, un vagabondo noto anche ai ciottoli del greto, ritornava ricco dall’America.
La campana che suonava a distesa annunziante che la messa cantata stava per principiare, mise fine ai discorsi; le donne, svelte si precipitarono in chiesa, e gli uomini le seguirono scambiando delle occhiate con le belle ragazze.
La messa cominciò; i cantori intuonarono con le loro voci grosse, sgradevoli, il Kyrie, e il parroco si assise sulla povera poltrona di cuoio, tronfio sotto la pianeta di filaticcio guarnita di galloni di seta, come un arcivescovo sul suo trono.
Ad un tratto in Chiesa vi fu un gran movimento, dalla porta maggiore, sorridente entrava Giuseppe l’americano.
Vestiva una giacca di panno bleu, filettata di seta, il gilè aveva della stessa stoffa, e i pantaloni,molto larghi, di un panno chiaro a righe, che risaltava sulle scarpe di pelle lucida.
Giuseppe era un tipo dei più ordinarii; tozzo di spalle, con i baffi biondi, grossi, irti, la carnagione di un rosso mattone, gli occhi piccoli e mobili di un colore cenerino chiaro pronunziatissimo, le labbra costantemente semi-aperte mostravano i denti guasti, le gingive di un colore tutt’altro che vivo e carnicino.
Le grosse mani da lavoratore, aveva guarnite da due anelli grandi, dove sullo smalto nero, brillava un R in oro.
Giuseppe entrato in Chiesa, godé di quella specie d’ammirazione con la quale veniva ricevuto, sorrise, e salutò i conoscenti. Anche il parroco ebbe un saluto per il nuovo giunto.
La messa continuò,ma i fedeli guardavano poco all’altare, i loro occhi correvano sempre verso il luogo dove appoggiato con affettata noncuranza stava Giuseppe, che di quando in quando, metteva la mano in tasca del gilè, levava un orologio d’oro lo apriva con ostentazione, fingeva guardare le ore, e poi richiudeva la cassa in modo, che per tutto si udiva il rumore secco della molla.
Finalmente la messa terminò, il prete disse le ultime preghiere, poi trinciò l’aria con un moto febbrile, che doveva essere la benedizione, e seguito dagli scaccini, se ne andò in sacrestia a svestire gli abiti sacri.
Giuseppe uscì sulla piazza e fu subito circondato dai paesani che gli fecero mille feste; egli accettò quelli omaggi come un sovrano che tratti coi suoi sudditi, alle belle ragazze che fecero cerchio intorno a lui, che gli toccavano la catena d’oro, prendeva il ganascino, e le fissava con i suoi occhi chiari pieni di desideri.
—Dunque,—gli domandavano,—come sta il “lungo?”
—Non lo vidi mai; l’America non è San Gregorio.
—E il Tista?
—Ma..... credo che non faccia fortuna.
—A voi è andata bene?
—Non mi posso lamentare;—e in ciò dire, gettava indietro la giacca, e come fosse per solo caso, mostrava una medaglia d’oro che gli brillava sul petto.
—Oh la bella medaglia!—gridavano i montagnuoli.
—È un regalo che mi ha fatto in New-York, la mia società.
—Guarda! guarda!....
—Già, in America si conosce il merito....
—È proprio un bel paese.
—Bello?..... Ma dite addirittura straordinario! qui si muore allegramente di fame; ma là, là è un’altra cosa!
—Davvero! davvero!—si mormorava tutto all’intorno.
In quel tempo era comparso sulla porta il parroco che gridò:
—Ei, Giuseppe, qua la mano, come va?
—Bene, signor parroco,—e Giuseppe strinse con forza in mezzo alla meraviglia generale,la mano al parroco; meraviglia, perché tutti si ricordavano come prima che Giuseppe andasse in America il parroco dicesse di lui, fin dall’altare, le cose peggiori; ed ora il prete era il primo a chiamarlo, a stendergli la mano.
—Raccontaci un po’ giovanotto,—disse il prete,—come stanno i paesani?
—Quei pochi che ho visto, stanno abbastanza bene; ma sapete l’America è grande.....
—Ed è proprio il paese dell’oro?
—Quello poi sì.
—Ed è vero che hanno fatto una legge contro gli emigranti, i quali non possono sbarcare e vengono rimandati indietro?
Giuseppe sorrise con aria di superiorità, poi rispose:
—Ma che leggi, le leggi sono per i gonzi, scommettiamo che coloro che verranno via con me la passeranno liscia come l’olio.
—Come, tornate via?
—Certo, cosa volete che resti a fare qui? La montagna non è più per me.
Tutti gli abitanti del villaggio circondavano in quel momento Giuseppe, ed egli tronfio nel vedersi ascoltato e festeggiato; lui, che un tempo veniva scacciato come un cane rognoso, si pose a fare, a modo suo, l’apologia dell’America, dipingendola come un paese benedetto, dove il denaro si trova per la via, e dove non si muore di fame come in Italia.
Quei montanari stavano a sentire con la bocca aperta; coloro che avevano parenti in America, aprivano il cuore alla speranza, le mogli lontane dal marito avevano sussulti di desiderii, la febbre dell’oro invadeva tutti, e se in quel momento avessero avuto i denari per il viaggio,sarebbero partiti senza neppure dare uno sguardo alle loro miserabili capanne. Quando Giuseppe ebbe finito il suo lungo discorso, invitò tutti a bere all’osteria vicina, nessuno rifiutò, neppure il parroco, che si sentiva una voglia matta di lasciare il suo gregge e prendere il volo per il Mondo Nuovo.
L’ammirazione per Giuseppe non ebbe più limiti, quando poste le mani nel taschino del gilè, prese una moneta d’oro fiammante da dieci dollari per pagare l’oste.
Tutti spalancarono gli occhi, poi vollero vedere la moneta preziosa, e Giuseppe, ne prese parecchie nella sua tasca e le fece ballare fra le mani, producendo un tintinnio tentatore.
Quando il furbacchione vide che la macchina era ben montata disse:
—Ragazzi, chi vuol venire, alla fine del mese riparto, venite a trovarmi, sono un buon diavolo, e se posso, voglio esservi utile farò per i miei paesani tutto ciò che posso. Sto a casa della bella Rosa, se non avete tutti i denari per il viaggio, vedremo; una mano lava l’altra, e tutte due lavano il viso.
Ciò detto Giuseppe lasciò la compagnia, come un’attore che dopo una volata, abbandona il palco sicuro dell’applauso; e l’applauso se lo ebbe lungo e clamoroso, e lo accompagnò per lungo tratto, mentre egli scrollando la testa, mormorava:
—Sempre così, si fanno portare per il naso che è un piacere; credo di avere impiegato bene il vino che ho pagato..... Ed ora a Rosa.
Nel proferire quel nome, lo sguardo di Giuseppe, ebbe un lampo di cupidigia.
II.
Rosa abitava una misera casetta, proprio al limite estremo del paese; a quindici anni aveva sposato un bel giovanotto, che la lasciava dopo un mese per correre in America a far fortuna.
La poca terra che circondava la casuccia dava segale, patate e fagiuoli, e con quel poco che il marito le mandava, campava alla meglio senza domandare niente a nessuno.
La giovane sposa era bellissima; bruna, con i capelli ricciuti, gli occhi grandi, neri, lucenti, con la carnagione vellutata, una leggiera lanuggine sul labbro, appariva come uno di quei frutti saporosi, che non di rado s’incontrano nelle montagne d’Italia.
Rosa aveva delle mosse graziose, la taglia era svelta, il suo seno colmo e provocante.
Certo quella fanciulla non era nata per languire in una povera, casupola di montagna, ed essa aveva accolta, con gioia l’idea del marito di recarsi in America, perché sperava che la sua condizione cambiasse.
Da qualche tempo, però,Rosa aveva perso la sua gaiezza; i paesani, e specialmente le paesane, su quella mestizia che all’improvviso aveva assalito la bella sposina, ci ricamavano sopra mille storie; la maldicenza non risparmiò il suo morzo velenoso.
La si diceva amante di un giovine cancelliere;biondo come un cherubino e delicato come una signorina, e si arrivava per fino a dire, che portasse nel seno una prova schiacciante della sua colpa.
Vi erano delle donne spietate, che giuravano e spergiuravano, che Rosa era incinta, e certo non di suo marito il quale da più di un anno viveva in America.
—Se non è stato lo Spirito Santo,—dicevano le comari,—di qualcuno deve essere il contrabbando che ha in corpo.
Qualcuna si prese il bel gusto di scrivere al marito, come o qualmente la moglie sua avesse un’amante.
Il disgraziato marito aveva comunicato quella lettera al suo cugino Giuseppe, prima che partisse per S. Gregorio, affinché vedesse un po’ cosa vi era di vero in quella accusa infame.
Rosa, quando al sabato sera giunse all’improvviso Giuseppe, provò una grande paura, ma le parole affettuose dette dal cugino, che le portava i regali e i saluti del marito, la tranquillizzarono.
All’indomani Rosa andò alla prima messa per potere preparare un buon pranzo al cugino d’America, ed infatti quando Giuseppe comparve, trovò la tavola apparecchiata e la minestra che fumava nei piatti.
—Brava cuginetta,—esclamò Giuseppe con voce allegra,—così va fatto.
Durante il pranzo “l’americano” fu di una pazza allegria, il sole batteva festevole sulla candida tovaglia, la vista che si godeva da quell’altezza era incantevole ed il caldo veniva mitigato da un venticello che rinfrescava l’aria.
Quando il desinare fu finito, Giuseppe prendendo per mano Rosa, le disse:
—Ebbene ragazza mia, come te la passi?
—Non bene cugino Giuseppe.
—Sospiri tuo marito?
—Non so.....
—Ebbene, metti l’anima in pace, ho l’ordine di portarti meco in America.
Rosa divenne spaventosamente pallida e indietreggiò atterrita.
—Diamine cosa hai cuginetta?
—Nulla,—mormorò la disgraziata,—nulla, la gioia, la sorpresa.....
—Ma sei pallida come la morte.
Rosa fece un terribile sforzo per rimettersi, ma non vi riuscì, le sue labbra fatte bianche tremavano.
Giuseppe stette muto alcun poco e poi disse:
—Senti cuginetta, con me puoi parlare. Il tuo spavento non è naturale, dimmi tutto.
—Cugino Giuseppe, non ho nulla a dirvi, non so..... non mi sento bene.....
—Per San Cono, mi prendi per un’imbecille, credi forse che non si sappiano le tue scappate.....
—Le mie scappate?—E Rosa fissò i suoi grandi occhi in volto a Giuseppe come una spiritata.
—Già, già, la posta corre cara mia, dunque con me fai meglio a confessare...vieni qua sulle mie ginocchia, figura che sia il tuo babbo e fammi una confessione generale.
Rosa non si muoveva; Giuseppe l’afferrò per un braccio e a forza la fece sedere sulle ginocchia, con un braccio le cinse la vita, e con una mano audace le strinse il seno, poi vicino all’orecchio della fanciulla, mormorò:
Giuseppe l’afferrò per un braccio e a forza la fece sedere sulle sue ginocchia
—Bella cugina, tu hai fatto uno strappo al contratto matrimoniale, non vi è nulla di male; si capisce...sei giovane,ardente, e quello stupido di tuo marito non doveva lasciarti, alla tua età il sangue bolle nelle vene..... Dimmi, dimmi chi fu il tuo amante?
Rosa aveva abbassato il capo e piangeva.
—Via, via, non piangere, rimedierò io a tutto,—e ciò dicendo Giuseppe serrava più strettamente la cugina.
—Mi fate male cugino!
—Vedi è l’ardore che mi divora,vicino a te, sento che perdo la testa.
Infatti la faccia di Giuseppe era divenuta di fuoco, i suoi occhi cenerini mandavano lampi, un tremito convulso metteva in movimento le sue mani.
Rosa ebbe paura e tentò sciogliersi da quella stretta, ma non vi riuscì.
—Lasciatemi cugino, lasciatemi!
—Sì, bella mia, quando mi avrete detto chi è il vostro amante.....
—Ma io.....
—Non negate; si sa anche che siete madre.
Rosa si coprì il volto fatto rosso dalla vergogna.
—Su, abbiate fiducia in me; Gennaro starà alle mie parole, e io vi salverò.
Rosa seguitava a tacere.
—Corpo della Madonna, siete muta? Guardate; la situazione non è bella, Gennarino ebbe sentore della cosa da una lettera anonima, che gli cascò sulle spalle come un fulmine; incaricò me di verificare, e in qualunque modo di portarvi da lui. Ora il vostro rossore, le vostre lagrime, dicono chiaro e tondo che la frittata è fatta e bisogna trovare il mezzo di farla mangiare a vostro marito.
—Cugino, cugino, se sapeste!..........
—So...so... si è giovani, in montagna non si trova che gente con le mani callose, ruvide, scortesi, mentre giù al circondario vi sono i zerbinotti dalla pelle delicata, e salta il ticchio di provare, se essi sanno amare come in montagna.....
—Non volevo.....
—Sicuro, non volevate..... fu lui lo zerbinotto, che con quattro paroline dolci vi rese molle come la cera, si sa, sono cose che succedono, e del resto quel briccone non aveva cattivo gusto perché siete un bel tocco di Grazia di Dio, cugina mia. Il male è fatto; ma vi è qua quel buon diavolo del cugino che riparerà a tutto, farà vedere a Gennarino lucciole per lanterne, a condizione però che la cuginetta sia buona e.....
—Cosa?
—Basta ne parleremo poi. Dunque il marmocchio vi è?
Rosa con un fil di voce rispose:
—Sì.
—Da quanto?
—Da due mesi.
—Sarà un settimino e tutto è accomodato; io farò toccare con mano a Gennarino che quella lettera anonima era una calunnia nera come il diavolo; fra una quindicina di giorni si parte, fa d’uopo far presto.
—Cugino, cugino, voi mi salvate. Ma cosa devo fare per ricompensarvi?
Gli occhi di Giuseppe mandavano faville, mentre mormorava:
—Questa sera lo saprete.....
—Perché non ora?
—Perché voglio andare al vespro e trincare poi con i paesani. Voi non venite?
—Non so.....
—Fate male a non farvi vedere, quando in un paese si mormora, bisogna sempre mettersi in mostra, venite a fianco di vostro cugino tutto il mondo vi rispetterà.
Quando Rosa e Giuseppe, comparvero sul Sagrato della Chiesa, si udì un mormorio, le donne fecero boccaccie, fra loro dicevano:
—Non si vergogna quella sfacciata a venire in Chiesa col frutto del peccato?
—Ma siete poi sicura comare?
—Come se avesse visto.
—Ma dove fu?...
E lì sotto gli archi della Chiesa, innanzi al crocifisso grande dalle piaghe orrende, sanguinanti; quelle vipere in gonnella, raccontavano i particolari della caduta di Rosa, a Piedimonte lo sapevano tutti che era la ganza del Cancelliere, uno smorfioso delicato come una signora, che ne faceva vanto della sua buona fortuna. Ma la colpa era tutta di Rosa; a sentire, fu lei che lo aveva cercato, fu lei che si era data come una baldracca da strada. E quel povero marito lavorava, si ammazzava in America per una donna simile, e forse sarebbe stato tanto minchione di prendersi il figlio dall’altro; a quel pensiero le donne ridevano, ridevano a scoppiarne; mentre la testa ripiegata del Cristo pareva guardarle con un senso di pietà.
Giuseppe, anche a vespri finiti fu il beniamino di tutti, lo credevano ricco, e dovunque nelle città, nelle valli, sui monti, chi ha denaro, riceve gli ossequi della folla, anche di quella che grida e impreca contro il denaro.
Quando “l’americano” se ne fu andato, continuarono i commenti e i discorsi, tutti facevano proponimento di partire, di recarsi con Giuseppe in quelle terre benedette, dove l’oro si raccoglie a cappellate.
III.
La notte era scesa; una splendida notte d’estate, nel cielo scintillavano a miriadi le stelle, di quando in quando, pareva che uno di quegli astri luminosi lasciasse il suo posto e fatto una lunga curva si spengesse come un fuoco fatuo.
Giuseppe alla finestra della sua camera, con la testa in fiamme guardava il panorama, che si svolgeva sotto i suoi occhi, però senza vederlo; un pensiero lo cuoceva e gli faceva battere le tempie; egli desiderava con tutte le sue forze il possesso di Rosa, la bella cugina.
Ad un tratto si alzò fremendo, e mormorò:
—Via coraggio, essa è in mio potere.....
Si diresse risoluto alla camera di Rosa; la porta era semi-chiusa, la giovine sposa credendosi sicura, non l’aveva serrata.
Un raggio di luna penetrando dalla finestra aperta, pioveva sul letto e illuminava il corpo a mezzo scoperto di Rosa.
Giuseppe la contemplò a lungo, poi non potendo più resistere si abbassò e baciò la cugina sulle labbra.
Rosa, svegliata a quel contatto di fuoco, mandò un forte grido.
—Zitta cugina, sono io.....
—Cosa volete?...
—Nulla! parlare con voi.
—A quest’ora in camera mia.....
—Senti Rosa, è inutile che io m’infinga, ti amo, ti desidero ardentemente, ti voglio!...
—Giuseppe, Giuseppe, cosa dite, siete pazzo?
—Sì, pazzo d’amore.....
—Lasciatemi cugino, volete scherzare?
—No, non scherzo, amami ed io ti salvo, e tu sarai felice.
—Mio Dio, mio Dio,—mormorava la poveretta, cercando di sciogliersi dalla stretta febbrile di Giuseppe.
—Via, non fare la scrupolosa, all’altro ti dasti...
—Cugino, cugino, pensate a mio marito!
—E tu ci pensasti il giorno che divenisti la ganza di un zerbinotto? se ti avessi trovata onesta, pure amandoti ti avrei rispettata.
—Ma infine è orribile ciò che volete.
—No, non è orribile, perché io ti amo, e ti salverò, ti coprirò col mio amore, se no guai, guai a te. Io sono ricco, rispettato, là in America, le donne mi amano ma io non amerò che te, sono il “boss” di tuo marito, vivremo vicini, ce la godremo, dunque non farmi più soffrire; non hai il diritto di resistermi.....
Rosa non si difendeva più; quella povera montagnola non aveva un’idea esatta dei doveri della donna, era già caduta una volta; perché avrebbe lottato ora contro quel cugino che era padrone del suo destino?...
Quella notte il talamo nuziale di Gennarino accolse il secondo amante di sua moglie; la luna coi suoi bianchi raggi si posava sulla coperta del letto, pareva scherzare su quell’adulterio, che doveva costare tante lagrime e tanti dolori.....
IV.
Nei quindici giorni che Giuseppe restò al paese fece una buona pesca, più di venti emigranti erano pronti a seguirlo, e a quasi tutti aveva fornito parte del denaro per il viaggio, prendendo delle buone ipoteche.
La vigilia della partenza Giuseppe scriveva a New York.
Caro Compare:
Ti faccio sapere di avere ingaggiato ventitre paesani di quelli dalle braccia sode e dalle mani dure, partiamo il 16 settembre con la “Champagne” prendendo la via dell’Havre, per non avere seccatura con la questura.
Avvisa Gennaro che sua moglie viene con me in America.
Come vanno i lavori? Spero bene, non vedo il momento di essere in America.
Tuo aff. GIUSEPPE.
I primi di settembre Giuseppe con Rosa e gli schiavi bianchi che aveva arruolato, lasciò San Gregorio diretto per Napoli.
Al momento della partenza avvennero scene strazianti, i vecchi genitori baciavano i figli piangendo, le mogli non volevano staccarsi dal marito, chi sa se si sarebbero più rivisti; ma poi prendeva il sopravvento la speranza della fortuna, e le lagrime inaridivano sul ciglio, e allora erano incoraggiamenti, voti, auguri, raccomandazioni.....
Quei poveretti partirono coi loro stracci entro un sacco, e insieme agli abiti tenevano le provviste da mangiare a bordo, del caciocavallo, delle salciccie al peperone, una gran quantità di cipolle. Andavano pieni di speranze, d’illusioni, felici di avere una guida nel loro paesano, già pratico dei viaggi, e che avrebbe loro risparmiato noie e seccature, e dato lavoro.
Quando arrivarono a Napoli furono sbalorditi dal gran movimento della città, della quale i più avevano soltanto sentito parlare, come di cosa meravigliosa; ma la realtà passava tutte le loro aspettative, le vie lunghe e spaziose, le piazze ricche di monumenti, i negozi splendidi, le vetrine scintillanti, i palazzi imponenti dai grandi archi di marmo, le divise dei portinai tutti dorati, i tramways, le carrozzelle, e tutto quel festoso andirivieni che è una delle più belle caratteristiche di Napoli, li faceva restare intontiti.
Giuseppe e Rosa se ne erano andati bravamente all’Hotel, e avevano inviati gli emigranti al “dock” della Navigazione Generale, per essere imbarcati alla volta di Genova.
Poco tempo prima della partenza del vapore, Giuseppe e la sua cugina salirono a bordo, furono accolti con grida di gioia dai paesani, che si sentivano rinascere nel vedere il loro duce.
Giuseppe passò alteramente e andò nel compartimento di seconda classe.
I disgraziati emigranti erano stati collocati sopra coperta, nel caso di pioggia si sarebbe stesa una tenda, e sotto quel riparo, uomini e donne, alla rinfusa avrebbero dormito.
I poveretti non erano mai stati in mare, e quando sulle piccole barche venivano condotti a bordo mettevano nell’acqua dell’immagini sacre come buon augurio per il viaggio.
L’ “Iride” salpò da Napoli che il sole era al tramonto, il cielo era una festa di colori delicati, di sfumature gentili, e sullo sfondo meraviglioso di quel golfo tanto bello, il Vesuvio metteva il suo pennacchio ardito, che si alzava su verso il sereno del cielo, diventando sempre più trasparente fino che si perdeva come nebbia lieve, lieve....
...... e sullo sfondo meraviglioso di quel golfo tanto bello, il Vesuvio metteva il suo pennacchio ardito
Gli emigranti non erano certo degli artisti; ma non pertanto ammiravano quello spettacolo, come persi in un sogno che facesse loro dimenticare le tristezze del presente, le speranze dell’avvenire.
Quando l’ “Iride” dopo una traversata delle più felici giunse a Genova, la Superba era in festa; le squadre delle nazioni civili erano schierate nel suo porto per rendere omaggio a Cristoforo Colombo e al Re d’Italia.
L’ “Iride” passò in mezzo a quelle flotte potenti, manovrando con grande abilità per non urtare contro i pericolosi speroni delle corazzate.
Quando il piroscafo fu al suo scalo gli emigranti furono sbarcati e lasciati sulle pietre della gettata, non essendovi neppure un baraccone per accogliere i disgraziati, che devono aspettare lunghe nottate e giornate per potere continuare il loro viaggio.
—Aspettate qui,—disse loro Giuseppe,—andrò a vedere quando parte il treno per Modane.
I poveretti si adagiarono alla meglio nelle vicinanze della Dogana e aspettarono il loro padrone; questi venne a notte fatta e disse loro, che fino all’indomani non potevano partire, che si rassegnassero ed avessero pazienza.
E dovettero rassegnarsi; il tempo minacciava pioggia, e non era davvero comodo stare sulla dura e fredda pietra; ma cosa dovevano fare? non si azzardavano a muoversi, temevano di perdersi, nella grande città; vicino a loro presero posto altri infelici, uomini, donne, ragazzi che aspettavano di potersi imbarcare per l’America del Sud, e ben presto tutto lo spazio innanzi al caseggiato della Dogana brulicò di gente sdraiata; triste bivacco della miseria che stringeva il cuore, e faceva pensare, come mai con tanti deliri di sentimentalismo, non si provveda affinché gli emigranti abbiano almeno dove ripararsi.
Verso le dieci di sera entrò in porto il “Werra” proveniente da New York; la notizia si sparse fra gli emigranti e tutti guardavano con avidità il bianco battello che veniva dal paese dove essi andavano pieni di speranza e di fede.
V.
Mentre questo avveniva sul porto, in una delle case che formano parte di quella specie di anfiteatro, che corona il golfo di Genova avveniva un dramma doloroso e triste.
Coi gomiti appoggiati ad una delle finestre, dove si dominava completamente il porto, gode do in quella sera specialmente, che erano all’ancora un numero straordinario di navi da guerra, uno spettacolo dei più pittoreschi, stava un giovine di circa venticinque anni, alto aitante della persona, con dei capelli castagni cupi ed un paio di baffi folti che davano al suo volto né bello, né simpatico, l’aria marziale dei militari.
Il giovane non guardava certo né il porto, né le navi, perché il suo occhio, un occhio scintillante come l’acciaio, pareva fissasse un punto lontano nell’orizzonte. Finalmente si levò, pose le mani sul parapetto scosse la folta capigliatura e mormorò:
—È deciso; lascierò l’Italia, andrò in America in capo al mondo se occorre, purché vada lontano da questa città maledetta, dove da un momento all’altro posso passare in Torre, per non uscirvi tanto presto.
In Torre? e un brivido lo scosse da capo a piedi al solo pensiero, che dovesse essere ospite di quelle carceri paurose delle quali più di una volta aveva sentito le descrizioni.
—No, no, fuggire!.... fuggire!... perché la cambiale scade domani, e domani mentre Genova in festa saluterà il Re, io sarò dichiarato falsario!
Carlo Emmanuele dei Conti di Rialto, a 25 anni aveva dato fondo a tutto quanto eragli toccato della parte dotale di sua madre; figlio unico, il padre aveva avuto il torto di lasciargli le briglie sul collo permettendogli di correre la cavallina, lasciando il suo patrimonio sul tappeto verde delle case da giuoco, nei salotti delle cortigiane. Il povero vecchio più che poté dette al figlio scioperato, pagò più volte i suoi debiti; cento volte Carlo giurò di mettere giudizio, e cento volte spergiurò.
Più di una volta appena ottenuta una somma di denaro dal padre, che a lui la dava piangendo, partiva per Montecarlo, e là nelle dodici ore che durava il giuoco stava inchiodato innanzi alla “roulette,” confuso con tutto quel mondo equivoco che frequenta le sale fastose della bisca, alla caccia del “luigi” per potere giuocare, cavalieri d’industria cosmopoliti, che sono come le comparse del dramma che tutti i giorni si svolge nelle tre sale da giuoco innanzi ai sei tavoli della “roulette” e ai due del “trenta e quaranta,” nella quiete meravigliosa di quel lembo di cielo, posto in terra, per essere sede dell’inferno.
Dopo avere perduto fino all’ultimo soldo, il contino guardava il mare azzurro che veniva a baciare la scogliera ai piedi del Casino, e pensava al modo per battere nuovamente moneta. Altre volte si recava nelle sale del concerto e mentre l’orchestra eseguiva meravigliosamente dei pezzi di celebri maestri, studiava quale stratagemma poteva trovare per ingannare il vecchio genitore.
Se vinceva prendeva al braccio una di quelle sirene, che girano continuamente per le sale da giuoco, e correva a Nizza a passare con la sua bella una notte di ebbrezza.
Cresciuto da una santa donna, sua madre, e da un uomo onesto come suo padre, Carlo era non pertanto venuto su senza alcun sentimento d’onore; se non rubava era già perché a lui ripugnasse l’azione infame, ma perché aveva paura della prigione.
Venne il giorno nel quale suo padre non poteva più dargli denaro, il patrimonio era quasi sfumato, i beni ipotecati.
Carlo allora divenne falsario, abusò della firma di un ricco amico del padre suo.
Tutti i nodi però vengono al pettine, e il giorno che troviamo il contino Carlo uno dei nodi era vicinissimo a presentarsi, per interrompere la trama.
—Maledetta cambiale,—mormorava Carlo,—non potrò neppure godermi le feste colombiane. E Maria?.... I suoi rimproveri, le sue minaccie mi fanno ridere.
Il furfante non era solo un falsario, ma anche un seduttore iniquo; un giorno aveva incontrato una bella, casta e pura fanciulla, le promise di sposarla, la circuì, la vinse a forza di preghiere e di promesse..... La sventurata cadde, e fu madre...
Il nobile conte, quando la poveretta reclamò il mantenimento della promessa, rise cinicamente, e all’infelice disonorata che in ginocchio domandava, implorava per il suo onore perduto, ebbe il coraggio di rispondere:
—Sarebbe assurdo pagare col matrimonio, che è la tomba dell’amore, qualche ora di ebbrezza passata insieme.
Maria a quelle parole infami, che l’ultimo dei pezzenti non avrebbe mai dette, rispose fremendo che si sarebbe vendicata.
Carlo rise di quella minaccia; non era tale da spaventarsi per così poco.
Con l’acqua alla gola, vicino ad affogare, Carlo vedeva come unica tavola di salvezza l’America; ma per andare in quel paese lontano ci vogliono denari, e denari non ne aveva. Eppure bisognava partire e senza indugio.
Carlo passeggiava concitato per la sala quando la porta si aprì e comparve il padre suo.
Chi aveva conosciuto qualche anno prima il conte Cesare, sarebbe ora restato dolorosamente impressionato dal cambiamento subito dal nobile uomo. I suoi capelli e la sua barba erano incanutiti, un tremito continuo gli scuoteva tutta la persona quasi da farlo credere paralitico, la sua fronte alta e spaziosa era coperta di rughe profonde e rughe aveva sul volto emaciato, gli occhi apparivano rossi per le lagrime continue che dovevano versare.
Il Conte nello scorgere il figlio, fece un moto di ripugnanza.
—Padre mio,—disse Carlo alquanto turbato,—vi sentite male?
—Sì, ho ricevuto una di quelle ferite che portano alla tomba. Sono stato ferito al cuore, e il feritore, orribile a dirsi, sei tu.....
Carlo chinò il capo; che il padre suo sapesse già il delitto da lui commesso?.... Non per tanto ebbe il coraggio di domandare:
—Ma che avvenne?
—Lo sai bene! Non fingere, il tempo delle commedie è finito.....
—Ma.....
—Taci, non valgono più menzogne.Fui cieco fino ad ora, ma la luce, lampo terribile, si è fatta ed io sento orrore di te.
—E via babbo, non andiamo nel drammatico.
Il Conte rialzò fieramente il capo, poi con voce piena d’ira disse:
—Sciagurato, ed osi scherzare quando il padre dice che la tua condotta porta il disonore e la disperazione nella nostra famiglia?
Carlo comprese che bisognava lottare, per cui con tuono altero rispose:
—Disperazione? Disonore? Ditemi non avreste per caso fatta una cattiva digestione?
—Carlo! Carlo! ricordati che un padre ha il diritto di divenire giustiziere, quando suo figlio ne trascina il nome onorato nel fango, e lo ricopre di vergogna e di abominio!
Carlo non si commosse a quelle parole,oramai era deciso di andare in fondo, voleva sapere cosa pensava, cosa sapeva suo padre; per quel vecchio affranto di dolore,che pure era l’autore dei suoi giorni non aveva né compassione, né pietà, anima perversa e cattiva egoista nato, non pensava che a lui solo. Così che fu con voce sprezzante che rispose:
—Ma infine, spiegatevi di cosa mi si accusa? Certo la mia vita passò più allegramente della vostra, divertirsi, non è disonore.....
—Se non fosse che questo,—riprese il povero padre con un sospiro,—farei come il passato, perdonerei.
“Ma disgraziatamente non trattasi di divertimenti, di vita scapigliata, ma di colpe, delitti, vergogne.”
Non più dubbii, suo padre sapeva che era un falsario; e non ostante ribatté piccato:
—Delitti?... colpe?... vergogne?... Ma chi, chi vi dette ad intendere simili fole?
—Chi? Il Marchese Castelli del quale falsificasti la firma sopra una cambiale che scade domani; la questura è già informata del fatto.
Carlo allibì, se la questura sapeva il suo delitto, di momento in momento poteva essere arrestato, allora fu preso dalla paura, e rivoltosi al padre con tono umile disse:
—Sì, è vero, ho commesso una colpa imperdonabile, ma voglio riabilitarmi, datemi il denaro necessario ed io partirò subito per l’America dove a forza di lavoro e di onestà mi rifarò una nuova esistenza.
—Commettere un falso; tu, mio figlio?
—Doveva pagare un debito di giuoco.....
—E per non sfigurare con dei giuocatori divenisti falsario?
—La parola è brutale.....
—È vera.
Carlo cominciava ad essere seccato, per cui rispose breve, breve:
—Non si tratta di stabilire il titolo del mio reato, si tratta di salvarmi.
—E ti salverò disgraziato, ti salverò; ho promesso, comprendi? ho promesso, che la cambiale sarà pagata. Tengo ancora poche migliaia di lire, le darò tutte, se non bastano avranno compassione di un povero vecchio, e mi sarà risparmiato il dolore di vederti sui banchi della Corte d’Assise.
—Oh! grazie padre mio, grazie!
Il Conte guardò il figlio severamente e poi riprese:
—Nessun ringraziamento, agisco così per l’onore del nome. Pensa però che la tua vita deve completamente cambiare.
“Alla vita del dissoluto deve subentrare quella dell’uomo attivo, che sa rendersi utile a se stesso, alla famiglia, alla patria. Il lavoro e l’onestà possono riabilitarti in faccia a tuo padre e al mondo. Non siamo più ricchi, il nostro patrimonio fu da te interamente rovinato.
Carlo fece un moto di noia, poi parlando a stento, come durasse una gran fatica disse:
—Sì, va bene, comprendo, ed è per questo che voglio andare in America.
—Io non posso oppormi al tuo desiderio, molto di più che l’America, per molti,è la terra della riabilitazione; ma per il momento non posso disporre del denaro che ti occorrerebbe per partire.
—Ma sì, tenete del denaro, perché volete pagare la cambiale.....
Il Conte si voltò come se fosse stato morso da un serpe.
Come osava quel figlio snaturato pensare a toccare quei denari che dovevano servire a riscattare il suo onore?
—Quelli no, quelli no,—gridò il Conte—tal somma fra pochi istanti sarà nelle mani del Questore. L’onore della famiglia lo esige.
Ciò detto il vecchio entrò nel suo gabinetto da lavoro.
Era calata la notte;dalla finestra aperta si vedeva il porto dove a guisa di stelle sul fondo turchino delle acque, brillavano una quantità di lumi; da lungi sullo specchio terso del mare, apparivano un gran numero d’imbarcazioni; lo spettacolo era splendido; ma Carlo poco si curava delle bellezze di quella scena; rimasto solo pensava, pensava che ad ogni costo doveva partire, perché non era una sola la cambiale da lui falsificata, quella scoperta dal padre era la prima di una serie tutt’altro che breve. Così pagando quella, la sua posizione non cambiava per nulla e si trovava perduto, in ogni modo, per cui bisognava partire.
—Partirò! partirò! a qualunque costo; non sarò tanto minchione di aspettare qui i carabinieri col loro mandato di arresto; fa d’uopo che questa sera mi diriga alla frontiera.....
Rientrò il Conte, teneva nelle mani un portafoglio di pelle rossa.
—Padre mio,—disse Carlo.
—Ebbene?
—Ho bisogno del denaro per partire.
—Non posso dartene oggi, aspetta qualche tempo metterò insieme una piccola somma e potrai partire, ma in questo momento è impossibile.
Carlo ebbe un lampo negli occhi cattivi, poi sforzandosi a restare calmo, disse:
—Sentite babbo, col denaro che tenete in quel portafoglio, io potrò partire subito, e sarà la salvezza.
—No, no, questa somma è sacra!
—Rifarò vita nuova, lavorerò!
—Ma disgraziato, non comprendi che portando via questo denaro partiresti disonorato?
Carlo scosse le spalle.
—La mia decisione è presa, non resterò un’ora di più a Genova. Voi mi darete quel denaro.
Il Conte guardò il figlio, i suoi occhi mandavano lampi, poi con voce lenta e grave, disse:
—Tu non avrai questo denaro, non sarà mai detto che il nome dei Rialto risuoni nell’aula dei tribunali sotto un’accusa infame.
—Eppure, è necessario che io abbia quel denaro?
—Ti ripeto di no!
—Non spingetemi agli estremi!....—Nel pronunziare queste parole il volto di Carlo faceva paura, egli era nel momento terribile che precede il delitto.
Assolutamente voleva quel denaro, con quello sarebbe scampato dalla galera. Cosa gl’importava dell’onore? A lui premeva di sottrarsi alla punizione!
E innanzi ai suoi occhi, nella mezza oscurità della camera gli apparivano come in una visione minacciosa i banchi della Corte d’Assise, i giudici inflessibili, i carabinieri, vedeva i suoi polsi stretti dalle ferree manette, la casacca del galeotto; e la smania di sfuggire a quella triste odissea di dolori, di abbominio, di torture morali e materiali, lo assaliva prepotente, in modo che per strappare quel denaro a suo padre, sarebbe ricorso anche alla violenza.
—Padre mio, non spingetemi agli estremi,—diceva fremendo il miserabile.
—Che oseresti?....
—Tutto, tutto perché sono alla disperazione!
Due lagrime caddero dal ciglio arrossato del Conte, che mormorò:
—Dunque sei più triste e malvagio di quello che io credeva? Fin contro tuo padre osi alzare, alta e minacciosa la voce?
—Non è questa l’ora di fare del sentimentalismo.
“La mia salvezza è il piroscafo che sabato parte dall’Havre alla volta di New York. Mi abbisogna il denaro e me lo darete.
Il Conte si strinse al seno il portafoglio come a difenderlo contro la rapacità del figlio, e con voce dove eravi preghiera e minaccia, disse:
—No, no, me vivo, tu non avrai questi denari che devono riscattare il nostro onore, da te contaminato.
Carlo perdeva la pazienza, e fu brutalmente che rispose:
—Quel denaro lo avrò per amore o per forza.
Il vecchio genitore, guardò in faccia Carlo e poi lentamente, quasi che volesse che ogni sua parola restasse ben marcata nel cuore e nella mente di lui, disse:
—Avete ragione, mi dimenticavo che mio figlio è un falsario; e che da falsario a ladro, il passo è assai breve.
—Infine,—tuonò Carlo—sono tutto quello che voi volete, ma mi bisogna quel denaro.
—Non lo avrai!
—Vecchio, ti dico che l’avrò.
—Ladro, osa derubare tuo padre se lo puoi!
—Dunque, volete proprio che giunga agli estremi!
—Ladro! ladro!
—Bando agl’insulti, quel denaro lo voglio, lo voglio.
Il padre tentò fuggire; ma il figlio lo trattenne, s’impegnò una lotta, finalmente si udì un grido di trionfo, Carlo era riuscito ad afferrare il portafoglio. Suo padre si attaccava a lui ed esso lo respinse, il povero vecchio cadde mormorando:
—Ladro, parricida, tu sia maledetto!
Nel cadere il Conte urtò nello spigolo di marmo della tavola, e dalla sua tempia ferita sprizzò il sangue.... e svenne.....
Carlo fuggì a precipizio.....
Era trascorsa una mezz’ora, quando la porta della stanza dove aveva avuto luogo quella scena selvaggia si aprì, ed una donna comparve nel vano di essa.
Un raggio di luna, di quando in quando, uscendo dalle nubi illuminava la stanza.
La donna si avanzò lentamente; ma si arrestò ben presto mandando un grido di terrore, aveva scorto il corpo del Conte; sul cui volto insanguinato posava la luna.
—Mio Dio,—disse la donna chinandosi sul ferito,—il signor Conte in questo stato?
—Chi mi chiama?—mormorò con voce spenta lo sventurato.
—Signor Conte.....
—È partito sapete, non ditelo a nessuno, che è un ladro, è un parricida, è andato in America....
—Chi?
—Mio figlio, ma non lo dite a nessuno che mi ha ucciso per rubarmi il denaro, della cambiale.... della cambiale falsa.....
—Come! Carlo è partito? Miserabile!..... lo seguirò anche in capo al mondo.
Il vecchio era vicino a rendere l’estremo suo sospiro, delirava, dalle sue labbra uscivano tronche parole:
—La Corte d’Assise..... mio figlio sul banco dei rei...... diecimila lire..... rubato..... figlio..... figlio cambia vita.
—Povero vecchio!—mormorò la donna—ti vendicherò, come vendicherò il mio onore contaminato dal perfido che ti fu figlio.
Il Conte erasi alzato a mezzo sul tappeto, pareva invaso da un grande spavento e gridava:
—Lasciatemi, il mio denaro. Ah? mi soffochi..... parricida e ladro.....
Il corpo del vecchio cadde irrigidito sul tappeto..... Il nobile Conte di Rialto era morto............
La donna, certo coraggiosa e forte, baciò la fronte gelida dello sventurato, poi uscì dalla camera, mormorando:
Ed ora, a noi due, conte Carlo!...........
VI.
A mezzo intirizziti dal freddo; con le vesti umide, i disgraziati emigranti passarono la notte all’aria aperta. Alla mattina, una triste e nuvolosa mattina di settembre, appena spuntò l’alba, quei poveretti si alzarono, avevano le membra indolenzite, si lavarono alla bella meglio alla fontana che si trovava a pochi passi da loro, poi fecero colazione. Quelli di S. Gregorio stavano tutti uniti, facevano un gruppo a parte in mezzo agli altri emigranti, tutti destinati a partire per l’America del Sud. Sul porto principiò prestissimo un gran movimento, in quel giorno dovevano arrivare a Genova i Sovrani e i Principi,e da ogni parte si rovesciavano nella Superba dei forestieri giunti a godere le feste.
Non era certo bello vedere proprio lì,ad uno degli scali principali, quel triste esercito della miseria, accampato all’aria aperta in aspettativa della partenza. Attraversando quelle file di cenciosi, un tanfo soffocante prendeva alla gola, e dava un’idea del come starebbero tutti quei disgraziati nei fianchi delle navi, dove l’aria spesse volte manca.
Non era certo bello vedere proprio lì, ad uno degli scali principali, quel triste esercito della miseria
Gli emigranti indifferenti mangiavano, bevevano, le donne davano il latte ai bambini, gli ripulivano delle sporcizie, non curanti della folla che si fermava e faceva cerchio per vedere quel desolante spettacolo.
Che cosa importava mai a loro? Essi oramai non appartenevano più al vecchio Mondo, nelle loro tasche avevano il biglietto che doveva condurli nelle terre della ricchezza, delle illusioni, non volevano, non desideravano altro.
Disgraziati! Chi sa quanti di loro, non sarebbero presto ritornati, vinti, disillusi, più miserabili di prima?
Quando verso le undici comparve Giuseppe, i suoi uomini lo accolsero con gioia; egli dette a tutti un biglietto di terza classe e un foglio col quale a Modane avrebbero ottenuto il passaggio per l’America.
—Ci rivedremo a bordo,—disse Giuseppe,—la stazione è qui vicina, il treno parte verso le tre, ma è meglio che vi prepariate per tempo affinché non abbiano a succedere inconvenienti.
Come, il paesano li lasciava e non si sarebbero rivisti che a bordo? Ciò non andava bene, aveva promesso di guidarli e sul più bello al principio del viaggio li piantava in asso?
Qualcuno fece osservare che il padrone,—ora mai Giuseppe era già chiamato il padrone,—poteva avere degli affari a Genova, e che perciò non doveva essere costretto per le loro belle faccie a non fare i suoi comodi.
Basta, del resto non eravi nulla a dire,ed essi si proposero di stare bene attenti per non sbagliare e giungere senza inconvenienti all’Havre. Giuseppe e Rosa passeggiarono a lungo,per la città tutta pavesata e imbandierata per le feste colombiane e l’arrivo dei Sovrani; la folla era dovunque compatta, i forestieri che giungevano non tanto facilmente trovavano una camera; gli Hotels erano pieni zeppi, e coloro che avevano stanze da affittare domandavano prezzi enormi.
Il tempo minacciava la pioggia, e tutti temevano che la festa fosse guastata e sul più bello.
Rosa erasi adattata a divenire la ganza di Giuseppe; eppure quella donna non era cattiva, amava suo marito; ma non sapeva resistere alle voglie brutali di chi voleva possederla, cedeva credendo di non far del male, trascinata da una forza a lei superiore.
Giuseppe era felicissimo della sua conquista e trattava la cugina con tutto l’amore possibile.
Essendo mercoledì e il battello non partendo dall’Havre che sabato avevano un paio di giorni da restare a Genova, avrebbero preso poi il diretto per arrivare in tempo.
Rosa era addirittura pazza di gioia nel vedere, ammirare tutte le bellezze che offre Genova al visitatore, poi quella vita da signora le piaceva immensamente, e Giuseppe, la trattava proprio bene.
Verso le tre il tempo si rasserenò, per le vie passavano le carrozze di corte, del corpo diplomatico, dei ministri, che si recavano a ricevere il Re, che doveva giungere col “Savoia,” seguito dalla Squadra.
Giuseppe e Rosa perduti nella folla, poterono ammirare i corazzieri risplendenti nelle loro corazze, arditi e fieri, sopra i loro cavalli, le divise, le decorazioni dei grandi dignitari, le uniformi ricche dei generali, degli ufficiali, degli ammiragli.
Ad un tratto Genova tremò come se fosse colpita dal terremoto, i cannoni delle navi e dei forti fecero fuoco a un tempo per salutare il Regio Yact “Savoia,” che entrava nel porto, portando albero di maestro il padiglione reale.
Il porto in quel momento presentava un aspetto meraviglioso, le navi da guerra e di commercio avevano issato i gran pavesi di gala, così che pareva che il golfo fosse coperto da un gran padiglione multicolore, di un magico effetto.
Il porto in quel momento presentava un aspetto maraviglioso
Il “Savoia” manovrando con mirabile precisione sfilò innanzi alle navi estere salutato dagli Urrah! dei marinai ritti sui pennoni, mentre dalle navi, dai forti tuonava l’artiglieria.
La folla, una folla immensa, gremiva tutte le vie che dominano il golfo, e quando i Sovrani scesi dalla loro lancia, posero piede allo scalo “Federigo” da quella massa enorme di popolo partì un grido delirante d’entusiasmo che coprì la voce potente dei cannoni.
Il Re guardò quello stupendo spettacolo, vide centinaia di migliaia di fazzoletti e cappelli sventolanti, e restò vivamente impressionato.
Giuseppe e Rosa aspettarono anche loro ansiosamente i Sovrani, non gli avevano mai visti e ci tenevano a raccontare in America, che il Re era passato vicino a loro.
Dallo scalo al palazzo reale fu per le loro Maestà un continuo trionfo, dalle finestre cadeva una fitta pioggia di fiori, la Regina col suo sorriso seducente salutava la folla, il Re in alta tenuta da generale, portava la mano all’elmo piumato salutando militarmente. I corazzieri scortavano la carrozza reale seguita da quelle contenenti i Principi, i Ministri, gli Ambasciatori.
Quando il Re passò dal luogo dove stavano Rosa e Giuseppe, questi gridò forte—viva il Re!
Giunti al palazzo i Sovrani dovettero presentarsi al balcone e ringraziare il popolo plaudente, Margherita si abbassava sulla terrazza, agitando il fazzoletto con tanta grazia, che l’entusiasmo diveniva delirio.
VII.
Proprio nel momento che l’applauso assordante di un popolo entusiasta, salutava i Sovrani nella massima gloria del fasto reale, mentre tuonava in segno di festa il cannone, gli emigranti in destinazione per Modane venivano accatastati nelle incomode terze classi e la loro dolorosa via Crucis, principiava in tutta la sua crudezza.
I ventitre uomini di Giuseppe si erano recati molto per tempo alla stazione, ma venivano respinti di qua e di là, poiché non gli volevano nelle sale d’aspetto, gl’impiegati facevano le boccaccie vedendo quei poveretti, che pure pagavano i loro biglietti, come tutti gli altri, e avevano come gli altri, tutti i diritti.
Ma sì, andatelo a dire a quei bravi impiegati delle ferrovie essi sono buoni di rispondervi che gli emigranti vengono calcolati meno delle bestie.
Come Dio volle i disgraziati poterono entrare nel treno, e pigiati, serrati l’uno sull’altro, aspettare l’ora della partenza, stanchi, spossati, indolenziti.
Finalmente la locomotiva fischiò, il treno si pose in movimento; mentre attraversava la città giungevano agli orecchi degli emigranti, le grida festose del popolo, che acclamava il Re, vedevano dai finestrini del treno lo sventolare delle bandiere, le antenne, le orifiamme, le navi pavesate, e tutta quella festa, tutta quella gioia, ricordava agli infelici costretti ad emigrare lo squallore dei loro paesi,dove non giunge neppure l’eco di quei gran “festival,” che spesso avvengono nelle città d’Italia, graziose fantasmagorie, che pare siano fatte per nascondere la miseria, che disgraziatamente tiene fra i suoi artigli qualche disgraziata regione dell’Italia.
Il treno fu ben presto fuori di Genova, e alla città in festa subentrarono i deliziosi paesi scaglionati lungo la riviera, ricchi di aranci e di palmeti, dove fiorisce eterna la primavera.
Gli emigranti,—il treno ne era pieno,e ve ne erano di ogni parte d’Italia,—guardavano estatici quei colli pittoreschi dove occhieggiavano ville sontuose;ma non provavano rimpianto, la loro mente era così piena dell’America, che avrebbero rifiutato per essa il paradiso terrestre se fosse loro stato offerto.
Il treno si fermava ad ogni più piccola stazione, e sempre montavano emigranti; e ad ogni momento si ripetevano le scene di addii dolorosi, che ricordavano a tutti le loro famiglie, i loro cari,lasciati nel povero villaggio che avevano abbandonato in cerca della fortuna.
In tanto ai colli ubertosi erano subentrati i monti brulli, le ville non si vedevano più, ma s’incontravano paesetti tutti circondati da viti, dove il sole di settembre faceva maturare i grappoli d’uva; era la regione piemontese, fertile e ricca.
Verso le dieci della sera il convoglio entrò nella stazione di Torino; il treno per Modane non partendo che alla mezzanotte, gli emigranti avevano un paio d’ore di tempo per andare a mangiare.
Furono subito circondati da una quantità di agenti di Hotels, tutti i posti, dicevano gli agenti, a due passi dalla stazione, dove con poco avrebbero potuto mangiare assai bene.
Gli uomini di Giuseppe si consultarono, era un po’ di tempo che non facevano una buona mangiata, non sarebbe mica cascato il mondo; poi si sarebbero regolati, del resto non potevano per fare economia, morire di fame.
Seguirono uno degli agenti, che li portò in una bettola tutt’altro che pulita, dove ordinarono una minestra, del bollito, del vino e niente più.
Mangiarono con avidità quei cibi, e bevvero allegramente un bicchiere di vino per ciascuno.
Figurarsi la loro meraviglia quando gli venne presentato il conto e trovarono che dovevano pagare ciascuno una quota di lire 2.60. Quei poveretti protestarono contro quella ladreria; il padrone però non volle intendere ragione,avevano mangiato, dovevano pagare, quello era il conto e non avrebbe ribassato un soldo.
Mentre la discussione si animava, giunse uno degli agenti e disse:
—Lesti, lesti, se non volete perdere il treno, fra due minuti partenza per Modane.
Paurosi di perdere il treno quei poveretti dovettero pagare, e quindi andarono di corsa alla stazione; alla partenza eravi ancora tempo più di un ora.
L’agente aveva mentito per far terminare la discussione, a tutto favore dei suoi padroni.
Alla mezzanotte passata, finalmente il treno partì per Modane, dove gli emigranti arrivarono la mattina mentre albeggiava; faceva freddo fra quei monti, e gli emigranti quando scesero dal treno erano intirizziti.
Gli agenti della Compagnia Transatlantica li condussero ad un Hotel, dove aspettarono per parecchio tempo, finalmente venne loro consegnato un biglietto di passaggio e furono avvisati che alle due del giorno sarebbero partiti per Parigi.
Gli emigranti, scottati a Torino, non vollero sapere di mangiare all’Hotel di Modane, e si contentarono di comprare del pane, del formaggio, e mangiarselo per via inaffiando il pasto frugale con acqua limpida e fresca.
Da Modane a Parigi, il treno impiegò il doppio dei convogli ordinari, poiché fece un giro nella Svizzera dove raccolse emigranti, fermò ad ogni più piccolo paese, e per più volte i viaggiatori dovettero cambiare treno restando nelle stazioni ore ed ore.
Quando arrivarono a Parigi certo più di ottocento fra italiani, svizzeri e francesi, facevano parte del treno emigranti.
Alla stazione aspettavano dei grandi Omnibus, che condussero i disgraziati in un Hotel, nelle vicinanze della stazione dell’Havre. Attraversando le vie di Parigi, gli emigranti guardavano con gli occhi imbambolati, la maravigliosa città che è capitale della Francia.
Arrivati all’Hotel, vedendo le tavole apparecchiate e credendo che quel vitto fosse pagato, gli emigranti si misero allegramente a mangiare. Fu loro servito del montone con patate, una zuppa con erbe, un pezzo di formaggio e del caffè.
Quando il pasto fu finito comparvero i camerieri per essere pagati; la quota era di tre franchi a testa.
Allora si levò un grido di protesta, così era un’assassinare la gente, bisognava avvisarli, non avrebbero mangiato, o per lo meno si sarebbero regolati domandando il prezzo del vitto.
Ma ogni protesta fu vana, bisognò pagare, e appena quei furfanti dell’Hotel, ebbero i soldi, misero bruscamente fuori gli emigranti dicendo loro:
—Là è dove si parte per l’Havre.
Tutti si diressero verso quel luogo; ma appresero che non sarebbero partiti che fra cinque ore,e nessuno si azzardò a muoversi dalla stazione paurosi di non ritrovare più la via, e così perdere la corsa, e non potere partire.
Giunti all’alba all’Havre, i ventitre di S. Gregorio, videro con gioia il loro padrone che li aspettava nel “dock” della Compagnia Transatlantica.
La “Champagne” mandava turbini di fumo, la partenza era imminente; un treno doveva ancora giungere da Parigi, poi le ancore sarebbero state alzate, e il grande battello prenderebbe il largo.
Gli emigranti, uomini e donne alla rinfusa entrarono in un grande stanzone dove erano pronti i medici per vaccinarli.
Molti avevano paura di quell’operazione e cercavano di fuggire, ma venivano trattenuti; i loro bracci denudati, a forza ricevevano la puntura della lancetta contenente il pus; le donne dovevano slacciarsi il corpetto, scoprirsi le braccia in presenza di tutti, alcune lo facevano con aria sfrontata e civettuola, altre divenivano rosse, rosse.
Coloro però che avevano i segni ancora visibili del vaccino, non venivano tocchi.
I medici consegnavano a tutti un biglietto di cartoncino sul quale stava scritto, come e qualmente il possessore di esso fosse in regola con la vaccinazione.
Ma tutto non era finito, in quell’anno infuriava il colera e dopo il vaccino, i disgraziati emigranti, erano costretti a passare nelle sale dei suffimigi, da dove uscivano a mezzo soffocati.
Finalmente veniva loro dato di mettere piede a bordo, e allora era una corsa pazza, un pigiarsi sulla scala come se andassero a prendere possesso di una fortezza.
A bordo si precipitavano nel compartimento loro assegnato scegliendo le cuccette più comode mettendo in esse come segnale di presa di possesso i loro bagagli....
Dal treno che giunse da Parigi verso le nove scese fra gli altri una giovane donna, vestita modestamente, ma di una classe certo differente di molto da quella dei soliti emigranti.
La donna aveva sul volto una veletta, i guardiani le dimandarono di qual classe avesse il biglietto, essa rispose senza esitare:
—Di terza classe.
Allora le venne indicato il luogo da dove si andava a bordo, ed essa salì la scala e si trovò nel bastimento.
In lingua francese domandò ad un marinaio dove si trovasse il compartimento addetto alle donne.
Il marinaio scosse la testa e disse:
—Non ve ne sono compartimenti per le donne.
—Come, i cameroni sono a comune?
—Sì.
Un moto di ripugnanza non poté essere trattenuto dalla donna; poi sospirò e si avviò risoluta verso la terza classe per trovare anche lei la sua cuccetta.
Quando arrivò sotto coperta il tanfo di quel luogo la prese alla gola, barcollò, credeva cadere, finalmente si fece coraggio,vinse la ripugnanza, cercò qua e là fino a quando trovò una cuccetta appartata in un angolo! Depositò sul materazzo di tela scura e umida, una piccola valigia che teneva in mano, poi sentendosi morire, salì sul ponte a respirare l’aria pura.
Le ancore erano levate, il battello si muoveva, gli emigranti gridavano, battevano le mani, felici di andare nel paese delle illusioni...........................................................................
PARTE PRIMA.
In mezzo all’Oceano.
I.
La “Champagne” passò maestosamente la punta del molo, salutata dallo sventolare dei fazzoletti della folla; il cannoncino di bordo fece intendere la sua voce; poi a poco a poco, la gettata si fece meno distinta, la terra cominciò ad apparire come una striscia nera sull’orizzonte.
Il tempo era bello, il mare tranquillo, la traversata principiava sotto i migliori auspici.
Rosa e Giuseppe erano in seconda classe, e guardavano con aria di commiserazione grande, i miserabili che stavano in terza.
La prima classe era affollata di passeggieri francesi e americani per la maggior parte; tutti al momento della partenza erano sul ponte per godere lo spettacolo. Tutta quella gente che pochi momenti prima non si conosceva affatto, in men che si dice aveva stretto legami di intimità; le presentazioni si facevano personalmente; si scambiava un biglietto di visita e si diventava amici, almeno per gli otto giorni della traversata.
Nei gruppi dei viaggiatori era il Conte Carlo di Rialto, che indossava un elegante abito da viaggio.
Il furfante dopo la bella prodezza, che costò la vita al padre, lasciò Genova a precipizio con gli abiti che aveva in dosso. A Parigi rifornì la sua guardaroba, così che quando arrivò a bordo poté sfoggiare un abito nuovo fiammante.
Carlo essendo stato educato in modo aristocratico, parlava benissimo non solo il francese,ma anche l’inglese, così che poche ore dopo che si trovava sul battello, aveva conquistato le buone grazie degli uomini e delle signore.
La prima colazione fatta a bordo del salone ricco di affreschi e dorature,fu allegrissima, il mal di mare non si faceva ancora sentire e tutti mangiavano con grande appetito.
Carlo aveva alla sua destra una gentile fanciulla, che non contava al certo più di diciotto anni.
La giovane era accompagnata dalla madre, una francese che da un collegio di Francia la riportava in America, dove la leggiadra ragazza era nata.
Inez, aveva i capelli biondi, ma di un biondo caldo, mirabilmente bello, i suoi occhioni turchini tagliati a mandorla, parevano quelli di una andalusa, la carnagione di una bianchezza lattea aveva sfumature rosate sulle gote, le labbra rosse, forse anche troppo rosse, erano grosse e procaci, e lasciavano intravedere una dentatura stupenda; non alta di statura, Inez era una di quelle figurine piene di grazia che innamorano al solo vederle.
Carlo, aveva fatto da Parigi il viaggio in un compartimento di prima classe, con Inez e la madre sua.
Nelle quattro ore che restarono confinati nel treno, il giovine aveva avuto campo di parlare, e naturalmente sapendo che tutti e tre avrebbero fatto il viaggio sul medesimo vapore, regnò subito una certa intimità.
Inez, nei due anni che era restata in Francia, aveva formato la sua educazione in modo aristocratico, raffinata come si usa al Sacro Cuore a Parigi; per ciò fu ben lieta che una corona di Conte fosse sul biglietto da visita che Carlo presentò a lei e sua madre, giungendo all’Havre.
Durante il pasto servito con ricchezza e buon gusto, Carlo fece sfoggio del suo spirito e tenne allegri non solo Inez, ma anche i compagni tutti di tavola, che riconobbero subito in lui uno di coloro che a bordo durante le lunghe traversate,sono una vera provvidenza per tenere buona compagnia.
II.
Anche in terza classe gli emigranti fecero quel giorno colazione allegramente. I capo-rancio si recarono alla cucina con i grandi recipienti di latta lucida e li riportarono ai loro compagni pieni di carne e di lenticchie; il recipiente del vino fu empito, il pane dalla corteccia, nerastra, abbruciata, ma dalla mollica bianca come latte fu dato abbondante.
Seduti per terra o in piccoli sgabelli portatili, o adagiati sopra rotoli di corde e di gomene, o appoggiati agli attrezzi della nave, tutti mangiavano con grande appetito. I fanciulli correvano di gruppo in gruppo, schiamazzando urlando, inciampando nei piatti di latta, ricevendo sgridate da quanti venivano molestati.
In mezzo a quella specie di allegria febbrile, una donna, colei che abbiamo vista nero vestita montare all’Havre e prendere posto in terza classe, stava muta e pensierosa, fissando col suo sguardo l’acqua del mare, la terra lontana, lontana che si perdeva fra la nebbia.
Il vento a sbalzi faceva smuovere la veletta che le parava sul volto, e allora mostrava il suo volto pallido, ma di angelica bellezza. Quella donna altro non era che colei che ricevé l’ultimo respiro del vecchio Conte Rialto, era Maria la vittima di Carlo, che seguiva implacabile il suo seduttore attraverso i mari per vendicarsi.
La storia della poveretta è brevissima, nata da nobile e ricca famiglia, tutto ad un tratto aveva visto la miseria bussare implacabile alla porta del palazzo paterno, venduto all’incanto dal pubblico banditore, i suoi genitori, il giorno che si trovarono rovinati morirono di crepacuore, la poveretta restò sola e dovette per vivere lavorare; era istruita e trovò ben presto un posto d’istitutrice in una famiglia borghese che la trattava dall’alto in basso, con quella superbia che è caratteristica dei villani rifatti.
Carlo un giorno incontrò Maria, i suoi istinti libertini furono svegliati dalla pura bellezza di quella pallida vergine, pure elegante sotto i suoi abiti modestissimi.
Cominciò a seguirla, a farle una corte spietata, fu eloquente quanto mai dire si possa, e la fanciulla un giorno gli confessò che lo amava. Carlo aveva fatto più che metà cammino e ben presto a forza di promesse, di preghiere, Maria si dette interamente all’uomo che per il primo aveva fatto battere il suo cuore.
Furono giorni ed ebbrezze deliziose, che ebbero però il più triste risveglio. Un giorno Maria si accorse di essere madre, allora col cuore palpitante, rossa dalla vergogna confessò all’amante il suo stato. Da quel momento Carlo rallentò le sue visite, cercò di sfuggire Maria, e la disgraziata dovette convincersi che era stata vittima del più nero tradimento.
Intanto le prove del suo fallo si facevano sempre più manifeste, e dovette lasciare la famiglia dove era impiegata, prese in affitto una meschina cameretta in un quartiere dei più poveri di Genova e aspettò il momento fatale, facendo economia del poco denaro che erale restato, vendendo, impegnando quasi tutti i gioielli di famiglia.
In questo lasso di tempo vide qualche volta Carlo, implorò da lui il mantenimento delle promesse; ma il dissoluto le rispose cinicamente che il matrimonio è fatto per i gonzi, che l’amore libero è la più bella cosa che esista.
Il bambino di Maria nacque morto, quel frutto della colpa fu spento nel seno che per nove mesi lo aveva nutrito, e fu opera santa e misericordiosa.
Maria, ristabilita in salute, non cessò di cercare e parlare a Carlo, ma questi fu sempre spietato.
Allora nel cuore della fanciulla prese posto un grande desiderio di vendetta, era disposta a tutto anche ad uccidere come un cane in mezzo la via il ladro del suo onore, prima però di rendersi colpevole di un delitto che certo la giustizia umana le avrebbe perdonato, volle parlare col vecchio Conte, raccontare al nobile uomo del quale tutta Genova cantava le lodi1, la sua triste storia, e a tale scopo si recava in casa Rialto, dove come sappiamo trovò morente il Conte e apprese la partenza per l’America di Carlo.
La disgraziata vendendo un paio di orecchini di brillanti, ultimo avanzo di preziose memorie di famiglia, si procurò il denaro per andare fino all’Havre e colpire l’amante infedele prima che il piroscafo partisse; giunse quando già Carlo era imbarcato, allora non stette in forse un momento e decise di seguirlo in America, prese un biglietto di terza classe e salì a bordo della “Champagne.”
La disgraziata vendendo un paio di orecchini di brillanti, ultimo avanzo di preziose memorie di famiglia
Gli emigranti, mentre mangiavano a quattro ganasce, si additavano Maria, e si scambiavano le loro impressioni ad alta voce.
—Sarà una principessa.....
—Già che viaggia in terza classe per istruirsi....
—Certo non ha le mani come le nostre.
—In America farà fortuna, troverà il lavoro adatto alla sua bellezza e guadagnerà più di noi.
—Non mangia; certo la carne e lenticchie non sono polli e arrosto.
Maria non sentiva nulla e seguitava a guardare il mare.
Tutto ad un tratto un giovane dai modi distinti - vestito modestamente, ma con una certa ricercatezza si avvicinò a Maria, e con voce dolcissima, le disse:
—Signorina, non mangiate?
—Cosa ve ne importa?—rispose bruscamente la fanciulla.
—Scusate, foste assegnata al mio rancio, ora se voi non venite vi mangeranno tutto.
—Non ho fame.....
—Scusate se vi ho disturbato.
Maria si voltò, fissò il volto simpatico del giovine, vide il suo sguardo franco e leale, indovinò che lo aveva con le sue risposte secche e imperiose disgustato, e stendendogli la mano gli disse:
—Perdonatemi, soffro tanto!
Il giovane strinse la mano di Maria, e un lampo di gioia illuminò i suoi occhi nerissimi.
—Pare che la smorfiosa abbia già trovato il fatto suo,—sogghignò una donna, lurido ammasso di panni sudici, che mangiava la carne tenendola fra le mani e strappandola coi denti.
—Certo quel giovanotto non è per voi,—rispose un’altra, che con le poppe fuori alla vista di tutti allattava un bambino.
—Io ho mio marito che mi aspetta a New-York, cara voi, e non so che farmene dei zerbinotti.
Il giovine salutata Maria, la lasciò alle sue triste meditazioni, però da lungi la seguiva con lo sguardo sentendosi fortemente attirato verso quella povera desolata.
Quel giovanotto poteva avere venticinque anni, si chiamava Ernesto Baldi, era di Napoli, di professione pittore.
I suoi genitori avevano fatto dei veri sacrifici per mantenerlo alle scuole; e ora andava in America per trovare col lavoro da guadagnare tanto che bastasse a ricompensare i genitori che avevano numerosa famiglia.
Si era imbarcato con gran dolore; adorava gli autori dei suoi giorni, amava Napoli la città seducente, dove un’artista prova incanti continui in quella festa splendida della natura che rallegra eternamente la bella Partenope; ma il suo pennello gli fruttava ben poca cosa, aveva sentito dire delle mercedi favolose che si pagavano in America, e volle tentare la fortuna non per sé, ma per i suoi.
Alla sera seguitando il mare ad essere buono, gli emigranti al suono di un’organetto ballarono furiosamente; la tarantella in modo speciale trovò molti danzatori.
I passeggeri di classe su dal posto a loro assegnato guardavano, divertendosi un mondo alle mosse serpentine e buffe degli uomini e delle donne, che si saltellavano dinanzi, si giravano a torno con gesti provocanti, sfregandosi, unendosi, sciogliendosi, intrecciando la danza caratteristica senza posa, fra gli applausi generali.
Giuseppe e Rosa erano scesi giù in terza classe; in seconda, fra i signori, si trovavano a disagio, avevano avuto il buon senso di capire che il “salone” non era per loro, per svagarsi era d’uopo si trovassero nel loro elemento.
Nel salone di prima classe dopo il pranzo vi fu una specie di concerto, anche la bella Inez cantò una romanza inglese; non aveva una gran bella voce, ma gli applausi non le vennero lesinati.
Finito il concerto quasi tutti i passeggeri salirono sul ponte illuminato dalle lampade elettriche.
La serata era splendida; nel cielo non si scorgeva una nube, e le stelle brillavano in tutto il loro fulgore mentre la luna poneva sulle quiete acque un largo riflesso argenteo; di terra non si scorgeva più neppure il segno, e la “Champagne” filava velocemente verso il Nuovo Mondo.
Stando sul ponte si vedevano giù nella penombra, a prua, brulicare gli emigranti, che cantavano, gridavano e applaudivano.....
Carlo correva addirittura alla baionetta, alla conquista della bionda Inez; essa passeggiava al suo fianco lesta, con quell’andare quasi febbrile che si usa a bordo, mentre la madre sdraiata in una poltrona di giunchi, leggeva al chiarore dell’elettrico un romanzo di Daudet.
—Sì, signorina,—diceva Carlo,—credo che mercé vostra, mi sembrerà corto il viaggio.
—Non mi piacciono i madrigali; è il difetto di tutti gli italiani.
—E come lo sapete?....
—Come?... Ma sono stata al Sacro Cuore a Parigi!
—E.... al Sacro Cuore si parla di cose così profane?
—Ma certo, è pur d’uopo conoscere la vita!
Carlo guardava stupefatto la sua compagna; come, in una casa di educazione delle più celebri si insegnava a conoscere la vita elegante, a delle fanciulle ancora giovanissime?
Cascava dalle nuvole. Eppure era la cosa più naturale del mondo, perché al giorno d’oggi la maggior parte dei collegi, tanto maschili che femminili, sono niente più e niente meno, anticamere della più sfrenata corruzione.
Che i puritani non arriccino il naso, perché è verità sacrosanta, e chi mettendo risolutamente il dito sulla piaga svelasse e scrivesse “i misteri dei collegi,” farebbe opera eminentemente buona.
—Siete rimasto muto,—disse Inez, con una mossa biricchina.
—No, pensavo cosa possono avervi detto della gioventù italiana, quando eravate educanda.
—Non gran cosa; solo che gl’italiani sono pieni di fuoco, di ardore, molto facili a fare complimenti e giuramenti, che poi non mantengono.
—Diamine, chi vi ha detto ciò non simpatizza davvero coi nostri giovinotti.
—La monaca che così parlava era italiana.
—Comprendo, comprendo, avrà vestito l’abito dopo una disillusione amorosa.
—Credo.....
—E la brava istitutrice non vi parlava mai dei suoi amori che la trasformarono in suora?
Gli occhi di Inez luccicarono e si umidirono, Carlo la sentiva fremere sotto il suo braccio. Cosa mai ricordava alla fanciulla la monaca italiana?
—Non rispondete?.....
—Andiamo da mia madre... vi prego,—disse con voce commossa.
Carlo obbedì senza fiatare e due minuti dopo Inez si trovava presso la madre, sotto la sua protezione.
Carlo si recò alla sua cabina pensando alle sensazioni deliziose, che aveva provato vicino a Inez, una fanciulla che a quanto pareva, doveva essere assai emancipata.
III.
Durante la notte si levò un forte vento; il mare, da calmo divenne agitato, e il battello cominciò a rollare.
Alla mattina continuando il tempo poco buono, la scena a bordo era completamente cambiata; sul ponte erano pochissimi i passeggeri, tanto di classe, quanto emigranti; quei pochi che abituati al mare non soffrivano, passeggiavano rapidamente in lungo e in largo, sferzati dal vento, che soffiava con violenza; altri stavano sdraiati nelle poltrone immobili, coperti da scialli, con il volto pallido, lo sguardo attonito, con il convulso del vomito.
In terza classe, a prua, dove di quando in quando le onde rotte con forza alzavano un grande spolverio che serviva quasi di lavanda a quella parte del vapore, si vedevano dei disgraziati, uomini e donne, accovacciati sotto coperte di lana, torturati dal mal di mare, lividi, oppressi, col sudor freddo sulla fronte, impotenti a muoversi e levarsi dal luridume che gli circondava.
Passando nei corridoi delle cabine, dove dominava l’aria calda, satura di odori nauseanti, primo fra tutto quello dell’olio bollito nelle padelliere di ottone della macchina, si udivano dei gemiti, ad ogni tratto suonavano i campanelli elettrici, i camerieri e le cameriere accorrevano di qua e di là traballando, facendo dei grandi sforzi per restare in piedi.
Nel salone le coppe di cristallo, sulle mensole sospese, si urtavano producendo un gran tintinnio.......
Nel compartimento di terza classe, dove a stento penetrava l’aria infetta; il caldo, il rollio del vapore faceva soffrire orribilmente.
I fanciulli piangevano, le donne si lamentavano; molti invocavano un sorso d’acqua, un calmante, altri volendo fuggire da quella bolgia si alzavano a stento dalla cuccetta, ma non appena lasciata la posizione orizzontale, lo stomaco, agitato, faceva il suo effetto, e lungo le strette corsie era uno scrosciare di materie vomitate, un oncare che eccitava quanti erano costretti ad udire, a far lo stesso.
L’aria impregnata da tutti questi miasmi, ai quali si univano le sudicerie dei ragazzi, non purificata da nessuna corrente, diveniva, di momento in momento, sempre più soffocante.
Maria si sentiva morire; natura delicata, soffriva orrendamente; ad un tratto non potendone più si alzò alla meglio dalla sua misera cuccetta e reggendosi a stento, passando fra tutte le sconcezze, trattenendo a gran forza il vomito, si diresse verso la scala che metteva sopra coperta.
Quando l’aria fresca e pura la colpì in pieno volto, respirò con voluttà; si sentiva rinascere; appoggiata ai meccanismi del vincio, reggendosi ad una corda, stette in piedi, ferma al suo posto non curante del vento che faceva turbinare i suoi capelli, e serrava le brune vesti intorno alla persona facendone risaltare le forme bellissime.
Giuseppe non soffriva il mal di mare e passeggiava con una certa fierezza nel compartimento di seconda classe; ma Rosa smaniava nella cabina ammalata e febbricitante.
La gentile Inez e sua madre, pallide e col volto contratto da un gran malessere, stavano sdraiate sopra i divani del salone, assistite da Carlo, il quale, nella sua qualità di genovese, era un mezzo marinaio per cui il mare era impotente ad abbatterlo.
Quando suonò la campana della colazione, nei saloni di prima e seconda classe, furono ben pochi che andarono a tavola.
Il capitano, prendendo il suo posto alla mensa, disse a Carlo e ai rari altri passeggeri:
—Poca compagnia oggi; ma domani tutto ritornerà calmo, il vento cesserà come per incanto.
—Auguriamocelo, capitano,—disse un viaggiatore, un tipo biondo alto, che si diceva francese e aveva modi da gentiluomo perfetto.
—Non è allegro stare a tavola senza le signore,—riprese Carlo.
—Avete ragione,—rispose il capitano,—le signore aiutano con la loro presenza a rendere allegra la conversazione, ad animarla.
E su questo tono, continuarono i discorsi, durante il pasto, mentre il rollio faceva traballare le bottiglie, i bicchieri, e i piatti prendevano pendenze allarmanti.
In terza classe furono pochissimi coloro che si recarono a prendere il pranzo, nessuno si sentiva la forza di mangiare, anzi l’odore del cibo, un’odore speciale, che sia per effetto del mal di mare o per altro, era quel giorno addirittura insopportabile.
Gli emigranti più che cibo volevano acqua e si affollavano nella stanzetta dove si faceva la distribuzione del prezioso elemento.
I marinai, sguaiati, brutali, rispondevano malamente alle domande degli emigranti, pareva che godessero di farli soffrire.
Il vento si faceva sempre più fresco, il battello sbattuto dalle onde, si piegava sotto vento, e riempiva la coverta d’acqua, le sartie allentandosi strappavano le griselle con un rumore secco e cupo, i paterazzi dell’armatura sbattevano insieme producendo un suono di cattivo augurio, che metteva paura in quanti non conoscevano la vita marina.
I pennoni scricchiolavano nei loro serra-pennoni, come se di momento in momento, tutta l’alberatura dovesse cadere atterrata dal vento.
La prua s’immergeva nelle onde, un fremito scuoteva i trincanini, e le batti-bande delle opere morte.
E tutto quel rumore, che non dava nessun pensiero ai marinai, spaventava i viaggiatori, che imprecavano a quel tempo indiavolato.
Verso sera il vento cominciò a calmarsi, ma fu soltanto la notte che il mare ritornò quieto come un lago.
IV.
Il vento era cessato. L’oceano appariva di una calma meravigliosa, il sole splendeva nel cielo senza nubi, e a bordo tutti stavano bene, e vi regnava una grande allegria. Delle torture del giorno innanzi nessuno se ne ricordava. Maria guardava quel mare calmo, e il suo occhio pareva scrutare i misteri di quella immensa massa d’acqua.
—Ebbene, signora, come ve la siete passata ieri?—le domandò il giovine pittore.
—Non molto bene, restai fin che ho potuto resistere nella cuccetta, poi sentendomi morire venni sul ponte, l’aria pura e fresca mi sollevò, tutto il giorno intirizzita dal freddo, bagnata dagli spruzzi delle onde, restai sopra coperta; non avendo il coraggio di tornare giù, dove si soffocava. Finalmente quando il mare cominciò a calmarsi, ritornai a basso, e stringendo alle narici la mia bottiglia di sali, mi fu dato addormentarmi di un sonno pesante, che somigliava molto a quella letargia penosa che dà la febbre..... E voi soffriste?
—Orrendamente, e non ebbi, né la forza, né il coraggio di lasciare il lurido canile nel quale sono confinato; per tutto il giorno ho dovuto assistere all’immondo e ributtante spettacolo, di tutti quei malati che mi circondavano, torturato dai loro gemiti, stordito dall’aria infetta, accasciato dal calore soffocante. È un vero miracolo se viaggiando in tal modo non scoppia un’epidemia a bordo.
Suonò la campana del pasto; quella mattina gli emigranti si affollarono alla cucina, e il ritorno dei provveditori fu accolto con grido di gioia, specialmente perché nei recipienti di latta fumavano appetitosi e belli, i maccheroni alla napoletana.
Un ragazzetto di quindici anni circa, allegro e chiassone, sparse in un attimo la notizia che si sarebbero mangiati maccheroni, e da un punto all’altro della terza classe, la novella era stata accolta con gioia.
Maria vedendo che si dispensava il vitto, disse al pittore:
—Scusate se vi lascio.
—Andate via?
—Sì, vado nella mia cuccetta. I cibi che ci danno mi fanno venire il mal di mare.
—Avete ragione. Le Compagnie promettono mari e monti, cibi squisiti, carne fresca, cabine pulite, e da mangiare poi, ci danno roba da bestie, e per dormire ci tengono come i cani.
—Eppure, vi sono alcuni che ingrasseranno durante la traversata.
—Certo, sono i disgraziati che vengono da paesi dove la carne la mangiavano per le grandi solennità, e in quanto a dormire, le loro povere casupole valevano bene quelle sporche corsie nelle quali siamo confinati. Però, signora, se il cibo non è buono, non è questa una ragione per farvi morire di fame, bisogna sforzarsi altrimenti diverrete tanto debole da ammalarne.
—Tengo qualche provvista, un po’ di liquore e per ora basta;—ciò detto Maria se ne andò.
Fra gli emigranti che facevano più di tutti festosa accoglienza ai maccheroni eranvi i ventitre uomini portati da Giuseppe, per loro il cibo era dei migliori e cominciavano a sentire le dolcezze americane.
Il giorno innanzi avevano, è vero, sofferto il mal di mare; ma quella specie di purga fa bene,—dicevano,—ci ripulisce lo stomaco dalle bili ingoiate nei nostri paesi.
Mentre gli emigranti mangiavano con un appetito dei migliori, Inez al braccio di Carlo comparve in mezzo a loro.
La fanciulla, aveva avuto il capriccio di visitare la terza classe e il Conte si era fatto un dovere di accompagnarla.
—I signori! i signori!—mormorarono alcuni.
—Maccheroni alla francese,—gridò il giovinetto quindicenne, che tutti chiamavano Totò,—sugo di bosco e nulla formaggio; signora e signore ne volete?
E Totò, con una mossa comica, offrì con la forchetta dei maccheroni a Carlo e Inez.
—Signorina, prendete la vostra boccetta dei profumi,—disse Carlo,—perché vi è un tanfo, che sembra attraversare una stalla.
—Come sono sudici,—mormorò Inez premendo la boccetta alle sue delicate narici.
—Passa l’aristocrazia,—disse Totò,—largo e zum... zum... zum!..—e il biricchino accompagnava le parole battendo col cucchiaio sul suo piatto di latta.
—Ve lo dicevo io, che entravamo nel mondo del sudiciume.
—Andiamo, andiamo, signor Carlo; non ne posso più, mi sento venire il mal di mare.
—Sì, sì, andiamo, non avreste dovuto venirci.
Carlo e Inez, se ne andavano, mentre Totò dietro a loro gridava:
—L’aristocrazia parte, zum... zum... zum.....
Dopo il pasto gli emigranti ballarono, cantarono di qua e là, si formavano dei gruppi dove si giuocava alle carte, a tombola; cominciavano a formarsi dei duetti amorosi, i giovani si avvicinavano alle fanciulle, qualcuno, rari però, leggeva dei romanzi.
Vi erano dei vecchi americani, di quelli che passavano il mare,—dicevano loro,—per la ventesima volta e narravano le meraviglie dell’America circondati da una folla attenta, che pendeva dalle loro labbra, bevendo un mondo di fandonie.
Nel salone di prima classe si giuocava allegramente al “baccarat;” quel tal francese grande e aristocratico, al quale abbiamo già accennato, teneva il banco con una fortuna indiavolata.
—Monsieur Gerome,—diceva uno dei giuocatori:—se continuate così ci spoglierete prima di essere a metà del viaggio.
—Mio Dio,—rispondeva con una voce armoniosa il francese,—sarei ben fortunato che la vena cambiasse.
Ma ad onta di quel desiderio, la fortuna non voleva abbandonare Gerome.
Carlo non giuocava e guardava con insistenza quel giocatore elegante, che non perdeva mai una mano.
Ad un tratto le labbra del conte ebbero un sorriso di trionfo; aveva scoperto il perché di quella fortuna scandalosa; Gerome non era che un abile baro, che con perizia ammirabile “correggeva la fortuna.”
Carlo, al quale non era ignota nessuna furfanteria, aveva sorpreso la manovra del francese.
Però non fiatò, non gridò ladro e baro, tenne per sé la sua osservazione proponendosi, se lo credesse opportuno, di sfruttare a suo tempo la scoperta fatta.
Sì, Gerome altro non era che uno di quei cavalieri d’industria, di quei bari, che s’incontrano in tutti i piroscafi che fanno delle lunghe traversate.
Ladri in guanti gialli, gentiluomini fino alla punta dei capelli, educati, istruiti, servizievoli, diventano ben presto a bordo gli amici degli uomini, i beniamini delle signore, e spogliano allegramente i primi e..... anche le seconde.
Un piroscafo è un mondo in miniatura, dove s’incontra ogni genere di persone, gli onesti e i birbanti si danno la mano, in quell’intimità che diventa subito tanto espansiva.
—Quando sarà il tempo opportuno divideremo il bottino,—mormorava Carlo, seguitando a guardare Gerome.
Il “baccarat” seguitò per buona parte del giorno e il baro fece una pingue raccolta.
La sera del terzo giorno di viaggio essendo il tempo splendido, nel salone si ballò, le signore indossavano “toilettes” elegantissime, e gli uomini posero lo “smoking jacket.”
Carlo fece turbinare fra le sue braccia Inez, che si abbandonava con una grazia incantevole.
Strana ragazza quella Inez, coi suoi languori voluttuosi, i suoi sospiri soffocati, i rossori improvvisi, le strette febbrili delle mani.
Carlo studiava la fanciulla e intravedeva in quel corpicino grazioso delle passioni violente, certo svegliate ansi tempo, da qualche compagna o maestra che la sapeva lunga sul conto della voluttà e del piacere.
Inez Vallery, era figlia di un ricco negoziante francese abitante in California; il comandante della “Champagne” aveva per la madre e per la figlia un mondo di attenzioni, perché il Vallery aveva un buon lotto di azioni della transatlantica.
Carlo naturalmente formò il suo piano; conquistare la ricca fanciulla, farsi amare, possederla, e quindi anche a dispetto dei genitori sposarla, e rimettere così i suoi affari a galla.
Per ciò il Conte faceva una corte spietata ad Inez, la quale, con una leggerezza anche troppo spinta accettava gli omaggi del giovane, anzi, pareva che lo spingesse ad essere ardito.
La madre di Inez, ancora giovane e abbastanza civetta, si dava ben poca cura della figlia, tutta intenta, pareva, a tessere un idilio col medico di bordo, un bell’uomo in verità, adatto anche a fare il corazziere, tanto era alto e ben fatto.
Dopo il ballo Carlo condusse Inez a passeggiare sul ponte.
La fanciulla vestiva un elegante abito di “foulard” color rosa, con trine ricche e artistiche al corpetto, scollato in modo che si vedeva fra i veli, il principio del seno bianco e provocante.
I due giovani passeggiarono a lungo, guardando la luna, ammirando le stelle, stretti l’uno all’altra come due amanti.
Si faceva tardi e i passaggieri andavano a letto, così che Carlo e Inez restarono soli.
—In collegio ballavate?—diceva Carlo.
—E come? Quasi ogni sera.
—Provando un gran piacere?
—Grandissimo.
—Spero bene che non vi saranno stati dei giovani?
—No, ma ognuno di noi aveva la sua prediletta alla quale volevamo tanto bene.
—Ah! sì.
—Ci amavamo, ed eravamo anche gelose se qualcuna tentava portarcela via.
—Strano, strano,—mormorava Carlo.
—Non vi è nulla di strano. La mia prediletta era una graziosa bruna, tutta fuoco, poi.........
Inez si arrestò e sorrise.........
—Ebbene?
—Sono cose che non vi riguardano.....
Carlo cinse con un braccio la vita svelta della fanciulla e mormorò:
—Credete che non potrei farvi dimenticare quella bruna?
Gli occhi di Inez si volsero languidamente verso Carlo, e disse:
—Chi lo sa?....
Carlo ebbe un lampo di trionfo nello sguardo, sentiva che la bionda Inez era preda facile alla conquista.
La fanciulla aveva fatalmente imparato nei due anni di collegio, tutte quelle turpitudini, che compagne corrotte, istitutrici senza anima e coscienza, sembra abbiano la missione di rivelare alle ingenue ragazze che entrate nell’educandato, vergini di anima e di corpo, ne escono non più caste, non più pure.
Carlo in quella notte serena, in mezzo all’Oceano incantevole, sotto quella luce che pioveva dal cielo, fra le ombre discrete del battello fu eloquente, affascinante; Inez lo ascoltava fremendo, un languore dolce la invadeva, e se il seduttore avesse voluto, avrebbe facilmente trionfato.
Carlo fu prudente, riserbò ad altro tempo la presa di possesso, che oramai riteneva certa.
A rompere quel seducente colloquio, venne la voce della madre che gridava:
—Inez! Inez! dove sei?
—Vengo mamma!—rispose Inez.
Carlo la baciò a lungo sulle labbra, ella si svincolò da quella stretta febbrile e corse dalla genitrice sorridente come se nulla fosse accaduto.
—Dove ti eri ficcata?
—Nel “Ladies Room,” dove leggevo una rivista.
—Ti credeva col Conte italiano.
—Ti ingannavi, neppure l’ho visto dopo il ballo.
Madre e figlia si ritirarono nella loro cabina; entrambe avevano per bene impiegato la loro serata.....
Anche in terza classe molti erano rimasti all’aria aperta, in quella notte mite e bellissima.
Alcuni avevano portato sopra coverta dei materassi e dormivano tranquillamente, altri facevano dialoghi molto intimi negli angoli più oscuri del bastimento. Nei corridoi delle macchine si sentivano sommessi parlari, e chi avesse teso per bene l’orecchio, avrebbe inteso il distinto scoccare dei baci, accompagnati da misteriosi sospiri.
A volte a volte, dal boccaporto che metteva ai dormitori, usciva una figura di donna, che guardava di qua e di là, incerta, timorosa, poi risolutamente si avviava verso la prua, dove presto era raggiunta da una figura di uomo; certo là in quell’angolo dove non penetravano i raggi della luna avveniva un non so che di misterioso.....
Ernesto, il giovine pittore era anche lui sopra coverta, esso guardava coi suoi occhi di artista lo splendore di quella notte e pensava, che chi fosse da tanto di potere riprodurre sulla tela quella scena meravigliosa avrebbe fatto la sua fortuna a grande velocità.
L’arte sola però non assorbiva il pensiero del pittore; esso pensava anche a Maria, alla bella e desolata Maria, che appariva come un angelo in mezzo a quel lurido inferno della terza classe.
Certo un mistero doveva esservi nel passato di quella donna, sempre mesta, sempre triste e taciturna, quel volto bellissimo, improntato a tetra severità, portava le traccie di inenarrabili dolori.
Ad un tratto Ernesto trasalì, aveva visto a due passi da lui Maria che contemplava il cielo, come rapita da una visione.
La luna colpiva in pieno volto la donna, mettendo in rilievo la purezza dei suoi lineamenti, rendendo ancora più belli i suoi occhi, la sua testa angelica.
Ernesto la contemplò a lungo senza fiatare, poi vedendo che Maria restava immobile come una statua, si avvicinò a lei e timidamente le disse:
—Che splendido spettacolo.....
La donna si scosse, e si voltò con aria risentita; ma riconoscendo il pittore, sorrise mestamente e disse:
—Sì, è sublime!....
—Signora, vorreste permettere ad un infelice come me, di tentare consolarvi con qualche buona parola, la sventura è meno grave se un’anima amica la divide.....
Maria restò muta un’istante, i suoi occhi fissarono con insistenza Ernesto, poi come se prendesse una decisione estrema, rispose:
—Sareste un vero amico?....
—Sì.
—Senza secondi fini?....
Il volto di Ernesto si atteggiò a dolore, Maria comprese e stese la mano al giovine e:
—Accetto la vostra amicizia.
—Grazie,—mormorò Ernesto,—non sapete il bene che mi fate!
“Io pure sono infelice, io pure ho un cuore che soffre; a chi potrei dire le mie pene, se non che a persona che sapesse comprenderle?
I due giovani stettero a lungo in colloquio, Ernesto raccontò perché aveva lasciato la sua diletta Napoli, le sue speranze, i suoi timori, ricordando la famiglia, la commozione lo assalì e pianse a calde lagrime.
Ora si trovava in quel battello, in un mondo nuovo, in mezzo ad esseri, che non lo comprendevano, perso fra quella folla, che un solo desiderio aveva, quello di far fortuna presto, a qualunque costo, nel paese dove andavano con audacie da conquistatori.
Nel breve tempo che aveva passato a bordo, erasi fatto un concetto esatto dei sentimenti che animavano la maggior parte degli emigranti, aveva udito cose, che lo facevano strabiliare!
Molti di quei disgraziati, abbrutiti certo dalla miseria, sostenevano massime nuove di galantomismo e di onestà, come se passando l’Oceano andassero in un paese dove onore e probità fossero lettera morta.
Però, accanto a coloro che sono il fango dell’emigrazione, e che fatalmente giunti in America, arrivano primi alla fortuna, eranvi onesti operai, buoni lavoratori, che si recavano al Nuovo Mondo nella speranza di farvi per le loro famiglie un nido più comodo di quello che erano stati costretti a lasciare in Italia.
Ernesto provava un grande scoraggiamento.
Cosa sarebbe avvenuto di lui in un paese del quale non conosceva la lingua, e dove da quanto aveva inteso, valevano più due forti e robuste braccia, che l’ingegno, la scienza, l’arte?
Maria ascoltò attentamente lo sfogo doloroso di quell’anima e tentò consolarla col raggio vivificatore della speranza; le sue parole dolcissime furono balsamo salutare per quel cuore esacerbato, ed egli ringraziò la donna che gli appariva angelo consolatore in quei momenti di suprema tristezza.
—Vi ringrazio,—disse alla fine Ernesto,—per il bene che mi fate con le vostre parole; ma perché non volete che io pure consoli il vostro cuore che deve orribilmente soffrire?
—La mia piaga è di quelle che è impossibile curare.....
—Ma.....
—Non aggiungete una sola parola se volete essere mio amico. Il mio segreto, per ora saprò conservarlo.
Cambiarono discorso.
Parlarono dell’Italia, della triste vita di bordo, dell’America, di mille altre cose, fino a quando Maria disse:
—Buona notte, amico mio; la stanchezza mi opprime; andrò a tentare di dormire.
—Mi permetterete domani di fare il vostro ritratto?
—Vedremo; se il tempo sarà buono.....
—Mi recherà fortuna.....
—Allora acconsento,—ciò detto Maria a passi lenti si recò nel dormitorio, gli emigranti dormivano. Si udiva il russare forte di molti, il rantolo soffocante di altri; l’aria era calda e rarefatta, le lampade elettriche in maggioranza spente, non arrivavano ad illuminare per intero le corsie, dove passavano ombre misteriose che andavano da cuccetta in cuccetta.
Si udivano dei piccoli gridi di sorpresa, di spavento, dei sogghigni, dei sospiri; coloro che non dormivano in quella comunanza dei due sessi, certo si davano buon tempo alla barba del marinaio di guardia, che dormiva coi gomiti appoggiati alla tavola.
V.
L’indomani Ernesto mise mano alla tavolozza e ai pennelli e pregò Maria a volere posare, volendo ad ogni costo farle il ritratto.
La giovane donna, non osò dare un rifiuto a quell’amico affettuoso che il caso le mandava.
Sotto l’abile mano dell’artista ben presto il carbone disegnò sulla candida tela i lineamenti di Maria.
Gli emigranti si affollavano intorno a Ernesto curiosi, e sorpresi. Appena in due ore l’abbozzo era fatto.
Quando Giuseppe quel giorno scese come al solito in terza classe, i suoi uomini gli parlarono del pittore, egli sorrise in modo sprezzante e disse con la sua voce grossa:
—Pittore? morirà di fame. In America ci vuole delle buone braccia, e non dei pennelli, per i ritratti ci sono le fotografie.
I paesani di Giuseppe credettero alle sue parole, e da quel momento guardarono con aria di compassione l’artista.
Quei ventitre schiavi bianchi, non erano tutti angeli, tutt’altro, e molti di loro mentre apparivano umili e sommessi in faccia al padrone, dietro a lui dicevano cose tutt’altro che gentili.
Essi si sciacquavano allegramente la bocca per l’intimità del cugino con la cugina, essi per quanto Giuseppe avesse detto che dormivano in due cabine separate, avevano saputo che a bordo passavano per marito e moglie, e ridevano per la portentosa corona che il cugino Giuseppe metteva sulla fronte del cugino Gennaro.
Il mare seguitava ad essere tranquillo, la tabella di bordo ogni ventiquattro ore segnava una corsa fatta di 385 miglia almeno e tutto faceva prevedere che al sabato sera la “Champagne” sarebbe arrivata a New York.
Nel “fumoir” il “baccarat” continuava e Monsieur Gerome, offriva generosamente la rivincita ai perdenti..... continuando a vincere.
Il quinto giorno del viaggio Carlo prese per il braccio Gerome, gli offrì un sigaro e poi cominciò:
—Caro signore, vogliamo fare quattro chiacchiere a cuore aperto.....
—Diamine, mi troverete di una franchezza straordinaria, molto di più con voi che mi siete infinitamente simpatico.
Carlo s’inchinò a quel complimento poi continuò:
—Vi ho visto giuocare, ammiro la vostra vena.
—È sorprendente!
—Anche per voi?...—E Carlo piantò i suoi occhi in quelli di Gerome.
—Cosa intendete dire?—rispose alquanto turbato il francese.
—Ma, una cosa semplicissima, ed è che non vi può essere sorpresa per voi perché quella tal vena è abilmente fabbricata.....
—Signore!...
—Non offendetevi, da me non avete nulla a temere; io comprendo il mondo; solo gli stupidi hanno dei pregiudizii.
—Non v’intendo.....
—Via, fate torto al vostro spirito, e ciò non va bene.
“Nel giuoco vi sono i pelati e pelatori; ora sarebbe un offesa per voi se io supponessi neppure che vi piace la parte del pelato.....
—Ma infine.....
—Dio mio, volevo risparmiarmi di dire la parola brutale; ma voi lo volete, ebbene sia,—e Carlo abbassata la voce disse:
—Voi mio caro signore barate allegramente.....
—Voi m’insultate!
—Vi ho visto con i miei occhi; poi ieri a sera ho voluto esaminare le carte con le quali giucate, sono segnate alla perfezione; avrei potuto denunziarvi, non l’ho fatto, perché spero che mi metterete a parte dei vostri guadagni.
La faccia di Monsieur Gerome si rischiarò.
—Perché non dirlo subito?
—Dunque divideremo?
—Una buona parte se voi mi aiuterete.
—Come?
—La mia continua fortuna comincia a svegliare sospetti, vi insegnerò il modo di vincere in vece mia. Di voi nessuno sospetta; siete ancora vergine; è proprio quello che cercavo.
“Andiamo nella mia cabina; vi darò una lezione.
Gerome e Carlo restarono chiusi per un’ora insieme; la lezione fu così istruttiva che il Conte poteva giuocare e vincere a volontà.
Mentre questo avveniva in prima classe, Ernesto seguitava a fare il ritratto a Maria.
—State un poco ferma se potete,—diceva il pittore.
“La vostra fisonomia è più mobile delle onde. Il vostro ritratto del resto quando sarà finito, somiglierà a quello della Vergine addolorata.
“Il vostro sguardo non si anima che allorché guardate su in prima classe.....
—Ve l’ho detto le tante volte signor Ernesto, che le vostre domande mi dispiacciono. Rispettate il mio segreto se volete essermi amico.
In quel momento Totò, si pose a gridare con quanto fiato aveva in corpo:
—Una vela! una vela!
Tutti i passaggieri si fecero al parapetto della nave.
È sempre una festa l’incontro di un qualche naviglio, si sa che poco lungi vi sono altri esseri umani, e il cuore palpita di viva commozione.....
—Pare un’ala di gabbiano,—disse Ernesto a Maria,—non sarà vicina a noi che a notte alta.
La donna non rispose, avendo scorto Carlo, erasi abbassata rapidamente la velina sul volto.
Ernesto a quella mossa scrollò il capo e sospirò.
Quale era il mistero di quella giovane, della quale cominciava a sentirsi innamorato?
Quando dopo pranzo nel “fumoir” il Conte prese in mano un mazzo di carte e si disse pronto a fare uno sfoglio, i giocatori si affollarono al tavolo e puntarono a precipizio.
La prima volta Carlo perse; i giocatori si guardarono in faccia come dire:—Costui non è Gerome!—e triplicarono la puntata.
Fu male per loro, perché Carlo vinse e seguitò a vincere tutta la sera, l’oro e i biglietti di banca si ammucchiavano innanzi a lui, formando un bel gruzzolo.
Ad un tratto s’intese la voce di Gerome che diceva:
—Banco!
Carlo senza battere palpebra, con la massima indifferenza rispose:
—Accetto...
—Bravo! benone!—gridarono i giuocatori.
Carlo dette le carte.
Gerome batté di nove; il banco aveva perduto.
Si udì un lungo mormorio, quel Gerome aveva il diavolo dalla sua.
Carlo si levò sorridente e si contentò di dire:
—Ho bisogno di fare del moto.
Tanta freddezza fece colpo.
—Superbo,—mormorò un vecchio giuocatore,—magnifico, non vidi mai uno più tranquillo di voi, Conte.
Il tiro era stato giuocato da maestro, e poco dopo i due compari si divisero il pingue bottino della serata.
Carlo aveva ottenuto per quella notte un’appuntamento da Inez, quando la mamma sarebbe addormentata; ella lascerebbe la cabina per recarsi nel “Ladies Room” che un cameriere compiacente si dimenticherebbe di chiudere all’ora solita.
Essendo ancora presto, Carlo scese a fare un giro in terza classe; si parlava molto dei romanzetti galanti che si svolgevano giù nel mondo degli emigranti, ed egli vizioso quanto mai dire si possa, amava di parlare e di eccitarsi con lubrici spettacoli.
Avvolto in uno scialle scozzese, fece adunque il suo giro, osservando nella semi-oscurità le coppie amorose strettamente allacciate, che al suo comparire si staccavano con un brusco movimento; si soffermò vicino a materassi, dove sotto le coperte di lana si vedevano le forme di persone che si agitavano e si contorcevano; guardò dentro la cucina e la panetteria, e accendendo all’improvviso un fiammifero, sollevò gridi di terrore e vide fanciullette giovanissime, e donne fatte, in posizioni assai equivoche, coi guatteri, coi fornai, che alla notte ricevevano il prezzo dei piatti scelti, dei dolci che regalavano alle più belle.
Ed esso il libertino, avrebbe voluto anche lui razzolare in quel fango, godere quelle fanciulle che ricevevano le carezze dei marinai brutali, di servi immondi, che ruggivano i loro amori come tante bestie feroci.
Tutto a lui d’intorno, in faccia al mare quieto, al cielo sereno, regnava sovrana l’orgia, senza che nessuno, né ufficiali, né marinai, pensassero a mettere un freno a tante nefandità.
Gridino pure alla pornografia i viziosi con la maschera della moralità; ma questi sono episodi veri della vita di bordo, ed è bene che si sappiano e siano spiattellati senza metafore, affinché si arrivi, se è possibile, a farli cessare.
Carlo con la testa in fiamme ritornò sul ponte, e si recò nel “Ladies Room.”
Inez, lo aspettava....
Carlo assetato di voluttà, l’afferrò brutalmente e la baciò con delirio sulla bocca, avvincendola con le sue braccia in una stretta frenetica.
Inez non oppose resistenza, anzi ricambiò quelle carezze, e vinta, affascinata, sotto il fuoco di quei baci lunghi, inebbrianti, incalzata dalle domande di Carlo, che con rotti accenti le domandava il segreto dei suoi amori di collegiale, svelò tutto quanto aveva appreso nei due anni di educandato, soffermandosi ai particolari più lubrici, quasi che volesse spingere Carlo a prendere in tutto e per tutto, il posto di quella sua compagna bruna che le aveva per la prima, fatto correre il fuoco della concupiscenza nelle vene.
Carlo per quanto fosse libertino raffinato, stentava a credere a quel racconto, dove vibrava alta la nota dell’orgia più sfrenata dominante in quella casa aristocratica, da dove uscivano le future matrone dell’aristocrazia francese.
Però egli non si fece pregare, conoscendo alla perfezione tutte le raffinatezze del piacere. Inez, delirante non ebbe a rimpiangere la sua bruna, e se nell’oscurità protettrice del “Ladies Room,” strappò l’ultimo velo del pudore, provò quelle voluttà grandi che fanno spasimare e delirare.....
Quando la fanciulla barcollante, sfinita, lasciò il “Ladies Room,” non aveva più nulla da negare al Conte di Rialto.
Allorché stava per entrare nella cabina dove credeva la madre addormentata, vide da quella uscire in abito da notte, Monsieur Gerome.....
Sorrise; anche la mamma si dava buon tempo!...
VI.
Due giorni ancora e poi il piroscafo giungerebbe a New York.
Quel pensiero rendeva allegri e felici gli emigranti.
Fra poco sarebbero nel paese benedetto dove gli aspettava la fortuna, il benessere.
Fra ventiquattr’ ore sarebbe venuto il pilota a bordo, messaggiero della terra vicina.
“I signori,” così gli emigranti chiamavano i passeggieri di classe, avevano fatto le loro brave scommesse sul numero del pilota che avrebbe guidato in porto la “Champagne.”
I denari non sarebbero stati vinti da nessuno, servirebbero a pagare lo Champagne da beversi come saluto al Nuovo Mondo.
Il tempo, che durante il giorno erasi mantenuto bello, alla sera accennò a cambiare, nuvoloni turbinarono nell’aria, e il mare cominciava ad agitarsi.
A notte fatta scoppiò terribile l’uragano, dei lampi illuminavano a tratti il cielo buio, mostrando le onde che andavano gonfiandosi, il battello scricchiolava sbattuto dai marosi con furore.
Di quando in quando, scrosciava il fulmine con spaventevole rumore.
Tutti i passeggieri avevano lasciato il ponte.
Impauriti dalla bufera, gli emigranti pregavano ad alta voce, invocavano l’aiuto del cielo, un terrore grande aveva invaso tutti quei poveretti i quali ad ogni tuonare del fulmine credevano di essere inghiottiti dalle onde.
Le donne cantavano in coro le litanie dei santi, altri inginocchiati, ad onta del mal di mare, invocavano S. Gennaro, S. Gregorio, S. Cono e tutti i santi protettori dei loro paesi.
Qualche spirito forte ostentava di irridere ai preganti, e allora erano improperi, insulti, parolaccie, intercalate ai versetti del Pater Noster, e alle litanie.
Maria, ad onta della bufera, era sul ponte, stava ferma attaccata al parapetto del battello, deliziata da quel tremendo spettacolo che si svolgeva sotto i suoi occhi al chiarore dei lampi.
Quell’anima amareggiata, sdegnava la calma; il suo elemento era l’uragano.
Carlo anche lui stava sul ponte; al rapido chiarore di un lampo vide una figura di donna in terza classe e fu tentato di correre a lei; gli sarebbe piaciuto, fra lo scroscio del fulmine, e l’infuriare dei marosi, possedere quella sconosciuta che appariva come l’angelo della tempesta.
Scese a stento, reggendosi al parapetto di ottone lucido, la scaletta di comunicazione e si avviò verso il luogo dove eragli parso di scorgere la donna, e arrivò quasi a toccarla.
Proprio in quel momento l’aria fu rischiarata da un gran lampo, e Carlo indietreggiò nel riconoscere nella sconosciuta la tradita Maria.
—Maria?!—gridò con voce soffocata.
La donna che pure aveva riconosciuto il seduttore, l’afferrò per un braccio e disse:
—Sì Maria, che segue implacabile chi infamemente la ingannava!
Carlo aveva subito riacquistato la sua calma, e proseguì:
—Cosa pretendete?
—Che tu mantenga le tue promesse!
—Siete matta. Io vado in America per rifare la mia fortuna.....
—Ed io vi seguirò dovunque griderò a tutti che siete un infame seduttore.
—Siete pazza; lo dirò forte e mi crederanno.
—Miserabile! non potrete commettere, impunemente i più infami delitti! Seduttore, falsario, ladro, parricida, io vi denunzierò e pagherete in un punto solo tutte le vostre colpe.
Carlo era atterrito, quella donna poteva perderlo. Essa compariva proprio nel momento, che un buon matrimonio poteva metterlo di nuovo a galla.
—Carlo, decidetevi, datemi il vostro nome; esso è disonorato, ma io vi aiuterò a riabilitarlo. Non avete più fortuna? io presterò l’opera mia perché ne conquistate un’altra.
Il miserabile non rispondeva, pensava.
Il battello era deserto, la notte buia, il mare minaccioso.
Il piroscafo si piegava come un guscio di noce, immergendo la prua nelle onde furiose; un’idea terribile gli balenò nel cervello; se sopprimesse quella donna; quel nemico che lo minacciava?
In tempo di burrasca non è cosa difficile che un uomo sia portato via dalle onde.
—Rispondi Carlo, rispondi per il mio, per il tuo bene.
Carlo aveva preso una decisione estrema; la morte di Maria era necessaria, agiva in legittima difesa, non era un delitto, ma una necessità.
Con voce che si sforzò rendere affettuosa, rispose:
—Ebbene tu sarai la mia compagna.
—Grazie Carlo, grazie, e non ti pentirai dell’atto di giustizia che tu compi. Solo la morte se tu lo vorrai potrà dividerci.
—Sì, hai ragione, la morte sola può dividerci, la morte che rompe le più pesanti catene; e ciò dicendo l’infame come se volesse avvolgere la povera donna in una affettuosa carezza, l’afferrò per la vita, l’alzò, e prima che essa avesse un concetto esatto del delitto che il suo amante stava per consumare, la sollevò al di sopra del parapetto e la gettò in mare.
Il grido terribile della vittima fu coperto dallo scrosciare del fulmine, che cadde a poca distanza dal piroscafo immergendolo in un’intensa luce bianca.....
Carlo coi capelli irti indietreggiò; stava per fuggire quando si sentì battere sulle spalle; un tremito di paura, di angoscia lo colse, le gambe gli si piegavano sotto, il sudore gli inumidì la fronte.
—Non temete,—disse la voce di Monsieur Gerome,—non sarò io che vi tradirò; io e voi ci intenderemo, avete pochi scrupoli, lavorate da maestro, faremo fortuna.....
Ciò dicendo Gerome trascinò via il suo complice, mentre le onde infuriate si precipitavano sopra coverta con assordante rumore e spazzavano via quanto incontravano..........
Quella fu una notte terribile per i poveri emigranti chiusi nelle fetide corsie, spaventati dal rumore tremendo delle onde che spazzavano la coverta, che facevano scricchiolare il battello come se di momento in momento dovesse sfasciarsi, passavano le lunghe ore di angoscia, a pregare, a invocare l’aiuto di tutti i santi patroni, a fare voti, giuramenti; le donne in modo speciale, con i capelli scarmigliati, oppresse dal mal di mare, piangevano, gridavano domandando alla vergine benedetta di proteggerle.
Quando un colpo di mare più forte degli altri faceva piegare il battello, si levava in quella specie di bolgia un urlo terribile, al quale rispondevano i pianti dei fanciulli, dei bambini.....
Fu per quei disgraziati una notte eterna; finalmente il mare accennò a calmarsi, e poterono prendere un poco di riposo.
VII.
Alla mattina l’oceano aveva riacquistato quasi interamente la sua placidezza, ma una densa nebbia avvolgeva la “Champagne.”
La sirena del battello faceva ad ogni tratto intendere la sua voce paurosa, la velocità era rallentata, perché la nebbia è immensamente pericolosa.
A tratti si udiva in lontananza tuonare il cannone, erano le barche dei piloti che accennavano in quel modo la loro presenza.
Il piroscafo ad un dato momento fece intendere ad uguale intervallo tre fischi prolungati, ai quali risposero immediatamente tre cannonate; il pilota era vicino e aveva inteso il segnale.
Quasi all’improvviso una svelta nave con due grandi vele, si trovò vicinissima alla “Champagne” apparendo nella nebbia come un gran fantasma.
I passeggieri fissarono evidentemente lo sguardo per discernere il numero della pilotiera; non vi riuscirono; finalmente da uno dei viaggiatori fu gridato:—Numero dodici!
—Numero di buon’ augurio,—disse subito Gerome, rivolto a Carlo, che pallido, esterrefatto, guardava il mare con una insistenza strana.
—Credete?—rispose Carlo senza sapere bene ciò che diceva.
—Chi è il vincitore?—fu domandato.
—Corro nel “fumoir” a vedere la nota,—rispose un’altro.
Un minuto dopo risuonava il nome del vincitore; era quello del Conte di Rialto.
—Ve lo dicevo io che il dodici è di buon augurio? Su, amico mio, uscite dalla specie di terrore nel quale siete immerso, vi si direbbe una femminuccia spaventata dall’uragano della notte scorsa.
Carlo non rispose, non poteva staccare gli occhi da quella nebbia che avvolgeva come un gran velario il battello.
—Il pilota! il pilota!—gridarono molte voci, e i passeggieri aggruppati al parapetto della nave con lo sguardo ansioso, videro una piccola imbarcazione proprio sotto il battello.
Fu calata una scala di corda, e il pilota un uomo basso, vestito di bleu, grasso, e con un pizzo grigio, salì rapidamente.
I viaggiatori gli si fecero attorno, ed esso distribuì “l’Herald,” il “Recorder,” il “World.”
Allora principiarono le domande:—Cosa eravi di nuovo?
—Ad Amburgo infieriva il colera.
—Eravi pericolo di quarantena?
—Forse!
—Cosa dicevano i giornali?
—Le solite cose; lunghe file di delitti, le prime scaramucce per la campagna elettorale, nulla di straordinario.
Il pilota era salito lesto, lesto al suo posto e da quel momento il battello andava sotto la sua responsabilità.
La nebbia a poco a poco, si diradava, la scena si trasformava, così come una fantasmagoria teatrale; il sole apparve prima come un gran disco di rame, poi andò facendosi più chiaro, fino a quando liberatosi affatto dalla nebbia, scintillò con una festa insolita.
La “Champagne” riprese la sua corsa regolare, e sulle superficie quiete delle onde si distinsero molte graziose e belle imbarcazioni a vela, segno non dubbio della terra vicina.
Gli emigranti allegri e felici, cantavano e saltavano; ad un tratto però l’allegria cessò, essendosi sparsa come un baleno la nuova che la donna abbrunata, l’addolorata, come la chiamavano, era scomparsa.
Ernesto non vedendo in tutta la mattinata comparire Maria, si dette a cercarla per ogni dove, non la trovò, aspettò ancora un po’ di tempo e poi riprese le sue indagini, ma non gli fu possibile incontrarla.
Spaventato, tremante, col cuore oppresso disse il tutto al nostruomo; il quale si affrettò ad avvisare il comandante.
Fu rovistato il battello da capo a fondo, inutile cura, Maria non vi era.
—L’imprudente sarà stata sopra coverta questa notte mentre infuriava il temporale, e una qualche ondata l’avrà portata via,—disse il capitano quando apprese il tutto.
Ernesto colpito al cuore, era in uno stato da far pietà.
La lugubre notizia fece ben presto il giro del battello; in terza classe tutti compiangevano la poveretta; qual terribile morte in mezzo alle onde furiose, sola nell’immensità dei mari, in quella notte paurosa!
Al solo pensare la gente si sentiva accapponare la carne.
Carlo quando apprese la versione che ufficialmente veniva data alla scomparsa di Maria, respirò e ritornò calmo; Gerome gli disse:
—Siete fortunato, il vero beniamino della fortuna, l’America è vostra.
Quel giorno il pranzo, tanto in prima che in seconda fu più ricercato e squisito, era il pranzo di addio, i camerieri nella speranza della mancia vicina, servivano pieni di attenzioni, di sorrisi. Il pasticciere di bordo, aveva mandato delle “piece monte” bellissime, tutte zucchero, canditi e conserve finissime, dove delle statue allegoriche portavano piccole bandiere francesi, italiane, spagnuole, svizzere, americane.
Allo Champagne Monsieur Gerome si alzò e rivolse a nome dei suoi compagni un saluto al comandante e all’equipaggio del piroscafo, in mezzo ad applausi generali.
La signorina Inez, era corsa al piano e intuonò la Marsigliese, i viaggiatori uomini e donne si alzarono in piedi; e il comandante commosso disse poche parole di ringraziamento, quindi portò il bicchiere alle labbra bevendo alla salute dei presenti, alla prosperità dei loro paesi.
In seconda classe con minor pompa ebbe luogo la stessa cerimonia; Giuseppe abituato ad ottenere la parola nei ricevimenti dei balli e dei “Pic-Nics,” volle anche in quella circostanza dar prova della sua eloquenza e infilò su quattro o cinque spropositi, che fecero ridere di cuore i presenti.
Gli emigranti si contentarono di intravedere nelle cucine, le piramidi di dolci, i vassoi pieni di cibi fini e saporiti.
Verso sera Giuseppe andò a trovare i paesani e loro, così parlò:
—Domani sbarcherete, ricordatevi bene che se alcuno di voi dicesse che viene in America e che ha già pronto il posto per lavorare,sarebbe imprigionato e inviato in Italia. Alle domande che vi faranno, rispondete che siete venuti per guadagnarvi da vivere, avete qualche soldo tanto per vivere alcun poco, che non siete mai stati in gattabuia, né condannati al vostro paese. State attenti non fatevi imbrogliare, e domani ci troveremo al luogo dove sarete condotti, ed io penserò al resto. Badate bene che se diceste, che io vi aspetto non potreste mettere piede in America.
Date queste istruzioni, Giuseppe se ne ritornò in seconda, dove Rosa lo aspettava per fare al suo braccio la passeggiata della sera.
—Dunque, cara mia,domani siamo a New-York, dove tuo marito ti attende e chi sa con quanto desiderio,—disse Giuseppe.
Rosa si fece pallida e non rispose.
—Via non ti spaventare; di Gennarino ne faccio ciò che voglio.
—Ma se si accorgesse.....
—Non si vede ancora nulla, e tuo marito non è una cima.
—Ma quando si vedrà?
—Stupida, non ti ho detto che penserò io a tutto? New York è una città nella quale non manca nulla, conosco un medico che per una cinquantina di dollari ti leverà ogni disturbo, non sei la prima e neppure l’ultima, che pensi a mandare un’anima in paradiso.
—Quando è così, mi tranquillizzo.
—Giunti a New York naturalmente saremo per qualche giorno separati; ma non dubitare, sarà per poco, io sono “boss” sopra un lavoro dove verrà anche tuo marito, così potremo vederci sempre a nostro comando e goderci un poco la vita.
Mentre scendeva la notte, si delineava in lontananza la terra, cominciavano a scorgersi i fari della costa, poi comparvero dei lumi che andavano man mano moltiplicandosi, si passava da Sandy Hook, Coney Island appariva sfavillante di luce, a volte a volte il cielo era infiammato dallo scoppio di fuochi artificiali, e da quella riva in festa dove si affollavano i bagnanti, giungeva fino al piroscafo un rumore confuso di musiche e di grida.
Verso le dieci la “Champagne” gettava l’ancora proprio in faccia alla Quarantena.
I viaggiatori tutti sopra coverta ammiravano la baia splendida di New York, alla quale formava come da sfondo il gigantesco ponte di Brooklyn punteggiato dai fanali elettrici; la Statua della Libertà alzava il suo pugno illuminato quasi volesse rischiarare la via ai nuovi giunti.
Dalla White House, dal Cliff Cottage Hotel partivano allegre voci, e giungeva, nella quiete di quella notte di settembre, fino a bordo il suono dei pianoforti.
Quando assai tardi tutti i passeggieri si erano ritirati, Inez e Carlo s’incontrarono nel “Ladies Room,” come al solito.
—Siamo arrivati,—disse con tono di mestizia Carlo alla fanciulla.
—Ve ne dispiace?—questa rispose subito.
—E potete dubitarne?
—Ebbene ci vedremo ancora.
—Voi andate in California.
—Venite anche voi.
—E potrò sperare?
—Cosa?
—Che sarete mia per sempre?
Inez non rispose, pensava; si era data a Carlo ma non per essere sposata, essa aveva ceduto al bisogno dei sensi che domandavano imperiosamente ardenti carezze essendo stati svegliati troppo presto in quell’aristocratico collegio, dove si educavano le figlie dei nobili e dei milionari francesi.
Carlo non le dispiaceva, poi era Conte e certo ricco, perché se era vero come lui diceva che viaggiava per istruzione e divertimento, non poteva a meno di avere del denaro.
—Non rispondete?
—Pensavo; quello che mi domandate merita riflessione.
—Siamo già così strettamente uniti, che davvero non comprendo perché non possiate divenire la mia moglie adorata.
—Voi sapete che ho la mamma e il babbo.....
—La mamma non si opporrà, conosco io una persona che otterrà ciò che vuole.
I due giovani nel buio del gabinetto, risero pensando a Monsieur Gerome, che poteva fare della signora Vallery tutto ciò che voleva.
—Vada per la mamma,—rispose Inez,—e il babbo?
—Bene per il babbo vedremo. L’essenziale è che siate disposta voi a diventare contessa.
Contessa? Sarebbe ritornata a Parigi ed avrebbe trattato da pari con le nobili, con quelle che quando era in collegio la squadravano con disprezzo perché era figlia di borghesi.
Le andava proprio la corona da nove perle, sarebbe stata a meraviglia sopra i suoi capelli biondi.
—Accetto,—disse finalmente Inez.
Carlo simulò una gran gioia e strinse al seno la graziosa creatura, che poco dopo delirava fra le sue braccia.
Era l’alba quando i due giovani stanchi, spossati, si separarono.......................
Giù in terza classe tetro, pensieroso, con gli occhi pieni di lagrime passeggiava Ernesto il pittore; il disgraziato piangeva la bella Maria, la donna che erale apparsa come angelo consolatore; e che il mare gli aveva rapito per sempre......
VIII.
Appena dal forte fu tirato il colpo di cannone annunziante il levar del sole, il vaporino della sanità si avvicinò alla “Champagne” e ben presto il dottore era a bordo.
Gli emigranti furono mandati a poppa e sfilarono quindi innanzi agli ufficiali sanitari che fecero una visita minuta.
Per quanto la patente partendo dall’Havre fosse netta, e che nessuna morte, caso molto strano, fosse avvenuta durante la traversata, pure il dottore fu di una severità eccezionale.
Il medico stava per partire soddisfatto, quando fu chiamato presso una donna che presa dalle doglie del parto, dette alla luce felicemente un bel marmocchio.
La donna andava a raggiungere a Boston il marito che mancava da soli sette mesi da casa, e portava al fortunato sposo anche un fanciullo.
La puerpera parve risentirsi appena del parto, perché dichiarò che giunta allo sbarco sarebbe scesa da sé, con le sue gambe, senza bisogno di essere trasportata come un’ammalata.
Un viaggiatore americano appena saputo il tutto si recò dalla donna e le offrì cento dollari a condizione che il neonato fosse battezzato subito e gli venisse posto il nome di Manhattan in onore dell’Isola sulla quale sorge New York.
La donna, manco a dirlo, accettò e il capitano compì la cerimonia del battesimo.
Intanto il piroscafo aveva levato l’ancora e si dirigeva verso il Pier 42 dov’è il “dock” della Transatlantica.
—Ebbene, amico mio, dove siete diretto?—domandò Gerome a Carlo.
—A San Francisco.
—Bella, bella, ancora io vado colà.
—Me lo immaginavo.
—Del resto non vi avrei lasciato.
Ho l’idea che uniti faremo molte cose utili e buone per noi. Conoscete New York?
—Di nome.
—Allora vi farò da guida, io conosco molto bene l’Imperial City. Avete bagagli?
—Pochissimi.
—Bravo! come me, a cosa servono tanti impicci. Quando si viaggia e si ha il portafoglio gonfio si compra per via ciò che abbisogna.
Inez e sua madre in elegante abito da viaggio, erano comparse sul ponte, Gerome e Carlo salutarono galantemente.
—Dunque è vero, Conte, che voi pure venite a S. Francisco?
—Ho questa fortuna, così posso accompagnare anche il mio amico Gerome.
—Vi trattenete molto in New York?
—E voi signora?
—Una settimana.
—Ed io..... anzi noi, è vero Gerome, resteremo una settimana, vogliamo procurarci il piacere di accompagnarvi attraverso il paese dell’oro.
—Siete di una gentilezza squisita.
I due uomini s’inchinarono rispettosamente.
Il Pier 42 appariva gremito di gente, si vedevano sventolare i fazzoletti, si mandavano baci con le mani, si gridava in ogni lingua il “bel venuto.”
Ernesto nel vedere le festività di coloro che aspettavano amici e parenti fu preso da un grande sconforto. Lui giungeva solo in una vasta città; nessuno lo aspettava, non una mano si sarebbe stesa per stringere la sua; non avrebbe trovato che estranei!
Il poveretto sentiva una grande oppressione al cuore; non si era fatto nel tempo della traversata neppure un’amico, tutto assorto nel pensiero di Maria, aveva vissuto a parte, sollevando, anzi, qualche mormorio per i suoi modi bruschi, tanto che tutti lo ritenevano uno superbo, cattivo e sdegnoso.
I rimorchiatori avevano fatto abilmente girare il piroscafo, che lentamente si appoggiò al “dock,” dove venne lestamente legato; allora fu posta la gran tavola che serviva di ponte e i passeggieri di classe poterono scendere e abbracciare i loro cari; baci sonori risuonarono sotto le arcate del “dock” in uno ad esclamazioni di gioia.
Attendeva i passeggieri la noiosa visita doganale, e per parecchie ore i commissari visitarono bauli e casse; facendoci sopra un giroglifico col gesso, che serviva di “lascia passare.”
I viaggiatori scambiarono gli ultimi saluti e poi ognuno andò al suo destino.
L’amicizia, l’intimità veniva bruscamente rotta, e forse quelli uomini e quelle donne che per otto giorni si erano trattati da vecchi amici non si sarebbero più rivisti.
Inez, sua madre, Carlo e Gerome, montati in un coupé si fecero condurre all’Hotel Martin.
I passeggieri di terza classe restarono a bordo fino a quando uno “steamboat” venne a prendergli per condurli a Ellis Island, da dove debbono passare tutti i passaggieri di terza classe, prima di potere mettere piede in America.
Colà giunti, i disgraziati furono sottoposti a lunghi interrogatori, tradotti dai diversi interpreti.
I ventitré di Giuseppe montanari dalla testa fina, la passarono liscia; ma alcuni avendo detto che vennero chiamati a lavorare, furono subito fatti passare nelle sale di sorveglianza, specie di prigioni, dove sarebbero rimasti fino a quando non si fosse deciso della loro sorte.
Ad Ernesto non venne fatta nessuna osservazione.
I settecento e più emigranti ritornati un’altra volta a bordo dello “steamboat” vennero trasportati al Barge Office, dove finalmente poterono sbarcare.
Erano le cinque di sera quando calcarono il suolo del così detto paese dell’oro.
Il sole era vicino al tramonto,e rendeva più bella e pittoresca che mai Battery Place, affollata di gente essendo domenica.
I “runners” degli Hotels si precipitarono alla caccia degli emigranti, che sbalorditi senza sapere cosa facevano, si lasciavano trascinare di qua e di là.
I cavalieri d’industria di bassa sfera, di ogni razza e nazionalità, circondavano i disgraziati offrendo i loro servigi, alcune donne premurose avvicinavano le belle ragazze, per trarle nei loro covi, e la polizia assisteva senza dire un motto a quella scena, che forse era il preludio di delitti, d’infamie senza nome.
I monelli molestavano i poveri emigranti, che andavano a destra e sinistra come tanti automi, correndo presso ai loro bagagli che venivano trasportati sopra ai carri degli Hotels, mezzo quello usato da molti per costringere gli emigranti ad andare dove vogliono i “runers.”
Molti emigranti avevano al cappello un biglietto col ritratto di un bell’uomo, sopra al quale era scritto “Hotel del Campidoglio,” di quell’Hotel ne avevano sentito parlare nel modo il più lusinghiero nei loro paesi; specialmente nell’alta Italia e in Toscana era tradizionale il detto che all’Hotel del Campidoglio, da Bertini, si stava bene e sicuri.
Giuseppe era ad aspettare i suoi ventitre che portò trionfante in Mulberry, dove già Rosa aveva visto, abbracciato e baciato il suo diletto sposo.
Gli emigranti a squadre, e sopra i carri degli Hotels, pigiati come sardine, lasciarono Battery Place.
Attraversando le larghe contrade a mezzo deserte, perché la domenica New York è una città morta, trasecolavano nel vedere gli altissimi fabbricati dall’architettura fantastica, le numerose insegne, le grandi reti, dove i ritratti di Cleveland e Harrison, apparivano nei loro lucidi medaglioni
I rari passanti guardavano e si additavano a dito quei carri pieni di gente, e non risparmiavano i motti di disprezzo, senza ricordare, che se non loro, i loro padri o nonni, erano giunti nella stessa maniera.
Ernesto ebbe anche lui la felice idea di andare all’Hotel del Campidoglio, splendido fabbricato completamente nuovo, dove fu ricevuto insieme ai suoi compagni con quella gentilezza affettuosa, che è una delle principali attrattive di quella tanto conosciuta casa italiana.
I passeggieri della “Champagne” erano nel paese che da lungi appariva loro come un paradiso terrestre.
I loro voti erano compiuti. Avrebbero trovato nella libera terra d’America tutto quanto lor prometteva la fervida fantasia riscaldata da agenti interessati?
Il seguito di questa dolorosa storia ce lo dirà.
PARTE SECONDA.
Il Paese dell’Oro.
La folla, come al solito, si accalcava sui marciapiedi di Bowery, tutta bianca sotto i fasci della luce elettrica, mandati a profusione dalle numerose lampade dei negozii scintillanti di luce.
Il lungo ponte di ferro che serve a sostenere l’elevated, proiettava delle ombre grandi di arcate allungate, che si ripiegavano sulle facciate delle case.
Erano le nove di sera e tutto quel mondo strano equivoco che brulica nella via più caratteristica di New York era in movimento.
Dalle porte dei teatri, negli intermezzi degli atti, usciva fuori la folla chiassosa che commentava il dramma, discuteva sull’attore, e si rovesciava nelle birrerie vicine bevendo e mangiando il “free lunch.”
Dai caffè “schantants” uscivano le note scapigliate delle canzonette libere, cantate da attrici improvvisate, che non appena scese dal trespolo che serviva da palco scenico correvano dagli avventori perché pagassero loro da bere, investendoli con proposte oscene, con mosse eccitanti, con carezze da postribolo, mostrando la calza di seta, il calzoncino che faceva capolino dalla veste corta.
“L’Atlantic Garden” con la sua porta aperta mostrava l’interno della sala affollata, e nello sfondo in una apoteosi di luce l’orchestra delle donne e in mezzo ad esse una danzatrice che faceva volare e contorcere in mille modi la sua veste di seta bianca.
In mezzo a quella allegria vera o artificiale, che correva da un punto all’altro della via, camminava a stento, spossato, con l’occhio torvo, un giovane vestito abbastanza decentemente; ma con la biancheria di un colore equivoco, con delle scarpe scalcagnate, rotte, sdrucite in più parte,
Sebbene si fosse ai primi di novembre, la temperatura non era fresca, pareva che l’autunno quell’anno invece di dare il posto all’inverno, avesse ceduto il campo ad una mite primavera.
Il giovane camminava, guardava i negozii, si arrestava come istupidito innanzi ai caffè-concerto, alle porte dei teatri, e il tumulto della folla allegra, richiamava sulle sue labbra un sorriso amaro, che pareva spasimo atroce.
Ogni volta che passava da un “Lodging House” il suo occhio aveva un lampo di desiderio; poi il disgraziato faceva un moto come se avesse voluto salire la scala dell’Hotel, che scintillava con i suoi gradini guarniti di ottone lucido, ma indietreggiava subito con grande sconforto, e riprendeva la sua corsa, addolorato, triste, tanto che il suo volto pallido appariva come la maschera della desolazione e della miseria.
—Due giorni, due giorni,—mormorava l’infelice,—che non riposo, ventiquattro ore che non mangio.
La morte, che bella cosa la morte!
Poi pareva pentirsi di quel desiderio venuto dalla sua triste condizione, e quasi ribellandosi, alzava la fronte e mormorava:
—No, la morte è viltà, voglio vivere e lottare!
L’uomo che la disperazione stava per vincere, che non aveva tetto per ricoverarsi, pane per mangiare, altro non era che il pittore Ernesto, l’innamorato di Maria, che da un mese e mezzo fa abbiamo visto arrivare con la “Champagne;” col cuore e la mente piena di illusioni, sperando nella sua arte, nel suo ingegno per guadagnarsi da vivere, aveva provato fino dai primi giorni le più amare disillusioni.
Uno scoglio insormontabile era quello della lingua, dovunque si presentava, lo accoglievano con diffidenza.
Non eravi lavoro, a mala pena potevano tenere impiegati i vecchi, poi preferivano gente che parlasse l’inglese, essendo noioso non essere capiti.
Del resto eranvi gli operai dell’Unione aventi diritto al lavoro. Però poteva ripassare2, chi sa che non fosse capitato qualche cosa.
Ed Ernesto ripassava accompagnato da un giovanotto che gli faceva da interpetre; ma doveva ritornarsene all’Hotel, sconfortato senza nulla avere ottenuto.
In tanto il poco denaro se ne era andato, le lire italiane cambiate in dollari, e spese in quella proporzione, sfumavano con rapidità.
Cominciavano a passare le settimane senza che potesse pagare l’Hotel, vero è che il proprietario del Campidoglio, che ne aveva visto tanti passare nel suo locale dei poveretti che provavano le prime carezze del paese dell’oro,non domandava quel pagamento; il giovane pittore gli ispirava fiducia; era certo che quando la cattiva stella per lui fosse tramontata lo avrebbe pagato.
Ma Ernesto soffriva, e tutte le volte che saliva la scala dell’Hotel arrossiva, e quando sedeva nella sala da pranzo, impallidiva, tremava, mostrava all’evidenza quanto soffriva di non potere pagare.
Venne il giorno però che non ebbe più il coraggio di fare quella vita, eragli sembrato che all’Hotel le persone di servizio lo guardassero con scherno marcatissimo, lo trattassero come un’intruso che mangia il pane a tradimento.
Allora se ne andò senza dir nulla deciso a ritornarvi se non quando avesse avuto da pagare il conto.
Non aveva un soldo in tasca, solo ed unica sua risorsa era un’anello d’oro, dono e ricordo della mamma sua; con quanto strazio lo levò dal dito e lo portò in pegno; e quando vergognoso e titubante vide quel ricordo sacro nelle adornate mani dell’ebreo che lo scortava col suo occhio da uccello di rapina, ebbe la voglia di gridare al sacrilegio, e di riprenderlo e fuggire. Ma il bisogno non ha legge, e col cuore oppresso, con le lagrime, che gli spuntarono sul ciglio prese dalle mani dell’usuraio i quattro dollari e mezzo che gli venivano dati.
Quella somma piccolissima servì ad Ernesto per quasi tre settimane; mangiava il “free lunch” dei “bar rooms,” e in quanto a dormire si recava nei “Lodging Houses” dove si paga dieci soldi.
La prima sera che entrò in uno di quei luoghi provò una gran ripugnanza; nei grandi cameroni eranvi dei letti dove la gente riposava a testa a testa; un russare sonoro partiva da ogni dove; coloro che erano svegliati lo accolsero con esclamazioni, con domande alle quali il poveretto non poteva rispondere, e allora quella schiuma di furfanti, che si accumula e dilaga in quegli Hotels d’infima classe, lo schernirono, gli tirarono del tabacco masticato, che colpiva il poveretto in pieno volto lasciandovi la gruma nera del tabacco puzzolente.
Avrebbe voluto fuggire; ma dove andare, tutti quei locali dove si spendono pochi soldi per dormire dovevano essere uguali, e lui non poteva permettere il lusso di spendere un dollaro per la camera.
In quella prima sera più volte sentì il sangue salirgli al cervello e per poco non rispondeva a quei miserabili come si doveva, ma ripensando alla sua triste posizione si calmava, e soffriva in silenzio.
I “loafers” vedendo che il martoriato non rispondeva, cessarono le loro persecuzioni, ed Ernesto fu lasciato in pace.
Ernesto sentiva una gran ripugnanza a vivere in quei covi, ricettacolo di tutti i malfattori, ma non poteva farne a meno.
Nelle lunghe notti insonni, tormentato da mille schifosi insetti, vedeva vagare delle ombre per il grande camerone, sentiva dialoghi tenuti sottovoce, non comprendeva ciò che quelli strani compagni di camera si dicevano, ma aveva l’intuizione che si concertassero, da molti, furti e rapine.
A poco a poco, si abituò a quella vita; nelle prime ore della sera si fermava nella sala d’aspetto, dove, in giro ad un tavolo unto e lustro per il sudiciume, i clienti tenevano animate conversazioni, mentre altri leggevano il giornale, oppure sdraiati nelle sedie di legno dormivano russando o sognando.
Ben presto però i pochi soldi che aveva videro la fine, e una brutta sera si trovò senza i dieci soldi necessari per poter dormire.
La prima notte che passò all’aria aperta vagò di su e di giù per la grande città, fermandosi sulle panchine di Union Square, a gomito a gomito con i vagabondi più pericolosi.
Ernesto, così provato dalla sventura,aveva perso ogni energia, perciò se andava a cercare lavoro alla prima repulsa abbassava la fronte, e se ne andava senza insistere, tanto che i padroni dicevano: ecco un cattivo operaio che non ha voglia di far nulla.
Il poveretto non soltanto non sapeva dove andare a dormire,ma mancava anche del tozzo di pane necessario per vivere; quando la fame lo spingeva, entrava in un “bar room” e perso fra la folla mangiava il “free lunch” e poi ad una pubblica fontana si dissetava; ma venne il momento che i suoi abiti logori per quella vita passata sulle panchine dei Parks, sporchi di fango, scolorati dall’acqua, divennero indecenti, e prese l’aspetto di uno di quelli ubbriaconi che nessuno vuole d’intorno, e fu costretto a non potere entrare nelle birrerie perché lo tenevano d’occhio e lo scacciavano come un cane rognoso.
Il disgraziato era assalito da un grande sconforto, l’idea del suicidio si formava nella sua mente, e se non avesse pensato ai suoi, egli avrebbe certo trovato nelle acque della riviera la soluzione a quel difficile problema dell’esistenza.
A cosa valeva mai il suo ingegno? Sentiva di potere conquistare uno dei primi posti, e non poteva dare il primo passo, impotente, vinto, scoraggiato da tutti gli ostacoli che incontrava sul suo cammino.
Il poveretto nella sua miseria, nei suoi dolori, non dimenticava il pallido volto della donna che a bordo della “Champagne” eragli comparsa come angelo consolatore.
Essa negli abissi del mare aveva trovato la pace e l’oblìo, lui era rimasto per lottare, per combattere le aspre battaglie della vita.
Quando lasciò il suo paese, il Nuovo Mondo gli appariva col più seducente miraggio, credeva che il suo ingegno, la sua voglia di lavorare, avrebbero bastato per farlo trionfare, mentre dal giorno che aveva calcato il suolo americano, il sogno erasi cambiato in una triste realtà.
Era proprio agli estremi, non ne poteva più; da giorni non mangiava! da giorni non dormiva!
La folla allegra che gli turbinava d’intorno gli dava il capogiro; a volte a volte, passando innanzi ai tanti restaurants che popolano Bowery, veniva colpito dagli odori appetitosi dei cibi che in quelli si manipolavano e quell’onda d’aria calda e sostanziosa, gli faceva sentire più che mai gli stimoli della fame.
Ernesto risalì Bowery, passò per Chatham Square, dove fu circondato da donne ubriache, sudice che lo invitavano ad amori osceni.
Le braccia di quelle disgraziate cadute e ruzzolanti nel fango lo stringevano in un’abbraccio schifoso, ed Ernesto sentiva il tanfo del whiskey, e ne restava a mezzo soffocato.
Egli tentò di svincolarsi da quelle strette, ma non lo poteva, le megere parevano delle furie che volevano trascinarlo in qualche antro spaventoso.
La ridda continuò un pezzo, e la folla rideva di quello spettacolo ripugnante, e naturalmente prendeva Ernesto per uno di quei leoni, che si fanno mantenere da quelle luride donne, che si sa, né perché, né per come, vengono lasciate libere, a danno della moralità pubblica.
Ernesto era paziente, ma finalmente non potendone più, volle rompere quel cerchio che si serrava intorno a lui, e con una forte spinta si fece innanzi.
Una delle donne cadde a gambe levate, mostrando un’ammasso di cenci sporchi, sbrandellati, fra i quali apparivano scarne, livide, pustolose, le gambe, non coperte neppure dalle calze, che non trattenute scendevano giù sopra le scarpe sdruscite.
La folla rise più che mai, ma le donne nel vedere la compagna a terra gettarono grida di furore, e se alla fine non interveniva un policeman, il disgraziato Ernesto l’avrebbe passata male.
Di simili incontri ne trovò parecchi, essendo Chatham Square, Park Row e luoghi circonvicini come il quartiere generale delle “boms” e dei “loafers” che per tre o cinque soldi, trovano nelle immonde taverne dei gran bicchieri di whiskey, fuoco liquefatto che brucia palato e stomaco, ma che non scuote per nulla gli “abituès” a quella bibita infernale.
Voltò in Chambers Street, e di là nella piazza del City Hall; egli andava a cercare un posto sopra una delle panchine che si trovano nello spazio che sta proprio dinanzi al palazzo municipale e dove in permanenza dimorano i disgraziati senza casa e senza tetto.
Quando arrivò, il tempo con una di quelle rapidità che sono frequenti in America era cambiato, nell’aria turbinarono le nubi e il temporale si avanzava minaccioso, un vento fortissimo soffiava sollevando nembi di polvere.
A stento Ernesto trovò un posto sopra una delle panchine; i disgraziati sferzati dal vento, colpiti dalla polvere, si serravano l’uno all’altro; la luce elettrica illuminava quella scena triste della miseria mentre i viandanti passavano rapidamente neppure vedendo ciò che avveniva intorno a loro.
Ad un tratto cominciarono a cadere delle grosse goccie d’acqua, i dormienti furono svegliati; coloro che erano desti, guardarono il cielo nero, nero e si intesero esclamazioni di dolore, di rimpianto; se l’acqua fosse caduta fitta dove sarebbero andati a passare la notte?
E l’acqua cadde, cadde a rovescio e dovettero alzarsi, e con gli abiti sgocciolanti d’acqua correre a cercare un riparo sulle soglie delle case.
Ernesto aveva i piedi gonfi, feriti, a mala pena poteva camminare e quel diluvio lo infradiciò da capo alle piante, l’infelice sentiva i brividi della febbre, gli pareva di morire; prese più presto che poté giù per Centre Street, fino a quando trovò uno di quei carri coperti che di notte stanno scaglionati in molte vie.
Non poteva più camminare, quel carro gli offriva una specie di ricovero ed egli a gran stento vi salì sopra. Sul fondo eravi della paglia, ed esso si sdraiò provando un gran sollievo.
Ad onta che i suoi abiti fossero fradici e la sua biancheria da strizzare, pure si addormentò ben presto.
Ad un tratto fu risvegliato da uno spasimo atroce ai piedi; era un policeman che col suo randello picchiava senza misericordia; gettò un ruggito di dolore e si levò.
—Via di qua, vagabondo,—tuonò il policeman.
Ernesto non capiva l’inglese, ma comprese perché il policeman lo trattava tanto crudelmente e fece un gesto disperato che voleva dire:—non posso!—Si levò le scarpe rotte, e mostrò i suoi piedi sanguinanti e macolati, mentre le lagrime gli tremolavano sul ciglio.
Il policeman guardò meno severamente il disgraziato, ne ebbe pietà, si strinse nelle spalle e se ne andò.
Ernesto si rigettò sulla paglia e dormì.....
Quasi alla stessa ora nella quale Ernesto, il disgraziato pittore, trovava in un carro un ricovero per la notte, Giuseppe Nelli usciva misteriosamente da una casa della 14ª strada unitamente a Rosa.
—E così?—diceva Giuseppe mentre correvano a prendere il carro della quarta Avenue.
—Ho creduto di morire.
—Il medico assicura che tutto è finito.
—Sì, ma io sono mezza morta.
—Coraggio, Gennarino tornerà domani, è d’uopo che vi trovi in salute.
—Giuseppe, è un delitto quello che abbiamo fatto.....
—Storie cara mia; ciò che avevi in corpo, era meno di nulla; diamine, bisogna pure difendersi. Tu ti sei difesa, altrimenti cosa avrebbe detto tuo marito? Il marmocchio non esisteva, me lo ha detto il medico, era il germe che abbiamo distrutto, e poi perché un medico faccia così, è segno che è cosa regolarissima.
—Sarà, ma io credo che la pagherò cara, mi sembra di morire, mi pare di essere tutta ghiacciata.
—È questo tempo indemoniato, quando sarai nel carro tutto finirà.
Il carro tardò alquanto a giungere, finalmente comparve, e Rosa e Giuseppe vi salirono sopra.
—Ti ha dato la medicina?—domandò Giuseppe quando furono seduti.
—No, verrà lui a farmi la fasciatura.
—E tuo marito?
—Il medico inventerà una malattia.
—Come ti senti?
—Sempre peggio.
Ed infatti Rosa era pallida come la morte, sotto i suoi occhi spiccavano due cerchi nerissimi, le sue labbra smorte tremavano, brividi di febbre le scuotevano.
—Non sarà nulla,—seguitava Giuseppe,—è il sangue, che deve essere uscito a fiotti.
—Sì, tanto, tanto, ne uscì, ne ho intriso tutte le sottane.
—Basta, taci, qualcuno potrebbe intenderci; non dobbiamo gridare negli orecchi di tutto il mondo, i nostri affari.
Giuseppe tornato in America, aveva convinto completamente Gennarino che Rosa era la più casta delle mogli; ma le prove della colpa cominciavano a farsi vedere, per cui era necessario provvedere; a New York non mancano dei dottori senza anima e coscienza che con bibite pericolose, con operazioni criminose riescono a distruggere le conseguenze di un fallo.
In America forse più che altrove si ha meno ripugnanza a troncare un’esistenza sul nascere, vi sono a diecine le balie che sorridendo, come se compissero un’opera buona, uccidono il feto e impediscono alle giovani e anche alle maritate di partorire, e insieme alle balie per questa opera infame di distruzione si trovano i medici.
Di quando in quando, le aule dei tribunali risuonano di turpi e scandalosi processi, più di una volta avviene che un dottore cambia il suo abito nero con la divisa del galeotto; ma a nulla valgono questi esempi e i fabbricatori e le fabbricatrici d’angeli, seguitano trionfalmente nella loro via, noncuranti della legge e della sua severità.
Gennarino aveva accolto con gioia sua moglie; il cugino Giuseppe assicurava come essa fosse rimasta onesta moglie e le chiacchiere essere appunto nate perché Rosa non aveva voluto cedere alle voglie di qualcuno che erasi in tal modo vendicato del rifiuto.
Rosa fece effetto in Mulberry, e il fortunato marito fu invidiato da molti.
Vero che qualcuno dei ventitre portati da Giuseppe, aveva detto qualche frase equivoca riguardo alle premure del cugino per la cugina; e non pochi sorridevano della fiducia di Gennarino, che si mostrava tanto espansivo con Giuseppe.
Ma, come sempre avviene, le chiacchiere, i motti equivoci dei pettegoli non arrivavano all’orecchio del marito, che lavorava con lena affannosa perché alla sua Rosa non mancasse nulla.
La donna erasi mirabilmente assuefatta a quella vita in partita doppia, prendeva le carezze del marito e quelle dell’amante e con entrambi appariva amorosa; l’adulterio non la spaventava, ma sì bene la teneva in continua apprensione la sua gravidanza; certo erasi sbagliata nel calcolo perché ogni giorno si accorgeva che il frutto dei suoi colpevoli amori col cancelliere di Piedimonte cresceva in modo, che presto anche suo marito, per cieco che fosse, doveva accorgersene.
Fu allora che parlò a Giuseppe e esso mantenne la promessa già fattale a S. Gregorio; si recò dal dottore Wilson, un vecchio dalla barba candida, lunga e rispettabile come quella di un profeta, gli disse di ciò che aveva bisogno, il dottore, furbo, non rispose subito, volle prima vedere, la sua criminosa professione lo rendeva guardingo, temeva sempre un tranello della polizia; dopo un abile interrogatorio al quale Giuseppe rispose alla meglio in un’inglese maccheronico, il Dott. Wilson accondiscese a vedere Rosa, e la mano assassina compì l’opera sua in quella sera che abbiamo ritrovato Rosa e Giuseppe.
L’adultera arrivata a casa, a mala pena poté montare le scale, quando fu nella sua stanza dette un grido e svenne.
—Per San Cono, che sia morta?—gridò Giuseppe,—non sarebbe bello davvero. Il meglio in ogni modo è che non mi trovi qui, altrimenti non si sa mai......—e il furfante piano, piano, se ne andò lasciando la disgraziata priva di sensi sul pavimento, senza nessuna assistenza.
Giuseppe Nelli a New York godeva stima di danaroso, nessuno erasi mai dato l’incarico di sapere come la sua fortuna avesse avuto origine, giusto come quando si vede un torrente maestoso a nessuno, o quasi, viene fatto di domandare dove è la sorgente, così avviene per coloro che hanno denaro.
Se nelle colonie d’America uno volesse ricercare come fu che molti conquistarono la fortuna in poco tempo, ben pochi uscirebbero da questa inchiesta lindi e puliti, ben pochi potrebbero confessare senza arrossire come raggranellarono i primi denari, in qual fango raccolsero il primo scudo.
E ciò sia detto per gente di ogni razza e nazionalità.
L’America è considerata un paese di conquista e i conquistatori non furono mai molto scrupolosi.
Dunque, Giuseppe aveva fatto come cento altri; sul principio spazzò le strade, poi avendo un poco di denaro, cominciò ad assoldare degli uomini dei quali fu il caporale, sfruttando il loro lavoro.
Raggranellato cinquecento dollari, comprò un “Bar-Room” in alto di città nella piccola Italia, il locale non era né lindo, né pulito, tutt’altro ed entrandovi prendeva la nausea.
Ma era sempre pieno zeppo di lavoratori, tutti facevano capo là specialmente gli spazzatori di strade.
Nella stanza dietro al“Bar-Room” eravi il giuoco, notte e giorno in quel locale dove l’aria mancava, essendo tutto ermeticamente chiuso, al chiarore del gas, fra nembi di fumo puzzolente tirato dalle pipe grasse, grumose dei giuocatori, si puntavano denari sopra le carte untuose, la “zecchinetta” regnava sovrana, e assorbiva intere settimane di paga che quei disgraziati guadagnavano lavorando come cani.
Tutte le volte colui che teneva il mazzo “faceva la mano” doveva pagare venticinque soldi, che venivano gettati in un buco fatto nel tavolo, ed era quel buco l’unico, il solo vincitore.
Qualche volta in quella tana immonda, dove la polizia non metteva il naso, perché pagata per ciò, avvenivano delle risse, il coltello luccicava nella semi-oscurità, e risuonavano grida di dolore e di terrore.
Giuseppe allora prendeva ferito e feritore e aiutato dai suoi bravi, li gettava in mezzo alla via, perché all’aria aperta se la sbrigassero come meglio loro pareva.
Un giorno Giuseppe, stanco di quella vita, si pose a fare il “boss” e ottenne l’impresa di alcuni lavori municipali e impiegò uomini che sotto contratto, insieme ad un suo socio banchiere, importavano dall’Italia, aiutando così a scrivere una di quelle brutte pagine della storia della tratta dei bianchi, storia per la quale buoni e cattivi furono insieme confusi e provocarono leggi odiose e dannose.
Il suo viaggio a S. Gregorio, aveva per scopo di arruolare una squadra di lavoratori.
Il furbo sapeva la severità della legge sulla emigrazione, lui e il suo rispettabile socio si erano spesso trovati a brutti cimenti; andando di persona non eravi pericolo, avrebbe per bene insegnato la lezione, e gli agenti d’emigrazione sarebbero restati ingannati.
A sfruttare per bene i nuovi giunti ci pensavano loro. Della paga promessa, ma poca in compenso del lavoro opprimente, ben poco ne andava ai lavoratori, perché Giuseppe li manteneva, li alloggiava, ritenendosi un tanto per settimana, ma un tanto che era un ladrocinio bello e buono.
I birbanti rubavano senza discrezione al principio, perché sapevano, che gli schiavi quando avessero conosciuto ciò che si guadagna in America e ciò che si spende per mangiare e per dormire si sarebbero ribellati, molto di più che quei pettegoli di giornali, mettevano il naso dovunque, avendo il coraggio di svelare i misteri dei “bosses.”
Eppure ad onta di tutto questo, Giuseppe aveva degli ammiratori, dei cortigiani; quando parlava lo stavano a sentire, pendevano dalle sue labbra.
Allorché appena tornato dall’Italia, la colonia fu commossa per le tristi gesta di Ruiz, Giuseppe imprecò piano e forte contro coloro che disonorano il nome italiano e venne applaudito nei “Bar-Rooms,” nei quali teneva cattedra.
Legalmente parlando il furfante era in regola, se il codice lo aveva sfiorato, ne era rimasto fuori fino al momento nel quale si era reso complice di un infanticidio.
Giuseppe non amava Rosa; ma quella fresca montanara ardente, provocante, gli piaceva, poi sentiva una certa voluttà nel farle fusa torte ad un giovane simpatico come Gennarino.
II.
L’acqua continuava a cadere quando Giuseppe lasciò la casa di Rosa, e fu costretto a ricoverarsi in un “Bar-Room” di Mulberry, dove venne accolto festosamente, perché vi erano molti di coloro che lavoravano per lui e che lo salutarono padrone.
Si avvicinò al banco e con aria allegra disse:
—Su ragazzi beviamo un bicchiere; fa un tempo da lupi.
Quanti erano nella birreria si avvicinarono prestamente al banco.
I bicchieri colmi di birra, e di vino, furono toccati insieme e tutti bevvero alla salute di Don Giuseppe, il quale, quando ebbe bevuto disse:
—Speriamo che domani a sera non piova, guasterebbe il mass-meeting della Tammany Hall. Ci venite voi?
—Ma,—rispose qualcuno,—non sappiamo; ve n’è già un’altro.
—Un repubblicano forse? Buona roba; noi dobbiamo votare per i democratici..... la birra è democratica!
—Silenzio!—gridò il padrone del locale.
Giuseppe continuò:
—Credete giovanotti, se volete essere qualche cosa, se desiderate impieghi, votate per i democratici, essi sono i veri padroni di New York.... Su beviamo un’altro bicchiere.
I grandi “Schooners” furono riempiti, toccati allegramente, e vuotati in un fiato.
—Siete tutti cittadini?
—Credo, Don Giuseppe.
—Va bene, non mancate domani a sera alle quattordici strade al Mass Meeting, poi vedremo.
—Verremo,—rispose colui che pareva il capo.
Giuseppe stava per andarsene quando uno della comitiva domandò:
—E Gennarino quando viene?
Giuseppe si voltò bruscamente, e rispose:
—Cosa ne devo sapere io? Già..... certo lavora per me.
—Ho sentito dire che verrà domani, è la moglie che lo tira qui, un bel tocco di donna, che merita la pena di far delle miglia per venire a trovare.
Giuseppe si strinse nelle spalle; e l’altro continuò:
—E via, Don Giuseppe, non è da disprezzarsi, e se è vero ciò che si dice, Gennarino non è il solo a godersi la Rosa.
—Non è il solo?—mormorò Giuseppe.
—Già, fate il nuovo; sono amico di Bastiano un paesano che venne con voi, ossia viaggiò sullo stesso vapore; lui in terza, voi fra i signori e con la compagnia di Rosa.
—Caro mio,—rispose Giuseppe con finta modestia,—le linguacce sono dovunque. Rosa mi è cugina, fece il viaggio in mia compagnia, ma non vi è altro d’astrologare.
—Non me ne importa, sono affari del marito, lui ci deve guardare. Vi ho avvisato perché sicuro che Gennarino sia geloso come una tigre, e potrebbe accadervi qualche disgrazia.
—Sono tranquillo; in ogni modo vi ringrazio dell’avviso;—e ciò detto Giuseppe se ne andò.
Appena uscito dal “Bar-Room” cominciarono a dirne di tutti i colori di Giuseppe e di Rosa.
Se credevano di farla pulita sbagliavano, era uno scandalo quell’adulterio consumato in faccia a tutti, sotto il naso dei vicini.
Quel Gennarino era cieco, o doveva averci il suo tornaconto in quella tresca, di lì non si usciva.
Mentre l’onore del disgraziato marito, colpevole solo di amare troppo sua moglie, di credere alla sua onestà, veniva così atrocemente offeso, l’adultera agonizzava vittima di un delitto da lei voluto per la sua salvezza.
Lo svenimento della disgraziata durò a lungo; il petrolio essendo terminato nella lampada di cristallo la stanza era immersa nell’oscurità.
Ad un tratto Rosa fece un movimento, tentò di alzarsi ma non lo poté.
—Quanto soffro,—mormorò, e si contorceva sul pavimento straziata da dolori insoffribili.
In mezzo a quelle tenebre ebbe paura, morire sola come un cane era troppo, tentò di gridare, dalla sua gola arida non uscivano che voci soffocate che era impossibile fossero intese dai vicini.
Al di fuori l’acqua continuava a cadere col rumore di una cascata.
Con grandi stenti Rosa poté alzarsi e trascinarsi verso la finestra; ma quando vi giunse non aveva la forza di aprire i cristalli, e i dolori continuavano terribili, le sembrava che su tutta la sua persona passassero dei ferri roventi, che le strappassero la carne con le tanaglie.
—Mio Dio! mio Dio! meglio morire che soffrire così.
Poi si ripentiva di quella invocazione; morire? no, era in peccato mortale, adultera e infanticida, l’avrebbe aspettata l’inferno, e quelle pene dovevano essere eterne.
Voleva vivere, vivere per redimere le sue colpe, vivere per fare penitenza.
Finalmente riuscì ad alzare il cristallo della finestra e a quella si affacciò.
Mulberry appariva deserta, l’acqua luccicava nel rigagnolo, e nei piccoli laghetti della via; non si vedeva anima viva.
Rosa con voce che nulla aveva di umano, invocò aita. Quella specie di urlo selvaggio risuonò sinistramente in Mulberry, ma non fu inteso da nessuno.
—S. Gregorio mio patrono, fate che sia soccorsa, non posso più resistere,—e sporgendosi dalla finestra con tutta la forza che ancora restavale, gridò:
—Muoio!.. muoio!..
Quella suprema invocazione fu udita dal policeman di guardia, che se ne stava al riparo dell’acqua sulla soglia di una casa vicina a quella di Rosa.
Il policeman accorse, le grida più fioche, ma continue, della disgraziata gli indicarono dove avrebbe dovuto salire.
L’agente di polizia credendo che si stasse per commettere un delitto, prese dalla tasca il revolver, e quindi si avanzò risolutamente.
Rosa esausta dal dolore e dallo sforzo fatto, era di nuovo ricaduta sul pavimento e non dava segno di vita.
Il policeman montando le scale aveva bussato a tutte le porte che incontrava, così che i vicini di Rosa, bruscamente svegliati, sul principio credettero che prendesse fuoco la casa e si precipitarono giù dal letto, domandando con voce affannosa cosa avveniva.
Il policeman gridava:
—In casa vostra si assassina qualcuno.
Le porte si aprivano, gli inquilini comparivano col lume in mano, in camicia, con gli occhi imbambolati, e il policeman intanto entrava nella stanza di Rosa, e urtava nel suo corpo esanime.
—È qui! è qui!—gridò il policeman,—portate un lume!
—È da Rosa! dalla bella Rosa!—dicevano i vicini e spinti dalla curiosità, salivano la stretta scala urtandosi, pestandosi i piedi nudi, quasi facendo quistione per arrivare i primi.
Quando nella stanza vi fu il lume si poté vedere il volto livido, quasi paonazzo di Rosa, dalla bocca semi-aperta e ricoperta di schiuma sanguigna usciva la lingua di un colore nero come se fosse stata incancrenita.
—Diamine,—disse il policeman,—ho paura che ci sia poco da fare.
I vicini, i conoscenti della bella Rosa guardavano inorriditi. Cosa era mai avvenuto? Come, la giovane donna che la sera stessa avevano vista piena di salute, fresca come un fiore, in poche ore era così cambiata?
—Via; un uomo di buona volontà che vada a chiamare un mio collega, faremo venire l’ambulanza e la porteremo all’ospedale.
Un giovanotto svelto con l’occhio intelligente, Totò, l’allegro Totò, che abbiamo visto a bordo della “Champagne” e che era adesso vicino di Rosa, gridò mettendosi la mano alla fronte come un militare:
—Vado io, mio generale.
Il policeman non comprese una sola parola, ma intuì che quel giovane si offriva a compiere la commissione e disse:
—Bravo, andate, andate presto.
Totò girò su se stesso infilò la porta e scese a precipizio.
Pochi momenti dopo tornava con due policeman.
Come aveva fatto a farsi intendere, lui che d’inglese ne doveva sapere ben poco? Nessuno lo domandò e Totò fiero della missione compiuta, si pose vicinissimo a Rosa, mostrando la più viva commozione.
—Camerati,—disse il policeman ai nuovi giunti,—è d’uopo dare l’allarme e far venire l’ambulanza, vi è qui una poveretta che credo abbia già il lascia passare per l’altro mondo.
Morta? E i tanti che erano accorsi riguardavano spaventati. Non poteva essere, non si muore così, in un momento senza una causa. Dunque doveva essere stato commesso un delitto, un’altro di quei misteriosi delitti, che di quando in quando venivano a gettare lo spavento nel quartiere italiano.
—Che sia avvenuto come a Vittoria?—disse qualcuno che conosceva la triste storia della moglie di Ruiz.
A quella allusione un brivido di terrore scosse tutti.
E la notizia di un delitto erasi sparsa con la rapidità del lampo, già nella strada innanzi alla casa di Rosa vi era folla che sfidava la pioggia.
Di dove uscivano tutti quei curiosi?
Mistero. Il fatto è che una strada può essere ben deserta, ma se avviene alcun che di straordinario, se circola la voce di un delitto, di un assassinio, la folla pare uscire di sotto terra, e la via dove non si vedeva anima viva si ricopre di curiosi.
Rosa non accennava a riprendere i sensi; alcune delle sue vicine avevano portato dell’aceto col quale, le fregavano la fronte, ma essa non faceva il più piccolo movimento; eppure non doveva essere morta, il policeman assicurava che le membra non avevano la rigidità cadaverica.
Finalmente s’intese il suono del campanello dell’ambulanza che veniva a prendere Rosa.
Due paesani della disgraziata, amici di Gennarino, la presero a braccia e la portarono nell’ambulanza, passando a stento fra una fitta siepe di curiosi.
Quando il corpo di Rosa comparì sulla soglia di casa, la folla mormorò:
—L’assassinata!.. l’assassinata!..
Oramai non eravi dubbio per tutta quella folla, che la giovane donna non fosse stata vittima di un orribile delitto.
L’ambulanza partì al gran trotto e poco tempo dopo Rosa faceva il suo ingresso al Chambers St. Hospital.
III.
L’indomani della notte nella quale Rosa uccideva il feto che si agitava nel suo seno, il sole brillava in tutto il suo splendore e faceva prevedere che il gran mass-meeting della Tammany Hall avrebbe avuto dalla sua anche il bel tempo.
Gennarino, il marito di Rosa, verso le undici faceva ritorno a casa sua; era allegro, felice, pensava di potere fra pochi minuti stringere fra le sue braccia la sposa adorata, che non vedeva da giorni.
Passando da Grand Street, innanzi a quei negozi dove nelle vaste vetrine civettano abiti, stoffe e guarnizioni, aveva comprato un bel vestito per la sposa, e pregustava il piacere di quella sorpresa che stava per fare a colei che amava sopra ogni altra cosa al mondo.
Gennarino passò in Mulberry lesto, lesto, e non si accorse neppure che la folla lo guardava con una gran curiosità, che le donne se lo accennavano a dito l’una con l’altra.
Assorto tutto nel pensiero di Rosa, non vedeva nulla e passava con la gioia nello sguardo raggiante di felicità.
Stava per entrare in casa quando incontrò Totò.
Il giovanetto nel vederlo indietreggiò e si fece pallido.
—Ebbene, Totò ti faccio paura?—disse allegramente Gennarino.
—Paura, a me? Neppure per sogno Gennarino.
—Rosa è in casa?
—Rosa?... Già.... sicuro.... cioè, non lo so.
—Cosa hai questa mattina?—balbettò—non sai rispondere, tu che hai la lingua così sciolta?
—Sicuro sciolta, tanto sciolta che ho fin paura mi scappi di bocca.
—Bene, bene Totò, statti bene, ho furia di rivedere mia moglie.—Ciò detto Gennarino stava per salire in casa.
—Aspetta,—gridò Totò, prendendolo per il braccio,—aspetta, non avere furia vi è compare Andrea che vuol parlarti.
—Lo vedrò un’altra volta, ora sono tutto per mia moglie.
—È un’affare di premura, una parola e via, tutto è detto.
—Dove è compare Andrea?
—Qui, nel salone, tanto ne bevi un sorso.
—Basta pur che si faccia presto.
—In due tempi si beve il bicchiere e si snocciola il tutto.
Totò entrò per il primo nel “Bar-Room” e gridò:
—Attento è qui Gennarino.
Andrea che era seduto ad un tavolo si alzò subito e corse incontro al marito di Rosa.
—Ebbene, compare Andrea, cosa avete da dirmi di così premuroso?
—Sedete Gennarino debbo parlarvi. Ma prima cosa bevete?
—Della birra.
—Birra no, fa male la mattina. Vincenzo porta due cognac ma di quel fino.
—Compare Andrea fate presto, Rosa mi aspetta.
—Sicuro che faccio presto. Cosa hai lì, in quel pacco?
—Un vestito nuovo per mia moglie. Su, parlate, via compare Andrea.
Vincenzo aveva portato il cognac.
—Prima bevete.
—Alla vostra salute compare!
—Alla vostra!
Il cognac fu bevuto.
—Dunque,—principiò Andrea imbarazzato più che non avrebbe pensato,—lo sapete, non sempre la va bene, si è felici, contenti, quando tutto ad un tratto crac, tutto cambia; non si ride più, non si balla più..... corpo di Satanasso è un’ingiustizia.
—Cosa vi è accaduto, qualche disgrazia compare Andrea?
—Già... sicuro... una disgrazia... e che disgrazia, una di quelle disgrazie che cambiano da così a così la condizione di una famiglia.
—Mi spaventate, dite, su...
—Sì, è presto detto; ma le parole mi mancano, non so cosa dirvi.
Gennarino scrollò la testa,—certo il compare avrà bevuto troppo cognac,—pensò fra sé.
—Sentite Andrea, se non volete dirmi le vostre pene, io me ne vado.
—Le mie pene? Ma sono le vostre pene.
—Le mie?
—Già; ma infine tanto è, bisogna pure che lo sappiate.
—Parlate, cosa intendete dire, che avvenne?...
—Avvenne, avvenne che Rosa.....
In quel momento un policeman si presentò sulla porta del “Bar-Room,” e chiamò il padrone al quale parlò sottovoce; il padrone fece un cenno dalla parte dove era Gennarino, e subito il policeman si diresse verso lui e mettendogli una mano sulle spalle disse:
—Siete mio prigioniero.
—Io?—e Gennarino indietreggiò stupefatto, ma non impaurito.
—Sì, mio bel giovanotto alla polizia vi si vuol parlare.
—Ma io non ho nulla a che fare con la polizia.
—Ciò non mi riguarda, lo direte a chi è di dovere, a me danno un ordine io lo eseguisco e non fiato.
—Caro Gennarino il meglio che tu possa fare è di andare col policeman,—disse Andrea,—quando tu sarai al quartiere di polizia, in due parole te la sbrigherai. So di cosa si tratta; non farti pregare.
—Hai ragione, il meglio è che vada a sentire. Fammi il favore di avvisare Rosa, perché non stia in pensiero, fra poco ritorno.
In Mulberry per tanto si era sparsa la notizia dell’arresto di Gennarino, e la gente quando lo vide passare, lo guardò con aria aggressiva.
La folla non ragiona, era noto che Rosa fu trovata morta o moribonda, non sapevano ancora nulla di preciso su ciò, dunque se arrestavano il marito era perché, certo, gatta ci covava.
Gennarino non si accorse per nulla della ostilità della folla; era stizzito nel vedere ritardato il momento nel quale avrebbe potuto stringere al suo seno Rosa, non per altro.
Il policeman non volle dirgli una parola del perché lo arrestava.
—Lo saprete anche troppo presto,—gli aveva detto, una volta che Gennarino insisteva.
Giunto al quartiere di polizia, Gennarino fu registrato sul libro d’ingresso, frugato e posto in cella.
Il poveretto strepitò a quel trattamento; egli non aveva nessun conto da rendere alla giustizia, perché lo si trattava come un malfattore?
—Lo saprete, lo saprete,—gli rispondevano i policeman,—per ora andate dentro, quando sarete chiamato vi sarà detto tutto.
Gennarino dovette cedere, tacere ed entrare in cella.
Una cella quasi scura, dove sul tavolino russava un uomo ricoperto da luridi panni e che mandava un tanfo di alcool da appestare.
Gennarino restò un pezzo prima di raccapezzarsi, ciò che gli avveniva era ben strano: veniva dal lavoro pieno di gioia, pensando alla sua sposa, e lo si arrestava, lo si metteva in una cella senza neppure dargli una ragione qualsiasi di quell’atto di arbitrio, di quella ingiustizia.
Perché? La libertà dei cittadini era adunque in balìa del capriccio della polizia?
E lo chiamavano libero un paese dove avveniva ciò?
Gennarino non era un cafone, giovane sveglio, abbastanza intelligente, differiva tanto fisicamente che moralmente dai suoi paesani. Il suo volto bruno era simpatico; i suoi occhi grandi e bellissimi facevano sospirare più di una donna; valeva cento, mille volte più di Giuseppe, al quale Rosa si dava tradendolo infamemente.
Gennarino lavorava con passione e guadagnava molto più dei suoi compagni, era sobrio quanto mai dire si possa, e qualche biglietto da dieci scudi al suo comando ce lo aveva.
La sua passione era Rosa, a lei dava tutto il suo cuore, per lei lavorava con lena.
Il dubbio che quella donna lo tradisse non eragli mai passato per la mente: se lo avesse solo sospettato guai, guai a Rosa, guai al suo amante, l’agnello sarebbe divenuto leone e avrebbe sbranato senza misericordia.
Tale è l’uomo al quale piombò sopra, una delle più grandi sventure.
IV.
Giuseppe occupato nella politica,—perché era uno appunto di quelli che si fanno incettatori di voti presso gli italiani,—non ebbe tempo per tutta la mattinata di occuparsi di Rosa; del resto non dubitava di nulla, lo svenimento della sua amante sarebbe passato, e dopo una buona riposata, del delitto non ne sarebbe serbata neppure una traccia.
Se tutte quelle che spengono l’alito vitale al feto dovessero morire;—pensava Giuseppe—si farebbero spesso dei funerali.
Poi non era prudente andare tanto presto a casa di Rosa, perché di momento in momento era atteso Gennarino e forse il marito si sarebbe insospettito di trovarlo là.
Fu adunque verso le ore pomeridiane che Giuseppe si diresse verso Mulberry.
Appena arrivato nella via popolare, incontrò un conoscente che gli disse:
—Don Giuseppe, sapete le novità?
—No, che abbiamo?
—Vostra cugina Rosa è morta.
—Morta!—E Giuseppe in ciò dire si fece spaventosamente pallido.
—Lo dicono tutti; un delitto è stato commesso, la polizia durante la notte, la trovò assassinata.
—Siete matto Peppiniello, chi volete che abbia avuto il barbaro coraggio di commettere un simile delitto?
—Non ne so nulla io!..questa è la voce che corre.
Giuseppe piantò in asso Peppiniello e quasi di corsa si diresse verso la casa di Rosa, vi era vicinissimo, quando incontrò Andrea che gli sbarrò il passo dicendogli:
—Don Giuseppe dove correte?
—Dimmi, sai nulla?—rispose quasi come un’automa Giuseppe.
—Altro che so.....
—Dunque spieghiamoci,cosa è avvenuto a Rosa?
—È moribonda all’ospedale.
—Moribonda! E perché?
—Questo non lo so.
—E Gennarino?
—Al fresco; in gattabuia.
—In prigione! ma perché?
—Anche questo non lo so.
—Via, Andrea dimmi tutto.
La folla aveva circondato i due uomini curiosa di potere sapere qualche cosa.
—Don Giuseppe, entriamo da Vincenzo, saremo più liberi.
Giuseppe seguì Andrea; i due uomini si posero a sedere ad un tavolo in un angolo della birreria, e Andrea raccontò tutto l’accaduto della notte scorsa; come fosse stata trovata Rosa, come venisse condotta all’ospedale in uno stato che non si sapeva distinguere se era la morte, od uno svenimento.
Raccontò l’arresto di Gennarino, e le voci che correvano sull’accaduto, ritenuto da tutti come un delitto.
—I giornali cosa dicono?—domandò Giuseppe alla fine.
—Caro voi, io non leggo neppure l’italiano, figuratevi se leggo l’inglese.
In quel momento un ragazzo passava gridando l’extra del “World,” Giuseppe dette un soldo ad Andrea perché comprasse il giornale.
Quando Giuseppe ebbe il foglio fra le mani, lo rigirò di su e di giù; non ci si raccapezzava, a mala pena conosceva qualche parola d’inglese, e tutta quella fitta stampa gli appariva indecifrabile come i giroglifici antichi.
—C’è nessuno che legga bene l’inglese?—domandò Giuseppe.
—Io,—disse un tale che se ne stava in un angolo della birreria.
—Fatevi avanti amico,e guardate un po’ su questo foglio se si parla della disgrazia di mia cugina Rosa.
Lo sconosciuto si avanzò barcollando; si vedeva che oltre a sapere leggere l’inglese, doveva sapere leggere anche in fondo al bicchiere.
—Rosa è vostra cugina?—disse con voce rauca giunto vicino a Giuseppe.
—Sì.
—Me ne rallegro, è un bel pezzo di donna.
—Leggete presto, sto sulle spine.
—Subito;—prese il giornale e lo scorse rapidamente, poi ad un tratto disse:
—Ecco qua il fatto nostro. Diamine è lunghetto. Volete che lo legga in inglese?
—No, basterà che ce ne diate il sunto.
—È presto fatto. Il “World” dice: che a Rosa è stata fatta un’operazione criminosa e che forse non la scamperà, aggiunge che la giustizia ritiene il marito complice della moglie, nulla però si sa di preciso, perché Rosa ha il delirio e non può dare nessuna indicazione. Il marito di Rosa venne arrestato.
—È tutto?—domandò con voce tremante Giuseppe.
—Tutto quello che dice il giornale, sì.
—Grazie giovanotto, e beviamo un bicchiere di quello buono.
—Vincenzo,—gridò il traduttore,—porta un bicchiere, che sia degno di te, il signore qui presente, cugino della bella Rosa, paga.
Giuseppe era sulle spine; se Rosa avesse detto chi l’aiutò nel turpe fatto, egli sarebbe stato arrestato e certo condannato.
Meglio sarebbe che Rosa fosse morta, i morti sono muti e non ispirano nessun timore.
Vincenzo portò del “Whiskey,” e Andrea, Giuseppe e lo sconosciuto bevvero, dopo avere toccato i loro bicchieri.
Giuseppe comprese che per intanto bisognava assumere un contegno che non destasse sospetti; così si pose a gridare all’ingiustizia, non essendo capace sua cugina neppure di pensare il delitto che gli addebitavano.
—Del resto che bisogno eravi di mandare un’innocente all’altro mondo? Rosa era maritata non è vergogna se una sposa fa dei figli, anzi è un’onore. Dunque la polizia secondo al solito prendeva un granchio, anzi un doppio granchio, perché arrestava Gennarino; il quale, se avesse saputo la moglie incinta sarebbe divenuto pazzo di gioia.
Giuseppe quando ebbe per bene detto come la pensava, si alzò e disse:
—Vado a trovare Gennarino e qualunque cauzione vogliano io la troverò.
Quelle parole furono accolte da un mormorio di approvazione.
Don Giuseppe era un bravo parente; lui non abbandonava nella sventura, erano pochi come lui.
Il furfante si recò di fatti al quartiere di Polizia; ma Gennarino non essendo stato ancora interrogato, non poteva essere rilasciato per qualsiasi cauzione, così che non ci fu nulla a fare.
In Mulberry cominciava a correre la notizia data dal giornale della sera; Rosa non fu risparmiata, in modo speciale, dalle donne.
Quella santarella creava i figli e poi l’uccideva; non si avrebbero mai creduto che potesse essere così infame. Fidatevi delle acque morte, delle virtuose..... La galera, la galera per certa gente. Ma già lo avevano sempre detto, che la Rosa finirebbe male. E aveva tanta superbia; pareva che le altre fossero stracci in suo confronto.
Non una di quelle che si dicevano amiche di Rosa, rialzò la voce per difenderla, per scusarla. Le donne parevano diventate furie, gli uomini per poco non proponevano di linciarla.
E quelle popolane non avevano tutti i torti. Abituate ad amare i loro figli, non potevano comprendere che vi fossero degli esseri tanto feroci, perversi e cattivi, da uccidere poveri innocenti.
Mentre nel quartiere italiano il nome di Rosa veniva maledetto, insieme a quello del marito, essa delirava nella camera di custodia dell’ospedale, e il marito soffriva nella tetra cella del quartiere generale di polizia.
V.
La quattordicesima strada fra la seconda Ave. e University-Place, presentava in quella sera un’aspetto imponente e pittoresco; lungo la via erano stati eretti dei palchi fasciati con stoffa dai colori e dalle stelle americane, dove bravi oratori spiegavano alle turbe il verbo democratico.
La facciata della Tammany Hall era ricoperta da una specie di quadro rosso, dove brillavano i nomi dei candidati voluti e portati dalla potente associazione che impera a New York.
Di quando in quando, la voce degli oratori era coperta dallo scoppio dei mortaretti, dai razzi che salivano in aria tracciando nello sfondo cupo del cielo delle striscie di fuoco e quindi scoppiavano mandando una pioggia brillante e tricolore.
La folla si pigiava nella via spaziosa; sui marciapiedi era impossibile camminare e i “cars” non potevano passare, e se si azzardavano a rompere la folla, erano grida, proteste, fischi e invettive.
Innanzi alla Tammany, la gente si urtava, si stringeva, faceva sforzi sovrumani per potere entrare; nell’aula grande, splendente di luce, avrebbe parlato Cleveland, candidato alla presidenza della repubblica e tutti volevano udire la sua voce, il suo programma.
Le musiche sbucavano da ogni parte precedendo parate democratiche; i dimostranti avevano sull’elmo o sopra i berretti dalle forme strane, dei lumi a petrolio che mandavano un fumo nero, che annebbiava quelle luci, facendole apparire rossastre.
Ad un tratto scoppiò un’applauso frenetico che si propagò da un punto all’altro della via.
Cleveland aveva fatto il suo ingresso alla Tammany Hall.....
Giuseppe ad onta delle sue preoccupazioni non aveva mancato a quella dimostrazione e si pavoneggiava sul palco H, assegnato agli oratori italiani.
Due o tre volte si alzò per parlare, ma alcuni che lo conoscevano e sapevano qual razza di discorsi fosse buono di fare, gli impedirono di commettere un’atto, che lo avrebbe reso ridicolo, e quel che è peggio, avrebbe gettato lo scherno su tutti gl’italiani.
Nel fitto della folla con l’occhio attento e le mani pronte, stava una nostra vecchia conoscenza, messer Bernabei (1), il ladro emerito, l’amante di Eugenia, il nemico di Ruiz.
Il furfante erasi fatto crescere la barba, ma quell’accessorio cambiava ben poco i suoi connotati.
Vestiva con un certo lusso, ma si vedeva che il suo abito era uscito da uno di quei negozii buoni a vestire da festa i contadini e i “parvenu.”
Bernabei ci teneva poco alla eleganza, solo voleva avere l’apparenza di uomo ricco e denaroso; quella messa in iscena eragli necessaria per fare i suoi affari bene.
In quanto ad avventure amorose non ne voleva più, la prima lezione era stata buona.
Però, per Eugenia avrebbe fatto ancora delle pazzie; quella procace fanciulla gli aveva lasciato nel sangue il fuoco della lussuria, fuoco che non poteva spegnere; il ricordo di lei lo perseguitava e avrebbe dato chi sa che, per trovarla; e trovandola, non si sarebbe vendicato, ma avrebbe amato la perversa fanciulla.
(1) Vedi “I Misteri di Mulberry” del medesimo autore, edito da Frugone e Balletto.
Dal giorno che lo abbiamo lasciato,Bernabei ha fatto molto bene i suoi affari, egli lavora solo e se ne trova a meraviglia; durante le feste colombiane fece il primo bottino, nella folla attenta a vedere passare le parate civili e militari, le sue mani fecero miracoli, ed egli celebrò splendidamente il quarto centennario della scoperta d’America.
Quella sera pure sperava di fare una buona raccolta, egli contava sull’entusiasmo di quei democratici per alleggerirli del denaro che tenevano in tasca.
Il furbo briccone pensava: Durante il periodo elettorale la moneta circola, tutti si fanno pagare per votare; è giusta che abbia qualche cosa anche io che voto..... le tasche altrui.
Bernabei aveva già fatto qualche piccolo colpetto, delle miserie, i democratici non sono dei ricconi, poi una buona parte del loro denaro lo avevano lasciato nelle birrerie, dove con la birra e il whisky l’entusiasmo aumenta.
Da un quarto d’ora Bernabei seguiva una coppia elegante, un uomo alto, ed un giovane che parlavano francese, e dovevano essere certamente stranieri andati alla quattordicesima strada per curiosare.
Il furfante non comprendeva che poche parole di francese, e perciò non era in grado di capire la conversazione degli stranieri che altro non erano, che il Conte Carlo di Rialto e l’avventuriere Monsieur Gerome.
—Ebbene Conte,—diceva Gerome,—che ve ne pare di questa baraonda?
—Ma, è un popolo che fa carnevale in novembre, come noi lo facciamo in febbraio. Peccato che a noi dei coriandoli che si gettano allegramente, sotto forma di dollari, non ce ne tocchino.
—E ce ne sarebbe bisogno; il nostro viaggio in California e la vostra fuga con Inez, hanno fatto sparire buona parte dei fondi che avevamo in riserva.
—Ci rifaremo.
—Lo spero, ma intanto bisogna limitare le spese.
—Limitarle! E come? Cosa direbbe Inez?
—Caro mio, siamo agli ultimi tocchi, fra un paio di giorni la campana non suonerà più.
—In un paio di giorni troveremo:....
—Sarebbe subito trovato.... ma non è tempo ora di parlarne; vi può essere nella folla qualcuno che intenda il francese.
In quel momento la folla ondeggiò; un razzo invece di salire su verso il cielo, scoppiò a terra.
Le donne gettavano alte stride, i lontani non sapendo cosa avveniva tentarono fuggire, ne avvenne un panico generale, che per poco non causava un disastro.
In quel momento di gran confusione, Bernabei pose le mani in tasca a Monsieur Gerome, e gli tolse con una leggerezza ammirevole il voluminoso portafoglio.
Bernabei sicuro di averne assai per quella sera, cominciò a lavorare di gomiti per uscire dalla calca; vi era quasi riuscito quando si sentì battere sulla spalla, mentre la voce calma e dall’accento bonario del Cav. Boni, gli diceva:
—Buona sera Bernabei, dove andate tanto di furia?
Il borsaiolo nel riconoscere l’ex-ispettore di Napoli indietreggiò impallidendo, e tentò di nascondere il portafoglio rubato che teneva ancora fra le mani.
—Ho assistito al vostro colpo; siete un vero maestro; ma ignorate che certi meriti portano dritto, dritto a Sing-Sing.
—Non comprendo, signor Cavaliere.
—Siete troppo intelligente per non comprendere, poi avete lì nelle vostre mani qualche cosa che vi accusa. È inutile tentare di nascondere il portafoglio che avete or ora rubato.
Bernabei chinò il capo, quel diavolo di Boni gli ispirava un vero terrore.
—Non negate più?—soggiunse Boni.
—Non denunciatemi.....
—Non vedo perché un malfattore della vostra risma, debba restarsene impunito.
Bernabei tentò perdersi fra la folla, e fuggire, Boni lo prese sotto il braccio dicendo:
—Non tanta furia, andiamo via di qui; voglio parlarvi.
Bernabei chinò il capo e si lasciò condurre docile e sottomesso.
Quando furono giunti in Union Square, Boni cambiò tuono, la sua voce diventò severa.
—Voi mi avevate promesso, di divenire un uomo onesto, credendo alla vostra promessa vi lasciai libero e non sareste stato più molestato. Dopo poco tempo vi ritrovo ladro di strada, intento a derubare la gente, ciò mi prova che non cambierete mai, e che sarebbe una colpa il lasciarvi libero.
—Cavaliere,voi non siete impiegato alla polizia, non avete nessun dovere di denunziarmi, e di denunziare un uomo che volere o volare vi ha salvato la vita. Se tutti i borsaioli dovessero stare in carcere credete che ci sarebbe ben poca folla per le vie!
—È vero,io non sono impiegato alla polizia, ma ogni onesto uomo ha l’obbligo di consegnare alla giustizia i furfanti.
—Sarete senza pietà, eppure se voleste io potrei esservi utile.
—Utile! E a che?
—Voi non ignorate certo che io so tutta la storia vera di Ruiz; e non è bene che sciolga lo scilinguagnolo, no davvero; né per voi, no per i vostri amici.
“Se sarete buono con me, io resterò muto come un pesce. Se farete il cattivo parlerò; non fosse altro che per sfogarmi.
Boni rifletté alquanto e poi disse:
—Dove abitate?
—In Mott Street, numero 23 e ½.
—Dite la verità?
—Tutta la verità.
—Non vi domando di promettere che cambierete vita, ciò è impossibile, ma vi dico che se un’altra volta vi fate cogliere non avrò pietà.
—Siete un brav’uomo.....
—Zitto, non voglio elogi da un vostro pari.
—Questo furfante un bel giorno è stato utile.
Boni si morse le labbra; era vero, a quel ladro lui doveva la vita, e i suoi amici la felicità.
Bernabei stava per allontanarsi allegramente, quando Boni lo trattenne dicendogli:
—Sta bene che ve ne andiate libero, ma non permetterò che portiate con voi il bottino; date a me quel portafoglio; domani senza dubbio i giornali daranno il nome del derubato e io rimetterò a lui il suo portafogli.
—Ma.....—volle dire Bernabei.
—Nessun ma; o datemi il portafoglio, o chiamo un policeman e vi faccio arrestare.
Il ladro dovette cedere, e il portafoglio passò nelle mani di Boni, il quale, non fece più nessuna obbiezione a Bernabei perché se ne andasse.
L’ex-ispettore restò pensieroso; poteva in coscienza lasciare libero un malfattore che stava in continuo agguato contro la società?
Ma d’altra parte quel Bernabei gli aveva salvata la vita; poi alla polizia della città toccava il compito di rintracciare i colpevoli, i furfanti e i ladri.
Boni si pose in tasca il portafoglio avuto da Bernabei, e salito in carro si diresse alla sua abitazione.
VI.
Quando l’ex-ispettore fu nel suo gabinetto ebbe la vaghezza di guardare cosa conteneva il voluminoso portafoglio rubato.
Aprì la cerniera di metallo dorato e i diversi compartimenti del portafoglio in pelle di bulgaro si mostrarono ai suoi occhi pieni zeppi di carte, ma non monetate.
—Magro bottino,—mormorò.
Il portafoglio nel mezzo conteneva un libretto di annotazioni, che Boni aprì quasi sbadatamente.
Le note erano scritte in francese, la prima pagina portava queste parole: “Appunti di viaggio.”
—Benone, si tratta del giornale del derubato, venuto forse da poco in America.
Lo sfogliò distratto, ma ad un certo punto si fermò e lesse con grande attenzione.
—Diamine, diamine,—disse poi,—la cosa è grave; se è vera.
Alla settima pagina sotto l’indicazione “sesto giorno di viaggio.” Gerome aveva scritto:
Questa notte mentre infuriava il temporale, il Conte italiano gettò in mare una donna; sua antica amante a Genova e che gli dava impiccio. Il Conte mi ha raccontato una storia inverosimile; ma importa poco; ho il suo segreto e lavorerà per me.
Boni lesse con attenzione il seguito del giornale; ma fu soltanto all’ultima pagina che trovò qualche cosa che si collegava con la noticina sopra trascritta; infatti eravi:
Il Conte italiano non avendo potuto sposare la ricca Inez, la rapisce e partiamo in tre per New York. Non mi piace avere nel mio giuoco una donna; vedrò e provvederò.
Boni rovesciò sul tavolo le carte contenute dal portafoglio; erano lettere insignificanti, e caso strano senza nome né indirizzo, e principiavano tutte con un segno particolare, inteso forse solo da colui al quale venivano dirette,e una grande quantità di biglietti da visita con differenti nomi; ma neppure l’ombra del denaro.
—Aveva durato fatica per niente quel furfante di Bernabei; ma per me questo portafoglio può essere la traccia che porta a scoprire qualche delitto restato impunito.
“Ero stanco di non fare nulla; la lotta è quella che mi ci vuole; nella lotta dimentico la martire che ho tanto amata ....
Boni chinò il capo, e gli occhi gli si fecero gonfi di lagrime.
Quella commozione che lo assaliva ogni qual volta si presentava alla sua mente l’immagine di Maria, la povera perduta raccolta nei lupanari di Mulberry; durò poco, rialzò la fronte, e il suo volto prese un’espressione di fierezza.
Guardò a lungo le carte del portafoglio, lesse i nomi finamente incisi sul cartoncino lucido, e mormorò:
—Quale di questi nomi, sarà quello del padrone del portafoglio?
“Forse tutti, sono i nomi che si dà quel signore, che puzza maledettamente di furfante.
“Chi sarà quel Conte italiano che durante un viaggio getta la sua amante in mare, tanto per disfarsene?
“Sarà poi, Conte? O un’astuto cavaliere d’industria?
“Ho osservato appena l’uomo derubato da Bernabei, e per nulla il suo compagno; il quale poteva essere benissimo il Conte del quale si parla in queste memorie.
“Basta vedremo, domani mi metterò all’opra, il mio istinto mi dice che il furto di quel briccone di Bernabei è stato provvidenziale.
“L’affare non è chiaro; meglio così del resto; chi ha schiacciato Ruiz.....”
A questo punto del suo monologo, Boni si arrestò, il suo volto diventò severo, e con un fil di voce disse:
—Il miserabile è poi realmente schiacciato?
Stette muto per qualche istante, poi con la risolutezza nello sguardo, seguitò:
—In ogni modo io e i miei amici veglieremo, guai, guai a lui se osa ancora mostrarsi.
Quella notte l’ex-ispettore non dormì, la sua mente esaltata correva alla deriva, ed esso vedeva passare innanzi ai suoi occhi scene di sangue raccapriccianti, delitti atroci.
VII.
Gerome e Carlo, non restarono molto fra la folla, e una mezz’ora dopo che Bernabei aveva fatto il colpo, essi erano assai lontani dalla quattordicesima strada.
—Caminando parleremo,—disse Gerome,—all’Hotel non abbiamo mai un minuto di libertà.
—Parlate, vi ascolto.
—Quanto denaro possedete ancora?
—Una cinquantina di dollari.
—Ed io neppure tanto, ed abbiamo da pagare la settimana all’Hotel. La cosa si fa seria, se resteremo a secco siamo perduti.
—Diamine, con le vostre risorse non vi deve essere difficile trovare un’espediente.
—Caro mio, i miei espedienti costano cari, se noi avessimo fondi vi farei vedere.....
—Ma fondi non ve ne sono.....
—Bisogna trovarli.
—Come?
—Amate Inez?
—Siete matto!
—Perché la portaste con voi?
—Nella speranza che il padre acconsenta a darmela in moglie.
—E poi?
—Il padre è ricchissimo.....
—Ma non darà un soldo alla figlia perduta e disonorata.
—Perché non dirmelo a S. Francisco?
—Non lo sapevo, ho creduto come voi, che il vecchio lupo cedesse.
—E ora?
—Un telegramma della madre di Inez, ricevuto oggi mi avverte, che il padre non vuol più saperne di lei.
—Sacramento, non è bello questo.
—No, lo comprendo; ma non vi è da farci nulla. Però, se Inez non ci ha servito da un lato potrà servirci dall’altro.
—Cosa intendete di dire?
Gerome non rispose subito; chinò la testa sul petto e restò per un momento pensieroso, poi a voce bassa riprese:
—Inez ha dei bellissimi gioielli, gli ho ammirato ieri a sera, e così ad occhio e croce, calcolo che abbiano un valore minimo di cinquemila dollari....
Carlo che fino dalle prime parole di Gerome aveva sussultato, interruppe dicendo:
—Ebbene?
—Ebbene, caro Conte, sono quei gioielli che ci daranno la zavorra necessaria per fare camminare, e bene, la nostra barca alquanto avariata.
—Inez non consentirà mai a privarsi di oggetti che sono ricordi dei genitori.....
—Non le domanderemo il suo permesso.....
—Allora bisognerà rubarli?
—Gran Dio, come siete ordinario; che diamine di parola avete pronunziata! I gentiluomini non rubano.
Il Conte sorrise sdegnosamente; Gerome fece le viste di non accorgersi di quel sorriso e continuò:
—I gentiluomini possono prendere i gioielli di una donna con la tacita promessa di restituirli.
—Basta, non sofistichiamo sulle parole. Quale è la vostra idea?
—Semplicissima, durante la notte, mentre la bionda fanciulla addormentata dai vostri baci riposa tranquillamente, io faccio saltare la serratura della porta e m’impossesso della borsetta da viaggio, dove Inez tiene le sue gioie; voi farete le viste di dormire, e tutti crederanno ad un furto perpetrato da un abile ladro.
“Chi mai vorreste che sospettasse di me?
Carlo non disse una sola parola;Gerome ben sapendo che chi tace acconsente, non aggiunse un motto, e tolto di tasca un sigaro lo accese e fumò con voluttà.
I due furfanti avevano fatto un gran tratto di strada e si trovarono quasi in fondo a Bowery; quando, passando dinanzi ad uno dei tanti saloni equivoci, tollerati dalla polizia e sfidanti le ire dei puritani,furono invitati ad entrare da una specie di cicerone che stava a mezzo del marciapiede, e con voce monotona diceva:
—Entrino, entrino, si paga nulla e ci si diverte un mondo.
—Vogliamo entrare?—disse Gerome,—vedrete qualche cosa di curioso.
—Come vi piace,—rispose il Conte.
Entrarono; sul davanti era il banco del “Bar-Room,” e al di là di una divisione a cristalli opachi, si trovava la sala da ballo illuminata da una lampada elettrica.
Lo spettacolo che si offrì agli occhi di Gerome e di Carlo, non era dei più belli.
Il vasto locale era pieno di coppie danzanti al suono di un pianoforte scordato.
I ballerini e le ballerine appartenevano tutti a quel mondo di viziosi che brulica nella grande Metropoli.
Uomini e donne malamente vestite,avevano faccie patibolari da incutere spavento.
Molti di loro avevano gli occhi neri, tumefatti per pugni ricevuti, e qui e là, o sulle gote o sulla testa, o sulla fronte,striscie di cerotto nascondenti ferite ancora fresche.
Coloro che non danzavano stavano sulle panche bevendo, gridando, battendo i piedi e le mani; gli uomini tenevano sulle ginocchia le donne che facevano le mosse più libere e oscene.
Le coppie danzanti si tenevano strettamente allacciate, viso contro viso, confondendo i loro aliti appestati dai liquori e dal tabacco ciccato, e con le gambe incastrate le une dentro l’altre, poi di quando in quando, si slacciavano, facevano un giro e si riunivano con un grido selvaggio.
Le coppie danzanti si tenevano strettamente allacciate, viso contro viso
L’ingresso di Carlo e Gerome fece effetto; non erano abituati a vedere delle persone così ben vestite, e qualcuno mormorò:
—Devono essere amici di Byrnes, o di Parkhurst.
Furono guardati con diffidenza, i camerieri in giacca bianca e grembiule lungo, li squadrarono da capo a piedi, con aria minacciosa.
Gerome sorrise e seguito dal suo compagno andò a sedersi ad un tavolo a metà della sala, poi a voce alta ordinò:
—Una bottiglia di Ale.
Il pianoforte aveva cessato di suonare e i ballerini avendo sete, ordinavano della birra, del whiskey.
Due o tre megere si avvicinarono al tavolo dove stava Gerome e Carlo, e sorrisero con aria provocante, ma n’ebbero in cambio un moto marcatissimo di disprezzo.
—Andiamo via,—disse in francese Carlo.
—Non fatevi sentire parlare una lingua straniera,—mormorò Gerome.
—Ma infine soffoco.....
—Fra poco andremo; è originale questo luogo.
Poco dopo le danze ricominciarono più scapigliate di prima, il pianoforte suonava la famosa The Bowery, the Bowery, che è come chi dicesse, l’inno dei “loafers” e delle “boms.”
Gerome rideva allegramente, aveva visto quella danza nei teatri, ma al lume della ribalta perdeva molto della sua originalità; e lì, fra il tanfo del whiskey e del tabacco, fra le nuvole di fumo, fra gli apostrofi piccanti,le mosse oscene, aveva un’altro sapore; sul palco scenico tutto era artificiale, lì tutto quanto realismo.
Anche Carlo cominciava a divertirsi, ad eccitarsi, e per poco non avrebbe preso parte a quella ridda da ubbriacchi.
La danza terminò in mezzo a clamorosi applausi,il suonatore dovette fare il bis; allora fu un delirio, una frenesia, gli stracci luridi delle megere volavano in aria alzati dalle loro gambe.
Quando la musica cessò i ballerini spossati, stanchi si gettarono sulle panche abbracciati, stretti, serrati l’uno all’altra.
Ad un tratto si presentò sulla porta una provocante fanciulla.
—È Eugenia, la bella Eugenia,—gridarono gli uomini,—onore alla regina di Bowery!
Colei che era accolta con tanto entusiasmo entrò nella sala altieramente, con un sorriso di protezione sulle labbra.
—Bellissima,—disse Gerome.
—Ed elegante,—rispose Carlo.
—Non deve essere della stessa razza di coloro che l’acclamano.
Eugenia stese le sue mani inguantate a quanti le porsero le loro, e quindi si avvicinò risolutamente verso il tavolo dove stava Gerome e Carlo.
—Ci vogliono i gentiluomini per lei,—gracchiò una donna ancora giovane; ma di aspetto ripugnante.
—Quando viene qui ci porta via i migliori,—rispose un’altra.
—Uno di questi giorni voglio tirarle su quel volto da angelo una pinta di vetriolo.
—Sì, ma tutti la difendono.
—È una smorfiosa.
Il suonare del pianoforte pose fine a quei discorsi.
Eugenia, l’ex-amante di Bernabei, si andò a sedere vicino a Carlo e gli disse in inglese, ma con accento e pronunzia straniera:
—Ebbene, volete pagarmi da bere?
—Certamente bella mia. Cosa desiderate?
—Del whiskey, ho bisogno di riscaldarmi. John, portami di quel buono, non dell’acqua con lo zucchero bruciato.
—Non dubitate Eugenia, voi vi si serve come si deve.
—Fate benone;—poi rivoltasi a Gerome e Carlo disse:—figuratevi che siccome questi padroni del locale danno un tanto per cento alle donne che si fanno pagare da bere, così servono dell’acqua tinta per whiskey che fanno pagare 25 soldi al bicchiere. Ma a me non lo fanno!
—Bella ragazza, certo non siete americana,—disse Carlo,—vi si prenderebbe per francese o per italiana.
—Sono francese,—si affrettò a rispondere Eugenia.
—Benone,—replicò Gerome in francese,—io sono vostro compatriotta; le americane del resto non sono belle come voi.
Il cameriere che portava tre whiskies, interruppe per il momento la conversazione.
—Quanto?—domandò Carlo al cameriere.
—Settantacinque soldi.
Carlo pagò e quindi prese il suo bicchiere.
—Alla vostra salute bella mia,—disse in francese.
—Alla vostra!—replicò in inglese Eugenia.
—Diamine, perché vi ostinate a parlare malamente in inglese mentre potete parlare la dolce lingua di Francia?
Eugenia si turbò alquanto, ma fu un lampo e sorridendo riprese:
—Fui allevata in Italia e non parlo francese.
—Ebbene, parlate italiano,—disse Carlo,—io sono italiano.
—Voi? Diamine, e cosa fate qui?—rispose la ragazza in pretto italiano.
—Mi piace vedere, per studiare. E voi cosa ci venite a fare? Certo non vivete nel mondo di quelli ubbriaconi!
—No certo; ma sono la loro regina, e una sovrana deve far visita ai suoi sudditi.
—Corbezzoli, la vostra fronte cinge corona!
—Non ve ne sembro degna?
—Non dico questo, siete molto bella e la bellezza conduce a tutto.
—È una storia lunga che racconterò un giorno, se arriverò ad amare.
—Non avete mai amato?
—No,—e ciò dicendo Eugenia fissava il suo occhio sfavillante sopra Carlo.
Il Conte, lo sappiamo, era un libertino nato, il contatto di quella ragazza giovane, dalle forme provocanti, cominciava a scaldargli il sangue.
Gerome se ne accorse e gli disse in francese:
—Attento, questa notte la dobbiamo passare all’Hotel.
—Non dubitate, questa sera la regina resterà senza il suo cavaliere.
Il ballo era finito; e un brutto ubbriacone venne a domandare a Eugenia se gli accordava la prossima danza.
—Non ballo questa sera,—rispose seccamente Eugenia.
—Diamine, quanta superbia!
—Non è superbia, sono stanca.
—Già, vi sono i ricchi.....
—Uscite di qui,—disse Carlo seccato.
—Come, zerbinotto del diavolo, spia della polizia, io devo andarmene?
—Zitto,—mormorò Eugenia,—altrimenti succederà un pandemonio.
Carlo tacque.
—Stai zitto, fai benone coniglio. Ma su, parla di una mezza parola e ti faccio gli occhi neri come il carbone.
“Sì, non vuoi aprire la bocca?—Ciò dicendo l’ubbriaco si levò di bocca del tabacco masticato e lo gettò in volto a Carlo, che a quella provocazione non poté mantenersi calmo e si alzò furente.
Il Conte era forte, a Genova era considerato come uno dei migliori ginnastici, per cui l’ubbriaco trovò un’osso duro a rosicare.
Per quanto l’ubbriaco facesse non riusciva a colpire Carlo, che non solo stava sulle difese, ma aspettava il momento opportuno per dare il conto suo all’assalitore.
Le donne e gli uomini facevano circolo, seguendo con viva curiosità la lotta di pugilato che erasi impegnata.
Gerome attento, stava pronto a tutto.
Eugenia in piedi con l’occhio scintillante, eccitava con le parole il Conte.
Finalmente Carlo, visto che l’avversario era scoperto gli dette due forti pugni sul muso che lo mandarono a rotolare sul pavimento. Allora i compagni del caduto mormorarono e minacciarono.
—Cosa volete?—gridò Eugenia,—quel malcreato di Patrick ha avuto il suo, chi è da tanto da difenderlo?
—La strega,—gridò una donna inferocita,—tiene la parte di quei frustini.
Gli uomini si incoraggiavano a vicenda. Chi doveva essere il primo a farsi avanti per vendicare Patrick, che sanguinante spasimava sul pavimento?
Finalmente tre o quattro si avanzarono per slanciarsi sopra Carlo; allora Gerome,tranquillamente si pose innanzi all’amico, levò di tasca una rivoltella e disse:
—Signori miei; chi fa un passo è morto!
Gli assalitori indietreggiarono; Eugenia batté le mani, i camerieri gridarono di suonare il piano, poi presero Patrick uno per i piedi l’altro per le spalle e lo condussero via.
La danza ricominciò scapigliata, e i piedi degli uomini, e le sottane delle donne passavano sul sangue versato da Patrick, che nessuno oramai non pensava più a vendicare.
—Andiamocene,—disse Gerome.
—Partite?—disse Eugenia contrariata.
—Sì, bella ragazza; dove potrò trovarvi?
Eugenia pensò un poco, e poi disse:
—Domani dalle due alle tre, se volete vedermi, mi troverete fra il pubblico che visita il museo delle quattordici strade.
—Va bene, ci sarò. Non restate qui più a lungo; potrebbero insultarvi.
—Non vi è pericolo; ma uscirò volentieri in vostra compagnia.
Quando i due amici e Eugenia lasciarono la sala da ballo s’intese un sordo mormorio; ma nessuno ebbe il coraggio di fare una manifestazione ostile troppo visibile.
Eugenia non fu salutata dalle solite acclamazioni; essa in quella sera erasi messa contro ai suoi sudditi.
Carlo e Gerome lasciarono ben presto Eugenia perché avevano furia di recarsi all’Hotel Martin, dove Inez doveva attendere l’amante con la più viva impazienza.
Quando Eugenia fu sola mormorò:
—Strano quello che sento; che avessi anche un cuore? Sarebbe bella davvero! Quell’italiano ha fatto su me una viva impressione.
“Basta, vedremo.....—e si pose a passeggiare sul marciapiede ad offrire il suo amore ai passanti.
Ben presto un signore la prese sotto il braccio e se la portò in uno di quegli Hotels, dove si danno le camere a ore, giorni e settimane.
La storia di Eugenia dal giorno che lasciò Bernabei (1) è semplicissima; anima di fango senza pudore e vergogna, essa ruzzolò nel trivio, suo elemento naturale. Dopo avere fatto parte di quella legione di eteree che per le vie danno la caccia ai passanti, fu pensionante in una di quelle case infami di gran lusso,dove l’immoralità francese ha portato tutte le raffinatezze del piacere. Templii dedicati all’Orgia, che nessuno potrà mai abbattere, perché le grosse rendite fatte sulla carne umana, servono a far tacere chi avrebbe l’obbligo di parlare.
Restò Eugenia per qualche tempo in quella casa, dove compì la sua educazione in modo da sorpassare anche quelle abbiette creature, che vengono direttamente importate dalla Francia.
La casa dove stava Eugenia era a Chicago, la città dove il vizio trionfa in modo eccezionale.
Un bel giorno le venne la volontà di tornare a New York, e lasciata la ricca casa di S. Clark St., prese il diretto e dopo ventisei ore di corsa veloce, pose il piede nell’Imperial City.
Non aveva che pochi scudi nella sua borsetta elegante, ma non si spaventava, avrebbe subito trovato chi pagherebbe le spese di guerra.
Diventò in breve una delle assidue che battono il marciapiede delle quattordici strade, che vanno a mettersi in mostra nei magnifici caffè dove degli organi grandiosi danno scelti concerti.
......che vanno a mettersi in mostra nei magnifici caffè
Quando Eugenia aveva fatto dei buoni affari, si recava nei quartieri più luridi di Bowery, pagava da bere alle baldracche, ai “loafers” e molte volte presa da strani incomprensibili capricci, si dava per una notte a esseri schifosi, a mezzo ubriachi, che nel delirio d’amore la battevano, macolandole le carni bianche e vellutate.
I vagabondi la soprannominarono “The Bowery Queen,” e sotto quel nome diventò celebre.
Eugenia a Bernabei non ci pensava mai, neppure come non esistesse; del resto lo credeva in prigione.
Ora la perversa creatura sentiva battersi il cuore, certo l’amore non poteva redimerla, ma condurla a colpe maggiori, e ciò lo vedremo presto.
VIII.
Gerome e Carlo nella sala d’aspetto dell’Hotel Martin si separarono, il francese però prima di lasciare il compagno gli disse:
—Ricordatevi, fate in modo che Inez dorma.
—Ma, non potrò chiuderle gli occhi!
—È necessario che non mi veda, come è necessario che i suoi gioielli cadano nelle nostre mani. Pensateci.
Carlo salì pensieroso in camera sua; Inez l’aspettava, appena lo vide entrare si alzò fremente e disse:
—Credevo che non tornaste più!
—Avevo degli affari,—balbettò Carlo.
—Menzogna, gli affari non si fanno alla notte.
(1) Vedi;I Misteri di Mulberry dello stesso autore, pubblicati
da Frugone e Balletto, 178 Park Row, New York.
—Insomma io non desidero di essere schiavo.....
—Sono io la schiava e come tale mi trattate!
—Ma voi siete la padrona.....
—Padrona di piangere, di disperarmi, di soffrire! non è questa la vita che aveva sognata.....
—Cara mia, tutte le donne sono compagne, a sentirle l’amore è per loro tutto, poi oltre l’amore vogliono la servitù dell’amante.
—Carlo, voi dimenticate che cosa mi avete promesso! Mi toglieste da una ricca casa dove io ero adorata....
—Ebbene, perché mi avete seguito?
—Perché?.... Perché nelle mie viscere viveva il frutto del nostro amore, perché non avrei potuto restare in una casa onesta senza arrossire per la mia onta. Voi mi prometteste di sposarmi, ma fino ad ora non manteneste la vostra parola.
—Sperava il consenso di vostro padre.....
—Questo consenso non viene, ed io sono stanca di questa vita falsa che conduco, mi dite vostra moglie e non lo sono, la menzogna di tutt’i giorni, di tutte le ore mi uccide.....
—Siete diventata scrupolosa tutto ad un tratto!
—Avete ragione, un tempo quando dovevo esserlo non lo fui; ma dal giorno che lasciai la mia casa ho compreso quanto fu grande la colpa.
—Volete ritornare sotto le ali protettrici dei vostri?
—No, dovrei arrossire, chinare la fronte e ciò non mi va.
“Però sentite Carlo, io vi ho dato la mia giovinezza, il mio corpo, il mio cuore, ma guai a voi, se tradite tutte le mie speranze, se vi fate giuoco dei miei sentimenti, se seguitate a trattarmi in tal modo!
Carlo avrebbe voluto rispondere brutalmente; ma si sovvenne di quanto nella notte doveva compiere Gerome, si trattenne e fu con voce affettuosa che disse:
—Via, mia cara Inez, perché volete torturarvi per nulla? Io vi amo, e presto sarete mia moglie e allora potrete tornare a testa alta dai vostri genitori e dire loro, che siete degna di perdono.
—Carlo, se mi parlaste sempre così, mi fareste un gran bene.
Il Conte stese le braccia alla sua amante e questa vi si gettò con abbandono...........
Due ore dopo tale scena nella quale Carlo si era mostrato commediante raffinato, i due amanti dormivano.
Carlo ad onta che facesse sforzi sovrumani per stare sveglio, fu colto da un sonno potente; Inez cullata da sogni e da speranze riposava dolcemente, con un braccio candido che usciva dai merletti della camicia, circondava il collo di Carlo e i suoi biondi ricci si confondevano con la chioma corvina dell’amante.....
L’orologio della Chiesa della Trinità suonava le tre di mattino, quando la porta della camera di Carlo e Inez, si aprì senza alcun rumore.
Si avanzò lentamente un’ombra; il pavimento di legno scricchiolò sotto il tappeto.
Dalle finestre penetrava debole, smorzato dalle persiane e dalle tendine,il chiarore della luce elettrica della via; non pertanto quel piccolo barlume bastava perché si distinguesse nettamente il bianco fantasma che era penetrato nella camera degli amanti.
Inez per una di quelle strane sensazioni che si provano nel sonno, aveva aperto gli occhi e seguiva senza nulla comprendere i movimenti di chi era penetrato nella sua camera.
Ad un tratto si alzò di soprassalto, e guardò fissa con gli occhi scintillanti Monsieur Gerome il ladro dei suoi gioielli, poi senza avere detto un motto ricadde sopra i guanciali e seguitò a dormire.
Gerome non erasi accorto di nulla, e lieto e contento se ne partiva portando via i gioielli di Inez.
IX.
Gerome con infinite precauzioni ritornò nella sua camera.
Nessuno lo aveva visto,né udito. Il furfante aprì con mano tremante la valigia, e constatò con gioia che conteneva tutto ciò che Inez possedeva di più prezioso.
Sul tappeto del tavolo scintillavano i diamanti degli orecchini e degli anelli, e mettevano la loro bianchezza immacolata le perle fine,che facevano un allegro contrasto con i rubini e gli smeraldi.
—La presa è buona,—mormorò Gerome,—ve ne è per seimila dollari almeno! Brava ragazza quella Inez. Senza contare che potremo farla fruttare ancora qualche cosa.
Gerome si tacque un’istante e poi disse:
—Però questa valigia non è bene che io la tenga presso di me; delle traccie non ne voglio. Se la stufa fosse ancora accesa in pochi minuti tutto sarebbe cenere; dove la metto? Ho trovato! Certo... la getto giù dalla finestra, in mezzo alla via non farà nessun rumore,perché è leggiera come una piuma, qualcuno la raccoglierà e ogni traccia sarà distrutta.
Gerome aprì la finestra. University Place appariva deserta, e la luce elettrica illuminava solo l’asfalto della via.
Il miserabile stette un poco a guardare e poi lanciò la valigia, che cadde proprio nel mezzo della strada producendo un piccolo rumore.
Gerome non lasciò la finestra, e dieci minuti dopo dette un sospiro di sollievo, vedendo che un passante dalla apparenza miserabile, barcollante come un ubbriaco, aveva raccolto la piccola valigia; allora si ritirò dalla finestra, pose i gioielli nel suo baule, si fregò le mani e disse:
—Ora possiamo dormire, un poco di riposo me lo sono guadagnato.
X.
Il pittore Ernesto che abbiamo lasciato addormentato in un carro di Centre Street, appena fu giorno venne bruscamente svegliato dal proprietario del carro, il quale doveva fare il suo servizio.
Per fortuna il padrone di quel veicolo era un brav’uomo, che comprese di avere che fare con un disgraziato e non soltanto non lo sgridò, ma gli regalò dieci soldi, che lo sventurato pittore prese facendosi rosso dalla vergogna.
Era la prima volta che riceveva l’elemosina, ma non poteva rifiutarla, bisognava vivere, vivere per lottare ancora contro il destino avverso che lo perseguitava senza posa.
Ernesto ringraziò alla meglio il suo benefattore, e partì.
Il riposo della notte gli aveva reso un poco di forza; poi la giornata era bellissima e dopo avere preso un caffè da due soldi, e mangiato una pagnottina, se ne andò a sedere sulle panche di Union Square, dove rimase tutto il giorno e parte della notte.
Il disgraziato nelle lunghe ore di quella forzata permanenza, guardava con l’occhio mezzo inebetito i fanciulli che scherzavano negli ombrosi viali, e la memoria della sua infanzia felice, lo assaliva facendogli provare un grande sconforto.
Poi all’uomo subentrava l’artista, e allora ammirava quello Square grazioso, dove fanno bella mostra le statue dei grandi che tanto fecero per la libertà d’America, seguiva il turbinare delle foglie ingiallite che l’autunno staccava dagli alberi, e la sua mente concepiva disegni che se avesse potuto mettere sulla tela lo avrebbero reso celebre e ricco.
Alla sera perso nell’ombra dello Square assisté al baccanale democratico, e si addormentò in mezzo al clamore, agli applausi, allo scoppio dei mortaretti con la testa rovesciata sulla dura spalliera di legno della panchina.
Era passata di assai la mezzanotte quando un brivido di freddo lo svegliò; era tutto intorpidito, alle gambe gli prendeva il granchio dandogli quello spasimo che fa ridere, e nello stesso tempo ruggire di dolore.
Si alzò per fare una passeggiata, infilò University Place, e si diresse verso Washington Square; giunto innanzi all’Hotel Martin vide in mezzo alla via un oggetto che riconobbe subito per una valigia; la raccolse, e proseguì il suo cammino mormorando:
—La valigia è nuova ed elegante, potrò prendere almeno un dollaro.
Un dollaro? Era il letto assicurato almeno per dieci sere, si sarebbe potuto coricare al coperto in una camera, avrebbe potuto riposare senza la paura che il policeman lo venisse a svegliare a colpi di randello sui piedi macolati.
—Se andassi al “Lodging House,” e dessi la valigia in pegno, mi darebbero da dormire,—pensò Ernesto.
Ma dopo matura riflessione decise di aspettare il giorno.
In Washington Square, quella notte non eravi folla e il poveretto trovò un buon posto sopra una panchina, e si addormentò tenendo la valigietta dietro alle spalle.
Vicino a lui coppie immonde di “bums” e “loafers” in faccia al cielo stellato, in barba alla polizia si davano a lubrici amori.....
Col primo chiarore dell’alba Ernesto si svegliò; suo primo pensiero fu di guardare la valigia che aveva trovata. Era proprio elegante e con le cerniere che parevano di argento ossidato, e finamente incise.
—Mi frutterà più di un dollaro,—disse fra sé,—è la provvidenza che mi ha fatto passare da quella via.
—Ma come mai una valigietta così elegante è vuota, e si trovava in mezzo ad una strada?
“Basta, è cosa che non mi riguarda, se contenesse dei valori, la porterei al quartiere di polizia, ma siccome trattasi che è vuota, posso ben tenerla. I proprietari certo non se ne servivano più e la gettarono.
Ernesto lasciato Washington Square, si diresse verso Bowery, la via dove ad ogni passo si vedono le tre palle d’oro, insegna di quella legione di ebrei che imprestano i loro denari su pegni ad un’interesse del venticinque e cinquanta per cento.
Il pittore, titubante, incerto, passò da tre o quattro uffici di pegni senza avere il coraggio di entrarvi, finalmente si decise ad entrare da uno dei più modesti.
I garzoni erano intenti a mettere le vetrine, dove si vedevano generi di ogni sorta, vestiti vecchi da donna, abiti da uomo, strumenti musicali, fucili, orologi, argenterie, brillanti, pietre preziose, fioretti, ombrelli, palle da bigliardo, manopole da pugilatori e mille altri oggetti differenti.
Ernesto entrò, e timidamente presentò la valigia all’impiegato, il quale lo squadrò da capo ai piedi con aria sospettosa poi disse:
—Quanto volete?
—Non parlo inglese,—rispose Ernesto mettendo insieme nella lingua del paese quelle tre parole.
—Straniero! Capisco è la vostra valigia..... ebbene, giovanotto vi darò quattro dollari. Quattro di queste,—ripeté mostrando quattro monete di argento.
—Sì,—mormorò Ernesto felicissimo.
—Segnate il vostro nome qui, su questo registro, e il vostro indirizzo.
Ernesto comprese i gesti, prese la penna e scrisse il suo nome e in quanto all’indirizzo non sapendo quale dare, pose quello dell’Hotel del Campidoglio.
L’ebreo pagò i quattro dollari ed Ernesto se ne andò felice come un principe.
Quel poco di denaro rappresentava per lui una vera fortuna, perché almeno per venti giorni avrebbe mangiato e dormito; esso calcolava di spendere in vitto e alloggio, venti soldi al giorno e non più.
XI.
Il sole entrava festevole attraverso le cortine delle finestre e un raggio reso meno intenso dalla mussola ricamata che doveva attraversare, si posava scherzando fra i ricci biondi di Inez.
La bella fanciulla dormiva ma il suo sonno era agitato, e il volto appariva contratto da dolorosa contrazione.
Il Conte Carlo riposava pacificamente come tale che abbia la coscienza tranquilla e serena.
Ad un tratto Inez, sospirò e aprì gli occhi, ma li richiuse subito essendo colpita da un raggio di sole.
Con le mani piccole e delicate fece una specie di riparo agli occhi bellissimi, poi si levò a mezzo sul letto.
Il sole scherzò coi merletti della sua camicia da notte, e lo sprazzo luminoso si perdeva nel bagliore immacolato del seno morbido e colmo della fanciulla.
Inez guardò a lungo il suo amante, poi scosse la testa come a scacciarne un’importuno pensiero, e saltò il letto.
I suoi piedini che parevano scolpiti nel marmo il più puro, risaltavano mirabilmente sul fondo rosso cupo del tappeto, ma Inez li coprì ben presto con una calza nera di seta punteggiata da nodini gialli; stava per mettersi la veste da camera, quando si accorse che la sua borsa da viaggio non era più al suo posto.
Provò una gran paura e si mise a cercarla febbrilmente. Inutile cura, la valigia era scomparsa, allora corse al letto scosse bruscamente Carlo, che si svegliò di soprassalto mentre Inez con voce agitata diceva:
—Hanno rubato la mia valigia con tutti i gioielli!
—Per Dio,—gridò Carlo che era abile commediante,—cosa mi contate mai?
—La verità. Ieri a sera la lasciai sul canterale secondo il solito e questa mattina non vi è più.
—L’avrete posta nel baule.
—No, ho cercato dovunque, è sparita e con essa tutti i ricordi dei miei; sono maledetta!...... sono maledetta!.....
—Via non facciamo scenate, vestitevi e chiamiamo il manager dell’Hotel.
Inez indossò una veste da camera mentre Carlo soggiunse:
—Un audace malfattore certo, deve essere il ladro per avere osato tanto.
I due amanti erano vestiti; Carlo toccò il bottone del campanello elettrico; comparve subito un servo, al quale Carlo disse:
—Pregate il “manager” di venire qui subito si tratta di cosa grave.
—Subito signore.
Cinque minuti non erano ancora trascorsi che il manager dell’Hotel entrava nella camera dove era stato chiamato.
—In cosa posso servirvi?—domandò con gentilezza il manager.
—Signore,—rispose Inez,—succede una cosa incomprensibile, perché conosciamo la rispettabilità di questo Hotel; questa notte un ladro ha forzato la serratura..................................
—Un ladro?....—Interruppe il manager, vivamente commosso.
—Sì, un ladro che ha forzato la porta,—continuò Carlo,—guardate la serratura è rotta, ed è entrato in camera rubando la valigia da viaggio di mia moglie; valigia che conteneva parecchie migliaia di dollari in gioielli.
Il manager era desolato. Come poteva essere accaduto ciò? Era una cosa nuova, un furto in un Hotel, dove frequentavano persone ricche e rispettabili. Chi mai era stato tanto audace di commetterlo?
—Strano, strano,—mormorava il manager guardando la serratura rotta,—e voi non avete inteso nessun rumore?
—Nessuno o signore,—si affrettò a dire Carlo,—potete ben credere che se i ladri ci avessero svegliato non li avremmo dato tempo di far bottino.
—Prima di avvisare la polizia,—disse il manager,—permettete che faccia un’inchiesta nell’Hotel, chi sa che non si possa evitare uno scandalo che sarà dannosissimo alla casa che ha sempre goduto buona fama.
—Fate signore,—disse Inez,—ma ricordatevi che tengo a quei gioielli non tanto per il loro valore quanto perché sono memorie della mia famiglia.
—Signora, sarà mia cura tentare tutti i mezzi possibili per rintracciare la vostra valigia, per quanto il proprietario dell’Hotel non sia per nulla responsabile dei furti che qui potessero avvenire, e vedetelo lì stampato in tre lingue su quel cartoncino attaccato alla porta.
Gli oggetti di valore si dovrebbero depositare in ufficio così non....................
—Basta signore,—interruppe Inez alquanto stizzata,—è inutile dire ora che cosa si doveva fare, io non intendo chiamare responsabile il padrone dell’Hotel, quello che chiedo è che sieno fatte tutte le pratiche opportune per tentare di ricuperare i gioielli rubati.
Il manager s’inchinò e disse:
—Vado a dare gli ordini opportuni, se le indagini entro l’Hotel non approdassero a nulla, avviserò immediatamente la polizia.
Il manager erasi appena allontanato che fu bussato alla porta.
—Entrate,—disse Carlo.
Monsieur Gerome allegro, sorridente, fresco come una rosa entrò dicendo:
—Buon giorno colombi!... Diamine che cosa vi è successo che siete mesti e pensierosi.....
—Caro amico una grande disgrazia!....
—Una disgrazia?... Quale?... Parlate!...
Inez non rispondeva e guardava con grande insistenza Gerome; finalmente fece un moto come a scacciare un’idea importuna e riprese:
—Questa notte mi hanno rubato i miei gioielli!
—Rubato i vostri gioielli? ma dove?
—Qui, in questa camera.
—Ma è impossibile!
—Tanto possibile che è vero.
—Ma come! dei ladri all’Hotel Martin?
—Sì, caro Gerome,—disse Carlo,—dei ladri audaci che sono entrati qui di notte, e hanno pacificamente fatto i loro affari.
—Daste avviso al personale dell’Hotel?
—Sì, subito.
—Benissimo, e spero che il ladro sia trovato, perché quei gioielli devono essere molto cari alla signora Inez.
—Sono ricordi della mia famiglia,—rispose Inez con gli occhi pieni di lagrime.
—Non disperatevi signora, forse si troverà il ladro.
—Dio lo voglia!
La conversazione fu interrotta dall’arrivo del manager.
—E così?—domandò con premura Inez.
—Abbiamo verificato i registri, le persone che la notte scorsa erano alloggiate nell’Hotel sono tutte vecchie pratiche della casa, conosciute e rispettate da tutti e per le quali è pronto a garantire il signor Martin. Sul principio si è supposto che qualche viaggiatore venuto nella notte avesse potuto commettere il furto; ma nessuno, e ciò non avviene quasi mai, è entrato nell’Hotel. Il portinaio d’altra parte assicura che nessuno poteva passare dalla porta che era chiusa per bene, e che non presenta nessuna traccia di violenza. Stando così le cose, il delitto si presentava in modo tanto misterioso da autorizzare le più strane e inverosimili congetture;quando, è stato constatato che una delle finestre della dispensa è rimasta aperta, e siccome la dispensa comunica con la scala di servizio, che mette agli appartamenti, così non havvi nessun dubbio che l’audace malfattore non abbia presa quella via per entrare e per uscire.
—Così che la responsabilità,—disse Gerome che aveva gettato un sospiro di sollievo,—cade intera sopra il proprietario dell’Hotel che lascia le finestre aperte, per favorire i ladri.
Il general manager fece una mossa di dispetto e disse:
—Signore, voi giudicate molto male il signor Martin, egli non può essere responsabile della trascuratezza di un servo. Del resto ripeto, che qui sopra queste tabelle è scritto ben chiaro, che il padrone non garantisce altro che quello che viene consegnato all’ufficio dell’Hotel.....
—Basta così, signore,—interruppe Inez,—se continuiamo a perdere del tempo il ladro sarà più difficile trovarlo. Il meglio che si possa fare è di avvisare la polizia, essa forse cercando bene potrà scoprire il misterioso e audace furto.
—La polizia è già stata avvisata e fra poco sarà qui,—rispose il manager,—ad essa potranno essere dati tutti gli schiarimenti.
Ciò detto il manager s’inchinò e si ritirò.
—Ebbene, cosa ne dite Monsieur Gerome?—domandò Carlo.
—Dico che è cosa molto dolorosa specialmente per la signorina.
—Io credo,—disse Inez fissando in volto Gerome,—che il manager si sbaglia nel dire che il ladro entrò dalla finestra della dispensa.
—E cosa credete?—si affrettò a domandare Gerome facendosi rosso.
—Che il ladro fosse uno che abita nell’Hotel.
—Vedeste il ladro signora?
—Lo intravidi, e forse pensandoci bene lo riconoscerei..... vedendolo.
A Gerome non sfuggiva l’insistenza di Inez nel guardarlo, non sfuggiva l’intonazione ironica della sua voce, e pensava:
“Che quella stupidella fosse sveglia? Ma perché non gridava? No, non può essere, se avesse dei sospetti lo direbbe chiaro e tondo, sono un pazzo ad avere paura.”
Il servo annunziò la polizia; Byrnes aveva inviato il suo fedel Dikens, il quale si era portato con se Palazzo. Trattandosi di un Hotel francese, poteva darsi di avere a che fare con gente che non parlasse inglese, l’unica e sola lingua conosciuta dal bravo poliziotto.
Dikens dall’ultima volta che l’abbiamo visto nei “Misteri di Mulberry” è ingrassato, si vede che ha il cuore contento o tranquillo. I giornali non parlano più male della polizia, o lui non prende bili.
Dikens e Palazzo erano vestiti in borghese e salutarono con cortesia quanti erano nella camera.
—Chi soffrì il furto?—domandò Dikens.
—Io,—rispose Inez.
—Va bene. Vorreste raccontarmi quello che sapete.
—Dirò quel poco che so. Ieri a sera quando sono andata a letto la mia valigietta era lì sul canterale, dove sono solita a metterla sempre. Questa mattina quando mi alzai era sparita.
—Sicché fu rubata durante la notte,—disse l’agente.
—Sicuramente.
—Eravate solita chiudere la porta?
—Certo. Ma la serratura è stata forzata.
—La vedremo poi. Durante la notte non udiste nessun rumore?
Inez, esitò alquanto, Gerome dardeggiava su lei sguardi infuocati, al fine disse:
—Ci fu un momento durante la notte che mi parve di vedere una grande ombra bianca, ma credetti che fosse un sogno.
—Dunque l’ombra era bianca e grande,—disse Dikens,—va bene. Sospettate nessuno?
Inez chinò la testa e pensò a lungo, poi disse:
—Nessuno.
—Sapreste dirmi come era la valigia?
—Una valigietta da viaggio in bulghero,con cerniere di argento ossidato finamente incise con le mie iniziali I. V.
—Benissimo con queste indicazioni se il ladro non la ha bruciata la troveremo di certo... Ed ora abbiate la compiacenza di dire come erano i vostri gioielli.
Inez descrisse minutamente gli anelli, i braccialetti e tutti gli oggetti preziosi che conteneva la valigia.
Dikens prese molti appunti, poi dopo avere visitato la serratura della porta, si recò nell’ufficio dell’Hotel, ed ebbe un lungo colloquio col manager, il quale gli mostrò la finestra della dispensa e gli disse quello che sospettava.
—Palazzo che direste, se si facesse una perquisizione nell’Hotel?
—Ma, stando a quanto dice il manager,mi pare inutile, le persone che alloggiano sono vecchie pratiche della casa.....
—Dite bene; il meglio che ci resti a fare è di dare subito alle oreficerie e alle case di pegno la nota esatta dei gioielli rubati e la loro descrizione, con l’ordine di arrestare chiunque si presenti per disfarsene.
—Bonissimo, andiamo in ufficio e tosto sarà fatto.
I due policeman se ne andarono.
XII.
Quando Inez fu sola con Carlo ruppe in pianto.
—Perché piangete?
—Piango, perché penso a quali miserabili sono caduta fra le mani.
—Inez, siete pazza?
—Così lo fossi!
—Che cosa avete?
—Ho che il ladro è uscito di qui poco fa e che voi siete il suo complice.
—Come! Che?....
—Non tentate di negare ho visto le occhiate, i sorrisi scambiati fra voi e il vostro degno amico Gerome, ho letto nella espressione del suo volto la prova del delitto. Poi sì, mi ricordo, è lui che ho visto questa notte, non era un sogno era realtà.
—Inez, perdete la testa accusare un gentiluomo di azione così bassa, così infame....
—Un gentiluomo lui?....—Dicendo queste parole la voce di Inez aveva un tuono così sprezzante che Carlo ne restò vivamente impressionato.
—Sentite Inez, pensate di Gerome tutto ciò che credete, ma non supponete neppure per ombra che possa essere un ladro, e molto meno poi che io sia suo complice.
—Ebbene io ho la convinzione profonda, assoluta che il ladro sia lui. Che mi renda adunque i miei gioielli ed io tacerò, altrimenti la polizia saprà i miei sospetti ed esso si discolperà se è innocente.
—Guardatevi dal fare un tal passo esso potrebbe costarvi caro.
—A me?
—Certo, non è lecito fare simili accuse.
—Carlo, voi credete che io sia ancora la stupida fanciulla che avete rapito alla sua famiglia.....
—Rapito? Ma voi dimenticate troppo spesso che veniste spontaneamente con me.
—Sì, è vero; ebbi questo torto, acciecata dall’amore, illusa, affascinata, vi ho seguito, vi credeva un’altro uomo. Durante il viaggio da S. Francisco a qui, ho sorpreso alcuni dei vostri discorsi, ho udito parole, progetti che mi hanno fatto fremere; ma credevo di avere frainteso, le parole spezzate, intese a sbalzi, poteva darsi benissimo che le interpetrassi male; ma dopo il furto di questa notte, non ho più dubbio, io sono fra le mani di due banditi.
Carlo a quelle parole erasi alzato pallido fremente, e minaccioso si avanzò verso Inez mormorando:
—Zitta, disgraziata che se alcuno vi sentisse.....
—Non ho paura io; no.....
—Tacete,o per Dio,mi fate commettere un delitto.
—Ecco che vi cade la maschera; così col volto stravolto, l’occhio bieco, siete in carattere.
—Taci serpente,—mormorava Carlo tentando di turare la bocca di Inez con una mano,—taci!
—Mi farete rendere i miei gioielli; io partirò non mi vedrete più, non sentirete neppure più parlare di me.
—Sentite Inez,—disse Carlo facendo sforzi sovrumani per contenersi,—vi ingannate; Gerome non può essere il ladro, la polizia scoprirà il colpevole, i vostri gioielli spero che si ritroveranno; ma noi ci separeremo, oramai è impossibile dopo questa scena terribile vivere sotto lo stesso tetto. Voi provocate ingiustamente, siete superba come tutti i francesi.....
—E voi siete un miserabile!
—Davvero che io non vi riconosco Inez, il vostro cambiamento mi sorprende e mi addolora, voi così buona, così affettuosa, tutto ad un tratto vi levate fiera, terribile a rimproverare colpe non commesse, a insultare i vostri amici, l’uomo che deve divenire vostro marito.
Inez non rispose; convinta oramai della sua disgrazia, assalita non più dal dubbio, ma dalla certezza che Carlo altro non fosse che un furfante della peggiore specie, non ascoltava quanto egli diceva, assalita dal desiderio ardente di fuggire, di correre lontana da chi oramai le metteva spavento.
Eppure essa lo aveva amato quel Conte italiano, e aveva sognato di farsene uno sposo che le portasse titoli e ricchezze, e invece scopriva che era un cavaliere d’industria.
Però non aveva prove, ma il suo istinto, alcuni fatti che ora coordinati, erano prove indiscutibili, l’avevano illuminata.
—Inez,—disse finalmente Carlo,—dite una parola che vi faccia perdonare la brutta, ingiusta scena di poco fa.
La fanciulla si strinse nelle spalle e seguitò nel suo silenzio.
Carlo temendo che la sua amante tentasse qualche cosa di compromettente per lui e per il suo complice, adoprò tutt’i mezzi per calmarla, ma fu inutile; Inez esacerbata non ragionava più.
Gerome vedendo che Carlo non andava da lui, lo andò a cercare. Quando pose piede nella camera, Inez con una calma terribile gli disse:
—Monsieur Gerome, se volete risparmiare una disgrazia, ditemi dove sono i miei gioielli.
Gerome indietreggiò manifestando la più viva sorpresa.
—Signora che dite mai?
—Lo sapete bono.
—Figuratevi Gerome, che Inez vi accusa di avere preso i suoi gioielli.
—Io?....
E il furbo pronunziò con tanta dolorosa sorpresa quell’io, che Inez fu alquanto scossa nella sua certezza.
—Signora, non mi aspettavo da voi simile accusa, che non può toccarmi; ma siccome è d’uopo che neppure il menomo dubbio resti nella vostra mente, così io vi prego di accusarmi alla polizia, potrò almeno difendermi e mostrarvi che sono innocente. Del resto mi auguro che il vero ladro sia arrestato e allora rimpiangerete i vostri ingiusti sospetti.
A quelle franche parole dette con grande dignità, Inez restò impressionata.
Che veramente si ingannasse? Che Gerome e Carlo non sapessero nulla? Che la sua fantasia esaltata l’avesse tratta in errore?
—Signora,—continuò Gerome, vedendo che la sua sfacciataggine faceva breccia,—io aspetto i vostri ordini;ma ricordatevi, conto che mi denunzierete.
Carlo volle intervenire; ma Gerome si affrettò a dire:
—Voi amico mio tacete; Inez ha dei sospetti, è giusto che si persuada di essersi ingannata. Ciò è bene per me, quanto per voi.
—No, non ho più sospetti o signore, ma vi prego, ho bisogno di stare sola, perché soffro molto.
—Signorina, perdono i vostri sospetti, comprendo il dolore e mi ritiro sicuro di avere la vostra stima.
Ciò detto l’audace briccone salutò dignitosamente e uscì.
XIII.
Rosa stava per morire; nella stanza riservata a coloro che erano sotto processo, essa spasimava, dei dolori atroci le torturavano il ventre, dove alla disgraziata pareva di avere un braciere di fuoco ardente.
Avendo i medici dichiarato che la infelice donna poteva morire da un momento all’altro, un’agente della polizia che parlava italiano, più volte aveva tentato d’interrogarla; ma Rosa non capiva quanto le veniva detto, e dalle sue labbra uscivano dei lunghi sospiri e niente altro.
L’agente tentava tutti i mezzi per fare parlare la donna; se moriva,un altro delitto, se delitto vi era, perché poteva darsi benissimo, che Rosa da sola senza esservi spinta da nessuno, avesse voluto uccidere il feto per non avere le noie della maternità, restava impunito.
Ma la polizia è sempre propensa a credere il peggio; del resto in questo caso non aveva tutti i torti; come mai poteva una donna da poco giunta dall’Italia avere da sola trovato il dottore adatto a prestarsi a simili infamie?
Dunque era necessario che essa avesse un complice, e questo complice poteva essere benissimo il marito, il quale pur di non avere a carico una bocca di più, e tutte le altre spese nel corso della gravidanza e al momento del parto, avesse consigliato la moglie ad uccidere il feto.
Ma queste erano presunzioni, e l’ispettore Byrnes da qualche tempo era divenuto circospetto, non gli piacevano i policemen che fanno il loro mestiere da poeti o romanzieri.
Quella sera adunque che Rosa a mezzo spedita dai medici pareva che di momento in momento dovesse spirare, l’agente italiano Palazzo, stava al capezzale della sciagurata, attento ad ogni suo moto, ad ogni parola che di quando in quando le usciva dalle labbra contratte, sulle quali erasi formata una schiuma sanguigna che colando giù per il mento, macchiava in rosso il candore del guanciale.
—Coraggio Rosa,—diceva Palazzo.
Rosa volgeva verso l’agente il suo sguardo velato e non rispondeva.
—Ascoltatemi Rosa, dite chi vi ha spinto a fare quello che avete fatto, perché non foste voi neppure ad idearlo il delitto infame.
“Io lo so chi fu..... ma vorrei che quel nome lo diceste anche voi.
La sventurata ebbe un lampo di terrore negli occhi a quelle parole dette con voce convinta da Palazzo.
All’agente non sfuggì quel terrore e pensò;—m’intende, ciò è già molto,—poi riprese:
—Guardatemi bene in faccia, e rispondete magari con un segno; fu vostro marito?
Rosa lasciò sfuggirsi un gemito e i suoi occhi orribilmente spalancati si fissarono su Palazzo, il quale credendo di essere vicino a sapere la verità insisteva:
—Così è adunque? fu Gennarino?
—Gennarino.....—rantolò la donna,—mio marito.....
—Il brigante fu lui?
—Mio marito è.....
Rosa voleva al certo dire:—è innocente,—ma non poté continuare, gli occhi le si chiusero e restò immota come se fosse morta.
Palazzo suonò il campanello, accorse un’infermiere al quale dette ordine di chiamare il medico di servizio.
Il Dottore appena vista Rosa, crollò le spalle e disse:
—Caro mio, coi vostri interrogatorii ho paura che le abbiate dato il colpo di grazia.
Palazzo chinò il capo mortificato; se Rosa moriva in quel momento, certo lui della colpa ne aveva.
Il medico fece tutto il possibile per richiamare in vita l’infelice, ma non vi riusciva.
—Diamine,—mormorava—diamine, la poveretta se ne vuole proprio andare.
Rosa non era ancora morta, ma semplicemente svenuta e quello svenimento durò un pezzo, quando rinvenne, Palazzo non vi era più e l’ammalata era sola.
La disgraziata aprì gli occhi e gli girò intorno con aria spaventata; poi le sue ciglia si aggrottarono, certo faceva sforzi sovrumani per ricordarsi, ad un tratto mandò un gran grido e dalle sue labbra uscirono queste parole:
—Non fu Gennarino; Giuseppe mi ha assassinata!
Gli infermieri a quel grido straziante erano accorsi, ma non capivano una sola parola di quanto Rosa diceva, ed essa continuava:
—Gennarino marito mio, perdonami il mio delitto..... San Gregorio mio patrono, non fatemi morire in peccato mortale..... l’inferno..... Dio mio l’inferno..... quanto soffro...., mi strappano le carni con ferri roventi..... perdono..... perdono....
L’infelice aveva gettato lungi da se coperte e lenzuoli e pareva volesse fuggire dal letto, gli infermieri la trattenevano; nella lotta la camicia di Rosa erasi stracciata e le belle forme di lei apparivano senza velo.
Rosa fece un’ultimo sforzo, gettò un’ultimo grido, dalla sua bocca uscì un fiotto di sangue, poi cadde a rovescio sul letto, la sua testa umida di sudore si mosse ancora per un secondo sul guanciale, poi restò immobile divenendo di un colpo livida come quella di un morto di tifo.
Il medico entrato poco dopo nella stanza constatava la morte di Rosa; riserbando, al “coroner” di fare l’inchiesta per quanto riguardava la causa che l’aveva prodotta.
Il corpo di Rosa fu squartato dal coltello chirurgico, e l’autopsia non fece altro che confermare, che la morte era stata prodotta da un’operazione criminale.
Il cadavere mutilato fu condotto alla fossa dei poveri non avendolo reclamato nessuno.
Rosa espiava così il suo adulterio, la colpa di avere ucciso il figlio innocente delle colpe della madre, e sulla sua tomba nessuno posò un fiore, nessuno versò una lagrima.
Giuseppe quando apprese la morte di Rosa provò una pazza gioia, essa, si sapeva, non aveva parlato, e perciò non aveva più nulla a temere.
XIV.
Mentre sua moglie moriva, Gennarino smaniava nella buia cella del quartiere di polizia.
Perché lo tenevano là dentro isolato come un pericoloso malfattore? Perché non veniva chiamato dal giudice?
Di cosa lo si accusava? Cosa aveva fatto? E i numerosi amici suoi cosa facevano, perché non tentavano di toglierlo da quel luogo di dolore?
Giuseppe e Rosa, perché non si vedevano, non lo visitavano?
Tre lunghe giornate, tre eterne nottate durò quel martirio insopportabile, finalmente fu condotto innanzi all’ispettore Byrnes, il quale gli disse:
—Giovanotto, se lo vorrete in quattro battute ce la caveremo. Voi sapete per cosa siete arrestato.....
Gennarino volle interrompere, Byrnes non lo permise e continuò:
—Lasciatemi dire, parlerete poi; dunque vostra moglie fu trovata morente....
—Morente?—gridò Gennarino indietreggiando,—morente la mia sposa adorata; ma perché, parlate signore, quale è la sua malattia?
—Lo sapete al pari di me.
—Signore io non so nulla.
—Bando alle commedie, vostra moglie era madre.....
—Madre la mia Rosa? Che Dio avesse voluto, sarei stato tanto e poi tanto felice.
—Se eravate felice perché faceste con una operazione criminale uccidere il figlio che vostra moglie portava nel seno?
—Io?.. Io?.. ho fatto uccidere il figlio mio? Signore per carità spiegatevi io mi confondo, di cosa mi si accusa? Cosa si dice contro di me?
—Caro mio, vi sono prove schiaccianti, che voi avete fatto fare da un medico, del quale ci direte or ora il nome, un’operazione criminosa tanto per non avere figli.
—Signore, voi volete scherzare, ma non sapete che desideravo ardentemente un figlio, che lo avrei adorato, sarebbe stato il mio orgoglio, la mia speranza? Noi nei nostri paesi non avemmo quella tanta istruzione che basti a farci strada, e ci mettiamo con certo orgoglio a fare istruire, o render bravi i nostri figli. Ve lo confesso signore, quando Rosa è venuta in America, ho pensato con gioia che presto avrei un figlio; ma mia moglie non mi fece mai sì dolce confidenza.
“E ciò vuol dire che essa non era incinta.
—In quanto a questo sappiamo cosa pensarne, non havvi nessun dubbio, vostra moglie se muore.....
—Morire?—interruppe lo sventurato marito con un grido doloroso—morire lei così giovane, così bella?
—Caro mio, quando si ha il coraggio di uccidere il figlio che si porta nel seno, è ben necessario esporsi a tutte le conseguenze.
—Sentite signore,—disse Gennarino sforzandosi di essere calmo,—spiegatemi francamente il tutto senza reticenze perché sento che divento pazzo.
Byrnes fino osservatore per eccellenza, guardò ben fisso Gennarino, vide le lacrime che gli scorrevano giù per le gote, il suo pallore intenso, il cerchio livido che ad un tratto erasi formato sotto i suoi occhi; e pensò che quel dolore straziante non poteva essere finto, che quel volto contratto non doveva essere una maschera, allora con voce meno severa disse:
—Ecco di cosa si tratta; vostra moglie fu trovata in casa sua più morta che viva, essa era caduta sul pavimento dopo avere gettato un grido di allarme che fu udito dal policeman di servizio; condotta all’ospedale, il medico ebbe a constatare come la disgraziata per non essere madre si era assoggettata ad una operazione criminosa, che aveva causato una peritonite acuta difficilmente guaribile.
—Rosa, Rosa ha fatto questo? Ma perché?
—Lasciatemi continuare. Vostra moglie fino a poche ore fa, non aveva detto una sola parola, sembrava una morta.....
—Ed ora ha parlato?
—Sì, per rispondere al policeman che il suo complice siete voi.
—Io?!....
Non è possibile descrivere come Gennarino pronunziò quell’io; Byrnes ne fu scosso, in quel monosillabo eravi un tale accento di disperazione, di sorpresa, sdegno, angoscia che non poteva essere gettato che da un’innocente.
Gennarino stette muto alquanto, il suo volto subiva strane trasformazioni, e vi si poteva leggere il dubbio terribile che cominciava a tormentarlo, finalmente rialzò la fronte; il suo occhio mandava lampi, i suoi denti digrignavano e con voce sorda disse in italiano:
—Va bene, che muoia quella figlia di mala femmina, altrimenti l’ucciderò io!
—Cosa dite, parlate inglese.
—Nulla, non dico nulla; solo sostengo che voi commettete un errore a tenermi responsabile di un delitto. Io che sarei impazzito dalla gioia se avessi avuto un bambino.... un bambino mio, incolpato di averlo ucciso è troppo grossa. Del resto mi è facile provare che da 15 giorni non sono stato in New York, lavoravo vicino ad Albany sopra un tronco di ferrovia della Central Railroad, cento testimoni possono dirvi questo.
—Come spiegate però di trovarvi a New York proprio l’indomani che il crimine è stato commesso?
—La cosa è facilissima, incassai la quindicina e venni a New York per abbracciare mia moglie.... la mia Rosa,—aggiunse con voce piena d’odio.—Passai la notte sul battello che fa il servizio da Albany qui, e questa mattina, guardate, passando da un negozio comprai un vestito per Rosa, e pregustava la gioia della sua sorpresa, quando venni arrestato.
—Ma come spiegate l’accusa di vostra moglie?
—Non la spiego, quella miserabile è capace di tutto!
—Perché parlate in tal modo di lei ora, mentre poco fa eravate così affettuoso?
—Perché parlo così? Ma non avete compreso che io ora non ho più dubbi del perché mia moglie commise quel delitto atroce? Non avete compreso che la luce si è fatta nella mia mente, e che quella luce mi ha mostrato la perversità di colei che io amavo? Essa ha soppresso la prova di una colpa, essa l’infame, si era data là nei nostri paesi a qualcuno di quei miserabili che penetrano nelle famiglie come i rettili, e avvelenano col loro respiro, uccidono la felicità, contaminano l’amore, sono mille volte più infami dei ladri e degli assassini.
“Ed io, io che l’amava tanto!—continuò in italiano Gennarino al colmo dell’emozione,—io che per lei avrei data la vita; che per lei vedeva nelle lunghe ore opprimenti del lavoro, lei che mi compariva dinanzi sempre, e il mio coraggio aumentava e lavoravo.... lavoravo.... perché non le mancasse nulla. Miserabile!... miserabile, voglio sbranarti con le mie unghie.
Poi accasciato, affranto, disse rivoltosi a Byrnes, muto aspettatore di quella scena, e questa volta in inglese:
—Perdonatemi; ma soffro tanto!
Byrnes non rispose subito, era commosso; quando parlò fu per interrogarlo.
—Conoscete nessuno che possa garantire di voi?
—Conosco moltissimi.
—Persone stimate?
—Certo!
—Vorreste dirmi il nome di uno di queste persone?
Gennarino pensò alquanto e poi rispose:
—Nessuno meglio del banchiere Ferroni, potrà darvi informazioni di me.
—Ferroni? Lo conosco e se lui garantisce per voi vi metto subito in libertà.
Byrnes andò al telefono e dette un ordine, poi ritornò a sedere al suo posto e domandò:
—Da quanto tempo Rosa è giunta in America?
—Venne in settembre.
—Benissimo, e .....
Stava per continuare, quando fu bussato alla porta.
—Avanti,—disse Byrnes.
Si presentò Dikens il quale disse:
—Vi è Mr. Boni.
—Diamine! che passi, non sa che per lui la porta è sempre aperta?
Boni entrava quasi subito, accolto con gran festa dal capo della polizia.
—Ebbene, cosa abbiamo di nuovo? Non vi si vede mai.
—Discorreremo quando saremo soli. Per tanto lasciate che vi dia una buona stretta di mano.
—Sarò sbrigato in dieci minuti; l’affare di questo italiano, perché è un vostro compaesano che mi sta dinanzi è doloroso;—e Byrnes con quella facondia che lo rende tanto simpatico, narrò il tutto a Boni, il quale ascoltava guardando di sott’occhio Gennarino che stava come impietrito; quando l’ispettore ebbe finito Boni gli disse all’orecchio:
—Credo che sia innocente come me e voi.
—Lo credo ancora io, e fra poco se la persona che ho mandato a chiamare mi darà buone informazioni di lui, lo lascerò libero.
—Mr. Ferroni,—annunciò Dikens.
A quell’annunzio Boni dette un grido di lieta sorpresa.
Ferroni entrò, scorgendo Boni gli corse incontro stendendogli le mani, poi salutò Byrnes e quindi vedendo Gennarino, disse:
—Non mi sorprende di trovarti qui, giunto due ore fa da Washington ho saputo la tua disgrazia, stavo per correre qui, quando l’ispettore di polizia mi mandò a chiamare. So di cosa ti si accusa, è una sciocchezza.
—Mr. Ferroni,—disse Byrnes—conoscete quel giovanotto?
—E come! garantisco di lui come di me.
—Allora lo metteremo in libertà a condizione, che si presenti al giudice quando sarà chiamato.
—Vi ringrazio, Mr. Byrnes della vostra bontà, e non fate cerimonie: se havvi bisogno di cauzione qualunque sia la somma, sono disposto a darla.
—No, no, basta la vostra parola. Gennarino da questo momento siete libero.
Il poveretto si alzò come se si svegliasse da un lungo sonno.
—Su, via Gennarino, fatti animo,—disse Ferroni.
—Ah! se sapeste?—e dette in dirotto pianto.
In quel momento entrò Palazzo che a voce alta disse:
—La donna è morta!
Gennarino sussultò, poi domandò:
—È Rosa che è morta? non è vero? Rispondete pure franco, mi levate un gran peso dall’anima.
—Sì, è lei che è morta,—rispose Byrnes.
—Va bene, meglio per lei e per me, perché l’avrei uccisa. Ma se lei è morta, vive colui che deve averle suggerito di uccidere il figlio dei suoi turpi amori, e lo troverò, anche magari in capo al mondo?
—Gennarino calmati,—disse Ferroni,—vai al mio ufficio, e aspettami là.
—Obbedisco, voi lo sapete siete da me venerato come un padre. Io non dimentico cosa faceste per me.
Il disgraziato salutò tutti, e si diresse alla porta, Dikens che era di piantone non voleva lasciarlo passare.
—Lasciatelo andare,—gridò Byrnes,—è libero.
Dikens compì a malincuore la commissione, e squadrò con occhio sospettoso Gennarino, quando gli passò dinanzi mormorò:
—Troppo di manica larga il mio superiore!
XV.
Gennarino uscì dall’ufficio di polizia con la testa in fiamme.
Quando fu in Mulberry, guardò di qua e di là, come un pazzo, poi si diresse verso la sua abitazione; erasi dimenticato già di andare alla banca Ferroni.
Sul suo passaggio fu accolto da grida di sorpresa. Come lo avevano messo fuori? Un birbante di quel genere? Certo doveva essere stato Giuseppe il quale essendo influente aveva ottenuto la libertà del cugino. Ma poteva benissimo essere innocente! Innocente?.... e alzavano le spalle come dire: a chi la contate!
Gennarino non vedeva nulla; correva a casa sua.
Quando si trovò nel modesto appartamento e lo vide vuoto, sentì un gran dolore, poi dette in pianto dirotto; ma fu un momento, le lagrime si asciugarono sul suo ciglio, e l’occhio ebbe un lampo di furore.
—Quella miserabile,—mormorò,—venne dall’Italia col frutto della colpa.... Ma qui chi l’aiutò nell’opera infame, chi è il suo complice? Forse un’altro amante!....
“Se ciò fosse che vendetta terribile.... sul miserabile.
“Lei è morta, meglio così, altrimenti l’avrei sbranata con le mie mani.
Gennarino era assorto in dolorose meditazioni, quando fu bussato la porta di casa.
—Avanti,—disse macchinalmente.
—Dunque è vero, che siete libero?—tuonò la voce di Totò,—io aveva sempre detto che non potevate essere colpevole.
—Grazie Totò, grazie della tua buona opinione.
—Caro mio, vedete io non sono che un giovanetto, ma ho dei presentimenti come quelli grandi, anzi molto migliori, perché tutti quei dottori sostenevano che voi avevate aiutato la Rosa a fare... a fare ... quello che ha fatto.
—Lo dicevano? Anche i paesani?
—Quasi tutti, solo Arcangelo uno di quelli venuti con vostro cugino Giuseppe, diceva:
—Siete matti, Gennarino è innocente; è solo colpevole di essersi fatto portare per il naso, io la so lunga e se parlassi.....
—Ha detto così?—gridò alzandosi Gennarino,—così ha detto Arcangelo?
—Sì, ma che avete?siete pallido come un morto, e tremate come se aveste la febbre.
—Non è niente, è passato.... dimmi, dove lavora ora Arcangelo?
—È caporale degli spazzatori da una quindicina di giorni.
—Dove potrei vederlo?
—Quando vorrete vi accompagnerò io.
—Allora andiamo....
—No, ora no, bisogna aspettare a questa sera, è di servizio di notte ai sotterranei dove la spazzatura viene portata dai carri.
—Bene andremo questa sera. Senti Totò, tu sei un giovane sveglio ed intelligente, dimmi cosa si dice di quella sciagurata di Rosa.
—Si dice ...—Totò esitò.
—Parla pure francamente, la disgraziata è morta.
—Morta? Ma in Mulberry, non se ne sa nulla....
—Ho appreso la notizia alla polizia....
—Povera Rosa!—e ciò dicendo il fanciullo aveva le lagrime agli occhi.
Gennarino vide quelle lagrime, afferrò Totò e lo baciò a lungo.
—Tu sei buono,—disse poi Gennarino.
—Che volete, a bordo mi dava sempre dei dolci e delle frutta; qui tutte le volte che mi vedeva mi faceva una festa da non dirsi. No, no, mi pare impossibile che Rosa fosse cattiva....
—Basta, non parliamo di ciò, tu sei giovane, non puoi comprendere certe cose.... dimmi cosa si dice in Mulberry.
—Potete immaginarvelo; quando hanno saputo la cosa, hanno gridato come oche, le amiche di Rosa per le prime, a sentirle pareva che la poveretta avesse commesso tanti delitti da avere l’anima nera come il carbone. Chi malediceva di qui, chi di là, e ve ne erano anche per voi.....
—Nessuno protestò?
—Sì, protestare in mezzo a quelle furie. Non vi fu che Don Giuseppe, vostro cugino, che ebbe il coraggio di dire che erano tutte fole, e che lui vi avrebbe fatto mettere in libertà.
—Andrò a ringraziarlo.
—Lo troverete difficilmente, domani è giorno di elezioni e figuratevi quanto ha da fare.
—Sì è vero, domani si vota.
—Ho guadagnato qualche dollaro ancora io ad attaccare i manifesti dei candidati italiani.
—Senti Totò, questa sera alle sette vieni qui, andremo da Arcangelo; nel caso che tu vedessi Don Giuseppe avvisalo di venire qui. Io sono stanco, oppresso, finito, mi getterò sul letto e se non potrò dormire mi riposerò.
—Siamo intesi Gennarino, alle sette sarò qui pronto. Fatevi coraggio, oramai quello che è stato è stato.
Gennarino non rispose neppure, quando fu solo si gettò sul letto, su quel letto dove aveva provato le gioie dell’amore con la donna amata, ma non dormì, la sua mente e il suo cuore ricordavano inasprendo sempre più la piaga crudele, che sanguinava ognora di più.
Dopo una lunga penosa meditazione, si alzò risoluto e disse:
—Voglio rivederla,—e lasciò la casa dirigendosi al Chambers Street Hospital.
XVI.
Gerome lasciò la camera di Carlo in preda al più vivo dispetto accompagnato da un gran terrore.
Inez sospettava in lui il ladro dei gioielli e quella figurina pallida, sentimentale, che pareva vivere solo per provare piaceri e voluttà, poteva perderlo.
Bisognava parare il colpo. Gerome era uno di coloro, che quando si vedono l’acqua alla gola non si lasciano vincere, ma lottano con più energia e finiscono quasi sempre col vincere.
Il suo partito era preso, se Inez diveniva pericolosa, sarebbe scomparsa; per quella smorfiosa non voleva andare a provare le gioie della galera.
Gerome pensava il mezzo migliore per assicurarsi l’impunità; quando entrò Carlo.
—Ebbene,—principiò Gerome alquanto piccato,—la signorina ha dei sospetti, e non si perita a dimostrare chiaro e tondo il suo parere.
—I sospetti sono spariti,—disse Carlo,—ed essa vi stima più che mai.
—Non fidatevi, ho il presentimento che quella bionda linfatica, ci recherà dei gravi disturbi se non provvediamo a tempo.
—Provvedere? E come? Inez non può, non vuole tornare a casa sua. Se io la scacciassi brutalmente chi sa quale scandalo salterebbe fuori.
—Io aveva tutto preveduto, ve lo dissi più di una volta, lasciamo stare le donne, divertitevi quanto volete; ma non mettiamo fra noi chi potrebbe ad un dato momento tradirci.
—Però almeno per questa volta essa ci ha giovato, se non vi era Inez non avreste avuto i gioielli....
—Tacete, sarete sempre un ragazzo, non parlate qui di cose, che udite, ci farebbero andare ad un Hotel dove non si spende quanto a quello Martin.
—Avete ragione.... io ero venuto per dirvi, che non appena avremo fondi, potremo andare a tentare la fortuna in un Club molto aristocratico e dove si giuoca forte....
—E aspettate ora a dirmelo!
—Cosa volete prima non avevamo fondi....
—Dite più piano, diamine è necessario ricordarvi sempre che bisogna usare tutte le precauzioni; venite qui sul divano vicino a me e discorriamo.
“In quanto ai fondi non potremo averli che domani, conosco io una persona, un vostro connazionale molto stimato, che si occupa del pericoloso commercio degli oggetti rubati, di lui nessuno dubita, tutto il mondo s’inchina al suo galantomismo ed egli se la ride allegramente quando lo proclamano il re dei galantuomini. Del resto così va il mondo....
—Già, se così non andasse, noi pure vestiremmo ben differentemente....
—Fate dello spirito di cattiva lega....
—La verità la chiamate spirito.....
—Basta adunque; quel tale ci darà certo un tremila dollari, è una somma con la quale possiamo combattere e riuscire vittoriosi.
—Come! soltanto tremila dollari?
—Caro mio i gioielli costano il doppio e forse più, ma l’onesto manutengolo deve pur vivere, e farsi ricco, perché è appunto la sua ricchezza che lo mette al coperto da ogni sospetto.
—Sia pure; ma io vi prego di porre una condizione al contratto.
—Quale?
—Questa; prendete tremila dollari, non come prezzo dei gioielli, ma come imprestito, se entro un mese riportiamo il danaro ci darà indietro i gioielli, se no, li terrà.
—Ma ricordatevi che se dà tre, bisognerà restituire almeno cinque.
—Se il tiro al Club va bene non avremo da pensare a mille dollari più o meno.
—E si potrebbe sapere il perché di questa vostra idea?...
—Ma Inez,ci tiene molto a quei ricordi di famiglia....
—Benone, dei sentimentalismi, non vi avrei mai creduto capace di tanto, ogni giorno è proprio vero, che se ne impara una di nuova. Basta farò come volete.
—Ora un’altra cosa. Non mi diceste una volta che Inez ha una gran passione per fumare l’oppio?
—Sì, è vero, me lo confessò lei stessa. A San Francisco, lo sapete, i chinesi sono numerosi, e si deve a costoro se molti uomini e donne fumano la droga pericolosa, che dicono dà momenti di eccitante voluttà. Inez, anche prima di andare in collegio, cedendo all’esempio di una sua compagna, aveva fumato l’oppio, era allora troppo giovane per comprendere il vero significato delle seducenti visioni,che popolavano i suoi sogni;ma in Francia, al Sacro Cuore, le aprirono gli occhi, ed essa in quelle orgie del collegio ritrovò le sensazioni a lei prodotte dall’oppio.
In Francia però non poté fumare la droga pericolosa; ritornata a S. Francisco non le fu difficile procurarsi dell’oppio, ed un giorno la sorpresi, discinta, febbricitante, delirante, ebbra..... ritornata in sé, mi disse della sua strana passione, ed io le imposi di finirla, se voleva conservare la sua ragione.
—Benissimo ora che so il debole del nemico,se diventerà pericoloso saprò vincerlo con molta facilità.
—Cosa vorreste fare?
—Questo è il mio segreto.
—Dio mio, siete un mistero vivente....
—Lo credete?.... Ebbene sentite, voi non indietreggiate innanzi ad un delitto; ma non sapreste per nulla procurarvi l’impunità; io coi miei misteri tengo lontano da voi e da me le carezze del policeman, e mi preparo perché nessuno venga a frapporsi fra noi e la meta che agogniamo.
“Sono stato debole nel permettervi di condurre con noi Inez, ed è per questo che intendo rimediare ad una sciocchezza preparandomi a tutto.
—Io mi inchino al maestro....
—Scherzate pure,ma in cuor vostro riconoscete, ne sono certo, che senza di me a quest’ora.....
—Basta. Questa sera non ci vedremo, tornerò a casa molto tardi.....
—Un’avventura galante, capisco, la Regina di Bowery; state in guardia..... e a Inez cosa direte?
—La scusa è già trovata, io vado in traccia del ladro dei gioielli.....
—Povera ragazza!
—Voi cosa farete?
—Ma, chi lo sa? passeggierò New York, non è male che studi per bene il campo dove daremo delle grandi battaglie.
—Buona fortuna!
—Altrettanto.
Carlo stava per uscire, quando Gerome lo richiamò, e con voce ben bassa gli domandò:
—Credete proprio che Inez non abbia più nessun sospetto?
—Ne sono sicurissimo,—rispose Carlo.
I due complici si separarono.
XVII.
Alla quattordicesima strada, vicinissimo alla 3ª Avenue, vi è l’Huber Museum, un locale dove si espongono le più grandi curiosità vive e morte dove si fanno vedere uomini scheletri e uomini grassi in modo ripugnante, giganti e nani, donne tatuate, selvaggi apocrifi, cavalli, scimmie, pappagalli e oche ammaestrate; e insieme a questi esseri viventi che passano la loro vita nelle sale dei musei, vi sono delle collezioni di bestie morte, serpenti, farfalle, colibrì, tartarughe, ecc. nello spirito occhieggiano i feti mostruosi, i fenomeni più strani; nelle vetrine sono armi, scarpe di delinquenti, collezioni di lettere, di francobolli, di pietre e di metalli.
Tutto il giorno la folla si accalca nelle sale dei diversi piani, scende, monta, e corre dove la voce del cicerone la chiama, e poi si riversa nel teatro dove si rappresentano drammi a base di revolverate, e da artisti di dubbia capacità si cantano canzonette piccanti, si balla la “giga,” si fa la ginnastica.
Quando Carlo, fedele all’appuntamento dato a Eugenia entrò all’Huber Museum, vi era già molta gente; quella settimana si facevano vedere i fratelli Tocci, uno dei fenomeni viventi più straordinario,e tutta New York, correva a vedere quei due disgraziati fanciulli uniti insieme, confondenti i due tronchi in un tronco solo, mesti nelle loro faccie simpatiche, dagli occhi vivi ed intelligenti, mesti per il loro strano crudele destino, che il danaro guadagnato in gran quantità, non poteva mutare in nulla.
Carlo girò a lungo per le sale senza trovare Eugenia, finalmente la scorse innanzi alla gabbia dove rincorrendosi garrivano le scimmie, mandando dei fischi prolungati. L’aria in quella sala era tiepida ed aveva un odore speciale, che sul principio faceva arricciare il naso e terminava col dare un certo intorpedimento alla testa; e quell’odore speciale usciva certo dalla segatura di legno in fermentazione, che stava sul fondo delle gabbie delle scimmie.
Le donne in maggioranza erano quelle che si perdevano ad ammirare le mosse quasi umane delle intelligenti bestie, che guardavano con gli occhi piccoli e brillanti la folla, poi saltavano sopra i cerchi, si prendevano ai bastoni, raccoglievano quanto veniva loro gettato e lo mangiavano con un movimento affrettato, che faceva muovere velocemente il loro musetto, e gonfiare ai lati le mascelle.
Alcune indifferenti raggomitolate in un canto, si cercavano gl’insetti, che poi mettevano in bocca con un fischiettare soddisfatto; altre, prese dalla pazza voglia di fare all’amore si rincorrevano,eccitandosi fino a quando si raggiungevano e davano libero sfogo alle loro passioni, mentre le donne si coprivano il volto tentando di arrossire e le fanciulle guardavano con gli occhi ardenti, come se non comprendessero il mistero di quelle strette febbrili, accompagnate da un gridio sommesso.
—Buona sera,—disse Carlo all’orecchio di Eugenia.
Eugenia sentì il sangue salirle al viso, e quando si voltò lieta e felice, era rossa.
—Credevo che non veniate,—mormorò la fanciulla.
—È più di un’ora che vi cerco; ma fra tutta questa gente non è facile cosa trovare una persona.
In quello s’intese il fischio del cicerone che fa la spiegazione al Museum, e quasi subito un’orchestrina composta da italiani intuonò una marcia.
—Scendiamo a sentire la spiegazione,—disse Eugenia.
—Ci tenete?
—E come no?
—Ma non sarebbe meglio essere in un luogo dove si potesse parlare più liberamente?
—Prima godiamoci lo spettacolo e poi.....—ciò dicendo, Eugenia dardeggiò su Carlo i suoi occhi pieni di lampi.
—Come volete.
Scesero; il cicerone era in cattedra e spiegava quante libbre pesava una donna alla quale il grasso colava da ogni parte ed aveva gambe da parere colonne, ed un seno il quale doveva essere trattenuto da un busto di ferro. Quella disgraziata a mala pena poteva alzarsi, la testa non brutta,sprofondava nelle spalle, le braccia grosse, floscie, terminavano con una manina piccolissima.
—Trecento e più libre, o signori,—diceva il cicerone,—e Mary, non ha che 22 anni, a quindici pesava già duecento e più libbre.
“E questo è suo marito che pesa trecentoventi libbre, da poco si sono sposati e si amano alla follia.
Ed era vero, vicino alla donna gigantesca eravi un uomo grosso come lei, e quei due ammassi di carne si erano uniti col vincolo del matrimonio, e la folla commentava quell’unione, e pensava a qual letto abbisognava per far da talamo a tutto quel grasso floscio, che a toccarlo pareva burro.
Dopo i giganti marito e moglie, il cicerone mostrò un tatuato, sulla pelle del disgraziato dalla testa alle piante erano disegnate in turchino con chiaro scuri rossastri, delle figure di ogni specie, aquile, donne, bandiere, monumenti, armi; e chi guardava non pensava neppure ai dolori atroci che aveva dovuto sopportare quell’uomo per farsi conciare in quel modo.
Il cicerone coloriva la cosa dicendo: che l’uomo che aveva l’onore di presentare al pubblico, fu catturato dai selvaggi di una tribù terribile e che lo avevano tatuato a forza. Quella era una menzogna per accrescere valore alla merce.
Dopo il tatuato fu la volta della “donna bianca,” una donna con dei capelli candidi come neve, dalle carni delicate e trasparenti, che con gli occhi bendati faceva delle somme ed altre operazioni aritmetiche che avrebbero fatto perdere la testa ad un matematico.
La folla però rumoreggiava, voleva vedere i fratelli Tocci, che stavano dietro una tenda di velluto bleu, tutti gli altri fenomeni erano stati visti e rivisti, erano il solito bagagliume dei musei,e non loro chiamavano la gente.
Finalmente la tenda di velluto bleu si aprì e i due fratelli comparvero nella loro larga poltrona; sembravano morir di noia, guardavano il pubblico stanchi, non curanti.
Il cicerone diceva con la sua voce monotona dove erano nati, come vivevano e cosa ne pensavano i medici, spiegava la loro conformazione; qualche cosa di strano e di incomprensibile che sbalordiva.
Anche Carlo, che fino a quel momento erasi divertito a guardare le rondinelle pellegrine che invadono il Museum per essere viste, apprezzate, e prese, s’interessò dei fratelli Tocci che non aveva mai visto.
Quando in mezzo allo scrosciare degli applausi la tenda di velluto bleu ricadde, Eugenia disse:
—Andiamo al teatro.
—Ancora?
—Ho una box, venite.
Carlo seguì Eugenia e cinque minuti dopo era seduto sulla sedia di giunchi della box, una specie di scatola tutt’altro che comoda.
Lo spettacolo durò quasi un’ora; un finto nero cantò un paio di canzonette, una vecchia attrice vestita da “baby” cantò l’inmancabile “After the Ball”, un equilibrista fece volare delle palle e girare dei piatti sopra un’asticella di legno, poi venne rappresentato un drammaccio, che ad ogni scena finiva con un colpo di revolver e di pugnale, che ferivano, ma non uccidevano, perché i personaggi restavano vivi per martirizzare il pubblico fino alla fine del dramma.
Finalmente, come Dio volle, il dramma finì, e Carlo poté uscire dal Museum: la lunga seduta in un ambiente dove l’aria era soffocante gli aveva procurato un forte mal di capo; ma appena respirò l’aria pura della via si riebbe.
—Finalmente,—disse con un sospiro di sollievo.
—Vi siete annoiato?
—La cosa non è divertente, e se voi non foste stata al mio fianco, non sarei rimasto neppure cinque minuti in quella baracca.
—Eppure, è così bello!
Eugenia erasi americanizzata, anche a lei piacevano tutte quelle insulsaggini, che fanno andare in visibilio gli americani che pure passano per gente seria.
—Mia cara Eugenia, io credo che non vorremo stare qui in mezzo alla strada,—disse Carlo vedendo che la compagna non sapeva a qual parte prendere.
—No certo, mio bel cavaliere....
—Se permettete vi offro di pranzare con me.
—Benissimo, è quello che ci vuole; sento che mangerò con appetito.
—Desiderate andare ad un restaurant americano?
—Come vi piace meglio.
Scesero giù verso Union Square; quando furono innanzi al restaurant Riccadonna, Carlo disse:
—Ecco un luogo del quale ho sentito dire un gran bene, entriamo qui.
Eugenia fece un cenno affermativo col capo, e seguì Carlo che aveva infilato la scaletta tutta guarnita di piante e di fiori.
I due giovani fecero onore allo squisito pranzo, che si serve da Riccadonna; Eugenia appariva di fiamme nel volto e la sua bellezza in quella sera brillava in tutto il suo splendore.
Carlo la guardava, si può dire che il suo occhio libertino la spogliasse e ne ammirasse senza veli le forme procacemente belle.
Il Conte fece le cose alla grande, fu servita anche una bottiglia di champagne in ghiaccio, e ciò servì ad accendere più che mai i desideri di Eugenia.
Del resto quella perversa creatura sentiva in quella sera qualche cosa di strano, di incomprensibile; non erano soltanto i sensi che invocavano le carezze di Carlo, ma il suo cuore anelava di sentirsi mormorare parole d’amore.
Quel cuore restato muto nel petto di Eugenia per tanto tempo, tanto che essa credeva non averlo, si svegliava sotto i raggi cocenti della passione, e voleva essere contracambiato.
Finito il pranzo Carlo domandò:
—Dove andiamo?
—Verrete con me, io so dove trovare un buon nido.
I giovani stretti l’uno all’altra, si avviarono verso il luogo dove avrebbero potuto senza noie e disturbi, tubare come due colombi.
All’undicesima strada vicinissima alla 4ª Ave., era una casa dall’apparenza onestissima; una specie di terrazza di ferro faceva da baldacchino, all’entratura o meglio alle entrature perché la casa ne aveva due, una serviva ad entrare, diremo così nella casa pubblica,l’altra nella casa privata dove, pagando un paio di dollari,le coppie amorose avevano una bellissima camera.
Sopra un cartello nichellato era scritto questo nome:“Lange,”certo un nome di battaglia assunto dalla padrona del locale e tolto dall’operetta “La figlia di Madama Angot.”
Madama Lange era tedesca, affabile, gentile, premurosa, non pareva davvero quello che era, e non aveva nulla a che fare con quelle megere,che speculano sulla carne umana.
Vestiva come una buona madre di famiglia e solo agli orecchi portava due grossi brillanti.
Eugenia suonò alla casa privata, e venne subito ad aprire Madama Lange in persona; essa guardò Eugenia, la riconobbe, e in un italiano alquanto buffo, le disse:
—Entrate, entrate, bella ragazza.
—Una camera la migliore,—rispose Eugenia.
—Che furia, entrate nel “parlor” e parleremo.
Entrarono. Carlo restò sorpreso nel vedere tanta eleganza; in mezzo al salotto sopra un elegante candelabro di bronzo stava un lume grande, con paralume di seta gialla, che faceva apparire i mobili,i quadri,le statue, i tappeti,in una specie di penombra dorata.
I mobili non erano di quelli da dozzina che si comprano pagando un tanto la settimana; ma sibbene di quelli ordinati senza risparmio, scolpiti in mogon.
I quadri non erano oliografie, ma originali o copie di buoni maestri, e invano si sarebbe cercato soggetti, non diremo osceni, ma soltanto liberi; tutto in quel salotto ispirava una grande onestà, e chi, senza conoscere la casa, vi fosse entrato, avrebbe certo creduto di essere in una famiglia signorile, dove il buon gusto si accoppia all’arte.
Madama Lange era curiosa, le piaceva sapere come se la passavano le ragazze che la visitavano, poi per Eugenia aveva della simpatia.
—Il vostro cavaliere desidera conservare l’incognito?—disse Madama Lange.
—Non ho nulla da nascondere,—rispose allegramente Carlo, che in quell’ambiente simpatico si trovava a tutto suo agio, e nella comoda poltrona faceva un chilo delizioso.
—È un italiano,—disse Eugenia.
—Un vostro compatriotta, benone, mi piace ciò.
Poi si mise a discorrere, ne conosceva molti di italiani, ne vedeva spesso, erano dei gentiluomini veri, vi era una brigata che quando capitava metteva in festa la casa, tutta gente ricca, che si divertiva di quando in quando, e preferivano andare da lei, perché erano sicuri, le ragazze brave ed educate.
Ora gli affari non andavano tanto bene, aveva avuto dei dispiaceri; Parkhurst, e “la Gerry Association,” mettevano dei bastoni nelle ruote, la polizia veniva qualche volta ma non trovava nulla, perché adesso stava in guardia.
E madama Lange accarezzando i due giovani con lo sguardo avrebbe seguitato un pezzo, se Eugenia non avesse detto:
—Qual camera mi date?
—Quella di fronte al primo piano.
Eugenia levò dal portafoglio cinque dollari e disse:
—Tenete madama Lange e che nessuno ci disturbi.
—Diamine, è una vera passione se pagate voi.
Eugenia fece un segno affermativo col capo, poi saltò al collo di Carlo e disse:
—Vieni mio padrone!
Carlo si alzò traballando e seguì la sua compagna, nella camera più bella della casa.
Fu quella una notte di folle ebbrezza, Carlo fra le appassionate carezze di Eugenia dimenticò tutto, non ricordò Inez, Gerome, nessuno.........................................................
XVIII.
Inez allorché restò sola meditò a lungo sulla sua triste condizione; le illusioni erano svanite, l’uomo al quale si era data non le ispirava più nessuna fiducia; non sapeva nulla di sicuro; ma aveva il presentimento di essere caduta nelle mani di due miserabili.
Se innanzi a Gerome aveva dubitato, ora che poteva considerare con calma gli avvenimenti della giornata, si persuadeva che l’amico di Carlo doveva essere il ladro dei gioielli, e che l’uomo che aveva amato era complice del furto.
La fanciulla che si era data per appagare la fiamma dei sensi che la divorava; resa pazza d’amore da pessimi contatti avuti nell’educandato, scuola in questo fin di secolo di ogni turpitudine, ora ragionava e vedeva l’abisso nel quale era volontariamente caduta.
La sua famiglia teneva molto ai rispetti umani, più che la moralità intima essa curava le apparenze; madama Gerome si permetteva il lusso di un amante, magari di dieci, ma il mondo non sapeva nulla, e ciò bastava.
La fuga di Inez non si era potuto tenere completamente nascosta, e a S. Francisco tutti sapevano che la bionda Inez aveva preso il volo verso il Nord con un bel giovanotto italiano e titolato.
Se la fuggitiva fosse tornata alla casa sua fregiata del titolo di contessa e legittima sposa del seduttore, nessuno avrebbe fiatato; ma se Inez ricomparisse sola, sarebbe stata accolta dal generale disprezzo.
La sventurata fanciulla pensava a tutto ciò, sola nella sua camera, mentre il sole essendo tramontato, le tenebre invadevano e la involgevano.
Ella stette in meditazione a lungo, e poi si alzò, come se si svegliasse da un sonno penoso.
Era notte alta e Carlo non si vedeva.
Inez posò la fronte ardente sopra i cristalli della finestra e guardò la via deserta,illuminata dalla luce elettrica. Sentì la volontà di fare del moto, per vincere la strana eccitazione che la dominava.
Non sapeva con precisione le ore ch’erano, credeva che fosse ancora prestissimo.
—Se uscissi?—pensò; detto e fatto si vestì con un elegante abito da passeggio, indossò una mantellina di velluto foderata di raso, pose sopra i suoi ricci biondi un grazioso cappellino e quindi non dimenticando il suo portafoglio di madreperla contenente ancora un centinaio di dollari in monete d’oro e di carta, lasciò l’Hotel Martin.
Non era pratica di New York, ma essa sapeva bene che montando sopra un “cab” e dicendo il nome dell’Hotel al quale era alloggiata, subito l’avrebbero condotta.
Inez scese giù verso Washington Square, poi per la Quarta Strada, sbucò in Bowery.
Era l’ora nella quale le “rondinelle pellegrine,” le perdute che offrono i loro baci, e i loro corpi stazionano in questa via, e naturalmente più di un uomo guardò arditamente Inez, che andava via per la sua strada, seria, composta come un’automa.
La fanciulla camminò a lungo; essa andava macchinalmente, quasi inconscia di ciò che faceva; sentiva il desiderio di correre, stordirsi, in quella via tutta bianca dalla luce elettrica, dove la gente si affollava rumorosa innanzi ai negozii chiusi con le vetrine sfarzosamente illuminate. Inez guardava gli abiti a buon mercato, i gioielli falsi dei bazar, le mille e mille cose diverse esposte da coloro che facevano dei pegni; poi seguitava a camminare.
Senza accorgersene giunse in Mott Street. Nella penombra della via si vedevano ad alcune terrazze in ferro delle case chinesi, dei palloncini dalle forme strane, che agitati dal vento mettevano delle strisce colorate e saltellanti sulle facciate delle abitazioni.
Dei cartelli neri allungati con dei giroglifici dorati, servivano di “reclame” ai diversi negozi; dove i figli del celeste impero vendono le cose più svariate.
Sulle porte delle case con le mani in tasca, e una lunga pipetta in bocca stavano dei chinesi che lanciavano occhiate brillanti a quante passavano, e ridevano, ridevano facendo delle smorfie che rendevano le loro faccie gialle, ancora più brutte.
La via appariva quasi buia; dai negozii non usciva nessun raggio di luce perché i cristalli sporchi avevano delle tendine rosse, e l’occhio indiscreto non poteva vedere i segreti di quegli antri, dei quali pure le cronache dei giornali di quando in quando, svelavano i tenebrosi misteri.
Inez come se fosse attratta da una forza superiore, penetrò nel quartiere chinese.
Al suo passaggio i chinesi facevano intendere nel loro linguaggio delle esclamazioni, certo di ammirazione.
La bella fanciulla dilatava le narici come sentiva per l’aria l’odore dell’oppio; e a poco a poco, perdeva la sua calma. Ella non provava nessuna ripugnanza nel passare vicinissima ai chinesi, che vedendo quella fanciulla sola, la presero per una di quelle disgraziate, che vanno ad allegrare le orgie sfrenate, che hanno luogo nei loro locali.
Inez aveva fatto circa duecento passi quando si trovò innanzi un chinese dalla faccia tonda, lustra per il grasso, con due occhi che parevano carboni accesi.
—Che volete?—domandò Inez.
—Nulla,—rispose in inglese purissimo il chinese,—vedervi soltanto.
—Ebbene guardatemi.
Il chinese fissò i suoi occhi in quelli di Inez, e poi disse:
—Siete venuta per fumare.
—Ma.....
—È inutile negare, leggo nella vostra faccia il desiderio che avete di gustare la droga proibita.
—Ebbene, sì, è vero!....
Ciò dicendo Inez tremava, non di paura, ma di desiderio.
Il chinese la prese per una mano e disse:
—Venite; ma siate cauta, potrebbe vedervi la polizia.
Due minuti dopo la bionda fanciulla entrava in una saletta dove eranvi dei larghi divani, ricoperti da una stoffa resa sudicia dal tempo e dall’uso su cui erano distese donne deliranti di voluttà.
......entrava in una saletta dove eranvi dei larghi divani
Un profumo inebriante impregnava l’aria.
La saletta era immersa in una misteriosa penombra.
Le pareti non terminavano al soffitto ma lasciavano uno spazio, come se vi fosse una galleria da dove si potesse vedere ciò che accadeva nella stanza.
Il chinese disse con galanteria a Inez:
—Qui potrete fumare a vostro piacere.
La fanciulla si lasciò cadere sopra il divano, il suo volto era in fiamme, i suoi occhi mandavano lampi, il petto si alzava in modo convulso.
Il chinese mandò un piccolo grido e comparve subito un ragazzo che accese una pipa.
—Fumate,—disse il chinese.
Inez afferrò con mano tremante il cannello e lo portò alle labbra con un grido di voluttà.
Nubi di fumo uscirono dalla sua bocca, a poco a poco però le nubi si fecero più piccole, più trasparenti fino a quando cessarono del tutto.
Il volto della fumatrice subiva delle strane metamorfosi; ora appariva delirante di gioia, ora si contorceva come sotto il pungolo di un gran dolore, che terminava in un’estasi dolcissima.
Su dall’alto delle pareti, mezza della sala erano intanto comparsi un gran numero di chinesi, che guardavano con lo sguardo umido di lussuria.
Il chinese che aveva fermato Inez, e che certo era il padrone della casa, si avvicinò alla fumatrice, e con una delicatezza grande, cominciò a spogliarla.
Gli abiti eleganti di Inez, la biancheria finissima fu tolta via senza che la disgraziata facesse un moto di protesta, essa non comprendeva più, l’oppio faceva il suo effetto.
Quando l’ultimo velo cadde, sulla lurida stoffa del divano, apparve bianco e immacolato il corpo bellissimo di Inez, sul quale i chinesi posarono i loro sguardi pieni di lubrici desiderii.
Su, nella galleria, si udiva un ansare affannoso, la vista di tante bellezze, accendeva il sangue nelle vene.
Tom-Sing, il proprietario di quel luogo, faceva pagare dei bravi dollari ai suoi compatriotti, offrendo loro degli spettacoli eccitanti al massimo grado.
E la saletta delle fumatrici non era mai vuota, molte donne anche della buona società prese dalla passione dell’oppio andavano spontaneamente da Tom-Sing, e senza saperlo davano mostra delle loro bellezze, e non poche volte esse stesse eccitate al massimo grado, prendevano parte a sfrenate baldorie, dove quei lussuriosi figli del cielo, che hanno passioni violente e lascivie raffinate, possedevano le più belle e aristocratiche donne, quelle stesse donne, che quando incontrano un chinese, fanno un moto marcato di disgusto.
Quando nessuno andava spontaneamente Tom-Sing e i suoi aiutanti, tendevano le reti a delle fanciullette, le attiravano nell’antro, e con promesse, lusinghe, denari, o per forza, le rendevano strumento del loro infame commercio.
Poche volte però usavano la forza; disgraziatamente siamo in un’epoca nella quale tutto è in vendita, pudore, onore, carezze, e in quella casa infame, andavano fanciulline, fiori appena sbocciati, che lasciavano il loro profumo fra le strette dei chinesi viziosi.
Di quando in quando, la polizia tanto per non essere accusata di colpevole tolleranza, fa irruzione in quei locali di Mott e Pell Street, e allora si racconta di giovani trovate in oscene intimità con chinesi, si parla di dame, delle quali si tace il nome, scoperte mezzo inebetite dall’oppio, discinte, denudate in uno stato da far venire la nausea.
Poche volte in quell’antro di sozzure era capitata una bellezza così pura e seducente come Inez, e quei chinesi che avevano nelle loro tasche dei bei dollari guadagnati a forza di stenti, mangiando soltanto riso cotto nell’acqua, vegliando alla notte, bruciati dal calore dei ferri caldissimi, impiegati a rendere lucida la biancheria, o a scegliere le sementa di piante grasse e collocarle nelle tazze dalle forme le più strane; erano pronti ad offrire l’oro a piene mani purché lor venisse concesso di lasciare il luogo d’osservazione e scendere giù nella saletta dove Inez delirava, vinta dal pericoloso aroma che fumava con delirio.
Ma il padrone del locale aveva il diritto di essere il primo a possedere le donne che esponeva agli avidi sguardi dei suoi compatriotti.
Tom-Sing aveva lasciato i suoi abiti scuri; il camiciotto nero e lucido, aveva ceduto il posto ad una lunga vestaglia di seta dagli smaglianti colori tutta ricami e arabeschi, serrata alla vita da una sciarpa di foulard di una leggerezza ammirabile.
I piedi apparivano calzati da scarpe di velluto ricamato in oro, e il lembo di calza che si vedeva era di seta bianca con un drago bleu.
Il chinese quando comparve così trasformato, dalla galleria scoppiò un frenetico applauso.
Tom-Sing guardò lungamente Inez, poi si pose a fumare, in capo a pochi momenti fu preso da una specie di estasi, allora gettò lungi da sé il bocchino d’ambra e si precipitò sopra la fanciulla ebbro, pazzo, di desiderio.
Alle carezze squisitamente gentili subentrano ben presto quelle brutali, e la bellissima bionda, non conscia di quanto accadeva corrispose alle voglie di quel satiro nel modo il più completo, facendo delirare quanti assistevano a quella apoteosi del piacere e della voluttà...............
Quando Tom-Sing fu sazio, si recò dai suoi compatriotti a contrattare il prezzo del frutto saporoso che teneva a sua disposizione.
Tutti avrebbero voluto scendere nella saletta; ma Tom così parlò:
—Fratelli miei l’unico mezzo per non far nascere discordie è di mettere all’incanto la bella fanciulla, chi pagherà di più sarà il primo.
Quella proposta era così ragionevole che nessuno osò opporsi, il più denaroso di quei miserabili ebbe la fortuna di essere proclamato il primo.
Era costui un vecchio chinese a mezzo corroso dalla lebbra, con una faccia che avrebbe ispirato spavento, ribrezzo, anche ad una bestia.
Però in quella faccia solcata da piaghe mal cicatrizzate, brillavano di una luce vivissima due occhi tondi, fosforescenti.
Il lebbroso ebbe il possesso di Inez, senza che essa facesse un moto di ripugnanza, l’oppio le aveva tolto ogni conoscenza del presente, la sua mente vagava persa in sogni deliziosi, e i luridi chinesi, le apparivano allo sguardo come esseri belli e seducenti.
Ad uno ad uno, quei bruti contaminarono la bionda francese, fino a quando, gli effetti dell’oppio passati, essa conobbe la propria abbiezione, e si rialzò per sottrarsi a carezze, ad amplessi che le ripugnavano.
Era però troppo tardi, stanca, disfatta da quella orgia terribile, non poté lottare, contro i suoi assalitori, che per forza le fecero subire i più vergognosi oltraggi.
Quando quella ridda indiavolata terminò, Inez restò come morta sul divano, e intorno a lei regnò un profondo silenzio......
I chinesi erano ritornati alle loro occupazioni, lavoravano con frenesia per riguadagnare il denaro speso la notte, e farne di nuovo per rinnovare le ebbrezze che avevano lasciato i loro desideri ardenti.
XIX.
Quando Gennarino ebbe lasciato l’ufficio dell’ispettore Byrnes, questi disse:
—Ebbene Cav. Boni, cosa abbiamo di nuovo che ci favorite di una vostra gradita visita?
—Ispettore, è questo un rimprovero?—rispose Boni sorridendo.
—No, mio caro collega, ma voi sapete quanto io sia lieto di vedervi, e le vostre visite sono così rare.....
—Grazie della vostra bontà; io però che so quanto il capo della polizia Metropolitana sia occupato non voglio abusare del suo tempo prezioso, se non quando....
—Havvi un’ingiustizia, un errore da riparare, un delitto da punire.
—Può darsi....
—A proposito di delitti e d’ingiustizie, cavaliere ditemi qualche cosa dei vostri amici; Ferroni fa parte della congiura e può ascoltare.
—Caro ispettore ve lo dirò in poche parole. Righetti e Vittoria sono felici, Leonardi e Fanny, ritorneranno a giorni dal loro viaggio di nozze, e dalle lettere che riceviamo sentiamo come essi sieno in un mondo di gioie; Clara, o meglio Suor Maria, mi annunziava proprio ieri, di avere lasciato il Giappone per l’Australia dove infierisce il tifo....
—Nobile fanciulla,—mormorò Byrnes.
—Sì, avete ragione, essa è l’esempio più bello, più vero della redenzione.
—Credete che la vedremo ancora?
—Lo spero; chi sa forse,la lotta non è ancora finita.
—La lotta? con chi?
—Ispettore, voi non ignorate che un misterioso naufrago del “Tirreno” fu sbarcato a Melbourne e di lui non si seppe nulla, né nome, né patria.....
—E cosa credete?
—Un presentimento mi dice che quel salvato, sia Ruiz.
—Ruiz?!—Byrnes si alzò dalla sua sedia, il suo sguardo per solito mite, aveva avuto un lampo di furore.—Se fosse così,—mormorò, poi con voce sorda,—questa volta non lascerò ad altri di punirlo.
“Ma voi Ferroni, che assistete indifferente a questa rivelazione, credete realmente che Ruiz viva?
—Sì.
L’ispettore stette un momento muto e poi disse:
—È per questo collega che veniste a trovarmi? Disponete di me, e di tutta la polizia.
—No, non è per ciò,—rispose Boni,—ma per un’affare che mi interessa, perché ha il sapore del mistero.
—Parlate.
—Ecco qua, io vorrei sapere per mezzo vostro, se in questi ultimi tempi è giunto dall’Europa un battello il quale durante la traversata abbia avuta la disgrazia di perdere un passaggiero, mentre infuriava la tempesta.
—La cosa è facilissima, ogni volta che arriva un battello, il capitano fa il suo rapporto alla capitaneria del porto, e naturalmente in quel rapporto è segnato tutto quanto avviene durante la traversata.
—Benissimo, voi mi farete il piacere di prendere nota di questi rapporti, basterà avere visione di quelli fatti in questi ultimi quattro mesi. Se io fossi andato alla capitaneria mi avrebbero riso sul muso, a voi invece daranno tutti gli schiarimenti che volete.
—Farò quanto desiderate; ma non potreste dirmi a quale scopo fate questa inchiesta?
—Caro ispettore, voi sapete quanta stima e affezione ho per voi; per conseguenza il mio silenzio di oggi non può offendervi per nulla, e se il silenzio lo conservo è perché potrei avere preso un granchio colossale e prima di parlare, voglio essere ben sicuro.
—Tenetevi pure il vostro segreto, amico mio, ma ricordatevi che sarà per me una gran gioia combattere con voi per scopi nobili e giusti.
Boni stese la mano a Byrnes e gli disse con semplicità:
—Credo che non è lontano il tempo, che potremo mostrare ai furfanti, come vi sieno dei soldati, e dei volontarii del dovere pronti a mettere un freno alle loro audacie.
—In ogni tempo, ad ogni ora cavaliere Boni, chiamatemi ed io sarò con voi, anche quando trattasi di ciò che non compete il mio ufficio.
“Ed ora ditemi Ferroni, credete realmente innocente quel Gennarino, marito a quella disgraziata morta or ora?
—Lo credo fermamente,—rispose Ferroni,—l’accusa contro quel marito infelice non regge, esso sospirava con tutte le sue forze di essere padre, e avrebbe ucciso chi fosse andato a proporgli di sopprimere la sua creatura.
—Ma come volete che abbia fatto la moglie da poco a New York a trovare un medico, che le facesse l’infame operazione?
—Certo Rosa aveva un complice, ma non suo marito, tornato appena dal lavoro, lieto, felice di abbracciare colei che amava sopra ogni altra cosa.
—Un complice deve esistere, ma non potremo trovarlo?
Boni intervenne dicendo:
—A me sembra che prima di ogni cosa sarebbe di sentire cosa si dice nei quartieri italiani, una parola da qui, una di là, si arriva a scoprire cose alle quali non si pensava neppure per sogno.
—Palazzo ha già avuto l’ordine di fare una girata in Mulberry.
—Benissimo, esso apprenderà certo molte cose.
—In ogni modo,—aggiunse Ferroni,—è assurdo accusare Gennarino, quel poveretto è innocente come quel bambino che la disgraziata Rosa mandò all’altro mondo.
—Comincio a crederlo io pure. Ma dov’è dunque il complice di Rosa? Come sapere quale fu la mano criminosa che compì l’operazione?
—Chi sa che Palazzo non vi dia la chiave dell’enigma? Fino a quando le indagini più accurate non sieno fatte, bisogna aspettare, e se per questo fatto dove fatalmente sono in iscena degli italiani, vi è bisogno dell’opera mia; non dovete far altro che chiamarmi.
—Caro Boni, prendo nota della vostra gentile offerta, voi siete un ben prezioso ausiliare.
—Ed io resto fuori dai ranghi?—disse sorridendo Ferroni,—per me non vi è nessuna missione da compiere?
—Mio caro amico,—rispose Boni con serietà,—non dubitate; sento nell’aria l’odore della battaglia; e forse non è lontano il momento di un combattimento decisivo, e in quel giorno voi sarete con me in prima fila.
—Grazie,—rispose Ferroni.
—Mr. Byrnes, quando potrò venire a prendere le informazioni, che vi prego chiedere alla capitaneria del porto?
—Non domani perché è giorno di elezioni e gli ufficii sono chiusi, ed io ed i miei agenti abbiamo un compito ben difficile a disimpegnare.
—Allora giovedì, due giorni dopo le elezioni, quarantotto ore che bastano a smorzare entusiasmi ed ire.
—Bene, giovedì, conto avere le notizie che desiderate.
Boni e Ferroni si erano alzati, salutarono l’ispettore e uscirono.
Quando furono nella via, Ferroni disse:
—E così, si tratta di un delitto impunito quello che vi preoccupa?
—Può darsi.
—Tenetemi pronto per qualunque cosa.
—Mio ottimo e caro amico, su voi io sento di poter contare ora e sempre.
—Grazie. Venite a pranzo a casa mia; mia moglie mormora alquanto, poi credo che questa sera vi sieno anche Vittoria e Righetti.
—Allora verrò con doppio piacere.
Boni fu accolto dalla signora Ferroni e dai coniugi Righetti, con tali manifestazioni di gioia che ne restò vivamente impressionato.
Durante il pranzo regnò la più schietta allegria; Vittoria raggiante di felicità aveva attenzioni filiali per Boni, e il piccolo Enrico, grazioso quanto mai nel suo abito da marinaio, aveva delle sortite da far morire dal ridere.
XX.
Spuntò al fine il giorno delle elezioni. New York presentava l’aspetto che ha nei giorni festivi, il traffico era sospeso, i negozii, le birrerie, restavano chiuse; solo in alcuni punti delle vie, dove erano i luoghi per votare si vedeva un gran movimento; gruppi di cittadini si incontravano, si scambiavano saluti, o sfide, di quando in quando, degli evviva clamorosi salivano su nell’aria, tiepida, limpida, come se fosse una giornata primaverile.
Verso sera però la città cominciò a popolarsi, il movimento si faceva di minuto in minuto più vivace, la folla usciva per apprendere le notizie dello scrutinio.
I giornali erano pronti a dare con un trasparente apposito, il risultato della lotta.
Innanzi al “World” la folla si accalcava per vedere salire i due fantocci rappresentanti Cleveland e Harrison, che ascendevano la scala che condurli doveva alla agognata sedia presidenziale.
E quando comparvero i primi risultati, favorevoli ai democratici, furono scoppi di grande entusiasmo, pareva che la gente divenisse matta dalla consolazione; i repubblicani che pure assistevano alla loro sconfitta non protestavano contro la gazzarra democratica, impassibili come quelli arabi che credono al fatalismo.
Non tutti però conservavano la stessa calma, qualcuno alzava la voce, gridava:
—Viva Harrison!.. Abbasso Cleveland!.. e allora erano clamori, invettive, apostrofi e se non si alzavano le mani era perché la vittoria rende indulgente.
Fra la folla che si agitava innanzi al “World” e applaudiva con frenesia quando Cleveland saliva un gradino verso il potere, eravi anche quel furfante di Bernabei che lavorava con le mani sfruttando i bollori democratici di coloro che spogliava allegramente.
Bernabei era incorreggibile, il furto era il suo elemento naturale, anche se avesse avuto dei milioni avrebbe fatto il borsaiolo, non fosse altro che per amore dell’arte.
Il birbante fece un buon bottino, tutti si erano riforniti per bene le tasche, per fare onore al candidato del loro cuore nel caso che riuscisse eletto. Bernabei pensò bene di mettersi nell’impossibilità di ubriacarsi e d’incorrere nel rigore delle leggi che mandano all’isola coloro che sacrificano troppo al Dio Bacco.
Verso le undici, quando Cleveland aveva fatto già tanto cammino, da non avere più paura di essere raggiunto da Harrison, e che la folla si dava manifestazioni di pazza gioia, Bernabei pose fine al suo “lavoro.”
Era passata la mezzanotte e l’animazione durava ancora vivissima, oramai il telegrafo annunziava da ogni parte, che la maggioranza era per Cleveland, e la folla pareva presa dal delirio.
L’alta cupola del “World” appariva con le sue ghirlande di lampade elettriche bianche, e con quel segnale annunziava ai lontani che la scheda democratica era in maggioranza.
Bernabei gridava più di tutti, alzava e abbassava le mani, applaudiva, sembrava pazzo dalla gioia.
Vi erano molti che vedendo tanto entusiasmo lo abbracciavano, lo chiamavano “good boy,” e l’astuto furfante nel momento di quella fraterna e democratica espansione, spogliava allegramente gl’ingenui che gli cadevano fra mano.
Quando vide di avere fatta una buona raccolta, non volendo stravincere, se ne andò lieto e felice, come un onesto cittadino che godesse del trionfo del suo partito.
I “bar-rooms” erano aperti e pieni di gente, dovunque si sentivano alti clamori, la folla che usciva tardissima dai teatri commentava il risultato della lotta, perché anche nei teatri fra un’atto e l’altro l’attore più preferito dal pubblico era venuto a dare il numero dei voti, annunziazione accolta dagli applausi di una parte del pubblico, e dai fischi e dalle imprecazioni dall’altra.
Bernabei passava in mezzo alla calca con un sorriso di beatitudine sulle labbra, una mano teneva nella larga tasca dei suoi pantaloni e accarezzava il frutto della sua destrezza.
Dopo avere attraversato Chatham Square, sentì il bisogno di bere, entrò in una birreria, e subito fu attorniato da gente mezzo ubbriaca la quale gli dimandò:—cosa siete?
—Democratico,—rispose subito Bernabei.
Allora lo circondarono, quasi lo portarono in trionfo, vollero che bevesse; tutto era pagato, si doveva bagnare i galloni presidenziali.
Bernabei lasciò fare, e tanto per non perdere il vizio, lavorò anche in mezzo a quelli entusiasti, che si trovarono alleggeriti senza sapere chi ringraziare.
Quando i democratici lo lasciarono in pace, il furfante se la svignò, e continuò giù per Bowery che appariva gremita dalla folla tumultuosa.
Bernabei si divertiva in quel pigia pigia, e di quando in quando, quasi senza volerlo, le sue mani si allungavano e quindi si ritiravano, e difficilmente senza aver fatto preda.
—È giorno di elezioni,—mormorava,—ed io pure ho il diritto di votare.... le tasche altrui.
Non si sentiva la voglia di andare a casa, la folla lo attirava.
Ad un tratto dette un’esclamazione, che fece voltare tutti.
La faccia di Bernabei erasi cambiata, i suoi occhi scintillavano, un sorriso di trionfo gli allargava le labbra.
A pochi passi da lui, elegante, bella, provocante più che mai, il vecchio furfante aveva scorta Eugenia....
Rivederla ed essere preso dalla furiosa passione di un tempo, fu un colpo solo; egli che aveva giurato di ucciderla, sentì che i suoi proponimenti di vendetta erano andati in fumo, e restava solo alto, grande, il suo amore, quell’amore che pareva ringiovanirlo.
Non si avvicinò però subito alla sua antica amante, la seguì a breve distanza, e ben presto dovette convincersi che Eugenia era divenuta una donna di strada.
—Doveva finire così,—mormorava,—ma del resto è meglio, se vende le sue carezze ve ne saranno anche per me; ed io le comprerò tutte e non avrà più bisogno di andarsi ad offrire ad altri.
Eugenia camminava con quell’andatura sfacciata che è una delle caratteristiche delle sue pari, il cappellone di feltro con un grosso pennacchio serviva di guida a Bernabei, che non voleva ancora farsi vedere, desiderando che l’incontro avesse luogo dove ci fosse meno gente.
Quando Eugenia fu vicina alla dodicesima strada, fu fermata da un signore anziano, al quale Eugenia strinse con forza la mano, poi prese il suo braccio; Eugenia e il suo cavaliere affrettarono il passo, svoltarono l’angolo della tredicesima strada ed entrarono in una casa, una specie di Hotel dalla facciata rossa, dalle persiane sempre chiuse, un Hotel dove alloggiava in permanenza Venere e le sue seguaci.
Bernabei comprese che Eugenia aveva trovato un cliente e bestemmiò orrendamente.
Per più di un’ora stazionò innanzi all’Hotel, del quale guardava con insistenza le finestre chiuse, quasi volesse col suo sguardo attraversare tende e persiane per vedere la sua amante di un tempo in braccio ad un’altro.
Soffrì in quella lunga aspettativa, ma se lo meritava; perché non l’aveva fermata prima? Quale stupido riguardo lo trattenne?
Ad ogni momento la porta si apriva per lasciare posto a coppie che entravano o che uscivano; il policeman sull’angolo della via vedeva quell’andirivieni e se ne stava immobile con un sorriso di approvazione, che pareva volesse dire: Su, divertitevi anche per me, che ora non posso seguirvi.
Finalmente Eugenia uscì, sull’ultimo gradino della scaletta che conduce all’Hotel porse le sue labbra al vecchio libertino al quale si era data, e risuonò un bacio sonoro.
Eugenia si avviò verso la Quarta Avenue, Bernabei la seguì risolutamente; la giovane sentendo risuonare alle sue spalle il passo affrettato di un uomo si voltò sorridendo, credeva certo di avere che fare con un’innamorato.
Ella non riconobbe Bernabei che si avanzava, e neppure lo ravvisò quando le fu vicino, la tredicesima strada essendo molto buia.
Quando il furfante fu vicino ad Eugenia disse:
—Buona sera Eugenia!
Riconoscendo la voce, la donna dette un grido e tentò di fuggire; ma Bernabei l’afferrò per un braccio dicendo:
—Non avere paura, non ti voglio mangiare!
—Ma ...
—Il passato è passato, tu facesti i tuoi affari; il primo prossimo è se stesso, se ti avessi trovato subito dopo il colpo che facesti, ti avrei uccisa; ma il tempo calma molte ire, poi tu mi piaci e possiamo essere ancora felici.
Erano arrivati nella Quarta Avenue, dove la luce era vivissima, e Eugenia vedendo il volto acceso, gli occhi brillanti di Bernabei comprese che era padrona del vecchio e ogni timore cessò, e con voce dolce e umile disse:
—Dunque, sareste tanto buono da perdonarmi...
—Ma certo che ti ho perdonato, diamine, babbo Bernabei non è un’orco e non vuol mangiare nessuno, e se tu lo desideri potremo fare ancora vita comune.
—Caro mio, di questo ne parleremo più tardi, la libertà è una gran bella cosa....
—Sì, ma la vita che conduci è tutt’altro che bella.
—E cosa ne sapete voi? ha le sue attrattive anch’essa; non fosse altro io mi diverto a dominare gli uomini, a vedere i loro vizii, le loro abbiezioni, ci dicono anime senza pudore, carne in vendita; ma gli uomini che comprano a minuti, a ore, a notte le nostre carezze, non sono nulla di meglio di noi.
—Diamine, ti sei fatta filosofa.
—Non so cosa voglia dire questa parola; ma mi piace la vita che meno.
—Ma se io ti mantenessi da signora, se non ti mancasse nulla, perché continuare ad andare alla caccia del dollaro?
—Caro mio, ve lo ripeto, ne parleremo a mente più quieta, ora la sorpresa di ritrovarvi.... ditemi qual’è il vostro programma?
Bernabei la fissò col suo sguardo di fuoco e disse:
—E mo lo domandi?
Eugenia rise con cinismo; poi disse:
—Ho fame.
—Vieni a cena.
Entrarono in un “Oyster House,” e mangiarono come due innamorati guardandosi negli occhi, sorridendosi in quel modo che vuol dire mille cose biricchine.
Eugenia era divenuta una vera “cocotte” e ammaliava più che mai il suo vecchio innamorato.
Dopo cena, Eugenia domandò:
—Ed ora dove andiamo?
—A casa mia,—rispose Bernabei.
—No, non a casa vostra.
—Allora a casa tua.
Eugenia sorrise, lei non aveva una casa fissa, dormiva alla ventura, una notte qui, e l’altra lì, dove la portavano le sue avventure galanti.
—Andremo all’Hotel,—disse Bernabei.
—Sia pure, passeremo per marito e moglie,—e ciò dicendo la perduta dette in uno scroscio di risa.
Bernabei quella notte ritrovò il paradiso perduto, ed Eugenia fu maestra nel soddisfare le turpi voglie del vecchio.
Durante la notte la perversa creatura, mentre Bernabei russava al suo fianco, pensò a quello che doveva fare, e concluse col decidere che il meglio sarebbe stato di unirsi un’altra volta a Bernabei; la vita che conduceva non poteva piacere a colui che lei amava, perché oramai lo sentiva, essa amava il Conte Carlo, l’italiano che la notte innanzi aveva delirato fra le sue braccia.
Però Bernabei doveva mantenerla da signora, se la voleva era d’uopo pagasse le spese di guerra.
Quando il furfante si destò e vide a sé d’appresso la bella testa di Eugenia, fu scosso da un brivido di piacere. La fanciulla con la sua voce insinuante, gli disse:
—Senti, vecchio mio, si dice che la notte porta consiglio, il consiglio mi è venuto, e mi dice: che è molto meglio un’amante solo che cento, che la vita che conduco è dannosa alla mia salute e alla mia bellezza, perciò io sono decisa a ritornare con te, a patto che tu non mi faccia stupide scenate di gelosia.
Bernabei era raggiante.
—Però vi è una condizione,—continuò Eugenia, accarezzando con la sua mano delicata i grigi capelli dell’amante.
—Le accetto tutte,—si affrettò a rispondere ammaliato Bernabei.
—Aspetta prima, potrebbe darsi che tu non potessi adempirle, perché si tratta che io voglio stare da signora....
—Starai da signora.
—Desidero avere un grazioso appartamento.....
—L’avrai.
—Degli abiti eleganti.
—Tutto, tutto ciò che i tuoi capricci ti spireranno.
—Dunque sei ricco?
—Sì, lo sono.
—Allora viva l’amore!..—E ciò dicendo le bianche e morbide braccia della sirena, strinsero il collo rugoso del vecchio birbante, il quale pensava:
—Più spenderò, più ruberò, e non sarò io a pagare le carezze di questa stupenda creatura.
XXI.
Mentre questo accadeva, Carlo e Gerome erano nelle più grandi angustie, poiché quando il Conte dopo la notte passata con Eugenia tornò all’Hotel, trovò la camera vuota e il letto rifatto.
Dove mai era andata Inez?
Aspettò un pezzo credendo di vederla arrivare da un momento all’altro; ma Inez non si vedeva.
Era già passato mezzo giorno, quando andò a battere all’uscio di Gerome; ma il cameriere gli disse che il suo amico era uscito per tempo e non era ancora rientrato.
Carlo non volle domandare nulla d’Inez, forse chi sa che non fosse uscita con Gerome.
Mille pensieri uno più strano dall’altro si affollavano nella mente del miserabile, nella lunga aspettativa, e a momento a momento, era preso da una inenarrabile paura.
Verso le quattro Gerome, appena ritornato, venne a trovarlo; quando apprese la scomparsa di Inez, fu colto dal terrore.
—Che quella stupida sia andata alla polizia?—disse Gerome con voce tremante.
—Non credo. Credo invece che non avendomi visto rientrare la notte scorsa, si sia tanto accorata3 da commettere una pazzia.
—Se almeno fosse andata a gettarsi nella riviera,—disse Gerome con voce sorda.
—Credete che sia meglio informare il personale dell’Hotel?
—Neppure per sogno; Inez può ritornare da un momento all’altro, poi non dobbiamo comprometterci in nulla; se non si farà viva, potremo sempre inventare una storia qualunque, potremo dire che è partita per andare a casa sua, che non verrà più, insomma bisogna lasciare libero il campo alla nostra fantasia di inventare ciò che sarà meglio.
—Ma se verrà la polizia per avere degli schiarimenti sul furto dei gioielli?
—È vero, questo è un brutto impiccio;—in ogni modo però abbiamo tempo fino a domani, e di qui a domani, avrò trovata la scusa che occorre.
A notte fatta Inez non era ancora tornata; i due complici decisero di fare un giro per la città, lessero avidamente tutte le edizioni “extra” dei giornali della sera, ma non trovarono nulla, i giornali erano pieni, zeppi, delle elezioni, e non si occupavano d’altro; i “reporters” per un giorno lasciavano da parte i fatti di cronaca.
Sul tardi rientrarono all’Hotel scoraggiati, senza nulla avere saputo riguardo ad Inez.
XXII.
L’indomani di quel giorno di elezioni, New York aveva ripreso il suo aspetto normale, solo si incontravano per le vie gruppi di persone con dei piccoli galletti sopra il cappello, e quei galletti erano il segnale della vittoria, altri avevano al nastro del cappello o all’occhiello dell’abito, delle microscopiche scope, segno che i perditori della lotta elettorale, sarebbero stati spazzati via dai vincitori.
Boni si era alzato prestissimo; erasi fisso in mente di scoprire qualche cosa intorno alla misteriosa annotazione trovata sul libro di memorie rubato da Bernabei.
Si sentiva una gran smania indosso, avrebbe voluto squarciare subito il velo denso che pareva avvolgere un mistero, nel quale era coinvolto un’italiano.
Da Byrnes avrebbe saputo se mai un passeggiero era scomparso da un piroscafo proveniente dall’Europa; se alla capitaneria del porto avessero risposto di sì, e quel passeggiero fosse una donna, allora l’annotazione del libro di ricordi cominciava ad essere una conferma, ed egli si sarebbe posto con tutta lena per ritrovare il miserabile che sopprimeva in modo tanto barbaro una disgraziata che lo amava.
Alle undici Boni si fece annunziare a Byrnes, che lo accolse nel modo il più cordiale.
—Ebbene, avete vinto?—disse Boni.
—Certo,—rispose Byrnes,—sono contento che Cleveland sia il Presidente della Repubblica, è una simpatica e onesta persona. Ma certo voi non siete venuto qui per parlarmi di democratici o di repubblicani.
—Potete bene immaginarlo.....
—Aspetto di momento in momento Dikens che mandai alle autorità del porto, per avere lo schiarimento che desiderate.
—Benissimo, se non vi dispiace aspetterò.
—Anzi mi farete un vero regalo, oggi mi riposo delle fatiche di ieri.
—E come passò la giornata?
—Abbastanza calma; vi furono è vero i soliti pugni, le solite ubbriachiature, ma tutto si restrinse a ciò. Il popolo trionfava e non aveva voglia di attaccare briga.
—Siete però ammirabili voi altri americani, compiete un atto dei più solenni con una facilità somma, e le aspre lotte che precedono l’elezione svaniscono l’indomani come la nebbia al vento.
—Che che si dica mio caro cavaliere, questo si deve alla libertà che tutti godono in questi paesi. Da voi non si potrebbe fare la cosa tanto tranquillamente e l’indomani di un’elezione forse vi sarebbe la guerra civile.
La conversazione venne interrotta dall’arrivo di Dikens, il quale portava le notizie desiderate.
Il policeman non aveva durato molta fatica, a sapere quanto voleva: alla capitaneria gli avevano messo sott’occhio il registro contenente i rapporti dei diversi capitani dei piroscafi transatlantici, ed esso dopo avere sfogliato nel libro voluminoso, aveva trovato la seguente annotazione, che gli parve quella buona:
La “Champagne” partita dall’Havre il 12 settembre, è arrivata a New York, il 21 settembre, il sesto giorno di viaggio durante una terribile tempesta, nel colmo della notte ebbe a perdere una donna di terza classe, segnata sopra i registri col nome di Maria, italiana, partita con biglietto staccato al luogo di partenza del piroscafo.
Ad onta che fosse severamente proibito ai passeggieri di restare sul ponte, era certo che la donna aveva trasgredito agli ordini ricevuti ed erasi trovata sul ponte durante l’imperversare della bufera.
Un’onda di quelle che frequentemente passavano in quel momento di tempesta sopra il piroscafo, aveva al certo trascinato in mare la disgraziata.
Boni dopo avere letto quelle annotazioni, gettò un grido di trionfo ed esclamò:
—Il libro dei ricordi non mentiva!
—Cosa intendete dire?—domandò Byrnes.
—Caro ispettore, saprete presto di cosa si tratta e avrò bisogno del vostro aiuto, però vi chiedo come una grazia di lasciarmi libero completamente in questo affare.
Byrnes pensò un momento e poi disse:
—Vedo che siete sulle traccie di un delitto; io, e non potete dubitarne, sono pronto ad aiutarvi; prima perché è questo il mio dovere, poi perché non posso nulla negarvi. Però sono costretto a mettere una condizione.
—Quale?
—Voi siete italiano, e naturalmente pure volendo, che i malfattori sieno puniti, desiderate che i punitori sieno i giudici italiani, ora io sono costretto a dirvi che qualora il delitto del quale vi occupate fosse avvenuto nella giurisdizione degli Stati Uniti, non potrei permettere che altri Stati se ne occupassero, non vorrei infine che avvenisse come per Ruiz.
—Questa condizione io l’accetto senza fiatare. Non fu uno stupido sentimentalismo patriottico, che nel caso Ruiz mi fece insistere perché il miserabile fosse dato nelle mani della giustizia italiana; voi sapete quanti interessi erano in giuoco allora, quali nomi bisognava portare in piazza; oggi è ben altra cosa, e il delinquente che cerco vi sarà consegnato e chiunque esso sia, la giustizia americana farà il suo compito.
—Ma almeno potrei sapere....
—Nulla per ora caro ispettore, le prime indagini non sono ancora esaurite, ed ho voglia di farle da solo.
—Ma come mai la polizia ignora ciò che voi sapete?
Dikens anche lui guardò Boni, ma con un certo terrore; il bravo agente doveva crederlo per lo meno il diavolo, perché non poteva esserci che il diavolo che avesse la vista più lunga del suo superiore, un’uomo intorno al quale già si formava la leggenda.
Boni stette muto un’istante e poi rispose a Byrnes:
—Credete voi al caso?
—Qualche volta, sì.
—Ebbene, credeteci sempre perché esso è un grande ausiliario della polizia e dei poliziotti; molti delitti resterebbero impuniti se il caso non venisse a mettersi contro i delinquenti.
—Ciò è vero.
—Orbene se io arriverò a trovare dei colpevoli, se scoprirò realmente un abominevole delitto, lo dovrò interamente al caso.
—Caro collega, basta così, quando avrete bisogno chiedete, metterò un’intera squadra sotto i vostri ordini.....
—Ed io domando di essere del numero,—disse Dikens, che oramai considerava Boni come un’essere quasi uguale al suo idolo, all’ispettore Byrnes.
—Sarò ben felice di avervi a fianco mio bravo Dikens,—rispose Boni stendendo la sua mano al policeman che la strinse commosso in modo che si vedevano le lagrime ribelli spuntargli dal ciglio.
—E me, mi accetterete?—disse Byrnes,—come soldato intendiamoci.
—Ispettore il soldato sarò io, voi sarete il generale.
I due uomini si strinsero con forza la mano. Dikens ad onta del rispetto e della disciplina gridò:
—Bene, bene con due uomini come voi i malfattori e i briganti non la scialeranno tanto, e finiranno presto sulla forca.
Dikens aveva appena finita quella espressione di entusiasmo, che entrò Palazzo.
—Ebbene?—domandò subito Byrnes.
—Non ho saputo grandi cose; ma credo proprio che quel Gennarino che fu arrestato, sia innocente come un bambino appena nato.
—Sentiamo Palazzo, dite ciò che sapete; Boni può sentire al pari di me.
—Lo so bene, come so che se egli vi darà una mano, lui che può frequentare i quartieri italiani, sapremo ben presto chi è la canaglia, che ha fatto assassinare quella disgraziata Rosa.
—Quando il mio amico Byrnes lo vorrà, io pure m’interesserò di questo affare.
—Se lo voglio, ma non è convenuto che faremo insieme una campagna contro i nemici della società?
Boni stese di nuovo la mano a Byrnes, era un muto ringraziamento per la fiducia che in lui riponeva.
—Dunque,—continuò Byrnes,—sentiamo cosa hai scoperto.
Palazzo narrò allora, come nei quartieri italiani si dicesse più forte che piano come Rosa fosse stata in Italia l’amante di un giovane cancelliere della Pretura, e come fosse venuta in America col “contrabbando.”
Molti assicuravano pure che anche a New York la Rosa ci avesse il suo uomo oltre il marito; ma nessuno aveva pronunziato il nome di quell’amante, che otteneva i favori della bella sangregorina. Tutti poi, specialmente gli uomini vantavano la bontà di Gennarino, lo dicevano incapace di commettere un’odioso delitto come quello che gli veniva attribuito. Dal primo momento la gente lo condannava, era quel primo impulso naturale nella folla, abituata appena uno viene arrestato a crederlo colpevole; ma poi era venuta la riflessione, erano giunti dei compagni di lavoro di Gennarino, che avevano detto quando lasciò il paese dove lavoravano; lo avevano accompagnato a bordo del piroscafo che fa la traversata da Albany a New York, e la notte nella quale fu fatta l’operazione criminale a Rosa, il marito la passò a bordo.
E appena in Mulberry erasi risaputo ciò, fu un’onda grande di simpatia per Gennarino, che la pubblica opinione riabilitò a tamburo battente.
Palazzo raccontò tutto ciò, e aggiunse che la sua impressione personale era, che Rosa a New York doveva avere un’amante.
Quando l’agente ebbe finito Byrnes disse:
—Mi rallegro con voi per avere adempiuto benissimo al vostro mandato, e divido pienamente la vostra opinione. Rosa doveva avere un’amante; è quello che bisogna cercare. Non vi pare Boni?
—Sicuro, bisogna scavarlo, e aggiungo che non deve essere cosa difficile, gli amori adulteri, li ignora uno solo, il marito della donna spudorata che si dà peggio di una prostituta, ma il mondo sa tutto.
—Sentite Palazzo, cercate e troverete.
—Compirò anche la seconda parte della mia missione; io sono del parere del Cavaliere Boni, e mi sorprendo che il nome che desideriamo non sia già saltato fuori, senza domandarlo e cercarlo.
—Va bene su questo punto; ed ora ad un’altro. A che siamo riguardo al furto subito dalla signora francese che si trova all’Hotel Martin?
—Le indagini continuano,—si affrettò a rispondere Dikens,—fin’ora nessuno orefice, nessuno di coloro che danno denari su pegni, ci ha segnalato la comparsa di qualcuno che avesse gioielli simili a quelli rubati.
—E non si potrebbe agire al di fuori di questa cerchia? Siete ancora un’ingenuo, caro Dikens, a credere che un ladro audace come quello dell’Hotel Martin, vada a darsi in bocca al lupo.
“I ladri per regola generale hanno dei manutengoli che passano per gente onesta e dabbene, e alla quale, forse anche io e voi stringiamo la mano....
Dikens, dette un balzo e ritirò la mano come se l’avesse avvicinata ad un ferro rovente; no lui, al contatto avrebbe scoperto il birbante.
—È inutile che saltiate,—disse ridendo Byrnes,—sono cose che succedono, del resto se non ci fossero i manutengoli, i ladri non esisterebbero, per cui, caro Boni, io sono della medesima opinione di quelle autorità che all’epoca nella quale infieriva il brigantaggio, fucilavano a gomito a gomito briganti e manutengoli.
“Dunque è d’uopo cercare altrove le traccie di questo furto misterioso.
—Di cosa si tratta?—domandò Boni.
—Non lo sapete? ve lo dirò in poche parole: ad una giovane sposa alloggiata all’Hotel Martin, venne durante la notte rubata una valigietta contenente dei gioielli per un valore di più che seimila dollari.
—Capperi una bella presa.
—Il ladro non lasciò traccie; pare che sia entrato per la finestra della dispensa e quindi con audacia straordinaria, sia penetrato, facendo saltare la toppa, nella camera della francese, e abbia fatto bottino.
—Diamine, costui per lo meno, doveva conoscere per bene l’Hotel.
—Questo è naturalissimo.
—E il ladro non potrebbe essere stato alloggiato nell’Hotel?—disse Boni, dopo una breve meditazione.
—Ciò pensai anch’io,—rispose Dikens,—ma Mr. Martin mi fece dire che di tutte le persone che dormivano nell’Hotel la notte del furto garantiva come di sé stesso.
—Allora, si deve cercare fuori, mio caro Dikens.
—È quello che facciamo Mr. Boni!
—Vi auguro di scoprire il furfante; il quale del resto è in buone mani, perché io conosco la vostra attività Mr. Dikens.
Il policeman si fece rosso come una ciliegia, quel complimento di Boni lo rendeva pazzo di gioia.
Boni desiderando al più presto sapere ciò che desiderava si congedò da Byrnes, dopo avere salutato tutti nel modo il più affettuoso ed amichevole.
—Che peccato che non sia....—mormorò Dikens mentre Boni partiva.
—Cosa?—domandò Palazzo.
—Uno dei nostri, con lui e il nostro ispettore, i birbanti potrebbero battere il cane per altri lidi.
—Ben detto caro Dikens,—disse Byrnes, per nulla geloso delle simpatie che il suo sottoposto aveva per Boni,—quell’ispettore italiano ha l’occhio di lince, e innanzi a lui molti che pure vantano di essere gran cosa, diventano nani.
“Oggi la polizia non è più come un tempo! I birbanti si sono raffinati, i delitti da essi commessi, sono pensati, calcolati, essi prendono tutte le precauzioni affinché la giustizia non li scopra.
—Ma con voi non basta.....
—Caro Dikens, spesso io pure resto con le mosche in mano.
—Ma basti di ciò.—Voi e Palazzo andrete domani all’Hotel Martin, per potere interrogare un’altra volta la signora che fu derubata. Interrogate ancora suo marito, e tutti quanti credete opportuno.
“Tengo a che sia scoperto il ladro, la cosa ha fatto chiasso e la stampa non mancherà di metterci il becco.
—Becco che bisognerebbe tagliare....
—Già, quando quel becco fischia in modo che non vi garba....
—Ma no, sempre.
—Basta lasciamola lì, Dikens; altrimenti sarei costretto a dirvi, che quando i giornali vi lodano ve la godete un mondo.
—Io, ma no; non credete....
—Via, via; lavoriamo, facciamo il nostro dovere e lasciamoli scrivere, devono vivere anche i giornalisti.
Dikens e Palazzo, salutarono e andarono a disimpegnare il loro servizio.
XXIII.
Ritorniamo indietro di due giorni per ritrovare Gennarino al Chambers Street Hospital.
Quando il disgraziato marito arrivò all’ospedale, era da poco terminata l’autopsia del cadavere di Rosa; le membra bellissime della seducente donna non erano più che un ammasso sanguinoso di carne, e sulla pietra nera della tavola anatomica, fra il rosseggiare del sangue aggrumato staccava la testa di un bianco marmoreo, ancora graziosa e bella.
Sul principio non volevano far passare Gennarino; ma questi tanto insisté, tanto pregò, che lo fecero entrare a condizione che quella visita avesse la durata di un lampo.
Però gli inservienti aggiunsero, che qualora avesse voluto reclamare il corpo per fargli i funerali, poteva benissimo mandare un “undertaker” a prenderlo.
Gennaro non rispose a quella domanda; egli voleva vedere Rosa e null’altro,
Quando entrò nella saletta anatomica indietreggiò rabbrividendo; il corpo mutilato di Rosa gli mise paura; ma si fece coraggio e poté guardare quella testa che aveva tanto amata, quelle labbra livide sulle quali aveva tante volte posate le sue, avide d’amore e di voluttà.
Sentiva l’odore acre del sangue, che era colato dal corpo squarciato, e i suoi occhi vedevano rosso.
Ad un tratto si scosse e alzando la destra come se pronunziasse un giuramento mormorò:
—A te che sei morta, né maledizioni, né perdono, per l’uomo che ti fu amante e ti rese colpevole di un delitto infame sarò senza pietà.
Ciò detto lasciò a precipizio la sala anatomica; mentre stava per uscire dall’ospedale, incontrò Giuseppe.
I due cugini si abbracciarono e si baciarono.
—Coraggio mio povero Gennarino,—disse Giuseppe,—e ringraziamo la madonna del Carmine che non sei ancora in prigione.
—Caro Giuseppe, so quanto avete fatto per me e ve ne ringrazio. Venivate qui per la Rosa?
- Certo, vorrei che avesse funerali decorosi.
—No Giuseppe, no; essa non è degna di onori, che vada sotto terra come un cane, è quanto meritano le adultere come lei?
Giuseppe trasalì, poi disse:—Infine è tua moglie, è mia parente .. cosa dirà il mondo?
—Dirà che si fece benone a non avere riguardi per chi commise un doppio delitto.
—Ebbene se tu non vuoi far nulla per quella sciagurata, ci penserò io.
—Cugino, non farlo, non ti sarei più amico.
Giuseppe non insisté, ed i due cugini si diressero verso Mulberry.
—Quando ritorni al tuo lavoro?
—Non lo so.
—È un buon posto, guarda di non perderlo.
—Cosa me ne importa!
—Gennarino non farti sopraffare dal dolore.
—Il dolore è passato, è un’altro sentimento che mi domina.
—Un’altro sentimento, e quale?
—Puoi venire in casa mia un momento?
—Ma certo.
—Là ti parlerò.
Non dissero più una parola.
Giuseppe pensava,—cosa ha mai Gennarino, il suo occhio ha certi lampi sinistri che non dicono nulla di buono?
“Basta starò in guardia per qualunque evenienza.”
Arrivati in Mulberry, i due cugini furono fatti segno alla generale curiosità.
Giuseppe scambiava saluti a destra e sinistra; ma Gennarino non vedeva nessuno; esso passava in mezzo alla folla come un sonnambulo.
In pochi giorni era invecchiato di dieci anni. Chi lo conosceva commentava pietosamente quel cambiamento dovuto certo al dolore della morte e dell’infamia di Rosa.
Quando furono in casa, Gennarino cominciò:
—Senti Giuseppe, io ho bisogno che tu mi parli senza reticenze; tu più di ogni altro puoi illuminarmi.
—Cugino, tutto quello che so, io te lo dirò.
—Grazie. Orbene, quando fosti al paese, cosa sapesti di Rosa?
—Te lo dissi al mio arrivo.
—E dicesti tutta la verità?
—Quale ragione avrei avuto di tacerti qualche cosa?
—La pietà per quella sciagurata.
—No, dissi la verità. Del resto io appresi ben poche cose; delle chiacchiere, sul conto di Rosa se ne facevano molte; ma nessuno seppe precisare una accusa certa. Rosa mi giurò più volte che era rimasta onesta e fedele moglie.
—Ed ora cosa credi?
—Non so.... già non mi fu spiegata bene la cosa, me la raccontarono in cento modi.
—La storia è breve quanto dolorosa, Rosa era incinta, ha ucciso il suo bambino che portava nel seno perché era il frutto di colpevoli amori.
—Stento a crederlo, una donna così buona e affettuosa....
—Menzogna quella bontà, menzogna quell’affetto; del resto è provato che la miserabile è morta in seguito ad una operazione criminosa. Ora è impossibile che Rosa da sola, abbia potuto trovare un medico, od una levatrice; vi è stato bisogno di un complice per far ciò.
—Un complice?—non poté a meno di esclamare Giuseppe che erasi fatto pallido e tremante.
—Sì, un miserabile che io troverò quando dovessi mettere sotto sopra tutta New York.
Giuseppe aveva avuto il tempo di rimettersi e fu con voce calma che disse:
—Sei poi sicuro di quello che pensi?
—E come no? Rosa non conosceva neppure le strade di New York, immaginiamo adunque se poteva sapere dove annidano quei mostri che distruggono la vita di tanti innocenti, prima che vengano alla luce.
“Rosa doveva avere un amante e questo amante è il complice, ed io giuro di scannarlo come un cane....
Giuseppe erasi alzato, lo invadeva la paura, infatti, il volto di Gennarino era spaventevole, il suo occhio mandava faville, il giovane buono, calmo, che tutti conoscevano, aveva subìto una completa trasformazione.
Giuseppe comprese che il giorno che suo cugino sapesse la verità, per lui era finita.
Gennarino si accorse che il suo eccitamento spaventava anche Giuseppe e calmandosi alquanto disse:
—Scusa cugino, ma che vuoi, il desiderio della vendetta mi domina completamente.
—Non hai bisogno di scuse; ma è d’uopo ragionare freddamente, con calma senza lasciarci trasportare. Rispondi alle mie domande. Hai qualche sospetto?
—No.
Giuseppe respirò, poi proseguì:
—Dove ti rivolgerai, qual traccia seguirai?
—Non lo so; ma ho il presentimento che scoprirò tutto.
—E lascerai il lavoro?
—No, ne troverò uno a New York.
—Sarà difficile che tu lo trovi.
—No, se tu vorrai. Non hai preso tu l’impresa di trasportare in alto mare le spazzature della città?
—Sì; ma ho già tutto il personale necessario.
—Io mi adatto a tutto, posso fare anche il fuochista a bordo di un rimorchiatore.
—Di questo parleremo poi, io farò il possibile per trovarti lavoro. Di più mi associerò a te per scoprire il furfante che....
—No, no cugino, voglio cercarlo io solo, è un giuramento che mi sono fatto, e non sarei soddisfatto se non lo scovassi da solo.
—Fai come credi. In ogni modo ricordati che hai in me un’amico, un parente, pronto a venirti in aiuto.
Gennarino commosso stese la mano a Giuseppe che la strinse fortemente, poi disse:
—Caro cugino, è d’uopo che io ti lasci, ho molte cose a fare, quando mi vorrai, lascia detto una sola parola a Vincenzo il barrista qui sotto, ed io verrò.
—Di nuovo grazie.
I due cugini si separarono; Giuseppe era pensieroso, le parole di Gennarino lo avevano messo in apprensione.
Il pericolo però, esisteva nella sua mente esaltata, nessuno sapeva dei suoi amori con Rosa; aveva preso troppo bene le sue precauzioni, e Gennarino poteva ben cercare, era come trovare un’oggetto perduto in mezzo all’Oceano.
Non ostante starebbe in guardia, e al minimo accenno penserebbe alla difesa.
Appena Gennarino restò solo, entrò in casa sua Totò.
—Ebbene, ragazzo sei venuto a prendermi per andare dal paesano?
—No, Gennarino, non potremo vederlo che fra tre giorni, perché è andato a Boston ad accompagnare una sua sorella venuta dall’Italia e che ha il marito colà.
—Tre giorni sono ben lunghi....
—Ci vuol pazienza, passeranno presto; poi potrete intanto sentire di qua e di là; se ne dicono tante!
—Hai ragione ragazzo mio, aspetterò e intanto cercherò di scoprire terreno.
—Gennarino, quando avete bisogno di me, sempre pronto e sull’attenti. Ora vi lascio perché la zia, mi ha mandato a comprare la cena.
Gennarino, restato solo, pianse, pianse come un fanciullo, sulla sua felicità perduta.
XXIV.
Boni si recò all’ufficio della transatlantica francese; ad un impiegato che gentilmente lo accolse, domandò se era possibile prendere visione della nota dei passaggieri di classe, venuti col Piroscafo la “Champagne” che arrivò il 21 di settembre.
L’impiegato sul principio titubò, ma Boni dette tali spiegazioni, seppe così bene inventare una storiella che ben presto ebbe nelle sue mani la nota dei passeggieri di classe.
Fra quei nomi stampati sulla carta lucida, con eleganti vignette, invano cercò un nome preceduto da un titolo; nessuno fra quei passaggieri era conte.
—Diamine,—pensò—credevo che la cosa fosse più facile, certo quel furfante non ha declinato i suoi titoli, forse non ha dato neppure il suo vero nome.
Ad un tratto Boni non poté rattenere un’esclamazione di sorpresa, fra i nomi aveva trovato quello di Rosa Volpetti, della disgraziata morta nel modo tanto tragico che tutti sapevano.
Boni aveva letto in quei giorni cento volte il nome di Rosa, e ora ritrovandolo fra i passeggieri di classe di un piroscafo transatlantico, non poteva a meno che svegliare la sua curiosità.
—Quella disgraziata marciava da signora,—pensò,—ma come va, come può essere che una montanara si permetta il lusso di viaggiare in prima o in seconda classe?
—Permettete signore, disse Boni all’impiegato, che io porti con me questa nota?
—Prendetela pure, ve la consegnai appunto per ciò.
L’ex-ispettore ringraziò ed uscì dagli uffici della Transatlantica.
Non era del tutto malcontento se non aveva trovato quello che cercava, pure gli pareva di avere fra le mani un filo che forse lo avrebbe condotto a scoprire il mistero che avvolgeva il delitto commesso da Rosa aiutata da un complice.
Boni a dire il vero, non si era occupato molto della morte di Rosa, ma ora ci prendeva un certo interesse. Si ricordava che Gennarino il marito della sciagurata era un protetto di Ferroni, e non gli sarebbe spiaciuto anche di scoprire la verità.
Come si vede il poliziotto si risvegliava, sentiva nell’aria il mistero, e avrebbe voluto gettarsi a capo fitto in quelle tenebre per renderle chiare, e discernervi in mezzo tutto ciò che poteva essere utile alla giustizia, e agli interessi degli innocenti, alla punizione dei colpevoli.
Il Conte italiano gli sfuggiva; non trovando il nome sulla lista dei passaggieri, ne sapeva quanto prima.
Boni andava a piedi giù per Broadway preoccupato, senza vedere la folla che correva a lui vicina, ad un tratto si fermò, le rughe del suo volto si spianarono, e dette un’esclamazione di gioia che fece fermare la gente a guardarlo.
Poi si ripose in cammino allegro, saltellante.
—Corpo di Bacco,—pensava—che invecchiando perda il mio colpo d’occhio; un tempo non avrei indugiato un minuto a trovare la via da percorrere, ed ora, ora mi ci vuole del bel tempo per stabilire il mio piano.
“Caro Conte, o vero o falso ti troveremo, e la birbonata che hai fatta non andrà impunita, se anche la ricerca sarà lunga non perderai nulla aspettando.
Infatti il piano che era germogliato nella mente di Boni era dei più semplici, la nota dei passaggieri portava solo cinque nomi italiani, orbene, egli si prefisse di vederli tutti e cinque questi italiani, su ciascuno di loro avrebbe fatto delle indagini.
In quanto al modo per sapere dove erano, cosa facevano, in qual parte degli Stati Uniti avevano posto la loro dimora, si sarebbe giovato dei giornali, era quello il mezzo più adatto.
E appena stabilito cosa doveva fare, aveva tutto calcolato; certo colui che non voleva far sapere i fatti suoi non avrebbe risposto alla chiamata, e chi taceva avrebbe avuto in mano una traccia.
Non lo spaventavano le difficoltà, non si arrestava a che, il nome fosse subito stato cambiato appena il furfante giunse in America, l’ex-ispettore di Napoli apparteneva alla scuola di coloro, ai quali basta anche un semplice indizio4 per arrivare alla meta desiderata e voluta.
Boni in Broome Street svoltò e si recò da Ferroni.
In casa Ferroni erano a tavola e l’amico fu accolto con manifestazioni di gioia.
—Avete fatto colazione?—disse la signora Ferroni.
—No, è a dirla schietta ho più fame che appetito.
—Allora mangerete un boccone con noi, mio caro commendatore—disse Ferroni,—così mi farete riprincipiare da capo.
—Benissimo, e mangiando discorreremo.
—Caro Boni,—disse la Ferroni,—mi sembrate ringiovanito, il vostro volto ha un’aria soddisfatta alla quale da tempo non eravamo abituati.
—Sì, vi pare? Orbene, nessuna meraviglia per tanto, perché questo mio cambiamento si deve alla entrata in campagna. La lotta mi ringiovanisce e mi aiuta a dimenticare.
—Così mio caro amico,saremo presto in guerra?
—Lo spero, vi sono dei furfanti che sfuggono alla polizia, come i pesci da una rete rotta. Ed è a costoro che io dò la caccia, poiché lo sapete mi sono da me nominato volontario nell’esercito di coloro che combattono per il bene e ad ogni costo trionfano sul male.
—E voi sapete, che io più umile volontario, sarò sempre a vostro fianco.
—Quando sarà il momento verrò a chiamarvi e voi sono sicuro sarete pronto, e la signora mi perdonerà se....
—Mio marito, compiendo il bene, fa ciò che deve fare un uomo di cuore, e ad onta dei pericoli che può correre, io sono felice di saperlo al suo posto di combattimento.
—Brava!—gridò Boni battendo le mani,—se tutte le donne fossero come voi, il mondo andrebbe assai meglio.
Avevano portato in tavola la colazione, Boni mangiò con grande soddisfazione; quando ebbe acchetata la fame, domandò:
—Più che per far colazione io sono venuto per domandarvi dei particolari riguardo a persona che conoscete.
—Parlate, tutto quello che potrò dirvi ve lo dirò ben volentieri.
—Avete una gran fiducia in Gennaro Volpetti?
—Altro che! Piena, intera fiducia.
—Così ritenete che egli sia innocente del delitto pel quale fu arrestato e quindi rilasciato?
—Lo ritengo assolutamente.
—È anche questa la mia opinione.
—Orbene, il dire che Gennarino è innocente, non serve però a scoprire chi sia il vero colpevole, il complice necessario della sciagurata, che espiò con la morte il suo delitto.
—Non certo, ma non è cosa facile, caro Boni, a trovarsi. Rosa morì senza palesare il mistero, o meglio essa disse parole che la polizia interpretò come accuse verso Gennarino.
—Orbene, bisogna fare a meno delle parole della morta e trovare ugualmente.
—Come?
—Cercando bene chi poteva avere interesse a commettere il delitto. Rosa è morta, pace all’anima sua; ma la donna senza un complice astuto, informato dei turpi segreti della vita americana, nulla poteva fare. Ora interrogando bene, frugando, magari anche nella più pettegola maldicenza,qualcosa deve saltare fuori.
—Benissimo; cerchiamo.
—Non sarà tanto a casaccio, non è mio sistema affidare tutto al caso; ammetto che in fatto di delitti e di polizia, molte volte il caso è un buon ausiliario, ma un buon generale fa prima il suo piano, cosicché una buona mossa, aiutata anche dal caso conduce a certa vittoria.
—Caro Boni, se parlate così è segno che non siete del tutto a mani vuote.
—Potrebbe darsi. Per ora però, vi basti rispondere alle mie domande: conoscete da molto tempo Gennarino?
—Sì.
—È ricco?
—No, è da poco in America, ma lavorò sempre, è un giovane economo e qualche soldo se lo è messo da parte.
—Sua moglie lo amava?
—Dirò, tempo fa corsero delle voci sul conto di Rosa, essa allora era in Italia; dove pareva non si comportasse molto bene.
—Sì.
—Ma fu provato che erano calunnie.
—Provato? e come?
—Gennarino ha un cugino, che ha fatto una fortuna, esso poco tempo fa andò in Italia al suo paese, e per conto di Gennarino fece delle indagini che risultaròno favorevoli a Rosa. Giuseppe, è questo il nome del cugino, poté convincersi che la Rosa fu calunniata, e che era degna di ritornare fra le braccia del marito che l’aspettava ansiosamente a New York.
—Rosa venne col cugino Giuseppe?
—Sì.
—Che cognome ha il cugino di Gennarino?
—Lo stesso suo cognome; Volpetti, come sapete è ben facile in un paese avere dei cognomi uguali.
—Del resto in questo caso, non vi è nulla di strano perché Giuseppe e Gennarino sono parenti.
Boni così dicendo aveva tratto di tasca la nota dei passeggieri della “Champagne,” e sotto il nome di Rosa Volpetti trovò quello di Giuseppe.
—Sapete in che classe venne Rosa?—domandò Boni.
—No.
—Rosa adunque se ne venne in cabina.
—Come fate a saperlo?
—Ecco la nota dei passaggieri.
Ferroni pensò non poco e poi disse:
—Non certo Gennarino avrà potuto pagare un biglietto di prima o seconda classe.
—E allora chi credete che abbia pagato?
—Forse il cugino Giuseppe, che non volendo andare in terza, fece il sacrificio di pagare la differenza a Rosa.
—Sarei curioso di sapere se a bordo stavano uniti, perché questo cognome identico potrebbe avere fatto credere alla agenzia che si trattasse di marito e moglie.
—Boni, cosa pensate?
—Nulla per ora; ma mi sorprende questo cugino, che si affrettò a distruggere le chiacchiere che si fanno sul conto della bella cugina, e poi le porga un biglietto di classe.
—Caro Boni, la cosa è naturalissima. Giuseppe oltre ad essergli parente, è un grande amico di Gennarino, per cui per la pace di lui avrà creduto bene, non dar gran peso a delle chiacchiere di donne.
—Sì, può essere; ma..... ditemi che uomo è questo Giuseppe.
—Non è uno stinco di santo, ha fatto denari in fretta, impiegando tutti i mezzi leciti ed illeciti, ora è stimato e influente.
—Stimato! uno che ha fatto come dite voi di tutto?
—Sì, stimato dalle persone che si inchinano innanzi al bue d’oro.
—Sempre così, il danaro è l’agente di tutte le vigliaccherie; ma ritorniamo al nostro discorso, io ho bisogno di vederlo questo Giuseppe per giudicarlo.
—Cosa sospettate?
—Dio mio, nulla e tutto: questo cugino potrebbe essere stato benissimo l’amante di Rosa, e poi il suo complice, anzi l’istigatore del delitto.
—Ma per quale ragione? Rosa era maritata e venendo al mondo un bambino il padre ne sarebbe stato Gennarino.
Boni pensò un poco, poi disse:
—Caro Ferroni, quello che penso è troppo grave perché io lo possa dire, potrebbe darsi benissimo, che le mie presunzioni fossero mal fondate e non vorrei commettere la cattiva azione di accusare un’innocente.
“M’informerò sul conto di costui, e secondo quello che risulta dalle mie indicazioni, prenderò gli opportuni provvedimenti.
—Vi confesserò francamente, mio caro Boni, che senza dividere i vostri sospetti, non mi è mai piaciuto quel Giuseppe che in America ha avuto un solo scopo, quello di far denaro ad ogni costo, poco guardando ai mezzi per giungere alla conquista della fortuna.
—Ferroni questo è quello che del resto fa il novanta per cento di coloro che in poco tempo, accumulano un patrimonio che desta la generale ammirazione, perché tutti si domandano come sia stato possibile, guadagnare tanto denaro in un tempo che ad altri non è bastato neppure a raggranellare i primi cento dollari.
—L’America, oh Boni, è il paese delle sorprese; naturalmente vi sono dei furbi che coreggono la via che tiene la fortuna e fan uno di tutto per averne il ciuffo fra le mani, però costoro sono ricchi è vero, ma il mondo li giudica come meritano.
XXV.
La conversazione fu interrotta dal sibilo del postino che avvisava come vi fossero lettere per gli abitanti della casa.
La signora Ferroni chiamò la cameriera alla quale disse di scendere per vedere se vi fosse nulla per loro.
La cameriera ritornò di corsa, portando una lettera con francobollo inglese; appena la Ferroni la vide gridò:
—È di Suor Maria.
Vi fu un momento di silenzio nell’elegante salottino da pranzo; una lettera di Clara, della redenta, era un’avvenimento in casa Ferroni, poiché amavano ardentemente la eroica fanciulla che aveva oramai una sola religione: Quella del sacrificio.
—Ci scrive da Melbourne,—disse la Ferroni,—più che una lettera sembra una lunga storia.
—Se andassimo nel “parlor,” e là tu leggessi cosa scrive Suor Maria?—disse Ferroni alla moglie.
—Benissimo, caro amico andiamo, ma presto perché sono anziosa sapere cosa ci dice la nostra amata Suora.
Entrarono nel “parlor,” si assisero sulle soffici poltrone e la Ferroni lesse la seguente lettera:
Amici Carissimi,
Come mi batte il cuore tutte le volte che prendo la penna per scrivervi; quante dolci e insieme dolorose emozioni io provo.
Dinanzi al mio sguardo rivivono i ricordi del passato, tristi ricordi che vanno a poco a poco apparendo più lieti, quando a questi si confondono le buone e nobili figure di coloro ai quali debbo la mia redenzione.
La mia vita, quando avesse la durata dell’eternità, sarà spesa a redimere i miei trascorsi, e ad amarvi riconoscente.
Quando il telegrafo o la posta mi porta una vostra parola, i vostri saluti, la certezza che non mi dimenticate, sono in festa, il mio volto diventa raggiante e chi mi avvicina è sorpreso dalla improvvisa trasformazione.
Essi non sanno i segreti del mio cuore!
Nell’altra lettera vi annunziava la mia partenza da Yokohama, la madre superiora dell’ordine, essendo il morbo quasi cessato in quelle contrade mi ordinò di recarmi a Melbourne, dove nelle vicinanze faceva strage il vaiolo.
Partii immediatamente per l’Australia, e in sedici giorni arrivai alla mia nuova residenza.
Il sesto giorno di viaggio dovemmo affrontare un ciclone, il mare era terribile, nessuno più sperava nella salvezza, io pensai a voi, a Fanny, e perché non dirlo, a Leonardi; in quell’ora suprema non era delitto ricordare l’uomo che amo come fratello.
Durante quei momenti supremi cercai di consolare i miei compagni, ma compito impossibile è quello di confortare coloro che vedono la morte da vicino, la morte spaventosa in mezzo alle onde infuriate.
Quando ogni speranza era perduta, il mare cominciò a calmarsi, le nubi a poco a poco si diradarono, e ben presto il comandante annunziava ogni pericolo essere passato.
Allora avvenne a bordo una scena indescrivibile, furono grida di pazza gioia, abbracci e baci; in mezzo a quel delirio io ricordai che la salvezza si doveva a Dio, e uomini e donne, marinai e ufficiali si prostrarono a terra e inalzarono preci ferventi al cielo, mentre il sole investiva coi suoi raggi il battello, e illuminava gli ultimi fremiti del mare burrascoso.
Vi domanderete perché io vi racconto queste cose; ebbene, io vi risponderò che è per trattenermi più a lungo con voi, perché in questo momento mi sembra di esservi vicina.
La signora Ferroni s’interruppe, le lacrime le tremolavano sul ciglio, anche Boni e Ferroni erano commossi.
—La cara ragazza,—disse Boni, come a rompere l’intensa commozione di quel momento.
—Come ci ama,—rispose la Ferroni asciugandosi le lagrime.
—Il giorno che ritornerà,—mormorò Ferroni,—faremo una di quelle feste.... ma basta.... continua la tua lettura.
La Ferroni riprese:
Melbourne è una città inglese, bellissima; la sua baia è pittoresca, le vie sono larghe e spaziose, il movimento ricorda quello di New York. Nella città non havvi neppure il segno del vaiolo, ma nei sobborghi, dove si agglomera la popolazione, il morbo fa strage, specialmente fra gli indigeni, refrattari alla civiltà, ammassati in luride capanne.
Nella casa dell’ordine non vi sono che quattro suore, ed ora con me cinque, così che passiamo le intere giornate e nottate nei lazzaretti, cercando di assistere quei disgraziati, che nessuno vuole avvicinare per paura di prendere il male.
Se vedeste che abnegazione, quelle brave suore, come sono instancabili, noncuranti del pericolo, sempre attente, soldati del dovere non indietreggiano mai, mai, e poi mai. Una delle mie compagne ha la decorazione della Legione d’onore, le fu data dal governo francese, per il coraggio mostrato in China durante l’infierire di una tremenda epidemia.
Il morbo prende proporzioni sempre più grandi, e se così continua anche la città grande, la città europea, non potrà restare incolume.....................................
Mi chiamano, devo fare il mio giro nel Lazzaretto; riprenderò più tardi la mia lettera..................................
Torno in questo momento dal Lazzaretto, la testa si confonde, non so cosa provo, certo sono pazza, i miei occhi hanno mal visto ... non può essere.... eppure? eppure giurerei di avere riconosciuto testé in un vaiuoloso ricoverato al Lazzaretto, indovinate chi? Ruiz!....
—Ruiz?—dissero ad una voce la Ferroni, suo marito e Boni.
Si guardarono in faccia costernati; pur troppo doveva essere vero, il telegramma del “Sun” annunziante l’arrivo di un naufrago del “Tirreno” che veniva appunto da Melbourne.
—Signora,—disse Boni, che invano tentava dominare la sua emozione,—continuate a leggere la lettera di Clara.
La Ferroni riprese la lettura, le sue mani, la sua voce tremavano.
Non è vero che io ho fatto un sogno, e che quel miserabile è morto, e riposa nei gorghi dell’oceano?
Eppure, sebbene la faccia di quel vaiuoloso altro non fosse che una piaga schifosa, mi parve quella dell’uomo per il quale tanto ho sofferto, e che noi abbiamo abbattuto e punito; specialmente gli occhi brillanti coi suoi riflessi d’acciaio mi sembrarono quelli del miserabile Ruiz.
L’ammalato, nel vedermi, ebbe un sussulto; forse era il dolore che fece fremere quel corpo; ma io in quel momento non sapeva distinguere.
È notte fatta, non posso informarmi; domani saprò tutto,e se quel vaiuoloso, per misterioso volere della provvidenza, fosse realmente Ruiz; ebbene, io lo assisterò come gli altri perché Clara è morta, e Suor Maria non ha nulla da vendicare, ma deve perdonare....
Non dite nulla a Vittoria di quanto vi scrivo riguardo a Ruiz, essa ne proverebbe un gran dolore, ed io potrei, anzi spero di essermi ingannata.
Mando a impostare questa lettera, e domani scriverò di nuovo, se realmente il mare avesse restituito la sua preda, per rimetterla ancora sul mio cammino.
Non temete per me, io sono forte, pronta a combattere, ho fede, forza, coraggio.
Ricordatemi a Fanny alla quale scriverò a New York, perché mi annunziava che presto avrebbe lasciato l’Italia; abbracciate per me Vittoria, Enrico. E per Boni, la Ferroni, e quell’anima leale e buona di suo marito, alla quale è diretta la presente, ricevete i più caldi baci dalla
Vostra aff.ª Sorella,
SUOR MARIA.
P. S.—Se avvenisse qualche cosa di nuovo manderò un telegramma.
Terminata la lettura i tre personaggi si guardarono in faccia, e restarono muti, il primo a rompere il silenzio fu Ferroni il quale disse:
—Ebbene?
Boni pensò alquanto, poi rispose:
—Non ci resta che aspettare la lettera promessa da Clara, e che arriverà certo col corriere di sabato, molto di più che nulla di straordinario deve essere successo, poiché non giunse nessun telegramma da Melbourne.
—È anche questo il mio parere,—disse Ferroni,—potrebbe darsi benissimo che Clara si fosse ingannata; come potrebbe anche essere che il vaiuolo liberasse una volta per sempre il mondo da un furfante di quel genere.
—Amico mio,—disse con dolcezza la Ferroni,—cosa pensi?
—E fammi un po’ il piacere; per certa gente non ci vuole compassione.
“Quando s’incontra per la via un cane arrabbiato lo si uccide, ora quel Ruiz è qualche cosa di peggio di un cane idrofobo.
—Benissimo detto mio caro Ferroni, e vi assicuro che se costui mi capita ancora fra i piedi, sono capace di essere giudice e carnefice. Per tanto io vi lascio, qualunque cosa vi fosse di nuovo avvisatemi subito.
“Ditemi, quando mi farete vedere quel tal Giuseppe?
—Ascoltate, domani sera vi è un mass-meeting coloniale per la formazione di un partito politico italiano, è quasi certo che Giuseppe sarà là per farsi vedere, per mostrare che conta qualche cosa, ebbene, andremo anche noi e ve lo indicherò.
Boni fece una smorfia di malcontento, che non sfuggì al Ferroni, il quale disse:
—Non vi accomoda?
—Poco, non sono mai andato a queste riunioni coloniali, delle quali ne sento dire di tutti i colori, e non sono molto fanatico di andarvi.
—In parte avete ragione, il più delle volte i mass-meetings coloniali riescono delle vere baraonde, dove si sente roba da far salire il rossore alla fronte; ma quella di domani a sera è indetta da persone serie e stimate; in ogni modo passeremo inosservati.
—Allora va bene così, andremo.
—Sentite, verrete qui alle 6 e ½, mangeremo un boccone, e poi andremo alla “Germania Assembly Rooms,” dove ha luogo il mass-meeting.
—Restiamo intesi. Signora vi saluto, e bandite da voi ogni preoccupazione, Clara non corre certo nessun pericolo.
—Dio lo voglia,—rispose sospirando la signora Ferroni.
Quando Boni se ne fu partito, moglie e marito si guardarono a lungo, poi la moglie disse:
—Che non siano ancora finite le pene per quella martire?
—Dubito di no. Ma noi suoi amici veglieremo.
—E così lontani!
—Andremo anche in capo al mondo se occorre.
La Ferroni gettò le braccia al collo del marito e mormorò:
—Sempre uguale, sempre bravo e generoso, ti amo, ti amo tanto!
Sulla faccia franca e leale di Ferroni scesero le lagrime, e curvata la grossa testa, le asciugò colla nera capigliatura della sposa, dicendole con una dolcezza infinita:
—Questa è la vera felicità!
XXVI.
Boni appena lasciata casa Ferroni si diresse verso Mott Street, annottava; il movimento nelle vie aumentava, di momento in momento, era l’ora della chiusura di negozii,delle officine, e su i marciapiedi si rovesciava una vera fumana di uomini e di donne, che correvano allegramente, poi prendevano d’assalto i carri, facevano ressa alle scale degli “elevateds.”
Boni si divertiva a vedere quella folla che tirava via dritto, dando spintoni, aprendosi un varco a colpi di gomito, notava come una buona parte di essa fosse composta di fanciulle, giovani simpatiche, che andavano braccio a braccio, con un garrire allegro, raccontandosi i fatti della giornata, chiacchierando di mille cose, facendo dei progetti, e guardando fra le ciglie vellutate ai bei giovanotti che passavano.
L’ex-ispettore andava via adagio, adagio, quasi portato dalla folla, non curandosi delle gomitate, delle spinte, con un sorriso bonario sulle labbra.
Quando arrivò in Mott Street, era notte fatta, dette uno sguardo scrutatore nella via e mormorò:
—Che diamine è saltato in testa a quel bel tomo di Bernabei di venire ad abitare nel quartiere Chinese? Dove sarà questo numero 23 e ½? non sono certo amanti della luce i figli del Celeste Impero, qui ci si vede come in bocca al lupo. Come mai non ci sia ancora la luce elettrica non lo capisco, pare per fino che la polizia presti mano ai misteri del quartiere chinese!
“Parola d’onore, se fossi un romanziere vorrei scriverlo un romanzo di questo titolo, farebbe fortuna.... e questo 23 e ½, non si trova, che mi abbia dato un’indirizzo falso? Vediamo..... vediamo prima di giudicare....
Boni seguitò a guardare, finalmente sopra il vetro sporco di un negozio chinese lesse il numero 23 accanto cancellato dal tempo e dal sudiciume.
“Se questo è il ventitre, la porta deve essere il 23 e ½; basta entriamo e se mi sbaglio non sarà un gran male.”
La porta era stretta e alta, e metteva in un corridoio assai lungo in fondo al quale era una scala; l’aria era impregnata da un’odore acuto di amido, riso bruciato, e di tabacco; si sentiva quel tanfo di rancito, come se vi fossero cataste di panni umidi lasciati marcire.
Il corridoio era buio e Boni dovette accendere un zolfanello per non rompersi la testa.
Salì poi la scala a tastoni e si fermò sullo stretto pianerottolo del primo piano; cercò la porta e batté risolutamente.
Si udì rumore nella stanza, poi la voce di Bernabei che nel suo inglese caratteristico domandava:
—Chi è?
—Aprite,—rispose Boni.
Bernabei aprì immediatamente, non aveva paura dell’ex-ispettore, e se questi veniva da lui è segno che aveva bisogno dell’opera sua.
Boni entrò nell’appartamento del ladro emerito, un appartamento ammobiliato assai modestamente, con apparenze ingannatrici di onestà patriarcale.
Sul tavolo lucido eravi un lume a petrolio, un paralume verde, che immergeva la camera in una dolce penombra, e faceva risaltare la stoffa a fiorami del divano, e i quadri delle pareti.
—Per Bacco, Messer Bernabei, sembra la saletta di un bravo impiegato, che lavori tutto il giorno, e che la sera si riposa fra le pareti domestiche.
—Io ero nato per una vita quieta e tranquilla,—rispose Bernabei ipocritamente.
—Sì per la vita quieta e tranquilla dell’ergastolo,—ribatté Boni.
—Via, via, non dite di queste parole che fanno venire il sudore freddo. Sentiamo; se non vi dispiace, qual’è la ragione che qui vi guida? potete dirvi fortunato di essere venuto questa sera perché domani sloggio, non mi piace più vivere in mezzo a questi chinesi.
—Benissimo, non è un quartiere allegro. Dunque per non perdere più tempo io vi dirò lo scopo della mia visita. Messer Bernabei io non dispero di fare di voi un galantuomo.
Il furfante guardò bene in faccia Boni, poi dette in uno scoppio di risa.
—Perché ridete?
—Perché il compito che volete assumervi è un po’ difficile. Guardate però che io non sono più come una volta, no, no; quello che feci laggiù a Napoli; vi giuro che non lo rifarei più per tutto l’oro del mondo, il sangue mi fa orrore, e mi dovete credere, deploro con tutta l’anima, se io pure ho un’anima, di avere aiutato a mandare al diavolo quel disgraziato banchiere.
“Ora lavoro onestamente....
—Alzare dei portafogli, rubare a destra e a sinistra lo chiamate un lavoro onesto?
—Dio mio, io alleggerisco coloro che hanno troppo peso in tasca.
—Messer Bernabei, finirete male, molto male. Io voleva associarvi ad un opera buona, il vostro ingegno volevo che impiegaste a fare il bene, vedo che è impossibile, ed io devo pensare se sia onesto da parte mia far restare libero un’uomo che continuamente vive nel delitto.
—Sentite cavaliere; io non vi cerco, lasciatemi stare, se posso aiutarvi in qualche cosa sono qua; ma nei miei affari particolari non ci dovete entrare. Se doveste far diventare tutti galantuomini ne avreste del lavoro a fare, e bisognerebbe principiare da quelli che sono stimati e riveriti da tutti; lasciamola lì; io sono un buon diavolo pronto a fare per voi tutto quello che mi domanderete, ma le mie mani devono avere piena libertà d’azione.
Boni pensò alquanto. A cose ordinarie un’uomo onesto non può fare alleanza con un ladro matricolato che si vanta della sua ignobile professione; ma egli che aveva appartenuto alla polizia sapeva come spesso e volentieri, essa si serva dei ladri e degli assassini nell’interesse della giustizia, dunque quello che faceva la polizia poteva bene farlo anche lui. Considerando ciò rispose a Bernabei:
—La vita che fate è pericolosa; ma giacché volete continuare ad appartenere all’esercito del male, sia a vostro danno. Ricordatevi però che se vi coglierà disgrazia, io non muoverò un dito per salvarvi.
—Benone, della mia libertà prendo io la cura. Sentiamo il resto.
—Riconoscereste l’uomo al quale innanzi alla “Tammany Hall” rubaste il portafoglio che poi daste a me?
—Fra cento.
—E il suo compagno?
—Vedendolo sì.
—Orbene, il giorno che verrete a dirmi: l’uomo al quale rubai il portafoglio, o il suo compagno, abita al tal numero nella tale strada, avrete un bel biglietto da cento scudi, e vi si pagherà il conto delle spese fatte per pedinare, cercare, ritrovare le persone che vi ho detto.
—Mi va,—rispose Bernabei,—e accetto.
—A quanto pare, l’amore dell’arte vi spinge a fare il dilettante poliziotto, vi assisterò con tutte le mie forze, non dubitate, io ho molte astuzie ignorate dalla polizia, troveremo l’uomo del portafoglio e avremo il biglietto da cento.
—Questo solo volete?
—Per ora sì. Ditemi: se Ruiz fosse ancora vivo, felice e contento come una Pasqua cosa direste?
—Ruiz vivo? ma voi scherzate!
—Ammettiamo che lo fosse.
—Ebbene, allora per spacciarlo una buona volta vi assisterei per nulla, e forse smetterei di rubare.
Bernabei aveva appena detto ciò che s’intese un grido disperato di aiuto.
XXVII.
—Qui si scanna qualcuno,—disse Boni alzandosi.
—Sono quei marrani di chinesi che ne fanno sempre delle loro.
Le grida erano diminuite d’intensità, e si udiva ora come un sommesso singhiozzo, che partisse dalla casa accanto a quella di Bernabei.
—Voglio vedere cosa accade,—disse Boni slanciandosi verso la porta.
—Lasciate fare, tutte le sere è la stessa storia, è per questo che me ne vado.
Boni però era già sul pianerottolo; ora sentiva distintamente molte voci, e in mezzo a quelle una di preghiera, alla quale rispondevano risate clamorose.
Boni stette fermo un momento per orizzontarsi, poi avendo trovato a tastoni una porta la spinse; era aperta.
Al di là di quella porta trovò una scaletta che pareva scavata nella grossezza del muro, le voci, le risate, i gemiti, si facevano più distinti.
Bernabei sull’uscio di casa sua, con voce soffocata badava a dire:
—Non occupatevene, sono i chinesi che fanno baldoria, lasciateli stare.
Ma Boni scendeva risolutamente la scaletta, aveva impugnata la rivoltella deciso a venire in chiaro di quel mistero.
Certo si commetteva un delitto, perché intendeva ora chiaramente la voce di una donna che invocava con tutte le sue forze pietà e misericordia.
Arrivato in fondo alla scaletta, l’ex-ispettore trovò una saletta mezza oscura divisa da una portiera di seta, da un’altra stanza, nella quale penetrò arditamente.
La sua comparsa fu accolta da grida di spavento.
Lo spettacolo che si offrì allo sguardo di Boni era qualcosa di indescrivibile, in mezzo a dieci o dodici chinesi, ributtanti nella loro nudità, era una giovane bionda e bella, a stento coperta da una camicia di seta fatta a brandelli, sembrava un angelo caduto in un antro di demoni.
La giovane sventurata era Inez, che il padrone dell’immondo locale aveva dato in balia di una schiera di lussuriosi chinesi, i quali non volendo neppure aspettare che l’oppio togliesse ogni conoscenza alla disgraziata, la fecero segno alle più oscene turpitudini.
Inez che da due giorni era prigioniera in quell’antro, oppose una fiera resistenza, non più vinta, affascinata, resa pazza dalla pericolosa droga, comprendeva tutta la sua abbiettezza, e pregava, domandava aita, pietà; chiedeva che fosse rispettato il suo pudore, il suo corpo. Ma quelle preghiere pareva che accendessero vieppiù i desideri di quei miserabili, che ridevano delle sue lacrime e rispondevano ai suoi lamenti, alle preghiere, alle minaccie, con atti turpi che la penna si rifiuta di scrivere, e che non è lecito neppure accennare in un libro.
Quando Inez vide apparire Boni, si slanciò verso di lui, dicendo:
—Salvatemi! salvatemi!
Boni l’afferrò per la vita, e poi con voce imperiosa disse:
—Che nessuno si muova, altrimenti l’uccido come un cane.
Sul pavimento erano gli abiti di Inez.
—Vestitevi povera fanciulla,—le disse Boni.
Ed ella, mezza morta dallo spavento,si vestì con mano tremante.
I chinesi stavano rannicchiati negli angoli più oscuri della saletta, accanto gli uni agli altri formavano dei gruppi che nella penombra apparivano come statue delle loro divinità, aventi dieci teste e venti braccia.
Quando Inez fu vestita, Boni le disse:—Uscite da quella portiera di seta rossastra, montate la stretta scaletta che troverete, io vi raggiungo tosto.
Inez, barcollante, disfatta, si avviò al luogo indicato.
L’ex-ispettore, quando la fanciulla fu scomparsa, rivolto ai chinesi disse loro:
—Nessuno uscirà di qui, la casa è circondata, al menomo tentativo di fuga, si farà fuoco su di voi.
Ciò detto indietreggiò fino alla portiera, tenendo sempre puntato il revolver; e quindi andò a raggiungere Inez.
Appena Boni era scomparso, una delle pareti della sala si aprì come uno scenario da teatro, e i chinesi,da quella misteriosa apertura,che si rinserrò subito, scomparvero.
XXVIII.
Mentre questa scena avveniva in Mott Street, Carlo e Gerome sloggiavano dall’Hotel Martin.
Dopo un lungo consulto avevano deciso di allontanarsi da un luogo, che diveniva pericoloso.
—Caro mio, Inez non torna, ed io prevedo che abbia fatto una delle solite scapataggini da ragazza viziosa; oppure che abbia voluto fuggire coloro che riteneva come autori del furto dei suoi gioielli. Nel primo caso, e nel secondo, ne va del nostro interesse ad allontanarci di qua. Ci è facile trovare una scusa; voi potete dire che vostra moglie è ritornata presso i suoi parenti in California; noi paghiamo profumatamente; e quando si paga bene, nessuno si permette di criticare.
—Dato il caso che Inez ritornasse, all’Hotel si dirà che voi avete fatto benone ad andarvene non volendo avere nulla a che fare con una donna, che fa delle scorrerie per suo conto e pericolo.
Carlo non rispondeva, Gerome s’inquietava di quel mutismo.
—Su, dite una parola, parlate, non vi pare che la situazione merita che si prenda una decisione pronta e decisiva?
—Ebbene, io aspetto che voi uomo dagli espedienti parliate, diciate il vostro piano.
—Il mio piano è semplicissimo, noi lasciamo New York e andiamo a prendere dimora ufficiale a Newark; vale a dire in un’altro Stato; di là verremo a fare le nostre razzie a New York, e nessuno ci disturberà.
Carlo pensò alquanto e poi rispose:
—Approvo il vostro progetto, del resto la vita che meno è insopportabile ed è tempo che finisca. Di Inez sono oramai stanco, essa ha dato tutto quello che poteva dare.....
—Compreso i suoi gioielli.
—Gerome, di quel furto voi solo siete il responsabile, io non lo ideava neppure!
—Non intendo discutere su ciò. Quello che voglio è la vostra approvazione a quanto io ho proposto.
—Ve lo ripeto, approvo completamente.
—Allora sloggiamo al più presto.
—Chiamerò il maggiordomo e farò regolare il mio conto, datemi del denaro.
Gerome levò da un rotolo di biglietti una banconota di cinquecento dollari e la dette a Carlo, il quale premé il dito sul bottone elettrico e subito comparve un cameriere.
—Favorite dire al maggiordomo di mandarmi il conto—disse Carlo.
Il cameriere si inchinò, partì e poco appresso portava il conto.
Carlo con una non curanza da gran signore dette al cameriere il biglietto di cinquecento scudi.
Gerome che assisteva a quella scena non poté trattenersi dal dire:
—Benone, fate a meraviglia la parte del milionario, non dubitate, voi lascerete una fama da gran signore in questo Hotel e nessuno, qualunque cosa avvenga, saprà la verità.
Quando il cameriere portò sopra una guantiera di metallo bianco il resto dei cinquecento dollari, la schiena del cameriere formava addirittura un arco.
Si ha un bel dire che siamo in America, il paese della libertà e dell’uguaglianza, il denaro fa lo stesso effetto che nella vecchia, decrepita e povera Europa.
Carlo regalò al cameriere dieci dollari, e allora le bionde basette dell’attillato e cerimonioso cameriere quasi toccavano terra.
Allorché questi si fu ritirato Gerome disse:
—Lo vedete, è sempre la stessa storia, il mondo non ha inchini che per il denaro. Io sono sicuro che quel cameriere farà la vostra apoteosi.
Carlo scosse le spalle e disse:
—Cosa importa mai a me tutto ciò? combiniamo, e questo vale assai di più, il nostro piano.
—È presto fatto. Io fra un’ora farò come voi, domanderò il mio conto e dopo avere pagato darò ordine che i miei bauli siano portati al depot della ferrovia della Pennsylvania a Jersey City; di là poi li spedirò a Newark.
—Io farò altrettanto.
—Non precisamente così, i vostri bagagli sarà bene che siano spediti al depot della Lackawanna a Hoboken, da dove voi e i bagagli potete partire per Newark dove ci troveremo riuniti all’Occidental Hotel in Market Street.
Così infatti fecero, e quando Palazzo e Dikens andarono all’Hotel Martin per interrogare di nuovo Inez e il suo preteso sposo restarono ben meravigliati nell’apprendere che erano partiti, senza lasciare detto a nessuno dove andavano.
Questo fatto impressionò Dikens il quale cominciò a dubitare che quel furto di gioielli poteva benissimo essere una simulazione.
Il policeman interrogò l’amministratore dell’Hotel per sapere la sua opinione sopra quei forestieri; questi rispose che erano dei ricchi signori di California, che avevano pagato profumatamente senza guardare tanto per il sottile.
—Ma come spiegate che siano partiti senza lasciare il loro indirizzo, dopo essere stati vittima di un furto ingente?
—La cosa è semplicissima, quei forestieri, è gente ricca alla quale fa ben poco la perdita di una somma di cinque o sei mila dollari. Visto che la polizia non trovava il ladro, e che forse non lo troverebbe mai.....
—La polizia trova tutto,—disse con tono arcigno Dikens.
—Sarà,—rispose sbozzando un sorriso l’amministratore,—io del resto non so le loro intenzioni.
—Basta, la polizia continuerà le sue indagini, e forse potrà scoprire che questi cresi sieno ben differenti da ciò che si credono.
—Io non so cosa rispondervi, vorrei certo che il ladro si scoprisse, perché questo furto è un’ombra alla rispettabilità della casa.
—Quando sono partiti i coniugi?
—La signora è partita da più di due giorni, il marito ha lasciato l’Hotel da poche ore.
—Sapreste dire a quale stazione ha fatto portare il suo bagaglio?
L’impiegato premé il bottone di un campanello elettrico, comparve subito un fattorino.
—Ditemi Victor, il signore del N° 16 ha fatto trasportare il suo bagaglio dall’Omnibus dell’Hotel?
—No, mi ha ordinato di far venire una vettura, sulla quale ha caricata la sua valigia.
—Si può interrogare il cocchiere?—disse Dikens.
—Sicuro,—disse Victor,—poiché è uno addetto al servizio di vetture che stazionano innanzi all’Hotel.
—Benissimo giovanotto, non appena il cocchiere ritornerà pregatelo di venire al quartiere generale di polizia, avendo bisogno di spiegazioni.
Victor guardò l’impiegato, come a interrogarlo su quello che doveva fare.
L’impiegato che vide quella muta interrogazione disse:
—Non dubitate signore, che Victor appena il cocchiere sarà di ritorno ve lo manderà. Desiderate altro?
—No, per ora.
Dikens salutò alteramente ed uscì insieme a Palazzo mormorando:
—La polizia non trova nulla?..... Va là bel tomo che scopriremo anche troppo. Cosa ne dite Palazzo?
—Non so, ma mi pare che la cosa non sia chiara. Forse abbiamo sbagliato nel fare le prime indagini; più ci penso e più mi convinco che il ladro doveva essere alloggiato all’Hotel.
—Ma se Mr. Martin, garantiva di tutti coloro che erano nel suo Hotel la notte del furto!
—Va benissimo; ma voi sapete meglio di me, che le persone sono oneste, rispettabili, fino a quando non si scopre, che quella vantata onestà altro non è che una maschera bella e buona. Mr. Martin giudica lui pure dalle apparenze, uno figura di essere ricco, paga il conto dell’Hotel, dà delle buone mancie ai camerieri, e naturalmente quel tale passa nel numero dei buoni.
—Avete ragione Palazzo; ma oramai è tardi; bisogna tentare altrove. Ci tengo a scoprire il mistero che ravvolge questo furto, il nostro capo ha affidato a me l’affare e sarei felice di dimostrargli che non ripose male la sua fiducia.
—Ebbene caro Dikens, mettiamoci quietamente all’opra, e se non riusciremo è segno, che il ladro è ben furbo.
I due policeman erano scesi giù per Bowery, ad un tratto Palazzo, che aveva per caso messo gli occhi sopra una vetrina di un negozio di pegni, gettò un grido di stupore.
—Che cosa avete?
—Ricordate come era fatta la valigia che conteneva i gioielli rubati?
—Sicuro; era una valigietta in bulghero con cerniere di argento ossidato finamente incise con le iniziali della proprietaria V. I.
—Ebbene, guardate in questa vetrina, o io m’inganno a partito, o quella somiglia come due goccie di acqua alla valigia dei gioielli rubati all’Hotel Martin.
—Avete ragione corpo di Satanasso, ed ora sapremo cosa pensarne.
I due agenti entrarono nel negozio, sebbene fossero in borghese il proprietario li riconobbe subito per agenti di polizia, impallidì sotto la folta barba. Coloro che fanno quel mestiere da usurai hanno sempre la coscienza poco tranquilla.
Dikens, con affettata bonomia disse:
—Vorrei comprare la valigietta di bulgaro che fa bella mostra di sé nella vostra vetrina.
L’ebreo con premura corse a prendere l’oggetto domandato.
Quando Palazzo e Dikens, videro da vicino la valigietta non ebbero più nessun dubbio; era proprio quella descritta da Inez.
Allora Dikens sbottonò la sua giacca e mostrò la placca di policeman, dicendo:
—Ora che sapete con chi avete a fare; spero che risponderete con franchezza.
—Sono interamente a disposizione della giustizia la quale, non ha un’osservatore più scrupoloso di me.
—Benone. Da chi aveste questa valigia?
—È presto fatto a saperlo, tutto è registrato con ordine.
Ciò dicendo l’ebreo aveva aperto un grosso registro e ben presto trovò segnato l’acquisto della valigietta, il nome e l’indirizzo del venditore.
—Ecco qui ciò che cercate; la valigietta fu comprata tre giorni or sono da un tale Ernesto Baldi.
—Un italiano,—mormorò Palazzo addolorato.
—Che abita,—proseguì l’ebreo—all’Hotel del Campidoglio in Bleecker Street.
Dikens notò il tutto sul suo taccuino, poi disse guardando ben fisso l’ebreo:
—Da questo tale, compraste la valigia vuota o piena?
—Vuota, vuota come la vedete in questo momento. Il giovane che me la portò aveva l’apparenza di uno che muore di fame, credetti che vendesse quanto gli restava di ciò che aveva portato dall’estero. Non sapeva una parola d’inglese, e non mi fu possibile fargli delle domande.
—Come era vestito quel giovane?
—Miseramente, mezzo stracciato.
—Credo a quanto mi dite; ma è mio dovere fare una visita ai gioielli che tenete in pegno.
—Sono ben poca cosa, tutti potranno dirvi che non sono ricco, qui da me non portano che oggetti di poco valore, io disgraziatamente non ho i soldi di Simpson, a lui possono domandare qualunque somma; ma a me è impossibile, e tiro innanzi alla meglio con pochi soldi.
—Bando ai discorsi, fate vedere.
L’ebreo aprì la cassa forte e pose sul tavolo una quantità di pacchetti tutti numerati, che furono aperti da Dikens e Palazzo.
Se quello era tutto il patrimonio dell’ebreo era ben poca cosa; degli anelli leggeri, leggeri, degli orologi di similoro, delle catene a mezzo consumate, degli orecchini rotti, dei cucchiai d’argento consunti dall’uso.
—È tutto qui?—disse Dikens.
—Tutto.
Dikens si rivolse verso Palazzo, come per consultarlo.
—Credo che non sia qui il bottino,—disse Palazzo.
Dopo quella visita l’ebreo ripose accuratamente nella sua cassa gli oggetti che aveva mostrato gettando un sospiro di sollievo.
I due policemen sequestrarono la valigietta, e quindi Dikens disse:
—Tenetevi pronto a comparire innanzi a Byrnes, al capo della polizia per dare schiarimenti.
—Sono sempre a disposizione dell’autorità. E la valigia?
—È provenienza furtiva, ce ne impossessiamo.
L’ebreo alzò gli occhi al Cielo come per invocarne la testimonianza del Dio di Israele contro quell’abuso; ma non disse una sola parola.
XXIX.
Palazzo e Dikens appena usciti dalla bottega di pegni tennero un breve consiglio. Dovevano andare a riferire a Byrnes il risultato delle loro indagini oppure le proseguirebbero?
Palazzo disse:
—Siccome il nostro capo ci ha dato pieni poteri, così credo che il meglio sia continuare. Cosa del resto possiamo dire ora d’importante?
—Avete ragione, rechiamoci all’Hotel del Campidoglio ad informarci sul conto di questo Baldi, che ha venduto la valigietta.
Palazzo era conosciuto all’Hotel e fu accolto con amichevole espansione.
—Sentite,—disse Palazzo al proprietario del Campidoglio—avremmo bisogno di uno schiarimento, ma non qui sotto gli occhi di tutti, andiamo nel vostro ufficio.
—Sono a vostra disposizione.
Quando furono nell’ufficio privato, il padrone dell’Hotel ordinò del vecchio cognac.
Dikens si fece un po’ pregare ma poi bevette allegramente; protestava per la forma, i liquori forti piacevano anche a lui.
—Dunque,—disse Palazzo dopo avere vuotato il suo bicchiere,—noi vogliamo sapere se alberga qui un giovane italiano di nome Ernesto Baldi.
—No,—rispose senza esitare l’interrogato,—da tempo ha lasciato il mio Hotel, fu qui quando giunse dall’Italia, poi un bel giorno sparì lasciando qui anche il suo baule. Era un bravo giovane per il quale avrei fatto volentieri qualche cosa se non ci avesse piantato insalutato ospite.
—E perché se ne andò così improvvisamente?
—Suppongo che vergognoso di non poter pagare il suo conto, se ne sia andato.
—Che impressione vi fece quel giovane?
—Quella di un giovane per bene educato ed istruito, Baldi era pittore, e poteva ben trovare lavoro o presto o tardi.
—E credete che ora lavori?
—No.
—Perché?
—Perché se lavorava, sarebbe venuto a trovarmi per pagare tutto o in parte il suo conto.
—Diamine, avete una gran fiducia.
—Vi sono faccie che non possono trarre in errore. Ma, potrei sapere il perché di tutte queste domande?
Palazzo tacque, il capo dell’impresa era Dikens, per cui a lui solo aspettava il diritto di parlare.
Dikens infatti disse:
—Cerchiamo questo giovanotto per alcuni preziosi schiarimenti, così che se venisse qui, ci farete un regalo a mandarlo al quartiere di polizia, può darci la chiave di un mistero che vorrei scoprire ad ogni costo.
—Non dubitate, se Baldi verrà io lo manderò subito da voi, molto di più che sono persuaso, che non ha nessun conto da regolare, né con la giustizia, né con la polizia.
Bevvero ancora un bicchiere di cognac e quindi Dikens e Palazzo si licenziarono.
—Cosa ne pensate Palazzo?
—Penso che quel Baldi non è per nulla il ladro che cerchiamo.
—Chi lo sa!...—rispose gravemente Dikens.
XXX.
Totò fu puntuale all’appuntamento, e Gennarino lo accolse con gioia, poiché sperava molto nel colloquio che avrebbe avuto con Arcangelo per scoprire chi poteva essere l’amante di Rosa.
Totò e Gennarino scesero giù per Oliver Street; erano le sette passate, la serata era oscura; durante il giorno, essendo caduta la pioggia, una fanga nera puzzolente era nella strada e sui marciapiedi, dove passeggiavano come ombre, delle donne dagli abiti lerci, dalla faccia rossa, o chiazzata da macchie schifose.
In quella contrada, vivevano le più sozze venditrici d’amore, che avevano i loro templi in luride botteghe, dove nelle vetrine figuravano delle insegne, oliografie da tabaccai, tanto che avevano l’apparenza di rivendita di sigari, e qualcuno nuovo venuto poteva benissimo ingannarsi, ed entrato per acquistare tabacco, si vedeva dinanzi una donna, che si poneva sfacciatamente in vendita.
Quella via che interseca Water Street, altro luogo, ricettacolo di quanto il vizio ha di peggiore, e che un giorno, ebbe anche la triste celebrità dei quartieri immondi di Londra, e fu allorché in uno di quelli Hotels, dove vanno a passare le notti le prostitute, fu trovata una di esse orribilmente mutilata.
Gennarino e Totò, passando da quelle strade erano fatti segno alle più oscene proposte; il giovanetto già sveglio e biricchino, rispondeva per le rime; ma Gennarino tirava via dritto senza nulla intendere preoccupato da un solo pensiero, quello di scoprire l’uomo che aveva aiutato la moglie sua a commettere un delitto mostruoso.
Quando arrivarono nella via che costeggia la riviera, cominciò a cadere una pioggia fina, che appariva attraverso i raggi della luce elettrica coi colori dell’iride.
Camminarono un pezzo attraverso le casse piene di pesce di ogni qualità.
......pieno di pesce di ogni qualità
Il ponte di Brooklyn alzava il suo arco ardito, sopra la via, e si perdeva in una fuga di cordoni di ferro, che parevano una selva di antenne.
—Dove si trova Arcangelo?—domandò Gennarino.
—Finalmente ho inteso la vostra voce, credevo che foste divenuto muto.
—Mio caro Totò, ho ben poca voglia di discorrere.
—Ma una parola potevate ben dirla. In quanto ad Arcangelo fra poco lo vedremo; è là al Pier 14.
Gennarino e Totò, si diressero verso il dock, attraversando la via furono costretti a sguazzare nel fango, a mettere i piedi nelle pozzanghere di acqua nera, poiché la via essendo molto battuta aveva fosse profonde.
—Non parrebbe di essere a New York,—disse Totò,—ma in una palude. E dire che assicurano come il municipio, spenda milioni per la pulizia stradale, spesi proprio bene!
Erano giunti al Pier 14, la luce elettrica illuminava gli alti barracconi di legno, producendo un contrasto di luce e di ombre, che avrebbe certo tentato un pittore.
Salirono il largo tavolato che serve da ponte ai carri delle immondizie, e si trovarono sulla gettata di dove le spazzature sono precipitate nei barconi grandi che le aspettano.
La luce elettrica illuminava quella continua cascata di terra, cenere, fango, cartacce, cenci e tutta la svariata immensa quantità di oggetti vari, che giornalmente vengono raccolti nella grande Metropoli.
Sulle barche, attenti con le mani fruganti nei marciumi, nelle immondizie, era una squadra di uomini, ricoperti di polvere, inzaccherati che sceglievano gli oggetti migliori, le scatole di latta, i cenci, la carta, ferri, vetri, tutta roba che non doveva ingoiare l’oceano poiché poteva fruttare denaro.
E in quella specie di stacciatura che si faceva delle spazzature della città si trovano ricchezze delle quali non si ha neppure l’idea.
Senza contare che gli stracci, le latte, i ferri, i vetri, si vendono abbastanza bene, è raro il caso che non si trovino coltelli, cucchiai, forchette, sia da pochi soldi che di metallo fino, e anche d’argento.
I servi nelle case signorili, negli Hotels, non guardano tanto per il sottile, e in mezzo ai rifiuti, gettano nei barili, nei cassoni, oggetti di valore.
Frugando bene non è difficile trovare oggetti di oro, anelli, braccialetti, orecchini perduti; non è raro il caso che fra il turbine di polvere che si leva dalla spazzatura cadente nei barconi si veda brillare il raggio di luce partito da un diamante di prezzo.
Un tempo il Comune pagava per far trasportare le immondizie, ora sono gli impresari che pagano, prova questa evidente, che dai rifiuti della città immensa, ci sorte del bel danaro sonante.
Quasi a ridosso ai barconi ansavano pronti a far rotta i rimorchiatori, che dovevano condurli lungi da New York in pieno oceano, non appena avessero il carico richiesto.
Totò si affacciò alla specie di balaustrata che è sulla gettata e chiamò con voce squillante:—Arcangelo.
La prima chiamata andò perduta, poiché proprio in quel momento tre o quattro carri rovesciavano nei barconi il loro contenuto, così che la voce si perse nel frastuono.
Si levò un gran polverio e Totò tirandosi indietro disse:
—Non è bello stare qui.... e me ne anderei se non fosse per giovarvi.
Gennarino come per ringraziarlo gli strinse la mano.
—Arcangelo!—chiamò di nuovo il giovanetto.
—Chi mi vuole?—rispose una voce che partiva da uno dei barconi.
—Sono io, Totò.
—Ebbene, ragazzo scendi giù, non posso muovermi, sono di guardia.
—Di dove si passa?
—A mano sinistra vi è una scaletta.
—Va bene, scendiamo.
Totò ebbe presto trovato la scaletta e scese insieme a Gennarino.
Arrivati sul barcone, furono presi alla gola dalla polvere, e dovettero arrestarsi.
Passata la prima impressione continuarono il loro viaggio, barcollando, sprofondando nelle spazzature, facendo fuggire dei topi grossi, grossi, che cercavano qualche cosa da rosicchiare fra le immondizie.
Arcangelo era a bordo dell’ultimo barcone, e quando Gennarino e Totò giunsero da lui erano conci e impolverati da non averne idea.
—Ebbene giovanotto, chi ti porta qui?
—Non vengo per me, ma per questo amico che conoscete.
—Gennarino? Altro se lo conosco! e come va paesano?
—Molto male mio caro Arcangelo.
—Male, e come? avete una bella moglie, degli amici, un buon lavoro.... cosa volete di più?
—Non sapete adunque la disgrazia che mi è capitata?
—A voi? No davvero; sono stato a Boston e appena arrivato ho dovuto riprendere subito servizio.
—Rosa mia moglie, è morta.
—Morta!.. Quando?.. Come?..
—È una storia lunga ...
—Raccontatela, qui siamo come in casa nostra.
I tre uomini si sedettero sulla sponda del barcone, e mentre le spazzature seguitavano a cadere giù, Gennarino raccontò quanto era avvenuto, e Arcangelo restava spaventato da quella storia tristissima.
Quando il disgraziato marito ebbe finito disse ad Arcangelo:
—Mia moglie doveva avere un amante, io lo cerco costui per vendicarmi, in modo terribile.
Arcangelo ebbe un lampo d’odio negli occhi e le sue labbra si atteggiarono ad un sorriso enigmatico.
—Voi,—continuò Gennarino,—potrete darmi qualche schiarimento, voi eravate al paese quando Rosa, vi era, veniste con lei....
—Già, sullo stesso battello, ma lei era fra signori ed io in terza classe.
—Ma insomma cosa si diceva al paese?
—Se ne diceva tante; e anche a bordo mormoravano.....
—E perché?
—Perché.... perché....
—Parlate Arcangelo, parlate ve ne prego, ve ne scongiuro.
—E santo Iddio, io non vorrei calunniare nessuno; ma infine, faceva effetto che Rosa avesse sempre presso di sé attento, premuroso un’uomo.
—Un uomo?
—Già, Giuseppe.
—Ma Giuseppe è nostro cugino.
—Lo so, ma si diceva che.... io però non ne so di niente, non intendo accusare nessuno.
—In nome di Dio, Arcangelo, parlate; ditemi tutto!
—Ebbene si diceva a bordo che Giuseppe e Rosa passavano per marito e moglie, e che stavano nella stessa cabina.
Gennarino erasi alzato, il suo volto sotto i raggi della luce elettrica pareva quello di un morto, e fu con voce soffocata che disse:
—E voi Arcangelo, credete proprio che Rosa e Giuseppe stassero nella stessa cabina?
—Questo poi sì, perché volli domandarlo al cameriere. Del resto ciò può essere un fatto innocentissimo trattandosi di cugini.
—Miserabile! miserabile!—mormorava Gennarino mordendosi le mani.
—Via,—disse Totò,—perché smaniate tanto, oramai già, quello che è stato, è stato.
—Sicuro,—aggiunse Arcangelo,—Rosa è morta.
—Sì, è morta, ma resta il suo complice. Ed ora non dubito più, il miserabile che cerco è mio cugino Giuseppe.
—Sentite Gennarino, io sono qui impiegato, il “boss” è Giuseppe; non vorrei perdere il pane; dunque non mi comprometterete, poiché tutti quanti quelli di San Gregorio che vennero con la “Champagne” sanno questa cosa.
—Non dubitate Arcangelo, il vostro nome non sarà fatto, del resto non ho bisogno di domandare al traditore, né spiegazioni, né scuse; l’ucciderò come un cane prima che abbia aperto bocca.
E Gennarino il buon operaio calmo e tranquillo come una fanciulla, alzata la testa, con le narici frementi, l’occhio scintillante pareva un altro.
Arcangelo lo guardava meravigliato e comprendeva che Giuseppe era spacciato.
Si intese la sirena del rimorchiatore che annunciava la partenza dei barconi, Arcangelo disse:
—Andatevene, perché si parte.
—Addio Arcangelo e grazie, grazie di quanto mi avete detto.
—Gennarino io vi sono amico.
Si separarono, e mentre Gennarino seguito da Totò spariva fra le montagne di spazzatura, Arcangelo fregandosi le mani diceva:
—Don Giuseppe mio, non darei un “penny” della vostra pelle.
XXXI.
Gennarino camminava con la testa bassa quasi trascinato da Totò, che lo guidava come un fanciullo.
Il disgraziato pensava quanto aveva inteso e si convinceva essere quella la verità.
Ora comprendeva perché il cugino assicurava che Rosa era onesta moglie, e che le chiacchiere dei sangregorini non avevano fondamento; il furfante si era fatto pagare il silenzio dalle carezze della sciagurata.
Ed egli che amava quel cugino, che lo considerava come fratello! Che stupido era stato a farsi portare così per il naso, mentre la gente avrà riso, forse qualcuno avrà pensato che lui conoscesse la tresca e la approvasse a scopo di lucro.
A quel pensiero Gennarino sentiva salirsi il sangue alla testa, diveniva rosso, rosso, e non ardiva alzare gli occhi per paura di vedere lo scherno in quelli della gente che incontrava.
Senza saperlo si trovò a casa sua, Totò lo accompagnò fino al suo appartamento e poi gli disse:
—Don Gennarino coraggio; se avete bisogno di me chiamatemi, io vi lascio, perché la zia mi aspetta, ed è già tanto tardi che farà un chiasso indiavolato.
—Povero Totò, mi dispiace che per me tu abbia dei dispiaceri; vuoi che ti accompagni?
—Neppure per sogno, penserò io a calmarla.
—E come?
—Con quattro baci grossi, grossi. Buona notte Gennarino, e ve lo ripeto se mi volete, un fischio e vengo.
Quando Totò se ne fu andato Gennarino andò al canterale, levò fuori un revolver di grosso calibro e si assicurò che fosse carico, poi se lo pose in tasca mormorando:
—Ed ora alla caccia.
XXXII.
Inez aveva obbedito quasi macchinalmente alla imposizione dell’uomo che le appariva come angelo salvatore; salì la scala e quando fu sul pianerottolo vedendo da una porta aperta uscire un raggio di luce verso quella si diresse; era però così impaurita che scorgendo un uomo dette un gran grido e fuggì; scese le scale a precipizio e si trovò nella via.
Fu soltanto allora che riacquistò la padronanza di sé stessa; oramai non aveva più paura, poiché poteva chiedere aiuto al primo che incontrava.
Inez si allontanò rapidamente da Mott Street, le premeva di essere in una via popolata dove con un suo grido potessero accorrere i policemen a difenderla e proteggerla.
Quando Inez fu in Bowery respirò, si sentiva salva. Rallentò la sua corsa, e si dette a pensare.
Da quanti giorni mancava dall’Hotel? Non lo sapeva con precisione, l’oppio l’aveva stordita in modo da farle perdere sotto la sua influenza la misura esatta del tempo.
Aveva commesso una cattiva azione, erasi resa indegna di ogni rispetto, per accontentare una fatale passione era rotolata nel fango più immondo, e Carlo aveva bene il diritto di scacciarla.
Pensando che esseri abietti come i chinesi avevano sfogate su lei le più bestiali passioni, sentiva ribrezzo di sé stessa e dei brividi la scuotevano dal capo alle piante.
Che cosa avrebbe detto a Carlo ritornando all’Hotel?
La disgraziata si ricordò di avere nelle tasche dell’abito il suo portafoglio, e non è a dirsi la sua gioia nel trovarlo ancora al suo posto con tutti i denari.
Con quei cento scudi che possedeva poteva far fronte alle prime spese se non avesse voluto tornare all’Hotel Martin.
Inez camminava per Bowery pensando ai casi suoi, quando ad un tratto l’idea di ritornare dai suoi, le attraversò la mente.
Essa rivide come in un sogno la casa sua, ricordò l’affetto dei suoi, la pace, la tranquillità, il rispetto che godeva, e a quel ricordo pianse di tenerezza mentre il suo volto era raggiante di felicità.
I suoi genitori non la scaccierebbero, ritornerebbe a loro pentita, sottomessa, ed essi le stenderebbero le braccia e forse potrebbe essere ancora felice.
Si era decisa; non tornerebbe all’Hotel, partirebbe la notte stessa se ci fossero stati treni, e con passo risoluto si diresse verso un Hotel per domandare all’ufficio un biglietto per San Francisco.
Giunta all’angolo di Broome Street, stava per entrare nell’ufficio dell’Occidental Hotel, quando gettò un grido di meraviglia e terrore. Innanzi a lei aveva scorto Carlo e Gerome.
—Ebbene Inez, dove andate, di dove venite?
Inez non rispose subito, era come pietrificata.
—Non rispondete?
Inez aveva presa un’energica risoluzione, e rispose:
—Non ho nulla da dirvi; non eravate mio marito ed io sono libera di fare quel che credo.
—Inez, così rispondete all’uomo che deve divenire vostro marito?
—Voi mio marito? Mai, e poi mai. La benda è caduta ed ora so chi siete voi e il vostro complice.
Gerome intervenne e disse:
—Signorina vedo che siete esaltata, non è questo il luogo adatto ad una spiegazione; quando saremo all’albergo....
—Non verrò in nessun luogo con voi.
—Ebbene,—soggiunse Gerome, con aria di grande bontà,—discorreremo per la via, ma usciamo di qui, scendiamo giù per Broome Street.
—Come volete,—rispose Inez.
Si diressero per Broome, verso la riviera.
Carlo non parlava, Inez neppure, e Gerome zuffolava allegramente una canzonetta in voga.
Dopo che ebbero fatto diversi blocchi e che la strada appariva deserta, Gerome disse:
—Su, via, Carlo spiegatevi con madama e sia finita una volta per sempre.
—Io non so cosa dire,—rispose Carlo,—essa pare che di me non voglia più saperne per cui....
—Per cui, ognuno per la sua via,—rispose risoluta Inez.
—Benissimo,—aggiunse Gerome.
—Cosa farete?—domandò Carlo.
—Ciò non vi riguarda, libero voi, libera io, una sola cosa mi auguro, di non incontrarvi più sul mio cammino.
Erano giunti alla strada che costeggia la riviera, era tardi e la via appariva deserta.
—Dunque,—disse Gerome,—ditevi un eterno addio e lasciatevi, non vi è nulla di male.
Carlo scosse le spalle e si contentò di dire:
—Buona fortuna Inez, dovete avere già trovato un’altro genere di vita che meglio si confà alla vostra indole, alla vostra educazione, divertitevi e godetevi, questo è il mio augurio.
Inez alzò sdegnosamente le spalle e non rispose.
—Bella Inez,—mormorò Gerome,—vi faccio i miei complimenti, fate presto a sbarazzarvi dei vostri amanti.....
Il francese aveva appena terminato di dire ciò, che Inez gettò un grido e poi con voce fremente, disse:
—Ladro! ladro! Ora ho la prova che siete voi che mi rubaste i gioielli di famiglia.
—Sgualdrina,—esclamò Gerome,—che vai dicendo?
—Non negate miserabile, ecco lì alla vostra cravatta un’ancora in brillanti che era di mio padre.
Gerome indietreggiò atterrito.
—Ladri! ladri!—mormorava Inez.
—Zitta, indegna creatura,—disse con voce soffocata Carlo stringendole il braccio.
—Non mi toccate, o grido, chiamo aiuto!
Erano vicinissimi alla sponda della riviera, l’acqua mossa dalla marea veniva a infrangersi contro i pali di legno; tutto all’intorno non si vedeva anima viva.
Gerome disse a bassa voce a Carlo:
—Costei è pericolosa, bisogna renderla morta.
—Gerome, rendetemi i miei gioielli e nessuno saprà la vostra infamia,—supplicava Inez.
—Siete matta,—rispose brutalmente Gerome,—non siamo dei ladri.
—Ebbene, lo direte alla polizia,—e in ciò dire Inez si slanciò per correre in cerca di un policeman.
Gerome lesto come il lampo l’afferrò per la veste e la tirò con forza, la sciagurata cadde di peso sulle ginocchia, provando un dolore acuto che le fece quasi perdere i sensi.
Gerome approfittò di quel momento per trascinare Inez, lungo una gettata che serviva di “dock” ai barconi che caricavano materiali di costruzione.
Carlo lo seguiva come un automa.
Quando Inez riacquistò piena conoscenza era sulla punta del “dock” e Gerome diceva a Carlo:
—È necessario.... Per voi del resto non è la prima.
Inez ebbe come l’intuizione del delitto che i due furfanti volevano commettere, e gettò un grido straziante di aiuto.
......e gettò un grido straziante di aiuto
Gerome la colpì brutalmente alla bocca con un pugno, il sangue spruzzò da quelle labbra porporine e la bionda fanciulla svenne.
—Lesto, datemi un fazzoletto,—disse Gerome.
—Guardate, questo delitto ci porterà sfortuna. Era meglio se restavamo a Newark.
—Bando alle inutili ciance; il fazzoletto!
Carlo passò al complice il suo fazzoletto di seta e questi legò con esso le mani di Inez che non dava segno di vita; quando ebbe finito, disse:
—Prendete per i piedi questa sgualdrina, e mandiamola a fare un bagno.
—Gerome....—mormorò Carlo.
—Avete paura? ebbene, lasciate che essa ci accusi e vedrete dove finiremo. Su, su; costei era un pericolo, la riviera ce ne sbarazza.
Carlo obbedì, e prese Inez per i piedi, Gerome la alzò per le spalle, i due infami dondolarono un poco il corpo bellissimo e quindi lo lanciarono nella riviera, si udì un tonfo, un gorgoglio d’acqua, poi più nulla; il mobile elemento senza lasciare traccia aveva ingoiato la vittima del più odioso delitto.
Gerome stette alquanto con l’occhio fisso dove era sprofondato il corpo di Inez, poi disse a Carlo:
—Venite, è tutto fatto.
Carlo lo seguì senza dire una parola.
Il policeman di guardia in animata conversazione col padrone di un “Bar-Room,” non aveva nulla visto, nulla inteso. Gerome e Carlo tranquilli montarono sul carro che conduce ai diversi “Ferries” e si fecero condurre a quello di Courtland Street, e di là si recarono a Newark.
XXXIII.
La polizia invano cercò il Baldi, fu impossibile trovarlo, scovrì le sue traccie nel “lodging House” dove per qualche tempo era andato a dormire, ma da più che dieci giorni non lo vedevano.
Il giovane pittore non volendo più menare una vita triste e miserabile aveva preso il suo coraggio a due mani, e presentatosi ad una agenzia che aveva bisogno di uomini per le miniere di carbone in Pennsylvania, erasi offerto come minatore.
Sul principio vedendo la sua aria distinta, non volevano saperne di arruolarlo; ma aveva tanto insistito che lo avevano accettato, ed egli era partito per le miniere in compagnia di molti altri italiani, lieto, felice, fiero di avere trovato finalmente un lavoro.
Ecco perché la polizia non lo trovava, e invano cercava.
XXXIV.
Gennarino era uscito di casa con la ferma intenzione di uccidere Giuseppe, di ucciderlo come un cane, in qualunque luogo lo avesse trovato.
Il sangue gli era salito alla testa, e non ragionava più; andò in quattro o cinque birrerie dove era solito frequentare Giuseppe, ma non lo trovò.
In tutti i “bar-rooms” bevve del whiskey, sentiva una sete ardente, e quella bibita infuocata gli faceva bene.
Però caso strano mentre in generale quel diabolico liquore, fa perdere ogni conoscenza, a Gennarino restituiva la calma.
Il disgraziato cominciava a pensare, che la morte non era per Giuseppe punizione bastante per fargli espiare il delitto che aveva commesso.
Quando gli aveva piantato una palla nel cervello tutto finiva per Giuseppe e le pene principiavano per lui.
Ciò non doveva essere; Giuseppe sarebbe morto per sua mano, ma era da stupidi non trovare un mezzo di mandarlo al mondo di là restando impunito.
Fisso oramai in questo pensiero, se ne ritornò a casa; era già tardi e stava per andarsene a letto quando fu battuto al suo uscio.
—Chi è?—domandò.
—Apri, sono io, Giuseppe.
A quella voce, a quel nome, il sangue di Gennarino si rimescolò tutto, la sua mano tremante corse al revolver, ma fu un lampo, che ritornò calmo e con voce abbastanza ferma disse:
—Cugino, apro subito,—e andò ad aprire.
—Sono stato a cercarti due volte.
—Vi è qualche cosa di nuovo?
—Ti ho trovato l’impiego.
—A me?
—Sì, perché tanta meraviglia? non restammo combinati che ti avrei trovato lavoro?
—Grazie; non era meraviglia la mia, ma riconoscenza delle premure che ti dai per me.
—Non sei il mio cugino? Quasi fratello?
—Fratello?.... Sì hai ragione e mi tratti, e mi hai sempre trattato come tale.
—Dunque il posto che ti offro è quello di fuochista a bordo di un rimorchiatore che conduce al largo i barconi della spazzatura. La paga è buona, il lavoro, poco. Poi io sono il padrone dei barconi e capisci che ti si useranno tutti i riguardi.
—Quando entrerò al mio posto?
—Fino da domani se lo vuoi.
—Dove devo andare?
—Al Pier 14, East River.
—Al Pier 14?
—Sì, è là che sono i barconi.
—Va bene ci andrò. A che ora?
—Alle dieci di mattina.
—Grazie cugino.
—Niente Gennarino. E dimmi hai saputo nulla riguardo al furfante che aiutò Rosa a fare quello che ha fatto?
—No,—rispose secco, secco Gennarino chinando il capo perché Giuseppe non vedesse il lampo dei suoi sguardi.
—E cerchi ancora?
—Sempre.
—E se devi lavorare come farai?
—Avrò qualche ora di libertà.
—Basta; se tu hai bisogno di me, pensa che sono interamente a tua disposizione.
—Di nuovo cugino, grazie.
—A domani adunque; sarò io pure là.
Quando l’uscio si chiuse alle spalle di Giuseppe, Gennarino aveva le mani sanguinanti, durante il colloquio aveva con tanta forza stretto i pugni che le sue unghie eransi conficcate nel palmo della mano.
—Dio mio, quanto ho sofferto a trattenermi a non sbranarlo!—mormorò il disgraziato.—Ma non perderà nulla aspettando, no, la vendetta sarà più terribile, ed io avrò l’impunità.
Gennarino non dormì quella notte, pensò al mezzo più sicuro, più crudele, per far pagare al cugino il suo iniquo tradimento.
XXXV.
Quasi nello stesso momento che Gerome e Carlo gettavano nella Riviera la sventurata Inez, giungeva alla Quarantena e vi gettava l’ancora la nave “Cristiano I.” che batteva bandiera norvegiese.
La nave aveva gli alberi mezzo rotti, le vele strappate, e la prua fracassata.
Il “Cristiano I.” partito da Copenaghen, fino dagli ultimi di Agosto, era ormai ritenuto perduto, le ultime notizie che gli armatori avevano avuto erano quelle di un piroscafo germanico che avvistò il barco norvegese a un mille cinquecento miglia dalla terra americana, la nave andava lentamente per mancanza di vele ma fece il segnale.—Tutto procede bene.
Nei circoli marittimi naturalmente non si dubitava punto del naufragio del “Cristiano I,” e si segnava fra i perduti nella triste statistica dei disastri marittimi.
Invece la nave di forte e svelta costruzione, non riposava in fondo all’Oceano ed era arrivata con un ritardo di due mesi al suo destino.
Come e perché era restato tanto in mare?
Il “Cristiano I,” aveva dovuto lottare a corpo a corpo, contro terribili cicloni; se la sua costruzione non fosse stata delle più perfette, cento volte sarebbe stato sfasciato dalle onde infuriate.
Una notte mentre imperversava la bufera, i marinai del “Cristiano I.” avevano udito vicinissimo alla nave un urlo disperato di aiuto, e al chiarore di un lampo scorsero un’essere vivente che si dibatteva fra le onde. Il Capitano vecchio lupo di mare, pieno di cuore, di coraggio, e dominato dal pensiero di fare il proprio dovere sempre, e ad ogni costo, gridò:
—Attenti ragazzi, un’uomo è in mare.
—Capitano,—rispose il nostromo,—non è possibile mettere in mare un’imbarcazione, la ingoierebbe come una nocciuola.
—E lo so bene, Oscar,—rispose il Capitano,—ma ordinate che si getti in mare dei salva-gente, dei pezzi di legno, ciò che vi capita, e fate suonare di continuo la campana di all’arme, e manovrate in modo che non ci si allontani di qui.
Gli ordini dati con voce forte e imperiosa furono subito eseguiti, e tutto quello che poteva servire a salvare un naufrago fu gettato in mare.
Il capitano sapeva bene che era difficile, che l’uomo che dibattevasi fra le onde potesse in mezzo alle tenebre afferrare quello che veniva gettato in mare appunto per lui; ma il caso, delle volte poteva favorire il disgraziato.
La tempesta andò calmandosi e quando l’alba cominciò a sorgere il mare era abbastanza calmo.
Il capitano ordinò immediatamente che fosse messa un’imbarcazione in acqua per fare una ricognizione.
Due marinai robusti montarono in una lancia e vogarono allegramente.
L’alba immergeva l’Oceano in una luce dolce, dolce, che andava facendosi sempre più viva, il mare ancora mosso andava spegnendo le sue ire, i due marinai vogavano cantando una melanconica ballata dei loro paesi, mentre con lo sguardo fisso scrutavano se vedessero nessuno.
Ad un tratto uno dei due gridò:
—Là, alla dritta vedo....
—Hai ragione, potrebbe essere ciò che cerchiamo,—rispose l’altro.
I remi manovrati con ardore fecero volare la lancia, che ben presto fu vicinissima ad una trave alla quale era afferrata una donna.
I due marinai gettarono un grido di gioia, arrivavano in tempo a salvare un essere umano e provavano una viva, grande consolazione.
Si avvicinarono alla trave fino che riuscirono ad afferrarla; la donna certo svenuta, era così fortemente stretta alla trave che ci volle del bello e del buono per staccarla, le sue dita parevano di ferro.
Quando i marinai arrivarono a scorgere il volto della donna non poterono trattenere un’esclamazione di meraviglia; ad onta dello stato nel quale si trovava la sventurata conservava la sua splendida bellezza.
I marinai adagiarono nel fondo della lancia la donna, la coprirono con le loro giacché, e vogarono verso il “Cristiano I.” mentre il sole si alzava sfolgorante sull’orizzonte.
Quando da lungi il Capitano vide ritornare l’imbarcazione, col portavoce, gridò:
—Che novità?
—Trovato il naufrago,—rispose urlando con quanto fiato aveva in corpo uno dei rematori.
—Dio sia lodato,—disse come risposta il capitano.
A bordo la disgraziata fu accolta con ogni premura; però il Capitano scorgendo una donna tanto bella aggrottò le ciglia: non gli piaceva di avere a bordo una simile mercanzia, ma bisognava fare di necessità virtù.
Il “Cristiano I.” non aveva ancora subito gravi avarie nella notte della tempesta e continuò il suo cammino.
La donna per un’intero giorno non riprese l’uso dei sensi, tanto che la credevano morta.
Verso sera però5 si mosse, i suoi occhi si aprirono, un gran sospiro le sollevò il petto, poi ricadde nel suo assopimento, che durò fino all’indomani.
Allorché la salvata riprese l’uso dei sensi, girò attorno i suoi occhi tranquilli come se nulla fosse avvenuto.
—Ho fame,—disse in italiano.
Non fu compresa.
Allora il capitano in francese le disse:
—Come vi sentite?
—Ho fame,—rispose pure in francese la donna.
Il Capitano dette un’ordine e poco dopo un marinaio portava una tazza di consumé, e una scattola di carne in conserva.
La donna bevve avidamente il brodo; il suo volto cominciava a riprendere i suoi colori, e appariva ancora più bella.
Quando si fu ristorata il capitano le domandò:
—Come avvenne che vi trovate in mare in piena tempesta?
La donna pensò a lungo, la sua fronte aggrottata diceva lo sforzo fatto per ricordarsi, ma rispose:
—Non lo so!
—Non lo sapete?
—No.
—Eravate a bordo certo di un piroscafo?
—Sì.
—Cadeste dal battello?
—Non lo so.
—Foste trascinata via da qualche onda?
—Non lo so.
—Siete italiana?
—Sì.
—Il vostro nome?
—Maria.
—Andavate in America?
—Sì.
—È impossibile non sappiate per quale avvenimento da bordo del battello vi trovate in pieno Oceano.
Maria pensò un pezzo e poi disse:
—Signore, per quanto interroghi la mia memoria, essa nulla mi dice, vi è una lacuna che tenta invano di riempire, ricordo di essere partita dall’Havre, poi non so più niente.
Maria, la infelice tradita da Carlo, e dal vile seduttore gettata in mare, poiché era proprio lei la salvata, aveva perso ogni memoria del terribile avvenimento, essa ricordava solo di essersi imbarcata, tutto quanto riguardava i giorni trascorsi a bordo, il delitto del quale era stata vittima, non avevano lasciato traccia nella sua mente; forse col tempo con la calma sarebbe ritornata la memoria; ma allora per quanti sforzi facesse non riuscì a ricordare.
Due giorni dopo questo avvenimento il “Cristiano I” fu investito da un tremendo ciclone; capitano e marinai non speravano più, gli alberi della nave cadevano schiantati dalla bufera, le onde avvolgevano la nave che le correnti trasportavano al Nord, con vertiginosa rapidità.
Oramai bisognava rassegnarsi, il capitano non dava più ordini, il timone non manovrava, le vele erano state portate via, la prua a mezzo rotta, tutti aspettavano il colpo di grazia.
Maria non tremava, non aveva paura, col volto sereno guardava il mare scatenato e pareva che quell’infuriare degli elementi la consolasse.
—Maria,—le disse il capitano,—pregate Dio perché siamo perduti.
Maria si gettò in ginocchio, levò gli occhi bellissimi al cielo, congiunse le mani e ad alta voce pregò la Vergine Santa di proteggere la nave.
Capitano e marinai eransi pure inginocchiati aspettando rassegnati la morte.
Quasi improvvisamente la tempesta si calmò; il ciclone era passato.
Quando il capitano dato uno sguardo al mare disse:—Figliuoli, siamo salvi,—quei rozzi marinai baciarono il lembo della veste di Maria; essi credevano che le sue preci avessero fatto il miracolo.
Le correnti avevano allontanato centinaia e centinaia di miglia il “Cristiano I,” dalla sua meta.
All’alba il “Cristiano I,” fu assediato dai “reporters,” il capitano non fece molte parole, e si contentò di dire che forti uragani avevano ritardato il suo arrivo, che non soffrirono né sete, né fame, e che videro la morte ben da vicino.
Di Maria il Capitano non ne disse un motto; sapeva quanto erano indiscreti i “reporters” e non voleva per nulla divulgare la cosa.
Avrebbe fatto il suo rapporto alle autorità e consegnata la poveretta a chi di diritto.
Il capitano, cuore nobile e generoso, erasi affezionato a Maria come fosse sua figlia, e vedeva con dolore avvicinarsi il momento nel quale avrebbe dovuto separarsi da lei.
Anche i marinai amavano la “salvata,” come essi la chiamavano, quella dolce visione di donna ricordava ad essi le fanciulle lasciate nei loro paesi, la sorella, la fidanzata....
E dal giorno che l’avevano vista mentre infuriava la tempesta, alzare al cielo fervida una preghiera, dopo la quale il mare si calmava, la veneravano come una Santa.
XXXVI.
Quando Boni salì da Bernabei e non scorse Inez, domandò:
—Non venne qui una giovane bionda?
—Sì, venne, ma appena mi vide dette un grido e fuggì.
—Le avete fatto paura?
—Non dissi neppure una parola.
—Certo quella disgraziata vi ha preso per uno di quei bruti che la tenevano prigioniera.
—Io?—disse alzandosi Bernabei,—essere preso per un chinese, ma questo non può essere!
—Via, via, messer Bernabei, quando domina lo spavento non si guarda tanto per il sottile. Ma dove sarà andata?!
—Credo che abbia infilato la scala, e via di corsa.
—Avrei voluto interrogarla.
—Per farne che? Non sapete che da quei brutti musi che abitano qui d’intorno ce ne vengono di ogni razza, e di propria volontà. Se sapeste quante ne ho viste da che abito qui.
—Ed è per questo che ve ne andate?
—No, di certo a me preme poco di quei figuri.... Me ne vado perché ho bisogno di una casa migliore di questa.
—Bene, bene, non voglio sapere i vostri interessi. Restate fermo nella promessa che mi avete fatta di cercare gli uomini che vi dissi?
—Sì.
—Ricordatevi, che operando bene verrà giorno che potrò rendervi un segnalato servizio.
—Cavaliere, vi servirò come un cane fedele.... Basta che non entriate nei miei affari particolari.
—Non vi entro perché so, che il lupo perde il pelo, ma il vizio mai. Buona sera messer Bernabei, e ricordatevi di quanto vi dissi.
—Ho una memoria di ferro. Vi bacio le mani, cavaliere.
Quando Bernabei fu solo mormorò:
—Eppure mi piace quel poliziotto italiano; chi mai lo direbbe che io ho relazione con un questurino! Però senza di lui non mi sarei vendicato e forse, sarei al mondo di là.
“Ed ora andiamo a trovare Eugenia, quella briccona mi ha stregato di nuovo; ma questa volta vuole avere la sua libertà. Che avesse un amante?
“Stupido, sarei geloso? Dove la raccolsi non vivono le donne oneste.
Si vede che Bernabei era diventato filosofo.
XXXVII.
Gennarino prese possesso del suo posto a bordo del rimorchiatore “Cap. Day” in qualità di fuochista; sapeva abbastanza d’inglese per potere intendere il macchinista, e faceva il suo dovere in modo da soddisfare tutti.
Chi aveva conosciuto Gennarino prima della morte di Rosa, sarebbe restato ben sorpreso di vedere qual cambiamento era avvenuto in lui, il suo volto era divenuto truce, i suoi occhi un tempo pieni di dolcezza mandavano lampi, non parlava più, e la stessa voce erasi fatta rauca.
Totò lo andava a trovare nelle ore che i rimorchiatori stavano aspettando che il carico fosse pronto e allora soltanto, si tratteneva in lunghi parlari.
Totò raccontava mille cose, mille barzellette, faceva a modo suo la cronaca di Mulberry e quello che più conta, dava informazioni su Giuseppe, il quale, non compariva mai ai barconi fidandosi completamente degli uomini che teneva impiegati.
Totò un giorno dopo la sua solita visita a Gennarino se ne tornava giù verso la riviera con le mani in tasca, fermandosi ad ogni momento guardando i grossi piroscafi in partenza e in arrivo, fermandosi ad ammirare le ceste piene di pesce che venivano scaricate di continuo, deliziato da quell’odore speciale che manda il pesce fresco gocciolante d’acqua di mare.
La giornata era bella, pareva che l’inverno ritardasse e il sole aveva un tiepore primaverile.
Ad un tratto prese vaghezza a Totò di andarsene fino alla punta di una gettata che serviva da “dock” scoperto, dove alcuni ragazzi stavano intenti a pescare.
Totò si divertiva un mondo e non pensava neppure alla zia che lo aspettava; era già più di un’ora che stava fermo attento ai movimenti delle canne da pesca, allegro quando qualche incauto abboccava all’amo, allorché gridò:
—Là, là un morto!
Un morto? i ragazzi si alzarono spaventati e si misero a correre verso la via gridando a squarcia gola.
Totò restò solo, ma per poco, che la folla avendo saputo di cosa si trattava, invadeva il “dock” con quella curiosità, che è una delle caratteristiche degli americani.
Totò fu interrogato da cento persone in una volta.
Il ragazzo non si perse d’animo e disse:
—Là, a due metri da qui, ho visto un cadavere.
Ma non si vedeva più nulla; invano gli occhi degli spettatori frugavano le acque torbide della riviera senza nulla scorgere.
Cominciavano a credere che fosse uno scherzo, e per poco Totò non la passava male, ma sopraggiunse la polizia; un policeman prese per il braccio Totò e gli disse:
—Hai proprio visto un corpo nell’acqua?
—Come vedo voi.
—Va bene; non vi sono barcaiuoli qui vicino?
—Sì, sì,—risposero alcuni,—qui, a due passi.
Ma fu inutile mandarli a chiamare, che si videro delle barche che si dirigevano verso il luogo dove Totò diceva di avere visto il cadavere.
Le barche corsero di qua e di là, ma non trovavano niente.
—Ci ha burlato! ci ha burlato!—si diceva da ogni parte.
La folla però aveva smesso di essere minacciosa, e rideva di quella burla.
—Prendete una pertica uncinata,—disse un policeman,—e cercate bene, il ragazzo sostiene ancora di avere visto.
Fu fatto così; ad un tratto, uno dei barcaiuoli, disse forte:
—Il mio uncino attacca, giurerei che è preso nelle vesti di una donna.
La folla fece un silenzio solenne, tutti erano anziosi di vedere cosa sarebbe venuto fuori.
Il pescatore tirò con forza e si vide sortire dall’acqua un lembo di veste.
—Aiutatemi,—gridò il barcaiuolo.
I compagni accorsero per dargli una mano e ben presto il corpo di una giovane bionda comparve, e fu raccolto nella barca mentre dalla folla usciva un grido di orrore.
In tanto la notizia della orribile scoperta erasi divulgata, e il numero dei curiosi era aumentato in modo, che per poco coloro ch’erano nella gettata, correvano pericolo di cadere nell’acqua.
I policemen a forza aprirono un passaggio fra la folla, e si dovette alla loro energia se non succedettero gravi disgrazie.
La barca col suo triste carico, era arrivata allo sbarcatoio; il corpo dell’annegata giaceva in fondo alla barca, il volto per nulla deturpato dalla soffocazione, caso questo rarissimo, destò la generale meraviglia e una grande pietà per la sua bellezza.
—Poverina,—dicevasi nella folla,—così giovane e bella, e ricca anche, perché vedete come è ben vestita.
—Un suicidio per amore forse....
—O un delitto?
—Che come al solito resterà impunito.
—Chi sarà mai? La conoscerà nessuno?
Si udì in lontananza il suono della campana dell’ambulanza, mentre i policemen tenevano indietro la folla, per potere trasportare il corpo dell’annegata.
Quando Inez, (poiché era ben lei la sventurata fanciulla), fu portata verso l’ambulanza qualcuno si accorse che le mani erano legate dietro alle spalle.
A quella vista corse nella folla la voce che l’annegata era la vittima di un delitto, e cominciarono i commenti, i più strani, tutti dicevano la sua, così che dopo due minuti non si sapeva più a chi credere.
In tanto il corpo di Inez fu posto sull’ambulanza, e via di trotto all’ospedale.
La folla a poco a poco si disperse, e nelle vicinanze del luogo dove il cadavere era stato ripescato non restarono che pochi curiosi.
I giornali nelle ultime edizioni della sera col titolo solleticante, “Il Delitto della Riviera,” davano i particolari del fatto, narrando per fino come erano le vesti, i calzoncini, la camicia dell’assassinata.
I giornali aggiungevano che in quanto agli autori del delitto nessuno ne sapeva niente e che la polizia faceva le più attive pratiche, per sapere chi fosse la vittima sventurata.
Certo la morta apparteneva a ricca famiglia; scopo dell’assassinio non era per certo stato il furto perché fu ritrovato negli abiti il portafoglio contenente più di cento dollari, e al dito un grazioso brillante di prezzo.
I medici ebbero a constatare che la disgraziata poco prima di morire era stata fatta segno alle più oscene violenze. Questa dichiarazione medica fece credere alla polizia che la fanciulla fosse stata vittima di una banda di quei mascalzoni che di notte stanno in agguato nelle vicinanze dei “dock”, e che sono conosciuti sotto il nome di “pirati della riviera.”
Per conseguenza Byrnes fece fare una retata di vagabondi, convinto che fra quelli si dovessero trovare i colpevoli.
Il corpo di Inez, fu esposto alla Morgue dove Gerome e Carlo, ebbero il coraggio di andarlo a vedere.
I due miserabili innanzi alla loro vittima non ebbero un sussulto, non provarono nessun rimorso.
Per tre giorni la folla accorse a vedere l’assassinata senza che nessuno la riconoscesse.
Il mistero che circondava quel delitto faceva andare in bestia Byrnes, che naturalmente si rifaceva con i suoi sottoposti.
Dikens dopo il fiasco fatto per il furto dei gioielli dell’Hotel Martin, era di una tal timidezza che non si azzardava neppure a parlare.
L’agente,sebbene il suo capo gli avesse detto di non occuparsi di cercare il giovane italiano che aveva venduto la valigia, contenente gli oggetti rubati, pure non si dava per vinto, e zitto e quieto continuava le sue indagini che non approdavano a nulla.....
Il terzo giorno che Inez era sulle nere tavole della Morgue, Dikens si recò al triste edificio per curiosità, sentiva tanto parlare del delitto della riviera e per quanto le ricerche non fossero state affidate a lui, volle vedere la bionda vittima intorno alla quale i giornali facevano tanto lirismo.
Dikens quando fu innanzi alla tavola dove dormiva l’ultimo sonno la sfortunata fanciulla, gettò un grido di meraviglia, nel riconoscere nella morta la signora dell’Hotel Martin, da lui pochi giorni prima lungamente interrogata.
Dikens lasciò a precipizio la Morgue, e si recò difilato da Byrnes.
—Qualche cosa di nuovo?—domandò il capo della polizia vedendo il volto di Dikens raggiante.
—Altro che!
—Lesto parlate...
—Lasciatemi riprendere fiato...
Byrnes fece un moto d’impazienza.
—Ecco qua; invano cercavate come si chiama la donna che fu gettata nella riviera, io vi porto quel nome.
—Davvero Dikens?
—Sicurissimo. Il suo nome è Inez Valieri, ed è la stessa alla quale vennero portati via i gioielli all’Hotel Martin.
—Dite da senno?
—Del migliore mio senno; vengo ora dalla Morgue, un triste luogo dove prendono i brividi.
—Infatti,—disse Byrnes dopo avere pensato alquanto,—le cifre della biancheria erano appunto con un I e un V. Ma questa donna non aveva marito?
—Sì, almeno come mi disse.
—E il nome del marito lo sapete?
—No, ma potremo trovarlo sopra i registri dell’Hotel Martin.
—Come mai questo marito non si è fatto vivo?
—Già, perché non si è fatto vivo?—ripeté come un eco Dikens.
—La cosa non è chiara, ora più di prima, bisognerebbe sapere qualche cosa di questo marito.
—Mi consta che è partito da New York.
—Basta, è già qualche cosa sapere come si chiama l’assassinata, il resto verrà poi. Bravo Dikens!
L’agente si fece rosso dalla gioia come un papavero, gli capitava poche volte di sentirsi dire bravo.
Byrnes rifletté alquanto, e poi disse:
—Più ci penso e più mi pare strana la condotta dell’uomo che si diceva marito di questa Inez Valieri, una donna che almeno dal nome non pare americana.
—No, disse Dikens—era francese.
—Bisogna trovare quel marito, Dikens!
—Lo troveremo.
—Ci conto... Si tratta di farci onore. Per tanto manderò l’ordine perché la morta sia seppellita; i fotografi hanno già fatto i ritratti.
“Voi Dikens occupatevi di sapere dove si può essere ficcato il marito dell’assassinata, io ho in idea che trovato lui, si sia trovato l’assassino.
Dikens salutò il suo capo, e se ne andò che era cresciuto almeno un palmo poiché camminava impettito che faceva gusto a vederlo.
XXXVIII.
Eugenia aveva acconsentito a tornare con Bernabei a patto che le lasciasse la più grande libertà; la perversa creatura amava, amava per la prima volta in vita sua e chi le aveva fatto battere il cuore era il conte Carlo.
Anime perverse si erano intese, esseri depravati si compendiavano a meraviglia.
Eugenia aveva rivisto Carlo nella tana di Bowery e gli aveva dato l’indirizzo della palazzina dove Bernabei la teneva signorilmente alloggiata, e nelle ore che il vecchio aveva ordine di non stare in casa, Carlo andava a godersi la sua bella.
Bernabei non era più geloso, gli bastava di possedere Eugenia,poco gli importava che il possesso fosse diviso con altri. Se però avesse saputo che Eugenia amava realmente, allora non lo avrebbe tollerato, ma egli credeva che fossero dei capricci di donna depravata e non ci guardava più che tanto.
Carlo dopo che erasi scoperto come l’annegata fosse Inez, aveva perduto Gerome; il furbo francese visto che non eravi più nulla da guadagnare col conte italiano prese il volo per ignoti lidi, lasciando il suo compagno al verde.
Gerome erasi contentato di scrivere al conte un biglietto così concepito:
Non tira buon vento,dividiamoci, ci ritroveremo poi.
Carlo senza il suo complice era un uomo morto; non aveva energia, pronto a qualunque delitto non sapeva come eseguirlo, Gerome era la mente che dirigeva, e anche per barare al giuoco aveva bisogno che il suo maestro fosse là a consigliarlo a dargli coraggio, e rassicurarlo.
Così che, presto il conte si trovò senza un soldo e allora non ebbe vergogna da farsi dare del denaro da Eugenia, e la fanciulla era ben lieta da potere mantenere il suo amante e per ciò continuamente chiedeva del denaro a Bernabei e quando il vecchio non buttava abbastanza, essa usciva a fare un giro per la città, vendeva i suoi baci per far denaro, che dava con gioia all’amante.
Sul principio Carlo provava una certa ripugnanza; ma poi ci si abituò in modo che gli pareva la cosa la più naturale del mondo.
Tutto andava per il meglio, la polizia non aveva scoverto l’assassino o gli assassini di Inez, e il furto dei gioielli era dimenticato; pareva che il conte Carlo avesse il diavolo dalla sua tanto era fortunato; ma invece l’uragano si addensava sull’orizzonte e presto sarebbe scoppiato terribile.
XXXIX.
Al tiepore quasi primaverile dei primi giorni d’inverno era subentrato un freddo da Siberia, la neve era caduta in gran quantità, e quindi ghiacciata nelle vie, non si poteva togliere che a colpi di piccone.
La riviera era ingombra di ghiaccio e in alcuni punti la navigazione riusciva difficilissima.
Fu durante quel freddo eccezionale che gli uomini addetti al trasporto delle spazzature della città, uomini che dipendevano da Giuseppe, si posero in sciopero domandando un aumento di paga, perché erano aumentati i pericoli e le fatiche.
Giuseppe non volle saperne, e siccome era testardo così non scese a nessun accomodamento, e siccome ad ogni barcone ci voleva un sorvegliante, così ebbe il coraggio di occupare la piazza di uno scioperante, tanto per far vedere che lui poco si curava del pericolo.
—Gennarino,—gridò dal barcone Giuseppe,—questa notte ci sono io a bordo del n° 3, avvisa il capitano che desidero partire il primo.
Gennarino a sentire risuonare la voce di Giuseppe aveva trasalito vivamente, non ostante rispose:
—Vado subito, cugino.
—Facciamo presto perché fa un freddo da lupi.
Il barcone dove era Giuseppe dieci minuti dopo attaccato al rimorchiatore prendeva il largo; soffiava un vento glaciale, la notte era buia, buia. A volte a volte, la prua del rimorchiatore doveva rompere il ghiaccio per potere passare.
—Cattiva serata,—diceva il macchinista a Gennarino,—e il “boss” per quanto sia riparato, batterà i denti.
—Ben gli sta,—rispondeva Gennarino,—dopo tutto i lavoranti domandavano il giusto.
—Però ci vuole un bel coraggio con una stagione simile, a fare la guardia alla barcaccia.
—Non è mica una signorina, mio cugino Giuseppe.
—Capisco; ma è pericoloso.
—Pericoloso, e come?
—Non è la prima volta che col tempo pessimo come questa notte la gomena che unisce la barcaccia al rimorchiatore si rompe....
—E allora?
—Allora caro mio la barcaccia va alla deriva, e se la bufera seguita può benissimo sfasciarsi contro gli scogli.
—Lo credete?—disse Gennarino che erasi alzato con gli occhi scintillanti.
—Altro che, non è la prima volta.
Gennarino si fece pensieroso, il macchinista si empì la pipa di tabacco, e cominciò a dondolarsi sulla poltroncina di vimini.
Il rimorchiatore continuava la sua corsa stentatamente più si andava al largo e più cresceva l’ingombro dei ghiacci, che urtavano il battello e lo facevano scricciolare.
Nel cielo non brillava una stella, per fino la face elettrica della statua della Libertà pareva perdersi in quelle dense tenebre, da vera notte polare.
Il vento seguitava a soffiare con violenza, era quel vento del nord, che taglia la faccia e fa abbassare il termometro con rapidità vertiginosa.
Tanto il rimorchiatore, quanto i due barconi delle spazzature che trascinava, avevano una corazza di ghiaccio, le onde che a volte a volte, passavano sul battello gelavano si può dire a volo, tanto che sullo stretto ponte del rimorchiatore ad ogni istante si ammucchiava il ghiaccio.
Gennarino di quando in quando, usciva all’aria aperta; non sentiva il freddo, col suo sguardo interrogava le tenebre, con le narici dilatate pareva volesse inebbriarsi nell’aria carica di effluvi salini che veniva dall’oceano in convulsione.
—Amico ai calori?—diceva il macchinista.
—No; ma mi piace questo spettacolo.
—Quale spettacolo che vi è buio come in un forno?
—Io vedo nelle tenebre.
—Come i gatti? Già non mi meraviglio, gli italiani hanno delle facoltà che noi non abbiamo. Guarda però a quello che fai, si sdrucciola maledettamente al di fuori e se tu cadi in mare, resti gelato. Sono parecchi anni che non si è sentito un freddo tanto forte.
—Meglio, così purifica l’aria.
Fecero di nuovo silenzio.
Ad un tratto il rimorchiatore cominciò a rullare in un modo allarmante, di quando in quando, il ghiaccio lo urtava con violenza e allora si sentiva quel rumore di legno schiantato che appare a bordo tanto pauroso.
—Siamo al largo,—disse il macchinista,—fra poco lasciamo andare il carico e ritorniamo, non vedo il momento di essere al sicuro nel “dock.”
Gennarino non rispose; uscì dal locale delle macchine e si diresse verso la poppa, a stento si reggeva in piedi, sdrucciolava ad ogni momento, l’acqua spruzzata dalle onde che s’infrangevano, formava sul suo vestito uno spesso strato di ghiaccio, ma egli continuò, non si arrestò un momento altro che per entrare nella cucina e prendere un accetta, quindi continuò, fino a che fu a poppa, là si fermò e cercò a tastoni la gomena che teneva attaccata la barcaccia delle spazzature, la trovò tutta ricoperta di ghiaccio, allora con la scure dette tre o quattro colpi, il ghiaccio cadde e la gomena fu posta allo scoperto.
Chi avesse potuto vedere in quel momento Gennarino, avrebbe riconosciuto il demone della vendetta.
—Giuseppe, comincio a vendicarmi,—mormorava,—e se tu la scampi troverò un altro mezzo per inviarti a raggiungere la tua druda.
Con quattro colpi bene aggiustati, la corda fu tagliata, il rimorchiatore ebbe un gran sussulto ma il mare era così cattivo che il capitano non si accorse di nulla e il battello continuò la sua rotta.
Quando Gennarino ritornava nel locale delle macchine, il macchinista erasi leggermente assopito, egli si mise con lena ad empire di carbone i forni della caldaia, per nascondere la viva emozione che lo dominava.
Ad un tratto il rimorchiatore si arrestò, la sirena fece intendere due volte il suo fischio, era l’annuncio a quelli delle barcaccie di aprire il fondo perché cadesse la spazzatura.
Il rimorchiatore rimase fermo un venti minuti, poi fischiò tre volte, e si rigirò su se stesso.
Fu facendo questa manovra che il capitano non sentendo nessuna resistenza si accorse, che le barcaccie non erano più attaccate al rimorchiatore.
Fece subito il segnale di fermata.
—Che avviene?—domandò il macchinista col portavoce.
—Si è rotta la gomena, le barcaccie vanno alla deriva.
—Per Dio, è quello che temevo.
—Cosa facciamo?—domandò il macchinista.
—Aspettiamo che spunti l’alba,—rispose il capitano.
—È impossibile,abbiamo poco carbone a bordo.
—Allora ritorniamo a tutto vapore al “dock,” torneremo in condizione da potere giovare a quei disgraziati che sono a bordo delle barcaccie.
Il macchinista aprì le valvole il vapore si precipitò nei serbatoi, e l’elice cominciò a fare le sue evoluzioni.
—Non darei un soldo della loro vita,—disse il macchinista,—se non muoiono affogati, muoiono certo gelati.
—Lo credete?—disse con grande ansietà Gennarino.
—Altro ché, con un tempo così orribile. Me ne dispiace per vostro cugino.
—Anche a me,—rispose Gennarino con accento feroce.
XL.
Giuseppe malediva di cuore di essersi imbarcato sulla barcaccia, per quanto se ne stasse riparato in una specie di casotto, pure il freddo intenso lo faceva soffrire orribilmente.
In quel momento certo comprendeva che i suoi uomini avevano ragione di pretendere un aumento di paga, perché era una vera vita da cani. Lui non sarebbe tornato certo a passare una notte come quella, per qualunque prezzo.
A bordo era solo un paesano, che aveva dovuto portare per forza onde farsi aiutare, altrimenti da solo gli sarebbe stato impossibile abbassare le cataratte del barcone.
—Madonna di Monte Carmelo,—diceva il compagno di Giuseppe,—questa notte geliamo.
—Coraggio Andrea,—rispondeva Giuseppe,—fra poco riprenderemo la via del ritorno, bevete un sorso di whiskey e non ci pensate più.
—Non è vita questa don Giuseppe, no, no, meglio starsene in terra ferma.
Ad un tratto la barca provò una grande scossa, i due uomini barcollarono.
—Accidenti! cosa avviene?—gridò Giuseppe.
Il barcone rullava maledettamente,sbattuto dalle onde.
—Qui avviene qualche cosa di straordinario,—disse Giuseppe, poi a voce alta gridò,—voi del numero 16, sapete cosa è successo?
—No; ma siamo scossi come se si fosse sopra un guscio di noce.
In quel momento si sentì lontano il suono della sirena del rimorchiatore.
—Attento alle cateratte Andrea, è il momento di tirar giù.
Le cateratte furono aperte e le spazzature caddero nell’acqua.
Il barcone alleggerito dal peso rullava più che mai.
Passò un po’ di tempo, poi si udirono sempre più lontani i fischi del rimorchiatore.
—Cosa avviene?—mormorò Giuseppe,—perché il fischio è lontano?
Stava pensando a cosa attribuire quel fenomeno, quando i due barconi si cozzarono insieme, vi fu un momento di grande spavento. Giuseppe a mezzo agghiacciato dal freddo cercava rendersi ragione del perché di quell’urto.
Ad un tratto la luce si fece nella sua mente, non poteva essere altrimenti, doveva essersi rotta la gomena che univa la barcaccia al rimorchiatore.
L’avvenimento era terribile, poiché il salvataggio in quella notte di bufera e di freddo era difficilissimo.
I barconi intanto correvano alla deriva, urtati dai ghiacci, trascinati dalla corrente che li portava al largo.
—Andrea,—disse Giuseppe,—è avvenuta una grave disgrazia, non siamo più attaccati al rimorchiatore.
—San Gennaro benedetto!—piagnucolò Andrea.
—Non è tempo di piangere, ci vuole sangue freddo e calma.
“Fra non molto spunterà l’aurora e sarà facile il salvataggio.
—Sento che morirò prima di giorno, non posso reggermi in piedi, il mal di mare mi tormenta, e il freddo mi uccide,—rispose Andrea.
—Non so che farci, la colpa non è mia.
—Ve lo avevo detto di non imbarcarvi.
—Bando ai discorsi inutili, rannicchiamoci alla meglio nel casotto e aspettiamo l’alba.
L’aspettativa fu lunga, quattro ore passarono prima che l’alba, una grigia alba invernale comparisse.
Giuseppe ed Andrea erano attrappiti dal freddo, quando incominciò a far giorno ripresero coraggio, ma fu per poco, che il mare apparve coperto da una densa nebbia.
Il barcone appariva come un gran pezzo di ghiaccio galleggiante, non essendo scoperto un sol pezzo di legno.
—Se la nebbia non se ne va,—pensò Giuseppe,—sarà impossibile vederci e allora siamo perduti.
Il freddo continuava con una rigidezza straordinaria, e ad ogni momento grossi pezzi di ghiaccio minacciavano d’infrangere il barcone come se fosse stato di vetro.
Passò l’intera giornata, al freddo si aggiunsero gli stimoli di fame, e i due disgraziati dovettero nelle fessure del barcone,cercare se vi fosse qualche rifiuto da potere mangiare; ma non trovarono che fradiciume.
La bottiglia del whiskey era finita, non avevano più nulla da ristorarsi, e per calmare la sete prendevano in bocca dei pezzi di ghiaccio che dava loro la stessa sensazione,come se masticassero carboni ardenti.
Giuseppe quando vide che scendeva la notte, non sperò più, bisognava morire di fame e di freddo in mezzo all’oceano!
In quanto ad Andrea pareva già morto, e se ne stava senza movimento nello stretto casotto.
Giuseppe a mala pena si reggeva, le sue mani, i suoi piedi impietriti dal freddo non poteva muoverli.
Una sete ardente lo divorava, a volte a volte, avrebbe voluto gettarsi nel mare e finire di un colpo solo quel martirio inaudito.
Ma la speranza, ultima sempre a perdersi, che qualcuno venisse in suo aiuto lo tratteneva.
La notte era stesa di nuovo più buia, più paurosa della prima; allora Giuseppe si gettò in ginocchio e pregò, pregò a lungo perché il cielo venisse in suo soccorso. Domandò perdono delle sue colpe, confessò nella solitudine di quel momento supremo le sue colpe, i suoi delitti, poi cadde affranto, sul ponte del barcone.............
XLI.
Allorché il rimorchiatore fu di ritorno al Pier 14, il capitano ordinò che fosse fatta una copiosa provvista di carbone, e in pari tempo dette notizia dell’accaduto alla polizia.
Fu deciso che due rimorchiatori allo spuntare dell’alba avrebbero tentato il salvataggio dei barconi.
Gennarino pareva trasformato, le rughe della sua fronte eransi spianate, e di quando in quando, il sorriso gli sfiorava le labbra.
Il disgraziato assorto interamente nella sua vendetta, non aveva nessun senso di pietà per gli sventurati che dividevano la sorte di Giuseppe; una sola cosa lo dominava, il pensiero che il drudo di sua moglie si dibatteva, forse, a quell’ora nella più terribile agonia.
Gennarino interrogava i vecchi marinai che discutevano sull’accaduto, e tutti erano unanimi nel dire, che il pericolo era dei maggiori e se gli sfortunati non venivano ingoiati dalle onde, certo morivano gelati, poiché la temperatura si manteneva glaciale.
Alle 6 il capitano dette ordine della partenza e due rimorchiatori, lasciarono il Pier 14, dirigendosi al mare.
Gennarino avrebbe potuto essere dispensato dal servizio avendo lavorato la notte, ma volle restare a bordo, gli premeva troppo di vedere con i suoi occhi ciò che avveniva.
Per tutto il giorno nella nebbia densa, fra i fischi paurosi delle sirene, i due rimorchiatori cercarono le barcaccie senza trovarle, e quando la notte scese dovettero ritornare in porto senza avere scoperto traccia dei perduti.
Intanto i giornali avevano raccontato il triste episodio e la colonia italiana,era vivamente impressionata sulla sorte degli sventurati.
—Nessuno però aveva compassione di Giuseppe. Perché era a bordo?
Per fare onta ai lavoratori che volevano un aumento di paga essendo il lavoro al quale erano adibiti, grave e pericoloso.
Ben gli stava a quel “boss” senza cuore e coscienza.
Nessuno difendeva Giuseppe e quelli stessi che al suo cospetto erano i più rispettosi caricavano la dose.
Una compassione grande era invece per tutti gli altri, i poveretti avendo bisogno di pane per le loro famiglie avevano accettato ogni condizione e perdevano miseramente la vita.
In Mulberry non si parlava d’altro, e quando il vento ghiacciato entrava nei “barr-rooms” dalle porte aperte, molti dicevano:
—E quei poveretti che sono in mezzo al mare, con questo freddo!
E allora si domandavano notizie, particolari, alcuni dicevano che le barche erano ritrovate, altri che si erano sfasciate contro gli scogli; qualcuno inventava le cose più straordinarie, e il racconto pietoso dai luoghi pubblici passava nelle famiglie, e la gente stando intorno alla stufa rossa crogiolandosi al caldo, aveva un pensiero di commiserazione per quei compaesani, che si morivano di freddo e di fame!
Anche Ferroni e Boni erano addoloratissimi di quanto accadeva.
Boni diceva franca la sua, se si fosse trattato soltanto di quel Giuseppe cugino della Rosa, non avrebbe certo pianto, perché oramai su quel bel tomo erasi fatto un’opinione tutt’altro che bella.
L’ex-ispettore credeva molto al proverbio, (voce di popolo, voce di Dio), e la voce del popolo non suonava in favore di Giuseppe.
Ferroni aveva offerto un premio a chi ritrovasse le barcaccie; e molti erano decisi a mettersi con lena alla ricerca dei perduti.
Passarono due notti e due giorni senza che fosse possibile scoprire la traccia dei naufraghi; oramai ogni speranza pareva perduta, il tempo continuando ad essere orribile, le ricerche riuscivano difficilissime e pericolose.
Si era telegrafato a tutti i punti della costa; ma nessuno sapeva dare la benché minima notizia.
La convinzione era in tutti, che anche dato il caso che le barcaccie non fossero state distrutte fra gli scogli, nessuno di coloro che erano a bordo sarebbe stato trovato vivo.
Gennarino esultava, la sua vendetta era riuscita, l’inchiesta, una di quelle solite inchieste superficiali che non approdano a nulla, aveva dato per risultato di fare ammettere a disgrazia la rottura della gomena che univa i barconi al rimorchiatore, a nessuno sarebbe venuto in mente neppure d’immaginare che fosse effetto di un’opera criminosa, di un delitto.
Il marito di Rosa si era vendicato in modo terribile, e restava impunito.
XLII.
Il capitano del “Cristiano I,” trasgredendo per la prima volta al suo dovere, non fece nessun rapporto alle autorità riguardo al salvamento di Maria.
Il brav’uomo conosceva quanto sono sofistiche le leggi americane in quanto riguardano i nuovi giunti; e siccome Maria aveva detto di volere restare in America, così per non procurarle noie e disturbi tacque a tutto suo rischio e pericolo.
Il capitano non voleva lasciare Maria senza aiuto e senza appoggi in una città come New York, e si dette premura di cercarle un onesto e buon collocamento.
Maria come sappiamo non ricordava nulla del delitto del quale era stata vittima, ma fatta astrazione da ciò, era in pieno possesso delle sue facoltà.
La poveretta era una di quelle donne delle quali si dice: hanno le mani d’oro.
Il capitano conosceva, perché eragli stato presentato da capitani austriaci, un medico italiano molto stimato a New York; a lui adunque si diresse perché con la sua influenza ottenesse in qualche rispettabile famiglia un posto per Maria, magari anche come cameriera.
Il dottore si impegnò subito a favore della protetta del capitano, e due giorni dopo il posto era trovato e Maria entrava come guardarobiera all’Hotel del Campidoglio.
Sul principio il capitano aveva fatto il viso d’allarme, desiderando che la sua protetta non entrasse in luogo pubblico, ma il dottore lo aveva ben presto riassicurato dicendogli che Maria sarebbe stata bene e al sicuro, come nella più rispettabile casa di questo mondo.
Il vecchio lupo di mare pianse, quando si separò da Maria, e le promise che ad ogni viaggio sarebbe andato a trovarla.
La povera donna era pure vivamente commossa, e quando il capitano stava per lasciarla non poté trattenersi e stendendogli le braccia disse:
—Padre, padre mio!
Il capitano la strinse forte al seno mormorando parole d’affetto, in mezzo ai singhiozzi.
L’equipaggio del “Cristiano I,” il giorno stesso che questo salpava per l’Europa, mandò a Maria un ricco trofeo di fiori e un anello d’oro semplice, ma con una dedica affettuosa.
Maria fu accolta dai padroni del Campidoglio con la massima cordialità, ed essa fin dal primo giorno si affezionò alla sua nuova famiglia.
XLIII.
Le due barcaccie non si erano spezzate contro gli scogli, ma restavano bloccate da grandi massi di ghiaccio, che si ammucchiavano intorno a loro, nascondendole quasi del tutto.
I disgraziati che si trovavano a bordo agonizzavano di freddo e di fame, i primi momenti avevano sperato, poi ogni speranza era perduta, e aspettavano la morte con rassegnazione.
Giuseppe era più morto che vivo, fortuna per lui, il suo compagno destato da quella specie d’intorpedimento dal quale era stato assalito, aveva avuto l’energia di rompere con l’accetta alcuni pezzi della barcaccia e che con grande stento poté accendere, quel calore rianimò alquanto i disgraziati; ma non soltanto di fuoco avevano bisogno ma anche di cibo, e si trovarono ben presto in quel periodo nel quale l’uomo pur di non morire di fame, è pronto a diventare antropofago; Giuseppe e Andrea si guardavano sospettosamente, paurosi che di momento in momento, uno di loro si alzasse armata mano contro l’altro.
Passarono così i lunghi giorni, le interminabili notti; ad aggiungere il loro martirio venivano i fischi delle sirene dei battelli annunzianti che a pochi passi da loro, eranvi esseri viventi che andavano in cerca dei perduti, allora con quanto fiato ancora loro restava gridavano invocando aita, ma la voce fioca, debole, non era intesa e il fischio invece di avvicinarsi si allontanava.
Quando spuntò il quarto giorno il sole comparve sull’orizzonte; la nebbia era scomparsa, e quella gloria di luce, dette un poco di animo a Giuseppe e Andrea.
Con lo sguardo mezzo inebetito constatarono come non dovessero essere lontani dalla riva, perché vedevano una non interrotta distesa di ghiaccio.
Se avessero avuto forza si sarebbero arrischiati su quel ghiaccio, ma erano di una debolezza estrema, e in quattro giorni l’unico loro sostentamento era stato alcune scorze di arancio, e foglie di cavolo trovate negli angoli della barcaccia.
Andrea che conservava un ammirabile coraggio, pensò di fare un gran fuoco.—Il fumo—diceva egli—attirerà qui coloro che ci cercano.
Sotto la sua ascia cadevano i pezzi della barcaccia, era risoluto a dimolirla, se ce ne fosse stato bisogno.
Un pennacchio di fumo si levava da quel falò, e presto o tardi doveva essere scorto.
A bordo dell’altra barcaccia perduta in alto mare accadevano le stesse cose, salvo che i tre italiani avevano avuto l’attenzione di portare dei viveri, e nel casotto del barcone eravi un barilotto d’acqua e una stufa; non era molto, ma quel poco riuscì a rendere meno dolorosa la loro posizione per quanto fosse tutt’altro che bella; e anche essi se non venivano soccorsi, si trovavano a mal partito.
Il “Cap. Day” anche quella mattina prestissimo aveva ripreso la sua corsa; Gennarino cantava allegramente una canzonetta napoletana e metteva grosse palettate di carbone nei fornelli della macchina.
—Gennarino,—gli diceva il macchinista,—avete fatto un’eredità, che da parecchi giorni siete vispo e allegro come non lo foste mai?
—Già, un’eredità,—rispondeva Gennarino—ho ereditato da mio cugino.
—Non ditelo burlando, se siete l’unico suo parente, potete stare sicuro che erediterete.
—Lo credete proprio morto?
—Altro che morto! Quattro giorni in mare con questo tempo, senza viveri, senza fuoco; quei poveretti non dubitate, non soffrono più, e se le barcaccie non sono andate in pezzi, li ritroveremo ridotti in pezzi di ghiaccio.
—Deve essere una morte orribile,—disse Gennarino con gli occhi che mandavano lampi.
—La morte più crudele di tutte,—rispose il macchinista.
Un sorriso sfiorò le labbra di Gennarino, che per nascondere la sua gioia, si chinò, afferrò la pala e pose il carbone nei fornelli.
I rimorchiatori cercarono a lungo, finalmente il comandante del “Cap. Day” scorse la colonna di fumo, che pareva sortire da una scogliera di ghiacci.
Fece subito il segnale di fermata e il rimorchiatore pochi momenti dopo era immobile.
—Che avviene?—domandò Gennarino.
—Ne so quanto te, forse ritorniamo indietro—rispose il macchinista.
Aveva appena finito di dire queste parole che il capitano dal portavoce gridò:
—Vi sono delle novità, mettete la macchina a piccolissima velocità, e state pronto ai miei ordini.
Gennarino uscì sul ponte per vedere di cosa si trattasse, quando scorse la colonna di fumo, non poté trattenere una bestemmia.
—Che fosse quella la barcaccia di Giuseppe?
Il comandante era un bravo marino e manovrò in modo da potere quasi girare torno, torno i massi di ghiaccio per potere scorgere qualche cosa di positivo.
Dall’alto della sua garetta, non vedeva che ghiaccio, la prua del battello urtava i massi che si rompevano e cadevano con gran fracasso.
—Sembra di essere al Polo,—mormorava il comandante,—eppure giurerei che quei disgraziati sono là bloccati ma vivi.
Quell’andare e venire, quel girare, retrocedere e avanzare durò più di due ore; la sirena fischiava in permanenza, e nei momenti di silenzio, pareva al comandante di udire grida di aiuto.
Assolutamente era necessario effettuare il salvataggio prima di notte, ma quando il sole con quella rapidità che gli è propria in inverno scomparve, non era stato ancora possibile scoprire il barcone, né mettersi in qualche modo in comunicazione con i perduti.
—Cristo Santo,—diceva il comandante battendo i piedi, non mi avvenne mai nulla di simile. Mi pare che stendendo la mano li salverei, e non so in quale direzione stenderla. Non me ne anderò per questo, resterò qui l’intera notte, ho in idea che arriverò a salvarli.
Scendeva la notte, una notte buia, che metteva paura.
Gennarino riprendeva il suo buon’umore, quello che era stato impossibile vederlo di giorno figurarsi se si sarebbe scorto di notte.
Vedendo che l’ordine di retrocedere non veniva, domandò al macchinista.
—Dobbiamo restare in crociera tutta la notte?
—Non lo so,—rispose questi.
—Sarebbe bene saperlo, perché sono stanco morto, e mi andrei un poco a riposare.
—Aspetta, lo domando al capitano.
Il macchinista a mezzo del portavoce fece la domanda e gli venne risposto; che fra poco, appena spuntasse la luna continuerebbero le ricerche, che avessero pazienza e che si riparerebbero a terra.
La luna! sarebbe sorta la luna, ma Gennarino malediceva l’astro della notte.
Lo sciagurato era così acciecato dal desiderio della vendetta, che non pensava neppure, che erasi reso colpevole del più orribile delitto, perché insieme a Giuseppe perivano degli innocenti.
XLIV.
A bordo delle barcaccie, che per uno caso erano vicinissimo per quanto non potessero scorgersi, avevano passato l’intera giornata sperando, il sentire a due passi il rimorchiatore che coi suoi gridi di allarme diceva chiaramente che andava in cerca di loro, si erano rincorati, ed ogni volta che l’aria non veniva percossa dal fischio della sirena, gridavano aiuto, con quanto fiato avevano in corpo.
Ma ad onta che ci mettessero tutta la buona volontà, le loro grida erano fioche, fioche ed essi credevano che si perdessero senza essere udite.
I poveretti erano tanto sull’una che sull’altra barcaccia in uno stato da far pietà, alcuni giacevano come morti.
Giuseppe soffriva orribilmente, le sue mani piagate dal freddo, gli davano acuti dolori; Andrea aveva demolito una buona parte del barcone per far legna; tanto che Giuseppe gli diceva:
—Finiremo col morire bruciati.
—Meglio così,—rispondeva Andrea,—sarà meno doloroso che morire gelati.
Per tutta la giornata sentirono meno le loro pene, anche i stimoli della fame acquietati dalla speranza della salvezza, si fecero sentire meno crudelmente; ma quando la notte scese buia e paurosa, allora restarono accasciati, vinti, e aspettavano rassegnati la morte.
Andrea non poteva darsi pace, esso aveva moglie e figli dei quali era l’unico soccorso, il solo aiuto; che cosa sarebbe stato di lui!
Fu preso da una collera furiosa contro l’uomo che lo aveva trascinato a bordo di quella barcaccia, e divenne minaccioso, terribile; Giuseppe a mezzo svenuto udiva i propositi di vendetta di Andrea, e aspettava di momento in momento di essere ucciso.
—Rispondi canaglia,—diceva Andrea,—se tu avessi pagato meglio i tuoi operai, né io, né te, saremmo qui a morire come cani, di fame e di freddo.
“È la tua ingordigia, la tua rapacità, che perde te e me.
“Ma te lo meriti che non facesti altro che furfanterie in vita tua, rubando ai lavoranti, sfruttandoli sempre, e li portasti fino dal tuo paese per meglio tosarli quei pecoroni e ci riuscivi a meraviglia.
—Andrea! Andrea!—mormorava con un fil di voce Giuseppe.
—Ebbene, morirò, ma tu mi precederai, almeno avrò il piacere di vederti spirare prima di me, io vendicherò tutti coloro che tu hai offeso, ingannati, traditi.
E in ciò dire alzava la scure, pronto a colpire.
Quell’operaio buono, onesto, laborioso, diveniva pazzo in quel momento di angoscia inenarrabile e stava per macchiarsi di sangue.
Giuseppe erasi potuto mettere in ginocchio e con rotto accento domandava pietà.
—Nessuna pietà per un birbante come te,—gridava Andrea che pareva infuriarsi sempre di più al suono delle sue parole.
—Basta, è finita—pensava Giuseppe,—dopo tutto era meglio; tanto la morte non si sarebbe fatto aspettare a lungo.
Il fuoco erasi spento, e Andrea nelle tenebre con lo sguardo acceso cercava il punto dove avrebbe colpito la sua accetta, quando a tastoni trovò dove stava Giuseppe, gettò un ruggito di gioia alzò l’arma pericolosa e.......
Stava per menare un colpo tremendo quando comparve la luna, e nello stesso tempo, risuonò vicinissimo la sirena del rimorchiatore.
Gli cadde la scure di mano, quella luce, quel fischio gli avevano ridato la ragione, e pensò con raccapriccio al delitto che stava per commettere.
XLV.
La luna illuminava la riviera con la sua bianca luce, che sfolgorava sopra i ghiacci, che avevano scintilli da pietre preziose.
La temperatura erasi addolcita, e chi sa che fra poco il sereno del cielo non fosse coperto da nubi cariche di neve per cui bisognava far presto ed approfittare della luce che senza risparmi dava l’astro della notte.
Ad un tratto il comandante vide rosseggiare fra i ghiacci; non eravi più dubbio i barconi o almeno uno dei barconi doveva essere in quella specie di fortezza formata dai ghiacci.
Dette ordine di mettere la macchina a metà vapore e volse risoluto la prua, verso la scogliera artificiale.
Quando il rimorchiatore urtò i ghiacci scricchiolò come se dovesse sfasciarsi.
—Per Dio,—disse Gennarino,—per salvare gli altri andremo a picco noi.
Una seconda scossa subentrò alla prima, perché il comandante ordinava di avanzare, quindi retrocedere per avanzare poi di nuovo, volendo rompere la barriera che si frapponeva fra lui e le barcaccie.
Dopo un’ora di questa manovra, interi blocchi di ghiaccio erano crollati con gran fracasso e il rimorchiatore era in più punti danneggiato.
Il comandante non si scoraggiò e continuò l’opera sua; o sarebbe egli pure perito, o avrebbe ritrovato le barcaccie.
Ad un tratto, dopo essere caduta con un rumore indiavolato una quantità di ghiacci, il comandante scorse poco distante ritti sopra un’oggetto che pareva un pezzo di ghiaccio più grosso degli altri, degli uomini che facevano dei segnali.
Visti alla luce della luna, su quel masso luccicante, quelli uomini parevano fantasmi abitatori di qualche ignota regione.
—Coraggio ragazzi,—gridò il comandante dalla sua garetta,—sono qui io.
Il macchinista sentendo quelle parole dette un sospiro di sollievo.
Gennarino un ruggito d’ira, e corse sul ponte, quando vide che erano più di due le persone che invocavano soccorso respirò, quella non era la barcaccia dove stava Giuseppe.
Per prima cosa fu gettata una corda a bordo della barcaccia, dove fu legata solidamente; il rimorchiatore non poteva avvicinarsi molto al barcone, ed i lavoratori tenendosi alla corda compirono la breve traversata camminando sul ghiaccio.
Quando furono tutti a bordo del rimorchiatore, con moto spontaneo si gettarono in ginocchio e dopo avere ringraziato Iddio,rivolsero un commovente ringraziamento al comandante.
I poveretti erano in un gran misero stato, per quanto non fosse mai mancato loro il fuoco, e avessero avuto la fortuna di trovare maggior numero di marciumi fra le fessure della barcaccia, a bordo della quale avevano dato una caccia spietata ai sorci, che mangiavano poi arrostiti sulla brace.
Il comandante fece dare loro del whiskey, che gli rinforzò alquanto; poi seguitò le sue ricerche.
I salvati gli dissero come l’altra barca dovesse essere a pochi passi di distanza, poiché durante il giorno avevano visto il fumo, e pochi momenti prima una voce minacciosa.
Il comandante seguitò l’opera sua.
Il macchinista annunziò che il battello faceva acqua, il comandante rispose, che voleva compiere il suo dovere fino alla fine.
Gennarino era tanto arrabbiato, che sarebbe salito volentieri sulla garetta dell’ostinato comandante e lo avrebbe sbranato.
Il rimorchiatore continuava a rompere il ghiaccio; all’improvviso si sentì un gran colpo, il battello aveva urtato in qualche ostacolo.
Quell’ostacolo era la barcaccia dove agonizzava Giuseppe.
Per poco il rimorchiatore non andava in pezzi, fu un vero e proprio miracolo.
Il comandante fece fermare e gridò:
—Ragazzi da questa parte, sono qui per salvarvi.
Andrea comparve dopo un poco di tempo sulla sponda della barcaccia e disse in italiano:
—Che Dio vi benedica.
—È Giuseppe?—domandò con voce affannosa Gennarino.
—Non so, non dà più segno di vita.
—Cosa dice?—richiese il capitano a Gennarino.
—Dice che il suo compagno è morto.
—Ebbene, bisogna prenderne il cadavere,—Charles,—disse poi rivolto al macchinista,—andate insieme al fuochista a bordo della barcaccia, e prendete il corpo di quel disgraziato.
Charles obbedì, e seguito da Gennarino si arrampicò sulla barcaccia, a stento però che sdrucciolavano maledettamente sulla scorza di ghiaccio che ricopriva il legno.
Quando giunsero a bordo, Gennarino domandò ad Andrea:
—Dove si trova Giuseppe?
—Là, vicino al casotto, rispose con voce tremante l’interrogato.
—L’avete scampata bella!
—Certo paesano; ma vi è stato un momento che era tanta e tale la mia disperazione, che volevo uccidere Giuseppe, ritenendolo responsabile della morte orribile alla quale andavo incontro.
—Volevi ucciderlo? E non l’hai fatto?—gridò Gennarino con voce terribile.
—Non accusatemi, ero pazzo.
—Non dubitare,—rispose Gennarino che digrignava i denti dal furore.
Quando giunsero presso Giuseppe, il macchinista disse:
—Porteremo a bordo un morto, è qui stecchito che sembra sia spirato da dieci giorni.
Gennarino fremente di gioia, con le mani tremanti tastò per tutto il corpo suo cugino, non sentiva che il gelo del cadavere, il cuore non batteva; l’uomo che odiava era proprio morto.
—Prendetelo per la testa,—disse il macchinista,—io lo prenderò per i piedi.
—Subito,—rispose Gennarino che era ritornato allegro.
Durarono fatica a trasportarlo, ad ogni istante sdrucciolavano; quando giunsero alla sponda, il comandante aveva messo una scaletta di quelle a corda, che fermata alla barcaccia e al rimorchiatore, faceva una specie di ponte.
Scese per il primo Andrea, quindi il macchinista e Gennarino portando il corpo inanimato di Giuseppe.
—È morto?—gridò il comandante.
—Credo di sì, capitano.
—Basta, credevo che le vittime fossero in maggior numero, possiamo contentarci.
Quando furono sul rimorchiatore, il capitano esaminò con cura Giuseppe; con un coltello gli aprì i denti e gli versò del whiskey in bocca, ma non il più piccolo movimento indicava che il disgraziato fosse vivo.
Ma il comandante era testardo, ci teneva a ritornare a New-York, e dire:—tutti sono salvi.
Ordinò a Gennarino di chiamare due uomini per dire loro che spogliassero Giuseppe e quindi ne fregassero il corpo con del whiskey.
Così fu fatto e le fregagioni cominciarono; le carni di Giuseppe erano paonazze avevano la durezza del marmo.
Gennarino con un sorriso enigmatico sulle labbra, coll’occhio fisso e ardente contemplava l’uomo che gli rubò la moglie, che lo aveva disonorato.
Una gioia immensa gli invadeva il cuore a pensare alle torture che doveva avere provato nella spaventosa agonia, e chiamato Andrea a se vicino si faceva raccontare tutt’i particolari provando una voluttà grande....
Ad un tratto il macchinista gridò:
—Comandante l’uomo non è morto, si è mosso.
Gennarino si sentì mancare, le gambe gli si piegarono sotto, tanto che il capitano gli disse:
—Diamine paesano comprendo la vostra gioia, ma svenire come una donnicciuola.
—Cosa volete comandante,—rispose con voce sorda Gennarino,—è mio cugino, il mio caro cugino.
Il macchinista aveva ragione, Giuseppe si era mosso, la vita non del tutto spenta ritornava a prendere possesso di quel corpo.
A poco a poco, Giuseppe aprì gli occhi, poté ingoiare un poco di whiskey, e poi ricadde in una specie di letargo.
La luna era scomparsa e il rimorchiatore riprese la via del ritorno, difficile ritorno in mezzo alle tenebre, e ai ghiacci.
Quando da lungi comparve la face elettrica della statua della Libertà, il comandante gettò un sospiro di sollievo.
Quando il rimorchiatore entrò nel “dock” cadeva la neve con una violenza inaudita.
Pochi momenti dopo i “reporters” dei giornali erano a bordo del “Cap. Day” per apprendere i particolari del fortunoso salvataggio, e il comandante dovette prima di andarsi a riposare narrare i particolari del periglioso viaggio.
Giuseppe fu fatto trasportare all’ospedale.
Gennarino aveva offerto di ospitare in casa sua il cugino, ma il medico, stante la gravità del caso, non lo aveva permesso.
—Credete che guarirà?—aveva domandato Gennarino al medico.
—È molto difficile, e in ogni modo le sue mani resteranno per sempre attrappite.
Tutti gli altri se ne andarono alle loro case, arrivarono all’improvviso quando già ogni speranza era perduta, e furono accolti dai parenti con gioia delirante.
Ad onta che fosse passato di molto la mezzanotte, e infuriasse la tempesta di neve, la voce che erano tornati tutti coloro che si credevano perduti, si sparse per Mulberry, si propagò di casa in casa, svegliando nei loro letti coloro che dormivano saporitamente.
Ma nessuno si lamentò di essere stato svegliato, e tutti si riaddormentarono più tranquilli, felici di non avere più l’incubo che gli tormentava di quelle sette creature perse in mezzo al mare.
Del resto, in Mulberry eravi del movimento quella notte, la neve che cadeva metteva in movimento i “bosses” per formare le squadre che avrebbero dovuto spazzare la città, il comune pagava bene e gli italiani erano ben contenti di quel duro, ma rimunerato lavoro.
All’indomani New York, al suo svegliarsi trovò il bianco tappeto, e la neve che di momento in momento, lo rendeva sempre più alto.
I giornali annunziavano il miracoloso salvataggio degli operai addetti alle barcaccie perdute, e fu in tutti un gran sospiro di sollievo.
Un giornale italiano riconoscente per quanto aveva fatto il comandante del “Cap. Day,” aprì una sottoscrizione per offrire al valoroso, una medaglia d’oro, e le offerte piovvero da ogni parte.
XLVI.
La neve cadde tutto il giorno, la circolazione era quasi interamente interrotta, squadre di italiani lavoravano a pulire le vie; ma non riuscivano nel loro intento che appena avevano spazzato, ritornava a rialzarsi la neve.
In quelle squadre di lavoratori sferzati dalla neve, ghiacciati nei loro panni umidi, non erano soltanto operai rotti a quelli aspri lavori, ma gente di civile condizione venuta in America, credendo di conquistare la fortuna e invece soffrivano la fame, scacciati dalle pensioni dove non potevano pagare il vitto e l’alloggio, persi nella vasta città senza risorse e senza aiuto, e costoro sotto la sferza della bufera soffrivano orribilmente, e le lagrime cadevano giù dai loro occhi perdendosi fra la neve, che metteva dei bianchi ricami sulla loro faccia.
Poveretti, essi provavano come sieno amare le disillusioni che aspettano l’emigrante nel paese dell’oro.
E mentre le squadre di operai italiani lavoravano accanitamente perché la vita della grande città non venisse arrestata, dietro ai vetri dei “Bar-Rooms” sogghignavano sprezzantemente le turbe dei vagabondi, lenoni e ubbriaconi che vivono del disonore delle loro amanti, mogli e figlie; e non era difficile che da qualcuno degli infetti saloni, vere tane di malfattori, uscisse l’insulto verso quei “dagos” che commettevano il delitto di lavorare per il bene di tutti.
Fu in quel giorno di “blizzard” che doveva essere seppellita Inez; ma essendo difficilissimo quasi impossibile che il carro funebre potesse andare fino al cimitero, così la pietosa cerimonia fu rimandata.
Forse senza questo incidente, la morte della poveretta sarebbe restata impunita.
XLVII.
Boni l’indomani del “blizzard,” si recò a fare una visita a Byrnes; oramai aveva preso l’abitudine di conversare spesso col capo della polizia di New York, era certo la passione del mestiere, poi sentiva che presto avrebbe avuto bisogno dell’aiuto di Byrnes, perché era tutt’altro che tranquillo, su ciò che avveniva a Melbourne, non avendo ricevuto notizie di Ruiz.
Byrnes accolse con viva gioia Boni al quale subito disse:
—I vostri paesani come saprete furono salvati,e ne sono contentissimo.
—L’hanno scampata bella.
—Sarebbe stato ben doloroso; gli italiani checché se ne dica, sono dei lavoratori bravissimi che meritano ogni riguardo. Vedete, se non fosse per loro, oggi non si camminerebbe per New York, mentre hanno lavorato e lavorano con tanto ardore che tutte le comunicazioni sono riattivate.
—Mi piace il sentire che rendete loro giustizia.
I due poliziotti cominciarono quindi a discorrere del più e del meno; Byrnes non nascose il suo malcontento per non potere scoprire i delinquenti che avevano oltraggiato e assassinato la povera Inez Vallieri.
A quel nome di Inez Vallieri,Boni si scosse, esso ricordava benissimo di avere letto nella nota dei passaggieri della “Champagne” quel nome, e lo disse a Byrnes.
Era bene a sapersi; ma ciò non avrebbe dato gran luce, al fatto doloroso.
Boni domandò, se vi fossero le fotografie della morta, ma il fotografo non le aveva ancora portate.
—E la fanciulla è già sotterra?—domandò Boni.
—No, doveva essere trasportata ieri, ma con quel tempo fu impossibile, e si trova ancora alla Morgue, non più però nella sala della pubblica esposizione.
—Si potrebbe vedere?
—Certo, se io vi faccio un biglietto per il custode.
—Ebbene, fatemi quel biglietto.
—Cosa intendete fare?
—Vedere quella disgraziata.
Byrnes scrisse alcune righe sopra un foglio di carta e lo diede a Boni.
Questi restò alcun poco ancora a conversare e quindi si recò alla Morgue.
Il guardiano appena ebbe letto il biglietto di Byrnes lo introdusse dove riposava l’ultimo suo sonno la disgraziata Inez.
Boni non poté trattenere un grido di sorpresa riconoscendo nella morta, la fanciulla che aveva visto fra le mani dei chinesi.
Provò anche un gran dolore, se egli avesse atteso di più a quella poveretta che toglieva agli oltraggi dei chinesi forse essa non sarebbe stata sulla pietra della Morgue.
Lasciò il triste edificio pensieroso; qual mistero avvolgeva mai quel delitto? Si ricordava che Byrnes sosteneva che doveva essere stata vittima di una banda di vagabondi che oltraggiarono la donna prima di annegarla.
I medici infatti avevano dichiarato che la morta era stata turpemente contaminata, e dicevano il vero; ma Boni sapeva chi aveva oltraggiato Inez.
Ritornò da Byrnes e lo mise a parte di quanto sapeva, l’ispettore restò tanto sorpreso che per un poco stette senza proferire una sola parola.
Bisognava assolutamente cambiare via, e cominciare col mettere in libertà quei vagabondi che la polizia accusava dell’assassinio di Inez; perché certo il delitto era stato consumato da altri.
Boni quando seppe che la morta era la stessa alla quale furono rubati i gioielli all’Hôtel Martin, ed ebbe sentore dei vaghi sospetti che pesavano sul marito di lei scomparso tanto misteriosamente, non esitò a dichiarare che l’assassino di Inez Vallieri,doveva essere lo stesso che aveva rubato i suoi gioielli e non essere difficile che il ladro e l’assassino fosse appunto il marito o l’amante della vittima.
Il delitto prendeva ora l’apparenza più drammatica e romanzesca e Byrnes disse a Boni:
—Vogliamo cercare insieme? Dikens è un bravo uomo; ma non è fatto per brancolare nelle tenebre, ha bisogno della luce meridiana. Non per tanto, non gli dirò di cessare le indagini, se ne accuorerebbe troppo.
—Mi unirò ben volentieri a voi, mio caro Byrnes, perché mi sembra di essere in parte responsabile di questa catastrofe; se io mi fossi curato meno dei chinesi e più della donna, il delitto forse non sarebbe avvenuto.
—Intanto farò una retata di quei mascalzoni luridi che vivono in Mott Street.
—E quando avete arrestato i chinesi, come sosterrete l’accusa? Tutti negheranno, non vi sono prove, quei musi sono dal più al meno tutti compagni, io non riconoscerei nessuno, e il giudice manderebbe tutti a casa e la polizia subirebbe uno scacco.
—Avete ragione; ma è doloroso che in una città come questa, con una polizia che è ritenuta una delle prime, si possano commettere simili furfanterie e restare impunite.
E Byrnes non accorgendosi del sorriso sarcastico di Boni continuò a sfogarsi. Certo lui faceva tutto il possibile, ma eravi del marcio, dei policemen che mangiavano e lasciavano correre, e d’altra parte quando i soldati infedeli venivano colti con la mano nel sacco, bisognava pure difenderli, ne andava del prestigio della polizia. Ciò avveniva in tutto il mondo, era impossibile avere tutti onesti, tutti affezionati e fedeli.
Si doveva a questo, se le case infami si tenevano aperte in ogni luogo, se alla domenica i “Bar-Rooms” erano chiusi da una parte e aperti dall’altra, e se i chinesi potevano compiere impuniti le loro turpitudini, fumare l’oppio, corrompere, traviare, contaminare, fanciulline e ragazzi, fanciulle in fiore e donne fatte.
Ma questa cosa doveva finire, ne andava del suo onore, della sua fama e reputazione.
Boni conveniva pienamente con Byrnes e lo incoraggiava a togliere il male senza pietà e misericordia.
I due amici si separarono assai tardi; la neve non era più sui marciapiedi o in mezzo alla via, ma formava dei mucchi alti, dove i ragazzi montavano, scendevano facendo palle che gettavano ai passanti.
Boni appena tornò a casa fu avvisato che per ben tre volte era stato a cercarlo da parte di Ferroni un giovanotto, che aveva lasciato detto, che a qualunque ora fosse arrivato si recasse subito da lui per cosa della massima urgenza.
XLVIII.
Qualche cosa di grave doveva essere accaduto, poiché Ferroni non avrebbe senza la più seria ragione mandato a cercare con tanta premura Boni.
Certo si trattava di Clara; che fossero giunte notizie da Melbourne e quelle notizie fossero tutt’altro che buone?
L’ex-ispettore prese “l’elevated” e si diresse verso casa Ferroni; era inquieto e nervoso, gli sembrava che il treno andasse come le lumache, non vedeva l’ora di arrivare.
Borbottava contro quella ferrovia che pareva gelata, eppure la velocità era quella di tutt’i giorni, era la stessa magnificata più di una volta da lui medesimo, che spesso aveva detto non esservi che New York per correre lesti e bene.
Ma quella sera era impaziente, aveva la febbre.
Finalmente il treno si fermò in Grand Street, e Boni gettò un sospiro di sollievo; uscì lestamente dal treno, infilò la scala che conduce nella via, e giù a precipizio.
Arrivò a casa Ferroni che aveva il fiato grosso; non appena vide il volto costernato di Ferroni, della moglie sua, e di Righetti, comprese che qualche cosa di grave era avvenuto.
—Ebbene,—disse Boni con voce tremante.
Ferroni gli porse un telegramma e disse:—Leggete.—Boni prese il telegramma, ma sul principio non poteva leggere le lettere turchine sulla carta bianca, ballavano sotto i suoi occhi una ridda indiavolata.
—Cospetto,—disse alla fine,—non posso leggere.
Poi quasi vergognoso della sua debolezza si fece animo e con voce convulsa lesse:
Suor Maria gravemente ferita da un vaioloso, che è riuscito a fuggire.
SUOR AGNESE.
—Miserabile!—tuonò Boni alzandosi, con lo sguardo scintillante.
—È lui, Ruiz il feritore non è vero?—domandò Righetti.
—Sì, è lui,—rispose Boni.
—Per carità che non sappia nulla Vittoria.
Vi fu un momento di silenzio, la Ferroni piangeva.
Ruppe pel primo quel doloroso silenzio Boni, dicendo:
—Prima di tutto è necessario sapere come sta Suor Maria, così vi prego di mandare immediatamente il telegramma che scriverò,—e chiesto carta, penna e calamaio, scrisse.
Poi lesse a voce alta:
Suor Agnese,
Telegrafate senza risparmio condizioni Suor Maria, e tutto quanto può avvenire di nuovo, spese tutte a nostro carico.
BONI—FERRONI.
—Bene,—disse Ferroni,—almeno sapremo con precisione cosa avviene laggiù.
—Mio Dio, mio Dio,—esclamò la Ferroni—salvate la poveretta!
—Su, è inutile disperarsi; speriamo che il male sia minore di quanto crediamo.
—E domani,—mormorò Righetti,—col “Furst Bismarck” sarà qui Leonardi e Fanny.
—È vero,—rispose Boni,—è vero. Leonardi saprà tutto ma non Fanny, è inutile darle un tale dispiacere e metterla in apprensione.
—Vado io stesso al telegrafo,—disse Ferroni.
—Bene, e fate presto.
Ad onta che fosse tardi,in casa Ferroni non avevano ancora pranzato, Boni e Righetti furono invitati a restare a mangiare; Righetti non poté accettare, Vittoria lo attendeva e non voleva farla stare in pensiero.
Il pranzo quella sera fu ben triste, la Ferroni non poteva darsi pace, e Boni non alzava gli occhi, di quando in quando, il suo volto si atteggiava ad ira.
Finito il pranzo, Boni chiese di potere parlare da solo a solo con Ferroni.
Quando i due amici si trovarono nel “parlor,” Boni con voce grave disse:
—Credete che io abbia fatto il mio dovere nel sottrarre Ruiz, alle autorità americane?
—Sì,—rispose Ferroni,—molte circostanze imponevano quello che avete fatto.
—Eppure comincio a credere di essere un gran colpevole, perché Ruiz è libero, e seguita a commettere delitti.
—Nessuno poteva prevedere ciò che è successo; sembra che il destino si diverta a proteggere i birbanti.
—Ho il presentimento che mi troverò innanzi a questo miserabile, e allora, allora guai a lui, non avrò pietà. Fino al giorno che costui non sia in mano della giustizia, io non avrò pace, e mi riterrò colpevole di tutt’i delitti che quella belva commetterà ancora.
—Amico mio, voi agiste nell’interesse di tutti; Ruiz del resto spettava alla giustizia italiana; bando ai tristi pensieri, confidiamo che Suor Maria, la nobile fanciulla sia salva, e prepariamoci a nuove lotte, a nuove vittorie.
Boni senza rispondere stese la mano all’amico, che la strinse con effusione.
Quando ritornarono nella sala da pranzo la Ferroni pregava con fervore per la salvezza di Clara.
XLIX.
Appena spuntata l’alba, Boni si recava a casa Ferroni, aveva passato una pessima nottata, e quando il sonno lo vinse sognò le cose più tristi e spaventose.
Era ansioso di sapere notizie, ma nessun telegramma era giunto da Melbourne.
Boni allora si recò all’ufficio dell’ “Hamburg Line” e chiese notizie del “Fuerst Bismarck” gli fu mostrato un telegramma che annunziava come il piroscafo fosse giunto alla Quarantena, e che fra poche ore sarebbe stato al “dock”.
L’ex-ispettore inviò un telegramma a Righetti, pregandolo di trovarsi fra due ore al “dock” dell’ “Hamburg Line” a Hoboken per salutare gli amici ritornati dall’Italia.
Quindi ritornò da Ferroni; nessuna notizia di Suor Maria.
Verso le dieci si recarono al “dock;” lo splendido piroscafo “Fuerst Bismarck” non era ancora giunto, ma si vedeva maestoso in mezzo alla riviera, lo circondavano due rimorchiatori che portavano la bandiera bianca con lo stemma di “Hamburg,” agli alberi sventolavano le bandiere d’Italia, d’America e della compagnia, a prua era la bandiera germanica.
Sul ponte di comando si vedeva un brulicare di gente, e di quando in quando, quella massa nera appariva punteggiata dal bianco dei fazzoletti sventolati dalle persone di bordo.
Il piroscafo si avvicinava sempre, dalla gettata del “dock,” la folla rispondeva ai saluti di quella di bordo.
Vittoria, Righetti ed Enrico giunsero contemporaneamente ai Ferroni e Boni.
Righetti domandò a bassa voce a Boni.
—Nulla di nuovo?
—No. State attento a Vittoria.
Enrico tirava per la veste la mamma, voleva essere il primo a vedere la bella signora, la sua cara madrina. Il volto del fanciullo era raggiante di gioia.
......disse a Leonardi—Partiremo per Melbourne
Il “Fuerst Bismarck” era giunto innanzi al “dock,” la musica suonava l’inno americano, lo sventolare dei fazzoletti era divenuto febbrile, le mani si stendevano a gettare baci.
Fanny, Leonardi, sua madre e Mr. Spencher in prima linea avevano riconosciuto i loro amici, e si sporgevano dalla balaustrata agitando i fazzoletti, salutando ad alta voce.
Enrico preso in braccio da Ferroni, non si stancava di gettar baci.
Regnava una grande agitazione a bordo, il piroscafo con l’abile manovra dei rimorchiatori aveva preso posto nel “dock” e la folla che era sulla gettata si precipitò sotto la tettoia.
Fu messo il ponte e i passaggieri poterono scendere.
Fanny si precipitò una delle prime giù dal ponte, e si trovò fra le braccia di Vittoria, che l’abbracciò con le lagrime agli occhi.
Il piccolo Enrico fu il secondo a ricevere le carezze di Fanny, che passò poi fra le braccia della Ferroni, di suo marito e di Boni, il quale disse ridendo:
—Io l’ultimo!
La bella sposa, baciò replicatamente il suo salvatore per dimostrargli che era il primo nel suo affetto.
Intanto Leonardi, sua madre e Mr. Spencher erano scesi, e si erano scambiati baci e abbracci affettuosi.
Mr. Spencher chiamò uno dei suoi servi, che aspettava sotto la tettoia e lo incaricò dei bagagli.
Fanny appariva più bella che mai, il suo volto raggiante di felicità era un incanto.
Anche Leonardi aveva una ciera delle più belle e così si dica di Mr. Spencher, il quale pareva ingrassato.
—Signori e signore,—disse l’americano,—vi invito a fare colazione a casa mia, dove del resto siete aspettati, vado a dare gli ordini.
Ferroni e Boni non volevano accettare; ma Mr. Spencher insisté tanto, che dovettero cedere.
Due carrozze della famiglia Spencher aspettavano fuori del “dock” e in quelle presero posto Fanny e i suoi amici.
Leonardi era andato con gli uomini, e le signore avevano preso posto nella stessa vettura di Fanny, la quale non si stancava di domandare notizie di Clara.
Naturalmente Vittoria, che non sapeva nulla, diceva che Clara stava benone e che compieva l’opera sua di carità a Melbourne, dove era esempio di virtù grandi.
—Come rivedrei volentieri la mia cara sorella.
—Ebbene figlia mia,—diceva la Leonardi, scriviamole che ritorni, non vorrà mica stare sempre lontana.
Enrico che era sulle ginocchia di Fanny, ad un tratto disse:
—Come ti sei fatta bella.
—Ti pare mio piccolo amico?
—Più bella di prima.
Fanny baciò Enrico, il quale facendosi ad un tratto serio disse:
—Cosa mi hai portato dall’Italia?
—Enrico!—disse con voce di rimprovero Vittoria.
—Lasciatelo dire, egli fa bene a domandarmi ciò, perché dovevo io dirgli che non mi sono dimenticata il mio piccolo amico.
Enrico batte le mani allegramente.
A sua volta anche Leonardi domandò notizie di Clara, e Boni non volendo dire la verità in faccia a Mr. Spencher, rispose che la brava fanciulla stava bene, e che la sua nobile condotta destava la generale ammirazione.
Leonardi ne fu vivamente commosso.
Erano giunti alla palazzina di Washington Square, i servi aspettavano i loro padroni, e gli riceverono con viva gioia.
La tavola era pronta, e in meno di un quarto d’ora, sedevano a tavola.
La colazione però non fu allegra, per quanto Boni, Ferroni e Righetti si sforzassero, erano preoccupati.
Più volte Fanny disse:
—Amici miei, pare che siate scontenti del nostro ritorno.
Boni protestava, era la commozione che lo faceva tetro; anzi non aveva mai provato tanta gioia.
Fanny raccontava il suo delizioso viaggio, ed era entusiasmata dell’Italia.
Lo stesso Mr. Spencher, aveva imparato delle frasi italiane, e per forza, perché era tanto contento di stare con la madre di suo genero, e questa non conoscendo la lingua inglese, restavano delle ore muti e senza capirsi quando parlavano.
Allora era avvenuto che la Leonardi aveva imparato discretamente l’inglese e Mr. Spencher l’italiano.
Anche il vecchio americano era fanatico del bel paese e se i suoi affari non lo avessero chiamato a New York, ci sarebbe restato un bel pezzo.
L.
L’indomani del ritorno di Fanny, Ferroni se ne stava nel suo studio unitamente a Boni, entrambi addolorati perché nessuna notizia giungeva di Clara.
—Vi è da perdere la testa,—diceva Boni,—eppure il telegramma era esplicito, non comprendo come quella benedetta suora non abbia subito risposto.
—Dubito,—rispondeva Ferroni,—che sia avvenuta la catastrofe.
—No, mio caro amico, non può essere, sarebbe orribile. Del resto vi è un proverbio popolare che dice: nessuna nuova, nuova buona.
—Dio lo voglia!
—Leonardi era deciso a parlare di tutto a Fanny.
—Non lo avete distolto?
—Niente affatto, Fanny è una natura forte, coraggiosa, è meglio che sappia le cose come stanno.
—E Vittoria?
—Lei assolutamente non deve sapere nulla, si trova in uno stato nel quale qualunque emozione sarebbe fatale.
—Come Vittoria è....
—Sì, caro amico, il piccolo Enrico avrà un fratellino o una sorellina.
—Righetti era al colmo della gioia e ora, il pensiero che quel miserabile di Ruiz vive, avvelena la sua esistenza.
—Amico,—disse Boni con voce grave,—mi reputo come il colpevole di tutte le disgrazie che potranno avvenire; ma vi giuro che nessun mezzo lascierò intentato per rintracciare Ruiz e allora allora pagherà il fio dei suoi delitti, e aiuterò le autorità americane a fargli salire il patibolo.
—Caro Boni, ve lo ripeto, voi faceste il vostro dovere; il destino ha voluto farci trovare innanzi al rettile vivo, e più velenoso che mai, ebbene, lotteremo ancora, la nostra causa è giusta, è santa, riusciremo vincitori, qualche cosa mi dice che se la battaglia sarà aspra, la vittoria sarà completa.
—Speriamo.
—Ditemi come spiegate il perché Clara, dall’ultima lettera che ci scrisse, ci lasciò sempre senza sue nuove? quel silenzio è inesplicabile, e sì che del tempo ne è passato.
—Bisogna credere che una qualche lettera sia smarrita, perché è impossibile che la brava ragazza non abbia scritto ai suoi amici.
Il colloquio fu interrotto dal tintinnio della suoneria elettrica, che annunziava una visita.
—Che sia il fattorino del telegrafo?—disse Boni alzandosi.
—Può essere benissimo.
Entrò la cameriera portando un biglietto da visita, che porse a Ferroni, il quale, appena lo ebbe letto, gettò un grido di gioia.
—Che fu?—disse Boni.
—Leggete, leggete.... E voi Mary fate entrare subito quel signore.
Anche Boni non poté trattenere un esclamazione di gioia nel leggere sul biglietto:—J. Charles Wilson, vengo da Melbourne vi porto notizie di Suor Maria.
J. Charles Wilson entrò. Era un giovine simpatico, elegante, vestito con quella semplicità signorile che indica subito il gentiluomo perfetto.
Rivolgendosi a Ferroni disse:
—Ho bene il piacere di parlare a Mr. Ferroni.
—Mi conoscete?
—Non ho l’onore di conoscervi personalmente, ma Suor Maria mi ha parlato dei suoi amici, mi ha fatto così bene il loro ritratto che li riconoscerei fra mille, come riconosco il signore che certo deve essere il Cav. Boni.
Ciò dicendo Mr. Wilson stendeva le sue mani inguantate agli amici di Suor Maria, che le strinsero con effusione.
—Ebbene signore,—disse Boni passato il primo momento di stupore e di emozione,—ci portate notizie di Suor Maria?
—Giungo in questo momento da S. Francisco, dove sei giorni fa, sbarcavo dal “Victoria” proveniente da Melbourne.
—Cosicché da circa venti giorni mancate dall’Australia?
—Da ventidue.
—E prima di partire vedeste Suor Maria?
Il giovane si fece rosso, rosso, una viva emozione lo dominava, e con voce dove si sentiva il pianto rispose:
—Sì, vidi quell’angelo benedetto, al quale debbo la vita.
—Voi?—Interruppero ad una voce Boni e Ferroni.
—Sì, io. Qual mi vedete, fui colpito dal vaiuolo a Melbourne, condotto al Lazzaretto avrei certo lasciato la vita colà, se al mio letto non avesse vegliato quell’angelo fatto donna che è Suor Maria, la donna che a ragione chiamavano “la santa.” Essa era la consolatrice di tutti, più che le medicine, servivano le sue parole di conforto e di speranza.
Boni e Ferroni non parlavano, grosse lagrime scendevano giù dai loro occhi, ed essi non facevano nulla per trattenerle.
—Piangete?—continuò il giovane,—ed infatti è cosa che strappa il pianto a pensare all’abnegazione, al coraggio di quella nobile fanciulla. Bisogna essere stati nella lunga paurosa corsia di un Lazzaretto, affetti da malattia che desta ripugnanza e spavento, per potere comprendere quanto bene facciano quelle suore, veri soldati del dovere, che passavano in mezzo a tanta miseria, asciugando lagrime, rinfrancando i cuori, calmando le smanie di quei disgraziati segregati dalla società, lontani dalla famiglia, separati dal resto del mondo, il quale non vuole i vaiuolosi in mezzo a lui.
“Prima fra tutte, notte e giorno, serena nel volto, con lo sguardo sfolgorante di una luce, che sembrava l’aureola dei martiri;Suor Maria, instancabile, al letto degli infermi, serva fedele, attenta, affettuosa, come una sorella, una figlia, un amante. Ah! signori quella figura angelica, che intravidi nel momento del delirio, che allontanò da me la morte; non la dimenticherò mai, mai, essa ha un culto nel mio cuore, e quel culto vi resterà fino a quando cesserà di battere.”
Mentre Wilson diceva ciò il suo sguardo sfavillava d’amore e di entusiasmo.
Ci fu un momento di silenzio, poi il giovane riprese:
—Perdonate signori questo sfogo, che ha ritardato il momento nel quale potevo dirvi che Suor Maria, mi ha incaricato non soltanto di porgervi i suoi affettuosi saluti, ma anche di consegnarvi questa lettera che essa mi disse essere importantissima.
Boni prese la lettera che il giovane gli porgeva e l’aprì con mano tremante, quindi disse:
—Signore, pochi momenti fa non ci conoscevamo, voi veniste a nome di una fanciulla che ci è cara quanto e più di una figlia....
—Lo so.
—Dunque ci permetterete di trattarvi d’amico.
—Signore,—rispose Wilson con voce commossa,—esservi amico, è ciò che io desidero con tutte le forze dell’animo mio.
Ferroni e Boni, stesero le loro mani a Wilson che le serrò con effusione.
—Ed ora,—continuò Boni,—che non siamo più estranei, io leggerò a voce alta la breve lettera che Suor Maria ci manda:
Amici carissimi.
Il vaioloso è proprio Ruiz, il suo stato è disperato, solo un miracolo può salvarlo; sono presa da una grande pietà per questo disgraziato annientato dal male, ridotto irriconoscibile. A differenza degli altri ammalati, che sono relativamente calmi, Ruiz ha degli eccessi terribili, e allora le sue mani, le sue unghie, si posano con furia sopra le pustole del vaiuolo, che si scrostano gettando sangue e materia che gli ricopre il volto, che io asciugo con pannilini di tela; confortandolo, esortandolo a calmarsi, e pensare a Dio.
Ma la mia voce sembra irritarlo di più, tanto che gl’infermieri sono costretti a legarlo.
È colpevole lo so; ma la punizione è terribile ed egli soffre come un dannato. I medici dicono che morirà ed io prego per la salvezza dell’anima sua.
Fra poco col piroscafo “Victoria,” partirà per S. Francisco Mr. Charles Wilson di Filadelfia, un gentiluomo che condotto nel Lazzaretto quasi morente, ha avuto la fortuna di scampare dalla morte, e che io considero come amico, passando da New York vi porterà la presente, e a voce vi dirà che io non dimentico i miei amici, e che prego per la loro felicità.
Mr. Wilson nulla sa di Ruiz, e della parte che costui ebbe nella mia vita; ma è un giovane leale buono del quale potete fidarvi..................
A questo punto Mr. Wilson ruppe in pianto, pianto dolcissimo, perché il suo viso era raggiante di gioia, le parole scritte da Suor Maria, gli procuravano una grande inenarrabile consolazione.
Boni ebbe un sorriso enigmatico sulle labbra e continuò:
... come di me stessa.
Vi terrò informati di quanto avviene qui, e non dimenticate di ricordarmi a tutti coloro che amo, e ai quali invio cento e mille baci.
La lettera era finita; Boni e Ferroni, restarono per qualche tempo pensierosi e poi scambiarono uno sguardo, e finalmente Boni disse:
—Mr. Wilson, questa lettera di Suor Maria, deve essere per voi un enigma incomprensibile.
—Confesso che....
—Ebbene, voi capirete facilmente, quando vi avrò detto che quel Ruiz, quel vaiuoloso, che è un miserabile della peggiore specie è il più fiero implacabile nemico di Suor Maria.
—Perché la nobile fanciulla me lo ha taciuto?—esclamò Wilson,—io non sarei partito, sarei restato al suo fianco pronto a difenderla, ad aiutarla, a salvarla.
—Suor Maria, anima grande e generosa, ha voluto contracambiare il male col bene, ha voluto spingere la sua abnegazione, il suo sacrificio, fino alla follia; e ne è stata crudelmente ricompensata.
—Cosa dite signore, spiegatevi!
Boni porse a Wilson senza dire una parola il telegramma ricevuto da Melbourne, questi lo lesse e gettò un grido terribile che fece accorrere spaventata la Ferroni e le serventi.
—Che fu?—disse con rotto accento la Ferroni.
—Mia cara,—rispose il marito,—un’altro cuore ferito per la disgrazia avvenuta a Suor Maria.
—Ma come!.. il signore?..
—Viene da Melbourne, ed era latore di questa lettera.
La Ferroni lesse piangendo.
Quando Wilson si fu alquanto rimesso disse:
—Signori, Suor Maria mi salvò la vita, essa ora è in pericolo, il tempo per correre ad abbracciare i miei genitori e ritornerò a Melbourne subito.
—Approvo la vostra idea, ma vi supplico di aspettare,—replicò Boni,—che altre notizie ci giungano di là.
—Ebbene aspetterò due giorni, questa sera partirò per Filadelfia e là attenderò per telegrafo le notizie che mi farete il piacere di mandarmi. Prima però di partire devo ancora fare una commissione a persone che voi certo conoscete, a Mrs. Fanny Leonardi.
—Certo che la conosciamo, e la commissione è per parte di Suor Maria, non havvi dubbio.
—Sì.
—Ebbene vi condurrò subito da lei, ella vi riceverà con gioia perché considera Suor Maria come una sorella. Ferroni,ritorneremo qui, e secondo le notizie che verranno decideremo.
—Va bene vi aspetto a pranzo, oggi anticiperemo, e alle due sarà in tavola.
—Signora,—disse Wilson volgendosi alla Ferroni;—nella confusione non vi fu fatta la mia presentazione, ebbene, mi presenterò da me ....
—Non occorre signore, mi fu detto che siete un amico di Suor Maria, ciò basta.
Il giovane s’inchinò, e stese la mano alla signora che la strinse come ad un vecchio amico.
LI.
Fanny aveva appreso da suo marito quanto avveniva a Melbourne, sul momento restò accasciata sotto il colpo terribile; ma ben presto si riebbe, e con accento risoluto disse a Leonardi:
—Partiremo per l’Australia.
Il giovane sposo a quell’uscita era restato alquanto sconcertato.
—Cara fanciulla, quanto sei nobile e buona.
—Suor Maria me ne dà l’esempio.
Prima però di partire mia cara Fanny, lascia che sappiamo cosa avviene laggiù e se l’opera nostra può essere utile o no.
—Orbene; vai da Ferroni, senti Boni; cosa intendono di fare, quale è il loro piano e sopra tutto che notizie porta il telegrafo da Melbourne, io aspetterò con la più viva ansietà.
Leonardi dopo avere baciato la sposa era uscito per recarsi da Ferroni.
Fanny quando fu sola pianse sulla sorte della sua amica, della sua sorella diletta; e pensò con terrore a quel Ruiz, che un’altra volta compariva minaccioso sulla scena del mondo.
La cameriera che le annunziava la visita di Boni la tolse alle sue meditazioni.
Quando Boni entrò nell’elegante salottino accompagnato da Wilson, Fanny aggrottò le ciglia vedendo uno sconosciuto: Boni se ne accorse.
—Il signore è mio amico,—disse Boni,—è amico di Suor Maria, e viene da Melbourne.
Il Signore è mio amico—disse Boni.
Fanny gettò un grido di gioia stese la mano al giovane e disse:
—Amico vostro e di Suor Maria? Allora sarà anche il mio.
—Signora,—rispose Wilson,—quando Suor Maria mi parlava della vostra gentilezza, e dell’affetto che avete per lei non esagerava.
—Essa è la mia cara sorella.
—Ed io vi porto un suo ricordo.
Ciò dicendo il giovane presentò un’astuccio a Fanny, che lo aprì con mano tremante e fece un’esclamazione di gioia.
L’astuccio conteneva un ritratto di Suor Maria finamente miniato sopra una conchiglia al quale faceva da cornice una treccia dei bruni e lucenti capelli di colei, che un tempo era stata Clara la danzatrice:
—Guardate, guardate,—disse porgendo l’astuccio a Boni,—essa è parlante, è viva la nostra adorata Clara.
Ed infatti la somiglianza era qualche cosa di meraviglioso, il volto di Suor Maria fra le bende monacali spiccava così bene, che pareva di momento in momento vedere dischiudersi quelle labbra porporine, per pronunziare una dolce parola d’affetto.
Lo sguardo aveva qualche cosa di soprannaturale, in esso si leggeva il riflesso dell’anima pia, casta, della redenta.
—Ma questo ritratto,—esclamò Boni,—non può essere fatto che da un grande artista, o da uno che ...
Si arrestò vedendo che Wilson erasi fatto rosso come la brace, mentre il corpo aveva scosso da un tremito convulso.
Anche Fanny aveva visto quel tremito e quel rossore, e rivoltasi al giovane disse:
—Foste voi a fare questo ritratto?
—Sì,—mormorò Wilson, chinando il capo come un colpevole.
—Ah! voi l’amate, l’amate la mia sorella!
Il giovane non rispose, e quel silenzio fu la più eloquente delle risposte.
Boni si avvicinò a Wilson e gli disse;
—Su, non arrossite, non tremate, non è delitto amare colei che vi ha salvato la vita, e fortunatamente Suor Maria, non ha pronunziato voto assoluto, il suo ordine non è soggetto alle severe regole monastiche; dunque non è un sacrilegio il vostro amore.
—Signore, Suor Maria, forse a quest’ora è morta; e a me non resta che a raggiungerla là dove vanno gli angeli.
—No,—gridò Fanny come inspirata,—la mia sorella non è morta, sento entro di me una voce che mi grida: essa vive e sarà felice.
—Il cielo vi ascolti signora! con le vostre parole mi rendete la speranza, la vita.
Boni pensava al lavorio misterioso del destino, che faceva della vita un continuo romanzo fantastico inverosimile, che scritto,avrebbe fatto credere alla fervida immaginazione di uno scrittore assetato di episodi a sensazione.
Eppure ciò che sentiva, che vedeva era vero, quello che sembrava inverosimile era niente meno che realtà bella e buona.
Intanto Fanny interrogava Wilson, voleva sapere da lui i particolari della vita che menava Suor Maria.
E il giovane innamorato con i più vivi colori raccontava i sacrifici senza nome di quella Suora che i malati chiamavano la Santa, che con la sua presenza bastava a dare coraggio ai più accasciati, con la sua parola, richiamava il sorriso sulle labbra dei disperati, che con i loro sguardi mezzo spenti, offuscati dal male, la guardavano con una commovente tenerezza.
E Fanny piangeva a quel racconto, che faceva rivivere innanzi a lei Suor Maria purificata, redenta, angelo del bene, esempio di abnegazione.
Quando Wilson ebbe finito, Fanny esclamò:
—No, no; non è possibile che Dio abbia permesso, ad un miserabile di spegnere una sì utile esistenza.
Wilson volgendosi a Fanny e Boni, disse:
—Foste tanto gentili da non domandarmi neppure l’essere mio.
—Non ne vale la pena,—rispose Boni,—noi nulla domandiamo ai nostri amici.
—Grazie; ma è bene che sappiate chi sono. La mia famiglia, che si compone dei miei genitori e di una sorella, abita a Filadelfia, è ricca; fino da piccolo studiai con passione la pittura, e divenni un dilettante....
—Dite artista,—interruppe Fanny,—il ritratto di Suor Maria ne è una prova.
—Il cuore guidava il pennello. Sei mesi or sono partii per un viaggio al Giappone e in Australia, desiderando vedere quei luoghi pittoreschi. A Melbourne fui colpito dal vaiuolo, venni condotto al Lazzaretto e senza l’assistenza amorosa, fraterna, di Suor Maria, sarei morto. Allorché fui guarito, guarito in modo che neppure un segno restò del terribile male, mi trattenni per qualche settimana a Melbourne e chiesi come una grazia di assistere io pure i vaiuolosi; fu in quel tempo che feci il ritratto di Suor Maria.
“Quando essa seppe ciò, mi pregò di darle il ritratto perché lo voleva rimettere alla sua diletta sorella, ed io fui ben lieto, che la caritatevole fanciulla offrisse a colei che tanto amava un lavoro uscito dalle mie mani.
Il giorno che sono partito da Melbourne provai un dolore immenso, se io avessi potuto prevedere che un pericolo sovrastava Suor Maria, io sarei rimasto a farle scudo del mio petto.
—Lo credo,—disse Fanny commossa.
—Siete un bravo giovane,—aggiunse Boni che invano nascondeva la sua emozione,—e se Suor Maria non ci sarà rapita, chi sa ...
—Signore; saperla salva ecco ciò che voglio, niente più.
—Ebbene, torniamo da Ferroni, chi sa che non ci sieno buone nuove.
—Mio marito deve essere pure colà.
—Benissimo, così concerteremo il da farsi.
—Ricordatevi che desidero essere informata al più presto, nel caso che giunga qualche notizia buona o cattiva da Melbourne; perché sono decisa a partire subito per l’Australia.
—Voi?—disse Boni al massimo della sorpresa.
—Sì, io e mio marito.
—Ed io vi accompagnerò,—aggiunse Wilson.
—Siamo intesi.
LII.
Quando Boni e Wilson arrivarono a casa Ferroni, trovarono che era giunto un telegramma da Melbourne così concepito:
I medici sperano salvare Suor Maria; ferita profonda gravissima, ma forse non mortale.
Nulla si sa dell’assassino,si ritiene imbarcato a bordo di un veliero di bandiera Danese.
Manderò giornalmente notizie.
Quel telegramma che già aveva consolato i coniugi Ferroni e Leonardi, fece palpitare di gioia Boni e Wilson.
Il giovane americano venne presentato a Leonardi il quale lo accolse con viva espansione.
Il pranzo fu relativamente allegro. Wilson che parlava in modo affascinante raccontò la vita che menava Suor Maria, e come in tutta Melbourne si parlasse delle sue virtù, ad onta che vi fosse da pochissimo tempo.
Il pranzo stava per finire, quando giunse un nuovo telegramma da Melbourne nel quale era detto: che i medici garantivano della guarigione dell’ammalata; il telegramma aggiungeva poi, che la città era addolorata per il delitto commesso, e la stampa interprete dell’opinione pubblica reclamava che si trovasse l’assassino; disposizioni erano state date in proposito.
Letto il telegramma gli amici di Suor Maria discussero il da farsi.
Era inutile andare a Melbourne, poiché prima di essere giunti colà Suor Maria sarebbe stata completamente guarita, e Boni si impegnava a far sì, che la madre Superiora che abitava in New York, richiamasse Suor Maria non appena il suo stato di salute le permettesse di fare il viaggio.
Fu pure deciso che a mezzo del consolato di New York, fossero date istruzioni al Console italiano di Melbourne affinché facesse sì, che Suor Maria avesse uno speciale trattamento, e le fossero usate tutte le cure necessarie al suo stato, mettendo a disposizione di quel funzionario una somma di mille dollari, per le prime spese.
Leonardi offrì immediatamente la somma necessaria, Wilson pure offrì la sua borsa, ma Ferroni tagliò corto dicendo:
—Io e mia moglie consideriamo Suor Maria come una figlia, a noi spetta a pensare a tutto.
Non eravi da replicare; e così fu fatto.
Boni quella sera, quando fu solo nel suo studio pensò a lungo agli avvenimenti che succedevano con tanta rapidità, non aveva dimenticato la disgraziata trovata morta nella riviera, e neppure quella infelice donna gettata in mare durante un temporale, da un amante iniquo, che si diceva Conte ed era italiano.
Tranquillo in parte su quanto riguardava Suor Maria, decise di trovare il bandolo dei misteri che la polizia di New York, non sapeva decifrare.
Starò in esercizio,—mormorava Boni,—aspettando Ruiz, perché ho il presentimento che esso ritornerà a New York, è fatale che i delinquenti ritornino sul teatro dei loro delitti. Se ci troveremo ancora di fronte, guai a lui, guai!....
PARTE TERZA.
Nelle viscere della Terra.
I.
Ernesto Baldi il giovane pittore che abbiamo visto perso nella grande Metropoli; coi denari ricavati dalla vendita della valigietta trovata sotto le finestre dell’Hotel Martin, tirò innanzi qualche giorno,dormendo nei più luridi “Lodging Houses” ma che per lui erano reggie, perché almeno era riparato dal freddo.
Quei pochi soldi non potevano durare eterni, ed egli si pose a cercare lavoro, qualunque si fosse, tutto avrebbe fatto pur di assicurarsi un tozzo di pane.
Ma non fu fortunato;dovunque gli rispondevano di no; avrebbe fatto il facchino, il cameriere, lo spazzaturaio, non importava era rassegnato a tutto.
Nulla! non trovava nulla.
Un giorno passando per Mulberry vide ad una banca un gran cartello nel quale era scritto che si cercavano subito cinquanta uomini, per lavorare in una miniera di carbone.
Ernesto stette un momento in forse, poi entrò risolutamente nella Banca.
—Cosa desiderate?—domandò un’impiegato con quel fare villano che adoperano molti impiegatucci delle banche italiane che, condannati a lavorare per pochi soldi al giorno, si sfogano sopra i poveri diavoli che vanno a domandare lavoro, consiglio o assistenza.
Ernesto fece la sua domanda.
L’impiegato lo squadrò da capo a piedi, sorrise ironicamente e gli disse:
—Ricordatevi che nelle miniere non si va per fare i vagabondi.
Ernesto rispose con dignità:
—Io cerco di lavorare appunto perché non desidero, non voglio, ne posso restarmene con le mani in mano.
—Avete mai lavorato nelle miniere?
—No; ma ho buona volontà e imparerò.
—La squadra parte questa sera con lo “steamboat” che lascia New York alle 5 pom. dal Pier di Park Place: trovatevi alle quattro al “dock” e potrete partire.
—Va bene, ci sarò.
—Aspettate che vi dò lo scontrino. Come vi chiamate?
Il pittore dette il suo nome e cognome, e pochi minuti dopo gli veniva consegnato un cartoncino rosso sul quale era il nome della banca e con il numero 37.
—Ricordatevi,—gli disse l’impiegato,—che quando chiameranno il trentasette, dovete rispondere.
—Come i forzati—pensò Ernesto nel lasciare la banca,—eccomi divento un numero.
Sospirò, le lagrime gl’inumidirono il ciglio; ma fu un lampo, la sua energia si risvegliò e alzò fieramente la testa, dopo tutto il lavoro qualunque esso sia, nobilita, non disonora.
Alle quattro Ernesto era al Pier, da dove partono quei magnifici piroscafi veri palazzi galleggianti, che fanno la traversata da New York a Filadelfia,
Seduti sopra dei sacchi, sulle valigie e bauli, aspettavano già una quindicina di italiani, dal volto abbronzato dal sole, dalle mani callose, vere mani da lavoratori adatte a manovrare bene il piccone e il martello.
Alla spicciolata giunsero gli altri portando sulle spalle i loro fardelli, passando in mezzo alla gente che sorrideva con disprezzo, quasi che non si dovessero a quelli umili e derisi operai le opere maggiori che si trovano negli Stati Uniti, i ponti giganti, le lunghe interminabili ferrovie, i “tunnels” grandiosi, le terre rese produttive, le miniere frugate, i canali artificiali e mille e mille altre cose.
Poco prima delle cinque comparve un giovanotto tutto attillato col colletto lucido,con la cravatta dove brillava un diamante falso, che con voce imperiosa disse:
—Attenti, faccio la chiama.
Principiò dal numero uno, e mano, mano, rispondevano gli operai che andavano a mettersi alla destra del zerbinotto.
Quando chiamò il numero 37 si fece innanzi Ernesto.
Il giovane gli dette una guardata e poi disse:
—Non hai nessun bagaglio?
—No,—rispose il poveretto fattosi rosso.
—Alla larga allora, perché devi avere fanteria o cavalleria nei tuoi abiti.
Ernesto non rispose e si pose in fila, i suoi compagni si allontanarono da lui con ripugnanza.
Quando la chiama fu finita, il giovanotto disse accennando ad un uomo grasso e alto che pareva un colosso:
—Questo è compare Pasquale, è il vostro capo squadra, da ora innanzi dipendete da lui, a lui pagherete il viaggio che la banca vi anticipa. Buon viaggio e ricordatevi del banchiere che vi ha procurato il pane.
Ciò detto, girò sui talloni, e se ne andò fiero come un generale che avesse letto un ordine del giorno del sovrano ad un’esercito.
Compare Pasquale aveva tutta l’apparenza di un brav’uomo, la sua faccia tranquilla, gioviale, ispirava fiducia; ma l’apparenza ingannava, perché sotto quella maschera di bontà si nascondeva il “boss” il più crudele e rapace, che mai avesse esistito.
Appena l’impiegato del banchiere se ne fu andato compare Pasquale disse ai lavoranti.
—Su ragazzi, andiamo a prendere posto nel battello, io faccio la strada.
Quei piroscafi hanno la prima e terza classe; ma i lavoranti non andarono in terza, ma sibbene in uno scompartimento che in generale viene riservato alle bestie, era una specie di stanzone a prua, dove soffiava il vento e per terra vi erano dei fasci di paglia umida, mezza fradicia.
—Qui starete come i principi,—disse Pasquale—dormirete tutta la notte e domani mattina saremo a Filadelfia.
I disgraziati posarono i loro bagagli e quindi si sdraiarono sulla paglia.
Faceva notte e la luce non penetrava in quella specie di canile.
Pasquale erasi eclissato. Il battello correva a tutto vapore verso Filadelfia, dal salone di prima classe giungevano i suoni di un’orchestra che eseguiva scelte sinfonie, ballabili elettrizzanti.
Mentre dovunque brillava la luce elettrica a profusione, nel luogo assegnato ai lavoratori seguitava a regnare il buio più profondo.
Ernesto non poteva dormire, sentiva una grande apprensione, intorno a lui alcuni russavano sonoramente ed esso invidiava quei felici che nel sonno trovavano l’oblìo.
Di quando in quando gettava dei gridi, ed era allorché sopra il suo corpo, sulle sue mani, per fino sul suo volto passavano dei grossi topi.
Avrebbe voluto fuggire ma se si alzava inciampava nei dormienti che svegliati di soprassalto gridavano, imprecavano.
E quello era il paese dell’oro?—pensava il disgraziato.—Il paese che dal vecchio mondo appare come un paradiso terrestre dove tutto è bello, sublime, giusto; dove si dice che i popoli vivono nell’abbondanza, liberi come l’aria, non sottoposti ad odiose vessazioni.
Quanto era differente la realtà e come mentivano tutti coloro che dell’America, non dicevano che il bello, non mostrando mai il rovescio della medaglia.
Da parecchi mesi era negli Stati Uniti; e aveva provato tutte le privazioni, gli era mancato il tozzo di pane per sfamarsi, il letto per riposare le stanche membra, e ora, ora andava nelle miniere di carbone a lavorare come un forzato; trasportato come un tempo i negrieri portavano i carichi di schiavi.
Eppure aveva ingegno e voglia di lavorare, valeva cento volte più di quei tali che con i lavori altrui si sono fatti un nome e una fortuna; eppure doveva gettare il pennello per il piccone.
Quella notte gli sembrò eterna; alla fine spuntò l’alba, una triste e grigia alba d’inverno.
La riviera di Filadelfia appariva coperta di nebbia, e il battello andava piano, piano, temendo un qualche incontro.
Pasquale era comparso in mezzo ai suoi uomini e aveva detto.
—Buon giorno ragazzi.
E tutti eccetto Ernesto, risposero:
—Buon giorno padrone.
—Fra pochi minuti saremo giunti,—proseguì Pasquale, potete uscire; ma guardate di non oltrepassare il luogo delle macchine.
I lavoranti uscirono, si appoggiarono al parapetto del piroscafo guardando le grandi ruote che fendevano l’acqua formando nembi di bianca spuma, poi figgevano i loro occhi imbambolati nella densa cortina di nebbia, che avvolgeva come in un velario il battello.
Ernesto guardava l’acqua rotta dalle ruote, e lo assaliva un desiderio ardente di trovare fra quei gorghi, la pace, l’oblìo; ma il pensiero dei suoi genitori, bandiva da lui quell’idea triste e terminava col mormorare:
—Lottiamo, lottiamo ancora!
I suoi compagni lo guardavano, se lo accennavano come un’oggetto raro.
Come? con quelle mani da donna voleva avere a che fare col carbone?
Avrebbe sentito cosa vuol dire lavorare nelle miniere! Ernesto indovinava ciò che si diceva di lui ma non se ne dava per inteso, avrebbe trovato tanta forza da mostrare che anche con le mani bianche si può lavorare.
Finalmente il piroscafo era giunto al suo “dock” e poco appresso i lavoranti mettevano piede a terra.
—Venite dietro a me,—disse Pasquale,—che andremo a fare colazione.
Attraversarono parecchie vie,finalmente sbucarono nella Settima Strada, una via che è assai peggiore di Mulberry Street a New York.
I marciapiedi sono di mattoni rossi consunti, rotti, tagliati bruscamente spesso e volentieri da rigagnoli di acqua sporca, untuosa, rifiuti degli acquai, che non si sa per quale ragione devono essere alla vista di tutti. Sulle porte delle case dalle facciate sporche, stanno una gran quantità di negri maschi e femmine, che continuamente fanno intendere le loro clamorose querele, e appena termina il quartiere dei figli d’Africa, ecco principiare quello italiano, con una sfilata di banche, dove dietro ai vetri sporchi dalle grandi iscrizioni gialle, si intravedono monete italiane e americane; e accosto alle banche i restaurants da cinque soldi la porzione, i forni dove si fanno i pani grossi come ruote, le birrerie, poche di queste perché la legge non accorda a Filadelfia che un numero limitato di licenze, cosicché alla Settima Strada non è difficile trovare botteghe chiuse, lercie e sudicie che un tempo erano “Bar-Rooms” e che ora aspettano di essere di nuovo adibite a quell’uso, speranza che non di rado va delusa ma che non si spenge mai, nel cuore dei proprietari di quei locali, che sognano per anni interi, la sospirata licenza.
La squadra guidata da Pasquale percorse una buona parte della Settima Strada, e si fermò innanzi ad un restaurant di miserabile aspetto.
—Entriamo figliuoli, che mangeremo dei maccheroni che non si fanno uguali a Napoli.
L’interno del restaurant era oscuro, sulle tavole ingrassate dall’unto non eranvi tovaglie, un cuoco col berretto nero dal sudiciume, e la casacca che di bianco non aveva più nulla, era intento a far bollire i maccheroni in un gran recipiente di latta.
Lungo le pareti correvano i cacarocci, che ad ogni angolo, ad ogni sporgenza formavano dei veri grappoli color cannella.
Un odore nauseante di grasso prendeva alla gola, il fumo invadeva tutto il locale, e non per tanto nessuno si lamentava, tutti erano allegri, felici, come se fossero in un palazzo.
Solo Ernesto soffriva, soffriva orribilmente.
I maccheroni erano orribili, il condimento era stato risparmiato su larga scala, la pasta era acida e qua e là punteggiata, in modo che anche un cieco avrebbe visto, che i vermi vi avevano messo la loro dimora.
Non pertanto quel cibo impossibile fu mangiato con un’appetito da fare strabiliare.
Ernesto aveva fame, tentò mangiare ma non lo poté, e i suoi compagni gli risero in faccia.
Faceva lo schizzignoso innanzi ad un piatto tanto buono e saporito? Oh! cosa pretendeva dei polli?
E quelli esseri grossolani, presero in odio il giovane delicato che si era imbarcato in mezzo a loro, senza averne la capacità.
Pasquale anche lui si era accorto delle smorfie del numero 37, e non mancò di dirgli:
—Principiamo male giovanotto, pare che non vi piaccia la compagnia.
—Io sono venuto per lavorare,—aveva risposto Ernesto,—e se non farò il mio dovere avrete ragione di licenziarmi, in quanto a quello che provo in questo momento, non vi riguarda.
Pasquale restò sconcertato e non seppe cosa rispondere, però in cuor suo fece proponimento di tenere ben d’occhio quel minatore improvvisato, e di mandarlo a spasso se si incantava un solo minuto.
Gli operai restarono quasi tutta la giornata a Filadelfia, e alla sera partirono per la loro destinazione.
II.
Mentre in America tutti viaggiano con delle comodità delle quali in Europa si ha appena un’idea, gli operai che vengono trasportati a squadre ai luoghi di lavoro, sono accatastati in vagoni luridi, dove le panche sono di legno incomode in modo che dopo quattro o cinque ore di viaggio i disgraziati sono tutti indolenziti.
Il treno che portava la squadra di Pasquale, era omnibus, si fermava alle più piccole stazioni cosicché una traversata che un “express” compie a cose ordinarie in cinque o sei ore, veniva compiuta per lo meno in dodici ore.
A certe stazioni il vagone veniva staccato e restava delle ore intere fermo, e nessuno poteva scendere, perché di momento in momento poteva avvenire la partenza.
Ernesto morente di sonno, non ostante che stesse a disagio si addormentò; fu un sonno penoso, interrotto; ma bastò a riposarlo un poco.Il disgraziato quando si svegliò aveva fame; ma dovette aspettare due ore prima che gli fosse dato di far colazione.
Quando Pasquale annunziò che alla fermata del treno avrebbero trovato il caffè, fu un grido di gioia; e allorché scesero presero d’assalto la saletta dove venne loro servito caffè, latte e pane.
Ernesto mangiò con avidità, e quella bibita calda, per quanto fosse tutt’altro che buona, lo confortò, gli dette forza e vigore.
Arrivarono a Pittsburg di sera.
La città apparve ad Ernesto come un grande anfiteatro punteggiato da stelle, sul quale si librasse una densa nuvola scura; più il treno si avvicinava alla città e più tutte le cose al chiarore della luce elettrica apparivano nere.
Pittsburg è infatti la città del fumo, che sorte a turbini dalle numerose officine, avvolge le case, i palazzi, mettendo dovunque un nero velario, assai più spesso di quella di Chicago, che pure è chiamata la Città Nera.
Ernesto guardava con viva curiosità quello spettacolo nuovo per lui; quasi a piedi del poggio che sosteneva la ferrovia vedeva l’acqua, che aveva tutta l’apparenza di essere inchiostro, non avendo nessun riflesso argenteo sotto i fasci della luce elettrica.
Quando il treno entrò nella stazione, fu come un colpo di scena, dalle tenebre si passò alla luce più sfolgorante, poiché a Pittsburg non fanno economia di elettricità.
La squadra fu condotta ad un locale italiano dove era pronta una cena, modesta ma buona.
Le vie erano quiete, tranquille, in modo che al confronto di New York pareva di essere in una città morta.
Gli operai furono collocati a dormire tre o quattro per letto ed Ernesto dovette subire il contatto di quella gente che non conosceva, e che per giunta lo trattava da nemico.
Non per tanto dormì; non ne poteva più dal sonno, e col sonno non si scherza.
Alla mattina di buon’ora, Pasquale svegliò i suoi uomini e a piedi li condusse alle miniere.
Il viaggio fu lungo, attraversarono diversi colli brulli, sassosi, e verso le nove dopo più che quattro ore di una marcia faticosa giungevano alla miniera della “Pittsburg Coal Company.”
Fra quei monti eravi una specie di villaggio e non mancava una villa elegante, residenza del sopraintendente della miniera e della sua famiglia.
Quella villa ad onta che si fosse nell’inverno appariva tutta verde, l’edera formava da guarnizione alla veranda, certo una mano di donna aveva posto su quell’edera sempre verde dei fiori falsi, che facevano un grazioso effetto.
I nuovi operai furono condotti al luogo che doveva servire loro di ricovero.
Era una gran baracca di legno, nella quale erano collocati una cinquantina di brande con un materasso di paglia e due coperte di lana.
Nel mezzo una grande stufa di ghisa piena di carbone serviva a riscaldare l’ambiente; dalle due parti dello stanzone erano dei fornelli dove si faceva la cucina, quando il tempo era cattivo, perché se non cadeva la pioggia o la neve, i cibi venivano cotti all’aria aperta.
Pasquale fece l’appello dei suoi uomini, poi dette a ciascuno un gettone di ottone sul quale era il numero di matricola.
—Questo,—disse il “boss” facendo la consegna,—vi servirà per essere ammessi nella miniera, e per potere prendere i viveri alla bottega. In quanto alla paga lo sapete per ora non vi vengono netti che 85 cts. al giorno.
Ottantacinque soldi al giorno?
Non era ciò che avevano combinato; si era detto loro che la paga ascendeva a $2,25, altrimenti non si sarebbero mossi.
Ma Pasquale spiegò che avevano il viaggio da pagare, i ferri, la casa dove abitavano, la stufa, fornelli e mille altre cose.
Appena pagate quelle spese avrebbero avuto la paga di $ 2,25.
Si rassegnarono, molto di più che con una ritenuta tanto forte avrebbero subito pagato il debito.
Per quel primo giorno ebbero vacanza.
Ernesto avendo bisogno di solitudine si recò nella montagna, il panorama era bellissimo, giù in fondo al monte appariva come una voragine di fumo e di fiamme Pittsburg, poi più lontano il cielo azzurro, e delle montagne altissime coronate di bianca neve.
L’artista si risvegliava e se avesse avuto tela e pennelli avrebbe riprodotto quella scena stupenda che gli faceva dimenticare la sua triste posizione.
Ma non aveva nulla, e dovette contentarsi di ammirare.
Quando tornò all’abitazione i suoi compagni lo accolsero brutalmente, lui pure doveva lavorare. Credeva che forse gli facessero da servi?
Ernesto si scusò alla meglio, non sapeva nulla, credeva che ci fosse un’incaricato; un’altra volta non si muoverebbe.
Tanta dolcezza rendeva più irrascibili gli operai i quali gridavano a squarcia gola.
III.
Quelle miniere erano vaste e produttive, fino a quel momento però non eranvi stati operai italiani; vi lavoravano in maggioranza operai tedeschi, il sopraintendente della miniera abitava la palazzina guarnita d’edera; era un brav’uomo, assorto interamente nell’affetto della moglie sua e di una figlia quattordicenne che poneva la nota gaia in mezzo a quelle montagne tutt’altro che allegre.
Da qualche tempo vi era il timore di uno sciopero e la compagnia, alla quale a torto o a ragione era stato detto che gli operai Italiani sono più restii allo scioperare che quelli di altre nazionalità, ne aveva fatto venire una squadra di cinquanta tanto per provare.
Ernesto essendo stato a fantasticare nella montagna per poco restava senza mangiare, e si ebbe il peggior posto per dormire nel barraccone che serviva da dormitorio.
Sopra una grande tavola inclinata erano posti dei materassi di vegetale l’uno accanto all’altro, con delle coperte di lana scura come quelle che si adoperano nelle prigioni.
Un lume a petrolio con riflesso, illuminava malamente il vasto locale nel mezzo del quale era una specie di barile, che serviva durante la notte a raccogliere le immondizie essendo assolutamente proibito di uscire fuori dal dormitorio dopo una certa ora.
Ernesto con un nodo alla gola che lo soffocava, isolato in mezzo ai suoi connazionali che lo trattavano da nemico senza nessuna ragione al mondo, e solo per quell’istinto che è innato nelle persone ignoranti di martoriare coloro che essendo di una classe più elevata si riducono in miseranda condizione.
Il poveretto non dormì in tutta la notte; egli faceva proponimento di essere forte, coraggioso, di lottare con tutte le avversità, all’ultimo momento quando proprio avesse tutto tentato allora poteva uccidersi senza rimorsi.
Sebbene Ernesto dal giorno che aveva messo piede in America fosse stato perseguitato dalla sorte avversa, pure quando scriveva ai suoi, le lettere erano piene di cose allegre, l’infelice che moriva di fame, parlava della splendida posizione già conquistata dei suoi lavori, delle sue speranze.
Pietose menzogne quelle, scritte per non torturare i suoi, per far sì che almeno a soffrire fosse lui solo.
Quando era vicina l’alba Ernesto si addormentò profondamente, tanto che allorché s’intese il fischio che chiamava gli operai al lavoro egli non si mosse.
I suoi compagni lo scossero brutalmente:
—Sta su fannullone,—disse il più vicino,—non hai inteso il fischio? non sei qua per dormire.
Ernesto si alzò prestamente e pochi momenti dopo era nei ranghi della sua squadra.
Pasquale dopo avere contato i suoi operai, disse:
—Andiamo che non vi è tempo da perdere.
La montagna appariva popolatissima, le squadre dei minatori andavano al lavoro, silenziose, quasi meste.
Non un’allegra canzone si alzava da quei gruppi, che sembravano composti da condannati a morte.
Alla mattina gli operai non sono allegri, il sonno li tiene ancora sotto il suo dominio; poi per i minatori il pensiero di andare nelle viscere della terra e restarvi per molte ore, non è certo consolante.
Gli italiani arrivarono ben presto al loro destino.
Pasquale parlò brevemente con un uomo, una specie di colosso, che squadrò per bene i nuovi arrivati, poi disse:
—Va bene, per ora trasporteranno i piccoli vagoni nelle gallerie, tanto perché si abituino.
Si scendeva nella mina per mezzo di un’ascensore che serviva a trasportare alla superficie della terra i vagoncini carichi di carbone; sull’ascensore non potevano prendere posto più di otto uomini, cosicché fu soltanto alla terza mandata che toccò ad Ernesto a discendere.
Il pozzo era scavato per breve tratto nella pietra poi nel carbone, l’acqua sgocciolava sulle pareti levigate, e quando quella specie di palco movibile scendeva, gli operai erano bagnati da una pioggia fina che cadeva loro sul capo.
Le tenebre erano profonde, poiché nessuno dei compagni di Ernesto era munito della berretta che i minatori portavano sul capo, la loro toilette da lavoro per una dimenticanza di Pasquale, non l’avevano fatta.
La discesa durò pochi minuti che a Ernesto sembrarono secoli, quel buio, quell’umido che gli penetrava nelle ossa lo spaventavano.
Finalmente l’ascensore si arrestò, e si trovarono in una specie di rotonda dove partivano come i raggi di un circolo diverse gallerie, nelle quali si vedevano dei lumi, che si alzavano, si abbassavano, andavano, venivano, e si udivano strani rumori.
Un uomo seminudo con una lampada che faceva l’altalena sul suo berretto, si avvicinò ad Ernesto e gli parlò in modo risentito in lingua tedesca.
Il poveretto non comprendeva una sola parola e restava lì intontito, senza poter rispondere; per fortuna un suo compagno triestino si fece innanzi e disse:
—Ci hanno mandato per lavorare.
—Con questi abiti,—gridò il tedesco.
—Non sappiamo nulla,è inutile prenderla con noi.
Il tedesco brontolò, e poi disse:
—Va bene lavorerete così, perché non ho tempo da perdere, venite.
Infilarono una galleria scura quanto mai dir si possa, e dopo pochi minuti giunsero ad una specie di piazzale dove numerosi operai erano intenti col piccone a togliere il carbone, che ammucchiavano intorno a loro.
—Qui ci sono delle pale,—disse il tedesco al triestino,—i vostri compagni devono riempire questi vagoni e quindi portarli all’ascensore, sarete pagati in proporzione del lavoro fatto. Ora sapete tutto, io vado nelle altre gallerie. Siccome non vi fu dato né abito da minatore, né la lampada, ve la caverete come potrete.
Quando il tedesco che per certo doveva essere uno dei “foremen” se ne fu andato, il triestino disse:
—Compagni, il nostro lavoro consiste nel riempire questi vagoni di carbone e trascinarli poscia all’ascensore, più lavoro faremo e maggiore sarà il guadagno, qui vi sono delle pale; all’opra adunque.
Cominciarono a lavorare, la cosa non era facile, il carbone era in grossi blocchi pesanti, che si alzavano malamente; cosicché il lavoro progrediva ben poco.
Poi quei disgraziati nuovi alle miniere, restavano sbalorditi in quei sotterranei scuri, dove era un succedersi di rumori paurosi, le loro orecchie fischiavano, un cerchio di ferro li serrava alla testa, erano in quello stato che precede la morte per asfissia.
Ernesto per quanto all’apparenza fosse il più debole pure resisteva meglio degli altri.
Quella specie di sbalordimento, quell’oppressione che erasi impadronita dei lavoranti italiani andò a poco a poco calmandosi, anche le tenebre apparivano meno fitte e le pareti di lucido carbone apparivano allo sguardo estatico di quei minatori improvvisati.
Ernesto lavorava con lena affannosa; gli premeva di dare una prova palpabile, che per quanto delicato, avrebbe saputo fare come e meglio degli altri.
E non per tanto il giovane soffriva, il manico della pala gli lacerava le mani; ma non si arrestava e il suo vagoncino fu il primo ad essere pieno, fu il primo ad arrivare all’ascensore.
A mezzogiorno il fischio della macchina annunziò il riposo, ma quel fischio non giungeva nella miniera, e l’annunzio veniva dato di galleria in galleria, dai capi lavoranti con la parola “stop” che correva da un capo all’altro dei sotterranei.
Quando Ernesto rivide la luce del sole respirò con voluttà.
Uno della brigata aveva preparato il pasto, una minestra con lardo senza brodo, che nelle scodelle di latta appariva scura e nauseante.
Sul principio Ernesto fu preso da schifo, ma la fame vinse e dovette mangiare di quel cibo, che forse i maiali avrebbero rifiutato.
Durante il pasto gli italiani raccontavano le vicende della mattina e commentavano il fatto che mentre era stata promessa una paga fissa dovevano invece lavorare a cottimo. Non erano pratici, e per il momento il guadagno si sarebbe ridotto, pagate le spese di mantenimento, a zero.
Pasquale giunse in tempo a calmare il malumore, egli dimostrò come il lavoro a cottimo fosse una vera cuccagna per i lavoranti, e tutti credettero alla parola di quel furbone che non era avaro nelle espressioni di amicizia e di fraternità.
A Ernesto quella faccia non andava, e non si lasciava ingannare da quelle moine, che somigliavano assai alle carezze che il gatto fa al topo prima di mangiarselo.
Si intese di nuovo il fischio e i minatori ritornarono al loro lavoro.
Quando ritornarono sulla faccia della terra era l’ora di pranzo, i minatori tedeschi che da anni erano addetti alle miniere abitavano delle graziose casette, fabbricate sopra i terreni della compagnia.
Essi non erano acquartierati come gli italiani, oramai da tempo vivevano in quei luoghi e si ritenevano come i padroni dei lavori delle miniere.
Appartenevano all’Unione dei Minatori, potente associazione che lottava con le compagnie, che imponeva le sue condizioni, e minacciava scioperi.
I tedeschi vedevano di mal occhio gli operai italiani, sapevano per qual ragione erano stati chiamati, e preparavano una protesta contro chi a loro credere veniva a strapparli il pane di bocca.
Ernesto, il più intelligente di tutti i suoi compagni, comprese subito qual sentimento ostile nutrissero i vecchi minatori contro i nuovi giunti e ne restò impressionato.
Quando alla sera dopo un pasto dei più frugali si gettò sul suo misero giaciglio pensò a lungo su quanto aveva notato, e concluse col presagire nulla di buono, col temere rappresaglie e lotte.
Alla mattina quando il fischio della macchina chiamò i minatori a raccolta, Ernesto fu uno dei primi ad alzarsi; le sue mani però erano gonfie, delle bolle bianche eransi formate sul palmo delle mani che sentiva tutte intormentite; ma non disse una sola parola.
Confessare di essere ammalato dopo un giorno di lavoro? Mai e poi mai, prima morire!
Andò nella miniera, quando prese la pala il manico gli bruciava come se fosse di ferro rovente; ebbe il coraggio di resistere, e a poco a poco, il dolore si calmò; il callo andava formandosi sulle mani delicate.
Pasquale era sbalordito nell’apprendere che la “donnetta” così chiamavano, Ernesto lavorava assai meglio dei giganti, degli uomini forti.
Alla fine della settimana attesa con grande ansietà da tutti i lavoranti, gli operai italiani ebbero la dolorosa sorpresa di apprendere che tutto quello che avevano guadagnato restava a sconto del loro debito col banchiere di New York e con quello fatto con Pasquale, che aveva fornito i viveri.
Ci furono delle proteste mormorate a bassa voce, e il “boss,” che certo non poteva ignorare il malumore dei suoi uomini, alla domenica mattina andò nel barraccone dove alloggiavano i compatriotti e fece loro una lunga predica, dalla quale risultava essere una vera ingiustizia ogni lamento, perché la prima settimana di lavoro a cottimo, non poteva essere che minima, nessuno essendo pratico.
Qualcuno più audace fece capire a Pasquale, che quando si presentarono al banchiere di Mulberry fu loro assicurato che il lavoro sarebbe stato pagato a giornata e non a cottimo.
Pasquale s’inquietò: a New York erano dei cretini che non capivano nulla, buoni a fare il bene degli operai alla rovescia. Il lavoro a cottimo era una vera benedizione, si poteva col tempo e con la pratica guadagnare per sino a 3 dollari al giorno.
Tutti furono convinti delle buone ragioni del furbo capo, e ogni mormorazione finì.
Ernesto seduto sul misero giaciglio che gli serviva di letto, non aveva neppure inteso ciò che diceva Pasquale, immerso com’era in penose meditazioni.
Quella mattina di domenica sebbene si fosse nel colmo dell’inverno, il tempo era bellissimo; il sole metteva la sua nota gaia fra i monti, dando l’illusione di una mite primavera.
Ernesto dopo colazione si ripulì meglio che poté e poi solo, solo, andò vagando per la montagna.
Camminava senza voltarsi indietro, e però come in un sogno, arrivò alla cima del monte.
Gettò un grido di meraviglia nel vedere il panorama che si disegnava sotto i suoi occhi, le colline si succedevano come scenari di un teatro, rendendo più bello il fondo azzurro del cielo.
Il sole perquotendo con i suoi raggi le brulle roccie, le faceva scintillare come se qua e là nascosti nella pietra vi fossero delle miriadi di brillanti.
Giù in fondo al monte come un gigantesco leone accoccolato ai piedi di qualche immane piramide, stava Pittsburg che si distingueva chiaramente non essendo librata sulla città, la solita nube di denso fumo.
La riviera dove i bastimenti stavano in moto, appariva come un nastro di argento ossidato.
—Quanto è bello,—mormorò Ernesto,—se avessi i miei pennelli... ma pazienza ritornerò e allora tenterò riprodurre questo pittoresco panorama.
Ritornò verso il barraccone sfiduciato, più melanconico che mai, nella sua mente di artista quanto vedeva, aveva seduzioni irresistibili, ed era condannato a non far nulla, aveva le mani, le braccia tagliate.
Quando fu vicino alla graziosa palazzina del Sopraintendente si arrestò; una giovanetta graziosa con un fascio di fiori che pure d’inverno hanno vita fra le roccie, salutava con voce allegra la mamma, che appoggiata alla veranda, fra l’edera e i tralci verdi, rispondeva al saluto col volto raggiante di felicità.
......salutava con voce allegra la Mamma
Ernesto sentì un nodo alla gola e le lagrime corsero abbondanti dai suoi occhi; quel quadretto gentile gli ricordava la sua famiglia, la mamma, la sorella che lo amavano tanto e che sarebbero morti di crepacuore sapendolo perso in quelle montagne, costretto a passare i suoi giorni nelle miniere di carbone.
La fanciulla rientrò in casa, sulla porta la madre l’abbracciò come se fosse un secolo che non la vedesse.
Ernesto non perdeva un atomo di quella scena, e seguitava a piangere.
Quando madre e figlia furono scomparse, seguitò il suo cammino; mentre si facevano intendere le allegre note di un pianoforte.
—È lei, la bella fanciulla,—disse fra sé Ernesto,—che con le sue bianche mani eseguisce questa musica.
A poco a poco, il suo dolore si calmò; la palazzina, quella fanciulla gentile, quella madre palpitante d’amore erano la prova che santi affetti della famiglia vivevano, avevano un culto anche fra quei monti dove tutto appariva arido come le roccie che li formavano.
Ernesto attraversò il luogo abitato dagli operai tedeschi, fu ammirato nel vedere delle casine linde, graziose,dove vivevano i minatori con le loro famiglie.
Dalle porte semichiuse uscivano le note gravi degl’inni della patria, o le nenie dei salmi religiosi dei figli di Lutero.
Tutto in quella specie di villaggio accennava al benessere, ed Ernesto si stupiva nel pensare che quei lavoranti che stavano come dei proprietari, stessero complottando ad uno sciopero per migliorare le loro condizioni.
Quando arrivò al barraccone gli operai stavano per mettersi a tavola, in quel giorno il cuoco aveva fatto i maccheroni. I grandi recipienti di latta dove fumava la pasta, resa rossastra dal sugo di pomidoro, venivano presi d’assalto.
Otto per otto mangiavano nello stesso piatto, ed Ernesto fu costretto a rassegnarsi e per non restar digiuno dovette rivaleggiare in prestezza con le forchette e le mani dei suoi compagni.
Dopo i maccheroni fu servito un pezzo di carne arrosto, e ogni operaio poté acquistare delle bottiglie di birra per inaffiare il pasto domenicale.
Alla sera, seguitando il bel tempo, sul piccolo piazzale innanzi al barraccone, gli operai italiani improvvisarono una festicciuola.
Uno di loro aveva con sé l’organino e si pose a suonare, diverse coppie si dettero a ballare, intanto le note di quella musica festevole avevano attirato anche i minatori tedeschi, che restavano là intontiti innanzi a tanta allegria della quale essi non avevano neppure idea.
Ernesto seduto sopra ad un sasso, non udiva, non sentiva nulla, innanzi al suo sguardo era il quadro seducente visto alla palazzina del Sopraintendente, e chi sa cosa avrebbe dato per poterlo disegnare sulla tela. Ad un tratto fu interrotto dalla brusca scossa datagli da un suo compagno di lavoro che gli disse:
—E tu non balli?
—Non ne ho voglia,—rispose Ernesto che non poté trattenere un movimento di collera.
—Non ti degni di far vita con noi?
—Tutt’altro amico; ma non mi sento di ballare.
—Storie, se ci fosse una bella ragazza non diresti così. Mi sono messo in testa che ballerai con me.
—Ti ho detto che non ballerò,—disse con accento risoluto Ernesto.
L’altro alzava la voce e i minatori facevano cerchio, l’organino aveva cessato di suonare.
—Rosario, suona una polka, la balleremo io e il signore.
Gli italiani batterono le mani, e gridarono,—sì, sì, che balli il signore!
Ernesto si levò, alzò fieramente il capo, e con voce ferma pronunziò queste parole:
—Sono un’operaio come voi, non sono un signore; ma operaio o signore, non soffrirò nessuna prepotenza.
—Prepotenza?—gridò infuriato colui che tormentava Ernesto,—è un onore che ti faccio, a invitarti a ballare. Su via, sii buonino mio bel ragazzo, faremo un paio di giri e nulla più.
—Ho detto di no, ed è no.
Allora il cocciuto minatore che era un vero colosso, abbracciò Ernesto e volle trascinarlo, questi con un movimento rapido si svincolò da quella stretta, poi con una spinta data maestrevolmente mandò l’assalitore a rotolare sul terreno, mentre i tedeschi battevano con entusiasmo le mani.
Il caduto si rialzò e si slanciò verso Ernesto, coi pugni alzati, il giovane pittore lo aspettò a piè fermo, mentre diceva:
—Siete tutti testimoni che devo difendermi da questo bruto.
—Angelo,—disse qualcuno,—lascia andare.
Angelo era cieco di furore e voleva vendicarsi; ma male l’incolse ché i pugni di Ernesto lo colpirono in pieno volto, e il sangue sgorgò a fiotte dal suo naso a mezzo schiacciato.
Come avviene sempre la folla ammirò il vincitore, nessuno prese le parti del vinto, ed Ernesto si ebbe vive congratulazioni dai minatori tedeschi che gli dicevano “bravo!” La sola parola italiana che essi sapessero.
Da quel momento Ernesto fu rispettato da tutti; anzi divenne il consigliere dei suoi compagni, il loro segretario, scriveva per essi lettere alle famiglie, e tutti oramai lo chiamavano Don Ernesto.
Intanto le ladrerie di Pasquale si facevano sempre più grandi, i minatori italiani ogni settimana ricevevano una paga di due o tre dollari e il resto andava a pagamento dei viveri e del viaggio.
Ernesto incaricato dai suoi compagni volle sapere con precisione da Pasquale quanto essi pagavano la pessima pasta che loro dava, il lardo rancido, l’olio di cotone, la carne marcia.
Pasquale sdegnosamente rifiutò di dare qualunque spiegazione; disse soltanto che alla montagna tutto costava caro,che bisognava portare i commestibili da Pittsburg pagando a peso d’oro i trasporti; del resto a chi non piaceva ritornasse pure di dove era venuto, che a lui poco importava.
Ernesto non si arrese insisté; reclamando che i prezzi esagerati venissero diminuiti altrimenti avrebbero fatto in modo di provvedersi direttamente come facevano i tedeschi.
Provvedersi direttamente?
Pasquale a quella sortita andò in bestia; gridò che i lavoranti dipendevano da lui, che li avrebbe fatti licenziare al momento, qualora non dovesse fornire i viveri.
Il giovane pittore non cedette di un passo e Pasquale dovette accondiscendere ad un ribasso di prezzi.
IV.
Ernesto si abituava alla nuova sua vita, il lavoro gli appariva meno opprimente, i suoi compagni gli volevano un gran bene, e anche i capi squadra, nelle gallerie facevano in modo che avesse i lavori meno gravosi e meglio retribuiti.
Alla domenica solo, solo, in qualche luogo ignorato della montagna dipingeva; aveva finalmente potuto comprare una scatola di colori, dei pennelli, una tavolozza e della tela.
La scena della figlia che salutava la madre intraveduta la prima domenica da lui passata alla montagna, gli dette campo di fare un quadretto di genere,sotto il quale non avrebbe sdegnato di porre la sua firma qualche pittore celebre.
Una domenica mentre dava gli ultimi tocchi al quadro, sentì dietro a sé un grido di allegra meraviglia.
Si voltò e immaginate la sua confusione nel vedere la gentile fanciulla; che era riprodotta alla perfezione nel suo quadretto.
—Ma quella sono io,—disse la fanciulla battendo le mani,—io e la mamma.
—Non parlo inglese,—rispose alla meglio rosso della vergogna Ernesto.
—Parlate francese?
—Sì.
—Allora parleremo francese. Siete pittore?
—No, minatore.
—Minatore? E la fanciulla con i suoi grandi occhi turchini guardò Ernesto.
—Bisogna pur vivere,—disse melanconicamente Ernesto.
—E non si vive facendo dei quadri così belli come quello?
—Non sempre signorina, non sempre.
—Ma ditemi, come faceste a fare così alla perfezione il mio ritratto e quello della mamma?
Ernesto fattosi animo raccontò alla fanciulla, come la vedesse in quella triste domenica che andò vagando per la montagna, come l’incontro della madre e della figlia avesse in lui ridestato tante dolci e insieme dolorose memorie, e come quella scena restasse impressa nel suo cuore e nella sua mente.
Quando il pittore ebbe finito la bella fanciulla disse:
—Volete vendermi il quadro?
—No, signorina.
—No, e perché?
—Perché se lo accettate sarò ben lieto di farvene un dono.
La fanciulla restò un momento muta, poi con accento risoluto disse:
—Sì, accetto il vostro dono.
—Grazie signorina.
—Mi chiamo Margherita e sono figlia del Sopraintendente delle miniere, ho numerose amiche, il mio babbo è influente, non resterete a lungo minatore. Per tanto vi ringrazio sentitamente per il vostro dono.
Ciò dicendo Margherita stese la sua bianca mano a Ernesto, che per un momento la guardò senza toccarla.
—Ebbene?—disse la fanciulla con un delizioso sorriso, avete paura?
—Ah! no,—esclamò Ernesto e strinse la mano di Margherita.
—Ci rivedremo presto,—disse la fanciulla correndo via col quadro sotto il braccio.
Da quel momento passarono tre giorni ed Ernesto non seppe più nulla di Margherita.
Una mattina mentre si accingeva ad andare al lavoro, comparve il Sopraintendente il quale con gran meraviglia di tutti domandò chi fosse il signor Ernesto Baldi.
Il pittore erasi fatto innanzi,e il Sopraintendente gli strinse con forza la mano.
I minatori italiani cascavano dalle nuvole.Come, quel signore che si diceva ricchissimo! che era padrone di una buona parte delle miniere, un caposaldo della potente Coal Company,trattava da pari a pari con Don Ernesto, che alla fine dei conti non era che un minatore come loro?
Intanto Mr. Blumenthal diceva in francese a Ernesto.
—Non andrete a lavorare oggi, vi si aspetta a casa mia con i colori e pennelli. Ero assente altrimenti vi avrei chiamato prima.
Il vostro quadretto è un capolavoro, ed io non permetterò che continuate a vivere nelle miniere.
Ernesto non sapeva cosa rispondere, l’emozione lo soffocava.
Che finalmente il destino si fosse stancato di perseguitarlo?
Quando Pasquale ebbe fatto la chiama; il Sopraintendente disse:
—Il signor Ernesto Baldi appartiene da oggi all’amministrazione, per cui potete togliere il suo nome dalla lista dei minatori.
Pasquale al massimo della sorpresa, balbettò:
—Sarà fatto signor Sopraintendente.
La squadra andò al lavoro; quel giorno nelle gallerie scure, gli operai commentavano il grande avvenimento della fortuna capitata al loro compagno, e la fantasia inventava le cose più inverosimili, ed Ernesto prendeva l’apparenza di uno di quei personaggi fantastici che il popolo ha imparato a conoscere nei Reali di Francia e nel Guerino detto il Meschino.
V.
Ernesto fu ricevuto con festa alla palazzina; Margherita gli corse incontro come ad un vecchio amico.
Mr. Blumenthal era nato a Strasburg ed ecco perché, tanto lui, quanto quelli di sua famiglia parlavano benissimo il francese.
Da trenta anni in America erasi fatta una grossa fortuna; partito dal posto più umile era arrivato a conquistarsi una splendida posizione; il Sopraintendente delle miniere, era stato minatore, e ricordava con orgoglio quei tempi nei quali i lavori erano assai più aspri, più faticosi, la meccanica non avendo ancora raggiunto la meravigliosa perfezione di oggi.
Blumenthal aveva recato dei grandi vantaggi alla compagnia con la quale era impiegato, e ben presto passò capo dei minatori, poi ebbe un posto nell’amministrazione, terminando coll’essere interessato nei guadagni.
Prevedendo l’avvenire di ricchezza che aspettava alle miniere della Pennsylvania, il danaro da lui messo da parte lo impiegava a comprare azioni, cosicché presto fu uno dei più forti azionisti.
Alla miniera nella quale lavorava Ernesto e che veniva chiamata, “La Montagna nera” avvenivano spesso degli scioperi che non soltanto recavano gravi danni ai lavori, ma portavano a lotte, a spargimento di sangue.
Eravi bisogno di un’uomo energico, e in pari tempo che comprendesse i veri bisogni degli operai, che avendo obbedito e lavorato, sapesse comandare e lavorare.
In fatti da tre anni che Mr. Blumenthal era alla “Montagna nera” come Sopraintendente, non era avvenuto più nessuno sciopero.
Trattava gli operai come compagni, come amici, e tutti gli volevano bene.
Non per tanto in quegli ultimi tempi Mr. Blumenthal erasi accorto che i suoi operai non erano più tranquilli come per l’addietro.
Da ogni parte giungevano notizie di scioperi colossali, le diverse Unioni inviavano la parola d’ordine alla quale bisognava obbidire.
......si sedeva vicino al pittore, per contemplarne l’opera sua
Il Sopraintendente ne avvisò la compagnia, e questa rispose che vedesse di scongiurare il pericolo facendo tutte le concessioni possibili.
Mr. Blumenthal un giorno adunò i minatori, ai quali tenne a un dipresso questo discorso:
—So che siete sul punto di fare sciopero, non perché qui stiate male, ma per mala intesa solidarietà con i vostri compagni che da mesi preferiscono stare per le vie gridando e minacciando che nelle officine e nelle gallerie. Uno sciopero lo sapete bene, è una grande rovina per l’operaio, ora prima che vi decidiate ad un passo che può avere tristi conseguenze, dite a me cosa desiderate, ed io mi impegno di ottenere dalla compagnia che le vostre domande, se sono eque e ragionevoli, sieno accettate.
Aspettò.
Ci fu un gran mormorio fra i minatori; poi uno di loro si avanzò e disse:
—Mr. Blumenthal noi lo sappiamo che con un capo come voi non vi è bisogno di scioperi per ottenere giustizia; per cui ecco qua cosa noi dimandiamo:
1° Riduzione del lavoro giornaliero a otto ore.
2° Paga fissa e non lavori a cottimo, salvo che per quei pozzi che rendono tanto che valga a far fruttare una giornata regolare ai cottimanti.
3° Abbandono della miniera “Azzurra” o paga fissa a chi vi lavora.
—Sono queste le vostre condizioni?—domandò Mr. Blumenthal.
—Sì,—risposero ad una voce gli operai.
—Va bene, fra tre giorni avrete una risposta, per tanto lavorate e state tranquilli.
Il Sopraintendente si recò a Pittsburg, parlò ai direttori della compagnia, patrocinò la causa degli operai tanto, che dopo tre giorni poteva dire loro:
—L’orario è ridotto ad otto ore; la paga sarà a giornata, e per la miniera “Azzurra” saranno presi altri operai.
Quella dichiarazione fu accolta con viva gioia.
Si deve a questa circostanza se una squadra di italiani poté recarsi in un campo minerario che era stato sempre in mano di operai tedeschi.
Sul principio i vecchi minatori non fecero attenzione agli italiani, essendo questi confinati nella miniera “Azzurra” da loro abbandonata; ma quando compresero che i nuovi giunti lavoravano di buona lena, e pure nelle gallerie, nelle quali i filoni del carbone parevano esauriti facevano ricche raccolte, cominciarono ad impensierirsi. Cosa sarebbe avvenuto se gli italiani venissero in gran numero?
D’altra parte l’Unione protestava perché si impiegavano degli operai non appartenenti alla potente associazione, e presto o tardi sarebbe avvenuto uno sciopero.
Mr. Blumenthal era informato di tutto; ma questa volta non fece nulla per scongiurare il pericolo; non lo meritavano quei minatori prepotenti, che apparivano incontentabili.
Le cose erano a questo punto quando Ernesto venne accolto come si disse, festevolmente dalla famiglia del Sopraintendente.
VI.
Il giovane pittore aveva avuta una delle migliori educazioni e per ciò passato l’imbarazzo del primo momento si mostrò gentile e disinvolto.
Mr. Blumenthal disse ad Ernesto:
—Ho visto il quadretto dove la mia figlia adorata e mia moglie, sono riprodotte con ammirabile perfezione, ve ne faccio i miei rallegramenti. Io non voglio domandarvi come mai un giovane d’ingegno come voi sia stato costretto a farvi minatore.
—Signore—disse Ernesto commosso,—la mia storia è breve, e se vorrete io la racconterò; le signore lo permettono?
—Signore,—disse Mrs. Blumenthal,—raccontate pure, noi siamo in grado di comprendervi, e mio marito in modo speciale, che pur lui ha indossato l’abito del minatore.
—E me ne vanto, moglie mia!
Ernesto raccontò brevemente; ma con una verità sorprendente le sue avventure, i suoi ascoltatori pendevano dalle sue labbra.
Margherita aveva le lagrime sul ciglio e quando il pittore si tacque, Mr. Blumenthal gli stese la mano dicendo:
—Siete un bravo giovanotto e spero che i cattivi tempi sieno finiti, avete pagato un duro noviziato, ammiro il vostro coraggio al quale dovete la salvezza. Vi furono molti meno di voi fortunati perché non trovarono la forza di lottare e finirono suicidandosi, o popolando le galere, o morirono di fame in mezzo ad una via.
In trenta e più anni d’America ne ho viste di belle e di brutte, e mi sono convinto, che si esagera tanto da coloro che credono questo il paese dell’oro, come da quelli che lo maledicono come una terra dove non è possibile vivere.
“Primo coeficente per non essere vinti e riuscire a trionfare è la forza di volontà, quella forza che non fa sembrare nulla difficile; ci sono i giorni di grande sconforto, ma viene il momento della riscossa, e allora la perseveranza, il coraggio danno il loro premio. Ma parliamo d’altro, perché voi avete provato ciò che vado dicendo.
—Sì, la prima parte.
—Proverete anche la seconda. Per tanto vi dò commissione di fare il ritratto di mia moglie, fra quindici giorni è il natalizio di mia madre, ed è questo il dono che voglio farle. Potrete eseguire il ritratto in sì breve tempo?
—Certo.
—Orbene, da oggi avrete una camera in casa mia, con posto alla mia mensa; terminato il ritratto vedremo di trovarvi un lavoro degno di voi.
—Signore,—disse Ernesto che a stento poteva trattenere il pianto,—come ricompensarvi di tanta bontà?
—Bontà! Ma quello che faccio è un’affare, niente altro che un’affare e sarò io che ci guadagnerò. Domani andremo insieme a Pittsburg e prenderemo tutto ciò che occorre, per il ritratto.
Quando la sera Ernesto entrò nella elegante cameretta che era stata preparata per lui, provò una tal gioia che per parecchio tempo restò come inebetito.
Erano dei mesi che non riposava in un letto così candido, così comodo.
La cameretta non era grande ma messa con una cura speciale, si vedeva chiaramente che una donna aveva presieduto a quei preparativi, ed Ernesto non poté a meno di pensare con riconoscenza alla gentile Margherita, che era stata la sua fata benefica.
Eppure nelle molli piume, fra i lenzuoli dal candore immacolato, stentò addormentarsi, la gioia lo rendeva inquieto, eccitato.
Finalmente si addormentò e sognò mille e mille cose deliziose; sognò Maria, e vicino alla figura della sua compagna di viaggio miseramente perita in mare, sorgeva l’immagine di Margherita seducente, con la sua grazia infantile.
Al fischio delle macchine si destò, si vestì in fretta credendo di essere sempre minatore, ma quando vide il nido grazioso, ricordò col cuore palpitante di felicità.
Dopo la colazione, Ernesto unitamente a Mr. Blumenthal si recò a Pittsburg per acquistare quanto occorreva a dipingere, e degli abiti più adatti alla nuova posizione che avrebbe occupata per lo innanzi.
Non andarono a piedi, che la ferrovia attraversava il territorio delle miniere,ed era stata la grettezza, la cupidigia di Pasquale che aveva costretto gli operai italiani a fare il lungo cammino a piedi.
La ferrovia correva quasi sempre nelle scure gallerie, e allorché usciva all’aria aperta era per costeggiare precipizi che mettevano paura, ponti altissimi con una lunga filata di arcate servivano di valico alla vaporiera che andava veloce verso la città.
Ernesto guardava lo spettacolo che si svolgeva sotto i suoi occhi con la più viva meraviglia, e faceva tesoro di quanto vedeva.
A Pittsburg, Ernesto fece ben presto gli acquisti necessari, il denaro non mancava, e quando tre ore dopo avere lasciato Mr. Blumenthal ritornò a prenderlo agli uffici della “Coal Company,” era trasformato sotto la nuova spoglia che indossava.
Alla sera Ernesto e il Sopraintendente fecero ritorno alle miniere, e l’indomani il pittore cominciò il ritratto della mamma di Margherita.
VII.
Passò una settimana; il ritratto di Mrs. Blumenthal proseguiva mirabilmente, il pittore ci metteva tutto il suo cuore, tutto il suo ingegno ed era facile prevedere che riuscirebbe un’opera d’arte di prim’ordine.
Mrs. Blumenthal, ne era entusiasmata e quasi tutti i giorni stava seduta ore intiere vicino al pittore contemplando l’opera sua.
Da qualche giorno però Mr. Blumenthal era pensieroso, e di quando in quando, il suo volto atteggiavasi a dolore.
Che cosa accadeva?
Nelle miniere stava per avvenire alcun che di serio; gli operai italiani ad onta che fossero derubati infamemente dal loro “boss” pure lavoravano con un ardore, una volontà cento volte maggiore di quella degli operai tedeschi, già i “foremen” cominciavano ad impiegarli anche nelle miniere più importanti.
Da ciò un gran malumore fra i tedeschi, che giuravano e spergiuravano di mettersi in sciopero se non venivano licenziati gli ultimi venuti.
Mr.Blumenthal quando fu interrogato in proposito dichiarò chiaro e tondo, che non si sarebbe lasciato intimidire, e che la squadra italiana sarebbe rimasta alle miniere.
Il comitato centrale dell’Unione Mineraria, intanto faceva sapere, che erano nel loro pieno diritto di scioperare e che con essi sarebbero stati solidali i minatori tutti.
Le cose stavano a questo punto, e ben a ragione Mr. Blumenthal ne era preoccupato, quando alla domenica scoppiò una grave rissa fra italiani e tedeschi, che precipitò gli avvenimenti.
Gl’italiani ballavano allegramente come al solito al suono dell’organino quando un gruppo di tedeschi,fece irruzione sul piccolo piazzale, con la strana pretesa che fosse loro lasciato libero il posto.
I minatori italiani naturalmente fecero le viste di neppure accorgersi della domanda dei tedeschi, i quali inferociti si misero a menare le mani.
Corsero da prima dei pugni, gli italiani si difendevano valorosamente, quando in soccorso dei tedeschi giunsero numerose schiere dei loro.
Si ingaggiò una vera battaglia, furono messi fuori i revolvers e i coltelli e sarebbe avvenuta una carneficina se Mr. Blumenthal avvisato del fatto non fosse accorso insieme ad Ernesto.
Il Sopraintendente con un coraggio degno di ammirazione si gettò in mezzo ai tedeschi imponendoli di arrestarsi; Ernesto dal canto suo nelle file degli italiani esortava, pregava che non continuassero nella lotta feroce.
Sul principio pareva impossibile calmare le ire, ma a poco a poco i migliori cominciarono a intendere la ragione e la mischia cessò.
Sangue però era stato sparso, due italiani e quattro tedeschi erano feriti più o meno gravemente.
Mr. Blumenthal si fece premura di mandare per un medico, il quale accorse subito e dette la notizia consolante che nessuna ferita era mortale.
Gli italiani rientrarono nel loro barraccone, e per quella notte vi regnò la più grande eccitazione.
Molti degli italiani parlavano di rappresaglie, quell’atto ingiusto crudele meritava di essere vendicato.
Altri esortavano alla calma, molto di più che ai tedeschi era stato risposto come si deve, e a quell’ora dovevano sapere cosa costa a provocare della gente che non fa male a nessuno.
Verso mezzanotte Ernesto inviato da Mr. Blumenthal, fece una visita ai suoi vecchi compagni di lavoro.
Fu accolto con grandi feste, lo circondarono, lo acclamarono, si dissero pronti ad ascoltarlo.
Il giovane pittore fu commosso da quella manifestazione di affetto, e appena gli fu dato di poter parlare disse:
—Amici miei il Sopraintendente sa che foste assaliti e provocati, e pur non approvando la fiera rissa avvenuta, dirà a chi di dovere che agiste in piena, legittima difesa.
“Questo deve bastarvi, ora sta a voi a far sì, che per qualunque ragione al mondo non dobbiate passare dalla ragione al torto, per cui domani ritornando al lavoro schivate assolutamente di incontrarvi coi tedeschi; nel luogo dove lavorate siete soltanto italiani.
“Se sarete di nuovo provocati vi sarà chi è pronto a prendere le vostre difese.
“Si dice in America che gli italiani sono accoltellatori assassini e peggio, mostrate coi fatti, che siete dei lavoratori pazienti, amanti di guadagnare un pezzo di pane, e non di versar sangue.
Quando Ernesto ebbe finito da ogni parte si intese gridare.
—Sì, sì, dice bene il signor Ernesto, dobbiamo lasciarli cantare quei patatucchi di tedeschi, e noi lavorare a loro marcio dispetto.
Uno della squadra, il più vecchio, si avvicinò ad Ernesto e con voce che risuonò da un capo all’altro del barraccone disse:
—Signor Ernesto, le vostre parole per San Cono mio patrono, sono quelle di un vero amico, si vede che cambiando stato, non avete messo superbia, e qui ci sono molti che si pentono di avervi dato dispiacere nei primi giorni che foste con noi, ma che volete vi credevano superbo ... Basta il passato è passato, e bisogna pensare all’avvenire, e l’avvenire non è bello, perché quei tedeschi mangia sego non la finiranno tanto presto. Noi seguendo i vostri consigli e quelli del Sopraintendente, che è proprio il re dei galantuomini; non daremo retta alle loro provocazioni e soltanto quando ci toccheranno la pelle risponderemo, perché non vorrete mica che ci facciamo scannare come agnelli?
—No, mio caro Serafino,—rispose Ernesto,—non voglio che vi facciate scannare, ma state pur sicuri che prima che vi venga torto un capello interverrà chi deve proteggervi.
Ed ora andatevene a letto che domani dovete lavorare.
—Come stanno i nostri compaesani feriti signor Ernesto?—domandò Serafino.
—Abbastanza bene; e se la caveranno con una diecina di giorni di letto. Buona notte amici, e conto su voi.
—Buona notte!—ripeterono tutti in coro.
VIII.
L’indomani i tedeschi si mettevano in sciopero, e i minatori italiani continuarono a lavorare.
Una commissione degli scioperanti domandò di essere ricevuta da Mr. Blumenthal; ma questi rispose che non riceveva nessuno prima che avesse parlato coi direttori della Compagnia.
Quel primo giorno di sciopero passò abbastanza calmo, soltanto all’uscita degli italiani dalle miniere vi furono grida, minaccie e insulti; ma tutto si fermò lì.
Il secondo giorno Mr. Blumenthal si riceveva la commissione.
—Ebbene,—domandò il Sopraintendente,—qual’ è la ragione di questo sciopero?
—Signor Sopraintendente,—rispose il minatore che era il capo della commissione,—non riprenderemo il lavoro fino a quando non siano licenziati i minatori che non fanno parte dell’Unione.
—Allora,—rispose con voce calma Mr. Blumenthal,—potete prepararvi a non lavorare più, perché la Compagnia non intende di licenziare dei bravi operai, che col loro lavoro non recano nessun danno, né all’Unione, né agli operai che sono in queste miniere.
—Ma....—volle dire il capo.
—Lasciatemi dire; l’altro ieri senza una ragione al mondo avete assalito dei poveretti colpevoli solo di lavorare per vivere; se essi non si difendevano, ne avreste fatto un macello; anche di questo qualcuno dovrà renderne conto non essendo affatto disposto a tollerare, che si commettano simili atti da selvaggi.
“Ritornate ai vostri compagni e dite loro che se riprendono i lavori entro domani bene, altrimenti i loro posti sono rimpiazzati.
—Non farete ciò Mr. Blumenthal,—dissero in tuono minaccioso alcuni della commissione.
—E chi potrà impedirmelo?—rispose alzando fieramente il capo, il Sopraintendente.—Credete che io voglia rendermi complice di una mostruosa ingiustizia?
“Sono stato ancora io minatore come voi, so quando è un diritto lo sciopero, e quando è una colpa. Anche a mio tempo gli operai imponevano delle condizioni, ma erano giuste, eque, e non andavano a colpire altri lavoratori, dei compagni che affrontano gli stessi pericoli, allo stesso scopo di guadagnare da vivere.
Lo sciopero di oggi è una vergogna per gli operai tedeschi, perché i loro interessi non sono né tocchi, né minacciati dai lavoratori italiani, dei poveri disgraziati, che si adattano a tutto e lavorano con coraggio e con volontà in pozzi abbandonati dagli operai tedeschi.
—Ma l’Unione.....—volle replicare il capo della commissione.
—L’Unione? Ebbene l’Unione in questo caso ha torto marcio.
“Io comprendo, lo ripeto che questa forte associazione si faccia viva quando vi sono gli interessi dei lavoratori da tutelare, quando trattasi di costringere le potenti compagnie a fare in prò di chi lavora quello che è giusto ed equo, ma non comprendo perché essa dovrebbe intervenire a danno dei poveretti che nuovi del paese, senza mezzi, non potevano ancora far parte della grande federazione dei lavoratori.
“Non è molto che la compagnia di queste miniere vi concesse quanto domandavate; tutto ciò che fu promesso, fu mantenuto; lo sciopero d’oggi non ha nessuna ragione di essere, e la compagnia non cederà di un passo, e ascoltate bene; io che fui sempre il vostro avvocato difensore, io che patrocinai i vostri interessi sempre, darei le mie dimissioni se la compagnia si lasciasse imporre da uno sciopero che è una odiosa e pessima azione. Ho detto!....
—Però....—principiò il capo della commissione.
—Non una parola, non voglio sentire nulla; o domani ritornate al lavoro o sarete cancellati, e per sempre, dalla tabella dei minatori.
Ciò detto Mr. Blumenthal voltò le spalle alla commissione e si ritirò.
La risposta di Mr. Blumenthal quando fu conosciuta dai tedeschi prima li sorprese, e poi li irritò al massimo grado.
Decisero di resistere, di usare la forza per scacciare gl’italiani, ad ogni costo.
All’indomani in fatti sulla via che i minatori italiani dovevano percorrere per recarsi al lavoro erano schierati minacciosi i tedeschi, le loro donne stavano vicine ad essi e quasi l’incoraggiavano a massacrare coloro che, a detto loro, venivano a rubarli il pane.
Gli italiani uniti a due a due, come tanti soldati, si avanzarono risolutamente, per nulla curanti delle ingiurie che venivano loro lanciate.
Pasquale, fino dalla sera innanzi erasi recato a Pittsburg e perciò non capitanava la sua squadra.
I tedeschi stavano per usare atti di violenza quando comparve Mr. Blumenthal, che calmo e tranquillo andò a mettersi in mezzo agli italiani che lo accolsero con segni non dubbi di rispetto; gli scioperanti per quanto fossero esaltati non ardirono alla presenza del Sopraintendente investire i lavoranti, che esso prendeva sotto la sua protezione.
Quando gli italiani furono nei pozzi, Mr. Blumenthal tranquillamente attraversò le file degli scioperanti senza neppure degnarsi di guardarli, a metà cammino fu fermato da un vecchio minatore che da venti e più anni era impiegato nella miniera.
—Ebbene William,—disse Mr. Blumenthal,—anche voi fate sciopero?
—Non posso tradire i miei compagni,—rispose il vecchio.
—Non è tradimento quello di non seguirli in una guerra assurda, ingiusta, fatta a dei bravi operai, che non recano danno a nessuno.
—Sarà Mr. Blumenthal; ma noi apparteniamo all’Unione e dobbiamo obbedire.
—Se dovete obbedire voi altri, non lo devo io; per cui tenetelo bene a mente e ripetetelo ai vostri amici, e essi non fanno più parte delle miniere, domani saranno tutti rimpiazzati.
—Non lo farete Mr. Blumenthal!
—Lo farò,—vi giuro William che lo farò.
—È uno spingerli alla violenza.
—Peggio per loro, l’agenzia di Pinkerton è già avvisata e fra poche ore saranno qui degli agenti che sapranno mettere a posto le teste calde.
—Mr. Blumenthal,—disse con voce commossa William,—fummo compagni di lavoro; io restai minatore e voi faceste una bella via; ma la mia amicizia, come la vostra, non cambiò mai, ebbene, quell’amicizia mi dà il diritto di dire: Camerata, se vuoi scongiurare gravi disgrazie lascia a casa sua gli agenti di polizia, le divergenze quando vi è un Sopraintendente di cuore si appianano in famiglia; oggi i compagni hanno la testa calda; domani non sarà altro.
—Ebbene mio vecchio compagno già che tu mi parli così, io voglio seguire il tuo consiglio, non verrà né la polizia né gli agenti di Pinkerton; ma tu promettimi di far sì che tutti ritornino al lavoro o per lo meno non commettano violenze.
—Lo prometto, Mr.Blumenthal, e se non riesco, allora farete ciò che il dovere vi detta.
Il Sopraintendente stese la mano al vecchio amico, che la strinse con forza, e quindi si recò a casa sua.
William adunò i tedeschi e con belle parole, con buone e logiche ragioni dimostrò l’assurdità dello sciopero, ottenne la promessa che non avrebbero provocato gl’italiani.
I tedeschi erano in questa buona disposizione quando giunsero alle miniere due delegati dell’Unione Centrale.
Come in tutte le sommosse vi sono agenti provocatori, che coi loro consigli rovinano le più nobili azioni o rendono segno di orrore i più grandi eroismi, così in tutti gli scioperi non mancano coloro, che incitano alla rivolta, alla rapina, alla strage.
Sono questi esseri malvagi che sfruttano l’entusiasmo, lo sdegno, la riscossa dei veri operai, uccelli di rapina sempre attenti pronti a piombare sul campo della strage, come quelle legioni di miserabili che dopo la battaglia invadono i campi della mischia facendo bottino, iene più feroci e schifose di quelle che nell’Africa si pascono di cadaveri.
Quei due delegati distrussero con poche parole l’effetto dei saggi consigli di William, essi dipinsero come il peggiore dei nemici Mr. Blumenthal; dissero che a lui solo si doveva la resistenza della compagnia, delle miniere, stando a quei due provocatori, se il Sopraintendente avesse voluto gl’italiani sarebbero stati subito scacciati dalle miniere.
Il fermento adunque aumentò fra i tedeschi, i quali decisero di darsi alle peggiori violenze se i loro diritti non fossero stati rispettati.
IX.
Intanto alla villa del Sopraintendente regnava la massima tranquillità, Mr. Blumenthal, contava sull’ascendente che aveva sopra i suoi sottoposti, e non temeva per nulla, né assalti, né violenze.
Ernesto dal canto suo assicurava che i lavoratori italiani avrebbero sofferto in pace ogni insulto, e solo agli ultimi estremi, e in legittima difesa si sarebbero battuti.
Fu per questo che Mr. Blumenthal non fece venire i “detectives.”
Le speranze del Sopraintendente furono deluse, gli agitatori avevano così bene saputo fare l’opera loro, che all’indomani, quando gli italiani si presentarono per andare al lavoro, furono accolti da una fitta pioggia di sassi.
Sul principio stettero, comodo bersaglio agli assalitori, ma quando videro cadere feriti i loro compagni non si trattennero più e con slancio irresistibile si gettarono contro i tedeschi.
Erano uno contro venti, ma non avevano nessuna paura; la lotta s’impegnò con furore balenarono i coltelli, si tirarono numerosi colpi di revolvers; e la peggio toccò ai tedeschi che dovettero rifuggiarsi nelle loro case dove si barricarono.
Il luogo del lavoro fu macchiato di sangue, e ben dieci italiani e una trentina di tedeschi, si contorcevano feriti, malconci sul terreno.
Gli italiani erano talmente inferociti che volevano dar fuoco alle case dei tedeschi.
Giunsero in buon punto Mr. Blumenthal ed Ernesto.
Il giovane pittore non sapendo ancora come erano andate le cose, rimproverò aspramente i suoi ex-compagni di lavoro.
—È così,—egli disse loro,—è così che mantenete la vostra parola? prometteste di non lasciarvi andare alla violenza e vi trovo qui come un branco di belve assetate di sangue.
—Signor Ernesto,—disse uno degli italiani,—credetelo, non ne abbiamo colpa, non potevamo farci ammazzare, come cani.
Quando Ernesto ebbe saputo come le cose erano andate, le narrò al Sopraintendente, il quale disse:
—Fate in modo che i vostri compatriotti ritornino al loro barraccone, e che curino i feriti, per oggi i lavori sono sospesi.
Quando gli italiani si furono allontanati, il Sopraintendente andò alla casa del “foreman” al quale ordinò di fare uscire fuori tutti i minatori.
—Mr. Blumenthal,—disse il “foreman”—trattateli con dolcezza, sono così eccitati che ho timore di qualche grave disgrazia.
Il Sopraintendente scosse le spalle, e si contentò di rispondere:
—Gli tratterò come meritano.
Quando gli operai furono tutti fuori dalle loro abitazioni, Mr. Blumenthal cominciò:
—Non vi avrei mai creduti capaci di assalire i vostri compagni; siamo in un epoca che si grida tanto amore e fratellanza e voi offrite il triste spettacolo di massacrare chi lavora per guadagnarsi il tozzo di pane che deve sostentarli, questo è un delitto dei peggiori, che mi fa ricredere sul conto vostro.
—Gli italiani lavorano per nulla,—gridò uno dei minatori,—rovinano il nostro mestiere.
—Non è vero,—rispose subito il Sopraintendente,—gli italiani guadagnano in proporzione del lavoro che fanno, e non nuocciono a nessuno. Comunque fosse, quei lavoranti sono stati qui chiamati dalla compagnia e vivono sotto la sua protezione. Dal giorno che essi vennero qui le vostre paghe non furono diminuite, quale è dunque la ragione di questo sciopero?
—La paura dei mali futuri,—gridò qualcuno.
—Sciocca paura, perché un buon operaio non deve avere paura dei suoi compagni, specialmente in un posto come questo dove havvi lavoro per tutti.
“Ma basta di ciò, che non sono qui per darvi spiegazioni, ma per dirvi che la giustizia farà il suo corso, che gli assalitori saranno puniti, e il sangue sarà vendicato.
“In quanto a quello che riguarda l’amministrazione della miniera, vi notifico che tutti i minatori sono licenziati.
Vi fu una specie di tumulto a quella esplicita dichiarazione.
Mr. Blumenthal non se ne dette per inteso, voltò le spalle ai tumultuanti e si diresse verso casa sua, dove l’attendevano palpitanti, impaurite, la figlia e la sposa.
Egli consolò gli esseri cari al suo cuore, e quindi si recò al telegrafo, mettendosi in diretta comunicazione con i direttori della compagnia, chiedendo una squadra di “detectives” che fossero pronti a sedare qualunque tumulto.
In tanti anni era quella la prima volta che Mr. Blumenthal si trovò nella penosa necessità di dovere usare la forza contro i suoi operai.
Ma questa volta il torto era così evidente, e insieme al torto una feroce malvagità che indispettiva quell’anima onesta e leale, che nella lunga sua carriera era stato più padre dei suoi sottoposti, che superiore.
Non disperava ancora, però e forse l’indomani la pace e la tranquillità sarebbero ritornate nel campo minerario.
E ciò sarebbe avvenuto di fatti senza quei due agenti provocatori, sedicenti delegati dell’Unione, che scaldavano la testa ai minatori restando nell’ombra lontani da ogni pericolo.
I tedeschi colpiti dalle parole del Sopraintendente decisero di opporre resistenza anche alla polizia e giacché si voleva licenziarli, avrebbero fatta pagar cara a qualcuno quella ingiustizia che si faceva loro.
Tutta la notte regnò una grande agitazione nel campo minerario, i minatori andavano di casa in casa, come per passarsi una parola d’ordine.
Mr. Blumenthal fu avvisato che si preparava per l’indomani qualche cosa di serio, e i vecchi “foremen” lo pregarono perché volesse calmare gli animi con qualche buona promessa.
Egli fu irremovibile; ciò che doveva dire lo aveva detto al mattino, non intendeva di cedere.
All’alba dell’indomani arrivarono gli agenti di Pinkerton, erano armati di fucili “Winchester,” su i quali innastarono delle lunghe baionette che sembravano grossi coltelli da macellaio.
Erano ventiquattro uomini forti e risoluti; che anche senza fucile avrebbero tenuto a dovere un bel numero di persone.
Quasi contemporaneamente ai “detectives” giunse lo “sceriffo” della Contea, perché mentre sulla montagna le cose apparivano senza alcuna importanza la voce correva a Pittsburg di gravissimi avvenimenti atti a impensierire tutti.
Mr. Blumenthal ricevé con ogni cortesia lo “sceriffo” al quale rese conto degli avvenimenti del giorno innanzi, scemandone di molto la gravità. Allorché lo “sceriffo” domandò se fosse vero di una battaglia ingaggiata fra i tedeschi e gli italiani, il Sopraintendente disse che trattavasi di vere e proprie esagerazioni il tumulto non avendo assunto mai il carattere di una battaglia.
Come si vede Mr. Blumenthal ad onta che facesse la voce grossa, non poteva decidersi a far del male ai suoi operai.
Margherita, dal momento che erano scoppiati i primi torbidi, stava in una continua ansietà, natura delicata e impressionabile, si sentiva tutta agitata, e cento e cento volte domandava ad Ernesto, divenuto il suo confidente, se sarebbero occorse delle disgrazie.
Ernesto faceva di tutto per consolarla, egli la trattava come una sorella e aveva per essa cure affettuose quali si hanno per i bambini.
Del resto il giovane pittore per Margherita si sarebbe fatto uccidere, perché a lei doveva di essere uscito dalle miniere, a lei sola che lo aveva rimesso da morte a vita.
Il cuore di Ernesto vicino a quella bionda fanciulla cominciava a dimenticare l’immagine di Maria, della donna perduta in mezzo all’Oceano mentre infuriava la tempesta.
Egli era spaventato di ciò che avveniva entro di sé, perché il suo amore, dato che avesse divampato per Margherita era e doveva restare senza speranza.
Ernesto non era tranquillo sulle intenzioni dei tedeschi, temeva atti di violenza anche verso il Sopraintendente ed aveva giurato di stare bene attento, e sacrificare la sua vita in prò del benefattore.
Anche quella mattina alle sette il fischio della macchina chiamò i minatori al lavoro; gli agenti erano schierati lungo il percorso che dovevano fare gli italiani per recarsi al pozzo.
Nessuno dei tedeschi si fece vivo, e gli italiani poterono andare al lavoro, senza essere molestati.
Verso le undici Mr. Blumenthal accompagnato dallo “sceriffo,” fece la sua visita alle miniere, e trovò tutti i pozzi deserti eccettuato quello affidato agl’ italiani.
Degli operai tedeschi non si vedeva neppure l’ombra; stavano tappati nelle loro case in segno di protesta.
Verso le undici quando il Sopraintendente volle telegrafare lo stato delle cose, ebbe la dolorosa sorpresa di trovare che i fili erano stati tagliati.
Cosa voleva dir ciò?
Intanto dalle montagne vicine giungevano notizie allarmanti, lo sciopero si propagava, come una striscia di polvere alla quale fosse appiccato il fuoco.
Il movimento non era isolato; e prendeva le proporzioni di uno sciopero generale.
Per tutto il giorno i tedeschi non si fecero vivi e gli operai italiani lavorarono senza essere disturbati.
Alla notte qua e là sulle montagne furono accesi dei gran falò, segnali certo degli scioperanti.
Mr. Blumenthal voleva assolutamente che sua moglie e Margherita andassero a Pittsburg.
—Le donne,—diceva il brav’ uomo,—sono un’impiccio bello e buono, quando vi sono conti da regolare fra uomini, ed è meglio che sieno lontane. Non avverrà nulla; ma siamo in un’epoca nella quale non mancano gli esaltati, i fanatici e non si sa mai....
Ma le due donne non intendevano ragione, esse volevano restare alla montagna.
—Una delle due,—diceva Mrs. Blumenthal,—o non vi è pericolo e allora è assurdo dividerci da te; se il pericolo esiste e allora la moglie non può lasciare il marito, la figlia il padre.
—No, no,—diceva a sua volta Margherita,—noi non partiremo neppure se tu ci fai scacciare dai tuoi “Pinkertons.”
Mr. Blumenthal con gli occhi pieni di lagrime serrava al seno sposa e figlia, e provava la più grande felicità che sia dato ad essere umano di provare.
Ernesto visitò ancora una volta i suoi connazionali, e li assicurò che sarebbero stati protetti in modo che nessuno avrebbe osato torcere loro un capello.
Pasquale essendo tornato dalla sua misteriosa gita a Pittsburg, ebbe da Ernesto le istruzioni necessarie del come si dovevano comportare i minatori italiani nel caso, che venisse loro impedito di recarsi al pozzo.
All’ora solita s’intese il fischio della macchina, e anche quella mattina i minatori italiani si recarono al lavoro senza soffrire il minimo disturbo.
I tedeschi non erano più nelle loro case; ma taciturni a gruppi numerosi si aggiravano di qua e di là gettando sguardi feroci verso i “detectives” che col loro fucile facevano la ronda.
Quando suonò il mezzogiorno vi fu una mezz’ ora di riposo; ma la colazione fu portata agli italiani in fondo al pozzo, e per quel giorno mangiarono nelle umide gallerie, alla luce delle lampade fumose.
Non era prudenza farli passare attraverso i tedeschi che divenivano di momento in momento, più minacciosi.
Erano le quattro quando tutta la montagna sembrò scossa da un terremoto, in alcuni punti la terra franò aprendo dei profondi precipizi, molte case abitate dai tedeschi crollarono.
Che cosa era avvenuto?
Lo seppero fin troppo presto, nel pozzo dove lavoravano i minatori italiani era avvenuto lo scoppio di una grossa cartuccia di dinamite.
Le gallerie erano crollate sotto la forza dell’esplosivo, ma il caso aveva fatto sì che appunto quella dove erano gl’italiani restava più di metà intatta, ma franando terra e carbone, la galleria restava chiusa cosicché i minatori che non erano restati sotto le macerie si trovavano prigionieri e senza nessuna speranza di uscita.
Mr. Blumenthal accorse subito sul posto del disastro, sul principio nessuno sapeva rendersi ragione dell’accaduto, ma poi circolò la terribile parola dinamite e tutti compresero l’infame attentato.
Il Sopraintendente esasperato si rivolse verso i tedeschi e gridò loro:
—Siete dei vili, miserabili assassini, degni della forca sulla quale morirete ben presto.
I tedeschi protestarono se attentato vi era, non era opera loro.
Mr. Blumenthal sempre più adirato aumentò la dose degl’ insulti, i tedeschi già eccitati corsero minacciosi verso l’uomo che pure fino a pochi giorni prima amavano come padre.
I “detectives” senza aspettare nessun’ordine, fecero fuoco coi loro fucili carichi a mitraglia; tre operai caddero mortalmente feriti.
Fu quello il segnale di una lotta selvaggia, gli scioperanti levarono i revolvers e risposero al fuoco.
Gli agenti di Pinkerton seguitarono le loro scariche micidiali ad onta che Mr. Blumenthal pregasse, scongiurasse di cessare il fuoco.
I tedeschi più che difendersi fuggivano innanzi al piombo dei “detectives” e la lotta sarebbe presto terminata; quando dalla montagna scaturirono come per incanto legioni di uomini armati.
Chi erano? Donde venivano?
Mr.Blumenthal li riconobbe; erano operai delle altre miniere, su i quali disgraziatamente non aveva nessuna influenza, o che spinti da qualche misteriosa parola d’ordine venivano a prendere parte al combattimento.
I tedeschi non dovevano essere prevenuti di quell’arrivo perché restarono titubanti, incerti nel da farsi; ma scambiate poche parole si intesero grida di gioia, alle quali seguirono subito atti di violenza.
Mr. Blumenthal avrebbe voluto continuare il combattimento, l’uomo mite, incanutito in mezzo agli operai, si era di un tratto cambiato, innanzi a quella rivolta che credeva ingiusta e crudele.
Ernesto gli ricordò, che nessuno pensava agli operai sepolti nelle viscere della terra, che era d’uopo far di tutto per salvarli se ancora si fosse in tempo.
Mr. Blumenthal chiese di parlamentare con i rivoltosi. Scendere a patti con simile gente gli costava lagrime di rabbia e di vergogna; ma la vita di quei disgraziati rimasti nelle miniere vittime del lavoro e del dovere valevano bene il sacrificio del suo orgoglio.
Sul principio non vollero ascoltarlo, grida minacciose lo accolsero, molti degli estranei alle miniere lo insultarono; ma egli calmo tranquillo sventolò il suo bianco fazzoletto e si avviò risoluto verso gli inferociti minatori.
Ernesto stava al suo fianco pronto a fargli scudo del suo petto.
Vi fu un momento di terribile ansietà; nessuno però osò far fuoco su Mr. Blumenthal, il quale quando fu vicino agli operai gridò:
—Non è questo il momento di adoperare le armi l’uno contro l’altro; vi sono dei vostri compagni che a quest’ora sepolti sotto le rovine delle gallerie, invocano il vostro aiuto, agonizzano fra le macerie, sperando che anche i loro nemici non saranno così crudeli di lasciarli morire.
I tedeschi con slancio che testimoniava in favore dei loro buoni sentimenti, si dissero pronti a compiere il salvataggio degli operai italiani.
Coloro che erano arrivati in rinforzo degli scioperanti mormorarono minacciosamente,ma non ardirono opporsi alla generosa ispirazione degli operai, che altri operai volevano salvare.
X.
Allorché avvenne lo scoppio che fece franare le gallerie, gli italiani furono presi da inenarrabile spavento e sotto le volte oscure risuonarono le invocazioni più disperate a tutti i santi e le madonne del calendario.6
Mossi da un’istesso istinto, gli operai si erano aggruppati in una galleria che per fortuna non crollò; ma come si disse più avanti restò chiusa da una frana.
I lumi si erano spenti e quei disgraziati stavano nella più completa oscurità e ciò aumentava le loro angustie.
Per un po’ di tempo non s’intesero che grida e lamenti, finalmente uno della brigata disse ad alta voce:
—Su, coraggio, non spaventiamoci che verranno a salvarci.
Quella parola rincorò tutti. Infatti non era possibile che non si facessero tutti i tentativi per trarli di là.
Il tempo passava e nessuno si faceva vivo, l’aria in quello stretto spazio incominciava a mancare e non pochi operai cadevano affranti, gemendo nel modo il più doloroso.
Quando videro che nessuno veniva in loro aiuto, pensarono di fare da soli, e con le mani si misero a scavare una breccia nella frana.
Ma non era cosa facile, se fosse stata terra o sabbia, avrebbero progredito nel lavoro perché il timore centuplicava le loro forze; ma la frana era formata da massi di carbone su i quali si rompevano le loro mani.
—Compagni,—disse il più coraggioso della brigata,—lo vedete, è inutile tentare di uscire da questa prigione, la frana forma come una barriera insuperabile, continuando nel lavoro che abbiamo cominciato esauriremo più presto le nostre forze, e non avremo il tempo di aspettare che si tenti da qualcuno il nostro salvataggio. Vi consiglio adunque a riposarvi e a restarvene quieti.
Allora nel buio pauroso di quella galleria senza uscita si intesero gemiti, lamenti, preghiere.
Molti di quei poveretti avevano in America o in Italia la moglie e i figli, non avrebbero più visto i loro cari, sepolti vivi nelle viscere della terra erano condannati alle più inaudite torture.
Come finiva male il loro sogno di fortuna, qual triste epilogo alle loro illusioni, in America non trovavano oro, né argento, ma una morte spaventosa.
I minuti sembravano secoli per quei poveretti, quando a confortarli giunse il rombo lontano, come di picconi che picchiassero in qualche muraglia di pietra.
—Coraggio,—disse il solito minatore,—vengono in nostro aiuto; non lasciatevi abbattere e saremo salvi.
Come per incanto erano cessati i lamenti,le preghiere, tutti tendevano anziosamente l’orecchio.
Il rumore si avvicinava sempre più; non eravi alcun dubbio si veniva in loro aiuto.
Ad un tratto ogni rumore cessò, e le angoscie dei sepolti vivi ricominciarono....
Mr. Blumenthal fu commosso dallo slancio dei tedeschi per soccorrere gli operai italiani, e non poté a meno di mormorare:
—Dopo di tutto sono dei bravi figliuoli!
Guidati da Ernesto, i minatori scesero nelle gallerie, traversarono le montagne di macerie, si aprirono un passaggio in mezzo alle frane, frugarono fra i rottami, chiamando i loro compagni, quei compagni che volevano vedere morti e che ora desideravano salvare.
Il lavoro improbo durò parecchie ore, senza nessun risultato, di quando in quando, squadre di operai lasciavano il lavoro affranti, spossati.
—Ebbene,—domandava Mr. Blumenthal,—cosa è avvenuto a quei poveretti?
Ricevendo le sconfortanti notizie il Sopraintendente sentiva il sangue salirgli alla testa.
Come? da chi era stato fatto il vigliacco attentato? Gli operai tedeschi non erano colpevoli se con tanto ardore si davano al salvataggio!
Dunque il delitto era stato commesso da qualche estraneo, da qualcuno interessato a far nascere stragi e disordini.
Mr. Blumenthal ai “detectives” rimasti incolumi nella lotta, aveva detto i suoi dubbi, e esternato il desiderio di far prigionieri gli sconosciuti venuti a difendere i tedeschi.
Ma il capo degli agenti aveva risposto.
—Il nostro mandato è quello di proteggere le miniere, se gli operai vostri, o non vostri, faranno degli atti di violenza, noi interverremo, altrimenti no.
Mr. Blumenthal aveva dovuto chinare il capo e soffrire in pace, che un centinaio di persone sconosciute se ne stasse armata mano, nei terreni della compagnia.
Ad un tratto risuonò un grido di gioia, che partì dalle viscere della terra; gli operai italiani erano stati ritrovati.
Il Sopraintendente sembrava pazzo di gioia.
Ernesto portò a lui notizie precise.
Gli operai tedeschi avevano girato le gallerie che ancora restavano libere dopo l’esplosione, e con un ardore e un’entusiasmo da non dirsi avevano praticato delle grandi breccie in tutte le frane che otturavano qualche galleria, finalmente avevano trovata quella che imprigionava gli italiani.
Nessuno credeva di trovarli vivi e fu grande la sorpresa, nel constatare che per uno di quei casi, che si possono ben dire miracoli, gli italiani erano ancora tutti in vita.
Dalla breccia prima piccolissima non giungevano che grida di aiuto, allora era stata allargata e così erasi potuto effettuare il salvataggio.
Quando gli italiani ritornarono a respirare l’aria libera sembravano pazzi di gioia; in quanto ai tedeschi, compiuto il loro dovere ripresero l’aria minacciosa.
Otto italiani però mancavano all’appello.
Mr. Blumenthal, non volle fare più uso della forza e chiamato il capo degli scioperanti gli disse, che qualora fossero subito partiti gli intrusi, vale a dire, gli operai di altre miniere, poteva ascoltare i loro lamenti e perdonare quella rivolta ingiustificata.
I tedeschi chiesero tempo a riflettere; non potevano rifiutare i soccorsi che loro mandava l’Unione, e in pari tempo considerata la bontà del Sopraintendente, la paga che ricevevano si persuadevano che il meglio sarebbe stato di cedere, perché proprio non eravi ragione di quella rivolta.
I tedeschi mandarono un loro delegato unitamente ad uno dell’Unione.
Mr. Blumenthal, quando vide i due commissari, con grande calma disse:
—Conosco voi caro Francesco e sono lietissimo che vi abbiano inviato a me; ma con voi solo posso trattare, perché, non conosco il vostro compagno.
—Signore,—rispose lo sconosciuto—sono un delegato dell’Unione.
—Non ho nulla che fare con l’Unione, è ai miei operai che intendo di parlare.
—Ma voi dovete riconoscere la nostra associazione.
—Non so nulla di unioni, parlate Francesco e dite cosa vogliono i vostri compagni.
—Il licenziamento immediato degli italiani,—disse Francesco.
—Impossibile,—rispose subito il Sopraintendente.
—Allora lo sciopero continuerà.
—Signore,—disse Mr. Blumenthal rivolto al sedicente rappresentante dell’Unione,—ho bisogno di parlare a Francesco un mio operaio, che conosco da venti anni e vorrei restare solo con lui.
—Ma... io non uscirò.
—Ebbene i miei servi vi scaccieranno.
—Io sono qui per il bene dell’operaio.
—Menzogna! voi siete qui a suscitare disordini, ed io non ho nulla a che fare con voi. Solo vi dico di lasciare al più presto il campo minerario altrimenti troverò bene il mezzo di far sì che i buoni operai sieno liberati dalla influenza di chi cerca di pescare nel torbido....
—Signore ...
—Non vi è signore che tenga. Qui avvengono fatti, tanto strani che io ho tutte le ragioni di attribuire la colpa a questi sedicenti campioni dell’Unione venuti qui molto, ma molto male a proposito.
—Un tempo anche voi appartenevate all’Unione.
—Sì, vi appartenevo, e l’associazione era sinonimo di protezione e sicurezza sia per gli operai che per i padroni. Non atti di violenza allora, non dinamite, non esclusivismo, oggi tutto è cambiato; l’Unione acquistata la forza, vuole con quella combattere a danno di altri operai, è più esclusivista, più egoista dei padroni, la sua missione è falsata; io non la riconosco più, o per lo meno non riconosco coloro che intendono proteggere i loro interessi con la violenza. Ma basta su ciò, debbo parlare da solo con Francesco, per cui vi prego a ritirarvi.
Il delegato dell’Unione esitò alquanto, ma innanzi al contegno risoluto del Sopraintendente chinò il capo ed uscì.
Quando Mr. Blumenthal fu solo con Francesco, cambiò tuono; le sue parole non avevano più l’accento dell’ira, ma del dolore, del più profondo dolore.
—Ebbene, avete visto Francesco a quale eccesso siamo arrivati; chi mi avesse detto che la “Montagna Nera,” sarebbe stata bagnata di sangue, lo avrei preso per matto. Chi poi avesse sostenuto che anche qui si sarebbe udito il triste e spaventoso rombo della dinamite, lo avrei cacciato via come il peggiore dei birbanti. E invece il sangue è stato versato, la dinamite ha compiuto la sua opera di distruzione e per poco non costava la vita di tanti operai, vostri fratelli.
—Mr. Blumenthal, mi conoscete,—rispose Francesco,—non mentisco mai, direi la verità ad ogni costo. Orbene nessuno dei vostri operai ha collocato la dinamite.....
—Lo so bene mio vecchio Francesco, lo so bene, e ne ebbi la prova nello slancio col quale i minatori corsero in aiuto dei pericolanti. La giustizia cercherà i colpevoli, e certo non li troverà nelle file dei miei minatori. Ed ora dimmi, vi sono dei feriti?
—Sedici feriti e tre morti fra i tedeschi, degl’ italiani otto non furono ancora ritrovati, e sei hanno riportate ferite più o meno gravi.
Mr. Blumenthal chinò il capo fremendo, poi dopo una lunga pausa disse:
—I morti hanno famiglia?
—Sì.
—Bisogna provvedere ai rimasti. E i feriti chi li cura?
—Ho visto al loro letto la signorina Margherita e sua madre.
Una gioia immensa brillò nel volto di Mr. Blumenthal e una lagrima di tenerezza gli solcò il volto.
—Bene,—mormorò rimessosi dalla viva commozione,—esse fanno il loro dovere,io farò il mio. Su, Francesco parla, cosa bisogna fare perché cessi ogni disordine.
—Prima di tutto allontanare gli agenti di Pinkerton.
—Sarà fatto. Poi?
—Fare in modo che se ne vadano al più presto quelli intrusi che seminano la zizzania, e quindi aspettare che li animi si sieno calmati.
—Va bene, faremo tutto questo e spero, che le triste scene non si rinnovino.
Fu bussato all’uscio.
—Entrate,—disse il Sopraintendente.
Entrò Ernesto tutto sporco di terra con gli abiti a brandelli, il volto e le mani insanguinate.
—Cosa avvenne?—domandò con premura Mr. Blumenthal.
—Non ci è stato possibile per ora ritrovare gli otto italiani che mancano all’appello. Abbiamo lavorato a tutt’uomo, frugato si può dire mezza la montagna senza nulla trovare, i poveretti a quest’ora saranno morti sotto i massi di carbone.
—Le ricerche continuano?
—Sì, io ho dovuto allontanarmi, perché era spossato.
—Prendete qualche ristoro amico mio, e poi andremo insieme alla miniera.
—Come, voi volete?....
—Il generale deve essere al suo posto di combattimento, e al più pericoloso.
XI.
Margherita e sua madre, mentre avveniva la lotta pregavano, pregavano che nessuna disgrazia accadesse all’essere a loro tanto caro.
Margherita però pregava per due esseri che erano in pericolo in quel momento, il padre e il pittore Ernesto!
Perché la visione del padre si confondeva con quella del giovane?
Proprio in quel momento nel quale il silenzio della montagna era rotto dalle fucilate, Margherita comprese il segreto del suo cuore, essa amava; amava Ernesto.
Margherita amava il giovane sventurato che aveva tolto dagli orrori delle miniere e ridonato alla sua arte.
La bella fanciulla educata con quella libertà che usa in America, passava molto del suo tempo col giovane pittore e se non era cieco doveva essersi accorto di quell’amore che brillava nell’occhio di Margherita.
Come si disse, nei momenti terribili nei quali gli operai in rivolta non intendevano più ragione, essa pregava per la salvezza del padre, e per la salvezza di Ernesto, essa confondeva in una le due figure; e ciò era quanto dire che il suo cuore era conquistato.
Quando la lotta fu terminata, madre e figlia accolsero lo sposo e il padre con le più vive manifestazioni di gioia; il vederlo salvo era per esse una consolazione inenarrabile, sapevano quanto esso fosse generoso e paventavano per la sua vita, ed ora lo avevano lì, vicino a loro, lo stringevano fra le loro braccia, ricoprivano il suo volto leale di baci ardenti.
Passate le prime espansioni Mr. Blumenthal, non nascose che nuovi pericoli minacciavano il campo minerario; ma contava sulla bontà degli operai, dei veri, per scongiurare ogni pericolo.
Margherita non potendone più, domandò:
—E il signor Ernesto?....
—Gran bravo giovane,—esclamò Mr. Blumenthal,—pieno di cuore, pronto ad ogni sacrificio.
“Adesso è nelle gallerie pericolanti,dove cerca i disgraziati operai che restarono sepolti sotto le macerie; egli è in prima linea instancabile, dà coraggio a tutti, esso è un ben nobile cuore.
Margherita non parlava, stava muta, ma il suo occhio pregno di lagrime brillava di grande inenarrabile felicità.
Mr. Blumenthal fu chiamato per la conferenza alla quale abbiamo fatto assistere i lettori.
Margherita corse sul terrazzo e aspettò divorata dall’ansietà; essa aspettava notizie dalle miniere, era là pronta a ricevere qualunque nuova buona o cattiva che fosse venuta. Se le avessero detto che una nuova frana, un nuovo crollo fosse avvenuto nelle miniere, e che la vita dei coraggiosi intenti a salvare gli altri fosse stata in pericolo, sarebbe corsa sul luogo e lei stessa avrebbe guidato i coraggiosi che avessero voluto seguirla.
Era già da alcun tempo sul balcone quando vide giungere da lungi un’uomo che si trascinava a stento, il suo cuore batteva forte, essa non poteva distinguere a tanta distanza l’uomo che veniva verso di lei, ma ciò che sentiva dentro di sé le annunziava che la persona che si avvicinava barcollante, altro non poteva essere che Ernesto, l’uomo al quale aveva donato intero il suo cuore.
Non s’ingannava era proprio Ernesto, che tornava dalle inutili ricerche nella miniera; quando Margherita poté essere certa che fosse lui, gli corse incontro, lo sorresse, lo incoraggiò, tanto che allorché Ernesto entrò nell’ufficio di Mr. Blumenthal aveva riacquistato tutto il suo coraggio.
Mr. Blumenthal mantenne la sua parola, gli agenti di Pinkerton furono licenziati, la polizia proseguì da sola le sue indagini per scoprire i colpevoli dell’esplosione di dinamite.
Intanto nuove squadre di operai tedeschi, aiutati dagli italiani continuavano a cercare i loro compagni sepolti sotto la frana.
Nessuno in quel momento pensava più alle lotte, agli odii che avevano provocato quello sciopero, che aveva per risultato doloroso dello spargimento di sangue, e la morte di bravi e onesti operai che certo lasciavano dietro ad essi delle famiglie nella più squallida miseria.
Gli operai venuti da altre parti erano scomparsi, avevano ripreso la via dei monti, ben vedendo che in quel campo minerario ad onta del malcontento degli operai, non era possibile mettere in pratica le teorie di saccheggio e di rapina, perché Mr. Blumenthal era troppo amato e stimato.
XII.
Mentre questo avveniva sulla faccia della terra, sotto i raggi di un sole primaverile che volgendo all’occaso prendeva quel chiarore dolce, che non offende la vista e permette di sfidare con lo sguardo l’astro di fuoco, nelle viscere della terra agonizzavano otto infelici, che la morte aveva risparmiato a maggiore tortura.
I poveretti erano come in un vano scavato nel carbone, serrati, stretti l’uno all’altro in modo da non potere fare il più piccolo movimento.
Per loro fortuna il vano riceveva aria, non luce, da una fessura naturale che si trovava nelle pareti di quel carcere, che certo sarebbe stata la loro tomba.
Sul principio i sepolti vivi gridarono, dimandarono aiuto, ma dovettero convincersi che le loro voci non erano intese, e tacquero, e piansero!
Piansero pensando alle loro famiglie; piansero per quella morte crudele che li sorprendeva nel momento che speravano di guadagnare tanto che bastasse per aiutare i loro cari.
Era triste, triste assai!
Quella giornata sembrò eterna ai disgraziati; era tanta la loro angoscia che non sentivano gli stimoli della fame; le loro mani sanguinavano perché tentavano scavare una via fra quei massi di carbone, fra quelle pietre che formavano una barriera insormontabile.
Nelle tenebre orrende non avevano la percezione esatta del tempo, e mentre il sole era sempre alto sull’orizzonte essi credevano che fosse già notte fatta.
Quante preghiere, quante lagrime in quello stretto recinto dove ben otto persone aspettavano fremendo la morte!
Che rovescio della medaglia quell’America che era stata loro dipinta come la terra delle grandi libertà e dei denari guadagnati senza fatica. Essi avevano fino a quel momento sudato il pezzo di pane mangiato, e per compenso alla loro opera di lavoro li attendeva una morte orribile!
Avevano i disgraziati persa ogni speranza, quando udirono lontano un rumore come di massi smossi, precipitanti l’uno sull’altro.
Attesero anziosamente, il rumore si avvicinava, non eravi più dubbio si veniva in loro aiuto.
Ed era vero; Ernesto non curando i pericoli,guidato da un presentimento scavava, scavava, in un cumulo di rottami.
—Coraggio amici,—diceva,—i nostri compagni sono seppelliti sotto queste macerie, è d’uopo almeno avere i loro corpi per dar loro degna sepoltura.
Ernesto non ammetteva neppure il caso di trovare vivi i disgraziati minatori.
Ad un tratto trasalì, aveva udito fioco, indistinto, come un lungo lamento.
Ascoltò con viva attenzione e fu con gioia suprema che distinse attraverso le macerie delle voci umane.
—Compagni,—gridò—coloro che cerchiamo vivono, raddoppiamo i nostri sforzi e fra poco essi saranno salvi.
Il lavoro proseguì con più lena, dal canto loro i minatori sentendo che si lavorava per toglierli da quella tomba, si posero all’opra, smossero i massi sgombrarono più che poterono fino a quando da una piccola apertura penetrò un raggio di luce che partiva dalle lanterne portate dai salvatori.
....penetrò un raggio di luce che partiva dalle lanterne portate dai salvatori
—Che siate benedetti,—disse uno degli otto attraverso la stretta apertura.
Ernesto che era in prima fila domandò:
—Quanti siete?
—Otto.
—Sia ringraziato Iddio, sono tutti salvi!
—Siete voi signor Ernesto che veniste in nostro aiuto? lo dovevamo immaginare, non ci siete che voi per compiere simili eroismi.
—Non sono solo, mi aiutarono i vostri compagni, e buon numero di tedeschi.
—I tedeschi che ci volevano ammazzare come cani?
—Non furono loro.... lo saprete poi. Ora all’opra, allarghiamo l’apertura in modo che possiate passare.
Il lavoro fu ripreso e poco dopo, gli otto operai venivano accolti con gioia da tutti i minatori.
Era scesa già la notte, ma il campo minerario era tutto a rumore, perché si aspettava il risultato delle ricerche intraprese da Ernesto.
Mr. Blumenthal quando seppe del salvataggio, provò una gran consolazione e si congratulò con Ernesto, che aveva arrischiato la vita a prò dei suoi compaesani.
L’indomani le autorità fecero una severa inchiesta per sapere chi fosse il colpevole dell’orribile attentato con la dinamite che per poco non costava la vita a tanti disgraziati.
Non fu possibile scoprire nulla; ma le autorità dissero l’attentato doveva attribuirsi ad uno estraneo alla miniera.
I tedeschi infatti erano indignati quanto mai, e la loro indignazione, non era una commedia.
Del resto il giorno innanzi con slancio ed entusiasmo erano corsi al salvataggio, provando coi fatti, che nulla avevano a che fare con quei furfanti che tentarono di far saltare la miniera.
La decisione delle autorità alleggerì tutti come da un gran peso, e quando queste se ne furono andati, vennero riprese le trattative col Sopraintendente per terminare lo sciopero.
I tedeschi non più sobillati da agenti provocatori, non affacciarono più pretenzioni impossibili e l’intesa fu facile, perché oramai i tedeschi fraternizzavano con gli italiani.
La pace fu conclusa piena ed intera, e alla sera fu fatto un gran ballo sul piazzale dove tedeschi e italiani ballarono e cantarono allegramente.
Quando Ernesto e Mr. Blumenthal con la sua famiglia, comparvero sul piazzale scoppiò un lungo interminabile applauso.
—Pare per fino impossibile,—disse il Sopraintendente ad Ernesto,—che siano gli stessi uomini, che ieri ancora volevano massacrarsi.
—Agivano sotto l’impulso di cattivi consigli,—rispose Ernesto,—avevano perso il lume degli occhi, ora sono ritornati in loro stessi, ritrovarono il loro cuore, buono e leale, e sono sicuro che non avverrà mai più, una lotta fra italiani e tedeschi.
La festa durò fino a tardi, la birra corse a rivi, e la pace fu conclusa nel modo più solenne.
Alla mattina di poi quando s’intese il fischio, tutti gli operai andarono al lavoro.
Però un pensiero turbava tutti, il pensiero dei morti nella sommossa.
Nell’ora del mezzo giorno i minatori si adunarono per decidere sulle onoranze da rendere ai morti.
Il Sopraintendente fece sapere che la compagnia si assumeva tutte le spese dei funerali, che avrebbero luogo all’indomani domenica.
I minatori stabilirono di porre sopra il carro funebre una grande corona di fiori freschi con un nastro dove fosse scritta una dedica commovente.
I funerali riuscirono mesti e imponenti, il corteo percorse buon tratto della montagna e quando giunse al cimitero, ai minatori si era unito una folla enorme.
Mr. Blumenthal pronunziò un breve ma vibrato discorso, concludendo col dire che quella tomba doveva ricordare sempre a tutti i buoni operai, a quali tristi conseguenze portano le ingiustificate ribellioni.
XIII.
Al campo minerario era ritornata la calma perfetta, di cambiato non eravi altro che il modo di trattare del “boss” Pasquale che aveva dovuto cambiare registro con i suoi uomini, altrimenti Ernesto lo avrebbe fatto scacciare.
Il mariuolo aveva dovuto fare di necessità virtù, e contentarsi di un guadagno onesto, e gli italiani veneravano il loro difensore.
Il ritratto di Mrs. Blumenthal era stato finito e quanti lo videro lo giudicarono un capo lavoro.
Ernesto lavorava ora ad un gran quadro. “Lo sciopero” sul quale contava assai.
L’inverno era finito e la primavera cominciava a farsi sentire, molte volte Ernesto e Margherita facevano delle lunghe e deliziose passeggiate nei punti più pittoreschi, e si sentivano felicissimi.
Un giorno passavano dal luogo dove Margherita vide per la prima volta il pittore.
—Vi ricordate?—domandò la fanciulla con voce commossa.
—Se mi ricordo? Potete neppure credere che certe cose non fuggano dal cuore e dalla mente?—rispose Ernesto guardando Margherita.
—Avete ragione, non è possibile.
Ernesto stette alquanto muto poi come spinto da una forza irresistibile afferrò la mano di Margherita e mormorò:
—Qui mi appariste angelo consolatore,qui; mentre scoraggiato, avvilito, era in preda alla disperazione. Foste tanto buona per me, ed io....
Si arrestò.
—E voi?—insisté con voce fremente Margherita.
—No, no; non debbo, non posso svelarvi il segreto del mio cuore.
—Credete che sia un segreto tanto profondo da non essere stato scoperto?
—Margherita che dite?
—Dico che i nostri,—e la fanciulla marcò su quei nostri,—segreti sono di quelli che non si possono, non si devono nascondere.
—Come, voi sapete?
—Che mi amate, sì lo so, e ne sono tanto felice!
Ernesto gettò un grido di gioia e ricevé fra le sue braccia la bella fanciulla palpitante di amore.
Ma si tolse ben presto a quel delizioso amplesso e si turbò.
—Perché Ernesto il vostro volto ha cessato di essere raggiante per la felicità?
—Perché sono un miserabile!
—Voi?
—Sì, io, che non ho saputo nascondere il mio segreto, io che sapendo di non poter essere vostro marito, non sono fuggito allorché ho indovinato il sentimento che s’impadroniva del mio cuore.
—E perché non potevate essere mio marito?—domandò con profonda angoscia la fanciulla.
—Io sono povero, voi siete ricca ...
—Non è che questo?—replicò la fanciulla ritornata allegra.—Questo solo è l’ostacolo?
—Ostacolo insormontabile ....
—Non esageriamo amico mio; è vero, mio padre è ricco, sono figlia unica; ma voi avete il vostro ingegno che vale bene i capitali del babbo.
—Sì, ma vostro padre dirà che io ho tradito l’ospitalità, che sono un miserabile, che cospiro alla vostra dote.
—Credete che il babbo dica ciò?
—Sì? Allora non lo conoscete. Egli dirà bene altrimenti ...
Ernesto inebbriato, vinto, non trovava cosa rispondere, e guardava come rapito in un’estasi deliziosa la bella fanciulla che lo amava tanto.
Il sole tramontava con una festa di colori delicati, con delle sfumature di violetta, fra le nubi leggiere che adombravano l’orizzonte.
Giù in fondo sotto quella pioggia di luce mite e dolce, Pittsburg pareva meno nera del solito.
Risuonò il fischio dei minatori.
—Ritorniamo,—disse Margherita come se si svegliasse da un lungo sonno.
—Sì,—rispose Ernesto.
I due giovani muti, in preda ai più dolci pensieri si avviarono verso la villa.
Le squadre di operai, passavano salutando, gli italiani col cappello in mano correvano presso ad Ernesto mostrandogli la loro affezione nel modo il più rumoroso.
Quando arrivarono alla villa il pranzo era in tavola.
—Lunga oggi la passeggiata ragazzi miei,—disse Mr. Blumenthal.
Ernesto si fece rosso, rosso, Margherita gettò le braccia al collo del babbo e mormorò:
—Ci siamo fermati nel luogo dove per la prima volta incontrai Ernesto!....
Si posero a tavola; il Sopraintendente e sua moglie erano allegri.
Margherita più bella che mai, discorreva senza posa, e il suo parlare pareva il grazioso gorgheggiare di una capinera innamorata.
Quando fu servito il caffè Margherita disse:
—Cari genitori il signor Ernesto, vorrebbe lasciarci.
—Lasciarci?—risposero ad una voce i coniugi Blumenthal.
—Ma signorina....
—Lasciatemi dire. Partendo soffrirebbe pene inaudite, perché ama voi, e ama....
—Te,—interruppe ridendo Mr. Blumenthal.
—Appunto è questo il gran segreto,—terminò Margherita.
Ernesto aveva chinato il capo ed erasi fatto pallido come la morte.
—Su via,—disse Mr. Blumenthal,—perché chinate il capo come un colpevole, qual delitto avete commesso! Quello di amare mia figlia?.... Ma delitto sarebbe stato non amarla!
—Signore....
—Parlerete poi. Cosa credete, che non ci si fosse accorti del vostro amore? non siamo ciechi mio caro Ernesto, e se siamo stati zitti è perché ci sentiamo felici di darvi nostra figlia, sicuri, sicurissimi che farete la sua felicità.
—Mr. Blumenthal, io sono povero, il mondo dirà....
—Prima di tutto, voi pure siete ricco, perché il vostro ingegno vale dei milioni.
“In quanto al mondo lasciatelo dire, esso non ha nulla a che fare con noi.
—Quanto siete buono e generoso.
—Concludo, anche a nome di mia moglie, col dirvi, che se mia figlia vi ama, sarà vostra sposa. Sei contenta Margherita?
La fanciulla non rispose, ma abbracciò il babbo e la mamma con tanta tenerezza che li fece piangere.
Ernesto aveva rialzato il capo, la sua faccia leale era raggiante.
Gli sembrava di fare un sogno seducente, ed aveva paura di svegliarsi.
—Dunque è concluso,—disse Mr. Blumenthal—fra un mese sarete sposi.
I due giovani gettarono un grido di gioia.
XIV.
Quella notte Ernesto non dormì, era troppo felice.
Come erasi ad un tratto mutata la sua condizione, si credeva perduto, ed ecco incontrare sul suo cammino un’angelo che lo rialzava, gli dava forza e coraggio, lo toglieva dall’ingrato lavoro e spianava la via ad un’avvenire nel quale oramai non sperava più.
Oh! quanto avrebbe amato quell’angelo salvatore, di quante cure affettuose circonderebbe la sua vita.
Poi lavorerebbe con lena per farsi un nome, per acquistare una posizione che non lo facesse arrossire delle ricchezze della moglie.
Quando cominciò a spuntare l’alba, un’alba bella di primavera; Ernesto si recò nel suo studio, e si pose a lavorare al suo quadro “Lo sciopero.”
Il quadro fatto più di metà era bellissimo, le figure degli scioperanti apparivano di un verismo sorprendente, era il momento della lotta più accanita e veniva riprodotta alla perfezione.
Nel fondo del quadro si vedevano le mogli dei combattenti disperate e preganti, e più lontano ancora come una visione eterea, una fanciulla dal volto dolcissimo, impresso a grande tristezza, e quella fanciulla, era Margherita.
Suonò il momento della colazione e Ernesto seguitò il suo lavoro, fino a che sentì posarsi una mano sulla spalla mentre la voce nota di Margherita gli diceva:
—Ebbene, non fate colazione questa mattina?
Il pittore afferrò la bella testa della fanciulla e la baciò con passione, mormorando:
—Mia sposa adorata.
Dopo la colazione Mr. Blumenthal ebbe un lungo colloquio con Ernesto.
Fu combinato che il giovane pittore vivrebbe presso i genitori di Margherita. Però siccome in quella montagna non avrebbe potuto lavorare, terrebbe uno studio a Pittsburg; la ferrovia in poco tempo compieva il tragitto, per conseguenza non sarebbe stato di nessun incomodo.
Come sappiamo, Ernesto aveva lasciato i suoi effetti all’Hotel del Campidoglio, nel baule aveva le sue carte, i suoi diplomi; gli premeva di averli al più presto.
Mr. Blumenthal consigliò Ernesto ad andare a New York, così avrebbe comprato anche per conto suo dei gioielli che a Pittsburg era difficile trovare.
—In tre giorni, andate e tornate,—disse Mr. Blumenthal.
Margherita non fu molto contenta di stare per tre giorni separata dall’uomo che amava, ma si arrese alle buone ragioni del padre suo, e così fu deciso, che Ernesto partirebbe all’indomani coll’express di Filadelfia.
Il giovane pittore non era punto entusiasta di tornare a New York, la città dove aveva tanto sofferto; ma d’altra parte comprendeva che andando di persona si sarebbe subito sbrigato, mentre scrivendo chi sa quanto le cose sarebbero andate in lungo.
Mr. Blumenthal e Margherita accompagnarono Ernesto fino a Pittsburg.
Prima che il treno partisse Mr. Blumenthal, chiamò in disparte Ernesto e gli disse:
—Questa è una tratta $5000 sulla banca C. B. Richard & Co. di New York, comprate per mio conto una spilla e due orecchini di brillanti.
“In pari tempo vi avviso di avere aperto un credito presso la stessa banca, a vostro nome.
—Mr. Blumenthal, voi....
—Zitto, un padre ha bene il diritto di far qualche cosa per un figlio.
Ernesto, commosso, non seppe cosa rispondere e strinse con forza la mano del padre di Margherita.
Quando il treno stava per partire, allora soltanto Ernesto si staccò dalla fidanzata che lo baciò piangendo.
—Telegrafate spesso,—disse Mr. Blumenthal.
Ernesto salì nel “Pullman-car” e si affacciò al finestrino per salutare ancora una volta gli esseri che tanto amava.
Restò a quel posto fin tanto che poté scorgerli, poi si sedette pensieroso, aveva come il presentimento di una sventura; ma doveva essere una pazzia bella e buona, poiché nulla aveva a temere.
A distrarlo venne il magnifico panorama che si svolgeva sotto i suoi occhi.
Il treno correva a gran velocità, passando come un fulmine innanzi alle piccole stazioni.
Che differenza da quel viaggio all’altro! Allora era in un lurido vagone insieme a gente rozza e ignorante, che lo guardava in cagnesco. Ora viaggiava da signore con ogni possibile comodità.
PARTE QUARTA.
Suor Maria.
Mentre questi avvenimenti succedevano nel campo minerario posto nelle vicinanze di Pittsburg, altri ne avvenivano a New York, la scena principale sulla quale si svolgono i fatti maggiori di questa veridica storia.
Come era stato deciso si fecero premure presso la madre superiora dell’ordine al quale Suor Maria apparteneva, per far sì che le venisse ordinato di ritornare a New York, non appena fosse in grado di poter viaggiare.
Ferroni, che ad onta dei suoi principii, non era molto tenero per tutto ciò che puzzava di collari e di bende monacali, si prese l’incarico di parlare alla madre superiora e fu ricevuto con tanta espansione che ne fu conquistato.
La brava monaca non si fece pregare e scrisse immediatamente a Melbourne, perché in via di quella “santa obbedienza” che era una delle prime regole dell’ordine, Suor Maria tornasse a New York.
Gli amici di Clara erano oramai più che sicuri, che essa sarebbe tornata e pregustavano la gioia di abbracciarla.
Mr. Wilson voleva a tutt’i costi correre a Melbourne e accompagnare in America la donna che amava con tutte le sue forze, ma Boni si oppose; prima di tutto s’egli restava, quasi ogni giorno avrebbe ricevuto nuove di Suor Maria, mentre in viaggio per molto tempo non avrebbe saputo nulla; poi non era bello che l’uomo innamorato seguisse l’eroica fanciulla che del sacrificio aveva fatto lo scopo della sua vita.
Mr. Wilson si persuase e restò a New York, o meglio restò in casa Ferroni, perché sebbene fosse alloggiato all’Imperial Hotel, pure passava tutto il suo tempo nel grazioso appartamento di Broome Street, dove due volte al giorno giungevano i telegrammi di Melbourne, telegrammi che indicavano come l’ammalata non corresse più alcun pericolo, e come l’assassino oramai fosse scomparso.
Venne pure il giorno desiderato nel quale fu possibile sapere i particolari del dramma che il telegrafo aveva in parte accennato.
Boni quella sera che giunsero i giornali da Melbourne dette, in casa Ferroni, una prova della sua abilità nella lingua inglese traducendo con una precisione ammirabile il resoconto del “Melbourne Times,” in presenza dei suoi amici e di Mr. Wilson.
Ecco come il maggiore giornale di Australia narrava l’aggressione infame della quale era stata vittima Suor Maria:
Una delle figure più nobili e belle dell’abnegazione e del sacrificio era Suor Maria, una Monaca italiana di una bellezza sorprendente, e che compieva la sua missione in mezzo ai vaiuolosi con tanto amore, con tanto affetto da far sì che gli ammalati la denominassero “la santa.
Notte e giorno, instancabile al letto degli infermi, non curante di nulla, assisteva quei disgraziati più che una madre, una sorella; nei momenti che gli altri si allontanavano impauriti, disgustati dai vaiuolosi morenti, essa si avvicinava a loro, fasciava le pustole che ad altri incutevano ribrezzo, e rincorava gli ammalati e gli infermieri.
Quando Suor Maria entrava nelle corsie del Lazzaretto, i volti degli ammalati si rischiaravano, tutti si sentivano sollevati.
Poco tempo fa, venne condotto al Lazzaretto uno straniero colpito dal vaiuolo, costui doveva essere al certo o spagnuolo o italiano; si dice che Suor Maria al vederlo gettasse un gran grido di spavento, ma il fatto sta, ed è che, se spavento vi fu, cessò subito nella brava Suora che si pose a prodigare le sue cure al disgraziato.
Suor Maria quasi volesse che le si perdonasse il moto di terrore e di ripugnanza manifestata nei primi momenti che vide l’ammalato, ebbe per lui le attenzioni più premurose, sempre al suo letto notte e giorno, lottando col terribile malore.
Lo sconosciuto era colpito dal vaiuolo più maligno, e il suo volto presentava una piaga schifosa, puzzolente, i suoi occhi sparivano sotto le pustole, a guardarlo era orribile.
La scienza e le cure di Suor Maria, a poco a poco, trionfarono del male, e con sorpresa generale l’ammalato spacciato entrò nel numero dei salvati.
La convalescenza non fu lunga, il vaiuoloso riacquistò presto forza e salute, ma restò deturpato in modo che porterà in eterno le traccie del terribile male dal quale è scampato, per commettere il più odioso, infame delitto.
Pare che questo miserabile fosse preso da una furiosa passione per Suor Maria, per l’angelo santo e buono che si era assiso al suo capezzale, nei momenti tremendi, quando stava fra la vita e la morte.
Ieri il Lazzaretto fu messo a rumore da grida disperate di aiuto. Cosa era avvenuto?
Le grida partivano dal quartierino abitato dalle monache, medici e infermieri, quando vi entrarono trovarono Suor Maria in mezzo alla stanza con le vesti lorde di sangue a lei vicino due sue compagne tremanti e piangenti.
La Suora era svenuta e non poté sul momento dare nessuna spiegazione sul fatto criminoso.
Quando la poveretta rinvenne fu interrogata ed essa a stento rispose che il feritore era il vaiuoloso che occupava il letto nº 22. Altro non disse, che fu presa dal delirio.
I medici giudicano la ferita al petto mortale.
Le autorità cercano l’assassino, e posero una taglia sul suo capo, egli è facilmente riconoscibile, poiché il suo volto rosso sangue per la recente malattia, è butterato profondamente.
Abbiamo assunto informazioni e possiamo assicurare che Suor Maria, non volendo cedere alle infami voglie di quel miserabile, neppure allorché la minacciava col pugnale alla mano, cadde sotto il suo ferro.
Al momento che scriviamo, la ferita delira ancora.
La città è impressionatissima per il triste fatto molto di più che Suor Maria era considerata come una santa.
Boni si arrestò; durante la lettura di quella relazione, non erano mancate le acclamazioni d’ira e di dolore degli amici affezionati di Clara.
Ferroni, quando Boni cessò di leggere disse:
—Noi che conosciamo per bene l’autore dell’attentato possiamo assai meglio del “Melbourne Times,” immaginare la scena terribile avvenuta fra la povera vittima e il suo carnefice.
“Per fortuna anche questa volta la provvidenza ha protetto Clara.
—E ha protetto anche l’assassino,—aggiunse Boni con voce sorda.
—Non fu possibile trovarlo? ma come si salvò?—disse Leonardi.
—Ascoltate cosa dice il “Melbourne Times,” nel numero che segue quello che ho già letto:
Siamo lieti di potere annunziare che i medici non disperano di salvare Suor Maria; questa notizia farà vivo piacere nella nostra città, come recherà gran dolore il sapere che l’assassino non fu ancora arrestato, e come si creda che abbia preso il largo a bordo di una nave danese che partì per le Indie poche ore dopo che fu commesso il delitto.
—Ringraziamo Iddio che Clara è salva,—disse la signora Leonardi,—in quanto a quel miserabile di Ruiz presto o tardi sarà punito.
—Mi auguro che sia presto,—ribatté Boni che fremeva di collera.
—Su, via, amico mio calmatevi.
—Fate presto Ferroni a dirlo, voi che sembrate un uomo di marmo; ma quando penso che fui io proprio io, che dette i mezzi a quel furfante, per potere scampare la sedia elettrica, non posso perdonarmi.
—Ma voi non potevate prevedere che il piroscafo che conduceva in Italia Ruiz saltasse in aria, e che lui, proprio lui si salvasse fra tanti che perirono.
“Poi il male è fatto, e non vale crucciarsi, il meglio è stare in guardia contro il nemico.
—In guardia?—e ciò dicendo Boni si alzò fieramente.—Se esso porrà piede negli Stati Uniti nessuno lo salverà.
—Noi tutti vi aiuteremo,—disse Leonardi.
—Ci conto amici miei. Ma parliamo d’altro. Stando ai telegrammi ricevuti, Suor Maria dovrebbe essere in viaggio da una quindicina di giorni, cosicché fra non molto vedremo la cara ragazza.
—Non ci mandarono a dire il nome del battello col quale è partita, per cui non sappiamo con precisione quando arriverà,—rispose Leonardi.
—Ho il presentimento che essa sia già sul suolo americano,—continuò Boni,—Suor Maria ci prepara una sorpresa.
—Lo credete, Boni?—domandò commosso Mr. Wilson.
—Sì, lo credo.
Si udì suonare alla porta d’ingresso.
Gli amici di Clara, si guardarono, i loro sguardi volevano dire: se fosse lei?
Non era la giovane aspettata e desiderata, ma un fattorino del telegrafo che portava un telegramma a Boni, il quale appena lo ebbe letto, gettò un grido di gioia.
—Notizie di Clara?—domandò con premura Leonardi.
—No, notizie di un furfante che cerco da tempo, e che è dello stampo di Ruiz, se non peggiore. Conviene che io vi lasci perché un minuto perso potrebbe farmi arrivare tardi.
—Come, non restate a pranzo con noi? era combinato, fra poco saranno qui anche Fanny e Vittoria.
—Caro Ferroni, ne sono dolentissimo ma è impossibile. Se potrò, verrò a prendere il caffè.
—Bene non voglio insistere perché l’affare deve essere di grande premura; ma se verrete almeno un momento questa sera, ne saremo ben contenti.
Boni salutò i suoi amici e partì.
II.
Il telegramma ricevuto dell’ex-ispettore era di Bernabei, e diceva:
Posso darvi notizie di uno dei due uomini del portafoglio. Venite a trovarmi subito.
Boni, come sappiamo, si era messo in testa di scoprire se le note di viaggio trovate nel portafoglio rubato da Bernabei, riguardanti il delitto di un conte italiano fossero vere o false; il telegramma di Bernabei se diceva il vero gli preannunziava che presto avrebbe avuto il filo per potere giungere a quanto desiderava.
Bernabei occupava un elegante appartamentino alla 42ª Strada, dove aveva fatto un nido alla sua Eugenia, nido che la perversa ragazza divideva spesso e volentieri col Conte Carlo del quale era pazzamente innamorata.
Bernabei stava quasi tutto il giorno fuori di casa ed essa approfittava di quella libertà per godersela col suo amante.
Eugenia, la ragazza senza cuore, calcolatrice venale, aveva trovato un padrone ed era divenuta una schiava sottomessa.
Carlo sfruttava allegramente la passione di quella disgraziata, perduto ogni sentimento di onore e di pudore, si faceva mantenere dalla sua ganza, la quale per riempire il borsellino di Carlo non di rado, quando Bernabei non aveva o non voleva dare denari, andava per le vie alla caccia dell’uomo, vendeva il suo corpo ai libertini, felice di far denaro per l’uomo che amava.
Un giorno Carlo la incontrò che usciva da uno di quelli Hotels dove si affittano camere ai colombi viaggiatori, alle rondinelle della via, ed essa credette che Carlo la lasciasse adirato di quella infedeltà; ma il conte non fece il più piccolo rimarco; la sapeva bene la turpe fonte dei denari che riceveva per cui ogni rimprovero sarebbe stato fuori di posto.
Carlo non aveva più sentito parlare di Gerome, e lo aveva dimenticato, come dimenticava il delitto della riviera e l’altro commesso a bordo della “Champagne;” l’impunità lo rendeva fiero e ardito, in quanto a rimorsi la sua anima di fango non era fatta per averne.
Bernabei non era geloso di Eugenia, sapeva che essa non apparteneva a lui solo; ma non se ne dava pena, a lui bastava di convivere con lei, e di godere un poco di quel paradiso, che la bella fanciulla dispensava anche ad altri.
Un giorno più per curiosità, che per altro, volle vedere chi era colui che divideva con lui i favori di Eugenia, e si appostò nelle vicinanze di casa sua, e dopo una breve aspettativa vide arrivare Carlo; non ricordandosi più le raccomandazioni di Boni, non riconobbe in lui il compagno dell’uomo al quale aveva rubato il portafoglio innanzi alla “Tammany Hall.”
—È un bel giovanotto,—disse Bernabei,—se è quello lì.
Non ebbe più dubbi, quando vide che Eugenia comparsa sulla porta di casa, riceveva con manifestazioni di grande affetto il conte.
—È proprio lui. La piccina non ha cattivo gusto. Oggi però voglio rompere le uova nel paniere. Sono curioso di sentire che scusa inventerà Eugenia per spiegare la presenza di quel giovane in casa mia.
Aspettò una diecina di minuti e poi si diresse verso la sua abitazione, bussò alla porta; Eugenia domandò:
—Chi è?
—Sono io,—rispose Bernabei.
—Apro subito,—replicò la ragazza.
Ed in fatti la porta fu aperta, e quando Bernabei entrò nel “parlor” vide seduto tranquillamente al piano-forte il suo rivale.
—Ti presento il mio maestro di piano, volevo farti una sorpresa, e imparare a suonare a tua insaputa, ma oggi hai.....
—Come, studi il piano?
—Caro mio, cosa lo prendesti a fare, se ti rincresce che io possa suonarlo?
—Rincrescermi, neppure per sogno! Signore, sono felice di conoscervi e vi raccomando di insegnare con passione alla mia Eugenia.
“Continuate pure la lezione, io ascolterò.
Bernabei per darsi l’aria indifferente, prese un giornale si appoggiò al caminetto e finse di leggere.
Il caminetto essendo sormontato da un grande specchio che era proprio in faccia al piano-forte Bernabei vedeva senza voltarsi, e riflesse nello specchio che Eugenia e Carlo, intenti a mormorarsi parole d’amore più armoniose di qualunque musica.
Carlo era un buon suonatore, e pur toccando distrattamente i tasti, eseguiva dei pezzi di musica che piacevano anche a Bernabei, il quale pensava sorridendo quanto e come sia grande la finzione delle donne.
Il furfante mormorava fra i denti:
—Una bambina ne sa cento volte più di noi altri uomini, ed è buona di portare per il naso un’intero reggimento di coloro che si credono furbi.
Ad un tratto si arrestò nelle sue considerazioni, e guardò fisso Carlo, che continuava a suonare.
—Ma sì, corpo del diavolo,—disse fra sé,—è lui, è l’uomo che era in compagnia di quel tale che io alleggerii del portafoglio, è uno dei due ricercati dall’ex-ispettore di Napoli. Non ho perduto la giornata, e Boni sarà contento di me.
Poi a voce alta disse:
—Cara Eugenia io devo uscire, continua la tua lezione, e voi signor maestro istruitela bene.
Dette un bacio in fronte alla ganza ed uscì; corse al telegrafo e mandò a Boni il dispaccio che conosciamo.
Non appena Bernabei fu uscito Carlo lasciò il piano e disse:
—Credevo che quel marrano non se ne andasse più.
—Ebbene lo avrei scacciato,—e in ciò dire Eugenia gettò le braccia intorno al collo di Carlo e lo attirò a se; ma egli non rispose a quelle carezze.
—Cosa hai amor mio, che sei tanto turbato?
—Ho.... ho.... ebbene non oso dirtelo.
—E perché? Su, via, parla, non hai più denari?
Carlo non rispose e fece segno sì, col capo.
—Eppure ti detti venti dollari ieri,—azzardò timidamente Eugenia.
—E allora,—gridò Carlo alzandosi in piedi e respingendo la disgraziata,—intendi di rinfacciarmeli? Venti dollari? un patrimonio a quanto sembra!
—Ma no, io ho detto....
—Taci, non voglio sentire nulla farò senza dei tuoi denari, ne troverò dovunque e ti restituirò quei pochi soldi che mi hai dato. Doveva aspettarmelo, da donne tue pari non si può pretendere nulla di meglio.
—Carlo ascoltami, non dire così; non mi respingere.... senti se io l’avessi saputo mi sarei procurata il danaro e te ne avrei dato, ieri mi dicesti che per qualche giorno i venti dollari ti sarebbero bastati.
—Lo dissi sì, ma speravo di non avere disdetta al giuoco.
—E perché giuochi?
—Perché giuoco? Perché così mi piace. Vorresti forse impedirmi di fare ciò che voglio.
—No, no, io non voglio nulla, calmati per carità; non vedi che mi fai soffrire.....
—Piangi, non ci manca nulla alla commedia. Insomma non hai danari.
—No, fino a domani.
—Ed io ho bisogno, capisci, bisogno di 50 dollari subito.
—Ma come vuoi che faccia?
—Non hai dei gioielli?
Eugenia gettò un grido di gioia e poi disse:
—Siamo salvi; sì tengo un paio di orecchini di brillanti, e corse al canterale, prese l’astuccio, lo consegnò a Carlo.
—Impegnali, domani li riprenderò.
—Sei un angelo!—mormorò Carlo stringendosi la donna al seno.
Eugenia baciò con furore l’amante, il quale felice di avere avuto un buon prezzo per le sue carezze, non si fece più pregare a soddisfare gli ardenti desideri di Eugenia............................
Due ore dopo, il conte Carlo, quell’ignobile mantenuto, impegnava per 80 dollari gli orecchini di Eugenia e correva poi a giuocare in una di quelle bische clandestine che la polizia tollera per i suoi buoni motivi.
III.
Ruiz il miserabile assassino si era trovato ancora una volta sulla via di Clara, della redenta, e aspide velenoso aveva ancora col suo strale ferito la fanciulla che nel sacrificio, nell’abnegazione, purificò la sua anima, il suo corpo.
Come l’infame aveva scampato dal disastro del “Tirreno?” Come era giunto in Australia?
È quanto diremo, il più brevemente possibile.
Ruiz nei primi momenti che si trovò a bordo del “Tirreno,” era in preda ad un grande accasciamento; tutte le formalità della consegna, le catene che gli legavano i polsi, l’ultimo sguardo lanciato a lui dal Console, sguardo di supremo disprezzo, lo avevano annientato.
Ma riacquistò ben presto il suo coraggio, la sua audacia; chiacchierava a lungo con i suoi guardiani, si diceva vittima di una grande ingiustizia e profetizzava dei guai seri a quanti gli avevano fatto del male.
Un momento di rabbiosa rivolta lo ebbe il giorno che il “Tirreno” lasciò New York, sapendo le feste che si facevano in onore di Colombo, avrebbe voluto rompere i lacci che lo avvincevano e correre in mezzo alla folla entusiasta, e riprendere il posto di “prominente” che per tanto tempo aveva usurpato.
Ma quando non intese più i clamori della città, in festa si calmò, e poi rise, rise di cuore alla faccia di tutti coloro che si erano inchinati innanzi al suo oro senza curarsi della sua onestà, senza voler sapere se quell’oro era o no macchiato di sangue.
Nella sua mente, notte e giorno, dominava il pensiero dell’evasione, se non fosse stato legato si sarebbe gettato nell’Oceano; sapeva che solo un miracolo avrebbe potuto salvarlo quando fosse perduto nell’immensità dei mari; ma egli credeva possibile quel miracolo, del resto la morte era incerta se avesse effettuato il suo ardito tentativo; ma la prigionia era sicura se arrivava in Italia.
I lavori forzati a vita!
Passare anni e anni fra le mura del carcere, trascinare la catena, essere sempre e poi sempre, sotto l’occhio vigile del guardiano, lavorare tutto il giorno, lui che non aveva mai lavorato, mangiare il pane nero, la minestra di legumi, lui l’abitué des restaurants alla moda. Obbedire a tutti, essere umile, sottomesso, non più allietato dall’amore, lui il libertino impenitente.
No, era troppo; meglio cento volte la morte.
Ma come fare ad uscire da quella stretta cabina dove non lo lasciavano solo un momento?
E di notte se la sorveglianza era minore, le difficoltà apparivano maggiori perché era incatenato sul suo giaciglio.
Eppure non disperava; e passava il suo tempo a pensare al mezzo di lasciare quel bastimento che lo portava con la velocità di 19 miglia all’ora, verso il Bagno Penale.
La notte del terzo giorno da che il “Tirreno” era partito avvenne come sappiamo l’esplosione della caldaia, e il battello mandato in fasci, affondava facendo tante vittime umane.
....Il battello mandato in fasci affondava
Ruiz fu lanciato nell’Oceano, la sua cabina era stata rotta dalla forza dell’esplosione, e si trovò nel mare attaccato ad un pezzo della parete di legno della sua prigione alla quale era unito con la catena, che la notte gli veniva messa dagli agenti italiani.
Ruiz dal colpo tremendo svenne, e sarebbe morto annegato, se la parete della sua cabina facendo come da zattera, non lo avesse tenuto a galla.
Questi per lunghe ore senza dar segno di vita, quando rinvenne provò un’acuto dolore alle braccia, le catene gli laceravano i polsi, sul principio non seppe rendersi conto di ciò che era avvenuto; ma a poco, a poco, la sua mente cominciò a ricordare e se non trovò l’esatta spiegazione del perché era in mezzo all’Oceano sopra una tavola, arguì che il “Tirreno” doveva essere andato a fondo in seguito ad un disastro del quale non poteva precisare la natura.
—Desideravo lasciare il battello per il mare,—mormorò,—eccomi dunque in acqua, e se il diavolo non ci mette la coda, per lo meno non avrò più nulla a fare con gli agenti italiani, che a quest’ora devono essere in condizioni peggiori delle mie.
Albeggiava, il mare era tranquillo come un lago; Ruiz guardò da ogni parte e non scorse nulla, nulla che attestasse essere stato quel punto di mare il teatro di un grave disastro.
L’agente italiano, l’unico oltre Ruiz, che fosse ancora vivo e si trovasse quasi nelle identiche condizioni del suo prigioniero, non poteva vederlo per la semplice ragione, che la tavola che lo sosteneva, avendo incontrato una corrente, era andata alla deriva, portandolo molto lontano dal luogo dove il “Tirreno” affondò.
Quando fu giorno fatto Ruiz pensò ai casi suoi. Chi lo avrebbe tratto di là? Se almeno si fosse potuto togliere la catena, ma sì, la cosa non era facile.
Non per tanto si mise all’opera; ma dopo alcune ore di lavoro dovette cessare, era estenuato, il sole lo martellava coi suoi raggi infuocati, e una sete ardente lo divorava.
—Non andrò al bagno,—balbettò il miserabile,—ma non perderò nulla nel cambio e perirò qui incatenato a questa tavola, straziato dalla fame e dalla sete!
Verso sera il tempo si rannuvolò, il mare seguitò a restare calmo, ma cadde una pioggia abbondante, quella pioggia fu di grande refrigerio al naufrago, e gli dette nuovo coraggio tanto che messosi di nuovo a lavorare intorno alle catene poté, lacerandosi le carni, a liberarsi da quell’incomodo e pericoloso peso.
—Adesso perché la fortuna avesse diritto alla mia eterna riconoscenza,—gridò allegramente,—dovrebbe far passare un battello che non andasse né in America, né in Italia.
Disgraziatamente per lui invano scrutava l’orizzonte, non vedeva nulla.
Scese la notte; la pioggia era cessata, e nel cielo brillavano le stelle; la luna quando comparve pose uno scintillio d’argento sulla quieta superficie delle acque, che qua e là, presero l’apparenza di lucenti dischi d’argento.
—Benone, il buon Dio ha pensato ad accendere il gran lanternone elettrico e se qualche nave passa anche ad una bella distanza la vedrò di sicuro.
Trascorsero le ore, ma nulla compariva, la temperatura si era fatta fredda e Ruiz si sentiva intirizzito in modo che non aveva più neppure la forza di stare attaccato alla tavola che lo sorreggeva.
—Ricomincia il brutto,—pensò,—sono estenuato, la fame e il freddo mi uccideranno; eppure spero di scamparla.
Non ebbe tempo di fare altre riflessioni, che cadde in profondo letargo......................
IV.
La goletta a due alberi, “Principessa Beatrice” aveva lasciato Quebec da otto giorni e col vento in poppa si dirigeva verso Columbus con un carico di spezie e di aromi.
Costruita con arte squisita la “Principessa Beatrice” teneva benissimo il mare e col tempo favorevole arrivava a filare i suoi 14 nodi all’ora.
Quella notte nella quale abbiamo visto Ruiz morente in mezzo all’Oceano, la “Principessa Beatrice” aveva tutta la tela al vento e andava come un piroscafo.
Il giorno a bordo vi era stata la festa del capitano e si erano sturate non poche bottiglie di vecchio cognac, tanto che il marinaio di servizio non distingueva le cose con una precisione matematica.
Verso mezzanotte quando il capitano faceva la sua ronda, si udì una forte scossa seguita dallo scricchiolio di legno che va in pezzi, e poi un tonfo come se qualcuno fosse caduto in mare.
—Per San Giacomo,—gridò il capitano,—cosa avete abbordato?
—Nulla capitano,—rispose il marinaio di guardia,—un rottame di nave.
—Qualcuno è caduto in mare,—replicò il capitano.
—Nessuno,—rispose la stessa voce, ma l’eco di questa risposta si era appena spento, che un’altro marinaio gridò:
—Un’uomo in mare.
—Subito l’imbarcazione,—tuonò il capitano.
La manovra fu eseguita con una grande rapidità, e due minuti dopo, una piccola barca si dirigeva verso il punto dove si era visto distintamente galleggiare un corpo umano.
In un lampo il naufrago fu raggiunto, preso da un robusto marinaio e issato a bordo.
—È freddo stecchito,—disse il marinaio,—abbiamo durato una fatica inutile.
—Non importa,—rispose l’altro rematore,—portiamolo al capitano, chi sa che non abbia indosso carte importanti.
Virarono di bordo e si diressero verso la goletta e poco appresso Ruiz, perché era proprio lui il salvato, si trovava steso sul ponte della nave, circondato da tutti gli uomini dell’equipaggio.
Il capitano scosse quel corpo che aveva tutta l’apparenza di un cadavere, poi ordinò che gli portassero del cognac.
—Ma capitano è morto!—azzardò di dire un marinaio.
—Ebbene Patrick, se non si farà vivo neppure col cognac, allora beverai tu alla salute nostra.
Patrick corse a prendere il cognac.
Il capitano col suo coltello aprì i denti di Ruiz e gli versò in bocca almeno un quarto del cognac contenuto nella bottiglia.
L’effetto fu sorprendente, un fremito scosse il corpo del preteso cadavere, e il capitano esclamò tutto allegro:
—Lo sapevo io che tutto cede innanzi a questa medicina, anche i morti risorgono.
“Su, da bravi, coprite questo poveretto, fatelo riposare, che non ha bisogno d’altro, a giorno ci racconterà le sue avventure.
Ruiz riacquistò piena conoscenza di sé dopo molte ore, e quando poté essere certo di essere a bordo di una nave, provò contento e timore, nello stesso tempo.
Se quel battello andava a New York, la sua posizione era delle più critiche, perché il capitano dovendo fare il rapporto del suo salvataggio,le autorità ci avrebbero messo il naso e chi sa che non avessero scoperto il vero essere suo; se invece la prua era volta per altri lidi non aveva nulla a temere.
Quando sorse l’alba ad un marinaio che gli domandava come stesse, Ruiz chiese un bicchiere di acqua e qualche cosa da mangiare, fu subito servito ed egli mangiò e bevve con grande voluttà.
Riacquistate le forze, pieno di gioia per avere saputo che la goletta era diretta a Columbus nella Repubblica di Columbia, si dette a pensare come avrebbe raccontata il suo naufragio.
Dopo matura riflessione decise di dire la verità, intendiamoci la verità in parte, vale a dire quella che riguardava lo scoppio della caldaia del “Tirreno,” cosicché quando il capitano lo interrogò egli fece un così commovente racconto di quel disastro, che tutti ne restarono impressionati.
Ruiz offrì al capitano di pagare per il suo passaggio, ma il capitano rispose:
—Caro amico, non siamo usi farci pagare dai naufraghi, mangiate, bevete come e quanto più vi piaccia, voi siete ospite di un marinaio, che naviga sotto la bandiera di S. M., la graziosa regina Vittoria, la quale ci dà l’esempio sempre della più larga e cordiale ospitalità a tutti.
Seguitando il mare ad essere buono in poco tempo la “Principessa Beatrice” fu a Columbus.
Ruiz fece un grazioso regalo al capitano, altro ne fece ai marinai e quindi si licenziò senza dire dove andava.
Il furfante non si sentiva sicuro, per cui aveva deciso di andare in Australia.
Attraversò il famoso Istmo di Panama in ferrovia, vide gli immani lavori principiati e abbandonati, le macchine colossali sepolte nella sabbia, quella sabbia che aveva ingoiato tanti milioni, e insieme l’onore di tanti illustri francesi.
Al di là dell’Istmo, Ruiz s’imbarcò sopra uno dei piroscafi della compagnia del Pacifico, e ben presto fu in Australia.
I denari non gli mancavano, i quarantamila dollari tolti dalla Banca, aveva potuto conservarli per uno di quei casi miracolosi che non avvengono che ai birbanti.
Cominciò a scialarla, le donne lo aiutavano ad assottigliare il suo capitale, per amore ora non si davano più, perché il miserabile non era più bello, le unghie di Margherita lo avevano deformato.
Era all’apice delle sue pazze baldorie quando fu colpito dal vaiuolo.
Allorché i suoi amici e le sue amiche si accorsero che Ruiz aveva il terribile morbo che infieriva a Melbourne, lo abbandonarono, lo lasciarono solo come un cane rognoso, cosicché dovette essere condotto al Lazzaretto, dove riacquistò la salute mercé le cure affettuose di Suor Maria.
Quando Ruiz ebbe liberi gli occhi dalle pustole e riconobbe Clara in colei che con tanto amore lo assisteva, un’ondata di sangue caldo gli corse per tutto il corpo, e i desideri di altra volta lo assalirono furiosi.
Un giorno, oramai fuori di pericolo, Ruiz con la sua voce più dolce disse:
—Clara voi foste l’angelo salvatore per me, grazie.
—Non mi dovete ringraziare, è questo il mio posto, soccorrere gl’infermi è la mia missione.
—Voi siete buona.
—Dio è giusto e perdona, o Ruiz, pensateci, perdona a chi si pente, a chi espia.
—Mi avete subito riconosciuto?
—Sì.
—E non ostante avete fatto tanto per me?
—Io ho visto in voi un’essere umano, che soffriva, che aveva bisogno di aiuto, ed io sono corsa a lui senza curarmi di quello che fu un tempo.
—Clara......
—Suor Maria mi chiamo, Clara da tempo è già morta.
—Ebbene Suor Maria, volete darmi la vostra mano?
—Eccola.
Ruiz vi posò le sue labbra, e Clara la ritirò con un grido di dolore, pareva che le labbra del furfante fossero carboni ardenti.
Più Ruiz riacquistava la salute, e più si cresceva in lui la passione la più violenta verso Clara; il miserabile dimenticava che doveva la vita a quella nobile fanciulla, dimenticava tutto, innanzi al desiderio ardente di possederla.
Suor Maria leggeva negli occhi di Ruiz quanto passava nella sua mente e fremeva tutta, ma non fiatava, le sarebbe sembrato viltà chiedere aiuto ad altri, si credeva forte di lottare e di vincere.
Solo si astenne di andare troppo spesso vicino al letto di Ruiz; ma questo quando non la vedeva spasimava, imprecava, fino a tanto che non accorreva Suor Maria.
Venne la convalescenza, Ruiz avendo da spendere si faceva portare dei buoni desinari e si rimetteva della sua malattia; ma era divenuto che faceva orrore, la sua faccia appariva di un rosso vivissimo, e le guancie, il naso, la fronte, erano butterate profondamente.
Del giovane bello che aveva reso schiavi tanti cuori di belle fanciulle, non restava più nulla, ed egli si rodeva nel vedersi ridotto in uno stato da fare ribrezzo.
I medici avevano segnato il bollettino di uscita a Ruiz, e all’indomani avrebbe lasciato il Lazzaretto.
Egli domandò un colloquio a Clara.
La fanciulla stette incerta un momento, ma poi acconsentì, molto di più che voleva perorare presso Ruiz la causa di Vittoria e di Righetti.
Quando Ruiz si trovò solo con Clara, si gettò ai suoi piedi e le disse:
—Clara, Clara, abbiate pietà di me che vi amo tanto.
—Vi ripeto che Clara è morta, e che innanzi a voi sta Suor Maria, una donna che ha ben diritto alla vostra riconoscenza....
—E al mio amore.
—Lasciatemi finire. E questa riconoscenza se volete dimostrarmela, dovete promettermi di non recarvi a New York, dove la vostra presenza avvelenerebbe la felicità di esseri, che molto soffrirono per causa vostra.
—E cosa importa a me di New York? io starò dove tu sei, sarò il tuo cane fedele; ma ritorna, quella che eri un tempo.
—Ruiz, non bestemmiate, non vedete quali abiti ho indosso?
—Conosco la regola, voi non pronunziaste nessun voto, siete libera.
—Ebbene?
—Vieni, fuggiamo insieme, io sono ancora ricco, poi per te farò dei tesori....
—Ruiz, non cambierete mai, e la vostra vita continuerà ad essere una sequela di colpe e di delitti. Dio misericordioso, vi ha mostrato più volte il precipizio, per vero miracolo ne siete scampato, e volete continuare ancora a sfidarlo,e insieme a sfidare gli uomini, la giustizia, tutto, e tutti?
—Cosa mi parli di Dio, tu sei il mio Dio, tu il mio mondo, la mia fede, tutto!
“Senza di te non posso vivere, e se vuoi la mia redenzione stendimi la mano e facciamo uniti il cammino che ancora ci resta a fare nella vita.
—Ruiz siete pazzo?
—Sì, pazzo d’amore per te. Cedi Clara, la tua resistenza mi fa perdere il lume degli occhi, e non so, ma mi assale il desiderio, ora di abbracciarti, ora di ucciderti.
Clara sorrise sdegnosamente e poi con voce ferma disse:
—Io non vi denunziai alle autorità, che certo vi avrebbero mandato sotto buona scorta a Napoli o New York; perché mi era formata l’illusione di far sì, che salvo dalla terribile malattia, uscirete da questo luogo completamente cambiato, in modo che si potesse dire: Ruiz il ladro, Ruiz l’assassino, morì nel Lazzaretto di Melbourne, da ora in poi vi è un’altro Ruiz, ma di altra stoffa, non più genio del male, ma del bene.
“Mi accorgo con mio supremo dolore che Ruiz è vivo, e ha conservato lo stesso veleno.
Ruiz sogghignò.
—Sogghignate pure, ma il sorriso gelerà sulle vostre labbra, quando vi avrò detto, che non uscirete di qui che per andare in prigione.
—Che?
—Sì, io avviserò la polizia; non meritate nessuna pietà.
—No, tu non chiamerai nessuno, non dirai nulla perché io sono deciso a tutto!....
Suor Maria alzò fieramente il capo, in quel momento era bella, nel suo occhio brillava la rassegnazione, come in quelle delle martiri che il paganesimo mandava alla morte.
—Su, via,—disse con voce ferma,—compite l’opera vostra, uccidetemi.
—No, ti amo!
—Mille volte la morte che il vostro amore.
—Giuratemi che non direte a nessuno chi sono!
—Non uso fare giuramenti.
—Ma perché mi volete denunziare?
—Perché? E lo domandate? I pericoli corsi non vi hanno cambiato, i vostri istinti sono sempre gli stessi,e lasciarvi in libertà è un delitto, perché commettereste nuove infamie, nuovi orrori. No, Dio è stanco della sfida continua che gli lanciate, ed ha scelto l’umile sua serva, che per causa vostra ha tanto sofferto, a far sì che il rettile sia reso impotente, schiacciato!
—Il rettile Clara è ancora qui, vivo, forte, che può allacciarti nelle sue spire e soffocarti.
Clara indietreggiò e corse verso il campanello per dare l’allarme; con un lancio Ruiz le fu sopra e l’afferrò a mezza vita.
—Lasciatemi..... Aiu.....
Non più disse, che ratto come il lampo, Ruiz la colpiva con un pugnale al petto.
L’invocazione di soccorso fu troncata a mezzo e la misera cadde al suolo.
Ruiz col sorriso di Satana sulle labbra, con la faccia schifosa accesa dal desiderio, si inginocchiò vicino a Clara e disse:
—Ne basta, ora sarai mia, la redenta sarà ancora carne da piacere.
Clara con l’occhio vitreo, dove si leggeva un’inenarrabile spavento guardava Ruiz.
La ferita gravissima le toglieva le forze di fare un solo movimento, di dire una sola parola, ma la sua mente non ancora smarrita, comprendeva tutto.
Essa pensava con orrore che era in balìa di quel miserabile, e provava angoscie inenarrabili all’idea di scendere nella tomba profanata da quel mostro.
Ruiz si apprestava a commettere il più orribile delitto, allorché sentendo che si avvicinava gente che certo cercava Suor Maria, mandò una tremenda bestemmia e fuggì dalla finestra che dava nel giardino.
Suor Maria ebbe un sussulto di gioia, un sospiro di sollievo le uscì dalle labbra e svenne.......
E svenuta la trovarono le sue compagne, che inorridite dal triste spettacolo, corsero in cerca di medici che apprestarono subito le cure più premurose alla disgraziata.
Chi era l’assassino? Non fu possibile saperlo fino a quando Clara riacquistò i sensi.
Era così mostruoso l’attentato; che sul principio stentavano a crederlo.
Tutti ricordavano le cure affettuose per quel vaiuoloso, tutti sapevano che esso la sua vita doveva appunto a quella santa giovane che si era assisa al suo capezzale notte e giorno lottante col morbo pericoloso, e per tutta ricompensa il miserabile voleva ucciderla e contaminarla.
La città di Melbourne fu vivamente impressionata; “la santa” era conosciuta da tutti, cosicché il triste caso di lei fece il tema di tutti i discorsi.
Molte signore della migliore società si recarono al Lazzaretto a domandare notizie della ferita e la polizia si mise in moto per ricercare l’assassino; ma per quanto cercasse non poteva trovarlo.
V.
Non era vero come scrisse il “Melbourne Times” che Ruiz avesse lasciato l’Australia a bordo di un bastimento danese. Il furfante era troppo furbo per comprendere che se si dirigeva al porto sarebbe stato subito arrestato.
Ruiz, quando si trovava nelle situazioni estreme, riacquistava tutta la sua calma, e la sua audacia; cosicché non appena ebbe toccato il suolo, e che vide innanzi a sé l’aperta campagna,—poiché il Lazzaretto era appunto collocato fuori della città,—se la dette a gambe e si diresse a tutta corsa verso un bosco folto dove scomparve ben presto. Però non continuò la sua corsa attraverso ai grandi alberi, alle liane che formavano un vero laberinto, si arrestò per stabilire un piano da seguirsi.
Certo Clara era morta e non poteva denunziarlo, chi poteva sospettare di lui?
Al pensiero però che Clara fosse morta provò un vero malessere; non era compassione, orrore del suo delitto che lo assaliva; no, quell’anima di fango non era suscettibile di tali sentimenti. Esso deplorava di non avere posseduto la donna che svegliava in lui desideri ardenti, bestiali.
La morte la rapiva a lui, e se avesse potuto non avrebbe esitato un solo momento a correre alla sua tomba, scavare con le sue mani la terra grassa del cimitero e togliere la cassa che conteneva la donna desiderata e profanare il cadavere della redenta.
Si danno simili terribili amori, o meglio non amori, violente passioni, perché è insultare al più nobile e santo dei sentimenti, solo il pensare che quello che Ruiz provava fosse amore.
Il miserabile stette per lungo tempo nel bosco, seduto, perso nelle erbe folte, e in quel tempo si dette a pensare al modo di salvarsi; possedeva ancora più di trentamila dollari; e il danaro è una leva potente con la quale si appianano molte difficoltà.
Quando scese la notte, una bella notte dei tropici dove nel cielo brillano di luce vivissima, migliaia di stelle, Ruiz lasciò il bosco per la via; una via che attraversava un gran prato e che era stata formata dai carri che vi passavano e vi avevano fatti solchi profondi.
Camminò per parecchie ore, i moschiti lo tormentavano; la faccia, le mani, erano gonfie; finalmente scorse da lontano il biancheggiare d’una casa, era certo una di quelle fattorie tanto comuni in Australia, che sono come cittadelle perdute in mezzo alle vaste estenzioni,dove ben di rado giunge l’eco delle città australiane.
I garzoni di quelle fattorie vanno due volte la settimana al mercato a vendere frutta, erbaggi, burro e formaggio; ma essendo i garzoni quasi sempre degli indigeni; non parlano molto con gli europei, cosicché si può dire che gli abitanti delle fattorie vivono come se al di là dei confini delle loro proprietà non esistesse nessun essere vivente.
Un tempo le fattorie, e specialmente quelle che erano molto lontane dalla città, avevano delle vere fortificazioni per difendersi contro gli attacchi, le sorprese dei salvaggi.
Ruiz sapeva tutto questo e fu con la massima fiducia che si diresse verso la fattoria che aveva scorto da lungi.
Non ne poteva più, stanco spossato, martirizzato dai moschiti, se avesse dovuto fare un lungo cammino sarebbe caduto in mezzo alla via, dove qualche rettile velenoso si sarebbe al certo incaricato di mandarlo all’altro mondo.
Ma l’ultima ora del miserabile non era ancora suonata, ben altri delitti doveva commettere prima, che la vendetta degli uomini, la giustizia di Dio lo colpissero.
Giunto alla fattoria non stette in forse un solo momento e bussò.
Sul principio nessuno rispose, ma avendo esso ripetuto i colpi, si affacciò ad una delle finestre un uomo che domandò con voce severa.
—Cosa volete? Che cercate a quest’ora?
—Sono un viaggiatore smarrito che cerca ospitalità,—rispose con voce fioca Ruiz.
—Allora è un’altro paio di maniche, aspettate che vengo ad aprirvi.
Infatti pochi momenti dopo la porta si apriva e l’uomo comparso prima alla finestra diceva:
—Entrate, entrate; in casa di Van Brust gli ospiti vengono accolti come fratelli.
Ruiz entrò in un salottino molto semplice; ma di una lindezza straordinaria.
—Gran Dio,—disse Van Brust,—avete la faccia gonfia in modo che non è possibile conoscere i vostri veri connotati!
—Sono stati quei maledetti moschiti.
—Aspettate che tutto passerà, intanto sedetevi e fate come foste in casa vostra, vado e torno con la medicina.
Ruiz quando restò solo pensò:
Van Brust, è un nome olandese, non poteva capitare meglio poiché gli olandesi sono il popolo più ospitale del mondo.
Pochi momenti dopo Van Brust tornava con un vasetto di unguento bianco col quale unse la faccia e le mani di Ruiz; ciò fatto domandò:
—Vi sentite di mangiare?
—No, bramerei un bicchiere di birra, di liquore o di latte.
—Vi darò del sidro, che vi renderà forza e coraggio, poi ve ne anderete a dormire,e domani discorreremo.
—Signore, io non so come ricompensare la vostra gentilezza.....
—Gentilezza? Ma dite doveri. Per Santa Guglielmina, voi siete perso in questi paraggi, estenuato, martoriato dai moschiti, assetato, mi domandate ospitalità ed io non dovrei offrirvela?
—Ebbene, ospite mio domani vi esternerò tutta la mia riconoscenza.
—Lasciatemi andare a prendere il sidro, e faremo un brindisi alla vostra salute.
Nei pochi minuti che Ruiz restò solo pensò: che la casa dove era capitato non era di quelle da farci effetto la sua ricchezza, cosicché decise di dirsi povero, straniero, perso in Australia, bisognoso di tutto.
—Se posso restare qui un mese,—mormorò,—nessuno penserà più a me e a Clara, ed io potrò partire e lasciare questo suolo che mi brucia sotto i piedi.
Van Brust tornò con una brocca di terra dove spumeggiava il sidro.
—Su, tocchiamo,—disse dopo averne riempito due bicchieri,—e domani mi direte le vostre avventure, e avrete la faccia più presentabile.
Ruiz bevve e si sentì rinascere, e con voce veramente commossa disse:
—Grazie, signore.
—Su, su, andiamo a letto, e domani parleremo, seguitemi.
Van Brust condusse il suo ospite in una camera semplicissima; ma che aveva quell’impronta speciale di nettezza che è una delle specialità degli olandesi.
—Buona notte,—disse Van Brust,—riposate come se foste a casa vostra.
Quando Ruiz fu solo, non poté trattenersi dal dire:
—Sono fortunato, non vi è che dire, la mia missione nel mondo non è ancora finita e riderà bene chi riderà l’ultimo.
“Vi sono persone che hanno conti terribili da regolare con me, e presto o tardi, da creditore esigente mi presenterò a loro, e dovranno pagare. Altro che pagheranno!
Pensando alle vendette che voleva prendere dei suoi nemici Ruiz si addormentò profondamente di quel sonno, che si usa dire essere il sonno delle coscienze tranquille.
All’indomani Ruiz, quando uscì dalla sua camera, non era più deformato dalle punture dei moschiti, ma la sua faccia diceva chiaramente che era appena scampato dal vaiuolo. Quando Van Brust lo vide disse quasi allegramente:
—Avete avuto la malattia, che dicono essere scoppiata a Melbourne?
—Sì, disgraziatamente, ciò vi fa paura forse?—rispose Ruiz.
—Paura, e perché? So bene che avuto il male non ritorna, per cui, nulla abbiamo a temere. Ed ora se volete potete dirmi la vostra storia.
—Mio caro ospite, la mia storia è brevissima. Sebbene io parli inglese come un figlio di Albione, nacqui in Italia, attirato dalla fama delle ricchezze d’Australia mi recai qui in cerca di fortuna, credevo di poterla conquistare facilmente perché conosceva la lingua del paese avendo io insieme a mio padre soggiornato lungamente a Londra. Appena arrivato fui colpito dal vaiuolo; guarito non volli assoggettarmi a tutte le formalità che vengono richieste e si può dire che fuggii dal Lazzaretto. L’aperta campagna mi sedusse, sono forte, poteva ben trovare da impiegarmi in qualche fattoria.
—Pensaste benone, tanto è vero che se volete ho appunto bisogno di un garzone, e io sono disposto a prendervi al mio servizio.
—Signore, signore, voi mi colmate di gioia; mi rendete la vita, perché io non posseggo un soldo e se non trovavo lavoro potevo morire di fame per la via.
—Con voi lavorerò con gioia perché, così potrò mostrarvi la mia riconoscenza.
—Il lavoro non sarà molto grave perché vedo dalle vostre mani, che non siete adatto a lavorare la terra, andrete al campo col carro e guiderete i cavalli.
—Signore, che siate benedetto!
—Zitto là, io faccio un buon affare e niente altro.
Fu in questo modo che Ruiz poté sfuggire alle ricerche della polizia. Chi mai avrebbe sospettato che presso l’onesto e ricco olandese vi fosse l’uomo infame che aveva tentato di uccidere e contaminare Suor Maria?
La notizia dell’orribile delitto giunse fino alla fattoria e Van Brust, una sera dopo cena, raccontò alla famiglia riunita la raccapricciante storia, e Ruiz ebbe il coraggio di dire con aria addolorata:
—Suor Maria, la santa, la madre dei vaiuolosi è morta?
—No,—rispose Van Brust,—essa è scampata all’infame attentato e grazie al cielo, guarirà della sua ferita. La conosceste voi la santa Suora?
—Se la conobbi?—rispose Ruiz,—E come! era sempre al letto di chi soffriva, incoraggiava tutti, più affettuosa e buona di una madre.
—E dire che un miserabile da lei salvato, ha osato a fa....
—Mille volte infame?—tuonò Ruiz,—ed io mi auguro che cada presto nelle mani della giustizia.
—Disgraziatamente è impossibile, poiché riuscì a fuggire a bordo di una nave danese.
—È fuggito, e la polizia....
—La polizia si è messa l’animo in pace?
Ruiz sapeva ciò che voleva sapere; oramai la via era libera e poteva andarsene.
Lasciò passare ancora una quindicina di giorni e poi domandò di portare un carico di erbaggi a Melbourne, dove alla posta doveva avere al certo lettere da ritirare.
Van Brust non fece nessuna opposizione, solo dette un compagno a Ruiz perché non sbagliasse la via.
Ruiz entrò in Melbourne senza tremare; sotto gli abiti da campagnuolo, era del resto irriconoscibile; il suo volto non aveva più quel rossore vivo dei primi giorni di convalescenza, sicché nessuno poteva in lui riconoscere il vile che aveva attentato alla vita ed all’onore di Suor Maria.
Ruiz giunto al mercato, lasciò il carro in consegna del suo compagno e si recò ad un’agenzia per domandare se vi erano battelli in partenza.
Quando apprese che la sera stessa il “Teutonic” della linea del Pacifico faceva rotta per S. Francisco provò una gran gioia.
Acquistò un biglietto di terza classe; non voleva mettersi in mostra, desiderava passare completamente inosservato.
Si recò subito a bordo, attraversò le vie di Melbourne senza che nessuno si curasse di lui; l’attentato di Suor Maria era già dimenticato, altri fatti erano venuti ad attirare l’attenzione del pubblico.
Però Ruiz non fu completamente tranquillo che allorché levate le ancore il “Teutonic” si mise in moto.
Allora ritto a prua quasi volesse sfidare il mondo intero, alzò il pugno minaccioso e mormorò:
—Guai ai miei nemici!
Sedici giorni dopo il “Teutonic” gettava l’ancora nel porto di San Francisco e Ruiz premeva un’altra volta il suolo americano............
VI.
Quando il treno entrò con rumore assordante sotto le ferree arcate della stazione di Jersey City, Ernesto era ancora immerso nel suo sogno dorato e pensava alla fanciulla graziosa e bella che doveva fra poco essere sua moglie.
Allorché il negro che faceva il servizio del “Pulman-car,” gli disse, che il treno era giunto a destinazione, si scosse come se si destasse allora, allora, da un lungo e profondo sonno, e scese dal vagone quasi macchinalmente.
Dal treno passò allo “steamboat” che fa il servizio fra Jersey City e Courtland Street, e dopo una traversata di pochi minuti si trovò in New York.
Montò sopra un “cab” e si fece condurre all’Hotel del Campidoglio.
Il proprietario dell’Hotel appena lo vide trasalì vivamente.
—Non mi riconoscete? domandò Ernesto.
—Ma.... volle rispondere Bertini.
—Comprendo,—replicò Ernesto,—vi lasciai senza pagare il conto e mi avete creduto un volgare truffatore; ma sono tornato per pagarvi e per dirvi, che vi ringrazio di tutte le buone attenzioni che aveste per me.
—Ah! siete in fondi,—disse con voce grave Bertini,—avrei preferito che foste ancora come un tempo.
—Perché?—rispose sorpreso Ernesto.
—Perché? Il perché lo sapete voi.
—Ma insomma, che cosa intendete dire?
—Nulla, nulla, buona sera giovanotto.
Ernesto con la mano trattenne l’albergatore che stava per andarsene e con una gran calma disse:
—Qui accade qualche cosa di strano, nelle vostre parole io sento una sanguinosa ironia, il vostro sguardo è pieno di disprezzo, parlate signore che avvenne?
Il proprietario dell’Hotel del Campidoglio era uomo di esperienza, conosceva molto bene i birbanti dalle persone oneste e non poteva a meno di restare colpito, dal dolore vero, sincero, che provava Ernesto nel vedersi ricevuto tanto freddamente in un luogo dove sperava trovare la più cordiale accoglienza.
D’altra parte la gente dell’Hotel Campidoglio non avevano torto; Palazzo aveva parlato e si era risaputo che Ernesto veniva sospettato del furto di una valigietta di brillanti.
Bertini guardò a lungo il giovane e poi gli stese la mano e disse:
—No, no, non è possibile.
Ernesto strinse la mano che gli veniva stesa e la strinse con forza.
Ernesto non poteva mai immaginare il perché sul principio il padrone dell’Hotel lo aveva accolto tanto freddamente; e pensò che fosse perché lasciò il conto da pagare senza avere detto una sola parola; ma quella stretta di mano data con tanta espansione, lo tranquillizzò completamente; poi avrebbe saputo spiegare, la sua condotta, e quando si sapesse intera la sua dolorosa istoria, si sarebbe visto come egli non fosse uno dei soliti furfanti, cavalieri di industria, che vivono di scrocco alle spalle degli albergatori troppo creduloni.
Ernesto mangiò di buon appetito, e durante, il pasto parlò allegramente con quanti aveva conosciuto nei primi tempi che fu al Campidoglio.
Appena ebbe terminato di mangiare inviò un affettuoso telegramma a Margherita, e poi si ritirò nella sua camera, era stanco del viaggio e si addormentò subito.
La notizia del ritorno del pittore italiano, che da molti dei frequentatori dell’Hotel si sapeva ricercato dalla polizia si sparse rapidamente, ad onta che Bertini, come è suo costume, non avesse neppure fiatato sul proposito.
Come si seppe? Chi fu il primo a dare la notizia?
Chi lo sa; succede sempre così, tutto si rinviene in questo mondo, ma difficilmente si trova il primo che parlò, che dette l’allarme.
Il fatto si è che due ore dopo l’arrivo di Ernesto, Palazzo ne era informato.
Il poliziotto corse subito a cercare Dikens e gli partecipò quanto sapeva; Dikens provò la più grande consolazione e voleva partire immediatamente per andare ad arrestare Ernesto; ma Palazzo gli disse e gli fece comprendere che meglio assai sarebbe stato il riferire la cosa a Byrnes per avere il suo parere.
L’ispettore, saputo di cosa si trattava pensò alquanto, poi disse:
—Non credo quell’italiano ritornato all’Hotel colpevole del furto dei diamanti commesso all’Hotel Martin, ma siccome in un modo o nell’altro è mescolato in questo brutto affare, così sarà bene che io possa interrogarlo.
—Dunque lo arrestiamo,—interruppe Dikens il quale non vedeva il momento di mettere le mani al colletto dell’uomo che aveva venduto la valigietta, dove erano stati i famosi diamanti.
—Sì, arrestatelo; ma senza pubblicità, che nessuno sappia nulla altrimenti si riparlerà di fatti dove la polizia non si è mostrata all’altezza della sua missione.
—In questo imbroglio di diamanti,—rispose piccato Dikens,—non vide chiaro neppure quel poliziotto italiano, che pure è tanto buon cane da caccia.
—Chi sa se non trovò nulla, da qualche tempo non lo vedo e potrete benissimo in questo tempo avere ritrovato ciò che noi cerchiamo inutilmente.
—Basta, la chiave del mistero ce la darà l’uomo che fra poco sarà nelle nostre mani,—rispose con gravità Dikens.
—Sperate dunque molto su quel giovane?
—Moltissimo.
—Bene, andate e presto sapremo cosa pensarne.
Dikens e Palazzo uscirono per recarsi all’Hotel del Campidoglio; durante il breve tragitto Palazzo raccomandò al suo collega di usare la massima prudenza, non era necessario fare degli scandali che avrebbero recato danno a chi non aveva né colpa, né peccato.
Dikens convenne di fare le cose in modo, che l’arresto dell’italiano passasse inosservato a tutti.
Quando arrivarono all’Hotel non entrarono dalla porta grande che mette in Bleecker St., ma sibbene da quella che in Thompson Street, e andarono direttamente all’ufficio.
Bertini era intento a dare li ordini per la corrispondenza e appena vide i poliziotti aggrottò le ciglia.
—Caro Bertini,—disse Palazzo,—sono dolente di......
—Capisco siete venuti per il signor Baldi....
—Faremo le cose in modo che nessuno si accorgerà dell’arresto.
—Ma dunque ritenete proprio che quel giovane che è tornato poche ore fa ad abitare in casa mia sia un ladro?
—Gravi sospetti,—disse Dikens,—ci spingono ad arrestarlo.
—Ho la convinzione che commettete un’errore, quel giovane ha una faccia onesta e leale che testimonia in suo favore.
—La polizia sa che si può bene portare una maschera,—ribatté Dikens al quale saliva il sangue al capo nel sentire che si poneva in dubbio l’occhio scrutatore dei poliziotti.
—Io non intendo di discutere,ora andrò a chiamare il signor Baldi. Quello che raccomando, che non si facciano pubblicità; la mia casa, nella quale del resto potrebbe venirci ad abitare un brigante dei più pericolosi, perché è aperta a tutti e non è possibile domandare conto della vita che menano o che menarono; sarebbe indicata dai cattivi, dagli invidiosi come luogo frequentato da ladri, e ciò non fa piacere a sentirsi a dire.
—Ditemi,—domandò Dikens,—il nostro uomo è ancora vestito miseramente come quando insalutato ospite lasciò il vostro albergo?
—No, tutt’altro, egli è vestito signorilmente.
—Ecco un altro indizio grave, quella nuova scorza che lo ricopre fu certo acquistata col ricavato del furto, ciò è di una chiarezza indiscutibile;—ciò dicendo Dikens aveva sulle labbra un sorriso orgoglioso.
—Potrebbe avere lavorato in questo tempo,—si azzardò a dire Bertini.
—È ciò che vedremo. Dove si trova quel giovane?
—Andrò io a chiamarlo.
—Va bene, vi aspettiamo.
Quando Bertini bussò alla porta di Ernesto, questi dormiva e sognava la sua bella fidanzata, si svegliò di soprassalto e domandò:
—Chi è?
—Aprite signor Baldi, devo parlarvi.
—Subito.—Ernesto corse ad aprire.
—Caro signor Ernesto,—disse Bertini che non poteva nascondere il suo turbamento,—dovete vestirvi.
—Vestirmi? A quest’ora, e perché? Brucia forse la casa?
—No, ma....
—Su, via, parlate, cosa avviene?
—Ebbene, tanto è d’uopo che lo sappiate, vi sono da basso due policemen che cercano di voi.
—Di me? E cosa vogliono quei cari signori.
—Arrestarvi.
—Arrestare me? Bella davvero.—E ciò dicendo Ernesto si vestiva in fretta.
—Sembra che la cosa vi metta in allegria signor Ernesto.
—Ma certo, la cosa è buffa, e immagino già il naso che faranno quando vedranno, che hanno preso un granchio grosso come il Central Park.
—Essi non vi conoscono, ma cercano di voi, proprio di voi.
—E mi accusano?
Bertini esitò.
—Su, via, ditemi l’accusa.
—Ebbene, vi si accusa di furto.
—Di furto? Io?—L’accento col quale Ernesto pronunziò queste parole era quello di un’innocente infamemente calunniato, e Bertini lo comprese tanto che stese la mano al giovane il quale disse:
—Grazie di non credermi colpevole; ed ora andiamo da quei signori.
Cinque minuti dopo senza che nessuno se ne accorgesse, Ernesto usciva dall’Hotel del Campidoglio accompagnato da Palazzo e Dikens.
Arrivati al quartiere generale di polizia, Ernesto insisté per essere subito interrogato, ma Byrnes non vi era più e fu d’uopo rassegnarsi a passare l’intera notte in una delle strette celle della polizia.
Ernesto quando si trovò solo nell’angusto spazio non fu per nulla scoraggiato, sicuro nella sua coscienza di essere innocente di qualsiasi delitto, aspettava tranquillamente il giorno.
Il suo occhio di artista attraverso al cancello della sua cella, osservava con viva curiosità quel mondo che non aveva mai visto prima di allora, quei corridoi bianchi dove spiccavano le inferriate nere, nere, illuminate dal gas, quei guardiani indifferenti a quanto avveniva vicino a loro, e che non si alzavano, dalle loro poltrone che allorquando la porta si apriva e i policemen spingevano dentro un’altro inquilino, che veniva subito rinchiuso nella cella.
Venne il momento che la stanchezza lo vinse, e si pose sul tavolaccio per riposare.
Riposare era impossibile, dalle fessure del pancaccio, attirate forse, dall’odore di carne, uscivano legioni di insetti che tormentavano il poveretto, il quale per quanto ne avesse passate pure non poteva abituarsi a sentire camminare sulla sua persona quei luridi animali, che non si sa, né perché, né per come, siano al mondo.
Lasciò adunque il pancaccio e si mise a passeggiare nella stretta cella,aspettando il giorno. I lettori dei “Misteri di Mulberry” conoscono troppo bene come sono le prigioni del quartiere generale di polizia, perché si debba farne una nuova descrizione.
La notte sembrò molto lunga ad Ernesto, ma finalmente vide impallidire la luce del gas, e l’alba a poco, a poco, mettere il suo chiarore nei corridoi della prigione.
Col giorno principiò il movimento, alcune celle vennero aperte per lasciare uscire i detenuti incaricati di fare la polizia.
Il pavimento di marmi a scacchi bianchi e neri, venne lavato con acqua e sapone, e quei prigionieri facevano il loro servizio allegramente, non curanti, parlando delle cose più indifferenti.
Dopo che fu portata la colazione cominciarono ad essere chiamati coloro che dovevano essere condotti innanzi ai diversi tribunali della città, e quelli che sarebbero stati interrogati dall’ispettore Byrnes.
Ernesto aspettava di momento in momento di essere chiamato, quella notte passata in prigione non lo aveva spaventato ma irritato. Sapeva di non avere fatto nulla di male e lo trattavano come un malfattore comune.
Si sarebbe fatto intendere, non doveva essere permesso in un paese libero impadronirsi di un cittadino e metterlo in prigione senza una ragione al mondo.
Finalmente la cella dove era rinchiuso si aprì e il guardiano gli disse:
—Avanti, vi si chiama.
Ernesto non pose neppure mente alla brutalità del guardiano, esso sapeva bene che dopo l’interrogatorio lo avrebbero lasciato libero, e facendogli delle scuse.
Alla fine del corridoio trovò Dikens che sorridendo con compiacenza gli disse:
—Avete riposato bene?
Ernesto alzò le spalle e non rispose.
—Quanta superbia,—mormorò,—sarei tentato a mettergli le manette. Ma poi pensando che l’ispettore Byrnes non credeva alla colpabilità dell’arrestato, non mise in effetto la minaccia.
Quando Ernesto entrò nell’ufficio di Byrnes il celebre poliziotto era al suo posto e gettò sul giovane italiano uno sguardo scrutatore.
La prima impressione fu delle più favorevoli, e Palazzo che conosceva il suo superiore e si trovava vicino a lui nel caso che dovesse fare l’interprete, comprese subito, che Byrnes non credeva affatto che l’italiano fosse un ladro.
—Come vi chiamate?—domandò Byrnes.
—Scusate non parlo inglese.
—Ebbene è qui un’interprete che potrà aiutarvi, parlate pure italiano.
E fu a mezzo di Palazzo, che ebbe luogo il seguente interrogatorio.
—Come vi chiamate?
—Ernesto Baldi.
—Non avete mai posto il vostro nome sopra nessun registro?
—Certo,sopra quelli dei “Lodging Houses,” nei quali andavo a dormire nel tempo che stavo a New York.
—E sopra a nessun’altro?
—No.
—Ebbene, vi debbo dire che mentite.
—Signore, io non ho mai mentito!
—Vi proverò che sì. Vendeste nessun oggetto da che siete in America?
Ernesto aveva dimenticato completamente il fatto della valigia e rispose senza esitare:
—Ho dovuto vendere tutto quello che mi apparteneva, dei piccoli oggetti d’oro e un anello d’oro di mia madre.
—E niente altro.
—No.
—Le vostre risposte non sono conformi al vero, e perché voi non diciate la verità vi deve essere un’importante ragione.
—Ma vi giuro signore.....
—Non giurate. Ecco qui, un registro dove faceste mettere il vostro nome un giorno che vendeste una valigietta di bulgaro con cerniere e fermagli di argento ossidato.
Fu un lampo di luce, Ernesto ricordava ora quella circostanza; ma era troppo tardi; egli lesse nello sguardo di Dikens il trionfo, in quello di Byrnes la severità che contrastava con l’accoglienza che eragli stata fatta da principio.
—Signore,—principiò,—ascoltatemi.
—Non oggi, per un primo interrogatorio basta, dobbiamo fare altre indagini.
—Vi scongiuro ascoltatemi.
—Ebbene, parlate.
—È vero, io ho venduto quella valigia, ma vi dirò come e quando venne nelle mie mani.
Ed Ernesto raccontò con ammirabile precisione quando, dove, come la valigietta fu trovata.
Quando Ernesto ebbe finito, Byrnes si rivolse verso Dikens e disse:
—Ve lo aveva detto che il ladro doveva essere tra i forestieri alloggiati all’Hotel Martin?
Dikens non rispose verbo.
—Ed ora che avete tentato di spiegare,—continuò Byrnes,—come fu che vendeste la valigietta, che dite di avere trovata, diteci come va che la vostra condizione è cambiata così rapidamente.
“Eravate morto di fame, ricoperto di stracci, e dopo pochi mesi ritornate a New York vestito come un signore, e certo con dei danari nelle vostre tasche.
Ernesto non aveva nulla da nascondere e raccontò quanto eragli avvenuto dal giorno che lasciò New York, la sua vita di minatore e la benevolenza di Mr. Blumenthal. Di Margherita non disse una sola parola, non voleva che il nome di colei che amava fosse neppure pronunziato nell’ufficio di polizia, gli sembrava una profanazione.
Byrnes si sentì commosso a quella narrazione viva e vera, ma un poliziotto non deve dar segno di debolezza, per cui non manifestò ciò che provava.
Dikens sorrideva ironicamente, lui ai romanzi non ci credeva, sapeva gl’italiani di fervida fantasia, e riteneva che quanto diceva Ernesto altro non fossero che storie inventate in sua difesa.
Era tenace nelle sue idee Dikens e si credeva infallibile.
Quando Ernesto ebbe finito Byrnes disse:
—Potrete provare ciò che avete detto.
—Telegraficamente potete domandare informazioni dal Sopraintendente delle Miniere M. Blumenthal.
Ma ad un tratto pensò che un telegramma secco e crudo venuto dalla polizia avrebbe potuto cagionare dolore a tutta quella famiglia e specialmente a Margherita, e si affrettò a dire:
—Signore non telegrafate, scrivete, spiegate le ragioni per le quali mi sospettate ladro, un telegramma metterebbe in apprensione i miei protettori. Del resto qui a New York vi è una casa bancaria presso la quale Mr. Blumenthal ha aperto un credito a mio nome.
—Come si chiama questa casa?
Ernesto levò dal suo portafoglio la tratta, che gli era stata consegnata al momento della partenza e mostrandola a Byrnes disse:
—La stessa casa di che dovrà pagarmi questa tratta.
—C. B. Richard & Co., va bene, domanderemo. Ora potete ritirarvi.
—Sono libero?
—No per ora; ma spero che presto lo sarete.
—Mi rassegno a soffrire per un vostro errore del quale fra poco sarete convinti.
—La polizia può benissimo errare, ma sa riconoscere molto bene i suoi errori. Alcune circostanze vi accusano, altre vi difendono, le accuse le abbiamo potute calcolare e pesare, le difese non ancora, lasciateci un poco di tempo e se realmente siete innocente uscirete di qui a fronte alta.
—Raccomando che si faccia presto, perché io devo ritornare alle miniere, non ero che di passaggio a New York.
Ciò detto seguì Dikens che lo aspettava, e ritornò alla sua cella, contrariato sì, ma sereno e tranquillo. Quando Byrnes fu solo con Palazzo gli domandò:
—Cosa ve ne pare?
—È innocente come voi e me.
—Lo credo ancor io. Recatevi in mattinata dal banchiere Richard, e domandate chi è questo Mr. Blumenthal, quel giovanotto ha detto la verità; ma è sempre bene informarsi, non fosse altro che per scrupolo di coscienza. Ho studiato l’affare del furto dei diamanti, e mi sono convinto che si è sbagliata strada, i ladri veri erano quel sedicente marito della giovane francese e quel suo amico, i quali sono ancora gli assassini della disgraziata donna.
—Se credete tutto ciò dovete anche avere principiate delle indagini.
—Sì, qualcheduna.
—E trovaste?
—Non gran cosa; ma spero che troverò. Ditemi da quanto tempo non vedeste il Cav. Boni?
—Da parecchio tempo. Sembra che abbia perso la via che mena al vostro ufficio.
—Me ne dispiace perché appunto in questo momento i suoi consigli mi servirebbero.
Fu bussato alla porta, il policeman di servizio disse:
—Mr. Boni domanda di essere ricevuto.
—Che entri, che entri subito,—esclamò allegramente Mr. Byrnes.
Boni entrò e stese la mano a Byrnes che la strinse con effusione.
VII.
—Parlava appunto di voi,—disse Byrnes.
—Ciò prova che il proverbio dice il vero, sostenendo che quando si parla del lupo, il lupo è vicino.
—Che diamine, non farvi più vedere?
—Caro ispettore, se sapeste!... Quando vi avrò raccontato quello che è avvenuto da che non ci siamo visti comprenderete il perché mi sono privato del piacere di venirvi a stendere la mano.
—Siete venuto oggi perché avete qualche novità?
—Cose gravissime ispettore, e vengo a reclamare il vostro appoggio.
—Lo sapete, sono sempre a vostra disposizione. Di cosa si tratta?
—Si tratta di proteggere nuovamente la società contro le furfanterie di quel miserabile di Ruiz che io ebbi il torto di non lasciare nelle vostre mani.
—Cosa dite mai, Ruiz è ricomparso in iscena?
—Sì.
—Dove? in America?
—Può darsi che egli sia sul suolo americano; ma l’ultimo suo delitto lo commise in Australia.
Boni con quella eleganza affascinante che lo distingueva, raccontò a Byrnes stupefatto quanto era avvenuto a Melbourne, e come Ruiz dopo l’infame attentato fosse riuscito a sfuggire alle autorità inglesi.
Quando Boni ebbe finito, Byrnes disse:
—Amico caro, bisogna stare in guardia, questo miserabile è capace di tutto, e non mi stupirebbe se avesse l’audacia di venire a New York. E Suor Maria?
—Domani giungerà qui. Da quattro giorni è partita con l’express da S. Francisco.
—Sarà necessario vegliare su lei.
—Starò in guardia. Ma non è questo che volevo dirvi; un mio confidente, (ho anch’io uno di questi esseri spregievoli e pure tanto necessari alla polizia), mi ha fatto scovare il sedicente marito della giovane bionda che fu trovata nella riviera, il quale ha un’altro delitto sulla coscienza.
—Spero che per questo non avrete eccezioni a fare e che non vi opporrete al suo arresto.
—Neppure per sogno. Solo che bisogna trovare delle prove.
—Quel miserabile deve avere rubato i gioielli a sua moglie, metterei le mani sul fuoco.
—È un furfante capace di tutto.
—E dire che per necessità di legge debbo tenere in prigione un bravo giovanotto, certo innocente, per un delitto commesso da quel damerino.
—Tenete uno prigioniero e lo credete innocente?
—Non posso metterlo in libertà che con cauzione, o sotto la responsabilità di persona nota.
Byrnes raccontò a Boni i particolari dell’arresto, disse delle prove che stavano contro il detenuto e quando ebbe finito Boni promise che avrebbe trovato la cauzione richiesta.
Nel momento che il poliziotto italiano stava per ritirarsi Byrnes gli domandò:
—Credete che Ruiz verrà in America?
—Lo credo.
Gli occhi di Byrnes mandarono un lampo.
—Questa volta,—disse il temuto ispettore,—se cade nelle mie mani, toccherà alle autorità di New York a giudicare il furfante, e credetelo non la scamperà.
—Ve lo abbandono,—rispose Boni.
I due amici si strinsero la mano e si separarono.
VIII.
Il giorno che arrivò Suor Maria, i suoi amici insieme a Mr. Wilson erano tutti alla Stazione di Jersey City.
Mentre aspettavano il treno ricordavano il giorno nel quale Clara partì per il Giappone; erano passati pochi mesi, eppure quanti avvenimenti non erano successi?
Leonardi era inquieto, e Fanny più di una volta aveva notato il suo pallore, i suoi fremiti.
Leonardi è che in quel momento più che a Suor Maria pensava all’uomo infame ancora libero e in grado di poter commettere i più infami delitti, esso sentiva che dopo l’arrivo della vittima non sarebbe tardato a giungere il carnefice.
La sola che ignorasse che Ruiz fosse vivo, era Vittoria, la quale, se avesse saputo ciò, avrebbe per sempre persa la sua felicità, e chi sa forse che il colpo terribile non fosse stato mortale per la donna e per il bambino che portava nel seno.
Righetti aveva fatto giuramento a se stesso di stare in guardia, del resto confidava ciecamente in Boni, il quale teneva bene gli occhi aperti, ed era pronto a combattere contro il furfante, se si fosse vivo.
Fanny leggeva la preoccupazione nello sguardo di tutti e non poté a meno di dire:
—Sembra che l’arrivo di Clara non vi faccia un gran piacere.
—Fanny,—disse Boni,—che cosa dite mai? Non vedete che siamo tutti commossi? Guardate gli occhi di Ferroni, ha un bel nasconderlo ma vi tremolano le lagrime, e così in quelli di sua moglie e di Vittoria, e lo stesso vostro padre, che non è fatto per commuoversi tanto facilmente, è lì che ora diventa pallido e ora rosso!
—Avete ragione caro Boni,—rispose Fanny,—la commozione impedisce di essere allegri.
Mr. Wilson andava in su e in giù per la Stazione interrogando ad ogni momento gl’impiegati della ferrovia per sapere quanto ancora sarebbe tardato ad arrivare il treno da S. Francisco; ed ogni volta, che un convoglio si scorgeva da lontano vi fissava i suoi occhi ardenti, quasi volesse scrutare da lungi se portava l’oggetto che tanto amava.
Ma il treno era in ritardo, doveva giungere alle 2 e ½ e invece non sarebbe arrivato che alle 3.
Mr. Wilson smaniava, e gridava contro il cattivo servizio.
Quando gli amici di Clara seppero che dovevano aspettare una buona mezz’ora si ritirarono nella sala di aspetto; Mr. Wilson però non ne volle sapere e seguitò a correre sotto la tettoia ad onta che gli impiegati lo pregassero di ritirarsi.
Leonardi vicino a Boni e Ferroni, manifestava i suoi timori.
—Non so,—diceva Leonardi,—ma sento come il presentimento di una grande sciagura: credetelo, quel miserabile di Ruiz, vorrà vendicarsi e colpirà senza misericordia. Io non temo per me, ma per le donne, per Fanny, per Vittoria, per Suor Maria.
—Leonardi non spaventatevi,—rispose Ferroni,—diamine, siamo uomini, e abbiamo del coraggio, sapremo difenderci se ci chiamano ancora alla battaglia. Non è vero Boni?
Ma Boni non rispondeva, il suo volto era contratto dall’ira, e si mordeva con rabbia le labbra.
—Non rispondete amico mio?—continuò Ferroni.
—Non ho nulla a rispondere,—disse bruscamente Boni.
—Lo vedete, anche egli dispera,—replicò Leonardi.
—No che non dispero; ma non posso perdonarmi di essere io l’autore di tutti i mali che sono avvenuti e che avverranno.
Vittoria da qualche momento si era accorta dell’accasciamento di Boni, e dei suoi amici e provava un gran malessere senza saperne il perché.
Ad un tratto Fanny gridò:
—Vittoria sta male!
Righetti che era andato con Enrico a comprare un arancio, corse subito vicino a sua moglie e così fecero tutti.
Vittoria stese la mano a suo marito, ringraziò gli altri con lo sguardo e mormorò:
—Non è nulla, un capogiro, ciò mi succede spesso da qualche tempo.
—Avete ragione, non è nulla figlia mia,—disse la Leonardi sorridendo,—è una malattia che prende di preferenza le giovani spose.
—Qui però soffoco,—aggiunse Vittoria,—usciamo, usciamo.
Entrarono tutti sotto la tettoia; in quel momento un treno entrava a gran velocità nella Stazione.
—Il treno di California!—gridò Wilson.
Il convoglio si arrestò, ad un tratto i viaggiatori cominciarono a scendere, coloro che li attendevano si aggruppavano ai cancelli cercando con lo sguardo i loro cari.
—Eccola, eccola!—esclamò ad un tratto Wilson.
—L’amate più di noi,—disse Fanny,—perché la vedeste prima di tutti.
—Se l’amo? a morirne!
Wilson non aveva sbagliato, era proprio Clara, idealmente bella, sotto le bende monacali, che veniva verso di loro.
Quando essa ebbe attraversato il cancello si trovò fra le braccia di Fanny, che coprendola di lagrime e di baci, mormorava:
—Sorella, sorella mia!
Clara restituiva quelle carezze e piangeva, finalmente si staccò da quella stretta affettuosa, e abbracciò e baciò tutti i suoi amici, solo a Leonardi porse la fronte, questi la baciò tremante.
Mr. Wilson era rimasto confuso, timido, timoroso, perso fra la folla; Fanny lo scorse lo prese per un braccio e lo portò innanzi a Clara dicendo:
—Ecco un’altro che ti aspettava con la più viva ansietà.
Clara divenne di fuoco nel volto; ma il suo occhio bellissimo ebbe un lampo di gioia.
—Suor Maria,—balbettò Wilson,—a voi devo la vita, volevo salutarvi appena mettevate piede a terra.
—Vi ringrazio Mr. Wilson e sono lieta di vedervi.
—Su via,—disse Mr. Spencher,—continueremo la conversazione a casa nostra dove ci aspettano per colazione,che è in ritardo come il treno di California.
Uscirono dalla Stazione di Jersey City, montarono nelle carrozze di casa Spencher e tre quarti d’ora dopo erano alla palazzina di Washington Square.
In un momento opportuno, Fanny mormorò in un’orecchio a Clara:
—Sopra tutto ricordati che Vittoria non sa nulla di Ruiz.
Clara all’udire quel nome trasalì vivamente.
—Non dubitare,—si affrettò a dire Fanny,—ora sei in mezzo ad amici affettuosi che sapranno difenderti.
Clara era sempre meravigliosamente bella, anzi la sua bellezza erasi idealizzata, e Boni che alla vista della coraggiosa fanciulla aveva ripreso tutto il suo buon’umore fu il primo a dire:
—Cara Suor Maria, siete un angelo disceso dal cielo, moralmente e fisicamente.
—Zitto là, adulatore; gli angeli non sono di questo mondo.
—Allora come si deve stare bene in quell’altro!
Tutti avevano ripreso il brio consueto, Clara raccontava del suo viaggio, delle affettuose dimostrazioni ricevute a Melbourne, dove le più distinte dame vollero accompagnarla a bordo, dove la sua cabina fu trasformata in un vero giardino di fiori.
Anche i poveri vaiuolosi in convalescenza si erano ricordati di lei inviandole un bel mazzo di viole del pensiero. E di quell’atto ne era rimasta tanto e poi tanto commossa.
—Ora resterete con noi,—disse Ferroni,—potrete anche qui compiere la vostra opera di carità.
—Se la superiora lo permetterà..... ma vicina a voi trascurerò troppo i miei doveri, mi vizierete.
—Non dubitate Suor Maria,—disse Boni,—non vi mancherà l’occasione di lavorare a prò degli infelici, guardate; io, Ferroni, Leonardi, Righetti e anche Mr. Spencher, siamo una specie di associazione fatta per combattere i furfanti, io sono sicuro che quando voi, che avete dato tante prove di coraggio ci aiuterete, la vittoria ci riuscirà più facile.
—Ebbene Boni, io sono pronta; curare un ammalato o aiutare una vittima della perversità umana è tutt’uno. Il mondo è pieno di malvagie creature, che fanno soffrire tante vittime innocenti, ed è ben necessario che dei soldati del dovere, dell’onestà, si schierino contro di loro.
—Brava, brava Suor Maria,—gridò Boni,—i furfanti l’avranno a fare con noi.
Mr. Wilson divorava con gli occhi Suor Maria, non gli era sembrata mai così bella; quando intese che Boni parlò di un’associazione fatta per proteggere i deboli contro i forti, i buoni contro i cattivi, chinò il capo addolorato.
Quando Ferroni se ne accorse gli domandò:
—Mr. Wilson, perché siete così mesto?
—Perché.... perché....
—Via, su, ditelo.
—Ebbene,Boni ha dimenticato di mettere il mio nome insieme a quello di coloro che vogliono fare il bene.
—Ma mio caro,—si affrettò a rispondere Boni,—io non poteva disporre della vostra persona.
—Non mi credete adatto?
—Voi? Ma voi ci sarete di grande, immenso aiuto.
—E allora perché lasciarmi fuori?
—Ebbene riparerò al mal fatto, e dirò che con noi combatterà anche Wilson.
Il giovane col volto raggiante di felicità esclamò:
—Grazie, amici miei, grazie!
Fu stabilito che Clara resterebbe in casa di Fanny, anzi l’indomani sarebbero partiti per Staten Island e avrebbero condotto seco Vittoria ed Enrico, che era un po’ crucciato perché poco o punto in quella prima festa del ritorno si erano curati di lui.
Boni prima di lasciare i suoi amici disse loro che alla mattina dopo gli attendeva in casa Ferroni per comunicazioni di grande importanza.
Vittoria quando a braccio di suo marito si avviò verso casa, disse:
—Sposo mio, dimmi la verità ci minaccia qualche pericolo.
—Pericolo!—esclamò interdetto Righetti,—perché mi dici ciò?
—Non so, mi sembra di vedere i nostri amici molto preoccupati.
—È naturale,—rispose Righetti che aveva avuto il tempo di rimettersi,—Boni ha scoperto un orribile delitto,sta cercando i colpevoli e noi tutti dobbiamo aiutarlo.
—È per questo soltanto?
—Te lo giuro.
—Ti credo amico mio.
IX.
Allorché Fanny e Clara furono sole, si gettarono nelle braccia l’una dell’altra e si tennero per molto tempo amorosamente strette.
—Sei felice?—mormorava Clara.
—Quanto può esserla una donna, che è amata e che ama. E tu mia buona sorella sei felice?
—Qui fra le tue braccia mi sembra di essere in paradiso.
—E quell’infame?....
—Taci non parlare di quel miserabile, Dio mi ha protetta. Però avrei preferito morire al subire il contatto di quel mostro.
—Egli vive ancora; una potenza occulta sembra proteggerlo, ma Dio è giusto e presto o tardi porrà un termine alle sue infamie.
—Sì, Dio è giusto e ci penserà, ma anche noi dobbiamo stare attenti, perché esso tornerà per vendicarsi di tutti i suoi nemici.
—Mio Dio, Fanny, cosa ti prende?
—Nulla...! è passato. Che almeno non si vendichi del mio Leonardi!
—Su, non disperare, i nostri amici sapranno impedire al serpente di mordere.
—Che il cielo lo voglia!
—E Vittoria?
—Vittoria vive nell’ignoranza di tutto, persa nella sua felicità, essa non dubita neppure che suo marito sia ancora vivo e possa ricomparirle innanzi.
—Se lo sapesse, morirebbe di crepacuore, molto di più, nello stato nel quale si ritrova.
—Madre?.... Sarà madre!.... E tu?
Fanny chinò il biondo capo sulla spalla dell’amica, il suo volto s’imporporò e con un soffio di voce disse:
—Spero!
Clara l’afferrò per la vita, l’attrasse a sé mormorando:
—Oh! le sante e caste gioie della maternità!
—Tu pure le proverai, se vuoi.
—Io? E Clara si levò fremendo, il bel corpo scosso da un fremito convulso.
—Ebbene, perché ti spaventi?
—Fanny, tu sai che a me non è dato godere di tali gioie.
—Per qual ragione?
—Il mio passato....
—Redento, sorella mia, redento col tuo coraggio, con la tua abnegazione, con la tua virtù.
—No, io sarò sempre la perduta da strada, la complice volontaria di ladri e di assassini, la danzatrice a “fin de siecle,” la Nana provocante che vende i suoi vezzi a prezzo d’oro, la serpentina voluttuosa che infiamma il sangue e fa delirare di desiderio.
Ciò dicendo Clara appariva eccitatissima, Fanny l’attrasse dolcemente a sé e con voce grave le disse:
—Tu non sei più la perduta, la danzatrice, la venditrice di amore; no, tu sei l’amica di persone oneste, la sorella di Fanny Spencher, tu sei la santa Suora, che a rischio della vita è stata angelo consolatore a chi soffre, tu sei il più bello, nobile esempio della redenzione in tutta l’estensione della parola, gli angeli del cielo sarebbero felici di chiamarti sorella, rialza la tua nobile fronte, e spera, Dio premierà il tuo eroismo, tu pure sarai felice, il tuo cuore ritornato vergine come il tuo corpo si schiuderà fiore gentile e invidiato al fuoco dell’amore, e fra non molto le bende monacali lascieranno il posto, all’abito nuziale.
Clara non rispose subito. Il suo volto raggiante di gioia era innondato dalle lagrime.
Dopo una lunga pausa essa disse:
—E via, il mio passato è redento, ma chi vuoi che unisca la sua esistenza alla mia? un uomo onesto appena saprà la mia triste istoria fuggirà lungi da me. Poi il mio cuore è morto....
—Ne sei sicura?.... Perché ti turbi? Vuoi avere dei segreti per la tua sorella?
—No, no, mia adorata Fanny, nulla voglio nasconderti.
—Ebbene parla, sostienmi se ne hai coraggio che il tuo cuore è morto.
—Non posso, non debbo mentire. Fanny, il mio cuore è vivo, palpita ed è questa una grande, immensa sventura per me.
—Ami Mr. Wilson?
Clara chinò il capo e non rispose, quel silenzio era una confessione.
—Ebbene,Wilson ti ama alla follia, se tu avessi visto il suo dolore quando giunse la notizia del tuo ferimento, voleva correre a Melbourne per assisterti, o per vendicarti, se morivi, dell’infame che aveva attentato ai tuoi giorni. Amalo,esso merita bene di essere amato!
—Ma egli non conosce che Suor Maria, esso nulla sa di Clara e il giorno che saprà mi disprezzerà.
—T’inganni, poiché noi gli proveremo come tu sia degna di divenire sua sposa.
—Sua sposa? Oh! quanto sarei felice.... Ma basta di me, io ancora non mi appartengo; stando a quanto disse Boni stiamo per combattere aspre e fiere battaglie contro dei miserabili che fanno versare lagrime e sangue, e che restano impuniti; or bene il domani della vittoria, dirò a Wilson chi sono, e se il suo amore resisterà a quella rivelazione, io sarò sua moglie; se no, ritornerò dove vi è bisogno di consolare e aiutare, andrò nelle più lontane missioni in mezzo ai miscredenti, portandoci la parola di Cristo Redentore.
—Clara tu sei sublime!....
L’indomani Suor Maria, Fanny, Vittoria ed Enrico, partirono per Staten Island.
X.
Nessuno mancò all’appuntamento dato da Boni in casa Ferroni e l’ex-ispettore così parlò ai suoi amici:
—Ho il presentimento che Ruiz ci darà ancora del filo a torcere; ma questa volta saremo senza pietà, il patibolo lo aspetta, nessuna considerazione potrebbe trattenermi, mi rimprovero già troppo, di non averlo mandato al diavolo prima.
“Per ora di Ruiz nulla si sa, e nulla possiamo fare; ma, briganti della sua stirpe ve ne sono altri, ed io voglio combatterli quando il caso mi mette di fronte ad uno di essi. Ed ora conosco un tale che non ha nulla da invidiare a Ruiz,un conte italiano, che gettò in mare una poveretta che fu sua amante; che più tardi insieme ad un complice, rubò i diamanti di una bella giovane che faceva passare per moglie, che poi assassinò gettandola nella riviera.
—Ma come è ciò possibile?—interruppe Ferroni.
—Quanto io racconto non è un romanzo, il caso mi pose in grado di scoprire questo mistero, un ausiliario che mi serve fedelmente, mi fece ritrovare il miserabile.
“Sì, due giorni or sono, ho visto quel conte assassino, che ora vive alle spalle di una disgraziata che vende il suo corpo ad un vecchio libertino impenitente.
—Se avete le prove che quel conte è un assassino,—disse Leonardi,—perché non lo fate arrestare? Non vorrete già fare come per Ruiz?
—Leonardi,voi siete ingiusto quando mi rimproverate velatamente di non avere dato Ruiz in mano alla polizia, perché dovreste sapere, che la sua scomparsa risparmiò uno scandalo nel quale sarebbe stato coinvolto il nome......
—Basta Boni; confesso di avere avuto torto.
—Va bene, e non se ne parli più. In quanto al conte italiano, è in buone mani e non mi sfuggirà, non dovrò fare altro che allungare il braccio,quando vorrò prenderlo. Del resto sto accumulando prove che lo schiaccino.
“Ma non è tutto, ricorderete della povera donna uccisa da una operazione criminosa....
—Rosa, la moglie di Gennarino?—interruppe Ferroni,—altro se lo ricordo.
—Ebbene, io credo di sapere chi fu colui che la condusse dal medico, che la istigò a quell’operazione che la condusse alla tomba.
—Ma voi Boni,—non poté a meno di dire Righetti,—siete un vero mago.
—No, sono un uomo; ma con la vista molto buona, e non ho bisogno di occhiali. Quel tale che ha commesso questo delitto, è rimasto impunito perché Rosa morì senza parlare.
—Non del tutto impunito caro Boni,—disse Ferroni,—perché nei giorni che restò a bordo delle barcaccie perse in mezzo ai ghiacci, restò così malconcio, che ora è monco da tutte due le braccia, e dalla sua bocca non escono che parole spezzate che sembrano più che umana favella, il grido di un qualche animale.
—Quella è la giustizia di Dio; ma ancora non lo raggiunse quella degli uomini.
—Ebbene, vi siete messo in mente di punirlo?—domandò Leonardi.
—Sì.
—Benone, comandate cosa dobbiamo fare.
—Nulla per ora, il furfante del quale parlo, è stimato molto nella colonia; prove della sua colpabilità non ve ne sono, per cui prima di dire una parolina al mio amico Byrnes, bisogna che faccia cadere la maschera dal volto di quel falso galantuomo.
“Oggi vi ho adunati per accennarvi cosa intendo fare e per domandarvi se avete scrupoli, contrarietà in questa missione che mi sono imposta, e che qualche ingegno piccino chiamerà antipatriottica perché i colpiti sono italiani. Ma io non la intendo così, gli assassini, i ladri, non hanno patria, essi appartengono a quel mondo misterioso del delitto, col quale ogni uomo onesto deve fare guerra spietata.
—Caro Boni,—disse Ferroni,—risponderò io per tutti, e dirò: noi siamo dei soldati, comandateci e vi seguiremo senza curare nessun pericolo, è così bello fare il bene, così nobile il poter dire io veglio affinché l’oppresso sia difeso, il delinquente colpito. Dal giorno che intraprendemmo il compito di salvare Righetti, provammo tali soddisfazioni e tali gioie, che val bene la pena di continuare uniti e d’accordo a portare lumi a questa tanto decantata polizia di New York, che non scopre, non vede, che ciò che gli fanno sotto il naso.
—No Ferroni, siete ingiusto, la polizia fa molto; ma vi sono delitti che resterebbero sempre misteri se non se ne occupasse il caso.
—Bene, sia come volete; ma certo è che anche delle furfanterie del conte italiano e di quell’altra buona lana di Giuseppe la polizia non sa nulla.
—Ve lo ripeto Leonardi, fu il caso che mi pose in grado di scoprire questo mistero.
—Il caso ha avuto giudizio.
—Basta su ciò. Caro Ferroni, forse domani avrò bisogno di voi per una cauzione da prestare ad un giovanotto al quale mi interesso.
—Di cosa è accusato?
—Di furto....
Ferroni fece una brutta smorfia.
—Di furto,—continuò Boni,—ma è colpevole quanto io e voi.
—Allora è un altro paio di maniche.
—Ferroni, vorreste che vi raccomandassi un tale, che credessi colpevole di un’azione disonorante?
—Ma allora la polizia....
—Ma allora la polizia, indaga, cerca, e nella pesca quotidiana può ben tirar su qualche granchio.
—Meno male che ne convenite.
—Che,vorreste che qui presente Righetti, dicessi che la polizia di New York è infallibile?
Tutti sorrisero a quella sortita. Leonardi era pensieroso, non prestava grande attenzione alla conversazione, Boni se ne accorse e gli disse:
—Cosa avete Leonardi, siete scuro, scuro.
—Io penso, che più presto di ciò che crediamo, un nuovo delitto di Ruiz, ci obbligherà ad occuparci di lui solo.
—L’affare del conte italiano sarà presto regolato, in quanto a Giuseppe ho in mente che se noi lo lascieremo in pace qualcun’altro si occuperà di lui.
—Chi?
—Il marito oltraggiato, che amava sua moglie, e che forse sa chi è il seduttore.
Ciò detto, Boni si alzò.
—Ora siete al corrente dei miei progetti; vediamoci ogni giorno e vi darò le mie istruzioni.
—A me pure?—domandò Wilson.
—Certo amico; e chi sa che non dobbiate lavorare più di tutti.
—Così fosse!
—Signori v’invito a colazione,—disse Ferroni.
—Bravo, mi sento lo stomaco vuoto,—rispose Boni,—e poi debbo mettermi in campagna e....
—Boni guardate,—disse Leonardi,—non andate solo.
—No questa sera mi accompagna Wilson.
Wilson batté le mani come un fanciullo al quale sia promesso un giuocattolo.
—Andremo—continuò Boni,—in un luogo dove regna sovrano il vizio;nelle tane di questa immensa Metropoli, che ha il suo esercito di delinquenti non certo minore a quelli di Londra e di Parigi.
—A colazione, a colazione,—tuonò Ferroni.
Passarono nella sala da pranzo accolti festosamente dalla padrona di casa.
XI.
Ernesto dopo l’interrogatorio credeva di potere essere libero in breve tempo, ma le ore passavano e nessuno veniva ad aprirgli quella cella dove cominciava a stare orribilmente.
Verso sera il guardiano si avvicinò alla cella, ne aprì il cancello ed un servo consegnò un paniere, dove trovò un buon pranzo, che Bertini gli mandava dall’Hotel del Campidoglio.
Cosa voleva dir ciò? Che la sua prigionia dovesse durare lungamente?
Eppure le prove che aveva date, le parole benevole di Byrnes gli facevano credere, che presto l’equivoco sarebbe stato schiarito.
Mangiò ben poco delle squisite vivande, il cibo non voleva scendere giù per la gola dove sentiva un nodo che lo soffocava.
Quando scese la notte, chiamò il guardiano e inviò un telegramma a Margherita, in quel messaggio pieno d’amore non eravi una parola che accennasse al suo triste stato, all’errore del quale era vittima.
Passò una notte orribile tormentato dagl’insetti, furioso per l’ingiustizia che gli si faceva patire, e col pensiero rivolto alla sua fidanzata, che forse a quell’ora sapeva che un’accusa di furto pesava sul suo capo.
Dopo lunghe ore di smanie si assopì, e un sogno terribile venne a tormentarlo, sognò che Margherita, morta dal dolore nel sapere il suo fidanzato un ladro, veniva deposta nella tomba con gli abiti nuziali e la verginale corona d’arancio.
Quando si svegliò, il suo volto era umido di lagrime e allorché si convinse che era un sogno provò una gioia delirante.
Margherita ricevé il telegramma di Ernesto che era notte fatta, eppure ad onta che quel telegramma fosse pieno di affetti e di speranza andò a letto mal contenta, e anche essa ebbe un bruttissimo sogno.
Sognò Ernesto caduto in un profondo precipizio, da dove era impossibile toglierlo, il suo fidanzato agonizzava in quel profondo ed essa lo vedeva morire senza potere far nulla per lui.
Quando Margherita aprì gli occhi, il suo cuore batteva forte, forte.
La fanciulla credeva ai sogni, essa non poteva darsi pace, certo qualche disgrazia era avvenuta a colui che amava; saltò il letto, indossò una veste da camera e con i capelli ancora sciolti si diresse allo studio del padre suo, essa voleva domandarle un gran favore, e prima di tutto desiderava vedere lui.
Mr. Blumenthal era nel suo ufficio con un’ingegniere della compagnia, quando con sua meraviglia vide entrare Margherita; che si avanzò come una sonnambula.
..... vide entrare Margherita che si avanzò
—Cosa avviene, Margherita mia?—disse Mr. Blumenthal.
Quelle parole fecero trasalire la fanciulla che riprendendo conoscenza intera della sua posizione, volle ritirarsi vedendo un’estraneo.
Ma l’ingegnere, (un bell’uomo dalla barba bruna tanto da sembrare un italiano), si alzò e disse:
—Signorina, restate con vostro padre, il nostro colloquio è finito.—E fatto un profondo inchino si ritirò.
—Ebbene Margherita, perché così presto vieni a trovarmi?
—Babbo, dirai che sono una bambina.....
—Parla, figlia mia.
—Ebbene ho fatto un brutto sogno.
—Un brutto sogno? E credi ai sogni?
—Certo che ci credo!
—Dimmi Margherita, quando i tuoi sogni sono rosei, perché non vieni a contarli al papà? Soltanto quelli brutti devo sapere?
Margherita gettò le braccia al collo del babbo e lo baciò lungamente.
—Diamine, la cosa è seria molto, mia cara Margherita, se tu mi baci tanto. Su, via parla, sentiamo il brutto sogno.
—Ebbene, ho visto Ernesto in fondo ad un precipizio e mi esortava a soccorrerlo.
—E tutto questo?
—E ti sembra poco?
—Ma cara mia, a New York non vi sono precipizii che io mi sappia. Poi ieri a sera non hai ricevuto un lungo telegramma, ora se Ernesto fosse stato in un precipizio tanto profondo,come avrebbe fatto a telegrafarti per dirti che ti amava e pensava a te.
—Babbo non scherzare. Sento che è avvenuta qualche disgrazia al mio fidanzato.
—Sei proprio una bambina. Piangi? Ma insomma, cosa vuoi che ci faccia io?
Margherita esitò, poi con una mossa piena di grazia, con una voce nella quale si sentiva la più fervida delle preghiere disse:
—Conducimi a New York.
—A New York? Ma perché? Per qual ragione?
—Sento che Ernesto ha bisogno di noi.
Mr. Blumenthal, restò alquanto silenzioso e poi disse:
—Ne parlasti alla mamma?
—No, la prima visita fu per te.
—Orbene, non devi dire nulla alla mamma dei tuoi sogni, delle tue smanie, si metterebbe in apprensione, ed io non lo voglio; ti condurrò a New York, devo andarci per un’affare importante, partiremo col treno del mezzogiorno.
—Babbo, babbo, quanto ti voglio bene!
—Ora va nella tua camera, finisci di vestirti, riassetta i tuoi capelli, e fa come se tu non m’avessi visto.
Margherita baciò il babbo, e poi, leggiera come una capinera, ritornò nella sua camera.
Col treno del mezzogiorno, padre e figlia partirono per New York dove arrivavano alle quattro della mattina, e si facevano condurre al Savoia Hotel.
XII.
Dikens ad onta che Palazzo lo spingesse a far presto, non si dava gran premura di fare le indagini relative ad Ernesto, per lui non eravi dubbio, il giovane pittore era colpevole,e tutto quanto poteva addurre a sua discolpa, non erano che scuse belle e buone.
Va bene, Ernesto aveva delle tratte sulla banca Richard & Company, e che perciò? Un ladro qualsiasi può farsi accreditare ad una banca se tiene del denaro.
Quel Mr. Blumenthal del quale parlava l’imputato poteva essere un nome inventato o un manutengolo di ladri.
Dikens, era un poliziotto di vecchio stampo, di quelli che credono alla loro infallibilità, più di quello che non credano i papi alla loro.
Quando Dikens andò alla Banca Richard e apprese che Mr. Blumenthal era uno dei più stimati uomini della Pennsylvania, ricco, e tenuto in gran conto, Dikens impenitente alzò le spalle, in segno di dubbio, e il capo della casa piccato gli disse cose che non erano davvero gentilezze.
Mr. Richard, assicurò poi Dikens che il loro rispettabile cliente Mr. Blumenthal aveva raccomandato presso di loro Ernesto Baldi, che sarebbe quanto prima suo genero.
Dikens si guardò bene dal dire che quel Baldi tanto raccomandato era in prigione, inventò una storiella per giustificare le sue indagini e ad onta di quanto aveva inteso uscì dall’ufficio bancario più convinto che mai della reità di Ernesto.
Byrnes tutte le volte che domandava di Dikens si sentiva rispondere:
—È in servizio per indagini, del fatto di Baldi.
Ed egli non poteva far nulla senza sentire cosa Dikens aveva scoperto.
Così passava il tempo e il povero Ernesto languiva nella sua cella sfiduciato, in preda alla più grande ansietà.
La mattina del quarto giorno, il guardiano aprì la sua cella e lo condusse nell’ufficio di Byrnes; immaginate la sua sorpresa, la sua confusione, nello scorgere Margherita e suo padre che lo attendevano.
La fanciulla nel vedere il suo fidanzato pallido, affranto si volse verso Byrnes, e gli gridò:
—Signore, voi l’avete ucciso.
Ernesto chinava il capo, confuso, rosso dalla vergogna.
—Ebbene,—disse Mr. Blumenthal,—rialzate il capo, l’accusa che vi è stata fatta non ha senso comune.
—Signore,—disse Byrnes rivoltosi a Mr. Blumenthal,—io non credetti mai alla colpabilità di questo giovane; ma vi erano degli indizi abbastanza seri, ordinai delle indagini e fino a tanto che non erano compiute il mio dovere era di trattenere il sospettato autore del furto di brillanti. Le dichiarazioni che voi mi faceste testé distrussero tutto l’edifizio dell’accusa e io sono ben lieto di rimettere in libertà l’uomo che sta per entrare nella vostra famiglia.
—Signore,—disse con accento doloroso Ernesto,—ho sentito dire di voi, che sapete leggere nel volto delle persone se sono, o no, innocenti, come mai poteste per un solo momento sospettare di me?
Byrnes si alzò dal suo posto e stese la mano a Ernesto dicendo:
—Perdonatemi.
Proprio in quel momento entrava Dikens, che non poté trattenere un grido di meraviglia nel vedere il suo capo in sì famigliare intimità con un detenuto.
—Dikens,—disse con severità Byrnes,—d’ora in poi non muoverete un passo senza il mio permesso.
—Ma.... volle dire Dikens.
—Basta così, ho detto; i miei ordini sono precisi.
Fu annunziato Boni e Ferroni.
—Sono venuto a portare il garante per quel giovane,—disse Boni appena entrato,—per quell’Ernesto Baldi.
—Come, signore,—domandò al massimo della sorpresa Ernesto,—voi che non mi conoscete neppure, credete alla mia innocenza e garantite per me?
—Certo, e ora che vi vedo sono contento più che mai di esservi utile, perché la vostra faccia è quella di un galantuomo.
—Caro Boni,—si affrettò a rispondere Byrnes,—non vi è più bisogno di garanzie, Ernesto Baldi è libero.
—Benone,—rispose allegramente Boni,—non è poi tanto vero che la polizia sia testarda. Essa sa riconoscere i suoi errori.
—Signore,—disse Mr.Blumenthal,—mi considero come il padre di Ernesto, e quanto faceste per lui mi obbliga alla più viva riconoscenza.
—Ne parleremo poi caro signore,—rispose Boni.
Margherita si fece avanti e stendendo la sua mano a Boni, mormorò:
—Non vi dimenticherò mai signore, e serberò di voi il ricordo di un amico carissimo.
—In verità, signorina, sono strapagato del poco che ho tentato di fare.
—E anche voi signore,—continuò Margherita rivolgendosi a Ferroni,—ringrazio vivamente.
—Io, io?—balbettò Ferroni,—io non feci nulla.....
—Basta con questa gara di riconoscenza,—disse Boni,—ne parleremo se verrete a trovarci.
—Certo verremo in giornata,—rispose Blumenthal.
—Ebbene, questo è il mio nome e il mio indirizzo,—disse Ferroni consegnando il suo biglietto da visita.
—E questo è il mio,—aggiunse Boni.
—Va bene signori,verso le cinque saremo a casa del banchiere Ferroni. Ora possiamo andarcene. Mr. Byrnes vi saluto.
—Non vi sarete fatto un cattivo concetto della polizia, spero?
—No, perché; essa non può essere infallibile.
—Signor Baldi,—continuò Byrnes,—volete darmi la vostra mano.
—Con tutto il piacere.
—Bene, vedo che non mi tenete rancore.
Dikens era annientato, stava con la testa bassa, rosso come un papavero, e solo di quando in quando volgeva timidamente il suo sguardo grigio verso Byrnes, che non si curava punto di lui.
Quando Ernesto e i suoi amici furono partiti, Boni disse a Byrnes:
—Meno male che siete stato prudente.
—La colpa è tutta di Dikens, che ha agito senza il mio permesso.
—Ma le prove.....—cominciò Dikens.
—Tacete, nulla accusava quel giovane, bisognava indagare, vedere prima di arrestare, se i giornali sapranno anche questa ne sentiremo di belle, e meritate.
Dikens volle spiegare il perché dell’arresto di Baldi, ma Byrnes gli troncò la parola e lo licenziò.
Il poliziotto andò via come un cane scottato, la sua cera era così desolata, che Boni non poté a meno di ridere.
Quando Byrnes fu solo con Boni e Ferroni, domandò:
—Abbiamo nulla di nuovo?
—Spero a giorni di svelarvi un mistero, e nello stesso tempo darvi nelle mani il triste eroe della orribile avventura.
—E Suor Maria?
—È giunta.
—Che stia in guardia la nobile fanciulla, perché Ruiz è libero.
Boni con una certa fierezza disse:
—I suoi amici vegliano.
—Va bene, del resto potete contare su me sempre, e se questa volta il furfante ci cade nelle mani guai a lui!
Quando Boni e Ferroni ebbero lasciato Byrnes questi prese dal cassetto un grosso fascio di carte e mormorò:
—Questa volta caro Boni, troverò Ruiz prima di voi.
Dal voluminoso incartamento prese un documento che lesse attentamente; esso diceva:
L’uomo dal volto butterato dal vaiuolo, che sembra aver avuto or non è molto il terribile male, e del quale mi parlate nel vostro telegramma d’urgenza, fu visto a S. Francisco pochi giorni or sono, in uno dei più luridi quartieri chinesi. Un mio agente rimarcò quell’uomo perché la sua faccia pareva sprizzare sangue. Ho dato ordine perché qualora lo si rivedesse ancora, sia immediatamente arrestato. Secondo le vostre istruzioni avviserò tutti i conduttori di treni, che partono per New York.
—Dunque, il miserabile è in America,—esclamò Byrnes,—ebbene darò le mie dimissioni se non saprò scovarlo e consegnarlo al carnefice, sento che ho bisogno di ciò per riabilitarmi innanzi a me stesso.
“Darò oggi gli ordini opportuni per un’appostamento in tutta regola e per difendere all’occasione coloro che quel miserabile potrà prendere di mira.
Byrnes suonò un campanello e fatti chiamare i più abili poliziotti dette loro lunghe e minuziose istruzioni.
XIII.
Quando Ernesto lasciò l’ufficio di polizia gli parve di uscire da una tomba; scesa la scalinata, si volse a Mr. Blumenthal e a Margherita e senza fiatare stese loro le mani mentre grosse lagrime gli solcavano il volto.
—Coraggio,—disse Blumenthal,—nella vostra vita d’America mancava ancora questa triste avventura, ora potete dire di aver provato tutt’i dolori.
—Avete ragione, nulla mi fu risparmiato..... ma io penso con terrore cosa sarebbe avvenuto di me, se non avessi avuto amici affezionati, che potessero garantire della mia onestà.
—Caro Ernesto,—disse Margherita,—anche senza di noi sareste stato salvo.
—Sì, mercé l’opera di quei due italiani il Cav. Boni e il banchiere Ferroni, che poche ore fa non conosceva e che sono adesso amici miei.
—E miei.
—E tuoi? puoi dire nostri,—aggiunse Mr. Blumenthal,—perché io pure sento simpatia per quei bravi e generosi signori; ma su, parleremo di ciò più tardi, decidiamo ora dove vogliamo andare.
“Ma perché impallidite?....
—Non è nulla, l’emozione di trovarmi libero e qui vicino a voi che amo come un padre, d’appresso a Margherita che ....
—Ernesto comprendo la tua emozione, perché la mia è grandissima. Terminiamo al più presto quello che dobbiamo fare; New York mi spaventa, ed io desidero tornare ai miei monti.
—Questa sera partiremo;—rispose Mr. Blumenthal,—prenderemo il diretto della notte, così avremo il tempo di fare tutti gli acquisti necessari. Ora andiamo all’albergo.
—Se non vi dispiacesse,—rispose Ernesto,—vorrei recarmi all’Hotel del Campidoglio, vi sono colà persone che hanno diritto alla mia riconoscenza, che non dubitarono della mia colpabilità, che mi restarono amici, anche quando la polizia mi diceva ladro.
—Va bene Ernesto, ed io e mia figlia vi accompagneremo, voglio io pure ringraziare quella brava gente per quanto fecero per voi. Dobbiamo prendere una carrozza?
—No, l’Hotel non è lontano di qui, attraverseremo Broadway, e in pochi minuti saremo al nostro destino.
Attraversare Broadway, dove s’interseca con Bleecker, non è cosa facile, i tramways vanno e vengono, a questi si aggiungono carri di ogni specie, che impediscono la circolazione e mettono a repentaglio la vita dei passanti.
Ernesto era così sbalordito da tutto quel rumore, che veniva subito dopo il silenzio di tomba della cella, per poco non restava schiacciato sotto le ruote di un grosso carro dell’Adams Express; fu Mr. Blumenthal, che lo afferrò a tempo togliendolo dal mal partito.
Ernesto commosso, con voce tremante disse:
—Mr. Blumenthal, vi debbo la vita.
—Allora sono sul serio vostro padre,—rispose questi ridendo.
Quando giunsero all’Hotel del Campidoglio, furono accolti festosamente, la famiglia Bertini circondò Ernesto manifestando tanta gioia, che egli ne restò intenerito.
Mr. Blumenthal nel vedere tanta giuliva espansione, sentì le lagrime inumidirgli il ciglio e Margherita, con lo sguardo velato da dolcissime lagrime, ringraziava tutte quelle brave persone che festeggiavano il suo Ernesto.
—Signore,—disse Blumenthal,—so quanto avete fatto per Ernesto e ve ne ringrazio, so che non credeste all’accusa infame che pesava sul suo capo e ciò mi fa di un colpo divenire vostro amico.
—Sono onorato della vostra amicizia,—rispose Bertini,—in quanto a non credere la colpabilità di Ernesto è cosa semplicissima, poiché non è quella faccia che ci possa trarre in errore.
Ernesto senza rispondere prese le mani di Bertini e le strinse con forza.
—Ed ora,—aggiunse l’albergatore,—se mi permettono beveremo un bicchiere alla salute del liberato.
Fu portata una bottiglia di champagne, e colmati i bicchieri si bevve allegramente alla salute del presunto ladro.
—Se si pranzasse?—disse ad un certo punto Mr. Blumenthal quasi per sottrarsi alla commozione che lo dominava,—sento proprio voglia di fare una buona mangiata.
—Guardate che qui si mangia all’italiana,—disse Ernesto.
—Ebbene, meglio così, credete che non sappia come voi altri italiani mangiate da veri ghiottoni?
—Quando è così, caro Bertini,—continuò Ernesto,—preparateci un pranzettino di quei buoni.
—Fra pochi minuti tutto è pronto, e se vogliono passare nella sala da pranzo....
—Passiamo, passiamo pure,—rispose subito Mr. Blumenthal,—sento che nel mio sacco mancano le munizioni.
“Non sono innamorato io,—mormorò poi all’orecchio di Margherita,—per vivere d’aria e d’acqua fresca.
Passarono nella sala da pranzo, una delle più belle e grandi dei locali italiani, e poco dopo, il pranzo principiava allegramente. Mr. Blumenthal aveva voluto che il padrone dell’Hotel sedesse a tavola con loro.
Margherita non mangiò molto, tutta intenta a guardare l’uomo che amava tanto.
—Così,—diceva Bertini,—siamo d’accapo con i granchi della polizia. Noi italiani ricordiamo ancora la condanna del connazionale Righetti, che niente meno era accusato di avere tentato di disonorare e strangolare una donna, mentre era innocente come voi e come me.
—Pare impossibile però,—rispondeva Blumenthal,—che la vita, la libertà, l’onore di un’uomo, sieno in balìa di gente che commette errori così grandi. Diamine accusare Ernesto di furto; ma ce ne vuole della fantasia.
—Il mio sogno caro babbo diceva il vero.
—Il vostro sogno?—domandò Ernesto.
—Certo,—rispose Blumenthal,—il suo sogno nel quale voi Ernesto domandavate aita e soccorso.
—Ed era vero che egli aveva bisogno di me e di te papà caro; ed ecco come anche tu crederai ai miei sogni e non mi metterai più in ridicolo.
Ad un tratto nella saletta elegante dove stavano i tre uomini risuonò un grido terribile seguito dal rumore di un corpo che cade.
Guardarono spaventati e videro sulla soglia della porta, il corpo di una donna che non dava più segno di vita.
—Dio mio,—disse Bertini alzandosi,—è Maria, che cosa mai sarà avvenuto?
Anche Ernesto e Mr. Blumenthal si erano alzati per prestare soccorso alla donna, ma quando il giovane poté vedere il bianco volto di Maria, a sua volta gettò un grido e per poco non cadeva a rovescio.
—Ernesto, cosa avete?—gridò Mr. Blumenthal.
Ma Ernesto con gli occhi sbarrati, con un tremito che gli scuoteva tutto il corpo non rispondeva, solo dalle sue labbra lievi, lievi come un soffio uscivano queste parole:
—Viva!... viva!...
Mr. Blumenthal cominciò a guardare Ernesto con sospetto; che mistero era mai quello? Perché alla vista della donna svenuta egli sembrava morire di paura?
Maria era stata collocata sopra una poltrona,assistita dalla moglie di Bertini e dalla cameriera, a poco a poco riacquistò i sensi, e quando aprì gli occhi prima gli girò spaventati per tutta la stanza; quando scorse Ernesto un sorriso le sfiorò le labbra e mormorò:
—Ricordo, ricordo!
—Ebbene Ernesto,—disse in tuono quasi severo Mr. Blumenthal,—mi potreste dare la chiave di questo mistero? Conoscete quella donna?
—Sì,—rispose senza esitare Ernesto.
—Perché la sua vista vi spaventa tanto.
—Perché io la credeva morta.
—Perché vi interessate tanto a quella donna?—domandò a sua volta Margherita con voce tremante.
Ernesto si confuse, ricordò che un tempo era stato innamorato di Maria, piegò il capo e balbettando disse:
—Fu mia compagna di viaggio, era come me disgraziata e gli infelici simpatizzano fra loro....
—Soltanto? E in ciò dire la dolce fanciulla fissava il suo sguardo scrutatore sopra Ernesto; il serpe della gelosia le aveva morso il cuore.
—Qualche volta si amano,—rispose il giovane che aveva riacquistata la sua calma.
—E voi l’amaste?
—Sì.
Margherita non poté trattenere un grido, e divenne pallida come la morte.
—Margherita,—mormorò Ernesto,—non è qui che posso e debbo spiegarmi, vi domando prima che facciate un cattivo giudizio, che mi accordiate pochi minuti di colloquio. Ora solo vi dirò, che vi amo, e che nel mio cuore non havvi che una immagine: la vostra.
Margherita guardò Ernesto, quella faccia leale non poteva mentire, gli stese la mano dicendo:
—Soccorriamo quella disgraziata.
Maria si alzò andò verso Ernesto con le mani tese e gli disse:
—Vedendovi ho ricordato il dramma terribile del quale fui vittima, ogni laguna è scomparsa dalla mia mente, rivedendovi nel mio quore si è riaperta la profonda ferita che lo dilania, ma son contenta di avervi potuto rivedere per ringraziarvi dell’amicizia che aveste per me.
Ernesto vivamente commosso, rispose:
—Signora io vi credeva morta sepolta in fondo all’oceano, immaginate la mia sorpresa ritrovandovi viva.
—Dio ha voluto salvarmi, e ora ridandomi completamente la ricordanza degli avvenimenti successi, ha voluto che il colpevole fosse punito perché delitto sì mostruoso come quello commesso da......
—Delitto?...Ma non fu una disgrazia che vi fece cadere in mare?
—Una disgrazia? No... Fu un delitto, un infame delitto!
I personaggi di quella scena cominciavano ad interessarsi, si erano seduti e ascoltavano Maria, la quale presa come dalla smania di svelare a tutti le sue avventure, stava per narrare il delitto del Conte.
—Ernesto,—disse Bertini,—passiamo nel “parlor,” qui tutti possono intendere ciò che si dice.
—Avete ragione, usciamo di qui.
Quando furono nel “parlor,” Maria dette in dirotto pianto.
La lasciarono sfogare, poi Ernesto le si avvicinò, e le disse:
—Coraggio Maria, vedo che dopo la sventura avete trovato in una buona famiglia la pace e la tranquillità; se come diceste poco fa un miserabile vi gettò in mare, il delitto sarebbe orribile e non deve restare impunito.
—La mia storia è triste,—rispose Maria,—triste assai. Fino a quando vi rividi, o Ernesto, nel mio cervello eravi una fitta nebbia che impediva il ricordo di quanto avvenne a bordo della “Champagne” pochi momenti prima che fossi gettata in mare. Ma ora ricordo tutto, infuriava il temporale, ero sul ponte per respirare l’aria pura, mi piaceva quella rivolta della natura, il mio cuore esacerbato aveva bisogno di quei terrori grandi, di quelle convulsioni terribili che assalgono l’Oceano.L’uragano mi inebbriava, allorché mi trovai innanzi l’uomo che avevo amato, il miserabile che abusando della mia gioventù, del mio amore, mi aveva disonorata e poi abbandonata. Feci appello al cuore di quell’uomo, ed egli, egli rispose gettandomi in mare.
—Infame, infame! non poté a meno di gridare Ernesto.
—Sì, infame, cento volte infame. La provvidenza mi volle salva; ma fino a pochi istanti or sono io non ricordava del mio assassino, rivedendovi la luce si è fatta, ricordo tutto e al pensiero della malvagità di quel triste uomo, che amai tanto, mi assale un grande innenarrabile spavento.
—Calmatevi Maria,—disse Bertini,—voi non avete nulla a temere, qui avete dei protettori.
—Grazie, io vi debbo molto o signore, perché qui trovai le cure più amorose.
Né Margherita, né suo padre avevano capito nulla di quanto disse Maria che parlava in italiano, ma quando Ernesto ebbe loro narrato il fatto doloroso, furono presi da una gran pietà per quella poveretta.
Quando ebbe finito, Mr. Blumenthal al colmo dell’agitazione esclamò:
—Ma quel miserabile dove si trova, non può, non deve sfuggire al castigo che si è così bene meritato!
—Quel miserabile,—rispose Maria,—veniva in America dove certo trovasi tuttora.
Margherita anima gentile e buona, non arrivava a comprendere come nel mondo vi fossero esseri tanto cattivi e malvagi come l’uomo che aveva tentato di assassinare Maria.
—Caro Ernesto,—disse Blumenthal,—so che quella sventurata non ha bisogno di nulla; ma in ogni modo ditele che io e mia figlia saremo lietissimi di esserle utili.
Maria quando seppe le parole di Blumenthal si alzò commossa e li porse la mano, che il Sopraintendente strinse con forza; in quanto a Margherita le stese le braccia, e Maria vi si gettò piangendo di gioia.
—Diamine, diamine,—mormorava Bertini,—mi pare di piangere.
Altro che parere! le lagrime gli scendevano giù dagli occhi come due rigagnoli.
Maria fu fatta segno alle cure più affettuose, tutti l’amavano all’Hotel, dove nel tempo che vi era stata impiegata aveva saputo conquistare il cuore di quanti l’avvicinavano; ora poi le simpatie aumentavano perché la triste storia della poveretta, era ben fatta per impietosire.
Ernesto a sua volta spiegò come a bordo della “Champagne” avesse conosciuta Maria, e come provasse un gran dolore, quando fu constatato, che la disgraziata era caduta in mare.
Mr. Blumenthal quasi a volersi far perdonare i sospetti che aveva avuto, stringeva con forza la mano al suo futuro genero mormorando:
—Siete un bravo giovanotto, proprio bravo!
Ernesto ritrovando Maria, provò una viva gioia, la gioia dell’amico che ritrova l’amica, in quel sentimento non faceva capolino per nulla l’amore ché durante la traversata Ernesto credeva portare a Maria; egli comprese bene che tutto il suo cuore era pieno dell’immagine di Margherita e ne fu felicissimo.
Quando Mr. Blumenthal, sua figlia ed Ernesto, stavano per lasciare l’Hotel del Campidoglio, Maria con le lagrime agli occhi ringraziò il giovane che le aveva fatta acquistare intera la ragione.
Ernesto vivamente commosso, le strinse la destra augurando che il furfante che aveva tentato di ucciderla venisse punito.
—Qualunque cosa avvenga,—disse Mr. Blumenthal,—ricordatevi di noi, ecco qua il nostro indirizzo, ricordatevi che troverete sempre una famiglia pronta a ricevervi e ad amarvi.
Maria prese con mano tremante il biglietto che Mr. Blumenthal le presentava e mormorò:
—Signore, non scorderò la vostra bontà e se un giorno avrò bisogno di amici affezionati e sinceri verrò a trovarvi.
Essendo stato deciso che Ernesto, Margherita e Blumenthal sarebbero partiti la sera stessa per Pittsburg,dovettero abbreviare la visita per recarsi a fare delle spese, e a salutare Boni e Ferroni coi quali avevano appuntamento per la sera.
Fu convenuto che il baule di Ernesto sarebbe inviato al Depot della Pennsylvania, e che almeno una volta la settimana Maria darebbe le sue nuove.
Il distacco fu doloroso, Maria aveva gran simpatia per Ernesto, poi le pareva che lui partito, le tenebre ritornassero di nuovo nel suo cervello.
Mr. Blumenthal non avrebbe avuto nessuna difficoltà a condurre Maria alle miniere, ma la famiglia Bertini fece capire che con gran dispiacere si sarebbe divisa da colei che oramai considerava come di casa, e il Sopraintendente non insisté.
—Con che treno partite?—domandò Bertini a Ernesto.
—Con l’express delle undici.
—Va bene.
Furono scambiate le ultime strette di mano e quindi Ernesto e i suoi compagni partirono, e si recarono da Tiffany per fare acquisto di gioielli.
Quando Maria fu sola dette in pianto dirotto.
La disgraziata piangeva sul triste suo fato, e piangeva perché leggendo nel suo cuore aveva scoperto che amava Ernesto; un uomo che poteva essere suo amico, soltanto amico, perché come aveva appreso nei discorsi fatti intorno a lei, il giovane stava per ammogliarsi.
—Sono dunque maledetta,—mormorava attraverso le lagrime,—che non debba avere mai, né pace, né quiete? Prima il destino mi fa incontrare un miserabile che s’impadronisce del mio cuore, del mio corpo, e poi mi lascia, e quindi ritrovami mi getta nell’oceano. Ora... ora la mia anima ancora assetata d’amore sceglie chi non potrà mai essere mio.
Maria pianse a lungo, poi asciugò le sue lagrime e sul suo volto brillò la più grande rassegnazione.
Soffri povera martire, le tue pene non sono che al loro principio!
XIV.
Ernesto non era mai stato da Tiffany, e non sognava neppure che vi fosse un negozio dove sono accumulate tante ricchezze.
Nelle grandi vetrine splendevano i vasi di oro e d’argento, artistici lavori di artefici di ogni paese del mondo, sulle scansie ricoperte di velluto cremisi, erano le coppe storiate, tempestate di pietre preziose, gli arredi sacri in oro massiccio finamente cesellati; nelle lunghe interminabili vetrine,erano adagiati oggetti di ogni forma, catene, orologi, spilli, collari,smanigli.Nelle ciottole nere scintillavano i diamanti sciolti, in quelle bianche i rubini e gli smeraldi,l’opale metteva le sue sfumature sopra larghe strisce di velluto verde.
Da ogni parte dove Ernesto si volgeva, vedeva nuove ricchezze, e restava sbalordito; la gente entrava silenziosa come in una chiesa,si avvicinava i banchi,scambiava poche parole coi commessi e subito sopra degli ovali di velluto venivano collocati i gioielli chiesti, il contratto, contratto che spesso era di migliaia e migliaia di dollari veniva concluso in pochi minuti.
Mr. Blumenthal, che doveva essere pratico del posto, si diresse verso il compartimento delle pietre preziose, e poco dopo innanzi all’occhio attonito di Ernesto e a quello curioso di Margherita, sfavillavano diamanti di ammirabile purezza.
—Su, via, Margherita scegli?
—No babbo, lascia la cura ad Ernesto,esso è artista.
Ernesto scelse due magnifici solitari per la sua fidanzata, poi un artistico spillo tempestato di brillanti e di rubini, e uno smaniglio che completava mirabilmente il ricco finimento, a questo Mr. Blumenthal aggiunse un collare di perle finissime e più domandò un anello da uomo con brillante che regalò subito ad Ernesto.
Pagato il conto uscirono da Tiffany e si recarono da Ferroni.
XV.
Boni e l’amico suo li accolsero con tanto affetto che Mr. Blumenthal ne restò incantato, e disse:
—Signori, ci vedemmo nell’ufficio di polizia e ben poco potetti dirvi; vi domandai un’appuntamento per dimostrarvi la mia riconoscenza, per quanto faceste per Ernesto che neppure conoscevate.
—Ed io pure signori debbo ringraziarvi,—aggiunse Margherita.
—In quanto a me.....—principiò Ernesto.
—Zitto, bisogna ben credere,—disse Boni ridendo,—che la polizia abbia gli occhi tutt’altro che esperti, se ha potuto per un istante dubitare, che un giovane come voi fosse un ladro.
—La polizia,—rispose Ernesto—la credevo più abile.
—Meno male che l’innocenza viene sempre a galla,—aggiunse Mr. Blumenthal.
—Non sempre,caro signore,e delle volte bisogna ben faticare per far sì che un’innocente sia tolto dalle grinfie della polizia.
—Ciò non fa onore a questa istituzione fatta per tutelare l’ordine, la vita, la libertà dei cittadini.
—Nulla a questo mondo è perfetto.
—Avete ragione cavaliere. Il peggio però si è che mentre si mettono in prigione gli innocenti si lasciano liberi i colpevoli.
—Questo avviene anche troppo spesso.
—Vedete ieri appunto, io ed Ernesto abbiamo trovata la vittima di un infame delitto, che senza fallo resterà impunito.
—Un delitto?—si affrettò a dire Boni che drizzava le orecchie come un cavallo da guerra, che sento squillare la tromba.
—Sì, un delitto mostruoso,—seguitò Ernesto,—commesso con un sangue freddo che fa spavento.
—Vi dispiacerebbe narrarmi questo fatto, sono una specie di dilettante poliziotto e faccio delle indagini per conto mio.
Ernesto senza farsi pregare narrò la triste istoria di Maria; ad un certo punto Boni si alzò e battendo insieme le mani esclamò:
—Ma io conosco il miserabile che gettò la donna in mare! Questa volta il delitto non andrà impunito!
—Conoscete quel furfante che tentò di uccidere la sua amante?—domandò Mr. Blumenthal.
—Certo che lo conosco, e non è quello il solo delitto che ha commesso, ne ha ben altri sulla coscienza; il miserabile vive tranquillo e sicuro, ma io gli preparo una brutta sorpresa.
Il volto di Boni era raggiante di gioia, ora sapeva dove trovare una prova schiacciante per quel conte italiano, la vita del quale era una continua sequela di delitti.
Il caso lo favoriva a meraviglia e Byrnes si sarebbe convinto una volta di più che anche i poliziotti italiani hanno il naso fino.
—Signor Ernesto,—riprese Boni,—potreste dirmi per quale sequela di circostanza vi trovaste immischiato in questo misterioso fatto del furto all’Hotel Martin.
—Con tutto il piacere,—rispose Ernesto,—non ho nulla a nascondere e vi dirò intera la mia storia di America.
Il giovane con chiarezza e precisione ammirabile, narrò quanto eragli avvenuto dal giorno che mise piede in America fino a quel momento nel quale amore e fortuna gli sorridevano.
Boni e Ferroni ascoltavano commossi quel racconto, e quando Ernesto ebbe terminato di parlare con moto simultaneo si alzarono e gli stesero la mano.
—Siete un bravo e coraggioso giovane,—disse Boni,—senza la vostra forza d’animo sareste stato perduto, lottaste col destino avverso, e aveste la palma che tocca ai forti. Ma quanti invece si perdono, quanti vengono in questi paesi, dove col loro ingegno potrebbero essere utili a se stessi e alla società, e che fiaccati dai primi buffi della bufera, periscono miseramente, diventando dei pericolosi vagabondi, degli esseri che sono destinati alla galera e non di rado al patibolo. Vengono in America credendo di trovare il denaro seminato per le vie, e quando si accorgono, che quanto erano seducenti le illusioni, altrettanto e anzi di più è triste la realtà; lo scoraggiamento li assale e precipitano di abbiezione in abbiezione,.... Fortunato voi, che sapeste restare in piedi, la ricompensa è venuta. Basta non parliamo più di ciò. Quando partite?
—Con l’express delle undici,—rispose Ernesto.
—Benissimo, resterete a pranzo qui,—si affrettò a dire Ferroni,—quindi andremo alla ferrovia.
Mr. Blumenthal voleva rifiutare, ma Ferroni e Boni, insisterono con tanta gentilezza, che dovette accettare e rimanere.
Ferroni domandò il permesso di presentare ai suoi amici la signora, che conquistò di un colpo le simpatie di Margherita, del suo babbo e di Ernesto.
Sul finire del pranzo il discorso ritornò su Maria ed Ernesto disse:
—Credete adunque che la poveretta sarà vendicata?
—E come! vi sono delitti tanto mostruosi che non meritano pietà,vi sono infamie che devono essere espiate sul patibolo.
Si faceva tardi, bisognava partire, Ferroni fece venire due carrozze e poco dopo, salutata la signora Ferroni alla quale Margherita faceva promettere che avrebbe assistito ai suoi sponsali, si avviarono alla ferrovia.
Allorché si trovarono nella stazione di Jersey City, scorsero Bertini che era accompagnato da Maria.
Ernesto gli andò incontro gettando un grido di gioia.
—Come, voi qui? E voi pure Maria?
—Certo,—rispose Bertini,—non si lasciano partire gli amici così alla chetichella senza venire a salutarli. Poi Maria voleva vedervi.
Ferroni conosceva Bertini e si salutarono affettuosamente. Boni quando seppe chi era la donna che accompagnava Bertini, trasalì dalla gioia.
Maria ebbe un breve colloquio con Ernesto, ella lo pregò a narrargli quanto era avvenuto a bordo della “Champagne” dopo la sua sparizione e se nessuno fosse stato accusato di un delitto.
Ernesto le disse che la convinzione generale fu che la scomparsa fosse per puro accidente caduta in mare mentre imperversava la bufera.
—Così io sono ben morta per tutti,—disse con un doloroso sorriso Maria.
—Sì.
—Già, lo era anche per voi!
—Cosa intendete dire?
—Voi pure mi avete dimenticata. Eppure dicevate di amarmi!
—È vero, avevo per voi una grande affezione, e ho sofferto molto quando appresi la vostra fine miserabile; la vostra immagine restò però come un ricordo mesto nel mio cuore.
—Nel quale ora domina l’immagine di una donna viva e degna in tutto e per tutto del vostro amore.
“Siate felice Ernesto; a me non resta altro a fare in questo mondo, che a vendicarmi dell’infame che mi ha perduta, che mi ha tolto il mezzo di provare le gioie della famiglia, che ha distrutto il mio avvenire.
—Vi sono amici affezionati che vi aiuteranno a vendicarvi.
—Solo sapere dove si trova quel miserabile e poi, e poi.....
—Ebbene un mio amico, quel signore che vedete a parlare con Bertini, vi dirà dove si trova l’infame che cercate.
—Sì? conducetemi subito da lui.
Ernesto prese per mano Maria e la condusse da Boni, al quale disse:
—Maria desidera conoscervi.
—Cara fanciulla,—rispose allegramente Boni,—credo che avremo a fare qualche cosa insieme.
—Signore, non vi conoscevo prima d’ora, ma Ernesto assicura che voi potrete farmi trovare il miserabile che tentò di uccidermi, ed io vi dovrò eterna riconoscenza.
—Lo troveremo, lo troveremo il furfante, non dubitate e strapperemo dal suo volto la maschera, e pagherà in un colpo solo il fio delle sue bricconate.
“Parleremo più a lungo in altro momento, non è questo il posto adatto.
—Avete ragione, venite a trovarmi, e aiutatemi nella mia vendetta.
I conduttori invitarono a partire i viaggiatori per Pittsburg, non vi era più tempo da perdere furono scambiati gli ultimi saluti, poi Ernesto, Margherita e suo padre, salirono nel treno che poco dopo partiva a gran velocità.
Boni combinò con Maria che all’indomani sarebbe stato a trovarla all’Hotel del Campidoglio.
XVI.
Quella notte stessa Boni aveva un’appuntamento con Bernabei; il ladro emerito oramai era anima e corpo di Boni, il quale del resto non lesinava nel pagare i servizi che questi gli rendeva.
Il vecchio briccone era ben contento che il conte italiano che aveva le carezze di Eugenia, avesse a passarla brutta.
Non perché fosse geloso, che oramai lo sapeva, che Eugenia non poteva essere soltanto sua, ma perché gli premeva che la relazione fra la sua druda e il zerbinotto non durassero troppo lungo tempo.
Mentre sul capo di Carlo si addensava la tempesta egli menava vita allegra, sfruttando la sua amante che pazza oramai d’amore, avrebbe commesso qualunque delitto per procurarsi del denaro.
Eugenia non sapeva che molta parte del denaro da lei dato a Carlo, questi lo spendeva con delle sgualdrine della peggiore specie; libertino sfrenato, frequentava i postriboli dove oramai era conosciuto, da tutte le perdute.
La crociata di Parkhurst non era ancora cominciata e le case innominabili stavano aperte sotto il naso della polizia, che non voleva vedere nulla.
Carlo frequentava di preferenza una casa francese alla 31ª Strada,vicinissima alla Sesta Avenue; quella casa aveva sul pianerottolo della scala un cane bianco di terra cotta e per questo veniva denominata la casa del “cane bianco.”
Fu in quel locale che Carlo ritrovò Gerome; i due antichi complici si rividero con piacere, Gerome aveva fatto una campagna sfortunata a Chicago, dove trovò dei più furbi di lui e tornava a New York sperando di rimettersi in fondi.
Appena giunto aveva trovato una sua compaesana, che era appunto la padrona del “cane bianco,” e coi denari di quella donna viveva abbastanza bene.
Alla sera però Gerome, che suonava molto bene il piano, era costretto a suonare, e ciò lo seccava molto, cosicché non aspettava che il momento opportuno da potere raggranellare tanto che bastasse a potere tentare la sorte con le carte.
Carlo rise non poco nel vedere l’aristocratico Gerome condannato a rallegrare i libertini che frequentavano la casa infame, e intuonare i ballabili che eccitavano quelle femmine a danzare dei “cancan” sfrenati.
Triste sorte quella di quei suonatori da strapazzo che tutta la notte vivono nei postriboli, assistendo alle scene più ripugnanti e ricevendo insieme all’obolo degli scapestrati i loro insulti, il loro scherno.
Gerome appena poté lasciare il pianoforte, ebbe un lungo colloquio con Carlo, i due furfanti si intesero subito e la sera appresso la padrona del “cane bianco” dovette trovare un’altro suonatore, perché Gerome dignitosamente dette le sue dimissioni.
Col denaro di Eugenia i due amici cominciarono a giuocare, il tappeto verde tornò il loro campo di battaglia; Carlo incoraggiato da Gerome faceva miracoli, e avendo le tasche piene di dollari incominciò a trascurare Eugenia, la quale soffriva di quella specie di abbandono, e quando l’amante era lontano, faceva mille proponimenti di vendetta; ma allorché Carlo era a lei dinanzi non sapeva che abbracciarlo e baciarlo.
Il giorno che Boni apprendeva come Maria fosse ancora viva; Carlo da quattro giorni non si faceva vedere da Eugenia.
Bernabei che stava alle vedette dubitava, che fra i due amanti fosse avvenuta una rottura e ciò avrebbe nuociuto non poco ai piani di Boni.
Eugenia era al colmo dell’irritazione, pareva che dovesse perdere la ragione, usciva di casa correva per New York, entrava nei pubblici locali dove credeva poter trovare Carlo, non si dava posa.
Che fosse avvenuta una disgrazia al suo amante? Che fosse stato arrestato? E per levarsi ogni dubbio visitò le stazioni di polizia, interrogò i poliziotti, ma senza scoprire nulla.
Disperava oramai di più vederlo, quando Carlo affettuoso, sorridente, comparve sulla soglia del “parlor” elegante, dove Eugenia stava afflitta e pensierosa.
La giovane dette un grido di gioia e si gettò fra le braccia dell’uomo amato mormorando:
—Finalmente! Credevo di morirne!
Carlo baciò a lungo Eugenia, e poi disse:
—Perdonami; mia cara Eugenia,dovetti recarmi a Filadelfia, non mi fu dato di avvisarti, non mi fidai a scrivere.
—Sei tornato e ti perdono...
—Come sei buona?—E ciò dicendo l’avvolse in una voluttuosa carezza, poi domandò:
—E il vecchio?
—È uscito.
—Dimmi, puoi giovedì prenderti una nottata di vacanza?
—Se lo vuoi posso.
—Ma non dirà nulla il vecchio?
—Comando io. Ma dove vuoi condurmi?
—Ad una festa in maschera, che si dà al Madison Square Garden.
—Una festa in maschera di questi tempi?
—Sì, a beneficio di un’ospedale. Si dice che riuscirà splendida, ed io ho pensato di condurti, per mostrare a tutti quanto sei bella, e anche perché un mio amico vuol conoscerti e metterti a parte di un progetto, che forse ti darà intera la tua libertà, e allora vivremo sempre insieme.
—Ebbene, puoi ben credere che verrò.
—Sarai mascherata?
—Certo; vedrai la tua Eugenia, metterò in rivoluzione il teatro.
—Ma non sarai di nessuno?
—Sarò tutta tua.....
—Eccoti il biglietto; giovedì a sera verrò a prenderti.
—No; ci troveremo in qualche luogo.
—Dove, vuoi.
—Innanzi alla porta maggiore del Madison Square Garden.
Si intese rumore nella stanza attigua.
—Che cosa è?—domandò il conte.
—Forse è tornato il vecchio.—Aspetta..... Eugenia alzò la portiera ma non vide nessuno.
—Eppure mi pareva di avere sentito il rumore di una sedia smossa.
—Sarà stato il vecchio,—disse ridendo il conte—che trovato il posto preso se ne è andato.
Eugenia rise anche lei di quel terribile Bernabei, che era divenuto sommesso e quieto come un agnellino.
—Dunque siamo intesi,—riprese Carlo.—Giovedì alle 10 di sera innanzi alla porta maggiore del Madison Square Garden.
—Fino a quel momento non ci vedremo?
—Non credo.
—Carlo, io soffro per la tua trascuratezza.
—Ma cara mia, non è più come un tempo che non aveva nulla a fare.....
—E ora lavori?
Carlo dette in una sonora risata; sì, lavorava; ma il lavoro non gli faceva venire i calli alle mani, non lo affaticava molto, ma gli rubava del gran tempo. Giovedì al ballo anche Eugenia avrebbe saputo qual sorte di lavoro era quello del suo amante.
Mentre il conte stava per andarsene; Eugenia gli disse:
—Verrai mascherato?
—Non so, dipende dal mio amico, se esso indosserà un qualche costume, io seguirò il suo esempio.
—Ma allora, come farò a riconoscerti?
—Metterò, qualunque sia il costume, un fiocco di raso rosa sulla spalla sinistra.
—Va bene.... Parti senza darmi neppure un bacio.
—Anche mille angelo mio, e verrà tempo che te ne darò tanti da levartene la voglia.
I due amanti si baciarono lungamente, e poi si separarono.
XVII.
Eugenia aveva ragione di credere di avere udito rumore nella stanza attigua a quella dove si trovava col suo amante, e se Bernabei non fosse stato svelto, ella avrebbe visto il suo vecchio amante che fuggiva a precipizio dopo avere commesso l’imprudenza di urtare in una sedia.
Bernabei era tornato a casa perché mancando ancora del tempo all’appuntamento, che aveva con Boni, voleva riposarsi e cambiare di abito.
Generalmente montava dalla scala che metteva al “parlor” ma quella sera ebbe un’altra idea e salì dalla scala interna, aprì con precauzione la porta, e appena udì che Eugenia non era sola, trattenne per fino il fiato e si pose ad origliare.
Riconoscendo il conte provò una viva gioia, poiché credeva di averlo perso di vista, e invece lo ritrovava al nido.
A Bernabei non sfuggì una parola del dialogo dei due amanti, e prese nota nella sua memoria che essi se ne sarebbero andati al ballo mascherato al Madison Square Garden.
Era tanto contento che dimenticò ogni precauzione, e urtando una sedia mise in guardia Eugenia, e fu costretto a fuggire.
Bernabei arrivò all’appuntamento assai prima di Boni.
Il luogo dove i due uomini erano soliti ad incontrarsi era il Caffè Chantant della 3ª Avenue, angolo della tredicesima Strada, per cui Bernabei non ebbe tempo di annoiarsi, la sala in quella sera era piena zeppa di uomini e di donne; le donne appartenevano tutte al mondo equivoco, si distinguevano subito vedendo i loro cappelli dalle gale di piume, i loro capelli tagliati come quelli degli uomini e arricciati con cura.
Sul piccolo palcoscenico della sala dove la luce elettrica metteva i suoi bianchi bagliori, nello stretto spazio lasciato dall’orchestra, cantavano degli artisti maschi e femmine che deliziavano il pubblico con le canzonette biricchine, dove i motti arditi e pepati non mancavano.
Bernabei si divertiva un mondo; specialmente quando le attrici con le sottanine corte, accompagnavano il canto con mosse espressive e provocanti.
Furono eseguiti diversi numeri del programma e Boni non si faceva vivo, ma Bernabei non ci pensava neppure, era già al suo quarto bicchiere di birra e cominciava a vedere tutto color d’oro.
Ad un tratto nella sala risuonò un grande applauso, era comparso sul palcoscenico l’artista Duncan, un prediletto del pubblico. Bernabei che non aveva simpatie che per le artiste storse la bocca nel vedere quell’uomo della faccia da canonico, grasso e tondo, che veniva a mostrare la sua abilità.
Duncan cantò tutto il suo repertorio, un repertorio stupido, monotono che gli avrebbe procurato i fischi di qualunque pubblico non americano.
Eppure le sue cadenze nasali, le mosse triviali, i contorcimenti della sua larga bocca mandavano in visibilio gli aspettatori, e quando egli si ritirava gran voce lo richiamavano, e volevano ancora quella musica da piazza eseguita facchinescamente.
—Non è allegro quel canonico,—mormorava Bernabei,—da noi li getterebbero anche i tavolini. Che razza d’imbecilli ad applaudire quel cane.
Il briccone fu interrotto nelle sue mormorazioni dalla voce di Boni che gli diceva:
—Ebbene, vi piace quell’artista?
—Ah! siete voi, avete fatto bene a venire altrimenti me ne sarei andato, ne ho piene le scatole di quel figuro.
—Già, a voi piacciono le figurine. Cosa bevete?
—Birra, sempre birra.
Boni ordinò al cameriere che era accorso, due bicchieri di birra; poi in pretto napoletano disse a Bernabei.
—Nulla di nuovo?
—Un mondo di cose nuove.
—Parlate, il conte....
—È ancora nelle mani di Eugenia.
—Quando lo vedeste?
—Questa sera.
—Benone; cosicché lo possiamo quando che sia cogliere nel nido?
Cosa intendete dire, vorreste arrestarlo in casa?
—Perché no?
—Non sarebbe bello; io però ho il mezzo di non procurarmi questa noia.
—Sì? e quale?
—Giovedì, al Madison Square Garden, vi è un ballo mascherato.....
—Sì, lo so, è un ballo di beneficenza, e in nome della beneficenza, si adopera la maschera anche quando il carnevale è già passato da mesi.
—Orbene, a quella festa va il nostro conte insieme alla bella Eugenia.
—Ne siete sicuro?
—Sicuro, come lo sono di vedere voi.
—Allora è là, che il furfante troverà persone che desiderano parlare con lui. Credete che andrà mascherato?
—Non lo so.
—Se per caso coprirà il suo volto con una maschera sarà un’affare serio a conoscerlo.
—Non tanto, perché io saprò come si veste Eugenia; e siccome il suo cavaliere sarà il conte così.....
—Bravo, comincio a credere che diventerete un buon bracco della polizia.
—Cavaliere non dite di queste cose, mi fate arrossire; io vi servo, ma non voglio, intendete bene, non voglio avere nulla a che fare con la polizia.
—Su, via, non inquietatevi, voi servite me e nessun’altro, e poi, servite anche un poco alle vostre vendette.
In quel momento la sala tremò per gli applausi entusiastici.
—Che cosa avviene,—domandò Boni.
—È madamigella Paroquette che fa la sua comparsa, un’artista francese che la dicono una stella.
—Guardatela bene, pare una stella con di molti raggi.
—Non so di cosa sia capace, perché non mi restai mai fino a questo numero del programma.
Madamigella Paroquette quando venne la prima volta in America si fece udire al “Koster & Bial,” dove con le sue biricchinate ebbe un gran successo, e poté stare parecchie settimane sul programma, poi passò al “Tony Pastor,” dove il successo fu minore, e la stella cominciò ad essere meno brillante, ora cantava in quel caffè chantant della 3ª Avenue, e non poteva dire davvero che aveva progredito.
La Paroquette cantò tre o quattro canzonette francesi, piene di sale, poi in un’abito da campagnuola che metteva in mostra le sue gambe secche senza polpacci, imitò i suonatori di tromba, fece quindi delle altre imitazioni, poi stanca, spossata, con la faccia coperta di sudore, che le toglieva cipria e rossetto, si ritirò mentre il pubblico batteva le mani con frenesia.
—Ce ne possiamo andare?—disse Boni.
—Andiamo pure,—rispose Bernabei.
Si alzarono e partirono.
—Dunque,—disse Boni appena furono in istrada,—siete sicuro che giovedì il conte sarà al ballo del Madison Square Garden.
—Sicurissimo.
—Ora, siccome può essere facile, che di qui a giovedì abbiate da dirmi qualche cosa, per cui verrete in caso di bisogno a casa del banchiere Ferroni in Broome Street.
—So l’indirizzo, tutti conoscono Ferroni, un uomo che può ben portare la testa alta. Ma come mi accoglieranno in quella casa?
—Nessuno saprà chi siete, domandate di me e basta.
—Cavaliere vorrei domandarvi una cosa,—disse Bernabei con un certo imbarazzo.
—Parlate!...
—Mi direte la verità?
—Messer Bernabei, questi preamboli li avete a fare ai vostri pari.
—Ebbene, vorrei sapere cosa ne fu di Clara.
Boni fissò bene in volto Bernabei e poi disse:
—Perché mi fate una tale domanda?
—Vorrei essere sicuro che non si trova male.
—State tranquillo; Clara è ora una donna che gode stima, rispetto, venerazione.
—Ne sono contentissimo. Il suo mal genio era Ruiz, ma ora quel miserabile non è più da temere.
—Lo credete?
—Certo.
—Vi ingannate Bernabei.
Boni assicurò Bernabei come Ruiz fosse in vita, e come potesse benissimo essere a New York.
Quando l’ex-ispettore ebbe finito, Bernabei disse:
—Ripeto ciò che altra volta vi promisi, e cioè, che se vi è da combattere contro quel marrano di Ruiz, io sarò vostro anima e corpo.
—Benissimo, ci conto. E ora già che mi avete parlato di Clara non mi potreste dire il nome dei suoi genitori, perché non mi darete mica ad intendere che la fanciulla sia vostra figlia!
Bernabei stette alquanto pensieroso, poi come preso da subitanea risoluzione, disse:
—Avete ragione Clara non è mia figlia, suo padre si chiamava....
Qui Bernabei mise le sue labbra alle orecchie di Boni, e mormorò un nome.
—Che!—esclamò Boni,—facendo un salto.—Clara è figlia del......
—Zitto, che neppure l’aria vi senta, è un segreto dei più gravi che io vi ho confidato.
Boni si tacque, grosse goccie di sudore gli scendevano giù dalla fronte, poi come se si svegliasse da un sogno, afferrò per il braccio Bernabei e con voce fremente disse:
—Come! e tu sapevi di qual sangue era quella fanciulla, e la facesti ladra e prostituta?
—Così era l’ordine.
—L’ordine di chi!
—Non posso parlare.
—Va, va, sei più miserabile di quello che credevo.
—Sentite cavaliere, se intendete di trattarmi così, me ne vado e non mi troverete più. Buona notte.
Boni comprese che privandosi di Bernabei, si privava di un prezioso ausiliare e dominando la sua emozione, mormorò:
—Restate, forse potrete riparare il male fatto, ora più che mai ho bisogno di voi.
Quale era il nome che Bernabei aveva pronunziato?
I lettori ne troveranno la spiegazione nel seguito di questo romanzo dove il segreto della nascita di Clara sarà completamente svelato. Per ora basti il dire, che la perduta che aveva nobilmente espiato il suo fallo, aveva per nascita, il diritto di cingere la fronte di principesca corona.
Quando Boni lasciò Bernabei, restò per qualche momento fermo sul marciapiede; la sua testa si perdeva, ciò che aveva appreso lo metteva nella più grande ansietà.
Il delitto commesso da Bernabei a danno di Clara, era tanto e poi tanto infame, che davvero eravi da domandarsi se Boni non si macchiava di colpa imperdonabile a servirsi di un miserabile di quello stampo.
L’ex-ispettore si recò a casa sua, triste e pensieroso, e per tutta la notte non serrò occhio.
XVIII.
All’indomani come aveva promesso, Boni si recò a far visita a Maria all’Hotel del Campidoglio. La disgraziata era pallida come un cadavere, cerchi neri le circondavano gli occhi, prova evidente che aveva passata una notte insonne.
Appena vide Boni gli stese la mano dicendogli:
—Vi aspettavo. Grazie.
—Non manco mai a quanto prometto.
—Ho saputo tutto il bene che avete fatto ad altri; ed io confido in voi per ritrovare l’infame che mi tradiva, e che tentava a mio danno il più iniquo delitto.
—E quando lo avrete ritrovato cosa farete?
—Cosa farò? Griderò forte i suoi misfatti e la giustizia mi vendicherà.
—Non avrete per lui nessuna pietà.
—Pietà io? Ascoltatemi e poi ditemi se nel mio cuore vi può essere nessun sentimento di misericordia verso il conte di Rialto.
—È veramente conte?
—Sicuro, la sua famiglia è antichissima, e fino al padre di Carlo le tradizioni dell’onore erano sacre per i Rialto. Il mio assassino è l’ultimo rampollo di quella nobile casa, ed esso trascina il nome onorato nel fango. Udite e giudicate.
Maria raccontò a Boni la storia del conte, il tradimento fatto a lei, il parricidio commesso a Genova, e il delitto che ebbe per scena la tolda della “Champagne.”
Quando la giovane donna ebbe terminato, Boni disse:
—Basterebbe tutto ciò, perché quel furfante avesse le carezze del boia; ma vi è dell’altro ancora, fermamente lo credo l’uccisore di una bella giovinetta che faceva passare per sua moglie e che gettò nella riviera.
—Orrore! Orrore!—mormorò Maria coprendosi gli occhi spaventata.
—E potrete provare questo delitto?
—Certo che lo proverò.... Ditemi Maria vorreste voi vedere il conte prima che venga arrestato.
La donna pensò alquanto, poi rispose:
—Sì.
—Del resto,—rispose Boni,—sarà una necessità che il riconoscimento di Carlo avvenga da parte vostra, così la polizia non avrà più nessun dubbio.
—Dove lo vedrò?
—Giovedì a sera al Madison Square Garden, vi è un gran ballo mascherato, al quale il conte non mancherà.....
—Volete che vada ad una festa?
—Sì, credo che sia il mezzo migliore. Indosserete un costume da maschera, io vi accompagnerò, scoveremo bene il conte e voi lo avvicinerete e gli parlerete. Accettate?
—Accetto.
—Avviserò io Bertini, perché vi procuri un costume.
—Non ci vedremo più fino a giovedì?
—Se nulla avviene di nuovo, no. Nel caso che avesse bisogno di parlarvi verrò qui.
—Signore, vi conosco da ieri; ma prendete tanto a cuore la mia sorte, che vi considero come un vecchio amico.
—Così mi piace Maria.
—Ed io corpo di una tartana,—tuonò in quel momento una voce allegra,—ed io non sono più amico?
—Il Capitano,—gridò Maria—e si slanciò fra le braccia del nuovo venuto, che altro non era che il comandante del bastimento che salvò la disgraziata in mezzo all’oceano.
—Come va figlia mia?—diceva il marinaio.—stringendo al seno Maria mentre le lagrime gli scendevano sul volto abbronzato dal sole.
—Dio mio!—mormorava la povera donna,—capitare così all’improvviso, senza neppure avvisarci.
—Cara mia, io non sono uso farmi precedere dal batti strada, arrivo in porto all’improvviso, getto l’ancora e vado subito all’arembaggio di coloro che amo. Sono proprio contento di vedervi così bene in salute; per quanto veda che avete pianto.
—Se sapeste......
—Ebbene, cosa è stato?
—Ebbene, ricordo tutto, tutto quanto mi è avvenuto.
—Sì? ecco una notizia che mi fa palpitare di gioia, perché io credeva.....
—Che fossi alquanto pazza non è vero?
—No, ma insomma mi dava pensiero la lacuna che era nella vostra mente.
—Signora,—interruppe Boni,—vi lascio col vostro amico, ritornerò per prendere le ultime disposizioni per la serata del ballo.
—Un momento signore, lasciate che vi presenti l’uomo che mi raccolse in mezzo all’oceano che mi amò come un padre, e pensò a collocarmi in questa casa.
—Capitano,—si affrettò a rispondere Boni,—sono tanto e poi tanto contento di conoscervi.
—Ed io corpo di una vela, lo sono quanto voi perché leggo nella vostra faccia che siete un galantuomo!
Boni s’inchinò sorridendo.
—Qua la mano,—continuò il capitano,—e pensate che da oggi avete un amico di più.
—E voi altrettanto disse Boni.—stringendo la mano che gli veniva porta.
—Ed ora se avete qualche cosa da dire a Maria, e se io posso ascoltare, continuate pure.
—Capitano,—rispose Boni,—noi stavamo combinando il modo migliore per far cadere nelle mani della polizia il miserabile che gettò in mare Maria.
—Gettò in mare avete detto?—gridò il capitano.
—Sicuro, un’uomo che fu l’amante di questa poveretta e che per disfarsi di lei la gettò in mare durante una tempesta.
—Sì! vi è un infame di questa razza al mondo e ancora non ha salito al patibolo?
“Ebbene Maria, ditemi dove si trova che io lo trascinerò in prigione con le mie mani, o se credete meglio lo conduco a bordo, prendo il largo e lo appicco ad un albero maestro, come il peggiore dei pirati.
—Calmatevi capitano,—disse Boni,—noi avremo nelle mani l’assassino, e non sfuggirà alla pena che si è meritata.
—E quando avverrà ciò?
—Giovedì notte in mezzo al tripudio di una festa mascherata, il carnefice di Maria, sarà consegnato alla giustizia.
—Io voglio venire a quella festa, desidero vedere bene in faccia quel vile furfante.
—Benissimo, caro capitano, Maria avrà in quella sera un protettore di più. Dunque siamo intesi, la vigilia del ballo verrò qui e prenderemo tutte le disposizioni perché il colpo riesca completamente. Capitano spero di vedervi presto.
—Venite a trovarmi a bordo, sono ancorato a Jersey City proprio di fronte alla stazione.
—Se avrò tempo verrò.
—Tutti i giorni, fino alle due, mi troverete a bordo.
—Quando partite?
—Resterò tutto il mese, non potendo compiere il carico che fra una trentina di giorni.
—Benissimo capitano, credo che prima di partire saprete qual fine aspetta al furfante che ha fatto tanto soffrire questa disgraziata. Maria fatevi animo, asciugate le vostre lagrime, ora vegliano su voi dei cuori affezionati, che faranno di tutto perché siate di nuovo felice.
—Felice io? Oh! no, è impossibile!
—Impossibile?—gridò il capitano che lottava eroicamente con un grosso nodo che lo soffocava,—chi dice impossibile? le persone che ora vi amano valgono bene quel pesce cane, che ebbe il coraggio di gettarvi nell’acqua. Lasciate fare a noi che vi guariremo; non è vero signore che la guariremo?
—Certo, e la guarigione sarà completa. Vi lascio adunque e coraggio.
XIX.
Boni si recò da Byrnes e senza tanti preamboli gli disse:
—Ho bisogno di due agenti, sicuri e buoni per compiere una missione più dedicata, che difficile.
—Desiderate agenti italiani?
—Almeno uno.
—Ebbene ho ciò che fa per voi, l’agente Tassaro, al quale affido spesso missioni di gran fiducia, e lo compie in modo degno di ogni lode.
—Benissimo, e l’altro?
—Non saprei abbiamo molti policemen scelti....
—E Dikens?
—No, ne commetterebbe qualcuna delle sue.
—Se lo lascerete fuori ne farà una malattia, molto di più che conosce l’uomo che ho bisogno di far sorvegliare e all’occorrenza arrestare.
Byrnes stette alquanto pensieroso poi disse:
—Ebbene, prendete Dikens.
—Grazie.
—Quando vi abbisognano i due agenti?
—Per giovedì sera.
—Che istruzioni devo dar loro?
—Se lo permettete, io mi abboccherò con essi mercoledì.
—Va bene.
—Desiderate altro?
—No. Solo voglio dirvi, che io ammiro la vostra gentilezza nel non domandarmi neppure cosa voglio fare con i vostri sottoposti.
—Niente affatto; io non sono in diritto di domandarvi nulla, vi stimo, vi so capacissimo nel mestiere, se voi mi domandate degli agenti è segno che state per consegnare alla giustizia qualche furfante che fino ad ora è scampato dalle vostre grinfie.
—Di questo potete esserne sicuro.
—In un solo caso io mi ribellerei,—continuò Byrnes,—ed è per Ruiz, se egli verrà a New York io solo intendo dirigere la campagna contro di lui,
—Non dubitate, io allora non sarò che un soldato.
—E la persona che arresterete giovedì ha commesso un grave delitto?
—Parecchi delitti.
—E vive impunito?
—Da signore; sfidando le leggi e la giustizia. Da tempo costui avrebbe dovuto salire sul patibolo.
—Credete, che arrestato, saranno provati i suoi delitti.
—Straprovati, straprovati! Lo metteremo di fronte a testimoni che lo faranno fremere di terrore.
—Darò gli ordini perché Tassaro e Dikens siano a vostra disposizione.
—Resta inteso Mr. Byrnes, che io non voglio neppure essere nominato, è la polizia che fa tutto.
—Come volete; caro Boni comincio a credere che la polizia farebbe un gran buon acquisto a......
—No, no, sono più contento a fare il dilettante. Vi lascio Mr. Byrnes, tornerò mercoledì.
—Buona fortuna amico.
Quando Boni se ne fu andato il temuto ispettore stette un gran pezzo pensieroso, poi come conclusione alle sue meditazioni, mormorò:
—Se avessi dieci compagni come Boni, i furfanti terminerebbero di infestare New York, e i delinquenti sarebbero tutti puniti.
XX.
Eugenia voleva eclissare tutte le donne che sarebbero andate al gran ballo del Madison Square Garden, ci teneva ad essere la più bella, la più elegante, così Carlo avrebbe potuto constatare dalla generale ammirazione, che non era facile cosa trovare una donna bella e provocante come lei.
Essa non volle servirsi dei costumi che si danno a nolo; ma si recò da una celebre sarta francese alla quale ordinò un abito che era una meraviglia di buon gusto, un abito da “follia” ardito, civettuolo, che avrebbe fatto divenire folli gli uomini e morire d’invidia le donne.
Ma il costume costava caro e per quanto scorazzasse per le vie, le sarebbe stato impossibile raggranellare una somma di un paio di centinaia di dollari; le carezze di Eugenia eccitavano è vero le voglie dei libertini, ma di quella lurida mercanzia non vi era scarsità in New York, e per quanto la provocante fanciulla fosse desiderata, le entrate non erano eccessive.
Eugenia presa alle strette, non volendo privarsi dei suoi gioielli, che avrebbero reso più ricco il suo costume decise di rivolgersi a Bernabei, pronta a lasciarlo se le negasse quanto domandava.
Alla vigilia della festa Eugenia, nel momento che Bernabei stava per uscire di casa lo trattenne dolcemente, dicendogli:
—Ebbene, non mi date più il solito bacio?
—Diamine, me ne ero scordato, l’abitudine.....
—Già, dite che non v’importa affatto di me!
Bernabei guardò Eugenia poi dette in un forte scroscio di risa, e disse:
—Via piccina, non facciamo delle ipocrisie, ti conosco troppo bene; tu hai qualche cosa a domandarmi.
—Ma no....
—Su, via, parla, cosa vuoi?
—Ebbene sì, ho bisogno di un gran favore.
—Grande, grande?
—Grandissimo...
—Si tratta di denari?
—Sì.
—Cosa vuoi farne?
—Non voglio dirvelo.
—Allora cara mia non otterrai nulla.
—Ebbene, io partirò, non mi vedrete più.
—Buon viaggio piccina! E Bernabei fece vista di andarsene.
—Restate, vi dirò tutto.
—Meno male, ora si ragiona. Prima di tutto quanto ti occorre?
Eugenia stette titubante un momento e poi risoluta disse:
—Duecento scudi...
—Duecento scudi? Ma è una fortuna che mi domandi.
—Siete ricco, ricco...
—Io? Brava, ricco sfondato.
—Eppure.....
—Cara mia gli affari non caminano, vi è per aria una miseria maledetta, e la gente ha le tasche vuote.
—Mi abbisognano.....
—Ma per cosa?
—Ebbene, domani notte vado al gran ballo mascherato del Madison Square Garden.
—E occorre tanto denaro?
—Sì, voglio essere la più bella ed elegante.
—Ma è impossibile che un costume abbia un simile prezzo per quanto sia ricco.
—E caro mio, voi non ve ne intendete, col costume, vi sono mille accessori che costano, costano molto, calze di seta, scarpini di raso, pizzi, merletti, guanti, gioielli.....
—E andrai sola?
—No, con delle mie amiche.
—E quanti amici?
—Finiamola, volete darmi quanto vi ho chiesto?
Bernabei pensò, che per trovare a colpo sicuro il conte italiano alla festa da ballo era d’uopo che Eugenia non vi mancasse, e decise di dare i danari; ma prima volle mercanteggiare; cento dollari dovevano bastare, vi era da prendere un costume da regina.
Eugenia fu irremovibile, e Bernabei promise che avrebbe portato i duecento dollari a condizione però che la sera del ballo, lui le avrebbe fatto da cameriere, volendo vederla, ammirarla nel costume che gli alleggeriva di una somma rispettabile il borsellino.
Eugenia acconsentì di buon grado e pazza di gioia saltò al collo del vecchio, che da tanta espansione comprese come la druda fosse proprio affezionatamente innamorata di Carlo, e si compiacque nel pensare, che quel fortunato rivale presto non sarebbe più da temere.
Bernabei lasciata Eugenia andò subito a casa Ferroni, per poter parlare con Boni, il furfante voleva che altri pagassero anche le spese delle sue vendette.
Boni non era dal suo amico; ma fu detto a Bernabei di aspettare, ed egli aspettò.
Boni non si fece attendere lungamente, e poco dopo era in stretto colloquio con Bernabei, il quale gli raccontava la scena avuta con la moglie.
—Benissimo,—disse Boni quando il furfante ebbe finito,—ora sono certo che quel brigante di conte cadrà nelle nostre mani.
—Dunque devo dare i duecento dollari alla piccina?
—Certo.
—È che.....
—Via, non fate l’ingenuo, dite francamente che volete che io paghi il costume di Eugenia.
—Gli affari vanno così male....
—I vostri affari?.... A sì, dimenticavo che esercitate una professione..... molto lucrosa. Bernabei finirete male.
—Parliamo di ciò che ci interessa; la piccina ha bisogno dei denari questa sera.
—Ebbene, passate fra un paio di ore dalla Banca Ferroni, e troverete il denaro.
—Così va bene, così fa piacere a combattere, perché senza denaro non si può far nulla.
—Giovedì a sera non appena Eugenia sarà pronta tu verrai qui, indosserai una mascheratura, e andremo alla festa.
—Benone, e vedrò quando il merlo cadrà nella rete!
—Certo, e mi insegnerai Eugenia, è lei che ci darà in mano il conte.
—Stupendamente ideato.
—Ora va, e fra un paio di ore, alla Banca Ferroni.
—Vi sono servo cavaliere. E a proposito; di Ruiz, vi sono novità?
—No, per ora.
—Ricordatevi che se ricomparisce, sono vostro anima e corpo, dimenticherò anche la mia professione.
Vi tengo in parola.
Boni non appena Bernabei se ne fu andato, uscì da casa Ferroni e si recò all’Hotel del Campidoglio per mettersi d’accordo con Maria riguardo al ballo del Madison Square Garden.
Trovò Maria febbricitante, ma risoluta a seguirlo anche in capo al mondo per vendicarsi del traditore, dell’assassino.
Dall’Hotel del Campidoglio andò alla Banca di Ferroni dove poco dopo Bernabei si presentava e ritirava i duecento dollari.
XXI.
Il Madison Square Garden fu inaugurato nella primavera del 1890 con uno spettacolo “monstre,” adatto alla grandiosità dell’ambiente, essendo il più gran teatro degli Stati Uniti, d’allora servì alle esposizioni le più svariate; quando viene trasformato in un vasto giardino dove i fiori più belli e profumati fanno sfoggio dei loro smaglianti colori; quando centinaia e centinaia di cani di ogni razza, (dal piccolo che cape nella mano di una signora ai grossi che sembrano leoni), e allora sotto la grande e ardita volta di cristallo posata sovra un’armatura di ferro che sembra un gigantesco ricamo, si alzano i latrati assordanti, il guaire penetrante dei cani grandi e piccoli; i cani lasciano poi il campo ai volatili di ogni sorta, e questi ai commestibili, e fra un’esposizione e l’altra, nella grande arena hanno luogo corse di biciclisti,tornei, combattimenti, partite di pugilato, e nel carnevale, i grandiosi balli delle associazioni francesi, e allora nei palchi, nelle gallerie, è un turbinare di gente, che grida, beve champagne, va e viene nei costumi ricchi, eleganti, che luccicano sotto i fasci della luce elettrica, che piove da ogni parte senza risparmio.
Una volta all’anno il famoso Barnum, per un paio di mesi diviene il padrone del Madison Square Garden, nel pianterreno pone il meraviglioso serraglio, e le specialità di ogni genere, uomini giganti, scheletri, fontane luminose, giuochi di specchi che danno illusioni ottiche sorprendenti, e su, nel gran teatro i circhi dove in due o tre ore, passano innanzi all’occhio sbalordito dell’aspettatore, cavallerizzi e acrobatici celebri, cavalli, elefanti, leoni, tigri, orsi, maiali, asini, oche ammaestrate, danzatrici a “fin de siecle” e danzatrici orientali che si contorcono per il ballo del ventre, equilibristi di ogni genere, prestigiatori, pagliacci, lottatori e mille altre cose.
E quando i circhi sono tolti con rapidità sorprendente da un nuvolo di servi e di stallieri, nell’arena libera da ogni inciampo girano con vertiginosa rapidità le bighe romane, e il pubblico emozionando con quella corsa sfrenata,con quelle voltate eseguite alla gran carriera, che fanno temere di momento in momento un cozzo terribile.
Nell’epoca nella quale Barnum, o meglio il circo che porta il suo nome,perché il re della reclame giace nel suo marmoreo mausoleo, è al Madison Square Garden, si capisce subito che quel locale è proprio fatto per quel genere di spettacoli, ed è degna cornice a tutti i quadri differenti e attraenti che Barnum presenta al pubblico.
Durante lo “Spring Carnival,” il Madison Square Garden specialmente alla sera, perché si danno due spettacoli al giorno, è affollatissimo e allora il colpo d’occhio è stupendo.
Questo è il luogo dove si sarebbe dato il ballo mascherato di Beneficenza al quale dovevano assistere molti dei principali personaggi di questa istoria.
Giunse finalmente il giovedì a sera tanto aspettato e desiderato.
Eugenia aveva mantenuta la parola e Bernabei, ebbe la soddisfazione di aiutare l’amante ad indossare il suo elegante costume.
La fanciulla era stata servita a dovere, e quella “follia” le andava a meraviglia.
Bernabei era preso dalla febbre e innanzi a quella seducente figura, provocante e civettuola dimenticava per fino che fra poco avrebbe assistito ad una bella scena.
Il costume di Eugenia, celeste pallido, era un’indovinato intrecciamento di cordoni di raso che formavano dei graziosi scacchi,dove fra i veli di seta finissima erano dei piccoli bottoni di rose bianche, la sottanina corta fino al ginocchio era aperta da un lato cosicché al più piccolo movimento le gambe dritte scultorie nella ricca calza di seta celeste si vedevano in tutta la loro grazia e armonia di contorni. La vita usciva come da un calice di gigli d’argento, e quel corpetto originale senza nessun laccio che trattenesse, mostrava in tutto il loro splendore le spalle fidiache, il seno che si alzava dritto, ribelle come, se non avesse sdegnato qualunque appoggio.
Dei guanti di seta finissima coprivano le mani e braccia di Eugenia, e sul guanto una pioggia di eleganti smanigli d’oro e d’argento,
Al collo aveva posto una piccolissima catena di oro non brunito, che sorreggeva una mascherina d’oro con gli occhi di brillanti, e la bocca formata da un grosso rubino, due mascherine uguali ma più piccole portava agli orecchi, e una più grande dietro ai capelli, formante una spilla, che teneva fermo un piccolo berretto di raso puro celeste con piccole bubbole d’oro entro le quali luccicavano delle pietre, che avevano lo splendore dei brillanti veri.
Il piedino della siréna era calzato da uno stivaletto di seta bianca, che imprigionava molto alto il fine e grazioso polpaccio.
Quando Eugenia fu vestita, Bernabei non poté resistere, l’attirò a sé in una stretta brutale.
Eugenia comprendendo a qual sentimento cedesse il suo drudo, disse:
—Ti sembro bella?
—Da fare dannare e impazzire.
—Lasciami, non mi abbracciare, mi guasteresti il vestito.
Eugenia si coprì con una lunga mantellina, poi disse a Bernabei:
—Va a cercarmi una carrozza.
Il vecchio non disse una parola e andò ad eseguire l’ordine; poco dopo Eugenia si dirigeva al Madison Square Garden, a sua volta Bernabei saliva in un’altra carrozza e si faceva condurre a gran carriera da Ferroni; colà era atteso da Boni.
—Finalmente siete venuto!
—Ho assistito alla toilette di Eugenia. Credete che ne valeva la pena.
—Su, lesto, non vi è tempo da perdere. Questo è un domino, quando siamo al Garden lo indosserete.
—Sono venuto in carrozza e ho fatto aspettare giù abbasso.
—Benissimo, arriveremo prima. Scendete, vengo subito.
Boni chiamò Ferroni, che accorse subito, unitamente a Maria che indossava un elegante abito alla romana.
—Su, via Maria, copritevi con la vostra cappa e andiamo; non vi è tempo da perdere.
“Tremate? avete paura?
—No; ma l’idea di trovarmi innanzi a quel miserabile mi turba.
—Non ci pensate,non potrà più fare male a nessuno.
Scesero; Ferroni, Boni e Maria presero posto entro la carrozza, Bernabei salì senza brontolare a cassetta.
Quando arrivarono al Madison Square Garden, il ballo non era ancora al suo apogeo; ma già si notavano numerose e belle maschere.
Maria entrò nella sala vastissima a braccio di Boni.
Restò abbagliata, dovunque fiori, arazzi, bandiere, luce; dei cespugli di finti fiori illuminati, con entro il filo incandescente della luce elettrica erano seminati qua e là, producendo un magico effetto.
Bernabei era corso nella sala riservata agli uomini per infilarsi il domino.
Boni si diresse verso un palco che aveva affittato e vi prese posto insieme a Maria e Ferroni, poco dopo il capitano danese, che indossava forse per la prima volta in vita sua il frac, li raggiunse.
Boni girava il suo sguardo inquieto per la vasta sala che di momento in momento andava popolandosi, e offriva uno spettacolo dei più attraenti.
Ma l’ex-ispettore poco si curava della folla che turbinava, delle mascherine eleganti, graziose, ricche, che facevano irruzione nella sala portandosi un’onda di brio e di allegria, egli cercava di riconoscere sotto la maschera Tassaro o Dikens che giusto il convenuto dovevano essere al Madison Square Garden sotto i suoi ordini.
Maria come trasognata guardava quello spettacolo nuovo per lei, la maschera impediva di vedere il suo volto pallido, il suo corpo era scosso da un continuo sussulto.
—Ma figlia mia,—non poté a meno di dire il capitano,—state male, perché volete restare qui?
—Non ho nulla, amico mio, se io tremo è perché si avvicina il momento nel quale mi troverò a faccia a faccia con l’uomo al quale debbo tutte le mie sventure.
—Ma siete sicura, che esso verrà qui?
—Boni me l’ha assicurato,
Nel momento che Maria dava questa risposta nella quale è la grande illimitata fiducia che la giovane donna aveva in Boni, sotto il palco si fermarono due domino di alta statura e portanti sulla spalla un fiocco bianco e rosso.
Boni si volse verso Ferroni e gli disse:
—Spiegate a Maria che sono uscito per un affare importante e che ritornerò subito.
Ciò detto uscì a precipizio dal palco.
—Corpo di una balena,—disse sorridendo il capitano,—cosa prende mai al cavaliere?
—Nulla, un’assenza di pochi minuti, ha visto delle maschere interessanti, e vuol vederle da vicino.
Boni quando fu nella sala si diresse verso i dominò e quando fu loro vicino disse:
—In servizio?
—Sì,—ripresero i due.
—Va bene.
—Quali ordini cavaliere?—disse uno dei due.
—Caro Tassaro, pensate a dirigere Dikens, quando è il momento opportuno badate che non faccia scandali, mi preme, che nessuno si accorga dell’arresto.
—Contate su me cavaliere. E in quanto all’uomo che dobbiamo arrestare?
—Fra non molto ve lo indicherò, restate a questo posto, o meglio siccome la vostra permanenza qui, potrebbe dare nell’occhio, così passeggiate e fate ogni cinque minuti una piccola sosta in questo luogo ed io potrò darvi le mie istruzioni.
—Va bene.
—Cavaliere,—disse Dikens,—seccato di sentire parlare italiano,—e credete che faremo una buona presa?
—Ne sono sicuro caro Dikens, arresteremo niente meno che.... e Boni terminò la frase all’orecchio di Dikens, che dette un gran balzo e mormorò:
—È possibile! è possibile!
—Possibilissimo e fra poco lo vedrete.
La conversazione fu interrotta da un domino dai grandi fiocchi gialli che picchiò sulle spalle di Boni e gli disse:
—Ebbene galante zerbinotto! non vuoi fare un giro con me? ti mostrerò la più bella delle mascherine.
Boni rinnovò a Dikens e Tassaro la preghiera di trovarsi nello stesso luogo ogni cinque minuti, e poi prese il braccio del domino, da i fiocchi gialli e si allontanò.
—Ebbene, Bernabei hai scoperto nulla?
—Altro, un giro nella sala e mi è bastato.
—E così?
—Il merlo è nelle reti di Eugenia, reti magnifiche cavaliere, non vi è che dire!
—Dove si trova?
—Guardate là, nella “box” numero ventidue.
—Ebbene guardo.
—Vedete quella elegante “follia” in celeste pallido, come un’alba primaverile?
—Sì.
—Quella è Eugenia; quel cavaliere in abito da grande di Spagna è l’uomo che voi cercate.
—Bravo Bernabei!
—Non è tutto, l’altro che vedete in abito di gala con decorazioni, è l’amico, il padrone del portafoglio che dalle sue, passò nelle mie tasche la sera famosa.....
—È lui? ne sei proprio certo?
—Diamine, non prendo granchi io, non sono un poliziotto.
—Benissimo; so quanto volevo sapere; resta però nelle vicinanze del mio palco, potrei avere bisogno di te.
La festa era giunta al suo apogeo; ad un tratto la luce elettrica si spense, e dai grandi riflessori piovve nella vasta platea una luce multicolore, che cambiò in un luogo fantastico il vasto recinto.
La musica intuonò una marcia trionfale, le coppie si misero in fila e principiò la gran marcia.
La lunga interminabile fila si svolgeva come un colossale nastro dei più smaglianti colori, con luccicori di ori, di argenti e di pietre preziose, e quel nastro cangiava ad ogn’ istante l’intonazione dei colori a seconda della luce che partiva dai riflessori.
Vi fu un momento che la sala fu illuminata da una luce vivissima, alla musica si unì una elettrizzante fanfara, e dal fondo del teatro comparve sopra un trono d’oro, circondata da ninfe graziose e belle, la celebre Carmencita, col suo sorriso seducente, che metteva in mostra i suoi denti bianchi da disgradarne la più pura delle perle.
Un applauso assordante si alzò nell’immenso anfiteatro, la folla sventolava i fazzoletti, acclamava, gridava, salutava la danzatrice regina della festa.
La marcia alla quale prese subito parte Carmencita durò un trenta minuti, finalmente le musiche tacquero la luce di nuovo tornò a sfolgorare e l’orchestra dette l’accenno della quadriglia.
Boni appena la luce elettrica cominciò a brillare di nuovo era corso da Maria, e le aveva detto:
—Andiamo,fatevi coraggio che fra poco vedrete il conte.
Maria erasi alzata come un automa e aveva seguito Boni.
—Cavaliere—disse Ferroni—debbo restare qui?
—No verrete dietro a noi unitamente al capitano... Non vi conoscete?
—Ma no, nessuno mi ha presentato.
—Scusate Ferroni la mia dimenticanza, vi presento il capitano che salvò Maria, il signor.....
—Signore,—interruppe Ferroni,—voi salvaste Maria, permettetemi di esservi amico.
—Ma con tutto il cuore, cuore di marinaio, che ancora sa amare i suoi amici.
—Dunque, ora che vi conoscete ascoltate: io e Maria scendiamo in platea, seguiteci ad una certa distanza, non si sa mai cosa può avvenire.
—Va bene cavaliere, andate sciogliete le vele, noi non perdiamo di vista il timone, e se volete che vi siamo di bordo, basta un cenno e sarete subito obbedito.
—Benissimo, andiamo Maria. Ma perché tremate così? Fatevi coraggio si veglia su voi.
—Se sapeste! se sapeste!......
—Amate ancora quel miserabile?
—No, l’odio, lo disprezzo; ma nel sapere che lo vedrò; che lo avvicinerò, sento lo stesso ribrezzo che proverei avvicinando, toccando un rettile.
—Poche parole basteranno; appena che lo avrete riconosciuto verrete da me e mi direte: è lui; al resto penso io.
A stento Boni e Maria potevano farsi posto fra la folla che cresceva di momento in momento; assumendo proporzioni grandiose.
Nei palchi si beveva a profusione lo champagne, e se ne cominciava a vedere gli effetti, molte seducenti mascherine si davano in preda ad una pazza allegria saltando da un palco all’altro, abbracciando gli uomini, mettendosi a cavalcioni sulle spalliere dei palchi, non curanti dei loro costumi succinti, che mettevano in mostra,senza pudore, i tesori delle loro forme.
L’ebbrezza invadeva a poco a poco tutti e tutte.
Eugenia era nel palco insieme a Gerome e beveva, beveva lo champagne con una foga che le procurava i complimenti di Gerome.
—Signora,—le diceva il giuocatore,—voi farete fortuna, bevete champagne come una parigina, della quale avete lo spirito e la bellezza.
—Vi pare, che sia bella?
—Bellissima, ed io invidio il mio amico Carlo che voi amate con tanto ardore.
—Sì, lo amo e molto.
—Ebbene, se voi lo vorrete sarete sempre al suo fianco.
—Ah! la famosa speculazione, il grande affare del quale voleste intrattenermi, ne parleremo domani, venite a trovarmi, ora siete mio amico. Ma dove è Carlo?
—A fare un giro nella sala.
—Perché non mi condusse?
Per lasciarmi libero di parlarvi, senza reticenze.
—È un affare grave?
—Sì.
—Non parliamone ora, sento che lo champagne mi dà ai nervi.
Carlo fiero sotto il suo ricco ed elegante abito di grande di Spagna, era circondato da un gruppo di mascherine, quando Boni e Maria gli si avvicinarono.
—Eccellenza,—disse Boni,—ho qui una romana puro sangue, che desidera diventare una grande di Spagna.
—Se la tua romana non è una lupa ed è bella come Lucrezia, sono pronto a darle il mio manto d’oro.
—Te la lascio, tu giudicherai.
Carlo offrì galantemente il braccio alla romana.
—Per bacco, tremi come una foglia, per essere romana sei poco coraggiosa.
—Il caldo,—disse in italiano Maria che si sentiva soffocare.
—Sei italiana?
—Sicuro.
—Vuoi uscire di qui?
—Sì.
—Vieni ci ritireremo là nella sala d’aspetto.
“Ti senti meglio graziosa mascherina?
—Sì.
—Ma per soffrire meno caldo dovresti levare la maschera.
—No..... non voglio essere riconosciuta.
—Guarda, perché se tu vorrai tenere la maschera crederò che sia brutta nel volto, perché la tua vita le tue forme sono bellissime.
“Su mostra la tua faccia, seducente romana. Non so, ma hai degli occhi che mi pare di avere visto altrove, degli occhi che mi sconvolgono tutto.
—Davvero?—sogghignò Maria.
—Su, via, sei bella e seducente, e vicino a te sento un’ebbrezza insolita, lascia che io veda senza larva il tuo volto.
Ciò dicendo, il conte tentava di abbracciare Maria, ma questa con rapida mossa si ritrasse, e mormorò:
—Non vedete che vi è gente?
—Un ballo mascherato.....
Maria soffriva orribilmente, aveva riconosciuto il conte sebbene avesse la maschera, e tutte le volte che questi la toccava un brivido di ribrezzo le scorreva dal capo alle piante.
Carlo si faceva di momento in momento più ardito, e Maria, non sapendo come fare a schermirsi, e volendo porre fine ad una scena, che le dava le vertigini, disse:
—Volete proprio conoscermi conte di Rialto?
—Mi conosci?
—Sì.
—Aspetta, ma io pure conosco questa voce, e se i morti risorgessero, direi....
Maria lo interruppe alzandosi con modo rapido la maschera, disse:
—Carlo mi riconoscete?
..... Carlo, mi riconoscete?
Il conte gettò un grido e indietreggiò spaventato, stava per cadere, quando due individui ricoperti da un domino con nastri bianchi e rossi lo sorressero gentilmente, e uno dei due gli disse in Italiano:
—Vi sentite male usciamo di qui.....
—Sì, avete ragione, il caldo mi ha dato una allucinazione.
“Ma non vi era qui con me una maschera?
—Sì, un’allegra mascherina che se ne è andata folleggiando.
—Folleggiando?
—Sì.
—Ebbene voglio ritrovarla.
—Prendete prima un poco d’aria.
—No.
—Date retta a noi.
—Signori lasciatemi, io non intendo che mi si imponga ciò che devo o non devo fare.
—Ma è per vostro bene.
—Io solo sono giudice del mio bene. Lasciatemi.
—È impossibile signore, voi avete provato una forte scossa, non siete ancora rimesso, non possiamo lasciarvi così.
—Ma questa è bella, costringere un uomo che non vi conosce a fare come volete voi.
—È per il vostro bene lo ripetiamo.
—Lasciatemi vi dico, altrimenti non rispondo di me.
—Conte di Rialto,—disse con voce grave Tassaro,—è inutile, fare delle pubblicità, siamo agenti di polizia, e venimmo qui per arrestarvi.
—Arrestare me?
—Non gridate, gli scandali non giovano a nulla.
—Ma.....
—Venite con le buone, altrimenti vi farò circondare dai miei agenti.
—Ma non posso lasciare il ballo così.
—Datemi il vostro riscontrino, avrete bene un palettò e il cappello.
Carlo macchinalmente si frugò nelle tasche e dette il riscontrino a Tassaro, che lo passò a Dikens, al quale disse:—ritirate il tutto e aspettate, vengo subito.
Dikens partì con una prestezza straordinaria.
Tassaro prese delicatamente sotto il braccio il conte e gli disse:
—Quando volete possiamo andare.
Carlo non disse una parola, era come istupidito e seguì il poliziotto macchinalmente.
In quel momento il ballo aveva raggiunto al massimo dell’allegria, le signore gelose della loro rispettabilità si erano rifugiate nei loro palchi, non essendo più decente restare in platea dove veniva ballato con furore il “can-can.”
Lo champagne correva a fiumi, dai palchetti lo versavano sulla folla, dei pagliacci dai lunghi cappelli di feltro gli empivano del vino spumeggiante e poi se ne coprivano il capo prendendo una doccia, che rendeva viscidi i loro volti, sporche le loro vesti.
Nelle gallerie, nei corridoi, era un rumore di baci dati senza ritegno, un forte sghignazzare, un’incrociarsi di parole a doppio senso, che aumentavano l’ebbrezza che cominciava a dominare sovrana, dispotica nel vasto teatro.
Carlo attraversò quella gente in delirio, intuì tutto il godimento di quella folla, e provò il dolore atroce, che deve provare un condannato a morte, al quale sieno mostrate tutte le delizie della vita.
Le gambe gli si piegarono sotto, e Tassaro fu costretto a sostenerlo, altrimenti sarebbe caduto.
Quando Carlo fu nella sala della guardaroba Dikens era là, pronto, col paletot in mano, e lo porse con affettata galanteria al conte, che lo infilò senza sapere neppure cosa facesse.
—Ora possiamo andare,—disse Dikens fregandosi le mani.
—Andiamo pure,—rispose Tassaro che pareva avere il comando della spedizione.
Nel momento che stavano per lasciare il guardaroba, Boni si avvicinò a Tassaro e gli disse:
—Vi è bisogno di aiuto?
—Neppure per sogno, bastiamo noi.
—Attenti però.
—Non temete. Ci aspetta una carrozza e appena, in carrozza gli metteremo le manette, delle manette nuove fiammanti, ultimo modello, ha proprio tutte le fortune!
Due minuti dopo, il conte di Rialto era in carrozza con i due agenti e si faceva mettere senza resistenza le manette, alle quattro a. m. entrava nelle prigioni del quartiere generale di polizia e Dikens, pazzo di gioia andava a dormire.
Maria, appena ebbe lasciato Carlo, prese fremendo il braccio di Boni e gli disse:—andiamo, partiamo, non ne posso più.
—Un momento ragazza mia, vediamo prima cosa succede,
—No, non posso!
—Ebbene, a due passi, vi sono i nostri amici vi consegno a loro.
—Come volete, ma conducetemi lungi da lui.
Boni fece un cenno a Ferroni e gli affidò Maria, dicendogli piano,—portatela nel palco, se il suo malessere continua conducetela all’Hotel.
—Ho capito.
Boni corse dietro a Dikens e Tassaro, dai quali poco dopo aveva la rassicurante notizia che Carlo era al sicuro fra le loro mani.
Eugenia nel momento che il suo amante veniva arrestato terminava dall’avere ballato un valzer con Gerome, il quale neppure sospettava ciò che era avvenuto al suo complice.
La festa cominciava a prendere l’apparenza di un baccanale di quelli,che terminano in orgie sfrenate.
La champagne aveva messo il brio indosso a tutta quella folla, le donnine galanti, negli abiti scollacciati danzavano dei “can can” arditi, che facevano andare in visibilio il pubblico; nei palchetti si mangiava e si beveva allegramente, le donne sedevano sulle ginocchia degli uomini, posando le faccie imbellettate sulle loro spalle, lasciandovi traccie visibili di cipria e di biacca.
Le danze non avevano più ordine e dall’alto delle gallerie, la vasta platea appariva come un mare in burrasca, nel quale si dibattessero stoffe di ogni colore, uomini e rottami.
Eugenia si divertiva un mondo, e Gerome preso anche lui dall’ebbrezza che invadeva tutti, se la stringeva forte forte al braccio.
Vi fu però un momento nel quale quel ballo dato a scopo di carità, corse il pericolo di terminare in una tragedia; la polizia presa all’ultimo momento da gravi scrupoli intendeva di moderare la foga delle mascherine, impresa impossibile come quella di spengere una traccia di polvere alla quale fosse stato appiccato il fuoco.
Alle prime rimostranze della polizia si levò un coro generale di proteste, le donne gridavano come oche spennacchiate; volevano divertirsi, avevano pagato, la polizia non ci entrava; avrebbero ballato a loro talento, bevuto, mangiato, e dati baci a quanti ne volevano. Che non ci si mettessero di mezzo le divise turchine, perché sarebbe stato peggio.
E quando un sergente di polizia volle arrestare una giovane elegante e graziosa, che con un’alzata di gamba meravigliosa gli aveva portato via il berretto sfiorandogli appena il volto come una carezza, ebbe a succedere il finimondo, un gruppo di maschere circondò il policeman, e lo strinse da ogni parte, tanto che la mascherina poté sgusciargli di mano ridendo come una pazza.
Gerome vedendo l’ondeggiare della folla disse:
—Mia bella Eugenia, andiamo nel nostro palco, così vedremo meglio ciò che succede e saremo al sicuro dagli spintoni, e dalle randellate della polizia, se come prevedo avremo una grandine di bastonate.
—Come volete; però vorrei vedere Carlo.
—Forse è nel palco.
—Non lo vedo.
—Ebbene, ci raggiungerà.
Andarono nel palco, non osservando neppure che un domino dai nastri gialli e un signore in abito di gala li seguivano.
Quando Eugenia e Gerome furono nel palco, questi disse:
—Non so, se Carlo vi ha parlato di un mio progetto....
—No, solo mi disse che mi avreste parlato questa sera.
—La cosa è semplicissima. Voi siete bella......
Non protestate, siete bella e bisogna convenirne che sareste una magnifica esca per attirare in una casa i libertini vecchi e giovani. Siamo però in un’epoca che non si corre dietro che a chi si fa desiderare; la donna che si dà, perde subito il cento per cento di valore. Conosco il mondo io, e se voi darete ascolto a me.....
—Parlate francamente, nelle vostre parole comprendo ben poco.
—Si tratterebbe di mettere su una casa da giuoco della quale voi sareste la padrona, una casa elegante come ve ne sono a Parigi, e dove potrebbero venire le individualità più ricche e cospicue di New York.
—E quale sarebbe la mia parte?
—Semplicissima, quella di accogliere come una gran dama i frequentatori della casa, adescarli coi vostri vezzi, ma non cedere loro neppure la punta del dito, tenerli tutti a bocca dolce, perché continuino a venire, al resto pensiamo io e Carlo.
—E chi farà le spese della casa?
—I frequentatori i quali pagheranno ad usura, l’ospitalità che loro accordate.
—E ci verrà gente?
—Cara mia, voi ignorate cosa sia il mondo, vi sono centinaia e centinaia di individui che gridano contro il giuoco, e contro i giuocatori, e che sono divorati dalla smania di giuocare in un luogo dove possono essere al sicuro, quel luogo, sarà la casa vostra, dove non mancheranno donnine eleganti che vi aiuteranno nella vostra missione.
—Se Carlo vorrà, io non ho nulla da obbiettare..... Ma dove si trova Carlo che non si fa vedere?
—Forse con qualche bella mascherina,—disse Gerome ridendo.
—Se fosse vero!—gridò Eugenia alzandosi.
—Calmatevi, Carlo sarà qui a momenti, e se volete andrò a cercarlo.
—Andate, mi farete un vero regalo.
Gerome si alzò uscì dal palco e si diresse verso la porta d’ingresso della platea.
Ma non vi arrivò che si sentì battere sulla spalla; si voltò e si vide innanzi Boni il quale gli disse:
—Signore, sono un agente di polizia e ho il dolore di dichiararvi in arresto e consegnarvi a quei due poliziotti che vedete qui a due passi da noi sotto le nere spoglie del domino.
—Voi vi ingannate signore, io nulla feci per essere arrestato.
—Lo credo ancora io; ma certe spiegazioni non dovrete darle a me; ma al capo della polizia.
—Io non vi seguirò.
—Sarebbe male per voi, perché si farebbe una pubblicità inutile, imitate il vostro amico il conte di Rialto che si è fatto condurre via come un’agnello.
—Come, il conte arrestato!
—Sì, dunque vedete che non vi è nulla a fare.
—Lasciatemi almeno prendere la mia pelliccia.
—Certo, i miei agenti non vorranno essere tanto crudeli dal procurarvi una polmonite.
—Ma infine, di cosa mi si accusa?
—Non so niente mio caro signore, io obbedisco e non domando spiegazioni.
Ciò detto, Boni fece un cenno ai due domino che altro non erano che Tassaro e Dikens di ritorno dopo avere messo al sicuro il conte, e disse loro a bassa voce:
—Costui subito alla stazione di polizia;e che non possa avere nessuna comunicazione coll’altro detenuto che testé portaste in prigione.
I due policemen misero in mezzo Gerome, che pallido come la morte dovette seguirli,e poco dopo anch’egli era sotto lo stesso tetto che accoglieva il suo amico e complice Carlo.
XXII.
Eugenia rimasta sola si pose a guardare in platea; si divertiva un mondo, l’orgia continuava, uomini e donne formavano delle piramidi umane, molte delle più provocanti mascherine venivano portate in trionfo sul collo degli uomini, che deliravano dal piacere pel sentirsi stringere dalle gambe delle fanciulle, respirando tutto l’effluvio caldo di donna che emanava da quelle baccanti.
Dai corpetti a metà slacciati, uscivano senza ritegno i seni su i quali scorreva il sudore; i capelli arruffati si scioglievano sulle spalle delle ragazze, che invase da una pazza allegria, ballavano, saltavano al collo degli uomini,facevano delle capriole, si arrampicavano su i cornicioni dei palchetti provocando questi e quelli, con certe mosse biricchine, certe scrollate di testa che erano inviti pieni di desideri.
Eugenia anelante, mezza fuori del palco assaporava quella scena con una gran voluttà, e il sangue le saliva alla testa, e il seno ansava nel giglio d’argento, mentre le sue labbra fremente si allungavano come se altre labbra cercassero per spegnere la sete ardente di baci.
Boni non appena vide Gerome in buone mani si recò al palco dove era Maria e disse:
—Possiamo andare.
—Non ne potevo più,—rispose Maria con un fil di voce,—non avrei mai creduto che avvenissero simili turpitudini.
—Cara mia,—disse il capitano,—sono anch’ io stomacato; ma non mi sorprendo. L’America è la terra delle grandi ipocrisie, a sentirli è il popolo più casto e puro del mondo, invece la corruzione vi domina sovrana.
La gran libertà accordata alle ragazze serve a farle contaminare prima ancora che siano donne, e ben di rado avviene che una fanciulla abbia il diritto di portare i fiori d’arancio. Gli uomini non valgono meglio delle donne.
Quando Boni accompagnato da Maria e dai suoi amici stava per uscire dal Madison Square Garden, Bernabei si avvicinò a lui e gli domandò:
—Sono libero?
—Certo, tutto è fatto.
—È fatto bene!—aggiunse il furfante.
—Quando vorrò vedervi vi manderò a chiamare.
—Benissimo. Buona notte.
Ciò detto Bernabei rientrò nel Garden e si diresse al palchetto da dove Eugenia assisteva con la testa in fiamme, alle scene tutt’altro che caste che avvenivano in teatro.
Bernabei entrò nel palchetto e si sedette vicino ad Eugenia, che si voltò risentita, ma vedendo una maschera, disse:
—Cosa desideri mascherina?
—Stare vicino a te,—rispose Bernabei parlando in falsetto.
—Mi dispiace, ma il posto è preso.
—Non vedo però nessuno!
—Sì, ma ho il mio cavaliere, anzi due cavalieri.
Bernabei dette in uno scroscio di risa.
—Perché ridi a quel modo?—domandò Eugenia.
—Perché quei due cavalieri sono occupati altrove e non verranno più a tenerti compagnia.
—Sei matto, essi non potevano partire senza di me.
—E pure sono partiti.
—Per andare dove? Lontani?
—Chi sa, forse all’altro mondo.....
—Via, non sei punto spiritoso. Se è vero che sono partiti ti incaricarono di qualche missione per me?
—Sì, quella di accompagnarti a casa.
—Andrò sola, oppure aspetterò il loro ritorno.
—Ti replico che non torneranno.
—Ma.....
—Vuoi saperlo il perché non torneranno?
—Ma certo che voglio saperlo.
—Ebbene, furono entrambi......
Bernabei come un’autore che cura molto gli effetti si arrestò un momento.
—Su parla,....
—Furono arrestati.
—Arrestati?
—Sì,e sotto accuse che potranno portarli comodamente sulla poltrona elettrica di Sing-Sing.
—È impossibile!
—È vero cara mia,—rispose Bernabei levandosi la maschera.
—Voi? voi qui? Ah! comprendo foste voi a farli arrestare.
—Siete matta Eugenia, io non faccio il poliziotto. Andiamo a casa.
—Non verrò più con voi, miserabile!
—Come vi aggrada, l’indirizzo lo sapete.
Tanta indifferenza colpì Eugenia, la quale si alzò risoluta, e disse:
—Andiamo; ma se fu arrestato per colpa vostra, guai, guai, vi ucciderò senza misericordia.
—Calmatevi, vi sarà tutto spiegato e vedrete che io non ci entro per nulla in questa faccenda.
Allorché Eugenia e il suo drudo lasciarono il Madison Square Garden l’orchestra aveva intuonato il galop finale, e nella sala i ballerini stretti serrati l’uno all’altra giravano con vertiginosa rapidità; nei palchi le donne seminude urlavano e applaudivano, e gli uomini con gli sparati delle camicie lorde di vino, accarezzavano le loro compagne con quella stanchezza greve da ubbriaco, che immerge come in un dormiveglia fantastico e toglie la conoscenza.
Finalmente l’orchestra tacque, le ghirlande di luce elettrica si spensero, una luce più mite dominò nella sala, dove si levavano le ultime grida, insieme alla polvere, e all’odore acre del vino, che a profusione era stato sparso sul pavimento.
A poco a poco le grida cessarono, la folla uscì, e l’orgia continuò nelle carrozze, nei “cabs” nei restaurant, negli Hotels ammobigliati, nelle case di male affare che danno un gran contingente a balli mascherati.
......la folla uscì, e l'orgia continuò nelle carrozze
In quanto alle fanciulle della buona società uscivano con la testa dolente, con gli occhi luccicanti, intontite dalle scene vedute, frementi, desiderose di trovarsi nel letto verginale, per riandare col pensiero a quella vita scapigliata, della quale avevano veduto senza disgusto una parte.
XXIII.
Il Conte di Rialto quando si trovò nella nuda cella del quartiere generale di polizia, restò lunga pezza senza raccapezzarsi, gli pareva di fare un sogno orribile, tanto era stato brusco il passaggio dalla sala di un ballo, splendida di luce, all’oscurità della prigione.
A poco a poco, cominciò a rendersi ragione del suo stato e ne provò una gran paura.
Carlo era vile; audace quando credeva che le sue colpe restassero impunite, non aveva il coraggio di alzarsi fieramente innanzi alla bufera che si avanzava contro di lui.
E Maria? Maria viva che diveniva la sua accusatrice! Poiché non eravi dubbio il suo arresto era stato provocato dall’antica amante, la quale certo aveva fatto sapere alla polizia l’infame attentato del quale restò vittima.
—Sono perduto, perduto senza speranza di grazia,—mormorava Carlo piangendo.
Le poche ore che restavano ancora della notte il conte le passò disperandosi; quando spuntò l’alba sembrò calmarsi alquanto, poiché il pensiero che fra poco avrebbe saputo il destino che lo aspettava, lo metteva in quiete.
Verso le dieci del mattino Dikens si presentò alla cella di Carlo e col sorriso sulle labbra, gli disse:
—Vi aspetta il capo della polizia, favorite seguirmi.
Carlo come un trasognato seguì il poliziotto.
Nell’ufficio di Byrnes eravi Boni, il quale aveva già spiegato all’ispettore qual razza di delinquente era il conte Carlo di Rialto, e come lo sospettasse con sicurezza l’assassino della giovane francese trovata morta nella Riviera.
Quando Carlo entrò, Byrnes con uno sguardo indagatore lo scrutò da capo a piedi.
Il conte non aveva in sé nulla che lo indicasse come un pericoloso malfattore, anzi la sua figura era simpatica e armonizzava mirabilmente con i modi distinti da vero gentiluomo.
—Parlate inglese?—domandò Byrnes a Carlo.
—Sì,—rispose con un fil di voce il prigioniero.
—Sapete di cosa siete accusato?
—No, o signore, e mi sorprende che mi si tenga in prigione.
—La vostra sorpresa cesserà subito quando vi avrò detto che la polizia ha prove indiscutibili che voi commetteste delitti di una gravità eccezionale.
—Deve esservi sbaglio, io non sono un delinquente.
—È quello che vedremo. Non vi chiamate Carlo di Rialto?
—Sì.
—Non siete conte?
—Sì.
—Nativo di Genova?
—Sì.
—Non veniste in America col piroscafo la “Champagne.”
—Sì.
—Allora siete proprio voi.
—Ma....
—Non protestate. Vi dirò in poche parole cosa faceste a bordo della “Champagne.”
“Una vostra amante vi seguiva in America e voi che avevate già rivolto lo sguardo sopra una ricca signorina francese, per disfarvi della donna che poteva divenire la vostra accusatrice, e sventare i vostri piani, tentaste di ucciderla gettandola in mare.
—Non è vero?
—Per questo delitto abbiamo una prova schiacciante.
—Io non gettai Maria in mare, la fanciulla esasperata perché la respingevo volle suicidarsi.
—La donna dirà più tardi ciò che ci sia di vero in ciò che voi dite. Un’altra accusa ancora, grave più assai, pesa sul vostro capo.
—Un’altra accusa?
—Sì.
—Quale? spiegatevi.
—Vi si accusa, e con prove, che voi insieme ad un vostro complice, abbiate rubato i gioielli della signorina Vallerie, della vostra amante, che all’Hotel Martin facevate passare per moglie.
—Non è vero.
—Lo proveremo; come proveremo che con la complicità di un vostro amico strangolaste la disgraziata Inez, e quindi la gettaste nella Riviera.
Carlo si era alzato pallido, tremante e con rotto accento, disse:
—Non fu io... no... no...
—Chi fu?—domandò con premura Byrnes.
—Un uomo che viaggiò con me.
—Gerome... insisté Byrnes.
—Sì, Gerome, io sono innocente.
—Ebbene ora vedremo.—Ciò detto Byrnes toccò un bottone elettrico,e poco dopo accompagnato da Tassaro comparve Gerome.
Carlo gettò un rauco grido e si rovesciò sulla sedia; non credeva Gerome arrestato, e quando lo vide sentì che per lui era finita.
—Gerome,—principiò Byrnes indicando Carlo,—conoscete il signore?
—Sì.
—Fu vostro amico?
—Conoscente di viaggio.....
—Che continuaste a frequentare anche dopo sceso a terra.
—Sono tenace io, nelle mie relazioni.
—Orbene, costui vi accusa di avere strangolata e gettata nella Riviera Inez, la sedicente sua moglie.
—Ah! sì; dice questo? Me ne dispiace per lui, perché io potrò provare, che se vi è un assassino è lui!
Boni assisteva a quella scena terribile, nella quale due vite umane erano in giuoco, impassibile come una statua.
—Sì, conte Carlo, l’assassino di Inez sei tu, perché io non avevo nessun interesse a disfarmene. Su, alzati, e in faccia a me ripeti l’accusa!
Carlo tremante, disfatto, non rispondeva; il suo stato diceva chiaramente che il vero colpevole era lui; Gerome con la sua audacia avrebbe forse finito con lo scagionarsi anche della responsabilità di complice.
Il furbo francese vedendo che l’amico era più morto che vivo, alzava più che mai la voce, lo scuoteva, lo invitava ad alzarsi a dire chi era il mentitore.
Lo sciagurato aveva perso ogni coraggio, si vedeva perduto e non aveva più la forza di protestare.
—Foste voi adunque a commettere il delitto?—domandò Byrnes quando Gerome tacque.
Carlo restò muto.
—Su, via, parlate. Oramai è inutile negare, confessate?
—Confesso, confesso.....
Byrnes ebbe un lampo di gioia nello sguardo, e si rivolse sorridendo a Boni, come per ringraziarlo di avergli dato nelle mani un delinquente di quella fatta, poi disse a Dikens:
—Condurrete il prigioniero alle Tombs, io manderò subito l’incartamento.
Dikens batté sulla spalla a Carlo dicendogli:
—Seguitemi.
Il Conte si alzò barcollando, e seguì il poliziotto, che appena fuori dell’ufficio li pose le manette, senza che questi dicesse una sola parola di protesta.
Byrnes, quando Carlo fu condotto via si rivolse a Gerome, e gli disse:
—In quanto a voi, per ora non posso rilasciarvi, vedremo poi che parte avete avuto negli orribili delitti commessi dal conte Carlo.
—Io, nulla ho a che fare con lui,—rispose Gerome risoluto,—e la polizia sbaglia tenendomi prigioniero.
—È quello che sapremo più tardi. Tassaro, conducete in cella il detenuto.
Quando Byrnes fu solo con Boni, gli strinse la mano dicendo:
—Vi devo una delle più grandi vittorie. Grazie.
EPILOGO.
La vendetta di Ruiz.
I.
Clara e Fanny mentre questi avvenimenti succedevano a New York, passavano il loro tempo nella quiete grande di Staten Island, nella villa deliziosa dove un giorno era comparso quel demone di Ruiz.
Leonardi stava il più possibile alla villa e unitamente alla sposa,che adorava, all’amica, alla sorella diletta, faceva lunghe passeggiate, nelle quali il suo brio, la sua allegria, toglievano Clara dalle malinconiche meditazioni, nelle quali era immersa.
Molte volte a bordo di una graziosa imbarcazione Fanny e lo sposo suo percorrevano la riviera deliziati di trovarsi soli in mezzo all’acqua azzurra sulla quale sfolgorava il sereno del cielo.
Boni spesso si divertiva ad inseguirli con un’altro battello, Leonardi, allora metteva tutta la tela al vento e Fanny afferrava il timone, ed erano corse rapide, che formavano la più schietta allegria.
......e Fanny afferrava il timone
Righetti e Vittoria si recavano ogni domenica alla villa, e ripartivano il lunedì, per tutto quel giorno il piccolo Enrico era il padrone del giardino e di Leo, che si lasciava fare tutto ciò che piaceva al piccolo tiranno.
Leo il bel cane di Fanny, che avrebbe coi suoi denti sbranato chi lo avesse toccato con un dito, permetteva ad Enrichetto di tirargli la coda e le orecchie, e quando il fanciullo gli saliva in groppa, Leo andava piano con circospezione, perché non avesse a cadere.
Spesso Mr. Wilson visitava Fanny, e in quei giorni Clara era più pensierosa, più mesta che mai.
L’indomani dell’arresto del conte italiano Fanny era andata a New York, e senza tante cerimonie si era recata a visitare Mr. Wilson.
Fanny, preoccupata solo della felicità dell’amica sua, voleva essere certa dei sentimenti del giovane americano a riguardo della fanciulla che aveva tanto nobilmente espiato i suoi falli, per potere fare la dolorosa confessione dei trascorsi di Clara perché essa non avrebbe mai, e poi mai, acconsentito a dare la sua mano a chi ignorasse il suo passato.
Il colloquio fu lungo fra Fanny e Mr. Wilson, ma in esso nulla fu detto del passato e molto del presente; alle prime parole di Fanny, Mr. Wilson aveva detto:
—Signora: è inutile parlarmi del passato della donna che io amo e stimo con tutte le mie forze. Quando una signora onesta e distinta come voi, che esce da una delle più rispettabili case Americane, non sdegna di chiamare sorella una donna, è certo che quella donna merita rispetto, stima, amore.
Fanny commossa da quelle parole si era lasciata andare a fare l’elogio della sua sorella diletta, e ne parlava con tanto entusiasmo che l’amore di Mr. Wilson, divampava con maggior forza.
Quando Fanny ebbe finito di parlare, il giovane con voce anelante domandò:
—E Clara potrà amarmi?
......e Clara potrà amarmi?
Fanny lo guardò per qualche istante e poi disse
—Se non vi amasse, io non sarei qui.
Mr. Wilson gettò un grido di gioia e afferrata la mano di Fanny la baciò con fervore.
—Adagio un poco,—disse la giovane sposa:—il vostro ardore mi mette in pensiero.
—Signora, signora,—rispose Wilson,—voi potrete dire a lei quanto l’ami.
—Io credo al vostro amore, e ci crede anche Clara; ma la povera fanciulla soffre di questo affetto che si è impadronito del suo cuore, essa si rimprovera di avere mancato alla sua missione. Basta, io sarei felicissima di vederla lasciare le bende monacali per il velo da sposa, e per quanto sta in me, credetemi Mr. Wilson, farò di tutto perché ella diventi vostra moglie.
—Grazie signora, grazie, con un’alleata come voi, sono sicuro di vincere.
—Ebbene, amate e sperate. Ed ora a rivederci, parto perché mio marito mi aspetta per andare a Staten Island.
—Ricordatemi a Clara.
—Ma;... farò anche questa parte,—rispose ridendo Fanny,mentre porgeva per accomiatarsi la mano a Mr. Wilson.
II.
La sera di quel giorno, Clara e Fanny, passeggiavano nel giardino, la serata era splendida, nel cielo sereno non era ancora del tutto spento il bianco riflesso del sole al tramonto, e non per tanto, le stelle cominciavano a brillare.
Le aiuole del giardino in fiore, mandavano delicati profumi, la Riviera quieta, tinta di un’azzurro intenso, dava risalto alle imbarcazioni, ai bianchi “steamboats” che la solcavano.
Clara nel suo abito monacale appariva come una di quelle visioni fantastiche, che popolavano i grandi conventi dove si seppellivano profondi dolori, dove si piangeva la pace, la quiete per sempre perduta.
Fanny rispettò per lungo tempo il silenzio dell’amica, e poi disse:
—Ebbene Clara, perché sei tanto mesta?
—Non so Fanny, ma è questa l’ora nella quale una tristezza innenarrabile s’impossessa di me.
—Ma tu soffri?
—No Fanny, non soffro.
—Dici il vero?
—Perché dovrei mentire?
—Clara, la tua sorella conosce il segreto del tuo cuore.....
—Il mio segreto?
—Sì, non ti spaventare, non è la prima volta che parliamo di ciò, e sai a cosa voglio alludere.
Clara non rispose; Fanny l’attirò dolcemente a sé, e mormorò:
—Via, perché non vuoi dirmi intero il segreto del tuo cuore, segreto che io ho sorpreso, che conosco. Parla, tu ami Mr. Wilson?
—Non è vero... gridò spaventata Clara.
—Se esso ti sentisse ne morrebbe!
—Ma infine cosa pretende, cosa vuole da me?—ribatté quasi con rabbia Clara,—non sa che ciò che sogna è impossibile, che non sarò mai sua?
—Clara calmati, Mr. Wilson ti ama e se dovesse rinunziare alla speranza di farti sua sposa ne morrebbe.
—Morrebbe?....
—Sì Clara, morirebbe; oggi lo vidi, gli parlai di te....
—Di me? Gli dicesti chi sono, cosa feci, il mio passato, la macchia indelebile che mi contamina?
—No; egli non volle nulla sapere; è vostra amica disse Wilson, ciò basta, è segno che merita di esserlo e chi può dirsi vostra sorella, può ben divenire mia sposa.
—Se egli sapesse!—disse Clara coprendosi il volto.
—Cosa? Il tuo passato? Ma esso è tale esempio di abnegazione, di coraggio, che nulla toglie ai tuoi meriti, anzi li rende maggiori.
—Fanny tu giudichi, come giudicherebbe una sorella....
—Ebbene, parla tu stessa a Wilson, e vedrai che nulla potrà smuoverlo dall’idea di fare di te la sua sposa adorata.
—Io parlargli? Mai, mai!....
—Perché?
—Ma non vedi che mi tradirei, che gli farei conoscere che lo amo.....
—Ah! dunque lo ami? Lo ami e vuoi soffrire? No, mille volte no. Io vi renderò felici.
—Ebbene Fanny, lo amo con tutte le mie forze; io che credeva il mio cuore morto per sempre lo ritrovo più vivo che mai. Ma posso, io la donna di strada, la complice di ladri, che non ha neppure un nome, divenire la sposa di un uomo circondato dalla stima di tutti, che occupa un posto invidiabile nella società? Se un giorno si saprà il vero essere mio, il mondo crederà che io abbia ceduto alle lusinghe delle ricchezze, mi si tratterà come una di quelle sirene, che tirano nella rete i giovani ricchi.
—No Clara, t’inganni; nessuno potrà credere ciò, perché tu hai nel tuo presente atti tali, che cancellano ogni e qualunque passato. Rialza la fronte povera martire, ama e spera, il tempo delle lagrime è finito, per te pure deve risplendere il sole della felicità!
Clara non rispose, ma gettate le braccia al collo di Fanny, dette in dirotto pianto.
La notte era discesa, e la luna rischiarava quel quadro bellissimo delle due giovani donne, che si tenevano strettamente serrate l’una all’altra.
A toglierle a quel dolce amplesso sopraggiunse Leonardi,il quale gridò forte in modo che Clara e Fanny ne restarono spaventate.
—Abbracciandovi e baciandovi dimenticate che è suonata l’ora del pranzo. Mr. Spencher giunto or ora è già a tavola, e anche Mr. Wilson è venuto insieme a lui....
—Mr. Wilson è qui?—interruppe Fanny.
—Sì mia cara, qui in carne ed ossa.
Clara si pose a tremare.
—Perché tremi?—le disse Fanny sotto voce.
—Lui qui.....
—Ebbene viene così spesso.....
—Ma questa sera....
—Il poverino non può stare senza vederti.
—Dunque andiamo mie belle misteriose,—disse scherzando Leonardi,—il pranzo deve essere in tavola.
Si diressero tutti verso la villa, e poco dopo sedevano a tavola; Clara confusa e impacciata; Mr. Wilson raggiante di felicità; Fanny e il suo sposo, ironicamente allegri.
Verso la fine del pranzo giunse Boni, accolto festosamente.
—Finalmente,—disse Fanny,—non vi si vedeva più.
Boni si scusò raccontando tutto quanto aveva fatto da che non era andato alla Villa, si compiacque nel raccontare quanto era avvenuto al ballo del Madison Square Garden, compiacendosi che un furfante pericoloso fosse nelle mani della giustizia.
—Ma è italiano,—disse Mr. Spencher.
—Ebbene, cosa vuol dire questo?—si affrettò a rispondere Boni,—i furfanti non hanno patria; sta un po’ a vedere che perché un miserabile delinquente è italiano, ne dovesse essere disonorata tutta l’Italia. In tutte le nazioni vi sono buoni e cattivi, fa d’uopo estirparli.
—E cosa toccherà a questo conte?—domandò Leonardi.
—La sedia elettrica.
Un brivido corse nella sala.
La sedia elettrica? Il terribile strumento di morte adoperato nello Stato di New York!
Vi fu una lunga pausa, poi Leonardi disse:
—Veramente l’ha meritata.
Nessuno ardì protestare. Il pranzo finì non tanto allegramente, l’idea di quel conte italiano che sarebbe stato fulminato dalla scintilla elettrica, aveva raffreddato tutti.
—Andiamo sul terrazzo,—disse Fanny.
Tutti la seguirono.
Era una serata incantevole cielo, terra e mare, parevano in festa.
Wilson per una manovra fatta da Leonardi e da sua moglie si trovò vicino alla poltrona di vimini dove riposava Clara, quando la fanciulla se ne accorse provò un gran turbamento; ma non si allontanò.
—Clara,—disse Wilson,—vi ricordate di Melbourne?
—Se lo ricordo? E come!
—Orbene io allora era ammalato, il morbo si era impadronito di me, il mio volto, l’intero corpo, era una piaga immonda, mettevo ribrezzo a tutti. Ma voi aveste pietà dell’infelice, lo avvicinaste, lo soccorreste, e fu salvo....
—Era il mio dovere, Mr. Wilson, e lo compievo con gioia.
—E sia; però questo non può scemare in nulla la mia riconoscenza, il mio affetto per voi.
—Ma....
—Lasciatemi dire, se rividi il mio paese, la mia famiglia, lo debbo a voi che guariste il mio corpo e feriste il mio cuore.
—Mr. Wilson!....
—Non posso più tacere, io vi amo Clara, vi amo con tutto l’entusiasmo e la fede possibile; la mia felicità il mio avvenire stanno nelle vostre mani. Il mio segreto vi è noto da tanto tempo, ma mai vi domandai come questa sera la parola che può darmi la vita o la morte.
—La morte! Mr. Wilson, qual parola pronunziaste!
—Non crediate che se mi respingete, io mi tolga violentemente le vita. No, non sono un vile io, ma la morte verrebbe da se, a poco a poco per lo strazio che proverei.
Clara stette a lungo senza rispondere, grosse lagrime le scendevano giù dagli occhi bellissimi.
Wilson aveva preso una mano di lei, che non la ritirava; ma non rispondeva alla stretta febbrile del giovane innamorato.
—Ebbene Clara, attendo la mia sentenza!
—Wilson,—rispose Clara sospirando,—io non sono degna di voi.
—Che dite mai, voi siete degna dei più alti e nobili destini!
—Il mio passato....
—Clara, il passato per me non esiste, io non ve lo chiedo, non voglio saperlo, qualunque esso sia, deve essere stato espiato, in modo da non avere lasciato le minima traccia. Io voglio sapere se mi amate, nulla più.
In quel momento la luna immerse la villa in una luce bianchissima, e Mr. Wilson vide le lagrime di Clara, scorrerle sul volto raggiante di felicità, e in quel volto lesse che la fanciulla lo amava, gettò un grido di gioia, poi restò muto, fremente come se fosse colto da un grave malore, la gioia lo soffocava.
—I due innamorati sono sulla via di intendersi,—diceva in tanto Fanny a suo marito e Boni.
—Finalmente anche Clara proverà la felicità alla quale ha diritto,—rispondeva Boni,—purché non vi si metta di mezzo quel miserabile di Ruiz.
—Temete ancora?—domandava Leonardi.
—Non so; ma un presentimento mi dice che quel furfante ci darà ancora da fare. In ogni modo sto in guardia.
—Dunque mi amate Clara?
Seguitava Wilson non appena si fu rimesso dalla sua commozione.
—Ebbene Wilson vi amo, io che credevo il mio cuore morto per sempre, lo sento battere a tumulto...
—Quanto saremo felici!
—Vi amo; ma non sarò vostra moglie fino a quando non saprete chi io mi sia.
—Ma no....
—A questa sola condizione acconsento a sposarvi. Boni vi dirà tutto, e quando nulla ignorerete, se mi stenderete ancora la mano, io l’accetterò con gioia delirante e crederò che Dio, abbia voluto accordarmi il paradiso in terra.
—Nobile fanciulla, non dubitare io ritornerò a te e più fiero, più orgoglioso che mai, ti domanderò la grazia suprema di diventare tuo sposo.
L’aria cominciava a farsi fresca, e Boni disse ad alta voce:
—Se entrassimo nella sala non sarebbe molto bene, comincia a tirare una brezzolina....
—Entriamo, entriamo,—rispose Fanny.
Entrarono nella sala, fu servito il the; a Fanny non sfuggì la gioia che sfavillava in volto a Wilson, e l’altra che rendeva più dolce e bello il volto di Clara, e ne concluse che oramai i due giovani si erano spiegati e intesi.
—Caro Boni,—disse Leonardi,—volete venire domani a caccia?
—Non mi è possibile restare, ho un mondo di cose a fare a New York.
—E voi Wilson?
—Verrei con gran piacere, ma ho un gran bisogno di parlare a Boni, e vado a New York con lui.
Clara trasalì. Boni comprese che Wilson voleva certo parlargli della donna amata e disse:
—Caro Wilson, per non privarvi del divertimento che vi offre l’amico Leonardi, mi metto a vostra disposizione questa sera.
—Benissimo. Signore se lo permettete io e Boni andremo nel vostro “parlor” e ce la sbrigheremo subito.
—Siete i padroni.
Boni e Wilson si ritirarono.
Clara si era fatta spaventosamente pallida.
—Mio Dio,—gridò Fanny,—ma cosa hai? Ti senti male?
—Non è nulla mia buona Fanny, fra poco passerà.
—Clara,—disse a sua volta Leonardi,—voi soffrite atrocemente.
—Ebbene soffro, sì; soffro perché dal colloquio che ha luogo in questo momento fra Boni e Wilson, dipende la felicità della mia vita!
—Comprendo, povera sorella, hai voluto che Wilson sapesse il tuo passato.
—Ma poteva divenire io la sposa di quell’uomo onesto e leale senza che egli sapesse quale fui? No; avrei tremato ad ogni istante, non avrei potuto guardarlo senza arrossire. Egli generoso e buono, non voleva conoscerlo questo passato infame; ma io misi ciò come condizione, e ora Boni gli dirà tutto. Se il suo amore resiste a questo colpo tremendo, ebbene io pure sarò felice, se no, ritornerò a consolare gli altri, pronunzierò i voti, e il mondo sarà finito per me.
—Clara, Clara,—esclamò Fanny gettandole le braccia al collo,—sei così degna di essere amata, che non havvi pericolo alcuno che Wilson rinunzi a tanto tesoro, perché un tempo il tesoro, non per sua colpa restò sepolto nel fango.
—Dio lo voglia.
Passò un quarto d’ora, che a Clara sembrò un secolo; tutte le volte che sentiva rumore, avrebbe voluto fuggire.
Ad un tratto si aprì la porta del “parlor” e comparve Boni solo, e con la faccia atteggiata a serietà.
Clara si sentì mancare, certo Wilson se ne era andato e Boni veniva a dirle di non sperare più.
Anche Fanny e Leonardi provarono una stretta al cuore.
Boni come per godersi tutti gli effetti, si diresse verso Clara e dopo averla fissato alquanto disse:
—Ho una missione per voi....
—Una missione? Sì, so cosa è.....—rispose con rotto accento la poveretta.
—Mr. Wilson,—continuò Boni,—mi dà l’onorifico incarico di domandare la vostra mano.
Clara gettò un grido di gioia e si alzò fremente.
—Ma lui dove è?—disse alfine,—dove è il mio sposo?
—Qui, qui, alle vostre ginocchia Clara,—rispose Wilson che all’invocazione della donna amata erasi precipitato nella sala,—felice orgoglioso di amarvi, fiero più che mai di potervi dare il mio nome.
Clara si chinò e le sue labbra sfiorarono la fronte di Wilson, che era ebbro di gioia.
—A quando le nozze dunque?—disse Boni che mal nascondeva la sua emozione.
—Fra un mese,—rispose Wilson.
—No amico mio, i miei impegni coll’ordine terminano solo fra quarantacinque giorni, fino a quel momento non mi appartengo.
—Ebbene,—disse Fanny,—fra due mesi le nozze.
—Due mesi di torture,—mormorò Wilson.
Era tardi e Boni fece capire, che non sarebbe stato male andarsene a dormire.
Il consiglio fu accettato; ma per certo Clara e Wilson avranno stentato ad addormentarsi nelle loro camere, perché la felicità come il dolore dà l’insonnia.
III.
L’istruttoria del processo del conte di Rialto o di Gerome proseguiva alacremente, Carlo messo alle strette, aveva confessato tutto, ma insisteva sulla complicità di Gerome.
A New York vi era anche la disgraziata madre di Inez, venuta per invocare giustizia e per fare esumare il corpo della figlia sventurata e portarselo a S. Francisco.
La notizia della barbara fine di Inez era giunta ai suoi genitori per caso; i giornali di California, almeno quelli letti in casa Vallieri, non portarono il triste fatto, che rientrava nella categoria dei delitti comuni, dei quali ogni giorno è piena la cronaca americana.
Quando Byrnes pose a confronto la madre desolata con Carlo avvenne una scena terribile.
Carlo innanzi al dolore di quella donna, alle grida di disperazione, non si sentì il coraggio di dire una sola parola per discolparsi.
In quanto a Gerome, la madre di Inez gridava forte e piano,che non poteva essere colpevole; l’infame era quel conte italiano che fino da bordo aveva teso le sue reti per perdere la figlia sua adorata;—che lo mandassero alla morte,—esclamava al colmo del dolore la Vallieri.Quel miserabile che le strangolò la figlia,si era ben meritato la pena di morte.
Tanto Byrnes quanto il District Attorney l’assicurarono che giustizia piena e completa sarebbe stata fatta.
Il cadavere di Inez fu esumato, i becchini ritirarono dalla fossa l’umile cassa di legno, e la madre desolata poté rivedere ancora una volta la sventurata Inez.
Il cadavere non era per nulla contraffatto, pareva una statua di cera, e i biondi capelli della vittima incorniciavano con una mollezza grande il volto dove la morte aveva impresso un’immensa dolcezza.
La salma fu tolta dall’umile cassa e collocata in una tutta foderata di raso, con le borchie d’argento; un vagone speciale tutto parato a nero l’accolse, per condurla a S. Francisco, dove Inez sarebbe stata tumulata in un ricco mausoleo di marmo.
La Vallieri prima di lasciare New York fece ancora visita a Byrnes e pianse, supplicò, affinché il colpevole dell’uccisione di Inez, fosse punito come meritava.
L’ispettore non solo promise alla madre che la giustizia avrebbe fatto il suo corso con tutta severità; ma aggiunse che dal canto suo avrebbe tutto messo in opra affinché il complice del conte Carlo seguisse la stessa sorte.
Ciò parve piacere poco alla Vallieri che si mise a cantare le lodi di Gerome; ma Byrnes tagliò corto dicendo: che cercava punire i colpevoli e non gl’innocenti.
La salma di Inez accompagnata dalla madre, partì per S. Francisco.
IV.
Eugenia, quando accompagnata da Bernabei giunse a casa, volle sapere che cosa era avvenuto dell’uomo che amava.
Bernabei fece il muso, e disse senza reticenze, che non comprendeva il grande interessamento della sua amante per uno spiantato, che l’avrebbe fatta morire di fame.
In quanto a ciò che era venuto al Madison Square Garden, lui sapeva ben poco, aveva visto il grande di Spagna che accompagnava Eugenia in mezzo a due maschere nere che puzzavano di polizia lontano un miglio, e notato che si portavano via lo spagnuolo prima, e più tardi l’altro gentiluomo che era stato per parecchio tempo nel palco di Eugenia.
La fanciulla per quella mattina non fece gran caso al fatto, forse Bernabei voleva divertirsi o vendicarsi, più tardi se ne sarebbe parlato, per intanto desiderava sapere che cosa aveva detto la gente della sua toilette a fantasia, e Bernabei le raccontava le cose più meravigliose; a sentirlo, la sua ganza, era stata la regina della festa e la sua toilette, verrebbe citata come esempio di aristocratico buon gusto.
Eugenia a quelli elogi dimenticava amante, amore, tutto.
—E tu come mi trovavi vecchio mio?
—Io?... Divina! E confesso la verità in mezzo al desiderio che assaliva la folla nel vederti, io provava una gran soddisfazione nel potere dire: colei che vi fa bollire il sangue, accende i vostri desideri, è mia, mi appartiene ....
—Va vecchio fanfarone!
—Non è forse vero che sei mia; che fui io a farti conoscere il mondo?
—Un tempo!....
—So che ora ti dai al primo che incontri. Ma che per ciò? tu sei legata a me, e per quanto faccia, non potrai rompere la catena.
—Taci, mi fai ridere con le tue pretese.
—Ebbene non è forse vero ciò che dico? Tu scegliesti i tuoi amanti fra i malfattori più pericolosi, tu amasti gente che di momento in momento poteva passare dalle tue, alle carezze del boia.
—Parli di te?
—No, parlo prima di Ruiz, poi di quel conte italiano che ora geme nella cella di una prigione, e che morirà sulla sedia elettrica.
—Morirà?—gridò fremendo Eugenia,—morirà?
—Sì, morirà, perché commise i più infami delitti.
—E tu lo denunziasti?
—Io? neppure per sogno. Vi è chi ci ha pensato, delle persone che avevano assai più interesse di me a perderlo.
Eugenia stette alquanto pensierosa e poi disse:
—Ascoltami. Io sono la tua mantenuta, tu fosti il primo a farmi porre il piede su questa lubrica via, ora sono precipitata fino al fondo, non ci si sostiene quando la spinta è data. Forse non è tutta tua la colpa, aveva in me il germe del male, tu lo facesti germogliare, mi detti a te e agli altri senza amore, con la passione del bruto senza la partecipazione dell’anima.
“Ruiz fece fremere i miei sensi, non aumentò per nulla i palpiti del mio cuore; Carlo però l’amai con tutte le mie forze, esso fu padrone del mio cuore e del mio corpo, padrone dispotico e lo è tuttora.
Bernabei sogghignò.
—Vorresti dire, che non potrà più possedermi? Ebbene, anche morto, io sarò sua in ispirito.
—Diamine, la cosa è seria.
—Tanto seria, che io ti ucciderei, ti schiaccerei come un serpe velenoso, se sapessi che tu hai parte nell’arresto dell’uomo, che mi ha insegnato cosa è amore.
—Tu ripeti l’antica scena di quando avvenne, o doveva avvenire l’arresto di Ruiz. Orbene, allora io aveva paura, ti amavo a quel tempo e voleva vendicarmi, ora non ho più di queste malinconie. Tu, calmi quando lo voglio i miei ardori, sono l’amante titolare, mi basta, il mio cuore batté una volta, non mi ci si prende una seconda.
“Io non so nulla dell’arresto del tuo conte, la polizia lo cercava per affari assai gravi; mi dissero che si tratta di assassinio; ma io non lo denunziai, nemmeno non lo conosco..... E questo basta; andiamo a letto perché casco dal sonno.
Eugenia agitata, contrariata di avere finita così male una festa dalla quale, si riprometteva ben altro, si spogliò con rabbia strappandosi dal corpo bellissimo il costume elegante che aveva indossato con tanta compiacenza.
Bernabei la guardava sogghignando, e quando ogni velo fu caduto, e che la depravata fanciulla entrò sotto le lenzuola dove il vecchio l’aspettava, questi non poté trattenersi dal mormorare:
—Non era quello che aspettavi questa sera; ma ci vuol pazienza, starai sempre meglio di quel conte spiantato, che questa notte assaggia il tavolaccio delle celle del quartiere di polizia.
Eugenia non si degnò di rispondere, ma proibì al drudo di toccarla.
Bernabei lieto e felice di sapere, che l’uomo amato da Eugenia era sotto chiave, si voltò dall’altra parte e si addormentò, russando come un contrabasso.
Eugenia si alzò prestissimo per potere leggere i giornali e apprendere cosa si diceva del suo amante.
Non ostante che l’arresto del conte di Rialto fosse avvenuto dopo la mezzanotte i giornali avevano i più ampli particolari.
Dopo avere narrato, inneggiando alla polizia, punti drammatici dell’arresto, spiegavano di quali delitti fosse accusato il conte italiano; e molti non si peritavano a fare dei commenti tutt’altro che belli e giusti a carico degli italiani, dimenticando a bella posta, che moltissime volte americani gente certo non italiana, commette orribili delitti.
Eugenia comprese che il suo amante era perduto, ma non volle abbandonarlo.
Appena lo seppe alle Tombs, gli fece inviare un pranzo succolento e poi si rivolse ad un avvocato dei migliori per affidargli la difesa dell’uomo amato.
Eugenia poco si curava di sapere, se la mano che strinse con tanto affetto, fosse o no, lorda di sangue, essa amava e non sapeva altro.
Non appena le fu concesso il permesso, si recò a visitare il conte di Rialto alle Tombs, lo vide dietro alle inferriate della sua cella, tentò infondergli coraggio, ma tutto fu inutile.
Eugenia avrebbe voluto il suo amante fiero nella caduta, come nei giorni del trionfo, quel contegno pieno di paura, di timore che somigliava al rimorso che uccide, fecero perdere in faccia ad Eugenia più della metà della stima che essa aveva per il suo innamorato.
Non per tanto Eugenia non rinunziò al suo piano di difenderlo fino alla fine.
Bernabei naturalmente avendo compreso l’antifona non dette un soldo. Eugenia impegnò i suoi gioielli, e quando non ebbe più nulla a vendere o impegnare, vendé il suo corpo per far denari.
Venne il giorno del processo, il conte di Rialto si presentò alla corte disfatto, affranto, mezzo morto della paura.
Gerome altiero, sprezzante.
Due erano i reati dei quali dovevano rispondere il conte e Gerome.
Il primo, il tentato omicidio a danno di Maria, perché essendo stato commesso a bordo di un piroscafo che era diretto agli Stati Uniti, doveva secondo le leggi, essere giudicato al luogo di approdo, il secondo dell’assassinio di Inez Vallieri coll’aggravante del furto commesso prima di uccidere la disgraziata.
Carlo ad onta che il suo avvocato gli avesse detto di essere cauto nelle sue risposte, confessò i suoi delitti, ma nella foga di vendicarsi di Gerome, l’accusò anche cowe suo complice nel tentato omicidio contro Maria.
Quell’accusa salvò Gerome, perché Maria interrogata, mostrò come solo il conte aveva tentato di ucciderla, e che nessun’altro presenziò quella scena di inenarrabile orrore.
La deposizione di Maria destò la più viva commozione, la sua bellezza impressionò tutti, e il giudice, addolcì la sua voce nell’interrogarla.
La poveretta raccontò tutta la sua triste odissea, dal giorno che aveva conosciuto il conte di Rialto fino al momento che lo ritrovò in America.
Ma per l’uomo che l’aveva fatto soffrire crudelmente non ebbe parole di odio e di disprezzo, se fosse dipeso da lei, lo avrebbe messo in libertà, ad onta che la sua vita, fosse una sequela di delitti.
Il conte mentre Maria parlava, la guardava esterrefatto, non poteva ancora abituarsi al pensiero, che la donna da lui gettata in mare mentre infuriava la tempesta fosse viva innanzi a lui ad accusarlo.
Quando Maria ebbe terminata la sua deposizione discese barcollante dal suo scanno, il giudice si alzò con premura per sorreggerla; ma già al suo fianco era Boni, che presa per mano la sventurata, la riconduceva al suo posto.
Maria chiese come una grazia di essere licenziata, non bastandole l’animo di assistere al dibattimento.
Il giudice accordò subito il permesso, ed essa a braccio di Boni lasciò la corte, mentre la folla guardava con rispetto.
L’avvocato di Gerome prese occasione dalla deposizione di Maria per dimostrare come non fosse possibile prestare fede al conte di Rialto, che accusava per vendetta e nulla più.
Il difensore di Carlo, fece tutto il possibile per salvarlo, ad onta che il pubblico tumultuasse, perché nessuno aveva pietà per quel giovane dall’aria, dai modi distinti, che a sangue freddo, con premeditazione aveva commesso delitti da far rabbrividire.
Eugenia nei tre giorni che durò il processo non mancò di assistere alle sedute, era la prima ad entrare, l’ultima ad andarsene.
Carlo inebetito gli passava dinanzi senza neppure vederla, e come un’automa andava a sedersi accanto al suo avvocato al quale ripeteva ad ogni momento:
—Salvatemi da morte!
Il District Attorney nella sua requisitoria fu giusto e severo; le prove abbondavano, egli pur sapendo che i delitti erano atroci aveva cercato, se fosse possibile trovare a favore dell’accusato principale una scusa, una attenuante, non aveva trovato nulla, i giurati dovevano fare come lui e pronunziare il loro verdetto affermativo per assassinio in primo grado, tentato e consumato. In quanto a Gerome, il rappresentante della legge lo riteneva complice dell’uccisione di Inez;—forse—diceva il District Attorney,—Gerome ne fu l’istigatore, ma non ne abbiamo le prove, non per tanto un verdetto severo tolga quest’uomo di mezzo alla società, dove la sua presenza è dannosa.
L’avvocato di Carlo, ribatté e fece miracoli, eloquenza, cavilli, tutto usò, tutto mise in opra, al punto che si fece applaudire dal pubblico ostile che era nell’aula.
Il difensore di Gerome con una calma grandissima, dimostrò come nulla fosse risultato contro il suo raccomando, e chiese l’assoluzione e la riabilitazione.
I giurati restarono per tre lunghe ore nella camera delle deliberazioni, tre secoli di agonia per Carlo; che il suo avvocato invano confortava facendole speranze, che stante la sua confessione le circostanze attenuanti non gli sarebbero state negate.
In quanto a Gerome, calmo, sorridente, pareva che non si stesse per decidere della sua sorte.
La folla vedendo tanta serenità, simpatizzava con lui ritenendolo innocente.
Finalmente i giurati rientrarono.
Il loro verdetto dichiarava Carlo colpevole di assassinio in primo grado; e Gerome non colpevole.
Carlo nell’apprendere quel verdetto,che era sentenza di morte, si sentì mancare, il suo avvocato lo sorresse.
In quanto a Gerome senza dimostrare nessuna emozione si volse verso i giurati e disse:
—Grazie, giustizia mi è resa.
Il “recorder” fece ricondurre Carlo in prigione, e mettere in libertà Gerome.
Eugenia non era presente al verdetto dei giurati, quando lo seppe smaniò, gridò, imprecò.
Tre giorni dopo, il conte Carlo di Rialto, era condotto innanzi al giudice, che gli annunziava come sarebbe giustiziato a mezzo della Sedia elettrica a Sing-Sing; durante la settimana che aveva principio il 6 di Luglio.
Carlo ascoltò la sentenza con abbastanza coraggio.
Eugenia era là nella sala, gettando le braccia al collo dell’amante gli aveva detto: non dubitare ti salveremo.
All’indomani della sentenza Carlo fu traslocato a Sing-Sing, e posto nella cella di morte.
Caso strano, non era più abbattuto, alzava fieramente la testa, e sulle labbra gli errava un sorriso ironico.
Perché?....
Lo vedremo poi.
V.
Maria non provò dolore, ma spavento nell’apprendere la terribile condanna inflitta al conte di Rialto; essa un tempo lo aveva amato, era lui che fece per primo battere il suo vergine cuore, e certe cose non si dimenticano tanto facilmente, vero è che Carlo era un miserabile, ma il pensiero che sarebbe morto su quella spaventosa sedia elettrica che la civiltà americana aveva inventato per umanità verso i condannati, la conturbava grandemente.
I suoi amici facevano di tutto per distrarla, e il capitano gridava forte che a quel conte furfante era un delitto solo a pensarci.
Boni dopo avere parlato con Fanny, propose Maria di andare per qualche giorno a Staten Island alla villa Spencher, così si sarebbe distratta.
La giovane accettò con gioia, molto di più che dopo il processo era fatta segno alla curiosità importuna di tutti, e anche i “reporters” non la lasciavano tranquilla.
Maria trovò alla villa la più lieta e affettuosa accoglienza e ben presto amò con tutte le sue forze tanto Clara che Fanny.
Clara, vicina a divenire la sposa di Wilson e raggiante di felicità, le sembrava di fare un sogno delizioso e temeva sempre un brutto risveglio.
Ma il suo fidanzato con la sua presenza, col suo amore, le dimostrava che non sognava, che quanto accadeva era la più bella e seducente delle realtà.
Fra pochi giorni spirava il termine fissato e Clara avrebbe potuto lasciare le bende monacali e tornare libera, padrona di se.
Mentre tutto era in festa alla villa di Staten Island, la gioia regnava pure alla “Montagna Nera,” dove Ernesto impalmava la bella e gentile Margherita.
Il giorno del matrimonio al quale Ernesto aveva invitato Boni, la famiglia di Ferroni e Bertini, che non potendo intervenire avevano inviato ricchi presenti e telegrammi affettuosi, i minatori della “Montagna Nera” prepararono al loro antico compagno di lavoro una dimostrazione delle più commoventi.
Quando Ernesto e Margherita uscirono dalla villa, dopo che il giudice di pace li ebbe uniti in matrimonio, i due sposi trovarono i minatori schierati su due file, tutti avevano dei mazzetti di fiori che gettarono in aria facendo sì che una pioggia di rose, di garofani profumati cadesse sopra i giovani fortunati.
I minatori italiani parevano pazzi dalla gioia, gridavano, applaudivano, ballavano.
Le donne presentarono a Margherita un colossale mazzo di fiori della montagna, mentre una di esse in tedesco le augurava bene e fortuna.
Ernesto stringeva la mano a tutti con effusione, chiamava amici i suoi antichi compagni di lavoro, e tutti convenivano, che il suo nuovo stato non lo aveva cambiato.
No; Ernesto che aveva provato i dolori più atroci, che per tanto tempo aveva disperato e sofferto, era giunto finalmente a conquistare la fortuna restava quello che era il giorno, che affranto, mezzo morto dalla fatica, era giunto insieme ai suoi compagni, come un convoglio di forzati, alla “Montagna Nera.”
Alla sera vi fu una generale illuminazione nella montagna, i minatori danzavano all’aria aperta, mentre gli invitati di Mr. Blumenthal si sedevano a mensa per il pranzo di nozze, al quale intervenne anche il Mayor di Pittsburg, che era amico antico di Mr. Blumenthal e l’agente consolare italiano Dott. Paladini, un giovane di eletto ingegno, e che aveva innanzi a sé la più splendida invidiabile delle carriere.
Non mancarono i brindisi e gli auguri, il Mayor il quale non ignorava le triste vicende di Ernesto, si disse lieto di assistere alla vittoria di un giovane,che aveva saputo lottare contro le avversità vincere e trionfare.
Il Dott.Paladini, orgoglioso che un italiano mettesse in fatto il motto “volere è potere,”ricordò che non tutti i drammi dell’emigrazione avevano la lieta fine di quello del quale era protagonista Ernesto; che molte volte chi giunge dall’Europa pieno di sogni e d’illusioni, non può resistere alla crudele realtà che lo aspetta e si perde irremissibilmente. Augurò che non fossero ignorate le lotte sostenute da Ernesto, perché servissero di esempio a tutti, essendo troppo comune il vezzo di dire e scrivere solo il bene di quanto avviene in America, nascondendo sempre il male.
Il pranzo stava per finire, quando giunse un telegramma da Washington del Barone Fava ambasciatore d’Italia, il quale annunziava che il Re Umberto aveva nominato il pittore Ernesto Baldi cavaliere della Corona d’Italia.
Il giovane sposo restò sbalordito; chi mai aveva potuto metterlo in vista presso il Sovrano, perché si degnasse di fargli avere tale onorificenza?
Ernesto ignorava che aveva a New York amici affezionati, che influenti presso il ministero potevano far sì, che una volta tanto, una croce venisse assegnata a chi veramente la meritava.
Quella croce era il regalo di nozze di Boni.
È mezzanotte passata, i canti e i suoni sono cessati, nell’aria non fiammeggiano più i razzi di fuoco, nei lampioncini nascosti fra le foglie degli alberi si spengono le consumate candele, la montagna torna nel suo silenzio, più nera che mai dopo lo sfolgorio dell’insolita illuminazione.
Gli ospiti hanno lasciato la villa di Mr. Blumenthal; Ernesto e Margherita sono soli nella camera nuziale.....
La giovane sposa nella sua candida veste, dove i fiori di arancio sembrano ricami di bianco velluto, ha le guancie soffuse di rossore; Ernesto ai suoi piedi le parla, la sua voce sembra un’arcana melodia, le sue parole un canto poetico pieno di dolci incanti.
Ad un tratto Margherita si alza, va alla finestra, l’apre e chiamando a se lo sposo, gli accenna un punto nella montagna.
In quel momento la luna sorgendo da dietro i piedi del monte, lo illuminò come se fosse stato acceso un potentissimo riflettore elettrico.
—Ti ricordi?—disse Margherita.
—Sì, amor mio, fu là, vicino a quelli alberi che ti vidi per la prima volta. Eri l’angelo del cielo venuto a consolarmi.
—E mi amerai sempre?
Ernesto la strinse al suo seno...... la luna entrò festevole dalle vetriate aperte, e scherzò sul capo dei due felici che ebbri d’amore principiavano la loro luna di miele..........................
VI.
Byrnes dopo la condanna del conte italiano, si era dato a tutt’uomo alla ricerca di Ruiz; gli elogi che la stampa unanime gli decretava per avere scoperto quel pericoloso malfattore del Conte di Rialto, sapeva di non meritarli e bisogna confessarlo, avrebbe volentieri gridato a tutti, che ben poca parte aveva preso a quella cattura, ma non lo poteva perché non è bene che si sappia essere la polizia impotente a scoprire i bricconi, poi Boni non voleva assolutamente essere nominato.
Byrnes se arrivava a mettere le mani sopra Ruiz, si sarebbe sentito riabilitato innanzi ai suoi occhi e nello stesso tempo mostrerebbe a Boni, che la polizia di New York non è poi quella cieca che si crede.
Da San Francisco, però gli giungevano notizie sconfortanti, i poliziotti di là, ad onta che avessero date istruzioni a tutti i guardiani dei treni in partenza dalla capitale della California, non avevano potuto raccogliere nessun indizio che li mettesse sulle tracce dell’uomo che Byrnes voleva ad ogni costo trovare.
Si può dire che San Francisco fu frugato da capo a fondo, qualche volta i poliziotti credevano di essere sulle tracce di Ruiz, seguivano quelle tracce, e finivano col convincersi di avere battuta una falsa strada; eppure il miserabile era passato dalla città, fu visto e notato, per il suo volto rosso acceso, butterato dal vaiuolo.
I poliziotti conclusero, che il furfante senza usare la ferrovia, aveva saputo lasciare la Regina del Pacifico.
Byrnes quando ricevé l’ultimo rapporto, che terminava appunto con tali sconfortanti conclusioni, andò in bestia, non sapevano far niente, erano peggio degli scolari, che cambiassero mestiere se si lasciavano menare così per il naso, se non era loro possibile trovare in una città che è la quarta parte di New York un delinquente, che ha sulla faccia scritto il suo nome, in modo che tutti, anche i ciechi lo possono vedere.
Poi a poco a poco il temuto capo della polizia si calmò, nasceva in lui la speranza che Ruiz avesse rivolto i passi verso New York, se ciò era, lo avrebbe scovato in qualunque tana si nascondesse.
Era parecchio tempo che Byrnes non faceva un’escursione nella New York sotterranea; sarebbe ritornato ad indossare l’abito del “loafer” per avere libero passo nei luoghi più immondi, nei “Lodging Houses” dove si danno ritrovo i più pericolosi malfattori; nulla tralascerebbe per scoprire Ruiz, dato il caso che avesse avuto l’audacia di tornare.
Byrnes non fece motto a Boni delle sue intenzioni, voleva intera per se la gloria di ritrovare il miserabile, sentiva bisogno di fare un colpo da maestro.
Per intere notti Byrnes vestito e truccato in un modo meraviglioso, tanto che più di una volta ebbe ad assaggiare il randello dei policemen, entrò nei luoghi più immondi, nei locali dove con tre soldi si dà un bicchiere di birra che ne contiene una pinta, dove il Whisky che sembra vetriolo,viene dato a grandi bicchieri per cinque soldi.
Si ebbe gli amplessi di donne luride, ubbriache che il vizio aveva invecchiato innanzi tempo, e che per dieci soldi, per un bicchiere di Whisky vendono il loro corpo, lurido carnaio che non ha più nulla di umano.
Dopo un lungo pellegrinaggio in quelle bolgie, che era impossibile sopprimere, (perché quei locali, quelle megere, sono peggio della gramigna), in abito più decente, si recava in luoghi dove il vizio è meno lercio, dove le baldracche vestono abiti di seta, e si ubbriacano di champagne; ma neppure in mezzo a quel “demi monde” americano, trovò quello che cercava; ma non si perse d’animo, e non lasciò un luogo solo della grande metropoli inesplorato.
Tanta perseveranza non fu coronata da successo, perché di Ruiz neppure la più piccola traccia fu scoperta, tanto che Byrnes terminò col credere che l’audace delinquente non fosse per il momento a New York.
I fatti dovevano provare come l’ispettore di polizia si ingannasse.
VII.
Dal giorno che il conte Carlo fu condannato a morte, Eugenia circondò almeno in apparenza, del più grande affetto Bernabei; sembrava che la fanciulla si volesse far perdonare le infedeltà che prima gli aveva fatte.
Il vecchio furbo pensava fra se:
—Troppe moine, gatta ci cova!
Ed infatti la gatta era una richiesta di una forte somma di denaro, della quale Eugenia aveva estremo bisogno.
Bernabei allorché la sua amante gli fece a brucia pelo la richiesta di 1500 dollari, non rifiutò sul momento la somma; ma insisté per sapere cosa ne volesse fare.
Eugenia fu muta come un pesce, solo disse:
—Dammi questa somma e ti giuro di restituirti diecimila dollari entro due mesi.
Il vecchio credeva poco ai giuramenti delle donne, e terminò col rifiutare la somma richiesta dicendo che non aveva denaro.
Eugenia non fiatò, non fece né recriminazioni, né rimproveri, solo cambiò il genere di vita, stava fuori di casa a giornate e nottate, e quando tornava i suoi occhi erano brillanti come se avesse avuta la febbre, e circondati da cerchi neri e profondi.
Bernabei notava un profumo strano, che emanava da tutta la persona della sua amante, un profumo che somigliava maledettamente a quello dell’oppio.
La giovane donna non parlava che a monosillabi, quando Bernabei le chiedeva conto del come avesse passato tanto tempo; ella si stringeva nelle spalle, seccata da quelle domande che restavano senza risposta.
Una notte Eugenia tornò a casa, di una pazza allegria, rideva senza apparente ragione.
—Sei divenuta matta?—disse Bernabei svegliato nel più bello del sonno.
—Sì, di gioia.
—Di gioia? Cosa ti è avvenuto?
—Figurati che ho rivisto....
Eugenia non seguitò, e si morse le labbra a sangue.
—Chi hai visto? continua, perché taci?
—Nessuno.—Rispose secco, secco, Eugenia e non ci fu più caso di levarle una parola di bocca.
Se la fanciulla non si fosse arrestata a tempo Bernabei avrebbe saputo tal cosa, da rimanere sbalordito.
L’indomani di quella notte Bernabei ricordava le reticenze di Eugenia, la quale a sua volta pensava:
—Io e lui, l’abbiamo scampata bella.
VIII.
Se Bernabei avesse potuto indovinare subito il segreto di Eugenia, molte lagrime sarebbero state risparmiate agli amici di Boni; ma il vecchio appagato oramai per la vendetta che si era presa contro il conte di Rialto, non si curò di interrogare la sua amante, convinto che il suo stato di eccitazione si dovesse in gran parte alla terribile condanna che aveva colpito il suo amante.
Eugenia erasi fitta in mente di salvare Carlo, essa sapeva che in America tutto si ottiene col danaro per cui a qualunque costo voleva raggranellare una grossa somma per mettere in esecuzione il suo piano.
La sua bellezza era tale da far colpo; ma molte erano le perdute che battevano il marciapiede,numerose le sirene che tendevano i loro lacci ai passanti, e per quanto gli affari fossero andati bene ci voleva del tempo, prima di fare un paio di migliaia di dollari, coi quali cercare di corrompere un qualche guardiano di quel terribile carcere che è Sing-Sing.
Eppure lo aveva promesso a Carlo, che lo avrebbe salvato, anzi per dargli coraggio erasi spinta più oltre, e aveva assicurato l’amante, che già tutto era pronto per la fuga, ed ecco perché Carlo entrò nella cella di morte senza tremare, sorridente, come uomo che sia ben sicuro del fatto suo.
Eugenia nella sua vita scapigliata aveva udito parlare della splendidezza dei chinesi, più volte le sue compagne le avevano narrato dei tanti profitti ricavati dalle orgie fatte insieme, ai figli del celeste impero; essa era cento mille volte più bella e provocante delle sue amiche, cosicché i chinesi l’avrebbero ben pagata se si fosse prestata alla loro lussuria sfrenata, ed Eugenia divenne una frequentatrice dei quartieri chinesi; la sua bellezza fece colpo, quei mongoli sensuali; dominati dalla libidine, prima la divorarono con gli occhi, poi quando si accorsero che non era difficile preda, le offrirono denaro senza contare; ma Eugenia che aveva uno scopo, guidata dall’amore verso l’uomo infame che la legge aveva confinato nella cella di morte di Sing-Sing resisté, o meglio dettò le sue condizioni, volle essere pagata, come suol dirsi, a peso d’oro.
Se la ebbe il più ricco chinese di Mott Street, e dal giorno che Eugenia cominciò a frequentare quella casa, Jan Tom godé le delizie che Budda e Confucio concedono come premio ai loro adoratori.
La depravata fanciulla fu presa però della passione dell’oppio, e quando l’ebbrezza di quella droga pericolosa la prendeva, non pensava più che era là, discinta, seminuda, per vendere le sue bellezze a profitto dell’uomo che voleva liberare dal carcere, e si dava con grida selvaggie di gioia, al primo venuto, al più lurido dei chinesi, e per fino a coloro che erano affetti dalla lebbra.
Una notte Eugenia usciva barcollante, disfatta, sfinita dalla casa di Jan Tom, quando si trovò a faccia a faccia di un uomo miseramente vestito, con gli abiti a brandelli e la rada barba incolta e lurida, il quale gettò un grido di sorpresa e si ritrasse come spaventato.
La giovane donna che era mezzo ubbriaca prese per il braccio il pezzente e mormorò:
—Ti faccio paura?
E siccome l’uomo taceva, essa continuava alzando la voce:
—Su, parla, chi sei, andiamo non aver paura.
Lo sconosciuto attirò a se Eugenia e le mormorò un nome all’orecchio, essa gettò un grido, e quella specie di ebbrezza che la dominava disparve per incanto.
—Come! Tu, tu qui a New York? Ma sei proprio Satana.
—Zitta ragazza mia, siamo in mezzo alla via, qualche curioso potrebbe domandare il perché delle tue esclamazioni di sorpresa e di gioia; ed io sarei perduto.
—Dove vuoi condurmi? parla, io ti seguirò, molto di più che ho bisogno di un uomo risoluto, che mi aiuti; pare che stiamo male a fondi ed io rifornirò il tuo borsellino.
—Cara mia, ricordati il proverbio che dice: l’abito non fa il monaco. Per quanto tu mi veda sotto la scorza di un mendicante, ho a mia disposizione una bella somma, con la quale levarmi molti capricci.
—Sei ancora ricco? Sì? Allora mi aiuterai nei miei piani, e riusciremo.
—A che?
—A nulla ti dirò poi. Ma perché indossi gli abiti da pezzente.
—La polizia può riconoscermi.
—No caro mio, sei trasformato in modo, che nessuno riconoscerebbe in te il bello, il simpatico l’irresistibile....
—Basta, non pronunziare mai il mio nome; potresti perdermi. Entriamo in questo caffè beveremo qualche cosa, e tu mi dirai quali sono i tuoi progetti. Entrarono in uno di quei Bar-Rooms,dove notte e giorno su le tavole lustre dall’uso. dormono un’infinità di vagabondi, colmi di Whisky, a buon mercato che brucia loro le viscere, e gli toglie ogni sentimento umano.
Seduti ad un tavolo, avvolti in una densa nube di fumo, Eugenia e il suo cavaliere bevvero un bicchiere di sedicente cognac.
—Ma sai, che non sarai più un’essere pericoloso per il sesso debole, la tua faccia caro mio, non è più quella di una volta, e io stessa che avevo una forte tendenza verso di te, ora ci penserei bene, bene prima di gettarmi nelle tue braccia.
—Valgo bene un chinese!
—Chi lo sa? quella gente prima di tutto ha un certo modo di amare, che fa scaldare anche il ghiaccio.
—Sia, per me ora non è il momento di amare; ma di vendicarmi.
—Ebbene io ti aiuterò nella tua vendetta, se tu aiuterai me a salvare un uomo, che fra poco se nessuno ci pensa, morirà sulla sedia elettrica.
—Un’uomo che ami?
—Cosa t’importa?
—Nulla, ma desidero sapere se tu ami quell’uomo.
—Sì.
—Alla buon’ora, c’intenderemo certo, e presto Sing-Sing darà il nome ad un’altra fuga celebre.
—Se cio avverrà, io sarò la tua schiava.
—Quando ci vedremo?
—Quando vorrai.
—Io debbo tenermi ben nascosto, guai se la polizia sapesse che sono a New York!
—La polizia non vi riconoscerebbe, siete così cambiato!
—Tanto cambiato che pare ti faccia ribrezzo, scommetto che non mi ameresti più.
Eugenia non rispose, il suo compagno l’afferrò per il braccio e scuotendola brutalmente disse:
—Parla pure, son contento di sentirmi dire, che faccio ribrezzo.
—Mi fate male Ru....
—Zitta sciagurata, non pronunziare mai e poi mai, il mio nome, io oramai mi chiamo: Vendetta!
Nel pronunziare quella parola gli occhi del pezzente mandarono un lampo sinistro, e la sua faccia si atteggiò in modo tanto selvaggio che Eugenia sentì un brivido correre per il suo corpo.
—Ritornando a noi,—continuò l’uomo,—fissiamo un luogo dove poterci vedere senza timore, fra poco avrò bisogno di te.
—Scegli tu.
—Va bene, tutte le notti alle dieci in Battery Place, di fronte al Barge Office.
—Ci sarò. E potrò sperare il tuo aiuto?
—Per l’affare di Sing-Sing? Sì, pieno ed intero; molto di più che mi piace farla a quei signori della giustizia. Ed ora usciamo.
Quando furono nella via si separarono, Eugenia felice di avere trovato un prezioso ausiliare, l’uomo contento di avere nel suo giuoco una donna fedele e interessata.
L’uomo si diresse a piedi verso Battery Place passando vicino ai poliziotti, questi lo squadravano con sospetto, l’ora era tarda; e i suoi abiti non ispiravano fiducia.
—È d’uopo che vesta un poco più decentemente, altrimenti qualche sera mi sentirò fermare dai poliziotti e allora chi sa come finisce.
Quando fu in Battery Place si avvicinò alla barchina che protegge la piazza dalla furia delle onde, emise un fischio lungo, lungo ma debolissimo.
Si intesero subito dei remi che battevano l’acqua, e pochi momenti dopo una barchetta si fermava ai piedi al pezzente, il quale con una sveltezza ammirabile ci saltava dentro.
Dieci minuti dopo la barchetta si avvicinava a un bastimento mercantile, e l’uomo che portava saliva a bordo, e come fosse il capitano del naviglio si diresse verso un elegante cabina, dove appena giunto dette un sospiro di sollievo, e mormorò:
—Qui nessuno verrà a cercare Ruiz!
Sì, era proprio il miserabile assassino, che polizia cercava, l’uomo incontrato da Eugenia, Ruiz più potente che mai, assetato di vendetta e di sangue.
Mentre la polizia sorvegliava con cura i treni le stazioni ferroviarie, il furfante partiva per mare dalla California, sbarcava a Panama, in ferrovia giungeva all’Atlantico, e di là, in pochi giorni arrivava in New York.
A S. Francisco si era inteso con una associazione di falsari e di ladri, che avevano udito parlare di lui, come di uomo audace e pronto a tutto, era stato accolto con gioia in seno a quella Società internazionale di furfanti che aveva ramificazioni in ogni parte del mondo, tanto che il capo di quella società poteva dirsi potente come un sovrano.
Ruiz ebbe credenziali per i compagni di N. York, ai quali fu dato ordine di obbedirlo in tutto e per tutto.
Il bastimento che gli serviva di ricovero apparteneva alla società, e Ruiz vi era rispettato come padrone e signore.
Delle gesta, degli statuti di questa associazione del delitto, che invano la polizia tenta di colpire ne parleremo a lungo nel seguito di questo romanzo, e i lettori stenteranno a credere che i due delin quenti sieno così bene organizzati ai danni della società.
Ruiz dopo avere spogliato i luridi panni che indossava, si pose a letto, e dato uno sguardo ad alcune note mormorò:—la prima a colpirsi dev’essere Vittoria, lei fu la causa prima di ogni male, e lei deve versare lagrime di sangue!
“Ah! vi siete fatti tutti il vostro nido, siete al colmo della gioia? Non risparmierò chi mi fece del male.
IX.
Alla villa di Staten Island proseguivano i preparativi per le nozze di Clara, oramai non mancavano che pochi giorni all’epoca fissata e Fanny voleva che la sua sorella diletta avesse sponsali da regina.
In quanto a Wilson sembrava pazzo;ad ogni momento giungevano pacchi, scatole, astucci, pieni di regali, uno più bello dell’altro.
Da qualche giorno era giunta la famiglia di Wilson, che aveva preso alloggio all’Imperial Hotel di New York, ma ogni giorno si recava a Staten Island; Clara aveva conquistato i parenti del suo sposo, che manifestavano senza ritegno la loro gioia e ammirazione per la giovane buona, bella e cortese.
Boni si mostrava preoccupato; il brav’uomo sapeva un segreto che riguardava Clara, Bernabei gli aveva detto il nome del padre della redenta, un nome che avrebbe fatto gettare grida di meraviglia, se lo avesse detto.
Ed egli avrebbe avuto una voglia matta di gridare, Clara il vostro nome, non è quello di Bernabei ma vi chiamate principessa.........
Ma non teneva prove di quanto sapeva, aveva scritto in Italia, aspettava se era possibile avere documenti officiali, ma per tanto nulla giungeva ed ecco perché avvicinandosi il giorno delle nozze di Clara era preoccupato.
L’antivigilia del matrimonio, Boni era alla villa Spencher quando il servo venne a chiamarlo dicendogli che un uomo desiderava vederlo.
Immaginate la sorpresa di Boni nel trovarsi dinanzi a Bernabei.
—Ebbene, cosa abbiamo di nuovo che aveste avuto l’ardire di venire fin qua?
—Cavaliere si può parlare, senza che nessuno ascolti?
—Certo. Si tratta adunque di cose grave?
—Gravissima; ne giudicherete. Ruiz è a New York.
Boni fece un salto come se fosse stato tocco da una corrente elettrica, poi con l’occhio fiammeggiante mormorò:
—Ruiz a New York? Se non cade nelle nostre mani siamo perduti. Ma come fai tu a saperlo?
—Eugenia deve certo averlo visto. Alcune sere fa, per poco non si tradiva e mi dava conto di Ruiz. Si trattenne a tempo. Messo in sospetto da quella reticenza, stetti in guardia, notai per prima un gran cambiamento nelle abitudini di Eugenia, poi alla notte i suoi sonni sono agitati, e il nome di Ruiz le viene spesso sulle labbra e parla di vendetta, di fughe e di mille altre cose.
—E su ciò fondi la certezza che Ruiz sia a New York?
—No, vi è ben altro. Ieri mattina, dissi a Eugenia all’improvviso:—Dunque Ruiz è tornato a New York.
Eugenia pallida come la morte si levò innanzi a me gridando:
—No, no, non è vero, non è a New York, giuro che non vi è a New York, giuro che non vi è!
“Quello scatto e quelle parole imprudenti dicevano chiaro che la mia druda la sapeva lunga sul conto di Ruiz.
Boni restò alquanto pensieroso, poi disse:
—Avete ragione, quel miserabile deve essere a New York. Prenderemo subito le nostre misure, per far sì che sia impotente a nuocere. Per prima cosa è d’uopo sorvegliare Eugenia vedere dove va, se ha appuntamenti con Ruiz.
—È una bisogna della quale io non posso occuparmi, la ragazza mi conosce troppo e sospetterebbe se io la pedinassi.
—Me ne incarico io, dopo domani sarò libero come l’aria, ed entrerò in servizio. Dal canto vostro non perdete tempo, sorvegliate ciò che avviene in casa vostra, e nel caso che Ruiz avesse l’audacia di venirci, correte a chiamare la polizia e fatelo arrestare.
—Non dubitate, ma voi non perdete tempo, quell’uomo mi fa paura, se è tornato deve essere assetato di vendetta, perché sa certo che qui non tira buon vento per lui.
—Avete ragione, bisogna affrettarsi; ma soltanto fra due giorni potrò dedicarmi interamente a Ruiz, questo ritardo è ben poca cosa, in tanto io avviserò tutti di stare in guardia. In quanto a voi, grazie dell’avviso che mi avete dato, è tale un servizio che rendete a tutti noi, che vi fa perdonare molte cose.
—Sentite cavaliere,—disse Bernabei con un tuono di voce fra sottomesso e il commosso:—Io sono una canaglia, lo so; la colpa prima ce l’hanno coloro che mi misero sulla via del delitto; non cerco scuse, neppure per sogno, perché io poteva benissimo trarmi via da quel precipizio, non lo volli e divenni ciò che sono.
“Per me la riabilitazione è impossibile, lo so; ma dal giorno che quasi mi associaste alla vostra opera, mi sento un’altro, quasi non rubo più, e molte volte dopo avere rubato sento degli scrupoli; ma come si fa, Eugenia mi costa del denaro, bisogna ben vivere....
—Potreste lavorare.
—Lavorare? Già, è presto detto, ma io non so far nulla, conosco poco la lingua inglese, insomma è un’affare serio.
—Ma più serio assai è quello di sapervi un ladro; per ciò, se continuerete io non mi servirò più di voi.
—Fareste male, male assai, perché posso esservi utile. Poi chi sa che al vostro contatto non perda tutti i miei vizi? In tanto vi giuro che durante il tempo che daremo la caccia a Ruiz io non voglio un soldo, e mi taglierò le mani prima di rubare.
—Benissimo, vi prendo in parola, e chi sa che questa specie di prova che fate non vi faccia nascere la volontà di continuare a rimanere onesto.
“Per tanto sappiate che per due giorni non potrete trovarmi che qui; da venerdì in poi a casa Ferroni, se avete qualche cosa di urgente accorreteci di notte e di giorno.
La conversazione fu interrotta da un grido di spavento di Clara, che entrando nel parlor aveva scorto e riconosciuto Bernabei.
Boni corse da Clara e le disse:
—Non spaventatevi, quell’uomo non può farvi più alcun male.
Bernabei trovandosi innanzi a Clara si sentiva maledettamente turbato, le sue labbra tremanti non potevano pronunziare una sola parola.
Clara lo guardava con un senso di ribrezzo che invano tentava di nascondere.
—Clara,—disse Boni,—l’uomo che un tempo credeste vostro padre....
—Che credeste? Ma adunque non è....
—No, no, signorina,—gridò Bernabei,—vi pare che io sia il padre di una creatura bella e buona come voi?
—Dio ti ringrazio!—esclamò Clara cadendo in ginocchio.
—Avete ragione di essere lieta che io non vi abbia messo al mondo,—continuò Bernabei che sentiva una strana commozione,—io sono un briccone che voleva la vostra perdita; ma voi vi siete rialzata dal fango dove vi aveva gettata. Perdonatemi signorina, perdonatemi.
Clara si alzò e con lo sguardo ispirato si avvicinò a Bernabei e mettendogli una mano sulla spalla disse con voce grave:
—Vi perdono a patto che diveniate un galantuomo!
A Bernabei si piegarono le gambe, e senza volerlo, senza pensarlo, si trovò inginocchiato ai piedi di Clara, mormorando:
—Vi giuro che mi renderò degno del vostro perdono. Poi con moto rapido, baciò la veste monacale della donna che un tempo aveva chiamato figlia.
Clara piangeva e una gioia immensa rendeva più bello il suo angelico volto; stese le mani a Bernabei e l’aiutò a rialzarsi.
—Ed ora ditemi chi erano i miei genitori.
—Un momento mia cara Clara,—disse Boni,—non è ancora il tempo che io vi sveli il segreto della vostra nascita, aspetto dall’Italia certe carte.....
—A me poco importa delle prove, desidero solo sapere chi debbo amare, se i miei genitori vivono, per chi debbo pregare se sono morti.
—Il segreto della vostra nascita non posso svelarvelo ora.
—No, è impossibile,—aggiunse Bernabei che tremava come una foglia.
—È forse un nome spregiato che mi appartiene?
—No, è un nome del quale potrete andare fiera, orgogliosa; aspettate, forse presto potrò parlare.
—Ebbene aspetterò.
Bernabei salutò con rispetto Clara, e quindi partì gettando un sospiro di sollievo perché Boni non aveva svelato il segreto della nascita di Clara.
X.
—Domani,—diceva Wilson a Clara,—saremo marito e moglie; mi sembra di sognare.
Clara non rispondeva, ma i suoi occhi si volgevano verso l’uomo amato, e parlavano per lei.
Alla villa non si aspettava che Vittoria, Righetti e Enrichetto.
Ferroni era già arrivato con la sua sposa, entrambi carichi di regali, che erano andati ad aumentare il corredo principesco di Clara.
Tutti avevano fatto a gara ad arricchire il cesto di nozze di Clara; Mr. Spencher in modo speciale aveva saccheggiato Tiffany.
Era combinato che quella sera dopo il pranzo, presente la madre superiora dell’ordine al quale la redenta apparteneva, essa avrebbe spogliato l’abito monacale, per vestire poi all’indomani quello bianco della sposa.
Per mettersi a tavola adunque non mancavano che Righetti e Vittoria, e il loro ritardo cominciava a destare qualche inquietitudine, perché tutti sapevano quanto i due sposi fossero puntuali.
Mentre si perdevano in congiunture su tale ritardo, ecco entrare nel giardino della villa una carrozza che veniva a gran carriera, tutti allegri e contenti si slanciarono fuori per correre incontro a Righetti e Vittoria, che altri non potevano essere le persone arrivate con tanta furia.
Ed erano infatti gli aspettati, ma in quale stato! Righetti era pallido come la morte, e Vittoria, sembrava ritornata pazza.
—Mio Dio,—gridò Clara,—che avvenne?
—Avvenne,—rispose con voce sorda Vittoria,—che hanno rapito mio figlio!
—Rapito il piccolo Enrico?—mormorarono tutti con spavento.
—Sì, da questa mattina è scomparso e non si vide più,—continuò Vittoria,—mi posi a cercarlo, non seppi altro che fu visto per mano ad una bella fanciulla, di quelle che vendono i loro amori al primo che incontrano.
—Il miserabile comincia la sua vendetta!—gridò con furore Boni.
—Di chi intendete parlare?—domandò Vittoria.
—Di Ruiz!
—Ruiz vivo!—e in ciò dire Vittoria cadde a terra svenuta.
—Disgraziato, cosa avete fatto!—esclamò Righetti.
—Bisognava pur dirlo a chi appartiene la mano che ci ha colpiti,—rispose Boni.
Fanny, la Leonardi e la Ferroni prestarono le prime cure a Vittoria che a poco a poco rinvenne.
Clara si avvicinò a Boni e con accento grave disse:
—Siete sicuro che è quell’infame di Ruiz che ha fatto il colpo?
—Sì.
—Orbene, bisogna trovare Enrichetto, bisogna che il miserabile paghi per tutti i delitti commessi.
Poi chiamò Wilson e gli disse:
—Vi chiedo un gran sacrificio; ma è necessario, rimandiamo il nostro matrimonio.
—Come!
—Non svestirò questo abito che allora quando Ruiz, il mal genio di tutti noi, avrà finito di essere pericoloso.
“Pazientate Wilson, e aiutateci anche voi, a scovare la belva, il rettile che ci perseguita.
—Certo che vi aiuterò, sarò al vostro fianco sempre.
—Nobile fanciulla,—disse Boni che era vivamente commosso,—il tuo esempio deve infondere a noi tutti il sentimento del sacrificio, stiamo per impegnare una nuova battaglia, guai però all’infame che la provocò! Vittoria, povera martire, rincoratevi, vostro figlio vi sarà reso, ve lo giuro e lo sapete che mantengo i miei giuramenti.
“Io per tanto vado questa sera a New York; domani mattina ci vedremo tutti da Ferroni.
—Che egli mi restituisca mio figlio,—gridò Vittoria,—ed io gli perdono tutto!
—Il figlio l’avrete,—disse Boni,—ma per Ruiz non ci sarà né perdono, né pietà.
FINE.
- Nella stampa: «contava le lodi». ↩
- Nella stampa: «poteva risparmiare». ↩
- Nella stampa: «si sia tanto accurata». ↩
- Nella stampa: «un semplice indugio». ↩
- Nella stampa: «Verso sera preso». ↩
- Il romanzo uscì originariamente a dispense e nella stampa la numerazione dei capitoli è irregolare: nella terza parte manca il capitolo X e la quarta parte prosegue la numerazione della terza. In questa edizione i capitoli sono rinumerati. Qui l’originale ha «XI.». ↩